Brasile: l’aquila sul tetto


Padre Pietro Parcelli ha lasciato il Brasile nel 2014 dopo lunghi anni di servizio missionario. Per gli amici la parola «lasciato» è un eufemismo, perché di fatto il suo cuore è ancora là, più precisamente a Salvador, capitale dello stato di Bahia, dove, nella zona di Novos Alagados, anni fa ha aiutato a nascere il progetto «Kilombo do kioiô». Qui condivide alcuni ricordi di un viaggio compiuto nell’agosto 2015.

Quella mattina del 5 agosto, appena entrato a Kilombo, sono rimasto colpito da un uccello grande e robusto che dal tetto osservava ogni cosa con occhio sicuro e senza timore. Ho subito pensato che fosse un uccello rapace proveniente dal bosco vicino, parte del parco di San Bartolomeo, uno dei pochi resti della famosa «Mata Atlantica» (la foresta atlantica di cui si parla su MC 4/2016, pag. 22, ndr). Denys, la direttrice del Kilombo, che mi stava vicina, ha detto: «Vedi, è un’aquila». «Un’aquila? Da dove viene? – ho domandato io – È rara un’aquila da queste parti». «Sì, è un’aquila che viene dalla Mata Atlantica».

Dopo diversi mesi, l’immagine dell’aquila mi torna alla mente come una specie di simbolo che rappresenta in modo particolare gli ultimi 15 anni della mia vita.

Il cammino del Kilombo

È stato nel 1999 che sono sbarcato nella favela di Novos Alagados, nel territorio della parrocchia di São Brás, come un «estranho no ninho», un «uccello fuori dal nido». Accompagnato da un gruppo di giovani parrocchiani visitavo le famiglie. In mezzo alle palafitte, ponti di legno, viuzze, ho visto la fame. Nello sguardo timido delle matriarche, molte abbandonate dai mariti, scorgevo il pianto nascosto suscitato dalla notte che veniva senza aver niente da dare da mangiare ai bambini.

La povertà, la mancanza di strutture sanitarie e la fame mi hanno fatto alzare in volo, come l’aquila della Mata Atlantica, in cerca di soluzioni. E nel piccolo salone in fondo alla chiesa di Aparecida, in riva al mare, abbiamo cominciato a riunire il primo gruppo di mamme. Potevamo fare poco, ma quel poco doveva essere immediato e concreto: consegnavamo mensilmente una consistente cesta di alimenti e, allo stesso tempo, alimentavamo la fede delle famiglie invitandole alla celebrazione domenicale e a una riunione settimanale. È stato così che la Consolata ci ha mostrato che potevamo fare la differenza nella vita di quelle persone, con l’aiuto di amici e benefattori. Col sostegno a distanza di molte generose famiglie italiane abbiamo cominciato ad aiutare uno, due, anche fino a cinque dei figli di quelle mamme che non avevano mezzi per saziare le loro creature.

Siamo andati avanti così con entusiasmo. Ma il problema era enorme e il 2000 fu particolarmente duro. C’era il dubbio di non avere le ali adatte per un volo così alto.

Spiccare il volo

Il 2001 ha invece portato nuova energia. Il progetto cominciava a spiccare il volo: nasceva in un piccolo spazio il «Kilombo do kioiô».

I kilombos erano le comunità in cui si rifugiavano gli schiavi africani che fuggivano dai loro padroni quando il Brasile era dominio portoghese. Il kioiô è una pianta tipica della regione, usata nella medicina e nella cucina locale. In fondo al giardino della casa che avevano comprato per il progetto, c’era proprio una pianta di kioiô. Ecco battezzato il rifugio dove realizzare la nostra missione: offrire un destino differente a chi vive schiavo della fame, dell’abbandono, dell’ignoranza e della mancanza di prospettive.

La cesta di alimenti che offrivamo a molte famiglie era per loro una consolazione, e questo l’abbiamo potuto constatare in diversi momenti. Una mattina ero in macchina con due giovani, dopo aver consegnato la cesta a una mamma ammalata. A un certo punto, quattro giovani armati di pistola ci hanno fermati gridando di scendere dalla macchina. Sentivo le urla delle persone: «È il padre missionario, lasciatelo stare, è il missionario». I giovani che erano con me, pieni di spavento, mi hanno detto di uscire dall’auto e di buttare la borsa a terra. «Che c’è là dentro?», mi ha urlato uno degli assalitori. «Ci sono le cose per la Messa», ho risposto. Dopo aver dato un calcio alla borsa si sono dileguati.

Insegnare a volare

Quando il governo brasiliano ha iniziato il progetto «Fame zero», abbiamo capito che era arrivato il tempo di cambiare: non più distribuire cibo, ma insegnare a procurarsene. È nato così il gruppo di alimentazione che oggi conta quarantacinque mamme. Esse vengono nel Kilombo per imparare a cucinare e a fare pane, a confezionare torte dolci e salate. Il ricavato della vendita dei prodotti aiuta a mantenere le attività del Kilombo. È un’iniziativa che insegna un mestiere queste donne che guadagnano anche un po’ di soldini per mantenere la famiglia. Le spese delle materie prime e del centro sono in parte coperte da un contributo delle mamme, che ogni mese versano parte dei loro guadagni, e dalla generosità di benefattori e istituzioni che ci aiutano a portare avanti il lento cammino di formazione umana e professionale che coniuga rendimento e dignità.

