Turchia. Restare al potere con qualsiasi mezzo

 

Sabato 29 marzo: sono migliaia le persone fuori dai cancelli dell’ufficio comunale di Istanbul. Le autorità parlano di cinquecentomila persone, i manifestanti affermano di essere oltre due milioni. Tutti sono qui per protestare contro la detenzione di Ekrem İmamoğlu, sindaco di Istanbul, arrestato lo scorso 19 marzo.

Negli ultimi anni, Ekrem İmamoğlu è stato uno degli avversari più accreditati per contendere la presidenza della Turchia a Recep Erdoğan, al potere dal 2014. Figura di spicco nella politica di opposizione e uomo estremamente carismatico, İmamoğlu ha visto crescere di molto la sua popolarità negli ultimi anni, soprattutto tra i giovani. Molti ragazzi e ragazze, da quando sono al mondo, hanno praticamente conosciuto solo il governo di Erdoğan. İmamoğlu sembrava poter essere la speranza di un cambiamento. Le accuse mosse al sindaco di Istanbul sono varie: corruzione, illeciti in gare d’appalto, relazioni con il Pkk, il partito dei lavoratori curdo, considerato da Erdoğan un gruppo terroristico. Il 19 marzo, insieme a İmamoğlu, sono state arrestate con le stesse accuse altre 106 persone, tra cui due sindaci distrettuali.

Chi è Ekrem İmamoğlu? Nato nel 1970, si è laureato a Istanbul in economia aziendale. Dopo un master, comincia a lavorare nell’azienda di famiglia che si occupa di edilizia. Negli anni Novanta, intraprende la sua carriera politica.

Si iscrive prima all’Anap (Partito della madrepatria) e, in seguito, al suo partito attuale: il Chp (Partito popolare repubblicano), gruppo di orientamento laico e socialdemocratico.

Nel 2014, viene eletto sindaco del distretto di Beylikdüzü, periferia europea di Istanbul. Nel 2019, dopo 25 anni di dominio del partito di Erdoğan, diventa sindaco della metropoli turca. Proprio questa vittoria, lo proietta come antagonista ideale di Erdoğan. Ma, subito dopo le elezioni del 2019, il presidente prova già a intralciare il cammino del suo avversario: annulla la vittoria a sindaco per illecito e lo sospende per due mesi. İmamoğlu, però, vince di nuovo nella ripetizione delle elezioni, e con ancora più voti di quelle precedenti. In seguito, stravince anche le elezioni del marzo 2024.

Recep Erdoğan, presidente della Turchia dal 2014. In precedenza, sindaco di Istanbul, primo ministro. Come tutti gli autocrati è disposto a tutto pur di non lasciare il potere. Foto Klimentyev Mikhail – Wikimedia.

L’arresto dello scorso 19 marzo è arrivato in maniera molto «puntuale». Pochi giorni dopo, infatti, il suo partito lo avrebbe candidato per le prossime presidenziali. Inoltre, il giorno prima dell’arresto, l’Università di Istanbul aveva annunciato la revoca della sua laurea (rilasciata 35 anni fa), perché il passaggio dall’università iniziata a Cipro a quella di Istanbul, non avrebbe rispettato le regole amministrative. Senza una laurea, in Turchia, non si può concorrere alle presidenziali.

Come molti immaginano, si sta ricorrendo a qualsiasi mezzo pur di non far candidare İmamoğlu contro Erdoğan. Peraltro, quello di queste settimane, non è il primo tentativo del presidente turco di sabotare il suo avversario. Nel dicembre 2022, infatti, il sindaco di Istanbul è stato condannato a due anni e sette mesi di carcere per aver insultato alcuni funzionari pubblici. Il processo d’appello per questa accusa è ancora in corso.

Özgür Özel, leader del partito del Chp, ha annunciato che, nonostante la detenzione, manterrà la candidatura di İmamoğlu alle presidenziali, organizzerà una campagna nazionale per raccogliere firme a sostegno della sua liberazione, e per chiedere le elezioni anticipate. Nel frattempo, il consiglio comunale di Istanbul ha eletto Nuri Aslan come sindaco ad interim, mentre sono state applicate restrizioni e divieti alle manifestazioni fino al primo aprile.

