Da Gaza ad Haiti. Bambini nei conflitti

Più di 400 milioni di minori vivono oggi in aree di conflitto. Tra il 2005 e il 2022, secondo le Nazioni Unite, almeno 120mila bambini sono stati uccisi o mutilati.
In poco più di un mese, dal 7 ottobre al 15 novembre, il conflitto tra Israele e Hamas ha ucciso 4.642 bambini (di cui 33 israeliani e 4.609 nella striscia di Gaza) e ne ha feriti almeno 9mila.
I dati dell’Unicef su sei conflitti che oggi si consumano in diverse regioni del mondo.

Erano 56 i conflitti armati nel mondo nel 2022 secondo l’ultimo Sipri Yearbook 2023. Per la maggior parte guerre interne ai singoli paesi.
Dal 7 ottobre scorso un nuovo conflitto si è aggiunto alla lista, quello tra Israele e Hamas, assumendo da subito i contorni di una guerra tra le più sanguinose e spietate degli ultimi anni.

In occasione della giornata dedicata ai diritti dei minori, il 20 novembre, l’Unicef ha diffuso un breve report nel quale fa il punto sulla situazione dei bambini in sei paesi in conflitto: Palestina, Haiti, Siria, Sudan, Ucraina, Yemen.

Più di 400 milioni di minori vivono oggi in aree di conflitto. Tra il 2005 e il 2022, secondo le Nazioni Unite, almeno 120mila bambini sono stati uccisi o mutilati.

In poco più di un mese, dal 7 ottobre al 15 novembre, il conflitto tra Israele e Hamas ha ucciso 4.642 bambini (di cui 33 israeliani e 4.609 nella striscia di Gaza) e ne ha feriti almeno 9mila. Altri 1.500 bambini risultano dispersi nella striscia di Gaza, presumibilmente sotto le macerie, scrive l’Unicef. Sono 30 i bambini israeliani prigionieri.

Questo in un contesto di ferocia che vede nella Striscia più di 3 milioni di persone ridotte in stato di necessità (di cui 1 milioni di minori), 1,5 milioni di sfollati (dei quali i bambini sono la metà) che non hanno accesso all’acqua e a condizioni igieniche sicure.
A Gaza un ospedale su tre e due strutture sanitarie primarie su tre sono chiusi. «155.000 donne in stato di gravidanza e allattamento necessitano di assistenza sanitaria primaria – scrive ancora il brief dell’Fondo delle Nazioni unite per l’infanzia – e 337.000 bambini sotto i 5 anni sono a rischio di malnutrizione acuta. […] Almeno il 55% della rete idrica è stata danneggiata. […] 275 edifici scolastici hanno subito danni […]. Si tratta di oltre il 56% di tutte le infrastrutture scolastiche».

Il brief dell’Unicef offre altri dati su altri conflitti: in Ucraina, dal 24 febbraio 2022 all’8 ottobre 2023 oltre 560 bambini sono stati uccisi e quasi 1.200 feriti, soprattutto a causa dei bombardamenti, in un contesto di guerra che vede oggi quasi 11 milioni di persone in fuga: 5,1 milioni di sfollati interni e 5,8 milioni di rifugiati in altri paesi.

In Siria, a causa di oltre 12 anni di conflitto e del terremoto di inizio febbraio 2023 che ha provocato 6mila morti e più di 12mila feriti, ci sono 15,3 milioni di persone che necessitano di assistenza (quasi il 70% della popolazione), «7 milioni di bambini, 2,6 milioni di persone con disabilità, 5,3 milioni di sfollati interni», scrive l’Unicef. «Oltre la metà degli sfollati si trova nella Siria nord occidentale. Il 90% delle famiglie vive in povertà e il 55% è in condizioni di insicurezza alimentare. […] Secondo i dati delle Nazioni Unite dall’inizio del conflitto, circa 13.000 bambini in Siria sono stati uccisi o feriti. […] oltre 609.900 bambini sotto i 5 anni, soffrono di malnutrizione cronica. […] Il numero di bambini tra i 6 e i 59 mesi che soffrono di malnutrizione acuta grave è aumentato del 48% fra il 2021 e il 2022».

In Yemen «tra marzo 2015 e novembre 2022, le Nazioni Unite hanno verificato che oltre 11.000 bambini sono stati uccisi o gravemente feriti. Oltre 4.000 bambini sono stati reclutati e utilizzati dalle parti in conflitto e si sono verificati oltre 900 attacchi e uso militare di strutture scolastiche e sanitarie». Oltre 2,3 milioni di bambini vivono in campi per sfollati interni nei quali hanno uno scarso accesso all’acqua, al cibo, ai servizi sanitari, all’istruzione; 2,2 milioni soffrono di malnutrizione acuta.

In Sudan, il conflitto esploso il 15 aprile 2023 ha provocato un numero elevatissimo di sfollati interni (arrivati a 7,1 milioni ad agosto, 4,4 milioni a ottobre) e 1,2 milioni di rifugiati in altri paesi. Tra questi, si stima che i bambini siano circa 3 milioni. «700.000 bambini colpiti da malnutrizione acuta grave rischiano di non ricevere le cure e hanno un rischio di morte 11 volte maggiore rispetto ai loro coetanei. 7,4 milioni di bambini non hanno accesso all’acqua potabile», scrive l’Unicef, e prosegue: «Sono ben 19 milioni i bambini sudanesi che non possono tornare nelle aule scolastiche, il che fa di questa situazione una delle peggiori crisi dell’istruzione al mondo».

Haiti è il sesto paese preso in considerazione dalla pubblicazione del Fondo della Nazioni Unite per l’infanzia (ne abbiamo parlato qui e qui). Nel paese caraibico «circa metà della popolazione ha bisogno di assistenza umanitaria, compresi quasi 3 milioni di bambini, vittime di una complessa storia di povertà, instabilità politica e rischi naturali». Circa 2 milioni di persone vivono in aree del paese che risultano controllate da gruppi armati. Da inizio 2023 al 30 settembre «sono stati registrati 5.599 casi di violenza legati a gruppi armati, tra cui 3.156 uccisioni». Molti bambini sono stati feriti o uccisi durante scontri a fuoco, altri sono stati reclutati nei gruppi armati.
Oggi sono circa 115mila i bambini che soffrono di malnutrizione acuta grave, il 30% in più rispetto al 2022.

