Giuseppe Allamano e la guerra


Un libro di recente pubblicazione, dal titolo «Un’enciclica sulla pace in Ucraina», (Terra santa edizioni, 2022) raccoglie gli appelli accorati e gli inviti alla pace rivolti da papa Francesco nell’ultimo anno ai responsabili delle nazioni e a tutta l’umanità. Il testo richiama tutti, particolarmente i cristiani, a essere donne e uomini di pace, a supplicare il Dio della pace, dell’amore e della speranza affinché illumini i governanti e questi si impegnino a fare cessare la guerra nel cuore dell’Europa e in ogni altra parte del mondo. Più volte il Papa si chiede a quante tragedie l’umanità deve ancora assistere prima che si convinca che ogni guerra è soltanto una strada di morte e che attraverso di essa si hanno soltanto vinti e vittime e nessun vincitore.

Sappiamo che la guerra è un male che accompagna il cammino dell’umanità dai tempi più antichi. Giuseppe Allamano e il suo collaboratore Giacomo Camisassa hanno partecipato indirettamente alle nefaste vicende della guerra del 1915-1918, sia in Italia come in Africa, attraverso le peripezie dei loro missionari e missionarie. I prodromi della Grande guerra iniziarono già nel 1914 e si manifestarono pienamente l’anno successivo nelle gravi ristrettezze economiche e poi nel richiamo alle armi di molti studenti missionari e giovani sacerdoti. Nel 1915 complessivamente 38 missionari vennero chiamati alle armi. Confessò l’Allamano stesso, parlando confidenzialmente alle missionarie: «Dopo la partenza del primo scaglione stavo discorrendo con il can. Camisassa, ed egli, tanto più sensibile quanto meno lo dimostrava all’esterno, esclamò: “Povero Istituto!” e proruppe in pianto».

L’Allamano seguì i suoi giovani «militari» con una corrispondenza fitta, calda e paterna. Consigliò loro di arruolarsi nella sanità, offrì suggerimenti pratici per la loro vita spirituale, infuse in loro fiducia e coraggio. La nuova casa delle missionarie, non ancora totalmente terminata, venne sequestrata come deposito di medicinali per i soldati in guerra. La prima vittima del conflitto fu lo studente Baldi (+1917), costretto a combattere in prima linea. Anche tra le missionarie si ebbero alcune vittime a motivo delle ristrettezze nel vitto, per il freddo invernale e a causa delle continue trepidazioni. In Kenya, dove c’era una mortalità altissima tra gli oltre 300mila portatori locali (carriers) arruolati a forza dagli inglesi per sostenere le loro truppe contro i tedeschi del Tanganyka, i missionari e le missionarie offrirono la loro prestazione spirituale e medica a favore degli africani nei molti ospedali da campo. Ne partirono circa una quarantina, tra cui suor Irene Stefani, ora beata. Erano accompagnati anche da alcuni dei primi cristiani offertisi come volontari.

Nel novembre1918, con un solenne Te Deum cantato al Santuario della Consolata, i fedeli di Torino poterono ringraziare il Signore che l’orrenda follia della guerra era terminata. Anche l’Allamano, con cuore riconoscente, poté finalmente riabbracciare i suoi missionari ritornati dalle armi.

padre Piero Trabucco

Le spiritualità dell’Allamano

La spiritualità dell’Allamano può essere paragonata alla casa di un fabbricante di tamburi africano. In essa si trovano tamburi realizzati con diverse pelli di animali. Ogni tamburo produce un suono diverso con un proprio significato e una propria funzione.

Spirito di comunità

Definita in termini molto semplici, la spiritualità si riferisce al modo con cui viviamo la nostra vita. Essa è composta da diversi elementi che corrispondono ad altrettante scelte consapevoli fatte da individui o gruppi per vivere la propria vita in modo più profondo. Quindi la spiritualità riguarda la vita vissuta in profondità.

Se la spiritualità riguarda le scelte consapevoli, allora possiamo parlare di spiritualità al plurale perché scegliamo di vivere la nostra vita secondo vari stili.

Sulla base di quanto detto, possiamo parlare della spiritualità di Giuseppe Allamano?

Il padre fondatore parla frequentemente dello spirito di comunità. Lo faceva, per esempio, quando diceva: «Dimostri di essere veramente un missionario della Consolata se hai lo spirito della comunità e regoli la tua vita quotidiana secondo esso»; e poi ancora: «Lo spirito dà vita alle singole comunità così come a ciascun membro»; e in un’altra occasione: «Devi possedere lo spirito dei Missionari della Consolata nei tuoi pensieri, parole e azioni».

Spiritualità al plurale

Leggendo gli scritti spirituali dell’Allamano e considerando che la spiritualità ha a che fare con i modi in cui viviamo la nostra vita, possiamo riconoscere diverse spiritualità ben articolate ed espresse nella sua vita:

  1. la spiritualità mariana, che pone Maria al centro del nostro apostolato missionario come nostra madre;
  2. la spiritualità eucaristica, che ci ricorda la centralità dell’Eucaristia come fonte e culmine della nostra vita cristiana;
  3. la spiritualità missionaria che è la caratteristica distintiva di un vero missionario della Consolata;
  4. la spiritualità dell’autorità che parla del ruolo dei superiori come padri spirituali e pastori di anime;
  5. la spiritualità femminile, che sottolinea il ruolo della donna nel lavoro missionario di evangelizzazione, con Maria come modello;
  6. la spiritualità economica, che parla dell’uso corretto dei beni temporali, dei possedimenti e della loro amministrazione, basata sul voto di povertà.

Spiritualità ecologica

Un cenno particolare per la sua attualità merita la spiritualità ecologica dell’Allamano (la numero 7): essa si intravede nei suoi scritti per l’uso frequente che fa di immagini che appartengono alla natura; per lui esiste uno stretto legame fra la vita della natura e la vita delle persone e dei missionari. Così come la natura sostiene la vita nel mondo, allo stesso modo la missione sostiene la vita di un missionario della Consolata. Poi, così come la natura ha la sua origine in Dio, lo stesso succede con la missione di un missionario della Consolata.

Questo linguaggio ha profonde radici bibliche che possiamo trovare in alcune analogie proprie di San Paolo, ad esempio nella Lettera ai Romani quando, scrivendo della relazione fra Ebrei e Gentili, Paolo afferma che «se tu, infatti, dall’olivo selvatico che eri, secondo la tua natura, sei stato tagliato via e, contro natura, sei stato innestato su un olivo buono, quanto più essi, che sono della medesima natura, potranno venire di nuovo innestati sul proprio olivo!» (Rm 11,24).

Giuseppe Allamano, per esempio, applica questo linguaggio ecologico paolino quando parla dei doveri dei superiori e della necessità della formazione. Per lui i Missionari della Consolata sono come «piante tenere o delicate» nel giardino della chiesa. Ai superiori spetta allora il ruolo del «taglio e potatura» perché il Signore desidera che loro crescano bene, retti e prosperi; «tagliano tutto ciò che è difettoso» nei missionari affinché un giorno possano produrre abbondanti frutti di santificazione e lavoro apostolico.

La stessa allegoria la troviamo con l’immagine, anche questa molto biblica, della vite. «Prima che cominci la primavera, è opportuno che il contadino poti la vite. La vite piange, ma pensa ai bei rami che cresceranno, e allora lui non si pente».

Oggi, quando l’umanità sta affrontando una grave crisi ecologica, questi dettagli della spiritualità di Giuseppe Allamano sono importanti perché, anche se Dio ha creato tutto da sé, ci ha lasciato in eredità la missione della cura della Casa comune. Questa visione è pienamente in linea con l’ecologia integrale proposta da papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’.

Come il suono di tamburi diversi

La parola «Spirito» non è sinonimo di spiritualità: lo spirito è ciò che è nel profondo, il principio vitale, ciò che definisce un’identità particolare. La spiritualità si riferisce alla nostra relazione con questo spirito, come riconosciamo e siamo aperti a uno spirito particolare. In questo senso, la nostra spiritualità si riferisce a come viviamo in relazione allo spirito che Dio ha ispirato al padre Allamano quando questi ha fondato la sua comunità.

Quindi a cosa possiamo paragonare la spiritualità dell’Allamano? Può essere paragonata alla bottega di un fabbricante di tamburi africano. Nel suo laboratorio si trovano tamburi fatti con pelli di animali diverse. Ogni tamburo produce un suono diverso con significati e funzioni diverse: c’è quello che avvisa la gente della morte di un membro importante della comunità; c’è quello che chiama a un raduno urgente e quello che annuncia il principio o la fine di un conflitto. Anche se questi tamburi sono differenti, tutti, in diverso modo, contribuiscono alla vita della comunità.

padre Charles Orero


Disponibilità, Presenza, Carità

Padre Franco Gioda, missionario per trent’anni in Mozambico dove ha conosciuto la povertà, la fame e la guerra civile che ha devastato quel paese per lunghi anni, era un grande innamorato della Consolata e del fondatore. Riportiamo alcuni suoi pensieri espressi nell’ultima omelia pronunciata poco tempo prima della sua morte avvenuta il 17 ottobre 2021.

Due icone mariane

Nel Vangelo abbiamo due icone che ci parlano della Madonna che consola: Maria che va da Elisabetta a portare Gesù, e Maria ai piedi della croce. Le contempliamo in relazione a Giuseppe Allamano, rettore del santuario della Consolata per 46 anni e formatore del clero della diocesi a cui trasmetteva «la spiritualità della Consolata», cioè non solo una devozione, ma uno stile di vita da imitare.

Questo stile di vita si caratterizza per disponibilità, presenza e delicatezza nella carità. Troviamo queste tre caratteristiche molto ben scolpite in Maria di Nazaret e anche nell’Allamano.

L’annunciazione

Maria di Nazaret nell’annunciazione vive un’esperienza profonda di Dio che si inserisce nella sua vita e dà la sua disponibilità piena alla sua richiesta. Capisce ben poco di quanto le viene chiesto, ma una cosa la intuisce e cioè che deve mettersi nelle mani di Dio e fidarsi completamente di lui.

Con la forza dello Spirito parte, quindi, e va a incontrare Elisabetta. Non va semplicemente a salutarla, ma ad aiutarla per tre mesi finché si compie la sua maternità. Ecco la disponibilità di Maria.

Poi Maria ritorna nel suo mistero di Nazaret. E qui immaginiamo il suo colloquio con Gesù, fatto di delicatezza, di carità e di dolcezza. Notiamo bene che Maria ha capito chi fosse veramente Gesù solo nella Pentecoste.

Maria sotto la croce

Nella seconda icona contempliamo Maria nel Calvario: cosa fa Maria sotto la croce? Umanamente niente. Non estrae i chiodi dalla croce, ma è presente. Lì possiamo vedere anche spiritualmente il nostro cammino di missionari: chi può cammina, va, non si ferma, e chi è anziano e non può andare rimane fermo ai piedi della croce, rimane vicino a Cristo che sta soffrendo. Cosa fa? Niente e tutto. A una persona che sta morendo si tiene la mano affinché senta che qualcuno le vuole bene. Questo è quello che fa Maria.

Disponibilità

Disponibilità, presenza e carità: tre caratteristiche che sono espressione di una spiritualità allamaniana e nostra. Innanzitutto, la disponibilità a compiere la volontà di Dio con ottimismo sapendo che è lui che dirige tutto, e lui «ha scelto te che sei peccatore, quindi fidati del Signore!».

Ci sono molte difficoltà nella vita missionaria, ma non bisogna essere pessimisti dicendo che «tutto va male», dimenticando la parabola del seminatore che «esce» non per seminare, ma per «gettare» il seme e dove cade fruttificherà, oggi e domani forse no, ma il terzo giorno forse sì.

Io stesso ho constatato in Mozambico che, dopo tanti anni, si ricordavano di «quel missionario» che era stato «in quella missione» solo poche volte e poi avevano dovuto chiuderla per la guerra… il seme è rimasto. Non giudichiamo il seme, ma affidiamoci alla forza di Dio.

Ricordiamo la comunità di Efeso che nel digiuno e nella preghiera ha sentito la voce dello Spirito: «Riservate per me Barnaba e Paolo». Quella era una comunità ottimista che riteneva valido il partire per annunciare Cristo a popoli che non lo conoscevano.

E così oggi: vale ancora il fatto che persone lascino tutto e vadano a incontrare i miliardi di persone che non conoscono Cristo.

