Aveva 21 anni, il seminarista Andrew Peter. Si trovava nella canonica della chiesa di San Pietro a Iviukhua-Agenebode, nello Stato di Edo, sud della Nigeria, il 3 marzo, quando intorno alle 21,30 quattro uomini armati hanno fatto irruzione e l’hanno rapito e condotto nella foresta assieme a padre Philip Ekweli.
Quest’ultimo è stato liberato dieci giorni dopo. Andrew invece è stato assassinato.
Il 4 marzo, anche padre Sylvester Okechukwu è stato rapito. In questo caso, nello Stato di Kaduna, nella Nigeria nord occidentale. Sacerdote di 44 anni, catturato nella tarda serata da uomini armati nella canonica della chiesa di cui era parroco, è stato ritrovato senza vita e con segni di violenza il giorno successivo.
Padre Sylvester Okechukwu e il seminarista Andrew Peter sono le ultime vittime della violenza che in Nigeria colpisce non solo il clero, ma tutti i fedeli della Chiesa.
Le chiese sono diventate bersagli per bande armate e gruppi estremisti, con rapimenti legati a richieste di riscatto e atti intimidatori contro la comunità cristiana.
In molti casi, i rapimenti si concludono con la liberazione delle vittime dopo il pagamento di somme di denaro, ma crescono di numero le situazioni in cui i rapitori decidono di uccidere per inviare un messaggio di terrore e di dominio sul territorio.
La Nigeria è il Paese più popoloso del continente africano, con una popolazione di 228 milioni di abitanti nel 2023 e un tasso di crescita annuale del 2,1%. I musulmani, in maggioranza negli stati del Nord, sono il 53,5% della popolazione, i cristiani, in maggioranza negli stati del Sud, sono il 45,9% (10.6% cattolici, 35.3% altre confessioni cristiane).
Dal punto di vista economico, il prodotto interno lordo (Pil) ha raggiunto 363 miliardi di dollari, mentre il Pil pro capite era di 1.596 dollari e l’inflazione al 24,7%.
Il Paese si trova al 161° posto su 193 nella classifica mondiale dell’indice di sviluppo umano. L’aspettativa di vita è di 54,5 anni, la mortalità infantile al 10,7%. Circa 1 persona su 3 vive in estrema povertà. Il 15,9% della popolazione è denutrita. Solo il 60,5% ha accesso all’elettricità.
Nel solo 2021 sono state 1.493 le uccisioni dovute ad atti di terrorismo. Un dato molto minore a quello relativo al 2014 quando si toccò la vetta delle 7.775 vittime, ma comunque assai alto.
In questo contesto generale, secondo l’ultima World Watch List di Porte Aperte, la situazione dei cristiani nel Paese è una delle più pericolose al mondo. La violenza non è solo opera di gruppi jihadisti come Boko Haram e l’Iswap (Stato islamico nella provincia dell’Africa occidentale), ma anche di bande criminali e milizie etniche, che approfittano dell’instabilità politica e della mancanza di sicurezza.
Le regioni settentrionali del Paese sono particolarmente pericolose: qui i cristiani, che sono in minoranza, vivono in condizioni di costante minaccia e subiscono discriminazioni sociali e legali, soprattutto nei contesti dove vige la Sharia (legge islamica).
Il Rapporto 2024 dell’Uscirf (US Commission on international religious freedom) evidenzia come la libertà religiosa in Nigeria sia gravemente compromessa. Il governo è stato spesso accusato di inazione di fronte agli attacchi contro le comunità cristiane. Le forze di sicurezza sono lente a intervenire e, in alcuni casi, accusate di collusione con i gruppi armati.
Questo clima di impunità ha permesso la crescita di una spirale di violenza che colpisce clero, fedeli e intere comunità che sono state costrette ad abbandonare le proprie case, rifugiandosi in aree più sicure o cercando asilo all’estero.
Gli stati settentrionali che applicano la Sharia, contribuiscono a creare un clima di discriminazione sistematica contro i cristiani, che si traduce in limitazioni dei diritti civili e in attacchi mirati.
Nonostante le numerose denunce e le richieste di intervento, la situazione non sembra migliorare. Il silenzio e l’inerzia delle autorità nigeriane e della comunità internazionale non fanno che alimentare un senso di abbandono tra i cristiani, che continuano a vivere in un clima di paura e incertezza.
Le storie di padre Okechukwu e di Andrew Peter sono solo le ultime due delle tante che raccontano le difficoltà di chi vive la propria fede in Nigeria.
Luca Lorusso
Mondo e tortura. Cresce l’uso dei Taser
L’uso dei dispositivi a scarica elettrica, noti come Pesw (Projectile electric shock weapons) o Taser (dal nome del modello più diffuso), da parte delle forze di polizia è in costante aumento in tutto il mondo.
Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani denunciano da anni il loro abuso, soprattutto in contesti di detenzione, manifestazioni pubbliche e contro gruppi vulnerabili come bambini, anziani, fasce di popolazione emarginate. Tuttavia, manca ancora un trattato internazionale che ne limiti la produzione, la commercializzazione e l’uso indiscriminato.
Il costo umano del commercio e dell’uso non regolamentato di questi prodotti richiede l’urgente necessità di un’azione coordinata e globale.
Esempi concreti di abuso: Iran e Francia
Il lavoro di Amnesty presenta casi di tortura e maltrattamenti avvenuti in tutto il mondo tramite queste apparecchiature negli ultimi dieci anni.
L’Iran è uno dei Paesi nei quale Amnesty International ha documentato l’uso di dispositivi elettrici contro manifestanti pacifici, prigionieri politici e dissidenti.
Molti detenuti hanno subito torture con scariche elettriche prolungate per estorcere confessioni o come forma di punizione.
Le conseguenze per le vittime sono di diversa gravità: ustioni; danni neurologici permanenti, traumi psicologici profondi.
Anche in Francia, per fare solo un altro esempio, nonostante le rigide normative europee, sono stati segnalati abusi. Le forze dell’ordine hanno utilizzato i Taser durante operazioni di polizia, spesso su persone che non rappresentavano una minaccia immediata.
Torture con scosse elettriche: una lunga storia
L’uso della scossa elettrica come strumento di tortura ha radici storiche lontane.
I dispositivi per elettroshock, scrive Amnesty, sono stati a lungo utilizzati per la tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti in tutto il mondo, spesso utilizzando metodi improvvisati, come pungoli elettrici per bovini, fili collegati alla rete elettrica o alle batterie delle auto.
I telefoni da campo a manovella «magneto» o «dinamo» furono utilizzati per la prima volta per la tortura dall’esercito francese in Indocina e dalla polizia militare giapponese in tutto il Giappone imperiale negli anni 30.
Dopo la Seconda guerra mondiale, il telefono da campo fu utilizzato per la tortura in tutta la Francia coloniale, dall’Algeria al Madagascar, nel Kenya britannico e in Vietnam dai marines statunitensi. Nello stesso periodo, negli Stati Uniti sono emerse armi a scossa elettrica a contatto diretto progettate per le forze dell’ordine.
Negli anni 30 la polizia argentina ha adottato l’uso della picana eléctrica (manganello elettrico), un dispositivo che si sarebbe diffuso in Uruguay, Paraguay e Bolivia, mentre la tortura basata sulla scossa elettrica sarebbe stata ampiamente adottata in America Latina sotto le dittature militari degli anni 70 e 80 per reprimere il dissenso politico.
Oggi, la disponibilità commerciale di Pesw e dispositivi affini ha reso questa pratica più diffusa e difficile da monitorare.
Le conseguenze sulla salute
L’uso di strumenti a scossa elettrica può avere effetti devastanti sulla salute delle persone. Le scariche causano dolore intenso, convulsioni, perdita di controllo motorio e, in alcuni casi, arresto cardiaco.
Sono stati registrati numerosi decessi in seguito all’uso del Taser su individui in precarie condizioni di salute. Gli effetti psicologici, tra cui ansia, depressione e disturbi da stress post-traumatico, sono altrettanto gravi.