Tutto questo, però, non ha assolutamente bloccato le contestazioni che continuano a infiammare le strade della Turchia. Molte proteste, inizialmente pacifiche, sono sfociate in scontri violenti contro la polizia. Le forze dell’ordine hanno reagito usando cannoni ad acqua, razzi lacrimogeni e armi antisommossa. A Smirne, è stata bloccata una manifestazione che avrebbe coinvolto più di mezzo milione di studenti.

Dal 19 marzo ad oggi, sono più di duemila le persone arrestate per aver protestato. Tra di loro, ci sono anche quaranta giornalisti.

Negli ultimi mesi, in seguito ai possibili accordi con il Pkk, sembrava potesse esserci uno spiraglio di pace. La detenzione di İmamoğlu e la repressione violenta delle proteste, però, riportano il timore che la Turchia possa sprofondare ancora di più in un regime totalitario, con Erdoğan che – da più di trent’anni (come sindaco di Istanbul, primo ministro e, infine, presidente) – spadroneggia usando qualsiasi mezzo per restare al potere.

Angelo Calianno




Mondo e tortura. Cresce l’uso dei Taser

 

L’uso dei dispositivi a scarica elettrica, noti come Pesw (Projectile electric shock weapons) o Taser (dal nome del modello più diffuso), da parte delle forze di polizia è in costante aumento in tutto il mondo.

Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani denunciano da anni il loro abuso, soprattutto in contesti di detenzione, manifestazioni pubbliche e contro gruppi vulnerabili come bambini, anziani, fasce di popolazione emarginate. Tuttavia, manca ancora un trattato internazionale che ne limiti la produzione, la commercializzazione e l’uso indiscriminato.

 

Ne parla un rapporto dell’organizzazione per i diritti umani pubblicato lo scorso 6 marzo: «I still can’t sleep at night». The global abuse of electric shock equipment. («Non riesco ancora a dormire la notte». L’abuso globale di apparecchiature per le scosse elettriche). Un lavoro che descrive i due tipi di apparecchiature a scarica elettrica in commercio: quelle a contatto diretto, che Amnesty assieme a molte altre organizzazioni internazionali chiedono di eliminare, e le Pesw a proiettili, armi paralizzanti che funzionano con una carica elettrica a distanza, legittime, ma il cui uso è da limitare a casi estremi.

Il costo umano del commercio e dell’uso non regolamentato di questi prodotti richiede l’urgente necessità di un’azione coordinata e globale.

Esempi concreti di abuso: Iran e Francia

Il lavoro di Amnesty presenta casi di tortura e maltrattamenti avvenuti in tutto il mondo tramite queste apparecchiature negli ultimi dieci anni.

L’Iran è uno dei Paesi nei quale Amnesty International ha documentato l’uso di dispositivi elettrici contro manifestanti pacifici, prigionieri politici e dissidenti.
Molti detenuti hanno subito torture con scariche elettriche prolungate per estorcere confessioni o come forma di punizione.
Le conseguenze per le vittime sono di diversa gravità: ustioni; danni neurologici permanenti, traumi psicologici profondi.

Anche in Francia, per fare solo un altro esempio, nonostante le rigide normative europee, sono stati segnalati abusi. Le forze dell’ordine hanno utilizzato i Taser durante operazioni di polizia, spesso su persone che non rappresentavano una minaccia immediata.

Torture con scosse elettriche: una lunga storia

L’uso della scossa elettrica come strumento di tortura ha radici storiche lontane.

I dispositivi per elettroshock, scrive Amnesty, sono stati a lungo utilizzati per la tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti in tutto il mondo, spesso utilizzando metodi improvvisati, come pungoli elettrici per bovini, fili collegati alla rete elettrica o alle batterie delle auto.
I telefoni da campo a manovella «magneto» o «dinamo» furono utilizzati per la prima volta per la tortura dall’esercito francese in Indocina e dalla polizia militare giapponese in tutto il Giappone imperiale negli anni 30.
Dopo la Seconda guerra mondiale, il telefono da campo fu utilizzato per la tortura in tutta la Francia coloniale, dall’Algeria al Madagascar, nel Kenya britannico e in Vietnam dai marines statunitensi. Nello stesso periodo, negli Stati Uniti sono emerse armi a scossa elettrica a contatto diretto progettate per le forze dell’ordine.

