Confine turco-bulgaro. Violenze e respingimenti

Un report denuncia le violenze sistematiche della polizia di frontiera contro i migranti sul confine bulgaro-turco.

«Hanno camminato per due giorni fino ad arrivare a Drachevo, nei pressi di Sredets (Bulgaria sud orientale a circa 40 km dal confine turco, nda). Poco più avanti […] hanno trovato una macchina della polizia di frontiera bulgara, e sono stati arrestati da due poliziotti in uniforme verde che gli hanno rubato i telefoni e li hanno portati alla centrale di polizia di Sredets.

Alla discesa dall’auto gli hanno tirato pugni in faccia, dopodiché sono stati fatti sdraiare pancia a terra e sono stati presi a calci per un’ora».

Il racconto si riferisce a un episodio avvenuto nel gennaio 2023, raccolto dalla voce di uno dei 24 siriani vittime della violenza e reso pubblico dagli attivisti del Collettivo rotte balcaniche alto vicentino nel report Torchlight. Gettare luce sulla violenta opacità del regime europeo dei confini.

Una volta terminato il pestaggio, prosegue il racconto, la border police ha requisito le scarpe ai migranti e li ha fatti entrare in una gabbia, la stessa ripresa in un video di Lighthouse Report datato 22 dicembre 2022.

«Alla richiesta di un po’ d’acqua da bere, la polizia ha risposto “Zitti! Oppure vi picchiamo!”. Sono stati lasciati dentro a questa gabbia, doloranti, senz’acqua, senza cibo. Ad un certo punto, passate cinque ore, la polizia è arrivata con un altro gruppo di 50 persone. Li ha caricati tutti e 75 su un camion militare per riportarli in Turchia. Prima di arrivare al confine hanno dovuto camminare due ore – ricordiamo che erano scalzi. Arrivati alla rete hanno trovato cinque soldati fermi ad aspettarli, i quali vestivano l’uniforme dell’esercito e i passamontagna neri.

I soldati hanno aperto un varco nella rete e hanno fatto passare le 75 persone una a una, picchiando senza pietà ognuna mentre varcava il confine. Quando sono passati tutti hanno sparato proiettili in aria per spaventarli».

 

Secondo i dati del ministero dell’Interno bulgaro, negli ultimi due anni si è registrato un aumento notevole degli attraversamenti illegali del confine Turchia-Bulgaria: 55mila persone nel 2021 sono diventate 168mila nel 2022 per aumentare ancora nel 2023: quasi 109mila «tentativi di attraversamento illegale fermati» dal 1 gennaio al 7 agosto, di cui 47mila nei soli mesi giugno e luglio.

«Tentativi di attraversamento illegale fermati», si traduce con «respingimenti» e, in particolare, respingimenti violenti, stando a quanto denunciato dal Collettivo rotte balcaniche e da diverse altre organizzazioni, tra cui la nota Human Right watch, e il Bulgarian Helsinki Committee.

La violenza della polizia di frontiera, dice il report, non è una violenza episodica, ma sistematica. Gli attivisti, che promettono la pubblicazione futura di altri rapporti e analisi, hanno infatti avuto modo di condurre ricerche e raccogliere testimonianze sul campo, in particolare tra le città di Harmanli e di Svilengrad, constatando la ripetitività dello schema di respingimento violento raccontato sopra.

Vale la pena scaricare e leggere il report per farsi un’idea più precisa di quello che avviene quotidianamente lungo uno dei confini della fortezza Europa: dopo un primo paragrafo che descrive il contesto bulgaro e un secondo che descrive uno dei centri di detenzione, gli altri due raccontano, anche tramite testimonianze di migranti, i respingimenti sui due confini che separano la Bulgaria dalla Turchia e dalla Serbia.

«Nonostante questo breve scritto si focalizzi sulla situazione bulgara – è scritto nell’introduzione del report -, ci preme sottolineare come le pratiche che qui osserviamo si iscrivano con coerenza e continuità nel disegno europeo “sulla migrazione e l’asilo”: il confine bulgaro-turco rappresenta in questo momento la porta terrestre d’Europa».

I diritti che l’Ue dovrebbe difendere e promuovere vengono violati scientemente e nel silenzio generale dei media. Per questo il Collettivo rotte balcaniche, oltre a «supportare attivamente le persone in transito», raccoglie testimonianze per produrre documentazione sulle violenze della polizia ai confini dell’Europa e per mobilitare la società civile.




Nigeria. Perseguitati, uccisi, ignorati


Da anni in Nigeria, soprattutto dove vige la Sharia, le milizie di Boko Haram, gli estremisti fulani e, sempre più, generici predoni, compiono violenze, stragi, rapimenti. Spesso contro le comunità cristiane. Centinaia di migliaia di sfollati interni vivono nella paura. Tutto nell’indifferenza della comunità internazionale.

Il gruppo di pastori fulani, popolazione nomade di fede islamica, è arrivato nella notte da diverse direzioni. È entrato nel campo per sfollati gestito da padre Remigius Ihyula nello Stato di Benue, nel centro nord della Nigeria, e ha sparato all’impazzata: 38 morti e 51 feriti. Tra loro diversi cristiani.

È successo lo scorso aprile, durante la Settimana santa: «Un sabato santo nero», afferma il religioso che dirige la sezione di Benue della Commissione per la giustizia, lo sviluppo e la pace (Jdpc), organizzazione cattolica nigeriana che cerca di rendere meno difficile la vita delle persone scacciate dalle loro terre.

Pochi giorni prima, la Domenica delle palme, era stata assalita la chiesa pentecostale di Akenawe, sempre nello Stato di Benue.

Gli assalitori, anche in questo caso si sospetta una banda di pastori fulani, avevano ucciso un uomo, ferito diverse persone e rapito il pastore della chiesa con alcuni fedeli.

Sono solo alcuni degli ultimi episodi di violenze e persecuzioni in Nigeria, uno dei paesi più pericolosi al mondo per i cristiani.

Children and friends gave Amina these colourful bracelets. “It cheers me up to wear them and look at them, they remind me of Nigeria when it was peaceful,” she confides. UNHCR / H. Caux / January 2014

Le cifre della persecuzione

Secondo uno studio del 2022 di Genocide watch, intitolato Nigeria is worst in the world for persecution of christians, tra gennaio 2021 e giugno 2022, in Nigeria oltre 7.600 cristiani sono stati uccisi e più di 5.200 sequestrati. Nel 2021 si sono registrati più di 400 attacchi a luoghi cristiani.

In base ai dati Onu, si stima che 36mila persone siano morte e due milioni sfollate a causa di due decenni di violenze da parte di Boko Haram.

Il Comitato internazionale della Croce Rossa ha riferito che la metà delle oltre 40mila persone scomparse in tutta l’Africa in questi anni, provengono dalla regione nord orientale della Nigeria, teatro di attacchi e rapimenti da parte di Boko Haram.

Se da una parte ci sono i terroristi di Boko Haram, jihadisti che nel 2015 hanno giurato fedeltà allo Stato islamico, dichiarando di fatto guerra a tutte le comunità cristiane, dall’altra i villaggi soffrono quotidianamente l’incursione dei pastori fulani, popolazione nomade appartenente alla comunità islamica. Alcuni fattori, tra i quali i cambiamenti climatici, hanno spinto questi allevatori a cercare nuovi terreni per i loro pascoli. Di fatto si impossessano, a mano armata e perpetrando ogni genere di violenza, dei terreni degli agricoltori appartenenti per lo più alla comunità cristiana. Omicidi, devastazioni, rapimenti di sacerdoti e cristiani, sono all’ordine del giorno nel paese affacciato sul Golfo di Guinea. Nonostante la gravità della situazione, però, le notizie riguardanti questi eventi faticano a trovare spazio nel circuito dell’informazione internazionale.

La Via Crucis delle donne

Ci sono storie di violenza contro i più indifesi, a partire dalle donne, che per la loro efferatezza sembrano inverosimili, ma che invece sono reali e lasciano ferite difficili da rimarginare.

Lo sanno bene al Trauma center della diocesi di Maiduguri, Stato di Borno, nato grazie al sostegno della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs).

«Arrivano qui dopo aver subito le violenze più terribili, dopo essere state anche torturate», dice padre Joseph Fidelis, responsabile del centro che offre cure e sostegno psicologico, e che vaglia, caso per caso, se sia necessario un supporto più specialistico, a livello psichiatrico e ospedaliero.

Quando hai visto qualcuno uccidere davanti a te un figlio, un fratello o un padre, quando sei stata violentata e torturata, quando hai vissuto in una gabbia come un animale per mesi, fai fatica anche a trovare le parole.

Per questo al Trauma center opera personale formato ai massimi livelli in grado non solo di accogliere le donne che hanno subito violenze, la maggior parte delle quali cristiane, ma anche di indicare un futuro di speranza.

This photo taken and handout on March 8, 2023 by The Vatican Media shows Pope Francis blessing Janada Marcus, a young Nigerian victim of Islamist group Boko Haram, during the weekly general audience on March 8, 2023 at St. Peter’s square in The Vatican. (Photo by Handout / VATICAN MEDIA / AFP)

Maria e Janada

Arrivano proprio dal Trauma Center di Maiduguri le storie di Maria e Janada, due giovani donne vittime di Boko Haram che, nel marzo scorso, sono state in Italia. Esse hanno incontrato papa Francesco per fare conoscere al mondo che cosa significhi essere cristiane oggi in Nigeria, quale scelta difficile sia resistere alle violenze per mantenere la propria fede in Cristo e non abbracciare, come i terroristi chiedono, quella islamica.

Le abbiamo incontrate a Roma, in occasione dell’8 marzo, la giornata internazionale della donna. Minute, con lo sguardo triste, una voce flebile che si sentiva a fatica. La testa bassa per il dolore e la paura delle violenze subite, e anche la vergogna.

Nei loro occhi abbiamo visto soprattutto le lacrime che, a distanza di mesi dalla loro liberazione, Maria e Janada non riescono ancora a trattenere.

Maria Joseph, 19 anni, e Janada Markus, 22, sono state vittime di Boko Haram, il gruppo jihadista che imperversa in Nigeria grazie anche alla sostanziale inerzia delle autorità locali.

Maria ha vissuto nel bosco con i terroristi per nove anni: «Avevo sette anni – ci ha raccontato -. Sono arrivati nel nostro villaggio in silenzio, senza sparare, e ci hanno catturati tutti. Io sono stata messa in una gabbia. Poi ci hanno insegnato a leggere il Corano». Le hanno dato un nome islamico e hanno anche provato a farla sposare con uno dei capi del gruppo terrorista, ma lei si è rifiutata. Dopo nove anni di prigionia, violenze e torture è riuscita a scappare.

Janada Markus aveva invece 17 anni quando è stata rapita da Boko Haram: era in ospedale, dove aveva appena subito un intervento. «Mi hanno portata via dall’ospedale che non mi ero neanche ripresa dall’anestesia. Mi sono risvegliata nelle loro mani». Dopo un po’ è riuscita a scappare, ma in seguito è stata di nuovo catturata. È scappata un’altra volta ed è stata ripresa.

Ci ha raccontato che il secondo rapimento l’ha subito mentre era nella sua fattoria con la famiglia: «All’improvviso siamo stati circondati dagli uomini di Boko Haram. Hanno puntato un machete contro mio padre e gli hanno detto che ci avrebbero rilasciati se lui avesse fatto sesso con me davanti a tutti. Lui si è rifiutato, e loro gli hanno tagliato la testa». La terza volta è accaduto a novembre del 2020, quando i miliziani di Boko Haram l’hanno rapita e torturata per sei giorni.

Campo UNHCR per sfollati interni. Maiduguri, Stato del Borno, Nigeria. novembre 2020

Segni di rinascita e speranza

Entrambe, Maria e Janada, ora sono accolte dal Trauma Center di padre Fidelis. «Quando sono arrivate non riuscivano neanche a parlare», racconta il sacerdote.

Ma anche lui, a volte, davanti alle storie che incontra, resta senza parole e si chiede: «Perché l’uomo è diventato un lupo, un animale? Questi terroristi fanno violenze in nome di una religione? Non è possibile: la religione ci aiuta ad avvicinarci a Dio, non a infliggere sofferenze. È il male, questo, non è Dio».

Il sacerdote nigeriano, che dopo avere studiato alla Pontificia Università Gregoriana a Roma, ha deciso di tornare nella sua terra proprio per aiutare i cristiani perseguitati, ammette: «La mia fede è stata provata. A volte mi chiedo dove sia Dio. In quei momenti, però, cerco di avere fiducia e gli chiedo aiuto. E Lui, nel silenzio e nella sofferenza, mi risponde attraverso le persone che cerchiamo di aiutare».

Le ragazze accolte del Trauma Center, infatti, tornano un po’ per volta, cura su cura, a riprendere in mano la loro vita.

Alcune vengono anche aiutate a trovare un lavoro: imparano a cucire, a cucinare, a realizzare cosmetici con prodotti locali.

«Piano piano i segni del trauma cominciavano a sparire – ci ha detto Maria -, e ho iniziato a relazionarmi con gli altri. Potevo parlare, e quello che i terroristi mi avevano inculcato nella testa ha cominciato a sparire».

Janada, invece, dopo aver lentamente superato il trauma, ha chiesto di andare a scuola: oggi studia al college e sogna di diventare un medico specializzato in medicina tropicale.

da un campo per sfollati nel nord est della nigeria. Novembre 2020

Rapimenti e indifferenza

In Occidente, il tema della persecuzione dei cristiani fatica a entrare nel dibattito generale, «come se la libertà religiosa fosse un diritto di serie B», argomenta Alessandro Monteduro, direttore di Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) Italia. In Nigeria ci sono violenze, ma anche frequenti sequestri di religiosi e cristiani che poi, in molti casi, finiscono in omicidi. Secondo i dati diffusi a fine marzo dalla Conferenza episcopale nigeriana, dal 2006 al 2023 nel paese sono stati rapiti 53 sacerdoti, dodici aggrediti e sedici uccisi: un totale di 81 sacerdoti in diciassette anni.

È il nord della Nigeria l’area dove i rapimenti sono legati alla presenza di varie formazioni terroristiche, a iniziare da Boko Haram. Da questo gruppo jihadista, a causa di diverse scissioni, ne sono nati altri, il più importante dei quali è l’Islamic state of west Africa province (Iswap).

Il fenomeno dei rapimenti, però, negli ultimi anni si è esteso a diverse altre zone della Nigeria, compreso il sud (a maggioranza cristiana, ndr).

In tutti i casi non è facile distinguere tra i sequestri compiuti dai terroristi e quelli compiuti da gruppi criminali che cercano solo un ritorno economico. Terroristi e banditi hanno modi simili di operare: assaltano villaggi saccheggiandoli alla ricerca di cibo e bestiame, e rapiscono le persone. L’unica differenza è che i banditi comuni non rivendicano le loro azioni su basi ideologiche.

Sta di fatto che la comunità cristiana, a partire dai sacerdoti, è la più bersagliata dai sequestri. «Ma su queste vicende impera il silenzio – osserva Monteduro -. Non sono considerate meritevoli di attenzione da parte della comunità internazionale e della maggior parte dei media occidentali. Ma soprattutto sono ignorate dalle autorità civili, politiche e militari della stessa Nigeria. A urlare il proprio dolore, a chiedere aiuto, è solo la Conferenza episcopale della nazione».

Che siano estremisti appartenenti all’etnia dei fulani, o terroristi aderenti a gruppi jihadisti come Boko Haram, oppure semplici gruppi criminali interessati al riscatto, importa poco. Ciò che importa, spiega Monteduro, è che «in Nigeria oggi è terribilmente pericoloso professare la propria fede. Importa la sostanziale incapacità e inadeguatezza delle autorità e istituzioni federali e locali. Importa l’altrettanto sostanziale disinteresse che registriamo in Europa.

Ora, poiché non possiamo e non dobbiamo considerarlo un fenomeno irreversibile, abbiamo il compito far sentire in Occidente, in quell’Europa dalle radici cristiane, la nostra indignazione. Certamente sarà un modo sincero per esprimere la nostra vicinanza alle vittime».

