Islanda, miti e realtà. L’isola bivalente

Viaggio nell’isola del Nord Europa

Mappa con l’Islanda e gli altri paesi del Circolo polare artico.

Sommario

 

 

 



Ma non è il paradiso

Piccola, sperduta, spopolata. I boschi sono scomparsi da secoli. I ghiacciai stanno sparendo rapidamente a causa dei cambiamenti climatici. L’energia a disposizione è tanta, ma i turisti sono forse troppi. E anche i casi di depressione tra i suoi abitanti. L’Islanda è bella, ma non idilliaca come retorica racconta.

L’aria «si distingue per via di rarefazione e di condensazione nelle varie sostanze. E rarefacendosi diventa fuoco, condensandosi invece diviene vento, poi nuvola, e ancora più condensata, acqua, poi terra, e quindi pietra».

L’Islanda sarebbe stata la terra che il filosofo di Mileto, Anassimene (586-528 a.C.), da cui sono tratti questi versi, avrebbe probabilmente amato. I quattro elementi costituenti la materia da lui per primo teorizzati e che poi Empedocle (V secolo a.C.) avrebbe fissato in una concezione scientifica che avrebbe resistito fino al Medioevo, si scatenano da millenni nelle viscere di quest’isola per poi liberarsi sulla sua superficie plasmandone il territorio.

Anche se politicamente l’Islanda appartiene all’Europa, geologicamente l’isola è lo spettacolare palcoscenico in cui le due placche continentali europea e americana si incontrano permettendoci di calpestare il suolo dell’una o dell’altra.

I turisti si divertono ad attraversare il «Ponte tra i continenti» che si trova nella penisola di Reykjanes. Si lanciano saluti dalla placca americana a quella europea. A Þingvellir, le guide amano spiegare ai turisti che si inoltrano nel canyon di Almannagjá di stare camminando esattamente tra le due placche tettoniche, anche se in realtà le due faglie non sono così nettamente divise e il canyon di Almannagjà si trova interamente nella placca americana (e per calpestare il suolo europeo occorre attraversare per diversi chilometri tutta la pianura sino ai primi contrafforti che si vedono verso est).

Il piccolo porto di Husavik, nell’estremo nord dell’Islanda. Foto Christian Klein – Pixabay.

Le forze naturali: risorse e disastri

È comunque proprio questa conflagrazione naturale causata dalle forze tettoniche – che qui in Islanda ha trovato la sua espressione più spettacolare – la causa del fallimento, prima, e del successo, poi, della colonizzazione di questa terra.

Fallimento, perché per secoli la popolazione dell’isola ha dovuto lottare contro l’esuberanza degli agenti naturali e un clima rigido che limitava la coltivazione del terreno rendendo la vita al limite della sopportazione.

Secondo Halldór Laxness, scrittore islandese premio Nobel nel 1955, i suoi connazionali sono l’unico popolo che ha distrutto la natura del loro stesso Paese. La colonizzazione è coincisa con la deforestazione secondo l’idea di una natura da combattere invece che da proteggere.

Successo perché proprio la natura, insieme all’isolamento del Paese, ha da un lato protetto l’Islanda dalle guerre che hanno imperversato in Europa e nel mondo e, dall’altro, a partire dagli anni Novanta, ha favorito lo sviluppo dell’industria turistica, da anni in continua espansione.

Le case colorate della capitale islandese Reykjavik. Foto Tom Podmore – Unsplash.

Turismo ed energia da fonti rinnovabili

Nel 2022 sono stati 1,29 milioni i turisti che hanno raggiunto il paese a fronte di una popolazione totale di soli 390 mila abitanti. Pur non avendo ancora raggiunto la punta massima del 2018, quando i visitatori furono 1,82 milioni, l’aumento post pandemia è comunque considerevole, tanto da contribuire per il 6,2% del Pil nel 2022, ma suscitando qualche critica anche da parte della popolazione.

Le arterie cittadine sono ormai trafficate, gli incidenti causati dai guidatori non esperti che si avventurano in strade non asfaltate o che rimangono impantanati nei guadi sono in aumento, così come i rifiuti e gli atti di vandalismo (voluti o accidentali). La pressione demografica, che a prima vista potrebbe sembrare poco influente in un paese di 103mila km2 (un terzo dell’Italia), inizia a farsi sentire sull’ambiente (il 90% dei viaggiatori si concentra in aree limitate e utilizza mezzi propri per gli spostamenti) mentre il costo della vita, dei servizi e del mercato immobiliare aumenta, soprattutto a scapito degli abitanti. I prezzi degli appartamenti sono improponibili anche per un islandese, il cui stipendio medio si aggira sui 3.800 euro al mese: un appartamento in centro in una città di medie dimensioni costa sui 4mila euro al metro quadrato e a Reykjavik raggiunge anche i 6-8mila euro. Accanto ai disagi creati dal turismo, la natura islandese dona però anche indubbi vantaggi, in primo luogo sul piano energetico.

L’87% dell’energia prodotta nell’isola proviene da fonti rinnovabili (nell’Unione europea rappresenta il 18.6%, in Italia il 18,4%). Le imponenti masse d’acqua che si riversano nei fiumi generando cascate impressionanti forniscono energia idroelettrica per il 62% del totale dell’energia prodotta nel Paese (nell’Unione europea è il 5,4%, in Italia il 6,4%), mentre il vapore che fuoriesce ininterrottamente dal sottosuolo, oltre a riscaldare le piscine termali, alimenta le centrali geotermiche che contribuiscono al 25% della produzione energetica nazionale.

Nonostante la geotermia sia considerata fonte energetica a basso impatto ambientale, le emissioni di CO2 (anidride carbonica) e CH4 (metano) sono comunque considerevoli. I gas serra, sommati a gas tossici come l’idrogeno solforato (H2S), in un impianto geotermico sono emessi durante il processo di generazione. Nei giacimenti sotterranei i fluidi caldi, contenenti principalmente CO2 e metano, vengono portati in superficie, ma mentre il vapore acqueo può venire liquefatto, i gas in esso contenuti non sono condensabili. Al fine di evitare che i gas serra si diffondano nell’atmosfera a Hellisheiði, poco distante da Reykjavik, la più grande centrale geotermica islandese e l’ottava al mondo, è prevista l’installazione di un impianto Dacs (Direct air capture storage).

Mentre visito la struttura, Edda Aradóttir, Ceo della compagnia, mi illustra il progetto «Mammoth», un sistema che, una volta funzionante (si pensa entro il 2025), sarà capace di catturare nominalmente fino a 36mila tonnellate di anidride carbonica l’anno per poi insufflarla a 800-2.500 metri nel sottosuolo dove, nel giro di un paio d’anni, si trasformerà naturalmente in minerali carbonati.

Una vista spettacolare della valle di Oxnadalur con la fattoria Hals. Foto Piergiorgio Pescali.

Il riscaldamento climatico e i ghiacciai dell’isola

Il riscaldamento climatico, che gli islandesi cercano di mitigare limitando ulteriormente le già minime emissioni di gas serra rilasciate dal loro sistema energetico, è evidente a Fjallsárlón e Jökulsárlón dove trovo ad aspettarmi Andrea e Claude, entrambi geologi, con cui compio un giro per le lagune glaciali. L’innalzamento delle temperature che sta assottigliando il Vatnajökull, una massa di ghiaccio grande quanto il Friuli-Venezia Giulia, agisce in due modi: da una parte espone le morene all’aria e dall’altra fa arretrare il fronte glaciale. La fuliggine delle attività vulcaniche e la polvere che si deposita sulla superficie del ghiacciaio rendono il suo manto di un colore grigiastro che riduce l’albedo (il potere riflettente di una superficie bianca, ndr) con la conseguente accelerazione dello scioglimento, trasformando il ciclo in un pericoloso uroboro (l’uroboro è il serpente che si mangia la coda, ndr) climatico.

A dieci chilometri di distanza dal Fjallsárlón, si apre la laguna di Jökusárlón, più vasta e più bella della precedente e per questo anche quella più assaltata dai turisti. La Jökusárlón è formata dalla lingua glaciale del Breiðamerkurjökull che, dopo essersi espansa fino al 1890, dagli anni Venti del XX secolo ha iniziato a ritrarsi lasciando spazio a uno specchio d’acqua che si è venuto a formare a partire dal 1935. Oggi questo lago è ampio circa 18 chilometri quadrati e la sua superficie aumenta a velocità sempre più elevata. «L’Islanda ha solo 390mila abitanti e conta ben poco nella lotta contro il cambiamento climatico, ma è spesso presa a esempio per il suo impegno nel contribuire all’impegno per mantenere l’aumento della temperatura sotto il punto di non ritorno», afferma Andrea.

Vero è, però, che un paese poco densamente abitato che ha la fortuna di godere di fonti naturali energetiche poco impattanti dal punto di vista ambientale e – perdipiù – pressoché inesauribili, è sicuramente molto più favorito di altre nazioni.

Del resto, non tutto in Islanda funziona al meglio.
«Abitare in Islanda non è facile» mi dice Guðrún, studentessa di chimica all’University of Iceland che, per guadagnarsi da vivere, passa le vacanze lavorando come cameriera in un bar di Vik: «I turisti arrivano, rimangono estasiati dalla baia, dal Paese, dalle pecore, dalle cascate, dal mare, ma poi, dopo una o due settimane, se ne ritornano da dove sono venuti, nel caldo delle loro città, nella vita notturna, nei concerti. Escono al mattino con il sole e sanno che quella giornata rientreranno con il sole. Se vogliono possono bersi una birra o andare al ristorante senza spendere una fortuna. Da noi tutto questo è semplicemente impossibile».

Mi viene in mente un passo di «Miss Islanda», il libro di Auður Ava Ólafsdóttir, ambientato negli anni Sessanta, ma ancora attualissimo, in cui Hekla, trasferitasi a Copenaghen, scrive alla sua amica Ísey che «la pioggia (a Copenaghen, ndr) non è orizzontale, anzi scende giù verticalmente, come fili di perle».

L’impressionante volume d’acqua che forma la cascata di Dettifoss, la maggiore dell’Islanda e dell’Europa. Foto Piergiorgio Pescali.

Gli islandesi e il pericolo della depressione

Nella fascia di popolazione compresa tra i 18 e i 29 anni, un islandese su dieci soffre di depressione acuta  e lo Stato riserva il 12% del budget della sanità per le malattie mentali. Appena possono, i giovani fuggono dall’isola, spesso considerata come una prigione, per trasferirsi sul continente. Ogni anno circa duemila islandesi tra i 15 e i 64 anni si trasferiscono all’estero. Se è vero che essi rappresentano solo l’1% della fetta di popolazione di quell’età, è anche vero che oggi in termini assoluti sono ben 49mila gli islandesi (il 13,2%) che risiedono permanentemente fuori dal Paese.

A parte pochi paesini che contano qualche migliaio di abitanti (Húsavík, Akureyri, Stykkishólmur, Ísafjörður), la maggior parte dei centri islandesi sono deprimenti e senza alcuna attrazione.

La difficile situazione sociale islandese è raccontata oltre che dalla letteratura anche dalla filmografia: Virgin Mountain, Nói AlbÍnói, The Oath-il giuramento, Rams-Storia di due fratelli e otto pecore, e anche la serie Trapped, raccontano i risvolti di una società ben lontana dall’idilliaco stereotipo in cui i turisti si ostiniamo a dipingere la nazione.

Nell’Islanda dei libri di Halldór Laxness o di Ragnar Jónasson c’è molta più verità di una fotografia scattata durante una toccata e fuga nell’isola. È la vita reale di un’Islanda che preferiamo non vedere o non conoscere: famiglie spezzate, intrighi tra colleghi di lavoro, dialoghi ridotti all’osso ed ermetici, paesaggi desolati, quasi sempre cupi e piovosi, paesini malinconici.

Ne «I giorni del vulcano» di Jónasson, Ívar, il superiore di Ísrún, non vede l’ora di licenziare la collega, ma non potendolo fare le affida i lavori più noiosi e insignificanti mobbizzandola persino di fronte alla direttrice della redazione televisiva in cui lavora.

Mi dirigo verso Siglufjörður, a nord di Akureyri, dove è ambientata la serie televisiva Trapped e dove si dipanano le scene dei libri di Ragnar Jónasson. Una manciata di case sparpagliate su una baia per un totale di 1.300 abitanti. Nonostante non piova, le strade sono deserte. Solo qualche turista si aggira tra la banchina del porto e la fabbrica di aringhe alla ricerca di qualche scena che ricordi i luoghi calpestati da Andri Ólaffson, il poliziotto a capo delle indagini.

Ne «L’angelo di neve», Jónasson descrive magistralmente il paesaggio in cui mi immergo: «Il fiordo li accolse con il grigio opprimente di una giornata coperta. Nuvole scure nascondevano l’anello di montagne impedendo di ammirarne in pieno la magnificenza. Il grigiore rendeva opachi i tetti delle case e i giardini erano coperti da un leggero strato di neve».

A Djúpavik, lungo la costa Strandir, nei fiordi occidentali, la desolazione si ripresenta in modo ancora più deprimente. Nel villaggio vive una sola famiglia immersa nel nulla di un paesaggio che è tanto magnifico quando è illuminato dal sole quanto è demoralizzante quando piove. La cittadina più vicina, Hólmavik, si trova a settanta chilometri al termine di una strada non asfaltata. L’unico hotel è una magnifica oasi di pace aperta nel 1985 da Eva Sigurbjörnsdóttir e dal marito Ásbjörn Þorgilsson che, con i loro figli, hanno trasformato ciò che restava di una vecchia fabbrica di aringhe, chiusa nel 1954, in un piccolo museo in cui artisti esibiscono i loro lavori. D’altro non c’è molto: una stazione di benzina in disuso, il relitto arrugginito della Suðurland che, dopo aver smesso di fare servizio fra Reykjavik e il Breiðafjörður, venne trasferita a Djúpavik nel 1935 e usata per ospitare la manovalanza stagionale della fabbrica di aringhe.

Nonostante il villaggio sia quasi abbandonato, Halldór Laxness ha ambientato qui il suo romanzo «Guðsgjafaþula» (Una narrazione dei doni di Dio, non ancora tradotto in altre lingue), mentre nel 2006 i Sigur Rós hanno suonato nella vecchia fabbrica di aringhe e, nel 2016, Ben Affleck, Willem Dafoe e Jason Momoa hanno girato alcune scene di «Justice League».

Gli iceberg della laguna di Jökulsárlón; il riscaldamento climatico ha liberato blocchi di ghiaccio che fluttuano nella laguna attirando migliaia di turisti. Foto Piergiorgio Pescali.

La politica e la stretta migratoria

L’isolamento a cui sono costretti molti centri islandesi a causa dei collegamenti poco veloci o per le condizioni atmosferiche, ripropone in modo più che mai attuale la questione dello spopolamento delle campagne. Il 94% della popolazione si accalca nelle città. Reykjavik, la cui municipalità da sola raggruppa 243mila islandesi, si sta espandendo: nel 1972 era una cittadina quasi sconosciuta quando per qualche giorno occupò le prime pagine dei giornali di tutto il mondo con la leggendaria sfida di scacchi tra Bobby Fisher e Boris Spassky e nel 1986 tornò alla ribalta grazie alla riunione tra Ronald Reagan e Michail Gorbačëv alla Höfði. Il summit, assieme all’inaugurazione, avvenuta pochi giorni dopo, della chiesa di Hallgrímskirkja, iniziata nel 1945 (anche in Islanda non tutto funziona in modo efficiente), segnarono la svolta della capitale.

Nel Paese iniziarono a riversarsi i primi turisti e, con loro, i primi immigrati. Dieci anni dopo quasi il 3% della popolazione islandese era straniero: oggi lo è il 19%.

L’apprezzata prima ministra islandese, Katrín Ja-kobsdóttir, del Movimento sinistra e verdi, pur avendo nel suo Dna una politica sociale progressista e illuminata, deve fare i conti con una singolare coalizione di governo che la vede alleata di minoranza di due partiti di centro destra, il Partito dell’indipendenza e il Partito progressista. Il primo, con 17 deputati su 63, è il maggior gruppo parlamentare con un orientamento a destra e liberale. Sostenuto dalle cooperative di pescatori e dagli imprenditori, è euroscettico, condividendo questo sentimento con gli altri due alleati.

Il Partito progressista si è invece sempre più avvicinato ai movimenti populisti abbracciando la retorica sovranista, opponendosi a un’eventuale entrata dell’Islanda nell’Unione europea, criticando le istituzioni e i creditori internazionali e chiedendo una stretta nella regolamentazione migratoria.

Chi ne fa le spese sono soprattutto gli immigrati. La politica islandese sta cambiando radicalmente: le difficoltà economiche, come spesso accade, hanno aumentato l’ostilità della popolazione e del governo verso l’immigrazione, in particolare quella economica. Di fronte alla minaccia di rimpatrio («deportazione» è il termine esatto utilizzato dalle Ong islandesi ) di trecento richiedenti asilo (principalmente di nazionalità irachena e nigeriana), nel 2022 diverse organizzazioni, tra cui la Croce Rossa, sono scese in piazza chiedendo al governo di rivedere la sua politica migratoria.

Nei primi quattro mesi del 2023 su 1.771 domande di asilo (813 da venezuelani, 629 da ucraini, 71 da palestinesi e varie altre nazionalità), solo 736 ne sono state accettate (547 ucraini, 67 palestinesi, 36 siriani).

Padre Jacob Rolland con, sullo sfondo, la cattedrale cattolica di Cristo Re nella capitale islandese. Foto Piergiorgio Pescali.

La polemica religiosa

Nel 2018 il governo di Jakobsdóttir è stato anche al centro di una vivace polemica internazionale per il disegno di legge proposto dal Partito progressista che intendeva proibire la circoncisione con una pena fino a sei anni di prigione.

Di fronte a tale pericolo, l’Inter Faith Forum, presieduto da padre Jakob Rolland, della Chiesa cattolica islandese in collaborazione con l’Istituto di studi religiosi dell’Università dell’Islanda, ha indetto una conferenza a cui hanno partecipato rappresentanti laici, cristiani, ebrei e musulmani (la comunità ebraica islandese conta circa 500-600 membri e solo nel 2021 la fede ebraica è stata riconosciuta come una delle religioni ufficiali del Paese).

Il caso fu ripreso anche dalla stampa: «Se un Paese inizia a proibire una pratica religiosa con la giustificazione dei diritti umani, altre nazioni potrebbero seguirne l’esempio creando un precedente molto pericoloso», mi dice padre Rolland, il quale aggiunge che la sua famiglia polacca ricorda bene gli orrori dei campi di concentramento nazisti. «Era quindi chiaro per noi che dovevamo fermare la proposta sin dall’inizio per evitare che potesse passare inosservata aprendo porte che non devono assolutamente essere di nuovo aperte».

Dopo la conferenza dell’Inter Faith Forum, il parlamento islandese chiese la rettifica della legge al governo, ottenendone il congelamento (non la sua cancellazione).

Un pescatore islandese mostra la preda. Foto Piergiorgio Pescali.

Il marketing dei vichinghi e il nazionalismo islandese

«I nostri antenati erano vichinghi, il nostro popolo è abituato a lottare per la propria sopravvivenza. Se vuoi qualcosa te la devi meritare, non puoi arrivare in Islanda e pretendere che il governo ti conceda tutto quello che non hai avuto nel tuo Paese d’origine» mi dice un sostenitore del «Fronte nazionale islandese», un partito di estrema destra nato nel 2016 che, come si legge nel suo statuto, intende «proteggere il sistema sociale, l’indipendenza dell’Islanda e la cultura islandese».

L’immagine dell’islandese vichingo è oggi sempre più utilizzata in senso nazionalista dall’ultradestra del paese. In realtà, i primi colonizzatori, a partire da quell’Ingólfur Arnarson che nell’874 sbarcò con la moglie Hallveig Fróðadóttir e al fratello di sangue Hjörleifur Hróðmarsson, erano fuggiaschi norvegesi, per lo più poveri contadini, che cercavano terre da coltivare che non fossero soggette alla pesante tassazione reale.

«Siamo più eredi di poveracci che di fieri guerrieri. Dal punto di vista del marketing, però, l’eredità dei landnásmenn (i proprietari delle terre) non rende quanto quella di nerboruti e battaglieri combattenti», sostiene Lúna, neolaureata in Studi medioevali presso la University of Iceland.

Nel «Landnamabók» (Libro dell’insediamento) sono nominati circa quattrocento coloni che arrivarono in Islanda (tra cui centotrenta dalla Norvegia e cinquanta dalla Britannia).

Molti di essi fuggirono dalla Norvegia per le vessazioni di Harold Fairhair (Bellachioma, ndr), altri fuggirono dalle isole britanniche per le sconfitte subite nel Wessex e a Dublino nel 902.

Ancora oggi la storia della colonizzazione dell’Islanda è ricoperta da un velo di mistero. Si parla anche dell’arrivo di monaci irlandesi, i cosiddetti «Papar» (vedi sotto).

Un gregge di pecore a Hverir. Foto Piergiorgio Pescali.

Saghe, leggende e stereotipi

A proposito di stereotipi, nel 2019, ho partecipato a Edimburgo a una conferenza in cui era invitato Hallgrímur Helgason, scrittore pittore presentatore radiofonico, uno degli uomini più famosi in Islanda (e uno dei più contestati, specie negli ambienti della sinistra), vincitore di due Premi letterari islandesi (nel 2001 e nel 2018) e conosciuto anche in Italia per il suo romanzo «101 Reykjavik».

Nel suo intervento, incentrato sul turismo in Islanda, l’autore ha inanellato luoghi comuni degni del migliore assorbitore seriale di leggende metropolitane lette sui social: dalle coppie giapponesi che sbarcano in Islanda in inverno per avere la possibilità di concepire sotto l’aurora boreale perché ritenuto di buon auspicio (una storia inventata di sana pianta che ha avuto origine in Canada e in Alaska), ai gruppi che circolano per Reykjavik chiedendo «a che ora accendono l’aurora boreale» (l’aforisma – molto probabilmente inventato dallo stesso Helgason – deve piacere particolarmente allo scrittore perché lo cita spesso nei suoi interventi variando di volta in volta la nazionalità dei gruppi – ora cinesi, ora filippini, ora giapponesi – che però rimangono immancabilmente asiatici).

«Ecco, ora hai capito perché ci sentiamo in un certo senso orfani letterari», mi spiega una collega islandese. «Purtroppo dopo Laxness non siamo più riusciti a sfornare scrittori di talento».

Eppure, l’Islanda è il Paese in cui la letteratura, specialmente quella epica, è fiorita più che in altri: le innumerevoli saghe di cui si nutre la storia islandese hanno plasmato la cultura e il carattere della popolazione. Ogni luogo, ogni comunità, ogni anfratto racchiude storie di elfi, diavoli, tesori, troll di cui gli attuali toponimi trasmettono ancora l’eredità.

La centrale geotermica di Krafla, nel nord del Paese, appartiene alla Landsvirkjun, il più grande gestore elettrico dell’Islanda, di proprietà statale. Foto Piergiorgio Pescali.

Lo scandalo finanziari0 e il «Best Party»

Continuando a parlare di miti e leggende, ma sul lato secolare, la leggenda che forse è più dura a morire riguarda l’integrità del sistema Islanda dopo la grande crisi finanziaria del 2008 (che ha visto il fallimento delle tre principali banche del paese, ndr).

Dei 202 imputati chiamati a rispondere delle loro responsabilità, solo 25 sono stati incriminati con pene relativamente miti (tra 6 mesi e 6 anni) e a quattro di questi la condanna è stata sospesa. La maggior parte di loro ha scontato la pena nella prigione di Kvíabryggja, un luogo di detenzione all’aperto e non recintata, e rilasciata dopo un anno. «Attraverso i cambiamenti legislativi, le condanne, già brevi, sono diventate comicamente brevi e in pochi mesi sono tornati a pilotare elicotteri e cenare con i loro coniugi nei migliori ristoranti di Reykjavik», afferma Jared Bibler, ingegnere al Mit di Boston e direttore della squadra investigativa che ha indagato sulla crisi pubblicando in un libro del 2021 un dettagliato resoconto della sua esperienza.