Sotto le ali

Quasi tutte le donne con cui lavoriamo abitano in zone dominate dal traffico della droga. Da loro è venuta la richiesta di fare qualcosa per togliere i figli dalla strada. È così che nel 2011 abbiamo spiccato un altro volo, senza poter prevedere dove saremmo arrivati. È nato il doposcuola del Kilombo. Rispetto alla scuola statale, qui ogni attività è preceduta dalla preghiera e si svolge in un clima più dinamico e alternativo, stimolando la creatività. La preghiera è sempre rivolta alla patrona del Kilombo: Nossa Senhora Consolata.

La missione del doposcuola è di migliorare le conoscenze acquisite dai ragazzi nella scuola statale, perché il livello educativo nella zona è molto basso. È facile incontrare bambini che a dieci anni non sanno leggere né scrivere. E per evitare che la fame fosse un ostacolo alla resa nell’aula scolastica, abbiamo cominciato a offrire una merenda abbondante.

Il Kilombo segue direttamente 66 bambini divisi in cinque classi. Al mattino sono 32 ragazzi dagli otto ai tredici anni, divisi in due classi. Al pomeriggio sono 34 dai sette ai quattordici anni, distribuiti in tre classi. Ogni classe è accompagnata da un’insegnante e una vice. Le attività sono molto diversificate: mensilmente i bambini hanno lezioni di salute dentaria; sono visitati regolarmente da narratori di fiabe e storielle, importanti per i bambini; ricevono formazione su alimentazione, igiene e salute; sono addestrati al primo soccorso da volontari dell’Università Federale della Bahia; mentre gli insegnanti partecipano a corsi di aggioamento finanziati dalla Fondazione Roberto Marinho, sostenuta della Rede Globo, il più grande gruppo di radio e televisione del Brasile.

La capoeira

La capoeira è praticata con entusiasmo nel Kilombo. È un’arte marziale con un sistema di attacco e difesa di carattere individuale, molto simile a una danza. Bambini, adolescenti e giovani sono aiutati dalla pratica di questo sport a sfuggire alla droga e alla criminalità.

Durante la mia visita dello scorso agosto, guidato dal suono del berimbau, strumento a corda che è utilizzato per segnare il ritmo della danza, ho camminato con i ragazzi fino al parco S. Bartolomeo, un’area ricca di ricordi della cultura afrobrasiliana, localizzata a 500 metri dal Kilombo. Siamo arrivati alla cascata di Oxum (Oxum è un orixa, cioè una delle divinità del Candomblé, religione afro brasiliana), e là è iniziata la ruota della capoeira. Il canto degli uccelli si è sintonizzato con le battute dei tamburi, mentre i movimenti acceleravano in una sincronia perfetta. Per loro il cielo non sembra avere limiti.

Anche le nonne volano

Nel 2014 è arrivata una nuova ispirazione: coinvolgere nelle attività del Kilombo anche le nonne della comunità. Si è cominciato con una settimana di attività nel mese di luglio, mese dedicato alle nonne qui in Brasile. Il risultato è stato così entusiasmante che, nonostante la difficile situazione economica, abbiamo deciso di aprire le porte alle donne anziane. Sono quindici signore con più di 50 anni di età, che sono invitate a partecipare al progetto di alimentazione del Kilombo. È un tempo di terapia e socializzazione, attività molto importanti nella situazione di abbandono in cui vivono. Così abbiamo spiccato un altro volo.

Durante la mia visita della scorsa estate, in una casetta vicino al Kilombo, ho conosciuto Luzia, una giovane di 22 anni, cieca, con deficienza mentale e un solo polmone. Sua madre, donna Val, aveva preso la varicella quando era incinta della bambina. Nonostante il consiglio medico di abortire, ella aveva voluto aprire le ali e accogliere Luzia. Lo sforzo di accudire la figlia è immenso, ma l’amore vince ogni barriera. Val prepara la merenda per i bambini del Kilombo. A volte arriva un po’ in ritardo, ma nulla le toglie il sorriso e la sua volontà di vincere.

In un’altra visita sono andato a casa di Marta, una delle mamme del Kilombo. Il figlio Jomarley di dieci anni, con paralisi celebrale, è stato abbandonato dal padre. Marta si fa in quattro per dar da mangiare a Jomarley e Taiana di dodici anni.

I rapaci

Tutte queste attività, prima di realizzarle, sembravano un sogno davanti alla realtà in cui si trovava il Kilombo. E ancora di più oggi, davanti alla crisi del Brasile di questi ultimi mesi. Una nonna del progetto mi ha detto: «Prima con un real (moneta brasiliana) compravi sei panini, ora due». Ma nonostante i rapaci della crisi e dell’inflazione, vogliamo continuare a sognare nuovi voli.

Padre Pietro Parcelli, missionario della Consolata,
in collaborazione con Diniz Vieira, giornalista,
e Adenilza Cruz,  direttrice e cofondatrice del  Kilombo do kioiô.




Povertà disuguaglianze in aumento


Pochissimi ricchi possiedono sempre di più, mentre aumenta il numero dei poveri nel mondo. Le cause sono scelte fiscali inadatte e politiche salariali che acuiscono il divario. E la situazione continua a peggiorare.

Ormai ci sono più miliardari a Pechino che a New York, a riprova del fatto che la ricchezza sta crescendo anche in paesi che una volta erano considerati del «terzo mondo».

