Sempre alternativo in forza di una grande preparazione culturale, padre François Houtart, sociologo e professore, analizza quella che lui definisce la «crisi multidimensionale» (economica, ambientale, di valori) del mondo odierno. L’ambizione è quella di arrivare a una «Dichiarazione universale del bene comune dell’umanità». Lo abbiamo incontrato a Quito, dove vive in una stanza di pochi metri quadrati. Una scelta di vita sobria all’insegna della coerenza con quanto da sempre insegna. Anche a Rafael Correa, suo ex alunno, oggi presidente dell’Ecuador, del quale dice…
Quito. François Houtart – sacerdote, sociologo, professore – è un personaggio affascinante: per quello che ha fatto, per quello che dice, per l’energia che sprigiona a dispetto dei suoi 91 anni. Oggi vive a Quito, alloggiando in una stanzetta di pochi metri quadrati con un letto e molti libri. E sulle pareti alcuni poster di personaggi latinoamericani.
Nato in Belgio, François Houtart conosce l’Ecuador dagli anni Settanta, ma vi risiede stabilmente soltanto dal 2010. Attualmente è professore (principal, come lui stesso sottolinea) all’«Instituto de Altos Estudios Nacionales» (Iaen), un’istituzione universitaria pubblica di specializzazione postlaurea.
«Libero dagli impegni all’Università di Lovanio e del Cetri (Centro Tricontinentale), ho accettato volentieri. Questo è un paese geograficamente molto ben collocato. Da qui posso andare facilmente in tutti i paesi latinoamericani. Quito inoltre è una città culturalmente straordinaria con varie università (la Flacso1, l’Università andina, e molte altre) e istituzioni come la Unasur2. Oltre che insegnare, posso scrivere e pubblicare».
E poi – osserviamo – l’Ecuador è un paese che si è dotato di una Costituzione realmente innovativa. Il professor Houtart conferma, pur con qualche distinguo: «Forse contiene troppi articoli, ma è realmente all’avanguardia. In essa si sono introdotti i concetti di paese plurinazionale e pluriculturale. E poi, unica al mondo, i diritti della natura. Certamente, una cosa è scrivere una Costituzione e altra cosa è applicarla. E in questo senso, anche qui in Ecuador, c’è un abisso tra il testo e ciò che accade nella realtà. In altre parole, l’applicazione di una carta costituzionale non è un dettaglio! Come mi commentava con ironia un amico boliviano: “In Bolivia abbiamo una Costituzione magnifica, però tutte le leggi sono anti-costituzionali”. Questa è ovviamente un’esagerazione, ma il problema esiste».
La Costituzione è stata varata durante il primo mandato del presidente Rafael Correa del quale il professor Houtart racconta: «Fu un mio alunno all’Università di Lovanio e al Cetri. Io gli diedi soltanto un corso di sociologia della religione, perché lui era un economista. Però ebbi occasione di conoscerlo abbastanza bene. Poi, divenuto politico e presidente, Correa mi invitò in varie occasioni. Oggi abbiamo una corrispondenza abbastanza frequente. Anche se non ci troviamo d’accordo su varie cose».
Questa crisi non si cura con più neoliberismo
Nel mondo sono evidenti sia il fallimento distruttivo del sistema economico neoliberalista che il rapido aggravarsi della questione ambientale. Per questo François Houtart parla di una «crisi multidimensionale», una crisi che è al tempo stesso finanziaria, economica, alimentare, energetica, climatica, una crisi di sistema, valori e civilizzazione.
«Eppure – spiega il professore – in Asia il neoliberalismo3 appare come un’opportunità di sviluppo. Identicamente in Africa, in Medio Oriente e nella stessa Europa, dove le misure contro la crisi sono, semplicemente, aumentare il neoliberismo».
«Non dico che si debba arrivare subito a un nuovo paradigma, a quello che io chiamo “il bene comune dell’umanità”. Sarebbe utopico e illusorio. Ma si potrebbero fare passi in questa direzione. Finora invece ci sono stati soltanto adattamenti del sistema alle nuove domande sociali e culturali».
Fino a poco tempo fa – osserviamo -, l’America Latina sembrava il luogo della sperimentazione e dell’alternativa, poi anche qui tutto ha iniziato a crollare. Dal Venezuela all’Argentina, passando per le sconfitte (pur diverse) di Dilma in Brasile e di Evo Morales in Bolivia. «Però – obietta Houtart -, l’America Latina è stato l’unico luogo dove un cambiamento si è tentato. Com’è avvenuto in Ecuador. Qui è stato fatto qualcosa di notevole: ricostruire lo stato e i cittadini; dare più importanza ai servizi pubblici come la salute e l’istruzione. Il modello di Correa è sì un modello post-neoliberista, ma non ancora post-capitalista. Come d’altra parte lui stesso riconosce».
«Il problema è che la maggior parte dei leader politici stanno ancora nell’antica visione dello sviluppo inteso come sfruttamento della natura e all’interno di una modeità vista come non accettazione delle tradizioni e delle culture diverse. Non sono entrati in questa nuova prospettiva dove la natura e la cultura sono elementi fondamentali dello sviluppo umano. Occorre formare nuovi leader ma senza troppi indugi perché questa situazione può tramutarsi in un disastro».
La natura e i suoi diritti
Natura come risorsa da sfruttare versus natura come fondamento di sviluppo. La Costituzione dell’Ecuador ha fatto una scelta chiara dedicando quattro articoli ai «diritti della natura»4.
«La prima difficoltà – spiega Houtart – sta nel definire cosa significhi diritto della natura. Soltanto nella cosmovisione indigena la natura è un essere vivente che prova sensazioni. Alberi, fiumi, animali sono nostri fratelli e sorelle. Questa visione è magnifica ma non si adatta alla mentalità della maggioranza della gente d’oggi».
Houtart ricorda la Conferenza mondiale per i diritti della Madre Terra tenuta a Cochabamba, in Bolivia, nel 2010. «C’erano oltre 30mila indigeni a parlare di cosmovisione, cambio climatico e diritti della Madre Terra, della Pachamama (in lingua quechua). Si tentò di imporre un testo che però trovò l’opposizione, ad esempio, di Via Campesina5».
«Qual è il problema? È l’integrazione dei diritti della natura in una prospettiva giuridica. Perché la natura, come risulta evidente, non può difendere le sue prerogative. Sono soltanto gli esseri umani che possono riconoscerle e quindi difenderle. O, al contrario, violarle o distruggerle. Dunque, il diritto della natura è – com’è stato detto – un “diritto vicario” di cui cioè non si può parlare senza la intermediazione dell’uomo. E qui entra in campo la coscienza e la responsabilità umana davanti alla natura».
E su questo punto la fiducia di padre Houtart sembra vacillare: «Sto lavorano sul settore agrario e vedo un’agricoltura campesina e indigena completamente abbandonata. Sto visitando l’Amazzonia in vari paesi e sono rimasto impressionato dalla sua distruzione sistematica e dalle conseguenze che ciò comporta. Dei temi ambientali parla anche l’enciclica di Francesco, ma non so quanti l’abbiano veramente letta».
Indigeni: popoli o semplici cittadini?
La Costituzione dell’Ecuador dedica uno spazio importante ai popoli indigeni6. Com’è la loro situazione?
«C’è stato – risponde Houtart – un rinascimento dell’identità indigena. La loro cultura è uscita dalla clandestinità. Per esempio, oggi gli sciamani sono riconosciuti. Io ho partecipato assieme a loro a una cerimonia pubblica in veste di sacerdote cattolico. La loro partecipazione alle ultime elezioni è stata massiccia. In questo sono evidenti i meriti di mons. Proaño»7.
Gli ricordiamo che, stando agli ultimi dati, in Ecuador gli indigeni sarebbero non più di un milione di persone. «Ma questo non corrisponde alla realtà – obietta Houtart -. Dipende dalle domande che vengono fatte durante il censimento. C’è sempre una certa manipolazione. Io penso che in realtà gli indigeni possano arrivare al 30% del totale. In questa società essi hanno un peso importante. Anche se, negli ultimi 30 anni, c’è stato un cambio strutturale importante con la crescita di una classe media, specialmente con Correa che ha potuto usufruire di molte entrate».
I cambi strutturali nella società ecuadoriana di cui parla il professor Houtart hanno prodotto effetti anche sulle popolazioni indigene.
«C’è stata – spiega – una crescente urbanizzazione e al contempo un abbandono delle campagne e specialmente dell’agricoltura campesina. Questo significa che una gran parte della popolazione indigena adesso è urbana. E qui i giovani si interessano certamente più dei cellulari che delle loro origini. È un processo di cambio culturale. Le organizzazioni hanno quindi perso una parte della loro base sociale e della loro forza politica».
In tutto questo entra il progetto che Correa e il suo governo hanno chiamato Revolución Ciudadana.
«Che non è – precisa Houtart – un progetto socialista. Rafael Correa e Alianza País – una coalizione tra una parte della sinistra e una parte della destra – parlano di un capitalismo moderno. Vogliono avere tutti cittadini con stessi diritti e stressi doveri all’interno di un società modeizzata».
E di conseguenza – diciamo inserendoci nel discorso – anche gli indigeni sono cittadini come tutti gli altri. «Sì, ma cittadini – come afferma il presidente – “arretrati”, che si debbono modeizzare. E?che non vengono riconosciuti come popoli. Mai è stata applicata la Costituzione che, nel suo articolo 1, parla di plurinazionalità. Mai c’è stata la definizione e il riconoscimento dei territori indigeni. Gli indigeni più coscienti – quelli riuniti nella Conaie – soffrono molto questa situazione come un’aggressione culturale e politica. Per questo dopo aver appoggiato Correa, poco a poco ne hanno preso le distanze8. Le ultime leggi – quelle sull’acqua (giugno 2014, ndr) e sulla terra (gennaio 2016, ndr), per esempio – escludono i gruppi indigeni, a dispetto di un vocabolario che appare in loro favore. Si favorisce un’agricoltura per l’esportazione, fatta di monocolture, facendo sparire i piccoli produttori sia indigeni che contadini. In questo modo la frattura con il governo si è ampliata sempre più. Il rischio è che, a causa del conflitto con Correa, una parte del movimento indigeno possa cercare un accordo con la destra. Una destra che mai li difenderà, ma che vuole soltanto utilizzarli».
Una frattura che si è approfondita anche a causa del modo di esprimersi del presidente. Houtart conferma: «Sì, il linguaggio utilizzato da Correa nei confronti degli indigeni è spesso volgare. Ed è un vero peccato perché Rafael Correa è l’unico leader politico che parla quechua».
Parco Yasuní: biodiversità o petrolio?
Dalla bellissima (ma spesso inattuata) Costituzione alla bellissima promessa di Correa (era il marzo del 2007) di non toccare il Parque nacional Yasuní, vero scrigno mondiale della biodiversità, ma anche importante riserva petrolifera. A quanto pare siamo davanti a una promessa non mantenuta, professor Houtart.
«L’Ecuador – racconta lui – decise di fare una proposta alla comunità internazionale e cioè di non toccare quel petrolio se la stessa comunità avesse aiutato pagando, per un certo numero di anni, la metà di quello che il paese avrebbe potuto guadagnare con lo sfruttamento di quei giacimenti. Ci furono risposte positive in particolare della Germania. Poi tutto decadde con l’arrivo al potere della signora Merkel. A quel punto il presidente Correa disse che la comunità internazionale non aveva risposto alla proposta dell’Ecuador e che dunque avrebbero iniziato a sfruttare il petrolio. Detto questo, il piano “b” già esisteva perché c’erano interessi economici locali che spingevano a sfruttare quei giacimenti. Il governo disse: andremo a sfruttare soltanto poco più dell’1 per cento del parco, utilizzando le migliori tecnologie. Dalle mie informazioni risulta invece che la distruzione locale è assai più grande di quanto il governo asserisce».
Nel parco e nelle immediate vicinanze vivono almeno tre differenti gruppi indigeni: gli Shuar, i Quichua e soprattutto gli Huaorani. Contro la decisione di iniziare lo sfruttamento petrolifero dello Yasuní ci sono state proteste indigene, ma non con voce unisona.
«Il governo – racconta Houtart – è riuscito a ottenere l’appoggio della maggior parte dei sindaci del territorio – una quarantina, gran parte dei quali indigeni -, promettendo loro che una parte sostanziosa dei guadagni sarebbero andati alle municipalità».
A sorpresa l’opposizione è arrivata dalla società civile. «C’è stata una reazione molto forte della gioventù, specialmente di quella urbana. Si è creato il movimento Yasunidos. E ha avuto un successo straordinario, riuscendo a raccogliere più di 700 mila firme contro lo sfruttamento petrolifero. La verifica governativa ha però ridotto le firme valide a meno di 300 mila».
Si è così riusciti a impedire il referendum popolare. E Correa ha mostrato il suo lato più negativo, non perdendo occasione per apostrofare con sarcasmo gli oppositori: «Gringuitos con la panza bien llena», «indios infantiles». Adesso tutto è in mano al mercato: con i prezzi del petrolio così bassi, l’estrazione nello Yasuní non è conveniente. Per altro verso, gli immani disastri compiuti dalla Chevron in altre zone del paese (ne parleremo, ndr) rimangono come monito indelebile.
L’ex alunno: ottimo sì, pessimo pure
A conclusione della lunga conversazione, torniamo a parlare dell’ex alunno, del presidente Rafael Correa. «Felicemente – spiega il suo ex professore – egli ha rinunciato alla rielezione9. Forse per ragioni più familiari che politiche. Però, dato che è giovane, potrebbe prendersi quattro anni di riposo e poi ripresentarsi nuovamente. Non ho obiezioni al riguardo, ma spero che lui approfitti di questo periodo per leggere, incontrare gente, per viaggiare e soprattutto per trasformare la sua visione adattandola alla realtà del mondo attuale. È un uomo sincero. A volte troppo sincero. E a volte anche un po’ prepotente, perché non accetta consigli. Ma è un uomo di valore e un gran lavoratore».
Insistiamo perché il professore dia un voto al suo ex alunno. «Il voto a Correa – risponde dopo qualche esitazione – dipende dal punto di vista. Se è da quello della modeizzazione della società ecuadoriana, il voto è 8 o 9. Se è dal punto di vista dello sviluppo umano fondamentale, allora diventa 2 o 3». E un sorriso si apre sul suo volto gentile.
Paolo Moiola
(fine seconda puntata)
Note
1 – La Flacso è la «Facultad Latinoamericana de Ciencias Sociales» presente in una quindicina di paesi del continente.
2 – L’Unasur – «Unión de Naciones Suramericanas» – è un’organizzazione di cooperazione che include 12 paesi latinoamericani.
3 – Neoliberalismo e neoliberismo sono termini molto spesso usati come sinonimi. In realtà, il primo si riferisce più alla politica, il secondo all’economia.
4 – Si veda Derechos de la naturaleza in Titolo secondo, Capitolo settimo, art. 71-74.
5 – Via Campesina è il movimento internazionale dei piccoli produttori e lavoratori della terra.
6 – Si veda Titolo secondo, Capitolo quarto, articoli 56-60.
7 – Di mons. Proaño abbiamo parlato nella prima puntata di questa serie, in MC di maggio.
8 – Ricordiamo la marcia indigena di protesta dal Sud fino a Quito dell’agosto 2015 e le proteste del marzo 2016.
9 – Della questione abbiamo scritto nella prima puntata, MC maggio.
Passato e presente della chiesa cattolica
«Quando l’amico Wojtyla uccise la teologia della liberazione»
Le visioni differenti di papa Giovanni Paolo II?e papa Francesco; le differenze ontologiche tra dottrina sociale della chiesa e teologia della liberazione; la situazione in Ecuador: le risposte di François Houtart.
Padre Houtart, quando ha incontrato per la prima volta la chiesa dell’Ecuador?
«Negli anni Settanta, ai tempi di mons. Proaño, il vescovo di Riobamba, ma soprattutto il vescovo degli indios. Varie volte egli mi invitò qui per tenere corsi di sociologia della religione nell’istituto di pastorale del Celam».
A luglio 2015, durante la visita di papa Francesco all’Ecuador, il presidente appariva più entusiasta degli esponenti della gerarchia cattolica locale.
«La dimensione religiosa è molto forte in America Latina. Rafael Correa, per esempio, è un uomo profondamente credente. È un uomo della dottrina sociale della chiesa, ma non della teologia della liberazione. Per questo s’intende molto bene con Francesco, che appunto è un papa della dottrina sociale della chiesa».
Che differenza passa tra l’analisi della realtà fatta dalla dottrina sociale e quella fatta dalla teologia della liberazione?
«Con la prima si condanna il capitalismo per i suoi effetti, ma non per la sua logica. Al contrario, la teologia della liberazione analizza la realtà in termini di struttura sociale, ovvero di classi sociali. Insomma, si tratta di due letture diverse».
Lei ha vissuto la teologia della liberazione fin dagli inizi. Ha conosciuto tutti i suoi principali esponenti. Com’è morta?
«È stata fermata, specialmente da Giovanni Paolo II, con il quale peraltro fui amico durante 30 anni. Ma è stato il papa che ha ucciso la teologia della liberazione e le comunità di base. E che ha spinto verso l’emarginazione tutti i vescovi progressisti all’episcopato latinoamericano».
Professore, è giusto dire che la teologia della liberazione sia stata ripudiata e poi affossata perché utilizzava strumenti di analisi propri della sinistra?
«È così. La Tdl ha incontrato nel marxismo un metodo di analisi della società più adeguato alla situazione reale, alla oppressione dei popoli e alla distruzione della natura».
Anche sotto questo aspetto lo stile improntato da papa Francesco pare però molto diverso.
«Il modo di comportarsi del papa attuale ha creato una nuova speranza e un nuovo clima. Per esempio, recentemente l’arcivescovo di Cali, mons. Darío de Jesús Monsalve, ha parlato (il 15 novembre 2015, ndr) della necessità di una riabilitazione di Camilo Torres come cristiano e come sacerdote. Questo non sarebbe stato possibile senza papa Francesco».
Ci rimane da fare un commento sulla chiesa cattolica dell’Ecuador.
«In Ecuador, purtroppo, abbiamo una chiesa gerarchica completamente conservatrice e sotto l’influenza dell’Opus Dei. Mentre la tradizione di mons. Proaño è stata completamente cancellata».
Paolo Moiola
Vaticano museo etnologico: l’anima mundi dei musei vaticani
È “riconnessione” la parola d’ordine che orienta il lavoro del Museo Etnologico dei Musei Vaticani: gli oggetti non sono solo opere d’arte da ammirare per la loro bellezza ma sono soprattutto ambasciatori culturali delle comunità da cui provengono. A sottolineare questo aspetto relazionale dell’etnologia è padre Nicola Mapelli, missionario del PIME e responsabile del Museo, durante la presentazione in sala Raffaello della Pinacoteca dei musei vaticani il 24 maggio del catalogo Le Americhe, che raccoglie e racconta circa duecento opere fra i diecimila manufatti americani in possesso del museo.«A noi piace chiamare il museo “anima mundi” e fae un luogo che dà valore alla memoria di queste culture, e non solo alla memoria del passato ma anche a quella del presente».
La lunga ricerca che ha portato alla stesura del catalogo e anche al nuovo allestimento museale non è si è svolta soltanto negli archivi e nei depositi, ma ha visto il missionario impegnato, in collaborazione con la studiosa australiana Katherine Aigner, in una serie di viaggi dall’Alaska alla Terra del Fuoco: «si è trattato soprattutto di incontrare delle persone, di sentire la loro anima e portarla nel museo». Lo studio ha consistito spesso nel mostrare le foto dei manufatti alle comunità e cercare insieme a queste di ricostruie la provenienza, l’origine, il significato.
Padre Mapelli e Katherine Aigner (by Chiara Giovetti x MC)
Un esempio concreto citato da padre Mapelli di questo dare anima al museo è il suo incontro con l’ottuagenaria cilena figlia di Juan CalderAnche a causa dell’incontro con l’Occidente, ha ricordato padre Nicola, i popoli nativi americani hanno perso molte delle loro tradizioni; per molte di quelle comunità è importante sapere che ora i Musei vaticani custodiscono con cura gli oggetti che di quelle tradizioni sono le testimonianze tangibili. A volte le popolazioni indigene chiedono di poter usufruire dei manufatti per impegnarsi loro stessi direttamente in un’opera di ricostruzione e recupero della loro identità.
Il Museo Etnologico nacque per iniziativa di papa Pio XI nel 1925 in seguito all’Esposizione Vaticana, occasione il cui arrivarono migliaia di opere da tutto il mondo andando ad arricchire la già esistente collezione, che conta oggi centomila pezzi da tutto il pianeta; la raccolta sistematica delle opere è fatta risalire dalla maggior parte degli studiosi al 1692, anno dell’invio a papa Innocenzo XII di cinque sculture precolombiane in legno realizzate dai Tairona della Colombia.
