Le traduzioni ci sono (ma non per i cinesi)


L’accordo tra Pechino e Vaticano sulle nomine vescovili è stato prolungato per altri quattro anni. A che punto sono le relazioni tra i due soggetti? E come stanno i cattolici cinesi? Lo abbiamo chiesto al professor Sisci.

«La Santa Sede e la Repubblica popolare cinese, visti i consensi raggiunti per una proficua applicazione dell’Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi, dopo opportune consultazioni e valutazioni, hanno concordato di prorogarne la validità per un ulteriore quadriennio, a decorrere dalla data odierna. La Parte vaticana rimane intenzionata a proseguire il dialogo rispettoso e costruttivo con la Parte cinese, per lo sviluppo delle relazioni bilaterali in vista del bene della Chiesa cattolica nel Paese e di tutto il popolo cinese».

Così recita l’annuncio del Vaticano del 22 ottobre dello scorso anno.

Si tratta del proseguimento di un rapporto iniziato nel settembre del 2018 quando il governo cinese e le autorità vaticane siglano un accordo provvisorio sulle nomine vescovili. L’intesa non solo pone fine a decenni di ordinazioni episcopali avvenute senza il consenso papale, annullando la distinzione tra «Chiesa ufficiale» e «Chiesa clandestina», ma ricongiunge anche la comunità cattolica cinese, che conta tra sei e dodici milioni di fedeli (cfr. MC marzo).

Il significato simbolico è rilevante: per la prima volta, Pechino riconosce l’autorità religiosa del Papa in Cina, una concessione che, in epoca imperiale, i missionari gesuiti non ottennero mai.

Da quella firma a oggi sono state annunciate una decina di nomine e consacrazioni vescovili congiunte, oltre all’ufficializzazione del ruolo pubblico di alcuni presuli prima non riconosciuti da Pechino.

La crescente collaborazione è testimoniata anche dalla presenza di vescovi cinesi ai Sinodi in Vaticano e ad altri appuntamenti in Europa e America. Nonché dall’interesse della Santa Sede a cooperare con Pechino per riportare la pace in Ucraina. Nonostante i progressi, tuttavia, «rimangono tanti problemi, piccoli e grandi».

Quali siano ce lo spiega Francesco Sisci, sinologo, autore e ricercatore senior presso la Renmin University di Pechino.

Nel 1988, Sisci è stato il primo straniero a essere ammesso alla facoltà di specializzazione dell’Accademia cinese delle scienze sociali (Chinese academy of social sciences, Cass), il principale think tank cinese.

Collaboratore di diverse riviste e istituti di ricerca, nel 2016 ha realizzato la prima intervista al Papa sui rapporti con la Cina, ripresa ampiamente anche sulla stampa cinese. Storico editorialista del Sole24ore, scrive per Asia Times ed è ospite abituale della Cctv (China central television), la televisione di Stato cinese, nonché dell’emittente di Hong Kong, Phoenix tv. Il suo ultimo libro è «Tramonto italiano» (Neri Pozza, 2024).

Immagine notturna della cupola di San Pietro, in Vaticano. Foto Jerome Clarysse – Pixabay.

Tra Pechino e Taiwan

Professor Sisci, l’accordo sulle nomine vescovili, già prolungato nel 2020 e nel 2022, è stato rinnovato lo scorso 22 ottobre non per i soliti due anni ma per altri quattro. Come interpreta questa scelta?

«Il prolungamento a quattro anni vuol dire, palesemente, che il rapporto è migliorato. La situazione è migliore, però non è ottimale. C’è una fiducia crescente che ha dato dei frutti: ovvero la nomina congiunta di alcuni vescovi. Non c’è stato un accordo risolutivo, conclusivo, né sono stati appianati tutti i problemi. Diversi vescovi nominati e riconosciuti a suo tempo dal Papa, non sono stati riconosciuti dal governo cinese. Rimangono poi tante altre questioni, piccole e grandi.

Ad esempio, resta insoluto il tema delle diocesi, così come il problema della conferenza episcopale. Soprattutto il Vaticano continua a chiedere di poter aprire una rappresentanza permanente a Pechino. Non un’ambasciata, bensì una rappresentanza, un ufficio culturale. Così come c’è una rappresentanza a Hong Kong che dipende dalla Nunziatura di Manila. Quindi, questo è uno dei punti in sospeso. Credo ci voglia tempo anche perché ci sono tante preoccupazioni da parte di Pechino per migliorare di più i rapporti».

Tra queste preoccupazioni figura anche Taiwan? A oggi, il Vaticano è uno dei soli dodici Stati a riconoscere ufficialmente il governo di Taipei, che Pechino definisce «separatista».

«No, perché se il problema fosse Taiwan, allora per il Vaticano il problema non esisterebbe. La Santa Sede sarebbe pronta ad aprire un ufficio a Pechino domani. È Pechino che non vuole».

Il professor Francesco Sisci durante un intervento alla televisione cinese Cctv.

