Raposa Serra do Sol (Roraima):

Esempio di resistenza indigena

Testo e foto da Raposa di Jaime C. Patias |


Sono oltre 20mila gli indigeni che vivono a Raposa Serra do Sol, terra indigena riconosciuta nel 2005 dopo decenni di lotta. I problemi non mancano: salute, istruzione, viabilità. L’ostilità anti indigena rimane elevata e produce insicurezza e invasioni. Tuttavia, i popoli indigeni hanno imparato a difendersi. Dal 1971 i missionari della Consolata vivono al loro fianco.

A Roraima, nella regione Nord del Brasile, ad aprile le piogge iniziano a irrigare la terra riempiendo fiumi e torrenti. Nella terra indigena Raposa Serra do Sol (Ti Rss), la vegetazione rigogliosa, rallegra gli oltre 20mila indigeni Macuxi, Wapichana, Taurepang, Ingaricó e Patamona. Nel 2005, l’area di 1,7 milioni di ettari (pari alla regione Lazio, ndr) è stata dichiarata «protetta», cioè ad uso esclusivo degli indigeni, dall’allora presidente Lula da Silva, dopo 34 anni di lotte che sono costate la vita ad almeno 21 indigeni. È così che Raposa è divenuta un esempio di resistenza contro l’invasione bianca.

Nella Costituzione federale del 1988, lo stato brasiliano riconosce che «le terre tradizionalmente occupate dagli indigeni sono destinate al loro possesso permanente e avranno l’uso esclusivo delle ricchezze del suolo, fiumi e laghi in esso esistenti» (art.231, 2). La popolazione è cresciuta sempre organizzata intorno ai propri leader, i tuxaua (figura corrispondente ai cacique, ndr), in più di 200 villaggi nelle regioni di Surumú, Sierras, Baixo Cotingo e Raposa. Nelle comunità e nelle scuole di vario grado, dove oramai quasi tutti gli insegnanti sono indigeni, la presenza di bambini e giovani colpisce l’occhio del visitatore. Circa il 60% della popolazione ha meno di 15 anni, una garanzia per il futuro che, nel contempo, comporta delle sfide.

Dalla repressione al riscatto

Il leader macuxì Jacir José de Sousa

Nel 1977, un centinaio di tuxaua e altri rappresentanti indigeni alleati organizzarono una delle prime assemblee nella missione di Surumú, interrotta dall’irruzione dei militari. I leader indigeni non furono intimiditi da tale repressione. Si dispersero per continuare altrove l’assemblea. Questo fatto è ricordato come primo atto pubblico di resistenza e della ricerca di autonomia del nascente movimento indigeno. Molto probabilmente è per questo che nel 2005, nella stessa missione, furono bruciate la chiesa, la scuola e il centro di salute in uno dei numerosi attacchi orchestrati dagli invasori bianchi. La svolta fondamentale nella lotta è stato l’impegno «Ou vai ou racha» (o tutto o niente) quando gli indigeni, il 26 aprile 1977, riuniti a Maturuca, un villaggio a 320 km da Boa Vista, decisero di dire «no alla bevanda alcolica, sì alla comunità» avviando il processo di organizzazione che culminò nella creazione del Consiglio indigenista di Roraima (Cir). Un impegno che comprendeva la lotta all’invasione dei garimpeiros e degli agricoltori non indigeni.

Un grande impulso alla causa indigena è stato dato dal successo del progetto «Una mucca per l’indio», lanciato nel 1980, che prevedeva l’affidamento ad ogni comunità indigena di 52 bovini e che, a sua volta, si impegnava, dopo cinque anni, a consegnare a un’altra comunità altrettanti capi di bestiame. Questa iniziativa sostenuta dalla Chiesa cattolica e da tanti altri benefattori ha contribuito a creare degli allevamenti comunitari di oltre 30.000 bovini.

L’opzione per gli indigeni

Presenti in Roraima dal 1948, solo nel 1971 i missionari della Consolata hanno scelto una chiara opzione per i popoli indigeni. E nel 1972 hanno iniziato a vivere nei villaggi, in mezzo alla gente. Un cambiamento radicale nello stile di evangelizzazione. Da una prospettiva meramente sacramentale, succube dei poteri forti del latifondo, a una pastorale profetica e liberatrice fatta dai villaggi e a fianco delle popolazioni indigene. Questa opzione assunta anche dalla diocesi di Roraima, ha causato persecuzioni, diffamazioni e minacce di morte per i missionari e per l’allora vescovo, mons. Aldo Mongiano (Missionario della Consolata), sulla cui testa era stata posta una taglia molto cospicua.

La riflessione su Il piano di Dio per noi (un progetto di formazione biblico-pastorale) ha guidato l’azione di evangelizzazione integrando la fede e la vita in cui la liberazione della terra era l’obiettivo principale. E il Consiglio indigenista missionario (Cimi), fondato nel 1972, è diventato gradualmente  uno strumento di riflessione e appoggio alla causa.

Oggi, sette giovani sacerdoti missionari della Consolata africani – Philip Njoroge Njuma, James Murimi Njimia, Joseph Musito, Jean Tuluba, Jean-Claude Bafutanga, Joseph Mugerwa, Gabriel Ochieng -, insieme a Francesco Bruno, un fratello missionario italiano, accompagnano le comunità indigene nella Raposa?Serra do Sol. Inoltre nella zona lavorano tre suore missionarie della Consolata.

Padre Philip Njoroge sottolinea che «i protagonisti sono gli indigeni. Seguiamo e camminiamo insieme in modo che le loro vite prosperino nel pieno rispetto dei loro diritti, della loro cultura e saggezza ancestrale». Dopo 70 anni di presenza, per una congregazione che ha nel suo Dna la missione ad gentes, l’esperienza di lavoro missionario in Raposa Serra do Sol ha insegnato ai missionari a camminare con le popolazioni indigene, con le loro speranze e lotte, gioie e conflitti, rompendo confini e modelli tradizionali di evangelizzazione.

Il professor Ednaldo Pereira André, secondo tuxaua di Maturuca, riassume così le grandi sfide: «Rispettare gli impegni, prendersi cura della terra e intensificare la produzione, lavorare nelle comunità per affrontare insieme i problemi e gli ostacoli in sintonia con Il piano di Dio su di noi. È urgente investire nella formazione dei leader: tuxaua, coordinatori di comunità, mandriani, catechisti e agenti di salute… in modo che capiscano bene il loro ruolo».

Politici e pastori

Inácio Brito, uno dei primi insegnanti a implementare l’educazione indigena, chiede una maggiore presenza nelle comunità per aiutare a combattere le minacce. «Oggi la politica dei partiti vuole dividere disseminando i pastori evangelici nelle comunità in cui le leadership indigene sono deboli», afferma il professore. «Vogliono toglierci i diritti garantiti dalla Costituzione: educazione, salute, trasporti, progetti, ecc. Questa è una persecuzione. La lotta per la terra è nata dall’unione tra le varie regioni, ma molto è cambiato nonostante il Cir continui nel suo sforzo di coordinamento».

La strategia dei politici e dello stato è chiara: dividere i gruppi per indebolire il popolo. Ci sono evidenze chiare di questa strategia, come l’emendamento parlamentare del deputato federale Édio Lopes, scritto in collaborazione con il senatore Romero Jucá (due politici notoriamente anti indigeni), che ha portato una mandria di bovini nelle comunità. Questa decisione è criticata per la dipendenza che può creare e per l’uso politico che se ne può fare. «Non è sbagliato ricevere queste “offerte” di bestiame perché recentemente abbiamo avuto molte perdite. Ma dobbiamo fare attenzione alla strumentalizzazione e al pericolo di invasione e divisione che ne può derivare. I politici ci hanno sempre dato contro e adesso improvvisamente ci offrono il miele. Dobbiamo aprire gli occhi», avverte Brito.

Le donne sono impegnate attraverso l’«Organizzazione delle donne indigene di Roraima» (Omir) con progetti di formazione e sostenibilità economica. Una delle coordinatrici, Marisete de Souza, indica i risultati ottenuti che includono l’aumento dei capi di bestiame, miglioramento della coltivazione e l’incarico di tuxaua assunto da alcune donne. «Il nostro lavoro mira a rafforzare l’identità e le tradizioni. Lo facciamo con la pianificazione di workshop, seminari, assemblee e corsi. Il nostro ruolo di donna, madre, moglie e attivista del movimento indigeno è lottare per la sostenibilità e contro le bevande alcoliche. Lavoriamo insieme ai missionari che ci appoggiano».

L’importanza della terra

Dopo la fine del latifondo nella terra Raposa Serra do Sol, gli indigeni hanno occupato aree strategiche. Nuove comunità sono nate. Per esempio, dov’era l’azienda del fazendeiro Jair, a 250 km da Boa Vista, cinque famiglie hanno creato la comunità San Matteo, che ora comprende ben 19 famiglie. Questa comunità si è incontrata per discutere i problemi e rinnovare gli impegni. Per tre giorni, adulti e giovani discutono. I bambini accompagnano e scrivono sui loro quaderni. Matias de Lima e Jacir José de Souza, due leader storici, fanno memoria della lotta. Per Jacir, le principali sfide sono «raccontare ai giovani e bambini i risultati ottenuti e gli impegni da mantenere. Inoltre essere sempre in allerta con nuovi tentativi di invasione».

Matias de Lima ricorda di essere stato arrestato e picchiato riportando la rottura della clavicola. «Sono preoccupato. Una volta i tuxaua erano determinati, ora vedo insicurezza. I politici stanno comprando alcuni tuxaua, dei coordinatori e la gente. Se non apriamo gli occhi, soffriremo ancora», avverte il vecchio attivista della causa indigena. «Non possiamo rinunciare ai nostri impegni. Se cadiamo, dobbiamo alzarci. Questi bambini hanno bisogno di terra per piantare e mangiare. Io continuerò la lotta finché avrò vita».

L’attuale tuxaua della comunità, Martinho Macuxi Souza, uno dei figli di Matias, ricorda che «prima il bianco ci ha proibito di cacciare, pescare e coltivare. Hanno arrestato, picchiato e bruciato le nostre case e la missione di Surumú. Oggi non vediamo più i nostri parenti soffrire violenza. Non voglio le mucche offerte dal governo e dai politici», ribadisce. «Per quanto riguarda la terra, stiamo cercando di fare del nostro meglio seguendo i principi di una agricoltura sostenibile e la formazione tecnica che riceviamo presso scuola di Surumú, su come allevare il bestiame e coltivare ortaggi senza pesticidi. Facciamo ancora troppo poco per custodire e proteggere la terra», sostiene Martinho.

Tira (ancora) una brutta aria

I coniugi Edinho Batista e Catiane de Souza sono appena rientrati da Brasilia (Df) dove hanno partecipato al «15° Acampamento Terra Livre» (Atl), che dal 23 al 27 aprile ha riunito 3.000 indigeni da tutto il Brasile. Ci sono ancora 836 terre indigene da demarcare. «Ci sforziamo di custodire e proteggere la nostra Madre Terra, ora vogliamo aiutare anche altri fratelli e sorelle indigeni a liberare la loro terra», dice Edinho. Per Catiane «la partecipazione delle donne è stata determinata e forte. Ora informerò le comunità sulle decisioni prese». Con il tema «Unificare la lotta in difesa degli indigeni: la garanzia dei diritti originari dei nostri popoli», a Brasilia l’Atl si è svolto mentre tutt’intorno si percepiva un forte risentimento anti popoli indigeni in un clima di ostilità che perdura da quando è stata promulgata la Costituzione federale del 1988.

Nonostante gli investimenti, nella Ti Rss sono tuttora visibili i problemi relativi a salute, istruzione, sicurezza e infrastrutture. La salute delle popolazioni è di competenza del «Segretariato della salute Indigena» (Sesai), creato nel 2010.

Rispetto all’educazione, quasi tutte le comunità hanno scuole elementari. Alcuni centri principali hanno anche le scuole secondarie e il programma di «Educazione per i giovani e adulti» (Eja). Sfortunatamente molte strutture si trovano in condizioni precarie e necessiterebbero di ristrutturazioni urgenti, cosa che raramente viene fatta dalle autorità pubbliche.

Per costruire nuove scuole e centri sanitari, alcune comunità si affidano ai progetti della Chiesa cattolica e all’aiuto dei missionari. La Fondazione Missioni Consolata Onlus ha appoggiato la realizzazione di alcuni progetti. Le distanze e le condizioni delle strade rendono il lavoro sempre difficile e costoso.

Spesso, l’aiuto alle popolazioni indigene è rallentato dalle dispute di competenza tra i vari organismi amministrativi del governo federale, dello stato e del municipio. Da non sottovalutare, inoltre, il peso negativo della propaganda dei latifondisti e dei politici contro l’omologazione che per costoro continua ad essere un fallimento e che perciò dovrebbe essere rivisto.

Gioventù

La vita nella Raposa Serra do Sol è migliorata dai tempi del latifondo. Gli indigeni hanno ripreso le loro attività tradizionali e recuperato i valori culturali, anche se con difficoltà. C’è molta vita, organizzazione, spiritualità e senso di cittadinanza. C’è molta gioventù. La miseria è l’eredità lasciata dagli invasori che hanno violentato, bruciato case, chiese, scuole, centri sanitari. Queste persone rappresentano tuttora una minaccia all’autonomia e alla dignità delle popolazioni indigene.

Jaime C. Patias
Consigliere Generale dei missionari della Consolata




Due missionari nominati cavalieri della Stella d’Italia


2 giugno 2018, festa dell’Italia a Nairobi

Grazie ai missionari e ai volontari italiani

Il 2 giugno scorso nella residenza dell’ambasciatore d’Italia a Nairobi, durante la celebrazione per la festa della Repubblica, l’ambasciatore, Mauro Massori, ha voluto ringraziare i missionari e i volontari italiani e ha insignito del titolo di Cavaliere della Stella d’Italia due missionari della Consolata, padre Gerardo Martinelli e suor Michelina Borra. Riportiamo le sue parole in una nostra traduzione.

“Tante grazie alle suore e ai preti italiani che senza stancarsi operano in Kenya seguendo (l’esempio) dei pionieri che arrivarono alla fine del 19° secolo; le vostre iniziative di sviluppo sono una vera testimonianza di quello che la frase impegno per l’umanità significa. Voi siete stati, e lo siete ancora, i migliori testimoni della presenza italiana in Kenya. Attraverso il vostro lavoro e la vostra missione, create davvero il terreno per l’amicizia tra i nostri popoli.

Tante grazie alle Ong italiane: la nostra voce, insieme a quella delle suore e preti italiani, negli angoli più dimenticati e poveri di questo paese. Grazie alla vostra dedizione, l’italia può giocare un ruolo importante che testimonia, anche più dell’impegno (più propriamente) politico, l’amicizia tra le nostre due nazioni. Grazie per la speranza e i sorrisi che voi continuate a mettere sulle facce che incontrate ogni giorno nel vostro lavoro. Forse non lo sapete, ma durante il mio servizio qui in Kenya, ho attinto proprio dal vostro lavoro l’ispirazione per andare avanti anche quando le cose sembravano difficili. Vi voglio dare solo alcuni esempi: le parole degli studenti della scuola Piccolo principe in Kibera (slum di Nairobi, ndr), fondata dall’AVSI, che hanno condiviso con me i loro sogni mentre rappresentavano Pinocchio; i sorrisi degli orfani e dei bambini vulnerabili ospiti in Nanyuki della Ong OSVIC, che grazie a Maria Grazia e al suo team ricevono amore e la possibilità di una vita dignitosa; e l’instancabile attività del dottor Morino nel Nehema Hospital (a Nairobi). Questo sono le cose che mi hanno dato il coraggio e la forza di andare avanti, affrontando le mie attività quotidiane con l’apertura e la gratitudine acquisite solo attraverso tali esperienze.

I Keniani probabilmente non ricorderanno mai quello che io ho detto o fatto negli ultimi quattro anni, ma non possono dimenticare quello che voi avete fatto e continuate a fare qui per loro e con loro”.

Cavalieri della Stella d’Italia

“Ho il piacere adesso di chiamare su questo podio suor Michelina Borra e padre Gerardo Martinelli (missionari della Consolata, ndr). Michelina e Gerardo, è per me un grande onore insignirvi del titolo di Cavaliere della Stella d’Italia per il vostro impegno senza fine qui in Kenya nell’assistere con amore, passione e compassione le persone più vulnerabili. Attraverso le vostre attività voi date un importante contributo a rafforzare i legami di amicizia tra il popolo del Kenya e quello dell’Italia.

Con questa onorificenza data dal presidente italiano Sergio Mattarella su richiesta dell’Ambasciata d’Italia a Nairobi, vogliamo celebrare non semplicemente due singole persone, ma anche l’incalcolabile ruolo giocato da tutti i padri e le suore dell’ordine della Consolata. L’ordine, stabilitosi in Kenya fin dal 1902, ha avuto un ruolo essenziale per lo sviluppo umano e spirituale del popolo di questa regione (permettetemi di ricordare qui la beatificazione nel 2015 di suor Irene che ha speso la sua vita in Kenya all’alba del secolo scorso, e la beatificazione, appena pochi giorni fa [26 maggio] a Piacenza, di suor Leonella Sgorbati, che, dopo aver speso più di trent’anni in Kenya, è stata uccisa nel 2006 a Mogadiscio da un estremista islamico).

Congratulazioni. Grazie. Viva la Consolata. Viva l’Italia. Ogni bene a voi e alle vostre famiglie”.

Massori Mauro
ambasciatore d’Italia in Kenya


Italian Day in Nairobi

Thanks to the Italian missionaries and Volunteers

“Many thanks to the Italian nuns and priests who effortlessly operate in Kenya following the pioneers who came at the end of the 19th century; your development initiatives are a true testament of what the sentence “commitment to humanity” means. You were, and still are, the best witnesses of the presence of Italy in Kenya. Through your work and mission, you do create the ground for the friendship between our peoples.

Many thanks to the Italian NGOs: our voices, jointly with that of the Italian nuns and priests, in the forgotten and poorest corners of this Country.  Thanks to your dedication, Italy can play a critical role which witnesses, even more than the political sphere, the friendship between our countries. Thank you for the hope and smiles you continue to put on the faces you encounter every day in your work. You might not be aware of this, but in the course of my service here in Kenya, I have drawn my inspiration to carry on, even when things seemed difficult, from your work. Just to give you a few examples, they have been the worlds of the students of Little Prince School in Kibera, founded by the Italian NGO AVSI, who have shared with me their dreams as they acted in the play “Pinocchio”, the smiles of the orphans and vulnerable children hosted in Nanyuki by the NGO OSVIC, who thanks to Maria Grazia and her team, receive love and a chance to live a life of dignity, and the tireless activity of Dr. Morino in Nehema Hospital, that have given me the courage and strength to go on, to face my daily activities with openness and gratefulness acquired only through such experiences.