Presenza

In tempo di guerra in Mozambico molti missionari sono andati via. Noi della Consolata siamo rimasti: è un orgoglio religioso giusto. Ed è anche grazie a questa presenza che in quel paese è nata una Chiesa nuova fondata sul lavoro dei catechisti, una Chiesa che nasce dalla base e che sta portando molti frutti di vita cristiana. Il missionario, quindi, non dice: «Qui non c’è nessuno, qui non vale la pena lavorare». La sua presenza viva, attiva, positiva è seme di nuovi frutti.

Carità

Da giovane ho parlato con alcuni preti del mio paese che avevano conosciuto l’Allamano e mi raccontavano che lui, quando in chiesa vedeva un po’ di gente, aspettava e poi si accostava a questa e a quella persona e le chiedeva se avesse bisogno di qualcosa, se voleva che pregasse per lei. Emerge, cioè, la sua dimensione personale che era «il fiore della carità», stare vicino, accompagnare, aiutare. Una dimensione che trasmetteva ai missionari con il «comando» di amare gli africani.

Le tre perle dell’evangelizzazione

Ecco, dunque, l’importanza di vivere l’icona di Maria che va a portare Gesù a Elisabetta e quella di Maria che sta ai piedi della croce. Se siamo giovani, chiediamo la grazia dell’ottimismo che cancella la sedentarietà e, se siamo anziani, chiediamo la grazia di essere come Maria ai piedi della croce che fa tutto anche se sembra che faccia niente.

In questa prospettiva noi viviamo le tre perle dell’evangelizzazione. La disponibilità: «Fai di me ciò che vuoi»; la presenza: il samaritano che si fa carico dell’uomo che giace mezzo morto lungo la strada, e il fiore della carità che lo spinge a pagare per lui.

padre Franco Gioda

 




Mosè, in faccia a Dio


Ci sono personaggi biblici che ci costringono a spiegare chi sono, per quale motivo sono importanti e dove andarli a rintracciare. Altri, invece, sono molto conosciuti e si ergono in tutta la loro maestosità spaventandoci quasi per quanto sono solenni e centrali. Tra questi spicca senza dubbio Mosè, colui che parlava faccia a faccia con Dio come con un amico (Es 33,11), colui che può riassumere in sé tutta la legge («Mosè e i profeti» è una sintesi dell’Antico Testamento utilizzata dallo stesso Gesù in Lc 16,29).

Raccontare tutto ciò che si dice nella Bibbia di questo uomo centrale è impossibile. Ma per suggerire che cosa la sua vicenda possa insegnare anche a noi e al nostro cammino di fede, può essere sufficiente concentrarci sulla sua chiamata, e poco di più.

Doppio traditore?

Le vicende della vita di Mosè sono narrate in gran parte nel libro dell’Esodo (che abbiamo approfondito nelle 20 puntate di questa rubrica durante il 2021 e 2022, ndr). Da questo veniamo a sapere della persecuzione scoppiata contro gli ebrei da parte del faraone egizio, che avrebbe richiesto alle levatrici di eliminare alla nascita tutti i maschi (Es 1). Mosè, dapprima nascosto dalla madre, viene poi affidato alle acque del Nilo e salvato dalla figlia del faraone, la quale chiamerà ad allevare questo piccolo ebreo, senza saperlo, proprio la sua madre naturale (Es 2).

Fin qui sembrerebbe una storia avventurosa e non senza precedenti. Tutti nell’antichità sapevano che era stato salvato dalle acque, allo stesso modo, anche Sharru-kin, chiamato da altri Sargon, ritenuto il fondatore e il più grande re dell’Impero accadico intorno al XXIII secolo a.C.

Ma il mondo biblico ci stupisce sempre un po’. Lungi dall’indulgere a toni celebrativi o agiografici, la Bibbia, come sempre, ci presenta una vicenda, quella di Mosè, che proprio perfetta non è.

Ci viene narrato, infatti, che questo ebreo cresciuto alla corte del faraone, dopo essere uscito a vedere che cosa accadeva nel regno, incontra una guardia egizia che percuote un ebreo, e la uccide (Es 2,12). Anche se il Dio degli ebrei aveva vietato di uccidere ben prima della legge che avrebbe dato loro sul Sinai (Gen 9,5-6), nelle tradizioni umane un gesto di questo tipo è normalmente considerato eroico. Però Mosè non legge nel proprio gesto un atto di riscatto o l’occasione per acquisire un ruolo accanto ai suoi fratelli, anzi, al contrario, lo nasconde, e, quando il giorno dopo, scopre che in giro si sa dell’omicidio (Es 2,13-14), fugge nel deserto. Qui, nei pressi di un pozzo, incontra la sua futura moglie, Sipporà. Questa è figlia di un sacerdote, Ietro, il che potrebbe sembrare uno sviluppo nobilitante per Mosè, ma di fatto si tratta di un sacerdote di una tribù di pastori seminomadi, i Madianiti, stanziata nelle zone più povere del deserto. Lo stesso Ietro, peraltro, non deve essere in una situazione più florida dei suoi conterranei, se al pascolo deve mandare le proprie figlie nubili.

Insomma, l’inizio della vicenda di Mosè è segnato da un omicidio, una fuga e una «sistemazione» in un contesto di emarginati poveri e insignificanti. Tradisce chi lo ha allevato, senza unirsi ai suoi consanguinei; uccide e non se ne pente, ma ha paura delle conseguenze; si accasa in un contesto nobile, ma di un popolo disprezzato. E dopo essere cresciuto alla corte del faraone, inizia a fare il pastore per il proprio suocero (Es 3,1).

L’incontro e la chiamata

È qui che accade l’incontro che gli stravolge la vita. Mosè vede da lontano un rovo che brucia ma non si consuma, e decide di avvicinarsi a controllare. Inizia la vicenda della chiamata dell’uomo più importante dell’Antico Testamento. Sarà qualcosa di stravolgente e unico? Potrà insegnarci qualcosa?

Di certo possiamo dire che tutto inizia da un Dio che inscena qualcosa di straordinario (un fuoco che non consuma), ma perché la straordinarietà del segno venga colta c’è bisogno di attenzione e disponibilità da parte di Mosè, che vede il fenomeno e decide di non tenersene fuori, ma di avvicinarsi a vedere (Es 3,2-3).

Qui Dio lo chiama, svelandogli di aver visto l’oppressione del suo popolo e di voler intervenire. E inizia uno dei dialoghi più imprevisti e sorprendenti di tutta la Bibbia, tra Dio e un uomo.

Il Signore condivide, infatti, con il pastore improvvisato i propri piani: Mosè farà uscire il popolo di Dio dalla sua schiavitù e lo condurrà in una terra che verrà liberata dagli attuali occupanti, anche se quel popolo neppure si ricorda di essere stato legato in passato a quello stesso Dio.

In situazioni del genere altri personaggi biblici si mettono entusiasticamente a disposizione. Mosè no. La prima obiezione è che gli ebrei chiederanno come si chiama il Dio che vuole liberarli. È l’occasione per una delle definizioni divine più affascinanti e sfuggenti: «Sono (ma anche ero, sarò) ciò che sono (ero, sarò): tu dirai agli israeliti che “Io sono (ma anche ero, sarò)” mi ha mandato a voi» (Es 3,14).

Sfugge da qualunque definizione, si limita a dire che ci sarà, che resterà in relazione, che il popolo vedrà ciò che farà, aspetto, questo, più importante di qualunque nome o descrizione.

Mosè però non è soddisfatto. Dice che non gli crederanno. Dio allora gli insegna tre prodigi da compiere per mostrarsi credibile (Es 4,1-9), ma Mosè obietta ancora di non essere capace a parlare bene ottenendo in risposta l’osservazione che è stato Dio a plasmare la sua bocca, e che suo fratello Aronne potrà parlare al posto suo (Es 4,10-16).

A questo punto, Mosè decide di parlare in modo chiaro ed esplicito: «Signore, manda chi vuoi mandare» (Es 4,13), che nel modo di esprimersi dell’ebraico sottintende «… ma non me; manda un altro». Mosè ha finito le obiezioni, ma non vuole essere inviato. Dio, dal canto suo, si arrabbia, ma poi gli prospetta la soluzione, e gli rinnova l’invio.

Il più grande uomo sulla terra, colui che parlava con Dio faccia a faccia… non avrebbe voluto ascoltarlo, ha tentato di tutto per sottrarsi alla chiamata. E Dio si è anche irritato, ma non lo ha castigato, ha ribattuto con altre argomentazioni, si è impegnato alla pari con l’uomo. Dio ha un piano, un progetto, ma non agisce indipendentemente dall’uomo, chiede e insiste per avere la sua approvazione e collaborazione.

Il chiamato diventa colui che chiama

Non accompagniamo Mosè in tutto il suo percorso: i primi colloqui con il faraone, le piaghe, la notte di Pasqua, la fuga con tutto il popolo, il passaggio del mare, il cammino nel deserto tra sete fame e mormorazioni, la salita sul monte, il ritorno a valle e la scoperta che il suo popolo, non vedendolo arrivare, si era fuso un vitello d’oro da adorare.

Due episodi ulteriori però ci possono insegnare molto.

Proprio quando Mosè scende dal Sinai e trova il popolo in festa intorno a un idolo, sembra che sia Dio stesso a perdere definitivamente la pazienza: «Mosè, basta. Io adesso li distruggo. A te darò un altro popolo, e sarai grande. Ma questi, sono irrecuperabili» (Es 32,9-10).

A questo punto il Mosè timido e pigro, che aveva paura di sfidare il faraone, obietta a Dio stesso: «Perché dovresti distruggerli? Vuoi che si dica che non sei stato capace di nutrirli nel deserto? Ricordati delle promesse fatte ai patriarchi…» (Es 32,11-14). E Dio cambia idea, si pente.

È Mosè a ricordargli la sua parola, la sua dignità, il suo ruolo.

È Mosè a richiamare Dio ai propri doveri. Mosè, come un amico, alla pari, ricorda a Dio la sua vocazione. Era stato il Signore a insistere e argomentare perché l’uomo assumesse la propria chiamata, è l’uomo ora a rammentarla a Dio, come in un rapporto, appunto, tra amici.

Vedere Dio

Quindi, dopo aver riconfortato l’Altissimo, Mosè si occupa delle cose umane, stroncando con durezza il culto del vitello…

Subito dopo, però, e prima di tornare sul monte per riscrivere le tavole divine che ha spezzato, Mosè esprime un desiderio assolutamente comprensibile, dopo tanta strada e tante avventure insieme: «Mostrami la tua gloria» (Es 33,18).

L’uomo che ha guidato un popolo intero in imprese inimmaginabili, che parla faccia a faccia con Dio, chiede di poterne vedere la gloria. Questa non è semplicemente l’esaltazione di qualcuno, ma il suo senso profondo, la sua immagine più autentica e intima. Mosè chiede di capire Dio, ricerca e domanda che possiamo comprendere benissimo (noi potremmo dire, in termini diversi e più laici, che vogliamo cogliere il senso di ciò che facciamo).

E Dio, che da Mosè si è lasciato convincere e convertire, si nega. «Nessun uomo può vedermi e restare vivo» (Es 33,20), che a prima vista interpretiamo come «Chi mi vede, muore».

Il Signore ha tuttavia un piano di riserva: «Passerò davanti a te, coprendoti il volto. Vedrai solo le mie spalle, dopo che sarò passato» (v. 22).

Questa ultima indicazione aiuta forse a comprendere meglio il brano, anche alla luce del senso esistenziale che possiamo riconoscervi. Dio si può vedere solo alle spalle, dopo che è passato, dopo che ha già agito. In fondo, è ciò che ci accade con tutto ciò che è più autentico e profondo nelle nostre esistenze: ne cogliamo appieno il senso e il valore quando si sono chiuse, quando l’esperienza non è più attiva. Ecco che allora l’affermazione divina ha un doppio valore. Da una parte, si potrebbe parlare pienamente di Dio solo quando tutta la storia con lui si fosse chiusa, quando fosse conclusa e definita. Dall’altra, Dio sostiene che, almeno da parte sua, finché ci sarà vita, lui non si tirerà fuori dalla storia della relazione con Mosè, o con gli altri esseri umani. Si può vedere la gloria di Dio, il suo volto, solo morendo, perché solo allora, nella morte, si potranno tirare le somme definitive. Dio, infatti, non ha intenzione di ritirarsi dal rapporto con noi, e ci resterà sempre accanto, tutti i giorni della nostra vita. Non quindi «Chi mi vede, muore», bensì: «Per vedermi pienamente, occorre essere morti».