Uso contro gruppi vulnerabili
Il problema più allarmante è l’uso di questi trumenti contro categorie di persone vulnerabili.
I detenuti subiscono scosse elettriche come forma di punizione o coercizione. I manifestanti vengono colpiti per disperdere le folle, anche quando non costituiscono una minaccia reale. Le persone con problemi di salute mentale, i minori e gli anziani sono particolarmente vulnerabili agli effetti delle scariche elettriche, che possono causare danni irreversibili.
Amnesty International ha documentato diversi casi di abuso contro minori, spesso in situazioni in cui non rappresentavano alcun pericolo.
Negli Stati Uniti, alcuni bambini di appena 10 anni sono stati colpiti con i Taser da agenti di polizia durante interventi scolastici, per aver mostrato segni di disagio o per piccoli atti di ribellione. In un caso, un bambino autistico è stato colpito durante una crisi emotiva.
Per quanto riguarda gli anziani e le persone con problemi di salute mentale, Amnesty ha registrato casi in cui individui in evidente stato di confusione o in emergenza medica sono stati immobilizzati con Taser, aggravando le loro condizioni.
Negli ospedali psichiatrici e nei centri di detenzione, l’uso dei Taser è stato denunciato come una forma di abuso sistematico.
In alcune occasioni, l’uso della scarica elettrica ha provocato arresti cardiaci fatali.
Produzione e commercio: un mercato in crescita senza regole globali
Il mercato dei dispositivi a scarica elettrica è in espansione. Il modello più diffuso di Pesw è il Taser. Tanto diffuso che nel linguaggio comune il suo nome raggruppa per antonomasia tutti i dispositivi Pesw. È prodotto da Axon Enterprise, la principale azienda del settore, che fornisce le sue armi a oltre 18mila agenzie di polizia in più di 80 Paesi.
Non esistono, però, regolamenti internazionali vincolanti per limitare la produzione e la vendita di questi strumenti. La maggior parte degli Stati non ha controlli adeguati per evitare che questi dispositivi finiscano nelle mani di regimi repressivi o forze di polizia che violano i diritti umani.
La proposta di un Trattato internazionale
Per colmare questa lacuna, Unione Europea, Argentina e Mongolia hanno lanciato l’Alleanza per un commercio libero dalla tortura, con l’obiettivo di vietare la produzione e la compravendita di strumenti di tortura, compresi i Pesw.
Un trattato di questo tipo stabilirebbe regole chiare per il commercio e l’uso dei Pesw, riducendo il loro uso come strumenti di repressione e tortura. Solo una regolamentazione globale potrà proteggere i diritti umani e prevenire ulteriori abusi nel mondo.
Luca Lorusso
L’assassinio di padre Marcelo Pérez,
indigeno e difensore dei deboli
Padre Marcelo Pérez, era parroco a San Cristóbal de Las Casas nel Chiapas, e uno dei pochi sacerdoti indigeni del Messico, dell’etnia Tzotzil. Difensore dei poveri, è stato assassinato il 20 ottobre scorso appena uscito dalla celebrazione dell’eucaristia. Due brevi ricordi da un missionario e un vescovo che lo hanno conosciuto.
Nella diocesi di San Cristóbal, fin dalla sua ordinazione sacerdotale, avvenuta nel 2002, si era sempre distinto per la sua semplicità e vicinanza ai poveri e ai più svantaggiati, soprattutto quelli che appartenevano alla sua etnia Tzotzil, un gruppo discendente dagli antichi Maya. È stato un grande combattente e promotore di pace in una città dove la violenza è endemica e dove gli omicidi e i rapimenti abbondano e spesso restano impuniti. Padre Marcelo Pérez, appena quarantenne, negli anni della sua vita sacerdotale è stato sempre attento al grido del suo popolo. In molte occasioni la sua parola è stata l’unica a portare all’attenzione dell’opinione pubblica la situazione dei popoli indigeni che sono sempre stati poco visibili e poco considerati nella società messicana.
La mancanza di attenzione, sostegno e valorizzazione delle culture indigene non è stata solo una questione del passato o dell’epoca coloniale, ma è ancora oggi una realtà che ha concrete conseguenze in termini umani, educativi, sanitari e culturali. In ampi settori della società messicana gli indigeni sono ancora un gruppo considerato inferiore e di seconda categoria. Questa realtà è spesso così accettata dagli stessi indigeni che a volte cercano persino di nascondere la loro origine, invece di essere orgogliosi della loro lingua e cultura. Padre Marcelo è stato un grande difensore di tutti questi valori: parlava correntemente la lingua autoctona; diffondeva la cultura e cercava di far apprezzare ai cosiddetti güeros (bianchi) le comunità indigene in mezzo alle quali loro stessi erano cresciuti. Era un coraggioso promotore della ricchezza dei popoli messicani originari.
Il profeta delle periferie
Padre Marcelo aveva fatto una grande scelta come sacerdote indigeno: essere sempre presente nelle periferie e in paricolare in quella di San Cristóbal de Las Casas, dove le comunità indigene sono più numerose. Per questo è stato ucciso.
La sua opzione ha incoraggiato anche la scelta che noi Missionari della Consolata abbiamo fatto quando abbiamo iniziato il nostro lavoro in questa grande nazione: quando siamo arrivati nella diocesi di Tuxtla Gutiérrez ci siamo stabiliti in periferia, nella regione conosciuta come tierra colorada, dove vivono i nostri fratelli Tzeltal (altro popolo indigeno discendente dai Maya).
Grazie alla sua profezia e al suo coraggio, nella nostra diocesi di Tuxtla Gutiérrez, padre Marcelo Pérez è stato un grande missionario che non ha mai tentato di fuggire di fronte alle urgenze che si presentavano per essere fedele al Vangelo di Gesù.
Nel suo ministero sacerdotale fu sempre libero di proclamare il valore e la ricchezza della fede: lo ha fatto con le sue parole e poi alla fine con il dono della sua stessa vita. È significativo che la morte violenta lo abbia raggiunto proprio nella Giornata missionaria mondiale e giorno della canonizzazione di Sant’Allamano. In lui abbiamo un esempio che illumina il nostro impegno e cammino missionario.
padre Luis Jiménez, Imc
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Marcelo Pérez, sacerdote indigeno Tzotzil della diocesi di San Cristóbal de Las Casas, è stato assassinato domenica venti ottobre nel quartiere de Cuxtitali, appena conclusa la celebrazione dell’eucaristia.
(Photo by Luis Enrique AGUILAR / AFP)
È stato uno dei primi indigeni che ho ordinato come sacerdote e si è sempre impegnato per la giustizia e la pace. Non si è mai immischiato nella politica di partito o si è schierato a favore di una o un’altra parte; ha lavorato piuttosto per il rispetto di tutti e il dialogo tra le parti, al fine di raggiungere sempre soluzioni pacifiche.
Era un sacerdote concentrato sulla sua vocazione: uomo di preghiera, vicino al tabernacolo e molto impegnato con il suo popolo. Non si è mai vergognato delle sue origini indigene e ha sempre saputo trattare bene chi non le aveva.
Il suo omicidio ci mostra, ancora una volta, il clima di violenza che si è scatenato in Chiapas e nella maggior parte del Paese. C’è una decomposizione sociale che inizia con la distruzione della famiglia ed è consolidata dall’impunità con cui agiscono i gruppi armati. Non è tutta colpa del Governo, ma questa situazione ci fa vedere chiaramente che le istituzioni e tutti noi, comprese le Chiese, siamo sopraffatti. Non siamo riusciti a fermare la violenza che invece sta aumentando.
Questo dovrebbe far riflettere tutti, anche i credenti, ma soprattutto il Governo del Paese. Bisogna impegnarsi a smantellare questi gruppi armati che stanno facendo tanto male alla comunità.
Nella fede, speriamo che il padre Marcelo riposi in pace con Cristo risorto, perché sono benedetti coloro che soffrono per costruire la giustizia e la pace.
cardinale Felipe Arizmendi Esquivel, vescovo emerito di San Cristóbal de Las Casas.