La lettera di Benedetto XVI

Oltre ai rapporti istituzionali tra Pechino e il Vaticano, l’accordo sulle nomine vescovili ha portato benefici anche per la comunità cattolica cinese? C’è stato un periodo, intorno al 2014, in cui chi si dimostrava fedele al Papa – la cosiddetta «Chiesa sotterranea» – incorreva in non pochi problemi. Inoltre, nel Sud della Cina diverse chiese sono state demolite o private delle croci. Di tutto questo non si parla più da tempo.

Papa Benedetto XVI

«Stiamo parlando di due cose diverse: una sono le chiese come edifici, l’altra è la Chiesa come comunità di cattolici. Quella della “Chiesa sotterranea” era una denominazione che è durata – grossomodo – fino al 2007, cioè fino alla lettera di Benedetto XVI ai cinesi. Con la lettera il problema viene risolto de iure, perché il Papa incoraggia i cattolici cinesi a essere buoni cattolici, ma anche buoni cittadini. Quindi, per la prima volta, riconosce l’esistenza del governo di Pechino, mettendo fine a una questione molto antica che risaliva al 1951. Ovvero a quando l’ultimo nunzio del Vaticano, Antonio Riberi – che riconosceva il governo nazionalista del Kuomintang – venne espulso da Nanchino perché si era rifiutato di trasferirsi a Pechino (sede del governo comunista istituito da Mao alla fine della guerra civile, ndr).

Con il riconoscimento del governo della Repubblica popolare da parte di Benedetto XVI la “Chiesa clandestina” non aveva più ragione d’essere, perché veniva chiesto a tutti di seguire le leggi cinesi. Poi, con l’accordo sulle nomine episcopali del 2018, si è cominciato più seriamente a lavorare per riunificare la Chiesa.

Certo, come dicevamo, ci sono ancora dei vescovi nominati da Roma che non sono stati riconosciuti da Pechino. Però, non sono “clandestini”(*). Sono semplicemente riconosciuti come preti e non come vescovi. Anche perché, per la legge cinese, il riconoscimento di un vescovo significa che le proprietà della diocesi del luogo vengono intestate al vescovo che è il rappresentante legale della diocesi. Quindi, ci sono una serie di problemi di diritto e amministrazione un po’ come succede anche da noi per certi versi.

Per quanto riguarda invece le chiese intese come edifici, c’è stata una campagna che ha visto abbattere alcune croci e alcuni edifici. Però, che io sappia, questa fase è finita, non c’è più».

Anche grazie all’accordo sulle nomine episcopali?

«Credo che la campagna delle demolizioni si sia conclusa molto prima dell’accordo, che è stato raggiunto solo nel 2018».

Quindi, non le risulta che attualmente ci sia ancora una stretta sulla comunità cattolica?

«In generale c’è una stretta sulla Cina, c’è una stretta sui cinesi. I cattolici sono sottoposti a un trattamento particolarmente sfavorevole? Non credo. La Cina sta attraversando un momento particolare e i cattolici cinesi si trovano ad affrontare questo momento particolare come tutti gli altri cinesi. Non sono vessati né come i tibetani né come gli uiguri, per intenderci».

L’uso del mandarino: ma per chi?

Dal 4 dicembre 2024 l’udienza generale del Papa viene tradotta anche in cinese. Come interpreta questa decisione? A chi si rivolge il pontefice, ai cinesi all’estero o a quelli in Cina?

«Che l’udienza non fosse tradotta in cinese era una cosa strana. Il mandarino è una delle sei lingue principali dell’Onu. I tweet del Papa da sempre sono tradotti in 22 lingue, tra cui il cinese che è anche tra le 53 lingue in cui viene trasmessa Radio Vaticana. Come nel caso dell’Onu, tutto quello che viene tradotto in cinese di solito non arriva in Cina, se non attraverso Vpn (collegamento internet che permette di aggirare la censura, ndr)».

La distensione tra Cina e Santa Sede è riscontrabile anche nel crescente allineamento diplomatico su questioni di interesse internazionale.
Nel settembre 2023 il cardinale Matteo Zuppi è stato in Cina, quarta tappa della missione per la pace in Ucraina che Bergoglio gli aveva affidato. Il porporato ha incontrato il responsabile cinese per l’Eurasia, Li Hui, in «un clima aperto e cordiale». I due hanno discusso della guerra e delle sue drammatiche conseguenze, sottolineando «la necessità di unire gli sforzi per favorire il dialogo e trovare percorsi che portino alla pace». Quell’incontro ha avuto degli sviluppi?

«La comunicazione con la segreteria di Stato continua. Zuppi però era andato in Cina con un tema specifico, non per parlare di questioni bilaterali. Era andato per parlare di donne e bambini ucraini. Quindi della situazione umanitaria collegata alla guerra. Questo era lo scopo del viaggio, né più né meno. Non ho informazioni più recenti sulle interlocuzioni con la Cina, ma il Vaticano è ancora molto impegnato a livello diplomatico».

Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato del Vaticano. Immagine Wikimedia.

Il Vaticano è anche sempre più impegnato in Asia. Tempo fa lei scriveva che questo protagonismo della Santa Sede coincide con il declino delle istituzioni del secondo dopoguerra, come le Nazioni Unite presso cui i paesi asiatici sono sottorappresentati. Secondo lei, è un’evoluzione dovuta semplicemente al contesto internazionale attuale, qelle dinamiche mondiali? Oppure questo interesse per l’Asia nasce da un impulso personale di papa Francesco?

«Entrambe le cose. Mi sembra di sì, mi sembra ci sia stato un impulso personale. Probabilmente incoraggiato anche dal segretario di Stato Pietro Parolin. D’altro canto, Francesco voleva fare il missionario in Giappone. E poi si deve essere reso conto che la Chiesa deve essere in Asia, se non vuole rischiare di diventare marginale. È una questione di numeri, di demografia».

In un suo articolo pubblicato su SettimanaNews ha fatto anche riferimento al fatto che, in Asia, la Chiesa cattolica può fare leva su due elementi: uno è l’Eucaristia, ovvero un rito nel quale Dio si offre per essere consumato e sacrificato, interrompendo così il ciclo della vita e della morte, che rappresenta un tema centrale nelle filosofie orientali come nell’induismo, nel buddhismo e nel taoismo.
L’altro è la confessione, che potrebbe compensare la circolazione di pratiche psicoterapeutiche che lasciano le persone con un senso di solitudine, senza un perdono specifico.

«Sì, ci possono essere degli elementi di contatto nelle varie culture asiatiche. I cinesi, ad esempio, si stanno avvicinando solo ora alla psicoterapia, che può essere considerata un’evoluzione della confessione. Quest’ultima però ha il vantaggio che prevede anche un’assoluzione esterna, mentre la psicanalisi potrebbe risultare non risolutiva per il paziente, che deve trovare una sua strada. Insomma, elementi interessanti. Però, bisogna lavorarci, non è una cosa così ovvia».

Il ruolo dei cardinali asiatici

Professore, pensa che, al di là di papa Francesco, ci sia una disposizione del Vaticano a proiettarsi verso l’Asia? Il lavoro di Bergoglio ha messo basi sufficientemente solide perché quest’opera di evangelizzazione sopravviva all’arrivo di un altro pontefice?

«Francesco sta facendo molti cardinali in Asia: ha nominato un cardinale in Mongolia (monsignor Giorgio Marengo, missionario della Consolata, ndr), uno in Laos. Ha fatto un cardinale in Bangladesh, e un altro a Teheran.

Per la prima volta abbiamo una folla di cardinali asiatici. Questi devono diventare delle teste di ponte della Santa Sede e del cattolicesimo in Asia. Lo saranno? Vedremo. Naturalmente non è una cosa di due giorni: è una cosa di venti anni o anche duecento».

Alessandra Colarizi
(seconda parte – fine)

(*) A inizio marzo, è stato arrestato monsignor Pietro Shao Zhumin, vescovo di Wenzhou.

La facciata della chiesa cattolica del Salvatore (Xishiku), a Pechino. Foto Zheng Zhou.




Cina. Danzando tra abbracci e giravolte


In un Paese ufficialmente ateo, Pechino tollera con fastidio le religioni. Per controllare i cattolici (stimati sotto l’uno per cento della popolazione), nel 1958 venne istituita l’«Associazione patriottica cattolica cinese». Dal 2018 tra Cina e Vaticano vige un accordo che ha attenuato i contrasti.

Nell’aprile 2023, all’insaputa della Santa Sede, Joseph Shen Bin viene ordinato nuovo vescovo di Shanghai unilateralmente da Pechino, spingendo la segreteria di Stato del Vaticano a bollare la decisione come una violazione dello «spirito di dialogo e collaborazione instaurato nel corso degli anni».

Tre mesi dopo, Shen riceve la consacrazione di papa Bergoglio. Ma, passato meno di un anno, nel gennaio 2024 un altro incidente minaccia i rapporti sino vaticani: l’arresto del vescovo di Wenzhou, Peter Shao Zhumin, non riconosciuto dal governo cinese e per questo periodicamente recluso dalle autorità locali per impedirgli di svolgere il proprio ministero.

Il presule – riporta AsiaNews – aveva espresso opposizione al trasferimento di alcuni sacerdoti nella propria diocesi, alla divisione delle parrocchie, nonché al declassamento di un’altra diocesi locale a parrocchia.

È l’ultimo atto della turbolenta danza diplomatica tra Pechino e il Vaticano. Una danza scandita da giravolte spesso brusche e periodici abbracci.

Il regime e le religioni

Quella tra i due partner è una storia apparentemente impossibile. Ufficialmente atea dall’istituzione del regime comunista, la Repubblica popolare da sempre tollera con fastidio le religioni, considerate «oppio dei popoli». Specialmente quelle importate dall’esterno che il Partito-Stato, ossessionato dalla stabilità sociale, ritiene veicolo di idee potenzialmente sovversive.