E noi?

C’è quindi qualcosa che possiamo imparare dal grande padre Mosè?

Di certo cogliamo che Dio non privilegia i perfetti, chi non ha dubbi o incertezze o limiti. Mosè è pieno di difetti, eppure diventa l’«amico di Dio». Non conta la perfezione, ma la capacità di mettersi sempre in discussione, in cammino.

E la vita di Mosè, a ben vedere, non si presenta neppure essa come perfetta: al di là delle colpe, dei limiti di parola o di carattere, guida per più di quaranta anni il popolo nel deserto ma muore prima di arrivare alla terra promessa. Eppure, resta colui con cui Dio parlava faccia a faccia. Dio non misura la nostra vita sulla qualità o quantità delle nostre realizzazioni, ma sulla profondità della relazione (anche complessa e contorta) con lui. E se non è lui a «giudicarci» sui nostri risultati, perché dovremmo farlo noi?

Angelo Fracchia
(Camminatori 04-continua)




Un gemito inesprimibile


Com’è possibile sperare ancora, Signore? Ci guardiamo attorno e vediamo l’intera creazione che geme e soffre le doglie del parto. E insieme a essa, gemiamo anche noi (Rm 8).
Cosa sperare ancora, in questo tempo che pare uccidere il futuro? Su questa Terra scossa da crisi ambientali, pandemie, conflitti armati, disastri naturali, carestie di umanità?

Possiamo attenderci ancora la salvezza? Una qualsiasi salvezza?

Il mondo attende la rivelazione dei figli di Dio. Ma cosa riveleranno?

Ci salveranno dalla morte? Saranno in grado di guarire le ferite che da troppo tempo aspettano di essere rimarginate? Oppure ci chiederanno di rassegnarci, in attesa dell’aldilà?

Questo ti domandi mentre cerchi nelle tenebre i segni di un’alba che tarda. E senti un soffio che ti lambisce il cuore, un canto che ti abbraccia, una preghiera insistente che intercede per te. È un gemito inesprimibile. Ti tenta con l’invito di sostituire l’angoscia con la pace.

La speranza è quella di non morire? O quella di vivere? Di resistere alla morte, o di attraversarla scoprendola abitata, iniettata di Lui.

Se Lui ti salva, ti salva dalla morte, o nella morte?

Quello che speriamo, non lo vediamo. Ciò che il nostro cuore teme ingombra la visuale, e ciò che desidera pare impossibile.

Hai sentito dire che le ferite possono diventare feritoie. Cosa puoi vedere se ci guardi attraverso? Vedi Lui e il suo amore da cui ha origine ogni cosa e nel quale tutto è ricapitolato e custodito. La vita eterna già oggi.

E fiumi di acqua viva sgorgano dal tuo seno (Gv 7,38).

Buon cammino nello Spirito, da amico

Luca Lorusso


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Tre parole magiche


Uno degli studiosi più attenti della vita del beato Giuseppe Allamano, del suo tempo e ambiente, è stato senza dubbio padre Igino Tubaldo. A cent’anni dalla sua nascita, lo ricordiamo con gratitudine, soprattutto per la voluminosa biografia in quattro tomi e altri innumerevoli scritti che ci ha lasciato. Cosciente di quanto sia prezioso l’epistolario per una persona, poiché in esso ognuno esprime al meglio i sentimenti più intimi, padre Tubaldo ha voluto scandagliare con molta attenzione le 1.256 lettere scritte dall’Allamano. Al termine del suo lavoro ci ha svelato che tre brevi parole sono quelle che meglio hanno espresso il cuore del nostro padre verso i suoi figli missionari e missionarie.

La prima parola è «coraggio». Questa espressione poteva significare: avanti, stai tranquillo, stai di buon umore, non preoccuparti. La usa 397 volte nelle sue lettere, soprattutto scrivendo ai suoi figli e figlie nelle lontane missioni dell’Africa. La frequenza di questa parola esprimeva quanto lui quotidianamente coglieva, pregando la «sua» Madonna Consolata. Riconosceva quanto arduo e difficile fosse il compito di aprire una nuova strada all’evangelizzazione e voleva dire loro tutto il suo amore di padre e la protezione materna della Consolata. Un esempio: «Coraggio, dunque. Ti ripeto: coraggio e pensa che io ti amo, anche perché con i voti perpetui sei mio figlio perpetuo. Scrivimi spesso».

La seconda parola è «caro/a», utilizzata 330 volte. Per lui non era un semplice e formale aggettivo con cui aprire le sue lettere. Voleva subito trasmettere con tale espressione la sua vicinanza, condivisione e tutto il suo amore nei riguardi dei suoi figli e figlie. Lui, sempre misurato, con questo termine manifestava tutta la sua carica affettiva, umana e spirituale. E i suoi missionari lo sapevano bene e contraccambiavano con altrettanto affett. Ma questo termine non lo utilizzava solo con i missionari e missionarie: non sono rare le espressioni come: «Cara Consolata», «Cari africani», «Cari defunti», «Caro vicerettore».

La terza parola è «ti benedico» e ricorre, nel suo epistolario, 470 volte. Essa rifletteva non solo il suo dovere di sacerdote, ma anche l’atteggiamento di un «patriarca biblico» che sentiva la sua responsabilità su questo suo «popolo missionario». Scriveva a padre Angelo Dal Canton e a fratel Anselmo Jantet, ritornati dalla loro prigionia in Etiopia nel dicembre 1915: «Tutte le sere senza eccezione vi mandai la mia speciale benedizione con due segni di croce». Dopo la morte dello studente Baldi Eugenio (+14/06/1917) in guerra, scriveva ai missionari: «Nella sua ultima lettera dal fronte mi diceva: “Non so se al giungerle questa mia sarò ancora vivo; in ginocchio le domando la sua santa benedizione”. L’ebbe in tutti i giorni e più volte al giorno». Così anche alle suore missionarie: «La mia benedizione a tutte e a ciascuna».

Tre parole, tre perle, che rivelano il cuore di un fondatore e padre.

padre Piero Trabucco

Periferia di Bonaventura, Colombia


Fiducia nella divina Provvidenza

Padre Lawrence Ssimbwa, missionario della Consolata ugandese, da vari anni lavora in Colombia fra gli afroamericani della costa nella diocesi di Bonaventura, in una realtà di periferia caratterizzata da grande povertà e abbandono dove l’opera di evangelizzazione ha bisogno di appoggiarsi a una profonda fiducia nella Provvidenza.

Tutto nelle mani di Dio

Chiamiamo Divina Provvidenza la preoccupazione di Dio per tutta la creazione o i suoi interventi per mezzo dei quali le creature sono guidate al loro fine. Tutto ciò che Dio ha creato lo conserva e lo governa attraverso la sua Provvidenza.

La fiducia nella Divina Provvidenza è molto evidente nella spiritualità del beato Giuseppe Allamano. Non si può parlare di lui senza metterlo in relazione con essa. Era un esempio di fiducia totale nella Provvidenza perché metteva tutto nelle mani di Dio. Esortava spesso i suoi figli, missionari e missionarie a confidare totalmente del Signore.

Secondo il beato Allamano «fiducia» è sapere che Dio accompagna sempre i piani quotidiani degli esseri umani, e che la vita non dipende solo dai loro sforzi, dalle capacità intellettuali, dalle ricchezze acquisite. Tutto, in larga misura, dipende dalla cura amorevole di Dio che manda la pioggia sui giusti e sui malvagi (Matteo 5,45), per cui noi, come discepoli missionari di Gesù Cristo, lasciamo tutto nelle mani del Signore senza paura.

«Non fondiamo la nostra confidenza nei mezzi umani che sono in noi: talento, forze e virtù ecc., o che sono negli altri. Facciamo sempre quello che possiamo da parte nostra, poi lasciamo tutto nelle mani del Signore, senza timore. Egli lascia mai l’opera a metà» (Così vi voglio, p. 139).

La missione: luogo della Divina Provvidenza

La missione appartiene sempre a Dio e è il suo principale protagonista. Durante tutta la sua vita, Giuseppe Allamano ha chiarito che la missione è la magnifica opera di Dio e dipende interamente dalla sua Divina Provvidenza. I discepoli missionari del Signore sono semplicemente dei collaboratori che agiscono secondo la sua santa volontà.

Lui, come padre e fondatore dei missionari e delle missionarie della Consolata doveva preoccuparsi della loro formazione, ma anche del sostegno materiale dei due istituti in patria e nei luoghi di missione. Tuttavia, non ha mai perso il sonno a causa di questa grande responsabilità perché aveva piena fiducia nella Divina Provvidenza.

Ha detto: «Io non dubito della Provvidenza. Senza questa fiducia ci sarebbe da perdere la testa. Alle volte accade che si arriva a sera e non c’è denaro per una fattura che scade. Ebbene il giorno dopo i denari arrivano e si salda il debito. Vi assicuro che non ho mai lasciato di dormire tranquillamente per questo fastidio» (Così vi voglio, p. 140).

La Consolata è la vera fondatrice

E come riponeva tutta la sua fiducia nel Signore, Giuseppe Allamano confidava anche nella potente intercessione della Consolata. Affermava che Maria Consolata era la vera fondatrice dei due istituti e che lui era semplicemente uno strumento messo da Dio per concretizzare quest’opera. Fondato su questa convinzione attribuiva un po’ tutto all’opera del Signore per intercessione della Consolata.

In innumerevoli occasioni ha parlato dell’amore materno della Consolata per l’istituto: «Sì, noi siamo figli di questa nostra madre tenerissima, che ci ama come pupilla degli occhi suoi, che ideò il nostro istituto, lo sostenne in tutti questi anni materialmente e spiritualmente ed è sempre pronta a tutte le nostre necessità. La vera fondatrice è la Madonna» (Così vi voglio, p. 216).

Come ogni madre si prende cura dei suoi figli e delle sue figlie, così anche la Consolata ha sostenuto gli istituti fondati dal beato Giuseppe Allamano. Ha detto: «Tutto quello che si è fatto è opera della SS.ma Consolata. Ella ha fatto per questo istituto dei miracoli quotidiani: ha fatto parlare le pietre, piovere denari. Nei momenti dolorosi la Madonna intervenne in modo straordinario e questo senza parlare delle grazie concesseci lungo l’anno, anche di ordine temporale, come il pane quotidiano. Sì, anche per questo lascio l’incarico alla Madonna» (Così vi voglio, p. 216).

Il fondatore dei missionari e delle missionarie della Consolata riponeva grande fiducia nell’intercessione materna di Maria Consolata, tanto da affidare tutto alle sue cure. Era convinto che non avrebbe mai smesso di intercedere per i suoi missionari che annunciavano il Vangelo del suo Figlio Gesù, nostro salvatore. Animato da questa fiducia, in diverse occasioni ha detto: «Per le spese dell’istituto non ho mai perso il sonno e l’appetito. Dico alla SS.ma Consolata: pensaci tu!, se fai bella figura sei tu!» (Così vi voglio, p. 217).

Conclusione

Questa è la grande esortazione del beato Giuseppe Allamano ai suoi figli. Con essa ci aiuta a capire che la missione è opera di Dio e dipende interamente da lui. Sta a noi continuare a lavorare, ma con questa incorruttibile sicurezza. La Provvidenza di Dio non ci delude. «Vorrei proprio che i nostri istituti in genere e tutti voi in particolare aveste sempre questa grande fiducia in Dio» (Così vi voglio, p. 141).

padre Lawrence Ssimbwa

Padre Lawrence in visita a una famiglia


Carlo Acutis e Giuseppe Allamano

I missionari e le missionarie della Consolata, ogni anno scelgono un patrono speciale da invocare nella loro preghiera. Quest’anno hanno scelto il beato Carlo Acutis, adolescente morto nel 2006 e beatificato da papa Francesco nel 2020. La sua vita, le sue virtù e i suoi amori evidenziano vari aspetti in comune con la vita e la santità del beato Allamano.

Un giovane di oggi

Il motivo che ci ha indotto a scegliere il beato Carlo Acutis come nostro patrono per l’anno 2023 è stata la sua vita semplice e profonda, l’amore appassionato per l’eucaristia, la frequentazione assidua della Parola, il rapporto intimo e delicatissimo con Maria, l’attualità della sua persona e della sua esperienza, l’approccio fruttuoso e maturo al mondo della comunicazione come dimensione da abitare e nella quale seminare il Vangelo.