Se i dati non offrono la comprensione dei motivi politici, economici, ideologici dei molti conflitti che insanguinano il mondo, né suggerimenti per la loro risoluzione, offrono però la possibilità di considerare la loro violenta assurdità.

Luca Lorusso




Arabia Saudita. Cristiani, ospiti tollerati (ma speranzosi)

Nella veste di responsabile del vicariato apostolico dell’Arabia meridionale, monsignor Paul Hinder conosce le difficoltà di vivere in paesi dove l’islam è religione di stato e la sharia fonte del diritto. Emirati Arabi, Oman e Yemen, quest’ultimo devastato dalla guerra civile, sono i paesi dove il vescovo svizzero si muove. Paesi nei quali l’Arabia Saudita, nazione egemone dell’area, non fa mancare la propria influenza. Con i soldi o con le armi.

Islam, sharia, petrolio, immigrati. Sono alcuni degli elementi che hanno in comune i sette paesi che compongono la penisola arabica. Tutti a parte lo Yemen, che non ha né petrolio né immigrati e che, per di più, da oltre quattro anni è devastato da una cruenta quanto misconosciuta guerra civile.

In quest’area domina l’Arabia Saudita, monarchia oscura (e oscurantista) verso la quale quasi tutti i paesi – in primis, gli Stati Uniti di Donald Trump – mostrano una deferenza spiegabile soltanto con le enormi ricchezze di cui essa può disporre. È Riad che guida la coalizione che combatte in Yemen. È Riad che ha imposto un duro embargo contro il riottoso (ma altrettanto ricco) Qatar. È Riad che ha fatto assassinare il giornalista dissidente Jamal Khashoggi. È Riad che, dietro le quinte, trama nella guerra di Siria e per l’isolamento dell’Iran sciita. Nella penisola arabica, dal 2011 opera monsignor Paul Hinder, vescovo svizzero di 76 anni. Il suo ruolo è quello di vicario apostolico dell’Arabia meridionale, che comprende Emirati Arabi, Oman e Yemen. Lo abbiamo incontrato prima dell’annuncio della visita di papa Francesco negli Emirati (3-5 febbraio 2019).

© Paolo Moiola

Convivere con la sharia

Monsignor Hinder, in quali paesi della penisola arabica lei sta operando?

«Oggi sono vicario apostolico degli Emirati Arabi Uniti (nella cui capitale, Abu Dhabi, risiedo), del sultanato di Oman e della repubblica dello Yemen. Dal 2005 al 2011 ero vicario anche di Arabia Saudita, Bahrein e Qatar. Poi la Santa Sede ha fatto una riorganizzazione territoriale di tutta la penisola per avere una suddivisione più ragionevole».

Come si vive in paesi dove la sharia è la principale fonte del diritto?

«Tutto dipende da come essa è applicata nella pratica. È chiaro che ci sono vari modi di interpretarla e applicarla. La sharia non è soltanto tagliare le mani o la testa. Anche se capita ancora. Per esempio, in Arabia Saudita».

Non si tratta quindi di una esagerazione giornalistica?

«Non lo è, ma questo non significa che sia l’atteggiamento generale. La sharia è tutto quello che noi consideriamo diritto civile, quello che regola le cose della famiglia, della proprietà, eccetera. Anche io sono andato alla “Corte della sharia” per delle firme. Non è una cosa di cui avere paura: è il modo per regolare i rapporti in una società musulmana. Chiaro che, per noi cristiani, ci sono dei limiti nella libertà religiosa che, in questi paesi, non è riconosciuta come una libertà propria della persona. E poi la libertà del culto, di svolgere cioè le liturgie, è limitata. Come in Arabia Saudita dove non esistono chiese, che invece esistono in tutti gli altri stati».

Intende dire che, a tutt’oggi, in?Arabia Saudita non esistono strutture adibite a chiese?

«No, anche dopo la visita del cardinale maronita (nel novembre 2017 il cardinale Bechara Rai, patriarca dei maroniti, ha incontrato re Salman a Riad, ndr). Forse un domani, ma personalmente nutro ancora dubbi. Ci sono – va precisato – delle comunità, formalmente rette dal vescovo incaricato. Informalmente esistevano anche quando ero ancora vescovo io. Ci sono messe celebrate in case private in modo discreto. Questo è tollerato in quanto non disturba altri».

Oman, Emirati Arabi, Yemen sono paesi in cui esistono le chiese intese come costruzioni?

«Esistono ma per esempio senza campanili, senza croci esterne visibili dalla strada. Poi all’interno sono come le chiese di qui, anche se non della stessa qualità estetica e culturale. La chiesa di St. Mary di Dubai ha posto per 2mila fedeli ed è ancora troppo piccola. Quella in Qatar, che avevo costruito io quando ero vescovo, può ospitare 2.700 persone sedute. Nello Yemen, a causa della guerra, le chiese sono in gran parte o parzialmente distrutte. In questo momento inoltre non ci sono sacerdoti, e comunque non sono posti sicuri per i fedeli. Quindi, la vita comunitaria dei pochi cristiani che stanno nello Yemen è sospesa. C’è una comunità di suore di Madre Teresa che continua a lavorare, a dare testimonianza a Sanaa in un modo veramente ammirevole».

Monsignore lei ha accennato allo Yemen, un paese dove è in atto una guerra molto cruenta, anche se ignorata dai media internazionali. Dal suo punto di vista, come può descrivere la situazione del paese?
Il presidente dello Yemen © UN Photo / Cia Pak

«Anch’io non so tutto perché è molto difficile avere delle informazioni affidabili di quella zona. Ovviamente la gente al telefono non parla e anche quelli che vivono nel paese non conoscono bene la realtà. Da una parte c’è la guerra e dall’altra una pace relativa o almeno senza guerra. Dobbiamo considerare che lo Yemen è sempre stato un paese in conflitto in questi ultimi decenni. Ricordo che se ne parlava già quando io ero ragazzo. Il conflitto attuale si è complicato dopo l’intervento del 2015 da parte dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati. Un intervento che ha esteso la guerra e che ha fatto cadere sulle spalle della popolazione yemenita questa contrapposizione con l’Iran, anche se quest’ultimo non è coinvolto nello stesso modo, cioè in maniera diretta.