La ricchezza cresce, ma la povertà non diminuisce, anzi in certe aree del mondo, ad esempio in Europa, sta aumentando. Nel suo recente rapporto «L’economia per l’1%», l’Ong Oxfam calcola che 62 miliardari hanno una ricchezza pari a metà della popolazione mondiale, possiedono da soli quello che 3 miliardi e mezzo di esseri umani si devono spartire.

In Europa il club dei più ricchi è formato da 342 miliardari che hanno un patrimonio di 1.340 miliardi di dollari. E, sempre in Europa, dal 2009 al 2013, i poveri assoluti, vale a dire di coloro che non riescono a pagarsi le cure se si ammalano o a riscaldarsi d’inverno, sono cresciuti di 7,5 milioni, portando il numero a superare i 50 milioni. In Italia, la percentuale delle persone colpite dalla povertà è cresciuta dal 2005 al 2014 passando dal 6,4% all’11,5%. Si tratta soprattutto di bambini e ragazzi sotto i 18 anni.

Dell’incremento della ricchezza prodottosi dall’inizio del secolo, il 50% è rimasto nelle mani dell’1% della popolazione mondiale.

Dunque i ricchi si arricchiscono e tengono la loro ricchezza ben stretta senza diffondee i benefici, smentendo clamorosamente la teoria del trickle down (sgocciolio), che ha ispirato le politiche economiche liberiste che puntavano a favorire i soggetti più forti e dinamici che avrebbero fatto sgocciolare la loro ricchezza fino ai settori sociali più deboli e poveri.

Trent’anni di valutazioni e decisioni sbagliate in economia hanno prodotto un mondo fortemente ineguale, dove la crescita avvantaggia chi è già ricco.

La principale di queste scelte sbagliate riguarda le tasse, ovunque sono state promosse politiche fiscali regressive: più sei ricco, meno paghi. L’Italia non fa eccezione: i governi di centrodestra (più liberisti degli altri) hanno abolito la tassa di successione, mantenuto sotto la media europea il prelievo sulle rendite finanziarie, allentato i controlli contro l’evasione. Viviamo nel paese d’Europa con maggior carico fiscale, ma sono i lavoratori, i consumatori e le piccole imprese che ne sopportano il peso, infatti le aliquote sui redditi più alti si sono dimezzate dal 1980 ad oggi. Il compianto Luciano Gallino in «Finanzacapitalismo», uscito nel 2011, affermava: «Se un lavoratore ha un imponibile di 28mila euro (circa 1.500 ore di lavoro) paga 6.960 euro di tasse, invece chi ha un capitale depositato dello stesso importo e non muove un dito ne paga 5.600».

Il magnate Warren Buffet ha avuto l’ardire di riconoscere che lui paga meno tasse di tutti gli altri dipendenti della sua società, persino meno della sua segretaria o degli addetti alle pulizie.

Queste politiche distorte hanno bloccato quello che gli economisti chiamano «l’ascensore sociale»: chi nasce povero oggi ha più probabilità di rimanere povero rispetto a cinquanta anni fa.

Dice l’economista Joseph Stiglitz, tra i primi a denunciare il fenomeno della disuguaglianza e i suoi rischi: «La maggioranza dei cittadini ha la sensazione di giocare a un gioco dove le carte sono truccate, per questo abbandona il tavolo», in altre parole non confida nelle istituzioni, non va a votare, perde il rispetto per la classe politica incapace di porre rimedio al problema o peggio asservita ai gruppi più ricchi.

Chi non prova vergogna di fronte allo scandalo dell’ingiustizia sono le imprese multinazionali pronte a strapagare i loro manager, comprimere i salari e ridurre i posti di lavoro.

Oxfam India denuncia che il Ceo (in italiano, l’amministratore delegato), della più importante azienda informatica indiana guadagna 416 volte di più di un proprio impiegato. Anche in Italia non si scherza: le differenze salariali tra dipendenti e manager vanno da 1 a 163, secondo il rapporto Fisac Cgil del 2015 un dirigente percepisce un compenso medio pari a 4 milioni e 326 mila euro all’anno, un dipendente porta a casa una media di 26 mila euro lordi annui.

Questo spiega perché anche in Italia le risorse si concentrano sempre di più nelle mani di pochi e l’1% della popolazione detiene il 23,4% di tutta la ricchezza prodotta nel nostro paese.

Sabina Siniscalchi

 




Il presidente che iniziò al Boca

 

Dal 10 dicembre a guidare l’Argentina c’è un nuovo presidente, il conservatore Mauricio Macri, figlio di un ricco imprenditore italiano. La sua carriera pubblica iniziò nel 1995 quando fu eletto alla presidenza del Boca Juniors, una delle più conosciute e titolate squadre di calcio al mondo. Adesso Macri è alla guida di una nazione dove i problemi – a cominciare da quelli economici – non mancano mai. E la sua coalizione, riunita sotto la slogan Cambiemos (Cambiamo), non ha la maggioranza al Congresso.

San Paolo (Brasile), 7 febbraio. L’hotel è pieno di argentini in attesa di un volo per l’Europa. L’occasione è propizia per fare qualche domanda. «Come si sta comportando il nuovo presidente?», chiediamo a un gruppo di loro. «L’uomo si sta dando da fare per chiudere con l’epoca di Cristina», è il coro unanime. Facciamo notare che la (ex) presidenta ha varato programmi sociali importanti e che ha combattuto a livello internazionale contro la speculazione finanziaria, un cappio al collo dell’Argentina. I cosiddetti «fondi avvoltornio» (fondos buitre) ne sono ancora oggi la manifestazione più vergognosa e intollerabile (sotto qualsivoglia punto di vista). Non riusciamo tuttavia a convincere i nostri interlocutori, i quali – con visibile disapprovazione – elencano gli ultimi casi di corruzione. Forse è una casualità o forse sono le normali contumelie – consuete in (quasi) tutto il mondo – nei riguardi dei rappresentanti politici. Di sicuro Mauricio Macri, l’inatteso vincitore delle elezioni presidenziali dello scorso dicembre, rappresenta un cambio in un certo qual modo «storico» perché si colloca al di fuori – almeno in teoria – delle due grandi coalizioni politiche argentine, quella giustizialista-peronista (di cui fa parte la corrente kirchnerista, una sorta di peronismo di sinistra) e quella radicale.