Kenyans may never remember what I said and what I have done in the past four and a half years, but they cannot forget what you have done and continue to do here for them and with them.

New knights of the “Star of Italy”

It is my pleasure, now, to call to the podium Sister Michelina Borra and Father Gerardo Martinelli. Michelina and Gerardo, it is for me a really great honor to present you with the award of the Knight of the Star of Italy for your endless commitment here in Kenya to assist with love, passion and compassion, the more vulnerable people.  Through your activities, you give an important contribution also to the strengthening of excellent and friendly relations between the people of Kenya and the people of Italy.

With these awards, granted by the Italian President, Sergio Mattarella, on the proposal of the Italian Embassy in Nairobi, we intend to celebrate

not only the two single people but also the invaluable role played by all the sisters and fathers of the order of La Consolata. The order, established in Kenya in 1902, since then has played an essential role for the spiritual and human development of the people of this region (allow me just to recall the beatification in 2015 of Sister Irene who spent her life here in Kenya at the dawn of the last century and the beatification, just a few days ago in Piacenza, of Sister Leonella Sgarbati who, after spending more than thirty years in Kenya, was killed in 2006 in Mogadishu by Islamic extremists).

Congratulation!

Thank you. Viva la Consolata. Viva l’ Italia. All the best for you and your families.

Massori Mauro
Italian ambassador in Kenya

Padre Gerardo Martinelli Insignito il 2 giugno 2018 a Nairobi del titolo di Cavaliere della Stella d’Italia




Angola: Verso una nuova missione ad gentes

Testo sull’Angola di Marco Bello, foto di Diamantino Antunes |


Angola. Dalle grandi città in cui svettano i grattacieli e brulicano le baraccopoli, alle savane sperdute e spopolate. In Africa le sfide per la missione ci sono tutte. Così i missionari della Consolata iniziano un nuovo servizio. In una zona lontana e (quasi) abbandonata da 50 anni. Portando la loro esperienza e lo stile che li caratterizza.

È l’11 settembre del 2010 la data sulla prima lettera spedita da monsignor Jesus Tirso Blanco al superiore dei missionari della Consolata, all’epoca padre Aquileio Fiorentini. In essa il vescovo di Luena lo invita a mandare un’équipe missionaria nella sua diocesi. Siamo nell’Angola profonda, nella provincia di Moxito, al confine con Repubblica Democratica del Congo e Zambia. Il cuore dell’Africa.

Monsignor Tirso Blanco è argentino e salesiano. Ha passato una vita in Angola e dal 2008 è vescovo di questa diocesi, tra le più vaste dell’Africa subsahariana. Conosce il valore e lo stile dei missionari della Consolata, in particolare per il loro lavoro in Mozambico, paese lusofono, che ha similitudini storiche e culturali con l’Angola.

Ci racconta padre Diamantino Antunes, superiore dei missionari della Consolata in Mozambico e incaricato di seguire l’Angola: «Da quando è stato ordinato vescovo, mons. Tirso Blanco ha cercato per la sua diocesi quello di cui aveva, e tuttora ha, più bisogno: missionari. Non avendo clero locale e pochi religiosi missionari, è alla ricerca di équipe missionarie per far rivivere le antiche missioni che sono abbandonate da 50 anni, da quando è iniziata la guerra coloniale. Si rivolge sia in Angola sia all’estero. Lui conosce la nostra esperienza in Africa e, in particolare, nella missione ad gentes. Conosce il lavoro che facciamo in Mozambico dove siamo in aree difficili, di prima evangelizzazione. E apprezza il nostro approccio nella formazione di catechisti, dei laici come membri attivi della chiesa. Ha cercato quindi missionari qualificati per la sua diocesi, che potessero portare un valore aggiunto. Occorre essere disposti a lavorare in zone distanti e difficili, con metodologia nuova, anche se già sperimentata altrove».

Padre Diamantino è stato nella diocesi di Luena e in particolare nella cittadina di Luacano, lo scorso dicembre. È qui che il vescovo ha chiesto ai missionari della Consolata di riaprire una missione, e lo ha fatto tramite una seconda lettera, nel febbraio 2015, scritta a padre Stefano Camerlengo, eletto nel frattempo superiore dell’Istituto.

Missionari della Consolata in Angola. (© AfMC / Diamantino Antunes)

Una provincia isolata

Area molto vasta e sotto popolata, la provincia di Moxico è stata particolarmente toccata dal conflitto. Prima la guerra di liberazione dai coloni portoghesi (iniziata nel 1961) e poi, dal ‘75, la guerra civile tra Mpla (Movimento popolare di liberazione dell’Angola) e Unita (Unione per l’indipendenza totale dell’Angola). «La guerra ha colpito duro qui. Dall’inizio è stata zona di influenza di Unita, che l’ha controllata fino alla fine, nel 2002. Sono stati usati bombardamenti aerei che hanno distrutto le poche costruzioni permanenti, tra cui le chiese». Proprio qui è stato ucciso Jonas Savimbi, il leader storico dell’Unita, evento che ha portato alla fine delle ostilità.

A causa della guerra la provincia si è quindi ulteriormente spopolata. Molti sfollati sono fuggiti nei paesi confinanti e numerose sono state le vittime.

Oggi assistiamo a un impegno del governo per ricostruire le infrastrutture. Ricorda padre Diamantino: «Le cose stanno migliorando dal punto di vista della comunicazione. È stata ripristinata la ferrovia che collega la costa con Luena e i paesi confinanti. Il treno passa anche da Luacano. Questo è importante per rompere l’isolamento della zona, sia verso la capitale, sia verso gli altri stati. È una regione fertile per cui il governo sta cercando di svilupparla».

Il governo, in origine di ispirazione marxista leninista, è molto collaborativo con la diocesi, e vede bene l’insediamento di nuovi missionari in zone sperdute. Ci spiega padre Diamantino: «Passati gli anni della rivoluzione e dell’antagonismo, oggi il governo è interessato a collaborare con la chiesa cattolica. È infatti la chiesa maggioritaria nel paese e ha avuto molta influenza sull’educazione e la formazione. Le autorità vedono come un grande aiuto la sua presenza, soprattutto in questi posti più isolati».

E continua: «Forse anche perché la crisi economica sta attraversando il paese. In ogni caso la chiesa cattolica è vista come un’istituzione che può fare la differenza. In particolare, il vescovo salesiano ha una preoccupazione sociale molto forte. Lavora per attivare progetti per alfabetizzazione, scuola, sviluppo. E il suo lavoro è molto apprezzato».

Arrivo del gruppo di visitatori Missionari della Consolata a Luacano – Padre Freddy Gómez in compagnia di Dom Jesus Tirso Blanco, vescovo di Luena, all’arrivo alla stazione di Luacano, nell’Est dell’Angola, il 19 dicembre 2017 (© AfMC / Diamantino Antunes)

Un altro paese africano

Ma perché i missionari della Consolata, già presenti in nove paesi del continente, hanno deciso di affrontare una nuova sfida, proprio nel gigante angolano? Lo abbiamo chiesto a padre Fredy Alberto Gómez Pérez, che è stato tra i primi tre ad arrivare nel paese, il primo agosto 2014.

«Già nel capitolo generale di São Paulo del 2005 (riunione di tutti i delegati dell’Istituto nella quale si elegge il consiglio e il superiore generale, ndr) si era parlato di una nuova apertura missionaria e in particolare nell’Africa lusofona. Questo perché tra i paesi di lingua portoghese l’Istituto è presente solo in Mozambico. L’idea è stata ripresa sei anni più tardi con più forza ed è iniziata una ricerca per definire il paese», ci racconta padre Fredy.

«La scelta è caduta sull’Angola e le motivazioni erano due: il bisogno nel paese di missionari ad gentes, in terra di prima evangelizzazione, e una richiesta da parte di diocesi con bisogno di clero, per appoggiare il lavoro nella pastorale urbana». Padre Francisco Lerma Martínez, all’epoca superiore dei missionari della Consolata in Mozambico, oggi vescovo di Gurué, intraprese un viaggio in Angola, dove visitò tutte le diocesi e si confrontò con i diversi vescovi.

Era il 2011 ed esisteva già una richiesta pendente: quella di monsignor Tirso Blanco della diocesi di Luena. «I superiori si confrontarono con diverse congregazioni e vescovi e fu loro sconsigliato di iniziare con una missione in una zona come quella, lontana e complessa, un luogo di frontiera». La scelta quindi è andata alla diocesi di Viana, creata nel 2008 da uno smembramento dell’arcidiocesi di Luanda (la capitale). Qui il contesto è quello della periferia urbana della capitale, con alta densità di popolazione e il continuo arrivo di gente dalle province. I cattolici in quest’area sono il 40% della popolazione e la problematica principale è la mancanza di sacerdoti.

Capella di un villaggio di Luacano (© AfMC / Diamantino Antunes)

I primi tempi

Oltre a padre Fredy, gli altri missionari della Consolata a stabilirsi in Angola sono stati padre Dani Antonio Romero Gonzales, venezuelano, e padre Sylvester Oluoch Ogutu, keniano. Una squadra piuttosto giovane: tutti sotto i 40 anni e freschi di ordinazione. Solo Fredy aveva un’esperienza precedente in Repubblica Democratica del Congo.

«Ci accolsero i missionari Xaveriani di Yarumal, una congregazione colombiana. Ci ospitarono presso di loro alcuni mesi. La collaborazione fu ottima e lo è tuttora. La parrocchia che avremmo dovuto gestire, sant’Agostinho a Kapalanga, era stata ritagliata da un’altra molto più vasta. In un’area di 27 km2 vivono 17.000 persone. Ci sono otto cappelle intorno alle quali si riuniscono altrettante comunità. I molti fedeli avevano grosse difficoltà a recarsi nella sede parrocchiale piuttosto distante e la presenza dei sacerdoti era temporanea».

Ricorda padre Fredy: «Nei primi incontri con la comunità abbiamo sentito una sete profonda di presenza dei padri, e dell’ascolto della parola di Dio. Un sentimento e una necessità di tutti. Siamo stati accolti con molto calore». Le prime difficoltà sono state invece di tipo logistico. La parrocchia possedeva solo due terreni, su cui edificare la chiesa e la casa. «Essendo appena arrivati cominciavamo da zero: non avevamo casa, né mezzi di trasporto. Si è subito creata un’iniziativa di grande cooperazione missionaria, per cui gli altri paesi africani in cui i missionari della Consolata sono presenti, ma anche europei e sudamericani, in particolare il Brasile, hanno raccolto fondi per la nuova presenza in Angola».

I tre missionari sono stati per alcuni mesi dagli Xaveriani, per poi, grazie all’appoggio della comunità di Kapalanga, affittare un alloggio nei pressi della parrocchia, dove abitano tuttora. Racconta ancora padre Fredy: «Grazie alle offerte locali riuscimmo a costruire un salone, che funge oggi da chiesa parrocchiale temporanea, oppure da salone per le riunioni. Un altro problema pratico è stato il trasporto. Chiedevamo auto in prestito o andavamo con i mezzi pubblici e i mototaxi. Finalmente abbiamo acquistato un’auto e una moto».

L’accoglienza è stata dunque molto calorosa e, ricorda padre Fredy, difficoltà logistiche a parte: «Era necessario investire tempo nella formazione della comunità, non solo nelle infrastrutture, affinché assumesse una coscienza di vera famiglia. I fedeli ci accolsero molto bene e si diedero subito molto da fare per aiutarci, non solo per l’integrazione. Anche per trovare soluzioni ai problemi pratici».

Cappella di Luacano (© AfMC / Diamantino Antunes)

Secondo (e terzo) atto

Dopo il primo anno si è iniziato a parlare di una seconda missione da aprire. Restava pendente la richiesta di monsignor Tirso Blanco per Luacano. Ricorda padre Fredy: «Le opzioni sul tavolo erano due: Luacano in Luena, oppure Caxito, capitale della provincia di Bengo. Una diocesi nuova come quella di Viana e non lontana. Si optò per quest’ultima. Questo perché, essendo una seconda missione, era preferibile fosse vicina alla prima, per comodità logistica. Per condividere le esperienze e rafforzare la presenza dell’Istituto in Luanda nella pastorale della periferia urbana, molto popolata e carente di sacerdoti».

Non si poteva però restare sordi alla richiesta dell’Angola profonda, così «si decise che la terza apertura sarebbe stata in Luena, in tempi non troppo lunghi».

Sono arrivati in Angola tre nuovi missionari molto giovani, tutti sotto i 35 anni: Luis Antonio de Brito, brasiliano, e due tanzaniani: Heradius Germanus Mbeyela e Marcos Mwasatila Mapinduzi Simbeye. E nel 2016 è iniziato il lavoro nella parrocchia di Funda, diocesi di Caxito.

Questione di stile

Adesso i tempi sono maturi anche per Luacano e, dopo diverse visite, i missionari si apprestano a iniziare questa nuova avventura, entro la fine dell’anno.

Padre Diamantino: «Come missionari è una grande sfida. Anche se abbiamo l’esperienza e siamo ad gentes, siamo da poco in questo paese e le nostre due presenze vicino a Luanda sono molto diverse. Si tratta di zone urbane o periurbane, con buona presenza cattolica. Il lavoro è più facile da organizzare, da portare avanti. Lì stiamo portando un po’ del nostro stile. A Luacano, il contesto è molto diverso. I cattolici sono solo l’8-9% e il territorio è vasto e spopolato. Inoltre, oggi l’Istituto non ha a disposizione gli stessi fondi che aveva in passato e tutto diventa più difficile. Tuttavia, il gruppo di missionari che abbiamo in Angola è giovane e motivato. La scelta non è stata imposta dall’alto, ma sentita. Perciò sono disponibili ad andare, anche se la situazione è molto più difficile di dove siamo adesso. A Kapalanga e Funda c’è molto lavoro, ma anche molte soddisfazioni. Dove andremo a Luena si dovrà cominciare tutto da capo, occorrerà molto spirito missionario, per andare a cercare le persone, ricostruire le comunità. Sapendo che tante cose mancheranno: la tecnologia, le vie di comunicazione. Ma abbiamo uno spirito missionario da pionieri. Anche in Angola il nostro stile di presenza è marcato: con pochi mezzi, una presenza di contatto con la gente, e questo porta a una grande collaborazione da parte della popolazione».

Saluto di Mons. Tirso a Luacano (© AfMC / Diamantino Antunes)

 

Gente molto religiosa

Un’altra sfida nell’area di Luacano è la penetrazione di quelle che padre Diamantino chiama «sette cristiane e chiese indipendenti africane», che hanno preso lo spazio lasciato libero dalla chiesa cattolica.

Le prime sono costituite da gruppi che hanno origini esterne e si stanno diffondendo. Le chiese indipendenti africane, invece, sono un fenomeno in crescita nel continente. «Fondate da africani, in Africa, per gli africani, non sono legate a nessuna chiesa storica. Alcuni fondatori si considerano veri profeti. Queste chiese hanno qualcosa del cristianesimo, come l’uso del Vangelo, ma anche molti aspetti delle religioni tradizionali africane». In particolare, padre Diamantino si riferisce anche a riti più legati alla sfera della stregoneria che della religione.

«In generale questo popolo con cui andremo a lavorare è rimasto un po’ indietro, perché è molto isolato, questo anche nelle aree confinanti degli altri due paesi. Perciò non si sono lasciati molto penetrare dalla colonizzazione, né dall’evangelizzazione, rimanendo molto legati alla tradizione. Nei confronti dei popoli vicini hanno delle caratteristiche proprie. Praticano molto religioni tradizionali ma anche stregoneria».

E continua: «Quello che ho sentito è che si tratta di un popolo un po’ passivo. Nonostante la terra sia fertile, è poco sfruttata. Si dedicano in prevalenza alla pesca (c’è abbondanza di pesce nel lago Diolo, il più grande del paese, ndr) e alla caccia. Si limitano a poche colture, come la manioca. Anche dal punto di vista dello sviluppo umano sono indietro rispetto ad altri popoli. Hanno ricevuto meno educazione, e hanno meno intraprendenza di altri popoli. Penso che dipenda anche dall’isolamento e da un certo atavismo culturale». Fa quindi un parallelismo con una zona di missione simile in Mozambico: «È una zona simile dal punto di vista religioso e culturale a quella di Fingué, nella diocesi di Tete, in Mozambico (Cfr. MC maggio 2015). La differenza è che lì sono confinanti con paesi più sviluppati e questo fornisce influsso positivo.

A Fingué, nonostante le difficoltà c’è da parte della gente curiosità e apertura. Abbiamo lavorato per creare una base affinché la comunità possa svilupparsi, ovvero formato laici, catechisti, in grado di fare essi stessi la chiesa. L’esperienza in Mozambico può insegnarci molto per Luacano».

L’avventura continua

A fine giugno 2018 padre Fredy Gómez e padre Luiz Antonio de Brito si recheranno a Luacano con l’obiettivo di incontrare tutte le comunità. In particolare, quelle intorno al lago Diolo, che è l’area dove si concentra la popolazione. Qui si riesce ad andare solo quando non è stagione delle piogge. Il programma prevede che tre missionari della Consolata vi si stabiliscano a settembre.

Ci spiega padre Fredy: «Dobbiamo incontrare i leader locali e la gente attiva nella pastorale, come i catechisti e i laici impegnati. Sono coloro che sono riusciti a mantenere la presenza cristiana e cattolica in quelle zone durante gli ultimi 50 anni».

Marco Bello

Si preparano i tamburi per la celebrazione della Messa (© AfMC / Diamantino Antunes)




Sussurrare il Vangelo al cuore dell’Asia


Dall’esperienza mongola una riflessione sul vangelo in Asia:
Essere prima che fare

Essere cristiani in Asia significa fare i conti con un contesto nel quale si è minoranza. Chiamati a comunicare il Vangelo, lo si fa più con un sussurro discreto all’orecchio che con un annuncio gridato dai tetti delle case. È lo stile del seme che cade nella terra affidandosi e fidandosi.

È il più grande mosaico di culture, popoli e tradizioni religiose. L’Asia è il continente meno cristiano del mondo, ed è, per questo, un campo d’azione naturale per la missione ad gentes. È la sfida che i missionari della Consolata hanno raccolto 30 anni fa aprendo le loro presenze nel 1988 in Corea del Sud, poi in Mongolia nel 2003 e a Taiwan nel 2014.