Burned villages and fields, from the UNHAS helicopter transporting humanitarian workers to the camps, from the UNHAS helicopter transporting humanitarian workers to the camps

Al top della classifica

Nel gennaio 2023 Porte aperte (un’organizzazione evangelica, www.porteaperteitalia.org ndr) ha pubblicato il suo ultimo dossier sulla libertà religiosa nel mondo. La Nigeria risulta al sesto posto nella classifica dei paesi che negano questo diritto umano fondamentale, soprattutto per i cristiani, dopo la Corea del Nord, la Somalia, lo Yemen, l’Eritrea e la Libia. «La Nigeria sale ancora nella classifica – si legge -, confermandosi la nazione dove si uccidono più cristiani al mondo: 5.014, mai così tanti».

Nonostante i cristiani siano quasi metà dei circa duecento milioni di abitanti del paese, ci sono zone, come ad esempio lo Stato di Kaduna nel Nord, dove è impossibile costruire nuove chiese o insegnare il catechismo.

«I cristiani vivono sotto schiavitù», dice l’arcivescovo di Kaduna, Matthew Manoso Ndagoso.

In alcuni stati a maggioranza musulmana vige la Sharia (la legge islamica), ed è sempre più difficile costruire chiese o altre strutture per i cristiani negli stati settentrionali di Kano, Sokoto, Katsina e Zamfara.

«Da oltre sessant’anni – aggiunge l’arcivescovo – non viene rilasciato ufficialmente nessun certificato alle comunità cristiane per costruire una chiesa. Solo nei primi anni Novanta, quando ci fu un governatore cattolico, venne rilasciato un singolo permesso.

In questa parte del nostro paese, nonostante le garanzie della Costituzione, i cristiani non sono liberi di praticare la loro fede. Perché se non posso costruire una chiesa, se non posso comprare un terreno, non potete dirmi che sono libero. Ai bambini cristiani non si può insegnare la loro religione. Nelle scuole non vengono assunti insegnanti cristiani, ma nelle stesse scuole il governo non solo permette l’insegnamento dell’islam, ma vengono anche utilizzati fondi pubblici per assumere insegnanti per insegnare la fede islamica. C’è una chiara discriminazione e persecuzione», conclude.

“Sono venuti a bussare molto forte alla nostra porta. Ero così spaventato che stavo tremando troppo per aprire la porta. Alcuni di loro sono entrati con la forza e hanno fatto irruzione in casa mentre gli altri hanno scavalcato la recinzione ed sono entrati. Hanno ucciso mio marito e tutti i miei figli tranne uno”.
Asma, 45 anni, trema ancora mentre ricorda quello che ha subito due anni fa. Dopo il brutale attacco, è fuggita dal suo villaggio nel nord-est della Nigeria ed è diventata una delle 1,7 milioni di persone sfollate all’interno del paese a causa della violenza. Classificata come molto vulnerabile, Asma riceve un sostegno finanziato dall’UE dall’NRC – Norwegian Refugee Council per aiutarla a sbarcare il lunario. © Unione europea 2018 (foto di Samuel Ochai)

Un grido inascoltato

A lanciare il proprio grido di aiuto è, ogni volta che si verifica un crimine contro la comunità cristiana, la Conferenza episcopale nigeriana.

Come il 5 giugno di un anno fa, quando un gruppo di uomini armati ha aperto il fuoco e lanciato ordigni contro i fedeli riuniti nella chiesa di San Francesco a Owo, nello stato di Ondo, mentre si celebrava la veglia di Pentecoste. Una cinquantina i morti, tra i quali diversi bambini.

Il presidente dei vescovi cattolici nigeriani, monsignor Lucius Ugorji, sottolineava dopo quell’attacco che «nessun luogo sembra essere al sicuro nel nostro paese, nemmeno entro i sacri recinti di una chiesa. Condanniamo con la massima fermezza lo spargimento di sangue innocente. I criminali responsabili di tale atto sacrilego e barbaro dimostrano la loro mancanza del senso del sacro e del timore di Dio».

«Il governo – ha aggiunto ancora – dovrebbe assumersi la sua responsabilità primaria di garantire la vita e la proprietà dei suoi cittadini. Il mondo ci sta guardando. Soprattutto, anche Dio ci guarda».

Papa Francesco, il giorno dopo, ha inviato un messaggio ai vescovi: «Prego per la conversione di coloro che sono accecati dall’odio e dalla violenza e perché possano scegliere la strada della pace e della giustizia».

Appelli che si ripetono ciclicamente dopo ogni massacro o rapimento. Ma restano di fatto inascoltati, non solo dalle autorità locali, ma anche dalla comunità internazionale.

Manuela Tulli*

 *Giornalista dell’Ansa, si occupa di Vaticano e informazione religiosa. Autrice, tra gli altri, di Eroi nella fede (Acs), sui cristiani in Egitto, e de Il grande tema del senso della vita (Shalom), per la collana dei Quaderni del Giubileo del Dicastero vaticano per l’Evangelizzazione.

Binta Ali is a beneficiary of emergency relief items to displaced families hosted at a camp in Borno State, in north-east Nigeria. © 2018 European Union (photo by Samuel Ochai)




Congo RD: Chi ha orecchie per intendere


Nel gennaio scorso il papa si è recato nel paese martoriato da una guerra lunga e dimenticata. Ha denunciato sfruttamento e indifferenza. Il racconto di un testimone.

Dal 31 gennaio al 3 febbraio il Papa è stato in Repubblica democratica del Congo (per poi andare in Sud Sudan dal 3 al 5 febbraio, ndr), una visita a lungo preparata e desiderata, segnata da momenti di grande partecipazione e altri più raccolti di ascolto. Un evento atteso dalle autorità locali che per l’occasione hanno «tirato a lucido» (si fa per dire) le strade della capitale Kinshasa. Notiamo però che ad andarsene non sono stati solo i rifiuti, ma anche i poveri che affollano quotidianamente le vie del centro: venditori ambulanti, bambini di strada, homeless. «Nelle zone centrali della città non si può più entrare – ci ha raccontato don Maurizio Canclini -, il centro è presidiato dalla Guardia repubblicana, agenti in borghese e polizia».

Dopo l’arrivo all’aeroporto internazionale N’djili di Kinshasa, il Papa ha dedicato il primo incontro alle autorità nel bellissimo Palais de Nation, un luogo immerso nel verde sulle sponde del fiume Congo, dove l’ansa del fiume dà allo spazio una geometria dolce, mentre le luci di Brazzaville, sulla sponda di fronte, lo rendono un piccolo paradiso.

Qui il Papa ha presentato il Congo «come un Paese che è quasi un continente nel grande continente africano. Sembra che la terra intera respiri. Ma se la geografia di questo polmone verde è tanto ricca e variegata, la storia non è stata altrettanto generosa: tormentata dalla guerra, la Repubblica democratica del Congo continua a patire entro i suoi confini conflitti e migrazioni forzate, e a soffrire terribili forme di sfruttamento, indegne dell’uomo e del creato. Questo Paese immenso e pieno di vita, questo diaframma d’Africa, colpito dalla violenza come da un pugno nello stomaco, sembra da tempo senza respiro». La platea piena di generali ed ex (forse) signori della guerra vestiti in abiti civili restava in silenzio.

In attesa di papa Francesco nello Stadio dei Martiri a Kinshasa. (Photo by Tiziana FABI / AFP)

Colonialismo economico

Il Papa ha poi ripreso, «è tragico che questi luoghi, e più in generale il continente africano, soffrano ancora varie forme di sfruttamento. Dopo quello politico, si è scatenato infatti un “colonialismo economico”, altrettanto schiavizzante. Così questo Paese, ampiamente depredato, non riesce a beneficiare a sufficienza delle sue immense risorse: si è giunti al paradosso che i frutti della sua terra lo rendono “straniero” ai suoi abitanti. Il veleno dell’avidità ha reso i suoi diamanti insanguinati. È un dramma davanti al quale il mondo economicamente più progredito chiude spesso gli occhi, le orecchie e la bocca […]. Si faccia largo una diplomazia dell’uomo per l’uomo, dei popoli per i popoli, dove al centro non vi siano il controllo delle aree e delle risorse, le mire di espansione e l’aumento dei profitti, ma le opportunità di crescita della gente […]. Non possiamo abituarci al sangue che in questo paese scorre ormai da decenni, mietendo milioni di morti all’insaputa di tanti».

Racconta un dottore nato nella regione dell’Ituri (Nord Est) che «qui le persone sono ammazzate come le bestie, in Congo non c’è più da sperare, i volti della gente sono spenti, atterriti, non c’è più la felicità tipica dei villaggi africani, l’entusiasmo per l’ospite, la gioia dell’altro. L’abitudine qui è vedere morti sparsi per le strade».

Messa all’aeroporto

Secondo giorno: messa all’aeroporto di Ndolo. Migliaia di giovani erano già sulla pista da giorni, ma la maggior parte delle persone si è messa in movimento di notte per essere sicurea di arrivare prima delle sei del mattino, dopodiché i cancelli sono stati chiusi. Quando il Papa è arrivato alle nove erano un milione e mezzo che attendevano sotto un sole splendente e caldissimo.

Anche per questa messa, in prima fila c’erano molte autorità e candidati alla presidenza della Repubblica che, al momento dello scambio della pace, hanno ritirato la mano.

La celebrazione è stata una sintesi tra una celebrazione eucaristica, un concerto e un momento di orgoglio nazionale. L’organizzazione ha retto e tutto si è svolto in modo ordinato. Il Papa ha commentato il Vangelo del Risorto ricordando che quelle tre parole, «pace a voi», per noi sono «una consegna, più che un saluto», e sottolineando che le sorgenti della pace, le «fonti per continuare ad alimentarla sono il perdono, la comunità e la missione».

Francesco ha concluso pronunciando alcune parole in lingala: moto azalí na matoi ma koyoka (chi ha orecchie per intendere) e la folla ha risposto ayoka (intenda).

Testimonianze dal Kivu

Nel pomeriggio del primo febbraio, alla nunziatura, il Papa ha ascoltato testimonianze dal Kivu (Nord Est del Paese), forse il momento più toccante della visita.

Una di esse era la sedicenne di Eringeti, nel territorio di Beni: «Sono un agricoltore. Mio fratello maggiore è stato ucciso in circostanze che ancora oggi non conosciamo. Mio padre è stato ucciso in mia presenza, da dove ero nascosto ho visto in che modo lo hanno fatto a pezzi e come hanno portato via mia madre. Siamo rimasti orfani, io e le mie due sorelline. Mamma non è più tornata e non sappiamo cosa ne abbiano fatto. Di notte non riesco a dormire».

La giovanissima Léonie Matumaini ha mostrato un coltello uguale a quello che ha ucciso tutti i membri della sua famiglia in sua presenza.

Kambale Kakombi Fiston, di soli 13 anni, ha raccontato di essere stato rapito per 9 mesi.

Poi è stata la volta di una diciassettenne della zona di Goma ridotta in condizioni di schiavitù sessuale da un comandante per 19 mesi, finché con un’amica è riuscita a scappare: «Ma a quel punto ho scoperto di essere incinta. Ho avuto due bambine gemelle, non conosceranno mai il loro padre». Poi ha proseguito dicendo che «le persone sono state sfollate più volte, i bambini sono rimasti senza genitori, sono sfruttati nelle miniere o negli eserciti ribelli».

Anche un’altra donna di Bukavu ha raccontato di essere «stata tenuta come schiava sessuale. Ci hanno fatto mangiare la pasta di mais e la carne degli uomini uccisi».

Da Bunia (Ituri) un testimone ha raccontato: «Sono sopravvissuto a un attacco al campo di sfollati di Bule, nel villaggio di Bahema Badjere, nel territorio di Djugu, nella provincia di Ituri. Questo campo è conosciuto come “Plaine Savo”. L’attacco è avvenuto la notte del primo febbraio 2022 da parte di un gruppo armato che ha ucciso 63 persone, tra cui 24 donne e 17 bambini. Viviamo in campi profughi senza speranza di tornare a casa».

Francesco, visibilmente commosso, ha detto: «Davanti alla violenza disumana che avete visto con i vostri occhi e provato sulla vostra pelle. Si resta scioccati e non ci sono parole, c’è solo da piangere, in silenzio. Il mio cuore è oggi nell’Est di questo immenso Paese».

In quella regione, ha proseguito il Papa, «si intrecciano dinamiche etniche, territoriali e di gruppo; conflitti che hanno a che fare con la proprietà terriera, con l’assenza o la debolezza delle istituzioni, odi in cui si infiltra la blasfemia della violenza in nome di un falso dio. Ma è, soprattutto, la guerra scatenata da un’insaziabile avidità di materie prime e di denaro, che alimenta un’economia armata, la quale esige instabilità e corruzione».

Il Papa ha poi ricordato l’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo, uccisi due anni fa nell’Est del paese: «Erano seminatori di speranza e il loro sacrificio non andrà perduto». Più che un secondo giorno di visita, un programma politico decennale.

Pope Francis (2nd R) blesses attendees as he meets with victims of the conflict in eastern Democratic Republic of Congo (DRC) at the Apostolic Nunciature in Kinshasa, DRC, on February 1, 2023. – Pope Francis arrived in the Democratic Republic of Congo on January 31, 2023, on the first leg of a six-day trip to Africa that will also include troubled South Sudan. (Photo by Tiziana FABI / AFP)

L’incontro con i giovani

Il terzo giorno, il Papa ha incontrato i giovani a cui ha ricordato l’esempio di Floribert Bwana Chui che, quando aveva «soli ventisei anni, venne ucciso a Goma per aver bloccato il passaggio di generi alimentari deteriorati che avrebbero danneggiato la salute della gente. Poteva lasciare andare, non lo avrebbero scoperto e ci avrebbe pure guadagnato».

In serata il Papa ha poi messo «le mani» nelle piaghe del Paese ascoltando le testimonianze di persone vulnerabili. Come i rappresentanti del gruppo Telema Ongenge: «Siamo portatori e portatrici di handicap. Molti di noi erano in ribellione aperta contro la società e pure contro Dio, soprattutto quando ci siamo resi conto che le nostre sofferenze potevano essere evitate, invece non hanno più rimedio e gridano nel deserto dell’impotenza e dell’indifferenza».

Anche Pierre Ngeleka Musangu, di 68 anni, ha raccontato che «da quando ne avevo quattro soffro di un handicap che poteva essere evitato. Per raddrizzare un piede storto dalla nascita, i miei genitori mi portarono all’ospedale di Luebo. Non c’erano medici così fui operato da un assistente, ma la situazione peggiorò perché l’intervento provocò un’infezione […] e ci fu anche la lesione di un nervo, che ha causato la deformazione di cui soffro ancora oggi. Nella mia vita ho incontrato decine di persone che soffrono, o addirittura sono morte, a causa di diagnosi sbagliate, oppure per l’assenza di medici, di medicine o di apparecchiature».

Tekadio Vangu Nolly, 40 anni, ha spiegato al Papa di aver contratto la lebbra quando aveva 21 anni: «iniziarono a venirmi delle macchie […] e mi sentivo sempre più debole, e per di più, poco a poco mi stavo anche trasformando in una persona che disturbava la tranquillità altrui. Piangevo e soffrivo, non solo nel corpo, ma soprattutto nel cuore […] la mia famiglia mi aveva ripudiato e, con la complicità di un guaritore, mi ero convinto di essere responsabile per quello che mi era capitato. Alcuni mi hanno accusato di essere uno stregone, ma come è possibile che uno stregone desideri il suo stesso male?».

Queste sono storie che, grazie a gruppi, associazioni, parrocchie, non sono finite nell’esclusione, perché vi sono anche «persone che non hanno girato la faccia dall’altra parte quando hanno attraversato la nostra strada».

Il Papa ha ripetuto: «Grazie per tutto quello che fate! In questo paese, dove c’è tanta violenza, che rimbomba come il tonfo fragoroso di un albero abbattuto, voi siete la foresta che cresce ogni giorno in silenzio e rende l’aria migliore, respirabile […]. Non mi avete fatto un elenco di problemi sociali, enumerato dati sulla povertà, ma mi avete fatto incontrare nomi e volti».

Poi, il Papa ha proseguito: «Mi sono chiesto: ma vale la pena impegnarsi di fronte a un oceano di bisogno in costante e drammatico aumento? Non è un darsi da fare vano, oltre che spesso sconfortante? Voi mi avete detto: ne vale la pena e c’è bisogno che soprattutto i giovani vedano questo. Volti che superano l’indifferenza guardando le persone negli occhi, mani che non imbracciano armi e non maneggiano soldi, ma si protendono verso chi sta a terra e lo rialzano alla sua dignità».