Fin da piccolo Carlo manifesta una grande curiosità sul mondo che lo circonda, sul mistero della vita e specialmente riguardo le questioni di tipo religioso. La sua curiosità si accompagna a un’intelligenza viva e propositiva. Carlo si appassiona al mondo del computer, lo studia, legge libri di ingegneria informatica e, quando riesce a carpire i segreti della rete, utilizza la sua conoscenza per aiutare i suoi amici, specialmente i più deboli.

Innamorato dell’eucaristia

All’età di sette anni riceve la prima comunione. Da allora, secondo il racconto della mamma, «non mancò mai alla messa quotidiana e alla recita del santo rosario». È fortemente innamorato dell’eucaristia, tanto da divenirne un vero apostolo, non solo presso i suoi amici, i suoi coetanei e i più piccoli, quando ne diventa catechista, ma anche verso la sua comunità, manifestando una delicata sensibilità cristiana che diventa una delle più affascinanti caratteristiche della sua vita. L’adolescente Carlo Acutis con parole molto significative, amava ripetere, come fosse uno slogan: «L’eucaristia è la mia autostrada per il Cielo».

L’infinito come meta

Purtroppo, la storia terrena del giovane Carlo non dura a lungo. Ai primi di ottobre del 2006 si sente male. Inizialmente si pensa a una semplice febbre o influenza, ma il persistere dei sintomi e le successive analisi mediche portano a una diagnosi infausta: leucemia di tipo M3, incurabile.

Carlo viene ricoverato nell’Ospedale San
Gerardo di Monza. Nei giorni del suo ricovero, nonostante i forti dolori che lo affliggono, Carlo non si lamenta mai, anzi, alle infermiere che gli chiedono come sta, egli sempre risponde: «Bene, qui c’è gente che sta peggio di me». Conscio della sua prossima fine, fa la sua ultima offerta: «Offro al Signore le sofferenze che dovrò patire per il papa e per la Chiesa, per non dover andare in Purgatorio e per poter andare direttamente in Paradiso».

Carlo ama ripetere: «La nostra meta deve essere l’infinito, non il finito. L’infinito è la nostra patria. Da sempre siamo attesi in Cielo», e spesso dice anche: «Tutti nascono come originali ma molti muoiono come fotocopie». Per marciare verso questa meta e non «morire come una fotocopia», Carlo dice che la nostra bussola deve essere la Parola di Dio, con cui dobbiamo confrontarci costantemente.

I suoi funerali sono una scoperta per gli stessi genitori: vi partecipano persone di ogni ceto sociale, soprattutto poveri, immigrati, bisognosi, ammalati, che raccontano un Carlo inedito. Egli è descritto come un giovane che si avvicinava a loro, li aiutava, li faceva sentire amati, ma il tutto nel nascondimento, senza farsi vedere neppure da sua madre. È un atteggiamento tipico dei santi. Chi ama Gesù nascosto nell’eucaristia non può non amarlo sofferente nell’umanità.

Sacramentini

La figura di Carlo Acutis non è legata a miracoli straordinari o atti di romanzesco eroismo. Egli è stato un giovane come tanti altri, tuttavia, nella sua normale giovinezza, ha saputo cogliere qualcosa che la maggior parte dei suoi coetanei ignorano del tutto: il potere e la grazia dell’eucaristia.

Nell’esperienza di Carlo ci sembra di ritrovare alcuni aspetti che il nostro beato fondatore ha vissuto e trasmesso ai suoi figli e figlie. L’Allamano ci esortava ad essere «sacramentini», ad avere un grande amore per l’eucarestia e a celebrarla con devozione e dignità, a identificarci con il Cristo nel suo mistero pasquale.

La recita giornaliera del santo rosario è per Carlo espressione di delicato amore per la santa Madre di Gesù, di cui il nostro fondatore era innamorato, presentandocela come nostra madre tenerissima, la Consolata.

I social al servizio del Vangelo

La passione di Carlo per il mondo della comunicazione è un altro aspetto che, quali missionari e missionarie, ci interpella da vicino. Siamo consapevoli del valore della comunicazione per la nostra famiglia religiosa, che ha come fine specifico l’annuncio del Vangelo ai non cristiani, e di come il mondo digitale possa offrire una grande opportunità di annuncio. In nostro padre fondatore fu un sacerdote convinto dell’importanza della comunicazione e fu aperto e attento ai mezzi del suo tempo. Non c’è dubbio che l’Allamano stimasse e sostenesse con convinzione il giornalismo cattolico.

Papa Francesco, nei suoi messaggi annuali in occasione della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, evidenzia in più modi l’importanza della rete come mezzo attraverso il quale il messaggio cristiano può raggiungere nuove frontiere: «Anche grazie alla rete il messaggio cristiano può viaggiare “fino ai confini della terra” (At 1, 8). Aprire le porte delle chiese significa anche aprirle nell’ambiente digitale, sia perché la gente entri, in qualunque condizione di vita essa si trovi, sia perché il Vangelo possa varcare le soglie del tempio e uscire incontro a tutti».

Chiediamo a Carlo di esserci vicino nel nostro cammino missionario e di intercedere presso Dio affinché gli occhi della nostra mente e del nostro cuore si aprano a riconoscere le vie della missione oggi.

padre Stefano Camerlengo e suor Simona Brambilla

 

 




Tamar, una palma nel deserto


Il Vangelo di Matteo si apre offrendo la genealogia di Gesù a partire da Abramo (Mt 1,1-16). Anche Luca ce ne dona una, che però è diversa (Lc 3,23-28) e parte da Adamo: questo significa che probabilmente nessuno dei due, quando scrive, ha certezza sui dati oggettivi e, in ogni caso, che la decisione di inserire certi nomi piuttosto che altri segue gli obiettivi che ciascuno dei due ha.

A questo punto ci incuriosisce ancora di più il fatto che Matteo decida di inserire nell’elenco maschile della genealogia ben quattro donne prima di Maria. La curiosità cresce quando ci rendiamo conto che tutte e quattro sono, in qualche modo, irregolari e offrono motivo di imbarazzo e scandalo. La prima di loro, forse, è quella più sconosciuta per noi, Tamar.

Il contesto

«Tamar» significa «palma». La sua storia è narrata nel capitolo 38 del libro della Genesi, quasi una parentesi nel racconto che, fin qui e da qui in poi, è incentrato sulle vicende di Giuseppe, penultimo e amatissimo figlio di Giacobbe.

È possibile che chi ha composto il libro volesse inserire una specie di pausa dopo la pagina nella quale si narra di Giuseppe che viene venduto dai fratelli a una carovana di madianiti (e da questi a Potifar, comandante delle guardie del faraone: Gen 37,36) e prima che la sua vicenda si sviluppi tra sogni e carriera.

Come in un film moderno, nel quale tra una vicenda e l’altra deve passare un po’ di tempo, il «regista» ci propone una divagazione con una vicenda secondaria, ma che ci conquista con la sua originalità.

La storia di Tamar, per quanto marginale, si inserisce molto armoniosamente nel contesto del racconto.

A questo punto del libro, Giacobbe ha dodici figli (vedi Gen 35,21-26), alcuni dei quali, tutti figli di Lia, si mettono d’accordo per venderne uno, il primo nato da Rachele, e fingere che sia morto sbranato da una bestia selvatica (Gen 36,31-33).

Da un atto divisivo, verrebbe da dire, nasce ulteriore divisione, perché un altro dei fratelli, Giuda, decide di lasciare la sua famiglia e andare a vivere da solo, sposando una donna del posto, una cananea (Gen 38,1-2), scelta che fino ad allora la sua famiglia aveva evitato e che susciterà molta irritazione nel padre. Dalla moglie, di nome Sua, nascono tre figli, Er, Onan e Sela. Al primo viene data in moglie Tamar, che resta però presto vedova (Gen 38,6-7).

Il levirato

Per capire ciò che segue dobbiamo ricordarci di una consuetudine degli ebrei, che era diventata una legge (cfr. Dt 25,5-10). Questa prevedeva che qualora un uomo fosse morto senza figli, sua moglie sarebbe dovuta essere data in sposa a un fratello, di modo che il primo figlio della nuova unione fosse ritenuto figlio del morto. Il motivo che sta alle spalle di questa legge, per noi strana, è che per il popolo ebraico la terra non apparteneva a chi la coltivava o viveva, ma a Dio che la concedeva in utilizzo agli ebrei, i quali non potevano quindi venderla o comprarla (ecco la radice di vicende come quella di Nabot, che non vuole cedere la propria vigna al re: 1 Re 21). Si tratta di leggi antiche che servivano a ricordarsi come sulla terra si fosse ospiti, e come nei suoi confronti si avesse la responsabilità di chi non è proprietario, ma amministratore.

La terra poteva, quindi, essere solo ereditata in una trasmissione da padre in figlio che serviva in ultima analisi a dire che ogni bene degli ebrei derivava in origine da Dio.

È anche questo il motivo per cui, in situazioni eccezionali in cui non ci fossero eredi maschi, ma solo femmine, la legislazione ebraica consentiva alle donne di ereditare e possedere, cosa che nelle società antiche era decisamente molto rara (Nm 27,1-7).

Non si sa quanto e fino a quando gli ebrei abbiano davvero rispettato questa regola, ma sappiamo che era nota e che serviva a spiegare alcuni passaggi di storie antiche. Agli antichi lettori della Genesi non ci sarebbe stato bisogno di spiegarla.

La discendenza di Er

Er, quindi, il primogenito di Giuda, rientra esattamente nel caso che abbiamo spiegato. Muore senza aver generato un figlio, e sua moglie, Tamar, che finora per noi è soltanto un nome (non ne conosciamo neppure l’origine), viene data in sposa al fratello più giovane, Onan, che si rifiuta di generare un figlio che poi non sarà suo, e muore a sua volta.

Ci ricordiamo qui della questione che viene sottoposta a Gesù circa i sette fratelli che, proprio nel rispetto della legge del levirato, prendono in moglie uno dopo l’altro la stessa donna, salvo morire prima di avere generato dei figli (Mc 12,20-23; Mt 22,25-28; Lc 20,29-33).
Se succedesse oggi, ci sarebbero sicuramente delle malelingue che commenterebbero che quella donna porta davvero sfortuna, senza escludere che sia stata proprio lei a ucciderli, e che sarebbe meglio starne alla larga.

Questo è precisamente quello che pensa anche Giuda (Gen 38,11), il quale decide di violare la legge, che prescriverebbe di dare Tamar in sposa al suo terzogenito, rimandando la donna da suo padre (e di fatto disconoscendola come nuora) con la scusa che Sela è ancora troppo giovane.

Non dimentichiamoci che, in quella società arcaica, non erano presi in considerazione i diritti delle persone sole e delle donne. Si era tutelati e difesi finché si stava dentro al clan patriarcale, altrimenti ci si doveva fare giustizia e difendere da sé. Quando Giuda ha deciso di andare a vivere da solo, fuori dalla famiglia del padre, ha scelto di vivere come in un Far West.

Le donne, per parte loro, erano protette sì, ma anche asservite prima al padre e poi al marito. Fuori da quella protezione, non avevano garanzie. Il mancato rispetto della legge del levirato, quindi, significa anche lasciare Tamar senza protezione, senza assistenza, senza possibilità di un nuovo matrimonio e di concepire e partorire. Viene restituita al padre, come fosse un elettrodomestico guasto, fuori garanzia, rimandato al fornitore.

C’è la vaga promessa che poi, un giorno, quando Sela sarà cresciuto, Giuda andrà a richiamarla, ma il fatto stesso di rimandarla dal padre serve a disilluderla: quando, anni dopo, sarà il momento, Giuda probabilmente non si ricorderà del suo dovere, e anzi farà di tutto per dimenticarsene.

L’inganno benedetto

In effetti, gli anni passano, ma Sela resta senza moglie e soprattutto Tamar senza marito. Nel frattempo, diventa vedovo anche Giuda. Quando va lontano da casa per tosare le pecore, Tamar lo viene a sapere e decide di agire (Gen 38,12ss).