Da allora la sfida asiatica regala prospettive nuove alla missione dell’Imc, tanto da spingere i missionari a scrivere a chiare lettere nel loro «progetto Asia» presentato e approvato un anno fa al loro XIII Capitolo Generale tenutosi a Roma: «L’Asia, con la ricchezza del suo bagaglio storico e culturale, potrà forse non sentire il bisogno dell’Imc, ma l’Imc ha bisogno oggi dell’Asia per rinnovarsi ed esplorare orizzonti nuovi della missione».

Il continente e gli orizzonti nuovi che esso regala alla missione ce li racconta padre Giorgio Marengo, torinese di 44 anni, arrivato quindici anni fa nella capitale della Mongolia, Ulaanbaatar, con il primissimo gruppo di missionari e missionarie della Consolata, e ora parroco ad Arvaiheer, un piccolo centro nel cuore della steppa dove i cattolici sono 37.

Profondità, prossimità, essenzialità

Prendendo a riferimento un’espressione dell’arcivescovo emerito di Guwahati, India, Thomas Menamparampil, padre Giorgio ci introduce alla missione in Asia descrivendola come un «sussurrare il Vangelo al cuore» del continente. Sussurrare, cioè comunicare con discrezione qualcosa di intimo e di profondo in una condizione di vicinanza fisica e di fiducia, in una relazione personale che rispetta i tempi lunghi della maturazione, quando avviene.

Prossimità, amicizia, umiltà, rispetto, profondità. La missione della Chiesa in una situazione di minoranza, a volte di discriminazione o di persecuzione, spesso di irrilevanza, è interpretata da padre Marengo come una grazia. Essere minoranza dona maggiore libertà, conduce all’essenzialità, restituisce il missionario alla centralità dell’azione di Dio, più che alla sua, essendo la sua caratterizzata da povertà di mezzi e di efficacia. Il missionario in Asia si riscopre fragile, piccolo. E così ha la possibilità di assomigliare di più al seme che cade in terra e muore, dando (forse) poco frutto dal punto di vista umano, molto frutto dal punto di vista del Regno.

Con lo stile della Consolata

I missionari della Consolata a giugno ricordano e celebrano la loro fondatrice, Maria Consolata. In Asia, sussurrare il Vangelo significa sussurrarlo con lei, per tramite suo, nel suo stile. Anche la Consolata sussurra al cuore. Sta vicina come una madre che consola indicando il senso e il centro della vita di ciascuno: suo figlio Gesù.

Luca Lorussso


Uno sguardo a volo d’uccello sul continente più grande:

Asia, culla delle grandi religioni

È il continente più grande del mondo. Ospita il 60% della popolazione mondiale. È anche quello più bisognoso dell’annuncio del Vangelo. Tentare una sua descrizione in poche pagine è impossibile. Ma qualche carattere asiatico, forse, possiamo scovarlo. I missionari partono da lì.

Presentare uno qualsiasi dei cinque continenti è un compito difficile, tanto più se si tratta dell’Asia1, continente che occupa il 30% delle terre emerse con i suoi 49 paesi e nel quale risiede il 60% della popolazione mondiale. In Asia convivono, in un affascinante intreccio, le tradizioni più antiche e le società più avanzate. È il continente di nascita delle principali religioni mondiali (Induismo, Buddhismo, Ebraismo, Cristianesimo, Islam) e di molte altre. Di fronte a una realtà così ampia e complessa, qualsiasi tentativo di renderne un’immagine sintetica ha il difetto dell’approssimazione e della generalizzazione. Tuttavia, ci vogliamo provare.

Territori e lingue

Data la vastità del suo territorio, le Nazioni unite suddividono l’Asia in cinque macroregioni (più una): Asia occidentale, centrale, meridionale, orientale e Sud Est asiatico, a cui si aggiunge la parte asiatica della Federazione Russa, la Siberia.

Nel continente si contano ben undici famiglie linguistiche delle quali fanno parte centinaia di idiomi. Le ricche ed elaborate lingue asiatiche (e le rispettive scritture) testimoniano uno «spessore» culturale davvero impressionante, che non si può trascurare. E ne sanno qualcosa i missionari non asiatici che si trovano nel continente.

Mosaico religioso

Per entrare in empatia con i popoli che abitano l’Asia è necessario, innanzitutto, provare a individuare le tendenze di pensiero che li attraversano, spesso intrecciandosi tra loro.

Tra le fonti autorevoli c’è l’Ecclesia in Asia, l’esortazione apostolica postsinodale di Giovanni Paolo II, pubblicata nel 1999, che ci autorizza a spingerci in questa direzione: «I popoli dell’Asia sono fieri dei propri valori religiosi e culturali tipici, come ad esempio l’amore per il silenzio e la contemplazione, la semplicità, l’armonia, il distacco, la non violenza, lo spirito di duro lavoro, di disciplina, di vita frugale, la sete di conoscenza e di ricerca filosofica. Essi hanno cari i valori del rispetto per la vita, della compassione per ogni essere vivente, della vicinanza alla natura, del filiale rispetto per i genitori, per gli anziani e per gli antenati, ed un senso della comunità altamente sviluppato. In modo tutto particolare, considerano la famiglia come una sorgente vitale di forza, come una comunità strettamente intrecciata, che possiede un forte senso della solidarietà. I popoli dell’Asia sono conosciuti per il loro spirito di tolleranza religiosa e di coesistenza pacifica». Più avanti il testo chiama in causa «un innato intuito spirituale e una saggezza morale tipica dell’animo asiatico, che costituisce il nucleo attorno al quale si edifica una crescente coscienza di “essere abitante dell’Asia”».

Entrare in questo «intuito spirituale» è di fondamentale importanza per noi missionari. Thomas Menamparampil, arcivescovo emerito di Guwahati (India), asiatico ed esperto del settore, con una visione d’insieme ampia e allo stesso tempo dettagliata della vita religiosa del suo continente, ne propone quattro caratteristiche peculiari: il senso del sacro; l’intensità della ricerca di Dio e del divino; la semplicità di vita; l’aspirazione a propagare gli insegnamenti religiosi.

Il senso del sacro

Il sacro e il divino fanno parte essenziale della psicologia collettiva asiatica. In molte parti del continente, i ritmi del vivere comune sono ancora oggi scanditi dalle pratiche religiose di svariate tradizioni (Induismo, Buddhismo, Islam, Giainismo, Taoismo, Shintornismo e altre ancora), senza che questo rappresenti in sé una stravaganza o una minaccia alla società regolata dai governi statali.

In alcuni paesi, anzi, sono tutt’ora in vigore forme di governo intimamente associate al potere religioso. In ogni caso, il sacro è qualcosa che non si discute neanche, perché appartiene all’evidenza del vissuto.

Altrove l’impatto con la modernità di stampo occidentale ha cambiato radicalmente l’atmosfera, imponendo stili e ritmi più secolari e apparentemente neutrali rispetto al dato religioso. Ma anche in tali contesti il riferimento religioso fondamentale resta un dato indiscusso, magari più relegato alla sfera privata, ma mai dimenticato o trascurabile. In Asia di solito non ci s’imbatte nell’affermazione «Dio è morto», bensì nella domanda «Quale Dio seguire?».

Intensa ricerca di Dio e del divino

C’è un’aspettativa nel cuore di chi appartiene alle tradizioni religiose dell’Asia: il maestro, a qualunque gruppo appartenga, deve essere capace di indicare Dio, di parlare di lui e del suo piano per il bene del suo popolo. Questa è l’area in cui le persone religiose sono chiamate a essere competenti.

Il misticismo non è la scelta di una élite, ma una dimensione della vita che, se non tutti possono praticare (in molte tradizioni è riservata ai monaci), appartiene comunque all’immaginario collettivo come ideale da raggiungere.

Un’altra parola chiave della religiosità orientale è profondità. Una proposta spirituale che mancasse di questo carattere, apparirebbe inaffidabile, ingannevole. Profondo è ciò su cui si può costruire, ciò che sostiene anche se non si vede, è ciò che resta quando finiscono le parole; ciò che s’intuisce durante una cerimonia sacra o nell’armonia dell’arte religiosa; ciò che dura nel tempo, perché ha già attraversato tante generazioni e si è sedimentato in una letteratura, in testi sacri da maneggiare con rispetto.

Il passo dalla profondità alla preghiera è molto breve, anzi spontaneo. Preghiera e devozione sono un altro aspetto della medesima ricerca di Dio e del divino che in Asia ha prodotto esperienze tra le più ricche. La dimensione della preghiera, del culto e dei riti non si è mai offuscata (come invece è successo in Occidente), ha conosciuto un percorso storico in cui è rimasta viva e articolata. Pregare è la norma, non l’eccezione. Non va giustificata la preghiera, semmai va spiegata la sua originalità che la distingue da quella praticata in un’altra religione. In ogni caso l’esperienza di preghiera appartiene al cuore del cammino spirituale e costituisce il contesto più adatto alla comprensione e diffusione del messaggio religioso. Un aspetto strettamente collegato alla dimensione orante della vita è la ricerca di solitudine, di raccoglimento. In tutte le forme religiose sviluppatesi in Asia esiste un anelito all’intimità con il divino che solo una certa dose di isolamento e silenzio sembrano favorire. L’esercizio delle pratiche ascetiche richiede un contatto con se stessi che esige attenzione all’interiorità e distacco, almeno temporaneo.

Semplicità di vita

Un altro aspetto della religiosità asiatica è il convergere di tante fedi sulla necessità e sul valore di uno stile di vita sobrio. La semplicità riflette un’attitudine molto apprezzata nella persona religiosa in Asia: il giusto distacco dalla materialità delle cose.

Semplicità e sobrietà favoriscono una vita centrata sull’essenziale, identificato quasi sempre con la ricerca spirituale. Una vita che si lasci sommergere da preoccupazioni mondane di ricchezza, accumulo e competizione tiene il praticante lontano dal raggiungimento dei suoi ideali.

Propagazione degli insegnamenti religiosi

Il concetto di «missione» è maturato in ambito cristiano e dunque gode di una sua originalità che l’Occidente postmoderno fa fatica a comprendere e accettare. In Asia invece la tendenza di una dottrina religiosa a diffondersi e quella dei suoi fedeli a propagarla è un dato pacificamente accettato, anzi ne testimonia la validità. Mentre in Occidente si manifesta resistenza (sensi di colpa storici, timore d’ingerenza nella libertà altrui, ecc.) nel panorama religioso asiatico non desta stupore il fatto che una dottrina o una via di sapienza cerchi di diffondersi.

Cristiani esigua minoranza

In questa terra vasta e complessa, trova il suo spazio anche la fede cristiana, benché sia praticata per lo più in condizioni di minoranza e talvolta di discriminazione (o di aperta persecuzione; cfr Cristian Nani, Una fede pericolosa, MC maggio 2018). Negli ambienti missionari si parla di ad gentes per indicare lo specifico della missione in contesti in cui essa rappresenta per gli interlocutori il venire in contatto per la prima volta con il Vangelo e la persona di Gesù Cristo, dal momento che altre tradizioni religiose e culturali hanno plasmato quelle società. Ebbene, in Asia l’ad gentes è una realtà evidente. Non v’è dubbio che i non cristiani sono gli interlocutori principali della Chiesa in Asia. Per questo motivo il magistero missionario del postconcilio ha più volte richiamato l’attenzione proprio sul continente asiatico descrivendolo come il più bisognoso di evangelizzazione2.

A questo riguardo Ecclesia in Asia, al n.1 dice: «Dato che Gesù è nato, vissuto, morto e risorto in Terra Santa, questa piccola porzione dell’Asia occidentale è diventata terra di promessa e di speranza per tutto il genere umano. Gesù conobbe ed amò quella terra, facendo sue la storia, le sofferenze e le speranze di quel popolo; ne ebbe cara la gente». Soffermiamoci su queste ultime parole: anche noi siamo chiamati a entrare in questo movimento di amore per i popoli dell’Asia. È la legge dell’incarnazione che ci spinge a entrare in profonda sintonia con le persone a cui siamo mandati, e quindi con le loro culture, la loro storia, le loro tradizioni religiose e filosofiche, la loro sapienza, la loro psicologia.

Giorgio Marengo

Note:

1  M. De Giorgi, Missione e culture in Asia. Tra passato e presente, in «Quaderni del Centro Studi Asiatico», 11 (2016).
2  Giovanni Paolo II indicava il continente asiatico come quello «verso cui dovrebbe orientarsi principalmente la missione ad gentes» (Redemptoris Missio, 37).


Il cristianesimo in Asia

Il Cristianesimo ha conosciuto una sua diffusione in Asia già dai primi secoli. C’è un dato storico che a molti sfugge: all’indomani della Pentecoste, la prima generazione di credenti si spinse in due direzioni, nel bacino del Mediterraneo, giungendo fino al cuore dell’Impero romano, e in direzione Est, verso l’Asia appunto.

I cristiani d’Oriente avevano centri di eccellenza teologica, monasteri e biblioteche nella zona dell’attuale Turchia e Iran. Questa cristianità assunse ben presto dei tratti peculiari, arrivando anche a dissentire su questioni teologiche ai concili ecumenici, come testimoniato dal caso del patriarca di Costantinopoli Nestorio a Calcedonia (451).

Fu proprio grazie ai credenti delle prime generazioni, soprattutto attraverso le vie del commercio che già attraversavano il continente (come la via della seta), che il Vangelo giunse alle popolazioni asiatiche.

La storiografia tende a identificare questi cristiani con l’appellativo di Nestoriani. Occorrerebbe precisare questo titolo e il suo significato; in ogni caso, accettando convenzionalmente la dicitura, dobbiamo riconoscere che già intorno al VII secolo la fede cristiana era attestata in Cina e quasi contemporaneamente nelle zone centrali del continente. Per non parlare dell’India, con la sua tradizione sull’apostolo Tommaso.

Furono poi gli ordini mendicanti del XIII secolo a prendere il testimone dell’evangelizzazione del continente, dopo l’avanzata dell’Islam e il consolidarsi del Buddhismo in gran parte dei territori.

Quando i Gesuiti arrivarono in Cina e Giappone nel XVI secolo iniziò una nuova fase. Il dato è che, per vari fattori storico culturali, a quel tempo il Cristianesimo era rimasto ai margini delle società in cui era penetrato e, in alcuni casi, del tutto perduto.

Eventi storici non favorevoli? Errori di strategia missionaria? Mancanze e debolezze dei missionari stessi? Incidenti diplomatici?

Tutto va certamente analizzato, però a me piace pensare che la situazione di minoranza in cui versa la fede cristiana anche oggi in Asia non sia da ascriversi solamente a una congiuntura storico sociale, e che ci riveli qualcosa di profondo e, in qualche modo, di provvidenziale: non necessariamente il cristianesimo è destinato a diventare cristianità, a plasmare cioè società intere, al punto di diventare la religione principale (e dominante).

Se in occidente questa è stata l’evoluzione, non è detto che essa sia l’unica possibile e neanche la più auspicabile. È importante rendersi conto che non esiste solo il modello Europeo, come se le società dovessero in qualche modo attestarsi tutte in modo naturale sulle stesse posizioni.

Il nostro punto di riferimento deve sempre rimanere il Vangelo, la logica del Regno di Dio che Gesù ha sempre descritto in termini di piccolezza, sproporzione, inferiorità, seme che cade in terra e muore, lievito nella pasta, lume di una candela che illumina la stanza.

Il primo Asian Mission Congress, tenutosi in Thailandia nel 2006, tirava queste conclusioni, guardando alla storia del Cristianesimo nel continente: la Chiesa Cattolica in Asia ha dato il più alto numero di martiri. Dovunque ci sono missionari o cristiani locali che sopportano fatiche per la loro fede, facendo della loro vita un dono per gli altri, la Chiesa cresce. La testimonianza vivente di molti cristiani in Asia è un miracolo degno di essere celebrato.

G.M.

A d essi vanno aggiunti i circa 2 milioni di cristiani del Libano (ca. 345 della popolazione che al 2016 era di 6 milioni)


Una missione fatta di forza interiore e discrezione:

Comunicare prossimità

Prendendo in prestito l’espressione di un arcivescovo indiano cara alla riflessione missionaria del continente asiatico, «sussurrare il Vangelo al cuore dell’Asia», possiamo introdurci nel mistero di una missione fatta di forza e fragilità, profondità, fiducia e prossimità. Completamente nelle mani di Dio.

Il parlare cristiano di Dio è percepito nell’Occidente postmoderno come qualcosa di «antipatico». Forse è per questo che viene spontaneo concentrarsi più sui mezzi per farlo che sui contenuti. Come se dovessimo ottenere un lasciapassare, un’autorizzazione che ci verrebbe concessa, appunto, per il semplice fatto di usare tecniche comunemente riconosciute.

Se questo fosse vero, il rischio grave sarebbe quello di perdere l’originalità del messaggio cristiano che sta proprio nel suo essere scandaloso. Parla, infatti, dell’irruzione nel mondo di Dio fattosi carne, di Dio che abita la nostra umanità allargandola al cielo.

Il dire cristiano su Dio e la missione, stanno in questo paradosso: del Dio ineffabile non si può parlare e, allo stesso tempo, non si può tacere.

Sussurrare il Vangelo

La missione sta nel mettere in comunicazione il «cuore» con il Vangelo e nell’innescare quel delicato processo di dialogo e crescita nel quale nessuno dei due interlocutori rimane indifferente all’altro. Ecco perché vorrei parlare della missione come di un «sussurrare il Vangelo al cuore dell’Asia», prendendo in prestito l’espressione usata al sinodo per l’Asia del 1999 da Thomas Menamparampil, arcivescovo emerito di Guwahati (India): perché ritengo che per parlare del mistero di quest’incontro, sia più efficace un’espressione evocativa, un’immagine, piuttosto che una teoria o un «paradigma» missionario.

Quest’espressione sta avendo, con sorpresa dello stesso Menamparampil, un grande impatto nella riflessione missiologica del continente. Egli la usa come una sorta di bilancio dei suoi 80 anni spesi ad annunciare il Vangelo nel mondo indiano e nelle tante parti d’Asia nelle quali la Provvidenza lo ha chiamato. Allo stesso tempo ritiene che sia in qualche modo la «formula» per il futuro del lavoro missionario nel suo continente. E, io aggiungerei, anche negli altri.

Prossimità, fiducia, profondità

Il verbo «sussurrare» allude a una relazione. Nel nostro caso, una relazione con Dio ricevuta come dono e coltivata come scelta d’intimità, preghiera, dialogo vitale. Noi missionari siamo chiamati a sussurrare al cuore di Dio e a lasciare che Colui che ci manda a essere sue epifanie presso i popoli asiatici sussurri al nostro cuore. Siamo chiamati a metterci in relazione con le persone alle quali siamo inviati, alla vicinanza, all’immersione nel loro mondo.