In tre giorni il Papa ha fatto il possibile. Purtroppo però le risorse e la classe dirigente continuano a essere una sfida per il Paese: nell’Assemblea nazionale (parlamento, ndr) sono presenti molti deputati condannati per corruzione e molti altri vengono da posizioni di comando in gruppi ribelli, gente in abiti civili, ma dalla mentalità incline all’uso della forza e della sopraffazione: «Schiacciare o comprare».

«A Kinshasa (e in Congo) la vita non è facile, ma – spiega il gesuita Olivier Mushamuka – abbiamo capito che se vogliamo fare una cosa la possiamo fare, siamo capaci». Alla fine, secondo alcuni commentatori, le parole del Papa «cadranno nel vuoto, i potenti sono impermeabili». Per altri «forse tra i grandi sarà così, ma per la gente il viaggio è stato importante e continuerà nel tempo a dare i suoi frutti».

Fabrizio Floris*

 *Laureato in economia, dottore di ricerca in sociologia, ha insegnato Antropologia economica presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Torino e Sociologia generale presso le Università di Milano e Betlemme. Tra le sue pubblicazioni: Periferie esistenziali. Da rispettare, superare, distruggere, Robin&Sons, 2018; Gino Filippini. Uomo per gli altri, Gabrielli, 2021 e Il traffico delle vite. La tratta, lo sfruttamento e le organizzazioni criminali, Franco Angeli, 2022.

 




Guatemala: Da vittime a protagoniste


Nel paese centroamericano la violenza contro le donne è normalità quotidiana. Ancora di più se indigene. Elena e Cristina, di origine maya ixil, hanno saputo trasformare la loro esperienza in un aiuto per altre vittime.

La cosa che colpisce di più quando si parla con Elena Guzaro è la dolcezza del suo sguardo, un misto di timidezza, fatica, ma anche determinazione. Di fianco a lei, Cristina Raymundo ha occhi vivaci e sinceri. Ti squadra in maniera diretta, senza abbassare la testa, visibilmente divertita.

Sono due modi diversi di osservare il mondo, ma entrambi rivelano la serenità e la consapevolezza di chi, non senza difficoltà, è riuscita a prendere in mano la propria vita e a decidere per se stessa. Sono gli sguardi di chi è stata capace di sottrarsi alle botte di un marito ubriaco, o di chi rifiuta di rimanere intrappolata in una relazione familiare di dipendenza economica o, ancora, di chi vuole studiare per migliorare le proprie opportunità future. Sono gli sguardi tipici di chi è riuscita ad affrancarsi dalla violenza di genere con il proprio corpo e le proprie parole. E dopo averlo fatto, è determinata ad aiutare altre donne a seguire i suoi passi.

Donne indigene portano croci con i nomi di vittime del conflitto armato guatemalteco durante una manifestazione per il 22° anniversario della pubblicazione (avvenuta nel 1999) del rapporto della «Commissione per la verità» (Città del Guatemala, 25 febbraio 2021). Foto Johan Ordonez – AFP.

Elena e Cristina

Elena Guzaro e Cristina Raymundo sono due donne indigene di origine maya ixil, vivono a Nebaj, a duemila metri d’altezza nella regione del Quiché, zona Nord Ovest del Guatemala. Sono ex vittime di violenza. Ex, perché oggi non lo sono più.  Nel presento sono, e lo saranno nel futuro, due defensoras dei diritti umani che, forti della loro esperienza dolorosa, aiutano le loro concittadine, così come le donne provenienti da tutta la regione maya ixil, a riconoscere la violenza e, in questo modo, a liberarsene.

Da anni, Elena e Cristina sono parte integrante dell’Associacion red de mujeres ixiles (Asoremi), un’organizzazione di donne che si batte proprio per richiedere giustizia in nome delle vittime di abusi fisici e sessuali, di discriminazione e di minacce psicologiche. Nel corso del tempo, la Defensoría de la mujer I’x (dove in lingua maya ixil «I’x» vuol dire «donna»), la sede di Asoremi, è diventata un punto di riferimento per bambine, giovani e donne di tutte le età che, in caso di violenza, preferiscono rivolgersi a loro invece di dirigersi da sole alla polizia, che in molti casi non prende in esame le loro denunce.

1960-1996: La guerra civile

Elena Guzaro è la presidentessa di Asoremi e sa bene cosa significa essere incastrata in un contesto di violenza. Lei stessa ha vissuto l’esperienza sulla sua pelle. È nata nel 1980, nel pieno del conflitto armato interno che ha causato oltre 200mila vittime e 45mila desaparecidos, tra il 1960 e il 1996, anno in cui sono stati firmati gli accordi di pace. La guerra civile, giocata nel contesto della Guerra fredda, ha visto contrapporsi l’esercito, sostenuto e armato dagli Stati Uniti, a una guerrilla partecipata da contadini, studenti, sindacalisti e alcune organizzazioni di sinistra, tra cui il Movimiento revolucionario 13 de noviembre.

Tra il 1981 e il 1983, il conflitto conobbe una svolta drammatica con una fase genocida, guidata dall’allora dittatore Efraín Ríos Montt, nei confronti della popolazione maya ixil. Il piano elaborato per lo sterminio del popolo indigeno portò all’esecuzione di migliaia di persone, tra adulti e minori. Oltre alle morti e alle sparizioni forzate, si aggiunge alle atrocità di quel periodo anche lo stupro, arma di guerra ripetutamente utilizzata nei confronti delle donne maya ixil.

A oggi, il genocidio è rimasto impunito, pur essendo evidenti le responsabilità dell’ex dittatore. Il report realizzato dalla «Commissione per il chiarimento storico», voluta dalle Nazioni Unite, ha infatti evidenziato che il 93% delle violenze avvenute durante l’intero conflitto armato è stato perpetrato dall’esercito.

Donne indigene in cammino. Foto Simona Carnino.

La violenza Inizia in famiglia

Allora Elena Guzaro era una bambina di pochi anni ed è riuscita a sopravvivere alla prima violenza della sua vita, a cui, nel tempo, se ne sono sommate altre. «Mio padre è morto nel 1982, durante la guerra, e fin da bambina ho dovuto lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero, nella zona della costa Sud – racconta Elena -. Ho avuto il mio primo figlio a 18 anni. Mio marito non mi aiutava, anzi, mi picchiava quando partecipavo alle attività di Asoremi, perché voleva che rimanessi a casa. Era violento, ma io pensavo che fosse normale perché anche mia madre mi diceva che se lui mi picchiava era per colpa mia, perché uscivo per andare a lavorare alla Red con le altre donne. Ora non sto più con lui. Ci siamo lasciati cinque anni fa, ma è stato difficile prendere questa decisione nonostante le botte, perché da quel momento lui ha smesso di sostenere economicamente la famiglia. Io ho sei figli ed è dura mantenerli da sola».

Un problema radicato

La violenza contro le donne in Guatemala, così come nel Nord dell’America Centrale, Messico e in numerosi paesi dell’America Latina, è un problema radicato.  Come in quasi tutto il mondo, la violenza si presenta sotto molteplici forme, a partire da quella fisica, sessuale, psicologica, economica, fino ad arrivare agli abusi dello stato, di cui, per esempio, è stata vittima Elena Guzaro quando, durante il conflitto armato, ha dovuto abbandonare la sua casa per sfuggire al genocidio perpetrato dall’esercito guatemalteco ai danni della sua comunità.

In America Latina è alta l’incidenza del femminicidio, che nel 2020 ha generato oltre 4mila vittime, uccise principalmente per mano di un familiare prossimo, in particolare del compagno o dell’ex.

Secondo gli ultimi dati disponibili dell’«Osservatorio sull’uguaglianza di genere» delle Nazioni Unite, con un tasso di 4,7 donne uccise su 100mila abitanti è l’Honduras ad aggiudicarsi il primato di paese più mortale per le donne, seguito da Repubblica Dominicana e da El Salvador.

In Guatemala, i femminicidi sono attualmente in rapida ascesa dopo una lieve riduzione nel 2020. Secondo il recente report sulla «Violenza omicida», prodotto dal «Gruppo di supporto mutuo» (Gam) del Guatemala, solamente nel mese di gennaio 2022 sono state uccise 52 donne, con una media di quasi due al giorno, a cui si aggiungono ulteriori cinque denunce quotidiane di scomparsa. Il tasso di impunità dei femminicidi sfiora il 98% secondo i dati della «Commissione internazionale contro l’impunità» (Cicig).

In America Latina persiste anche un’elevata violenza patrimoniale, che si verifica quando il padre di famiglia decide di abbandonare il nucleo familiare rifiutandosi di passare gli alimenti ai figli, forzando, di fatto, la donna a sobbarcarsi da sola i costi della famiglia, spesso molto numerosa. Questo tipo di violenza ha un impatto molto forte in particolare sulle donne che, soprattutto in America Centrale, vivono già in una condizione di povertà, a volte anche estrema.

Un evento organizzato dalla «Red» a Nebaj, comune del dipartimento del Quiché. Foto Simona Carnino.

Anche le bambine

Le donne indigene sono maggiormente esposte a discriminazione e violenza «intersezionale» (legata cioè non soltanto al genere, ma anche ad altri aspetti) su base etnica, economica e sociale. Questo significa che una donna maya ixil rischia di essere vittima di violenza non solo perché donna, ma anche per il fatto di appartenere a uno dei 22 popoli maya che, in Guatemala, sono spesso discriminati ed esclusi da investimenti statali in ambito educativo, sanitario ed economico.

Durante il lockdown del 2020, nell’area maya ixil è aumentata in maniera esponenziale la violenza fisica e sessuale ai danni anche di bambine e giovani donne che sono dovute rimanere a casa, costantemente a fianco del proprio aguzzino.

«Durante la pandemia abbiamo ricevuto molte segnalazioni di violenza – racconta Cristina Raymundo -. In quel periodo abbiamo provato a dare assistenza telefonica, ma il servizio non ha funzionato, perché le donne non potevano parlare apertamente di fronte ai loro mariti o alla famiglia violenta. In quel periodo è aumentata la violenza sessuale e il numero di incesti. Abbiamo aiutato alcune donne a scappare di casa, pagando loro un taxi, e le abbiamo ospitate presso la Defensoría, tanto che alcuni bambini sono nati lì. In quel periodo abbiamo provato a insegnare alle giovani madri a prendersi cura dei neonati e di loro stesse».

Una vista della chiesa e del centro di Nebaj, nel Quiché. Foto SImona Carnino.

La Rete delle donne

La Red de mujeres ixiles ha un unico e fondamentale obiettivo: lottare contro qualsiasi forma di violenza sulle donne, attraverso un sostegno concreto, che può essere l’assistenza psicologica, legale, educativa e anche un supporto economico.

La storia della Red, una rete che unisce circa 360 donne impegnate in nove associazioni di base nel comune di Nebaj (Quiché), è iniziata nel 1999 grazie a un capitale di microcredito erogato dal «Fondo di investimento sociale» dello stato guatemalteco, che ha permesso di finanziare le piccole attività economiche delle socie, come, ad esempio, sartorie, allevamenti di polli e coltivazioni della terra. Nel 2005, le nove associazioni hanno fondato ufficialmente la Red de mujeres ixiles.

Elena Guzaro ha iniziato la sua esperienza in una delle organizzazioni di base proprio nel 1999. «Avevo 19 anni. Volevo provare ad accedere al microcredito e imparare anche a leggere e scrivere. Ancora oggi organizziamo corsi di alfabetizzazione per dare alle donne la possibilità di studiare. Io avrei sempre voluto farlo, però da piccola ho dovuto lavorare, per cui ho iniziato tardi, ma ora ho il titolo di maestra. Lavorare alla Red è stato un modo per imparare da donne più grandi di me a riconoscere la violenza e, allo stesso tempo, le ho aiutate a superare gli abusi che vivevano nelle loro case, simili a quelli che subivo io».

Tutte le socie di Asoremi hanno vissuto qualche forma di violenza e in maggioranza vivono in condizione di povertà. Secondo gli ultimi dati della «Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi», il Guatemala si situa al quinto posto nell’area per disuguaglianza nella distribuzione del reddito, particolarmente evidente nei salari delle donne indigene che, lavorando spesso come tessitrici informali, guadagnano circa 50 dollari al mese a fronte di un salario minimo nazionale di 350 dollari mensili.

Panoramica su un barrio vulnerabile a Città del Guatemala, capitale del paese centroamericano. Foto Simona Carnino.

Persecuzioni e minacce

La volontà di aiutare le donne a diventare indipendenti mentalmente ed economicamente da partner violenti è alla base del lavoro della Red de mujeres ixiles. E proprio per questo, molte delle socie sono state vittime di persecuzioni e minacce da parte di uomini o, in alcuni casi, di persone anonime.

Nel 2018, una socia è stata uccisa mentre camminava per tornare a casa e molte compañeras della Red sono state derubate e attaccate verbalmente e fisicamente.

Ma le violenze e la paura non le annichilisce. Anzi, le donne della Red continuano a portare avanti il loro lavoro. Ogni anno danno assistenza psicologica e legale a circa 500 donne e promuovono pubblicamente, attraverso eventi pubblici e la radio, la necessità di ridurre la violenza sulle donne e le bambine per creare una società meno conflittuale e più giusta per tutti.

Un lavoro per il quale le socie di Asoremi hanno ottenuto molti riconoscimenti, tra cui il «Premio per i diritti umani» lanciato dall’associazione di Bolzano Operation Daywork Onlus (operationdaywork.org) che Elena e Cristina hanno ritirato durante un recente viaggio in Italia, nel marzo di quest’anno. Il legame di Asoremi con l’Italia è rafforzato anche dalla collaborazione con la Ong torinese Cisv
(cisvto.org), che dal 2009 affianca Asoremi nell’accompagnamento delle vittime di violenza e nella risoluzione dei conflitti nell’area maya ixil.

Curare le ferite

Nel libro Tus pasos y mis pasos, prodotto da Asoremi, le socie dicono di se stesse: «Abbiamo sperimentato violenza domestica, economica, fisica, politica (durante il conflitto armato interno), abusi psicologici e furti. La maggior parte di noi si è formata per poter gestire le proprie attività commerciali e i propri soldi […]. Abbiamo capito l’importanza di essere parte di un’organizzazione e di sanare le nostre ferite».

Le socie della Red de mujeres ixiles sono convinte che una donna sopravvissuta alla violenza possa guarire dal dolore e recuperarsi, se aiutata a farlo.

Cristina Raymundo si occupa proprio di «sanación», un percorso di risanamento delle ferite subite, e da anni aiuta le donne a riprendere in mano la propria vita, a riconoscere e, di conseguenza, evitare per quanto possibile la violenza di genere.

«Sono entrata nella Red nel 2013 e da allora ho sostenuto molte donne nel loro percorso di guarigione – spiega Cristina -. La prima cosa che faccio è ascoltarle, quando arrivano dopo essere state malmenate o abusate psicologicamente. Poi facciamo alcuni esercizi di respirazione e provo a spiegare loro che non devono sentirsi in colpa se si sentono senza forze o spaventate. È normale dopo una violenza. Spesso disegniamo per connetterci mentalmente con la persona che le ha danneggiate, nel tentativo di perdonarla e superare il dolore. Alla fine, le accompagno da altre donne della Red dove possono ascoltare storie simili ed essere ispirate a trovare soluzioni».

Donne indigene alla messa della Domenica delle Palme (10 aprile 2022) a San Pedro Sacatepequez, a 25 chilometri dalla capitale guatemalteca. Foto Johan Ordonez – AFP.

Il contesto familiare e sociale

Il processo di guarigione è un percorso collettivo di mutuo aiuto, che permette alle sopravvissute alla violenza di sentirsi accolte e capite, senza giudizi.

Molte donne, indipendentemente dal paese di provenienza, o dal ceto sociale e dal livello educativo, fanno fatica a riconoscere di essere state vittime di violenza. Di fatto, la continua colpevolizzazione che la società attuale fa della vittima alimenta quello storico cortocircuito che impedisce a molte donne, ancora oggi, di ammettere, e quindi di denunciare, gli abusi subiti in prima persona.