Cosa fare? Io credo che il problema basilare, a parte i conflitti interni, manca la capacità di arrivare a un compromesso: nella cultura del mondo arabo, o vinci o hai perso. Questa mentalità impedisce molto spesso di incontrarsi a metà strada e così si continua pensando di avere la meglio. Nel caso dello Yemen penso che nessuna delle parti arriverà alla vittoria. Credo che sia necessaria una soluzione che si elabori a livello di Nazioni Unite, se i grandi poteri vogliono. Il problema è che finora è mancata la volontà. Lasciano proseguire la guerra. Mancano le informazioni. I belligeranti non vogliono sia conosciuto troppo bene ciò che capita nel paese. A questo scopo non è consentita l’entrata dei giornalisti. Anche se sappiamo che oggi circa 5 milioni di bambini sono a rischio di morte per fame. Se capitasse che il porto di Al-Hudaydah (il principale porto sul Mar Rosso, ndr) dovesse essere chiuso, questa sarebbe la conseguenza. Poi non possiamo dimenticare le malattie. Le strutture sanitarie sono in parte distrutte. Ci sono rifugiati all’interno del paese, mentre sono relativamente pochi gli yemeniti che riescono a espatriare. Una “fortuna” per l’Europa che di certo non vuole questa gente».

Parliamo di una guerra che riguarda milioni di persone.

«Certo. Lo Yemen non è un piccolo paese: conta circa gli stessi abitanti dell’Arabia Saudita (circa 28 milioni, ndr) che però è molto più grande come superficie».

Monsignore, come mai si parla tantissimo della guerra in Siria e, al contrario, si parla pochissimo di quella in Yemen? C’è una ragione particolare?

«Particolare non lo so. Di sicuro la Siria è culturalmente più vicina a noi. Molti l’hanno conosciuta come turisti. Anch’io, quando ero consigliere generale dei cappuccini, ho frequentato molto la Siria. I poteri inoltre vedono la Siria come una zona di conflitto più importante. Anche se, a lunga scadenza, lo Yemen non sarà da meno».

(Photo by Bandar AL-JALOUD / Saudi Royal Palace / AFP)
Monsignore, torniamo sull’Arabia Saudita, il paese più potente della regione. Ci può dire qualcosa sulla situazione attuale di quel paese? Le aperture democratiche di cui si è parlato sono reali oppure sono soltanto un maquillage pensato dai reali?

«Democratiche non è il termine giusto, perché questa è una monarchia che prende le decisioni in modo assoluto. Ora stanno avvenendo dei cambiamenti, ma – questo è un mio giudizio – sono per la facciata, anche per dare l’impressione, a livello internazionale, di una relativa apertura. Il fatto che le donne possano guidare l’auto è stato considerato in Occidente come un miracolo. E lo è, ma non cambia la vita della società. Ci sono delle donne saudite che lottano per una società più aperta che sono messe in prigione. Una cosa che non possiamo dimenticare è che c’è un matrimonio tra il wahhabismo (che è l’interpretazione più severa dell’islam) e la famiglia Saud. È quasi impossibile che arrivino a un divorzio altrimenti l’Arabia Saudita, nelle forme attuali, avrà grandi problemi. Per questo non penso che il principe ereditario Mohammad bin Salman, che sembra essere l’uomo forte, possa andare avanti troppo veloce. Vedremo cosa capiterà. Piccoli cambiamenti ci sono, che riguardano anche i cristiani. Il potere della polizia religiosa è stato limitato. Non sono più frequenti le sanzioni che c’erano prima. Piccoli passi che rendono un po’ meno problematica la vita dei cristiani. Sarebbe però sbagliato che l’Occidente pensasse che i cambiamenti avverranno presto. Come accaduto ai tempi della primavera araba quando si pensò che, nel giro di qualche mese, ci sarebbe stata la democrazia per tutti. Non è possibile. Diamo il tempo a queste realtà della penisola arabica (come di altre parti del mondo musulmano) di sviluppare a modo loro il sistema politico».

Monarchie inamovibili

La benevolenza degli Stati Uniti di Trump verso l’Arabia Saudita deriva da questioni di business, da questioni geopolitiche, o da che altro secondo lei?

«Alla radice secondo me ci sono due cose principali, una è sicuramente l’economia. Chiaro che essendo il petrolio sotto il suolo dell’Arabia Saudita (e degli altri stati vicini), c’è un interesse economico. D’altra parte, gli Stati Uniti hanno sempre visto nell’Arabia Saudita un fattore di stabilità, non guardando se il regime garantisce o meno i diritti umani. Quando ci sono di mezzo politica e business, gli stati occidentali non guardano molto alla morale. Non voglio dare un giudizio ma fare una constatazione che vale non soltanto per gli?Stati Uniti ma anche per i paesi europei».

A suo personale giudizio, in questi paesi, il concetto di democrazia nell’accezione che se ne dà in Occidente potrà mai esistere?

«Non direi mai, ma sicuramente non in tempo breve. In questi paesi tutta la struttura, anche tribale, è un impedimento. Senza dimenticare che queste monarchie non vogliono perdere il potere. Ci saranno dei passi verso elementi democratici della Shura, il parlamento islamico, che comunque non rappresenta tutta la popolazione (i migranti ad esempio sono esclusi). Io mi aspetto una condivisione più grande da parte della popolazione indigena e cittadina, questo sì. Non a breve comunque, e come lo faranno non lo so. Non sarà una democrazia come la conosciamo noi. C’è poi un altro elemento da non dimenticare: loro guardano quello che succede negli Stati Uniti e in Europa o in altri posti e non sono necessariamente entusiasti di ripetere quello che ci sta capitando. Forse anche noi in Occidente dobbiamo riscoprire cosa vuol dire essere democratici con responsabilità».