Dolore è stato espresso dalla Conferenza episcopale messicana: «Quest’atto di violenza – hanno scritto i vescovi – non solo priva la comunità di un pastore delicato ma mette a tacere una voce che ha lottato instancabilmente per la pace e la giustizia nella regione». Altri due padri gesuiti, solo due anni fa, avevano perso la vita assassinati sul sagrato della loro chiesa nello Stato di Chihuahua da uomini armati mentre rimane ancora un mistero l’omicidio di padre Isaías Ramírez González il cui corpo è stato ritrovato il 15 agosto scorso sotto un ponte di Guadalajara, capitale dello Stato di Jalisco.
Hueuetenango, Guatemala. Ci vogliono sei ore di macchina da Città del Guatemala per arrivare a Huehuetenango, una delle più grandi città di questo paese centroamericano. Da lì, con un mezzo 4×4 e un autista di provata esperienza, si arriva a Cuilco, un piccolo e isolato paese di montagna. Un ulteriore percorso di due ore in strada sterrata, tra sassi, buche e posti di blocco della polizia di frontiera guatemalteca, conduce a Caserio Ampliación Nueva Reforma, un gruppo di case ritirato e difficile da localizzare persino su Google Maps. A oltre 2mila metri sul livello del mare, questo luogo sconosciuto ai più, è diventato uno centro di interesse per la cronaca nazionale, e pure internazionale.
Il 22 luglio scorso, oltre 300 messicani, tra uomini, donne e bambini, talvolta con animali domestici, sono partiti da Frontera Comalapa, in Messico, attraversando a piedi l’aspro passo montano che unisce il Messico al Guatemala. Questo esodo, frutto dell’ultima violenta sparatoria tra i cartelli del narcotraffico di Sinaloa e Jalisco Nueva Generación, ha dato vita a un flusso continuo di persone in fuga, una «migrazione al contrario» mai vista prima in quest’area, solitamente teatro di viaggi di sola andata verso gli Stati Uniti, e quindi in direzione Nord.
Negli ultimi mesi, il Chiapas (stato più a Sud del Messico, ndr) si è trasformato in un nuovo campo di battaglia per il controllo delle rotte migratorie, rubando la scena addirittura a luoghi tristemente noti come Tamaulipas, lo stato messicano più ambito dai narcotrafficanti messicani per il controllo del traffico di droga che dal Sud si muove verso i floridi mercati di consumatori di sostanze stupefacenti negli Stati Uniti.
App per chiedere asilo
Il Chiapas non è solamente il collo di bottiglia del Messico, da cui sono forzati a transitare tutti i migranti che provengono dall’America Centrale e del Sud, ma ormai è diventato una sorta di sala d’attesa per la richiesta di asilo negli Stati Uniti. Dal 23 di agosto scorso infatti, è possibile richiedere un appuntamento per presentare la propria richiesta di protezione internazionale negli Stati Uniti direttamente dal sud del Messico attraverso una App per telefono che si chiama «CBP One». Questo sistema è un’arma a doppio taglio perché, sebbene permette di contattarsi a distanza con gli organismi migratori statunitensi, obbliga le persone a rimanere in Messico, spesso accampate in strada e sottoposte a violenze costanti da parte della polizia messicana e dei narcos che hanno trovato in loro un business più redditizio del traffico di droga. Da qui la guerra quasi fratricida tra cartelli per il controllo del territorio e quindi anche per il privilegio di poter derubare e sequestrare sia i migranti bloccati in Messico, sia i bus che trasportano verso Nord chi invece ha deciso di tentare la «suerte», ovvero attraversare il confine nordamericano in maniera irregolare, senza aspettare mesi prima di ricevere un appuntamento attraverso la App CBP One.
Fuga dai narcos
A far le spese di una violenza in strada a colpi di fucile e pistola, spesso imprevedibile, sono i residenti della zona, che a fine luglio sono scappati in Guatemala in cerca di rifugio.
Ad accogliergli c’è stata la comunità della zona di Cuilco. Nonostante su questo confine, 9 persone su 10 vivano in condizione di povertà, secondo l’Insituto Nacional de Estadistica, la popolazione non si è tirata indietro e ha aperto le sue porte, offrendo cibo e allestendo la piccola scuola comunitaria con letti di fortuna. Alcune organizzazioni internazionali hanno fornito prodotti di prima necessità, tra cui medicine. Da parte sua, il governo del presidente guatemalteco Bernardo Arévalo ha dato supporto immediato, regolarizzando la presenza sul territorio attraverso visti umanitari, ma dall’altra ha aumentato i controlli in frontiera per monitorare l’inusuale flusso migratorio in entrata.
Il Governo messicano ha contribuito installando una cucina comunitaria a Caserio Ampliación Nueva Reforma, fornendo un apporto economico per il mantenimento dei connazionali e ha offerto a chi lo desiderasse la possibilità di ritornare alle proprie case con una garanzia di sicurezza, ma solamente una settantina di persone ha accettato. Gli altri hanno rifiutato perché temono per la loro vita e sono convinti che le loro case siano già state saccheggiate, per cui comunque dovranno ricominciare da zero.
«Negli ultimi giorni, altre 250 persone sono state alloggiate in altre comunità della zona di Cuilco – spiega un funzionario dell’Instituto nacional de migración (Inm) che preferisce restare anonimo per ragioni di sicurezza – In questa zona non esiste una vera e propria frontiera fisica. Siamo in montagna. È normale che chi fugge dai narcos cerchi rifugio in Guatemala, perché queste sono comunità transfrontaliere che, negli anni, hanno instaurato legami umani e commerciali con i vicini guatemaltechi».
La violenza dei cartelli rischia di trascendere oltre i confini del Messico, coinvolgendo sempre di più le zone di frontiera con il Guatemala che fanno parte di un’area naturale priva di qualsiasi controllo reale dello Stato. «Quando saliamo a Cuilco per rinnovare i permessi di permanenza sul territorio, scendiamo prima che faccia buio. Nessuno di noi dorme a Cuilco – continua il funzionario dell’Inm – Sarebbe come mettersi nella bocca del leone».
Simona Carnino
Messico. Claudia, doctora y presidenta
Lei è Claudia Sheinbaum Pardo, delfina di Amlo, il presidente uscente. Guiderà il secondo paese dell’America Latina per popolazione. Un paese in crescita ma afflitto da una violenza endemica.
Nel paese dei femminicidi – nel 2023 sono stati 827 -, dal primo di ottobre una donna, la doctora Claudia Sheinbaum, sarà alla guida del Messico. Nelle elezioni dello scorso 2 giugno ha battuto – nettamente (36 milioni di voti contro 16,5, oltre 30 punti percentuali di scarto) – un’altra donna, la senatrice di origini indigene Xóchitl Gálvez.
Il dato (ufficiale) dei femminicidi è certamente drammatico, ma la contesa elettorale tra due donne indica che nel Paese latino-americano è in corso un cambiamento radicale. Inevitabilmente lento, ma effettivo.
Forse il passo più significativo può essere individuato nel decreto del 6 giugno del 2019, soprannominato «paridad de genéro en todo». Con esso furono modificati nove articoli della Costituzione messicana per applicare la parità di genere nelle candidature e nei posti negli organi esecutivo, legislativo e giudiziario, a livello federale, statale e municipale.
I sei anni di Amlo
Il presidente uscente Amlo, padre politico di Claudia Sheinbaum, prima presidente donna del Messico. Foto. Eneas De Trya – via Flickr.
Claudia Sheinbaum prenderà il posto del suo mentore Andrés Manuel López Obrador (Amlo), fondatore di Morena (oggi primo partito del Paese) e presidente tanto popolare quanto controverso. Fin dalla sua entrata nell’arena politica, la missione di Amlo è stata riassunta in una frase: «Por el bien de todos, primero los pobres» (Per il bene di tutti, prima i poveri), affermazione meritoria, ma molto impegnativa. Di sicuro, dopo decenni di dominazione dei due partiti conservatori (Pan e Pri), la sua presidenza – forse catalogabile come «populismo di centrosinistra» – è stata una novità assoluta.