«Io arrivo da un contesto patriarcale, dove anche mia madre era vittima di violenza, ma non l’ha mai voluto accettare e riconoscere – continua Cristina -. Per cui ho iniziato io a educare le mie sorelle a essere libere, così come le donne della Red hanno fatto con me. Il supporto e la fiducia che trasmettiamo alle donne è ciò che le ispira a fare la stessa cosa con le altre. Quando una sopravvissuta alla violenza usa la propria esperienza per aiutare una sorella o un’amica a riconoscere e difendersi dalla violenza, smette di essere una vittima e diventa una defensora dei diritti umani, come tutte noi».

Simona Carnino

Il libro pubblicato nel 2022 su Don Piero Nota, sacerdote della diocesi di Torino, che ha dedicato la sua vita al Guatemala.




Haiti: Una vita in lockdown


Il paese dei Caraibi, nel Settecento la colonia più ricca al mondo, e seconda nazione indipendente delle Americhe, oggi vive una situazione di «stato fallito». Non è una questione di sfortuna. Le cause storiche e geopolitiche sono precise e definite.

È la notte tra il 6 e il 7 luglio 2021. Un commando di una trentina di uomini vestiti di nero si introduce nella residenza del presidente della Repubblica di Haiti, Jovenel Moise, senza sparare un colpo. Giunti in camera da letto, scaricano raffiche di mitragliatore sul presidente, poi infieriscono brutalmente sul suo cadavere. La moglie Martine resta ferita e, evacuata a Miami, si salverà. Le macabre immagini del corpo martoriato fanno il giro dei social, a bella mostra di quanto è successo.

Chi era Jovenel Moise

Moise era espressione della classe borghese del paese, in particolare dei neo arricchiti, non delle famiglie dell’oligarchia storica. Lui aveva fatto i soldi con l’agro business, l’export delle banane, e per questo era chiamato Nèg banann, in creolo, l’uomo delle banane. Era succeduto al presidente Michel Martelly (2011-2016), come suo candidato designato, del suo stesso partito, il Partito haitiano tèt kale (Phtk), di estrema destra, filo duvalierista. Aveva inizialmente perso le elezioni contestate (ottobre 2015) e, dopo un anno di transizione, con il presidente a interim Jocelerme Privert, era stato eletto nel novembre 2016 entrando in carica il 7 febbraio 2017 (cfr. MC aprile 2017).

Moise, in contrasto con la Costituzione, aveva poi evitato di organizzare le elezioni alle scadenze fissate, sia per gli eletti locali, che per il parlamento, il cui mandato si era concluso nel gennaio 2020.

Da allora legiferava per decreto, intervenendo anche su aspetti molto delicati delle istituzioni haitiane. Stava inoltre preparando una riforma costituzionale – percorrendo però una procedura  anticostituzionale – che avrebbe aumentato ulteriormente i poteri del presidente.

La popolazione lo aveva duramente contestato già nel 2018 e poi di nuovo, con manifestazioni che avevano bloccato il paese, dall’autunno 2019.

C’era pure una diatriba sulla scadenza del suo mandato, che sarebbe stata il 7 febbraio 2021, ma che lui aveva portato al 2022, giocando su un’ambiguità costituzionale (cfr. MC marzo 2021).

Photo by Ricardo ARDUENGO / AFP

Il dopo Moise

All’indomani dell’efferato assassinio, che sciocca il paese, si innesca una contesa a tre per la gestione della transizione. I protagonisti sono: Claude Joseph, primo ministro in carica, ma sfiduciato dallo stesso Moise che due giorni prima di essere ucciso aveva designato una nuova figura, il dottor Ariel Henry, a succedergli. Il secondo è Henry stesso, che rivendica la nomina. Infine il terzo è Joseph Lambert, presidente di un terzo del senato (composto da dieci senatori, un terzo del totale, non scaduti, perché la Costituzione ne prevede il rinnovo di un terzo ogni due anni), le uniche cariche elette rimaste nel paese.

La Costituzione del 1987, emendata, prevederebbe (art. 149) che, in caso di vacanza improvvisa del capo di stato, sia il presidente della Corte di Cassazione a prendere la guida del paese, ma il giudice René Sylvestre è morto un mese prima dell’omicidio, a causa delle complicanze del Covid-19.

Come spesso è accaduto nella storia di Haiti, è un intervento esterno che prevale su tutti. Il cosiddetto Core Group (coordinamento delle ambasciate di Germania, Francia, Stati Uniti, Canada, Spagna, Unione europea, e rappresentanti di Organizzazione degli stati americani, e Nazioni Unite), i paesi «amici» di Haiti, appoggia apertamente Ariel Henry, che diventa dunque premier de facto di un governo de facto. Esso infatti non potrà essere validato da un parlamento, che non esiste, e non potrà gestire il potere esecutivo insieme a un presidente della Repubblica che non c’è. Un «deserto istituzionale» senza precedenti.

Un popolo in ostaggio

La morte violenta del presidente fa precipitare la già precaria situazione di sicurezza del paese. Se le gang (bande armate di malviventi, in creolo) sono sempre esistite, e negli ultimi anni erano diventate più forti, adesso si dividono il controllo di gran parte del territorio, nella capitale come nelle principali vie di comunicazione.

La gang di Jimmy Chérisier, detto Barbecue, che si fa chiamare G9 an fanmi ak alye (Gruppo 9 in famiglia e alleati), nei mesi di ottobre e novembre 2021 arriva a impedire la fuoriuscita delle autobotti dal terminale petrolifero di Varreux (gli autisti sono uccisi o rapiti), bloccando di fatto il funzionamento del paese per mancanza di carburante. I prezzi dei trasporti e di tutti i generi alimentari, anche di base, si impennano e molti servizi, inclusi ospedali e banche, devono chiudere. Gran parte dell’energia elettrica ad Haiti è infatti prodotta da centrali termiche e da gruppi elettrogeni privati.

Barbecue, vicino al presidente assassinato Moise, chiede le dimissioni di Ariel Henry. Poi, quasi fosse il capo di stato, pubblica un video in cui dichiara una tregua di una settimana, in onore della battaglia di Vertières (18 novembre 1803: la vittoria dell’esercito «indigeno» contro l’armata napoleonica, porta all’indipendenza), lasciando uscire i camion dal deposito. Nello stesso video dice di essere a capo di un gruppo rivoluzionario, denuncia la fame del popolo e dunque chiama i suoi seguaci a prendere le armi perché «la rivoluzione sta per cominciare».

Nella festa di commemorazione della morte di Jean-Jaques Dessalines, padre della patria, il 17 ottobre, la stessa gang impedisce al primo ministro de facto, al capo della polizia Léon Charles (che si dimetterà a fine ottobre), e al loro seguito, di svolgere la cerimonia di suffragio. I suoi uomini attaccano la scorta che batte in ritirata, e in seguito Chérisier in persona, a volto scoperto e in giacca bianca, deposita una corona di fiori alla base della stele che ricorda l’assassinio di Dessaline a Pont Rouge (Port-au-Prince).

Photo by Richard PIERRIN / AFP

Rapimenti

Un’altra gang famosa, la 400 Mawozo, controlla l’uscita Nord della capitale e la strada principale verso la frontiera con la Repubblica Dominicana. È nota per alcuni rapimenti di massa. Il 16 ottobre compie un salto di qualità, sequestrando 17 stranieri (16 statunitensi e un canadese), missionari protestanti legati all’organizzazione Usa Christian aid ministries. Il rapimento di stranieri, che finora non è una pratica frequente, è la punta dell’iceberg di un fenomeno che si è esteso a tutti i livelli sociali. Chiunque può essere rapito, e i riscatti richiesti variano da decine di migliaia di dollari a milioni. Spesso, se il riscatto non è pagato, il malcapitato viene ucciso.

«I rapimenti sono una media di quattro, sei al giorno, mentre abbiamo contato una media di cinque omicidi al giorno nei primi sette mesi del 2021», ci dice Antonal Mortimé, segretario generale di Defenseur plus, associazione per la difesa dei diritti umani ad Haiti.

«La situazione è molto peggiorata dopo l’assassinio del presidente Moise, e la gente vive un clima di terrore quotidiano. Possiamo dire che il diritto alla vita è negato, in questo momento, nel paese».

Mortimé, contattato telefonicamente, ci descrive la mappa delle gang che controllano la capitale Port-au-Prince, a Nord, Nord-Est, Sud e al centro: «Siamo circondati, siamo presi in ostaggio in modo collettivo. Abbiamo paura di portare i bambini a scuola, di andare all’Università, o al lavoro. Poi ci sono tante micro gang, in guerra tra di loro».

E continua: «Ariel Henry non ha saputo ristabilire l’autorità dello stato, la sicurezza, la fiducia dei cittadini».

Un popolo sotto controllo

«Non è un fenomeno di oggi, i gruppi armati erano presenti già 30 anni fa», ci ripete una fonte autorevole haitiana, che chiede l’anonimato, perché «qui ti ammazzano per molto poco». «Le gang sono organizzazioni paramilitari, come erano i Macoute al tempo dei Duvalier, create per controllare la popolazione. Sono i grandi proprietari terrieri e i grandi padroni dell’import-export che, in accordo con il potere fascista (del partito Phtk, nda), hanno messo in piedi e controllano le gang. Fanno parte dell’azione repressiva del Phtk».

Alcuni osservatori sostengono che questi gruppi armati stiano andando fuori dal controllo di chi li ha creati e finanziati. Il nostro interlocutore non è d’accordo: «Le gang si scontrano con la polizia, ma questa è una contraddizione secondaria. Ci sono battaglie tra gang per il controllo del territorio, dei traffici di droga, ma anche questo è secondario rispetto alla repressione perpetrata ai danni della popolazione. Ci sono gang che tentano di diventare autonome, ma non ci riusciranno. L’imperialismo (intende il controllo esercitato da parte dei paesi vicini, gli Usa in primis, nda), che ha l’ultima parola, non lo permetterà, come è già successo tante volte in America Latina».

E continua spiegando l’approccio comunicativo delle gang: «A volte i loro leader dicono che lottano per la popolazione, come Chérisier, che va in video e accusa i borghesi, e dice di volere le dimissioni del primo ministro Ariel Henry. Ma è l’esatto contrario. Se davvero volessero, potrebbero andare a prenderlo quando vogliono, perché sono più forti della polizia».

In effetti le forze di sicurezza, sebbene siano state formate per decenni dalle Nazioni Unite (missione dei caschi blu Minustah dal 2004 al 2017, preceduta dalla Minuha 1993-96, e oggi sostituita dalla più leggera Binuh, Ufficio integrato delle Nazioni Unite ad Haiti), sono incapaci di opporsi alle bande, e spesso i poliziotti vengono ammazzati. Anche le neonate Forze armate d’Haiti, sciolte dal presidente Jean-Bertrand Aristide nel 1994, e ricostituite da Jovenel Moise nel 2017, non hanno mezzi né risorse.

La piramide del potere

«Ad Haiti – continua il nostro interlocutore – esiste una borghesia industriale, ma è dominata dalla borghesia del commercio (o dell’import-export) che è molto forte e blocca lo sviluppo industriale.

Questa classe dominante non ha però la forza di eliminare il sistema precapitalistico, ovvero quello dei latifondisti, in quanto ha bisogno di loro, sia per la produzione di alimenti da esportazione (caffè, zucchero, banane…) sia per reprimere le rivendicazioni popolari dei piccoli contadini.

D’altro lato l’influenza imperialista, soprattutto statunitense, ma anche canadese, francese, che si appoggia su questa classe dominante, ha dei chiari progetti per il paese».

Si riferisce a quattro settori strategici principali: le zone franche con le manifatture del tessile (aree industriali libere da tasse, delle quali abbiamo parlato in MC gen-feb 2014 e maggio 2016); l’agro industria; le ricchezze del sottosuolo e il turismo di alta gamma.

Manifattura tessile

Le zone franche del tessile fanno parte di una strategia delle multinazionali su Haiti da decenni. Sono state ulteriormente spinte dalla famiglia Clinton (Bill e Hillary) come strategia di ricostruzione dopo il terremoto del 2010. Nel giugno di quell’anno Bill Clinton divenne co-presidente, insieme al primo ministro Jean-Max Bellerive, della Commissione ad interim per la ricostruzione di Haiti. Ma di fatto comandava lui. La grande zona franca industriale di Caracol, nel Nord del paese, ad esempio, ha visto un grosso coinvolgimento di Hillary. Inaugurata nell’ottobre del 2012, è gestita da manager e capitali sudcoreani (per Clinton-Haiti si veda MC gen-feb 2014). Altre aree sono quella di Ouanaminthe (Codevi), al confine Nord con la Repubblica Dominicana, comoda per portare i manufatti direttamente oltre frontiera, e alcune più recenti a Santo (Croix-de-Bouquet, Nord della capitale), la Apaid & Baker Sa, e Carrefour (a Sud), la Palm Apparel, oltre a quella storica nei pressi dell’aeroporto di Port-au-Prince, la Sonapi. In tutte queste zone industriali, libere da tasse, vengono assemblati vestiti per i grandi brand statunitensi e non solo. Si tratta di un grande serbatoio di manodopera a bassissimo costo, a due passi dagli Stati Uniti.

Il punto cruciale, più in generale, sta nel costo del lavoro. Il salario minimo dignitoso è una lotta affrontata a più riprese dai sindacati haitiani, in particolare nel tessile, ma non solo.

Un sindacalista ci racconta: «Oggi il salario minimo è di 500 gourde al giorno, che al tasso di cambio attuale equivale a 5 dollari. Nel 2009 era di 70 gourde (1,75 dollari con il cambio dell’epoca), ma noi ne chiedevamo 250 (6,25 Usd). Uno studio di economisti haitiani e statunitensi indipendenti, aveva calcolato che per far vivere una famiglia di quattro persone, undici anni fa occorrevano 1.100 gourde al giorno (27,50 usd). Ce ne concessero 125 (poco più di 3). Oggi l’operaio del tessile salta sistematicamente il pranzo, bevendo un goccio di kléren (distillato grezzo di canna da zucchero, dal costo irrisorio, nda) per resistere al pomeriggio. Altrimenti non porterebbe a casa nulla. Inoltre, sono quasi tre anni che il salario minimo non è stato rivisto, mentre la svalutazione della moneta nazionale è stata elevata».

Agro industria

La borghesia agro industriale è un gruppo socioeconomico che sta emergendo. Ne era espressione lo stesso Jovenel Moise. Un caso esemplificativo è l’area di Savane Diane, dove l’imprenditore Clifford Apaid (di una delle famiglie più ricche di Haiti) sta impiantando la sua compagnia Stevia agro industries (Stevia Sa), per un investimento stimato di 250 milioni di dollari (1). Su circa 8mila ettari, a cavallo di tre dipartimenti, la cosiddetta Export processing zone, produrrà manioca, zucchero di canna, avocado e stevia. La stevia (s. rebaudiana) è un dolcificante ipocalorico naturale molto utilizzato nei paesi ricchi in sostituzione dello zucchero, ad esempio è usato dalla Coca-Cola per le bibite in versione light. L’area, chiamata «Zone franche agro industrielle d’exportation de Savane Diane», è stata creata grazie a un decreto presidenziale (di Moise) dell’8 febbraio 2021, che la definisce una «zona franca» ovvero «tax free zone», o zona senza tasse. Il decreto ha reso operativo un accordo firmato tra il Consiglio nazionale delle zone franche (Cnzf), rappresentante lo stato haitiano, e Nina Apaid, presidente della Stevia Sa, nell’ottobre 2019. L’operazione prevede l’esproprio di terre ai piccoli contadini e il loro impiego come braccianti (a salario minimo).

Nel decreto salta all’occhio la frase: «Considerando l’impegno delle autorità pubbliche di prendere tutte le misure necessarie per promuovere lo sviluppo socio economico del paese, in particolare attraverso la realizzazione di zone franche».

Il sottosuolo

Una risorsa non ancora sfruttata, ma presente nel paese, è quella mineraria. Secondo diverse prospezioni, fatte in Haiti e in Repubblica Dominicana (Rd), è presente una ricca vena che taglia l’isola di Hispaniola da Nord Ovest al centro, passando per Santiago (Rd). Sono stimate buone quantità di oro, argento e rame.

Alcune multinazionali che sfruttano già il sottosuolo in Rd, hanno fatto prospezioni ad Haiti, stanno firmando accordi di sfruttamento e stanno procedendo all’installazione di siti estrattivi (2). Naturalmente questo sta causando l’esproprio di terre ai piccoli contadini, i quali hanno dato vita al Komite jistis min (in creolo: Comitato giustizia miniere), per opporsi allo sfruttamento indiscriminato delle imprese minerarie internazionali. Attualmente si tratta di zone nel Nord Est del paese, come Grand Bois e Morne Bossa.