Due persone si sussurrano a vicenda qualcosa solo quando sono in confidenza. Non si sussurra all’orecchio del primo che capita. E quello che si comunica nel sussurro è qualcosa di profondo, di vitale, che esige un certo pudore, un’aura di mistero, oltre che di rispetto.

Da quando mons. Menamparampil ha usato quest’espressione, essa è rimasta impressa in molti. Alcuni gli hanno fatto notare che suonava come una posizione troppo timida, quasi in contrasto con il coraggio che proprio in quegli anni Giovanni Paolo II chiedeva alla chiesa missionaria. In realtà l’espressione non invita al timore o al calcolo («se sussurriamo forse evitiamo conflitti»), ma alla necessità di mettere al centro dello stile missionario prossimità, fiducia e profondità.

Non sono forse questi gli strumenti con cui il Signore introdusse progressivamente i suoi amici al mistero della sua persona? Vengono in mente le scene dell’incontro di Gesù con la samaritana, con Nicodemo e, soprattutto, con i discepoli al cenacolo. Gesù si consegna ai suoi, versa il suo cuore proprio nel contesto di un incontro intimo, che anticipa il suo sacrificio.

Dire a voce bassa in modo personale

Il verbo «sussurrare» è evocativo già nella sua pronuncia: è musicale, produce un suono leggero e gradevole per l’orecchio. Ha il significato di «dire a voce bassa e sommessa, perché senta solo chi è vicino, o la persona a cui ci si rivolge»3. Esso indica, quindi, una modalità di comunicazione personale, che avviene nell’ambito di una relazione di amicizia, confidenzialità e sintonia, in un clima di empatia, discrezione e pacatezza. Torna alla mente l’immagine del servo del Signore che «non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce» (Is 42,2), scelta da Gesù per descrivere il suo ministero (cfr. Mt 12).

In Asia ci sono insegnamenti sacri nelle sue numerose tradizioni religiose che vanno trasmessi in confidenzialità: i sutra, ad esempio, ma anche i mantra, parole sacre recitate spesso sottovoce.

Così la Parola evangelica: per la sua qualità di essere allo stesso tempo rivelata e ineffabile, perché appartenente a Dio Altissimo, rifugge i toni chiassosi e gli slogan. Pensiamo a colui che è padre di noi missionari della Consolata nella sequela e nella missione, il beato Giuseppe Allamano, e alla sua attenzione alla persona, alla sua riservatezza, al suo stile discreto. La consegna della Parola sembra più adeguata quando a sussurrarla sono persone diventate segno di quel mistero che essa significa e a cui rimanda.

L’Asia dona la preghiera alla missione

La missione in Asia ci spinge oggi a riaprirci a dimensioni che forse non eravamo più abituati a considerare come specifiche della nostra vocazione. Una di esse è la preghiera. Normalmente, infatti, si associa alla missione prima di tutto l’idea della promozione umana, della lotta alla povertà, all’ingiustizia. C’è stato un tempo in cui lo slancio per le grandi cause dell’umanità ci aveva quasi fatto mettere da parte la preghiera, considerata una caratteristica adatta più ai contemplativi che a noi. «Noi – si diceva – siamo missionari, quindi…». Quindi? Pensiamo veramente che la missione sia esclusivamente un «fare»? E cos’è che davvero qualifica il nostro fare? La preghiera è solo una sorta di dovere da adempiere per essere dei bravi missionari, ma che «accadrebbe» separatamente dalla missione? Prima o dopo, ma non contemporaneamente? Devo a tutti i costi «fare qualcosa» per sentirmi missionario o posso prendermi del tempo per capire quali siano le «cose» più richieste dalla realtà in cui vivo?

Non esiste un solo modo di essere missionari; è invece importante che le nostre scelte siano in piena sintonia con il carisma del Beato Allamano.

Non si tratta di rinunciare all’azione per ritirarsi in una contemplazione staccata dalla realtà, ma di cogliere la sfida che l’Asia ci lancia per (ri)scoprire tutta la fecondità della dimensione contemplativa della missione.

Sembra, infatti, che nei nostri ambienti si faccia ancora fatica a comprendere che facciamo missione nell’atto stesso del nostro darci a Dio nella preghiera. Nonostante l’esempio di alcuni grandi missionari degli ultimi decenni: Charles de Foucauld, i monaci martiri dell’Algeria, madre Teresa di Calcutta, per non parlare del nostro Fondatore.

Mons. Menamparampil lo dice così: «La necessità di penetrare il mondo interiore di una società e di capire il suo funzionamento e la conformazione dei suoi ritmi emozionali è estremamente importante quando si tratta di condividere la propria fede. Più la si condivide in maniera casuale, più essa rimane superficiale. L’aspetto della profondità è importante come la qualità dell’intimità. Gli Asiatici stimano la profondità al di là di quale sia la fede a cui uno appartiene. Essa indica anche l’intimità che la persona ha con il suo “sé” reale. Nella spiritualità indiana, la ricerca del “sé” è uno degli obiettivi più alti. Se il comunicatore è vicino al suo “sé superficiale”, anche il contenuto e lo stile della sua comunicazione lo rifletteranno. Ma se egli è spesso con il suo “sé più profondo”, quando comunica un messaggio attrae l’attenzione»4. Oggi, anche grazie all’esperienza della missione in Asia, siamo più consapevoli che la preghiera è essa stessa via di evangelizzazione.

Una Parola ospitale, nel rischio del rifiuto

Tornando all’immagine del «sussurrare», è importante sottolineare che è il Vangelo a essere sussurrato e nient’altro, tanto meno qualcosa che appartenga solo all’evangelizzatore. Ad accogliere (o rifiutare) il Vangelo, poi, è niente meno che il cuore dell’altro, quel luogo nel quale risiede il suo mondo, la sua cultura, il suo orizzonte.

«Parlare di Dio non può essere come far calare una cappa di piombo sulle cose – scrive Fabrice Hadjadj, scrittore e filosofo francese -. Prima di tutto è un’alba che sorge. […] Ecco l’ineffabile: sta di casa sotto le parole di tutti i giorni. […] Non possiamo parlarne come si parla di una cosa fra le tante, ma non possiamo neppure parlare delle cose della vita se taciamo di Lui che è il loro principio e il loro fine. Portare il suo Nome non vuol dire farlo cadere dall’alto, ma lasciarlo salire dal fondo di ogni realtà. In questo modo la domanda “come parlare di Dio?”, rinvia non tanto a un argomento di conversazione, ma a una modalità ospitale di uso della parola»5.

Il carattere «ospitale» è proprio quello che vorrei descrivere per la missione in Asia: un’ospitalità evangelica restituita a chi ha accolto a casa sua i missionari del Vangelo. E quanto impegno devono profondere i missionari per farsi accogliere davvero dai popoli asiatici. Spesso è forte la sensazione di essere appena tollerati. In questo impegno di empatia, ascolto, studio, inculturazione, non dobbiamo mai perdere di vista il carattere scandaloso del Vangelo: infatti non è raro che la libertà altrui, rispettata e fattivamente accolta, comporti il rifiuto. Scrive ancora Hadjadj: «L’efficacia della proclamazione genera sempre la possibilità di un rifiuto ancora più violento di quello prodotto da una proclamazione meno efficace. […] Sarebbe un errore credere che, se perfetta, la comunicazione evangelica otterrebbe un consenso necessario»6.

Amicizia, parola, sacramento

Tra le varie figure di spicco che nel secolo scorso hanno saputo andare in profondità nell’esplorare (e vivere) la missione e che ci pare utile citare, c’è Catherine Doherty (1896 – 1985). Ispirandosi a uno scritto di Jacques Loew, l’attivista russa emigrata in America riassumeva l’attività missionaria in tre fasi: un tempo di amicizia, un tempo della Parola e un tempo del sacramento. La prima fase, quella dell’amicizia, è per lei fondamentale: non è semplicemente una preparazione, destinata a scomparire in uno stadio successivo, ma la costante che accompagna sempre la vita missionaria. È da seguire con pazienza, senza fretta. Questo tempo di amicizia è il tempo più lungo, la dimensione principale che caratterizza l’azione missionaria. Nella vita dell’evangelizzatore è il risvolto esistenziale, pratico, dell’incarnazione di Dio: assumere la condizione umana, entrare nella trama del tempo e dello spazio e, dunque, della cultura, della storia, della terra così come si presenta nel luogo specifico nel quale ci si trova.

C’è poi la seconda fase, quella della parola. Essa si realizza solo quando l’amicizia ha messo radici profonde. Solo allora si è in grado di esternare la «notizia bella» che si è stati inviati ad annunciare.

Anche qui l’insistenza di Catherine Doherty è sulla delicatezza, la prudenza: «Lo facciamo lentamente, con gentilezza, cambiando la fraseologia e la semantica, in modo che siano adatte ad ogni persona e ad ogni contesto».

È in questo momento che si fa esperienza di tutta l’inadeguatezza strutturale che ci si porta addosso. Per gli evangelizzatori che hanno abbandonato la loro terra per inserirsi in un’altra, questa è l’esperienza più radicale: lingua, riferimenti socio-culturali, storia, tradizioni, religioni sono altri rispetto ai propri, e ci si rende conto che questo incide non poco sulla comunicazione e l’annuncio. È allora che si diventa veri strumenti di chi invia, perché si apre la bocca «in suo nome», non confidando nelle proprie strategie e risorse. S’impara a riconoscere chi si è veramente: un seme che deve morire se vuol portare frutto. In questa impotenza consegnata si apre il solco perché la Parola venga sussurrata, cada e porti frutto.

La terza fase infine è quella del sacramento. È il passaggio cruciale, anzi cruciforme. È il vivere in prima persona la Pasqua, il passaggio dal predominio del proprio io a quello della Grazia. Questo rende liberi, come lo era san Paolo al termine del suo pellegrinaggio terreno. Non si dipende più dalla realizzazione di un qualche proposito o dal giudizio altrui (positivo o negativo che sia), ma unicamente dallo Spirito che cristifica, che porta l’immagine alla somiglianza.

Conformarsi a Cristo crocifisso

Una riflessione missionaria che non tenga conto di questo mistero di conformazione al Cristo crocifisso e risorto si ferma sulla soglia. Le tre fasi descritte dalla Doherty non sono altro che gli stadi attraversati da Cristo stesso. E la proporzione tra di essi dice qualcosa d’importante al modo di concepire e vivere la missione: trent’anni spesi nel tempo dell’amicizia, tre anni di Parola (il suo ministero pubblico) e pochi giorni nel compimento del mistero pasquale.

Raccontare il Vangelo, anzi, sussurrarlo, trasmette la fede – o, meglio, genera alla fede – solo dentro una particolare vicinanza, quella che si crea in relazioni di prossimità discreta che possono diventare autentica fraternità.

Far fiorire è il mestiere di Dio. All’evangelizzatore è riservato il lavoro sul terreno.

Giorgio Marengo

Note:

3  Cfr. la voce «sussurrare» in Treccani 2014 – Dizionario della Lingua Italiana, Giunti Scuola, Firenze 2013.
4  Citazione da un testo inedito di T. Menamparampil, condivisomi di recente da lui stesso.
5  F. Hadjadj, Come parlare di Dio oggi? Antimanuale di evangelizzazione, Edizioni Messaggero, Padova 2013, 56-57.
6  Come parlare di Dio oggi?, cit., 101.


Sussurrare la Consolata

Siamo nel mese del quale celebriamo la Consolata. In tutto il mondo, decine di comunità la ricordano e festeggiano. Cosa succederebbe se sostituissimo la parola «Vangelo» con il nome di Maria nell’espressione di mons. Menamparampil, «Sussurrare la Consolata al cuore dell’Asia»?

Sarebbe forse suggestivo, ci dice padre Giorgio Marengo, autore di questo dossier, ma si arriverebbe allo stesso punto. Perché sussurrare la Consolata all’orecchio di qualcuno vorrebbe comunque dire indicare Maria che, a sua volta, indica suo Figlio.

«Penso che “sussurrare la Consolata” si possa dire nel senso di aiutare le persone a riferirsi a lei in una maniera esperienziale, confidenziale. Cosa che tra l’altro in qualche modo gli asiatici già fanno.

Se noi sussurriamo Gesù, dentro quel sussurro c’è anche lei. Ogni volta che invitiamo qualcuno ad aprirsi al Signore, in questa dinamica c’è la presenza di Maria. Viceversa, più si sta con lei, più si va verso Gesù».

Immagine della Consolata in stile coreano, opera della pittrice Shim Sun-hwa Caterina

Nel processo di sussurrare il Vangelo, la Madonna è quella dalla quale i missionari imparano, perché la vicinanza, la discrezione, l’ascolto, la profondità sono tutte caratteristiche di Maria che, con la sua presenza discreta che non attira a sé ma a suo figlio, indica lo stile giusto. «Sussurriamo suo figlio e allo stesso tempo imitiamo lei, che è schiva ma anche presente».

Oltre alla figura di Maria Consolata, anche il tema della consolazione è in sintonia con lo stile del sussurro. «L’aspetto della Consolazione credo che sia una delle nostre caratteristiche che meglio si sposa con l’Asia, con alcune delle componenti della sua spiritualità. Ad esempio uno dei pilastri forti della spiritualità buddhista è la compassione», ci conferma padre Ugo Pozzoli, fino a un anno fa membro del consiglio Generale dell’Imc con l’incarico speciale di seguire l’Europa e l’Asia. «Per dire consolazione in mongolo – aggiunge padre Giorgio – ci sono almeno tre espressioni: la prima si riferisce all’azione di calmare un dolore fisico. Si trova ad esempio nei bugiardini delle medicine: sollievo da una pena. Poi c’è una seconda espressione che ha un significato più ampio, simile a quello che intendiamo noi per consolare. Infine la terza espressione può essere tradotta letteralmente con “aggiustare il cuore”, nel senso di riparare, sistemare, come fa un meccanico con un motore. Effettivamente Maria aggiusta il nostro cuore, lo sintonizza con il cuore di Dio. Lo purifica, lo cura».

Sussurrare il Vangelo con la Consolata, quindi, sapendo che il contenuto del sussurro rimane Gesù.

Luca Lorusso

Missionari della Consolata in Asia in assemblea precapitolare a fine 2016


L’IMC in Asia

Il sogno asiatico dell’Istituto è antico. Un primo tentativo di «sbarcare» in Asia avviene tra il 1928 e il ‘29, quando quattro missionari della Consolata giungonoi in India, nella provincia del Madhia Pradesh. L’esperienza dura solo tre mesi, interrotta dalle decisioni della Visita Apostolica che l’Istituto subisce in quegli anni.

Quando si apre la prima stabile presenza Imc in Corea del Sud nel 1988, si realizza un desiderio che è appartenuto già al beato Giuseppe Allamano: «Io non vedrò, ma un giorno andrete in Cina, India, Giappone, Tibet…». Nel gennaio di quell’anno arrivano nel paese asiatico i primi quattro missionari della Consolata. Le altre due aperture avvengono nel 2003 in Mongolia e nel 2014 a Taiwan. In Mongolia, i primi missionari, arrivati assieme alle missionarie della Consolata, entrano nell’estate del 2003, si stabiliscono nella capitale, Ulaanbaatar, con l’intento di «fare missione insieme, in comunione». A Taiwan si inizia nel settembre 2014.

Il mandato dell’ultimo Capitolo Generale è quello di rafforzare le presenze attuali in modo da consolidarle e dare all’Imc in Asia una prospettiva concreta di permanenza e sviluppo.

Luca Lorusso


L’ad gentes in Asia: Con lo stile del seme

Poca visibilità e, molto spesso, pura insignificanza. La condizione di minoranza della Chiesa in Asia potrebbe essere letta come un ostacolo insormontabile, oppure come una posizione privilegiata per purificare la missione e rimanere ancorati all’essenziale.

L’ambiente umano in cui la Chiesa si trova a vivere e testimoniare la propria fede in Asia è per lo più di vero ad gentes, nel senso che trova i propri riferimenti e identità al di fuori del Cristianesimo.

Questo dato è di notevole importanza, perché indica che la presenza e l’operato della Chiesa si confrontano quotidianamente con la poca visibilità e, molto spesso, la pura insignificanza. Siamo lontani da realtà in cui la Chiesa rappresenta una forza trainante della società e un’istituzione riconosciuta e stimata (o criticata).

Il confronto storico forse più pregnante è quello con le prime comunità cristiane diffusesi a Est del fiume Eufrate nell’età postapostolica. Esse dovettero misurarsi da subito con culture e tradizioni religiose preesistenti e con i più diversi sistemi politici, quasi sempre non benevoli nei loro confronti.

La libertà dell’essenziale

Proprio questo carattere minoritario, defilato, quasi nascosto è, però, altamente significativo e può rappresentare una grande risorsa. La Chiesa è più simile al seme caduto in terra. Cresce nel nascondimento e può dedicarsi più liberamente all’essenziale. Si regge sull’oblatività dei suoi membri ed è scevra da protagonismi e tentazioni mediatiche. Niente a che vedere con una mentalità da ghetto o da rifugio esclusivista, al contrario, la povertà di immagine e di influenza sociale permette una maggiore trasparenza al messaggio evangelico.

Questa condizione di minoritarietà può allora diventare scelta consapevole di un’evangelizzazione portata avanti con la testimonianza personale, i contatti fraterni, l’impegno non rumoroso per una società più giusta e accogliente.

Stupore, incomprensione, testimonianza

È interessante constatare come anche nell’Occidente postmoderno questa dimensione della testimonianza sembra aprire spazi di luce sul tema della missione. «L’annuncio si trasforma in testimonianza vissuta; testimonianza che, appunto, presuppone una mancanza di dimostrazione e di evidenza, ma che unica può trasformare il linguaggio verbale in un linguaggio pratico ed etico. In questa maniera la missionarietà non indirizza le sue energie nel raccapezzare un senso ormai disperso, ma tenta di evangelizzare il frammento diventando in sé stessa richiamo agapico. […] La testimonianza lascia spazio alla meraviglia, allo stupore, all’incomprensione, cioè a quegli atteggiamenti che trasportano il soggetto postmoderno “al di fuori di sé” nell’attimo di un incontro»7.