Handout picture released by the City Govement of Buenos Aires, showing Pope Francis (L) greeting Buenos Aires Mayor Mauricio Macri (C), his wife Juliana Awada and their daughter Antonia, during a private audience in Vatican City on September 19, 2013. AFP PHOTO / GCBA / Antonello Nusca --- RESTRICTED TO EDITORIAL USE - MANDATORY CREDIT "AFP PHOTO / GCBA / Antonello Nusca " - NO MARKETING NO ADVERTISING CAMPAIGNS - DISTRIBUTED AS A SERVICE TO CLIENTS / AFP / GCBA / Antonello Nusca
AFP / GCBA / Antonello Nusca

Il calcio è potere

Chi è, e da dove proviene il nuovo presidente? Figlio di un italiano che in Argentina ha costruito un impero economico1, Macri ha trovato la sua personale rampa di lancio non nel mondo dell’impresa, bensì in quello del calcio, che nel paese latinoamericano costituisce – senza timore di smentita – una vera e propria «religione». Soprattutto quando si parla del Boca (Juniors), la squadra dell’omonimo quartiere di Buenos Aires, fondata nel 1905 da un gruppo di ragazzi figli di immigrati italiani. Il Boca è uno dei club più famosi a livello mondiale, in cui hanno militato campioni celebrati, come Diego Armando Maradona e oggi Carlos Tévez.

Macri ne è stato lungamente (dal 1995 al 2008) presidente, e soprattutto un presidente vittorioso. Durante e dopo quell’esperienza di dirigente calcistico, si collocano anche le sue fortune politiche, prima come deputato nazionale e poi come governatore del distretto di Buenos Aires, cuore pulsante del paese.

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Conservatore e liberista

Le prime mosse di Macri sono state quelle proprie di un politico conservatore e liberista.

Alcuni giorni dopo la sua entrata alla Casa Rosada, il neopresidente ha annunciato (14 dicembre) la sua prima misura di carattere economico: l’eliminazione delle tasse (retenciones) sull’esportazione per i produttori agricoli di frumento, mais e carne; la riduzione di quella per i produttori di soia (il prodotto principe delle esportazioni, una fonte d’oro e di disastri ambientali). Un regalo di enorme valore per i latifondisti argentini, che dal 2008 lottavano contro il regime fiscale imposto da Cristina Kirchner Feández. La seconda misura è stata varata pochi giorni dopo: la cancellazione del regime di controllo cambiario sul dollaro, che limitava gli acquisti della valuta statunitense per cittadini e imprese. La liberalizzazione ha prodotto una immediata svalutazione della moneta nazionale, il peso, rendendo i prodotti argentini più competitivi (ma facilitando anche la fuga di capitali e l’inflazione).

La politica economica del neopresidente piace ai ricchi. E probabilmente piacerà anche alle istituzioni inteazionali che contano, tra cui non rientra l’Assemblea generale della Nazioni Unite. Va ricordato che quest’ultima, il 10 settembre 2015, aveva votato una risoluzione – con 136 voti a favore, 41 astensioni e 6 contrari (Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Giappone, Germania e Israele) – per limitare le azioni dei fondi speculativi nei confronti dei debiti sovrani (dell’Argentina e di molti altri paesi). Si era trattato di una bella vittoria per Cristina, ma una vittoria meramente morale, senza alcuna ricaduta pratica. L’inefficacia di quella risoluzione ha ribadito come nel mondo finanziario le decisioni siano prese da pochissimi a spese della stragrande maggioranza.

Tanto per intenderci, a pochi giorni dalle elezioni argentine il Financial Times aveva pubblicato un articolo con un titolo emblematico: Anything bests Feández (Qualsiasi cosa sarà meglio di Cristina)2.

Il de profundis del Clarín

Se è vero che al Congresso la coalizione di Macri (Cambiemos) non ha la maggioranza, è altrettanto vero che il neopresidente non si troverà a dover combattere con il Grupo Clarín, come invece è capitato ai governi di Néstor e Cristina Kirchner.

Il Gruppo Clarín è di gran lunga la principale industria editoriale dell’Argentina3. Ad esso fanno capo giornali (tra cui il quotidiano El Clarín), televisioni, radio, reti di comunicazione. Tra il Clarín e i Kirchner – rei di voler limitare per legge (Ley de Medios) il monopolio mediatico del gruppo – è sempre stata guerra. Una guerra senza esclusione di colpi.

Subito dopo la vittoria di Mauricio Macri, il gruppo editoriale non solo ha recitato il de profundis del kirchnerismo, ma ne ha scritto le memorie, non salvando praticamente nulla dei 12 anni di governo. Lo ha fatto, utilizzando le sue migliori risorse umane e tecnologiche, con il corposo dossier El legado K (L’eredità K)4 e con il film Ficción K, el documental del relato (Commedia K, il documentario del racconto)5.