Nei sei anni del suo mandato la spesa pubblica per programmi sociali è aumentata in modo significativo, ma i problemi fondamentali – l’insicurezza e la povertà su tutti – non hanno trovato soluzione.
Nonostante sei aumenti del salario minimo giornaliero (passato dagli 88 pesos del 2018 agli attuali 249, pari a circa 13 euro), il livello della povertà è rimasto alto. Secondo i dati di Coneval (un organismo costituzionale autonomo), ben 46,8 milioni di persone vivono in povertà, pari al 36,3 per cento della popolazione del paese. Di queste, oltre nove milioni (7,1 per cento) sono afflitte da povertà estrema.
Per gli strani giochi della politica e dell’economia, nel sessennio di Amlo i miliardari messicani hanno visto incrementare (di molto) le proprie fortune. Dietro a Carlos Slim (diciassettesimo nella classifica mondiale di Forbes), ci sono altre 13 persone: questo ristrettissimo gruppo di privilegiati – racconta un rapporto di Oxfam Mexico – controlla l’8 per cento dell’economia complessiva del paese.
Non è andata meglio in tema di sicurezza. La politica di Amlo sintetizzata nello slogan «abrazos, no balazos» (abbracci, non proiettili) è fallita, stando al numero degli omicidi e delle sparizioni, sempre altissimo.
Nei primi quattro mesi del 2024 la media è stata di 81 omicidi al giorno. Nelle statistiche degli ultimi sei anni impressionano poi due cifre: l’uccisione di 9 sacerdoti cattolici (vedere riquadro) e di 44 giornalisti (5 nel 2023 più uno scomparso).
Secondo Article 19, organizzazione messicana indipendente e apartitica che promuove la libertà d’espressione, nel 2023 nel Paese latino-americano ci sono state 561 aggressioni a giornalisti o mezzi d’informazione, un numero più alto rispetto ai governi che hanno preceduto quello di Amlo.
Questa è la pesante eredità di Obrador. Detto ciò, chiedersi se Claudia sarà una mera esecutrice delle volontà del presidente uscente, suo grande sponsor e padre politico, è un ragionamento dal vago sapore maschilista: dubitare della sua autonomia decisionale perché donna?
Il curriculum di Claudia
Nata in una famiglia di ebrei non praticanti, padre chimico con genitori della Lituania, madre biologa con genitori della Bulgaria, laureata in fisica all’Universidad Autónoma de México (Unam), un master a Berkeley e un dottorato, Claudia Sheinbaum è stata sindaca di Città del Messico.
Da anni, Amlo parla di «quarta trasformazione» della vita messicana. Nelle sue intenzioni si tratta di un indispensabile passaggio storico dopo le precedenti tre fasi: la guerra d’indipendenza (1810-1821), il periodo della riforma (1858-1861) e gli anni della rivoluzione (1910-1917), culminati con la promulgazione della Costituzione messicana (5 febbraio 1917).
Claudia Sheinbaum ha promesso più volte che continuerà sulla strada segnata da Amlo per dare seguito alla quarta trasformazione.
Sarà poi interessante vedere come la presidenta affronterà la questione climatica in un Paese che ne sta già patendo le conseguenze con picchi straordinari di calore e gravi carenze di acqua.
Il curriculum parla a suo favore, avendo lei collaborato con gli scienziati delle Nazioni Unite riuniti nel Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc). Le sue scelte prima dell’elezione sono però state contraddittorie. È stata infatti accusata di aver appoggiato il Tren Maya, la grande opera di Amlo contestata dagli ambientalisti.
Sul fronte energetico, Claudia Sheinbaum ha confermato di voler incrementare le fonti rinnovabili, senza dimenticare che il Messico è l’undicesimo produttore mondiale di petrolio tramite la Pemex (Pétroleos mexicanos), compagnia interamente di proprietà statale. La presidenta afferma che non sarà privatizzata, nonostante sia gravata da molti debiti.
Una panoramica di Guanajuato, città patrimonio dell’umanità. Foto Dennis Schrader – Unsplash.
Il vicino di casa
Il giorno seguente alla vittoria elettorale di Claudia Sheinbaum, il presidente americano Joe Biden ha chiamato l’eletta per complimentarsi.
Tutto prevedibile, considerato che Messico e Stati Uniti condividono molti affari e molti problemi. Il Paese latino-americano è il secondo socio commerciale degli Usa dopo il Canada. Inoltre, 11 dei 12 milioni di messicani nati in patria ma che vivono all’estero risiedono negli Stati Uniti, generando un enorme flusso di rimesse. Infine, dalla frontiera settentrionale del Messico – 3.169 chilometri di lunghezza – transitano la gran parte dei migranti illegali diretti negli Usa, una delle questioni più dibattute nella contesa elettorale tra Biden e lo sfidante Trump.
Le dimensioni del problema sono evidenziate da un dato: nel solo mese di dicembre 2023, la polizia di frontiera Usa ha fermato 250mila migranti che cercavano di attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti.
Cosa accadrà se nelle elezioni del 5 novembre dovesse prevalere il candidato repubblicano? Durante la lunga e scorrettissima campagna elettorale, Trump ha affermato che, dopo la sua vittoria (che lui dà per certa) farà espellere milioni di immigrati senza documenti. Secondo il Pew research center, questi sono circa 11 milioni. Di questi 4,1 milioni (il 40 per cento) sono messicani, risultando di gran lunga il principale gruppo di immigrati senza documenti (irregolari), precedendo nell’ordine quelli provenienti da El Salvador, India, Guatemala e Honduras.
La previsione
Oltre ai problemi citati, la situazione messicana è complicata da un’altra questione rilevante, interna al Paese.
Il presidente Amlo ha, infatti, proposto un pacchetto di venti riforme costituzionali, alcune molto interessanti (su diritti e ambiente), altre più opinabili (su organi giudiziari e guardia nazionale).
Per essere approvate, esse necessitano una maggioranza qualificata sia alla Camera che al Senato. Vedremo cosa accadrà in questi mesi di transizione tra le due presidenze.
Avendo in mente quanto accaduto alle (poche) colleghe latinoamericane elette alla medesima carica, possiamo prevedere che Claudia Sheinbaum, doctora y presidenta, avrà un compito duro.
Ed è molto probabile, anzi quasi certo, che sarà osservata e valutata con più severità rispetto a un presidente maschio.
Paolo Moiola
La Chiesa cattolica messicana e la neopresidente
BUONI PROPOSITI
Al contrario di altri paesi latinoamericani, in Messico la Chiesa cattolica ha resistito meglio all’erosione di fedeli per mano delle Chiese evangeliche. Stando ai dati dell’ultimo censimento (Inegi, 2020), i cattolici sono il 77,2 percento della popolazione. Questo non significa che non ci siano problemi. Per esempio, la Chiesa cattolica messicana ha avuto un rapporto piuttosto conflittuale con il presidente Andrés Manuel López Obrador (Amlo). A parte le tematiche sensibili (aborto, eutanasia, gender), l’accusa principale è di non aver fatto abbastanza contro la violenza del crimine organizzato. Violenza di cui è stata vittima la stessa Chiesa: durante la presidenza di Amlo sono stati ben nove i sacerdoti assassinati.
Di discendenza ebraica, la neopresidente ha spesso affermato di essere cresciuta in una famiglia laica con entrambi i genitori che si professavano atei. Questo non le ha impedito di incontrare papa Francesco in Vaticano lo scorso 15 febbraio.
Dopo la sua vittoria, la Conferenza episcopale messicana (Cem) ha rilasciato un comunicato di felicitazioni e di speranza.
«Oltre a sottolineare il privilegio di essere la prima donna a raggiungere la più alta carica del Paese, eleviamo le nostre preghiere affinché, con la responsabilità e la saggezza che la carica richiede, e cercando sempre il bene comune, possa condurre il Messico verso orizzonti migliori», ha scritto, tra l’altro, la Cem nel suo messaggio.