Photo by Richard PIERRIN / AFP

L’ultima frontiera

L’ultimo ambito dello sfruttamento del paese da parte di compagnie internazionali, in joint-venture con l’oligarchia locale, è quella del turismo di alta gamma. Ne avevamo parlato in MC (gen-feb 2014) quando ci eravamo chiesti perché parte dei soldi per la ricostruzione post terremoto 2010 erano stati impiegati per costruire grandi hotel di lusso. Oggi il processo continua: «Ci sono compagnie straniere in diverse zone di interesse turistico. Parlo delle isole Tortue (Nord), Gonave, e poi Mole St. Nicolas e di altre spiagge notevoli. Stanno facendo gli studi per impiantare dei resort. E per far questo manderanno via i contadini e assumeranno personale pagandolo con il salario minimo. Un’ulteriore proletarizzazione del produttore agricolo haitiano», rincara il nostro interlocutore.

«Il grosso problema in tutto questo, è che l’opposizione liberale, oltre ovviamente la destra al potere, non mettono in discussione questi mega progetti né il salario minimo». La mano d’opera a bassissimo costo, oltre che la svalutazione continua della moneta nazionale, è infatti il propulsore dello sfruttamento delle risorse naturali e umane di Haiti.

il primo ministro ad interim, Claude Joseph (a sinistra) si congratula con il primo ministro de facto, Ariel Henry (designato dal Core group), durante la commemorazione per il defunto presidente Jovenel Moise, al Pantheon di Port-au-Prince, il 20/07/21. (Photo by Valerie Baeriswyl / AFP)

Perché uccidere il presidente

Torniamo da dove siamo partiti. Perché il presidente Jovenel Moise è stato ucciso e perché con modalità tanto efferate?

Le analisi concordano su un regolamento di conti interno alla classe politica dominante, allo stesso partito Phtk di Michel Martelly e Jovenel Moise.

Un attivista haitiano nel settore dei diritti umani, da noi contattato, che ci ha chiesto pure lui l’anonimato, si esprime così: «Si tratta di un vasto complotto, ben pianificato, che vede coinvolta la mafia haitiana e quella internazionale, insieme a quella che chiamiamo borghesia conservatrice e classe politica tradizionale haitiana. Moise ha sfidato quelli che chiamiamo gli oligarchi, le grandi famiglie più ricche di Haiti, anche se per accedere al potere ha avuto il loro supporto. Ha tentato di sfidarli, riducendo il loro margine di manovra, togliendo certi privilegi, aumentando alcune imposte. Tutto ciò ha prodotto una reazione fino al complotto. Sono passati attraverso la stessa Guardia presidenziale, i cui membri sono stati pagati affinché consegnassero il presidente. Si tratta di un crimine internazionale, costato milioni di dollari, che ha mobilitato decine di persone e materiale militare sofisticato».

In effetti, pure il vilipendio del cadavere, e la sua esposizione sui social media, pare un messaggio chiaro, mandato a chi vuole fare politica ad Haiti: se ci sfidate, ecco cosa può succedervi.

Attualmente, l’inchiesta in corso è condotta dal giudice istrutture Garry Orélien, che ha sostituito ad agosto Mathieu Chanlatte, dimissionario. Una trentina di accusati sono agli arresti, tra i quali ex militari colombiani e tre haitiani-americani. Tra loro lo sconosciuto Christian Emmanuel Sanon, indicato come leader dell’attentato, colui che avrebbe voluto prendere il potere. Molto probabilmente l’uomo di paglia degli ideatori del complotto.

Avvisi a comparire davanti al giudice sono stati emanati ai miliardari uomini d’affari haitiani Réginald Boulos, Jean-Marie Vorbe e Dimitri Vorbe, e agli ex senatori Steven Benoit e Yuri Latortue, come riporta The Strategist, dell’Australian strategic policy institute, un think thank australiano di studi strategici(3).

L’arrestato più illustre è Samir Handal, fermato il 15 novembre scorso all’aeroporto di Istanbul.  Haitiano di origine palestinese (e residente a Miami), fermato grazie a un mandato d’arresto dell’Interpol, fa parte dell’oligarchia haitiana. Si stava recando in Giordania, provenendo da Miami. Dovrà essere estradato ad Haiti.

Il giudice Orélien ha ricevuto numerose intimidazioni: il suo ufficio è stato forzato da ladri nella notte tra il 27 e il 28 ottobre, la sua auto presa a fucilate lo stesso giorno, e uomini armati hanno cercato di fare irruzione, sempre nel suo studio, a inizio novembre.

Chi governa adesso?

Hillary Clinton (all’epoca segretario di stato Usa) inaugura il parco industriale Caracol, a Nord, il 22 ottobre 2012. Zona franca per la manifattura tessile, fortemente voluta da lei e dal marito, l’ex presidente Bill Clinton. (Photo by LARRY DOWNING / POOL / AFP)

Intanto la dinamica politica vede opporsi il governo de facto di Ariel Henry (che è stato ancora rimaneggiato il 24 novembre scorso, con il cambio di 8 ministri su 18) appoggiato da Core group e Binuh, e l’opposizione democratica, firmatari del cosiddetto accordo del 30 agosto, che chiede un processo di transizione differente. Si cerca una «riconciliazione nazionale» sul piano politico.

Gli obiettivi del nuovo governo de facto, dice Henry il 25 novembre, sono ristabilire la sicurezza, la riforma costituzionale e portare il paese alle elezioni a tutti i livelli. Il problema immediato è un deficit di bilancio statale. Un budget di circa 254 miliardi di gourde (2,5 miliardi di dollari), ma le casse dello stato ne avrebbero solo 96, di cui 30 già impegnati per sovvenzionare il carburante.

Come se non bastasse, un forte terremoto ha colpito il Sud Ovest del paese il 14 agosto, causando 2.246 morti e 329 dispersi e perdite economiche stimate di 1,6 miliardi di dollari. I bisogni recensiti per la ricostruzione sono di 1,97 miliardi.

Ma occorre ricordare che, dalle casse dello stato, mancano circa 3 miliardi di dollari, «evaporati» con lo scandalo PetroCaribe.

Marco Bello
(fine prima puntata/ continua)


Note
1 • Haiti-agriculture: new agro-industrial export free zone, Haiti Libre, 12/02/2021.
2 • Ruée vers l’or en Haiti, Enquet’action, 10/06/2020.
3 • Who benefits from insecurity in Haiti?, The Strategist, 14/07/2021.




L’universo umano della comuna 13

testo di Diego Battistessa  |


«Comuna 13» è una città nella città, dove sono passati milizie urbane, Pablo Escobar, gruppi guerriglieri, paramilitari, forze dell’ordine. Un campo di battaglia e violenza, ma oggi anche di riscatto.

A Medellín, la seconda città più grande della Colombia, dopo la capitale Bogotá, la violenza generalizzata è stata di casa per molto tempo. Un luogo mondialmente famoso, purtroppo, più per essere stato la città natale e la casa di Pablo Escobar Gaviria (ucciso nel 1993) che per le sue tante meraviglie. A Medellín, esiste uno dei sistemi integrati di trasporto pubblico più moderni della regione, è una città circondata da una natura traboccante e che vanta incredibili esempi di rivalsa sociale e riqualificazione urbana. È la patria, inoltre, di un altro Escobar: Andrés, il caballero del fútbol («il cavaliere del calcio»).

Medellín, insomma, è un crogiolo di contraddizioni, di universi che convivono, spesso senza toccarsi.

I 140mila della «Comuna 13»

Uno degli spazi più emblematici della capitale del dipartimento di Antioquia è senz’altro la Comuna 13, una delle 16 comunas (divisioni territoriali amministrative) che compongono la città.

Verso Nord e più a occidente del Barrio Laureles – dove sorge lo stadio di calcio Atanasio Girardot che tante volte ha visto le prodezze dell’Atletico Nacional de Medellín e dell’Independiente de Medellín –, si trova la fermata della metro San Javier da dove si accede (oggi comodamente) alla porta d’ingresso della Comuna 13. Qui vivono più di 140mila persone, distribuite in diciannove quartieri che coprono una superficie di 74,2 chilometri quadrati.

Questo conglomerato urbano nacque dalle invasioni prodotte alla fine degli anni Settanta da chi viveva nelle periferie della città (come il Basurero Moravia) e cercava un luogo dove costruire una casa e un futuro. Gli ultimi, i dimenticati, gli emarginati, cominciarono ad occupare appezzamenti di terra appartenuti in passato a grossi latifondisti caduti in disgrazia e che non potevano più pagare le tasse sulle loro proprietà.

Così, prima che il municipio di Medellín potesse disporre di quelle terre, il popolo le reclamò con un atto di giustizia sociale. A questi primi coloni si aggiunsero ben presto intere famiglie sfollate dalla violenza dei conflitti armati che colpiva sia il dipartimento di Antioquia che il dipartimento del Chocó.

Come spiega Ricardo Aricapa, in un magistrale resoconto degli anni più duri della Comuna 13 e della guerra urbana che la caratterizzò (Comuna 13. Cronica de una guerra urbana: de Orión a la Escombrera, 2015), gli inizi non furono per niente facili: mancava acqua, corrente elettrica, latrine, polizia. Vigeva la legge del più forte, del più scaltro, del più crudele: omicidi, stupri, furti, risse e ogni tipo di lite e discussione. A poco a poco i servizi migliorarono, perché il municipio capì che non poteva più sgombrare centinaia di famiglie (anche perché non avrebbe saputo dove ricollocarle) e così l’insediamento divenne permanente.

Il primo murale che accoglie i visitatori alla Comuna 13 di Medellín: poche parole che manifestano lo spirito di una comunità umana riunita dalla memoria e dalla voglia di rivalsa. Foto Diego Battistessa.

Le milizie urbane e pablo

Fu così come un nuovo organo pulsante delle città prese vita, un laboratorio umano dove ben presto si insediò il primo grande esperimento di milizie urbane in Colombia. All’inizio questi gruppi nascevano spontaneamente ed erano formati in gran parte da giovani: lo scopo era quello di controllare e garantire la sicurezza di poche strade, quelle dove abitavano o dove vivevano i loro amici e parenti. In quegli anni gli abusi e i soprusi tra gli stessi vicini dei quartieri che conformavano la Comuna 13 (quartieri che crescevano costantemente), erano molti, troppi. In poco tempo, però, la dinamica della violenza di quel periodo (annoverato tra i più cruenti in Colombia) obbligò queste «autodifese comunitarie» (chiamate anche Mp, Milicias populares) a estendere il loro raggio d’azione a interi quartieri e, alle volte, a spingersi anche fuori dalla Comuna 13.

Un fenomeno che attirò l’attenzione dell’Eln (Esercito di liberazione nazionale) che pensò di poter controllare questi gruppi estendendo e rafforzando la sua presenza a Medellín, punto strategico nella Valle di Aburrà e di tutto il dipartimento di Antioquia. All’Eln seguirono le Farc (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia) che videro la possibilità di reclutare i membri delle milizie urbane per sviluppare una strategia di penetrazione politica e militare a livello urbano. Per le due storiche guerriglie colombiane non fu però facile sovrapporsi e sostituire le bande esistenti che, tra il 1980 e il 1990, facevano capo, in molti casi, al cartello della droga di Medellín. Il conflitto fu cruento. Basti ricordare che all’epoca Pablo Escobar stava portando avanti una vera e propria guerra contro lo stato a colpi di mitragliatrice e dinamite e i suoi alleati si trovavano proprio nelle periferie della città (cfr. Aricapa 2015).

Una vista panoramica di Medellin. Foto Andres Fernandez-Pixabay.

I gruppi armati

I vicoli della Comuna 13, testimoni di un passato oscuro e pericoloso, oggi si colorano per trasmettere una rinascita simbolica fatta di creatività, esuberanza e street art. Foto Diego Battistessa.

Come detto, il primo gruppo armato a entrare nella Comuna 13 fu l’Eln che però non rimase molto e si ritirò volontariamente. L’esperimento portato avanti da «los elenos» (così gli abitanti della Comuna 13 si riferivano ai membri dell’Eln) fu interrotto perché ritenuto troppo caro (non avevano fondi sufficienti), ma soprattutto infruttuoso: il comportamento delle reclute nella periferia urbana dava peggiori risultati in termini di condotta (i giovani erano meno disciplinati e molto propensi all’abuso di alcool e droghe) rispetto a quelli reclutati nella zona rurale. Dal 1990, anno di formazione delle prime Mp, la Comuna 13 assistette all’ingresso di una molteplicità di attori che lottavano per il territorio, oltre che per il cuore e la mente dei suoi abitanti.

Il libro del poliziotto comunitario Yoni Alejandro Rondón Rondón (Comuna 13, 2017) ci spiega che nella zona operavano le strutture urbane dell’Eln, con il fronte Carlos Alirio Buitrago (si facevano chiamare Los regionales), il fronte Luis Fernando Giraldo Builes, e le piccole fazioni di María Cano, Héroes de Anorí e Bernardo López Arroyave.

Erano presenti anche le milizie urbane delle Farc, rappresentate dalla colonna mobile Teófilo Forero e dalla rete urbana Jacobo Arenas.

Inoltre, il 25 febbraio 1996 venne fondato il gruppo di milizie indipendenti autonominato «Commando armato del popolo» (Cap), sostenuto dalle milizie dell’Eln. Questi ultimi, prima di adottare la denominazione finale, si facevano chiamare Cab (Commando armato del barrio) e operavano nei quartieri Juan XXIII-La Quiebra, Blanquizal, El Salado per poi estendersi ad altre zone della Comuna 13.

La guerra di Uribe

Il «regno» di questi gruppi armati terminò alla fine del 2002 con la prima grande guerra urbana promossa da Alvaro Uribe, ma solo per lasciare il posto al terrore portato dal paramilitarismo.

Oltre all’operazione Orione (16-20 ottobre 2002), altre cinque operazioni militari furono lanciate per recuperare il territorio gestito dai gruppi guerriglieri e dal Cap: operazione Primavera (1-3 febbraio 2001), operazione Autunno (ultima settimana del febbraio 2001), operazione Mariscal (il 21 maggio 2002, una delle più cruente con un bilancio «ufficiale» di vittime superiore a Orione e che si fermò solo perché gli abitanti occuparono le strade sventolando panni bianchi chiedendo pace), operazione Potestà (15 giugno 2002) e operazione Torcia (15 agosto 2002).

Nell’ottobre 2002, però, l’intervento dell’autorità pubblica fu mastodontico: 3mila uomini – tra esercito, polizia e paramilitari – guidati dal comandante della Polizia metropolitana di Medellín, il colonnello Leonardo Gallego, e dal generale della quarta brigada dell’esercito, Mario Montoya, entrarono nella Comuna 13. Per due giorni e tre notti caddero bombe, fischiarono pallottole e due elicotteri Black Hawk sorvolarono le case fatte di lamiere e argilla crivellando con armi di grosso calibro le postazioni delle Farc, nel cuore del barrio.

Le raccomandazioni al «Todopoderoso»

Chi poté si nascose, chi non poté fuggì, tutti raccomandarono l’anima al Todopoderoso (titolo usato per riferirsi all’Onnipotente).

Chiunque venisse sospettato di essere connivente con le bande armate della Comuna 13, venne catturato e, se fortunato, portato a Ballavista (il carcere di massima sicurezza di Medellín), altrimenti a La Escombrera.

Un numero imprecisato di persone finì nelle liste (tanto comuni nella regione) dei desaparecidos, altre centinaia scontarono ingiuste carcerazioni prima di essere assolte e rimandate a casa con le scuse dello stato e con la promessa di un’indennizzazione che, nella maggior parte dei casi, non è mai arrivata.

Un tratto della metro della città colombiana. Foto Andres Fernandez-Pixabay.

I «falsi positivi» e quella fossa comune

Solo nel 2015, tredici anni dopo la drammatica operación Orión, si cominciò a scavare in quel macabro luogo di 15 ettari che prende il nome di Escombrera: situato tra El Salado e San Cristobal, zona Nord-Ovest della città. Una discarica di rifiuti edilizi che, per anni, aveva accolto gli scarti dell’espansione immobiliare di Medellín e che divenne la tomba delle persone assassinate nell’ottobre 2002 e nella successiva «pulizia sociale» eseguita dai paramilitari.