Una posizione che diventa più netta da quando nel 2013 Xi Jinping assume la presidenza con la promessa di compiere la «rinascita nazionale»; ovvero vendicare l’umiliazione subita durante l’occupazione imperialista subita tra il XIX e il XX secolo.

È un capitolo della storia cinese che riguarda molto da vicino la comunità cattolica, perseguitata durante la rivolta dei Boxer (1899-1901), perché considerata responsabile dell’invasione straniera del Celeste impero.

Con la caduta della dinastia Qing e la nascita della Repubblica di Cina nel 1911, l’opera missionaria, consolidata in epo-

ca Ming (1368-1644) da Matteo Ricci e i gesuiti, affronta un ambiente politico complesso. A quel tempo, gli interessi della Santa Sede nel paese sono rappresentati da un delegato apostolico (privo di uno status diplomatico formale) fino al 1943, anno in cui vengono istituiti rapporti ufficiali con la Repubblica di Cina. Passo storico suggellato dall’arrivo a Nanchino dell’internunzio Antonio Riberi.

Il numero dei cattolici in Cina aumenta significativamente, ma le difficoltà continuano, soprattutto dopo la vittoria di Mao Zedong contro i nazionalisti e la fondazione della Repubblica popolare cinese, nel 1949.

Le autorità comuniste arrestano Riberi con l’accusa di collusione con l’intelligence americana e partecipazione a un presunto complotto per uccidere il «Gran-de Timoniere». Nel 1951, sotto scorta della polizia, Riberi viene deportato a Hong Kong, all’epoca colonia britannica. Lo stesso anno la Cina interrompe le relazioni diplomatiche con la Santa Sede, riconoscendo questa il governo di Taiwan, l’isola che oggi Pechino vuole riannettere a tutti costi, con mezzi pacifici o con le armi (vedi articolo pag. 47, ndr).

Pellegrini cinesi in piazza San Pietro, in Vaticano. Foto cortesia CNA.

Anno 1958: la Chiesa patriottica cattolica cinese

È nel 1958, con la creazione dell’«Associazione patriottica cattolica cinese» (Apcc), la cosiddetta Chiesa «ufficiale», che cominciano le prime nomine vescovili illecite, ovvero senza il consenso del Papa. Da allora, il cattolicesimo – come tutte le altre quattro religioni ammesse dalla Costituzione cinese (buddhismo, taoismo, islam, protestantesimo) – può operare solo sotto la supervisione dell’«Amministrazione statale per gli affari religiosi», che oggi è controllata dal dipartimento del Lavoro del fronte unito, e in ultima battuta dal Comitato centrale del partito comunista. Un’ingerenza a cui da decenni si oppone la comunità cattolica fedele al Vaticano, continuando a praticare la fede in clandestinità. Oggi più che bandire la religione, Pechino sembra intenzionato ad addomesticarla e a servirsene per scopi politici.

In anni recenti, il cattolicesimo, che non arriva all’1% della popolazione, è riuscito a intercettare le esigenze della classe media urbana alla ricerca di una rinnovata spiritualità con cui riempire il vuoto ideologico indotto dall’«arricchimento glorioso» e dall’impoverimento valoriale del «socialismo con caratteristiche cinesi» (leggi: capitalismo di Stato). Se imbrigliato, può quindi diventare una forma di conforto davanti alle storture sociali che il Partito unico non riesce a raddrizzare.

Il vescovo Li Shan della Chiesa cattolica patriottica cinese. Foto Wikimedia Commons.

La Santa sede e l’Occidente

La religione cattolica è anche un potenziale strumento diplomatico in tempi di tensioni internazionali. Mentre i rapporti Stati Uniti ed Europa sono ai minimi storici, Pechino ha trovato nella Santa sede un inaspettato alleato per acquistare punti agli occhi dell’Occidente. Il Vaticano, da parte sua, pur intrattenendo ancora relazioni ufficiali con Taipei, vede nella Repubblica popolare un interlocutore imprescindibile per realizzare la propria missione evangelica in Asia. Secondo pronostici di Yang Fenggang, direttore del Center on religion and chinese society presso la Purdue University (Indiana, Usa), nei prossimi undici anni la popolazione cinese protestante raggiungerà i 160 milioni, mentre quella cristiana nella sua interezza toccherà i 247 milioni di membri entro il 2030. Stabilire rapporti cordiali con la leadership comunista è diventata quindi una priorità per la segreteria di Stato e il cardinale Pietro Parolin.

Vescovi «illegittimi» e vescovi «clandestini»

Compiendo un passo storico, il settembre 2018 il governo cinese e le autorità vaticane hanno siglato un accordo provvisorio sulle nomine vescovili. L’intesa – rinnovata per la terza volta lo scorso ottobre – non solo ha posto fine a decenni di ordinazioni episcopali avvenute senza il consenso papale, ma ha anche riunito la comunità cattolica. Questa conterebbe tra i 6 e i 12 milioni di fedeli, senza la distinzione tra «Chiesa ufficiale», controllata dal governo cinese, e «Chiesa clandestina», fedele al pontefice. Il significato simbolico è ugualmente rilevante: per la prima volta, Pechino ha riconosciuto l’autorità religiosa del Papa in Cina, una concessione che, in epoca imperiale, i missionari gesuiti non ottennero mai. Certo, molto resta da fare.