Confidando forse nella natura maschile, o conoscendo bene il suocero, dismette i vestiti da vedova, si agghinda in modo elegante e si va a sedere sulla strada all’ingresso di un paese che Giuda avrebbe dovuto attraversare. Il messaggio è chiaro, e Giuda non se lo perde: una donna sola, ferma sulla strada, vestita bene, è una prostituta. E Giuda ne approfitta subito. Anzi, preso dalla generosità o dall’astinenza, le promette addirittura in pagamento un capretto. Ovviamente, non ce l’ha con sé, quindi le lascia un pegno, da recuperare quando sarebbe giunto con quanto pattuito: questo pegno sono il proprio cordone e bastone, oggetti personali e riconoscibili.

Una volta tornato a casa, Giuda, che almeno sui debiti si mostra onesto, manda un servo a saldare i conti, ma a questi gli abitanti del posto dicono che lì non c’è mai stata nessuna prostituta. A questo punto Giuda, per non farsi ridere dietro da tutti, suggerisce allo schiavo di lasciare perdere: lui ha provato a pagarla, ma se lei non si fa trovare, pazienza.

Qualche tempo dopo vengono a dire a Giuda che sua nuora è rimasta incinta. E lui, che pareva averla dimenticata, forse pensa di avere l’occasione di liberarsene definitivamente: dal momento che non è sposata, quel figlio non può che essere frutto di un’unione illegittima, e quindi lei deve essere condannata a morte, a meno che il padre non riconosca il figlio e sani la situazione.

Mentre però viene portata al rogo, Tamar allestisce il colpo di scena: «Conosco il padre. È il proprietario di questo bastone e di questo cordone. O suocero, tu che sei legalmente responsabile di me, controlla se riesci a sapere di chi sono» (Gen 38,25). E qui Giuda si riscatta, ammettendo la propria colpa che, per quel mondo, non è tanto quella di essersi unito a una prostituta, quanto di non aver rispettato la legge del levirato: «Lei è più giusta di me», ammette nei confronti di una donna indifesa chi aveva deciso di vivere senza leggi.

Il racconto, per togliere ogni scandalo, aggiunge che Giuda, pur riconoscendo come suoi i figli gemelli che nasceranno, non tornerà a dormire con Tamar.

Una fede coraggiosa e creativa

Il racconto potrebbe a prima vista sembrarci uno dei tanti, un po’ scandalosi e vergognosi, che punteggiano l’Antico Testamento.

Il fatto che Matteo lo abbia ripreso, tuttavia, ce lo riporta alla memoria e può anche suscitarci qualche interrogativo.

Anche le altre donne citate dall’evangelista nella genealogia di Gesù presentano tutte dei comportamenti che, in sé, potremmo trovare decisamente discutibili:  Raab, prostituta di Gerico, Betsabea, moglie rubata da Davide a un suo soldato, e Rut, la più pura che organizza, però, un inganno ai danni del suo futuro marito. Tutte, con questi comportamenti non certo perfetti, compiono la volontà di Dio, spesso con creatività (è il minimo che si può dire dello stratagemma di Tamar). Parrebbe quasi che Matteo porti esempi per giustificare Maria: è vero, Gesù non è figlio di Giuseppe, ma questo non significa che l’intenzione divina non possa passare anche da questo aspetto apparentemente discutibile, così come spesso è accaduto nella storia della salvezza.

Dio guarda cuori e intenzioni, non i comportamenti esteriori, e spesso, se si guarda oltre le apparenze, sono soprattutto le donne a essere premiate.

Quanto a Tamar, si mostra fedele al marito defunto, al suo ricordo, al comando divino, senza fermarsi alla forma, alla lettera della legge. Lei era ben disponibile a offrire un figlio a Er, ma non le è stato concesso. In fondo, era solo una donna, non aveva autonomia legale. E invece si mette in attesa paziente, sfrutta l’occasione, sopporta il rischio della vergogna, dell’umiliazione, addirittura della morte, per non venire meno alla sua fedeltà.

Confida che il Dio di cui si fida non guardi innanzitutto all’applicazione rigorosa delle leggi, ma all’intenzione che le anima. Sa che il Padre nei cieli non la guarderà con riprovazione, ma con la tenerezza sorridente di chi vede i propri figli inventarsi soluzioni impensate. Confida che quel Dio non applica in modo disumano delle regole, ma vede e ama la vita.

Angelo Fracchia
(Camminatori 03-continua)




Vivere a partire dalla Risurrezione


“Se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede!” (1 Cor 15)

“Apparendo agli Apostoli, dopo la risurrezione, Gesù diede loro il saluto della pace. Gran cosa la pace! Bisogna quindi che ci sia la pace con Dio, compiendo la sua volontà; con noi stessi, evitando le distrazioni, regolando le passioni e liberandoci dai desideri inutili; e con il prossimo, soprattutto accettandone i limiti e trattando tutti bene. La pace può stare anche con il sacrificio e con la tribolazione, mentre non può stare con il peccato. Chiedetela a nostro Signore, che è il Principe della pace.” Beato Giuseppe Allamano

“Dunque, il grido che caratterizza la Pasqua cristiana, l’annuncio «Cristo è risorto» (quello che i nostri fratelli ortodossi si scambiano come augurio nel tempo di Pasqua, rispondendo «Cristo è veramente risorto»), è anche l’ultima parola sulla storia impietosa del cosmo e su tutte le tragiche vicende imposte dalla crudeltà dell’uomo.  Allora anche le catastrofi naturali ci spingono a far sì che la violenza che è nel cuore dell’uomo sia vinta da un senso più forte di compassione e di pietà.” Carlo Maria Martini


Carissimi Missionari, Missionarie,
Laici e Laiche missionarie,
Familiari, Benefattori,
Amici e fratelli e sorelle tutti,

con profonda emozione vi scrivo per dirvi che non c’è mattino più dolce del mattino di Pasqua, fatto di un’alba a lungo attesa, di una corsa trafelata, di un sepolcro vuoto, di un annuncio sconvolgente che passa di bocca in bocca e, prima ancora, di cuore in cuore: Cristo è risorto, è veramente risorto!

Quel sogno che l’uomo da sempre ha cullato e mai potuto realizzare è diventato realtà: la morte è stata sconfitta grazie al sacrificio dell’unigenito Figlio di Dio, Gesù Cristo, nel quale anche noi per grazia siamo diventati figli di Dio. La morte è stata vinta in Gesù e aspetta di essere vinta in ciascuno dei suoi fratelli e delle sue sorelle.

Con il cuore grondante di gioia desidero chiedere al Signore per ciascuno di noi la grazia di entrare in questo mistero di luce o nella luce di questo mistero, accogliendo nella nostra vita l’annuncio della Pasqua e facendone il cardine della nostra testimonianza tra le case degli uomini, in mezzo alle opere e ai giorni della nostra gente, spesso così affaccendata ma pur sempre alla ricerca di Luce nella notte che turba l’esistenza.

Penso particolarmente a quanti soffrono nel corpo e nello spirito nelle nostre missioni, ai malati a casa o negli ospedali; alle tante situazioni di disagio e sofferenza che molti fratelli e sorelle devono affrontare in questo periodo a causa della mancanza del lavoro o della casa; a quanti sono coinvolti nei molteplici fenomeni migratori.

Un pensiero del tutto speciale e paterno vorrei rivolgere in questa Pasqua alle tante situazioni di violenza, ingiustizia, odio e morte che purtroppo abitano tanti nostri paesi dove siamo presenti come missionari. In particolare, vorrei porre alla vostra attenzione, solidarietà e preghiera, la passione del popolo Yanomami e la terribile situazione che vive da anni il Congo e il Sud Sudan, recentemente visitati da Papa Francesco.

Secondo le organizzazioni indigene, buona parte del popolo Yanomami “è spiritualmente morto a causa della distruzione della foresta, degli omicidi e degli attacchi di ogni genere che subisce, delle umiliazioni, degli stupri, del furto di bambini, dei suicidi” e, tutto ciò è il risultato dello sfruttamento minerario: “il cercatore d’oro è bagnato di sangue”. Stiamo vivendo una catastrofe umanitaria già ben nota in Brasile, anche se le cifre esatte siano arrivate solo ora. Negli ultimi quattro anni, ogni sessanta ora, un bambino Yanomami, sotto i cinque anni, è stato ucciso dalla fame, dalla dissenteria acuta o dalla malaria.

Come uomini e come missionari non possiamo rimanere a guardare davanti a queste ingiustizie, consapevoli che la sorte dell’Amazzonia deve preoccupare tutti perché è di tutti.

Papa Francesco, visitando recentemente la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan ha risvegliato l’attenzione verso l’Africa in generale e, in particolare, verso questi due paesi sofferenti da tempo: “Avverto il bisogno di sensibilizzare la comunità internazionale su un dramma silenzioso, che necessita dell’impegno di tutti per giungere a una soluzione che ponga fine al conflitto in corso”. “Disinteressarsi dei problemi dell’umanità, soprattutto in un contesto come quello che affligge il Congo e il Sud Sudan, significherebbe infatti dimenticare la lezione che viene dal Vangelo sull’amore del prossimo sofferente e bisognoso”. Senza dimenticare, certamente, tante altre situazioni di sofferenza, ingiustizie e violenza che viviamo e tocchiamo con mano ogni giorno nella nostra missione.

Che questa Pasqua ci aiuti ad essere testimoni instancabili della prossimità di Dio Padre verso i suoi figli più poveri, e che le nostre comunità e il nostro Istituto diventino autentica accoglienza in cui nella ferialità della vita si fa esperienza di speranza e di condivisione, promuovendo e animando concreti segni di carità evangelica.

Accogliere l’annuncio della Pasqua vuol dire esserne testimoni ed è quanto auguro a ciascuno di voi. Possa ognuno essere testimone audace e credibile del Crocifisso Risorto, dell’Innalzato Glorioso e possa passare il testimone a quanti incontra nel proprio cammino, sapendo che la fede si trasmette per contagio e che non è un tesoro da tenere nascosto, come spesso ci ricorda Papa Francesco invitandoci ad essere Chiesa in uscita. Vorrei che il nostro Istituto vivesse e agisse a partire dalla risurrezione di Cristo. A tal proposito, desidero far mie alcune espressioni di un autore a me molto caro: «A partire dalla risurrezione di Cristo può spirare un vento nuovo e purificante per il mondo d’oggi. Se due uomini credessero realmente a ciò e, nel loro agire sulla terra, si facessero muovere da questa fede, molte cose cambierebbero. Vivere a partire dalla risurrezione: questo significa Pasqua» (D. Bonhoeffer, A E. Bethge 27 marzo 1944).

Con questi sentimenti di profondo affetto e amore per ciascuno di voi, auguro a tutti di vivere la gioia sconvolgente della Pasqua. Il Crocifisso risorto continui a sedurre i nostri cuori perché possiamo continuare a spendere la nostra vita nel mondo e nella Chiesa nella misura del dono totale di sé.

Buona e Santa Pasqua a tutti!

A tutti e a ciascuno: coraggio e avanti in Domino!

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P. Stefano Camerlengo, IMC
Superiore Generale




Giacobbe, il lottatore


Nei salmi e nei profeti ricorre molto frequentemente il nome di Giacobbe. È lui, infatti, chiamato anche Israele, a rappresentare l’unità del popolo ebraico: lui, il capostipite dei dodici patriarchi delle tribù d’Israele.

Potremmo immaginare che si tratti di una figura esemplare, magari raccontata in toni agiografici ed esaltati, ma, a leggere il libro della Genesi che in gran parte è dedicato a lui, si scopre una persona pessima, imbrogliona, violenta e pavida, anche se astuta e decisa.

Sotto la superficie, però, scopriamo anche un percorso di crescita umana molto moderno, con un approdo forse sorprendente e di certo profondo.

In lotta con il fratello

Giacobbe è il gemello di Esaù, nato prima di lui e con il quale ha combattuto fin dalla gravidanza, tanto che la madre aveva deciso di andare a «consultare il Signore» (Gen 25,22: non ci è dato sapere come), ottenendo come risposta: «Due clan nel tuo ventre e due popoli dalle tue viscere si separeranno. Un popolo prevarrà sull’altro popolo e il maggiore servirà il minore» (Gen 25,23). Giacobbe esce dal grembo aggrappato al tallone del fratello, come se avesse tentato fino all’ultimo di precederlo.