Geir H. Harde, il primo ministro islandese al tempo dello scandalo, dopo essere stato «punito» con la nomina ad ambasciatore dell’Islanda negli Stati Uniti, è oggi direttore esecutivo alla Banca mondiale per gli Stati nordici e baltici.

A seguito della debacle finanziaria, l’Islanda ha conosciuto una rivoluzione politica che si è riverberata sull’intero pianeta: un attore comico, Jón Gnarr, ha formato un partito, il Best Party, che con la sua satira affermava di non voler mentire ai propri elettori: «Dato che i partiti sono segretamente corrotti, noi promettiamo di essere apertamente corrotti».

Il Best Party, nato inizialmente come uno scherzo, è diventato ben presto una realtà politica: nel 2010 ha partecipato alle elezioni comunali di Reykjavik, vincendole con il 35% dei consensi e conquistando sei dei quindici seggi del consiglio comunale. Anarchico, figlio di un poliziotto comunista, Jón Gnarr, pur non avendo mai terminato le scuole secondarie, è diventato sindaco della capitale islandese per quattro anni.

Tra dichiarazioni ironiche («importeremo ebrei per avere finalmente in Islanda qualcuno che ne capisce di economia»), consiglieri improbabili («mi lascio consigliare dai Moomin e dagli elfi, che mi hanno detto che l’Islanda deve aderire all’Unione europea»), Reykjavik sotto Gnarr ha risanato il debito e si è riscoperta una città colorata abbandonando lo squallido grigiore e quella patina di austera compostezza che la contraddistingueva.

La Orkuveita reykjavíkur (Or), l’azienda energetica municipale che aveva accumulato due miliardi di dollari di debiti, è stata risanata licenziando il direttore generale e duecento dipendenti, chiamando esperti, depoliticizzando l’azienda e trasferendo gli uffici in una sede meno costosa. Le reti dei trasporti pubblici e delle strutture educative (scuole e asili) sono state riorganizzate (non senza vivaci proteste da parte della popolazione) e in città sono stati costruiti 25 km di piste ciclabili.

Foche nei pressi del villaggio di Djúpavík, nei fiordi occidentali. Foto Piergiorgio Pescali.

Dall’indipendenza alle guerre del merluzzo

L’ascesa politica di Gnarr e il suo stesso modo di parlare e di agire nel nome del popolo è stato certamente favorito dalla cultura islandese. Viaggiando per la nazione non si può fare a meno di notare la quantità di riferimenti alla pace: strade vivacizzate con i colori arcobaleno, semafori con luci a forma di cuore, una vita tranquilla (per molti, troppo tranquilla).

Non dobbiamo però farci ingannare: pur essendo un Paese pacifico e senza esercito, l’Islanda ha sempre tratto beneficio dalle guerre.

In «Gente indipendente», Halldór Laxness scrive che «La guerra mondiale continua a portare benefici al Paese e alla gente, tanto che non la chiamano altro che guerra benedetta […] e più andava avanti, più la gente ne aveva piacere. Tutti i buonuomini si auguravano che potesse continuare il più a lungo possibile».

La Seconda guerra mondiale ha segnato una tappa fondamentale per l’Islanda: con l’occupazione statunitense, che dal 1941 si sostituì a quella britannica, nel 1944 l’isola ottenne l’indipendenza dalla Danimarca, allora sotto occupazione tedesca. Dopo la fine del conflitto, gli islandesi ricevettero più aiuti procapite rispetto a tutti gli altri europei occidentali.

L’adesione alla Nato contribuì anche alle tre vittorie nelle «guerre del merluzzo» (1950-1970), combattute con successo contro il Regno unito a colpi di speronamenti e, a volte, anche con scambi di artiglieria navale tra la Guardia costiera islandese e la marina britannica, intervenuta a difesa dei propri pescherecci. Con il 10% del Pil legato alla pesca, Reykjavik non poteva (e ancora oggi non può) permettersi di condividere con altre flotte più numerose e attrezzate della sua, le pescose acque artiche. Il governo islandese chiedeva con insistenza che lo sfruttamento dei mari fosse esclusiva prerogativa delle sue navi. Priva di una propria marina, l’Islanda giocò la carta geopolitica minacciando di uscire dalla Nato nel caso le sue richieste non fossero state accettate. Alla fine, fu Kissinger a convincere Londra a ritirare le proprie navi. Così, al termine delle tre guerre (1958-61; 1972-73; 1974-75), Reykjavik riuscì a estendere le acque territoriali a duecento miglia dalle proprie coste.

Il ghiacciaio che si getta nella laguna di Fjallsárlón; il riscaldamento climatico da una parte sta facendo ritirare il fronte del ghiacciaio, dall’altro ha permesso di liberare blocchi di ghiaccio che fluttuano nella laguna attirando migliaia di turisti. Foto Piergiorgio Pescali.

Tra Unione europea e Cina

La questione ittica, con il mancato accordo sulle quote di pesca, è stato anche uno dei motivi del ritiro, annunciato nel 2013 e messo in pratica nel 2015, della richiesta di adesione dell’Islanda all’Unione europea, anche se, secondo un sondaggio svoltosi nell’aprile 2023, il 44% degli islandesi sarebbe favorevole all’entrata nella Ue contro il 34% dei contrari.

Nel frattempo, però, l’economia islandese deve trovare nuovi sbocchi e nuovi partner. E un nuovo partner lo ha trovato, preoccupando seriamente gli Stati Uniti, nella Cina.

Dopo il crollo della cortina di ferro e lo spostamento dell’attenzione internazionale in Asia, la piccola, sperduta e spopolata Islanda, anziché perdere la sua importanza strategica, l’ha aumentata. In particolare, a partire dal 2013, quando, su iniziativa dell’allora presidente Ólafur Ragnar Grímsson, Reykjavik ospitò la prima assemblea del Circolo artico. Questo, a differenza dell’Arctic council, il consiglio governativo formato nel 1996, è un organismo a cui possono partecipare istituzioni di vario genere, governative, private, Ong, università, ecc. non necessariamente geograficamente ed economicamente coinvolte nelle attività artiche. Vi partecipano, quindi, anche Cina, India, Corea del Sud, Singapore, Emirati arabi, e questo allargamento di confini ha aumentato il peso specifico della politica islandese aprendo le porte dell’isola all’economia di Pechino. La nuova Via della seta passa anche da qui.

Piergiorgio Pescali

Il getto d’acqua del geyser di Strukkur (Geysir); erutta ogni 5-10 minuti lanciando un getto alto tra i 20 e i 30 metri. Foto Piergiorgio Pescali.


Dorsali, placche, magma, geyser

La dorsale medio atlantica si allunga per circa 15mila chilometri nel fondo dell’oceano e, a mano a mano che il mantello della crosta terrestre si eleva, al di sotto di esso viene a crearsi una depressione che riscalda la roccia. Questo aumento di temperatura porta allo scioglimento della crosta che trova sfogo nelle parti meno spesse dando così origine ai fenomeni vulcanici.

Lungo la dorsale, il magma fuoriesce dalle viscere della terra e, a contatto con l’acqua, solidifica. È così che ogni anno il fondo marino si innalza di 2,5 cm, ma vi sono dei punti in cui il movimento è più attivo che in altri ed è qui che il suolo si è innalzato tanto da affiorare sul livello del mare per formare isole più o meno grandi. L’Islanda è la maggiore tra queste e il suo territorio viene letteralmente spaccato dalla dorsale che si incunea per tutta la sua lunghezza. Una diramazione si stacca verso sud dalla faglia principale all’altezza dei vulcani Grimsvötn e Laki-Fogrufjöll per creare una terza «isola» tettonica che comprende i vulcani Katla e Hekla, mentre nella piana di Þingvellir, sede storica del primo parlamento islandese, la placca continentale americana si divide da una placca minore a sé stante, la microplacca di Hreppar.

La mappa mostra le dorsali (ridges, in inglese) che attraversano o lambiscono il Paese.

Terra tra le più giovani del pianeta (è iniziata ad affiorare circa 20 milioni di anni fa), l’Islanda è in continua evoluzione, come testimoniano i numerosi vulcani attivi e le sorgenti termali di cui i geyser sono l’espressione più scenografica.

Le fratture tra le due placche si allargano ogni anno di circa 2,5 centimetri e il movimento, seppur impercettibile ai nostri occhi, causa una vivace attività sismica che si trasmette in fenomeni che toccano più direttamente la vita della popolazione: terremoti, eruzioni magmatiche o geotermiche.

I materiali ricchi di metalli alcalini sono trasportati in superficie dai cosiddetti hotspot, punti circoscritti particolarmente caldi che affiorano seguendo cunicoli e pennacchi. La presenza di acqua, invece, da una parte è la causa della formazione di getti ad alta pressione che fuoriescono sotto forma di geyser, fenditure del terreno che si collegano a falde riscaldate da rocce a contatto con il magma, dall’altra, quando entra in contatto direttamente con il magma, l’acqua si trasforma in vapore dissociandosi in idrogeno e ossigeno. Questa miscela, innescata dai getti incandescenti, esplode con violenza spargendo cenere vulcanica in tutta la regione e cambiando radicalmente la conformazione del terreno.

Pi.Pes.


I vichinghi, «guerrieri del mare»

La tela dipinta da Oscar Wergeland nel 1877 ricorda l’arrivo dei vichinghi in terra d’Islanda.

L’immagine dell’islandese vichingo è uno stereotipo che ha fatto il suo tempo, ma che continua a essere molto popolare all’estero.

Il termine vikingr al maschile era usato dai norreni (nome generico per i popoli della Scandinavia) per indicare «guerrieri del mare», mentre al femminile, viking, indicava le «spedizioni marittime a fini militari». Oggi la parola vikingr è usata per descrivere chiunque abbia origini norrene nell’era vichinga.

Solitamente assimilati a uomini rudi, mezzi nudi e pelosi, con il barbone rosso che cala dal mento e che si confonde con i capelli lunghi e arruffati nascosti parzialmente da un curioso elmo cornuto, in realtà, i norreni erano una popolazione dai gusti raffinati, eleganti, dedita al commercio con le nazioni più potenti dell’epoca, il Sacro Romano Impero, l’impero arabo, quello bizantino.

I rapporti non si limitarono solo a negoziazioni commerciali di beni di prima necessità, ma consentirono alla società norrena di approfondire la conoscenza di altre culture e apprezzarne la ricchezza artistica.

Grazie ai drekar, le navi dalla chiglia piatta, il popolo dei norreni poteva navigare in mare aperto così come lungo i fiumi a basso pescaggio compiendo esplorazioni in Groenlandia, Islanda e raggiungendo le coste del Nord America, qualche secolo prima di Colombo.

Quella dei vichinghi è un’era che si dipana tra il 750 e il 1050 d.C. Chiamata «Età dell’oro», in essa le società scandinave espansero la loro economia, le loro conoscenze e, dall’XI secolo, assorbirono le influenze cristiane.

Deluderà forse sapere che le corna poste ai lati degli elmi che ancora oggi piacciono tanto ai turisti e ai negozi di souvenir, sono frutto di una leggenda nata in tempi recenti. Fu lo scenografo Carl Emil Doepler a disegnare proprio un elmo del genere per il ciclo «L’anello dei Nibelunghi». Molto probabilmente i vichinghi raramente indossavano copricapi in ferro, preferendo quelli in cuoio, lasciando gli elmi per le cerimonie dei nobili, che se li portavano nelle loro tombe come simbolo distintivo sociale.

L’ecllissi della società vichinga avvenne in concomitanza con la transizione verso il cristianesimo grazie all’opera del re Olaf II Haraldsson (995-1030), il Sant’Olaf a cui tutta la cultura baltica e slava è particolarmente affezionata. È a seguito della conversione forzata del popolo norreno che venne realizzata la famosa stele di Dynna, oggi conservata nel museo di Storia di Oslo. Questo monolito piramidale di tre metri rappresenta una delle prime testimonianze cristiane della regione scandinava. I suoi bassorilievi propongono una commovente Natività e i tre re Magi che seguono la stella di Betlemme, non ancora trasformatasi nella cometa di cui Giotto sarà primo autore, tre secoli più tardi, nella Cappella degli Scrovegni, a Padova.

Pi.Pes.

Sorgenti calde nell’area di Geysir. Foto Piergiorgio Pescali.


Geotermia, dall’Italia all’Islanda

La generazione di energia elettrica e di calore da geotermia è iniziata in Italia nel 1818 grazie all’ingegnere di origini francesi, Francesco Giacomo Larderel che pensò di sfruttare i getti di vapore che uscivano dal suolo nel comune di Pomarance, nell’allora Granducato di Toscana, per produrre boro utilizzandolo nelle industrie farmaceutiche.

Per omaggiare l’ingegno di Larderel, Leopoldo II decise di dare al luogo il nome dell’ingegnere e il 4 luglio 1904 il proprietario della ditta, Piero Ginori Conti, decise di sperimentare un generatore la cui bobina era alimentata con il calore geotermico. Con l’accensione di cinque lampadine, quel 4 luglio 1904, si inaugurò la geotermia.  Sette anni dopo, la prima centrale geotermica al mondo venne inaugurata a Larderello e oggi le 34 centrali geotermiche italiane producono seimila GWh (2.976 GWh in provincia di Pisa, 1.492 GWh in provincia di Siena e 1.403 GWh in provincia di Grosseto), circa la stessa quantità generata in Islanda (5.960 GWh).

La compagnia energetica nazionale islandese, la Orkustofnun, ha la possibilità di rilevare le risorse energetiche presenti nel sottosuolo di qualsiasi terreno, privato o pubblico, nel Paese. Un proprietario di terreno può richiedere la licenza d’uso per poter sfruttare risorse geotermiche (e del sottosuolo in generale) per un periodo limitato.

In Islanda, ad oggi sono state individuate 20 aree geotermiche all’interno di zone vulcaniche attive con vapori che raggiungono temperature sotterranee di 250°C entro i mille metri di profondità e circa duecentocinquanta aree geotermiche lontane dalle zone vulcaniche, i cui vapori, sempre a mille metri di profondità, non superano i 150°C.

Oggi il 90% delle abitazioni islandesi sono riscaldate con impianti che traggono calore dall’energia geotermica e in alcune zone di Reykjavik e di altre città islandesi i marciapiedi, le strade e le aree di parcheggio sono dotate impianti di riscaldamento a geotermia per sciogliere il ghiaccio durante i mesi invernali.

Nel 2000 un consorzio di compagnie energetiche private e pubbliche (HS Orka hf, Landsvirkjun, Orkuveita Reykjavíkur e la Orkustofnun) ha iniziato un progetto, l’Iceland deep drilling project, Iddp, per sfruttare sistemi idrotermali ad altissima temperatura al fine di raggiungere fluidi supercritici che si trovano a 4-5 km di profondità con temperature che raggiugono i 400-600°C. I giacimenti supercritici potrebbero arrivare a una potenza sino a dieci volte superiore rispetto a quelli convenzionali: mentre questi ultimi raggiungono una profondità media di 2,5 km con una potenza equivalente di 5 MWe, quelli Iddp riescono ad attingere giacimenti supercritici con temperature superiori a 450° con una potenza equivalente prodotta pari a 50 MWe.

Pi.Pes.

La cattedrale della Chiesa nazionale d’Islanda nella capiatale del paese. Foto Wikimedia commons.


Chiese e fedeli

La leggenda dei «papar»

Come negli altri paesi nordici, anche in Islanda la grande maggioranza dei fedeli segue la Chiesa luterana. I cattolici arrivarono presto, ma la loro vicenda è priva di certezze storiche.

Padre Jakob Rolland, cancelliere ecclesiastico della diocesi cattolica di Reykjavik, che incontro presso la cattedrale di Landakotskirkja (Cristo Re), afferma che i primi abitanti dell’Islanda furono monaci irlandesi, i cosiddetti «Papar», dal celtico pap e dal latino papa, «padre» o «papa».

Secondo lo storico Axel Kristinsson, invece, non vi è alcuna prova archeologica secondo cui l’Islanda fosse in qualche modo abitata prima dell’arrivo dei norreni (nome generico per i popoli della Scandinavia, ndr) nel IX secolo. Il testo più antico che testimonia la presenza dei papar è l’«Íslendingabók» (Libro degli islandesi), scritto tra il 1122 e il 1133 dallo scrittore e religioso Ari Þorgilsson (1067-1148) in cui si afferma che «L’Islanda fu colonizzata per la prima volta dalla Norvegia ai tempi di Harold Fairhair. […] A quel tempo l’Islanda era coperta da boschi tra le montagne e la costa. C’erano cristiani, che i norvegesi chiamano papar, ma che se ne andarono perché non volevano convivere con i pagani lasciando libri irlandesi, campane e pastorali. Da questo si poté capire che fossero uomini irlandesi». Ma l’Íslendingabók, oltre a essere stato scritto da un rappresentante della Chiesa, non porta alcuna prova, oltre a quella tramandata oralmente circa tre secoli dopo i fatti raccontati, della presenza cristiana.

Quel che è certo, è che la fede cristiana venne abbracciata nel 999 d.C.

La chiesa Hallgrímskirkja, opera del noto architetto islandese Gudjon Samuelsson, a Reykjavik. Foto Piergiorgio Pescali.

Cristiano III e il luteranesimo

Nel villaggio di Holmavík, c’è uno dei musei islandesi più particolari e originali: quello di magia e stregoneria, diretto da Anna Björg Þórarinsdóttir. «In Islanda la Chiesa cattolica e il paganesimo, che portava con sé pratiche magiche, hanno convissuto abbastanza pacificamente», ha commentato la direttrice.

Fu solo dopo il XVI secolo, quando Cristiano III (1503-1559), re di Danimarca e Norvegia, impose la fede luterana anche all’isola, allora possedimento danese, che iniziò la caccia alle streghe.

«Il primo caso di messa al rogo registrato è avvenuto a Eyjafjörður, quando un certo Jón Rögnvaldsson venne accusato di aver praticato casi di stregoneria, mentre l’ultimo avvenne nel 1719 a Þingvellir».

Luterani e cattolici nell’Islanda di oggi

Mons. Dávid Bartimej Tencer, vescovo della Chiesa cattolica islandese. Foto Wikimedia commons.

In termini percentuali, la Chiesa cattolica islandese è la più grande tra quelle dei paesi del Nord Europa, tutti dominati dalle Chiese luterane. Dal 2015 la comunità cattolica è guidata da monsignor Dávid Bartimej Tencer, dell’ordine dei frati minori cappuccini.

Agnes Margrétardóttir Sigurðardóttir, vescovo della Chiesa nazionale d’Islanda. Foto www.kirkjan.is.

La Chiesa principale (70 per cento dei fedeli) è la Chiesa nazionale d’Islanda, luterana. Dal 2012 essa è retta da Agnes Margrétardóttir Sigurðardóttir, la prima donna vescovo del paese.

Piergiorgio Pescali


Hanno firmato il dossier:

Piergiorgio Pescali, ricercatore e consulente in ambito nucleare, è giornalista e scrittore. Da molti anni è un assiduo collaboratore di Missioni Consolata.

A cura di Paolo Moiola, giornalista redazione mc.




Guatemala. Democrazia in affanno


Il paese è andato al voto senza troppe speranze dicambiamento. Le possibili candidature innovative sono state bloccate da cavilli. La stampa è sempre più imbavagliata e il sistema di lotta alla corruzione è stato smantellato. I guatemaltechi sono in fuga da miseria e violenza verso gli Stati Uniti. Eppure, dal primo turno elettorale, è arrivata una sorpresa.

Città del Guatemala. Passeggiare per la capitale del Guatemala nel giugno 2023 non lascia spazio a dubbi. Si è chiaramente in uno Stato alla soglia del suo Election Day. Non è necessario essere appassionati di politica per rendersene conto. A ogni passo ci si imbatte in enormi cartelloni elettorali che rivestono pali della luce, spartitraffico, piazzali e attraversano le superstrade che dalle periferie portano verso il centro. Fotografie di candidati sorridenti e nomi di partiti si ammucchiano uno sull’altro senza un ordine preciso, alle fermate dei bus, di fronte ai mercati e in tutti gli angoli, anche dei quartieri più marginali della città, dove le facce in carne e ossa delle persone raffigurate in quei cartelloni probabilmente non sono mai state. O meglio, si fanno vedere proprio adesso, all’ultima ora, per fare proseliti, cercare voti e convincere a votare anche chi dalla politica si è sempre sentito escluso.

Il 25 giugno 2023 i cittadini del paese più a nord del Centroamerica sono stati chiamati alle urne per eleggere il nuovo presidente. La campagna elettorale, iniziata a marzo, non ha lasciato spazio a grandi novità, anzi è stata il riflesso di un sistema antico e consolidato dove a fare da padrona, in un Paese che al 60% è indigeno, è una ridotta oligarchia bianca di destra, incarnata in grandi proprietari di impresa e veterani di guerra, ancora oggi discendenti direttamente dai coloni spagnoli.

Gli esclusi

Le novità, in teoria, ci sarebbero anche potute essere, ma sono state messe fuorigioco fin dall’inizio. All’appello dei 23 candidati in lizza per le elezioni è mancato la coppia presidenziale formata dal sodalizio tra la leader del Comité de desarrollo campesino (Codeca), di origine maya mam, Thelma Cabrera, e l’ex procuratore per i diritti umani, famoso per la sua lotta contro la corruzione, Jordán Rodas, entrambi candidati per il partito di sinistra Movimiento de liberación de los pueblos (Mlp). Il Tribunale supremo elettorale ha bocciato la candidatura di Rodas e, di conseguenza, anche quella di Cabrera, a causa di un’indagine aperta contro di lui per presunte irregolarità avvenute durante il suo incarico come procuratore, che però non gli era mai stata notificata. Una secchiata d’acqua fredda per i due candidati che ha rappresentato uno stop per Thelma Cabrera che, con il 10,9% dei voti, si era piazzata al quarto posto già nelle precedenti elezioni e, di fatto, avrebbe avuto la possibilità di raggiungere buoni risultati anche in questa tornata. All’esclusione dei due candidati del Mlp, si è affiancato anche quella del candidato di destra Roberto Arzú, figlio dell’ex presidente Alvaro Arzú e, all’ultima ora, del favorito da tutti i sondaggi, il leader de partito Prosperidad ciudadana, Carlos Pineda, per supposte irregolarità avvenute durante l’assemblea del partito.

L’elemento che più colpisce in questa vicenda è il ruolo di «tagliatore di teste» giocato dal Tribunale elettorale supremo che (anche alla conclusione del primo turno, ndr), invece di garantire l’iscrizione dei candidati presidenziali in un contesto democratico, ha abusato del proprio potere per escludere le candidature che sarebbero potute essere d’ostacolo al potere attuale, rappresentato da Alejandro Giammattei, presidente uscente (che non si è potuto ricandidare perché il mandato è unico), conservatore di destra, che da sempre rappresenta gli interessi dell’oligarchia. Human rights watch e numerose organizzazioni internazionali, già a gennaio, avevano espresso inquietudine di fronte alle frodi elettorali, dichiarando che «queste elezioni si sarebbero svolte in un contesto di deterioramento dello stato di diritto, in cui le istituzioni incaricate di monitorare le elezioni hanno poca indipendenza e credibilità. La decisione del Tribunale elettorale supremo del Guatemala di impedire ad alcuni candidati di partecipare alle elezioni presidenziali del 2023 si basa su motivazioni dubbie, mette a rischio i diritti politici e mina la credibilità del processo elettorale».

Chi comanda il paese

Frode, corruzione e fragile democrazia sono parole chiave per comprendere le elezioni in Guatemala dove l’astensionismo rimane sempre il protagonista, attestandosi intorno al 40% (come nel 2019), un dato che riflette lo scoraggiamento e la sensazione che nulla possa cambiare di fronte agli interessi di una élite economica e militare che favorisce senza mezze misure i suoi candidati di punta.