La fede chiamata a ricomprendersi

L’Ecclesia in Asia lo ha detto chiaramente al n. 23: «Un fuoco non può essere acceso che mediante qualcosa che sia esso stesso infiammato». Non sentiamo qui riecheggiare le parole del nostro fondatore il beato Giuseppe Allamano? Dovremmo forse fermarci a considerare più a lungo il suo insegnamento: la sua è una vera e propria «mistica dell’annuncio missionario», come l’ha sviscerata e portata in luce il troppo poco conosciuto studio del domenicano padre Ceslao Pera8.

L’originalità di una missione veramente ad gentes è anche questa: il missionario vive in un ambiente privo di riferimenti (almeno espliciti) al Cristianesimo. L’impegno per comprendere e decifrare tale ambiente apporta conoscenze nuove, fa scoprire modi altri di vedere la vita e la relazione con il divino e, dunque, provoca la fede a una ricomprensione radicale di se stessa.

Il dialogo diventa allora una scuola di studio e di riflessione che, oltre ad arricchire il missionario di conoscenze su altre tradizioni, l’aiuta a dischiudere la profondità del mistero cristiano in un modo forse più determinante di quanto non avvenga all’interno di una società «cristiana».

Veglia pasquale ad Arvaiheer con battesimi dei neofiti.

Paura, presunzione, evasione

L’aveva capito molto bene san Francesco Saverio nel XVI secolo: nelle sue lettere rivolte a chi lo avrebbe seguito in India e in Giappone egli insisteva molto sulla virtù apostolica dell’umiltà interiore. In una lettera del 1549 da Kagoshima (Giappone) avvisava i candidati alla missione asiatica che avrebbero dovuto affrontare una triplice tentazione: il pericolo della paura, il rischio della presunzione e la possibilità di evasione dal reale.

L’impatto con culture, religioni, società, situazioni ambientali e umane così altre mette paura, provoca un inaspettato contatto con la parte più fragile di noi stessi. Ecco allora il primo grande vantaggio: dalle ceneri del nostro io andato in frantumi può nascere una nuova fiducia in Dio: «Vi scongiuro pertanto, in tutte le vostre cose fondatevi totalmente in Dio, senza confidare nel vostro potere o sapere od opinione umana»9.

La seconda tentazione è quella della presunzione: a volte, il missionario è tentato di giudicare le cose  non a partire dal Vangelo, ma dai propri riferimenti culturali, rasentando il complesso di superiorità. Il contatto con le ricche tradizioni asiatiche può stemperare questo rischio: «Credetemi, voi che verrete in questo paese, avrete l’occasione di provare quanto valete. Per quanta diligenza voi mettiate per guadagnare ed ottenere molte virtù, siate certi che non ne avrete mai abbastanza»10. Anche questa è una grazia.

Ma c’è una terza prova a cui i missionari sono sottoposti in Asia: il rischio di evadere continuamente dalle sfide del quotidiano rifugiandosi in una realtà creata da loro stessi. Oggi, con l’aiuto di social network e nuove tecnologie, rischiamo di essere fisicamente in un posto e col cuore in un altro: «Stanno nelle Indie, ma vivono col desiderio in Portogallo»11. Anche in questo caso l’unica medicina è l’umiltà di affidarsi a Dio in quel presente che magari vorremmo diverso, ma che è l’unico orizzonte in cui possiamo davvero incontrare il Signore.

Missionari come «paralitici guariti»

Mettendo in guardia i suoi confratelli gesuiti, san Francesco li conduce al cuore dell’esperienza apostolica. Lo stesso fa papa Francesco quando ci dice che siamo testimoni del Risorto in mezzo ai popoli proprio perché abbiamo toccato con mano la nostra povertà e l’abbiamo consegnata a Lui, confidando nella sua misericordia. Siamo «paralitici guariti». Questa fiducia ci abilita a chinarci sulle ferite del prossimo per versarvi l’olio della consolazione. È questa l’esperienza fontale dell’apostolo, e noi in Asia siamo chiamati a viverla ogni giorno, accompagnando persone che, con il loro cammino di fede, ci aiutano a fare verità in noi stessi e a percorrere insieme a loro lo stesso sentiero di rinascita12.

La resistenza delle tenebre

Da san Francesco Saverio impariamo poi un aspetto della prima evangelizzazione che talvolta viene taciuto o mal interpretato. Il grande missionario ritorna spesso a considerare come il male si opponga all’avanzata del Regno di Dio. La missione ad gentes deve trovarci attenti a questo scontro, quello che san Giovanni nel suo Vangelo descrive come la resistenza delle tenebre ad accettare la luce. Con questo non si vuol dire che il mondo non ancora raggiunto dall’annuncio evangelico sia in sé compromesso dal male, anzi, con il libro della Sapienza, noi crediamo che «le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra» (Sap 1,14), ma allo stesso tempo crediamo anche che forze nemiche alla luce di Cristo operino per contrastarla. A cominciare dal nostro io, spesso diviso, e dai tanti interessi mondani che spesso opprimono la coscienza di interi gruppi umani.

Queste forze negative sono un motivo in più per prendere sul serio la dimensione orante della missione. Per poter stare in piedi, dobbiamo saper stare in ginocchio.

Nulla da dimostrare, solo Gesù da mostrare

Prima e al di là di qualsiasi atto pratico (il progetto, l’iniziativa di sviluppo, ecc.), la missione è manifestazione umana, relazionale, della misericordia divina che Gesù ha incarnato. L’esperienza missionaria in Asia ci insegna molto, aiutandoci ad andare all’essenziale: un annuncio che si fa sussurro confidenziale, condivisione sincera, umile servizio offerto senza aspettarsi nulla in cambio. Non abbiamo nulla da dimostrare, ma «solo» Gesù da mostrare con la vita e, se necessario, con la parola.

Padre Gabriele Ferrari, già padre generale dei missionari Saveriani, parla addirittura di «esposizione di Gesù», che «sarà tanto più efficace quanto più semplice, povero e disarmato sarà lo stile di missione»13. L’esposizione del Santissimo Sacramento sui nostri altari diventi allora la sua esposizione in vite trasfigurate dalla sua bellezza: la notizia non è solo «buona», ma principalmente «bella». Il bello sconvolgente dell’amore crocifisso di Gesù attirerà le persone in mezzo alle quali noi viviamo in semplicità, non in case piene di regole, porte e strutture, ma in umili dimore accoglienti, povere e belle, dove l’armonia esteriore sarà un richiamo al fatto che un altro mondo è possibile, la vita non è solo miseria e stenti, la vita in Cristo è luminosa e vale la pena di essere vissuta.

Giorgio Marengo

Note:

7  T. Tosolini, Dire Dio nel tramonto. Per una teologia della missione nel postmoderno, Emi, Bologna 1999, 15.
8  Ceslao Pera O.P., La spiritualità missionaria nel pensiero del Servo di Dio Giuseppe Allamano, Edizioni Missioni Consolata, Torino, 1973.
9  F. X. Léon-Dufour, Francesco Saverio. Vita avventurosa e dimensione mistica dell’apostolo delle Indie, primo missionario gesuita, Piemme, Casale Monferrato 1995.
10  Id, 83.
11  Id, 88.
12  Da più di un anno seguiamo ad Arvaiheer un gruppo di Alcolisti Anonimi; il primo dei 12 passi che costituiscono il loro percorso di guarigione è riconoscere di averne bisogno. Mi sembra il punto di partenza di ogni vera conversione.
13  G. Ferrari, È proprio impossibile uscirne?, in «Testimoni», 2/2017, 12-16.




Tanzania: Cambio di guardia a Manda, una missione di frontiera

Testo e foto di Jaima C. Patias |


Padre Antonio Zanette e padre Vedastus Kwajaba, due generazioni, due culture, due continenti diversi ma un’unica passione: la prima evangelizzazione. Nella savana del Tanzania la missione continua.

Padre Zanette

A gennaio le piogge cadono abbondantemente nella regione di Dodoma, nella Tanzania centrale. Partendo da Iringa, dopo aver percorso 130 chilometri lungo l’asfalto dove il controllo della velocità è rigoroso, la macchina con trazione integrale ne percorre altri 70 in terra battuta. La terra sabbiosa e bagnata aiuta a ridurre il tonfo delle gomme nelle buche. Dopo 7 ore di viaggio siamo nel villaggio di Manda, la più recente missione affidata ai missionari della Consolata nel paese. La regione conta circa 40.000 abitanti, tra cui 4.000 cristiani, cattolici e anglicani. La sede della parrocchia si trova a 30 chilometri da Llangali (o Hangali), al confine con il Parco Nazionale Ruaha.

Tutto inizia nel 2003, quando padre Antonio Iseo Zanette, parroco nella vicina missione di Sanza, comincia a fare visite periodiche ai residenti di Manda dove soggiorna presso una famiglia. Nel 2010, il missionario intensifica la sua presenza. Nel maggio dello stesso anno riceve una lettera di mons. Yuda Thadei Ruwaichi, allora vescovo di Dodoma, nella quale il prelato scrive che il 21 luglio creerà una nuova parrocchia. I missionari della Consolata, in realtà, non hanno ancora assunto ufficialmente la cura pastorale della regione. Comunque, seguendo il suo piano, il vescovo crea la parrocchia di Manda dedicata alla Consolata e padre Zanette, nel vigore dei suoi settant’anni, è nominato amministratore parrocchiale.

La nuova parrocchia

Padre Vedastus Kwajaba

Nel mese di agosto del 2010 il missionario inizia a risiedere a Manda. «Non c’era niente qui. Siamo partiti da capo», ricorda. «I cristiani avevano scelto un posto che secondo me non era l’ideale per costruire la missione. Così ci siamo guardati intorno, ed eccoci qui. Noi siamo per la missione ad gentes e questo è un luogo di prima evangelizzazione». In otto anni, molte persone sono diventate cattoliche. Con l’aiuto di benefattori sono stati costruiti il centro catechistico, la falegnameria con magazzino, la casa dei padri e la casa delle suore, la chiesa parrocchiale consacrata nel 2015, la scuola materna e il centro di salute. Tutto vicino al villaggio. Nelle comunità sono state costruite anche cappelle e asili per i bambini. Qui l’evangelizzazione e la promozione umana vanno insieme come voleva il beato Allamano.

Un altro importante lavoro sociale sono gli otto pozzi artesiani che forniscono acqua alla popolazione.

Dal 2011, sono arrivate anche le missionarie della Consolata. Le suore Luisella Berzoni, Catherine Thaara Njiru, Teodora Mbilinyi e Ernestina Ternavasio si occupano di scuola materna, catechesi nella scuola, visite alle famiglie, formazione dei catechisti, del gruppo dell’Infanzia missionaria, dell’accompagnamento dei giovani e delle donne cattoliche e della supervisione del centro di salute. Suor Luisella conferma che «Manda è una missione di prima evangelizzazione. Il seme della Parola di Dio è già nelle persone e ora è necessario sviluppare e formare una Chiesa adulta con basi cristiane. La gente sta vedendo che la Chiesa cattolica richiede molto e va in profondità per poter evangelizzare. Per noi, la missione richiede grande pazienza».

La comunitàdi Manda ringrazia.

Le sfide della missione

Padre Zanette spiega che nella stagione delle piogge da dicembre ad aprile è impossibile visitare le 21 comunità comprese nel territorio della missione. «Le strade scompaiono. Dobbiamo aspettare la stagione secca. In alcuni luoghi i cristiani riparano la strada e poi facciamo le visite pastorali». Poi, fino al mese di luglio, la popolazione lavora tutto il giorno nei campi che sono lontani dal villaggio. Con questo, il tempo utile per l’evangelizzazione nell’anno è di sei mesi. Solo nella stagione secca è possibile visitare ogni comunità almeno una volta al mese.

A Manda lavora anche padre Piero Cravero e padre Vedasto Kwajaba è appena arrivato come nuovo parroco. Tra sfide e speranze, la missione continua.

Padre Cravero spera di «intensificare l’evangelizzazione con un programma di visite domenicali nei quattro villaggi più importanti». Secondo lui le celebrazioni, la catechesi, l’accompagnamento dei catecumeni e la formazione sistematica per i catechisti, sono le azioni indispensabili.

La messa domenicale del 21 gennaio segna l’addio di padre Zanette, trasferito a Morogoro. La celebrazione fatta con grande gioia e devozione riunisce un gran numero di cristiani del villaggio e delle 21 comunità. Tutti vogliono salutare il missionario pioniere. Sono presenti anche le missionarie della Consolata, il superiore regionale della Tanzania, padre Cyprian Brown, e io stesso in veste consigliere generale.

«Oggi mi è stata data la responsabilità di continuare il servizio di padre Zanette», dice padre Kwajaba. «È una grande responsabilità lavorare in questa missione che ha molti bisogni dal punto di vista dell’evangelizzazione e della promozione umana. Con la grazia di Dio, il mio sogno è coinvolgere tutte le forze pastorali in questo compito».

Il catechista Damian Mwinje è venuto da Chifufuka, un villaggio di 14.000 persone. A Chifufuka i cattolici sono circa 400. L’anno scorso sono stati battezzati 17 tra bambini e adulti. Attualmente ci sono 38 catecumeni. «Padre Zanette è stato un grande leader. Era un vero pastore per noi. Anche con le difficoltà delle strade lui ha sempre visitato le comunità. Ci ha insegnato a organizzarci e preparare la gente per i sacramenti», dice il catechista. A Chifufuka padre Zanette «ha costruito la chiesa, la scuola e creato quattro piccole comunità».

Attraverso il cortile della missione passano molte persone, in particolare le donne cariche di fardelli di legna da ardere e prodotti del campo. In gran numero, bambini e giovani garantiscono la continuità di un popolo pieno di vita. Senza elettricità, la notte arriva portando oscurità e silenzio. Il nuovo giorno inizierà presto con il canto degli uccelli che invitano alla preghiera e al lavoro.

Jaime Carlos Patias
Consigliere generale dei missionari della Consolata

Durante la celebrazione del passaggio di consegne.

Missionarie e missionari della Consolata a Manda.

L’ospedale di Manda in cui servono le missionarie della Consolata.

Il centro catechistico di Manda.




Amazzonia, opportunità e sfida per religiosi e missionari

Testo e foto di Jaime C. Patias


Rappresentanti di 30 Congregazioni religiose con progetti nella prospettiva pan-amazzonica si sono riuniti, nella città di Tabatinga (Stato di Amazônas, Brasile), sulla triplice frontiera tra Brasile, Colombia e Perù.

L’obiettivo dell’incontro, avvenuto fra il 20 e il 24 aprile, è stato quello di favorire la comunione e rafforzare la missione della Vita Religiosa Consacrata in quella regione. “Qualcosa di nuovo sta nascendo nella missione in questo terreno”.

All’incontro hanno partecipato 90 missionari (sacerdoti, religiosi, religiose e laici), fra cui quattro missionari della Consolata: i padri Fernando Florez (Perù), Joseph Musito (Roraima-Brasile), Jaime C. Patias, Consigliere Generale per l’America, e il diacono Luiz Andres Restrepo Eusse (Ecuador). Ha partecipato anche, suor Maria Teresa, missionaria della Consolata a Roraima. Le presenze dei Missionari della Consolata, nel territorio amazzonico, si situano nel nord del Brasile, in Colombia, Ecuador, Perù e Venezuela.

I missionari della Consolata in Amazzonia

Presentando il percorso di 70 anni di presenza in Amazzonia (1948-2018), si è fatto memoria dei 50 anni della morte di P. Giovanni Calleri (1968), dei conflitti, delle sfide, persecuzioni e minacce sofferte, così come delle gioie frutto delle conquiste. Nella Regione Amazzonia, oggi ci sono tre esperienze significative che ispirano il futuro della nostra missione: il lavoro nella Terra Indigena Raposa Serra do Sol (Roraima), la Missione Catrimani (fondata nel 1965) e il Centro di Documentazione Indigena (CDI) a Boa Vista. Significativo è anche il lavoro accanto ai popoli indigeni nell’Amazzonia colombiana (dal 1951), in Venezuela, in Ecuador (Sucumbios, dal 2005) e in Perù (2013). Queste esperienze devono essere valutate e ripensate nello spirito della continentalità. Inoltre, data l’importanza della questione amazzonica, le regioni IMC del Brasile e dell’Amazzonia sono chiamate a qualificare la missione.

Il Progetto Missionario IMC del Continente America ha assunto, tra le altre, le opzioni per l’Amazzonia e per gli Indigeni. Per una Congregazione che ha nel suo DNA la missione ad gentes è impossibile essere nel continente americano senza mettere i piedi, il cuore e la testa in Amazzonia. Nel corso degli anni, abbiamo imparato a camminare con i popoli indigeni, con le loro speranze e lotte, le gioie e conflitti, rompendo schemi e frontiere. Oggi vogliamo vivere la missione nel territorio amazzonico, nello spirito della continentalità, in rete con altre congregazioni e organizzazioni. Siamo convinti che questo percorso ci renda più forti e più efficaci. La missione profetica nella Raposa Serra do Sol e la Missione incarnata del Catrimani richiedono missionari senza paura del nuovo, incarnati e aperti al dialogo. La sfida è mantenere vive queste due esperienze che danno visibilità al carisma ereditato dal beato Allamano, e valorizzare il Centro di documentazione indigena (CDI). Per questo riteniamo essenziale la formazione di missionari appassionati della causa indigena e dell’Amazzonia.

Alcuni eventi ci animano, ad esempio, il pontificato di Francesco, la creazione della Rete Ecclesiale Pan-Amazzonia (REPAM), l’enciclica Laudato sì, il Sinodo speciale per l’Amazzonia, le varie assemblee e i processi in andamento.

L’incontro di Tabatinga è stato promosso dalla REPAM e dalla Confederazione dei Religiosi e Religiose di America Latina e Caraibi (CLAR). L’Amazzonia e i suoi popoli sono fonte di vita per la Vita Religiosa Consacrata. La realtà ci sfida a pensare la missione di forma intercongregazionale e interistituzionale, in un territorio ricco di connessioni. La nostra presenza in Amazzonia è fermento di rivitalizzazione del carisma che ci fa ritornare alle origini della fondazione.

Sinodo per l’Amazzonia

Non potendo raggiungere Tabatinga, il presidente della REPAM, cardinale Claudio Hummes, ha inviato un messaggio di incoraggiamento: «Considero questo incontro molto importante e promettente, nel momento in cui la situazione della Pan-Amazzonia chiede aiuto. Il papa Francesco ascolta questo grido e per questo motivo ha deciso di convocare il Sinodo speciale per l’Amazzonia. Tutti noi che siamo già in questa regione in vista dell’evangelizzazione siamo molto felici per questa decisione. È lo Spirito Santo che ci chiama. La preparazione del Sinodo è già in corso, collaboriamo tutti. Il Sinodo può essere un evento storico che costruirà nuove strade per la Chiesa e per un’ecologia integrale. Ringraziamo Dio per questo kairos che concede alla Chiesa missionaria e gli chiediamo di illuminarci e dare a tutti il coraggio di non avere paura del nuovo».