A oggi ci sono ancora una ventina di vescovi ordinati in precedenza dalla Santa Sede in maniera «riservata» ma che, non essendo stati né eletti, né nominati, né consacrati secondo le regole disposte anche dal governo cinese, non sono considerati formalmente come presuli. Ma lo stallo, in diversi casi, è stato risolto dal punto di vista canonico su base locale: nelle diocesi dove si trovavano a coesistere vescovi «illegittimi» – ovvero ordinati solo secondo le procedure volute dal governo cinese – e vescovi «clandestini» – nominati dal Papa ma non riconosciuti da Pechino -, il Vaticano ha accettato di legittimare il presule ufficiale, mentre il «clandestino» è stato riconosciuto anche dalle istituzioni cinesi come «vescovo ausiliare» della medesima diocesi. Questo tipo di sperimentazioni sta contribuendo a sanare lo scisma che per decenni ha afflitto la Chiesa cattolica cinese.

Per Gianni Valente, direttore dell’agenzia Fides, «la linea prospettica, a lungo termine, resta nel fatto che questi casi si risolveranno lentamente in un modo o nell’altro, per certi versi anche naturalmente».

Il vescovo «clandestino» Peter Shao Zhumin, più volte arrestato dalle autorità cinesi. Foto cortesia CNS UCAN.

Articolo 36 e «sinizzazione»

Insomma, la diplomazia sino-vaticana sta facendo il suo corso. Questo tuttavia non risolve il problema di fondo: il governo comunista continua a nutrire forte sospetto nei confronti dei culti importati dall’estero. Nella visione di Pechino, serve quindi addomesticarli per renderli innocui. I leader cinesi la chiamano «sinizzazione della religione», termine inserito persino nel rapporto presentato da Xi al Congresso del partito che, nel 2017, ha segnato l’inizio del suo secondo mandato presidenziale. In concreto, vuol dire reinterpretare la Bibbia e inserire «elementi della tradizione cinese» nella liturgia, la musica sacra, gli abiti clericali e gli edifici ecclesiastici. Obiettivo perseguito anche attraverso un inasprimento del quadro normativo.

Nel luglio 2023, l’«Amministrazione statale per gli affari religiosi» ha introdotto le «misure amministrative per i luoghi di attività religiosa» che, abrogando la vecchia normativa del 2005, puntano a «standardizzare la gestione dei luoghi di culto, proteggere le normali attività religiose e salvaguardare i diritti e gli interessi legittimi dei cittadini credenti».

Tuttavia, molte delle disposizioni sembrano contraddire l’articolo 36 della Costituzione cinese, che garantisce «libertà di credo religioso».

Come si legge all’articolo 3 della nuova legge, «i luoghi di attività religiosa devono sostenere la leadership del Pcc e il sistema socialista, implementare a fondo l’ideologia di Xi Jinping del socialismo con caratteristiche cinesi per la nuova era […] praticare i valori socialisti fondamentali, aderire alla direzione della sinizzazione delle religioni della Cina».  Provvedimenti, questi, che esplicitano l’imposizione della cultura cinese (han) alle minoranze etniche e religiose senza riguardo per le loro tradizioni e specificità. Non solo nella sostanza, ma anche nella forma. Ai luoghi di culto viene, infatti, chiesto di «riflettere uno stile cinese e integrare la cultura cinese nell’architettura, nella scultura, nella pittura, nella decorazione e in altri aspetti visivi».

Il vescovo Shen Bin della Chiesa cattolica patriottica cinese. Foto cortesia Xinhua.

Chiese e moschee

Le misure amministrative giustificano de iure una pratica attuata de facto da molti anni. Se nel 2015, circa 1.200 chiese erano state spogliate delle loro croci, secondo il Financial Times, tra il 2018 e il 2023, tre quarti delle oltre 2.300 moschee presenti in Cina sono state modificate, private di cupole e minareti, o completamente distrutte.

Per i duri e puri, è la conferma che di Pechino non ci si può fidare; che con le sue moine il partito ha raggirato la Santa sede; che l’accordo sui presuli è servito solo a distogliere l’attenzione dalle violazioni dei diritti umani.

Il cardinale di Hong Kong, Joseph Zen, lo va dicendo da tempo. Da prima che, nel 2022, venisse condannato al pagamento di sanzioni pecuniarie per la mancata registrazione di un fondo di assistenza umanitaria, creato per sostenere gli attivisti dell’ex colonia britannica a processo per le proteste pro democrazia del 2019. Eppure, è innegabile: la stretta sulla comunità cattolica cinese oggi è meno intensa. Gli arresti sono meno frequenti.