Quello fatto dal Clarín è un dipinto a tinte fosche, quasi da far rimpiangere l’epoca di Carlos Menem (1989-1999) o addirittura i tempi della dittatura (1976-1983): un paese diviso, l’aumento della povertà (1 argentino su 4), la distruzione dell’agricoltura e dell’allevamento, la forte contrazione dell’industria. Anche la battaglia per i diritti umani – con la celebrazione dei processi a un migliaio di militari golpisti – alla fine viene interpretata come un’arma di seduzione e di acquisto di consensi nelle mani dei Kirchner6.

Adesso tutto cambierà, prevede il dossier del Clarín. «Il quinquennio 2016-2020 e il nuovo scenario politico – vi si legge – offrono una piattaforma di opportunità per avanzare»7.

Talentuosa, ma indisciplinata

Qualunque sia l’eredità lasciata dall’epoca dei Kirchner, la presidenza di Mauricio Macri non sarà comunque una passeggiata. Il quadro economico generale è problematico e imprevedibile, sia a livello nazionale che latinoamericano. Il paese rimane potenzialmente molto ricco, ma afflitto da patologie che paiono inguaribili (corruzione generalizzata, diseguaglianze sociali marcate).

Semplificando, si potrebbe forse dire che l’Argentina è un po’ come i suoi calciatori: talentuosa, ma indisciplinata.

Paolo Moiola
(seconda parte – fine)

 

Note

(1) Il fondatore è Francesco Macri, nato a Roma nel 1930.
(2) Articolo del 21 ottobre, reperibile sul sito del quotidiano britannico: www.ft.com
(3) Il sito: www.grupoclarin.com.ar
(4) Il dossier sui 12 anni di kirchnerismo si può leggere liberamente a questo link: http://especiales.clarin.com/el-legado-K/
(5) Il documentario si può vedere liberamente a questo link: http://www.clarin.com/politica/Ficcion-capitulos-peor-relato_0_1489651181.html
(6) Silvana Boschi, Las conquistas que terminaron siendo manipuladas por el relato, in dossier citato.
(7) Dante Sica, La industria, de la expansión a una fuerte contracción, in dossier citato.




In ricchezza e in povertà


In questo dossier: Finanza e speculazione, un’analisi di Andrea Baranes; il grande imbroglio dell’Economia di Francesco Gesualdi; Euro e Unione Europea di Bruno Amoroso; l’Economia Vaticana di Aldo Maria Valli; Sempre ladra è la Miseria di Aldo Antonelli. Il tutto condito dalla regia di Paolo Moiola.


 

Lavoratori Esuberanti, Borse Felici

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Clicca sull’immagine per leggere tutto il dossier in formato pdf.

Che l’attuale sistema economico sia ingiusto lo dicono in tanti. Il problema è che troppo pochi provano a cambiarlo.

In economia le variabili in gioco sono sempre tante e spesso imprevedibili. Eppure, alla fine, tutto su riduce a una questione di domanda e di offerta. Può essere, ad esempio, una domanda di armi, di più armi. L’aumento degli attacchi terroristici e dell’insicurezza, in borsa ha prodotto un aumento del valore delle multinazionali delle armi nella prospettiva di un (ulteriore) incremento delle loro vendite. Può essere una domanda di profitto, di più profitto. Quando una grande banca ha annunciato migliaia di esuberi (di propri lavoratori) immediatamente c’è stato un innalzamento di valore del titolo borsistico della stessa.

Quando una multinazionale del fast food – già sponsor di Expo – ha deciso di aumentare i dividendi degli investitori è andata a comprimere i costi, iniziando da quelli per il personale (già retribuito con salari di pura sussistenza)1.

Per una persona comune è difficile capire cosa sia più negativo in ambito economico. Un tempo gli strali del sentire medio erano diretti soprattutto verso le multinazionali che inquinano e sfruttano senza mai pagare il fio. Poi è toccato ai politici corrotti e/o privilegiati. Quindi, soprattutto in Italia, si è passati a singole categorie: i commercianti che non rilasciano lo scontrino fiscale, i dentisti che non fanno la fattura, i giorniellieri che dichiarano redditi inferiori a quelli dei propri lavoratori, i dipendenti pubblici che timbrano il cartellino e poi se ne vanno per i fatti loro, oppure quelli che usano i certificati medici come giustificazione falsa per assentarsi dal lavoro. Senza generalizzare, tutte queste situazioni malsane rimangono purtroppo vere e attualissime, creando un clima avvelenato che porta a una guerra di tutti contro tutti.

In questo modo si perde però di vista – nonostante si viva in uno status di iperinformazione (anche se per larga parte di pessima qualità) – l’origine del tutto: il modello economico del capitalismo neoliberista con le sue fondamenta ideologiche (deregulation, privatizzazioni, riduzione o addirittura eliminazione dello stato sociale) e filosofiche (la globalizzazione e il pensiero unico). Perpetuandosi e anzi rinvigorendosi il modello (come accadrà, ad esempio, se passerà il «Trattato di commercio transatlantico»), ecco dunque che il cancro della speculazione continua a espandersi, che le diseguaglianze aumentano anno dopo anno (con la «beneficienza» dei miliardari che si sostituisce allo stato sociale), che la terra e i suoi beni naturali sono depredati senza ritegno. Detta in altri termini, si vedono i singoli malanni, ma si trascurano la malattia e le sue cause.

