Namibia. La prima presidente donna
Venerdì 21 marzo è stata una giornata storica per la Namibia e il continente africano. Netumbo Nandi-Ndaitwah ha giurato come nuova presidente del Paese. È la seconda donna africana (dopo Ellen Johnson Sirleaf in Liberia) a vincere le elezioni per la massima carica del proprio Stato (mentre sono diverse altre le donne elette dal Parlamento o diventate presidenti dopo eventi come la morte e le dimissioni dei leader originariamente eletti).
Popolarmente chiamata «Nnn», Nandi-Ndaitwah è una figura storica della South west african people’s organisation (Swapo). Movimento di liberazione nazionale, dal 1990 (anno dell’indipendenza dal Sudafrica), la Swapo è il partito predominante della scena politica namibiana. Al suo interno, Nandi-Ndaitwah è entrata a soli 14 anni. Da leader dell’ala giovanile del movimento, ha poi scalato le gerarchie, arrivando a guidare ministeri come gli Affari esteri, il Turismo e l’Informazione.
A febbraio 2024 poi, Nandi-Ndaitwah è diventata vicepresidente della Namibia. Ha preso il posto di Nangolo Mbumba, che invece aveva giurato come nuovo capo di Stato dopo la morte del presidente eletto nel 2019, Hage Geingob. Pochi mesi dopo, a novembre, Nandi-Ndaitwah era la candidata della Swapo alla presidenza.
I risultati ufficiali le hanno attribuito il 58% dei consensi, ma sono stati contestati dall’opposizione che ha denunciato irregolarità e ritardi. Nonostante ciò, la Corte suprema namibiana ha rigettato le accuse e confermato la vittoria di Nandi-Ndaitwah.
Con la sua elezione, la Swapo si è assicurata il controllo delle strutture politiche del Paese per altri cinque anni. Al contempo, però, ha ottenuto il suo peggior risultato elettorale di sempre, confermando il declino che sta coinvolgendo molti dei partiti dominanti (spesso ex movimenti di liberazione nazionale) dell’Africa australe, dal Sudafrica al Botswana. In particolare, la Swapo ha perso dodici seggi (da 63 a 51) rispetto al 2019. Un declino figlio anche dei tanti problemi che attanagliano il Paese dall’indipendenza e che, finora, sono rimasti in larga parte irrisolti (e in alcuni casi sono addirittura peggiorati).
Disoccupazione
Ad esempio, la disoccupazione che nel 2023 (secondo l’agenzia statistica governativa) riguardava il 37% della popolazione (in crescita rispetto al 33% del 2018). Molti dei disoccupati sono giovani: il 44% dei namibiani tra 18 e 34 anni non ha un lavoro. Perciò, alla vigilia del giuramento, in un’intervista alla «Sabc» (canale televisivo sudafricano), Nandi-Ndaitwah ha annunciato un piano da 85 miliardi di dollari namibiani (circa 4,6 miliardi di dollari statunitensi) con cui «nei prossimi cinque anni – ha detto – creeremo almeno 500mila nuovi posti di lavoro».
D’altronde, dalla disoccupazione alla povertà il passo è breve. Già il 16% della popolazione vive con meno di 2,15 dollari al giorno (la soglia di povertà assoluta). In più, una buona metà dei namibiani (circa 1,6 milioni di persone su 3 milioni di abitanti) non supera la linea di povertà dei Paesi a medio-alto reddito (il gruppo in cui la Namibia è collocata nelle classifiche internazionali): 6,85 dollari al giorno.
Disuguaglianza e terra
Povertà e disoccupazione sono frutto di una società estremamente disuguale. L’indice di Gini (strumento per il calcolo della disuguaglianza di reddito) della Namibia è 0,59, uno dei più elevati dell’area. È frutto di una struttura socioeconomica che non è ancora riuscita a superare il retaggio dell’apartheid a cui il Paese era sottoposto negli anni di dominio sudafricano.
L’esempio per eccellenza è la questione della terra – non a caso tema sensibile anche in Sudafrica – che Nandi-Ndaitwah ha definito «un problema serio in Namibia». Alla «Bbc», poco prima dell’inaugurazione, la nuova presidente ha dichiarato di voler applicare il principio del «willing-seller, willing-buyer» (un meccanismo basato sulla volontà, non sulla costrizione, dei proprietari terrieri bianchi a vendere i propri terreni). L’obiettivo è modificare un contesto rurale dove il 70% delle terre è ancora nelle mani dei bianchi, che però sono solo l’1,8% della popolazione.
Ma il settore agricolo non è l’unico problema. Come tanti altri Paesi africani, anche la Namibia – un territorio tanto vasto quanto ricco di risorse e scarsamente popolato – dipende in larga parte da produzione ed esportazione di materie prime grezze (soprattutto minerarie). Oltre a sviluppare il settore – creando industrie di raffinazione per aumentare valore e guadagni – Nandi-Ndaitwah vuole anche stimolare nuovi ambiti. Come le industrie creative e il digitale che, secondo lei, in futuro, saranno fonte di centinaia di nuovi posti di lavoro ed entrate economiche.
Le sfide che dunque attendono la prima presidente della Namibia sono numerose. Come ha dichiarato lei stessa, subito dopo l’elezione, «c’è ancora molto da fare».
Aurora Guainazzi