Jaime C. Patias, IMC




Padre Bruno Del Piero, un ricordo sempre vivo


Domenica 8 aprile, presso l’Oratorio San Pancrazio di Roveredo in Piano (Pordenone), si è svolta l’annuale assemblea dell’«Associazione padre Bruno Del Piero» (missionario della Consolata, che ha speso ben 53 anni della sua vita in Colombia). Dopo un’iniziale preghiera-invocazione alla Vergine e la lettura di una lettera di padre Bruno scritta quando era in Colombia da 1 anno, la presidente Donatella (nipote di padre Bruno) ha ampiamente relazionato ai presenti gli ultimi passi compiuti dall’associazione, documentando (cifre alla mano) gli interventi e gli aiuti concreti inviati in Colombia continuando quella collaborazione iniziata subito dopo la sua scomparsa nel 2014. Sono state inviate significative somme per diverse costruzioni e iniziative.

Cappella e casadei missionari a Puerto Refugio

I primi due progetti sono stati realizzati a Puerto Refugio, un villaggio sperduto nella regione amazzonica colombiana del Putumayo, lungo il fiume che dà il nome della Regione. La comunità di Puerto Refugio fa parte della riserva indigena del «Predio Putumayo» una delle più grandi riserve colombiane, ed è composta da circa 300 abitanti di origine indigena Murui. L’ultimo desiderio di padre Bruno è diventato il primo impegno dell’associazione nata in suo nome tra i suoi concittadini. Padre Bruno aveva a cuore il completamento e sistemazione della chiesetta dedicata a San Bartolomeo, patrono di Roveredo in Piano suo paese natale, che era stata costruita dal missionario nel 2003. La chiesetta è stata così sistemata e inaugurata ad aprile 2015. Sempre a Puerto Refugio è stato realizzato il secondo progetto, la costruzione della nuova canonica e sacrestia, che prima era una casetta in legno fatiscente con due stanze che sorgeva sul retro della chiesetta. La nuova casa è stata inaugurata in aprile 2017 e accoglie i missionari che da Puerto Leguizamo, sede del Vicariato, dopo 3 ore di barca lungo il rio Putumayo arrivano nel villaggio; questi missionari possono così trovare un luogo accogliente prima di continuare il viaggio in barca per visitare altri villaggi che sorgono lungo il rio Putumayo verso il Rio delle Amazzoni.

Il terzo progetto iniziato nel 2016, e che continua tuttora, è il sostentamento al comedor comunitario Poussepin, un centro dove vivono circa 100 bambini provenienti da famiglie povere che non hanno la possibilità di dare un pasto e una istruzione ai loro figli. Il centro si trova a Puerto Leguizamo, nel sud della Colombia ai confini con il Perù ed è gestito da volonterose suore, suor Bertha, suor Giannita e suor Yaneth. Le religiose hanno potuto comprare cibo e anche qualche computer, perché come dicono loro, l’istruzione di questi ninos è importante per il loro futuro.

Comedor comunitario Poussepin

Il quarto progetto iniziato nel 2017 è la sistemazione della casa canonica di Solano, un paese che sorge lungo il Rio Caquetá, dove operano due missionari molto cari a padre Bruno, padre Rino Delaidotti e padre Angelo Casadei. La casa dei missionari è alquanto fatiscente ed è in programma la sua ristrutturazione, perché ha bisogno di rifare il tetto in quanto piove dentro.

Casa cural di Solano

Un bilancio, quello del 2017, più che positivo grazie all’apporto quanto mai generoso della comunità roveredana, che è stato approvato in maniera unanime dai presenti. È seguita la proiezione di un filmato per capire la «vita» di quella terra così lontana dal nostro mondo e dalla nostra realtà: immagini che sono state commentate sia da Bruna (nipote del padre) sia da Alberto Cancian, che ha vissuto con padre Bruno e ne ha condiviso gli ultimi momenti di vita in Colombia.

A Cartagena del Chairá

Quindi Sergio Gentilini ha illustrato l’ampia mostra fotografica, dov’erano esposti anche il Crocifisso e la veste bianca sempre indossata da padre Bruno. Una prima parte delle immagini, curate dalla nipote del missionario illustravano le realizzazioni fatte in Colombia grazie al sostegno economico della Associazione. Seguiva una lunga serie di fotografie che illustravano la vita della gente roveredana al tempo dei genitori di padre Bruno, Maria e Giuseppe (nati verso la fine del 1800) commentando l’atmosfera e l’ambiente rurale e contadino della comunità, nella sua ricchezza di iniziative a pro della comunità sia civile sia religiosa: una Roveredo molto unita e pur nella allora povertà di mezzi ma ricca dentro. Ed è stata ricordato che mamma Maria definiva «quella Roveredo» una comunità dove si viveva «come frades»! È in quel clima che è vissuto il giovane Bruno, per alcuni anni casaro nella locale latteria. Poi la sua vocazione (prima con don Indri e poi con don Mario) e la «profezia» di padre Pio da Pietrelcina che predisse al futuro padre Bruno l’ingresso in seminario e quindi la sua lunga e fattiva vita in terra di missione. Quindi l’ingresso in seminario, la sua prima santa messa a Torino, alla Consolata presenti i genitori Maria e Giuseppe (che lui amava sottolineare che i loro nomi erano come quelli dei genitori di Gesù); poi la destinazione in terra di missione in Colombia, dove si spenderà per ben 53 anni salve qualche ritorno nel suo paese natale, l’ultima volta nel 2012 quando compì 80 anni. E poi come non ricordare quando venne per salutare sua madre Maria negli ultimi giorni di vita in ospedale. E le raccomandazioni affettuose della mamma: di benedirla e di aiutarla negli ultimi momenti, che lo avrebbe seguito per sempre da lassù, con l’invito, dopo la sua dipartita, di ritornare in Colombia per continuare come «missionario tra la sua gente».

La tomba a Cartagena del Chairá

Oggi padre Bruno riposa a Cartagena del Chairá nel Caquetá, dove era stato il primo cappellano nel 1968. La sua tomba è sempre fiorita quale costante testimonianza che la «sua gente», per la quale si è «speso» con vera e amorevole generosità sino alla fine, gli ha voluto bene. Dei sei fratelli di padre Bruno, è viva solo la sorella (ultima dei fratelli) che abita a Roveredo: e il suo nome è Rosa. L’incontro è terminato con la visita ai molti pannelli in mostra, allineati lungo le pareti della sala: tale esposizione è stata poi trasferita nella chiesetta dell’oratorio, visitabile tutto il mese di aprile.

Lunedi 16 aprile, nell’anniversario del ritorno al Padre dell’amato missionario roveredano, alle 18.30 c’è la santa messa con canti e momenti di riflessione e ricordo del nostro missionario, padre e pastore.

Associazione padre Bruno Del Piero




Colombia-Perù. La forma della felicità

Testo e foto di Paolo Moiola |


Non ci sono né acquedotto né acqua potabile. Non ci sono fognature e strade. L’elettricità arriva per quattro ore al giorno. La malaria è la norma. Eppure, a Soplín Vargas, piccolo villaggio di 700 persone (tra indigeni e meticci) sulla riva peruviana del rio Putumayo, si può essere felici. È il sumak kawsay, la forma indigena della felicità. Confermata dai missionari.

Verso Soplín Vargas. Ci imbarchiamo al porticciolo di Puerto Leguízamo. Qui non esiste un servizio di trasporto pubblico. I passaggi sul rio Putumayo dipendono dall’intraprendenza dei singoli. Come fa la signora Teresa, una donna imprenditrice che ha coinvolto nell’attività anche i propri figli. Due volte a settimana la sua vecchia lancia in legno percorre il tragitto tra Puerto Leguízamo e Soplín Vargas, in terra peruviana. Ci accomodiamo tra sacchi di cemento marca San Marcos, scatole e borse della spesa. È stato imbarcato pure un mobile di medie dimensioni. I passeggeri – uomini e donne con bambini – sono tutti peruviani che vengono a fare acquisti sul lato colombiano del fiume, dove i prodotti si trovano più facilmente e più a buon mercato. «Teresa, come va il business?», chiedo mentre lei è ancora sul molo in attesa di altre persone. «Più o meno», risponde lei con una risata. Non esistono orari. L’unica regola è evitare di muoversi con il buio. Raggiunti i 14 passeggeri, Teresa molla la cima e Angelo, uno dei suoi figli, accende il motore. «Ci vorranno poco più di due ore», spiega padre Fernando Flórez, che a Soplín Vargas ha la sua missione.

A pochi minuti dalla partenza passiamo davanti alla base della «Forza navale del Sud» dell’Armada colombiana, che qui ha una presenza di rilievo vista la zona di confine (con Perú ed Ecuador) e la situazione di conflitto armato con le Farc che vigeva fino agli accordi di pace del novembre 2016.

La navigazione procede tranquilla. L’acqua del fiume ha un colore opaco, tra il verde e il marrone, come si notava dall’aereo. Sulle rive la vegetazione è continua ma quasi non ci sono alberi ad alto fusto. Ogni tanto, seminascosta dalla boscaglia, s’intravvede qualche abitazione su palafitte. Le rare imbarcazioni che s’incontrano sono soprattutto peke-peke (il nome deriva dal tipico rumore del motore) appartenenti a pescatori o a famiglie che si spostano lungo il fiume.

Dopo un paio di ore di viaggio, sulla riva peruviana compare un grande cartellone della Marina da guerra del Perú – sul Putumayo ha alcune guarnigioni stabili (come la controparte colombiana) – che annuncia l’arrivo a Soplín Vargas. «Sia Puerto Leguizamo che Soplín Vargas debbono i loro nomi a soldati caduti durante la guerra tra Colombia e Perú che ebbe luogo tra il 1932 e il 1933», mi spiega padre Fernando.

La lancia di Teresa riduce la velocità e si dirige verso un piccolo molo sul quale sono indaffarate parecchie persone. Man mano che ci avviciniamo capisco il motivo di tanto trambusto. Qualcuno sta squartando una vacca e vari dei presenti se ne portano via un pezzo, chi più grande, chi più piccolo. La maggior parte di loro se lo carica sulle spalle per fare più comodamente la ripida scalinata in legno che dal fiume conduce al promontorio dove sta Soplín Vargas. Per questa sua posizione il villaggio è considerato in «altura», che significa non inondabile dal Putumayo.

Noi scendiamo poco più avanti in un posto più scomodo e sconnesso. Gli stivali sono indispensabili per muoversi su un terreno reso fangoso e viscido dalle piogge.

Dopo una camminata in leggera salita su sentieri in terra battuta, arriviamo alla missione. Ad accoglierci è il volto sornione di padre Moonjoung Kim, missionario della Consolata coreano che con padre Fernando opera a Soplín Vargas.

La missione è una piccola casa in muratura posta su un unico piano.

L’entrata dà su un salone dove si svolgono tutte le attività (incontri, messe, feste, celebrazioni). Al fondo dello stesso ci sono quattro porte corrispondenti alle stanze da letto dei due padri, al cucinino e al piccolo bagno.

«Sumak kawsay»

Padre Fernando e padre Kim operano su tutto il distretto denominato Teniente Manuel Clavero, che si estende su un territorio amazzonico molto vasto (circa 9.107 km2). C’è Soplín Vargas, il capoluogo con circa 700 abitanti e una comunità mista di meticci e indigeni. Ci sono due altre comunità meticce e poi 28 comunità indigene: Kichwa soprattutto (21), ma anche Secoya (6) e Huitoto (1). La più piccola, Peneyta, conta soltanto 36 abitanti.

Vista l’ampiezza del territorio, i due missionari sono sempre in viaggio, muovendosi in barca e a piedi. Però, a dispetto di fatica e difficoltà, sembrano in totale armonia con l’ambiente naturale, umano e culturale in cui sono immersi. «La chiesa cattolica – spiega padre Fernando – dovrebbe evangelizzare e il vangelo – anche dal punto di vista etimologico – significa “buona notizia”. In questo pezzetto di Amazzonia noi dovremmo portare buone notizie. Ciò si traduce nel sumak kawsay, tradotto come buen vivir. Tutto ciò che sta a favore della vita è Vangelo, tutto ciò che sta contro la vita va denunciato. Anche per questo io e padre Kim stiamo percorrendo il Putumayo in lungo e in largo: per formare líderes e líderesas che possano essere gestori del buen vivir».

Il sumak kawsay-buen vivir è un concetto affascinante: vivere privilegiando la comunità in un contesto di rispetto dell’ambiente naturale. Affascinante ma difficile, soprattutto per un bianco che, per capirlo ed eventualmente attuarlo, deve spogliarsi di molti preconcetti, di strutture mentali sedimentate, di comodità date per acquisite. Ad esempio, vivere nella foresta amazzonica è un’esistenza unica in ogni aspetto della quotidianità.

«Di acqua ne abbiamo molta – racconta padre Fernando -. Il problema è che spesso non è potabile. È un paradosso, lo so. Siamo sulle sponde del fiume Putumayo, ma il fiume è inquinato. In primis, dall’immondizia: tutto ciò che le comunità producono come immondizia, viene buttato nel fiume. Va detto che l’indigeno è passato in poco tempo da uno scarto naturale (gusci, cortecce, legno) alla plastica. Con la differenza che il primo non inquina, il secondo sì. A Soplín Vargas parte dell’immondizia si raccoglie, ma si butta in un terreno senza alcun trattamento. Non esiste il concetto di riciclaggio. E poi ci sono i reflui umani che anch’essi vanno a finire nel fiume. Qui in pochissimi hanno un gabinetto con una fossa biologica».

Dunque, come ci si procura l’acqua?, chiedo da straniero abituato alle comodità dei bianchi. «Normalmente la gente raccoglie l’acqua piovana in un contenitore, ma altrettanta prende l’acqua da bere direttamente dal fiume. Noi portiamo l’acqua (trattata) in bottiglioni dalla Colombia e, quando la gente sulla barca ci vede, ride di noi. “Fernando, l’acqua del Putumayo non si prosciuga, perché vai a comprarla?”».

Domando della vita quotidiana. «Se non lavorano nella municipalità – spiega padre Fernando -, le persone al mattino vanno a collocare le loro reti nel rio Putumayo per pescare. Durante la notte possono andare a caccia per procurarsi la carne, che poi salano dato che qui non c’è possibilità di congelare i prodotti». Dunque, pesca, caccia, ma anche un’agricoltura di tipo familiare.

«Nelle chagras (o chacras, piccoli appezzamenti di terra) si coltivano – spiega padre Kim – riso, frutta amazzonica e yuca. Quest’ultima è molto usata dagli indigeni, anche per produrre bevande tipiche come la chicha e il masato». Chiedo della coca. «E tristemente si coltiva anche coca – conferma il missionario -. Però, la si coltiverebbe meno, se in altre parti del mondo non si consumasse. Senza dimenticare che gli indigeni la utilizzano anche in alcuni loro rituali tradizionali».

Dopo la cena, nel salone multiuso rimontiamo la tenda sotto la quale dormirò. Occorre approfittare della luce: a Soplín Vargas la corrente elettrica viene erogata per 4 ore giornaliere, dalle 18,00 alle 22,00. La missione non ha un generatore autonomo. Non c’è televisione né collegamento internet. «Però – dicono quasi all’unisono i due missionari – abbiamo vegetazione, tranquillità, persone con le quali si può parlare faccia a faccia senza un telefono che suoni».

Amazzonia, cuore del mondo

Ogni mattino mi alzo anchilosato, ma senza punture. Anche la scorsa notte le zanzare (zancudos o mosquitos) non sono passate dalla mia tenda. Esco subito per approfittare della temperatura sopportabile. Percorro il sentiero – sono poche centinaia di metri – che porta verso il centro del villaggio. Passo davanti alla scuola primaria e secondaria e a un piccolo campo da gioco in cemento. Ancora pochi passi e sono sulla Plaza de Armas di Soplín Vargas. È uno spazio erboso circondato da una stradina pavimentata con lastroni di cemento. Tutt’attorno ci sono il posto di polizia (una baracca in legno di colore verde pallido), il municipio e anche un ufficio del Banco de la Nación.

Incrocio il direttore del collegio. La scuola di Soplín Vargas – chiamata Teniente Luis García Ruiz – conta 108 alunni in primaria e 78 in secondaria. Secondo il direttore, i problemi principali sono quelli della mobilità (degli insegnanti e degli studenti) e i bassi salari. «Non stiamo tanto bene, però stiamo migliorando», conclude. In piazza incontro anche il medico, il dottor Francisco José Rosas Pro, che mi invita a casa sua. Sposato con Rina, infermiera, hanno una bambina. Sono qui dal 2012, ma in attesa di trasferimento.

«Manca molto – racconta il medico – l’appoggio dello stato, soprattutto per quanto concerne i medicinali. Non danno neppure quelli di base come amoxicillina e paracetamolo. Non rispondono alle nostre richieste. Oppure inviano medicinali non richiesti in quantità quando vedono che stanno per scadere».

Gli chiedo delle patologie più diffuse. «A parte la diarrea e problemi respiratori tipici, c’è la malaria, sempre presente. Ogni giorno ci sono pazienti. Spesso scelgo di dare loro i medicamenti anche se l’analisi del sangue è negativa, perché vengono da molto lontano. Qui a Soplín Vargas si tratta principalmente di malaria vivax, ma nei caserios (i villaggi più piccoli) c’è una prevalenza del falciparum» (sulla malaria vedi MC ottobre 2018 pag. 62).

Siamo interrotti per un’emergenza. Lo seguo al puesto de salud (consultorio medico) che dista un centinaio di metri. È una struttura in muratura relativamente grande ma triste e spoglia. Pare abbandonata. Le stanze non mancano, ma sono quasi tutte chiuse e vuote. L’unica aperta e attrezzata è quella sulla cui porta c’è il cartello «Tópico de emergencia». All’interno un paziente, sdraiato sul lettino, lamenta forti dolori al basso ventre. Francisco lo visita. Esce poco dopo. «Probabili calcoli renali. Ho dato dei medicinali e ordinato (all’unica addetta, ndr) una fleboclisi».

Al puesto de salud di Soplín Vargas l’umidità percorre muri e scalini, ma non c’è l’acqua per gli usi normali. «Una delle tante ragioni per cui ho chiesto di essere trasferito», chiosa il medico.