I due gemelli continueranno a confrontarsi e differenziarsi: Giacobbe, che preferisce restare nelle tende e coltiva la terra, è il cocco di mamma; Esaù, tutto peloso e rosso, amante della caccia, è il preferito di papà Isacco (figlio di Abramo). Il primogenito, al quale verrà trasmessa la benedizione divina, che erediterà la parte principale dei beni di famiglia, è Esaù. Questi, però, un giorno, mentre torna stanco e deluso dalla caccia, trovando Giacobbe a mangiare, gli offre la primogenitura in cambio di un piatto di minestra (Gen 25). Si potrebbe pensare a un semplice scherzo tra fratelli, ma quando più avanti il padre Isacco, ormai cieco, sente avvicinarsi la morte e chiede a Esaù di andare a cacciare e preparargli un piatto prima di ricevere la benedizione, la madre Rebecca, di nascosto, cuoce un capretto e pone sulle braccia di Giacobbe la pelle dell’animale, perché si spacci per il peloso fratello e ottenga la benedizione da primogenito (Gen 27).

A questo punto Giacobbe deve però fuggire per salvarsi la vita: viene allontanato da casa con la scusa di andare a scegliersi una moglie non tra gli abitanti del paese in cui Isacco è ospite straniero, ma nella terra da cui era venuto il nonno Abramo (Gen 28-29). Arriva nella zona di
Carran in cerca del cugino
Labano, trovando quasi subito sua figlia Rachele, che porta al pascolo le greggi e della quale si innamora immediatamente.

In lotta con il suocero

Giacobbe decide di chiederne subito la mano, ma si trova invischiato in un’altra famiglia problematica.

Il «prezzo» richiesto per il matrimonio da un padre sicuramente non ricco (altrimenti non manderebbe la figlia a pascolare), sono sette anni di servizio da parte di Giacobbe. Per una volta questi non decide per interesse e accetta. La notte delle nozze, però, «lo scaltro Labano» gli porta nella tenda nuziale, al buio, non la bellissima Rachele ma la sorella più vecchia, Lia «dagli occhi smorti». Al mattino, chiarisce a Giacobbe che non era consuetudine che la sorella più giovane si sposasse per prima, ma che avrebbe potuto sposare anche Rachele, in cambio di altri sette anni di servizio (Gen 29).

Giacobbe si trova così con due mogli, due sorelle che competono tra di loro per i figli, in quanto Rachele, pur amata, dapprima sembra sterile (Gen 30), mentre Lia, mal sopportata, gliene partorisce invece sette. Col il tempo Giacobbe, pensando di non essere gradito al suocero, progetta di andarsene, non prima di essersi procurato un gregge, di nuovo ottenuto con l’inganno (Gen 31). Quando infine parte, non lo fa alla luce del sole, ma di nascosto, approfittando dell’assenza del suocero, che lo inseguirà, cercando di ottenere indietro almeno gli amuleti sacri che Rachele aveva rubato per togliere al padre la protezione dei suoi dèi (ancora inganni, ancora falsità, ancora illusioni superstiziose).

Dove rifugiarsi?

A questo punto però Giacobbe deve decidere dove andare. Ha due mogli, un gregge numeroso, schiavi e schiave. È un uomo ricco, ora, ma non ha una patria. Decide di dirigersi verso l’antica terra del padre e del fratello, confidando che il tempo abbia calmato la rabbia e desiderio di vendetta di Esaù.

Mentre è per strada viene a sapere che Esaù gli sta venendo incontro. Il comitato d’accoglienza, però, è composto da quattrocento uomini armati.

L’ingannatore Giacobbe, che finora non si è fatto scrupolo di usare tutto ciò che poteva per il proprio interesse, salvo perdere la testa solo per la moglie Rachele, decide ora di sacrificare eventualmente anche lei. Divide infatti tutta la sua schiera in due gruppi, ognuno composto da una moglie, le sue schiave e schiavi, i figli e metà del gregge. E lui? Lui, come è opportuno che faccia ogni capofamiglia valoroso e sprezzante del pericolo… resta indietro. Invia doni a Esaù per placarlo e manda avanti tutta la sua famiglia e i suoi beni, ma non mette in pericolo se stesso. Anche la simpatia che potremmo provare nei confronti di uno scavezzacollo sbruffone e simpatico, viene probabilmente meno.

Fianco montagnoso della valle del Giordano (fto AfMC/Benedetto Bellesi)

Il guado dello Jabbok

Arriva però il momento in cui Giacobbe deve fare i conti con la propria vita.

Fin qui non si è fatto nessuno scrupolo di passare sopra le persone quando serviva ai suoi interessi. Per una sola, in realtà, aveva deciso di spendere quattordici anni della sua vita, cui ne aveva aggiunti altri sei. Ma anche quella amatissima moglie ha appena deciso di sacrificare, se servisse, in modo da salvare la propria pelle.

Sulla strada verso Canaan, però, arriva anche per lui il momento di attraversare lo Jabbok. Si tratta di uno uadi, ossia del letto di un torrente in secca per gran parte dell’anno, ma che, quando (raramente) piove sull’altopiano desertico da cui proviene, può diventare improvvisamente gonfio di acqua e impossibile da guadare.

Inoltre, in zone in cui la vegetazione è scarsissima, quell’acqua violenta ha scavato un solco molto profondo e stretto nella roccia, il che significa che attraversare uno uadi può voler dire restare esposti per molto tempo ai tiri di frecce di qualunque inseguitore. Fino a lì Giacobbe può immaginare di riuscire a scappare abbastanza agevolmente. Da lì in poi, rischia di restare in trappola.

Il libro della Genesi (32,25-32) racconta che per tutta la notte Giacobbe combatte con uno straniero, senza riuscire a batterlo. Il fortissimo, abile, vincente Giacobbe trova un ostacolo più forte di lui, che gli impedisce di attraversare lo uadi, mentre tutti i suoi sono già di là.

Uno scrittore moderno, forse, avrebbe descritto l’esperienza di Giacobbe parlando di una notte trascorsa nell’angoscia del dubbio, nell’incertezza. L’autore sacro invece di presenta Giacobbe in una lotta con un forestiero. Questi, quando si avvicina l’alba, gli chiede di lasciarlo andare.

Giacobbe accetta, ma solo dopo aver preteso di essere benedetto e di conoscere il nome dell’altro. Le due richieste sono ancora figlie del «vecchio Giacobbe», che si garantisce e premunisce. Per evitare che l’esito dello scontro sia una maledizione, chiede infatti di essere benedetto; per essere sicuro che l’altro poi non cambi le proprie parole, gli chiede il nome, così da poterlo maledire all’occorrenza.

Il forestiero lo benedice, però non gli svela il proprio nome. Colpisce Giacobbe all’anca (quindi poteva farlo anche prima?) e svanisce. Prima di andarsene, però, gli cambia il nome in Israele, «perché hai combattuto con gli uomini e con Dio e hai vinto». Solo adesso Giacobbe si rende conto di aver vissuto un’esperienza decisiva, di «aver visto Dio ed essere rimasto vivo», e si avvia, sia pure zoppicando, verso Canaan.

Giacobbe emerge dalla sua notte di prova decidendo di andare avanti, pur consapevole che stavolta non ha tutto sotto controllo, non ha garanzie, se non una parola di benedizione che è una promessa non impugnabile, non assicurata. Stavolta si trova di fronte alla scelta tra tenersi al sicuro perdendo tutto tranne la vita, oppure fidarsi dell’ignoto che è però illuminato da una sfuggente promessa. E decide per la seconda.

Un uomo nuovo

Il Giacobbe che ha visto Dio è diventato una persona nuova. Già in precedenza aveva avuto visioni, ma ne aveva ricavato semplicemente che Dio lo avrebbe protetto. Ora invece è una persona diversa.

Divide di nuovo il suo gruppo in due schiere, vedendo arrivare Esaù, ma questa volta passa davanti, accogliendo il fratello e mettendosi nelle sue mani.

Per la prima volta nella sua vita, Giacobbe rinuncia a mantenere il controllo della situazione, si affida all’altro. Non ha l’assicurazione degli amuleti, non ha vie di fuga, è solo e quasi nudo davanti all’arrivo del manipolo armato del fratello.

E il fratello arriva, lo guarda, scoppia in lacrime e lo abbraccia. Con il suo primo gesto di fiducia profonda, Giacobbe ha salvato i suoi e la propria vita, e impostato finalmente un rapporto fraterno con Esaù e una nuova relazione con Dio.

Certo, neppure il vecchio Giacobbe muore tutto in una volta: dopo l’incontro con Esaù, accoglie l’invito a risiedere in Canaan, ma non vuole stare nella sua stessa zona né camminare insieme a lui (non si fida ancora del tutto?). Intanto, dopo questa esperienza, sarà sempre più spesso un uomo portato in giro da altri. Crederà alla morte dell’amatissimo figlio Giuseppe, il primo figlio di Rachele (Gen 37,31-35), piangerà la morte di Rachele mentre gli partorisce il secondo e ultimo figlio, Beniamino (Gen 35,16-20), accetterà, pur in lacrime, che questi venga portato in Egitto come pegno per ottenere del cibo (Gen 42,36-43,15), e alla fine si lascerà portare là anche lui, controvoglia (Gen 46,1-7).

L’uomo tranquillo e sicuro di sé ha lasciato spazio a una persona che sa riconoscersi debole, che si affida alle scelte degli altri, che accoglie senza rabbia la sofferenza, che non si vergogna più della propria fragilità, perché ha imparato a fidarsi di un Dio che conosceva già, ma che pensava forse di poter usare come aveva fatto con tutto il resto.

Dopo aver visto Dio, Giacobbe è un vecchio zoppicante, piangente, debole, ma finalmente pronto a vivere in modo più adeguato la propria vita, a essere considerato il patriarca dei patriarchi, a farsi condurre dai figli e da Dio su un cammino di cui non vede la fine, ma nel quale sa che non sarà abbandonato.

Diventa così un modello di umanità anche per tutti i suoi figli spirituali, tra i quali anche noi: non nella forza, nel controllo e nella «scaltrezza» sta il segreto di una vita piena, fruttuosa, ma nello scoprire di che cosa potersi veramente fidare, nell’affidamento, nell’accoglienza anche della propria debolezza e limite. Nel legarsi alla parola di Chi non ci toglie fatica e lacrime, ma ci garantisce che l’esito sarà la nostra vita autentica.

Angelo Fracchia
(Camminatori 02-continua)




Il tuo sguardo io cerco


È arrivato di corsa, affannato. Aveva una domanda che lo agitava: come faccio a non morire? Negli occhi la determinazione di ottenere una risposta e la convinzione di avere a suo vantaggio una vita ineccepibile, fin dalla giovinezza (cfr Mc 10,17-31).

Hai fissato lo sguardo su di lui. Ne hai contemplato la verità. E lo hai amato, cogliendone la miseria. «Una cosa sola ti manca», gli hai detto per indicargli la salvezza annidata proprio lì, nella grazia di avere una falla.

E gli hai offerto una via di uscita da sé: te.

Non mi ha stupito che, al tuo invito di lasciare tutto, il tale sia tornato sui suoi passi. Mi ha stupito, però, l’immagine del cammello che non passa nella cruna di un ago, e il tuo sguardo, questa volta fisso su di me: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio».

«Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito», ho detto allora per eludere quei tuoi occhi che mi mettevano a nudo.

«In verità io vi dico – hai aggiunto -: voi fate bene molte cose, mi seguite, avete lasciato tutto. Siete primi. Siete ricchi di opere giuste e sante.

Ora, però, i primi saranno ultimi e i ricchi saranno rimandati a mani vuote.

Sì, i primi saranno ultimi perché possano essere ristabiliti primi dal Padre, e i ricchi saranno rimandati a mani vuote perché abbiano la gioia di ritrovare la fame, e con essa i beni di cui essere ricolmati.

La vita eterna, infatti, non è un premio o una conquista, ma una realtà
donata dal Padre».

Mi guardavi ancora. «Nessuno è buono, se non Dio solo». E mi sono detto: il centuplo sei tu, la vita eterna è la tua vita in me e la mia in te. Lasciare tutto, allora, non è più lasciare qualcosa di mio per ricevere altro, ma lasciare che ogni cosa mia rimanga ciò che è: un tuo dono per me.

Buon cammino di Quaresima, a mani vuote, da amico

Luca Lorusso

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Abramo, l’amico di Dio


Abramo viene chiamato l’amico di Dio (Gc 2,23), perché esempio di relazione ideale con il Signore. È considerato tale da ebrei, cristiani e islamici.