La contabilità ufficiale dell’operazione militare voluta dall’allora neopresidente Alvaro Uribe Vélez (in carica da solo due mesi) parlava di 14 morti. Oggi sappiamo che sono molti di più (si parla di almeno 300) grazie alle denunce di Ong nazionali e internazionali e alle dichiarazioni rilasciate nei processi per i «falsi positivi».

Nel gergo militare colombiano, poi reso popolare dai media, un «positivo» rappresenta l’uccisione di un nemico dello stato, di solito un guerrigliero delle Farc. Un «falso positivo» è, quindi, una simulazione che vuole far passare l’uccisione di un cittadino comune per l’uccisione di un militante della guerriglia al fine di poter riscuotere la taglia (tanto più alta quanto più alto il grado del guerrigliero). La Giurisdizione speciale per la pace (Jep, nella sua sigla in spagnolo) ha reso noto, in un report del marzo 2021, che nei primi anni della presidenza Uribe i falsi positivi contabilizzati furono 6.402. Altri dati però segnalano numeri ben più alti.

La Escombrera è oggi memoria storica della città e della Colombia intera. Gli abitanti della Comuna 13 la segnalano ai turisti durante il «Graffiti tour», sottolineando che vanta insieme al deserto di Atacama in Cile un tragico primato: è probabilmente una delle più immense fosse comuni della regione.

Gli anni della trasformazione

È in questo contesto che sono nati dei «meravigliosi fiori» di speranza, di insorgenza e di opposizione a quello che sembrava un destino ineluttabile. In questo scenario molte persone, soprattutto donne, si sono caricate il peso del presente e del futuro sulle loro spalle affrontando e combattendo l’ingiustizia sociale.

La Comuna 13 ha subito una trasformazione negli ultimi dieci anni, con un lavoro di riqualificazione promosso dal municipio di Medellín attraverso l’Impresa di sviluppo urbano (Edu, nella sua sigla in spagnolo).

Uno dei grandi problemi del settore risiedeva nella pericolosità dei camminamenti e nella mancanza di scale per superare le ripide salite che caratterizzano il contesto di un abitato cresciuto sui fianchi delle montagne. Strade pietrose, ponti fatti di assi di legno, un pericolo sempre dietro l’angolo che faceva vivere gli abitanti della Comuna 13 in costante preoccupazione soprattutto per i bambini e gli anziani. Lasciare ogni giorno la propria casa per andare a lavorare o raggiungere la città era una vera e propria impresa.

Nel 2010 ci fu una prima esplorazione architettonica e sociale da parte dell’amministrazione della città, per capire quale tipo di intervento di riqualificazione urbana poteva migliorare la vita degli abitanti di questa zona della città: in quell’occasione proprio delle leader comunitarie negoziarono con la municipalità importanti interventi.

Si decise di dare colore e vita alle strade, utilizzando la street art per raccontare in modo visivo la genesi e la vivenza di quei luoghi e inoltre venne proposta l’installazione di scale mobili per facilitare la mobilità comunitaria e stimolare il commercio locale. L’opera architettonica, di carattere pubblico e gratuito, fu inaugurata il 25 di dicembre del 2011 e da quel momento ha cambiato radicalmente la vita della Comuna 13, soprattutto quella del quartiere la Independencia, dove è situata, beneficiando direttamente più di 12 mila persone. Questo cambio non fu solo pratico, ma anche di percezione della Comuna 13 da parte della popolazione delle altre zone di Medellín.

Gli abitanti hanno potuto toccare con mano un miglioramento sociale ed economico importante dovuto anche al fatto che il luogo si è trasformato in una meta turistica della città. Visitatori da tutto il mondo giungono (oggi frenati in parte dalla pandemia) in quello che fu teatro della più cruenta guerra urbana della Colombia, per fotografare i numerosi graffiti che popolano le pareti delle case e che custodiscono la memoria della comunità.

La Comuna 13 oggi e il Graffiti tour

È così che oggi, nel luogo che forse più di altri è viva testimonianza di tutti i mali di questo paese controverso e affascinante, dipinto magistralmente da Gabo (Gabriel García Márquez), si può realizzare il Graffiti tour: un’esperienza unica, intensa, profonda, vissuta passo dopo passo per le strade dove si respira lotta, riscatto sociale e tanta voglia di futuro.

Decine di guide locali (gli stessi membri della Comuna 13 sopravvissuti alla violenza) aspettano i turisti nazionali e internazionali all’inizio del percorso delle scale mobili, per guidare i visitanti in un viaggio nel tempo e nello spazio, visivo, musicale e gustativo: che termina proprio di fronte al ristorante delle Berracas della 13, un collettivo di donne simbolo della rinascita del quartiere.

«Una comunità in resistenza, che conosce la sua storia e non vuole ripeterla», canta il collettivo di rapper di strada Venezmusic, integrato in buona parte da venezuelani migranti che oggi sono un ulteriore elemento di eterogeneità e diversità in questo incredibile universo umano che è la Comuna 13.

Diego Battistessa


Martiri della Chiesa cattolica

Morire per un ideale di comunità

Era il settembre 2002 quando fu assassinato padre José Luis Arroyave Restrepo, un sacerdote che amava e viveva per la Comuna 13.

Una rara immagine di padre José Luis Arroyave Restrepo, assassinato nel settembre del 2002.

Nella Comuna 13 la violenza non risparmiò neanche gli uomini di Dio e, sia prima che durante lo scontro finale tra lo stato e i gruppi armati che avevano il controllo su quel territorio, il tributo di sangue pagato dalla Chiesa cattolica fu enorme. Dei veri e propri martiri che pagarono il lavoro di trincea portato avanti con coraggio e abnegazione. Nel settembre 2002, un mese prima dell’inizio della famigerata «Operazione Orione», venne ucciso il sacerdote di 48 anni José Luis Arroyave Restrepo. Una morte che sconvolse la comunità e la città intera per l’impegno che il padre aveva profuso per portare un vento di giustizia e riconciliazione nella Comuna 13. Due sicari incappucciati, in quella giornata di fine settembre, lo aspettarono fuori dalla chiesa nel quartiere San Juan XXIII e, quando il sacerdote stava per salire sulla sua auto, lo freddarono con due colpi a bruciapelo. José Luis era un visionario, un uomo di Dio che interpretava la sua missione apostolica fuori dalle mura della chiesa. Si era dato il compito di creare un ponte di pace tra le milizie e i paramilitari. Per questo si era anche fatto preparare una giacca personalizzata con scritto «Io amo e vivo per la Comuna 13»: una giacca che non potè mai indossare. Quel crimine creò un dolore profondo in tutti gli abitanti della Comuna 13, che ripetevano a gran voce che era stata spenta una delle più brillanti luci di speranza e pace in quella parte marginale di Medellín. Un luogo così violento, ingiusto e pieno di disperazione da far dire a chi ci viveva, che anche il Diavolo stesso si raccoglieva in preghiera chiedendo la fine di quell’orrore. L’Arcidiocesi di Medellín con il decreto 55 del 2002 scomunicò gli autori del crimine, ma i lutti non si sarebbero fermati lì.

Un altro tributo di sangue fu pagato dalla Chiesa cattolica colombiana proprio durante i giorni dell’operazione poliziesca-militare ordinata dal presidente Álvaro Uribe Vélez nel succesivo mese di ottobre. Infatti, uno dei civili morti – colpito dal fuoco «amico» dell’esercito – fu il seminarista dell’ordine dei Frati cappuccini, Elkin Ramírez, di soli 22 anni. L’inizio dell’Operazione Orione lo sorprese lontano da casa, dove viveva con sua madre e suo fratello. La donna non si era mai abituata al rumore dei continui scontri armati nel quartiere e soffriva di crisi di panico ogni volta che le pallottole iniziavano a fischiare. Cosciente di tutto ciò, Elkin cominciò a correre per raggiungere casa sua e accompagnare sua madre in quelle che si preannunciavano come lunghe ore di scontri e tensioni. Il giovane corse a perdifiato, ma non riuscì ad evitare un colpo, sparato forse da un cecchino, che lo trafisse a 10 metri dalla porta di casa sua. Il fratello lo vide cadere esanime, cercò di uscire per dargli aiuto ma venne respinto da un muro di proiettili. Dopo padre Arroyave, venne così spenta un’altra vita che aveva scelto di servire la comunità attraverso la parola di Dio. Si dice spesso che siano i migliori a lasciarci. Davvero, in quei mesi di fine 2002, il martirio dei giusti sembrava non avere fine.

Di.Ba.

La facciata della cattedrale dell’Immacolata Concezione, a Medellín. Foto USA-Reiseblogger-Pixabay.




Uomini e terra sotto attacco


Prima criminalizzati, poi assassinati. I difensori dei territori sono nel mirino di chi, dallo sfruttamento indiscriminato dell’ambiente, trae le sue ricchezze. Da Nord a Sud, da Est a Ovest. Dovunque nel mondo, ambiente e uomini sono in pericolo.

Paulina Gómez Palacio Escudero si definiva amica del popolo indigeno Wixárika e guardiana del territorio sacro di
Wirikuta, nello stato centro orientale di San Luis de Potosí in
Messico. Agricoltrice di 50 anni, aveva una relazione sacra con quel territorio dove, secondo la cosmogonia wixárika, «nasce il sole e si trova l’essenza della vita».

Amare quella terra l’aveva portata a difenderla da chi voleva squarciarla con bulldozer e contaminarne le acque per estrarre metalli e arricchire le tasche degli investitori delle compagnie minerarie.

Nel marzo 2020, fu dichiarata desaparecida e poi ritrovata sin vida (senza vita) dopo qualche giorno a Zacatecas.

Sin vida

Il mese successivo fu ritrovato sin vida nello stato di Oaxaca, nel Messico Sudoccidentale, anche il giovane studente di biologia e attivista per la biodiversità Eugui Roy Martínez Pérez, che aveva deciso di passare la quarantena sanitaria in un centro di ricerca rurale, classificando piccoli animali e preparando una pubblicazione sul suo ritrovamento di specie credute estinte.

Quello stesso territorio oaxaqueño è tornato a essere protagonista della cronaca lo scorso gennaio, quando si è registrato il primo assassinio del 2021 di un attivista ambientale in Messico.

Fidel Heras, agricoltore di mais e membro del Consejo de pueblos unidos por la defensa del Río Verde (Copudever), si era opposto al progetto di costruzione della centrale idroelettrica Paso de la Reina e al prelevamento di sabbia e ghiaia da costruzione dal letto del Río Verde. Era l’unico che aveva deciso di restare. Tutti i suoi fratelli avevano dovuto varcare la frontiera al Nord per trovare lavoro negli Usa.

iNov. 26, 2020) — Pictured from the International Space Station, the Aswan Dam in Egypt separates Lake Nasser from the Nile River. https://www.flickr.com/photos/nasa2explore/50675039058/ Cinquanta anni dopo il corso del fiume Nilo è stato deviato per la costruzione della diga di Assuan, la gente di Nuba nel sud dell’Egitto sono ancora chiedono il diritto al ritorno e il reinsediamento sulle rive del lago Nasser (https://ejatlas.org/conflict/aswan-high-dam-egypt?translate=it).

Crimini dalla Cambogia all’Honduras

Il Messico è tra i paesi nei quali si è registrato negli ultimi anni il maggior numero di attacchi e assassinii di attivisti e attiviste per cause ambientali in un clima di criminalizzazione.

In Colombia, Brasile, Filippine, Honduras, Repubblica democratica del Congo, la situazione non è migliore.

Nel 2012, l’assassinio dell’attivista cambogiano Chut Wutty aveva spinto l’organizzazione Global witness a documentare in maniera sistematica questo tipo di crimini legati allo sfruttamento sociale e ambientale.

Pochi anni dopo, il volto di Berta Caceres e la sua storia di resistenza a progetti di miniere e dighe idroelettriche nel territorio del popolo Lenka, in Honduras, sarebbe diventato un emblema degli effetti dell’avanzare dell’industria estrattiva, e dell’impunità che la caratterizza (cfr. Daniela Del Bene, Berta si è moltiplicata, MC aprile 2016).

Ma poche purtroppo sono le storie e i volti che riescono a ottenere attenzione dai media nazionali, e ancor meno internazionali.

In cerca di giustizia

Di fronte all’evidente crescita di omicidi e attacchi nei confronti degli attivisti ambientali, oggi diverse organizzazioni e gruppi di studio documentano i crimini e contribuiscono alla loro denuncia e alla ricerca di giustizia.

Global witness, Front line defenders, Amnesty international, sono le più conosciute. Le loro unità di ricerca raccolgono denunce e messaggi d’allerta provenienti dai territori invasi dall’industria estrattiva, lanciati da comitati, organizzazioni comunitarie e reti di supporto.

Anche in seno alle Nazioni Unite l’attenzione è cresciuta. Il Consiglio per i diritti umani (Ohchr, nella sua sigla in inglese) ha formalmente riconosciuto il concetto di «difensori dei diritti umani e dell’ambiente», e ha raccomandato una particolare collaborazione tra l’Alto commissariato per i Diritti umani e i Rapporteur speciali dell’Onu per raccogliere dati e seguire la situazione paese per paese.

Abandoned mill and uranium tailings at Taboshar, Tajikistan. Copyright: IAEA Imagebank Photo Credit: Peter Waggit/IAEA
https://www.flickr.com/photos/iaea_imagebank/4770413243/in/photostream/ – Milioni di tonnellate di rifiuti radioattivi provenienti Sovietica volte, Istiklol (Tabošar), Tagikistan – https://ejatlas.org/conflict/300m-radioactive-waste-from-soviet-times-in-taboshar-tajikistan?translate=it

Il lavoro dell’EJAtlas

In articoli anteriori in questa rivista (cfr. MC 2016 e 2017), abbiamo presentato il lavoro svolto presso l’Atlante globale di giustizia ambientale – Ejatlas, un archivio mondiale di storie di conflitti ambientali e degli attori coinvolti, dalle imprese ai movimenti per la giustizia sociale e ambientale. Attualmente l’Ejatlas conta più di tremila schede, molte delle quali aggiornate da attivisti e attiviste locali. Di esse, più di 400 documentano casi di conflitti che hanno registrato uno o più omicidi intenzionali di attivisti (si veda il planisfero qui a sinistra).

A fine 2019, il nostro gruppo di ricerca ha intrapreso un’analisi delle caratteristiche dei conflitti e dei processi di resistenza a partire dai dati disponibili fino ad allora (un totale di 2.743 conflitti), allo scopo di ottenere utili elementi di riflessione e azione.

La ricerca è stata pubblicata nel luglio del 2020 su Global environmental change, rivista scientifica specializzata in studi sui cambiamenti ambientali. Titolata Environmental conflicts and defenders: a global overview, è accessibile gratuitamente dal sito https://www.sciencedirect.com. Tutti gli autori e le autrici hanno attivamente contribuito a creare la base di dati e a mantenere contatti con organizzazioni e movimenti sociali di base.

La pubblicazione è stata elaborata nell’ambito di EnvJustice, un progetto di ricerca finanziato dal Consiglio europeo della ricerca (Erc), agenzia dell’Unione europea dedicata al supporto della ricerca scientifica di frontiera incentrata sul ruolo del ricercatore.

 

Ambientalismo dei poveri

Innanzitutto, è necessario definire gli attivisti ambientali, per capire meglio chi sono.

Secondo la definizione elaborata dalle Nazioni Unite, difensore dei diritti umani e dell’ambiente è chiunque ne difenda i diritti, tra cui quello costituzionale (cioé riconosciuto da stati sovrani) a vivere in un ambiente sano e pulito.

L’azione di difesa può essere dovuta al fatto che questo diritto venga negato e messo in pericolo da parti terze. Si può trattare di membri di comunità indigene, piccoli produttori e produttrici agricoli, pescatori e pescatrici, membri di organizzazioni ambientaliste o movimenti sociali, o ancora giornalisti, ricercatori, studenti e studentesse, etc.

Molti difensori agiscono sulla base di una necessità urgente, quando viene loro negato, ad esempio, l’accesso al fiume o al bosco dal quale dipende la loro quotidiana sopravvivenza.

L’ecologia politica ha proposto il concetto di «ambientalismo dei poveri», per indicare questo tipo di azioni contro la degradazione dell’ambiente.