Siamo andati troppo avanti? Esistono vie d’uscita? Soluzioni ce ne sarebbero, ma sono difficili da far accettare alla maggioranza (che pure è vittima), e comunque richiedono tempo. In ogni caso, prendendo a prestito un’affermazione della direttrice di Oxfam: «Non si può andare avanti così»2. Ancora più chiaro è Pedro Casaldáliga: «Non si potrebbe mantenere un sistema tanto iniquo, se non fosse per l’inibizione di una gran parte della popolazione […]. È ora di svegliarci perché è urgente cambiare le regole»3.

A maggior ragione in epoca di terrorismo.

Paolo Moiola

 

NOTE

  1. Tutti gli esempi si riferiscono a fatti reali accaduti nel novembre 2015.
  2. Winnie Byanyima, direttore esecutivo di Oxfam, prefazione a Partire a pari merito, ottobre 2014.
  3. Pedro Casaldáliga, introduzione a Agenda Latinoamericana 2016, Disuguaglianza e proprietà, ottobre 2015. L’agenda è uno straordinario concentrato di informazioni e riflessioni. Casaldáliga è vescovo emerito di São Félix do Araguaia (Brasile).



Una malattia chiamata povertà


Si sa che l’ambiente dove si nasce, vive e lavora influisce enormemente sul «benessere» delle persone. Se si provasse a curare la «povertà», forse la «salute» sarebbe veramente un diritto universale
e non un privilegio riservato a una minoranza del mondo.

Villa El Salvador (Perù), gennaio 2001. Vorrei ritrovare Katherine, una bambina che curai nel 1986. Oggi dovrebbe avere 18 anni.
Per trovarla, in una città che adesso conta 360.000 abitanti, mi sono affidato a Nolberto, un carissimo amico di professione tassista.
«Nolberto, aiutami, voglio trovare una bimba che nel 1986 aveva 4 anni e mezzo e che tirammo fuori dalla denutrizione. Mi ricordo che, quando arrivò all’ambulatorio, pesava sette chili e mezzo».
«Il peso di un bambino di 6 o 7 mesi!».
«Infatti… aiutami Nolberto, vorrei sapere come è cresciuta, quali conseguenze ha avuto la sua denutrizione cronica nei primi anni di vita. Ma sarà ancora viva? Dove vivrà oggi?».
«Se è ancora a Villa, sta sicuro che la troviamo», mi risponde sicuro.
Nolberto ci pensa un attimo e poi si dirige con l’auto, che «zoppica» più di lui (conseguenza di un grave incidente stradale dal quale entrambi erano usciti vivi per miracolo) verso il municipio.
Mi lascia fuori e dopo un quarto d’ora torna con le informazioni del caso.
«Senza di me cosa potresti fare, caro Guido? Però, se poi la troviamo, mi offri una birra!».
«Dimmi, da che parte vive?».
«Ho trovato Clara, ricordi? Era l’infermiera che lavorò con voi al “Cecore” (Centro Comunal de Recuperación de Niños Desnutridos). Lei ricorda la casa della nonna, vive nel gruppo 27 del terzo settore (Villa è divisa in settori, ndr)».
«Andiamo subito!».
Arrivati davanti ad una casetta, scendo dall’auto e busso. Esce una ragazzina.
«Hola! Sono il dottor Guido. Stavo cercando Katherine, la conosci?».
«Certo, è mia cugina, ma cosa vuoi da lei?».
«Sono un medico. Tanti anni fa l’ho curata e avrei piacere di rivederla e di sapere come sta».
«Katherine sta bene, ma è al lavoro. Se vuoi ti accompagno da sua madre».
«Andiamo allora, monta in macchina».
«Ma io – protesta blandamente la cugina di Katherine – stavo andando dall’altra parte e poi … non mi volete rapire?».
«Dai, che ti faccio accompagnare da Nolberto in macchina, un servizio completo di taxi con questa fantastica automobile! Vai Nolberto!».