Pa.Mo.
La cattedrale di Mazatlán, nello stato di Sinaloa, dove domina l’omonimo cartello di narcos. Foto Mick Haupt – Unsplash.
Missionari martiri. I molti Romero
Il 24 marzo la Chiesa italiana celebra la giornata dei missionari martiri. Secondo il rapporto annuale di Fides nel 2023 sarebbero stati 20 quelli uccisi mentre erano impegnati nell’annuncio in contesti difficili. Le loro storie di «cristiani normali» sono la testimonianza della presenza viva del Vangelo tra gli ultimi.
Sono le 21 del 29 marzo 2023. Fratel Moses Simukonde Sens, 35 anni, viene ucciso da un proiettile nei pressi di un posto di blocco militare a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso.
Originario dello Zambia e attivo dal 2016 prima in Niger e poi in Burkina Faso, fratel Moses, membro dei Missionari d’Africa (padri Bianchi) è uno dei venti «battezzati impegnati nella vita della Chiesa morti in modo violento» nel 2023 censiti dal rapporto annuale di Fides, l’agenzia di stampa delle Pontificie opere missionarie.
Gli altri diciannove sono un vescovo, otto sacerdoti, un altro religioso non sacerdote, un seminarista, un novizio e sette tra laici e laiche. «Quest’anno il numero più elevato torna a registrarsi in Africa – scrive Stefano Lodigiani, curatore del rapporto -, dove sono stati uccisi nove missionari: cinque sacerdoti, due religiosi, un seminarista, un novizio. In America sono stati assassinati sei missionari: un vescovo, tre sacerdoti, due laiche. In Asia […] quattro laici e laiche. Infine in Europa è stato ucciso un laico».
Il rapporto di Fides sottolinea che la normalità di vita è l’elemento che accomuna tutte le vittime: nessuna azione eclatante o impresa fuori del comune che avrebbero potuto farle entrare nel mirino di qualcuno. «Scorrendo le poche note sulla circostanza della loro morte violenta troviamo sacerdoti che stavano andando a celebrare la Messa o a svolgere attività pastorali in qualche comunità lontana; aggressioni a mano armata perpetrate lungo strade trafficate; assalti a canoniche e conventi dove erano impegnati nell’evangelizzazione, nella carità, nella promozione umana. Si sono trovati a essere, senza colpa, vittime di sequestri, di atti di terrorismo, coinvolti in sparatorie o violenze di diverso tipo».
Giornata di preghiera
Per ricordare questi venti missionari, ma anche tutti i cristiani, cattolici e di altre confessioni, che nel mondo ogni anno perdono la vita mentre testimoniano la fede in Cristo, la Chiesa italiana celebra il 24 marzo la Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri.
Istituita nel 1992 su proposta Movimento giovanile delle Pontificie opere missionarie, ora Missio Giovani, si è deciso di celebrarla nel giorno dell’anniversario dell’uccisione, nel 1980, di monsignor Oscar Romero in Salvador: un difensore degli oppressi, assassinato dagli oppressori.
La giornata è l’occasione per ricordare tutte le situazioni difficili nelle quali i cristiani, laici e consacrati, comunicano il Vangelo, spesso tramite la promozione umana, la difesa dei diritti degli ultimi, la tutela dell’ambiente.
«Non pensavamo di dover continuare a fuggire anche una volta giunti in Europa», dice un migrante agli operatori di Medici senza frontiere (Msf) a Ventimiglia, al confine con la Francia.
Una conclusione a cui Msf è giunta grazie a testimonianze raccolte tra i beneficiari di dodici dei suoi progetti in Paesi europei (come Italia, Grecia e Polonia) ed extraeuropei (come Libia, Niger e Serbia).
Dal momento della partenza dai Paesi di origine a quello dell’ingresso nell’Ue, e anche dopo, salute, benessere psicofisico e dignità dei migranti sono messi a repentaglio.
In particolare, l’organizzazione umanitaria individua quattro fasi del percorso migratorio nelle quali la violenza diventa esplicita: la prima è l’intrappolamento nei paesi con i quali l’Ue ha preso accordi di contenimento; la seconda è l’assenza di assistenza e la violenza sui confini; la terza è la detenzione in condizioni spesso degradanti all’interno dei confini dell’Ue; la quarta è l’insicurezza sistematica, l’esclusione e l’indigenza sperimentate nei Paesi di approdo.
Intrappolati nei Paesi extra Ue
Accordi di cooperazione tra Ue e Paesi extra Ue (ad esempio, Libia, Tunisia e Serbia), da cui spesso i migranti transitano per compiere l’ultimo tratto di viaggio, permettono a Bruxelles di esternalizzare le proprie frontiere, intrappolando le persone in Stati non sicuri, dove le condizioni di vita sono difficili e le violenze quotidiane.
La Libia è l’esempio per eccellenza di questa prima forma di violenza fisica e psicologica sui migranti. Tra il 2016 e il 2022, la quantità di persone che dopo aver tentato di lasciare il Paese nordafricano vi sono state riportate a forza è cresciuta fino alla metà del totale delle partenze. Nei primi otto mesi del 2023, più di 11mila persone sono state intercettate e respinte in Libia. Dietro a questo incremento si nascondono i cospicui finanziamenti di Ue e governo italiano per rafforzare la capacità libica di controllare i propri confini.
Muri, barriere, assenza di soccorsi
Nonostante questo, i flussi verso l’Europa continuano. Ed è a questo punto che i migranti si scontrano con una seconda tipologia di violenza. Muri e barriere, dotati delle più moderne tecnologie di sorveglianza, costellano i confini esterni dell’Ue e testimoniano la brutalità dell’approccio securitario europeo alle migrazioni.
Ad esempio, lungo il confine tra Polonia e Bielorussia corre una barriera di filo spinato alta 5,5 metri. Questa crea quella che viene chiamata la «zona della morte»: una terra di nessuno tra i due Paesi alla quale le organizzazioni umanitarie non possono accedere e dove i migranti – esposti alle intemperie e oggetto di violenze e umiliazioni da parte della polizia polacca di frontiera – si trovano bloccati.
Ma non sono solo muri e barriere a tenere fuori i migranti dell’Ue. Anche la decisione, sempre più frequente, dei Centri maltese e italiano per il coordinamento dei salvataggi in mare di ignorare la presenza di barche in difficoltà nelle proprie aree di competenza costituisce una forma di violenza psicofisica sui migranti. Questo mentre le organizzazioni umanitarie che cercano di supplire alla mancanza di operazioni di salvataggio sono criminalizzate e le loro attività osteggiate.
Detenzioni
Giunti nell’Ue, i migranti si scontrano con una terza forma di violenza, la detenzione. Molti si trovano a vivere in strutture di accoglienza che di accogliente hanno ben poco.
Sono gli hotspot, introdotti in Italia e Grecia per velocizzare le operazioni di identificazione dei migranti ed eventuali processi di rimpatrio. Luoghi dove le persone sperimentano privazioni e restrizione di diritti e libertà. Questo genera in loro un senso di coercizione che aumenta le sofferenze fisiche e psicologiche già accumulate durante il viaggio.
Marginalizzazione
Infine, a testimonianza di quanto la violenza sia connaturata alle politiche migratorie europee, in diversi Paesi si verificano forme di rifiuto ed esclusione che impediscono ad adulti e bambini di accedere al sistema di accoglienza. In questo modo, i migranti sono forzati a vivere nella precarietà e non beneficiano, ad esempio, di un’abitazione o di assistenza sanitaria di base.
In più alcuni Paesi destinatari di movimenti secondari, come la Francia, ostacolano i flussi: per i migranti, superare il confine italo-francese a Ventimiglia è diventato molto difficile a causa del ripristino dei controlli alla frontiera.