Piuttosto di «poveri», però, potremmo dire «impoveriti» da secoli di attività estrattive, mega infrastrutture e contaminazione massiva per estrarre ed esportare minerali, derrate agricole, legnami, ecc.

I difensori sono spesso membri di gruppi vulnerabili che soffrono le conseguenze del modello depredatore, e a volte sono vittime di discriminazione intersettoriale nella quale s’intersecano più fattori di esclusione e dunque di disuguaglianza (per esempio il fatto di essere donna e far parte allo stesso tempo di una comunità indigena).

Mesa de entendimiento: HidroSogamoso Claudia Patricia Ortiz, dirigente del Movimiento Social por la defensa del Río Sogamoso. Proceso de diálogo que busca solucionar los conflictos sociales, laborales y ambientales alrededor del proyecto HidroSogamoso. Vereda La Putana, Santader. Colombia 2011 – Artículo: Desarrollo de la noticia . Fotografía: Véala
Creative Commons Atribución-No Comercial – No Derivs – www.prensarural.org

Proteggere comunità e terre

Le personalità scomode che osano alzare la voce, proteggere la propria comunità e le proprie terre, diventare portavoce di un popolo indignato, sono le vittime designate della violenza che può culminare nella loro eliminazione.

Secondo i dati analizzati nella ricerca citata sopra, almeno il 13% dei casi di conflitto presentano una o più vittime di assassinii legati alle proteste.

I settori economici che riportano maggiori casi di omicidi sono quello minerario, l’agrobusiness connesso alla deforestazione, e le infrastrutture idriche, principalmente dighe idroelettriche.

Troviamo però altissimi numeri anche in relazione alla creazione e gestione di zone cosiddette «protette», come parchi nazionali o riserve (si veda il dossier sui parchi in India di Eleonora Fanari, La vita non vale un parco, MC maggio 2019). Queste aree sono infatti spesso abitate da popolazioni indigene o da altre comunità tradizionali, a volte nomadi o seminomadi. Alla designazione di un territorio come «zona protetta», i governi e le autorità del parco spesso costringono le popolazioni autoctone ad allontanarsi o proibiscono loro l’ingresso nel territorio, senza offrire alternative.

Il conflitto, in questi casi, sorge dal fatto che le comunità perdono la loro fonte di vita, oltre al territorio che costituisce la loro identità e con il quale hanno convissuto per generazioni.

La marginalizzazione che normalmente soffrono tiene lontani dai riflettori della stampa e dagli interessi politici i crimini perpetrati nei loro confronti.

Área Natural Protegida de Wirikuta

Omicidi, ma non solo

Capita che i crimini più violenti attraggano l’attenzione mediatica o catalizzino l’indignazione della comunità internazionale. Normalmente succede in modo temporaneo. Tuttavia, questi crimini sono solo la punta dell’iceberg di una realtà complessa.

Spesso gli assassinii sono preceduti da giorni, mesi o anni di minacce e intimidazioni di diversa natura, e da criminalizzazione della protesta con accuse infondate per screditare la credibilità e l’onore delle persone colpite.

Se sommiamo ai casi di omicidi, quelli di violenza fisica, la percentuale sale al 18%. Se aggiungiamo anche le varie forme di criminalizzazione, al 20%.

Se però guardiamo ai dati in forma disaggregata, e mettiamo a confronto quelli che si riferiscono a territori abitati da popolazioni indigene con gli altri territori, notiamo che i primi soffrono tassi di violenza più alti fino al doppio. Questo è ulteriore indicatore di una discriminazione storica e della mancanza di strutture di tutela e di sistemi di giustizia adeguati, di trasparenza e d’informazione. È probabilmente indicatore anche del fatto che i popoli indigeni oggi abitano le zone del pianeta con più risorse naturali e più biodiversità, perché hanno saputo tutelarle e farle rigenerare.

Resistenza nonviolenta

I dati mostrano anche un’altra cosa importante: i processi di resistenza possono avere successo, fermare le attività distruttive e arrivare ad avere giustizia.

È da notare che, con pochissime eccezioni, la totalità delle azioni concordate e pianificate da collettivi e movimenti sociali sono di natura nonviolenta: petizioni formali, campagne di sensibilizzazione pubblica, creazione di reti di supporto a livello locale, ma anche regionale o internazionale, azioni sul piano legale e, non meno importante, un lavoro di raccolta di saperi locali e di dati di prima mano da parte delle comunità direttamente interessate. Quest’ultimo si dimostra un fattore chiave nel momento in cui si fa necessario contrastare le informazioni impacchettate e imbellettate delle imprese o dei governi che negano spesso i potenziali impatti, o lodano progetti anteriori come portatori di prosperità e lavoro. Chi meglio degli abitanti stessi della zona può togliere il velo della menzogna e dell’impunità?

https://www.flickr.com/photos/curacumba/25213769047/ – Three Gorges Dam, China – https://ejatlas.org/conflict/three-gorges-dam-on-the-yangtze-river-in-hubei-china?translate=it

Le tecniche più efficaci

L’analisi ci ha anche dato importanti elementi di riflessione in merito agli strumenti di opposizione usati per le azioni di resistenza più efficaci.

Notiamo in particolare tre strumenti principali: un’opera di informazione preventiva; l’adozione di una combinazione di strategie diverse di opposizione; le azioni legali.

Le mobilitazioni che cominciano in forma preventiva (cioè prima che il progetto venga messo in atto) hanno il doppio di probabilità di successo di fermare l’attività rispetto a quelle nelle quali la protesta si consolida solo una volta che l’attività è già avviata.

Può risultare piuttosto intuitivo, ma questo dato indica quanto sia importante il lavoro d’informazione e di presa di coscienza a livello comunitario, la discussione di alternative e la possibilità di accesso a un’informazione precisa sui progetti.

Spesso, infatti, una confusa e incompleta visione del progetto da osteggiare inibisce l’organizzazione di base, crea false speranze e smarrimento, e scoraggia il dibattito a livello locale.

Rendere opache le informazioni sui progetti è una delle strategie preferite dagli sponsor, dai magnati dell’agrobusiness, dai grandi costruttori d’infrastrutture e dalle grandi imprese minerarie.

Il secondo strumento, che porta a una probabilità più alta di fermare attività distruttive, è la combinazione di diverse strategie di opposizione. Laddove la protesta adotta una pluralità di tattiche, la frequenza di cancellazione dei progetti raggiunge il 16%, mentre dove si è limitata ad alcune, raggiunge solo il 7% (le percentuali si riferiscono a parametri corrispondenti a «maggiore di 10 tattiche» o «minore di 5 tattiche»; ovviamente sono parametri analitici che hanno il solo scopo di orientare la lettura dei dati e non sono da prendere in modo letterale).

Il terzo strumento sono le azioni legali, come ad esempio denunce per l’applicazione incompleta di direttive ambientali, o per la mancata restituzione di terre, per la mancata corresponsione dell’indennizzo promesso, per il mancato riconoscimento di diritti consuetudinari o per irregolarità nelle valutazioni d’impatto ambientale.

Nei casi in cui tali azioni legali sono state intraprese, il giudizio della corte ha avallato i progetti nel 18% dei casi, mentre si è dichiarato favorevole alle istanze di giustizia ambientale in ben il 34% (il restante indica casi non ancora conclusi, non classificabili, o dati non disponibili).

Ciò comprova il fatto che la gran parte dei progetti contestati non rispetta le normative in vigore e gli standard sociali e ambientali, nazionali o internazionali.

I dati ci mostrano un ulteriore elemento interessante. Quando questi tre strumenti, la mobilitazione preventiva, la diversità di tattiche e le azioni legali, vengono adottate congiuntamente, la probabilità di fermare l’attività aumenta notevolmente.

Il consenso previo

Queste considerazioni ci hanno portano a formulare nello studio Environmental conflicts and defenders delle raccomandazioni importanti. Innanzitutto, quella riguardante l’informazione previa sul progetto, che deve essere fornita in modo chiaro e trasparente per permettere alle comunità di organizzarsi, dibattere ed esprimere il proprio parere. Questo parere poi non può limitarsi a una mera consultazione (come normalmente previsto in troppe legislazioni nazionali) ma deve diventare la base sulla quale la comunità possa concedere il proprio consenso su un determinato progetto, o porre un veto.

Il principio del «Consenso previo, libero e informato» stabilito per convenzione nel diritto internazionale raccomanda proprio che tale consenso, o dissenso, sia vincolante e che sia richiesto per avviare qualsiasi progetto in particolar modo in territori indigeni e comunità tradizionali.

La Convenzione 169 dell’Organizzazione mondiale del lavoro (un’agenzia delle Nazioni Unite), adottata nel 1989, raccoglie tale raccomandazione in relazione a decisioni che riguardano territori abitati da popoli indigeni e tribali. Essa riconosce ai popoli indigeni un insieme di diritti fondamentali, tra cui quelli sulle terre ancestrali e di decidere autonomamente del proprio futuro.

Attualmente, la Convenzione costituisce uno dei pochi, se non l’unico, strumento legislativo internazionale di protezione dei diritti dei popoli indigeni.

Al 2021, solo 23 paesi al mondo l’hanno ratificata. Di europei se ne contano pochi, tra cui Spagna, Paesi Bassi e Danimarca. Anche se in Europa sono pochi i popoli originari (i Sami di Svezia e Finlandia), i governi nazionali, compreso quello italiano, possono avere un ruolo importante in materia. Innanzitutto, per regolamentare le attività delle proprie imprese all’estero, ma anche in quanto membri di istituzioni internazionali o multilaterali come la Banca mondiale, e perché sono attori di gran peso nell’ambito della cooperazione internazionale (e quando parliamo di cooperazione ricordiamoci che ci riferiamo anche a interventi di grosse aziende).

 

L’Accordo di Escazu

Per garantire l’accesso all’informazione e alla giustizia in temi ambientali, una buona notizia è giunta a fine gennaio dall’America Latina, in particolare dall’Argentina e dal Messico. La firma di questi due paesi ha fatto raggiungere i requisiti minimi per l’entrata in vigore dell’Accordo di Escazu (l’Accordo regionale sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico e l’accesso alla giustizia in materia ambientale in America Latina e nei Caraibi), avvenuta nell’aprile di quest’anno.

Si tratta dell’unico accordo vincolante generato in seno alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile (Rio+20), ed è attualmente il primo strumento internazionale vincolante che contiene disposizioni precise in difesa dei difensori dei diritti umani e dell’ambiente.

Ci auguriamo che sia applicato con efficacia e che l’esempio latinoamericano possa guidare altri governi nella stessa direzione.

Nel frattempo, e consapevoli che questi risvolti istituzionali, pur importanti, non fermano la violenza e l’arroganza dell’interesse corporativo, è importante mantenere e prendersi cura delle reti di supporto internazionale, esercitare pressioni politiche, proteggere la libera informazione e prevenire la violenza contro le comunità e al loro interno. C’è lavoro per tutti noi, a partire anche dai nostri territori e dalle nostre comunità.

Daniela Del Bene
coordinatrice dell’Ejatlas

 




Crisi e conflitti da non dimenticare

Alle dieci situazioni di crisi segnalate a gennaio 2021 dal centro di ricerca International crisis group si sono aggiunti, nel corso di questi primi sei mesi, anche il peggioramento del conflitto nel Nord del Mozambico e un aumento dell’incertezza nella già fragile zona del Sahel, dopo la morte del presidente del Ciad, Idriss Déby Itno.

All’inizio del 2021 l’International crisis group (Icg), un centro studi sul conflitto con sede a Bruxelles e Washington, aveva segnalato dieci crisi da tenere sotto osservazione nel corso dell’anno@.

Si tratta di conflitti o tensioni in sei paesi – Afghanistan, Etiopia, Venezuela, Libia, Somalia e Yemen – e in una regione, il Sahel, delle difficili relazioni tra Usa e Iran e fra Turchia e Russia e del cambiamento climatico, una crisi che, a detta del gruppo di ricerca (e non solo), sta già toccando numerose popolazioni e creando i presupposti per i conflitti del futuro, che dipenderanno non dal clima in sé ma da come questo modifica la disponibilità di risorse naturali come l’acqua e la terra e da come questi mutamenti verranno governati.

In this file photograph taken on March 1, 2021, a woman walks in front of a damaged house in Wukro, north of Mekele which was shelled as federal-aligned forces entered the city. – Eritrean soldiers are blocking and looting food aid in Ethiopia’s war-hit Tigray region, according to government documents obtained on April 27, 2021, by AFP, stoking fears of starvation deaths as fighting nears the six-month mark. (Photo by EDUARDO SOTERAS / AFP)

Africa, conflitti vecchi e nuovi

Il continente che conta più situazioni critiche è l’Africa. Il conflitto nel Tigray, regione settentrionale dell’Etiopia al confine con l’Eritrea, non è ancora risolto, come ha spiegato lo scorso aprile Enrico Casale nel suo articolo per questa rivista@ e come confermano diversi media internazionali fra cui il New York Times@, che riporta la relazione resa al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dal sottosegretario Onu per gli affari umanitari, Mark Lowcock. I soldati dell’Eritrea, alleata del governo etiope in questo conflitto, non si sono ritirati come annunciato dal primo ministro etiope Abiy Ahmed ma, al contrario, sono rimasti nel Tigray e si sono resi responsabili di massacri, pulizia etnica e violenze sessuali.

Altro paese africano che fatica a trovare pace è la Somalia: lo scorso aprile il presidente Mohamed Abdullahi «Farmajo», il cui mandato quadriennale si è concluso a febbraio, ha ottenuto dal Parlamento un rinvio di due anni delle elezioni presidenziali. Secondo l’International crisis group@, questa estensione di fatto del mandato presidenziale – che ha già ricevuto forti critiche da Nazioni Unite, Usa, Unione Europea, Unione Africana e Regno Unito – ha almeno due conseguenze dannose.

La prima è l’aumento delle tensioni politiche, con alcuni leader degli stati federati o delle regioni che compongono il paese che appoggiano il presidente e altri – come è il caso dei presidenti degli stati del Puntland e del Jubaland – che si sono invece radunati intorno ad alcuni candidati dell’opposizione.

La seconda conseguenza è che le divisioni si sono manifestate anche all’interno delle forze armate e della polizia: il capo nazionale della polizia Hassan Hijar Abdi ha licenziato il capo della polizia di Mogadiscio, Sadiq «John» Omar, dopo che quest’ultimo aveva inviato i suoi uomini al Parlamento per impedire lo svolgimento della seduta in cui sarebbe stato approvato il rinvio delle elezioni, definendo l’estensione di fatto del mandato presidenziale un colpo di mano. Quanto alle forze armate, secondo le fonti dell’Icg, diversi soldati del reparto di élite Gorgor avrebbero abbandonato le basi dell’esercito somalo per ritirarsi nelle roccaforti dei rispettivi clan, mentre gli anziani di questi clan hanno chiarito che qualunque tentativo di Mogadiscio di disarmare le loro truppe locali innescherebbe combattimenti su larga scala.

Lo stallo politico e le dispute tra le forze di sicurezza, conclude Icg, stanno rafforzando i militanti di Al Shabaab che, incoraggiati dal ritiro parziale delle truppe etiopi e statunitensi alla fine del 2020, hanno già intensificato gli attacchi e ripreso gli assalti contro obiettivi militari somali e stranieri. La guerra fra il governo somalo e Al Shabaab dura da quindici anni.

A picture shows burnt utensils in the village of al-Twail Saadoun, which was attacked during inter-ethnic violence, 85 kilometres south of Nyala town, the capital of South Darfur, on February 2, 2021. – The combined death toll from recent violence in Sudan’s restive Darfur region has risen above 200, after medics revised the toll from one set of clashes upwards by over 50. (Photo by ASHRAF SHAZLY / AFP)

Il groviglio del Sahel

Oltre a Etiopia e Somalia, il think tank menziona l’intricata e tesa situazione del Sahel, la fascia a Nord del deserto del Sahara che si estende dal Senegal all’Eritrea e che sta assistendo a un aumento della violenza interetnica e all’espansione dell’influenza jihadista, in particolare in Mali, Burkina Faso e Niger.