L’attenzione di Xi è rivolta alle minoranze di fede islamica ed etnia centroasiatica, storicamente associate a movimenti separatisti. In confronto i cristiani sono innocui. Pregano, cantano, e assolvono mansioni assistenziali, alleggerendo il carico del welfare statale.

Nei calcoli del governo sono fattori che ormai prevalgono sulla preoccupazione che la Chiesa cattolica diventi rifugio per dissidenti e attivisti. I più «pericolosi» sono ormai stati zittiti, detenuti, o costretti all’esilio.

Così la danza diplomatica tra Pechino e il Vaticano continua. Con la speranza che ci saranno più abbracci e meno giravolte.

Alessandra Colarizi
(fine prima parte)

 

 




L’economia soffocata dalla finanza

Testo di Francesco Gesualdi a presentazione del nuovo documento vaticano su Economia e Finanza |


Lo scorso 17 maggio è uscito un documento vaticano – «Oeconomicarne et pecuniariae quaestiones» – che affronta un tema economico difficile quanto fondamentale. Quello della finanza che scalza l’economia reale. Una situazione che ha provocato enormi guasti e che non è più sostenibile. È tempo di etica, regolamenti e limitazioni.

Il papato di Francesco si caratterizza per una forte attenzione all’economia. Nell’introduzione a Potere e denaro di Michele Zanzucchi, il papa spiega: «L’economia è una componente vitale per ogni società, determina in buona parte la qualità del vivere e persino del morire, contribuisce a rendere degna o indegna l’esistenza umana».

Un aspetto che oggi rende l’economia particolarmente ingiusta e instabile è l’espansione della finanza che «soffoca l’economia reale». Il che – è scritto nel documento Oeconomicarne et pecuniariae quaestiones – «reclama da una parte un’adeguata regolazione delle tematiche economiche e finanziarie, e dall’altra una chiara fondazione etica, che assicuri al benessere raggiunto quella qualità umana delle relazioni che i meccanismi economici, da soli, non sono in grado di produrre». Così il testo elaborato dalla «Congregazione per la Dottrina della fede», assieme al «Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale», e apparso il 17 maggio 2018. Un documento breve, ma denso, che oltre a spiegare perché la finanza deve essere riformata, traccia alcune linee di intervento.

Produzione e finanza, due mondi diversi

Parlare di finanza non è facile. È un mondo complesso, per non dire malato, affollato da pescecani ossessionati da un unico obiettivo: guadagnare sempre di più non attraverso la produzione e commercializzazione di nuovi beni e servizi, ma attraverso la rendita, la variazione dei prezzi, l’accaparramento dei soldi altrui, l’espansione di valore del patrimonio accumulato. La finanza, quindi, prima che un insieme di tecniche è un cambio di visione economica: è lo spostamento dell’attenzione «dal pesce alla canna». O per usare un’altra metafora, il cavallo non interessa più per i pesi che può portare, ma per la pelle che se ne può ricavare. Nella logica produttiva l’attenzione è rivolta a ciò che si produce, seppur espresso in termini monetari per pura comodità contabile. Nella logica finanziaria, invece, l’attenzione va ai valori monetari in quanto tali, un cambio di prospettiva che, se prende il sopravvento, può stritolare l’economia reale, come fa il boa con la sua preda. Ad esempio, da quando l’attenzione si è spostata dalla capacità produttiva, al valore patrimoniale delle imprese, si fa di tutto per fare risultare profitti alti pur di fare aumentare il valore delle azioni. Per questo i licenziamenti sono salutati con favore mentre si fa sempre più alta la tentazione di truccare i bilanci. Nella stessa logica si assiste a smembramenti di aziende che in un’ottica produttiva dovrebbero costituire un tutt’uno, ma in quella finanziaria sono frantumate per vendere meglio quei rami più appetibili che permettono l’incasso immediato. È un po’ come demolire il tetto in legno per fare fuoco, rendendoci conto dell’errore commesso solo quando ci pioverà in testa.

La finanza come scommessa: i «futures»

Un’altra espressione dell’economia finanziaria, con ampie ripercussioni negative sull’economia reale, è la scommessa che assume caratteristiche ogni volta diverse a seconda del contesto in cui si concretizza. In ambito commerciale, uno degli strumenti più diffusi è quello dei futures, impegni a vendere o a comprare, non perché si è interessati al bene trattato, ma unicamente al suo prezzo. Il future è un impegno a comprare o a vendere a data futura secondo un prezzo predeterminato. Se scommetto sul rialzo mi impegno a comprare a prezzo basso; se scommetto sul ribasso mi impegno a vendere a prezzo alto. Al momento di chiudere il contratto, se la controparte vuole effettivamente la transazione del fisico, mi organizzerò per disporne. Se avevo promesso di comprare, comprerò dal mio cliente al prezzo basso pattuito e rivenderò sul mercato al prezzo alto del momento. Se mi ero impegnato a vendere, comprerò sul mercato ciò che mi serve al prezzo basso del momento e rivenderò al mio cliente a prezzo alto previsto nel contratto. Solitamente, però, i futures si chiudono senza transazioni del fisico, ma con un semplice esborso da parte di chi ha perso a vantaggio di chi ha vinto. Tuttavia, il dramma dei futures è che il loro volume è diventato talmente ampio da condizionare di fatto i prezzi dei beni su cui sono costruiti. Nel caso del caffè il valore commercializzato dai futures è 28 volte superiore alla produzione mondiale, per cui è ovvio che chi ha interesse a fare alzare o abbassare il suo prezzo ha la possibilità di farlo mettendo i piccoli produttori in una posizione di incertezza permanente.