Violenza connaturata alle politiche Ue
Quelle descritte dal rapporto di Medici senza frontiere sono quattro forme di violenza che generano un costo umano enorme. L’organizzazione umanitaria, infatti, riscontra tra i migranti, oltre a problemi fisici come malnutrizione, disidratazione, malattie della pelle e dell’apparato gastrointestinale, anche un’allarmante crescita di disturbi psicologici: disturbi del sonno, ansia, stato di allerta costante e flashback ricorrenti di momenti traumatici.
Nonostante l’evidenza dei dati, le politiche e le pratiche dell’Ue sulle migrazioni sono state confermate e normalizzate nell’ultima versione del Patto europeo su migrazioni e asilo del dicembre 2023. Lo scopo rimane quello di contenere i flussi, senza considerare però l’impatto su coloro che quei flussi li compongono: persone.
Aurora Guainazzi
Pakistan. La chimera della libertà
I rapimenti e le conversioni forzate di ragazze cristiane e di altre minoranze religiose sono solo la punta dell’iceberg delle violazioni alla libertà religiosa nel Paese asiatico. L’instabilità politica, le leggi anti blasfemia, le formazioni estremiste rendono pericolosa la vita del 4% di popolazione non musulmana.
Huma Younous, Zarvia Pervaiz, Meerab Mohsin, Arzoo Raja. Sono alcune delle ragazze pachistane che in questi anni hanno subito rapimenti, violenze, matrimoni forzati e conversioni all’islam.
Conosciamo i loro nomi perché le loro famiglie hanno avuto il coraggio di denunciare, ma rappresentano solo la punta di un iceberg. Il fenomeno delle ragazze rapite in Pakistan a causa della loro fede è una piaga enorme della quale non si conosce precisamente la dimensione.
Si tratta di giovani cristiane in un Paese in cui il 96 per cento della popolazione è musulmana. A finire in questa spirale di violenze, però, ci sono giovani anche delle altre minoranze religiose.
Una tragedia inascoltata
Secondo un rapporto del Center for social justice (Csj), Ong guidata dal cattolico pachistano Peter Jacob, nel 2021 si sono verificati 78 casi di donne e ragazze (cristiane e indù) rapite, convertite con la forza e sposate da uomini musulmani. Il 76 per cento di queste erano minorenni.
Il numero di casi registrati nel 2021, afferma il Csj, è aumentato dell’80 per cento rispetto all’anno 2020. Ma le famiglie che, per mancanza di soldi o coraggio, vivono nel silenzio questa situazione sono molto più numerose di quelle registrate.
Una tragedia che spesso si consuma nell’indifferenza della comunità internazionale.
C’è voluto il docufilm The losing side, presentato al Festival di Cannes 2022 e vincitore di un premio nella categoria Best human rights film, per fare conoscere al grande pubblico questo dramma.
Protezione legale
A sostenere da anni i diritti di alcune di queste giovani c’è una coraggiosa avvocata cattolica, Tabassum Yousaf. Lei stessa in passato ha ricevuto minacce e ora è schierata per la difesa dei diritti delle minoranze. «Fornisco assistenza legale alle nostre donne vulnerabili e alle ragazze minorenni che sono state vittime di abusi sessuali, discriminazioni, conversioni e matrimoni forzati», cioè soggetti non adeguatamente tutelati «a causa delle lacune nella legge».
Il Pakistan, spiega l’avvocata che porta avanti progetti sui diritti umani anche con la diocesi di Karachi, è «firmatario di trattati internazionali» per cui «abbiamo fatto leggi, ed emendamenti alle leggi, per dare protezione alle minoranze, alle donne e ai bambini», ma, nonostante ciò, «molti di questi provvedimenti sono rimasti sulla carta».
Le minoranze
Se il fenomeno dei rapimenti e delle conversioni forzate delle giovani donne è tra le questioni più gravi, complessivamente in Pakistan si registrano violazioni della libertà di fede tra le maggiori nel mondo.
La popolazione è quasi interamente musulmana, composta principalmente da sunniti (circa l’85 per cento della popolazione) mentre gli sciiti rappresentano il 10 per cento. Le minoranze religiose, prevalentemente cristiane, indù e ahmadi, più alcuni baha’í, sikh, parsi e una comunità ebraica, sono in calo. Tutte le minoranze messe insieme costituiscono complessivamente tra il 3,6 e il 4 per cento della popolazione. Tutte subiscono discriminazioni, quando non vere e proprie persecuzioni.
La comunità ebraica è praticamente in via di estinzione: secondo le statistiche ufficiali conterebbe tra le 2.000 e le 2.500 persone, ma fonti della stessa comunità ritengono che nel Paese ne siano rimaste circa ottocento, sugli oltre 200 milioni di abitanti complessivi.
Per quanto riguarda la persecuzione relativa alla minoranza cristiana, il Pakistan, nella World watch list della ong Open doors, è collocato al settimo posto nel mondo, ovvero tra i Paesi dove meno è rispettata la libertà di fede (dopo Corea del Nord, Somalia, Yemen, Eritrea, Libia e Nigeria).
Le leggi sulla blasfemia
Lo status delle minoranze religiose è ulteriormente influenzato dalle cosiddette «leggi sulla blasfemia», introdotte nel Paese dal generale Zia-ul-Haq tra il 1982 e il 1986. Non si tratta propriamente di leggi, ma di emendamenti al codice penale pachistano che, di fatto, limitano la libertà di religione e di espressione. I reati punibili includono la «profanazione» del Corano e le offese al profeta Maometto, che comportano rispettivamente come pena massima l’ergastolo e la condanna a morte.
Nonostante i richiami, a dire il vero timidi, della comunità internazionale affinché venga abolita questa normativa, essa, dall’inizio del 2023, ha invece visto un’ulteriore stretta.
Se prima veniva condannato chi era accusato di avere insultato il Corano o il profeta Maometto, «ora può essere applicata anche per sanzionare chiunque è accusato di avere insultato persone legate al Profeta. Il giro di vite è stato disposto dal Parlamento per inasprire le già rigide leggi nazionali», denuncia la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs).
Quanti vengono accusati di avere «insultato» mogli, compagni o parenti del profeta Maometto rischiano, dall’inizio del 2023, 10 anni di carcere, pena che può essere estesa all’ergastolo, oltre a una multa di un milione di rupie.
L’accusa di blasfemia diventa inoltre un reato per il quale non è possibile la cauzione.
L’inasprimento delle pene scaturisce da un disegno di legge presentato da Abdul Akbar Chitrali, parlamentare appartenente a un partito politico religioso.
«L’approvazione del disegno di legge rappresenta un segnale estremamente preoccupante», commenta Alessandro Monteduro, direttore di Acs Italia. «La normativa finora ha di fatto favorito la persecuzione ai danni delle minoranze religiose, a cominciare da quelle cristiana e induista. Ora la situazione inevitabilmente peggiorerà», aggiunge Monteduro. «Spesso i cristiani vengono accusati strumentalmente di blasfemia da soggetti che vogliono semplicemente perseguire interessi privati. Il risultato è che gli accusati o vengono arrestati o diventano preda della reazione violenta delle folle.
La normativa anti blasfemia viene usata anche come arma contro gli avversari politici e il suo inasprimento creerà maggiori opportunità per un suo uso improprio. Così le minoranze religiose, a cominciare da quella cristiana, sono ancora più minacciate».
AFP PHOTO/ Rizwan TABASSUM (Photo by RIZWAN TABASSUM / AFP)
Il caso di Asia Bibi
Il caso più noto, rispetto all’uso di questa legge sulla blasfemia, è quello di Asia Bibi. Per lei, che ha subito dieci anni di carcere duro per essere stata accusata ingiustamente di blasfemia, e che ha rischiato fino all’ultimo momento la pena di morte, c’è stata una mobilitazione internazionale che ha visto in prima linea l’Italia e la Francia.
Il 31 ottobre del 2018 è stata scagionata dalla Corte suprema del Pakistan, ma la donna e la sua famiglia hanno comunque dovuto lasciare il loro Paese per le minacce degli islamisti. Ora vivono in Canada.