Dal gennaio 2013 nell’area è impegnato l’esercito francese, intervenuto su richiesta del governo del Mali con l’operazione Serval per fermare l’insurrezione dei ribelli tuareg del Mouvement national de libération de l’Azawad (Mnla), avvenuta l’anno prima nel Nord del paese. La ribellione dei Tuareg, favorita dal riversarsi in tutta la zona di grandi quantità di armi dalla Libia dopo l’uccisione di Muammar Gheddafi e il saccheggio dei suoi arsenali, ha dato il via a una serie di avvenimenti, fra cui il colpo di stato che ha estromesso il presidente maliano Amadou Toumani Touré e l’espansione nel Mali settentrionale dei gruppi islamisti, da Ansar Dine, sospettato di legami con Al-Qaeda, ad Aqmi (Al-Qaeda nel Maghreb islamico). All’operazione Serval è seguito nell’aprile 2013 l’invio di una «Missione Onu per la stabilizzazione del Mali» (Minusma) e, nel 2014, una seconda operazione francese, denominata Barkhane.

Eppure, scrive il Crisis group, dopo sette anni «resta difficile affermare che la situazione nel Sahel sia migliorata. Al contrario, i conflitti continuano ad aumentare di intensità e si moltiplicano i teatri di scontri violenti in tutta la regione». Una delle cause di questo mancato miglioramento sarebbe lo sbilanciamento degli interventi sulla componente militare, a scapito di quella che mira allo sviluppo e al rafforzamento della governance. Il Mali vive una profonda crisi quanto alla capacità di fornire servizi di base ai propri cittadini e di risolvere attraverso il dialogo e la mediazione le contese interetniche, anche molto violente, presenti soprattutto nelle aree rurali. Viceversa, le forze jihadiste – composte da numerosi gruppi, coalizzati principalmente nel Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Jnim) e nello Sato islamico nel grande Sahara – sono in grado di inserirsi in modo efficace in questi contrasti, offrendo protezione e appoggio in cambio di influenza e di reclute, minando così ancora di più il ruolo e la credibilità dello stato.

È anche per la già grande fragilità dell’area che le possibili conseguenze della morte del presidente del Ciad Idriss Déby Itno, avvenuta il 19 aprile scorso, suscitano particolare apprensione. Déby è morto mentre si trovava nel Nord del paese a visitare le truppe ciadiane impegnate a contenere l’attacco dei ribelli del «Fronte per l’alternanza e la concordia in Ciad» (Fact nell’acronimo francese) che hanno le proprie basi in Libia. Sarebbe deceduto, a detta dei suoi generali, per le ferite riportate combattendo, ma non è ancora del tutto chiaro come siano andate le cose. Aveva appena vinto le elezioni per la sesta volta dopo aver governato il paese «con il pugno di ferro per tre decadi»@ ed era visto dagli alleati occidentali, in particolare dai francesi, come un punto di riferimento per la stabilità del Sahel e la lotta ai gruppi jihadisti, in quanto al comando del migliore esercito dell’area.

Il generale Mahamat Idriss Déby, figlio trentasettenne del defunto presidente, gli è succeduto mettendosi alla testa di un consiglio militare di transizione che dovrebbe portare in 18 mesi il paese a nuove elezioni; ma questo atto ha già attirato diverse critiche, dal momento che la costituzione ciadiana prevede che siano il presidente dell’Assemblea nazionale o, in mancanza di questo, il vice presidente, a guidare il paese in caso di morte del capo dello stato.

Distribuzione di cibo ai rifugiati a Pemba ad opera della Caritas (foto AfMC / José Luis Ponce De Leon)

Cabo Delgado, migliaia di sfollati

«Quando abbiamo visitato Pemba lo scorso dicembre abbiamo assistito alla tragedia di mezzo milione di sfollati. Le cose continuano a peggiorare». Così twittava a fine marzo@ monsignor José Luis Ponce de León, missionario della Consolata e vescovo di Manzini, nel regno di eSwatini (ex Swaziland), riferendosi alla visita che aveva effettuato nella capitale della provincia di Cabo Delgado, Nord del Mozambico, insieme ad altri vescovi della Conferenza episcopale dell’Africa meridionale agli inizi del 2021. Nel post sul suo blog in cui raccontava di quella visita, il vescovo riportava che «Pemba, con una popolazione di 200mila persone, ha accolto 150mila sfollati»@.

In una nota del 21 aprile 2021, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur, o Unhcr nell’acronimo inglese), aggiornava a 700mila il numero degli sfollati, ai quali si stavano aggiungendo in quei giorni altre 20mila persone costrette a lasciare la città costiera Palma, a trenta chilometri dal confine con la Tanzania, dopo che era stata colpita circa un mese prima da una serie di attacchi islamisti@.

I rapporti mensili Crisis watch dell’Icg@ sono utili per ricostruire l’inizio e l’intensificazione dell’attività jihadista nell’area, che vede il suo esordio il 5 ottobre 2017 quando a Mocimboa da Praia, città portuale a circa 300 chilometri da Pemba, tre stazioni di polizia vennero attaccate da un gruppo che si chiama Ahlu sunna wal jammah (Aswj), noto anche come Al Shabaab, benché non abbia legami con l’omonimo somalo (Al Shabaab, peraltro, significa semplicemente «i giovani» o «la gioventù»).

Lo scorso marzo il Dipartimento di stato americano aveva classificato Aswj come uno dei rami dello Stato islamico in Africa centrale, insieme al gruppo Adf (Allied democratic forces), attivo fra l’Uganda e la Repubblica democratica del Congo@.

Il legame con l’Isis, tuttavia, non appare così forte e netto, dice il centro studi Acled (Armed conflict location & event data project@) creato da docenti dell’Università del Sussex, nel Regno Unito, e attivo nel raccogliere ed elaborare dati sugli eventi e i luoghi che riguardano i conflitti armati. Proprio la rivendicazione degli attacchi di Palma da parte dello Stato islamico, fatta utilizzando immagini false e rivendicazioni vaghe, farebbe pensare a un ruolo assai ridotto dell’Isis «centrale» nel determinare le strategie e le scelte operative di Al Shabaab, che rimane gestito da leader locali orientati a scopi altrettanto locali.

Incontro di preghiera nell’are di Nabasanuka, Tucupita, Venezuela (foto AfMC / Juan Carlos Greco)

Venezuela, insufficienza di cibo

A oggi, sono 5,4 milioni i venezuelani che hanno lasciato il paese, e chi è rimasto si trova a far fronte a grandi disagi per procurarsi i beni di prima necessità. Le principali difficoltà riguardano sempre l’elevata inflazione e la mancanza di carburante che limita i trasporti di persone e di merci.

Padre Andrés García Fernández, missionario della Consolata attualmente a Nabasanuka, nella diocesi di Tucupita, raccontava via whatsapp lo scorso aprile che gli indigeni warao «superano la mancanza di carburante viaggiando in curiara [canoa, ndr] (tre giorni all’andata e altrettanti al ritorno) per acquistare sapone e dentifricio nel porto di Barrancas. Chi viaggia raccoglie gli ordini anche da anziani e ammalati che non possono remare per sei giorni. Ogni famiglia viaggia almeno una volta al mese in questo modo. Adesso stanno cominciando a viaggiare anche a Mariusa, verso la costa Nord del Delta, per procurarsi farina, o zucchero, o vestiti, scambiando i prodotti con banane o con l’artigianato locale».

Lo scorso aprile il governo venezuelano guidato da Nicolás Maduro ha raggiunto un accordo con il Programma alimentare mondiale (Pam) per fornire cibo a 185mila bambini in età scolare@. Secondo le stime pubblicate nel 2020 dallo stesso Pam, un venezuelano su tre non ha accesso a quantità sufficienti di cibo per soddisfare i requisiti nutrizionali minimi. Il governo non ha pubblicato i dati sulla malnutrizione infantile negli ultimi quattro anni ma gli ultimi disponibili, del 2017, ne registravano un aumento pari al 30%.

Chiara Giovetti


Conflitti nel mondo

È praticamente impossibile ricordare tutte le situazioni di conflitto esistenti nel mondo. Ci limitiamo qui a riportare i paesi in conflitto secondo il Centro studi del Council on foreign relations (aprile 2021).

Guerre civili: Afghanistan, Iraq, Libia, Yemen, Siria, Sud Sudan.

Violenza criminale: Messico.

Guerre o tensioni fra stati: India e Pakistan, USA e Iran, Corea del Nord.

Instabilità politica: Libano, Egitto, Repubblica Democratica del Congo, Venezuela.

Violenza settaria: Myanmar, Repubblica Centrafricana, Nigeria.

Dispute territoriali: Russia/Ucraina, Turchia/ gruppi armati curdi, conflitto israelo-palestinese, conflitto in Nagorno-Karabakh, dispute territoriali della Cina con Filippine e Vietnam nel Mar Cinese meridionale, tensioni fra Cina e Giappone nel Mar Cinese Orientale.

Terrorismo transnazionale: Burkina Faso, Mali, Niger, Nigeria, Pakistan, Somalia.

Altre fonti, come il citato Crisis watch, affermano di seguire oltre 70 situazioni di conflitto in tutto il mondo, tra cui segnalano un peggioramento in: Mozambico, Niger, Senegal, Bangladesh, Bolivia, Paraguay, Indonesia, Giordania, Arabia saudita, Irlanda del Nord e altri paesi.

Chi.Gio.

 

 




Haiti: rapiti sette religiosi e tre famigliari in un colpo solo


Sulla situazione sociale esplosiva ad Haiti abbiamo parlato nel numero di marzo di MC. Così come del problema del dilagare del rapimento, come diffuso strumento di generazione di reddito.

Il numero di rapimenti ha subito un brusco aumento nel primo trimestre di quest’anno: sono stati censiti 142 casi tra gennaio e marzo, circa tre volte quelli del primo trimestre 2020 (51).

Il fine settimana scorso (10-11 aprile) si è verificato un record in questo senso, perché 12 sono state le persone rapite di cui sette membri della chiesa haitiana.

Domenica 11 nella zona di Croix-des-Bouquet, comune alla periferia Nord-Est della capitale Port-au-Prince, aveva luogo la cerimonia di insediamento del nuovo parroco, padre Arnel Joseph, a Ganthier.

Ma alcuni degli invitati alla celebrazione non sono mai arrivati. Si tratta di due religiose, suor Anne Marie Dorcélus e suor Agnès Bordeau (francese) e cinque religiosi, di cui i padri Evens Joseph, Michel Briand (francese), Jean Nicaisse Milien e Joel Thomas della Società dei preti di Saint Jaques, e padre Hugues Baptiste, dell’arcidiocesi di Cap-Haitien. Come anche tre membri della famiglia del padre Joseph. Sono stati tutti portati via da un gruppo di banditi armati.

È il più grosso rapimento di gruppo di religiosi finora registrato. La Conferenza haitiana dei religiosi (Chr) ha protestato per l’inefficienza del governo nel combattere al piaga dei rapimenti.

Poche ore prima, nella notte tra sabato e domenica, era stato rapito il Gran maestro della loggia massonica Grande Oriente di Haiti, l’avvocato Yves Benoit Jean-Marie.

Il medico Trevant Valembrun, noto e attivo in diversi ospedali della capitale era invece stato rapito sabato 10.

I riscatti chiesti sono sovente di alcuni milioni di dollari, che poi sono negoziati al ribasso. Viste alcune liberazioni recenti, è chiaro che i soldi sono pagati. Il gioco, insomma, funziona.

Il primo ministro Joseph Jouthe durante una conferenza stampa martedì 13 aprile ha dichiarato di aver preso disposizioni contro questi atti di criminalità. Jouthe ha sostenuto in passato di aver smantellato la gang (gruppo criminale) chiamato «400 mwenzo», che controlla Croix-des-Boquets, ed è la probabile responsabile dei rapimenti di domenica.

La polizia resta incapace di combattere le bande che imperversano nel paese, che le autorità stimano essere circa 175.

Si ricorda che il presidente Jovenel Moise, il cui mandato è scaduto il 7 febbraio scorso, è rimasto in carica, pretendendo, grazie a un cavillo costituzionale, che la sua scadenza sia lo stesso giorno del 2022. Moise ha l’appoggio dei principali partner internazionali di Haiti, quali Nazioni Unite, Usa, Unione europea. Il suo governo, de facto, sta organizzando una modifica della Costituzione haitiana, che porterebbe allo smantellamento di molti diritti acquisiti dalla fuga di Jean-Claude Duvalier (febbraio 1986) ad oggi. Il sistema della gang è in realtà un meccanismo funzionale a questa operazione, che si può leggere anche come un golpe istituzionale.

Marco Bello

© Valerie Baeriswyl / AFP




Un pugno nello stomaco

 

Tempo fa ero rimasto tra lo sconcertato e il divertito quando, facendo il test online «Quanti schiavi hai», avevo scoperto di avere almeno nove schiavi. Ragione: cellulare, macchina fotografica, jeans, computer e cose simili. Per mia fortuna non ho l’automobile, altrimenti di schiavi ne avrei avuti almeno quindici. Ho pensato a quel test nei giorni tra fine febbraio e inizio marzo, quando è esplosa la notizia del massacro del nostro ambasciatore, Luca
Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista Mustapha Milambo nella Repubblica democratica del Congo. Mi sono reso conto che molti dei «miei schiavi» vivono proprio là e, che lo voglia o no, anch’io ho delle responsabilità in quell’uccisione compiuta da soldataglia che, in fondo, è al soldo diretto o indiretto di chi sfrutta quella schiavitù per garantirmi – e garantirci – il livello di vita al quale siamo abituati e che riteniamo essere nostro diritto.

Questa presa di coscienza è stata quasi un pugno nello stomaco. Non è facile da accettare, soprattutto per me che – per scelta e professione – mi ritengo un difensore dei diritti dei poveri, degli oppressi, degli schiavizzati. Su questa rivista da anni scriviamo della situazione del Congo e di realtà simili. L’ultimo pezzo è uscito solo lo scorso dicembre. Mitico è il numero monografico di MC, «Giù le mani dal Congo», del 2004.

Certo non sono io personalmente a sparare, violentare, intimidire, razziare. Non sono io a corrompere i politici con mazzette e privilegi perché chiudano gli occhi su ciò che succede. Non siedo nei consigli di amministrazione delle grandi multinazionali che si spartiscono le risorse del mondo e trovano più conveniente pagare le milizie che le tasse o investire nelle infrastrutture necessarie a garantire la dignità e sicurezza dei lavoratori e il rispetto dell’ambiente. Non produco, né traffico la montagna di armi che destabilizza quelle regioni. Nonostante questo, non posso dire «non c’entro».

La triste realtà è che alla radice di quella, come di altre situazioni di conflitto, c’è il nostro stile di vita. Un modo di vivere che ci autocentra e che raramente ci offre la possibilità di aprire gli occhi sulla realtà del mondo. Siamo presi da troppe preoccupazioni, alcune futili, come i festival canori o la squadra del cuore, altre più serie come la politica, il Covid, i disastri climatici. Ma sono sempre problemi che vediamo come se toccassero solo noi. Quelli che toccano gli altri è come se non esistessero. E come la soluzione dei nostri piccoli e grandi problemi sia, in realtà, pagata da altri, poco ci interessa. Tutto questo alimenta il consumo e lo spreco come base necessaria per la sopravvivenza del nostro sistema economico. Anche la nostra politica nazionale e internazionale è drogata da eserciti di lobbisti al soldo delle grandi centrali economiche nei luoghi chiave delle istituzioni internazionali.

Ogni tanto, tragedie come quella del massacro dell’ambasciatore e della sua scorta nel Congo, o il coraggioso viaggio di papa Francesco in Iraq, ci obbligano ad aprire gli occhi sul mondo e sul fatto che tutto è interconnesso: la ricchezza di una minoranza si alimenta del sangue e delle lacrime di una maggioranza schiavizzata.

Anche la pandemia del Covid-19 e gli accelerati cambiamenti climatici, sono altri segnali d’allarme importanti. Allarmi che possono diventare un’opportunità: per guardare in faccia la realtà, per farci smettere di cercare capri espiatori o crogiolarci in teorie complottiste, e, infine, perché ciascuno assuma le proprie responsabilità.

È tempo di smettere di essere solo consumatori, fruitori e spettatori, per diventare soggetti responsabili della nostra storia, pronti per una «conversione» del nostro stile di vita, a cominciare dal nostro modo di consumare, di gestire l’ambiente, di partecipare alla vita politica, di mettere in discussione lo strapotere dei super ricchi.

Lo dobbiamo ai milioni di morti del Congo, a quelli di tanti altri paesi del mondo e a noi stessi.