Poche centinaia di metri e ci fermiamo. La casupola mi sembra quella che ricordavo da allora; solo che adesso è rimasta chiusa tra case semicostruite. Busso e viene ad aprirmi una ragazza.
«Ciao, sono il dottor Guido. C’è tua madre?».
«Certo, adesso la chiamo».
La porta aperta lascia vedere un cortile di sabbia, un mucchio di pietre sulla sinistra e una carcassa di auto sulla destra; al fondo la vecchia casupola di esteras (stuoie intrecciate, ndr) di un tempo con il tetto di eternit. Un colpo allo stomaco: è la stessa immagine che avevo nascosto nella memoria di quel lontano 1986. Nulla è cambiato.
«Dottor Guido, dottor Guido, che piacere vederla. Entri, entri».
È una donna di quasi quarant’anni con il viso tondo ancora giovanile, un grande sorriso e vestita con un largo camicione bianco.
«Entri, entri. Peccato che Katherine non ci sia. Avrebbe voluto vederla. Ma si accomodi, si segga, le tiro fuori le fotografie di Katy. Oramai è grande. Lavora!».
La casupola di esteras è un unico ambiente, senza finestre. La luce entra solo dalla porta e un grande e vecchio televisore a colori, sempre acceso, ci fa compagnia per tutta la conversazione. Un letto sulla sinistra, il fornello sulla destra e una tenda che nasconde il retro.
Le foto di Katy al battesimo, quelle della prima comunione. In apparenza, una ragazza come tante altre, normale. Katherine è viva, Katherine è cresciuta.
Le chiedo il permesso di accendere il piccolo registratore che il giorno prima ho comprato. Così iniziamo a parlare.
Cosa ricorda, signora Griselda?
«Era il 1986 e Katherine aveva 4 anni e mezzo e pesava 7 chili e mezzo. Era nata normale, normale. Però, all’anno di età, le iniziarono ad uscire dei foruncoli, di quelli senza punte. La portavo all’Hospital del Niño e là la incidevano e per questo tuttora ha parecchie cicatrici nel corpo. La tagliavano e le facevano uscire tutto il pus. No, non cresceva di peso, non cresceva. Anzi, scendeva, scendeva di peso. Non pesava niente…».
Se non ricordo male, non riusciva a stare neanche seduta?
«Voleva stare sempre distesa, solo distesa, e non aveva appetito. Non pesava molto. Quando compì due anni, sembrava un bambino di sei mesi. E…, niente, era piccina, magra, magra».
E quando arrivò al Cecore, parlava o non parlava?
«Si parlava, però poco, poco. Era silenziosa, chiusa in se stessa. Venne a casa una signorina (una promotora de salud della comunità, ndr) e la vide. Katherine, rimaneva sempre distesa e non mangiava, però le piaceva mangiar sabbia. Mangiava sabbia e beveva acqua, nient’altro. Sabbia ed acqua. Aveva i vermi.
La signorina mi disse che c’era il Cecore e mi mandò lì. In questo modo arrivai al centro. Perché io non sapevo cosa fare, pensavo che sarebbe morta, perché era così magra e non mangiava. Pensavo che non sarebbe sopravvissuta.
Un giorno l’avevo portata anche alla Molina (in questo ricco quartiere era attivo un centro per il recupero dei bambini denutriti gravi, ndr), però accettavano solamente bambini fino ai tre anni e non la vollero».
Cosa successe poi?
«Quando entrò nel centro, la sua pelle iniziò a desquamarsi tutta e le cominciarono a cadere tutti i capelli. Come un bambino piccolo che inizia a cambiare, così anche lei iniziò a cambiare».
E in quanto tempo recuperò?
«Nel Cecore, sarà stata circa un anno, lavorando tutti insieme, con lei, con la signorina Clara, con il dottor Liborio. La notte tornava sempre a casa e la mattina passava l’ambulanza del municipio a prenderci. Io stavo con lei e lì le preparavamo il cibo. Katherine non aveva muscoli, non aveva grasso nelle sue gambette, così mi dissero. E così al centro iniziarono a darle pastiglie e sciroppi».
E dopo? Una volta uscita dal centro, come è cresciuta?
«Lei mi disse che non si sarebbe sviluppata proprio bene, che non sarebbe stata alta, che sarebbe rimasta un poco bassa. Invece no, è cresciuta bene. Veramente.
Mangiava di tutto, ha iniziato anche ad ingrassare un po’. Le davo parecchio pane con margarina, perché avesse grassi ed è cresciuta bene. È andata a scuola, ma solo fino al quinto grado della primaria. Poi non riuscì più. Mi chiamò la psicologa che l’aveva valutata e mi disse che la bambina era un po’ ritardata. Questo successe quando Katherine aveva 12 anni. Allora la mandarono ad una scuola speciale, dove rimase per circa 5 anni».
E in quegli anni si ammalò?
«No, da quando è uscita dal Cecore, è stata bene. Non ha avuto più problemi, anzi man mano è ingrassata».
L’unico problema è stato, quindi, quello del ritardo mentale?
«Sì, infatti non è riuscita a superare la scuola primaria. Nella scuola speciale le hanno insegnato un pò di matematica, di lingua. Però soprattutto erano laboratori tessili, di pasticceria, di cucina, di calzoleria».
E quando ha finito di studiare?
«Ha finito l’anno passato. È là dove ha imparato a cucire, faceva asciugamani, camici, fodere, tende e adesso sta lavorando in una fabbrica di vestiti. Deve togliere i fili dai jeans che fabbricano».
A che ora esce la mattina?
«Esce alle sette e torna alle nove, nove e mezza di sera. Lavora ad Acho (un quartiere di Lima, ndr)».
Dunque, circa 12 ore di lavoro al giorno più il viaggio?
«Sì, più o meno. Però il sabato ritorna alle sette del pomeriggio».
E quanto guadagna?
«Adesso, …, la settimana scorsa le hanno dato 80 soles (meno di 50.000 lire, ndr)».
Signora Griselda, mi racconti un poco della sua famiglia.
«Bueno! Sono una ragazza madre, e da poco mia figlia maggiore si è sposata ed è andata a vivere con suo marito. Adesso siamo io, Katy e Luisa, la minore. Prima lavoravo vendendo gettoni del telefono, ma ho lasciato questo lavoro con l’arrivo delle carte telefoniche. Poi ho venduto cose da mangiare, sempre come ambulante; però ho lasciato anche questa occupazione e adesso non sto lavorando. Viviamo con quello che ci porta Katy».
Ed è sufficiente?
«No, non basta, però qualche volta mio padre mi dà una mano, però a volte non può. Anche Luisa doveva iniziare a lavorare, però si è ammalata. È appena uscita dall’ospedale».
Che cosa ha avuto?
«Non sapevano, sembra che avesse del liquido, qui, da questa parte».
Nei polmoni?
«Aveva del liquido nei polmoni, non si sa per quale ragione. Venerdì devo andare a ritirare le analisi e mi spiegheranno».