La componente missionaria della Museo è sempre stata e rimane forte: molti oggetti sono il dono delle comunità americane ai pontefici per mezzo dei missionari in segno di pace e di amicizia fra i popoli indigeni e il cristianesimo. Questo far da tramite dei missionari, poi, è il frutto del loro impegno nel comprendere, valorizzare e difendere le culture native.
L’incontro fra popoli americani e religione cristiana si esprime anche nella composizione di alcuni manufatti, che mettono insieme simboli cristiani con elementi nativi: ad esempio la croce donata dagli Inuit dell’Alaska ha un orso al posto del Cristo, poiché l’animale rappresenta per questo popolo l’onnipotenza.
Quetzalcoatl e il Codice Borgia alle sue spalle (Chiara Giovetti x MC)
Maschera yahgan donata da Juan Calderon e cestino della signora Calderon (Chiara Giovetti x MC)
Non è un caso, hanno sottolineato i relatori e, in particolare l’arcivescovo di Merida Mons. Baltazar Enrique Porras Cardoso, che questo catalogo e il nuovo allestimento museale arrivino durante il pontificato di Francesco, che ha fra i suoi temi centrali l’ecologia e la valorizzazione della religiosità popolare. Insieme al patrimonio naturale, ha ribadito Monsignor Cardoso, vi è un patrimonio storico, artistico e culturale ugualmente minacciato. L’ecologia quindi richiede anche la cura delle ricchezze culturali dell’umanità; il grande merito del lavoro di Mapelli e Aigner è quello di «dare voce alla cultura e all’arte di popoli solitamente ai margini dell’attenzione».
Quanto alla religiosità popolare l’arcivescovo ricorda le numerose riflessioni di cui essa è stata l’oggetto, prima fra tutte quella contenuta nel documento di Aparecida, prodotto dalla Conferenza Generale dei Vescovi Latinoamericani e dei Caraibi del 2007. Questa religiosità popolare ha concluso Monsignor Cardoso è «un modo legittimo di vivere la fede e di sentirsi parte della chiesa, non una manifestazione secondaria».
Chiara Giovetti
Intervento di mons. Cardoso (Chiara Giovetti x MC)
Leggi anche di padre Giorgio Licini:
http://www.mondoemissione.it/chiesa/riapre-il-museo-etnologico-vaticano-passando-per-le-americhe/#.V0WqNDB2Pk0.facebook
Ecuador. Da dieci anni Rafael Correa
Dal gennaio 2007 l’economista Correa guida il piccolo paese latinoamericano. Rispetto al passato, l’Ecuador è migliorato, soprattutto nel campo dei servizi pubblici: strade, ospedali, scuole. Al presidente viene però contestato di non aver speso bene il fiume di denaro entrato nel paese con la rendita petrolifera. E di avere spesso un atteggiamento autoritario, come dimostra anche la recente approvazione di 15 emendamenti alla Costituzione del 2008, quella del «buen vivir». Abbiamo raccolto qualche opinione per le strade della vecchia Quito, l’affascinante capitale del paese.
Quito. Quando il cielo è terso, se si alzano gli occhi, si vedono la collina de El Panecillo con la gigantesca statua della Vergine di Quito e, spostando leggermente lo sguardo, il Pichincha, il vulcano alle cui falde nel 1534 i conquistatori spagnoli costruirono la futura capitale dell’Ecuador, a 2.700 metri d’altezza (media). Alla domenica la città vecchia è (ancora) più bella perché circolano meno auto rispetto agli altri giorni. E poi alcune delle sue strettissime vie, almeno per alcune ore, sono chiuse al traffico. Una di queste strade è la calle García Moreno, più nota come «la calle de las Siete Cruces», per via delle sette grandi croci in pietra costruite a lato di altrettante chiese di sette diverse congregazioni. Passiamo davanti a una delle chiese più famose, quella della Compagnia di Gesù, con la sua facciata barocca in pietra vulcanica e i suoi interni ricoperti con oro (pan de oro).
Percorse poche centinaia di metri, si raggiunge la piazza dell’Indipendenza, più conosciuta come Plaza Grande: raccolta, curata, accogliente. Si notano alcune giovani indigene che, con in testa il loro tipico cappello in feltro (sombrero o bombín), camminando (non si può occupare il suolo della piazza con la merce), offrono i loro coloratissimi foulard. Altre donne, questa volta meticce, vendono gelato sciolto attingendolo da un contenitore portato a tracolla. Al centro della piazza, attorno alla statua degli eroi del 10 agosto 1809 (un primo tentativo d’indipendenza, poi fallito), sostano diversi uomini che, dietro pagamento, scattano foto ricordo subito stampate. Sotto i portici del palazzo arcivescovile lavorano alcuni lustrascarpe ufficiali, con tanto di sedia con il logo della città. Su un altro lato sta il bianco Palacio de Carondelet, il palazzo presidenziale che ospita il governo e il presidente della Repubblica. Su quello opposto i palazzi (modei) del governo municipale. Infine, sul quarto lato troneggia la cattedrale metropolitana sulla cui scalinata in pietra scura siedono cittadini e turisti.
La «Revolución ciudadana» e l’economia
A pochi metri dalla scalinata della chiesa c’è un assembramento di una ventina di persone, uomini e donne di mezza età. Ci avviciniamo per capire meglio e, con grande sorpresa, ci accorgiamo che stanno parlando di politica. Al centro, un uomo sorregge un cartello, titolato Pensamiento libre, con fotografie di volti di politici e altre persone influenti che vengono definiti golpisti e fautori di una restaurazione conservatrice (restauración conservadora) a discapito della Revolución ciudadana (la «Rivoluzione dei cittadini»), il nome dato al programma di governo del presidente Rafael Correa, un economista di formazione cattolica.
Una donna dice: «Guardiamo agli altri paesi e facciamo il confronto. Il nostro paese ha avuto 9 anni di stabilità e di pace». Si riferisce al periodo di presidenza di Rafael Correa, in carica dal gennaio 2007. Alcuni – la maggioranza – annuiscono con la testa, altri non condividono. Un uomo interviene per dire che la vita è troppo cara (cosa reale, anche a causa della dollarizzazione, l’adozione del dollaro statunitense come valuta nazionale, avvenuta nel 1999). Un altro ribatte che i beni di prima necessità come il pane hanno da anni lo stesso prezzo. Un altro parla del lavoro. «A volte per noi uomini manca. Però se uno ha voglia di lavorare, qualcosa trova. Certamente occorre adattarsi. Se l’unico lavoro è scaricare patate, io lo faccio». Non c’è abbastanza produttività, grida una persona con uno zainetto. Gli risponde un uomo che indossa un paio di occhiali: «Il governo fa strade e ospedali e io ne sono contento. Ma non può pensare a tutto. La gente deve lavorare, perché bisogna seminare per poter raccogliere».
Una persona grida che il governo è corrotto. Un giovane con caschetto da ciclista gli risponde: «Queste persone sono quelle che mai avevano pagato le tasse. Sono le persone che sfruttavano i lavoratori».
Sull’economia dell’Ecuador le opinioni sono però molto discordanti. In generale, si concorda che in questi anni sono migliorati molti servizi pubblici: la rete stradale, le scuole, gli ospedali. E il tasso di povertà è passato – stando a cifre ufficiali – dal 36,74% del dicembre 2007 al 23,28% del dicembre 20151. Nonostante i miglioramenti, dunque, una persona su 4 è povera. Nella (sacrosanta) lotta alla povertà, il governo Correa ha anche utilizzato lo strumento (non esente da rischi) del sussidio, il cosiddetto Bono de Desarrollo Humano: 50 dollari mensili distribuiti a 2 milioni di persone (su una popolazione di 16). Detto questo, si obietta però che nessun presidente ha potuto disporre di tante entrate pubbliche come Correa e che non c’è corrispondenza tra l’ammontare di queste e le spese pubbliche. Tra l’altro, dato che le entrate derivano per la quasi totalità dalla vendita delle risorse petrolifere, oggi, con il crollo verticale del prezzo del petrolio, le debolezze strutturali dell’economia stanno venendo alla luce. Senza arrivare a sposare il giudizio categorico dell’economista Eduardo Válencia Vásquez, professore alla Pontificia Università Cattolica dell’Ecuador (Puce), che considera Correa affetto da «attitudine politica bipolare» (socialista a parole, neoliberista nei fatti)2, è certamente vero che l’economia ecuadoriana è rimasta ancorata a un modello estrattivista e monoculturale, che tra l’altro sta producendo gravi danni all’ambiente e ai diritti delle popolazioni indigene.
La «Revolución ciudadana» e i media
L’uomo che sorregge il cartello dice: «Qualcuno dice che in Ecuador non c’è libertà d’espressione. Questo è un falso. Però se io sono ingiuriato o calunniato, debbo essere protetto e il colpevole deve pagare». Nel 2013 l’Ecuador ha varato una legge sui media, la Ley orgánica de comunicación, che – pur partendo da buoni principi (democratizzare la comunicazione, impedire le concentrazioni, eccetera) – ha finito con l’esercitare pressioni indebite sui media. Fermiamo un giovane che si aggira con una piccola macchina fotografica e un registratore. «Tutti dovremmo essere giornalisti. Perché la verità è un diritto. La verità è vita», ci spiega.
Nel dicembre 2015 ci sono stati 15 emendamenti alla Costituzione, votati dall’Assemblea legislativa (senza alcuna consultazione popolare)3. Uno di essi ha trasformato la comunicazione da «diritto» a «servizio pubblico». Secondo molti esperti, questo è un passo indietro perché attribuisce allo Stato il potere finale di decidere sulla libertà d’espressione.
La «Revolución ciudadana» e l’istruzione
Un uomo ci tira in disparte per farci sapere la sua opinione: «Abbiamo un presidente di prima classe amato dal popolo. È una persona che, ad esempio, ha dato istruzione gratuita e le migliori università del mondo ai nostri giovani. È una leggenda. Oserei dire che è un miracolo di Dio». Si riferisce ai programmi denominati Escuelas del Milenio (a discapito, però, delle scuole bilingui) e Globo Común, con quest’ultimo che permette ai migliori studenti di andare a studiare a spese dello stato in molte università inteazionali.
A Quito il sole è ormai calato e la nuova temperatura suggerisce di indossare una maglia. L’improvvisato, e sorprendente, dibattito pubblico tra persone della strada sta volgendo a conclusione.
Prima di andarcene, alcuni ci ricordano che domani, lunedì, potremo vedere il presidente Rafael Correa salutare la piazza dal balcone del suo palazzo, come fa quasi tutti i lunedì in occasione della cerimonia del cambio della guardia.
Saluti e applausi
È lunedì e la Piazza Grande è in fermento. Davanti al Palacio de Carondelet sono state sistemate delle sedie pieghevoli dove siedono alcune classi di giovani studenti, tutti indossando le rispettive divise scolastiche.
Dai lati si muovono verso il centro della piazza i Granaderos de Tarqui, lo speciale corpo dell’esercito adibito a scorta presidenziale: c’è la banda musicale e il gruppo a cavallo. Intanto, sulla torre del palazzo, viene issata un’enorme bandiera nazionale. Dal terrazzo del palazzo presidenziale si affaccia finalmente Rafael Correa, circondato dai suoi collaboratori. Lui saluta la folla in tripudio.
La banda militare – composta da trombe, sassofoni, clarinetti, tromboni e tamburi – inizia a suonare, subito accompagnata dal canto spontaneo delle persone in piazza. Dietro la banda, con passo cadenzato, sfilano i lancieri e sui lati della piazza i granatieri a cavallo.
Tutta la cerimonia – dura pochi minuti – si svolge con ordine e sincronia sotto gli occhi del presidente, che al termine saluta dal balcone, prodigo di sorrisi.
Momenti intensi che qualcuno potrebbe definire d’impronta populista, ma che in realtà sono parte di una sorta di «Dna latinoamericano» che non va disprezzato, perché in qualche modo avvicina la gente comune al mondo della politica. Tuttavia, in questi anni di Revolución ciudadana molte speranze si sono rivelate infondate ed errori (economici e culturali) sono stati commessi.
Con i controversi emendamenti costituzionali del dicembre 2015 è stata anche introdotta la possibilità della rielezione senza limiti per tutte le cariche pubbliche. Per la presidenza questa possibilità sarà però possibile soltanto a partire dal 24 maggio 2017. Dunque, alle prossime elezioni del febbraio 2017 Correa non potrà ripresentarsi. La sua è stata una buona mossa, indipendentemente dal fatto che essa sia stata dettata da una scelta etica o da mero opportunismo politico.
Vicino a noi, un vecchietto indossa uno spolverino con una foto del presidente. Gli chiediamo un parere su Correa: «È il migliore presidente che l’Ecuador abbia mai eletto. Ho 86 anni, ma con lui arriverò a 100». Un altro signore si avvicina a noi: «Adesso sì che abbiamo un paese di tutti. Soprattutto di quelli che prima non avevano voce».
Detto questo, occorre constatare che l’Ecuador non è diventato il paese del «buen vivir» (sumak kawasay, in lingua quechua), come prometteva la Costituzione del 2008. Peraltro bellissima.
Paolo Moiola
(fine prima puntata)
Guerra, minerali e code di maiale
Gli stati dell’Unione birmana da sempre in guerra sono quelli con maggiori risorse. Sembra impossibile che paesaggi tanto belli, abitati da gente tanto vivace e attiva, siano stati, e in certi casi siano ancora, teatri di guerra e violenze.
La seconda parte del racconto di viaggio della nostra corrispondente si snoda nelle terre meno turistiche, perché più colpite dal regime, in cui si attende con speranza il cambiamento.
Ho deciso di spostarmi nell’estremo Sud Est del Myanmar, nella regione del Thanintharyi, al tempo degli inglesi conosciuta come Tenasserim. Sull’aereo che mi porta a Myeik incontro Leon, ingegnere cinese. Siamo gli unici visitatori di questa antica città di commerci, famosa da secoli per il suo porto. Raggiungiamo insieme la guest house, poi scendiamo a piedi verso il lungomare. La vista del fango nero, dell’immondizia e della plastica sul bordo mare mi urta. L’aria è calda e umida, il cielo grigio, ma la gente è vivace e attiva. Lo si deduce dal traffico di moto che rende difficile attraversare le strade.
Incontriamo Michel, ragazzo dall’aspetto sveglio, che si offre di accompagnarci nei dintorni. Visitiamo gli allevamenti di aragoste, esportate in Cina, Hong Kong e Singapore, e di pipistrelli, venduti a caro prezzo. Queste sono attività che, con le miniere e la pesca, danno ricchezza alla città.
Michel, il suo vero nome è Thu Yain Tun, lavora da quando aveva dieci anni. Ha imparato a fare il falegname e il meccanico. Dato che era bravo a scuola, lo hanno mandato per tre anni a Yangon: ora parla benissimo l’inglese e dà lezioni, anche nella scuola della Chiesa battista.
Tenasserim
La regione Thanintharyi è ricca di minerali preziosi come oro e platino. Al tempo della colonia, la sua produzione di zinco copriva il fabbisogno indiano. Per molti anni è stata off limits per gli stranieri perché in pochi conoscono l’inglese. John Kin Maung, un anziano ottantaseienne, invece lo parla molto bene. «La mia famiglia era originaria del Tamil Nadu, India – mi spiega -. Gli inglesi avevano bisogno di forza lavoro, non riuscivano a far lavorare i birmani, che non erano motivati». John ricorda con piacere la sua Convent school. «Quando c’erano gli inglesi tutto funzionava bene e le scuole cattoliche davano una buona istruzione. Quelle statali invece sono tuttora di livello molto basso. Si è cominciato a insegnare l’inglese quando la figlia del generale Ne Win, che studiava medicina, aveva voluto andare a Londra e si era scoperto che non era preparata». Scuote il capo e mi invita a casa sua, dove abita con figlia e nipoti. La sera, prima di cena, un gruppo di giovani si raduna per fare conversazione in inglese. Sono ragazzi svegli, curiosi. Hanno tutti lo smartphone e ci mettiamo a cantare le vecchie canzoni americane dei pionieri.
Per il fine settimana sono previste due celebrazioni. La prima è l’Union day, giornata simbolo di un paese diviso. Domani sarà il 13 febbraio, anniversario della nascita del generale Aung San, padre di Aung San Su Kyi.
Scopro che John ha una moglie che vive a Nay Pyi Taw, la nuova faraonica, assurda capitale del paese. Dopo 12 anni di carcere duro, nello stesso periodo in cui Aung San Su Kyi era ai domiciliari, lei ora è parlamentare del partito National League for Democracy. «Non ci vediamo molto. Raramente mia moglie viene a Myeik».
Matrimonio karen
Gregory è il giovane vice parroco di Myeik. Nato in un villaggio karen della regione che ha visto violenze inaudite durante la dittatura, a dieci anni fu inviato a Yangon per studiare. Il padre fu ucciso dall’esercito governativo un decennio fa nel suo villaggio, mentre cercava di difenderlo.
Ci sono sette moschee a Myeik, porto importante da almeno cinque secoli. La grande pagoda dorata sulla collina fin dall’alba è meta di fedeli che pregano e porgono offerte al Buddha. Oggi sono invitata a un matrimonio karen nella Chiesa battista, quella che è riuscita a fare più proseliti nel paese sin dall’ottocento. Arrivo che la cerimonia è già terminata e si sta facendo colazione, nel cortile tra la chiesa e il dormitorio dei ragazzi. Sono i Pwo Karen, tutti in costume bianco rosso e blu. Amici e parenti sono arrivati da Yar Aye, una delle isole che punteggiano la costa Sud Est del Myanmar e formano l’arcipelago Mergui. Sono agricoltori e pescatori e hanno viaggiato per otto ore su barche veloci. Con la marea bassa non si può partire: il mare qui è molto basso, oltre che caldissimo.
La mamma della sposa è una bella donna dall’aria serena: ha sei figli. La maggiore, di 39 anni, vive sull’isola e dirige la scuola per i sei villaggi. Gli altri figli hanno studiato e trovato lavoro a Yangon.
Loikaw, stato Kayah
Dall’aeroporto di Yangon sono partita per Loikaw, la capitale dello stato Kayah, il più piccolo del Myanmar, ma il più ricco di tradizioni ed etnie: Kayah, Kayoh, Karenni, Pa O, Kayen, Shan. Il bimotore a elica con 18 passeggeri si alza in volo su una coltre di polvere rossiccia, il colore di questo paese durante la stagione secca. Sorvolando Yangon noto la rete di canali che consente l’irrigazione delle risaie, verdissime.
Brenda è una giovane olandese, unica straniera, oltre me, sul volo: lavora per una Ong che opera a Loikaw, città aperta ai visitatori individuali da pochi mesi. La città si trova a circa 1000 metri di altitudine, circondata da monti e ricca di orti e giardini. Fa caldo, siamo sui 36°, ma verso sera la temperatura si abbassa molto. Esco dalla Guest house dell’Amicizia in cui sono alloggiata e sulla via principale trovo pronta una grigliata di spiedini vari: verdure, patate, pesci e code di maiale. La cuoca è abile, spennella gli spiedini con una salsa piccante e il prezzo molto basso: un dollaro.
U Soe Htwe è il padrone di casa che mi accoglie con grande gentilezza. È molto prudente nel parlare della difficile situazione di questa regione. U Soe aveva studiato ingegneria a Yangon, e nel 2002, ma a causa della guerra, ha dovuto lasciare il suo lavoro nelle miniere dello stato Kayah. Le due figlie sono riuscite a emigrare negli Usa, dove lavorano come infermiere, e la casa di famiglia è stata trasformata in pensione. Dei figli maschi, uno lavora a Nay Pi Taw, l’altro è rimasto in casa, con la famiglia. La moglie di U è una signora molto attiva in un’associazione per la promozione della donna birmana, ed è spesso in viaggio per Nay Pi Thaw. Nella locanda, immagini di Aung San Su Kyi sono appese ovunque. Gli altri ospiti sono quasi tutti operatori di Ong e volontari. I soli turisti sono una giovane armena di Boston e un canadese con i quali combino una gita nei dintorni. Il nostro autista è un geologo colto, che ha perso il suo lavoro in miniera anch’egli nel 2002. Ci porterà nelle vallate dove vivono le donne Padaung. Qui anche le bambine portano gli anelli al collo e vivono molto meglio delle loro sorelle senza anelli. Hanno case pulite e vendono monili e sciarpe colorate. Stanno anche asfaltando la strada che porta nei loro villaggi sulle montagne, rimasti isolati finora. Non vedo turisti.
Chiese
Loikaw ha alcune belle pagode, ma quello che colpisce è il numero delle chiese cattoliche. Una nuova cattedrale è stata costruita in stile locale, con decorazioni dorate, in contrasto con la semplice chiesa dei primi missionari.