La finanza pro fallimento: i «Cds»

Rispetto alla miriade di strategie finanziarie esistenti, il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, si concentra in particolare su alcune di esse fra cui i Cds (Credit Default Swaps) e le cartolarizzazioni. Volendo metterla semplice, i Cds sono forme di assicurazione sulla possibilità di fallimento, ma non della propria azienda, bensì di quella altrui. E come il marito che fa l’assicurazione sulla morte della moglie può avere la forte tentazione di ucciderla, allo stesso modo, chi si assicura contro il fallimento di un altro, può avere la forte tentazione di farlo fallire per riscuotere il premio. È successo nel 2009-2010 contro la Grecia da parte dei fondi speculativi. Visto lo stato di dissesto della Grecia, i fondi prima hanno stipulato contratti assicurativi per tutelarsi contro il fallimento greco, poi hanno sferrato un attacco speculativo contro la Grecia per farla fallire davvero. Guadagnando quindi su due fronti: quello assicurativo e quello speculativo. La conclusione della «Congregazione per la Dottrina della fede» è netta: «Quando da simili scommesse possono derivare ingenti danni per interi paesi e milioni di famiglie, si è di fronte ad azioni estremamente immorali ed appare quindi opportuno estendere i divieti già presenti in alcuni paesi per tale tipologia di operatività, sanzionando con la massima severità tali infrazioni».

© Chris Fane

La finanza e i mutui: le «cartolarizzazioni»

Lo stesso atteggiamento di condanna, la Congregazione lo riserva al sistema delle cartolarizzazioni, che è alla base dello tsunami che investì il sistema bancario occidentale nel 2008, trascinando nella crisi l’intero sistema economico mondiale. La storia sarebbe lunga, ma per farla breve diciamo che fra il 2001 e il 2005 la Banca centrale statunitense attuò una politica di bassi tassi di interesse che stimolò il sistema bancario americano a offrire mutui a tasso molto basso per l’acquisto della casa. Le famiglie che aderirono all’offerta furono così tante che le banche dovettero inventarsi un modo per disporre di tutto il capitale necessario per rispondere alle richieste. La soluzione che trovarono si chiama cartolarizzazione, che significa, richiesta di nuovi prestiti al grande pubblico dando in garanzia i mutui già concessi. Come dire: le famiglie che mi devono i soldi garantiscono che io banca restituirò ciò che mi avete dato. La proposta funzionò: di investitori disposti a prestare alle banche prendendo a garanzia i mutui delle famiglie americane ce ne furono tanti. Ma per completare il quadro va detto che l’operazione di cartolarizzazione fu affidata a banche come Goldman Sachs e JP Morgan che, facendo di mestiere gli intermediari, guadagnavano sulle commissioni di vendita. Ed è a questo punto che si verificò il paradosso: pur di incassare commissioni, le banche di intermediazione stimolarono le banche commerciali a moltiplicare i mutui concessi in modo da moltiplicare le cartolarizzazioni. Una volta esaurite le famiglie benestanti, vennero convinte ad indebitarsi quelle più povere, di certo incapaci di restituire il mutuo. Ma questo dettaglio fu taciuto e, all’insaputa di tutti, la macchina delle cartolarizzazioni continuò a piazzare richieste di finanziamento basate su garanzie fasulle. E, al colmo dell’inganno, le agenzie di rating (Mody’s, Standard and Poor’s, Fitch), quelle che danno voti sulla solidità dei certificati finanziari, asserirono che le garanzie c’erano, ed erano altissime. Purtroppo per noi, anche le banche europee avevano investito montagne di soldi in questo genere di prodotti che risultarono carta straccia quando si seppe che le garanzie erano fornite da famiglie americane che vivevano di stenti. Inganno, opacità e complessità degli accordi contrattuali sono alla base della truffa subita addirittura da parte di prestigiosi istituti bancari.

© Gideon Benari

Contro questa finanza: alcune proposte

Per evitare il ripetersi di una simile situazione pagata da tutti, la «Congregazione per la dottrina della fede» fa varie proposte, fra cui più trasparenza, creazione di comitati etici all’interno degli istituti bancari, meccanismi di maggior controllo sulle cartolarizzazioni, la creazione di organi di certificazione pubblica, l’esclusione dal mercato di operazioni gestite da entità finanziarie non controllabili perché domiciliate nei paradisi fiscali.