Negli anni 30 la polizia argentina ha adottato l’uso della picana eléctrica (manganello elettrico), un dispositivo che si sarebbe diffuso in Uruguay, Paraguay e Bolivia, mentre la tortura basata sulla scossa elettrica sarebbe stata ampiamente adottata in America Latina sotto le dittature militari degli anni 70 e 80 per reprimere il dissenso politico.

Oggi, la disponibilità commerciale di Pesw e dispositivi affini ha reso questa pratica più diffusa e difficile da monitorare.

Le conseguenze sulla salute

L’uso di strumenti a scossa elettrica può avere effetti devastanti sulla salute delle persone. Le scariche causano dolore intenso, convulsioni, perdita di controllo motorio e, in alcuni casi, arresto cardiaco.

Sono stati registrati numerosi decessi in seguito all’uso del Taser su individui in precarie condizioni di salute. Gli effetti psicologici, tra cui ansia, depressione e disturbi da stress post-traumatico, sono altrettanto gravi.

Uso contro gruppi vulnerabili

Il problema più allarmante è l’uso di questi trumenti contro categorie di persone vulnerabili.
I detenuti subiscono scosse elettriche come forma di punizione o coercizione. I manifestanti vengono colpiti per disperdere le folle, anche quando non costituiscono una minaccia reale. Le persone con problemi di salute mentale, i minori e gli anziani sono particolarmente vulnerabili agli effetti delle scariche elettriche, che possono causare danni irreversibili.

Amnesty International ha documentato diversi casi di abuso contro minori, spesso in situazioni in cui non rappresentavano alcun pericolo.

Negli Stati Uniti, alcuni bambini di appena 10 anni sono stati colpiti con i Taser da agenti di polizia durante interventi scolastici, per aver mostrato segni di disagio o per piccoli atti di ribellione. In un caso, un bambino autistico è stato colpito durante una crisi emotiva.

Per quanto riguarda gli anziani e le persone con problemi di salute mentale, Amnesty ha registrato casi in cui individui in evidente stato di confusione o in emergenza medica sono stati immobilizzati con Taser, aggravando le loro condizioni.

Negli ospedali psichiatrici e nei centri di detenzione, l’uso dei Taser è stato denunciato come una forma di abuso sistematico.

In alcune occasioni, l’uso della scarica elettrica ha provocato arresti cardiaci fatali.

Produzione e commercio: un mercato in crescita senza regole globali

Il mercato dei dispositivi a scarica elettrica è in espansione. Il modello più diffuso di Pesw è il Taser. Tanto diffuso che nel linguaggio comune il suo nome raggruppa per antonomasia tutti i dispositivi Pesw. È prodotto da Axon Enterprise, la principale azienda del settore, che fornisce le sue armi a oltre 18mila agenzie di polizia in più di 80 Paesi.

Non esistono, però, regolamenti internazionali vincolanti per limitare la produzione e la vendita di questi strumenti. La maggior parte degli Stati non ha controlli adeguati per evitare che questi dispositivi finiscano nelle mani di regimi repressivi o forze di polizia che violano i diritti umani.

La proposta di un Trattato internazionale

Per colmare questa lacuna, Unione Europea, Argentina e Mongolia hanno lanciato l’Alleanza per un commercio libero dalla tortura, con l’obiettivo di vietare la produzione e la compravendita di strumenti di tortura, compresi i Pesw.

Amnesty International e altre Ong chiedono un trattato internazionale che vieti completamente la produzione e l’uso di dispositivi a scarica elettrica da contatto diretto, e che regoli rigorosamente l’uso dei Pesw, imponendo limiti chiari e meccanismi di controllo efficaci.

Un trattato di questo tipo stabilirebbe regole chiare per il commercio e l’uso dei Pesw, riducendo il loro uso come strumenti di repressione e tortura. Solo una regolamentazione globale potrà proteggere i diritti umani e prevenire ulteriori abusi nel mondo.