Frequento la parrocchia di san Giuseppe, situata non lontano dall’ospedale nuovo, donato dai giapponesi. Partecipo alle funzioni del pomeriggio e conosco il parroco, padre Giulio, un Karen molto ospitale che mi offre gustose fette di mele e si propone di portarmi a visitare i villaggi dove i missionari del Pime, molti anni fa, hanno portato il Vangelo. «Arrivavano a piedi, da Taungoo, 500 km di strade impervie. Si era ai primi del Novecento. Hanno vissuto come i nostri contadini, lavorando la magra terra di queste montagne». Terra povera per coltivare, ma ricchissima di minerali, oro e pietre preziose.
Padre Galbusera è morto nel 2000, aveva 89 anni. La prima tappa la faremo nel villaggio in cui operò, dove troviamo la sua tomba ricoperta di fiori bianchi. Visitiamo alcune chiese, incontriamo i parroci. Avevo notato povertà nei villaggi, ma quando facciamo visita alla zia di Giulio, mi rendo conto del dramma di questa gente. Non c’è acqua, né luce, mentre nei grandi complessi militari che troviamo lungo la strada arriva luce, telefono, tutto. La zia ha 86 anni, un viso nobile, asciutto come tutto il corpo. I piedi credo non abbiano mai visto scarpe, veste una maglia piena di macchie, un loungji e un turbante. Ha avuto dieci figli, di cui quattro morti. Una figlia si avvicina, anche lei ha dieci figli di cui due morti. Un pronipotino le salta in grembo, li fotografo. Lei ci offre un sacchetto di foglioline. Si raccolgono da un albero e si cuociono col curry.
Nonostante tanta presenza cattolica, alcune piccole pagode spuntano sulle cime di questi monti ricchi di minerali. Gli stati birmani in guerra da anni sono proprio quelli più dotati di risorse naturali. Gli inglesi sapevano che questa era la loro colonia più ricca.
Hpa An, stato Kayin
Ritoo a Yangon e prendo il bus per Hpa An, la capitale del Kayin, altro piccolo stato da sempre in guerra, abitato dai Karen. Mi aveva detto qualcuno: vai nel Nord, sulle montagne, a Hpa Pom, ti siedi in riva al fiume, e vedrai tutti i tipi di pietre preziose. Pare sia vero.
Continuo a conoscere persone che lavoravano nel settore: geologi, ingegneri minerari e altri che hanno perso il lavoro nel 2002, all’inizio della guerra.
Questa regione del Myanmar è meravigliosa. Siamo in una piana alluvionale, percorsa da un grande fiume, il Thanlwin, che scende dalle montagne della Cina, e finisce il suo corso nel mare delle Andamane. Nelle fertili risaie a perdita d’occhio vedo case coloniche ombreggiate da grandi alberi che ricordano il Tirolo. Le famiglie hanno tanti bambini che ci salutano. Pare impossibile che questo territorio sia stato per anni devastato dalla guerra. Le montagne sono guglie di calcare in cui si aprono profonde grotte in parte ricoperte da vegetazione dove gli abitanti hanno creato luoghi di culto buddhista. Ne ho vista una, grandiosa, dove si trovano stupa dorati, migliaia di buddha di ceramica, piccoli e grandi, serpenti sacri e le immagini dei Nat, gli spiriti ancora venerati dal popolo. Una lunga fila di monaci di pietra si allinea lungo la strada che conduce dalla grotta alla fonte miracolosa. La popolazione è buddhista-animista, ma il conducente del mio taxi sostiene di essere buddhista-cattolico. Al tramonto scendo sulla riva del fiume, quando i pescatori rientrano nei villaggi. Come la mattina, anche la sera si alzano fumi dalle case. Si bruciano i rifiuti, le foglie secche, e si accendono i fornelli per cuocere e friggere il cibo.
Domenica delle Palme
Con qualche difficoltà riesco a trovare la chiesa cattolica della città. Mi siedo in un banco accanto a due giovani, Claire e Aye Pyone, che mi offrono le palmette che hanno intrecciato per la festa. Sono l’unica straniera e dopo la messa si avvicina un giovane prete, padre Ignazio. Ha trentanove anni ed è nato in un villaggio remoto nel Nord dello stato Kayin. La mamma è morta giovane, non si sa di cosa, perché non esiste assistenza sanitaria. Il papà era catechista e si recava nel villaggio materno, Le Too Po, per insegnare i canti. Là si sono conosciuti i suoi genitori. I villaggi e il Knu (Karen National Union) devono gestire le scuole, dove si parla la lingua kajin, molto diversa dal birmano. Qui gli alberi di teak sono stati tagliati da molti anni e non ricrescono più. Hpa An è diocesi dal 2009, prima dipendeva da Yangon. Davanti alla chiesa ci sono due belle case, una per le suore e l’altra per gli studenti dei villaggi remoti.
Campi profughi
Faccio colazione alla Guest House con ceci e chapati che la giovane moglie del padrone ha comprato al mercato. Khin Myo Thite è musulmana e appartiene al gruppo etnico più antico, i Mon, che ha dominato per secoli il paese. «Mio marito non sa l’inglese, appartiene alla generazione che non ha avuto la scuola superiore a causa della guerra». Da un anno la frontiera con la Thailandia, molto vicina, è stata riaperta. Arrivano da Bangkok giovani con zaino in spalla, e Khin dà loro una sistemazione e le indicazioni di cui hanno bisogno. Esco per andare a comprare frutta al mercato. Il pozzo davanti alla moschea è sempre attivo, con donne e uomini che riempiono i bidoni d’acqua. Sono in compagnia di Lillian, medico inglese che lavora da anni nei campi profughi in Thailandia. «Conosco il popolo del Myanmar – mi dice -, ora voglio conoscere il paese e rimango fino all’ultimo giorno consentito dal visto».
Parliamo dei campi profughi, dove vivono ancora molti birmani che sono stati cacciati dai villaggi. Vivere in un campo significa avere cibo, acqua e sanità, ma non è una vita normale. Difficile avere un lavoro, svolgere un’attività. Chi ha lasciato gli orrori della guerra non vuole più ritornare a casa.
Claudia Caramanti
(fine seconda parte – continua)
Colori sgargianti ma fibre sintetiche
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Pagode antiche e magnifiche, paesaggi incantevoli, gentili ingegneri affittacamere, ma anche architetture in disfacimento, strade piene di miseria, bambini lavoratori e racconti di campi profughi. Il Myanmar dei profondi cambiamenti politici, in transizione verso la democrazia dopo 50 anni di dominio militare e 60 anni di una guerra civile ancora in corso in diverse zone del paese, ci viene raccontato attraverso lo sguardo attento di una viaggiatrice critica.
Yangon sta cambiando velocemente, pur non essendo più la capitale ufficiale, rimane comunque il centro più importante del Myanmar. Vent’anni fa era una città silenziosa, ferma nel tempo, sprofondata nel verde dei suoi parchi e dei suoi viali. Ora, all’inizio del 2015, essi non bastano a contenere un traffico esagerato che ha spinto in questi giorni gli autisti dei bus a lasciare il lavoro, protestando per gli ingorghi che bloccano per ore le strade. Cantieri di nuovi edifici, alberghi e centri commerciali sorgono ovunque e occupano gli spazi verdi che ancora rimangono.
Scelgo una sistemazione vicina al centro e alla cattedrale cattolica, dove grandiosi edifici pubblici in stile classico, con archi e colonne in mattoni, ricordano il ruolo di capitale nel periodo coloniale britannico. Nei viali che conducono alla Sule pagoda, trovo cucine di strada. Mi siedo su sgabelli minuscoli tra i veicoli parcheggiati. Mi vengono serviti gustosi piatti tipici: zuppe di vermicelli, ravioli fritti, insalate piccanti di papaia. Gli indiani friggono di tutto, lattuga, uova, melanzane e tortini di farina di ceci e riso. Le interiora di animali sono infilate in spiedini che vengono fatti cuocere in orci pieni di brodo bollente.
Yangon ha ancora molto fascino, anche se il degrado continua implacabile. Lungo i marciapiedi, le lastre di pietra sconnesse lasciano intravedere lo scolo delle acque luride. Sulle facciate elaborate di edifici decrepiti e coperti di muffa resta una traccia di delicati colori pastello. Lungo i muri e sui tetti crescono cespugli e, addirittura, alberi, che lentamente apriranno ferite.
Ho parlato con Kaythi, una signora birmana di Sydney conosciuta in albergo: vuole farmi conoscere suo padre che ha 86 anni e sta scrivendo le memorie degli ultimi 70 anni di storia birmana. Era in marina durante la guerra, poi ha combattuto contro i Karen1. Per molti anni ha lavorato nel commercio marittimo, riuscendo a far emigrare la famiglia in Australia. Oggi ammette che se avessero vinto i Karen la storia del Myanmar sarebbe stata certamente migliore.
Conobbi la popolazione Karen nel 1994, a Pathein, capoluogo della regione di Ayeyarwady, sul delta del fiume Irrawaddy, apprezzando la loro fierezza, l’onestà e l’ospitalità. Ebbi un’esperienza molto bella nel complesso cattolico di S. Peter. Era zona off limits per noi stranieri, vi rimasi per 10 giorni sorvegliata dall’esercito, con la proibizione di uscire dal convento senza la compagnia di almeno due suore.
Ora che è possibile viaggiare nelle regioni un tempo proibite, dove le minoranze sono sempre state ostili alla dittatura, cercherò di scoprire altre realtà.
Bagan, regione Mandalay
Mi trovo davanti alla pagoda più famosa di Bagan, Ananda. Mi fermo a chiacchierare con il ragazzino che sta vendendo bottiglie di benzina per le motorette. Si chiama So. Il nostro è un discorso fatto a gesti. Non conosco il birmano, e lui sa solo poche parole in inglese. Chiedo se mi può scrivere il suo nome. Non può. Non è mai andato a scuola.
Incontrerò ancora bambini lavoratori come lui, efficienti e professionali nelle loro mansioni. So ha 10 anni, cinque fratelli, una mamma semi cieca, il padre non lo ha mai conosciuto.
Una signora in moto si ferma per fare benzina. Si presenta, e mi spiega: la scuola è a pagamento e molte famiglie non possono permettersi la spesa, e nemmeno di rinunciare al lavoro dei bambini. So Mi U mi pare piccolo per i suoi 10 anni. Lo guardo: ha una macchia scura sul volto, i capelli neri sono ritti e corti.
Bagan è zona di interesse storico archeologico, ma l’Unesco non ha approvato i pesanti lavori di restauro fatti dalla giunta militare. I siti protetti del Myanmar sono altri, poco conosciuti e di difficile fruizione. Comunque qui, nascosti nella boscaglia, sorgono alberghi con piscina e campi da golf. Un tempo vi erano le case di bambù, sparse tra le rovine. Vent’anni fa gli abitanti furono spostati nella New Bagan. A ciascuna famiglia fu assegnato un lotto di terreno su cui costruirsi una casa, nulla di più.
All’ostello incontro Valentina e Francisca, due cilene di Santiago. Ambedue laureate in legge e di famiglia palestinese. I genitori, da piccoli, lasciarono i loro villaggi presso Betlemme nel ’47, e vi ritornarono in visita coi figli solo 50 anni dopo. Jessa e il fidanzato, invece, sono originari di un paesino di Vancouver Island, Canada. Insegnanti di inglese, non avendo trovato un impiego in patria, si sono trasferiti in Cina, dove lavorano in una scuola privata.
Ne incontro molti di cinesi o di stranieri che vivono in Cina.
Ngapali, stato Rakhine
Lo stato Rakhine si trova nell’estremo Ovest del Myanmar, al confine col Bangladesh. Il volo fa scalo a Ngapali, località turistica sul mare delle Andamane.
Su Su e Simon sono miei vicini di capanno e mi invitano per un pranzo tipico birmano: zuppa di budi, una specie di zucchino, in brodo di cipolle e zenzero, e pollo fritto alla curcuma. Su Su è nata a Pathein e lavora come infermiera a Londra. Simon è nato nel ‘46 dal matrimonio di un ufficiale di marina inglese, di stanza a Moulmein, capitale dello stato Mon, con una donna birmana. «Avevo sei anni quando ci siamo trasferiti a Londra. Mia madre ha trovato difficile adattarsi alla nuova vita, con quattro figli da allevare senza gli aiuti che aveva in patria». Ora Simon vorrebbe ritornare a vivere a Yangon, ma il lavoro che sa fare, urbanista, è pagato pochissimo.
A Ngapali i terreni vicini al mare sono stati acquistati da cinesi e da grossi gruppi che hanno costruito alberghi di lusso.
Prendo la bici e raggiungo un villaggio di pescatori. La tradizione di fare seccare al sole il pesce piccolo è rimasta limitata a una zona della spiaggia. Vedo scaricare decine di grosse razze e mi unisco al drappello di curiosi. Poi proseguo per il capo che chiude la baia a Sud. Qui attraccano barche che portano passeggeri e casse di pesce molto pesanti. Noto la fatica dei quattro uomini che sollevano le casse. Fatica e povertà non sono cambiate, anche se ci sono alberghi e ristoranti ottimi.
Vedo che si lavora per sistemare le strade e costruire ponti in cemento. Sono molte le ragazzine occupate nei cantieri a spalare ghiaia e trasportare mattoni per 4-5 dollari al giorno.
Conosco Benno, un altornatesino che abita a Bangkok con la moglie, artista cinese. Lì ha fondato una onlus «Aiutare senza confini». Conosce il Myanmar da 15 anni e mi aggioa. Pare che a Mandalay i funzionari governativi corrotti facciano avere ai cinesi documenti falsi per poter comprare proprietà.
Thandwe
Il pick up carico di passeggeri sale nella valle un tempo coltivata a riso. Vedo che hanno costruito una casa di riposo, un campo sportivo e due monasteri. Le giovanissime monachelle e le anziane con il loro abito rosa e la testolina rapata, un tempo erano rare. Credo che i monasteri femminili siano utili come ricoveri per donne anziane e sole, e per giovani orfane. Qualche edificio storico, dal sapore esotico, è rimasto. Scomparso in un incendio il bel mercato di legno nero, dove gentili sartine con grappoli di orchidee sui capelli erano al lavoro nel settore dei tessuti. Ora, in una nuova e anonima struttura in cemento, si vende roba cinese, dai colori sgargianti e fibre sintetiche.
Salgo su una moto taxi e mi faccio portare alla missione cattolica, a un paio di km dal centro. Trovo il parroco, padre Michele, che è appena arrivato dopo la visita ai suoi villaggi.
Quando arrivarono i primi missionari francesi, dedicarono la chiesa a Nostra Sisgnora de la Salette, ed eressero il bel crocifisso sul colle.
Siamo sulla cresta di una serie di colline che si perdono all’orizzonte. Cupole dorate di piccole pagode brillano lontane. La maggioranza dei birmani è buddista, e i missionari portato il vangelo presso le minoranze, da sempre ribelli verso il potere centrale.
Sittwe, stato Rakhine
Il territorio che sorvolo oggi è fatto di estuari, isole di sabbia, meandri di fiumi e rari segni di insediamenti umani. Prima di atterrare noto gli allevamenti di gamberi e una struttura che potrebbe essere un campo profughi. Penso alla comunità musulmana che sta attraversando un periodo drammatico della sua storia nel paese2. La maggioranza buddista dello stato Rakhine discrimina ed emargina le minoranze su base religiosa ed etnica.
Un monaco buddista di Mandalay (Ashin Wirathu, fondatore del movimento «969», riquadro p. 25, ndr), è tra i più violenti sostenitori di tale politica.
Ho l’occasione di incontrare un gruppo di giovani australiane che lavorano nei campi profughi. Quando chiedo notizie dei Rohingya, vedo che i loro visi si rabbuiano e mi correggono subito. Questi islamici perseguitati non vogliono essere chiamati così, il termine per loro è offensivo. Capisco che il tema è delicato e che le ragazze non sono autorizzate a parlarne con estranei. Incontro a cena Laura, un’italiana impegnata anche lei sul campo, qui da tre anni. Mi da alcune informazioni utili, che non trovo su guide e web. Anche gli alberghi usati dagli operatori di Ong sono difficili da trovare, si scoraggiano le visite.
Nelly
Una donna mi invita in casa sua, in un andito chiuso da un’inferriata. Nelly mi fa sedere su un minuscolo sgabello di plastica e si presenta. È un’insegnante, e mi parla della sua vita. Poi si offre di accompagnarmi alla chiesa cattolica di Sittwe. Quando il conducente del risciò si ferma davanti alla scuola di Sant’Anna, Nelly incomincia a recitare il Padre Nostro in inglese. Ho visto le immagini buddiste nella sua casa e la foto di un monaco cui è molto devota, ma il ricordo della Convent school, dove ha studiato da ragazza, la commuove. «Ho pianto quando hanno nazionalizzato le scuole cattoliche (nel 1965, ndr). Mia madre era insegnante, di sangue cinese. Mi aveva mandato a Yangon a studiare dalle suore, ho ricordi felici di quegli anni». Entriamo nella scuola matea, frequentata da bimbi di etnia Chin. Anche le maestre e il parroco sono Chin, come gli orfani che vengono ospitati nel complesso di edifici voluti dai missionari americani 140 anni fa. Anche qui la chiesa è dedicata a N.S. de la Salette.
Mrauk U, stato Rakhine
Per arrivare a Mrauk U, capitale nel secolo 16°, luogo remoto dove sorgono monumenti straordinari ancora poco visitati, ci vogliono quattro ore di navigazione. Arrivo al molo che fa ancora buio. Salgo sul ponte superiore del battello e osservo lo spettacolo dell’imbarco. Le passerelle sono due assi sulle quali la gente passa con carichi incredibili, senza perdere l’equilibrio. Fa freddo, ma mi accoccolo sull’assito del ponte in compagnia di donne e bambini, avvolti da coperte. In lontananza vedo monti azzurri e voli di gabbiani su un fiume ampio che sconfina col mare. Più avanti il fiume si restringe e compaiono delle reti triangolari. I pescatori sono al lavoro, le loro capanne su palafitte e le barche formano un paesaggio sereno. Prendo alloggio in una struttura vecchia ma simpatica, dove incontro viaggiatori come Beate e Volkmar, da tre mesi in giro per il Myanmar. Lui è un fisico di Friburgo. Beate è stata infermiera e ora che è in pensione ha convinto Volkmar a lasciare il lavoro per viaggiare. Ceniamo insieme a Htum Shwe, un ingegnere birmano che ha ereditato il complesso e lo sta trasformando in una pensione. Vive e lavora a Yangon, dove risiede con moglie e figli. Una volta al mese arriva per seguire i lavori. La sua era una famiglia di proprietari terrieri di Sittwe che perse tutto con la riforma socialista.
Pagode a Mrauk U
Vedo le bambine andare al pozzo, caricarsi sul fianco grandi brocche di alluminio. Una di loro ha un viso assorto, bello, con la pasta di tanakha sulle guance. Veste alla marinara, con la casacca bianca e blu che contrasta con la povertà dell’ambiente. Mi indica un colle con la pagoda più bella, Mahabodi swegu. Mi avvio su un sentirnero impervio e raggiungo la pagoda nascosta dai cespugli. Entro e noto le pareti scolpite a fasce, con le storie di Buddha e la vita di villaggio di 400 anni fa. Battaglie, animali, anche un uomo con la testa in giù, come quelli che ho visto scolpiti sulle chiese più antiche in Sardegna. Proseguo per visitare altre pagode e vedo una ragazzina, seduta al bordo della strada sterrata, con un neonato in grembo. Ha una piaga sul viso triste, il suo sguardo sgomento mi dice che non è consapevole del fatto di essere madre, non credo abbia più di quindici anni. Le capanne sono povere e sporche, si cucina sulla terra, si dorme su pavimenti di bambù sollevati da palafitte, tutti insieme. Promiscuità, miseria e ignoranza.
Mrauk U è un cantiere aperto, stanno aprendo alberghi e asfaltando strade, sperando nel turismo. Alle 7 del mattino passano i pick up a prendere le giovani che lavorano nei cantieri. Le più grandi lavorano sulle strade in costruzione, lisciando la graniglia nera con le mani. Con un cappello conico e un bavero sul viso spalano la sabbia e la ghiaia. Gli uomini guidano rumorosi mezzi che sembrano assemblati per gioco.
I templi sono di pietra scura, sembrano fortezze con tanti stupa a campana. Chi arriva qui rimane incantato dai tramonti e dalle albe che si possono ammirare dall’alto dei colli, in un’atmosfera magica.