E per venire a ciò che possiamo compiere come individui, il documento Oeconomicarne et pecuniariae questiones ci ricorda di non sottovalutare lo spazio di scelta che abbiamo non solo nell’ambito del consumo, ma anche del risparmio, in modo da fare crescere le esperienze di finanza al servizio della persona come «il credito cooperativo, il microcredito, così come il credito pubblico a servizio delle famiglie, delle imprese, delle comunità locali e il credito di aiuto ai paesi in via di sviluppo».

Francesco Gesualdi

© Luca Cerabona_2010




In ricchezza e in povertà


In questo dossier: Finanza e speculazione, un’analisi di Andrea Baranes; il grande imbroglio dell’Economia di Francesco Gesualdi; Euro e Unione Europea di Bruno Amoroso; l’Economia Vaticana di Aldo Maria Valli; Sempre ladra è la Miseria di Aldo Antonelli. Il tutto condito dalla regia di Paolo Moiola.


 

Lavoratori Esuberanti, Borse Felici

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Che l’attuale sistema economico sia ingiusto lo dicono in tanti. Il problema è che troppo pochi provano a cambiarlo.

In economia le variabili in gioco sono sempre tante e spesso imprevedibili. Eppure, alla fine, tutto su riduce a una questione di domanda e di offerta. Può essere, ad esempio, una domanda di armi, di più armi. L’aumento degli attacchi terroristici e dell’insicurezza, in borsa ha prodotto un aumento del valore delle multinazionali delle armi nella prospettiva di un (ulteriore) incremento delle loro vendite. Può essere una domanda di profitto, di più profitto. Quando una grande banca ha annunciato migliaia di esuberi (di propri lavoratori) immediatamente c’è stato un innalzamento di valore del titolo borsistico della stessa.

Quando una multinazionale del fast food – già sponsor di Expo – ha deciso di aumentare i dividendi degli investitori è andata a comprimere i costi, iniziando da quelli per il personale (già retribuito con salari di pura sussistenza)1.

Per una persona comune è difficile capire cosa sia più negativo in ambito economico. Un tempo gli strali del sentire medio erano diretti soprattutto verso le multinazionali che inquinano e sfruttano senza mai pagare il fio. Poi è toccato ai politici corrotti e/o privilegiati. Quindi, soprattutto in Italia, si è passati a singole categorie: i commercianti che non rilasciano lo scontrino fiscale, i dentisti che non fanno la fattura, i giorniellieri che dichiarano redditi inferiori a quelli dei propri lavoratori, i dipendenti pubblici che timbrano il cartellino e poi se ne vanno per i fatti loro, oppure quelli che usano i certificati medici come giustificazione falsa per assentarsi dal lavoro. Senza generalizzare, tutte queste situazioni malsane rimangono purtroppo vere e attualissime, creando un clima avvelenato che porta a una guerra di tutti contro tutti.

In questo modo si perde però di vista – nonostante si viva in uno status di iperinformazione (anche se per larga parte di pessima qualità) – l’origine del tutto: il modello economico del capitalismo neoliberista con le sue fondamenta ideologiche (deregulation, privatizzazioni, riduzione o addirittura eliminazione dello stato sociale) e filosofiche (la globalizzazione e il pensiero unico). Perpetuandosi e anzi rinvigorendosi il modello (come accadrà, ad esempio, se passerà il «Trattato di commercio transatlantico»), ecco dunque che il cancro della speculazione continua a espandersi, che le diseguaglianze aumentano anno dopo anno (con la «beneficienza» dei miliardari che si sostituisce allo stato sociale), che la terra e i suoi beni naturali sono depredati senza ritegno. Detta in altri termini, si vedono i singoli malanni, ma si trascurano la malattia e le sue cause.

Siamo andati troppo avanti? Esistono vie d’uscita? Soluzioni ce ne sarebbero, ma sono difficili da far accettare alla maggioranza (che pure è vittima), e comunque richiedono tempo. In ogni caso, prendendo a prestito un’affermazione della direttrice di Oxfam: «Non si può andare avanti così»2. Ancora più chiaro è Pedro Casaldáliga: «Non si potrebbe mantenere un sistema tanto iniquo, se non fosse per l’inibizione di una gran parte della popolazione […]. È ora di svegliarci perché è urgente cambiare le regole»3.

A maggior ragione in epoca di terrorismo.

Paolo Moiola

 

NOTE

  1. Tutti gli esempi si riferiscono a fatti reali accaduti nel novembre 2015.
  2. Winnie Byanyima, direttore esecutivo di Oxfam, prefazione a Partire a pari merito, ottobre 2014.
  3. Pedro Casaldáliga, introduzione a Agenda Latinoamericana 2016, Disuguaglianza e proprietà, ottobre 2015. L’agenda è uno straordinario concentrato di informazioni e riflessioni. Casaldáliga è vescovo emerito di São Félix do Araguaia (Brasile).