C’è chi dice, probabilmente senza allontanarsi dal vero, che non sia mai davvero esistito e che la figura di Abramo sia un’«invenzione», basata su antiche tradizioni riguardanti qualche personaggio lontano nella storia, per porre, all’inizio della Genesi, un’introduzione alle vicende di Giacobbe allo scopo di indicare da subito l’atteggiamento giusto nel rapporto con Dio.

Noi qui, però, non vogliamo fare i lettori super critici e saccenti, ma lasciarci coinvolgere dal racconto, come desiderava chi ha scritto questi testi.

L’inizio di un ascolto

«Esci dalla tua terra, dalla casa di tuo padre, e vai verso un luogo che io ti indicherò» (Gen 12,1). Abbiamo tutti in mente questa chiamata che, soprattutto nella tradizione cristiana, si considera spesso il passaggio centrale per capire la figura di Abramo, visto come un uomo che segue esclusivamente la vocazione divina: lasciare tutto, e seguire Dio.

Una lettura più attenta del testo biblico ci offre però un quadro più complesso e, forse, anche più interessante.

Abramo, come suo padre Terach, è di Ur dei Caldei, nel Sud della Mesopotamia. In Gen 11,31 si dice che lascia, sì, quella terra, ma non suo padre. In effetti, la lascia insieme a lui, ai suoi ordini. È Terach a prendere figlio, nuora e nipote (Lot) per andare nella terra di Canaan, che sarà poi quella che Dio indicherà ad Abramo. Sul cammino, la piccola comitiva si ferma per qualche tempo a Carran, nel Nord della Mesopotamia, più o meno a metà strada, e lì Terach muore. È a questo punto che arriva la chiamata divina ad Abramo. Abramo inizia il suo viaggio semplicemente ubbidendo al padre (come in quella società era previsto facesse, tanto più che non aveva figli propri), ma poi si interrompe a un certo punto per la morte dello stesso. Che cosa fare ora? Nulla dice che Terach avesse condiviso che cosa sperava di trovare in Canaan, e Abramo, suo figlio primogenito ed erede, si trova ora responsabile di una moglie e un nipote. Tornerà indietro con il proprio gregge o proseguirà? In base a che cosa?

Ecco la svolta: Abramo si pone in rapporto con qualcuno che non è suo padre defunto e non è una garanzia mondana. Si mette in relazione e si fida di Qualcuno che, pur non offrendogli prove, gli chiede di affidargli la sua vita con la semplice promessa che non lo abbandonerà.

A 75 anni (Gen 12,4), Abramo ascolta una parola che non gli promette vittoria e bottino, ma di diventare una benedizione per gli altri, e di trasformarsi (lui, vecchio e con una moglie vecchia e sterile) in una grande nazione. Un pazzo illuso, potremmo dire. Ma Abramo parte. Anzi, diciamo che riparte, o prosegue, perché nulla, esteriormente, è cambiato nel suo viaggio, se non che la comitiva ha una persona in meno, che è morta. Eppure, dentro tutto è diverso.

Un arrivo che è inizio

Quando Abramo arriva nella terra di Canaan, questa ovviamente non è vuota (Gen 12,6), né lui si trova immediatamente trasformato in un popolo. Eppure, in questa terra che non è sua, senza nulla che gli confermi di aver fatto bene ad ascoltare la voce di Dio, Abramo gli innalza un altare, come ringraziamento, segno di dedizione e luogo di incontro (Gen 12,7), come farà altre volte in seguito.

Lungo il racconto, la promessa divina si fa sempre più precisa:

  •   dapprima parla di fare di Abramo una grande nazione e un nome benedetto (12,1-2);
  • poi Dio garantisce che sta parlando della terra che Abramo vede davanti a sé, e che sarà offerta ai suoi discendenti (12,7-8);
  • quindi promette che quella discendenza sarà numerosa come la polvere della terra ed erediterà tutto ciò che si vede (13,14-17);
  • più avanti, che la discendenza di Abramo sarà numerosa come le stelle del cielo (15,4-5);
  • e vivrà in un territorio dai confini precisi che andranno ben oltre ciò che un essere umano può vedere solo con lo sguardo  (15,18-21);
  •   e poi che addirittura Abramo sarà capostipite non solo di un popolo ma di «una moltitudine di popoli», che abiterà proprio lì in Canaan e vivrà per sempre in comunione con Dio (17,4-8).

Questo elenco non esaurisce tutte le promesse e benedizioni divine ad Abramo raccolte nella Genesi, ma è già sufficiente per farci stupire del fatto che, davanti a tante promesse e al fatto che finora lui non abbia nulla in mano, Abramo si fida comunque di Dio.

Questa sua fiducia si ripercuote anche intorno a lui. Quando in Canaan le greggi sue e del nipote Lot sembrano essere troppe per la terra che hanno a disposizione, Abramo lo invita a dividersi. La scelta di come dividere il territorio spetterebbe al capo della comitiva, che lascia però decidere al nipote, il quale prende per sé la parte migliore (Gen 13).

I lettori potrebbero pensare che Abramo sia semplicemente un debole o un pavido, ma, subito dopo (Gen 14), una spedizione di cinque re assale Sodoma, dove Lot si è insediato, e porta via in bottino anche lui con la sua famiglia. A quel punto Abramo insegue e sconfigge i cinque re, chiedendo semplicemente la liberazione dei prigionieri.

Poiché vive nella fiducia verso Dio, non si affanna a garantirsi protezioni o garanzie terrene.

 

Perché amico

All’inizio ricordavamo come nella lettera di Giacomo si presenti Abramo non tanto come servo fedele e ubbidiente di Dio, ma come chi entra in una relazione distesa, affettuosa, di amicizia con il Signore. Ci sono almeno tre episodi che confermano di questa relazione alla pari.

I tre viandanti

Molto noto è quello in cui Abramo accoglie nella sua tenda tre viandanti, che poi sembrano diventare uno e si svelano come presenza divina (Gen 18). Abramo, senza una terra e senza discendenza, accoglie con serenità e generosità i tre passanti, in un mondo in cui non c’erano leggi che proteggessero chi non era del posto. E dopo quel gesto di dono, che viene seguito dalla promessa (nuovamente!) di un figlio, Dio e Abramo fanno due passi fino ad affacciarsi sulla profonda valle del Giordano, in fondo alla quale contemplano Sodoma. E Dio si trova a non poter nascondere ad Abramo ciò che ha intenzione di fare: distruggere Sodoma per i suoi peccati (18,17-19). Questa confidenza mostra un atteggiamento intimo di Dio nei confronti di Abramo. Dio non è un padrone, sia pure generoso e benevolo, ma un amico che, in coscienza, non può nascondere dei segreti al proprio amico.

Il figlio della schiava

Un altro passaggio è quello nel quale diventa protagonista anche Sara, la moglie di Abramo (Gen 16). A fronte della costante promessa di una discendenza, è lei ad avere l’idea di far concepire un figlio di Abramo alla sua schiava. Il figlio di una schiava nasce schiavo, ma se venisse adottato dalla padrona (con quel gesto antico e simbolico di parto sulle sue ginocchia), sarebbe libero e potrebbe ereditare i beni del padre. L’atteggiamento di Sara e Abramo nei confronti di Dio è quello non dei creditori che pretendono dal debitore ciò che questi ha promesso, ma degli amici che cercano di venire incontro alla promessa fatta dall’amico, di rendergli la vita più facile, facendo ricorso anche a una certa dose di automortificazione (Sara accetta di essere esclusa dalla promessa) e di inventiva.
Quando, poco dopo (17,18), Abramo, a colloquio con Dio, invocherà: «Possa almeno vivere Ismaele davanti a te!», di fatto pone il figlio della schiava Agar davanti a Dio, quasi a chiedergli: «È questo il figlio di cui parlavi, no?».

E la risposta di Dio è dolce e tenera: «Certo, benedirò anche lui, ma se ti ho promesso un figlio, l’ho promesso a te e a Sara». La promessa divina guarda ad altro, ma Dio non può non contemplare con commozione e un sorriso il tentativo (maldestro) di Abramo e Sara di semplificargli la vita, come tra amici.

L’alleanza

Un altro brano è per noi di comprensione più difficile, più solenne e mistico (Gen 15). Dio invita Abramo a predisporre una scena cruenta, con tre animali divisi a metà. A noi non dice nulla, ma i primi lettori del testo comprendevano bene di che cosa si trattasse: quando si concludeva un contratto, il più forte si impegnava a rispettarlo, mentre il più debole era esposto alla vendetta del primo, se non lo avesse mantenuto. Quando due contraenti si reputavano alla pari, si appellavano, come garante, a qualcuno di superiore. Quando a stringere un’alleanza alla pari erano due re, che non potevano rimandare a nessuno superiore a loro, seguendo un antico rituale hittita, squartavano degli animali e ci passavano in mezzo, mano nella mano: simbolicamente invocavano che chi avesse tradito l’alleanza finisse squartato come quegli animali.

Abramo viene chiamato ad allestire quel quadro, e quindi a pensarsi in un’alleanza alla pari con Dio. Al momento di sigillarla, però, non sa come procedere, finché un torpore non lo blocca, e ode promesse di fatica e schiavitù, ma anche di ricchezza e libertà per i suoi discendenti, e vede passare in mezzo agli animali «un braciere fumante e una fiaccola ardente» (15,17): Dio si impegna in un’alleanza e si offre alla condanna di essere squartato nel caso in cui non la dovesse rispettare. Allo stesso tempo, però, evita ad Abramo di passare a sua volta in mezzo alle due metà di animali, lo protegge (lui e i suoi discendenti) dalle conseguenze di un eventuale futura trasgressione del patto.

Un vero amico, che si espone in prima persona ma non vuole neppure concedere il rischio di male per gli altri.

Maria Mfariji shrine. Marsabit, Kenya – Abramo, icontra i tre alle quercia di Mamre – AfMC / Gigi Anataloni

Il dono definitivo

Il figlio promesso arriva quando Abramo ha cento anni (Gen 21,5). Isacco viene, però, chiesto in dono da Dio, capace di calcare la mano in modo apparentemente crudele sulla richiesta: «Prendi tuo figlio (sì, quello promesso e atteso da tanto tempo), il tuo unico figlio (non ci sono piani di riserva), che ami (non è un figlio ribelle, non sopportato: Abramo gli vuole bene), Isacco (chiamato per nome, non più solo il ruolo) e offrilo in olocausto» (Gen 22,2).

Se per la tradizione cristiana il cuore della chiamata di Abramo è l’iniziale invito a uscire dalla sua terra, per il mondo ebraico è invece questo brano. Se è impegnativo lasciare il quasi niente che si ha, in vista di una promessa più grande, molto più difficile è accettare di rinunciare a ciò che si è desiderato per tutta la vita e alla fine è arrivato.

Conosciamo la storia: Abramo si mette in movimento, inganna il figlio e si accinge a sacrificarlo finché viene fermato da Dio appena in tempo.

Può sembrarci un Dio improvvisamente crudele, ma non dimentichiamoci che il mondo antico riflette e insegna attraverso i racconti. Davvero Abramo avrà predisposto il sacrificio del figlio? Per gli antichi bastava che si fosse posto il problema se restituirlo a Dio qualora glielo avesse chiesto. Abramo continua a confidare fino in fondo nella promessa, senza attaccarsi a ciò che gli è stato donato come se fosse irrinunciabile, sapendo che è la relazione con Dio a garantirgli tutto ciò che gli serve. Dio non chiede il sacrificio della vita umana, e non chiede che si doni a lui ciò che si ama: sarà lui a farlo, con il Figlio suo, sulla croce, compiendo quel dono di sé assoluto, totale e sovrumano che all’uomo non può e non vuole chiedere.

Con una scelta feroce tra i tanti episodi che interessano Abramo (molto di più avremmo potuto riprendere e spiegare), ecco dispiegata davanti a noi un’esperienza umana ideale, fatta di relazione alla pari con Dio, di fiducia, di scambi e aiuto.

Ciò che la Bibbia ci dice è che il Dio di cui ci parla è fatto così, non cerca servi, ma amici con cui conversare, sorridere, vivere. «Non vi chiamo servi, ma vi ho chiamato amici» (Gv 15,15). Il primo, fondamentale uomo che vive in relazione con lui non ubbidisce a leggi ma si pone semplicemente nell’incontro, senza filtri né paure.