Tra questi ultimi c’è Zury Ríos Sosa, figlia minore dell’ex dittatore del Guatemala Efraín Ríos Montt, condannato nel 2013 a 50 anni di carcere per il crimine di genocidio durante il conflitto armato interno durato 30 anni e conclusosi nel 1996. Sebbene la sentenza sia stata annullata per cavilli burocratici, la Costituzione del Guatemala proibisce ai consanguinei dei dittatori, fino al quarto grado di parentela, di potersi presentare come presidente o vice. Tuttavia, la candidatura della figlia di Ríos Montt è stata accettata, permettendole di presentarsi alle elezioni percorrendo una strada spianata grazie all’esclusione di tre candidati che avrebbero potuto darle filo da torcere.

In pole position dei sondaggi, oltre a Zury Ríos Sosa, c’erano Edmond Mulet, 72 anni, del partito Cabal (Esatto, in italiano), e Sandra Torres, 67 anni, moglie dell’ex presidente Álvaro Colom, e candidata di Unidad nacional de la esperanza (Une).

Entrambi hanno un profilo che, seppure differente, è offuscato da presunti scandali e macchie difficili da cancellare.

La prima dama di Une, sconfitta proprio da Giammattei nelle elezioni precedenti, è stata arrestata nel 2019, poi prosciolta, per il reato di associazione illecita e finanziamento elettorale non registrato del suo stesso partito.

Traffico di adozioni

Edmond Mulet, nonostante abbia sempre respinto le accuse e sia stato assolto in un processo, è legato alle adozioni illegali di minori guatemaltechi avvenute nella decade inclusa tra gli anni Ottanta e Novanta, durante il conflitto armato interno. A partire dal 1977 il Guatemala aprì le porte alle adozioni internazionali e, l’allora avvocato trentenne Mulet, partecipò come legale a una organizzazione che facilitava le pratiche di adozioni per motivi che, lui stesso, ha sempre dichiarato essere umanitari. Proprio in quegli anni le richieste di bambini in adozione da parte di Europa, Stati Uniti e Canada aumentarono a dismisura e si creò una redditizia rete di traffico. Migliaia di bambini, dati in adozione e dichiarati in stato di abbandono, in realtà venivano prelevati dalle comunità distrutte dal conflitto armato, rapiti nelle strade e nei parchi, o direttamente dagli ospedali, in assenza del consenso dei genitori o dietro un misero pagamento che a volte le famiglie più povere si vedevano costrette ad accettare. Molti avvocati coinvolti nelle reti di traffico si occupavano di falsificare documenti, velocizzando le procedure di adozione.

Come riportato dalla Corte interamericana dei diritti umani, in quegli anni il Guatemala si è distinto per essere il terzo paese al mondo per numero di adozioni internazionali, dopo Russia e Cina, realizzate in maniera irregolare «senza un ufficio notarile e senza alcun coinvolgimento degli organi statali». Nel 1981, Mulet è stato arrestato con l’accusa di essere coinvolto nelle reti di traffico e successivamente scagionato dall’organismo giudiziale di competenza «per mancanza di sufficienti motivi per portare il processo alla fase pubblica».

A giugno, il collettivo Aquí Estamos formato da alcuni dei bambini, oggi adulti, adottati tra Canada e Stati Uniti, e tornati in Guatemala per cercare le proprie famiglie biologiche, hanno organizzato una conferenza stampa per denunciare la candidatura a presidente di persone coinvolte con il traffico di bambini, tra cui Mulet, ma anche Zury Ríos Sosa, in quanto figlia del dittatore che, con la violenza scatenata negli anni della guerra, ha distrutto o ridotto in povertà molte famiglie.

Oggi, invece, Mulet è un diplomatico apprezzato all’estero per la sua carriera internazionale come ex ambasciatore del Guatemala negli Stati Uniti e presso l’Unione europea, ex direttore della Missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti (Minustah) e sottosegretario generale dell’Onu per le operazioni di pace nel 2007. Il candidato di Cabal, inoltre, è un intellettuale vicino al mondo giornalistico che ha dichiarato, diversamente da altri candidati, l’importanza della libertà di espressione severamente a rischio nel Paese e ha dimostrato vicinanza al pool anticorruzione attivo in Guatemala fino al 2018.

Farsa elettorale

Di fronte a questo panorama politico, il Paese, in buona parte, ha la sensazione che le elezioni siano una farsa, una porta falsamente democratica da cui entrerà in scena un governo autoritario che non farà altro che rappresentare gli interessi delle lobby economiche e militari da sempre al governo. Si ripeterà una gestione arbitraria delle istituzioni, che adatterà la legge alle proprie necessità e colpirà duramente tutti gli oppositori, così come fino a oggi è stato fatto dal presidente Alejandro Giammattei. Due esempi su tutti sono la persecuzione degli operatori di giustizia che, negli scorsi anni, si sono dedicati a sradicare la corruzione nel Paese e, di riflesso, il bavaglio stretto intorno ai giornalisti che si sono distinti per inchieste scomode sul governo.

Il caso Zamora

Caso paradigmatico è quello del processo contro José Rubén Zamora Marroquín, detto Chepe, 66 anni, giornalista riconosciuto a livello nazionale e internazionale per centinaia di inchieste contro la corruzione nel Paese, direttore del secondo quotidiano più diffuso del Guatemala, «El Periódico». Il giornalista, da quasi un anno, è in carcere accusato per riciclaggio di denaro, ricatto e traffico di influenze, nonostante non ci siano prove determinanti della sua colpevolezza.

A metà giugno è stato condannato a sei anni. Il suo giornale ha chiuso i battenti il 15 maggio scorso a causa del collasso finanziario dovuto al sequestro dei conti correnti stabilito dal pubblico ministero dopo l’incarcerazione di Zamora il 29 luglio 2022. Erano passati cinque giorni dall’uscita di un reportage incentrato sulla corruzione del presidente del Guatemala, che è stato al centro di centinaia di altre inchieste de El Periódico, tra le quali quella che rivelava lo scandalo dell’acquisto di vaccini a prezzi gonfiati di cui avrebbero beneficiato persone vicine all’esecutivo.

Zamora ha affermato più volte di sentirsi un prigioniero politico, in uno stato in cui il potere giudiziario, legislativo e governativo sono cooptati dalle oligarchie economiche in sodalizio con politici, giuristi corrotti e bande criminali che, di fatto, stanno riportando il Paese a una condizione simile a quella antecedente il 1996, quando ci fu il ritorno della democrazia.

L’attacco a Zamora e, di conseguenza, la chiusura del suo quotidiano, è un avvertimento a tutta la stampa nazionale. Annichilire il famoso giornalista significa mandare a tutti i suoi colleghi il messaggio che a esprimersi liberamente si rischia il carcere.

Contro i giudici

Questa minaccia si trasforma in una vera e propria vendetta nel caso della persecuzione del pool di giudici, molti dei quali operativi nella Fiscalía especial contra la impunidad (Feci), che lavorava a fianco della Comisión internacional contra la impunidad en Guatemala (Cicig), organismo dell’Onu istituito nel paese nel 2006 per indagare sui gravi casi di corruzione. La Cicig è stata smantellata nel 2018 dall’allora presidente Jimmy Morales, che ha pure dichiarato Iván Velásquez, direttore della commissione, «persona non gradita» e lo ha cacciato dal Paese. Famosa è l’immagine in cui l’esercito scorta il funzionario in aeroporto.

Da quel momento, uno dopo l’altro, tutti gli operatori di giustizia scomodi al governo e allo status quo sono stati perseguitati in differenti forme, a partire dal rinomato magistrato anticorruzione Juan Francisco Sandoval, direttore della Feci, che è stato sollevato dall’incarico e sostituito da Rafael Curruchiche, segnalato dal Dipartimento di stato degli Stati Uniti come persona «impegnata in azioni che minano processi o istituzioni democratiche, in atti di significativa corruzione o di ostruzione delle indagini su di essi».

Sandoval è stato costretto a fuggire all’estero, così come altri ventiquattro operatori di giustizia all’epoca attivi nelle indagini anticorruzione, per sfuggire alla caccia alle streghe lanciata dal nuovo gruppo di giudici della Feci scelto dai settori politici più conservatori del Guatemala.

Che fa il popolo

A fare da pubblico alla lenta morte dello stato di diritto in Guatemala ci sono circa 17 milioni di cittadini, per lo più esclusi dalle logiche di potere e da qualsiasi scelta politica. Secondo la Banca mondiale, il 59% della popolazione vive in condizione di povertà e i numeri, come è successo in tutto il mondo, sono aumentati con la pandemia. Oggi meno di un chilo di pomodori al mercato costa 1,2 euro e in qualsiasi supermercato non si trova un prodotto di base, neppure mezzo chilo di fagioli, a meno di un euro.

Molte persone decidono di migrare verso gli Stati Uniti in condizioni precarie, in viaggi nei quali mettono a rischio la propria vita, ma che diventano quasi un obbligo quando si vive in condizione di precarietà economica.

Oggi nel paese nordamericano è presente una comunità guatemalteca, regolarmente residente, di circa un milione e mezzo di persone a cui si aggiunge un numero, difficile da quantificare, di lavoratori che vivono nel paese senza documenti.

Nonostante le rimesse siano la prima voce del prodotto interno lordo guatemalteco, solo tre candidati alla presidenza, tra cui Mulet, hanno fatto campagna elettorale per intercettare gli elettori all’estero, che, come riporta il giornale Los Angeles Times, hanno fatto arrivare dalla California un chiaro messaggio alla dirigenza del paese: «ristabilite lo stato di diritto».

Nonostante petizioni per il ritorno a una democrazia reale, e non solo di facciata, arrivino da più voci nazionali e internazionali, bisognerà aspettare il 20 agosto per sapere chi sarà il o la presidente del Guatemala, e capire se davvero esiste la volontà da parte di chi verrà eletto di sfidare lo status quo e dare una svolta a un sistema in cancrena che lascia poca immaginazione per il futuro.

Simona Carnino


Al primo turno del 25 giugno è arrivata in testa Sandra Torres, con circa il 15,8%, mentre la sorpresa è stato il secondo posto di Bernardo Arévalo, del movimento Semilla (semente) di centro sinistra. Dato all’ottavo posto dei sondaggi, ha invece sfiorato il 12%. Il 20 agosto si terrà il ballottaggio tra i due. A meno di eventuali, nuovi interventi del Tribunale elettorale, il solo vero protagonista delle elezioni guatemalteche.




Nove anni con i Warao


Missionario argentino, ha lavorato lungamente tra i Warao, popolo indigeno del Delta Amacuro, in Venezuela. Da qualche mese opera a Boa Vista, Roraima, dove molti indigeni sono immigrati, spinti dalla necessità e per iniziare (o provare a iniziare) una nuova esistenza. In queste pagine, padre Juan Carlos Greco ricorda gli anni trascorsi nelle loro terre.

Da quest’anno sono a Boa Vista, nello stato brasiliano di Roraima. Nei precedenti nove anni ho vissuto tra i Warao del Venezuela, quasi sempre nel loro habitat tradizionale: i canali del rio Orinoco, nello stato del Delta Amacuro. Oggi,  i Warao si possono incontrare in paesi inaspettati – da Cuba a Trinidad e Tobago -, luoghi spesso raggiunti dopo viaggi avventurosi.

Gli anni trascorsi in mezzo a loro mi hanno lasciato un piacevole ricordo e molteplici insegnamenti che sarebbero sufficienti per scrivere un libro. In queste pagine, però, mi limiterò a evidenziare alcuni pensieri e sentimenti legati a quelle che io chiamo «le tre “o”» dei Warao: oralidad, oyentes y orgullo, che, in italiano, diventano «oralità, ascoltatori e orgoglio».

Palafitte warao (janoko) sul Delta dell’Orinoco. Foto Neil – Pixabay.

Il «quaderno dei ricordi»

Tubero dell’«ocumo chino», alimento fondamentale dell’alimentazione warao.

La vita di un Warao tradizionale – «morichalero», come dicono alcuni – si svolge nell’immediatezza, il che implica un modo di concentrarsi sul lavoro di coltivazione dell’ocumo cinese1, sull’estrazione dei prodotti del moriche2, sull’uscita in canoa a pescare. Tutto ciò potrebbe sembrare qualcosa di paradisiaco. Tuttavia, la realtà dei Warao non è così idilliaca, visto che i problemi da affrontare sono tanti.

 

La distanza che separa un villaggio dall’altro, l’assenza di acqua non contaminata (potabile), la carenza di cibo, sono solo alcune delle difficoltà che essi devono affrontare.

Qualcuno ha detto che è molto difficile ascoltare una storia o raccontarla quando si ha fame, e la fame, purtroppo, riguarda tante comunità warao del Venezuela.

Una palma di moriche, albero tradizionale dei Warao.

Sono sempre meno gli anziani che, al mattino o alla sera, si siedono per raccontare storie ai loro figli o nipoti. Alcuni ricordano i miti solo quando arrivano persone non indigene che li stimolano a ricordare. Sicuramente, alcuni aidamos (anziani, soprattutto uomini) e i wisiratu (figure simili agli sciamani) sono ancora attenti a mantenere viva la tradizione perché sono consapevoli che è l’unico modo per i Warao di conservare la propria memoria: il pensiero è come un quaderno, dove la storia può essere «scritta» in modo che sia costantemente ricordata. Insomma, nonostante l’oralità stia perdendo terreno di giorno in giorno, essa rimane ancora un elemento centrale della cultura warao.

 

Nel nostro contesto postmoderno l’oralità passa attraverso l’uso dei media (whatsapp, messaggi, zoom, ecc.) e, soprattutto dopo la pandemia, è diminuita quella «faccia a faccia». Quanto investiamo in questo tipo di scambio di conoscenze? Quanto le nuove generazioni apprezzano questa modalità di comunicazione? L’uso che facciamo dei media, il tempo che dedichiamo a essi, il mondo dell’intelligenza artificiale, ci stanno rendendo più cibernetici ma meno civilizzati. Imparando dall’oralità tradizionale warao una persona viene arricchita e si mette in discussione.

L’orgoglio dei Warao

Una mappa con le cifre dell’emigrazione venezuelana in vari paesi latinomericani; in testa per numero di persone accolte, ci sono la Colombia e il Perù. Foto infobae.com.

Il Warao è orgoglioso della sua capacità di ricordare cose ed eventi attraverso la ripetizione di storie e miti. Compone narrazioni, le varia, per comprendere e dare un significato «logico» all’esistenza e alle sue esperienze. Le storie raccontano il moriche (albero madre), il morocoto (pesce preferito per il cibo), la janoko (la palafitta, la casa del Warao), il giorno, la notte e gli altri elementi della vita di ogni giorno. Ma storie e miti servono anche a comprendere la causa dei bisogni attuali, oltre a confrontare il mondo warao nei tempi antichi con quello presente, pieno di cambiamenti e circostanze avverse che essi attribuiscono a eventi soprannaturali, a punizioni divine, conseguenze della disobbedienza di qualche individuo o famiglia.

I miti parlano di personaggi fantastici che sono reali per il narratore, così come perfetti sono il tempo e lo spazio che, nella suspense della narrazione, paiono infiniti.

Il clima di attenzione che si crea quando la persona sta narrando è straordinario: gli ascoltatori rimangono attenti alla storia vivendo ogni suo dettaglio.

Il silenzio circostante è rotto soltanto dalla voce del narratore, attraverso la quale ciascuno dei personaggi prende vita, mentre il pubblico immagina volti, voci, gesti, azioni.

I bambini sono attenti, alcuni seduti sul pavimento, altri sulle amache, mentre le donne allattano i più piccoli cullati dal suono morbido della voce.

Mi è capitato che un’unica storia, di quelle che venivano narrate a messa dopo la comunione – specialmente in comunità come Muhabaina de Araguao – durasse il doppio della mia omelia.

Una bimba warao riposa su un’amaca, in un’abitazione di Tucupita, nello stato del Delta Amacuro. Foto Jaime Carlos Patias.

Ascoltatori

Quando visitavamo le comunità ed esprimevamo il desiderio di ascoltare i loro miti, coloro che sapevano mostravano con orgoglio le loro conoscenze. La janoko dove si svolgeva l’incontro si riempiva con decine di bambini, giovani e persino anziani che ascoltavano attentamente la storia raccontata. Alla fine gli ascoltatori rimanevano a riflettere su quanto appreso, altri sorridevano a qualcosa di umoristico, altri si rattristavano per una storia pietosa. Miti o racconti educativi (deneabu) non vengono spiegati e finiscono quando lo stabilisce l’oratore. Sono i creoli (jotarao) a pretendere che, dopo la storia, essa sia ampliata, spiegata o che continui in un’altra forma.

Per i Warao, invece, termina lì, ma tornerà nella loro mente in un altro momento per trarre conclusioni o applicazioni pratiche (il saggio è colui che tira fuori dal baule dei ricordi ciò che è utile per la sua sopravvivenza).

Sono innumerevoli le esperienze che si vivono ascoltando i miti dalla voce di uomini e donne saggi che ancora li ricordano, portando quegli eventi nel qui e ora, come se li facessero rinascere.

Donne warao a Tucupita. Foto Jaime Carlos Patias.

Paternalismo versus compassione

Alcune frasi di Eduardo Galeano, il grande scrittore uruguaiano, mi hanno fatto riflettere.

«C’è chi crede che il destino poggi sulle ginocchia degli dèi, ma la verità è che agisce, come una sfida ardente, sulle coscienze degli uomini».

Parte della missione sarà cercare di pensare, nello stile warao, che il nostro futuro dipende soprattutto dal nostro sforzo, non dal caso o dall’intervento divino e non si può sempre aspettare passivamente le azioni paternalistiche dello Stato o delle Ong.

«C’è solo un luogo – ha scritto sempre Galeano – dove ieri e oggi si incontrano, si riconoscono e si abbracciano. Quel posto è domani». Occorre ampliare la visione del futuro, che, in generale, nella maggior parte delle popolazioni indigene, è piuttosto breve, ancora di più nel contesto dell’immigrato o del rifugiato.

Partendo dalle tre «o», occorre aiutare a capire che «colto non è colui che legge libri. Colto è colui che è in grado di ascoltare l’altro», di unire comunità e famiglie warao negli insediamenti, occupazioni, rifugi e ovunque essi si siano spostati.

A livello missionario, occorre comprendere sempre di più che, come ha sentenziato lo scrittore uruguaiano, «la carità è umiliante perché si esercita verticalmente e dall’alto; la solidarietà è orizzontale e implica rispetto reciproco». Essere di supporto implica aiutare l’altro considerandolo un pari. Donare in una prospettiva di vera carità è guardarlo negli occhi, con compassione che non genera paternalismo ma consolazione.

«La mia sfida»

Ppadre Juan Carlos Greco, autore di questo articolo, con i ragazzi di una prima comunione a Duaca, in Venezuela. Foto archivio Juan Carlos Greco.

Sono arrivato in Venezuela nel 2012. Sono «emigrato» in Brasile, nello stato di Roraima, nel 2023, per accompagnare i Warao in questo nuovo paese. Dal 2016 a oggi, infatti, circa il 15% di essi è emigrato dalle proprie terre. Molti altri sono in viaggio o ci stanno pensando seriamente o sono in attesa delle risorse per un’avventura che non tarderà. Non posso classificare tutti come «immigrati venezuelani», dal momento che, tra i Warao presenti qui, il 18-25% sono già nati in Brasile3.

In questa terra s’intravede che per loro c’è speranza, e l’intenzione è di rimanere qui. Solo una minoranza di Warao vuole tornare a vivere in Venezuela. Quelli che ci vanno, di solito lo fanno per visitare i propri familiari.

Personalmente, io sono ancora ai miei primi passi, ma intuisco che, tra le esigenze di queste persone, c’è quella di salvaguardare i ricordi. Tra gli studiosi di culture indigene, si sottolinea l’importanza dell’oralità nei processi di ricostruzione della memoria etnostorica, antica o contemporanea, perché attraverso di essa si può conoscere ogni giorno qualcosa di più su una comunità, una regione, o una certa famiglia.

Non è un compito facile. Se per il cibo e i rimedi si possono trovare fondi e solidarietà, per i processi culturali è tutto molto difficile. E senza la loro cultura, senza i loro valori, i Warao finiranno per essere manodopera a basso costo o lavoratori schiavi.

Tra i compiti che ci prefiggiamo, c’è quello di far crescere la loro autostima, in modo che riescano a farsi riconoscere come una ricchezza che il Venezuela sta esportando. Occorre, poi, cercare di integrarli nella nuova terra che presenta situazioni e contesti molto diversi da quelli a cui i Warao sono abituati. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare sono, secondo papa Francesco, atteggiamenti fondamentali per garantire che i diritti umani dei migranti siano rispettati e le persone trattate con dignità. E questa è la nuova missione che mi sfida.

Juan Carlos Greco

Note

  • (1) Pianta della famiglia delle Aracee, con un gambo corto, foglie triangolari, fiori gialli e un rizoma contenente amido usato come alimento.
  • (2) Buritì, canangucha, mirití, palma real, aguaje, la palma moriche cambia nome a seconda dell’area in cui cresce. S’incontra nelle zone umide dell’America Latina. Dal suo tronco pendono migliaia di frutti rossi e carnosi.
  • (3) Le cifre indicano un totale di settemila indigeni di cui l’80 per cento sarebbe warao. Il numero di figli nati in Brasile si aggira sulle mille unità.

Una foto opportunità del presidente Maduro con un gruppo di Warao, durante una visita a Tucupita nel 2013. Foto Marcelo Garcia – Prensa Miraflores.


Breve storia del Venezuela

Da Chávez a Maduro

Indipendente dal 1811, il Venezuela è un paese con molte esperienze di regimi autoritari. Negli anni Cinquanta attraversa una dittatura militare – quella del generale Marcos Pérez Jiménez -, ma la democrazia torna un decennio dopo. La politica, tuttavia, contina a essere dominata da partiti legati agli interessi dell’élite. Negli anni Novanta nasce una fase di liberalizzazione dell’economia, una situazione che, nel febbraio 1992, spinge un gruppo di militari di sinistra a tentare un colpo di Stato. Il suo fallimento porta Hugo Chávez Frías, leader del Movimento rivoluzionario bolivariano, in carcere. Un anno dopo, il presidente Carlos A. Pérez riceve un impeachment e viene destituito dall’incarico.

Nel 1994, Hugo Chávez è graziato e rilasciato dal presidente Rafael Caldera. Quattro anni dopo, viene eletto presidente, avviando immediatamente quella che chiama la «rivoluzione bolivariana», con riforme della costituzione e della struttura dello stato. Durante i suoi 14 anni di governo, si presenta come difensore dei poveri destinando miliardi di dollari – originati dalle vendite di petrolio – in programmi sociali (las misiones). Nell’aprile 2002 viene sventato un golpe contro di lui e nel 2012 vince ancora le elezioni.

Pochi mesi dopo, la morte di Chávez coglie di sorpresa il paese e il mondo. Il governo del suo successore (ad interim, al momento della sua morte), Nicolás Maduro, deve inaspettatamente affrontare varie difficoltà a causa della riduzione del valore del petrolio, i debiti in sospeso, un’escalation della corruzione e il peso della sostituzione di un leader carismatico come Chávez. La crisi economica e politica porta il Venezuela vicino al collasso.

Nel 2015 si tengono le elezioni parlamentari per rinnovare tutti i seggi dell’Assemblea nazionale. I deputati eletti dovrebbero servire per 5 anni. Sono le prime elezioni parlamentari tenute dopo la morte di Hugo Chávez e si tramutano nella prima – umiliante – sconfitta del chavismo. Le elezioni portano alla vittoria della tavola rotonda dell’Unità democratica (Mud), con 112 dei 167 deputati dell’Assemblea nazionale (56,2% dei voti), e la prima grande vittoria elettorale per l’opposizione in 17 anni. A differenza del suo predecessore (che, dopo aver perso un plebiscito, aveva accettato la decisione popolare),

Maduro rifiuta la sconfitta creando un’Assemblea costituente che eclisserà quella democraticamente eletta.

Nel maggio 2018, viene rieletto per un secondo mandato di sei anni, in una elezione segnata dal boicottaggio dell’opposizione e da accuse di frode.