Claudia Caramanti
(fine prima parte – continua)
Novembre 8, 2015, Aung San Suu Kyi capo del partito National League for Democracy (NLD) vota in una stazione elettorale di Yangon. AFP PHOTO / STR / AFP / –
Note:
1- Il conflitto, che gli esperti definiscono a «bassa intensità», continua a mietere vittime e a causare sofferenza. Tutto è iniziato nel 1949. Dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna, alla fine del secondo conflitto mondiale, il nuovo presidente del paese, Aung San – padre di Aung San Suu Kyi, futuro leader della Lega nazionale per la democrazia (Ndl) e Nobel per la pace – aveva firmato, in accordo con i capi delle diverse comunità etniche che compongono il complesso mosaico birmano, il «Trattato di Planglong». L’accordo offriva a ciascun popolo la possibilità di scegliere – entro il termine di dieci anni – il proprio destino politico e sociale. Questo trattato non è stato mai rispettato da Rangoon (Yangon) perché, dopo un colpo di stato e l’uccisione di Aung San, il potere è passato alla dittatura militare del generale Ne Win. Così, da sessantasei anni a questa parte, i Karen – un popolo che conta ben sette milioni di persone – imbracciano le armi.
2- Sulla situazione vedi Stefano Vecchia, Quando l’islamofobia è buddhista, MC luglio 2013.
Noi siamo Makuxi
Lungo il Rio Branco. Viaggio a Roraima?/ 3
La battaglia per la demarcazione e l’omologazione della terra indigena Raposa Serra do Sol è stata lunghissima e non pacifica. Ancora oggi, tra ricorsi e progetti di legge, non pare conclusa. Siamo stati a Barro (Surumu), in una comunità di indios makuxi.
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La Br-174 è diritta e con scarsissimo transito. Un cartello avverte che stiamo passando accanto a São Marcos, una delle tante terre indigene della parte nordorientale dello stato di Roraima.
La Br-174 prosegue fino a Pacaraima, al confine con il Venezuela. Partiti da Boa Vista, noi la lasciamo dopo circa 200 chilometri per girare a destra e imboccare una strada sterrata. Entriamo nella terra indigena Raposa Serra do Sol.
La comunità di Barro
Attualmente il 46% della superficie di Roraima è demarcata come terra indigena1. Quella di Raposa Serra do Sol è la seconda per estensione, dopo la terra degli Yanomami. È abitata da cinque popolazioni: Wapixana, Taurepang, Patamona, Ingarikó e soprattutto dai Makuxi2, l’etnia indigena più numerosa dello stato (con oltre 20mila persone).
Dopo lo sterrato, ecco un ponte su cui è stato collocato un posto di blocco. La polizia ci fa passare dopo un cenno del nostro guidatore. «Siamo arrivati», ci dice dom Roque Paloschi, vescovo di Roraima, che per tutto il tragitto ha pigiato sull’acceleratore dell’auto.
Il villaggio appartiene alle comunità makuxi di Barro. È una strada con qualche casa e alcuni luoghi pubblici. C’è un ambulatorio medico della Sesai, un locale per la foitura dell’acqua e una chiesetta. Sulla strada transita, libero e tranquillo, un gruppo di vacche: dopo l’agricoltura, l’allevamento costituisce un’importante attività di sostentamento per la popolazione indigena.
Dom Roque è qui per un impegno ufficiale: deve officiare la cresima a un gruppo di Makuxi. Dato che la chiesetta è troppo piccola per ospitare una celebrazione con 20 cresimandi, gli organizzatori hanno spostato tutto sotto una vicina tettornia, dove una cantante e alcuni musicisti stanno già provando, tra le bizze dell’impianto di amplificazione.
I cresimandi - donne e uomini di varie età - arrivano in gruppo indossando una elegante tunica rossa. Sono scalzi come lo stesso dom Roque. La cerimonia, molto partecipata e coinvolgente, si conclude con il taglio di una grande torta ricoperta di cioccolato.
Ad aiutare il vescovo c’è padre Carlos Eduardo Alarcón, missionario della Consolata colombiano, che dal 2007 lavora in area indigena. Carlos si offre di accompagnarci e raccontarci le vicende di questa comunità makuxi.
Sequestri, incendi, violenza (e impunità)
A Surumu c’è una scuola, la «Escola Estadual Indigena Padre José de Anchieta», di insegnamento fondamentale. Poco fuori del villaggio ce n’è una seconda. Viene annunciata da un cippo levigato posto al centro della stradina. Sulla pietra è stato scritto il nome: «Centro indígena de formação e cultura Raposa Serra do Sol». E il suo motto: «Sabedoria, trabalho, paciência».
«Saggezza, lavoro, pazienza: queste tre bellissime parole sono raffigurate dal libro, dalla zappa e dalla tartaruga», ci spiega padre Carlos.
Il Centro indigeno di formazione e cultura è nato nel 1997 su iniziativa del Consiglio indigeno di Roraima (Conselho Indígena de Roraima, Cir3) e della diocesi con l’obiettivo di formare tecnici specializzati in agricoltura, allevamento e gestione ambientale.
Il posto è bello: una collinetta alberata sulla e attorno alla quale sono sorti alcuni edifici. Ma la prima impressione è incompleta. Avvicinandoci ci accorgiamo che una parte delle costruzioni sono scatole vuote: hanno soltanto i muri estei. È tutto ciò che rimane della missione Surumu fondata dai missionari e missionarie della Consolata4.
Schierata al fianco delle popolazioni indigene e a favore della demarcazione in area continua delle loro terre, la missione era invisa ai bianchi che di quelle terre si erano impossessati. Insulti, intimidazioni e violenze erano all’ordine del giorno. Quando il ministro Marcio Thomas Bastos annunciò che il presidente Lula avrebbe firmato l’omologazione di Raposa Terra do Sol, le azioni dei fazendeiros bianchi si fecero più eclatanti a Boa Vista e in tutto lo stato. Nel gennaio del 2004 la missione fu assaltata e tre missionari della Consolata furono sequestrati e tenuti in ostaggio per alcuni giorni. Gli autori erano un gruppo di indigeni contrari alla demarcazione, ma dietro di loro si nascondevano i bianchi (e la chiesa evangelica della regione)5. Quasi un anno e mezzo dopo - era l’aprile del 2005 - Lula firmò il decreto d’omologazione.
Anche in questo caso la reazione fu violenta. «Il 17 settembre - racconta padre Carlos - oltre un centinaio di indios assaltò la missione. Vennero devastati e bruciati la chiesa, la mensa e il dormitorio degli studenti, una parte dell’ospedale e degli alloggiamenti delle suore compresa la cappella, la biblioteca e la sala per gli incontri. Un professore fu picchiato. Non ci furono altre vittime soltanto perché quel giorno i missionari, le suore e la coppia di volontari laici erano fuori sede. Come nel 2004, anche in questo caso i mandanti erano i fazendeiros guidati da Paulo César Quartiero». Quella di Paulo César Quartiero è una storia di potere e impunità. È stato il latifondista (produttore di riso) più importante della regione, responsabile della maggior parte delle azioni violente contro la demarcazione, almeno fino al 2009. In quell’anno il Supremo tribunale federale obbliga i non-indigeni a lasciare Raposa. I media si dividono. Alcuni si schierano contro la decisione. Altri parlano di evento storico: per la prima volta sono i latifondisti a doversene andare (dietro indennizzo) e non gli indigeni. Quartiero, sempre impunito, cambia strategia. Nel 2010 acquista 12 mila ettari di terra sull’isola di Marajó, nello stato del Pará (tra l’altro, innescando anche lì una serie di conflitti). Nello stesso anno viene eletto deputato federale, distinguendosi subito per la sua attività anti indigena. Nell’ottobre del 2014 viene eletto vicegovernatore di Roraima. Quello che farà nella sua nuova veste lo vedremo nei prossimi mesi.
Oggi i corsi del Centro di formazione e cultura Raposa Serra do Sol sono seguiti da 32 studenti di varie etnie. Accanto alle discipline classiche (matematica, chimica, biologia, ecc.), vengono insegnate la cultura e la tradizione indigene. Perché si vogliono preparare tecnici, ma anche leaders comunitari. Questo legame studenti-comunità è stato rinforzato dall’introduzione del sistema dell’alternanza (sistema de alteância), come ci spiega il cornordinatore: «Sono 4 anni di studio, ma ogni 2 mesi gli alunni tornano nelle proprie comunità per mettere in pratica ciò che qui stanno apprendendo».
Anselmo parla con voce bassa, però l’orgoglio indigeno traspare chiaramente dalle sue parole. «In ragione della sua funzione, il centro è sempre stato visto come una minaccia da parte degli invasori, garimpeiros o arrozeiros. Per questo lo attaccarono». Il cippo incontrato all’entrata del centro non riportava soltanto il motto «Saggezza, lavoro, pazienza», ma anche tre altre parole, che sintetizzano il progetto politico delle comunità indigene: terra, identità e autonomia. Un progetto malvisto dalle autorità locali.
«Il governo di Roraima - spiega Anselmo - continua ad attuare una politica anti indigena. A tal punto che ha creato proprie organizzazioni indigene per dividerci e per contrastarci dal di dentro, cercando di impedirci di attuare i nostri progetti»6.
Quello di Anselmo non è un giudizio influenzato dall’essere parte in causa. I governi di Roraima hanno sempre contrastato i diritti indigeni e in particolare la demarcazione in area continua. Il progetto era (ed è) di demarcare le terre indigene in isole, dividendo in tal modo non soltanto l’area geografica, ma le stesse popolazioni indigene (demarcação contínua versus demarcação em ilhas).
Risaliamo sull’auto di dom Roque. Lasciamo la comunità makuxi e Raposa Serra do Sol. Ci aspettano 200 chilometri sull’asfalto della Br-174 prima di rientrare a Boa Vista, capitale di Roraima. Una capitale bianca che non ha mai nascosto la propria insofferenza per le terre indigene e i suoi abitanti.
Paolo Moiola(fine terza puntata - continua)
Note
1 - Cfr. Instituto Socioambiental (Isa), Diversidade Socioambiental de Roraima, São Paulo 2011, pag. 19.
2 - Il termine «makuxi» si può incontrare scritto anche come «macuxi». L’eventuale accento di makuxí e Surumú viene utilizzato soltanto per facilitare la pronuncia in lingua italiana.
3 - Il sito del Consiglio indigeno di Roraima: www.cir.org.br.
4 - Sulla missione di Surumu si veda il dossier firmato da Consiglio indigeno di Roraima, Benedetto Bellesi e Carlo Miglietta, Anche gli angeli perdono le ali, in MC luglio-agosto 2001. 5 - Si tratta della chiesa evangelica della Assembléia de Deus, una delle più potenti in Brasile. Sul tema si veda: Folha de S.Paulo, 28 agosto 2008. 6 - Si tratta delle organizzazioni Arikon, Alicidir e Sodiur (Sociedade de Defesa dos Índios Unidos do Norte de Roraima). Quest’ultima, in particolare, si è resa responsabile della distruzione della missione di Surumu nel settembre del 2005.
Paolo Moiola
Noi stiamo con gli Indios
Reportage dalla missione di Tartagal.
All’inizio del 2012 i missionari della Consolata hanno accettato
la responsabilità della parrocchia di San Ramon Nonato a Tartagal. La missione
abbraccia vari slums, abitati soprattutto da immigrati boliviani e da indios, e
cerca di rispondere concretamente ai problemi sociali e di povertà che tale situazione
comporta. Nella parrocchia di San Lorenzo a Morillo vive invece padre Giuseppe
Auletta, incaricato della pastorale indigena per tutta la diocesi di Oran.
Verso le ore 9 del mattino, padre
Luigi Inverardi e il sottoscritto lasciamo Jujuy in corriera alla volta di
Tartagal, dove i missionari della Consolata si sono stabiliti di recente. Sono
sorpreso nel sapere che ci vorrà tutta la giornata per arrivare a destinazione.
La distanza tra le due città è di 500 km, eppure sulla mappa sembrano così
vicine. Ciò dimostra che l’Argentina è tra le nazioni più vaste del mondo, e
percepire le distanze con una cartina geografica può essere ingannevole.
In Argentina, viaggiare in
corriera è relativamente comodo. Per i tragitti a lunga distanza ci sono veicoli
a due piani che offrono servizio di pasti e sedili reclinabili per garantire un
tragitto rilassante.
Nel nostro viaggio a Tartagal ci
siamo sistemati al piano superiore per avere una migliore visione dello
scenario, caratterizzato da vaste distese di praterie. La corriera fa varie
fermate durante le quali salgono venditori di panini, spuntini e bibite.
Arriviamo a destinazione con 15
ore di ritardo. Padre Luigi Manco ci accoglie calorosamente alla stazione degli
autobus di Tartagal. Più tardi, alla residenza dei missionari dalla Consolata,
riceviamo l’abbraccio di padre Manuel Candela Garcia.
Missione nuova
Tartagal è situata nella
provincia di Salta nell’estremo Nord del paese, a circa 1.700 km dalla
capitale, Buenos Aires, 55 dalla frontiera con la Bolivia, 103 dal Paraguay. È
una città di circa 80 mila abitanti, nella diocesi di Oran, la più povera
dell’Argentina, dove ci sono circa 13 differenti gruppi indigeni.
Tartagal è una missione nuova di
zecca per i missionari della Consolata che vi arrivarono nel marzo 2012, dopo
aver consegnato al clero locale la parrocchia della città di Oran, dove avevano
lavorato per dieci anni. Per Tartagal il vescovo ha voluto una comunità di
preti non solo entusiasti, ma soprattutto capaci di stare con la gente. Il superiore
regionale ha destinato alla nuova missione i padri Luigi Inverardi (classe
1938), Luigi Manco (1941) e Manuel Garcia Candela (1956).
La parrocchia conta un grande
numero di giovani e vari gruppi indigeni, tra i quali i Guaraní e i Wichí.
Nonostante ogni nuovo inizio comporti sfide sempre più grandi, i due padri
Luigi hanno accettato questa nuova fase della loro vita missionaria con zelo.
Entrambi i missionari confermano che questo cambiamento è per loro il modo
ideale per sfidare se stessi nel creare qualcosa di nuovo e durevole
ricominciando da capo.
Durante il nostro viaggio in bus
verso Tartagal, padre Luigi Inverardi menziona spesso le sfide dell’adattamento
al nuovo ambiente. Eppure, vedo che i suoi occhi brillare ogni volta che parla
del lavoro che lo attende. Quando glielo faccio notare, riconosce che è vero. «Benché
il fuoco di giovinezza non arda necessariamente così luminoso quando avanziamo
in età, con la grazia del Signore possiamo, come missionari, trovare in fretta
l’energia, l’entusiasmo e la forza di cui abbiamo bisogno per andare avanti».
Nuove sfide
In Tartagal la sfida principale è
l’integrazione tra la popolazione indigena e la maggioranza composta da
eurodiscendenti e da meticci. Tale integrazione, racconta padre Luigi durante
il viaggio, spesso è difficile da creare anche tra gli stessi gruppi indigeni,
anche quando si tratta di lavorare insieme per progetti comunitari che
potrebbero ottenere l’appoggio del governo e di altri sostenitori.
Secondo i missionari della
Consolata a Tartagal, le aspettative dei parrocchiani sono semplici: liturgia e
sacramenti. Essi partecipano alla messa e vogliono che i loro figli ricevano
l’eucaristia e la cresima. I preti vorrebbero fare di più, andare oltre le
fondamentali attività pastorali della sacramentalizzazione. La comunità di
Tartagal è certamente molto devota, ma c’è molto spazio per la crescita,
soprattutto per quanto riguarda la presa di coscienza sociale verso un più
grande senso di giustizia.
Padre Manco aggiunge che ci sono
tuttavia vari gruppi religiosamente motivati che sono coinvolti in attività
sociali e pastorali. Infatti si è formato il gruppo di parrocchiani di San
Ramon per lavorare con lui in attività pastorali, come la visita ai malati e
carcerati. Altri portano la comunione a infermi e anziani. Altri ancora
lavorano con i giovani per aiutarli a crescere in una più articolata coscienza
sociale o per aiutare i preti nell’animazione missionaria. C’è perfino un
gruppo che lavora con le coppie sposate.
I padri Luigi Inverardi e Manuel
Garcia sono stati missionari in Venezuela prima di venire in Argentina, ma qui
trovano più facile esercitare il loro servizio missionario perché ci sono meno
interferenze estee e controlli burocratici.
Secondo padre Manuel, il
Venezuela del presidente Hugo Chavez è stato emulato da altri paesi
sudamericani per il desiderio di liberarsi dalla pesante dipendenza
nordamericana. La speranza è che questi paesi vogliano ritenere gli aspetti più
positivi del «chavismo» e tralasciare quelli negativi.
I padri Luigi Manco e Luigi
Inverardi contano ciascuno circa 35 anni di esperienza missionaria. La
situazione in Argentina è notevolmente migliorata a partire dalla fine degli
anni Settanta. Quando padre Luigi Manco arrivò per la prima volta in Argentina,
al governo c’era la dittatura e le condizioni ambientali di lavoro erano molto
difficili. I giovani cattolici avevano paura di esprimere se stessi. Per questo
è chiaro che il missionario preferisce l’Argentina del 2012.
La prima destinazione di padre
Luigi Inverardi, appena ordinato, fu l’animazione missionaria negli Stati
Uniti. Certo i tempi sono molto cambiati e i luogi sono ben diversi rispetto
alle esperienze vissute in quegli anni, ma egli è contento di fare lavoro
pastorale in Tartagal dove si sente molto più vicino alla gente.
Per molti anni la Chiesa
argentina avrà ancora bisogno di missionari, in alcune diocesi più che in
altre. Scopo principale dei missionari in Argentina è sostenere la chiesa
locale nel lavoro pastorale e di evangelizzazione; ma i missionari della
Consolata sono impegnati anche nell’animazione vocazionale tra i giovani
argentini nelle parrocchie loro affidate e altrove, per far maturare la chiesa
locale, fino a inviare missionari fuori dei propri confini. Anche questa è una
delle sfide di cui i missionari in Tartagal si sono resi conto e che hanno
abbracciato con impegno.
Tra gli indios wichí
In due ore di auto da Tartagal
raggiungiamo la parrocchia di San Lorenzo a Morillo per incontrare padre
Giuseppe Auletta, missionario e antropologo con lunga esperienza tra gli
indios, nominato di recente vicario episcopale per la pastorale indigena. A
padre Giuseppe è stato specificamente chiesto di lavorare tra i Wichí che nella
parrocchia sono circa 4.500. Egli è ben felice di condividere le sue esperienze.
La parrocchia a lui affidata
conta circa 12 mila persone, di cui solo la metà abita in Morillo, una
cittadina con le strade che si incrociano a scacchiera, con la centro la piazza
con la scuola, la chiesa e il municipio.
Prima dell’arrivo degli europei
nel secolo XVI, l’America centrale e meridionale contavano molte civiltà
sofisticate, tra le quali gli Aztechi in Messico, gli Incas in Perù, e i Guaraní
e altri in Paraguay e Argentina. Oggi si contano circa 800 mila indigeni nella
popolazione argentina, distribuiti tra 20 gruppi etnici sparsi in tutto il
paese, dal Gran Chaco a Nord alla Terra del Fuoco nella punta meridionale. I
gruppi etnici più grandi sono i Toba e i Mapuche.
La regione del Gran Chaco copre
oltre un milione di kmq nella parte nordorientale dell’Argentina e sconfina
dentro la Bolivia e il Paraguay. Dopo l’Amazzonia è la seconda regione più
importante del continente in termini di biodiversità. È anche uno spazio
culturale e sociale abitato da circa 389 mila indios, tra i quali i Wichí, i
quali, a seconda delle fonti, oscillerebbero tra 40 e 70 mila persone, sparse
lungo i confini settentrionali dell’Argentina, con alcuni gruppi in Bolivia.
Padre Giuseppe parla con
ammirazione di questa popolazione, che vive nelle foreste e tra le montagne, la
cui sussistenza si basa sulla raccolta di frutti e miele, sulla caccia e la
pesca. Sono artigiani di grande talento: scolpiscono un legno duro e profumato
che essi chiamano algarrobo (o legno di carob), tessono cesti,
stuoie e braccialetti di fibre vegetali e fanno terrecotte di varie forme e
dimensioni. Oggi i Wichí stanno abbandonando il loro sistema di vita
tradizionale di cacciatori e raccoglitori nomadi, stabilendosi in villaggi e
dedicandosi all’agricoltura.
Vita dura per i Wichí
La sfida principale per i Wichí,
secondo padre Giuseppe, è l’educazione. I ragazzi wichí dedicano poco tempo
alla scuola. L’insegnamento è in spagnolo, verso il quale i Wichí non nutrono
grande simpatia e gli insegnanti non conoscono la lingua wichí, tanto meno la
loro cultura. Il fatto che la scuola sia d’obbligo non è certo un incentivo per
i ragazzi wichí. L’ignoranza dello spagnolo agisce da barriera e benché ad
alcuni insegnanti siano assegnati degli aiutanti indigeni per fare da mediatori
culturali, fino a ora i risultati positivi sono scarsissimi. Il governo
argentino,secondo padre Auletta, dovrebbe preparare insegnanti indios per
offrire una educazione bilingue e interculturale.