Questo discorso che ha fatto vale per tutti i paesi dell’area arabica o soprattutto per l’Arabia Saudita?

«Direi per tutti gli stati, ricordando che lo Yemen formalmente è una repubblica e non una monarchia. Però abbiamo visto che non funziona se non rispettano certi elementi della tradizione. Dovrebbero trovare il modo di combinare tradizioni antiche con una modernizzazione nella condivisione del potere».

© Werner Bayer

Prove di dialogo con l’islam

Monsignore lei crede che con l’islam sia possibile dialogare?

«Penso di sì e comunque non c’è altra scelta. Quando si arriva ai contenuti delle nostre fedi diverse sicuramente si hanno dei problemi enormi da superare, perché un dialogo comporta le competenze che io per esempio non ho, dato che non sono esperto in islamologia. Sono capace di fare un dialogo umano perché vivo in questa situazione, ho delle persone che conosco che possono discutere su questo, ma non è un approfondimento delle posizioni ideologiche che posso fare. Ci sono dei tentativi. Prima di tutto ci vuole la conoscenza propria e dell’altro.?E poi trovare dei campi dove andare avanti insieme, come la pacificazione in questi paesi che è una preoccupazione di tutti. Ci saranno possibilità sul campo caritativo dove c’è una certa collaborazione e dialogo. Poi c’è la questione di avere rispetto per l’altro, rispettare l’altra religione nella sua qualità malgrado le debolezze che noi notiamo o pensiamo di notare. Sono 15 anni che sono qui e il vedere come vivono, come si forma la vita, mi ha fatto crescere il rispetto verso gli altri, e spero sia viceversa, quando loro vedono come noi viviamo. Ciò può aiutare a superare pregiudizi e anche elementi di conflittualità. Quando io conosco qualcuno nella sua diversità e lo rispetto, c’è meno rischio che ci attacchiamo fisicamente come è successo nel passato».

Sono migranti (non immigrati)

© Andreas Gebert / DPA / dpa Picture-Alliance / AFP

Risponde al vero che la maggioranza dei fedeli cattolici proviene dalle larghissime fila degli immigrati in questi paesi?

«Dobbiamo essere chiari nella terminologia: non sono immigrati nel senso stretto, ma migranti. Ci hanno detto questo gli stessi governi. Non siamo immigrati perché non possiamo rimanere e non possiamo diventare cittadini. Non esiste possibilità di naturalizzazione, neppure per quelli che parlano arabo. Pertanto, si parla di migranti che stanno in questi paesi per un tempo limitato. Tra essi ci sono alcuni di classe media che potranno rimanere praticamente per la vita, ma che non saranno naturalizzati. Possono restare se sono in grado di pagarsi il soggiorno che è concesso per 2 o 3 anni. Se poi qualcuno perde il lavoro, deve andarsene. Anche la Chiesa deve essere molto cauta perché non può promettere ai propri preti di farli restare per tutta la vita. Essere migranti rimane la nostra sorte. Come ho detto tante volte, siamo “una Chiesa di migranti per migranti”. Dal vescovo, fino all’ultimo arrivato a Dubai o ad Abu Dhabi».

Migranti, dunque. Ma da dove provengono?

«Per quanto riguarda gli Emirati, vengono soprattutto dalle Filippine e dall’India, ma anche da altri paesi arabi (Siria, Libano, Palestina) e dall’Africa, sempre di più. E poi dalla Corea e dall’America Latina. Insomma, dal mondo intero. Nella nostra chiesa abbiamo più di 100 nazionalità diverse».

Queste persone che tipo di professionalità hanno?

«C’è un po’ di tutto, ma in particolare si tratta di lavoratori del settore delle costruzioni. Nel 2020 a Dubai ci sarà l’esposizione mondiale, nel 2022 nel Qatar il campionato mondiale di calcio: c’è e ci sarà bisogno di tanti operai per due progetti mastodontici. Vivono in zone residenziali a parte. La mattina sono trasportati con il bus al lavoro per tornare alla sera. Questi non possono partecipare pienamente alla vita parrocchiale anche se facciamo degli sforzi per aiutarli un po’. Per esempio, organizzando il venerdì il trasporto alla chiesa. Poi ci sono le impiegate domestiche che sono legalmente più deboli e meno protette, anche se dipende molto dal datore di lavoro. Ci sono alcuni che portano i loro impiegati alla messa, e poi aspettano per riportarli indietro. Altri invece le trattano come vere e proprie schiave».

Per esempio, un lavoratore dell’edilizia ha uno stipendio adeguato?

«Cosa vuol dire adeguato? Anche qui ci sono leggi sul salario minimo. Sicuramente rispetto a quello che guadagnano o potrebbero guadagnare a casa loro è molto di più. Il grande problema è cosa fare quando non sono pagati o lo sono ma in ritardo di mesi. Qui iniziano i problemi e un giro legale. Un governo dovrebbe controllare di più affinché queste cose non capitino. In questi ultimi 15 anni hanno fatto dei grandi progressi, ma questo rimane un problema serio. Può così accadere che alcuni partano poveri e ritornino ancora più poveri. Altri che hanno visto la loro situazione sbloccarsi quando erano già tornati al loro paese lasciando indietro gli stipendi che per legge gli spettavano. Alle nazioni che esportano manodopera nei paesi del golfo dovremmo dire: non aspettatevi di arrivare in un paradiso. Molto spesso è una vita dura o durissima, anche quando le cose vanno normalmente. Qui si guadagna di più ma questo ha un prezzo umano. Molte famiglie si sfasciano. Per questo cerchiamo di aiutare i nostri fedeli con la pastorale».

Se io sono un migrante, in questi paesi ho diritto all’istruzione, alla sanità, insomma a usufruire dei servizi pubblici?