Colpita dal crollo dei prezzi del petrolio e dalle severe sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti, l’economia venezuelana cade in profonda recessione con i prezzi di tutte le merci alle stelle e una grave scarsità di prodotti. La situazione provoca un enorme esodo di venezuelani principalmente verso i paesi vicini (Colombia, Perù ed Ecuador).

All’inizio del 2019, il leader dell’opposizione Juan Guaidó si dichiara presidente ad interim e si appella (senza successo) alle forze armate per rovesciare Maduro. L’Unione europea, gli Stati Uniti e molti altri paesi riconoscono Guaidó come presidente. Tuttavia, visti gli scarsi risultati ottenuti, a dicembre 2022, la stessa opposizione venezuelana decide di porre fine all’esperimento dell’interinato a far data dal 5 gennaio 2023.

J.C.Greco

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro e il suo cartoon, «Súper Bigote». Foto infobae.com.

La migrazione venezuelana

Fuga da Súper Bigote

Lo scorso  maggio a Brownsville, in Texas, un suv ha investito un gruppo di persone in attesa dell’autobus fuori da un rifugio per migranti. Tra gli otto morti e i dodici feriti, la maggioranza era venezuelana.

L’emigrazione dal paese latinoamericano è iniziata poco dopo la prima presidenza di Nicolás Maduro, mediocre successore di Hugo Chávez, ma si è intensificata a partire dal 2016, in concomitanza con l’aggravarsi della crisi economica. Sui numeri non c’è certezza, ma la fuga dal paese è certamente imponente.

Secondo R4V (Plataforma de coordinación interagencial para refugiados y migrantes, che comprende anche le agenzie dell’Onu), i venezuelani usciti dal paese sarebbero oltre sette milioni, di cui oltre sei sarebbero andati verso paesi latinoamericani, in particolare in Colombia (2,5 milioni) e in Perù (1,5), seguiti a distanza da Ecuador, Cile e Brasile.

Come accade sempre e ovunque, questa emigrazione di massa genera molti problemi. I venezuelani arrivano in paesi già di loro problematici con uno stato sociale (sanità, istruzione, ecc.) debole e un mondo del lavoro dominato da impieghi informali. Questa situazione origina reazioni xenofobe da parte della popolazione residente e misure populiste da parte dei governi. In mezzo, ci sono i migranti – oltre la metà sono donne con bambini – che necessitano di tutto: cibo, alloggi, lavoro, assistenza.

A fine aprile, per frenare l’immigrazione illegale, il governo peruviano di Dina Boluarte ha decretato lo stato d’emergenza ai confini del paese. I più recenti episodi di intolleranza si sono verificati in Cile (che ospita circa 450mila venezuelani), nella regione desertica di Arica, alla frontiera con il Perù. Qui i due paesi andini si rimpallano la responsabilità di risolvere la questione dei migranti venezuelani bloccati al confine.

Nell’ultimo anno, la situazione economica del Venezuela è leggermente migliorata. L’inflazione rimane iperinflazione, ma pare stabilizzata: 471 per cento all’anno, secondo l’Observatorio venezolanos de finanzas. Da tempo, per uscire dall’isolamento internazionale, il paese intrattiene rapporti di collaborazione con le dittature, in particolare con l’Iran, la Russia e la Cina, paesi con cui Caracas condivide l’avversione verso gli Stati Uniti (combattuti anche da Súper Bigote, Super Baffo, il cartone animato venezuelano che esalta un Maduro dotato di superpoteri).

In aprile, ha fatto tappa a Caracas il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, per ribadire la vicinanza di Mosca. Tuttavia, queste alleanze in chiave anti americana sono del tutto insufficienti per uscire dalla crisi. Più utile si sta dimostrando il riavvicinamento alla Colombia. Sempre in aprile, in un incontro a Washington, il presidente colombiano Gustavo Petro ha chiesto a Biden di ripensare le sanzioni contro il Venezuela. Il presidente Usa ha chiesto garanzie per le prossime elezioni del 2024. Elezioni alle quali l’opposizione si dovrebbe presentare con un candidato unitario che sarà eletto nelle primarie previste per il 22 ottobre 2023. Nel frattempo, il governo Maduro ha preso atto delle gravi difficoltà di Pdvsa, la compagnia petrolifera statale, un tempo vanto (e cassaforte) del Venezuela. Anche per questo ha recentemente concluso accordi con alcune compagnie petrolifere occidentali per esportare il proprio gas: con l’italiana Eni, la spagnola Repsol e la statunitense Chevron (tutte già presenti nel paese ma da tempo ferme a causa dell’embargo imposto dagli Usa).  Soltanto con un miglioramento delle condizioni materiali della popolazione venezuelana Súper Bigote potrebbe riuscire a porre un freno alla fuga dal paese.

Paolo Moiola

Lavoratori di Pdvsa, la compagnia petrolifera dello stato venezuelano. Foto Pdvsa.

Il Venezuela su Mc

 




Ciad. L’ultimo dei saheliani


La sua posizione geografica e un territorio in gran parte desertico ne fanno un paese tra i più poveri del mondo. I gruppi armati e l’instabilità politica degli ultimi anni hanno aggravato la situazione. La crisi climatica fa aumentare la fame e i conflitti intercomunitari. Se la capitale resiste, l’interno del paese è abbandonato a se stesso.

La stagione delle piogge è alle porte. O almeno dovrebbe. In Ciad, come in gran parte dell’Africa, non ci sono più le stagioni di una volta. E non è una banale frase fatta. I cambiamenti climatici, in regioni fragili come quella del Sahel e in paesi aridi come il Ciad, dove ogni goccia d’acqua è preziosissima, hanno stravolto tutto: piove molto meno o piove troppo violentemente; non piove quando dovrebbe o si scatenano diluvi che devastano campi e allagano villaggi. Insomma, non si tratta solo dell’innalzamento delle temperature, dell’avanzata del deserto e della siccità che attanagliano questa regione, ma anche di eventi meteorologici estremi che si accaniscono contro territori e popolazioni già molto poveri ed estremamente vulnerabili. Che lo diventano ancora di più.

Il Ciad è l’emblema di tutto questo: qui i fattori ambientali e climatici – che hanno portato anche alla quasi scomparsa del Lago Ciad, un tempo uno dei bacini idrici più vasti dell’Africa – si intrecciano a situazioni conflittuali dovute alla presenza di gruppi terroristici e ribelli, agli scontri sempre più frequenti tra pastori e agricoltori, a un contesto di instabilità politica e a una grandissima povertà e insicurezza alimentare. Una crisi complessa e prolungata di cui, oggi, ne pagano le conseguenze intere popolazioni. Nel bacino del lago sono più di 24 milioni le persone a rischio fame e quasi tre milioni gli sfollati, secondo quanto emerso dalla terza Conferenza su questa regione, che si è tenuta a fine gennaio a Niamey, in Niger, e che ha delineato un quadro drammatico, che rigurada anche i paesi limitrofi.

La fame si diffonde

Il Ciad, in particolare, sta vivendo una situazione catastrofica in termini di sicurezza alimentare: è uno dei paesi africani in cui la fame è a livelli allarmanti, insieme a Repubblica democratica del Congo, Centrafrica, Madagascar e ai paesi del Corno d’Africa. Per non parlare del Sudan, che lo scorso 15 aprile è sprofondato nuovamente nel conflitto civile, con inevitabili ripercussioni anche al di qua della frontiera ciadiana, dove, dopo un mese di guerra, si erano già riversati oltre 60mila profughi che sono andati ad aggiungersi a quelli fuggiti negli anni scorsi dal conflitto in Darfur.

Anche il Ciad, tuttavia, si regge su un equilibrio molto delicato e instabile. L’uccisione del presidente Idriss Déby, il 20 aprile 2021 – ufficialmente mentre guidava un’offensiva contro i ribelli del Fronte per l’alternanza e la concordia in Ciad (Fact) – ha aperto una nuova fase politica, tanto opaca quanto quella che lo aveva visto protagonista (indiscusso e controverso) per ben trent’anni. Le redini del potere sono state immediatamente trasferite – per «successione dinastica», secondo gli oppositori – al figlio Mahamat Deby Itno, nominato a capo del Consiglio militare di transizione (Cmt), che avrebbe dovuto portare, nel giro di 18 mesi, alle elezioni e a un governo civile. Per farlo, è stata creata una piattaforma di dialogo nazionale che si è tenuta da agosto a ottobre 2022 con risultati piuttosto deludenti e inconcludenti, e con l’unica certezza che la transizione sarebbe stata prolungata di altri 24 mesi, guidata sempre da Déby junior.

Anche la Chiesa cattolica, che era stata associata al dialogo, ha deciso di sospendere la sua partecipazione, nel settembre dello scorso anno, ritenendo che mancasse una reale volontà di ascolto reciproco e di inclusività. Per la Chiesa, «il dialogo, che è al tempo stesso politico e sociale, deve mettere insieme gli attori politici e quelli della società civile, molti dei quali sono stati esclusi». Ovvero, gran parte dell’opposizione, diverse espressioni del tessuto sociale e alcuni gruppi armati.

Proteste popolari

Il senso di frustrazione, soprattutto di molti giovani, è sfociato nell’ottobre del 2022 in numerose manifestazioni e proteste sia nella capitale N’Djamena che in altre città del Paese.

Un movimento popolare brutalmente represso dalle forze di sicurezza, che hanno provocato una cinquantina di morti e più di trecento feriti.

Nel frattempo circa 400 ribelli sono stati condannati, lo scorso marzo, al carcere a vita per l’uccisione di Idris Déby, dopo un processo nella prigione di Klessoum, vicino alla capitale, durato circa un mese e a porte chiuse. L’accusa parla di «atti di terrorismo, arruolamento di bambini e attentato alla vita del capo dello Stato», ma la condanna assomiglia molto a un regolamento di conti specialmente con il Fact, uno dei gruppi più attivi e minacciosi presenti nel nord del Paese, dove è implicato anche nello sfruttamento delle miniere d’oro.

La capitale e l’interno

Oggi la situazione è apparentemente calma. E non è solo il caldo soffocante, con le temperature che si aggirano attorno ai cinquanta gradi, che azzerano ogni tipo di iniziativa, facendo sembrare città e villaggi, nelle ore centrali della giornata, dei luoghi fantasma. La capitale N’Djamena è costantemente «blindata» dalle forze di sicurezza ciadiane.

A scoraggiare possibili attacchi e incursioni è anche la presenza di considerevoli contingenti stranieri, in primis, quello francese che, «cacciato» dal resto del Sahel, ha consolidato in Ciad un’importante presenza militare per controllare – dal cuore dell’Africa e al crocevia tra mondo arabo musulmano e regione subsahariana – anche quello che succede tutt’intorno.

Fuori da N’Djamena, però, il Paese sembra abbandonato a se stesso. Strutture e infrastrutture sono quasi inesistenti o ridotte in uno stato pietoso, comprese le due strade principali, quella che costeggia il fiume Logone al confine con il Camerun e che scende verso sud, e quella che taglia il Paese da ovest a est: due assi viari strategici che, per lunghi tratti, sono impraticabili a causa delle enormi buche che obbligano a percorrere piste sabbiose ai lati.

Per non parlare dei sistemi educativo e sanitario. Nel Paese, solo un quarto della popolazione è scolarizzato e appena il 14% delle donne. Gli unici ospedali degni di questo nome sono nella capitale, mentre nella maggior parte dei dispensari c’è a malapena personale infermieristico. Più del 40% della popolazione vive sotto la soglia di povertà.
E i prezzi di cibo, carburante, beni di prima necessità continuano a crescere, anche in conseguenza della guerra in Ucraina.

Il Paese è sull’orlo del fallimento a causa del debito estero e si piazza al penultimo posto (seguito solo dal Sud Sudan) nell’indice dello sviluppo umano dell’Undp. Quanto a vulnerabilità climatica – ovvero alla capacità di resistere e di reagire all’impatto del clima – è il peggiore al mondo.

Equilibri precari

Ad aggravare la situazione contribuiscono anche le molte fratture interne e le tante situazioni potenzialmente esplosive. Sono, infatti, presenti – e a volte si intrecciano – diversi livelli di conflitto. Fino dagli anni Novanta, il Nord del Paese è stato interessato da varie ondate di ribellioni da parte di gruppi che spesso mantengono basi logistiche in Libia. A partire dalla 2015, sono stati soprattutto i terroristi nigeriani di Boko Haram a rendersi responsabili di attacchi, violenze, saccheggi e rapimenti in tutto il bacino del Lago Ciad, coinvolgendo anche il sud est del Niger, l’estremo nord del Camerun e, appunto, il nord ovest del Ciad, fino ad arrivare a colpire, a metà del 2015, persino la capitale N’Djamena. Alla fine del 2019, invece, sono state le regioni del Sila e dell’Ouaddai al confine con il Sudan e quella del Tibesti alla frontiera con il Niger a essere interessate da scontri tra gruppi etnici rivali. Ancora oggi la presenza di formazioni terroristiche islamiste rappresenta una sciagura per la popolazione e mette a dura prova l’esercito che è attivamente impegnato anche nella lotta antiterrorismo nell’ambito del G5 Sahel (coalizione regionale di lotta al terrorismo, composto da Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad, ndr).

Ma un altro livello di scontro, sempre più diffuso e preoccupante, è quello tra pastori e agricoltori in diverse regioni del Paese, esacerbato dai cambiamenti climatici che rendono sempre più difficile l’accesso all’acqua e ai pascoli. Le violenze intercomunitarie stanno provocando moltissimi morti, feriti e sfollati.

La voce dei vescovi

Una situazione sempre più drammatica, su cui sono intervenuti recentemente anche i vescovi ciadiani che hanno chiesto di non strumentalizzare le rivalità etniche e soprattutto religiose per mettere le comunità una contro l’altra. È un tema estremamente delicato e critico, anche perché in Ciad – come in tutto il Sahel – le popolazioni nomadi dedite alla pastorizia sono generalmente musulmane, mentre gli agricoltori sono cristiani o seguaci delle religioni tradizionali. Secondo molti, tuttavia, compreso il vescovo Martin Waïngué Bani di Doba, nel sud del Paese, non è solo una questione di cambiamenti climatici e di strumentalizzazioni politiche: «C’è stato – dice – un cambiamento nel modo di praticare l’allevamento. Tradizionalmente, le popolazioni vi si dedicavano per la loro sopravvivenza. Ma oggi parliamo di nuovi pastori, a cui facoltosi impiegati statali e ufficiali dell’esercito affidano il loro bestiame». Si tratta di migliaia di vacche e di cammelli che, ancora oggi, non rappresentano solo – o non tanto – una fonte di nutrimento, ma sono simbolo di patrimonio e prestigio, un bene in cui investono uomini di potere e alti quadri dell’esercito. Sono proprio loro a fornire le armi ai pastori, i quali si sentono così «autorizzati» a invadere e devastare impunemente i campi degli agricoltori, che, a loro volta, tendono a farsi giustizia da sé.

Le notizie di scontri sono quotidiane in diverse regioni del Paese, nelle quali le spirali di vendette e ritorsioni provocano spesso più morti dei gruppi jihadisti.

Secondo il vescovo di Doba, questi conflitti intercomunitari vengono presentati come religiosi, ma è solo un modo per non affrontare il problema alla radice. A fine aprile, la questione è stata esaminata anche dal primo ministro Saleh Kebzabo, che ha convocato una riunione interministeriale in seguito alla quale il ministro dell’Amministrazione territoriale è stato incaricato di creare un comitato con lo scopo di organizzare degli incontri «per arginare tali ricorrenti conflitti».

Lo scorso 18 maggio, in seguito all’ennesimo massacro nella provincia del Logone orientale, nel sud del Paese, anche l’Unione dei movimenti e delle associazioni dei laici della Chiesa cattolica (Umalect) ha diffuso un comunicato per chiedere «l’immediata cessazione dei massacri e una migliore sicurezza per le popolazioni in tutto il territorio».

Infine, si combatte anche per il controllo delle risorse, soprattutto oro e uranio nel Nord del Paese, tra diversi gruppi armati che si contendono il controllo della regione, tra cui il Fact. E si combatte per il potere tra vari clan dell’etnia zagahwa, quella a cui appartiene la famiglia Déby, che non manca di profonde divisioni al suo interno. Il tutto avviene in un contesto di diffusa corruzione, scarsa libertà di stampa e scarso ricambio politico, violazione dei diritti umani e un sistema giudiziario precario.

Migrazione disperazione

In una situazione segnata da così tante criticità e spesso da violenze, le popolazioni del Ciad si dibattono tra mille difficoltà con il poco, anzi pochissimo, che hanno. La povertà è talmente diffusa e spesso estrema che si fatica a capire come le famiglie riescano a sopravvivere. Molti giovani non vedono altra alternativa che recarsi nel vicino Camerun, dove vengono sfruttati per i lavori più umili, faticosi e pericolosi. Le donne, costrette esse stesse a lavori pesanti oltre che alla cura dei figli e della casa, percorrono ogni giorno molti chilometri per trovare un po’ d’acqua, magari scavando nell’alveo disseccato di piccoli ruscelli. Tutti mostrano un’incredibile capacità di resistenza e resilienza. E sono straordinariamente aperti all’accoglienza: nonostante le difficoltà e le miserie, l’ospite è sempre sacro, sia che si tratti del viaggiatore di passaggio che dei profughi in fuga dai Paesi limitrofi, in particolare, in queste ultime settimane, quelli provenienti dal Sudan.

Anna Pozzi


Oltre un milione i profughi di altri paesi in Ciad

In arrivo gente in fuga dal Sudan

Il Ciad è un paese di 18,5 milioni di abitanti, tra i più poveri al mondo. Fra le molte sfide che deve affrontare c’è anche quella di una presenza molto significativa di sfollati e profughi. I primi fuggono soprattutto dai conflitti interni o sono costretti a lasciare le loro case e villaggi a causa delle ricorrenti e devastanti inondazioni. Quanto ai profughi, provengono dai Paesi vicini, essi stessi interessati da situazioni di conflitto o instabilità. Secondo l’Alto commissariato Onu per i profughi (Unhcr), già prima della crisi in Sudan, scoppiata lo scorso 15 aprile, erano più di un milione, tra cui 580mila rifugiati provenienti soprattutto dalla Repubblica Centrafricana e dal Camerun, oltre che dalla precedente guerra in Darfur.

Lo scoppio di nuove ostilità nel vicino Sudan tra l’esercito governativo e i paramilitari delle Rapid Support Forces (Rsf), ha provocato un nuovo massiccio spostamento di popolazione dentro e fuori il Paese. Nel giro di poche settimane centinaia di migliaia di persone si sono riversate in Egitto, Repubblica Centrafricana e Ciad. In quest’ultimo, sono oltre 60mila quelle che hanno passato il confine dopo il primo mese di conflitto. Secondo l’Unhcr, «quasi il 90 per cento è composto da minori e donne, tra queste molte di loro sono incinte. Un quinto dei bambini tra i 6 e i 9 mesi sottoposti a screening è risultato gravemente malnutrito».

Anche fratel Fabio Mussi, missionario del Pime in Ciad e responsabile dei progetti sociali del vicariato di Mongo, che si è recato sul posto, testimonia di una situazione disperata: «Le persone sono accampate in campi di fortuna sotto misere tende in attesa degli aiuti umanitari. Aiuti che faticano ad arrivare perché si tratta di zone remote che diventano inaccessibili non appena inizia la stagione delle piogge».

Fratel Mussi si è già attivato insieme alla Caritas di Mongo per far arrivare cibo e beni di prima necessità e ha inviato due camion per realizzare dei pozzi e garantire acqua potabile prima che le piogge rendano le strade impraticabili.

Anna Pozzi

 

Il Ciad in cifre

  • Superficie: 1.284.00 km2 (4,3 volte l’Italia)
  • Popolazione: 18,5 milioni (2022)
  • Indice di sviluppo umano (posto nella classifica): 190/191 (2021)
  • Pil procapite annuo [PPP$]: 1.364.
    (PPP$: dollari in parità di potere d’acquisto, tiene conto dei livelli dei prezzi nel paese).

 

 




Marocco. Parola di Re


Sommario

Vista dall’alto di Chefchaouen. Foto Piergiorgio Pescali.

Viaggio nel paese maghrebino

Dio, nazione, re

Nonostante i progressi e la presenza di un islam relativamente moderato, il Marocco rimane un paese con gravi problemi sociali e strutturali. Tra cui un’agricoltura molto arretrata, un elevato tasso di disoccupazione giovanile e una dinamica politica limitata. Tutte le decisioni essenziali rimangono nelle mani di una sola persona, re Mohammed VI.

Questa mappa non include il Sahara occidentale nel territorio ufficiale del Marocco, come invece fanno molte altre.

Agadir. Appena esco dalla fusoliera dell’aereo della Royal Air Maroc, mi sorprendo nel sentirmi investito da una fresca brezza. «Il Grande Atlante ci protegge dalla calura proveniente dal deserto», mi spiega Kadhem, uno dei tanti venditori di souvenir che affollano il lungomare cittadino: «Appena ti dirigi nell’entroterra le temperature aumentano improvvisamente e allora sì, assaporerai la vera estate marocchina».

Mi godo la frescura serale all’ombra della collina su cui è scritto in arabo Allah, e-Watan, el-Malik (Dio, nazione, re), una triade che mi accompagnerà durante tutto il viaggio.

Posta sulla costa sudoccidentale del Marocco, Agadir non è una bella città: i turisti vi giungono per la sua spiaggia e gli alberghi di lusso, ma oltre a questo offre ben poco. Rappresenta comunque un buon inizio per assaporare lo spirito del Paese.

Nuovi quartieri continuano a espandere la città verso l’interno e i cantieri sorgono come funghi. L’amministrazione locale cerca di offrire nuove occasioni di intrattenimento, ma spesso questa volontà si scontra con una burocrazia bigotta e sclerotica. Me ne accorgo andando a visitare quella che viene spacciata come la medina (termine che indica la parte antica di una città araba, con vicoli e mura, ndr), ma che in realtà non è altro che una sorta di centro commerciale composto da una serie di negozi e ristorantini, costruito nel 1992 imitando regole architettoniche e costruzioni antiche.

Fare fotografie, mi dicono, è vietato e, nonostante abbia un’autorizzazione del ministero della Cultura, vengo informato che occorre un ulteriore consenso da parte dell’ufficio del governatore locale.

Molto più bella e tradizionale è invece Taghazout, un villaggio a una ventina di chilometri a nord di Agadir, le cui case bianche si abbarbicano su una collina che fronteggia una bella spiaggetta.

Il ministero del Turismo ha già adocchiato la zona che oggi, dopo essere stata frequentata da giovani in fuga da Agadir, è meta ambita di surfisti. Nei progetti delle autorità ci sono complessi alberghieri per 300mila turisti all’anno e, lungo la strada che congiunge Taghazout con Agadir, cartelloni pubblicitari di imprese di costruzioni invitano ad accaparrarsi lotti e case che sorgeranno su aree già fornite di corrente elettrica e impianti idraulici (in Marocco, prima delle case si predispongono i servizi). «La bellezza di Taghazout e della sua spiaggia forse verrà preservata, ma l’atmosfera rilassante e un po’ hippy che si respira scomparirà», lamenta Hassane, che fa parte di un gruppo ambientalista locale che si batte contro la costruzione selvaggia sulla costa. Ma Hassane è isolato: la maggior parte dei commercianti e degli albergatori della cittadina accoglie a braccia aperte lo sviluppo turistico. Taghazout è un po’ l’esempio di come stia cambiando il Marocco: in ogni città, da qui a Ouarzazate, da Marrakech a Tangeri, immense superfici di terreno aspettano di essere trasformate in nuovi quartieri residenziali.

La bella piazzetta di el-Hauta a Chefchaouen, nota come «la città azzurra» per la colorazione delle sue case. Foto Piergiorgio Pescali.

Lo sviluppo da oggi al 2035

Il rinnovamento del parco immobiliare è uno dei punti del programma del Nuovo modello di sviluppo che intende riformare l’economia sulla base di una crescita atta a migliorare le condizioni di vita di una popolazione di 38 milioni di persone che, secondo le Nazioni unite, ha raggiunto un Indice di sviluppo umano (Hdi) di medio livello.