I Wichí sono colpiti da molte
malattie evitabili, soprattutto tubercolosi, lebbra, la febbre dengue e
il morbo di Chaga. La malnutrizione è uno dei maggiori ostacoli al loro
benessere: nel 2011 nell’ospedale locale sono morti per malnutrizione 19
bambini. Alcolismo e tossicodipendenza sono le altre malattie sociali che
colpiscono i Wichí.
Intanto, nel loro territorio
avanzano le piantagioni di soia e i progetti di sviluppo di olio e gas gestiti
dai bianchi, a scapito dei Wichí che vengono cacciati dalle loro terre. Poiché
non hanno titoli di proprietà, i loro reclami vengono disattesi. Le autorità
della provincia di Salta sarebbero obbligate a riconoscere le loro
rivendicazioni territoriali, secondo l’emendamento costituzionale del 1994, ma
sotto la pressione dei proprietari terrieri bianchi e delle multinazionali
argentine e straniere, esse continuano a distribuire terra a coloni che vengono
da fuori, a permettere la deforestazione e ad approvare progetti di sviluppo da
cui i Wichí non hanno alcun beneficio. Non solo essi vengono derubati della
terra, ma sono anche impotenti di fronte al deterioramento dell’ambiente
causato dallo sviluppo sfrenato. I contadini poveri e gli indigeni sono
cacciati via dalle loro terre.
In risposta allo sfruttamento
degli indigeni e dei piccoli contadini, nel 2004 fu creata l’organizzazione
indigena Mesa de tierra, di cui fanno parte varie Ong e anche padre
Auletta. Lo scopo principale è promuovere incontri per trovare soluzioni ai
problemi. Ma nonostante le buone intenzioni contenute nella Costituzione e gli
impegni del governo, gli indigeni si trovano di fronte a molti ostacoli nella
lotta per difendere i loro diritti. I membri della Mesa de tierra
intervengono quando possono ma spesso senza successo.
La minaccia più immediata per i
Wichí è l’assimilazione della loro cultura a quella della maggioranza della
popolazione argentina. Per resistere a ciò ogni anno associazioni e chiese
locali organizzano la «Settimana del popolo indigeno» per creare autocoscienza
e mostrare apprezzamento per le culture dei popoli nativi. C’è infatti bisogno
di promuovere maggiore coscienza nelle strutture della chiesa, nella
popolazione in generale e tra gli indios stessi per creare migliori relazioni
tra tutti gli elementi della società.
Padre Giuseppe esercita il suo
ministero parrocchiale ben consapevole della cultura indigena. Presente nel
territorio wichí solo dal marzo 2012, nonostante i suoi 65 anni, egli ha
cominciato a studiare la lingua indigena, un’idioma non facile da apprendere.
Per il suo ministero egli usa una bibbia tradotta in wichí da missionari
protestanti.
A difesa della cultura wichí è
schierato anche il Centro Tepeyac, fondato dalla diocesi nel 1993 e
amministrato da un gruppo di donne. Oltre a provvedere alle famiglie servizi
sociali di base in ambito di sanità e nutrizione, il Centro è molto impegnato
in campo culturale, sviluppando strumenti didattici per l’insegnamento della
lingua wichí. Alcune attività sociali sono organizzate in collaborazione con la
chiesa anglicana, che è molto presente tra gli indios. Il Centro espone e vende
molti oggetti di artigianato fatti dagli artisti locali, inclusi braccialetti,
cesti e sculture.
Integrare i valori del Vangelo
con il rispetto della cultura wichí e assicurare relazioni armoniose tra i Wichí
e la popolazione locale è una delle sfide della chiesa cattolica; è anche una
sfida che padre Auletta e i confratelli sono determinati ad affrontare.
Jean-François Dubois
Testo dalla rivista Consolata Missionaries (Canada) n. 125,
marzo-aprile 2013, tradotto e adattato da Benedetto Bellesi.
Su padre Auletta vedi anche L. Lorusso, Terra contesa, MC
marzo 2012, e P. Moiola, Tutta un’altra storia, MC settembre 2007.
La parola agli Yanomami | Esiste una strada per la convivenza? di Silvia Zaccaria | Sopravviveranno alle contaminazioni? di Daniele Romeo | Gli amici (il Co.Ro.) di Carlo Miglietta
Stare al fianco degli indios è come lavorare su un «terreno minato». Nel 2015 come cinquant’anni fa. Eppure, rimanere a Catrimani e con gli Yanomami è un dovere etico.
Come missionari della Consolata celebriamo i nostri primi 50 anni di presenza con il popolo yanomami nella foresta amazzonica brasiliana e con spirito di gratitudine e riconoscenza presento questo dossier speciale a loro dedicato.
Parlare di presenza significa fare riferimento a persone concrete, che in cinque decenni si sono alternate e hanno solcato con i loro piedi e con il loro cuore questa immensa foresta, bacino di vita per l’umanità. Per noi Catrimani è una missione «speciale», un’opera di promozione e accompagnamento di un popolo, volta a ridare ad esso dignità, capacità di espressione e di camminare con le proprie gambe. Diversi e importanti sono gli insegnamenti che questa esperienza ci ha regalato. Provo a elencarne alcuni, con uno sguardo teso al futuro.
Dialogo senza pregiudizio – Gli indios yanomami si presentano al tavolo del dialogo interculturale per ricevere e per dare. Essi non vanno visti soltanto come persone impoverite, ma anche e soprattutto come portatori di valori e beni umanizzanti, a partire dalla loro cultura. Sono un popolo che non ha bisogno di intermediari che parlino per loro: basta ascoltarli. La relazione interculturale ha richiesto ai nostri missionari particolari canali, criteri di spiritualità e pratica dialogica. Il dialogo interculturale ci ha richiesto, prima di tutto, la convinzione del valore della loro cultura senza complessi di superiorità o centralità, l’apertura senza pregiudizio al pensiero altrui, per favorire un ambiente di reciproco coinvolgimento. In questo modo abbiamo riconosciuto il «passaggio di Dio» nella vita di questo popolo. I nostri missionari ci hanno insegnato un cammino di avvicinamento agli altri, nelle loro giornie e speranze, nei loro codici, valori, lingua e spiritualità, affinché l’incontro sia una facilitazione e un rafforzamento delle diverse culture. In un dialogo che non è un mero condividere e comunicare pensieri, ma un essere disponibili al cambiamento e alla scoperta di nuovi spazi di realizzazione.
Uno stile rispettoso– È emerso qui, nel Catrimani, lo stile di una missione che rispetta l’altro riconoscendolo come già illuminato e capace di leggere i segni della presenza di un Dio buono in chi si fa prossimo per offrirgli ogni gesto possibile di solidarietà umana. È il servizio gratuito reso all’altro che fa sussultare, germogliare in esso quello che lo Spirito vi aveva già posto. L’urgenza che porta il cristiano verso l’altro è la sollecitudine, il desiderio di prendersene cura al punto da non frapporre indugio tra l’averne conosciuto il bisogno e la disponibilità a venire incontro a quel bisogno.
Presenza, denuncia, annuncio – Quella dei missionari a Catrimani è una presenza profetica, capace di penetrare profondamente la realtà e indicare, assieme alla gente, i cammini da seguire. Una comunità missionaria cosciente e ben inserita tra le persone che è diventata catalizzatrice di trasformazioni compiute dallo stesso popolo locale. Una comunità che ha fatto sua la sfida ecologica, che si è fatta voce della terra e delle persone con ostinazione e metodo, aggregando forze ed educando la gente all’azione. Una comunità profetica di denuncia e annuncio, capace di spargere la voce ovunque, approfittando con saggezza dei mezzi tecnologici e dei media (come – ad esempio – la rivista che tenete tra le mani). Questa comunità ha reso visibile a molti un piccolo angolo del mondo, ha offerto la sua esperienza locale come possibile modello di azione anche per altri contesti e si è resa disponibile a collaborare con tutti gli alleati che vogliano affrontare le stesse sfide.
Tanti, ma non abbastanza – Mi sembra questo uno dei lasciti più preziosi della testimonianza dataci dai nostri missionari e dal popolo con il quale vivono: l’invito a non scordare mai che, anche quando si compie tanta strada, all’arrivo si troverà sempre «lo Spirito Santo» già presente, si troverà l’altro, verso il quale ci chiniamo, già abitato dalla presenza del Signore, in attesa solo di qualcuno che lo renda consapevole del dono gratuito che Dio offre a ogni essere umano.
Noi come missionari della Consolata vogliamo continuare la nostra missione tra gli Yanomami per aiutarli a vivere degnamente e a recuperare i propri valori. Vogliamo che la loro autonomia e la loro storia, scritte nella memoria e nel territorio, vengano rispettate. Per questo crediamo fermamente che 50 anni siano tanti, ma non abbastanza.
Il dovere «etico» di rimanere – Rimaniamo a Catrimani e continuiamo perché questo popolo ha il diritto di vivere. E come missionari abbiamo sempre il dovere di promuovere la vita. Non sappiamo se riusciremo ad aiutarli perché siamo consapevoli di muoverci su un «terreno minato», ma ci crediamo e andiamo avanti. L’obiettivo è l’autonomia e la libertà degli Yanomami.
Gli indios sono stati manipolati. L’incontro-scontro con il mondo dei «bianchi» li ha resi più poveri e troppi di loro sono stati uccisi per gli interessi egoistici di quel mondo. I governi pensano solo alle elezioni e al potere. Dietro a ogni scelta politica c’è sempre l’aspetto economico dell’accaparramento delle ricchezze. Noi non vogliamo che continui così.
Che vengano pure analizzati e corretti i nostri errori, ma dobbiamo esigere che la differenza di stili di vita e di idee venga accolta. Stiamo aiutando delle persone a ritrovare se stesse, a ridare valore alla loro esistenza. Un cammino, questo, che è possibile solo con gente che, gratuitamente, condivide la propria vita con altri.
Il «rinascimento indigeno» in America latina, avvenuto nelle ultime decadi, è una realtà incoraggiante, ma il suo cammino è quasi ovunque irto di difficoltà e di feroci resistenze, per questo vale la pena e anzi è un «dovere», etico e categorico, rimanere e far sì che la storia continui.
Primitivi, selvaggi, feroci. Un tempo erano questi gli aggettivi affibbiati agli Yanomami (e ai popoli indigeni in generale). Poi le cose sono un po’ cambiate. Ma i problemi sono rimasti. Oggi per gli indios il pericolo maggiore non è la sopravvivenza fisica, ma quella culturale.
Boa Vista. Nella filiale del Banco do Brasil sono presenti molte persone. La banca ha soltanto sportelli automatici. Dopo aver prelevato il denaro, veniamo avvicinati da due uomini dalle fattezze indigene. Ci dicono di averci visti nella sede di Hutukara, l’organizzazione yanomami dove in effetti il giorno prima eravamo stati per incontrare il leader Davi Kopenawa1. I due indigeni ci chiedono se possiamo aiutarli con la loro tessera bancomat, del cui utilizzo non sono esperti. Entriamo nel conto che però risulta vuoto. «I soldi non sono ancora arrivati», sentenzia uno di loro. Ci salutiamo.
Come ci spiegherà in seguito Carlo Zacquini, l’uso del bancomat si è (relativamente) diffuso tra gli Yanomami perché un piccolo numero di loro ha un impiego pubblico. Soprattutto come insegnante o come agente di sanità indigena. Nella mente si fanno spazio tanti dubbi. Il primo, forse banale ma crediamo lecito, recita così: nell’incontro tra indios e bianchi ci sono perdenti e vincitori? La storia, passata e attuale, risponde che sono gli indios ad avere perso. Spesso la vita, oggi probabilmente stili esistenziali e cultura.
«Perché disturbare gli indios?», si chiedeva nel lontano 1966 mons. Servilio Conti, allora vescovo di Roraima2. «La domanda è lecita – proseguiva il prelato – e ce la siamo proposta anche noi. Ovviamente verrebbe voglia di ragionare così: se gli indios hanno continuato a vivere indisturbati e felici nel loro regno verde per millenni, perché andare a disturbarli col rischio di infrangere irreparabilmente quell’equilibrio che li ha tenuti in vita fino ai nostri giorni? Perché ostinarsi a penetrare in un ambiente senza essere richiesti, non solo, ma anche col pericolo di rovinare tutto?».
Felicità-infelicità, sviluppo-arretratezza, civilizzato-selvaggio sono concetti in apparenza facilmente definibili, ma in realtà spesso relativi.
«Vado avanti volentieri, pensando all’infelicità di questo popolo, il cui cammino verso la fede e la civiltà è tanto difficile e pieno di incertezze», scriveva Silvano Sabatini nel 1967 a proposito degli Yanomami del fiume Apiaú3 (conosciuti anche come Ninam o Yanam). Già pochi anni dopo il pensiero del missionario però cambia: dà la parola a Gabriel Viriato Raposo, un indio makuxi, e ne sposa le ragioni, molto critiche verso il bianco conquistatore4.
Nei suoi ultimi lavori, Sabatini parla del suo «percorso di trasformazione interiore»5: «Partito per cambiare gli indios – hanno scritto di lui -, è stato da loro cambiato»6.
La missione in riva al Catrimani, sullo sfondo la maloca Yanomami.
Diverso, molto diverso, il percorso di Napoleon Chagnon, antropologo statunitense, che con le sue ricerche tra gli Yanomami (del Venezuela)7 ha costruito la sua fortuna e la sua fama, peraltro assai controversa. Chagnon parla di essi come di un popolo primitivo in stato di guerra perenne («in a state of chronic warfare»); parla di bellicosità, aggressioni, vendette di gruppo. Siamo nel 1968. Nel 2013, 45 anni dopo, l’antropologo manda alle stampe un nuovo libro in cui ribadisce in toto i concetti espressi nella sua prima opera e difende se stesso e il proprio lavoro dalle critiche degli altri antropologi8.
Non si sa quanti siano i popoli indigeni rimasti incontattati. Gli Yanomami sono stati avvicinati per la prima volta dai «bianchi» circa un secolo fa. Oggi alcuni gruppi di loro vivono in «isolamento volontario», altri mantengono con la società circostante relazioni limitate, ma tutti sono in pericolo. Di certo, nel mondo (rimpicciolito) di oggi è quasi impossibile non subire influenze e contaminazioni. Piccole e grandi, spesso nefaste, a volte con effetti contrastanti. Da tempo, sulle terre indigene (non solo del Brasile) si sono posati gli occhi e gli appetiti delle lobbies politiche ed economiche. In questo caso, una risonanza internazionale può trasformarsi in un’inattesa arma di difesa per le popolazioni native. «Gli indios bisogna raccontarli e, raccontandoli, salvarli per imparare come loro a vivere armoniosamente con la natura», ha detto Sebastião Salgado, star della fotografia mondiale, presentando nel 2014 il suo lavoro sugli Yanomami9.
Nelle pagine di questo dossier missionari, volontari, antropologi raccontano del popolo yanomami e della Missione Catrimani. Di quanto sia stato duro difendersi dall’avanzata – fisica e culturale – dei napëpë (cioè dei non-Yanomami e, nello specifico, dei bianchi). Di quanto sia difficile rimanere uno Yanomami (e in generale un indio) nel mondo del 2015. Con o senza bancomat.
Paolo Moiola
Note
(1) Paolo Moiola, Dalla montagna del vento, Incontro con Davi Kopenawa, Missioni Consolata, novembre 2014.
(2) Servilio Conti, Se potessimo volare!, Missioni Consolata, marzo 1966, pagg. 14-19. Mons. Conti, missionario della Consolata, è andato al riposo eterno nel settembre 2014.
(3) Silvano Sabatini, Tra gli indios dell’Apaiú, Edizioni Missioni Consolata, Torino 1967, pag. 79.
(4) Silvano Sabatini (a cura di), Gabriel Viriato Raposo. Ritoo alla maloca, Emi, Bologna, 1972.
(5) Silvano Sabatini, Il prete e l’antropologo, Ediesse, Roma 2011, pag. 65.
(6) Stefano Camerlengo, introduzione a Silvano Sabatini, Yanam. Vita e morte di un popolo, Torino 2008, pag. 4.
(7) Napoleon A. Chagnon, Yanomamö. The Fierce People, Holt, Rinehart and Winston, Usa 1968
(8) Napoleon A. Chagnon, Tribù pericolose. La mia vita tra gli Yanomamö e gli antropologi, il Saggiatore, Milano 2014 (originale: Nobles Savages, 2013).
(9) Sebastião Salgado, The Yanomami: An isolated yet imperiled Amazon tribe, The Washington Post, 25 luglio 2014; Salgado racconta gli Yanomami, La Stampa, 13 luglio 2014.
La maloca
I TESTIMONI
Lo stile nuovo di Catrimani
La cappella non è al centro
di Guglielmo Damioli
Cinquant’anni fa – era l’ottobre del 1965 – i padri Bindo Meldolesi e Giovanni Calleri arrivarono tra gli Yanomami del fiume Catrimani. Dopo un periodo di scoperta reciproca, la scelta dei missionari fu quella di costruire una missione con la casa comune degli indigeni, la yano (maloca), al centro. Un cambio di paradigma rivoluzionario. In queste pagine i ricordi di Guglielmo Damioli, che a Catrimani ha trascorso vent’anni.
Da bambino facevo parte di una banda che giocava nei boschi di Cividate Camuno (Brescia), in Val Camonica. La domenica amavamo andare al cinema dell’oratorio a vedere i film di «banditi e indiani». Nel momento in cui la cavalleria irrompeva nel villaggio incendiando le capanne e facendo a pezzi gli indiani con le sciabole, noi gridavamo «arrivano i nostri». Qualche anno dopo, la mia prospettiva cambiò. Quando ero un giovane studente, mi arrivò infatti tra le mani un libro dal titolo Tra gli indios dell’Apiaú. L’autore si chiamava Silvano?Sabatini, un missionario della Consolata. Ricordo la foto di una giovane donna, dentro una canoa, con un bambino in braccio. Aveva un bel volto, capelli neri con frangia, espressione emblematica. Nudità, acqua e foresta. Quel libro rappresentò il mio primo, vero incontro con gli indios. L’immaginario popolato da indiani selvaggi lasciava spazio alla realtà misteriosa degli indios dell’Amazzonia. Mentre frequentavo l’Università Gregoriana tentando di coniugare le verità dei professori con lo spirito rivoluzionario dei documenti conciliari, Silvano Sabatini, già con fama di «indio», venne a invadere il mio mondo. Forse lui aveva solo bisogno di qualcuno che lo ascoltasse, ma io permisi che mi prendesse il cuore. Con la destinazione per Roraima come obiettivo, già focalizzato sull’indigenismo, frequentai la facoltà di missiologia. Con la sete di sapere tutto sugli indios, divorai testi di storia delle religioni, antropologia, dialogo religioso, cultura e simbologia dei popoli delle foreste tropicali, mitologia. In una ricerca affannosa nelle librerie di Roma e nella biblioteca della Gregoriana, venni a conoscenza della mostruosa e vera storia della «scoperta» dell’America.
Damioli Guglielmo che rimase venti anni al Catrimani.
Brandendo la croce e la spada
Solo in Brasile furono massacrati sei milioni di indios, decine di milioni furono sterminati nell’America Latina, fatti a pezzi dalle spade, dai fucili, dalle malattie, dalla fame, dalla schiavitù… sacrificati dal progetto colonialista all’ingordigia insaziabile dei conquistatori, bramosi di metalli preziosi, legni pregiati, terre e perfino di letame. Spagnoli e portoghesi, brandendo la croce e la spada, dopo il diluvio, furono responsabili del maggiore genocidio della storia dell’umanità. Durante i miei anni a Roma, venne pubblicato Ritoo alla maloca (1972) in cui Sabatini raccontava la situazione umiliante e disperata degli indios cristianizzati delle praterie di Roraima. Pochi anni prima (1968) l’antropologo statunitense Napoleon Chagnon, con il suo libro Yanomamö. The Fierce People, aveva rivelato al mondo l’esistenza degli Yanomami, dandone però una descrizione fuorviante: nel cuore dell’Amazzonia esiste un popolo isolato e «primitivo» che racchiude il «gene della guerra». Come non vedere il contrasto tra gli Yanomami di Chagnon e quelli della Missione Catrimani descritti in due filmati – Un giorno tra gli Indios e Indios miei fratelli – di padre Gabriele Soldati, un altro missionario della Consolata? Nel contesto post conciliare, così come la «Commissione Pro Indio» della Prelazia di Roraima già aveva fatto negli anni ‘60, la croce della chiesa missionaria dell’America Latina cercava di svincolarsi dalla spada, dal progetto coloniale e colonialista, tracciando nuove strade per l’evangelizzazione degli indios. In particolare, il Cimi (Consiglio indigenista missionario) fu la locomotiva che condusse la Chiesa cattolica brasiliana in rotta di collisione col potere integrazionista e distruttivo dello stato e con interessi economici e politici a tal punto che la testa di dom Aldo Mongiano, vescovo di Roraima, sarà posta come «premio» in una radio locale di Boa Vista.