Alla sera racconto della mia visita all’ambulatorio. «Sì, è vero. Qui ci sono molte necessità – ammette padre Fernando -. I governi non si preoccupano della gente di questi territori. Sono interessati soltanto ad accaparrarsi le ricchezze della regione: per queste persone l’Amazzonia è sinonimo di denaro. Per me invece è il cuore del mondo».

Paolo Moiola


Nella comunità kichwa di Nueva Angusilla

«Sì, io sono il cacique»

Sul fiume Putumayo, come su tanti altri fiumi amazzonici, vivono varie comunità indigene. Spesso dimenticate dallo stato centrale.

Verso Nueva Angusilla. Da Soplín Vargas navighiamo lungo il rio Putumayo verso Sud per 140 chilometri. Quando il fiume incontra il rio Angusilla, suo affluente, siamo arrivati alla comunità kichwa di Nueva Angusilla.

L’avamposto militare – qualche casupola dipinta di verde e un’insegna posta sul terreno antistante – sta su un promontorio senza alberi. Ma la posizione è perfetta: all’intersezione tra i due fiumi. Poco più avanti, sul pontile un gruppo di adulti e bambini sono in attesa della nostra lancia. I cartelli di benvenuto tenuti dai piccoli sono per mons. José Javier Travieso Martín: è un’occasione unica perché il vescovo risiede a San Antonio del Estrecho, molto lontano da Nueva Angusilla.

Il villaggio è stato costruito con una struttura rettangolare: il lato libero guarda verso il fiume, sugli altri tre sono sorte le abitazioni. Le case – fatte di assi di legno e tetto di lamiera o di frasche – sono rialzate dal terreno di circa mezzo metro. Al centro, sproporzionata rispetto al resto, c’è la costruzione più moderna, chiamata Centro de Servicio de Apoyo al Hábitat Rural, ma da tutti conosciuta come «tambo». È un progetto del governo peruviano per ospitare – nei luoghi più disagiati – i principali servizi pubblici: registro civile, credito e appoggio tecnico ai contadini, consultorio medico, asilo nido per bambini, consulenza giuridica e altro ancora. Però, a Nueva Angusilla come altrove, c’è solo il contenitore fisico, mentre i servizi mancano o sono molto carenti.

«Qui ci sono circa 120 abitanti. Si vive di agricoltura e pesca. E poi lavoriamo con il legno con cui facciamo assi vendute in Colombia», mi dice gentile ma forse un po’ a disagio Eliseo, un abitante che si sta dirigendo verso il locale comunale – una struttura in legno aperta e con un tetto di frasche – dove il vescovo impartirà battesimi e comunioni.

Cerco il capo, il responsabile della comunità: il cacique, ma meglio sarebbe dire apu o curaca. Eccolo. Statura piccola e volto da giovanissimo, risponde volentieri alle domande anche se con visibile timidezza. «Sì, sono il cacique. Mi chiamo Jackson Kenide Mashacuri Andi e ho 24 anni. La popolazione mi ha eletto come autorità di qui. Mi piace molto stare con la gente per aiutarla a organizzarsi». E con orgoglio aggiunge: «Ho fatto il quinto grado della scuola secondaria e dunque sono capace di difendermi». Precisa che gli abitanti sono 117 che vivono coltivando yuca e platano (banane da cuocere, ndr) e pescando per il proprio consumo. Spiega che, come cacique, fa parte di una organizzazione chiamata Fikapir – Federación Indígena Kichwa Alto Putumayo Inti Runa -, la quale funge da intermediario con le autorità statali.

Chiedo dei problemi che ci sono. «Per la salute non c’è quasi appoggio. Per l’educazione stiamo cercando di avere professori bilingue. Adesso abbiamo soltanto insegnanti meticci che non parlano la nostra lingua. Qui la popolazione parla kichwa». Anche i giovani?, chiedo. «Sì, anche loro. Lo parlano in casa ma non a scuola».

Ci sono problemi di malaria? Fa una smorfia prima di rispondere: «Eh, sì. Soltanto un mese fa c’erano 20-25 persone contemporaneamente con la malaria. Malaria vivax». E c’è la posta medica?, intervengo. «Sì, ma non abbiamo il tecnico».

Oggi è una giornata di festa. Bisogna andare a mangiare. Pollo, riso, platano fritto. Prima di risalire sulla lancia, Jackson mi presenta la sua famiglia per un’ultima foto.

Paolo Moiola


Indigeni e bianchi

Una ciotola di «masato» (per un ipocondriaco)

Tra un indigeno e un bianco le diversità sono evidenti. Soprattutto quelle culturali. L’importante è accettarle, magari con un arricchimento reciproco. Racconto di un piccolo episodio di vita quotidiana.

Nueva Angusilla. Una semplicissima casa in legno rialzata da terra di circa un metro. Nessun mobile, un paio di secchielli (di plastica) con dell’acqua, qualche indumento appeso a fili volanti. Una famiglia numerosa e allargata (genitori, figli, nipoti) accoglie padre Fernando. In quanto amico del missionario, io sono un ospite da onorare come meglio si possa. E il meglio per una famiglia kichwa è offrire una ciotola colma di masato. È – lo confesso – un momento che temevo e che inevitabilmente si presenta. Tremo all’idea di dover ingerire quella bevanda tanto gradita dagli indigeni quanto indigesta per i non-indigeni, soprattutto se occidentali. Bere è un atto dovuto, segno di rispetto, riconoscenza, amicizia. Bere è però anche un rischio certo di avere conseguenze fisiche immediate e sicuramente poco piacevoli. Anni di esperienze negative mi vengono immediatamente alla memoria. Non c’è speranza di farla franca. È quasi matematico.

Il masato (aswa, in kichwa) è il nome di una bevanda molto comune in tutto il bacino amazzonico. È ottenuta a partire dalla yuca dolce (o manioca), una pianta con una radice a forma di tubero, commestibile e ricca di amidi. La sua preparazione è compito delle donne indigene. I tuberi vengono prima pestati e poi bolliti. La pasta ottenuta è quindi masticata dalle donne per provocarne la fermentazione. Da ultimo si diluisce la massa in acqua (quasi sempre di dubbia potabilità) e il masato è pronto per essere bevuto.

Prendo la ciotola di… plastica tra le mani. Appoggio le mie labbra incerte sul bordo. È come se quella bevanda biancastra e veramente poco attraente quasi mi guardasse e mi dicesse: «Bevimi!».

La decisione è repentina ed improvvisa. In un decimo di secondo passo la ciotola nelle mani compassionevoli di padre Fernando. Labbra appena inumidite, ma no, non ce l’ho fatta a bere. Però almeno sono arrivato lì, lì a pochissimo dalla temuta meta.

Cerco nella mia testa due paroline in lingua kichwa: «Yapa alli» (muy bueno, molto buono), dico con un sorriso tanto largo quanto bugiardo a tutti i presenti che sono lì davanti, con gli sguardi fissi su di me. E subito cerco di sviare l’attenzione. Una foto, una foto di tutti con padre Fernando. Sì, mi vergogno, ma il mio stomaco e probabilmente la mia salute sono salvi. Spero sia salva anche la mia reputazione presso quella famiglia kichwa di Nueva Angusilla. Sentendomi come colpevole di un reato, prometto loro che farò arrivare le foto cartacee di quella visita. Temo però che il masato tornerà ancora a materializzarsi davanti a me. Negli incubi notturni o nella realtà.

Paolo Moiola




Allamano:

Beata Leonella Sgorbati,

Morire per dono

Beato Giuseppe Allamano, dalla Chiesa al mondo | Testi di Giacomo Mazzotti, Francesco Pavese e Mario Bianchi |


Beata Leonella Sgorbati: Morire per dono

Missionarie e missionari della Consolata, ancora una volta stiamo vivendo giorni intensi di attesa e di grazia: la nostra suor Leonella Sgorbati sarà, infatti, proclamata Beata il prossimo 26 maggio, a Piacenza, come martire per la fede. Colpita a morte a Mogadiscio (Somalia – 17/09/2006) mentre prestava il suo servizio di carità tra i fratelli dell’islam, riusciva ancora a sussurrare, con l’ultimo soffio della vita: «Perdono, perdono, perdono». Una vita donata, una morte come quella di Gesù.

Le missionarie della Consolata fanno, dunque, il bis, con due sorelle entrate a pieno titolo nel calendario dei santi. E, a pennello, ritornano in mente le parole di papa Francesco ai partecipanti al Capitolo generale, il 5 giugno scorso: «La storia dei vostri Istituti, fatta – come in ogni famiglia – di gioie e di dolori, di luci e di ombre, è stata segnata e resa feconda anche in questi ultimi anni dalla Croce di Cristo. Come non ricordare i vostri confratelli e le vostre consorelle che hanno amato il Vangelo della carità più di sé stessi e hanno coronato il servizio missionario col sacrificio della vita? La loro scelta evangelica senza riserve illumini il vostro impegno missionario e sia d’incoraggiamento per tutti e tutte a proseguire con rinnovata generosità nella vostra peculiare missione nella Chiesa».

Funerale di sr Leonella Sgorbati (21 settembre 2006). Mons. Giorgio Bertin accoglie la bara nel Consolata Shrine di Nairobi.

Come non vivere, allora, questi giorni di «avvento» con l’emozione e la gioia del nostro Beato Allamano che, dopo suor Irene, vede un’altra missionaria salire «all’onore degli altari»? Si realizza infatti, uno dei sogni che il nostro fondatore, ancora vivente, portava nel cuore: «Tre cose desidero prima di morire: vedere il mio zio don Cafasso beatificato; vedere un sacerdote indigeno delle missioni e sapere che un missionario o missionaria è morto martire».

Assieme all’Allamano, che già in Paradiso avrà accolto con gioia di padre questa sua figlia martire, anche noi vogliamo ringraziare il Signore per il dono grande e prezioso, fatto alla nostra famiglia missionaria, di suor Leonella «che ha saputo ascoltare lo Spirito, cogliere il “dono pasquale” che le veniva offerto e viverlo con intensità e passione, personalmente e comunitariamente fino alla fine, per l’avvento del Regno di Dio, Regno di pace, giustizia e fraternità». La sua beatificazione diventa l’occasione per riscoprire la bellezza e la radicalità della nostra vocazione, che ci spinge a essere missionari con energia, zelo, gioia e coraggio, secondo l’insegnamento del Fondatore: senza sconti e con sconfinata generosità. Proprio come la nostra sorella Leonella, esempio luminoso per tutti noi, suoi fratelli e sorelle, figli e figlie di Giuseppe Allamano che speriamo di vedere presto nella gloria dei santi.

Giacomo Mazzotti

 



Scherzi della provvidenza

La vocazione missionaria dell’Allamano, come si sviluppò, sembra oggetto di qualche benevolo scherzo della Provvidenza. Per convincere i giovani che il suo ardore missionario non era qualcosa di improvvisato, ma era fortemente collegato con la sua vocazione di sacerdote, fece questa confidenza: «Ero chierico e già pensavo alle missioni». Non solo ci pensava, ma aveva già programmato come realizzare il suo sogno. Sarebbe andato al Collegio Missionario Brignole Sale di Genova che, dopo un’opportuna preparazione, lo avrebbe messo a disposizione di Propaganda Fide per essere inviato alle missioni. Sembrava che non ci fossero ostacoli. Anche la mamma, già ammalata, era dalla sua parte, rassicurandolo di non preoccuparsi di lei. Un ostacolo, però, e addirittura insormontabile, venne dal seminario stesso. I superiori, che lo conoscevano bene, lo convinsero che la sua fragile salute sarebbe stata un sicuro impedimento per una seria vita missionaria. Non sarebbe riuscito. Accettò, come era suo solito, il consiglio dei superiori, ma in cuor suo sentiva che il fuoco missionario era rimasto intatto. Si trattava solo di non lasciarlo spegnere. Il futuro, poi, non lo preoccupava, perché era nelle mani della Provvidenza.

La sua interpretazione

In concreto, l’Allamano intuì che il Signore non lo voleva missionario da solo, ma Padre di missionari, con tanti figli e figlie. Se accese quel fuoco nel suo cuore fin da giovane era perché lo coltivasse e, a suo tempo, lo trasmettesse a tanti altri giovani. Da lui stesso sappiamo come seppe interpretare e realizzare la propria vocazione missionaria. Più di una volta ritornò su questo argomento. Accennando alla fondazione dell’Istituto e al suo sogno giovanile non realizzato, disse semplicemente: «Il Signore nei suoi imperscrutabili disegni aspettò il giorno e l’ora. Io ho sempre raccomandato al grande missionario martire S. Fedele da Sigmaringa la mia vocazione, che era di partire, ma egli me l’ottenne in altro modo questa grazia. Vedete, non potendo essere io missionario, voglio che non siano impedite quelle anime che desiderano seguire tale via».

Riflettendo su questo cammino interiore dell’Allamano, si ha l’impressione che la Provvidenza abbia quasi scherzato con lui, prospettandogli un grande ideale, quello della missione, per poi inserirlo in un altro progetto più grande ancora, quello di diventare Fondatore di due istituti e Padre di missionari e missionarie. Così la sua vocazione si moltiplicò più di mille volte.

Lo scherzo continua

Ormai Rettore del Santuario della Consolata e del Convitto dei sacerdoti, l’Allamano maturò il progetto di un istituto missionario. In questo fu anche assecondato da alcuni di quei convittori che intendevano dedicare la loro vita sacerdotale alle missioni e si erano resi conto che l’Allamano stava progettando qualcosa di interessante. L’allora arcivescovo di Torino, il Card. Giacomo Alimonda, al quale l’Allamano prospettò il progetto, per diversi motivi, non si mostrò favorevole. L’Allamano, che preferiva seguire la volontà di Dio manifestatagli dall’obbedienza, accettò, senza scomporsi, di accantonare l’idea. La sospese, senza sapere per quanto tempo, ma non l’abbandonò. Purtroppo la sosta durò dieci anni. In seguito, quando il progetto stava prendendo forma concreta, assicurava al Card. Prefetto di Propaganda Fide di aver continuato a «coltivare nello spirito della loro vocazione quei sacerdoti che volevano dedicarsi alle missioni».

La Provvidenza volle che fosse nominato arcivescovo di Torino il Card. Agostino Richelmy, compagno di seminario e amico dell’Allamano. Spirito apostolico aperto, questo Pastore della Chiesa torinese comprese che il progetto dell’Allamano era valido e fattibile. Anzi, poteva diventare motivo di orgoglio per la diocesi. Fu subito d’accordo.

Ma ecco, il nuovo scherzo della Provvidenza. Quando tutto sembrava sul punto di partire, l’Allamano si ammalò improvvisamente di broncopolmonite doppia, tanto grave da portarlo sull’orlo della tomba. Aveva solo 49 anni.

Ricordando quella malattia, l’Allamano raccontava: «Il Cardinale veniva a trovarmi quasi tutte le sere, e siccome avevamo già parlato di questa istituzione, gli dissi: “Sicché all’Istituto ormai penserà un altro”, e lo dicevo contento, forse per pigrizia di non sobbarcarmi tale peso. Egli però mi rispose: “No, guarirai, e lo farai tu”. E sono guarito e fu decisa la fondazione». Era il 29 gennaio 1900.

Durante la convalescenza nella villa che un sacerdote gli aveva lasciato a Rivoli, in vista della fondazione scrisse una lunga lettera al Cardinale. La tenne sull’altare durante la Messa e poi la spedì. Di ritorno a Torino, si recò dall’arcivescovo che, al vederlo, «Eh – gli disse -, nella tua lettera hai messo più contro che in favore della fondazione. Tuttavia devi farla tu, perché Dio lo vuole». «Ebbene, Eminenza, nel tuo nome getterò le reti». S. Pietro aveva detto queste parole a Gesù, dopo una notte infruttuosa sul lago, e così fece una pesca miracolosa. L’Allamano ripeté le stesse parole, ben sapendo a quale precedente si ricollegava, e così iniziò l’Istituto dei missionari della Consolata.

Un curioso particolare

Il primo biografo dell’Allamano, così concluse la descrizione del fatto: «Il mattino seguente, mentre il giornale cattolico dava il laconico annunzio dell’imminente catastrofe, sì che alcuni sacerdoti celebrarono la Messa in suffragio dell’anima dell’amato rettore, questi invece era fuori pericolo. Non si può fare a meno di riconoscere una grazia speciale della Consolata». E continuava: «Raccontandoci il particolare delle Messe celebrate in suo suffragio, l’Allamano aggiungeva sorridendo di averli già ricompensati tutti quei sacerdoti, celebrando la Messa in suffragio delle loro anime, quando sono deceduti».

L’esatta realtà

È certo che l’Allamano non interpretò la sosta di dieci anni imposta dal poco interesse dell’arcivescovo al suo progetto missionario, né la malattia improvvisa come scherzi della Provvidenza. A noi, sì, oggi paiono quasi scherzi per provare la sua tenacia. Per lui, invece, che sapeva giudicare ogni evento sul piano della fede, erano espressioni di come Dio voleva che procedesse la fondazione del nuovo Istituto missionario. «Voglio che lo sappiate – chiarì un giorno durante una conferenza ai missionari -, è per colpa vostra che sono guarito e sono qui. Dovevo già essere in Paradiso. Avevo l’età del Cafasso, senza averne i meriti… ma il Signore non ha voluto. Ero proprio già spedito, ma il Signore mi ha conservato per voi».

Padre Francesco Pavese

 



Il nostro ideale di missionari della Consolata

Si era concluso da poco l’importante Capitolo Generale Speciale del 1969. Padre Mario Bianchi, Superiore Generale, avviò la visita a tutte le comunità d’Europa per studiarne la situazione e prospettare loro cammini di vita e di lavoro in consonanza con le linee conciliari e capitolari. La lettera da cui sono tratte le seguenti riflessioni porta la data del 9 novembre 1971.

I valori che formano il «religioso» e il «missionario» sono parte viva ed essenziale dell’Istituto e della nostra vocazione di «Missionari della Consolata». Tuttavia, ritengo opportuno invitare tutti a sviluppare in sé un più forte amore per la nostra Famiglia e un impegno reale e serio per formarsi al suo spirito.

Noi sappiamo quanto il Fondatore insistesse su questo: è una nota che traspare da tutto il suo insegnamento. Basti qualche richiamo: «L’Istituto non è un collegio od un seminario in cui possano avere il loro svolgimento varie vocazioni; ma solamente quella di missionario, e questi della Consolata». «Dall’amore alla propria vocazione scaturisce spontaneo ed ugualmente forte l’amore al proprio Istituto. Stimarlo e amarlo più d’ogni altro; sentirsi santamente orgogliosi di appartenervi, di essere non solo missionari, ma Missionari della Consolata». «La forma che dovete prendere nell’Istituto è quella che il Signore mi ispirò e mi ispira».