Luca Lorusso




Russia. Kirill non prega per Navalny


Dmitry Safronov è un prete della Chiesa ortodossa russa. Padre Safronov ha pregato più volte sulla tomba di Alexei Navalny, il principale oppositore di Vladimir Putin, morto (probabilmente assassinato) lo scorso 16 febbraio nella colonia penale artica in cui era stato rinchiuso. Il 26 marzo il sacerdote ha celebrato anche un servizio funebre in onore del defunto. La diocesi di Mosca non ha però gradito il comportamento di padre Safronov e lo ha, pertanto, punito con la sospensione dalle funzioni clericali e tre anni di penitenza.

Da tempo, e ancora di più dal febbraio 2022, data dell’aggressione della Russia all’Ucraina, la posizione della Chiesa ortodossa russa – dal 2009 guidata dal patriarca Kirill – è stata di totale allineamento con la politica di Putin, presidente di nome, ma dittatore di fatto. Ultimamente, essa è stata ribadita nero su bianco nel documento conclusivo («Presente e futuro del mondo russo») del XXV Consiglio mondiale del popolo russo (World russian people’s council), organizzazione presieduta dal patriarca di Mosca e di tutte le Russie.

Il primo punto del documento datato 27 marzo è dedicato proprio alla cosiddetta «Operazione militare speciale» in Ucraina e non lascia spazio a dubbi. «L’Operazione militare speciale – vi si legge – è una nuova fase della lotta di liberazione nazionale del popolo russo contro il regime criminale di Kiev e l’intero Occidente che lo sostiene, condotta nelle terre della Rus’ Sud occidentale dal 2014. Durante l’Operazione militare speciale, il popolo russo con le armi in mano difende la propria vita, libertà, statualità, identità civile, religiosa, nazionale e culturale, nonché il diritto di vivere sulla propria terra entro i confini dello Stato russo unito. Da un punto di vista spirituale e morale, l’operazione militare speciale è una guerra santa (“suyashennaya voyna”, nella traslitterazione dal russo, ndr)».

Il punto prosegue chiamando la Russia e il suo popolo a proteggersi dall’assalto del globalismo e dalla vittoria dell’Occidente caduto nel satanismo. La guerra santa – si afferma – finirà quando tutto il territorio della moderna Ucraina sarà entrato nella zona di influenza esclusiva della Russia. Il tono rimane identico anche nel resto del documento, vero concentrato di affermazioni ultra conservatrici e ultra nazionaliste, che incolpano l’Occidente di ogni male. Una citazione a mo’ di esempio: «I programmi educativi nazionali […] dovrebbero essere purificati da concetti e atteggiamenti ideologici distruttivi, principalmente occidentali, estranei al popolo russo e distruttivi per la società russa».

A inizio aprile, il Consiglio ecumenico delle Chiese (World Council of Churches), di cui la Chiesa ortodossa russa è parte, ha respinto il documento proprio a causa delle considerazioni sulla presunta «guerra santa». Difficile capire quanto la Chiesa russa sia compatta attorno alla posizione dettata dal patriarca. Quello che è certo è che essa utilizza gli stessi metodi del Cremlino: la repressione di chiunque non sia d’accordo.

Padre Alexey Uminsky, una delle tante vittime del patriarca Kirill. (Foto Meduza)

L’ultima vittima è stata padre Dmitry Safronov. Ma sono decine i sacerdoti ortodossi puniti per aver sfidato la linea della Chiesa sulla guerra. Lo scorso gennaio era stato destituito dal suo ministero sacerdotale padre Alexey Uminsky, mentre un anno prima era toccato a padre Yoann Koval. Kirill è un sodale e un patriarca fedele a Putin ai limiti dell’idolatria: nel febbraio del 2012, non esitò a definire i suoi primi dodici anni al Cremlino come un «miracolo di Dio». Una vicinanza ideologica che non può essere messa in discussione. Chiunque osi farlo è immediatamente invitato – per usare un eufemismo – a fare le valige.

Paolo Moiola