«Il Dio dei bianchi è cattivo»
Con questo bagaglio culturale nell’ottobre del 1979 arrivai a Roraima, alla missione di Surumú, un centro di formazione di leader di indios delle praterie e delle montagne. Indigeni che, dopo centinaia di anni di convivenza col mondo «civilizzato», stavano perdendo la lingua, la religione, l’identità e le terre, una realtà che portò Viriato Makuxí, protagonista del libro di Sabatini, a concludere: «… il Dio dei bianchi è cattivo».
Nel gennaio dell’81, dopo un viaggio di 300 chilometri lungo la strada Br 174 (costata la vita a padre Calleri e la decimazione degli indios Waimiris), e la Br 210 (Perimetral Norte), recentemente costruita dal governo militare, attraversando foreste già devastate da coloni e innumerevoli fiumi e fiumiciattoli (igarapé), al tramonto arrivai alla Missione Catrimani, mia nuova casa per i successivi 20 anni. Anche se psicologicamente preparato, fui invaso da stupore, emozione e allegria. Mi vidi accerchiato da volti allegri e ciarlieri, pitturati di rosso, con capelli neri a caschetto, bastoncini e penne variopinte infilate nel setto nasale, nelle orecchie e nelle labbra; da uomini col labbro inferiore gonfio per il tabacco, vestiti con un cordoncino di cotone, in piedi, appoggiati ad archi e frecce oltre misura; da donne, con piccoli perizomi rossi di cotone, sedute per terra con le gambe incrociate, bambini attaccati al seno e sostenuti dalla tipoia (striscia di corteccia messa a tracolla e pitturata di rosso, ndr). Alla sera, partecipai alla prima celebrazione. La cappella, fatta di tavole di legno, ampia 1 x 4 metri, annessa a un deposito, era certamente la più piccola del mondo: una presenza discreta, una semente nel cuore del mondo yanomami. Padre Tullio Martinelli presiedeva con una piccola stola. Era presente anche fratel Carlo Zacquini con minuscoli calzoncini neri, a torso nudo, con la schiena coperta di sangue raggrumato, frutto di migliaia de punzecchiature di insetti.
Non ricordo i testi biblici di quella messa perché nella mia testa martellava l’inizio del Vangelo di Giovanni: «…e la parola si è fatta carne ed è venuta ad abitare in mezzo a noi…».
Al mattino seguente visitammo la comunità dei Wakatha-u-theri (che significa armadillo gigante-fiume-abitanti). Entrammo nella loro yano (maloca), la grande casa comune, una enorme struttura conica con copertura di foglie di ubim (una specie di palma, ndr), con pali e liane. All’interno un grande spazio vuoto illuminato dall’alto da una piccola apertura e, alla periferia, il circolo dei fuochi accesi con amache di cotone stese a triangolo. Un bambino di circa sei anni, Xaí, con un sorriso accattivante, mi prense la mano e mi condusse, indicando un fuoco e dicendo «Wakè a», e io risposi sorridendo «Uakeà, fogo». A causa del mio petto carenato (gabbia toracica con protrusione anteriore dello sterno, ndr), in poco tempo mi battezzarono: Hewësi Par+ki, ossia «pipistrello petto», poi abbrevviato in Hewësi. Divenni così membro di quella famiglia, pronto, come ogni «buon yanomami», a morire o uccidere per difendere il gruppo.
Con profonda soddisfazione mi rendevo conto di testimoniare uno stile nuovo di missione: una missione senza la cappella al centro. Il centro della Missione Catrimani era la yano, la maloca, simbolo della sopravvivenza fisica e culturale degli Yanomami, un popolo, con lingua, identità e terra. Oggi, guardando indietro, posso dire che tutti i missionari della Consolata che hanno lavorato anni alla missione Catrimani – dai fondatori (Giovanni Calleri e Bindo Meldolesi) ai successori (Carlo Zacquini, Giovanni Saffirio, Tullio Martinelli, André Ribeiro, Silvano Sabatini, le suore della Consolata, le laiche locali, italiane e del Cimi) fino a noi – battezzati con un nome yanomami e tornati bambini per la voglia di imparare, si sono lasciati condurre per mano sui sentirneri intricati della foresta, sulle spumeggianti rapide dei fiumi, nei segreti della lingua, nel mitico mondo dello sciamanesimo, della spiritualità e della cultura yanomami.
Una breccia mortale: «napë pë mohoti»
Per 7 anni il nostro lavoro principale fu quello di salvare vite. La costruzione della Perimetrale Norte, aveva squarciato la foresta e aperto una breccia fatale nell’isolamento dei gruppi yanomami. Sospesa a metà degli anni ’70, le centinaia di lavoratori se ne andarono lasciando una eredità di malattie mortali per popolazioni con bassa resistenza. Malattie che sfuggivano al potere di cura degli sciamani (xapuripë): morbillo, malaria, raffreddori, infezioni intestinali, verminosi, tubercolosi. Un’epidemia di morbillo, nonostante il pronto intervento di padre Saffirio e fratel Carlo, aveva già decimato i gruppi yanomami dell’alto Catrimani e del fiume Lobo de Almada. Quante volte, dopo una corsa affannata di un giorno o una notte, con bambini arsi dalla febbre, arrivavo all’ospedaletto col piccolo morto… Tra i disperati pianti funebri, accovacciato con la testa sulle ginocchia, piangendo sussurravo: «O mio Dio, non riusciamo a salvarli tutti…».
Nell’87 gruppi isolati di cercatori d’oro illegali (garimpeiros) cominciarono a invadere la terra yanomami. Con un gruppo di indios e agenti della Funai e della polizia federale, partecipai a una spedizione a un affluente del fiume Apiaú allo scopo di localizzare e distruggere un garimpo. Vidi resti di accampamenti di indios, baracche di legno, foresta squarciata, ruscelli sviscerati, grandi buche con acqua stagnante, nugoli di moscerini, uomini seminudi, coperti di fango e con fucili in mano, bottiglie di cachaça, taniche di mercurio.
A metà del 1987, un massacro di indios nella regione del fiume Paapiú (a circa 300 chilometri da Catrimani), divulgato a livello nazionale, rivelò l’esistenza di oro nelle terre yanomami scatenando la corsa al prezioso metallo. Politici e giornali di Roraima avevano nel frattempo iniziato una durissima campagna contro i missionari, accusati di organizzare la resistenza armata degli indios. Così, nell’agosto del 1987, sulla pista in terra battuta della missione, atterrarono due piccoli aerei: 4 agenti della polizia federale armati di mitragliatrici e 2 agenti della Funai portavano l’ordine di espulsione dei missionari. Furono 7 ore di agonia e tensione, dialogando col vescovo via radio sotto il tiro delle armi dei federali, accerchiati da un nugolo di indios inquieti armati di archi e frecce. Col cuore a pezzi, dopo avere tranquillizzato gli indios, salii sull’aereo con la polizia che mi avrebbe portato all’aeroporto di Boa Vista. Infine, dopo 6 giorni, inviammo un aereo alla missione per recuperare l’infermiera suor Florença, ultimo membro dell’equipe missionaria, che arriva a Boa Vista in stato di shock dopo vari giorni in domicilio coatto sotto il tiro delle armi della polizia militare che occupava la missione.
I numeri di quella febbre dell’oro sono spaventosi: 5 anni di furia, 40.000 cercatori d’oro dentro le terre yanomami, 140 piste clandestine dentro la foresta, tonnellate di oro vendute di contrabbando, gruppi di indios yanomami isolati sterminati, 2.000 Yanomami morti, il 20% della popolazione. In esilio forzato, chiamato dalle suore infermiere, incontrai Yanomami di tutte le età e di tutte le tribù negli ospedali di Boa Vista, trasportati da agenti del governo o da piloti misericordiosi, con ferite orribili di armi da fuoco e di coltellacci, con gli occhi spenti, in preda al panico, in terra nemica, senza saper dire una parola. La luce si accendeva quando, sorridendo, sussurravo parole yanomae. Tra singhiozzi, tutti dicevano la stessa cosa «napëpë mohoti»: i bianchi sono irresponsabili, i bianchi sono cattivi.
Sciamano che cura un malato.
Autodifesa: terra, lingua, identità
Alla fine di novembre del 1988 ritornammo alla missione con l’arduo compito di ricomporre l’equilibrio socio-culturale scosso dalla convivenza degli indios con garimpeiros e agenti del governo. Convivemmo mesi con gli agenti del governo. Garimpeiros disperati arrivavano alla missione alla ricerca di medicine, invadevano le maloche alla ricerca di cibo. Nel frattempo (ottobre 1988) la nuova Costituzione brasiliana aveva liberato gli indios dalla integração e dalla tutela esclusiva della Funai, garantendo il diritto degli indigeni sulle terre necessarie per la sopravvivenza fisica e culturale, nonché una salute e una educazione «differenziata».
La missione, rivelata la sua fragilità durante l’evento dell’espulsione, davanti al nuovo scenario costituzionale e alla rottura dell’isolamento col conseguente scontro disuguale di culture, era chiamata a una nuova sfida: preparare gli Yanomami all’autodifesa.
Dal ’90 al 2000, con una equipe missionaria rinvigorita dall’arrivo delle suore della Consolata e di laici del Cimi, per rinforzare la maloca e il progetto yanomami di vita, iniziammo a mettere in pratica tre azioni strategiche: impiantare la etnoalfabetizzazione, insegnando a leggere e a scrivere in lingua yanomae e producendo letteratura bilingue; organizzare assemblee yanomami riunendo tutte le tribù attorno a un obiettivo comune, la difesa della terra e dell’identità; favorire l’alleanza con gli indios delle praterie e delle montagne già organizzati nel Cir («Consiglio indigeno di Roraima»).
In pochi mesi i giovani yanomami si impossessarono dei segreti della scrittura, facendo disegni, registrando la storia, raccontando miti, scrivendo lettere alle autorità, inviti, informazioni… La scrittura permise la formazione di professori e di infermieri che da allora iniziarono a raggiungere ogni villaggio.
L’introduzione della scrittura in un popolo a tradizione esclusivamente orale ha rappresentato un cambio epocale, con un’infinità di effetti collaterali da integrare in sempre nuove sintesi. Il criterio della gradualità ha aiutato Yanomami e missionari a mantenere l’equilibrio etnico e garantire i tre pilastri del progetto di vita e di futuro: terra, lingua, identità. Oggi gli Yanomami stanno sempre più prendendo in mano le redini del proprio destino, costruendo nuovi capitoli della loro storia, tocca a noi, come compagni di viaggio, lasciarci condurre per mano, non piú da un bambino ma da un popolo.
Guglielmo Damioli (Hewësi Par+ki)
Dall’incontro alla condivisione
I nostri primi cinquant’anni
di Corrado Dalmonego
In tanti hanno risalito i fiumi penetrando nei territori indigeni. In pochi non si sono comportati da invasori. Per Yanomami e missionari orizzonti e logiche sono diversi, ma il dialogo e l’incontro sono possibili e fruttiferi. L’importante è la condivisione della quotidianità. Una prassi che soltanto i missionari hanno seguito, come dimostrano i 50 anni della Missione Catrimani.
«Molto tempo fa, quando noi Yanomami non conoscevamo i bianchi, quando io ero un bambino di circa 10 anni, i padri risalirono il fiume Catrimani […]. Loro fecero conoscenza degli Yanomami e divennero amici. […]». Con queste parole, Davi Kopenawa, leader e sciamano yanomami1, inizia a narrare una vicenda di fatti e vite lunga cinquant’anni: la storia della Missione Catrimani.
Padre Corrado Dalmonego.
Esotici, strani, misteriosi
Sfogliando alcuni articoli apparsi su Missioni Consolata negli anni Cinquanta e Sessanta, qualche documento scritto dai primi missionari arrivati tra gli indios e ascoltando le testimonianze di anziani yanomami riguardanti gli incontri con i missionari, si possono notare alcune caratteristiche che contraddistinguono gli inizi di questa missione. Non sono solo elementi di un passato sepolto, ma aspetti che ci comunicano qualcosa dell’oggi della missione e in generale di ogni realtà missionaria.
Primo: l’incontro dei missionari della Consolata con gli Yanomami è stato il risultato di una ricerca reciproca. Il padre Domenico Fiorina – allora superiore generale dell’Istituto – aveva già indicato una direzione ai suoi: «Verso Ovest esistono vaste zone inesplorate, difficili a penetrarsi, dove vivono gli indios bravos – bravos significa selvaggi […]. È alla conversione di questi indios che i nostri missionari dedicheranno le loro migliori energie»2. Nel frattempo, gli Yanomami – che già avevano avuto diversi contatti con non-indigeni – seguivano le tracce lasciate dai vari gruppi di bianchi che risalivano i fiumi addentrandosi nel territorio da loro abitato.
Secondo: questo trovarsi – seppure segnato da concezioni molto diverse – ha richiesto e messo in luce una disponibilità all’incontro. La descrizione che padre Silvestri fa delle sue visite agli Yanomami del fiume Apiaú, all’inizio degli anni Cinquanta3, dimostrano che – nonostante l’iniziale timore reciproco e la difficoltà di comunicazione – il missionario era accolto e i sospetti lasciavano presto spazio a gesti di amicizia. Gesti come il saluto con pacche sul petto, che inizialmente aveva intimorito il missionario; la complicità in uno scherzo, originato da un apparentemente minaccioso arco teso; la condivisione di alimenti o dell’amaca, quando un indigeno non pensa due volte – in una notte di pioggia – a infilarsi nell’amaca occupata dal religioso, che stende la coperta per proteggere dal freddo della notte il suo inatteso ospite. Dodici anni dopo, nel 1965, sul fiume Catrimani, anche padre Calleri si metteva in marcia, per visitare i villaggi yanomami più lontani, ricevendo la stessa accoglienza: un cammino aperto nella foresta, una guida sicura, una comunità che riceve lo straniero.
Terzo: l’incontro lasciava un senso di estraneità. L’altro, diverso, si presentava sempre come esotico, ma questa impressione era lenita, dal lato dei missionari, dalla coscienza che si trattava di una sensazione reciproca: padre Tullio Martinelli scrive che certamente, agli occhi degli indigeni, i missionari dovevano suscitare curiosità, apparendo esotici, strani e misteriosi4. Dal lato degli Yanomami, la loro visione del mondo prevedeva uno spazio che poteva essere occupato dall’altro, dal diverso, che rappresentava sempre la possibilità di arricchimento, seppur conservando un aspetto pericoloso5.
Con questi presupposti, la missione si è configurata come un intreccio di relazioni che hanno cercato di essere diverse da quelle stabilite fra gli indigeni e altre organizzazioni di contatto della società circostante, nonostante non mancassero ambiguità e fossero portate avanti da persone che potevano risentire dello spirito etnocentrico dominante all’epoca.
Padre Bindo Meldolesi in un viaggio dei primi anna Sessanta.
Invasori e missionari
Un aspetto fondamentale che ha caratterizzato la «nuova evangelizzazione», pensata dai missionari che, alla metà degli anni Sessanta, si riunivano nella «Commissione Pro-Indio»6 della Prelazia di Roraima, e che ancora oggi costituisce un aspetto rilevante della Missione Catrimani, è la permanenza. Oggi, continuando le aggressioni del passato, i popoli indigeni sono espropriati delle loro terre e sono forzati (da progetti sostenuti dall’ideologia dello «sviluppo») a popolare le periferie delle città. Contemporaneamente, le organizzazioni indigeniste e missionarie sono costrette – per la esiguità di risorse e la scarsità di personale disposto a condizioni di vita poco confortevoli – a concentrare le loro presenze nei centri urbani e limitarsi alla realizzazione di azioni sporadiche presso le popolazioni indigene. In questo panorama, la presenza stabile della Missione Catrimani si mostra ancora più significativa.
Questa presenza era già stata difesa, con le unghie e coi denti, da padre Calleri, nonostante la maggioranza dei missionari della Prelazia di Roraima, fossero convinti che le esigue forze missionarie e l’estensione del territorio imponessero la pratica della «desobriga» – le visite stagionali per l’amministrazione dei sacramenti – come unica possibile forma di azione evangelizzatrice.
La scelta dei missionari di vivere con loro è stata riconosciuta dagli Yanomami come una differenza fondamentale fra i bianchi che risalivano il fiume, durante l’epoca delle piogge, per estrarre risorse della foresta, e i padri che chiedevano aiuto e collaborazione per aprire una pista di atterraggio, costruire una casa, coltivare un campo, imparare la lingua della gente.
Ancora padre Bindo Meldolesi sul fiume Catrimani.
La prossimitànel quotidiano
P. Giovanni Calleri a Catrimani.
La presenza stabile accanto alle comunità Yanomami ha reso possibile ciò che le visite saltuarie o l’attuazione di alcune azioni puntuali non avrebbero potuto permettere. Solo la prossimità nel quotidiano rende possibile la costruzione di relazioni di fiducia e convivialità che – all’inizio della presenza missionaria, come oggi – anelano a essere diverse da quelle stabilite dagli Yanomami con altre istituzioni. Quando parliamo del quotidiano, ci riferiamo a un’interazione che non si limita a momenti sporadici come assemblee di rappresentanti delle comunità indigene cui sono invitati non-indigeni, corsi per maestri yanomami o visite per la realizzazione di azioni di salute.
In vari decenni, missionari e indigeni hanno affrontato insieme fatti tragici come la costruzione di una strada che ha provocato la decimazione delle comunità a causa delle epidemie, il genocidio conseguente all’invasione di migliaia di garimpeiros, l’impatto ambientale e la violenza portati avanti da progetti lontani dalle reali necessità di un popolo. Sebbene tali minacce siano sempre in agguato, il quotidiano della missione è stato anche l’affrontare insieme camminate, cacciare e pescare sul fiume, soccorrere un ammalato, raccogliere frutti in foresta, condividere gli alimenti e partecipare alla danza di entrata degli ospiti in una festa o ad un rituale di cura.
Gli Yanomami hanno accolto nel loro quotidiano i missionari che, per quanto riuscissero, hanno cercato di farsi vicini. La presenza e l’accompagnamento nelle diverse attività, anche se possono sembrare poco efficaci – soprattutto se si tratta di una spedizione di caccia o di una cerimonia rituale – sono molto apprezzate da loro.
La scritta dipinta sulle pareti della prima casetta dei missionari da padre Giovanni Calleri.
Incontri e dialoghi (da orizzonti diversi)
Su questa prossimità e condivisione, la missione si è costruita: anche se le relazioni possono essere segnate da equivoci e mutue incomprensioni, è possibile stabilire un dialogo e arrivare a un incontro partendo ciascuno dai propri orizzonti e dalla propria logica.
Se i missionari erano interessati alla «cultura materiale» degli indigeni e osservavano con curiosità gli utensili da loro confezionati, allo stesso tempo padre Calleri era commosso dalla fatica che gli Yanomami facevano nello svolgere le attività produttive: sofferenza che egli cercava di alleviare foendo generosamente oggetti industriali (attrezzi da taglio, ami da pesca, e altro).
Se per i missionari era questione di emergenza prendersi cura della salute degli indigeni, quando l’invasione del loro territorio era accompagnata da epidemie letali, per gli Yanomami il religioso che affrontava le rapide dei fiumi e l’asprezza dei sentirneri nella foresta per soccorrere i malati e sfamare i sopravvissuti resi fragili dalle malattie, si comportava come un curatore e un parente: un papà.
Se l’infermiera della missione dedicava il massimo sforzo alla cura efficace di un paziente, l’ammalato che si ristabiliva dava più importanza alle attenzioni ricevute e al fatto di essere stato accolto e sfamato all’interno della casa «di assi», che non alla patologia da cui era stato curato.
Se la demarcazione del territorio indigeno, per i missionari, era la condizione di sopravvivenza fisica e culturale degli Yanomami, per questi ultimi rappresentava la conservazione dell’equilibrio di un socio-cosmo abitato da molti esseri visibili o invisibili.
Se per i missionari il progetto di «educazione globale» e lo studio della lingua portoghese erano gli strumenti che dovevano essere messi nelle mani degli Yanomami affinché potessero difendersi dalle minacce sempre più pressanti della società circostante, per gli Yanomami l’apprendistato dei modi di vita dei bianchi e la convivenza costituivano un ampliamento delle possibilità di esistenza e un sistema di relazioni desiderato.