Secondo il Fondatore, vi è amore per l’Istituto quando c’è impegno a formarsi al suo spirito: «Dovete avere lo spirito dei Missionari della Consolata nei pensieri, nelle parole e nelle opere», diceva.

Il Capitolo, con sobrietà ha delineato il carisma del Fondatore e quello dell’Istituto: carisma missionario ecclesiale, carisma religioso in funzione della Missione, nonché le caratteristiche della nostra spiritualità, sintetizzate nella caratteristica eucaristica e in quella mariana. Si tratta di «uno stile di vita spirituale, robusta e lineare, ardente, aperta, straordinaria nell’ordinario».

Vorrei, ora, richiamare a tutti i confratelli alcune espressioni del nostro stile di Missionari della Consolata, secondo le attuali situazioni ed esigenze.

– La caratteristica eucaristica del Fondatore dà importanza alla preghiera di adorazione, privata o comunitaria, dell’Eucarestia: è un tratto, una finezza che merita di essere continuata, forse riscoperta da molti di noi.

– La caratteristica mariana, oltre la speciale devozione alla Santissima Vergine Consolata, nelle raccomandazioni del Fondatore e, secondo la sana tradizione dell’Istituto, confermata dal Capitolo, comporta l’amore e la recita quotidiana del S. Rosario.

– Il senso di dignità, educazione e decoro era amato dal Fondatore nella liturgia, nella chiesa, nella persona e nel comportamento. Su questo punto, il suo insegnamento era preciso ed esigente.

– Infine, desidero ricordare un tratto della personalità del Fondatore che egli ha desiderato trasmettere ai suoi figli. Egli fu uomo di azione, e questo appare anche dal suo insegnamento incentrato sempre sulla realtà, l’esperienza, l’autorità e l’esempio dei Santi.

Appartenne al gruppo di santi e zelanti sacerdoti torinesi che, alla fine del secolo scorso, contestarono la poco felice situazione religiosa e politica del tempo, non con discorsi ma con iniziative e opere di valore, di visione per il futuro della Chiesa e della società (così Don Bosco, Cottolengo, Cafasso, Murialdo, Albert, Faà di Bruno; così il nostro Fondatore).

Volle che i suoi missionari fossero decisi e costanti nell’azione, ma non amò il chiasso, la loquacità (la pubblicità, diciamo oggi, il sensazionale). Non è questa una contestazione valida e necessaria per l’Istituto anche oggi?

Termino con una frase del Fondatore che desidero applicare ai nostri morti del 1971: «Se un giorno lo spirito dell’Istituto avesse a venir meno, spero di farmi sentire dal Paradiso» (VS, p. 79).

Prendiamo questa affermazione, incoraggiante e nello stesso tempo grave, del Padre Fondatore come un invito alla vigilanza e all’impegno; ma, poiché parla di Paradiso, ritengo bene applicarla ai nostri Confratelli che ci hanno lasciato. Con dolore li abbiamo visti partire per l’eternità; con l’affetto e la preghiera, restiamo in comunione con loro che Dio ha chiamato, quasi in fretta, a ricevere il premio della loro fedeltà; il loro esempio ci sia d’ispirazione e incoraggiamento per perseverare nella vocazione e nella dedizione per la Missione.

Se da parte di tutti vi sarà l’impegno a riscoprire e realizzare questi valori, in cui si esprimono gli ideali della nostra vocazione, l’Istituto conoscerà un periodo di autentico rinnovamento. La vita delle nostre comunità creerà quella comunione di amicizia, di preghiera e di collaborazione fra i membri, che renderà possibile ai giovani e ai meno giovani o anziani comprendersi e completarsi nelle idee e nel lavoro.

Allora, la nostra Famiglia avrà la condizione e lo spazio spirituali perché possa aversi l’entusiasmo di cui essa ha oggi bisogno: l’entusiasmo dei giovani e l’entusiasmo per i giovani.

Mario Bianchi, Imc
(Superiore Generale /9/11/1971)

 




Cari Missionari

Lacrime di missionari

Ho letto con molta attenzione e partecipazione l’editoriale della rivista Missioni Consolata di novembre: grazie per aver dato voce alle lacrime nascoste dei missionari. Grazie perché sento che è molto di più di un articolo e rivela una realtà con discrezione e amore. Grazie!

suor Maria Antonietta, missionaria in Kenya per 27 anni
22/11/2017

Caro padre Gigi,
ho visto mio fratello piangere. Non succedeva da tanto tempo. Ho subito pensato alle lacrime silenziose dei missionari, a quel meraviglioso padre Pierino di cui parli nell’editoriale. Lo incontrammo nel viaggio in Kenya del 1985; lasciata Maralal, dove padre Ronchi aveva celebrato quell’11 agosto la «solita» gioiosa messa, ci eravamo diretti verso Sukuta Marmar. Ad accoglierci c’era padre Pierino Tallone, che padre Antonio Giordano (che ci accompagnava) chiamò Pierino Deo gratias, poiché, ci spiegò, in seminario talvolta parlava nel sonno e lodava Dio. Fummo così colpiti da quella giovane missione, soprattutto dalla presenza del catechista e direttore della scuola, fratello del vescovo di Nyeri – un Kikuyu tra i Samburu – che mandai una breve lettera di ringraziamento e lode a MC (pubblicata nell’aprile ‘86). […] È stata una breve visita a padre Pierino, nel pomeriggio di quell’11 agosto di 32 anni fa, ma indimenticabile. Quel padre Pierino Deo gratias ci è proprio rimasto nel cuore!

Paola Andolfi
 31/11/2017

Caro direttore,
dopo aver letto con grande commozione il tuo editoriale sul numero di novembre non ho potuto fare a meno di scriverti. Le tue bellissime parole ci presentano la vera vita dei missionari che noi purtroppo siamo abituati a vedere sempre sorridenti e circondati da folle festanti. La realtà è purtroppo diversa, la solitudine in cui si trovano ad operare, la sensazione reale di impotenza per non riuscire a fare nulla per la gente che amano, li rende fragili e le lacrime non sono altro che lo sfogo per la sensazione fisica dell’inutilità della loro presenza in quelle regioni del mondo. Solo «un amore più grande» (padre Rinaldo Do) impedisce loro di fuggire e sottrarsi alle tragedie che colpiscono queste popolazioni.

Un missionario che piange! Una immagine che mi ha colpito profondamente non tanto perché non pensassi che questo potesse accadere, ma per la reale e concreta visione che le tue parole hanno contribuito a proiettare nella mia mente. Spesso noi «laici» ci dimentichiamo che qualcuno si sta consumando alle frontiere più bisognose del mondo per aiutare questa gente e renderla consapevole dei propri diritti. Questi messaggeri non sono altro che i nostri missionari che hanno preso il nostro posto e anche per noi sono lì a fianco della gente a combattere contro l’ingiustizia, la sopraffazione, l’odio tribale. Anche noi siamo in qualche modo responsabili delle lacrime di questi nostri coraggiosi fratelli, che nonostante tutto (parafrasando padre Do) «continuano rinnovando ogni giorno il loro sì al Signore che amandoli li ha chiamati a vivere proprio lì». Vorrei gridare a tutti i meravigliosi e generosi missionari il mio «forza, non lasciatevi sopraffare dallo sconforto perché tutta la Chiesa vi è vicina con la preghiera e con il sostegno materiale».

Giacomo Fanetti
17/11/2017

Da padre Angelo Casadei

Carissimi amici,
vi scrivo dalla foresta amazzonica colombiana. La Colombia è uno dei nove paesi che ne possiedono una fetta, il 6% di questo bioma amazzonico: un dono per le persone che vivono in questo territorio e un bene per l’umanità.

Dopo sette mesi vissuti nella Tagua con il confratello mozambicano padre Gabriel Armando, sono stato destinato a Puerto Solano, una parrocchia immensa di 42.000 Km2 più della metà del Vicariato di Puerto Leguizamo-Solano di cui fa parte (65.000 km2). La parrocchia è composta da 120 villaggi e attraversata da vari fiumi. All’interno della parrocchia vi è una parte del parco nazionale del Chiribiquete dove ci sono popolazioni native ancora sconosciute, flora e fauna non catalogate, e si possono trovare graffiti impressi nella pietra lasciati da popolazioni molto antiche. In questo immenso territorio saremo tre missionari della Consolata e quattro suore missionarie colombiane e sicuramente (avremo) anche la presenza di laici e laiche missionarie. Con questa breve lettera voglio condividere con voi due sentimenti.

Il primo a livello storico con i ricordi che mi suscita la missione di Solano. In questa missione ho vissuto la mia prima esperienza missionaria nella Pasqua del 1987, con il padre Agustin Baima nel centro di Campo Alegre e poi in Puerto Tejada, in cui abbiamo posto la Croce e dove, in seguito, sono state costruite la cappella e due stanze per accogliere i missionari.

Sono poi ritornato in altre occasioni come seminarista, e nel luglio del 1988 assieme ai miei genitori. Nel 1994, già sacerdote e animatore missionario nelle diocesi di Vittorio Veneto e Treviso, ho vissuto qui un’esperienza missionaria indimenticabile con un gruppo di giovani delle due diocesi. Destinato in Colombia, più volte da quando sono arrivato è stata fatta la proposta di una mia presenza in questa zona che avevo visitato sporadicamente per collaborare nel servizio missionario o come superiore provinciale.

Il secondo sentimento è il futuro che mi aspetta. Mi piace sognare, e come dice qualcuno, sognare non costa niente. Così vi voglio raccontare come vorrei vivere questa nuova tappa tenendo conto che ho già 54 anni, dei quali 31 come Missionario della Consolata dove ho vissuto varie esperienze di vita comunitaria e mi viene in mente ciò che padre Antonio Bonanomi mi disse appena arrivato in Colombia come studente: «Nella vita, dopo ogni tappa, dobbiamo fare sintesi e far tesoro di quello che abbiamo imparato e cercare di non cadere negli stessi errori e per dare sempre il meglio di noi».

Ed ecco in sintesi alcuni punti importanti del mio sogno:

  • Stare con la gente. Una priorità la visita nelle comunità, nelle loro case, stando dalla parte dei più poveri, con attenzione alle loro necessità spirituali, e alle situazioni sociali più critiche.
  • Amore al territorio. Sono nell’Amazzonia, un paradiso per noi e un bene per l’umanità, ma che spesso viene violato per le ricchezze del sottosuolo.
  • La mia comunità locale. Saremo tre missionari della Consolata. Questa sarà la mia nuova famiglia, con storie diverse, ma con un unico sogno: accompagnare questo popolo che ha bisogno di noi in nome di Gesù Cristo il quale un giorno ci ha chiamati e inviati per il mondo, e oggi qui in questo affascinante luogo.
  • Lavoro in equipe. Ho sempre creduto in questo da quando ho messo piede in terra latinoamericana. Il vescovo mi ha dato il decreto di nomina dopo la destinazione del superiore regionale. Il 3 dicembre nel giorno in cui ricordiamo San Francesco Saverio, grande missionario dell’Oriente c’è stata la nostra entrata ufficiale. […] Nell’equipe ci saranno anche 4 suore dell’ordine colombiano Misioneras Siervas del Divino Espiritu fondate nel 1983. In questa comunità non potrà mancare la presenza di Laici Missionari da fuori e del luogo, la missione è responsabilità di ogni battezzato.
  • Una missione in azione e contemplazione. Così ci vuole il nostro fondatore. Se vogliamo essere efficaci nel nostro annuncio dobbiamo avere Gesù Cristo nel cuore.
  • Comunione. Con la chiesa locale e universale. Siamo parte del Vicariato Apostolico di Puerto Leguizamo-Solano, il quale compirà cinque anni il prossimo 21 febbraio. Abbiamo un progetto comune che vivremo anche nella nostra vastissima parrocchia.
  • Aperti al nuovo. Come accompagnare questa immensa parrocchia con 120 villaggi? È importante l’accompagnamento personale delle comunità e delle famiglie, importante la formazione di laici locali che ci aiutino nell’evangelizzazione e promozione umana, dobbiamo salvare l’uomo e la donna integralmente.

Concludo ringraziandovi per avermi ascoltato. […] Dio vi benedica nella vostra missione a presto,

padre Angelo Casadei,
Solano, 01/12/2017

Yanomami e Catrimani nelle librerie

In Brasile è appena stato pubblicato il libro «O Encontro – Nohimayou» (Paulinas Editora, São Paulo), un’opera curata dal sacerdote e antropologo Corrado Dalmonego, IMC, e dal giornalista Paolo Moiola. Nelle sue 144 pagine, la pubblicazione registra i ricordi della Missione Catrimani, dove da più di 50 anni i missionari della Consolata vivono in armonia con gli Yanomami (circa 33 mila persone), gli indigeni che abitano la foresta amazzonica tra il Brasile e in Venezuela.

Il titolo «L’incontro – Nohimayou» rivela con precisione il contenuto del libro. L’espressione «Nohimayou» in yanomae, una delle lingue della famiglia linguistica yanomami, significa «risvegliare l’amicizia». Questo termine descrive con precisione l’atteggiamento di avvicinamento dei missionari che hanno sempre cercato di stabilire relazioni di amicizia (nohimai) con questo popolo indigeno.

Il saggio raccoglie le testimonianze di missionari, antropologi e giornalisti che in diverse fasi hanno condiviso le loro vite con gli Yanomami. L’opera fa parte del progetto per recuperare la memoria storica delle missioni IMC nel continente americano e la Missione di Catrimani è una delle più significative.

La storia di Catrimani ci insegna che le popolazioni indigene, come qualsiasi altra, devono essere rispettate e comprese nelle loro differenze. Dopo molte lotte e perdite irreparabili, questo principio è stato infine adottato dalla Costituzione brasiliana del 1988, articolo 231, che riconosce il diritto dei popoli indigeni alla loro organizzazione sociale, alle lingue, alle usanze, alle credenze e alle tradizioni. Sfortunatamente, la Magna Carta in Brasile è stata violata quotidianamente e la sopravvivenza delle popolazioni indigene continua a essere minacciata dagli interessi dell’agroindustria, dai tagliaboschi e dai settori minerari.

Nel corso degli anni, la convivenza degli Yanomami con i missionari della Consolata, iniziata nel 1965, ha contribuito all’emergere di un modello di missione basato sul rispetto e sul dialogo, dando vita a azioni concrete in difesa della vita, della cultura, del territorio e della foresta, la casa comune. Questa stessa visione è condivisa dal Consiglio missionario indigeno (Cimi) creato nel 1972 (e il cui presidente, dom Roque Paloschi, ha scritto l’introduzione al saggio di Dalmonego e Moiola). Il principio fondamentale di questo nuovo modello di missione è annunciare la gioia del Vangelo nel silenzio e nel dialogo, creando legami di amicizia e alleanze nella prospettiva del «buon vivere». Le testimonianze provenienti dal Catrimani ci parlano di una missione guidata dallo Spirito di Dio vivo e attivo nei missionari, nei popoli e nelle culture. Per tutto questo vale la pena dare un’occhiata a questo eccellente lavoro.

padre Jaime C. Patias,
consigliere generale Imc per le Americhe, 01/12/2017

Speriamo di averne presto la traduzione anche in italiano.

Ricordando (mia) mamma Carolina

Volevo riassumere alcune cose che ho imparato da mia mamma usando l’immagine della Consolata, patrona della città di Torino e dei Missionari della Consolata, la comunità alla quale appartengo. Mi voglio soffermare nei gesti delle mani e negli sguardi di questa immagine.

Il primo gesto, che sta al centro del quadro, è un gesto ieratico e apparentemente freddo. Le mani del bambino e della mamma non si toccano, si sfiorano soltanto. Il bambino benedice noi che guardiamo e Maria sembra solo sottolineare l’importanza di quella benedizione. Invece l’altro gesto, più periferico nell’immagine, ritrae la mano del bambino, dolcemente avvinghiata al dito pollice dell’altra mano della mamma che lo sostiene con fermezza in braccio.

Gli sguardi dei due non si incrociano e chiamano in causa le persone che stanno osservando: il bambino guarda noi e la mamma Maria solamente sfiora con il suo sguardo questo bambino tutto proteso verso fuori con le sue mani e con i suoi occhi.

Vediamo quindi due dimensioni che fanno parte della maternità di Maria: da una parte il sostegno discreto, rappresen- tato dalle mani che si uniscono e dal braccio che sorregge il peso del bambino, e dall’altra l’impegno, probabilmente non facile per Maria, di mettere al centro la novità di un progetto che ha in lei le sue radici profonde ma che è donato al mondo intero, in quella mano benedicente e in quello sguardo che abbraccia l’umanità intera.

Le ultime due frasi che ho sentito dalla viva voce di mamma Carolina risalgono a pochi giorni fa. Lunedì scorso quando di primo mattino mi accingevo a raggiungere l’aeroporto di Malpensa, con un filino di voce mi salutò dicendo «fai buon viaggio e prega di più», e poi al telefono giovedì sera quando in Italia era notte fonda e mi disse «non ci vedremo più, vieni a casa per il funerale».

In questa settimana non ho pregato di più, anche quando la malattia inaspettatamente sembrava aver accelerato un processo già segnato, perché sapevo bene che la vita di noi tutti, e quindi anche la sua, è nelle ottime mani di Dio che scrive la storia per il bene di noi che siamo figli. E poi alla fine non sono neppure venuto al funerale perché le sarei comunque stato vicino, anche se non presente, e così è stato in queste ore nelle quali, malgrado la distanza, sono diventato ricettacolo di parole di conforto che mi hanno raggiunto da tantissime parti del mondo.

Probabilmente essere mamma di un missionario non è una cosa facile… ai genitori dei primi missionari che partivano per l’Africa Giuseppe Allamano diceva che avrebbero rivisto i loro figli in paradiso e anche se oggi possiamo macinare centinaia di chilometri in poche ore, le distanza e i tempi prolungati, soprattutto quando gli anni avanzano, continuano ad essere una sfida non facile da sostenere.

In mamma Carolina, vedendo l’immagine di Maria Consolata, riconosco che non è mai mancato quell’equilibrio fragile fatto di discreta presenza, sostegno deciso, dono incondizionato… anche se la quotidianità di un cammino missionario è più composta di dubbi che di certezze e forse anche di qualche disobbedienza.

Gianantonio
31/10/2017

Così padre Gianantonio Sozzi, missionario in Colombia, ha voluto ricordare sua mamma Carolina Riva tornata alla «casa del Padre» il 29 ottobre a Civate (Lc).