Spengo il registratore. Non me la sento più di continuare. Con una scusa saluto Griselda e le dico di salutarmi Katherine.
Esco con il cuore gonfio di rabbia verso me stesso. Aggredisco verbalmente Nolberto che, aspettandomi, si è addormentato.
«Fanno lavorare una bambina 12 ore al giorno e solo 10 il sabato! 70 ore alla settimana e tutto per neanche 200 mila lire al mese! Sfruttata dalla famiglia e dal datore di lavoro, senza assicurazione e senza alcun diritto. Sua sorella avrà la tubercolosi e sua madre lì, seduta a far niente!».
Nolberto cerca di calmarmi: «Non giudicare, Guido. Sei appena tornato in Perù! È già molto che Katherine non abbia un figlio e che sia viva!».
«No, Nolberto, non too a vederla. Mi vergogno».
Conoscendomi, l’amico tassista non insiste e mi riaccompagna a casa, dove proviamo a rilassarci giocandoci ai dadi la birra che mi ha costretto a comprargli.

Nolberto ha ragione. Sono un medico, non il Padre eterno. L’esistenza delle persone non la posso decidere io, né posso cambiarla. E poi chissà cosa la madre di Katherine avrà sofferto, quale sarà stata la sua storia e quale quella delle altre 360 mila persone che abitano a Villa El Salvador. E poi… Ananias Villar, la bambina alla quale avevamo intitolato il Cecore, era morta. Katherine, invece, è viva e può costruirsi la sua vita.
Ma il tarlo che mi frulla per la testa è un altro. Sempre mi hanno insegnato a curare la malattia e non i sintomi. La denutrizione è un sintomo di una malattia chiamata «povertà».
Katherine è stata concepita nella povertà, è nata e cresciuta nella povertà e vive tuttora nella povertà. Potrà mai conoscere la «salute»? Chi potrà curarla dalla povertà?

TORNARE AI RIMEDI DELLA NATURA

Dopo la conferenza su metodologie e valutazione delle medicine tradizionali svoltasi ad Antananarivo, in Madagascar, nel novembre 2000 (alla quale hanno presenziato partecipanti di 17 paesi), ad Abuja, capitale della Nigeria, dal 5 al 7 dicembre si è tenuto un convegno su un tema più specifico: i rimedi naturali contro la malaria e contro l’HIV/Aids. La conferenza, sponsorizzata dalla «Ford Foundation» e da «Multilateral Iniziative on Malaria», è stata organizzata dall’«Inteational Centre for Ethnomedicine and Drug Development» (Nigeria), assieme ad altri organismi africani e statunitensi.
Presieduta dal ministro della Sanità della repubblica federale di Nigeria, Tim Menakaya, alla presenza dei massimi organismi scientifici, la conferenza ha dibattuto i temi più attuali della ricerca sia dal punto di vista operativo che legislativo.

Per l’Aids il dato emerso è impressionante: su 16,3 milioni di decessi causati dalla malattia fino al 1999, 13,7 milioni si sono verificati in Africa. Ogni giorno 5.500 africani (uomini, donne e bambini) sono contagiati. Il rapporto conferma che, entro il prossimo decennio, 10,4 milioni di bambini africani sotto i 15 anni avranno genitori colpiti dall’Aids.
Fino ad oggi, l’uso delle etnomedicine per questa malattia ha avuto un’incidenza molto relativa, anche a causa di una scarsa divulgazione rispetto alle medicine allopatiche.

Per la malaria i casi che si verificano ogni anno sono stimati in 300-500 milioni, dei quali il 90% nell’Africa subsahariana; si calcola che i decessi siano oltre un milione all’anno. Gli interventi hanno avuto per oggetto le ricerche più recenti, i rimedi tradizionali e gli interventi riguardanti il farmaco-resistenza.
Molto apprezzato è stato l’intervento dell’amministratore della «Cipka», società svizzera che ha spiegato le ricerche fatte su piante africane contro la malaria. In particolare, i confortanti risultati d’analisi di laboratorio ed in vivo del preparato denominato «Gadelpas» (*) hanno convinto il «National Institute for Pharmaceutical Research and Development» della Nigeria ad intraprendere un protocollo di prove in tre ospedali diversi.
Nel mese di maggio al più tardi si avranno i risultati definitivi e, come si spera, il prodotto potrà essere immesso sul mercato nigeriano, per poi estenderlo ad altri paesi.
Il lavoro della conferenza ha dettato le linee guida per il prossimo futuro, anche se il lavoro da compiere (affinché alle etnomedicine venga ridato quel ruolo primario che loro compete) è ancora lungo.
Molto confortante è il dato che emerge dai paesi sviluppati, che indicano un forte ritorno a tutto quanto è «naturale». Di conseguenza anche i paesi più interessati, come quelli africani, stanno valutando le strategie per affrontare meglio il mercato dei farmaci ritrovabili in natura.

GUERRE UMANITARIE E URANIO IMPOVERITO

Per maggiori informazioni:

http://www.gulflink.osd.mil/du_index.htm
http://www.gulflink.osd.mil
http://www.gulfweb.org
http://www.gulfwarvets.com
http://www.gulfwarvets.com/kuwait.htm
Si tratta di siti dei veterani USA e documenti sulla «guerra del Golfo».

Inoltre: www.ilraggioverde.rai.it (in particolare, il resoconto della puntata del 12 gennaio 2001).

E il libro: Inteational Action Center, Il metallo del disonore. Che cos’è l’uranio impoverito, Asterios Editore, Trieste 2000.

Guido Sattin