Nonostante le prospettive siano distanti e le letture degli avvenimenti siano diverse, la condivisione della storia ha reso e rende possibile un dialogo nella pratica quotidianità. I missionari sono stati riconosciuti come «quasi parenti», il cui comportamento, in alcuni casi, si approssima ai criteri adeguati di socievolezza. Sono persone che possono essere istruite nella lingua e nei costumi, che sanno prendersi cura, accompagnano, piangono i defunti senza pronunciarne il nome – per non risvegliare la tristezza e il risentimento per la perdita recente – o festeggiano una nascita.
Padre Silvano Sabatini che ha dedicato la vita alla causa degli Yanomami.
Il segreto sta nella condivisione
Il cammino della missione è stato percorso con grande dispendio di energia. Dai due lati. Non essendoci l’imposizione di un programma predefinito, si configura come il sentiero tracciato dal Signore, lungo il quale siamo guidati dallo Spirito a prestare attenzione, aprendo gli occhi e entrando – quando accolti – in un mondo differente, con atteggiamenti di condivisione:
– togliendo le scarpe per camminare in sentieri sconosciuti – fra spine, zone allagate, liane – per incontrare la destinazione indicata da Dio nella storia di questo popolo;
– imparando un’altra lingua – che questo popolo ci insegna con grande disponibilità e allegria – per poter ascoltare gli appelli e i sogni e tentare di balbettare qualche risposta;
– cercando di conoscere – condotti dalle nostre guide – la foresta, i fiumi, le montagne e tutti gli esseri che vi abitano, perché questo è il mondo in cui vivono i nostri fratelli e perché ogni messaggio – anche se trascendente – ha senso solo se dice qualcosa a partire da un mondo conosciuto;
– apprezzando cibi diversi, perché è consumando insieme un abbondante frullato di banana – alle volte… troppo abbondante -, un pezzo di focaccia di manioca cotta sulla brace e una porzione di tapiro affumicato, che si costruisce la familiarità e lentamente la fiducia;
– imparando a stendersi nell’amaca, a caricarsela sulle spalle per accompagnare le persone nei loro lunghi spostamenti e appenderla, un’altra volta, fra due alberi o in un’abitazione comunitaria dove gli Yanomami si riuniscono per celebrare, piangere un morto o discutere sulle decisioni prese lontano, da estranei che minacciano la loro vita.
È attraverso questi gesti di completa condivisione che si costruisce la missione. Le persone vengono cambiate dall’incontro. Si conciliano speranze, sogni e aspettative, con un messaggio che i missionari – fragili messaggeri – scoprono insieme agli Yanomami: un messaggio che è vita contro i progetti di morte.
Suor Florënça Lindey Águida
Avvicinarsi e rimanere
Concludiamo con alcune parole che Davi Kopenawa diceva ai missionari della Consolata riuniti in assemblea nel luglio 2012: «Io capisco che – essendo voi religiosi e conoscendo Dio – Lui vi ha mandati per difendere la vita del nostro popolo e del pianeta. So che, da molti anni, la Chiesa si è posta lungo il sentiero dell’incontro con i popoli indigeni. La Chiesa sa che l’indigeno non è un “animale” [mentre settori della società lo trattano come fosse tale, ndr], sa che è persona, che è stato creato dall’autorità del cielo, così come sono stati creati i non-indigeni. Il compito della Chiesa è di non lasciare far guerre, di portare la pace, mentre, dall’altro lato, esistono nemici molto forti, alleati a politici, che vogliono impossessarsi delle ricchezze della Terra. La Chiesa deve essere differente, pensare come pensa Dio: desiderare la nostra vita! Voi avvicinatevi, con attitudine di amicizia e simpatia, senza la diffidenza di chi dice che l’indio deve rimanere lontano, al suo posto!».
Queste parole ci sembrano in sintonia con l’ultima enciclica di papa Francesco e ci danno lo stimolo a continuare la missione per… altri cinquant’anni o, come ci diceva proprio quest’anno lo stesso Davi, sottolineando l’importanza del lavoro svolto alla Missione Catrimani, «rimanendo là fino alla fine del mondo: io non so quando questo mondo terminerà, ma so che per noi questo è importante».
Corrado Dalmonego
(Hewësi Ihurupë)
Note
(1) Su Davi Kopenawa si legga: Paolo Moiola, Dalla montagna del vento, in Missioni Consolata, novembre 2014.
(2) Domenico Fiorina, Le Missioni del Rio Branco, in Missioni Consolata, n. 19, p. 282-285, 1951.
(3) Tullio Martinelli, Ho visto gli indios Jaranís, in Missioni Consolata, p. 14-20, febbraio 1964.
(4) Riccardo Silvestri, Una spedizione tra gli Indios nelle foreste del Rio Apiaù, in Missioni Consolata, n. 19, p. 224-234, 1953; Il padre Silvestri ritorna fra gli Indios del Rio Apiaù, in Missioni Consolata, n. 5, p. 58-63, marzo 1954.
(5) Bindo Meldolesi, Tra gli Apiaù, in Missioni Consolata, n. 15, p. 35-42, agosto 1960; Il campo è pronto, in Missioni Consolata, n. 7-8, p. 35-42, luglio-agosto 1966.
(6) La Commissione fu una pastorale indigenista ante-litteram. Durò soltanto pochi anni e radunava alcuni missionari della Consolata che lavoravano con i popoli indigeni. Fu molto significativa perché all’epoca ancora non esistevano né il Cimi né altre organizzazioni della Chiesa o della società civile.
La parola agli Yanomami | Esiste una strada per la convivenza? di Silvia Zaccaria | Sopravviveranno alle contaminazioni? di Daniele Romeo | Gli amici (il Co.Ro.) di Carlo Miglietta
Dieci anni tra gli Yanomami
Circondati dal mondo
di Laurindo Lazzaretti
Catrimani è stato un centro di resistenza contro gli invasori e contro le politiche governative. Negli anni alcune cose sono cambiate: presso alcuni gruppi di Yanomami sono arrivati vestiti, fucili, barche a motore, soldi. Cambiamenti grandi, rapidi e profondi stanno avvenendo senza lasciare il tempo agli indigeni di discernere ciò che è meglio. Ricordi, riflessioni e preoccupazioni del primo brasiliano che ha lavorato nella Missione Catrimani. Per dieci intensissimi anni.
Prima dell’arrivo a Roraima il mio contatto con i popoli indigeni era stato minimo1. Porto con me un’immagine dell’infanzia in cui i Kaingang2 del Rio Grande do Sul (il mio stato di nascita) passavano per la strada in gruppi, recandosi in città a vendere i loro prodotti artigianali. Al ritorno si accampavano ai bordo del torrente e da lontano si ascoltavano i loro canti e le conversazioni. Il più delle volte, ubriachi, finivano per litigare e per fare a botte. Non sapevo né capivo che la loro terra era stata invasa e presa in mano da coloni venuti da diverse regioni. In pochissimi anni questo gruppo scomparve e la sua terra, che era ricca di un legno tipico della regione, fu completamente disboscata e occupata da 1.200 famiglie. Parecchi anni dopo, durante il noviziato in Colombia, ebbi l’opportunità di conoscere da vicino il lavoro dell’equipe missionaria di Toribio e tramite essa la realtà indigena della regione del Cauca (che non è diversa da quella della maggior parte dei popoli indigeni delle Americhe).
A favore della vita
L’arrivo a Catrimani e l’incontro con gli Yanomami fu un punto di svolta nella mia vita. Tutto ciò che avevo studiato, udito e visto fino ad allora venne azzerato, mostrandomi la necessità di ricominciare da capo. E, in effetti, iniziò un processo di conversione che mi ricordò l’esperienza della caduta da cavallo di san Paolo: diventare cieco, guarire e infine vedere le cose con occhi diversi, con un altro cuore e con motivazioni molto più profonde che non fossero soltanto quelle emotive. Come, per esempio, era quella di vedere «l’indigeno come buon selvaggio». Quello che più mi ha colpito durante i dieci anni – dal 2001 al 2011 – trascorsi nella Missione Catrimani è stato sperimentare il Dio della vita accanto a un popolo con lingua, costumi, tradizioni, spiritualità, mistica e organizzazione sociale completamente diversi da quelli che avevo vissuto fino ad allora.
Ricevetti un’enorme eredità dai missionari, la maggior parte di loro italiani, rimasti per molti anni tra gli Yanomami che essi avevano fatto conoscere al mondo, a dispetto delle molte polemiche – all’interno della chiesa e dell’istituto – per un impegno più a favore della vita che della dottrina e della evangelizzazione.
Primo missionario brasiliano a rimanere così a lungo tra gli?Yanomami di quella missione, con una nuova equipe e meno risorse finanziarie rispetto a coloro che ci avevano preceduto, nei dieci anni trascorsi a Catrimani assistetti alle grandi sfide cui la missione fu chiamata. Qui di seguito ne ricorderò qualcuna.
Catrimani, centro di resistenza
Verso la metà degli anni Settanta i governi brasiliani promossero la costruzione della Perimetral norte o Br-210, che causò molti disastri nelle popolazioni indigene e tra gli Yanomami in particolare. Così facendo favorirono l’ingresso di migliaia di minatori (garimpeiros) nei territori degli Yanomami e promossero lo sfruttamento delle ricchezze minerarie provocando un genocidio degli indigeni, attraverso epidemie e scontri di ogni genere. Inoltre, a causa della strada, sempre più agricoltori iniziarono ad avanzare sulle terre indigene. In questo contesto, insieme con gli Yanomami la Missione Catrimani divenne un centro di resistenza alle invasioni e di critica alle politiche poste in essere dalle autorità brasiliane.
Vari anni dopo, proprio nel periodo in cui ero a Catrimani, Brasilia cambiò strategia chiedendo alla nostra missione di seguire l’attuazione di alcuni programmi di salute. Il governo esigeva però risultati immediati: tempestiva esecuzione di tutti i programmi, riduzione della mortalità, soprattutto di quella infantile. Non dava seguito ai suoi obblighi, ma tuttavia esigeva e faceva pressioni. Attraverso questi programmi la missione venne «invasa» da tecnici sanitari che però non provavano alcun interesse per la causa indigena e nessuna comunione d’intenti con la chiesa e con l’equipe missionaria. A causa del cambio delle equipe di lavoro e del trasporto di indigeni in città triplicò il viavai sia per la strada (finché essa funzionò) che per via aerea. I gerenti di questo progetto, che stavano a Boa Vista, dialogavano poco con l’equipe e i missionari erano chiamati in causa per cose che non competevano loro o per le quali non erano preparati. I missionari stavano lì per la formazione sanitaria, l’istruzione, l’accompagnamento, per stabilire un dialogo interreligioso e interculturale con le comunità yanomami. Non erano lì per soddisfare le esigenze strutturali e logistiche del programma di governo e dei tecnici che si tornavano a brevi intervalli. L’equipe missionaria era vista come «manodopera a basso costo», e ovviamente questo causò molti conflitti, malessere nelle persone e di conseguenza nel lavoro missionario.
Il denaro e le sue conseguenze
Al primo incontro a cui partecipai alla missione rimasi scioccato. Alcuni giovani che erano stati preparati in microscopia e come agenti di salute e che fornivano un servizio gratuito alle loro comunità si confrontavano con i missionari affermando che, se non fossero stati pagati, non avrebbero più svolto questi servizi. Molto era stato investito nella loro preparazione e, soprattutto, sulla prospettiva della gratuità. Ma ora veniva prevista una remunerazione per questi giovani e in seguito essi avrebbero lavorato con un contratto formale. Più tardi lo stesso sarebbe accaduto con gli insegnanti. Il significato e il mutamento che i soldi nelle mani di questi giovani produssero furono (sono) molto profondi. Iniziarono a prendere il posto degli anziani nelle relazioni con i non indigeni e nel cercare di soddisfare alcuni bisogni fondamentali della comunità (machete, asce, reti, nasse, tabacco, sale, …); non era (è) più necessario essere un buon cacciatore, pescatore e raccoglitore per sposarsi, ma avere un salario. Non accettavano più di andare in città con gli stessi pantaloncini rossi, di serie, foiti dalla missione. Ora volevano comprare jeans e scarpe firmate. Con il denaro arrivò il motore di coda sulle barche che facilitava la vita sul fiume e permetteva di andare a pescare più lontano. Entrò il fucile a sostituire l’arco e le frecce3, le reti da pesca al posto dei metodi tradizionali.
Strade, alcol e lavoro schiavo
Il 31 dicembre 2002 ci fu l’ultimo viaggio lungo un tratto di strada che dalla missione proseguiva per 110 chilometri. Poi la foresta riprese il sopravvento. Lungo questo tratto c’erano almeno quattro villaggi (come le aldeias Ajarai I e II) che erano seguiti, se non in modo permanente, almeno quando i missionari in transito si fermavano per uno scambio e un accompagnamento. Con l’abbandono della strada divenne impossibile l’accompagnamento da Catrimani e d’altra parte non si riuscì a formare un gruppo permanente che potesse seguire quelle comunità. Esse così si avvicinarono al villaggio di Sao José e alla città di Caracaraí. Vari fazendeiros occuparono illegalmente la terra indigena. Per quelle comunità fu un periodo davvero disastroso. Si intensificarono le incursioni nei centri urbani e si moltiplicarono i problemi a causa dell’alcol che era venduto dai mercanti della regione e del lavoro semischiavo praticato nelle aziende agricole che erano sorte all’interno della terra indigena.
Le «cose» come fattore disgregante
Al centro della missione c’era una piccola casa che per lungo tempo servì come luogo di scambio con gli Yanomami. Artigianato e prodotti coltivati dagli Yanomami erano scambiati con manufatti dei missionari, ottenuti questi tramite la vendita di prodotti artigianali o come aiuti (avuti per i progetti o da amici e familiari). Questa piccola attività commerciale non era però del tutto benefica per la comunità influenzando i comportamenti di missionari e indigeni. La nuova conformazione della équipe della missione, la diminuzione dei progetti, il costo del viaggio aereo e gli scambi disparati ne causarono la cessazione. Poi il desiderio di comprare cose che non erano nelle opzioni della missione fece sì che gli indigeni scegliessero di acquistare i loro prodotti in città, pagando il trasporto.
Sembra banale, ma questo fatto cambiò molto le relazioni tra gli indigeni, dato che alcuni avevano la possibilità di acquistare beni e distribuirli, mentre altri non potevano. Ma cambiò anche l’atteggiamento verso i membri dell’équipe missionaria.
Il fattore economico era dunque divenuto il nuovo modo di «integrare gli indigeni nella società nazionale» dimenticando specificità e differenze. Pertanto, grandi, rapidi e profondi cambiamenti stavano avvenendo senza dare agli indigeni il tempo di discernere ciò che fosse meglio. Negli anni questa tendenza si è accentuata, con l’entrata di altri programmi del governo, in futuro i cambiamenti potrebbero essere ancora più grandi e probabilmente più disastrosi.
Attrazioni fatali?
Al termine dei primi 40 anni di missione tra gli Yanomami vedemmo come la città stesse incantando gli Yanomami. Oggi, dopo 50 anni, possiamo vedere come molti di essi vivono nei centri urbani, chiedono di studiare e laurearsi.
La politica economica del paese sta costringendo allo spopolamento delle zone intee per fare spazio alla produzione di materie prime per l’esportazione. I popoli indigeni e le loro terre sono nel mirino di questa politica e il primo obiettivo è quello di smantellare i loro diritti costituzionalmente garantiti.
Laurindo Lazzaretti
Note
(1) Su Laurindo Lazzaretti si legga: Paolo Moiola, Labiodiversità è indigena, dossier MC, maggio 2015.
(2) Oggi gli indigeni kaingang vivono in condizioni precarie in quattro stati brasiliani. Si stimano essere circa 32.000 persone.
(3) Secondo le stime di padre Dalmonego, nelle comunità yanomami del Catrimani ci sarebbero una dozzina di fucili su una popolazione di circa 900 persone.
Incontro con Carlo Zacquini
«Io sono Hokosi»
di Daniele Romeo
Una vita trascorsa tra gli Yanomami, fratel Carlo Zacquini (Hokosi, per gli indigeni) racconta nascita, storia e problemi della Missione Catrimani. Con un’avvertenza finale: per gli indios i pericoli sono più che mai attuali.
Incontro fratel Carlo Zacquini1 al Centro di documentazione indigena dei missionari della Consolata a Boa Vista. Siamo in gennaio, piena estate a Roraima, e le giornate nella casa regionale dei missionari iniziano molto presto: celebrazione della messa, colazione e poi ognuno alle proprie mansioni quotidiane. Con fratel Carlo Zacquini trascorro due giorni nelle stanze che, in via provvisoria, racchiudono le testimonianze e i materiali raccolti da lui e da numerosi confratelli in cinque decenni di vita passata tra gli indigeni yanomami. Seduto davanti al suo computer, sul quale ha digitalizzato migliaia di immagini e documenti, mi racconta i primi anni della presenza dei missionari a Catrimani.
Anni Cinquanta: i primi viaggi
«Padre Riccardo Silvestri è stato il primo missionario della Consolata ad avere contatti con gli Yanomami lungo il fiume Apiaú. Morì tragicamente nelle acque del Rio Branco nel 1957. Padre Bindo Meldolesi seguì le orme di Silvestri e fece parecchi viaggi verso il Rio Apiaú e il Rio Ajaraní. L’accesso era sempre fluviale, con un piccolo motore fuoribordo e i remi. Padre Meldolesi voleva fermarsi più a lungo e per questo cominciò subito a realizzare una piccola piantagione con a fianco una tettornia di foglie di palma. Qui coltivava alcune piante per poter alimentarsi: manioca, banani, papaya e trascorreva in foresta un paio di mesi per poi tornare a Boa Vista».
«Quando tornava dopo qualche mese, la foresta aveva già invaso la piantagione, gli animali avevano mangiato i tuberi di manioca e, a volte, riusciva ancora a trovare qualche banana o papaia. Doveva ricominciare quasi tutto da capo».
«Questa modalità di presenza era proseguita per diversi anni senza passi decisivi: andando una o due volte all’anno per poche settimane era difficile fare di più. Padre Bindo doveva lavorare molto duramente per avere qualcosa da mangiare e magari da offrire agli indios quando lo visitavano. Tuttavia preferiva fare così piuttosto che andare nei villaggi, perché questi erano lontani dal fiume navigabile. Gli Yanomami erano indios di terra ferma e stavano lontani dai grandi fiumi a causa della presenza degli insetti e di altri popoli indigeni che, in passato, occupavano le rive dei fiumi navigabili. Per loro era più facile vivere vicino ai piccoli corsi d’acqua, in più soltanto pochi di loro sapevano nuotare».
Requisito essenziale: una pista di atterraggio
Fratel Carlo Zacquini incontrò per la prima volta gli Yanomami nel maggio del 1965 alla foce del Rio Apiaú, «Quando ero molto giovane, un difetto che ho perso con gli anni», precisa con simpatica autornironia. Fu un momento sconvolgente per la sua vita. «Vivevamo vicino agli indigeni, cercando di osservare cosa facessero e di comunicare con loro, pur con molta difficoltà. La cosa che più mi colpì furono i loro sorrisi, dolci, sereni».
Sul finire del 1965 i padri Calleri e Meldolesi organizzarono una spedizione per fondare una missione sul Rio Catrimani. Essa doveva avere una caratteristica fondamentale: essere raggiungibile da un piccolo aereo. I due padri risalirono il fiume fino a quando, all’altezza di una delle molte rapide incontrate lungo il cammino, trovarono dei sentieri da entrambe le parti del fiume. Erano molto stanchi e poiché quest’area si dimostrava adatta per una pista di atterraggio, cominciarono ad abbattere la foresta per preparare il terreno. Lavorarono alcuni mesi riuscendo ad aprire la prima parte della pista: era lunga 500 metri e larga 30. Nel marzo del 1966 vi atterrò il primo aereo2.
«Quando arrivai a Catrimani – racconta fratel Carlo – padre Bindo aveva già costruito quasi tutto il tetto dell’abitazione. La casa era però senza pareti e, quando pioveva, il vento portava acqua all’interno. Non c’era un metro quadrato sicuro dall’acqua. Io quindi costruii gli spioventi per far passare l’aria e il vento ma non la pioggia. Poi realizzammo un recinto per evitare l’entrata dei cani e un po’ alla volta iniziammo ad allevare animali».
La lingua yanomae
«Appena arrivato, il rapporto con gli Yanomami risultò molto complicato. A cominciare dalle difficoltà linguistiche. Appresi una cinquantina di parole da padre Bindo, ma non avevo nemmeno la carta per scriverle. Ogni parola, la stessa parola, veniva usata con significati diversi, a seconda del contesto».