Le nuove abitazioni garantiranno non solo migliori condizioni di vita, ma anche un utilizzo più oculato dell’energia e delle fonti naturali, in particolare dell’acqua, elemento sempre più prezioso, soprattutto nei paesi dove l’incremento demografico si accompagna a una concentrazione urbana sempre più problematica.

Sanità, scuola e assistenza sociale sono i tre grandi temi oggi rincorsi da un paese che, entro il 2035, vorrebbe raggiungere l’ambizioso obiettivo di avere l’economia più avanzata del continente africano. Per questo punta al raddoppio del Pil in una dozzina d’anni con una crescita annua del 5-6% e al rafforzamento dell’istruzione scientifica al fine di orientare l’80% della forza lavoro verso il comparto della transizione energetica.

Nel febbraio 2020 è stata lanciata la campagna Generazione verde 2020-’30 che ha come linee guida la creazione di un ceto medio agricolo migliorando le condizioni economiche di circa tre milioni di contadini e delle loro famiglie. Al tempo stesso, si cerca di aumentare di un milione di ettari la quantità di terreno destinato a uso agricolo formando 150mila giovani nel settore.

Il piano ha già però subito delle battute d’arresto, sia per la pandemia, che ha contratto l’economia di un 6,3% nel 2020 (compensata da una crescita del 7,4% nel 2021), sia per la prolungata siccità che ha colpito i raccolti riducendoli del 17,3% rispetto all’anno precedente. A questi due aspetti si è aggiunta la guerra in Ucraina con il blocco delle importazioni di grano. Nel 2022, la Banca mondiale ha stimato solo all’1,2% la crescita del Pil marocchino e, secondo la Fao, la crisi ha messo in difficoltà il 28% della popolazione.

Per far fronte al crollo della produzione, Rabat ha stipulato accordi con Francia e Canada, da cui importerà grano e frumento, due dei cereali fondamentali di cui si compone la dieta non solo dei marocchini, ma di gran parte del Maghreb.

La bassa meccanizzazione agricola e l’arretratezza delle infrastrutture costringono il 39% dell’intera forza lavoro marocchina impiegata nei campi a produrre solo il 14% del Pil del Paese.

I giovani, appena possono, cercano di trasferirsi in città, dove in molti vanno a ingrossare le file dei disoccupati (il 22% dei giovani tra i 15 e i 24 anni non lavora), o cercano di emigrare verso l’Europa.

Per limitare questa emorragia di forza lavoro giovane, si stanno sviluppando nuove iniziative in cui le cooperative hanno un ruolo importante. Luc Fougère, direttore del Riad Angsana di Marrakech, ha creato alcune realtà tra le più vivaci della zona. «Invece di trasferire giovani marocchini nelle coltivazioni europee, abbiamo deciso di trasferire le coltivazioni in Marocco». E così nel suo albergo ristorante vengono serviti piatti che utilizzano ingredienti provenienti da realtà locali cofondate da Fougère stesso: miele, olio, frutta, verdura, anziché essere importati da migliaia di chilometri di distanza, ne percorrono solo pochi dalle campagne attorno alla città.

Nel suk di Marrakech. Foto Piergiorgio Pescali.

Un miliardario come primo ministro

Nell’incertezza economica, che risale a ben prima della pandemia, ma che il coronavirus ha contribuito ad aggravare e le recenti vicende internazionali a far esplodere, la prima a vacillare è stata la classe politica. Le elezioni del 2021, subito dopo le riaperture dal Covid, si sono trasformate in un terremoto che ha causato il tracollo dei partiti tradizionali: il Partito della giustizia e dello sviluppo (Pjd, Parti de la justice et du développement), che ha guidato tutti i governi del Paese dal 2011 sull’onda delle Primavere arabe, è stato spazzato via dall’elettorato perdendo 112 dei suoi 125 seggi al parlamento.

Conservatore, portatore di un’ideologia islamista moderata, il Pjd era riuscito a convogliare il profondo malcontento popolare emerso nelle proteste del 2010 anche grazie al leader d’allora, Abdelilah Benkirane, un politico che rappresentava sia le istanze di un’identità islamica all’interno della nazione, sia quelle progressiste. Le sue critiche nei confronti del re Mohammed VI, assieme all’incapacità di dare risposte alle richieste di riforme sociali che erano state i cavalli di battaglia con cui aveva sconfitto gli avversari, gli sono costate carriera e governo.

Netta è stata, invece, la vittoria del Raggruppamento nazionale degli indipendenti (Rni, Rassemblement national des indépendants), guidato dal miliardario Aziz Akhannouch. Dal 7 ottobre 2021, l’uomo è anche primo ministro in un governo di coalizione con il Movimento popolare e l’Istiqlal.

L’Rni, il cui originario orientamento socialdemocratico è stato soppiantato da un indirizzo più liberale e più vicino agli ambienti industriali, è stato fondato nel 1978 dall’allora primo ministro Ahmed Osman, cognato di re Hassan II, padre dell’attuale monarca. L’appoggio al partito da parte della Casa reale non è mai venuto a meno anche a causa della partecipazione di membri della famiglia negli affari di Akhannouch, dal 2016, anno in cui il miliardario ha preso le redini dell’Rni. Oggi Akhannouch è amministratore delegato (Ceo) del gruppo Akwa, il principale conglomerato marocchino impegnato in diversi settori, in particolare nel campo energetico (petrolifero e gas). Sue sono le stazioni di servizio Afriquia, la compagnia Maghreb Oxygène, la rete di distribuzione di gas e Gpl Afriquia Gaz e Le Vie Eco, il più diffuso settimanale marocchino.

Questa concentrazione di potere economico e mediatico non sembra causare turbamento nella maggioranza dell’elettorato. Secondo il rapporto 2021 di Reporter senza frontiere (Rsf), il Marocco sarebbe al 136° posto nella classifica della libertà di stampa su 180 paesi presi in esame. Nove dei 36 editori che detengono i media più influenti, appartengono alla famiglia reale, mentre gli altri sono proprietà di pochi uomini d’affari.

Nel suk di Marrakech. Foto Piergiorgio Pescali.

Le riforme di Mohammaed VI

È anche vero che il Marocco, più degli altri paesi del Maghreb, è riuscito a smorzare il malcontento popolare emerso dalle Primavere arabe con un miglioramento delle condizioni sociali e democratiche nella nazione.

Merito anche dell’attuale re Mohammed VI, secondogenito di Hassan II, salito al trono dopo la sua morte nel 1999. L’attuale re, formato nelle scuole europee, dove ha ottenuto una laurea e un PhD in diritto internazionale, ha saputo coniugare il classico bastone con la carota.

Nel primo quinquennio di regno, il monarca ha ammesso che, durante il potere del padre, fossero stati commessi abusi sui diritti umani, che l’ingerenza reale nella politica fosse troppo pronunciata e che le misure economiche costringessero una grossa fetta della popolazione a umilianti sacrifici.

Di fronte alle proteste che hanno sconvolto il Marocco nel 2011, invece di rispondere con il pugno di ferro, come è avvenuto in altri paesi, è apparso alla Tv promettendo «una riforma costituzionale» che «avrebbe allargato le libertà individuali e collettive e rafforzato i diritti umani».

Mohammed VI ha mantenuto gran parte delle sue promesse: ha formalmente equiparato donne e uomini garantendo gli stessi diritti civili e sociali, ha elevato il berbero a lingua ufficiale assieme all’arabo, ha limitato il potere politico del monarca che perde la carica di primo ministro il quale, a sua volta, è una persona scelta tra i deputati del partito vincitore delle elezioni e non più una figura nominata a piacere dal sovrano.

La figura del re desacralizzata, tuttavia rimane inviolabile e continua a non essere passibile di critica e questo limita enormemente il grado di mobilità e indipendenza politica del Paese. Non potendo opporsi al suo volere (il re rimane anche il capo delle forze armate e il massimo leader politico con potere pressoché assoluto), i partiti preferiscono adattare i loro programmi alla linea dettata da Mohammed VI piuttosto che rischiare la ghettizzazione o, peggio, lo scioglimento proponendo azioni radicali. Questo ha ultimamente creato malumori negli ambienti più laici e progressisti del Paese anche perché, nonostante le promesse di consolidamento dei diritti umani, in realtà questi sono sempre più erosi.

Il 13 febbraio 2023, anniversario della Primavera araba in Marocco, migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro il carovita che sta falcidiando il potere d’acquisto di intere famiglie. Le proteste sono state organizzate dalla Cdt, la Confederazione democratica del lavoro, l’organizzazione sindacale più potente del Paese.

A queste proteste il governo ha cercato di rispondere siglando una serie di accordi che, oltre a confermare i sussidi alimentari per le fasce più deboli, hanno anche aumentato i salari minimi.

Un’artigiana locale prepara l’olio di argan. Foto Piergiorgio Pescali.

Essere donna in Marocco

Il fermento della società marocchina, favorito anche dalla vicinanza all’Europa e da un islam moderato che ha sempre rifiutato modelli integralisti, ha aiutato anche l’emancipazione femminile. Lungo la strada che conduce a Essaouira, incontro decine di cooperative gestite da donne che producono prodotti derivati dell’argan.

«Contribuendo alla finanza familiare, la donna acquista un ruolo più importante anche nella famiglia», mi dice una delle ragazze della cooperativa Marjana. Come altre sparse per il Marocco, queste cooperative stanno contribuendo a dare il giusto peso alle donne del Paese, anche se sono spesso soggette a critiche da parte degli ambienti femministi più radicali: «All’inizio, la loro nascita ha contribuito ad aiutare le donne a emanciparsi, ma oggi molte cooperative usano questa narrativa per sfruttare le lavoratrici. A fronte di prodotti venduti a prezzi esorbitanti ai turisti, le donne che vi lavorano hanno paghe inferiori anche della metà di quelle che verrebbero date agli uomini», mi dice Khnata, della organizzazione Union de l’action féminine.

Vista dall’alto della conceria Chouara, una delle più famose di Fès. Foto Piergiorgio Pescali.

La questione migratoria e gli accordi con la Spagna

La crisi economica, che si è aggiunta alla voglia dei giovani marocchini di migliorare il proprio status cercando lavoro all’estero, ha fatto confluire le contestazioni anche sulla questione migratoria, a sua volta collegata alle relazioni internazionali tra Rabat e Madrid.

Da parte sua il Marocco, in particolare dal 2000, ha cambiato profondamente la propria politica migratoria, anche perché da paese di migrazione si è trasformato principalmente in paese di transito per migliaia di cittadini dell’Africa subsahariana che cercano di entrare in Europa. Fino al 20 novembre 2003 i regolamenti che gestivano l’immigrazione in Marocco risalivano all’età coloniale. Non si parlava di stati o nazioni indipendenti, ma di colonie, protettorati, zone di influenza. La nuova legge regola le condizioni di accesso al Paese, sancisce punizioni severe non solo verso i trafficanti di esseri umani, ma anche verso le vittime, gli immigrati irregolari o chi tenta di valicare i posti di frontiera di Ceuta e Melilla senza i documenti in regola.

I diritti dei richiedenti non sono tenuti in considerazione. Le organizzazioni non governative che agiscono nell’ambito sociale e nel campo migratorio hanno più volte denunciato la repressione del governo nei confronti di quelle persone che, sfruttando la vicinanza geografica con la Spagna, tentano di entrare nelle enclave di Ceuta e Melilla. L’ultima è avvenuta il 24 giugno 2022, quando circa duemila africani hanno cercato di scavalcare il muro che separa Melilla. Cinquecento sono riusciti ad aprire un varco alla frontiera ed entrare nell’area, territorio spagnolo.

Il primo ministro iberico, il socialista Pedro Sánchez, ha ringraziato il governo marocchino in un’intervista al programma Hoy por hoy, di radio Cadena Sur, aggiungendo che gli incidenti non erano stati causati dalle forze marocchine e spagnole, ma da organizzazioni di trafficanti di esseri umani e da reti malavitose.

Quello tra Rabat e Madrid è uno degli accordi più importanti stipulati dal paese africano. Il patto fa del Marocco un paese filtro per l’emigrazione africana in cambio dell’accoglienza, da parte della Spagna, di decine di migliaia di lavoratori marocchini stagionali (impegnati per lo più nelle raccolte agricole). Madrid ha il diritto di rimpatriare i clandestini maggiorenni lasciando a Rabat la responsabilità di rimandare gli immigrati che non hanno passaporto marocchino nei loro paesi d’origine.

Gli accordi tra le due capitali sono ritenuti così importanti che subito dopo ogni elezione, il primo ministro spagnolo si reca a Rabat per presentarsi alle autorità del Paese.

Se i trattati sulla migrazione favoriscono chiaramente la Spagna (e l’Unione europea), il Marocco li usa come arma per imporre la sua politica a livello internazionale, in particolare sulla spinosa questione, non ancora risolta, del Sahara occidentale (ex spagnolo, ndr).

Nell’aprile 2021 Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario (organizzazione per l’autodeterminazione del Sahara occidentale, ndr), è stato ricoverato a Saragozza per essere curato dal Covid. Per ritorsione, nello stesso periodo, il Marocco ha accolto il politico indipendentista catalano Carles Puigdemont sospendendo al tempo stesso i controlli alla frontiera di Ceuta per 48 ore e consentendo il passaggio di 8mila migranti. Il governo spagnolo si è così trovato ad affrontare la peggiore crisi migratoria dal 2005, quando il tentativo di diversi migranti di forzare il blocco di Ceuta costò la vita a 18 di loro. A farne le spese sono state soprattutto le isole Canarie, una delle porte d’entrata in Europa, dove sono stati allestiti in fretta e furia nuovi campi di accoglienza. Qui sono state registrate violazioni dei diritti umani, con migranti trattenuti nei porti per diverse settimane.

I rapporti tra i due paesi si sono ristabiliti quando Pedro Sánchez ha licenziato la sua ministra degli Esteri Arancha Gonzalez Laya, che aveva garantito l’accesso in Spagna di Brahim Ghali.

La spiaggia e la cittadella fortificata (Kasbah des Oudaias) a Rabat. Foto Piergiorgio Pescali.

Israele tra Algeria e Marocco

Molto complicati sono i rapporti con la vicina Algeria, paese che ospita cinque campi di indipendentisti del Sahara occidentale, territorio che il Marocco considera proprio (articolo a pagina 46). In tutto sono circa 174mila i rifugiati saharawi. Il conflitto è, per il momento, a bassa intensità, ma l’Algeria potrebbe sfruttare l’impasse rifornendo di armi il Polisario per indebolire Rabat, specialmente dopo il caso Pegasus che ha fatto perdere le staffe al governo di Algeri.

Pegasus è un software prodotto dall’israeliana Nso che sarebbe stato utilizzato dai servizi segreti marocchini per spiare, oltre a giornalisti, attivisti nel campo dei diritti umani e organizzazioni marocchine considerate troppo eversive, anche 6mila politici, uomini d’affari, giornalisti, militari, funzionari e diplomatici algerini.

L’Algeria, che con il Marocco ha già diversi contenziosi aperti, non ha digerito il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Rabat e Tel Aviv avvenuto il 10 dicembre 2020, lo stesso giorno in cui gli Usa hanno riconosciuto al Marocco il diritto di sovranità sul Sahara occidentale (strana coincidenza, visto che Rabat si ostina a dire che i due eventi non sono in alcun modo correlati).

La riapertura delle sedi diplomatiche nei rispettivi paesi ha inasprito i rapporti con l’Algeria che, il 24 agosto 2021, ha deciso di rompere le relazioni diplomatiche con Rabat.

Del resto, i rapporti tra i due paesi non sono mai stati idilliaci in quanto entrambi vogliono diventare la nazione guida del riscatto africano e del

Maghreb. Per perseguire questo obiettivo di leadership, nel 2017 il Marocco è rientrato nell’Unione africana (Ua) dopo esserne uscito nel 1984 perché essa aveva accettato come membro la Repubblica democratica araba Saharawi (autoproclamata dal Fronte Polisario per il Sahara occidentale, ndr).

Le due capitali si imputano a vicenda la responsabilità di alimentare l’estremismo sui propri territori. Le forze di polizia e di controterrorismo marocchine hanno 50mila agenti ausiliari che controllano il territorio impedendo la nascita e il proliferare di movimenti terroristici. Tra il 2002 e

il 2017, secondo fonti ufficiali marocchine, sarebbero stati sventati 352 attacchi e scoperte e smantellate 172 cellule terroristiche.

L’Algeria, da parte sua, accusa il Marocco di appoggiare il movimento estremista islamico Rachad e il Mak (Movimento per l’autodeterminazione della Cabilia, regione algerina). A inasprire le divergenze tra Rabat e Algeri hanno contribuito diversi fattori, tra cui l’aperto appoggio dato da Omar Hilale, rappresentante permanente del Marocco presso le Nazioni unite, al «popolo cabilo [che] merita di godere il diritto all’autodeterminazione», ma soprattutto la normalizzazione dei rapporti diplomatici con Israele, definito da Algeri «entità sionista» che avrebbe compiuto «incessanti atti ostili» contro il Paese.

Nel 2021 l’Algeria ha chiuso le valvole del gasdotto Maghreb-Europe e ha iniziato a far passare il gas verso la Spagna attraverso il gasdotto Medgaz, che collega direttamente l’Algeria alla nazione iberica, evitando di attraversare il territorio marocchino. Israele è anche presente, in collaborazione con la Russia, nell’accordo siglato il 12 ottobre 2022 per lo sviluppo del settore nucleare tramite la collaborazione in 14 aree di interesse. Oltre che impianti per la produzione di energia da fissione, saranno costruiti impianti di desalinizzazione, acceleratori di particelle, depositi di scorie nucleari e verranno effettuate ricerche minerarie per sfruttare l’uranio presente nel sottosuolo. Questi progetti andranno ad aggiungersi al reattore di ricerca di Maamora, oggi in funzione per la produzione di isotopi a scopo medico.

La rete (avvolgente) della Cina

In tutte queste iniziative di sviluppo, si sta inserendo prepotentemente la Cina, la quale ha sempre elogiato la stabilità politica del Marocco. Le Primavere arabe qui non hanno avuto gli effetti destabilizzanti che hanno avuto in altre nazioni e il rientro di Rabat nell’Unione africana, ha indotto Pechino ad approfondire i legami per poter sfruttare la diplomazia marocchina come grimaldello per entrare nel continente.

Sebbene il Marocco non abbia mai avuto stretti rapporti con il paese asiatico, nel gennaio 2022 è stato firmato un accordo – il primo nell’area nordafricana – riguardante il progetto Belt and Road (la moderna via della seta, ndr). L’alleanza economica prevede 80 progetti cinesi in campo scientifico, agricolo, scolastico e della finanza, tecnologia, sicurezza, industria, salute, ricerca e sviluppo e trasporti. La costruzione del ponte Re Mohammed VI che, con i suoi 952 metri sarà il ponte a campata unica più lungo d’Africa e la realizzazione di una ferrovia ad alta velocità che collegherà Marrakech con Agadir, la quale si affiancherà al treno ad alta velocità che dal 2018 collega Casablanca a Tangeri (350 km), sono alcuni dei programmi più ambiziosi della collaborazione sino-marocchina.

Nel campo degli scambi culturali è in programma anche l’apertura nel Paese di tre uffici dell’Istituto Confucio.

A differenza di altre nazioni africane dove la Cina è già presente, la moderna struttura industriale e logistica marocchina ha permesso a Pechino di concludere accordi per agganciarsi alle strutture già esistenti e integrarli senza prevedere la costruzione da zero di nuovi impianti e progetti. Questo permetterà al Marocco di mantenere una posizione di controllo sugli investimenti e di direzione degli stessi formando delle partnership privilegiate con i cinesi.

Gli spazi di intervento sono ampi: gli investimenti cinesi in Marocco ammontano oggi a 1,26 miliardi di dollari, mentre il commercio bilaterale nel 2020 è arrivato a registrare scambi per 4,76 miliardi.

Un’inezia, se si confrontano a quelli di paesi come la Francia e gli Emirati arabi uniti, che assieme raggiungono i tre quarti degli investimenti totali stranieri in Marocco, ma Rabat vede nella Cina un’opportunità per diversificare i propri legami con l’estero e sganciarsi dall’orbita europea, francese in particolare.

Eppure, è proprio questa caratteristica, la forte presenza francese nel tessuto economico marocchino, che ha trasformato il Paese in un mercato assai appetibile per le compagnie cinesi. Queste vedono nella mediazione marocchina un modo indiretto per entrare nel mercato europeo evitando eventuali contrasti e tensioni politiche con Parigi e Bruxelles mettendo al sicuro quelle aziende cinesi che hanno integrato la loro produzione con industrie francesi fuori dall’Unione europea.

Un esempio di questa cooperazione è la Nanjing Xiezhong, che ha concluso un accordo con la Renault per fornire l’impianto di aria condizionata agli automezzi prodotti nel suo stabilimento da 15 milioni di dollari di Kenitra, mentre, sempre nella città marocchina sull’Atlantico, la Citic Dicastal fornirà, ancora alla Renault, componenti di alluminio per le sue auto.

Tra i progetti più corposi vi sono quelli della casa automobilistica Byd (Built your dreams), che ha in programma la costruzione di uno stabilimento per macchine elettriche, mentre nel 2019 la China communications construction company ha firmato un contratto da 10 miliardi di dollari per edificare la Mohammed VI Tanger tech city, un hub tecnologico che ospiterà 200 aziende cinesi e sarà abitata 300mila persone al fine di sfruttare manodopera a basso costo abbinata alla vicinanza geografica con l’Europa.

L’alleanza tra Pechino e Rabat permetterà al Marocco di diventare la nuova economia trainante nordafricana, ma rischia anche di aumentare i contrasti con i paesi del Maghreb, in particolare dopo il ristabilimento dei rapporti diplomatici con Israele. L’attuale governo marocchino e quelli che gli succederanno dovranno, quindi, giocare una partita molto delicata per non esporsi al rischio di emarginazione da un consesso regionale e internazionale sempre più fluido.

Piergiorgio Pescali

Papa Francesco e re Mohammed VI alla cerimonia della firma nel palazzo reale di Rabat il 30 marzo del 2019. Foto Vatican Media – AFP.

La moschea di Casablanca. Foto Matteo Imperiali – Pixabay.

Umma calcistica

Bandiere rosse sventolate da donne, uomini e bambini, tutti con un enorme sorriso stampato sul viso. Era dicembre quando gli emigrati marocchini di tutta Europa – in tutto sono oltre quattro milioni di persone – sono scesi nelle strade e nelle piazze per festeggiare la propria nazionale di calcio, prima squadra africana e araba a raggiungere una semifinale ai mondiali. Un evento a suo modo storico che ha riempito d’orgoglio un paese e un popolo spesso umiliati. Una festa durata però lo spazio di qualche giorno. Poi, la realtà è tornata a dettare l’agenda.

Negli stessi giorni delle finali dei mondiali del Qatar sono, infatti, esplosi gli scandali noti come «Qatar gate» e «Marocco gate»: mazzette date a vari rappresentanti del Parlamento europeo per influenzare le decisioni riguardanti i due paesi. Sui servizi di intelligence del Marocco è anche caduta l’accusa di aver utilizzato

Pegasus, il software di spionaggio sviluppato dall’azienda israeliana Nso Group, per spiare uomini politici (forse anche il presidente francese Macron), giornalisti, oppositori sgraditi.

Se confermata, si tratterebbe di una notizia nella notizia. Marocco e Israele, infatti, non avevano rapporti ufficiali fino ai cosiddetti «accordi di Abramo», sottoscritti (sotto la spinta di Washington) il 10 dicembre del 2020.

I numeri sono da plebiscito russo o cinese. Secondo le statistiche ufficiali, in Marocco, su una popolazione totale di 38 milioni, il 99 per cento è di fede islamica. Si tratta di un islam sunnita aderente alla scuola malikita (corrente che allarga le fonti del diritto islamico). Quello marocchino è un islam moderato. Ciò non significa che l’estremismo sia completamente assente dal paese. La storia racconta di un attentato a Casablanca nel 2003 (con 45 morti) e di uno a Marrakech nel 2011 (18 morti).