Angelo Fracchia
(Camminatori 01 – continua)

Maria Mfariji shrine. Marsabit, Kenya – Abramo, esci dalla tua terra – AfMC / Gigi Anataloni


2023, Un cammino nuovo

Per due anni abbiamo camminato insieme al popolo ebraico lungo le strade del deserto, nei sentieri dell’Esodo.

Quasi a prendere respiro da un percorso compatto e impegnativo, vogliamo dedicare il 2023 a respiri più brevi, ma speriamo non meno corroboranti. Incontreremo dieci personaggi del Primo Testamento, alcuni più noti, altri meno, ma tutti significativi per la loro esperienza ed esempio di fede, perché facciano da modello a noi che viviamo in un contesto completamente diverso.

Come ogni occasione in cui leggiamo la Bibbia, lo scopo non è tanto di imparare qualcosa su un mondo antico e lontano, ma di scoprire pillole di divina umanità utili al nostro cammino quotidiano di oggi.

A.F.




Uno sguardo dall’alto


Durante la lettura del libro dell’Esodo abbiamo cercato di concentrare l’attenzione sul testo biblico, perché fosse quello la nostra guida. Nello stesso tempo, però, abbiamo tentato di segnalare che quel testo non si vuole limitare a raccontare una bella storia (c’è anche questo, nella Bibbia), ma ha anche un intento educativo e propone un percorso di crescita nel rapporto con Dio.

Anche per questo, forse soprattutto per questo, leggiamo testi antichi. Perché ci parlano sì dei tempi ormai passati, ma continuano a valere per l’umanità di sempre.

Vogliamo ora provare a riprendere il discorso, sempre a partire dal libro, ma stavolta nel suo complesso, e guardando maggiormente alla sua validità per l’oggi.

Gli inizi (Es 2-4)

Mosè viene dal mondo ebraico (Es 2), anche se cresce alla corte del faraone. Quasi come se ciò che noi siamo, le nostre origini, siano significative ma non decisive. È vero che è sua madre a farlo crescere, ma, di fatto, non ci è neppure chiaro come sia possibile che, uscito dalla reggia, si riconosca in un ebreo (2,11-12).

Di certo, le sue origini non sono «purissime». È un ebreo, condannato per questo a morte, ma si salva. Cresce alla corte del faraone. Uccide un egiziano (2,12). Scappa per paura delle conseguenze (2,14-15). Nel deserto, finisce con lo sposare la figlia di un sacerdote, è vero, ma un sacerdote madianita tanto povero da mandare la propria figlia a pascolare (2,16-21).

Il percorso umano di Mosè, la figura di riferimento dell’ebraismo, non è perfetto: salvato da neonato a dispetto di altri che sono morti, privilegiato, assassino, pavido, approfittatore, marginale. È il percorso possibile di ogni uomo, non di un supereroe.

Questo uomo qualunque, ridotto a prendere il posto della propria moglie nell’andare a pascolare, si trova di fronte a un avvenimento straordinario, e si mette in gioco (3,1-2). Un roveto arde nel deserto senza consumarsi: l’evento è particolare, ma Mosè potrebbe trascurarlo, invece decide di avvicinarsi, di coinvolgersi, di lasciarsi scomodare.

Non importa quale sia la nostra storia, la nostra vita, le nostre caratteristiche. Non c’è una nobiltà di fondo o di partenza di cui godere. L’importante, nella nostra imperfezione, è avere disponibilità a non chiuderci nel nostro scontato, a lasciarci vincere dalla curiosità di saperne di più.

È da lì, dal muoversi per andare a vedere cosa sia quello strano fenomeno, che inizia il lungo e complesso colloquio con Dio (Es 3-4), un colloquio che si chiude con un Mosè che cerca di tirarsene fuori (4,13). Imperfetto fino alla fine.

Quella dell’imperfezione dei suoi «eroi», è una caratteristica propria dei testi biblici. Quasi tutte le tradizioni letterarie, e soprattutto quelle religiose, infatti, tendono a mitizzare e rendere perfetti i propri eroi (cristianesimo compreso, con le agiografie dei santi). I testi biblici ci restituiscono un’umanità autentica, difettosa, problematica… vera!

Quanti di noi, di fronte all’intuizione del senso della propria vita, non sono tentati di fuggire, di rifugiarsi nel consueto, nel normale, nello scontato, nel già detto, nel non impegnativo? Anche Mosè. E questo non sarà per Dio il motivo di smettere di parlargli.

La prima perseveranza (Es 5-13)

La chiamata divina, l’intuizione di partenza, non risolve tutti i problemi, non è un tocco magico che spiana il percorso davanti a Mosè. «Io sarò con te» non significa che il credente non si troverà davanti l’incredulità del suo popolo, a vantaggio del quale stava mettendosi in pericolo, e la fatica di convincerlo; o il rischio di presentarsi davanti al faraone. Gli stessi prodigi offerti da Dio, vengono dapprima replicati dai sacerdoti egizi (Es 7,11-12.22; 8,3).

Ad ogni passaggio, Mosè è sostanzialmente invitato a fidarsi nuovamente di Dio, a mettere a rischio la propria esistenza, a «scommettere» su chi si è dimostrato affidabile fin lì, ma senza prove o garanzie che continuerà a essere presente ed efficace più avanti.

È la dinamica della fede che qui viene presentata. Ci può essere una lenta fascinazione o un’intuizione improvvisa, ma questa poi deve concretizzarsi in una serie di passaggi quotidiani, «normali», dentro i quali occorre rinnovare la fiducia. E anche quando questa si è nuovamente dimostrata ben riposta, ciò non diventa una garanzia, ma il fondamento per una possibile nuova fiducia, più complessa ed esigente, un po’ più profonda e ulteriore, che non spezza però mai la dinamica di fondo.

Finché non si giunge al momento in cui viene richiesto un passaggio più radicale. Può essere la decisione di consacrarsi in una vita religiosa o di sposarsi, di intraprendere con chiarezza una strada di vita che non consente più di deviare ma, al massimo, di tornare indietro.

Fede come passaggio

Quello che scopriamo sul cammino di fede, infatti, è applicabile a qualunque percorso profondo. La fede non è qualcosa di alieno dall’umano, anzi lo porta al suo compimento più pieno; e ciò che si vive nella dinamica di fede è strutturalmente simile a qualunque forma di donazione o di compimento di sé. Anche per questo è tanto rilevante: perché non si sovrappone all’uomo negandolo, ma lo trasforma da dentro, rendendolo pienamente se stesso.

Per Mosè questo passaggio è la notte di Pasqua (Es 11-13). Quella notte, anche gli ebrei non possono più stare alla finestra a guardare, ma devono decidere da che parte stare. L’angelo del Signore passa di notte, di casa in casa, a reclamare i primogeniti, e solo chi si è esposto, segnando con il sangue di un agnello sacrificato gli stipiti della propria porta, verrà risparmiato. E poi si deve partire, con anziani e bambini, bestie e masserizie, inseguiti da un esercito con carri e cavalli, verso una fuga che non sembra promettere nulla. E quindi occorre fare il grande balzo, accettando di entrare nell’acqua del mare mentre si è inseguiti dai soldati.

È il passaggio più trasparente nella sua dinamica simbolica, e quello forse più sconcertante anche per il nostro mondo. Giunge un tempo in cui la fiducia chiede il passo decisivo, quello che sembra addirittura negare ciò che promette.

Al popolo ebraico viene chiesto di fidarsi di una parola che promette la vita e la libertà entrando dentro la morte (il Mar Rosso), attraversandola. Per i credenti di ogni tempo (e verrebbe addirittura da dire in ogni fede, persino laica) il passaggio del mar Rosso rimanda simbolicamente all’accettazione della sfida di una libertà che si realizza proprio legandosi in una consacrazione, in un legame di coppia, o in una scelta di vita che non ha molte alternative, ma che allo stesso tempo rende possibile il costruire davvero la propria libera scelta.

E si entra nel mare, passando dall’altra parte, non in virtù di prove o dimostrazioni che ciò non sarà pericoloso, ma solo fidandosi delle parole di una promessa: che c’è una terra, ed è più avanti, anche se nulla ancora garantisce che esista davvero. Ma se ci si ferma, o si torna indietro alle cipolle d’Egitto, quella promessa svanirà.

La seconda perseveranza

Abbiamo già fatto notare come le nostre sceneggiature filmiche della storia dell’Esodo tendano a fermarsi qui. La dinamica di lotta e liberazione, persino nella fiducia, è qualcosa di noto e comprensibile per la nostra cultura. Essa tende però a immaginarci finalmente liberi e vincitori solo quando l’esercito nemico è stato vinto. Il racconto dell’Esodo, invece, ci porta più in là.

Un cammino di fiducia cresce, scelta dopo scelta, fino ad arrivare a quella più grande, in qualche modo definitiva: una volta passato il mare, si potrà rimpiangere l’Egitto, come gli ebrei faranno, ma non si potrà più tornare indietro. Ma la storia non è finita. Continua e, anzi, bisognerebbe dire che narra una fase nuova, fatta di cammino nel deserto, di affidamento giorno dopo giorno, nel quale bisogna raccogliere la manna solo per quel tanto che serve a consumarne fino al tramonto (Es 16). È vero, mangiare dello stesso cibo tutti i giorni per quaranta anni può indurre a pensare che di certo ci sarà anche domani, ma in realtà non ne esiste nessuna garanzia. E conservare la manna, per avere un minimo di sicurezza del domani, significa trovarla imputridita al mattino dopo.

Si sta parlando, in fondo, del nostro nutrimento costante, nutrimento di relazioni, di fiducia spirituale, quello che anche Gesù nel Padre nostro suggerirà di invocare come «quotidiano». Perché nelle relazioni, nella fiducia, nella vita, non esistono dispense o congelatori, c’è soltanto il cammino passo dopo passo, giorno dopo giorno nella continuità. Anche con Dio.

Libertà è servizio

Poco dopo aver passato il mare per approdare alla libertà, e prima dei lunghi anni di marcia nel deserto, ecco che quella libertà è chiamata a farsi servizio per diventare autentica e piena (Es 19). Il nostro tempo culturale, che, come tutte le culture, presenta molti pregi e qualche difetto, esalta in ogni modo la libertà. Il che è buono, salvo declinarla a volte come libertà anche di capriccio, di disfare tutto e ripartire sempre da capo. Il libro dell’Esodo ci ricorda che uno stile di questo tipo non costruisce umanità. Dio, che conosce l’uomo, non pretende un’adesione immediata da subito. Ma dopo mesi passati insieme, dopo aver preso chiaramente le parti del suo popolo con le piaghe inflitte agli Egiziani, avergli fatto passare il mare, averlo dissetato e nutrito nel deserto, gli chiede se vuole impegnarsi in una relazione definitiva. Questa, indubbiamente, sarà anche servizio, sarà sottomettersi a un legame che non permette più di mantenersi pienamente liberi. Ma è il solo modo di costruirsi, di essere autenticamente umani, di diventare una nazione «messa da parte» per Dio, la pienezza di chi fa dialogare il mondo divino e quello umano (Es 19,6).

Si tratterà di un servizio da accogliere come dono dall’alto (Es 20), ma anche da rifare costantemente proprio (Es 34,1-4), resistendo alla tentazione di plasmarsi un Dio più prevedibile e appropriabile, che può essere chiuso in una stanza e considerato «mio» (questo, in fondo, è il vitello d’oro: Es 32).
Il Dio d’Israele, invece, è un Dio vivo, che non sopporta su di sé una definizione, ma si fa sempre trovare come una presenza mai del tutto prevedibile, eppure affidabile (Es 3,14).

Fiducia da far crescere affidamento dopo affidamento, con dedizione profonda e totale, fedeltà nel quotidiano (Es 25-31; 35-39), così da poter sperare quella terra promessa che «c’è, ed è avanti. Ciò non significa che la storia abbia senso, proba­bilmente non ce l’ha, ma (è que­sto il paradosso del credente) le verrà dato» (così scrive Paolo De Benedetti, che abbiamo già citato nel numero di ottobre 2021). Fidiamoci, un senso a questa storia Dio lo darà.

Angelo Fracchia
(Esodo 20 – fine)


Cncludiamo qui le venti puntate dedicate al libro dell’Esodo. Ringraziamo di cuore Angelo Fracchia per averci accompagnato in questo «cammino di libertà», sempre coinvolgente e attuale, e Marco Francescato per le sue splendide illustrazioni. Grazie