Congo Rd. Un congolese su 4 rischia la fame

 

Un rapporto di fine ottobre della Piattaforma integrata di classificazione della sicurezza alimentare (Integrated food security phase classification, Ipc), composta da Ong e agenzie dell’Onu, riporta che 25,6 milioni di congolesi, su una popolazione di 104,3 milioni, sono minacciati a breve termine a causa dell’insufficienza alimentare. Inoltre, sono tre milioni le persone per le quali l’insicurezza alimentare oramai è acuta, ovvero sono in crisi umanitaria.

Secondo la Fao (l’agenzia Onu che si occupa di cibo e agricoltura e ha sede a Roma), si tratta di uno dei più grandi numeri al mondo per una sola popolazione con questa problematica.

L’insicurezza alimentare acuta è il risultato di diversi fattori combinati: i conflitti armati, l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e quello dei costi di trasporto, ma anche l’effetto di diverse epidemie che hanno colpito il Paese.
È un dato che interessa tutto il Paese, con valori maggiori nelle aree di guerra, ovvero Sud Kivu, Nord Kivu e Ituri. Qui la crisi umanitaria, già presente da tre decenni, è recentemente aumentata a causa del ritorno in auge del gruppo ribelle M23, finanziato dal vicino Rwanda. Si ricorda anche che la Monusco (Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione) ha lasciato il Sud Kivu a fine giugno scorso, dopo vent’anni di presenza.

La guerra in queste regioni ha causato uno sfollamento massiccio della popolazione che si è assembrata nei campi profughi interni. Il 35% degli agricoltori ha smesso di coltivare, mentre il 25% degli allevatori ha perso i propri capi di bestiame. Attualmente, secondo la Fao, sono 7,3 milioni i congolesi che hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni e si trovano nelle tendopoli.

Ci sono poi altri fattori strutturali che acutizzano la crisi, come la scarsità delle strade in numero e in percorribilità e la mancanza dell’accesso all’acqua.
Il problema delle vie di comunicazione rende difficile il collegamento tra i mercati e tra i produttori e i mercati stessi, e quindi la distribuzione degli alimenti, aumentandone enormemente il prezzo.

La Fao e il Pam (Programma alimentare mondiale) avevano già richiamato l’attenzione lo scorso marzo, quando parlarono di 40 milioni di congolesi in stato di insicurezza alimentare cronica.
Oltre a un aiuto di immediato, con distribuzione di cibo, sono necessari, secondo i tecnici della Fao, programmi di agricoltura di emergenze, ovvero distribuzione di sementi e di attrezzi agricoli per realizzazione di mini orti almeno per la popolazione dei campi di sfollati.
La Fao chiede ai donatori 330 milioni di dollari per 2025, per assistere oltre 3 milioni di congolesi attualmente in condizioni disperate.

Marco Bello

Per un approfondimento sul Congo si legga qui.




Urbanizzazione e sicurezza alimentare

 

Nel mondo soffrono la fame tra i 690 e i 783 milioni di persone. In Africa una persona ogni cinque. In Asia una ogni 12. L’obiettivo della «fame zero» entro il 2030 appare irraggiungibile.

Fame zero entro il 2030. È questo il secondo obiettivo dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.

Man mano che passano gli anni, però, la speranza di riuscire a raggiungerlo entro i tempi previsti è sempre più risicata e un recente report dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) lo conferma. Nel 2022, il 9,2% della popolazione mondiale (tra 690 e 783 milioni di persone) era in una condizione di fame, ovvero non consumava la quantità minima di cibo necessaria per disporre dell’energia essenziale per una vita attiva e salutare.

Una percentuale in crescita rispetto al 7,9% registrato nel 2019. Cosa che rende evidente l’impatto negativo sul settore agroalimentare della pandemia da Covid-19 – che ha causato un rallentamento dell’economia mondiale – e del conflitto in Ucraina – che ha reso difficile reperire beni alimentari di prima necessità e ha provocato un’impennata dell’inflazione fino al 9% (2022).
Persistono inoltre altri fattori destabilizzanti come cambiamento climatico, conflitti e diseguaglianze.

Ricerche complementari al report sono scese nel dettaglio, analizzando i livelli di fame nel mondo dal punto di vista geografico e temporale.
Dalla comparazione dei loro risultati emerge come l’Africa registri i valori più elevati del pianeta: nel 2022, il 19,7% degli abitanti del continente (282 milioni di persone) soffriva la fame. Ma non solo. Sempre in Africa si è verificato l’incremento maggiore dell’insicurezza alimentare, cresciuta di più del 4% in soli due anni tra il 2020 e il 2022.

Considerando i valori assoluti, invece, è l’Asia a raccogliere più della metà della popolazione mondiale in condizione di fame: 402 milioni di persone (l’8,5% degli asiatici, in leggero calo rispetto all’8,8% del 2021).

Basandosi sui dati raccolti nelle diverse aree del mondo, la Fao stima che entro il 2030 la fame nel mondo si ridurrà, ma non si azzererà, dato che coinvolgerà ancora 600 milioni di persone. La maggior parte dei progressi dovrebbe avvenire in Asia con un dimezzamento dei valori, mentre al contrario in Africa si prevede un ulteriore incremento dell’insicurezza alimentare che dovrebbe arrivare a coinvolgere 300 milioni di persone.

Significativa è la decisione degli autori del report di studiare la correlazione tra la sicurezza alimentare – e, nello specifico, l’accesso a una dieta sana – e il fenomeno epocale dell’urbanizzazione. Infatti, se nel 1950 viveva nelle città il 30% della popolazione mondiale, nel 2021 la cifra era salita al 57% e le stime per il 2050 prevedono il 70%. In particolare, Africa subsahariana e Asia meridionale sono le due regioni dove le città stanno crescendo più rapidamente, con tassi tre volte superiori alla media mondiale.

Il report evidenzia come l’espansione delle città – combinata a fattori come l’aumento di reddito e di opportunità lavorative fuori casa, oltre al cambiamento degli stili di vita – stia profondamente influenzando il sistema agroalimentare. Da un lato, si assiste a una modificazione della dieta della popolazione mondiale; dall’altro, la catena produttiva diventa sempre più lunga e complessa.

Cresce la domanda di latticini, carne e pesce, ma anche quella di cibi già pronti, altamente processati, ad alto contenuto energetico ma privi di nutrienti. I sistemi agroalimentari devono quindi produrre e distribuire quantità sempre maggiori di beni. La catena produttiva si allunga, creando una profonda interconnessione tra aree rurali, periurbane e urbane: il sistema agricolo non si basa più sul piccolo mercato locale, ma guarda alle città. Ne deriva una catena sempre più complessa, caratterizzata da una produzione maggiore in termini quantitativi e qualitativi – grazie a migliori input e tecnologie provenienti dalle città – e da forme di processazione e trasporto più efficienti e articolate.

Tendenzialmente, secondo gli autori del report, la relazione tra urbanizzazione e sicurezza alimentare è positiva: man mano che la popolazione si sposta nelle città, si riducono gli indici di fame. Tuttavia, persistono ostacoli all’accesso a una dieta sana, come ad esempio l’inflazione – che negli ultimi anni ha eroso il potere d’acquisto della popolazione mondiale, spingendola verso cibi più economici – e i «deserti alimentari» – aree spesso periferiche dove i prodotti alla base di una dieta sana sono difficilmente reperibili.

Dunque, la strada verso l’eliminazione della fame nel mondo resta ancora lunga e tortuosa.

Aurora Guainazzi