La popolazione cristiana è stimata in circa 40mila persone (30mila cattolici).

Papa Francesco ha visitato il paese maghrebino nel marzo 2019, accolto dal sovrano marocchino, re Muhammad VI, sul trono dal luglio 1999. Dal novembre 2020, i Missionari della Consolata operano a Oujda, città nell’estremo orientale del paese, a circa 15 chilometri dal confine con l’Algeria e circa 60 a sud del Mediterraneo.

I primi marocchini arrivarono in Italia negli anni Settanta, epoca che segna l’inizio dell’immigrazione dai paesi non europei. Oggi, quelli in regola sono circa 400mila, costituendo la prima comunità di stranieri extra Unione europea. Su quasi 3,3 milioni di stranieri non comunitari presenti in Italia, l’11,8% proviene dal Marocco. La metà di loro è residente in tre regioni del Nord: Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte (infografica a lato).

Nel rapporto La comunità marocchina in Italia (2021) del ministero del Lavoro, si legge: «Il radicamento della comunità marocchina nel tessuto sociale italiano è reso evidente anche dall’ampio coinvolgimento nei matrimoni misti, per i quali la comunità in esame risulta prima, tra le principali non comunitarie».

Eppure, nonostante i numeri, la storia e una fede islamica più tollerante, nei loro confronti non sono scomparsi sentimenti di razzismo, più o meno palesi. Ne Il razzismo spiegato a mia figlia Tahar Ben Jelloun, forse il più celebre tra gli scrittori marocchini, dà una definizione tanto sintetica quanto incontrovertibile: «Il razzismo è ciò che trasforma le differenze in disuguaglianze». Le differenze sono tante, ma arricchenti. «Spesso – ha scritto il professor Mohammed Hashas – è difficile per un marocchino definirsi perché ci tiene a mantenere quella molteplicità di ricchezze che lo contraddistingue, una liasion tra la cultura e l’identità amazigh (berbera, ndr), araba, africana, mediterranea e internazionale».

Paolo Moiola

Una tifosa di Casablanca durante una partita della nazionale marocchina ai mondiali di calcio del Qatar (14 dicembre 2022). Foto Thomas Coex – AFP.

Noor e i parchi solari

La ricerca di fonti energetiche a basso impatto ambientale è stata inserita nel Nuovo modello di sviluppo del Marocco tanto che, secondo i piani, entro il 2030 la metà dell’elettricità generata nel Paese proverrà da fonti rinnovabili. E qui entra in gioco il Sahara occidentale, ricco di sole e vento.

Gli impianti solari in costruzione nella regione sud sahariana forniranno il 30% dell’energia prevista dal piano marocchino.

A oggi esistono cinque parchi solari, di cui quattro appartenenti alla Nareva, la compagnia energetica proprietà al 100% della Sni (Société nationale d’investissement), una holding di proprietà della famiglia reale che opera nel campo finanziario, bancario, alimentare, delle telecomunicazioni e dell’energia rinnovabile.

Nel Sahara hanno investito anche compagnie straniere, tra cui la Siemens gamesa renewable energy, spin-off della Siemens tedesca che fornisce turbine agli impianti eolici marocchini nell’ex colonia spagnola.

La volontà di avviare con decisione la transizione energetica è testimoniata dal Noor («luce» in arabo), il più grande impianto solare termodinamico (Concentrated solar power, Csp) al mondo che ha richiesto un investimento di 9 miliardi di dollari parzialmente finanziati per 435 milioni dal Climate investment funds, 700 milioni dall’Afdb (African development bank) e 3 miliardi dalla Banca mondiale. Situato a Ghessat, nella provincia di Ouarzazate, copre un’area di 2.500 ettari che gode di una quantità di irraggiamento solare tra le più intense al mondo, 2.635 kwh/m2/anno.

Una volta completato, il Noor consentirà di ridurre le emissioni di carbonio di 770mila tonnellate all’anno (240mila tonnellate risparmiate dall’impianto Noor I Csp e 533mila tonnellate risparmiate dal Noor II e Noor III) e si svilupperà su quattro complessi solari con una capacità combinata di 2 Gw: il Noor I Csp, che ha batterie di stoccaggio a sali fusi con capacità di accumulo di tre ore; il Noor II Csp e Noor III Csp, con batterie di stoccaggio di sette ore e l’impianto fotovoltaico Noor IV. Il tutto verrà gestito dalla Nomac, sussidiaria della Acwa e della Masen (Moroccan agency for solar energy).

Pi.Pes.

Il conflitto per il Sahara occidentale

Una famiglia del Sahara occidentale fotografata da uomini della Minurso. Foto Martine Perret – UN Photo.

Sabbia negli occhi

Già protettorato spagnolo, dal 1976 Rabat considera la regione un proprio territorio. Al momento, l’indipendenza del popolo dei Saharawi, reclamata dal Fronte Polisario di Brahim Ghali, pare una chimera.

Nel Sahara occidentale, il Marocco ha messo a segno il suo principale successo internazionale, avendo inglobato la parte controllata dalle sue truppe (l’80 per cento dell’intero territorio) con il nome di Province meridionali per un totale di circa 190mila km2 su cui vive una popolazione di 500mila abitanti. Sempre più istituzioni internazionali mostrano cartine del Marocco con la regione meridionale già inclusa (tra queste il Comitato europeo delle regioni, l’ambasciata Usa in Marocco, il sito della Cia, The World Factbook).

Apparentemente arido e senza risorse, il Sahara occidentale è in realtà un forziere di fosfati, garantendo il 70% della produzione mondiale di questo minerale essenziale per l’industria agricola, mentre le acque antistanti le coste sahariane forniscono il 78% del pescato nazionale. Con una tale ricchezza, in tempi di crisi come quelli attuali in cui il controllo delle materie prime per l’agricoltura è strategico, la destabilizzazione della regione non è vista con favore dalla comunità internazionale.

Commemorazione del trentennale della Repubblica Saharawi (2006). Foto Jaysen Naidoo.

Il Marocco e la Repubblica del Saharawi

Quello del Sahara occidentale è un problema che si trascina dal 7 novembre 1975, quando re Hassan II organizzò la Marcia verde durante la quale 350mila marocchini attraversarono il confine con la regione, protettorato spagnolo dal 1884 (il cosiddetto Sahara spagnolo), per rivendicare il diritto di Rabat sul territorio. Era una chiara violazione del verdetto emesso il 16 ottobre 1975 dalla Corte internazionale di giustizia, in cui si affermava che Marocco e Mauritania «non hanno alcun vincolo di sovranità territoriale sul territorio del Sahara occidentale» e che la popolazione saharawi era «in modo schiacciante» a favore dell’indipendenza. La Spagna, che stava attraversando un difficile periodo di transizione, pieno di incognite dopo la morte del dittatore Francisco Franco (20 novembre 1975), anziché contrastare la Marcia verde entrando in conflitto con Rabat, preferì abbandonare la colonia lasciando che Mauritania e Marocco se la spartissero. Il Fronte Polisario (Frente popular de liberación de Saguía el Hamra y río de Oro), appoggiato dall’Algeria, si oppose a questa soluzione, autodichiarando la fondazione della Repubblica democratica araba del Saharawi e continuando la lotta per l’indipendenza, già iniziata nel 1973 contro la Spagna.

Nel 1979 la Mauritania si ritirò dalla sua parte del Sahara occidentale, affermando che la questione doveva essere risolta come un problema di decolonizzazione. La guerra di liberazione del Fronte Polisario continuò contro il solo Marocco, obbligando migliaia di saharawi a migrare a Tindouf, in Algeria.

Nel 1980 il Marocco iniziò a costruire una linea di divisione fisica lunga 2.700 chilometri (il cosiddetto Berm, o muro di sabbia) che lasciò al popolo saharawi solo un terzo del territorio reclamato.

Furono proposti anche diversi tentativi di raggiungere un’intesa, ma tutti fallirono.

Incontro ufficiale tra il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa e Brahim Ghali (a sinistra), a Pretoria (2018). Foto GCIS.

L’intervento delle Nazioni Unite

Nel 1991, Marocco e Polisario raggiunsero un accordo per il cessate il fuoco stabilendo una zona cuscinetto controllata dal contingente Onu del Minurso (United Nations mission for the referendum in Western Sahara) in attesa di un referendum che avrebbe deciso il futuro del territorio e della nazione saharawi. Il referendum non ebbe mai luogo e al suo posto Rabat presentò nel 2006 un piano che avrebbe garantito un governo autonomo saharawi sotto la sovranità marocchina. La proposta, che ebbe l’appoggio statunitense e l’apprezzamento delle Nazioni Unite, venne rifiutata dal Polisario.

La situazione del Sahara occidentale rimase nel limbo delle azioni internazionali sino all’agosto 2017, quando il presidente tedesco Horst Köhler venne nominato inviato speciale dell’Onu.

Fu sotto la conduzione di Köhler che Polisario, Marocco, Algeria e Mauritania iniziarono promettenti negoziati. Le iniziative del nuovo inviato speciale vennero accolte positivamente anche dagli Usa che, assieme alla Francia, proposero un documento che il Polisario interpretò come un appoggio al Piano di autonomia proposto dal Marocco nel 2006. In più, lo stesso documento accusava il Polisario di aver violato il cessate il fuoco nell’area di Guerguerat (estremo sud del Sahara occidentale) chiedendo di dislocare la funzione amministrativa della Repubblica democratica araba del Saharawi a Bir Lehlu, località nel nord est della regione.

I negoziati iniziarono a Ginevra nel dicembre 2018 con un primo successo del Marocco, che riuscì a portare al tavolo delle trattative, oltre al Polisario, anche Algeria e Mauritania, che invece avevano sempre preferito evitare di essere coinvolte nella questione.

Le improvvise dimissioni di Köhler, avvenute il 22 maggio 2019 per ragioni di salute, misero le trattative in stallo. La ricerca di un nuovo inviato speciale dell’Onu non trovò concordi i due principali attori: la proposta del Polisario di cercare tra le diplomazie scandinave il sostituto di Köhler trovava l’opposizione del Marocco, che considerava quei paesi troppo inclini ad appoggiare le rivendicazioni saharawi.

Da parte sua, lo stesso António Guterres, Segretario generale dell’Onu, faticò non poco a trovare candidati internazionali, visto che la causa del Sahara occidentale non è popolare, non porta consenso internazionale, è per lo più una causa sconosciuta ed economicamente non paga. Solo il 6 ottobre 2021, Guterres riuscì a nominare l’italiano Staffan de Mistura come inviato speciale per il Sahara occidentale.

Il vuoto di potere servì a Rabat per promuovere l’apertura di consolati stranieri nel Sahara occidentale. Sono 26 oggi gli Stati che hanno una rappresentanza a El Aaiun o a Dakhla, le due principali città della regione.

Un mezzo di Minurso nel Sahara occidentale. Foto Martine Perret – UN Photo.

La fine del cessate il fuoco

Tra ottobre e novembre 2020, l’interruzione della strada asfaltata del Guerguerat causata da manifestanti nazionalisti saharawi con l’appoggio del Polisario ha indotto il Marocco a mobilitare le proprie truppe all’interno dell’area, una zona cuscinetto controllata dalle truppe del Minurso. L’azione, provocata anche dal disinteresse dell’Onu che non è intervenuta con l’auspicata decisione per riportare la tranquillità nella regione, ha indotto il Polisario a dichiarare terminato il cessate il fuoco che durava da tre decenni, riattivando i suoi contatti diplomatici all’estero e coordinando i militanti nei cinque campi profughi che sorgono in Algeria.

La latitanza delle Nazioni Unite, sommata al peso sempre più importante assunto dal Marocco nell’economia mondiale, ha indotto gli Stati Uniti a riconoscere, il 10 dicembre 2020, la sovranità di Rabat sul Sahara occidentale suscitando le proteste di Russia e Algeria. La prima ha contestato la mossa di Trump come violazione del diritto internazionale, la seconda ha criticato Usa e Marocco di aver barattato il diritto di autodeterminazione dei saharawi con la normalizzazione diplomatica con Israele. Biden che, in un primo tempo, aveva criticato la mossa del suo predecessore ha fatto buon viso a cattivo gioco: il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, dopo aver incontrato il ministro degli Esteri marocchino, Nasser Bourita, ha ammesso che il piano di autonomia proposto dal Marocco «rappresenta un potenziale approccio per soddisfare le aspirazioni del popolo del Sahara occidentale».

Ad aggravare la precaria situazione venutasi a creare per il Polisario, sempre più abbandonato a sé stesso nel contesto internazionale, vi sono le accuse di nepotismo, corruzione e violenze sessuali provenienti dalla stessa organizzazione indipendentista. Il 12 ottobre 2022, dopo aver negato per anni ogni coinvolgimento nelle violazioni dei diritti umani accadute nei campi profughi, alla fine la leadership saharawi ha ammesso le proprie responsabilità portando la Saharawi association for the defence of human rights a chiedere alla Corte spagnola di aprire un’inchiesta approfondita sull’operato di Brahim Ghali, il settantenne presidente dell’autoproclamata Repubblica democratica araba del Saharawi.

Piergiorgio Pescali

Paesaggio sahariano vicino a Awsard. Foto Martine Perret – UN Photo.

Il peso dei fertilizzanti

La guerra ucraina ha aggiunto alla crisi del grano anche quella dei fertilizzanti, visto che la Russia ne è il maggiore esportatore e da essa l’Uione europea dipende per il 30% del suo fabbisogno.

Dopo Russia, Cina e Canada, il Marocco è il quarto esportatore di concimi al mondo. Il principale produttore nazionale è l’Office chérifien des phosphates (Ocp) che, con 21mila dipendenti in 12 filiali nei paesi africani, è la maggiore multinazionale marocchina. Nel 2020 ha registrato ricavi per sei miliardi di dollari e l’Unione europea è il suo terzo mercato mondiale. La Ocp ha previsto per il 2022 un aumento della sua produzione di fosfati del 10% (1,2 milioni di tonnellate).

Nel 1976 la compagnia ha acquisito la miniera di Phosboucraa nel Sahara occidentale, nelle cui viscere sarebbe contenuto il 2% delle riserve di fosfato del Marocco. Secondo la stessa Ocp, il 100% dei profitti sono reinvestiti nella regione attraverso la Fondazione Phosboucraa che ha avviato diversi programmi di sviluppo, tra cui la creazione di Technopole Forum El Oued, una città di 600 ettari a 18 km da Laayoune che, una volta ultimata, dovrebbe offrire un centro di ricerca e sviluppo per studiare l’ambiente sahariano, un centro di supporto per lo sviluppo economico del Sahara occidentale, un centro culturale, servizi sociali. Ma l’industria dei fosfati è anche estremamente energivora: per produrre la quantità di fertilizzanti oggi commercializzata dalla nazione africana, il Marocco deve spendere il 7% della sua produzione energetica totale e destinare l’1% delle sue riserve idriche.

Il fertilizzante più diffuso è il fosfato di ammonio (Dap) che è prodotto da acido fosforico e ammoniaca. L’ammoniaca si produce in una reazione tra azoto e idrogeno, due elementi la cui produzione è estremamente energivora e il cui prezzo dipende quindi (almeno per l’80%) dal costo del gas naturale. Già alla fine del 2021 l’aumento del costo dei gas ha fatto levitare i prezzi dell’ammoniaca da 110 dollari per tonnellata a mille.

Per diminuire le importazioni di ammoniaca necessarie per la produzione di fertilizzanti (Ocp importa tra 1,5 e 2 milioni di tonnellate di ammoniaca per anno), l’Office chérifien des phosphates nel 2018 ha concluso un accordo di cooperazione con il tedesco Fraunhofer institute per sviluppare un progetto per produrre idrogeno verde a Ben Guerir (Sahara occidentale) assieme all’Iresen (Moroccan institute for research in solar energy and new energies).

Nel frattempo, l’invasione russa dell’Ucraina ha peggiorato la crisi alimentare nel paese, dove la gravissima siccità sta facendo il resto. Già durante l’estate del 2021 il prezzo del grano tenero era aumentato a 270 dollari/ton rispetto al 2020 (più 22%) e a 389 dollari/ton all’inizio di marzo 2022.

Pi.Pes.

Uomini al lavoro in una conceria di Fès. Foto Neverlan-Pixabay.

Hanno firmato il dossier:

Piergiorgio Pescali
Ricercatore e consulente in ambito nucleare, è giornalista e scrittore. Da molti anni è uno dei più assidui collaboratori della rivista Missioni Consolata.

a cura di Paolo Moiola giornalista redazione MC.

In uno stretto vicolo del suk di Marrakech. Foto Piergiorgio Pescali.




Otto miliardi


Questa è la soglia superata dalla popolazione mondiale lo scorso novembre. Un dato che va interpretato visto che nei paesi occidentali il numero si sta contraendo, mentre in quelli africani sta aumentando. Con importanti ricadute a tutti i livelli.

Non si conosce se si sia trattato di un nastro rosa o celeste, né su quale porta sia stato appeso, ma le Nazioni Unite sostengono che il 18 novembre 2022, da qualche parte nel mondo, c’è stata una nuova nascita che ha portato la popolazione globale oltre la soglia degli otto miliardi.

La popolazione cresce quando le nascite superano le morti, ma questo risultato può essere ottenuto attraverso una varietà di combinazioni che condizionano fortemente l’età media dei cittadini. Ad esempio, dove l’alto tasso di natalità convive con un alto tasso di mortalità degli adulti, la crescita della popolazione è caratterizzata da un’età media bassa: la popolazione è più giovane (come accade in gran parte dei paesi africani). Se, al contrario, la crescita è caratterizzata da una bassa natalità che si accompagna a una mortalità altrettanto bassa degli adulti, è probabile una prevalenza di popolazione adulta e anziana (come accade, ad esempio, in Italia).

Queste differenze si fanno sentire sul piano economico perché l’età condiziona la capacità di lavoro e, quindi, di produzione.

Storia della popolazione

Nel mondo, la popolazione ha cominciato a crescere in maniera significativa nel 1800 a partire dall’Europa.

Oltre a un’alta natalità (una media di 4 figli per donna feconda), varie altre ragioni hanno contribuito al fenomeno: una migliore alimentazione, città più pulite grazie alla costruzione di sistemi fognari più moderni, scoperte mediche e farmaceutiche che hanno iniziato a limitare la mortalità infantile e adulta. Si calcola che, fra il 1800 e il 1850, la popolazione europea sia passata da 187 a 266 milioni di abitanti, un aumento del 42% che ha fatto parlare di rivoluzione demografica. La crescita demografica, però, non è stata accompagnata da un’uguale crescita di posti di lavoro. Di conseguenza, sono stati tantissimi coloro che hanno scelto di cercare miglior fortuna all’estero. In totale, si stima che, fra il 1800 e il 1930, i migranti europei siano stati 60 milioni, soprattutto verso le Americhe e l’Oceania.

Intorno al 1910 la popolazione europea o di origine europea (includendo Stati Uniti, Canada, Oceania e anche paesi latino-americani di forte immigrazione, come l’Argentina) rappresentava più di un terzo di quella mondiale (contro il 20 per cento di un secolo prima), e cresceva più rapidamente di quella del resto del mondo. Ma poi la corsa è rallentata e, pur con un breve sussulto negli anni Sessanta (conosciuto come «baby boom»), il numero di nascite per donne feconde (tasso di fertilità) è sceso sotto il due: un livello cioè che porta la popolazione a contrarsi.

Nel frattempo, la popolazione stava cominciando a crescere nei cosiddetti paesi del Terzo Mondo: pratiche come la bollitura dell’acqua, le vaccinazioni e le disinfestazioni con il Ddt nelle regioni malariche, riducevano la mortalità, mentre la natalità rimaneva a livelli sostenuti. Basti dire che nel 1950, in Rwanda, Kenya, Filippine, la media di figli per donna fertile era superiore a sette, mentre in Cina e India era attorno a sei. Fatto sta che, fra il 1950 e il 1987, la popolazione mondiale è raddoppiata passando da 2,5 a 5 miliardi di individui. Un raddoppio in 37 anni non si era mai visto nella storia dell’umanità.

Siamo in otto miliardi. Foto di Eberhard Grossgasteiger – Unsplash.

Il caso Cina

Dopo il 1987 la popolazione mondiale ha continuato a crescere, ma non allo stesso ritmo perché il tasso di natalità si è ridotto quasi ovunque. A ogni latitudine, ma per ragioni diverse: dove per il diverso ruolo sociale conquistato dalle donne; dove per la maggiore istruzione che ha permesso a esse di avere un maggiore controllo del proprio corpo; dove per la promozione massiccia di anticoncezionali; dove, ad esempio in India, per l’istituzione di premi per tutti coloro che accettavano di sottoporsi a sterilizzazione; dove per il divieto alle coppie di oltrepassare un determinato numero di figli.

Quest’ultima pratica è stata assunta in particolare in Cina nel 1980 quando Deng Xiaoping ha proibito alle coppie di avere più di un figlio. Chi trasgrediva la regola rischiava di perdere il posto di lavoro e di pagare multe esorbitanti. Si poteva addirittura arrivare all’assurdo che il secondo o il terzo figlio non potesse essere registrato all’anagrafe condannando i malcapitati a non avere nessun riconoscimento sociale.

Nel 2015 la regola del figlio unico è stata tolta tornando a quella di due figli che era in vigore durante gli anni Settanta. Poi, nel maggio 2021, è stato addirittura introdotto il permesso di avere fino a tre figli. Troppo tardi. Nel 2022 la popolazione cinese è calata di circa 850mila persone. Secondo le Nazioni Unite, se dovesse persistere la tendenza alla perdita di popolazione, la Cina passerebbe dagli attuali 1,4 miliardi di abitanti a 1,2 nel 2050 e scenderebbe sotto il miliardo entro il 2075. Stando così le cose, già nel corso di questo 2023, l’India dovrebbe sorpassare Pechino come nazione più popolosa del pianeta. Nel frattempo, la Cina è diventato il paese con il più alto numero di anziani: nel 2019 le persone oltre sessanta anni erano 254 milioni; nel 2040  si prevede che saranno 402, il 28% dell’intera popolazione. Con gravi ripercussioni per il sistema economico: la riduzione del numero di persone in età lavorativa potrebbe provocare un calo della produzione, un aumento del costo del lavoro e una crescita vertiginosa della spesa sanitaria e sociale per l’assistenza ai più anziani.

Il caso africano

A livello mondiale il tasso medio di fertilità è di 2,4 figli per donna fertile, appena sopra il 2,1, detto «tasso di conservazione», perché considerato il livello minimo utile a impedire alla popolazione di contrarsi. Ma moltissime nazioni sono ormai sotto questa soglia. In Italia, ad esempio, siamo a 1,24, in Spagna a 1,23, in Corea del Sud addirittura a 0,85. Le Nazioni Unite prevedono che la popolazione di 61 nazioni si ridurrà di almeno l’1% fra il 2022 e il 2050.

Gli unici paesi in controtendenza sono quelli più poveri, soprattutto dell’Africa, continente con un tasso medio di fertilità di 4,3, lo stesso che avevamo in Europa nel 1800.

Secondo i dati della Banca mondiale, relativi al 2020, il primato spetta al Niger con 6,9 nascite per donna fertile. Seguono la Somalia con 6,4, la Repubblica Democratica del Congo con 6,2, il Mali con 6, l’Angola con 5,4, la Nigeria con 5,3. In conclusione, l’Africa subsahariana è l’area del mondo con il più alto tasso di crescita demografica, tanto da aspettarsi un raddoppio entro il 2040, passando da 1,1 a 2,1 miliardi di persone.

Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, la popolazione mondiale continuerà a crescere fino a raggiungere 10,4 miliardi nel 2100, poi dovrebbe stabilizzarsi o addirittura diminuire. Ma continuare a trattare il tema della popolazione mondiale come un tutt’uno non ci dà il vero quadro della situazione. In effetti in tema di popolazione il mondo va diviso in tre fasce: quella a rapida crescita demografica, quella a modesta crescita, quella a crescita zero o negativa. Ognuna di esse presenta i propri problemi e le proprie specificità.