«In Pakistan ci sono ancora troppe “Asia Bibi”, nelle prigioni», fa presente Shahid Mobeen, fondatore dell’associazione Pakistani cristiani in Italia e docente di Filosofia presso la Pontificia università urbaniana.
Mobeen contesta il fatto che, in questi anni, quando si è parlato delle minoranze religiose, in Pakistan si è fatto riferimento al «modello della Carta di Medina dei tempi di Maometto» che stabiliva diritti per gli immigrati di altre religioni. «La protezione ben venga ma noi non siamo immigrati sul territorio – sottolinea Shahid Mobeen -, noi abbiamo fondato il Pakistan insieme a Mohammad Ali Jinnah e siamo figli di quella terra. Come cristiani siamo presenti in quel territorio prima ancora che arrivasse l’islam e quindi chiediamo di essere trattati con uguali diritti, con pari dignità e pari opportunità nell’istruzione e nel lavoro perché vogliamo contribuire alla crescita e allo sviluppo del Paese».
Anche nei casi in cui non ci siano veri e propri atti persecutori, i cristiani e gli altri appartenenti a fedi diverse dall’islam sono comunque discriminati nella quotidianità, dall’accesso al lavoro agli aiuti. Nei mesi del Covid sono stati diversi gli appelli alla comunità internazionale affinché venisse condannata anche la discriminazione sanitaria.
I fedeli non appartenenti alla grande comunità musulmana sono a lungo rimasti privi dei dispositivi di protezione o comunque delle condizioni minime che potevano evitare il contagio da coronavirus.
Ahmadi: musulmani, anzi no
In questa situazione nella quale la libertà di fede in Pakistan risulta essere una chimera, c’è il caso particolare degli ahmadi, comunità nata nel 1898 a Qadian, in India, nel periodo in cui vigeva il potere britannico. Il suo fondatore è Mirza Ghulam Ahmad Ahmad.
Alcuni articoli del codice penale pachistano, promulgati nel 1984, hanno reso un reato penale per gli ahmadi definirsi musulmani o chiamare la propria fede islam.
«Dal punto di vista del culto siamo uguali agli altri musulmani: preghiamo cinque volte al giorno, consideriamo Maometto come profeta, abbiamo il Corano come libro sacro. Il ruolo del nostro fondatore non era di dare vita a una nuova religione, bensì di riformare quella del suo tempo», spiegava Ataul Wasih Tariq, imam della comunità ahmadi in Italia nell’ambito di un incontro interreligioso in Vaticano con papa Francesco il 5 settembre del 2022.
Secondo Omar Waraich, responsabile del Dipartimento dell’Asia del Sud di Amnesty international, «ci sono poche comunità in Pakistan che hanno sofferto tanto quanto gli ahmadi».
«Alcune fonti – afferma Aiuto alla Chiesa che soffre nel Rapporto 2020 sulla libertà religiosa nel mondo – riportano che tra il 1984 e il 2019, 262 ahmadi sono stati uccisi a causa della loro fede, 388 hanno subito violenze e 29 moschee ahmadi sono state distrutte. Per legge gli ahmadi non possono avere moschee proprie, né chiamare alla preghiera e, per poter votare, devono essere necessariamente classificati come non musulmani o aderire a una delle correnti principali dell’islam».
Le tensioni politiche, nuovi rischi per i cristiani
Il Pakistan non ha mai goduto di grande stabilità politica e questo ha consentito negli anni la crescita di formazioni estremiste.
I ripetuti attentati nei luoghi di culto e nei quartieri delle minoranze, compresa quella dei musulmani sciiti, non hanno trovato mai una risposta decisa da parte del governo.
Da aprile 2022, con il cambio della guardia, dal governo di Imran Khan a quello del suo principale avversario Shahbaz Sharif, l’instabilità è aumentata. Le sanguinose manifestazioni, sia pro che contro l’ex premier, accusato anche di corruzione, mostrano che la nuova leadership politica è tutt’altro che salda.
L’11 agosto scorso, poi, Sharif ha sciolto l’Assemblea nazionale al termine della legislatura. Il presidente Arif Alvi, al posto di Sharif, ha nominato primo ministro provvisorio Anwaar-ul-haq Kakar per guidare il Pakistan verso le elezioni nazionali.
Il Paese, tra l’altro, ha vissuto in questi ultimi anni anche rovinose alluvioni causate dai cambiamenti climatici.
Per quanto riguarda le minoranze religiose e, in particolare, i cristiani, questa situazione di incertezza «non aiuta di certo», afferma la ong Open doors. «Negli ultimi anni, con il premier Imran, la radice e i danni del passato sono rimasti intatti, anzi, una certa “narrazione estremista” ha continuato ad essere perpetuata e a far breccia nella popolazione a vari livelli. Quell’estremismo strisciante, spesso sfociato in attacchi alle comunità cristiane oltre [che in] minacce a chiunque difendesse cause [contro le] violazioni dei diritti umani […], non è sparito e purtroppo in momenti di instabilità politica come questo – sottolinea ancora Open doors -, rischia di aumentare la propria influenza».
Presto un giovane santo?
La persecuzione religiosa è talmente radicata in Pakistan che i cristiani di fatto vivono in una perenne trincea. Nella capitale Karachi, la maggior parte dei cristiani vive nel quartiere Essa Nagri (tradotto dall’urdu «il quartiere di Cristo»), dove vivono ammassati e, in qualche modo, trincerati innalzando muri di protezione per sentirsi più sicuri.
Essa Nagri è un quartiere dove le fogne sono a cielo aperto, i collegamenti elettrici precari e anche la sicurezza non è sempre garantita. Nel 2016 qui sono stati uccisi cinque ragazzi cristiani dai fondamentalisti islamici.
Nella città di Lahore, nel nord del Paese, il quartiere cristiano è invece quello di Youhanabad. Qui vivono circa 130mila cristiani tra cattolici e membri di altre confessioni. Nel quartiere si trovano due chiese, la Saint John, cattolica, e la Christ church, protestante, entrambe attaccate in due attentati contemporanei il 15 marzo del 2015.
In quell’attentato persero la vita molte persone tra le quali il giovane cattolico Akash Bashir, proclamato Servo di Dio (il primo nella storia della Chiesa del Pakistan) il 31 gennaio del 2022, festa di San Giovanni Bosco.
Akash Bashir, nato il 22 giugno 1994 a Risalpur, nella provincia pachistana di Nowshera Khyber Pakhtun Khwa, era uno studente del Don Bosco technical institute di Lahore, ed era tra i giovani attivi nella comunità parrocchiale.
Akash era in servizio al cancello d’ingresso della chiesa, quel 15 marzo del 2015, quando notò un uomo che voleva entrare con una cintura esplosiva sul corpo.
Il giovane ha abbracciato l’uomo, bloccandolo e tenendolo fermo al cancello d’ingresso, facendo sì che il piano del terrorista, quello di fare una strage all’interno della chiesa, fallisse.
L’attentatore si è allora fatto esplodere uccidendo se stesso e il giovane Akash.
Nel 2019, durante un nostro viaggio in Pakistan per documentare la situazione dei cristiani, abbiamo incontrato a Lahore Emmanuel Bashir e Naz Bano, il padre e la madre del giovane. «È morto per salvare la vita degli altri, è un martire della Chiesa e noi ne siamo orgogliosi perché questo è testimoniare il Vangelo», ci hanno detto, auspicando che il Papa potesse riconoscere il loro Akash martire e santo, anche per dare coraggio alla martoriata comunità cristiana locale.
Manuela Tulli
Israele-Palestina. «Dov’è l’uomo?»
Nella città vecchia di Gerusalemme, di norma, a dare la sveglia è, intorno alle 5 di mattina, la preghiera del muezzin; poco dopo suonano le campane delle chiese cristiane.
Sabato 7 ottobre, una data che purtroppo rimarrà nei libri di storia, a squarciare il silenzio dell’alba è stato il suono delle sirene. Nitido quanto inatteso.