«Dipende dove sono. Ad esempio, ad Abu Dhabi l’assicurazione sanitaria è obbligatoria. Quindi, un datore di lavoro non può fare un contratto di lavoro senza. Anche noi come Chiesa siamo obbligati. L’accesso alle strutture sanitarie c’è, anche se alcune strutture sono soltanto per i locali. Spesso gli indiani preferiscono andare a casa propria dove la sanità è meno cara ed è buona. Quanto alla scuola, è essenzialmente privata ed è un problema per le famiglie meno abbienti a causa delle rette. Come Vicariato abbiamo scuole aperte a tutti (anche ai musulmani) e a prezzi accessibili. Questa è la nostra missione, perché per i ricchi ci sono scuole sufficienti».

Monsignore, dopo quasi 15 anni nella Penisola Arabica, come giudica questa sua esperienza?

«Io sono andato in?Arabia con una certa reticenza. Avevo paura ad accettare la nomina. Una volta arrivato mi sono dato completamente a questo compito, nonostante tutti i problemi. I fedeli mi hanno dato gioia, vedendo una Chiesa non perfetta ma molto attiva, impegnata, motivata, che mi ha aiutato ad approfondire me stesso e la mia fede. Mi sento felice qui anche se è un mondo diverso che mi rimarrà sempre un po’ straniero, ma ho imparato molto da questa cultura e non vorrei mi mancasse. Forse vent’anni fa avrei risposto diversamente a una simile domanda».

Paolo Moiola

La guerra nello Yemen

(Photo by – / AFP)

Un’arma chiamata indifferenza

Ci sono paesi dove si combattono guerre evidenti e cruente eppure dimenticate da tutti (comunità internazionale, media, opinione pubblica). Lo Yemen è uno di essi.

Sono sempre esistite le cosiddette «guerre dimenticate», conflitti evidenti e cruenti ma che, per una serie di ragioni, non arrivano o arrivano sporadicamente e parzialmente all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. In questa situazione l’indifferenza diventa un’arma micidiale. La guerra civile nello Yemen, paese tra i più poveri del Medio Oriente, rientra a pieno titolo nella categoria. Una guerra civile iniziata sulla fine del 2014 quando gli Huthi – un gruppo islamico sciita (di una variante nota come zaydismo) – prendono gran parte della capitale Sanaa. Nel marzo del 2015 l’Arabia Saudita, a capo di una coalizione di 10 paesi (9 dopo il ritiro del Qatar), interviene nel conflitto a fianco del deposto presidente Hadi, nel frattempo fuggito. Il paese è smembrato: una parte (quella ad Ovest) in mano agli Huthi, una parte nelle mani della coalizione saudita e una parte divisa tra al-Qaeda e Stato islamico. A dicembre 2018 le Nazioni Unite sono finalmente riuscite ad aprire colloqui di pace a Stoccolma.

A oggi la guerra avrebbe già fatto oltre 12mila morti e milioni di profughi, come milioni sarebbero le persone a rischio carestia. In tutto questo s’inserisce anche una storia nella storia che riguarda l’Italia e in generale l’Unione europea. Secondo il New York Times, la Rheinmetall Defence, una industria d’armi di passaporto tedesco ma con stabilimento in Italia (a Domusnovas, in Sardegna), è tra i fornitori di bombe dell’Arabia Saudita. La cosa sarebbe però vietata dalla legge italiana n. 185 del 1990 che vieta l’esportazione di armi verso paesi in conflitto. Senza dire che, nel settembre 2013, l’Italia ha sottoscritto il Trattato internazionale sul commercio delle armi (Arms Trade Treaty, Att) che limita fortemente la compravendita di armi. Nel frattempo, lo scorso 25 ottobre 2018 l’Europarlamento ha approvato una risoluzione che chiede agli stati membri di imporre un embargo sulla fornitura di armi a Riad, dopo l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi (un critico dell’intervento saudita in Yemen). La risoluzione comunitaria non è però vincolante, probabilmente perché Francia e soprattutto la Gran Bretagna sono importanti fornitori d’armi di Riad. Proprio come gli Stati Uniti, di gran lunga in testa nelle vendite all’Arabia Saudita (fonte: Sipri).

Nessun conflitto meriterebbe indifferenza. Visto il coinvolgimento di molti paesi occidentali, la guerra civile in Yemen la merita ancora meno. 

Paolo Moiola

L’assassinio del giornalista saudita

© al-Jazeera

L’affaire Jamal Khashoggi

Forse il coinvolgimento del principe ereditario non sarà mai provato. Tuttavia, l’assassinio del dissidente ha messo in grande imbarazzo Riad. E il presidente Trump.

Il 2 ottobre 2018 il giornalista saudita Jamal Khashoggi entra nel consolato del suo paese a Istanbul per sbrigare una questione burocratica relativa al matrimonio con la sua fidanzata turca. Da quel momento si perdono le sue tracce. Qualche giorno dopo la sua scomparsa si scopre che è stato ucciso da funzionari sauditi e – pare – smembrato. Tutto sembra indicare Mohammed bin Salman (Mbs) come mandante dell’omicidio.

Nato a Medina nel 1958, Khashoggi era un giornalista moderato ma critico verso il proprio paese e in particolare verso il principe ereditario Mbs, da molti (frettolosamente) eletto al ruolo di riformatore della monarchia saudita. Costretto al silenzio, nel 2017 Khashoggi aveva deciso di trasferirsi negli Stati Uniti, dove collaborava come opinionista al Washington Post.

Qualsiasi sarà l’evoluzione della vicenda (le accuse della Turchia, della Cia, del senato Usa, ecc.) per il principe ereditario saudita non ci dovrebbero essere conseguenze. Lo si è visto anche al summit del G20 di Buenos Aires, all’inizio di dicembre, quando Mbs?ha stretto mani e dispensato sorrisi. L’assassinio di Khashoggi non potrà certo fermare l’ascesa del giovane e ambizioso rampollo di re Salman.

Paolo Moiola

© al-Jazeera

I sette paesi islamici

La penisola dell’Arabia Saudita

Nella penisola arabica la Chiesa cattolica è presente con due Vicariati, uno retto da mons. Camillo Ballin e uno da mons. Paul Hinder.