Siamo in otto miliardi. Foto di Sam Chen – Pixabay.

Paesi in denatalità

Nel 2021 si sono contati una quarantina di paesi con crescita negativa, guidati dalla Lituania che ha subito una riduzione demografica dell’1,19%. Fra essi compare anche l’Italia che nel 2021 ha avuto un calo complessivo di residenti dello 0,3% rispetto al 2020. Già nel 2008 il Parlamento europeo aveva lanciato grida di allarme precisando che la denatalità avrebbe voluto dire invecchiamento della popolazione, meno persone al lavoro e quindi meno soldi per sanità e previdenza sociale a causa delle minori entrate fiscali.

Nel 2021 gli over 65 in Italia erano 13,9 milioni e rappresentavano il 23,5% della popolazione totale. Nel 2050 la loro quota è attesa al 34,9%, e c’è chi trema pensando alle difficoltà che ci attendono. Una popolazione di vecchi non può badare a se stessa: senza un’adeguata base di giovani disposta a farsene carico è destinata a soccombere sotto il peso degli enormi bisogni economici, sociali, sanitari, assistenziali.

Nella situazione opposta si trova l’Africa con tre quarti della popolazione al di sotto dei 35 anni, 900 milioni di individui. Quasi metà di loro, 35% dei residenti, è in età da lavoro collocandosi fra i 15 e i 35 anni. E, tuttavia, un terzo dei giovani africani è disoccupato e un altro terzo sottoccupato. Solo il 17% ha un lavoro salariato regolare, ed è lontana la prospettiva che questa quota possa crescere. Ogni anno in Africa il mercato del lavoro vede l’ingresso di 10-12 milioni di nuovi giovani, ma l’offerta di nuovi posti non supera i 3 milioni. Di questo passo, avverte la Banca per lo sviluppo africano, nel 2025 i giovani africani senza alcuna prospettiva di lavoro saranno 263 milioni. Situazione destinata ad aggravarsi considerato che, nel 2050, le persone fra i 15 e i 35 anni in Africa sono attese a 850 milioni. In conclusione, l’unica prospettiva di vita per molti giovani africani è la migrazione, principalmente dalle campagne verso le città e dai paesi africani a più bassa capacità produttiva verso quelli a maggiore capacità produttiva. Già oggi 19 milioni di africani si trovano in un paese del continente diverso da quello di nascita. Ma altri 17 milioni si trovano in continenti diversi dall’Africa.

Il ruolo delle migrazioni

Considerato che il mondo è formato da aree con una penuria di giovani e altre con un eccesso,  sarebbe interesse di tutti un riequilibrio attraverso una maggiore libertà di movimento delle persone. I paesi che stanno invecchiando potrebbero ringiovanirsi e i paesi con molti giovani potrebbero migliorare la propria economia tramite le rimesse degli emigranti. Ma in Europa, e in particolare in Italia, solo pochi hanno messo a fuoco che questa è la strada da battere. Fra essi Tito Boeri che, da presidente dell’Inps, non ha perso occasione per ricordarci il ruolo insostituibile dei migranti: senza i due milioni e mezzo di lavoratori stranieri che pagano le tasse e versano i contributi, il sistema previdenziale italiano non ce la farebbe. Chi invece sembra non averlo capito è la politica che pure avrebbe il compito di individuare i problemi e trovare le soluzioni. Il fatto è che i fenomeni si mettono in moto da soli, e quando la politica li intercetta, spesso succede che invece di gestirli in un’ottica di bene comune li cavalca per fini elettorali. Paradossi della democrazia.

Francesco Gesualdi
(prima parte – continua)

Siamo in otto miliardi. Foto di Humberto Chavez – Unsplash.

 

 




Io sono tutte le donne


In queste pagine sono riportati alcuni dei racconti che hanno vinto il XIII Concorso Lingua Madre del 2018. Dello stesso Concorso, MC ha già pubblicato diversi testi nell’agosto 2016. Ringraziamo Daniela Finocchi, ideatrice del concorso, per averci offerto questi scritti. Siamo felici di pubblicarli proprio in questi giorni in cui le donne, a cominciare da quelle iraniane, sono protagoniste e promotrici di grandi cambiamenti.

Il Concorso letterario nazionale Lingua Madre

È un progetto permanente di Regione Piemonte e Salone internazionale del libro di Torino, ideato da Daniela Finocchi, nato nel 2005 per dare voce a chi spesso non ce l’ha. Diretto alle donne migranti (o di origine straniera) e alle italiane che vogliano raccontare l’incontro con l’altra, promuove la relazione. Si può partecipare con un racconto o/e una fotografia, da sole, in coppia o in gruppo e ci si può far aiutare da un’altra donna se non si ha dimestichezza con l’italiano scritto.

Ma non si esaurisce con il Premio letterario e fotografico (per chi volesse partecipare, è in corso la XVIII edizione che si concluderà il
15 dicembre). Durante l’anno, infatti, vengono realizzati incontri e iniziative proprie o sviluppate in collaborazione con altri soggetti pubblici e privati, che coinvolgono direttamente le autrici e le rendono protagoniste. E ancora un podcast, la sezione audioracconti, una borsa di studio annuale destinata a una giovane, speciali online, produzioni video e spettacoli teatrali tratti dai racconti.

A questo si aggiunge l’attività di ricerca su letteratura e migrazione femminile svolta da docenti – straniere e italiane – che fanno parte del gruppo di studio. Un lavoro poi divulgato con volumi di approfondimento, seminari, convegni.

Le 17 antologie con i racconti selezionati delle autrici – da cui sono tratti i racconti qui pubblicati – rappresentano un vero patrimonio della letteratura della migrazione, il 4 novembre verrà presentato il libro Lingua Madre Duemilaventidue – Racconti di donne straniere in Italia (Edizioni SEB27), presso il Circolo dei lettori di Torino.

Il bando e tutte le novità si possono trovare sul sito www.concorsolinguamadre.it

Daniela Finocchi

Sommario

 


Storie vere di donne migranti

Valeria Rubino

Nasce e cresce a Verona. Studia giornalismo e dopo una breve esperienza lavorativa a Londra, nel 2015 – al culmine dell’emergenza sbarchi dei richiedenti asilo giunti tramite la Libia – torna nella sua città. Da allora lavora per una Cooperativa sociale all’interno del progetto «Immigrazione», occupandosi dell’accoglienza dei cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale sul territorio di Verona e provincia.

Il suo racconto, «K.19», ha vinto il premio «Sezione speciale donne italiane» della XIII edizione del Concorso letterario nazionale Lingua Madre, con la seguente motivazione: «Per la capacità di raccontare senza sconti le violenze subite dalle donne migranti dall’Africa all’Europa. Per lo sguardo di lucida empatia con cui ogni storia è narrata nella sua unicità, mettendo tuttavia in evidenza la comune deumanizzazione che la violenza contro le donne in quanto donne produce in chi la subisce. Per l’azione politica svolta dalla denuncia di crimini contro l’umanità che chi racconta svolge con prosa attenta, senza concedere nulla al pietismo e alla commozione. Malattie, leggi, gravidanze, guerre, stupri diventano voci di tante piccole carte d’identità a cui si aggiunge quella dell’autrice che si riconosce in tutte e soprattutto nell’affermazione della dignità femminile presente in ogni storia».

K.19

K.

K. è nigeriana ed ha 19 anni. È cresciuta senza madre, della quale non sa nulla, con il padre. Il padre che, fin da bambina, la chiudeva a chiave in casa usciva per andare al lavoro, poi tornava la sera pretendendo che la figlia avesse preparato la cena e sistemato la casa. Beveva e si approfittava sessualmente di lei. Un giorno K. è riuscita a fuggire. Non avendo nessuno, ha vagabondato per le strade per mesi. Poi qualcuno le ha offerto la salvezza: un viaggio pagato per l’Europa e un lavoro al suo arrivo. Così K., attraversando Nigeria e Niger è arrivata in Libia. Poi i barconi. Poi la costa. È Italia.

K. arriva alla città cui è stata destinata, in qualità di richiedente asilo.
Una casa, dei pasti caldi, assistenza burocratica e sanitaria, scuola, scoperte.
E un uomo che inizia a chiamarla, per «quel lavoro» che le era stato promesso.
Prostituzione.
Io non sono una prostituta.

Devi restituire ventimila euro.
Per cosa.
Per il viaggio che ti è stato pagato.
Io non sono una prostituta.
Se non accetti faremo del male a tuo padre.
Non mi importa, è un uomo cattivo.
Faremo del male a tua madre.

Ho perso mia madre quando ero bambina, non l’ho mai conosciuta.
L’abbiamo ritrovata, se non vuoi che le venga fatto del male fai quello che ti viene chiesto. Puoi parlarle al telefono, se non ci credi.
A questo punto K. ha parlato con una donna per telefono. Piangeva. La pregava di ascoltarli, di fare quello che le stavano chiedendo, perché avevano minacciato di ucciderla.

K. è una bambina. I traumi che ha subito non le hanno permesso di crescere. Con l’ingenuità di chi ha dieci anni e la consapevolezza di chi ha vissuto la violenza si rivolge all’operatrice della struttura di accoglienza, e le chiede cosa fare.
Nulla. Quella non è tua madre. Vogliono fartelo credere per ricattarti. K., qui c’è qualcuno che può aiutarti.
Rete anti-tratta.

E.

E. è nigeriana e ha 21 anni. È rimasta nel centro di accoglienza dieci giorni, poi è scomparsa. Due mesi dopo ha contattato telefonicamente il centro.
Prostituta. Incinta di una violenza. Aiutami.

La rete anti tratta, contattata con il numero verde, l’ha trovata dove aveva detto di essere. Era fuggita da chi la stava costringendo a vendersi per restituire quello stesso debito che affligge tutte, o quasi tutte, le ragazze nigeriane che arrivano in Europa.

E. è stata inserita in una struttura protetta. I suoi sfruttatori non hanno più saputo nulla di lei, né nessun altro. Chi viene protetto semplicemente scompare.

D.

D. è burkinabè e ha 23 anni. Quando è arrivata in Italia era analfabeta. Ha lasciato in Burkina Faso le violenze della sua famiglia. E la tristezza.

In un anno ha imparato a leggere, scrivere, e l’italiano.
sorride sempre. Aiuta chiunque a fare qualsiasi cosa.
D. è forza e meraviglia.
Ha trovato con le sue sole forze un lavoro, e con il suo contratto in mano ha lasciato il programma di accoglienza, per occuparsi a tempo pieno di una signora anziana, che le vuole bene.

L.

L. è nigeriana e al suo arrivo in Italia ha dichiarato di avere 21 anni. Ma L. aveva il viso di una quindicenne.
Quando è arrivata era incinta. Non se n’era accorto nessuno, in Sicilia. Una ragazzina magrissima, chiusa in un giaccone troppo grande per lei.
Arriva al centro di accoglienza una sera di dicembre.

L., come stai? Di quanti mesi sei? Ti hanno controllata? Il tuo bambino si muove?
L. sorride e risponde bene. Sette. Sì. Sì.

Due ore dopo inizia a stare male. Ambulanza. Ospedale.
Altre due ore dopo L. partorisce un bambino. È maschio. Ed è morto da due o tre giorni.
Funerale.

L. torna al centro, e si aggira come un fantasma.
Dopo qualche tempo, raccoglie le sue quattro cose e senza dire nulla sparisce. Il numero di telefono già dal giorno dopo risulta staccato. L’ennesima carta sim buttata per non farsi più trovare.

S.

S. è nigeriana e ha 3 anni. Quando è arrivata, con i suoi genitori, ne aveva due ed era una bambina inavvicinabile. Respingeva qualunque tipo di contatto iniziando a graffiare, spingere, schiaffeggiare e urlare con tutta la forza della sua voce stridula. La madre sorrideva tristemente dei modi della figlia.

A un anno dal suo arrivo S. corre in braccio alle persone che ha imparato a riconoscere. Gioca, ride, è allegra e impara in fretta. Ha adottato a fratello un bambino di 10 mesi che ha vissuto con lei, e se ne è presa cura.

F.

F. e B. sono eritree e hanno 20 e 23 anni. Al loro arrivo F. era incinta di otto mesi e B. aveva partorito M. pochi giorni prima, in Libia. Si era imbarcata con questo bambino di sei giorni e la ferita del parto non curata, che si era infettata male.
Durante la loro permanenza nel centro F. ha avuto A., una bambina sana e bellissima.

F. è stata curata e il suo bambino ha lentamente preso peso.
Poco tempo dopo, secondo la deroga della legge «Dublino III» che prevede il ricollocamento di richiedenti protezione internazionale in uno degli stati che hanno aderito a tale legge, sono state rilocate e hanno raggiunto i loro parenti, in Europa.

P.

P. è nigeriana e ha 23 anni. Al suo arrivo era debole. Ha scoperto in un ospedale siciliano di essere positiva a Hiv ed Epatite B, probabilmente contratte a causa delle varie, troppe, violenze subite nel suo tentativo di arrivare in Europa.

P. oggi è in cura, e sta bene. È eccentrica e ha un carattere potente. È sorprendentemente positiva e trascina chiunque le si avvicini in una risata.

Si rabbuia quando va alle visite. Quando chi la segue le fa domande sulla sua situazione. Ma ha individuato di chi fidarsi, e queste poche persone godono del privilegio di poter entrare dentro la sua personalità trascinante.

In Italia questo tipo di infezioni, per quanto al momento incurabili, possono essere trattate. Le cure garantite permettono a chi ne beneficia di avere una vita assolutamente normale e di poter decidere di avere bambini senza infettare il o la partner.

P., con le cure e queste informazioni, è rinata. E investe le persone di benessere.

F.

F. è per metà ghanese e per metà nigeriana, e ha 2 anni. Quando è arrivata non li aveva ancora compiuti, e con lei c’era il papà. Storia strana. Le statistiche dimostrano che la stragrande maggioranza di minori che arrivano con un genitore solo sono con la madre.

S., il papà, fatica a prendersi cura della bambina.
Mia moglie è rimasta in Libia. È incinta. C’è stata un’incursione nella nostra casa, hanno iniziato a sparare. A casa c’eravamo solo io e mia figlia, mia moglie era uscita. Ho preso la bambina e sono scappato. Non so come fare. Ho bisogno di aiuto.
La moglie non si trovava.

Sei mesi dopo S. dice che C., sua moglie, è sbarcata in Sicilia.
Partono le pratiche per il ricongiungimento.
F. arriva, devastata dall’esperienza e dalla gravidanza di ormai otto mesi.

L’incontro con F. è emozione strana, perché la bambina sulle prime non la riconosce. È scettica, e si rifugia tra le braccia del padre.
Nei giorni successivi C. riconquista la fiducia di F., piano piano. E un mese dopo nasce S., minuto, ma sano.

M.

M. è nigeriana e ha 24 anni.
Non sto bene, non ho forze, dice.
Pronto soccorso. È malaria. E una gravidanza recente. La malaria non si può curare definitivamente in una persona in gravidanza, perché le cure danneggiano il feto.

M. sapeva. Temeva.
Mi hanno stuprata. In Libia. Non posso tenere il bambino.

Il passo successivo è l’accompagnamento per l’interruzione della gravidanza.
Poi la malaria è stata curata.

M. al suo arrivo era schiacciata dalla vita. Con lentezza si è ripresa.
In Nigeria ero infermiera, dice. Potrei esserlo anche qui.

M. ha iniziato a studiare. Ha ricostruito la sua vita passo a passo.
E avanza, fiera.

J.

J. è gambiana e ha 17 anni. È arrivata con colui che si era dichiarato suo fratello, e che non la lasciava sola un attimo. J. è stata subito ricoverata in ospedale per problemi vari. H., suo fratello, le è rimasto sempre appresso.

Due giorni dopo il rientro dall’ospedale J. è sparita.
H., interpellato, non ne so nulla, diceva.
Non c’era preoccupazione in lui.

Sale, negli operatori del centro, la rabbia. È rabbia di impotenza. È rabbia per aver perso una ragazza minorenne avendo la sensazione che colui che dice di essere suo fratello non lo sia, e l’abbia venduta.
Parte una denuncia che non porterà a nulla. J. è in un buco nero.
H., pressato dalle richieste, dopo qualche giorno scompare anche lui.

W.

W. è eritrea e ha 22 anni. Nel suo paese era un soldato.
Durante l’addestramento ha dovuto subire un’iniezione «per non rimanere incinta». Da allora non le viene la mestruazione.

Questo tipo di pratica viene applicata per evitare di perdere soldati per colpa delle gravidanze, sia che si tratti di una donna che ha avuto un rapporto consensuale sia che si parli di una violenza sessuale. Cose che succedono.

A causa delle esperienze vissute in addestramento (W. non è mai stata in guerra) ha dei problemi di vista e di udito. Dice di sentire qualcosa che le martella dentro la testa.
Le visite hanno escluso problematiche reali.
Traumi, dicono.

U.

U., V., C., H., U., J. sono chi della Nigeria, chi del Camerun e hanno tra i 21 e i 29 anni. Sono tutte mamme e mogli. Sono arrivate con i loro mariti e i loro bambini.

Nella grande casa che è il loro centro di accoglienza sono state fin da subito trattate come invasori. Il paese nel quale vivono non ha mai accettato queste sei famiglie, in tutto dodici adulti e undici bambini, di età compresa tra i due mesi e i tre anni.

Un giorno due uomini, italiani, hanno fatto irruzione nella casa spaventando i bambini, insultando le donne e aggredendo uno dei ragazzi. U. ha bloccato la porta e ha chiamato i carabinieri. Poi ha sporto denuncia, insieme agli altri.

Gli aggressori si sono difesi sostenendo di essere stati trascinati in casa dagli ospiti.
Video girati sul posto dimostrano la loro colpevolezza.

V.

V. è italiana e ha 30 anni. Da due anni e mezzo lavora come operatrice in diversi centri di accoglienza per richiedenti asilo. V. non è straniera, non in Italia, non nel senso stretto del termine. Ma per il tipo di lavoro che fa si ritrova a interiorizzare storie ed esperienze di donne straniere. A subire espressioni razziste per la parte presa in questa invasione.

Eppure, V. pensa che non ci siano parti da prendere. Che non ci sia un noi e un loro.
V. sono io. Io sono tutte le donne che hanno creduto di poter meritare una vita diversa.
Sono chi sa di valere quanto e come un uomo, e per questo non vuole vivere sottomessa.

Sono tutte le donne che sanno di avere diritto all’istruzione. Alla felicità. Alla salute. A un equilibrio mentale.
Sono quelle donne che sanno di non essere prostitute e di poter combattere per fermare il traffico di esseri umani.
Sono chi vuole poter decidere quando e come avere un bambino.
Sono chi ha partorito bambini morti o malati perché ha dovuto affrontare la gravidanza in viaggio.
Sono le donne che hanno dovuto abortire e quelle che hanno voluto abortire, perché era l’unica scelta che era rimasta nelle loro mani. Perché quando il corpo è oggetto e viene usato, e non è rispettato, alle donne rimane solo l’aborto.
Sono le donne che non hanno potuto abortire perché era troppo tardi. Sono le donne che hanno messo al mondo figli indesiderati, e li hanno amati.

Sono tutte le donne che trovano la forza di denunciare le aggressioni che hanno subito.
Sono coloro che sono sfruttate. Che sono state vendute. Che sono sparite. Che sono morte.
Sono le donne oggi bloccate nei centri di detenzione in Libia.

Sono le donne traumatizzate; traumatizzate e segnate, e quelle che dai traumi hanno trovato la forza di reagire. Sono le donne che conoscono i propri diritti e combattono per vederli rispettati.
Io sono tutte le centinaia di donne che ho incontrato, sfiorato, conosciuto in questi anni.
Sono le donne che non ho incontrato, che non incontrerò e che continueranno a prendere parte a questo fisiologico flusso mondiale di affermazione della dignità femminile.

Valeria Rubino


Sul filo della memoria e delle radici

Dunja Badnjević

Nasce a Belgrado nel 1945 e vive in Italia da più di cinquant’anni. Ha lavorato come redattrice e attualmente si occupa di traduzione e promozione della letteratura serba, croata e bosniaca. Ha tradotto per Adelphi, Guanda, Editori riuniti, Bordeaux ed., Newton Compton e altre case editrici. Per la collana meridiani della Mondadori ha curaro e tradotto Ivo Andric, romanzi e racconti. Con il suo primo libro, L’isola nuda, edito da Bollati Boringhieri, ha ottenuto diversi riconoscimenti nazionali.

Il suo racconto, Ricordi rubati, ha vinto il Premio speciale Torino Film Festival della XIII edizione del Concorso letterario nazionale Lingua Madre, con la seguente motivazione: «Costruito in maniera secca ed essenziale, sa raccontare in poche pagine una storia complessa e animata da più personaggi, tutti con fisionomie ben definite. Ha ritmo, tempo, senso della narrazione. E non perde mai di vista il filo della memoria e delle radici, che rappresentano la base, intelligente e attuale, della storia».

Ricordi rubati

«Ha ucciso un uomo per delle foto?», chiese il poliziotto.
Rigirai i polsi stretti nelle manette: «Sì, l’ho fatto… Non potevo non farlo».

Sono arrivati al tramonto. Avevo chiuso le stalle e i pollai, stavo per preparare la cena. Il mio vecchio era in cortile, da quando i figli se ne sono andati si mette sempre sotto il ciliegio, dove una volta c’era la loro altalena. È lontana l’Australia, non possono venire a trovarci spesso. Ci mandano le fotografie, tutte a colori, con i nipotini che si vede che crescono bene. Noi le sfogliamo, le abbiamo tutte sistemate negli album e così li sentiamo più vicini. Ci bastano i ricordi. L’importante è questo, che loro stanno bene. La nostra è sempre stata una terra povera, difficile viverci.

Dicevo, sono arrivati senza preavviso. Una decina di uomini robusti, con i fucili in mano. Dietro a loro, nascosto, il mio vicino, Kresimir. Un uomo arcigno, mingherlino, la moglie come lui, inacidita, non hanno avuto figli. Veniva spesso a controllare: le vostre pecore sono più grasse, le vostre mucche danno più latte, i vostri alberi danno più frutti.

«Se hai bisogno serviti pure», gli dicevo. «Tanto a noi due vecchi ormai basta poco». Lui mugugnava qualcosa fra sé e se ne andava.

«Avete poco tempo per andarvene», ci ordinarono quelli in uniforme. «Siete serbi e questa non è più la vostra terra. Prendete il vostro carro e via!».

«Come, via, come andarsene? La nostra famiglia vive qui da secoli. Ci ha portato qui Maria Teresa per difendere i confini del suo impero e da allora è la nostra casa. La casa dei nostri padri, nonni, bisnonni…».

«Poche chiacchiere, vecchia! Le cose sono cambiate! Tu e i tuoi avete perso la guerra. Ora questa terra deve ripulirsi dai bastardi!».

«Sì, ripulirsi!», ripeteva anche Kresimir, gli occhi lucidi dalla contentezza.

«Dove ci porterete», chiesi, «e per quanto tempo? Il mio uomo è vecchio ormai, non ce la farà a fare molta strada».

«Prendete il carro e sparite. In Serbia, andrete, dove vi aspettano i vostri!».

I nostri, i loro. Questa guerra noi non l’abbiamo voluta. Ne sentivamo parlare, il vecchio teneva la radio sempre accesa e si faceva il segno della croce. «Basta che non arrivino qui», diceva.

Io ringraziavo Iddio che i figli erano lontani, molti giovani sono morti in questi pochi anni. Senza nemmeno sapere perché morivano.

«Forza», l’uomo in uniforme ormai si era spazientito. «Ci resta poco tempo». Ci fecero montare sul carro, io presi le redini e il cavallo si mosse. Feci per chiudere la casa, ma me lo impedirono. «Ora via, poi si vedrà!». Dietro a loro il vicino Kresimir ridacchiava.

Viaggiammo una notte intera. Un convoglio di vecchi, con poche masserizie accatastate sui carri. Fu il viaggio più lungo della mia vita. All’alba arrivammo alla periferia di una grande città. Qualcuno disse che quella era Belgrado. Ci fermarono e ci fecero spostare sul ciglio della strada.