Un suono sinistro che preannunciava i rumori della guerra. E la Terra Santa, che fino alla sera prima era animata dalla grande festa ebraica di Sukkot, dalle file dei pellegrini cristiani nei luoghi santi, dalla preghiera in tutte le moschee, si è trovata a fare i conti con i morti, le distruzioni, la paura, la solitudine.
Tutto cambiato improvvisamente, con un salto indietro di decenni, ma soprattutto soffocando i semi di speranza per questa terra che negli anni sono stati gettati da tante persone di buona volontà.
La guerra è in queste ore in pieno svolgimento.
Israele ha negli occhi un eccidio, quello dei terroristi di Hamas nei kibbutz al confine con Gaza e al pacifico rave che i giovani stavano tenendo nel deserto del Negev. Qualcosa che non si verificava, per la crudeltà e le proporzioni, «dai tempi della Shoah», come sottolineato dal premier israeliano Benyamin Netanyahu.
Dall’altra parte è cominciato un assedio su Gaza che colpisce indiscriminatamente la popolazione civile, rimasta senza cibo, acqua, energia, medicine e costretta a un esodo al Sud della Striscia verso un confine che resta però sigillato.
«È una tragedia immane, non capisco il disegno di Dio per questa terra, la sua terra», è uno dei messaggi che arriva sul mio whatsapp da quella terra martoriata.
La stessa domanda corre in un incontro online con il Patriarca di Gerusalemme dei Latini, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, che solo la settimana prima dell’attacco di Hamas era stato creato cardinale dal Papa in Vaticano. «La domanda non è “dov’è Dio”, ma “dov’è l’uomo”», risponde il francescano.
Uno degli effetti «collaterali» della guerra è la cappa di solitudine scesa su questo paese: l’allegria e la vita che normalmente si riversano per gran parte della giornata in strada, che è un po’ la cifra di questo angolo del pianeta, si sono trasformate in deserto. Le botteghe della città vecchia di Gerusalemme hanno tirato giù le serrande come ai tempi del covid. La guesthouse dei Melchiti, a pochi passi dalla Porta di Jaffa, gira la chiave nel portone, non sapendo quando riaprirà i battenti.
Così è anche a Betlemme, in Cisgiordania: «La gente è molto preoccupata, sanno che perderanno il lavoro e che sarà difficile andare avanti; qui si vive principalmente di turismo religioso», racconta Giulia, una giovane volontaria italiana di Pro Terra Sancta.
Da Betlemme arriva anche la preoccupazione di chi assiste i bambini orfani e malati nella struttura Hogar Niño Dios, gestita dai sacerdoti e dalle suore del Verbo Incarnato. «Il nostro contatto con loro – riferiscono dall’Unitalsi (Unione nazionale italiana trasporto ammalati a Lourdes e santuari internazionali) che da quindici anni aiuta i religiosi con i propri volontari – è giornaliero, e nelle loro parole si sente il dolore e la preoccupazione per la situazione che stanno vivendo. A noi il compito di pregare».
La preghiera dunque. Per questo, nonostante l’eco delle sirene e il rombo degli aerei, i luoghi santi continuano a rimanere aperti.
Come a Ein Karem, dove si trova la chiesa che ricorda la Visitazione di Maria a Elisabetta: «Il luogo dove tutti vengono a pregare per la pace», dice padre Rafael Sube, francescano messicano della Custodia di Terrasanta.
Il Magnificat qui è declinato in oltre quaranta lingue, scritto su grandi piastrelle di ceramica che decorano le mura del cortile. «Questo vuol dire che i popoli possono stare vicini, possono vivere insieme, non sono loro a volere le guerre. Qui preghiamo per la pace in tutto il mondo perché la guerra non c’è solo in Ucraina, dobbiamo guardare a tutti i paesi che soffrono».
Era il 6 ottobre quando padre Rafael pronunciava profeticamente queste parole. Forse pensava proprio alla Terra Santa in cui vive da 31 anni.
Dal giorno dopo, con i missili arrivati da Gaza anche nei cieli della città vecchia, la preghiera per la pace guarda, infatti, soprattutto a questo angolo del pianeta, Gerusalemme, Urusalim, che si traduce: «Città della pace».
T-shirt bianca, capelli corti, faccia pulita. Dice: «Oggi abbiamo fatto la storia, le famiglie ecuadoriane hanno scelto il nuovo Ecuador, hanno scelto un paese con sicurezza e lavoro. […] Andiamo verso un paese di realtà dove le promesse non rimangono nella campagna elettorale e la corruzione viene punita». Un discorso per nulla sorprendente: più o meno, le parole sono quelle che dicono tutti i candidati subito dopo aver saputo della loro vittoria. Sorprendente è invece l’oratore, vincitore non previsto alla vigilia delle elezioni.
Luisa González, candidata dell’ex presidente Rafael Correa, è la grande sconfitta delle elezioni del 15 ottobre. (Immagine tratta da luisapresidenta.com)
Con i suoi 35 anni, Daniel Noboa, imprenditore e politico di centrodestra, sarà il più giovane presidente dell’America latina, battendo anche il cileno Gabriel Boric (37). È figlio di Álvaro Noboa, l’uomo più ricco dell’Ecuador, a capo di un impero di banane e cioccolato (marchio «Bonita») e di oltre cento imprese, per cinque volte candidato alla presidenza del paese. Daniel è sposato con Lavinia Valbonesi, giovane influencer di padre italiano. Al secondo turno delle elezioni (domenica 15 ottobre), Daniel Noboa ha sconfitto Luisa González, candidata di centrosinistra sponsorizzata da Rafael Correa, presidente dal 2007 al 2017, oggi esiliato in Belgio. Il neoeletto, che succede al banchiere Guillermo Lasso, si troverà a governare un paese in gravi difficoltà.
Sotto il marchio «Bonita», il gruppo Noboa produce anche tavolette di cioccolato.
Fino a poco tempo fa, l’Ecuador – 17 milioni di abitanti (con il 7,7% di indigeni) – era una regione (relativamente) tranquilla dell’America Latina, continente noto per ospitare i paesi con i più alti tassi di omicidio al mondo (El Salvador, Venezuela, Guatemala, Haiti). Da cinque anni la situazione è radicalmente mutata. Stretto tra Perù e Colombia, i due maggiori produttori mondiali di coca, l’Ecuador è diventato crocevia del narcotraffico, affare gigantesco gestito da gruppi internazionali e bande locali.
Secondo l’ultimo censimento, gli indigeni dell’Ecuador sono il 7,7% della popolazione totale. (Foto Azzedine Rouichi – Unsplash)
L’esplosione di violenza è stata di tale portata da spingere decine di migliaia di ecuadoriani a lasciare il paese e tentare di emigrare negli Stati Uniti, formando parte di un’ondata migratoria che sta mettendo in gravi difficoltà l’amministrazione Biden. Alla criminalità organizzata si deve, tra l’altro, l’assassinio – avvenuto a Quito lo scorso 9 agosto – di Fernando Villavicencio, giornalista investigativo e autorevole candidato alla presidenza.
Fernando Villavicencio, giornalista investigativo e candidato presidente, è stato assassinato il 9 agosto in piena campagna elettorale. (Foto da Facebook)
Due giorni prima delle elezioni avevamo chiamato Quito per raccogliere un commento di José Ignacio López Vigil, fondatore e responsabile di Radialistas Apasionadas y Apasionados, associazione senza scopo di lucro che produce programmi radiofonici per molte emittenti popolari dell’America Latina. E il nostro interlocutore era stato esplicito e molto duro. «Entrambi i candidati – ci aveva spiegato – sono pessimi. L’unico per il quale valeva la pena votare, Fernando Villavicencio, è stato assassinato dalla mafia e dai narcotrafficanti. Luisa González è un’evangelica pro-vita, un burattino di Correa. Il suo progetto è l’amnistia per l’ex presidente e la ricandidatura di questo farabutto nel 2026. Daniel Noboa è il figlio di un papà miliardario. Neoliberista. Non serve al paese. Detto questo, tra i due preferisco quest’ultimo».