«Una volta andai dall’altra parte del fiume con uno Yanomami a fare un giro nelle foresta. Avevamo un cane con noi. A un certo momento notammo delle grosse impronte sul terreno. Non avevo alcuna idea a quale animale esse appartenessero. Io e lo Yanomami iniziammo un dialogo surreale e comico (a posteriori). Io chiedevo, in portoghese, “Como chama?”. Egli rispondeva: “Chama”! E io ancora: “Como chama?”. E lui: “Chama!” Dopo un po’ il cane iniziò a correre con lo Yanomami. Io avevo con me una carabina calibro 22, mentre l’indio era disarmato».
«Mi misi a correre anch’io, ma pur correndo (con molta fatica) non riuscivo a raggiungere l’animale. Pensavo di averlo perso. Il cane invece di abbaiare ci veniva incontro scodinzolando. Andammo avanti ancora un po’ finché l’indio mi indicò un punto davanti a noi. In quel momento vidi un animale nero, fermo in una pozzanghera di un ruscello. Aveva le zampe in acqua. Sparai 2 o 3 volte finché lo Yanomami mise la mano sul fucile per abbassarlo, come per dire basta. Dopo un po’ l’animale si accasciò nell’acqua, colpito a morte. Lo tagliammo a pezzi e ne portammo una parte con noi alla missione. Poi tornammo con un gruppo di uomini per prendere il resto. La caccia fortunata fu occasione per fare una festa con carne per tutti. E io scoprii anche il motivo delle incomprensioni linguistiche: l’animale catturato era un tapiro che, in lingua yanomae, si chiama… chama!».
«Durante il mio primo mese a Catrimani andavo a cacciare o pescare quasi tutti i giorni. Dovevo provvedere la carne per i lavoratori e per quelli che venivano con me. Praticavo la caccia con la carabina, mentre si pescava in riva al fiume, ma era molto difficile senza barca. A dire il vero gli Yanomami ci vedevano con simpatia perché attraverso noi potevano ottenere manufatti a cui prima non avevano accesso: coltelli di acciaio, machete, scuri, ami, lenze, fiammiferi e altro ancora».
Indios, «caboclos», «civilizados»
«Nel 1975 arrivò un nuovo vescovo, dom Aldo Mongiano, missionario della Consolata, che conosceva poco la realtà locale, poiché proveniva dal Mozambico e non aveva alcuna esperienza di Brasile. All’inizio non riusciva a comprendere la situazione e noi missionari cercavamo di fare pressione su certe sue decisioni. Il vescovo insisteva sul dialogo, ma il potere locale non aveva nessuna intenzione di dialogare: il solo obiettivo era di continuare a lasciare immutata la situazione degli indigeni. Dopo circa due anni cominciò a partecipare ad alcune riunioni nei villaggi indigeni e ad ascoltare quello che gli indios dicevano. Cose che noi cercavamo di fargli capire da tempo. Allora si rese conto che veniva usato dal potere locale e cambiò il suo modo di agire prendendo decisioni coraggiose insieme a noi».
«A Roraima, i gradini della “civiltà” erano sostanzialmente tre. Su quello più basso c’erano gli indios: erano quelli che non usavano vestiti e che vivevano nella foresta. Erano definiti “bravos” (selvaggi, insomma). Quelli della savana, che usavano qualche capo di vestiario e a volte parlavano un po’ di portoghese, erano chiamati caboclos. Gli altri erano i civilizados. Questi ultimi facevano quello che volevano con modalità più o meno eleganti. Alcuni divennero poi nemici della Chiesa perché questa iniziò a prendere decisioni forti, arrivando a parlare in maniera chiara in difesa della causa indigena».
«I civilizados facevano apparire il mondo indigeno come un’isola fortunata dove tutti stavano bene. In realtà gli indios e i caboclos non avevano alcun diritto. Varie volte ho visto giovani indigeni che lavoravano senza stipendio per il proprio padrone in cambio di cose di pochissimo valore o di bevande alcoliche. Gli indios erano completamente soggiogati, a tal punto che sovente i civilizados erano invitati a fare da padrini di battesimo. La cosa era andata avanti per generazioni e una parte degli indios si era abituata e difendeva gli invasori a tal punto che, quando ci fu la lotta vera per la definizione del territorio, una parte di loro era contraria. Ritenevano che, se gli invasori fossero andati via, gli indios sarebbero rimasti privi degli “aiuti” che costoro davano loro. Una volta parlai con un gruppo di Yanomami la cui terra era stata invasa da fazendeiros e, mentre spiegavo loro che i bianchi non avevano diritto di rimanere nella loro terra, dicevano che andando via loro avrebbero fatto la fame. “Chi ci darà il riso?”, domandavano. I fazendeiros davano loro riso in cambio di lavoro e servizi. Non si rendevano conto che in passato non avevano mai avuto bisogno del riso. Soltanto col tempo esso era diventato una necessità».
La devastante corsa all’oro
«Quel che andava per la maggiore, a Roraima, erano i giacimenti di diamanti nelle regioni della savana o di montagna abitate da altri indios. C’erano molte leggende sul fatto che le persone più ricche e più importanti fossero quelle che commerciavano in pietre preziose. Si parlava molto di un tale che aveva un piatto pieno di diamanti sul tavolo da pranzo… Non so cosa ne facesse, ma immagino che li usasse per pavoneggiarsi. Successivamente i diamanti iniziarono a passare in secondo piano, sia perché l’oro cominciò ad avere un prezzo più conveniente sia perché furono scoperti molti giacimenti auriferi». «Nell’area degli Yanomami i primi giacimenti furono trovati nei primi anni Settanta. Negli anni Ottanta i cercatori d’oro furono facilitati da un programma finanziato dal governo brasiliano che voleva avere una mappatura e un controllo del territorio amazzonico al Nord del Rio delle Amazzoni e del Rio Solimões. Si trattava del progetto “Calha Norte”. Un progetto che stava molto a cuore ai militari, che infatti arrivarono in gran numero».
«Nel 1987 ci fu una vera e propria invasione di cercatori d’oro. La Funai pensò bene di cacciare via i missionari e l’equipe medica che svolgeva azioni di medicina preventiva, lasciando gli Yanomami totalmente in balia di questi cercatori che provocarono livelli di mortalità altissima a causa delle malattie da loro portate. Fu un genocidio».
«Nel 1988 i missionari ritornarono alla Missione Catrimani, sistemarono le strutture danneggiate e fecero ripartire le attività di appoggio cercando di utilizzare uno schema diverso perché la realtà era cambiata molto nel frattempo. Iniziarono ad aiutare gli Yanomami nell’organizzazione di assemblee indigene, a preparare corsi scolastici per portare i propri giovani ad avere conoscenze sufficienti per non essere annientati dai bianchi. I leader yanomami volevano che i giovani imparassero a leggere e scrivere non per diventare bianchi, ma per difendersi dai bianchi che, ormai lo avevano capito, erano molto pericolosi per loro».
Anno 2015: ancora invasioni
Nel 1992, anche grazie al lavoro dei missionari della Consolata, la terra yanomami viene ufficialmente riconosciuta e protetta. Si tratta però di una protezione più teorica che reale. «Ancora nel 2015 – conclude con evidente rammarico fratel Carlo3 – centinaia o forse migliaia di cercatori d’oro continuano a invadere illegalmente il territorio indigeno, a distruggere la natura, a contaminare l’acqua con il mercurio, a causare epidemie e danni irreparabili alla cultura yanomami».
Daniele Romeo
Note
(1) Su Carlo Zacquini si legga anche: Paolo Moiola, Il bianco che si fece Yanomami, MC, ottobre 2013.
(2) Sulla scelta del luogo e sulla costruzione della pista di atterraggio si legga: Bindo Meldonesi, Il campo è pronto!, MC, luglio-agosto 1966.
(3) La conversazione di queste pagine è tratta dall’intervista inserita nel documentario sulla Missione Catrimani realizzato da Daniele Romeo e Yuri Lavecchia.
La parola agli Yanomami | Esiste una strada per la convivenza? di Silvia Zaccaria | Sopravviveranno alle contaminazioni? di Daniele Romeo | Gli amici (il Co.Ro.) di Carlo Miglietta
Dati base
Dove sono – Il popolo degli Yanomami vive in un’area di foresta tropicale a Ovest del massiccio delle Guiane, sui due lati della frontiera tra Brasile e Venezuela.
Superficie – Occupano un territorio di circa 192.000 chilometri quadrati (quasi 2/3 dell’Italia), di cui 96.650 in Brasile.
Popolazione – Sono circa 33.100 persone (fonte: Albert – Milliken, 2009).
Lingue – Gli Yanomami si riconoscono come un popolo che presenta, al suo interno, diversità culturali e che parla lingue appartenenti alla stessa famiglia e mutuamente comprensibili.
In Brasile – La Terra indigena Yanomami è localizzata all’estremo Nord del Brasile e ha un’estensione di 9.664.975 ettari, essendo abitata da 21.249 persone, organizzate in 285 comunità (Distrito sanitário especial indígena yanomami, 2014).
Localizzazione della Missione Catrimani – La Missione Catrimani è localizzata sulla sponda sinistra del fiume Catrimani (N: 02°21’167’’; W: 063°00’447’’), affluente del Rio Branco, di fronte alla rapida del Cujubim.
Comunità e popolazione – Nella regione della missione Catrimani esistono 22 comunità con una popolazione di quasi 900 abitanti.
Dati demografici – Gli Yanomami stanno vivendo una forte crescita demografica, perciò la popolazione è molto giovane. Nella regione del Catrimani, 408 persone hanno meno di 14 anni, corrispondendo al 49 % del totale.
Distanze – La Missione Catrimani dista circa 250 Km in linea d’aria da Boa Vista, capitale dello stato di Roraima.
Mezzi di trasporto – Partendo da Boa Vista, è raggiungibile con piccoli aerei leggeri che atterrano sulla pista della missione (circa un’ora di volo), ma si può arrivarvi per via fluviale, risalendo il fiume Catrimani (circa tre giorni di navigazione), o per via terrestre, utilizzando veicoli fino a dove esistono strade e … continuando a piedi nella foresta, meglio se ben accompagnati (circa cinque giorni).
Salute – Le patologie più diffuse: infezioni respiratorie, gastroenteriti/verminosi, malattie della pelle/dermatiti, tubercolosi, malaria, denutrizione. Alla missione esiste un ambulatorio con farmacia, ma i casi più gravi sono trattati in città.
Educazione – Ogni comunità, in genere, possiede una piccola scuola con il proprio maestro Yanomami che vi risiede. Alla missione esiste un Centro di formazione usato per la formazione di maestri, di tecnici indigeni di salute, per corsi, incontri e assemblee.
Mondo Yanomami
A causa dell’isolamento e di un’esistenza millenaria nell’ambiente della foresta tropicale dell’Amazzonia, il popolo Yanomami ha sviluppato una cultura e un sistema simbolico propri, molto differenti dalla simbologia biblica frutto di un ambiente e di una cultura di pastori del deserto. Qualsiasi traduzione letterale, tipo Dio = Omã, risulta insostenibile. La tradizione orale yanomami, miti e storie esemplari rivissute nei rituali, spiega le origini e orienta il comportamento sociale e etico della società che vive in foresta. In una cultura orale come quella yanomami, i miti sono dinamici, raccontati o celebrati, liberamente adattati alla situazione ma conservandone inalterato il nucleo.
Le origini
Invece di un Dio creatore, alle origini ci sono due gemelli: Omâ e Yoasi. Omâ rappresenta l’intelligenza creativa, la furbizia, la generosità. Yoasi, il caimano, rappresenta la stupidità e l’egoismo.
Gli Yanomami sono figli di Omâ e i napëpë (= non Yanomami) sono figli di Yoasi, egoisti e irresponsabili (mohoti) • Omâ ha dato queste terre agli Yanomami, ai napëpë ha dato Boa Vista, São Paulo… • Omâ si è ritirato sulle montagne del Parima, ma è chiamato in causa quando c’è bisogno. • Il figlio di Omâ aveva sete. Omâ fece un buco nella terra causando la grande inondazione.
L’Universo e l’armonia
La foresta (urihi) è il mondo, il pianeta, il cosmo dove vivono tutte le cose che esistono, materiali e spirituali: Yanomami, napëpë, spiriti, ancestrali, animali, piante, fenomeni naturali… Una struttura molto instabile frutto di un cataclisma originale causato dalla rottura dell’equilibrio. Se si rompe l’armonia dell’insieme tutto cade, è la fine di tutto.
Ferire la foresta, tagliare o strappare alberi in grande quantità, aprire strade, scavare buchi per estrarre metalli libera un fumo, una nebbia mortifera invisibile che si sparge seminando epidemie, malattie mortali (xawara).
Nella foresta ci sono luoghi dove abitano animali mostruosi, Teperesik+, Terema… sono luoghi protetti, nessuno può andare là per cacciare o pescare impunemente. Sono nidi di riproduzione della biodiversità.
Gli xapuripë (sciamani) yanomami, grandi alberi materiali e spirituali, sono le colonne del cielo. Quando l’ultimo sciamano morirà, anche l’ultimo albero sarà abbattuto e il cielo cadrà nuovamente.
Gli sciamani (xapuripë)
Lo sciamanismo e l’endocannibalismo sono i rituali più affascinanti della cultura yanomami. Gli sciamani, mediante l’uso di allucinogeni, di canti e danze, sono il ponte tra il mondo materiale e quello spirituale con la funzione di mantenere l’equilibrio, l’armonia della foresta/mondo.
Quando uno sciamano muore, gli elementi si infuriano, particolarmente il vento e il tuono. (In occasione della morte di una persona importante ho visto una donna gridare allo sciamano: «Il tuono sta dormendo, scuoti la sua amaca»).
La morte di uno sciamano scuote l’equilibrio, asce tagliano i pilastri del cielo, gli sciamani alzano le braccia per reggere un peso che può diventare insostenibile. I pianti rituali, le grida, i canti e le danze mimiche creano un clima di grande drammaticità, letteralmente da fine del mondo.
Lo sciamano viaggia nel mondo degli spiriti animali, incarna e imita l’animale appropriato, succhia e poi soffia buttando via lo spirito responsabile per la malattia. Il rituale, eseguito singolarmente o in gruppo, può durare una notte intera.
L’endocannibalismo consiste nella consumazione rituale e in gruppo delle ceneri delle ossa di uno Yanomami morto sciolte in una zuppa di banane.
I rituali funebri valorizzano le qualità a servizio del gruppo. È una forma di comunione per perpetuare questi valori e stringere alleanza con altri gruppi.
Gli animali
I personaggi dei miti delle origini, dei racconti e dei disegni sono animali della foresta, indicando una intima unione ancestrale e attuale.
Ogni Yanomami ha un «alter ego» (altro-io) animale, il falco reale è il più rappresentativo, la sua uccisione richiede rituali di purificazione. • Il giaguaro ruggisce nel petto degli sciamani e dei giovani cacciatori. • Il colibrì ha estratto il fuoco dalle fauci del caimano e l’ha posto dentro il legno della pianta di cacao. • Il sangue della puzzolente e antipatica mocura (faina) stà all’origine dei colori degli animali. • Il tacchino selvatico, dalle penne nere e petto bianco, sta all’origine della alternanza del giorno e della notte. «Voi napëpë pensate che l’aurora viene meccanicamente? Sono gli uccelli che, cantando, chiamano l’aurora. Se uccidete tutti gli uccelli, la notte si estenderà per sempre».
L’intima unione di tutti gli elementi della foresta / mondo fa sì che non ci sia distinzione tra voce e rumore, tutti parlano, tutti si comunicano: la voce degli Yanomami, la voce del tucano, del giaguaro… del tuono, delle rapide dei fiumi, del vento.
Ritengo che le tradizioni racchiuse nella sapienza yanomami possano realmente trasmettere segnali e valori alla nostra società occidentale. A garanzia della vita e soprattutto della sopravvivenza del pianeta.
Guglielmo Damioli*
(*) Per approfondire le tematiche della cultura yanomami rimandiamo a: Guglielmo Damioli, Giovanni Saffirio, Yanomami. Indios dell’Amazzonia, Edizioni Il Capitello, Torino 1996.
Cronologia
1929 – 1930 – Una spedizione raggiunge il fiume Catrimani e incontra un gruppo di Yanomami. Ne fa parte il benedettino Alcuino Meyer.
1948 – I missionari della Consolata arrivano a Roraima in sostituzione dei Benedettini.
1953 – Primo viaggio di padre Riccardo Silvestri (Imc) tra gli indios isolati del fiume Apiaú.
1960 – Primo viaggio di Bindo Meldolesi (Imc) tra gli indios del fiume Apiaú.
1965, ottobre – I padri Bindo Meldolesi e Giovanni Calleri fondano la missione sulla sponda sinistra del fiume Catrimani.
1966, marzo – Il primo aereo Cesna 170 atterra sulla pista della missione, appena terminata.
1967, dicembre – Viene creata la Funai (Fundação Nacional do Índio) in sostituzione dello Spi (Serviço de Proteção aos Índios).
1968, gennaio – All’equipe missionaria di Catrimani si aggrega fratel Carlo Zacquini.
1968, novembre – Massacro della spedizione di padre Giovanni Calleri tra gli indios Waimiri-Atroaris.
1972 – Viene fondato il Conselho indigenista missionario (Cimi), un’organizzazione che si rivelerà fondamentale per la difesa dei popoli indigeni del Brasile.
1974 – Inizia la costruzione della Perimetral Norte (Br-210). Prime invasioni di lavoratori e macchine. Si lavorerà per poco più di tre anni. Poi il progetto verrà sospeso per mancanza di fondi.
1974 – Prima epidemia di morbillo.
1977 – Seconda epidemia di morbillo.
1987, agosto – I missionari sono espulsi dalla Missione Catrimani. Vi torneranno soltanto un anno e mezzo più tardi (novembre 1988).
1988, ottobre – Viene emanata la nuova Costituzione brasiliana contenente anche il riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni.
1989, marzo – I missionari iniziano il progetto di etno-alfabetizzazione.
1992, maggio – Esce il decreto presidenziale con il quale viene finalmente omologata la Terra indigena yanomami.
2015, agosto – Cinque anni dopo la sua uscita in Francia, anche in Brasile, esce la biografia di Davi Kopenawa, sciamano (xapuri), da anni leader riconosciuto degli Yanomami.
(a cura di Paolo Moiola)
Glossario
Urihi – Terra-foresta. Per gli Yanomami la foresta è viva, popolata da un’infinità di esseri viventi: umani, animali, spiriti ecc.
Yano – La casa comunitaria, una costruzione circolare unica, di pali e paglia, condivisa fra i parenti. Possiede al centro un’area destinata alle funzioni rituali e socio-politiche, e non esistono pareti divisorie che separino gli spazi occupati dalle diverse famiglie. È l’ambito privilegiato delle relazioni sociali, ma anche metafora del cosmo. Spesso è chiamata «maloca», che però è un termine tupí-guarani.
Hutukana – La piantagione dove sono coltivati prevalentemente banani, piante di manioca, canna da zucchero, papaie, tabacco, cotone, piante curative e magiche ecc.
Wakatha u – Nome yanomami di una specie di armadillo e, con l’aggiunta del suffisso «u», del fiume Catrimani, sulla cui sponda sinistra, all’altezza della rapida del Cujubim, è stata fondata la Missione Catrimani.
Xapuri – Il termine si riferisce sia agli spiriti ausiliari invocati durante le sessioni sciamaniche che agli sciamani stessi che viaggiano nel tempo e nello spazio, visitando altre dimensioni.
Napë – In contesti diversi, assume significati differenti: puó indicare un nemico, ma anche uno straniero, un non-Yanomami o un bianco. Plurale: napëpë.
Xawara – Epidemia. Per gli Yanomami le gravi epidemie che hanno decimato la popolazione a partire dal contatto con i bianchi sono attribuite ai fumi prodotti dalle sostanze e dai macchinari usati dai bianchi e dai cercatori d’oro in particolare.
Xori – Cognato. La relazione fra due cognati promuove alleanza, amicizia e facilità di scambio. Sin dal principio, i missionari sono stati classificati con questo termine.
Nohimayou – La parola «nohi» significa amico. Il verbo nohimayou si riferisce all’abilità di suscitare nell’altra persona un sentimento di amicizia. Gli Yanomami usano quest’espressione per descrivere anche l’atteggiamento dei missionari del Catrimani.
Garimpeiros (port.) – Cercatori d’oro che invadono illegalmente la Terra indigena. Gli Yanomami li denominano anche con i termini: «napë wareri pë», spiriti pecari stranieri, o «urihi wapo pë», mangiatori di terra, poiché devastano il suolo e scavano buche per estrarre i minerali.