Vicariato Apostolico dell’Arabia Settentrionale: vicario  mons. Camillo Ballin

Arabia Saudita:  monarchia assoluta, dal 1926 governata dalla famiglia al-Saud, il paese più importante della penisola arabica è al centro dell’interesse mondiale per le ricchezze petrolifere, le ambiguità sul terrorismo islamista e l’alleanza con gli Stati Uniti. Da giugno 2017 è attraversata da faide familiari a causa della nomina del giovane Muhammad bin Salman (Mbs) come successore di re Salman. Attualmente capeggia la rivolta contro il Qatar e la guerra in Yemen.

Kuwait: è una monarchia della famiglia al-Sabah; la maggioranza della sua popolazione è immigrata. 

Bahrein: il piccolo arcipelago è una monarchia retta dalla famiglia sunnita al-Khalifa. Da 2011 è teatro di proteste della maggioranza sciita, il cui leader, lo sceicco Ali Salman, è in prigione, condannato a vita nel novembre 2018.

Qatar: monarchia ereditaria della famiglia al-Thani, è una penisola vasta quanto metà della Lombardia, paese ricchissimo e molto attivo sulla scena internazionale (anche con il network mediatico al-Jazeera), dal giugno 2017 subisce l’embargo diplomatico ed economico da parte di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto. Il 3 dicembre 2018 ha annunciato l’uscita dall’Opec, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio di cui era membro dal 1961.

Vicariato Apostolico dell’Arabia Meridionale: vicario mons. Paul Hinder

Emirati Arabi: è uno stato federale composto da 7 emirati; i 2 più importanti sono Abu Dhabi e Dubai.

Oman: con meno risorse petrolifere degli altri (Yemen escluso) il sultanato dell’Oman è il più tranquillo tra i paesi della penisola arabica; il sultano Qabus è al potere dal 1970.

Yemen: il paese più povero della regione è in guerra dal settembre del 2014; si fronteggiano i ribelli conosciuti come Huthi (musulmani sciiti legati all’Iran) e una coalizione islamista guidata dall’Arabia Saudita.




Lettere dai lettori: cari missionari

Bombe italiane in Yemen

Riguardo agli ordigni prodotti in Sardegna, venduti all’Arabia Saudita e usati dalla coalizione a guida saudita per bombardare lo Yemen, il ministro Roberta Pinotti ha assicurato che l’Italia ha osservato scrupolosamente tutte le norme nazionali e internazionali in materia di produzione e vendita di armi. Io dico invece che la differenza tra un sistema democratico e una dittatura la fa anche la disponibilità ad ammettere i propri errori, la fa anche la voglia di chiedere scusa, la fa anche il desiderio di rimediare ai danni fatti, più o meno consapevolmente, più o meno legalmente.

Uberto Zumpanesi
31/12/2017

Gambo, Etiopia

Buongiorno, io e mio marito siamo appena tornati da un viaggio in Etiopia del Sud, dove abbiamo avuto l’opportunità di stare tre giorni alla missione di Lephis Forest, Ospedale di Gambo. È stata un’esperienza straordinaria, anche se non era la prima volta che visitavamo una missione africana. Vogliamo soprattutto ringraziare Abba Alvaro che, nonostante tutto il daffare che ha, ci ha dedicato il suo tempo prezioso per accompagnarci all’ospedale e alla fattoria. Anche i due volontari italiani presenti e l’infermiera Gabriella ci hanno fatto sentire a casa, ed è stato bello brindare all’anno nuovo alle 20,30 (prima che il generatore si spegnesse dato che il governo non è troppo attento ai bisogni della zona e la corrente è un optional). A breve invieremo una piccola offerta: ci sono tante spese, non guasterebbero dei pannelli solari e delle galline per la fattoria, utili per le uova che sono carissime e servono per nutrire i molti bambini del reparto di pediatria dell’ospedale! Ancora grazie e cari saluti.

Gianna Masoero  e Guido Porta
05/01/2018

Permacultura

Sono un vostro abbonato da anni e vi posso dire che la vostra rivista missionaria è una delle più interessanti che arrivano in casa. Ho letto sul numero di novembre l’articolo «Una prospettiva per guardare il futuro». Un articolo interessante i cui contenuti andrebbero giustamente diffusi in ogni comunità. Vorrei però fare un appunto, se mi permettete, non ho trovato nessun accenno alla nostra alimentazione (riduzione o eliminazione delle proteine animali) non solo per il nostro benessere ma per il benessere di tutti i fratelli del mondo e del pianeta Terra. Una proposta interessante nata negli anni Novanta è la campagna dei «Bilanci di Giustizia».

Il mio sogno da anni è che questi argomenti siano presi a cuore dalle nostre comunità cristiane e inseriti in un vero cammino di fede e di amore dei fratelli. Tanti saluti e buon lavoro.

Daniele Engaddi
10/01/2018

Abbiamo inoltrato l’email all’autrice dell’articolo che ha risposto subito.

Gentile Daniele,
in primis La ringraziamo per essere un fedele lettore e per aver mostrato interesse verso l’articolo incentrato sulla Permacultura. Proprio perché lo scritto, in particolare, verteva sulla progettazione, conservazione consapevole degli ecosistemi e su quelle tecniche agricole più rispettose degli equilibri degli habitat del pianeta, non abbiamo ritenuto opportuno aggiungere un argomento così vasto e complesso come quello dell’alimentazione.

Il rapporto tra tutela dell’ambiente e riduzione/eliminazione delle proteine animali è indubbio, ma questo sarebbe necessario approfondirlo in un altro articolo e uno solo non sarebbe nemmeno esaustivo. Ringraziandola ancora per la sua attenzione, porgiamo cordiali saluti.

Silvia C. Turrin
11/01/2018

Grazie

Caro padre,
non smetta di scrivere e punzecchiare le nostre anime! Io scrivessi come penso, sarei già radiato! Si vede che lei ha superiori più clementi. Tutta la vostra rivista è un dono per noi in questo tempo in cui «anche il profeta e il sacerdote si aggirano per il paese e non sanno che cosa fare».

Don Vincenzo F.
15/12/2017

A proposito di apparizioni e veggenti

Caro Direttore,
[…] nel numero di novembre 2017 avete ospitato la risposta di don Paolo Farinella ad una lettera pervenuta. Sono rimasto basito! È sicuramente degna di rispetto la posizione di don Paolo, ma che un sacerdote parli in questo modo delle apparizioni di Maria, beh, sinceramente fa male; credo che se il beato Giuseppe Allamano avesse visto questa «ospitata» non ne sarebbe rimasto affatto contento… […] Fa veramente male sentire parlare così da parte di sacerdoti delle apparizioni di Maria e mi ha fatto male vedere pubblicato sulla rivista questa posizione.

Benedetto N.
13/12/2017

Prima del sig. Benedetto anche un altro lettore aveva scritto sull’argomento, «sconsolato» dalla stessa risposta, chiedendomi di inviare a don Farinella la sua email (da non pubblicare) nella quale, a sostegno del suo pensiero, citava diversi passaggi dai Quaderni della mistica Maria Valtorta. Don Paolo ha risposto immediatamente con una email che ho inoltrato subito al lettore interessato.

Tenendo conto però dell’importanza dell’argomento, mi permetto di riportare qui la risposta di don Paolo, omettendo tutte le parti più personali. Le scritte tra parentesi quadre sono redazionali per rendere comprensibile il testo nei punti omessi o tagliati.

Ecco la risposta di Don Paolo Farinella.

[…] Rispondendo a una lettera di una lettrice [in MC 11/2017 p.6] scrivevo letteralmente: «Mi dispiace deluderla, io non mi occupo di apparizioni. […] Non capisco queste apparizioni di Madonne che dicono sempre la stessa cosa, ormai da secoli, solo per la soddisfazione di chi dice di avere avuto messaggi personali. Sto con la Chiesa che non mi obbliga a credere ad esse, nemmeno a quelle riconosciute come Fatima o Lourdes. Infatti un cattolico che affermasse: “Io non credo alle apparizioni della Madonna di Fatima o di Lourdes” non sarebbe meno cattolico di chi afferma di credervi». Questa è la posizione ufficiale e costante della Chiesa.

Lei [dissente dalla mia posizione e], per dare forza alla sua critica, cita un passo della Valtorta da «I Quaderni» del 1943, come se fosse «Parola di Dio».

Mi permetta di dirle sinceramente che mi cadono le braccia perché se siamo ancora alla Valtorta, significa che la Chiesa ha ancora un lungo cammino da fare sulla via della purificazione dall’idolatria. La Valtorta non dice nulla di diverso di tutte le altre pseudo e sedicenti apparizioni mariane, come fossero fotocopie e invano papa Francesco ripete, riguardo a Medjugorje, che «la Madonna non è una postina». Se siamo ancora a questo punto, è stato vano il concilio Vaticano II, a cui mi attengo scrupolosamente perché è il magistero più alto della Chiesa cattolica. I Padri conciliari hanno posto rimedio a una stortura teologica che poneva la Madonna al di sopra di Dio stesso anche pastoralmente (prima del concilio ogni domenica c’era una festa della Madonna, cui si sacrificava il senso dell’ottavo giorno in sé, memoriale della Pasqua, della morte e risurrezione del Signore). Il concilio ha posto Cristo al centro della vita, della spiritualità, della preghiera, della liturgia, della morale, e ha ricollocato Maria al suo posto, quello splendidamente descritto da Dante: «Vergine Madre, figlia del tuo Figlio», diversamente Maria non è la Madre di Gesù, ma un idolo separato perché più comodo da gestire, anche a livello sentimentale.

Quanto alla Valtorta […] sappia che, in questo modo, lei si pone fuori della Chiesa che ha condannato due volte quelle fantasiose e romanzate visioni definendole pericolose per la fede. Il 16 dicembre 1959, dall’allora Sant’Uffizio, i volumi usciti furono inseriti nell’«Indice dei libri proibiti» e il 6 gennaio 1960 «L’Osservatore Romano» li definì: «Una lunga prolissa vita romanzata di Gesù… Anzitutto il lettore viene colpito dalla lunghezza dei discorsi attribuiti a Gesù e alla Vergine SS.ma», e aggiunge che è tutto l’opposto dei Vangeli, dove regna la sobrietà.

Evidentemente la condanna ufficiale della Chiesa, quella cui la Madonna della Valtorta dice di ubbidire, ma alla quale la visionaria non ubbidì affatto, non bastò se il 31 gennaio 1985 il card. Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione della Fede (ex Sant’Offizio), dovette dare la stroncatura definitiva.

Dopo avere ripreso e confermata la condanna del 1959, concluse: «Avendo poi alcuni ritenuta lecita la stampa e la diffusione dell’Opera in oggetto (Il Poema dell’Uomo Dio, ndr) … non si ritiene opportuna la diffusione e raccomandazione di un’Opera la cui condanna non fu presa alla leggera ma dopo ponderate motivazioni al fine di neutralizzare i danni che tale pubblicazione può arrecare ai fedeli più sprovveduti (sottolineatura mia) … Joseph cardinale Ratzinger». La condanna si estende a tutti gli scritti della Valtorta. […]

Paolo Farinella
06/12/2017

A questo proposito, ricordo che quando iniziai a lavorare in questa rivista nei primi anni Ottanta, trovai in redazione un intero scaffale pieno di libroni di centinaia di pagine dai titoli come questi: «Lo Spirito Santo parla al cuore di…», «La Madonna ai suoi diletti figli», «Le rivelazioni di Gesù a…» e via dicendo. Ricordo di aver tirato fuori il Vangelo tascabile che portavo con me. La piccolezza di quel libricino – che pure aveva rivoluzionato il mondo – a confronto con quei volumoni era impressionante. Tenni il Vangelo. I libroni finirono nel container della carta per le missioni.

Da Roraima: fratel Carlo Zacquini

I mezzi di comunicazione mi permettono di mantenere con una certa regolarità contatti con molte persone. Mi considero molto fortunato di annoverare un numero piuttosto grande di veri amici che si interessano sovente della mia salute e delle mie attività, e in modo speciale poi degli Yanomami e dei popoli indigeni nel Brasile.

Mi sento un po’ incapace di alimentare – come sarebbe mio dovere – questa catena di persone che sempre si chiedono e mi chiedono se possono fare qualcosa per le finalità a cui mi dedico. Come è difficile poter rispondere con chiarezza; come è difficile fare chiarezza anche dentro di me su quel che sarebbe meglio fare!

Ho l’impressione che in questi ultimi tempi l’attività principale che svolgo stia prendendo una bella piega. In un modo o nell’altro, al momento siamo già in quattro persone fisse a lavorare al Centro di Documentazione Indigena (Cdi). Sembrano molte, ma … pur volendo dedicarci esclusivamente a questo lavoro, per ora siamo lontani dal riuscirci.

Certamente non è per mancanza di lavoro! Ultimamente abbiamo dovuto fare una pausa nelle attività più importanti, non perché stiamo prendendola alla leggera, ma, come sovente capita da queste parti, per le difficoltà e gli imprevisti che ci obbligano a ridurre la velocità dei nostri passi.

Abbiamo sempre più materiale importante che non ci sta nell’attuale edificio che ospita il Cdi. Ci è stato offerto altro materiale da varie parti per arricchire la nostra documentazione. Questo vuol dire che altre persone e enti hanno notato l’importanza del Cdi, e stanno dando credito alle nostre intenzioni e iniziative. Alcuni ci suggeriscono anche di guardare avanti con fiducia e ottimismo, includendo anche altre attività che per ora non sono previste. Io credo che dovremo andare avanti con prudenza, ma anche con fiducia nella Provvidenza. Essa ci farà vedere al tempo giusto come proseguire.

Certamente non sarà mai facile competere con gli avversari dei popoli indigeni; né possiamo illuderci di trasformare i popoli indigeni in società perfettamente adattate a resistere a tutti gli attacchi mossi contro di loro. Sta a noi tutti fare la nostra parte, e dare a loro i mezzi migliori per farsi le ossa!

La situazione attuale di invasione della Terra Indigena Yanomami da parte dei cercatori d’oro è veramente brutta. Si parla di varie migliaia di invasori che portano con sé violenza, droghe, corruzione di minorenni, contaminazione col mercurio, trasmissione di malattie veneree, impunità! Il villaggio degli indigeni isolati è accerchiato ormai da almeno tre gruppi di garimpeiros che hanno già sparato almeno a uno di essi.

Guardando un po’ oltre, è palese lo sfacelo della giustizia a tutti i livelli; e gli esempi più sconvolgenti vengono dalle più alte autorità del paese. Oltre 60mila morti violente in un anno; caos nei servizi pubblici (sanità, scuola, prigioni, …).

Nel nostro piccolo, nella discarica di immondizie della città di Boa Vista, a metà ottobre, sono stati trovati più di cento bambini che vi lavoravano, cibandosi anche di rifiuti.

Adesso la discarica è controllata. Ma durerà?

Con l’afflusso di decine di migliaia di venezuelani (si parla di settantamila, tra cui un buon numero di indigeni Warao e altri) che fuggono dalla violenza, dalla miseria e dalla fame vera e propria, si accentua la situazione di caos negli ospedali, negli ambulatori medici, nelle scuole, col contrabbando, nelle prigioni, …

Pare che anche la natura voglia collaborare al caos; recentemente ci sono già stati almeno 60 casi di bagnanti aggrediti da piranha nelle spiagge del rio Branco, a Boa Vista. Alcuni esperti hanno suggerito che la causa potrebbe essere l’inquinamento delle acque.

Guardandoci attorno si ha l’impressione che si voglia distruggere il pianeta per favorire una piccola minoranza.

Le statistiche dicono che gli otto «uomini» più ricchi del mondo sono padroni di ricchezze maggiori di quelle della metà degli uomini, e 800 milioni di esseri umani fanno la fame.

In Brasile si producono enormi quantità di cibo (granaglie, carne, caffè, frutta, vini) usando con abbondanza diserbanti tossici proibiti in Europa (Combate Racismo Ambiental, 28 nov. 2017). Buona parte di questi cibi va a finire sulle vostre tavole. Tempo fa, ho suggerito che si organizzasse un boicottaggio ai prodotti alimentari provenienti dal Brasile. Chi non lo ha fatto, probabilmente si è alimentato con pericolosi veleni.

Le mie e le nostre speranze sono rafforzate dalla vostra indefessa attività in favore dei popoli indigeni e di altri dimenticati dagli uomini. Con affetto e riconoscenza,

Fratel Carlo Zacquini
da Boa Vista, Roraima, Brasile, 07/12/2017

Le 99 pecore

Carissimo Direttore,
nel riprendere in mano il n.10 del mese di ottobre, ho letto la lettera di Andrea Sari e la sua risposta in un giorno non penso casuale (martedì 12 dicembre). Nel commentare le letture del giorno  (il Vangelo di Matteo 18,12-14 che ricorda il pastore che lascia le 99 pecore per cercare quella perduta), il nostro curato ci ha lasciato questo bel pensiero: «Il Signore non è che abbandona le 99 pecore per cercare quella perduta perché sa che il gregge non si allontanerà dal posto dove le ha lasciate. Le 99 sono consapevoli di essere al sicuro e non vanno in cerca di pericoli, mentre quella perduta non era cosciente dei pericoli che poteva incontrare abbandonando il gregge». Ecco, con questo spirito don Luciano ci ha invitati a «sentirci vicino il Signore» anche quando sembra che si allontani per ricercare la pecorella smarrita. Penso che senza tanti lunghi ragionamenti valga l’invito del nostro curato di «vivere con serenità il nostro rapporto con il Signore in ogni momento della giornata» anche quando il Signore si allontana.

Pino Candiani
parrocchia di Loreto,  Bergamo, 12/12/2017