«Mia moglie sta male!», si sentì da uno dei carri. Dalle case vicine cominciò ad arrivare la gente con brocche d’acqua e qualche panino. Ringraziammo con un groppo in gola.

«Che ci facciamo qui?», si lamentava un altro vecchio. «Voglio morire là dove sono nato. I giovani possono anche rifarsi una vita, per noi ormai è tardi…».

Ci fecero rimanere lì fermi per diverse ore. Non entrammo in città. La sera vennero dei soldati in altre uniformi. Ci scortarono, come vergognandosi, verso Sud, in campagna. Ci sistemarono nei prefabbricati tutti insieme, poi col tempo ci dettero case di mattoni. Vuote. Due letti, un fornello. Qualche coperta. I nuovi vicini senza tante parole portavano quel che potevano. Erano gentili, ma si vedeva che soffrivano anche loro.

Si fece qualche conoscenza. Si parlò delle nostre vite passate, dei figli. «Avete qualche foto?», ci chiesero.

«Le foto, le foto», ripeteva ormai in continuazione anche il mio vecchio. Ormai tutto ingobbito, seduto su uno sgabello davanti alla casa, lo sguardo fisso in lontananza. «Le foto!», supplicava.

Un giorno mi decisi. Presi il treno e dopo diverse ore mi ritrovai al confine. Dopo molte spiegazioni mi fecero un «passi» per l’estero. Quell’estero che era la casa in cui avevo vissuto. La vita che avevo vissuto. Un po’ a piedi, un po’ sui camion di brava gente, arrivai a casa mia.

Trovai il vicino Kresimir sotto il ciliegio e la sua famiglia in casa nostra. Non l’avevano nemmeno ripulita, tutto era rimasto uguale. Le piante si stavano seccando, i fiori erano appassiti. Mi si strinse il cuore ma mi avvicinai. Sulla sedia accanto all’uscio, un fucile. Cattiva coscienza?

«Finalmente ce l’hai fatta!», gli dissi. «Ora hai quello che hai sempre invidiato».

«Questa ora è casa nostra e tu te ne devi andare. Altrimenti chiamo la polizia!», mi rispose.

«Niente polizia, ormai l’ho capito e non chiedo giustizia. E non ti chiedo nemmeno quel poco di valori che sono rimasti fra quelle mura. Voglio solo i miei album, il vecchio ne ha bisogno!

«Quali album? Non li ho visti qui».

«Ce n’erano tanti, con delle foto, ben rilegati, tanto tu che ci fai con le foto della nostra vita?».

«Marija!», gridò Kresimir e uscì la moglie, piccola e mingherlina come lui. «La vecchia cerca le foto, le hai viste forse?».

«Le nostre foto», ripetei «quelle dei miei figli, dei miei nipoti, della nostra giovinezza, dei nostri giorni felici, della nostra casa, delle nostre vite». Ormai piangevo.

«Non ci sono», rispose Marija, incerta «e se c’erano le abbiamo buttate».

«Dove buttate, perché buttate?», balbettai.

«Dai, vecchia, vattene», mi apostrofò Kresimir. «Hai perso tutto, che te ne fai delle foto?».

Sentii la mia testa girare. Come stessi morendo. Qui, davanti alla mia casa, con degli estranei che mi negavano anche la memoria. Che uccidevano anche il ricordo. Che mi privavano della mia vita.

Non so come, presi il fucile. Non ho mai sparato in vita mia. Vidi Kresimir alzarsi e correre verso casa. Premetti il grilletto. Lui cadde e Marija gridò.

Poi siete arrivati voi. Fate quel che volete. Io sono già morta.

Dunja Badnjević

Immagini della città di Mostar distrutta dalla guerra – 1994


Adozioni internazionali: l’amore più forte del sangue

Dorota Czalbowska

Nasce a Varsavia, in Polonia, nel 1962. Compie gli studi in pieno regime comunista. Nel 1989 si trasferisce in Italia per lavoro, dove, con il tempo, forma anche la sua famiglia. Negli anni porta a termine la sua specializzazione linguistica ed entra in contatto con la complessa realtà delle adozioni internazionali. Il suo racconto La ragazza con le trecce, è pubblicato nell’antologia Lingua Madre Duemilaquattordici. Racconti di donne straniere in Italia (Edizioni SEB27).

Con Parole perdute, ha vinto il secondo premio (Premio speciale consulta femminile regionale del Piemonte) della XIII edizione del Concorso letterario nazionale Lingua Madre, con la seguente motivazione: «Per la disinvoltura narrativa con cui l’impresa della genitorialità è rappresentata senza retorica e senza idealizzazione, ma quale occasione di comprensione dell’umano nell’esperienza dell’adozione: tema complesso, estremamente e da tempo connesso con la migrazione, sempre attuale. Per la capacità di narrare, con prosa evocativa, il valore delle origini senza farne una questione di appartenenza, bensì un passato da condividere fra genitori e figlio, perché «le storie irrisolte» non ostacolino le possibilità di esistenza».

Parole perdute

A tutti i genitori coraggiosi, che ho avuto il grande privilegio di conoscere e che mi hanno permesso di fare una piccola parte nella loro meravigliosa avventura di vita…

La macchina sobbalzava sull’asfalto malridotto, ma non mi importava nulla dei colpi che mi scuotevano, sorpassavo le vetture presenti quella mattina sul mio tragitto come se fossero avversari da sconfiggere. L’aria fuori dal finestrino era soffocante come lo erano i miei pensieri. Mi era venuta voglia di fumare. La ripetizione di quel gesto, un tempo usuale, mi era riapparsa con l’impetuosità di un uragano. Al cervello non erano bastati cinque anni di astinenza da quel vecchio vizio del quale non andavo fiero.

Nei momenti di panico più assoluto, la mente richiama automatismi a lei confidenziali; è un inganno in grado di calmare i nervi.

In testa mi rimbalzavano le parole della tua maestra: «C’è stata una rissa con i compagni di classe, suo figlio ha battuto la testa e ha perso i sensi. Abbiamo già avvisato sua moglie, sta andando in ospedale».

Dovevamo aspettarcelo, non era la prima volta che ci facevi preoccupare. Trovarsi a soli nove anni lontano dalla propria terra e doversi fidare di due sconosciuti, che neppure parlavano la tua lingua, sarebbe stato difficile per chiunque.

La corsa in ospedale sembrava interminabile, così come lo è il tuo cammino attraverso un paese a te sconosciuto, un transitare da una lingua a un’altra, un fluttuare tra idiomi vecchi e nuovi, una continua ricerca di parole capaci di riempire il vuoto della tua identità. Sei in un incessante tumulto di emozioni e laddove le tue fuoriescono con l’irruenza di un fiume in piena inducendoti a comportamenti a volte insopportabili, le nostre devono tacere per calmare le tue.

Correvo per salvarti un’altra volta. All’interno della macchina e con le mani serrate sul volante sembravo un animale in gabbia. Se solo fossi riuscito a trovare il modo per comunicare con te. Una violenta raffica di immagini affollava la mia mente che, senza alcuno sforzo, cercava di ripercorrere la tua vita prima di noi. Pensavo al tuo mondo, definito dalle mura della tua casa, dove gli odori della minestra e dell’alcool si confondevano in un tutt’uno e dove le urla e le violenze tra tuo padre e tua madre, ubriachi e ruvidi, facevano parte del tuo quotidiano.

Hai visto cose che nessun bambino dovrebbe mai vedere e che hanno fatto precipitare la tua vita in un abisso senza più riferimenti. La tua famiglia non era più in grado di crescerti e come un soffio di vento ti è stata portata via.

Sei rimasto solo e senza più parole.

Come esprimere così tanto indicibile smarrimento? Forse pensavi che dimenticando la tua lingua e sradicandoti da essa, avresti fatto scomparire anche i ricordi. Così, da quando sei stato portato all’orfanotrofio, ti sei ammutolito. Per non annegare nel vortice che ti ha inghiottito, hai fatto come hai potuto, sostituendo il parlare con singhiozzi, suoni stonati, inciampi, rabbia. Le parole d’affetto di un tempo le hai rimpiazzate con altrettante vuote e assordanti come tamburi nel deserto. È stato così che, solo osservandoti, ho capito che il cambiare la propria lingua è un processo paragonabile a una guerra. Per trovare un modo nuovo di esprimerti e per ricostruirti hai dovuto prima sacrificare pezzi di te; per te non è stata un’opportunità, è stato un incubo.

Ho abbandonato la macchina nel piazzale dell’ospedale ed ho attraversato le porte scorrevoli del pronto soccorso. Eri in coma.

In una frazione di secondo un pensiero mi ha abbagliato come fosse stato un lampo; quando ti risveglierai in quale lingua parlerai, in quale lingua ti dovrò parlare io? E se non fossi in grado di capirti? Il polacco risiede nelle viscere più profonde del tuo essere, è la tua conoscenza inconscia, la tua vera identità e nessuno potrà mai portartelo via, nemmeno tu.

Mentre stavo per telefonare ad Anna, la nostra insegnante di polacco, per dirle di tenersi pronta in caso di necessità, ho sentito una voce rassicurante che mi invitava a sedermi vicino al letto dove eri sdraiato. Tua madre era già lì, più silenziosa del solito, assorta nei suoi pensieri che sistemava meticolosamente le lenzuola del tuo letto. Ci avevano consigliato di parlarti, di farti sentire le nostre voci e di raccontare storie per cercare di risvegliare la tua memoria. Cosa potevamo raccontarti noi, mi domandavo? Un padre e una madre che non condividevano con te alcun passato, a cosa potevano appellarsi, cosa potevano rievocare? Non avevamo ricordi, soltanto la strada ancora da costruire e da percorrere insieme a te.

Ci sentiamo affaticati, stremati, impotenti ma sappiamo che quello che stai vivendo tu è mille volte peggio.

Sono rimasto immobile senza dire una parola. Fissavo i macchinari ai quali eri attaccato osservando la tua quiete del tutto insolita. Vederti in quello stato mi faceva uno strano effetto e accelerava in me il bisogno di trovare una storia da raccontare. All’improvviso mi è apparso il ricordo del nostro viaggio verso di te, il ricordo di quanto volessimo sentirci pronti ma anche di quanto non ci rendessimo conto dell’utopia delle nostre aspettative.

Non si è mai pronti del tutto per questo tipo di esperienze.

Volevamo che diventassi nostro figlio e che rimanesse traccia di quanto tenessimo a te e per questo abbiamo varcato la soglia del nostro coraggio iniziando a studiare il polacco. Una lingua difficile, è vero, ma non aveva importanza visto che era l’unico modo che avevamo per addentrarci nel tuo mondo, nella tua storia, nelle tue radici. Pensavamo che entrando in confidenza con essa sarebbe stato più facile comprendere le esperienze e i dolori che ti portavi dentro. Durante le lezioni, immaginavamo e improvvisavamo situazioni impensabili, dalle più divertenti alle più difficili, alternando frasi di uso comune e giornaliero a frasi più profonde e intime. Per noi Anna era diventata una specie di ponte che ci avrebbe aiutati a raggiungerti e ad accorciare le distanze. Gradualmente, insieme a lei, abbiamo incominciato anche ad apprezzare il tuo paese, nonostante fosse difficile farlo fino in fondo, ma allo stesso tempo sapevamo che il nostro compito, un giorno sarebbe stato anche quello di accompagnarti nel tuo passato. Saresti cresciuto e avresti cercato le tue origini, lungo un percorso inverso, ma necessario per fare pace con chi la pace te l’aveva negata.

Il nostro primo incontro con te è stato sorprendente, sei stato all’altezza della situazione e noi siamo riusciti a contenere le nostre paure e le nostre emozioni. Anna ci ha sempre raccontato di quanto il tuo popolo fosse ospitale e accogliente. E così è stato. Ci hanno fatto molti complimenti per il nostro polacco, anche per le parole pronunciate in modo buffo e goffo, ma piene di sentimento e di affetto. Ogni nostro tentativo di intavolare un discorso che avesse un minimo di senso, aveva come unico scopo quello di essere compresi da te. Ci scrutavi come se stessi facendo un calcolo di probabilità della riuscita dell’operazione, misuravi il grado di fiducia da concederci e parlavi con occhi attenti ai quali nulla sfuggiva, nemmeno la più impercettibile smorfia. A volte accennavi un sorriso. Eravamo avvolti da un uragano emotivo in grado di spazzare via un intero paese, tanto che mentre cercavamo di risultare disinvolti, i nostri nervi erano tesi come corde di violino.

Noi grandi siamo fatti così, spesso ci vergogniamo di mostrare le nostre fragilità per paura di risultare ridicoli.

L’averti conosciuto ci ha confermato ciò che già sapevamo, che saremo ritornati in Polonia a prenderti per portarti via con noi. Ci sentivamo leggeri e felici. Abbiamo continuato a studiare la tua lingua, ma questa volta tutto ci sembrava diverso, anche i suoni delle parole, una volta ostili, erano diventate la più bella delle musiche. La nostra motivazione e la determinazione erano cresciute a dismisura. Ci stavamo preparando con precisione ingegneristica a costruire non solo ponti, ma vere e proprie opere architettoniche, fatte di parole inedite e di sentimenti nuovi.

Purtroppo, con il tuo arrivo in Italia, inaspettatamente tutto è diventato difficile al punto di dare pugni contro i muri, fino a farci sentire svuotati; ci sfidavi, alzavi la voce, cercavi lo scontro, i tuoi improvvisi attacchi di aggressività erano diventati sempre più frequenti.

La tua rabbia era provocante, a volte addirittura autolesiva, sapevi che, facendo del male a te stesso, avresti ferito anche noi. Era il tuo modo di chiederci di non abbandonarti perché, al contrario di ciò che dimostravi, avevi bisogno di noi per cercare di cancellare quel senso di colpa che sentivi dentro. Volevi essere amato incondizionatamente, volevi essere accettato anche se picchiavi e mordevi, anche se non facevi i compiti e ritenevi stupide le tue maestre. Il tuo inconscio ti restituiva scenari impressi nella tua mente, come la mia che richiamava l’odore della sigaretta. In questo siamo uguali, smarriti, indifesi e spaventati, ma non possiamo più permetterci di lasciare al passato le nostre storie irrisolte. Non si può restare aggrappati alle cose, bisogna dare un senso a tutto, anche al dolore, per lasciarlo andare, per permettere alle parole di rifiorire e di scrivere un nuovo capitolo della stessa storia.

Sentivo la gola secca che strozzava ogni mio tentativo di dare forma verbale ai miei pensieri, come quando fai un brutto sogno e vorresti gridare ma rimani intrappolato nel tuo spasmo. Ma mentre stringevo la tua mano guardando il vuoto oltre il vetro della finestra, ho percepito le tue piccole dita agitarsi e poco dopo anche un filo della tua voce. Una scossa improvvisa ha attraversato il mio corpo e solo in quel momento ho avuto la chiarezza che il nostro e il tuo senso di appartenenza non sarebbe più stato soltanto un paese o una lingua, ma il sentire e percepire la vita insieme a te.

Dorota Czalbowska


Aicha Fuamba

Nasce nel 1994 in Congo. Giunta in Italia, nel 2014 si iscrive al liceo di scienze umane a Rovigo. Dopo un anno, per il desiderio di ricongiungersi con la sua famiglia, si trasferisce a Pantelleria, con l’intento di terminare gli studi liceali. Problemi economici costringono il nucleo familiare a ripartire per recarsi a Genova. Rimasta sola, accanto a sé ha una persona che la sta aiutando in attesa di sostenere gli esami di maturità, per poi cercare la sua strada, forse altrove.

Con Sofia Teresa Bisi (insegnate, nata nel 1970 a Rovigo) ha scritto a quattro mani il racconto Per Aspera ad Astra, vincendo il primo premio della XIII edizione del Concorso letterario nazionale Lingua Madre, con la seguente motivazione: «Per il racconto dell’orrore dell’esperienza dell’Africa, del Mediterraneo, dell’Europa, reso possibile dalla relazione di affidamento tra docente e discente. Per la capacità narrativa di trasformare, con il racconto, l’esperienza soggettiva di atrocità, a cui la cronaca drammaticamente abitua, in memoria collettiva. Per il senso civico che presiede all’idea che la condivisione del racconto del dramma migratorio attivi la sopportabilità del ricordo, nell’agire dell’ascolto in relazione. Il racconto è una sorta di Odissea al femminile, in cui la guerra è di altri e la patria e la famiglia sono luoghi frammentati dove non è possibile tornare. Una babele, anche linguistica, all’interno di rapporti di sangue; il tutto narrato in modo mosso e contraddittorio, dove le parole e lo stile ricalcano ed esprimono i sobbalzi dell’animo, le discordanze e le incongruenze dei sentimenti. Il modo in cui viene descritta la storia rispecchia il coraggio di chi lo narra, tenendo il lettore con il fiato sospeso fino alle ultime parole».

Per Aspera ad Astra

L’inizio

Mia mamma Leonnie è nata e cresciuta in Congo, cattolica; papà è del Niger, musulmano. Si sono conosciuti e innamorati in Congo; nel 1992 sono nati due gemelli: i miei fratelli hanno nomi islamici, Hassan e Housseini, e altri con cui li chiamava mamma: Rolly e Roland. Nel 1994 sono nata io e nel 1996 mia sorella Kerene.

Un giorno papà dice a mamma: «Voglio andare in Niger a far visita alla mia famiglia. Porto i bambini». Solo Kerene resta a casa, perché troppo piccola. Papà ha deciso: dobbiamo restare in Niger e avere una cultura come la sua. Mamma aspetterà sei anni il nostro ritorno.

Papà mi affida alla nonna paterna, che mi vuole bene, e anch’io inizio ad amarla. I gemelli invece restano dal fratello di papà, perché lui e sua moglie non hanno figli. Nonna insiste che papà si risposi con una donna musulmana. Così, per rispetto, accetta: è una festa bellissima, dove io non riesco a non essere felice. Poi papà porta tutta la sua famiglia in Niger, anche Kerene.

Mamma sembra impazzita, si dispera, rompe gli oggetti in casa, anche se è in gravidanza. Viani nasce dopo poco; mamma è sola a partorire. Quando il piccolo ha sei mesi, mamma e papà si vedono e litigano; lui la caccia e va a vivere in Francia. La situazione per mamma si fa gravissima: ha un figlio non riconosciuto, vivono per strada. Poi in Niger incontra Camille, un insegnante del Congo, si innamorano: lui accoglie lei con Viani; dalla loro unione nasce Raiss. Per cambiare vita decidono di andare in Libia, ma prima la mamma vuole vedere me e mia sorella: staccarsi da noi le dà un grande dolore. Ci diciamo poche parole, ma è davvero bello! Sento che il legame di sangue può sistemare tutto. In Libia mamma e Camille hanno aiuti e lavoro: la loro vita sembra perfetta.

Io mi rendo conto di non capire la lingua di mia madre, ma quando mi chiama le basta sentire la mia voce, nel dialetto Jarma che uso con la nonna.

Il villaggio

Arrivarci è un’avventura. Viverci una sfida quotidiana. Dove vivo non ci sono più di dieci capanne. Ogni giorno faccio provvista d’acqua e le pulizie; nei boschi invece cerco legna per il fuoco. Ho paura dei temporali: tremo perché potrebbero portarsi via tutto. Quando piove il paesaggio si fa lussureggiante, gli alberi crescono veloci offrendo cibi buonissimi che io corro a cercare.

In quelle comunità la vita trascorre metodica: gli uomini lavorano la terra e le donne si occupano di attività manuali come cucinare. Chi può tiene degli animali, ma la nonna è troppo anziana per accudirli. I negozi non ci sono, neppure la scuola. Qualche volta passa qualcuno con la stoffa, così le donne confezionano vestiti. Non ci sono neppure gli ospedali, ma le donne più esperte sanno curare con le piante. Ricordo una medicina amarissima ma eccezionale per farmi stare bene. Le donne partoriscono in casa, aiutate da abili levatrici. Ci si sposta con dei carretti trascinati da ann, simili agli asini; nessuno ha la bicicletta. Solo adesso mi rendo conto di aver perso tempo inutilmente. La nonna è vecchia e io la accudisco, la aiuto in tutto. Mi piace anche andare a trovare i miei amici, ma lei ha paura che qualcuno mi faccia del male, non vuole sentire odore di un ragazzo addosso a me.

La mia vita cambia nella più grande Kiota, che ha persino un ospedale: una struttura fatiscente e sporca. Una volta devo andarci perché sto male, ma mi rifiuto di stendermi sul lettino! A Kiota c’è il capo dei musulmani del Niger e mantiene salde le tradizioni legate a religione e famiglia.

Qui succede un fatto terribile. Vivo vicino a mio zio e a sua moglie, hanno cinque figli. Un giorno, tornando da scuola, la sua bambina di sette anni è presa e violentata: io e la zia la troviamo in un lago di sangue, con ferite sul corpo e nell’anima. A lungo discuto perché sono vittime di maldicenze. Rimasta di nuovo incinta, il giorno del parto, mia zia è accompagnata all’ospedale con problemi di salute: il bambino non respira; lei è distrutta e malata. Da quel giorno decido che da grande farò l’ostetrica.

Sposarsi?

A 15 anni i miei fratelli chiamano spesso la mamma e le chiedono di venire a prenderci: c’è il rischio che ci facciano sposare; là decidono le famiglie. Così mamma, da sola, riattraversa il deserto e ci chiede di seguirla in Libia. Non so descrivere l’emozione che provo in quel momento: sento la mia vita, le certezze, gli affetti, tutto in totale confusione! «Non so cosa fare», dico, con la bocca così secca che sembra legata con una corda. «Sto bene qui con la nonna. Lei mi ama».

La nonna mi conosce e avverte qualcosa di strano. «Cos’hai bambina mia?», mi chiede. «Cosa ti preoccupa?». Io provo un nodo in gola quando mi fa domande, mi sembra di tradirla. Nonostante ciò, siamo decise a partire.

La fuga

Il piano ha così inizio. Mamma ci invita ad accompagnarla nella capitale. «È solo per fare alcune commissioni», diciamo. Così usciamo da casa senza niente, ma un dolore e un senso di vuoto mi appesantiscono il respiro e le gambe. Di notte saliamo su un pullman che ci porta al famigerato camion per la traversata del deserto. Per il viaggio, mamma compera tutto il necessario, come gli spaghetti e il gari di manioca, cibi che si preparano velocemente, ma il bagaglio permesso è minimo.

Il guidatore è di poche parole, si sottopone a ritmi incredibili. Intorno a noi c’è solo deserto, raramente si vede qualche albero. Non avrei mai pensato di trovarmi in una situazione così difficile. Improvvisamente vedo la precarietà della vita, lo sforzo, la fame, il freddo, la sete, il sonno. Tutti insidiosi e insopportabili. Il mio carattere ottimista mi fa considerare tutto come un gioco, senza farmi domande. Mamma invece è terrorizzata. Spesso capita di dover fare dei tratti a piedi sulle dune di sabbia; lei è grossa e fa tanta fatica, così io e Kerene la aiutiamo. Per dormire ci si appoggia per terra, tutti vicini, sopra i vestiti di ricambio.

Il viaggio è lungo e a un tratto ho dolori lancinanti alla pancia: senza medicine inizio a temere il peggio. C’è però un ragazzo vicino a me, che parla un dialetto diverso dal mio: prende un tappo d’acqua, dice delle preghiere e me la fa bere. Non so se sia magia o miracolo, ma poi sto meglio!

I momenti più bui si presentano al centro del deserto, nella città di Dirq. I soldi sono finiti ma il viaggio è ancora lungo. Mamma finge che vada tutto bene, ma deve vendere gli oggetti più utili, anche la torcia.

A un controllo perdiamo le speranze. Le guardie non credono alla nostra parentela, perché mamma parla in francese e noi in dialetto e temono che ci abbia rapite. Dopo tanta paura, sono i gemelli a confermare per telefono la nostra sincerità. Ma le difficoltà non vogliono finire. Non torna nessuno a prenderci, a farci risalire sul camion. Bisogna avere soldi, molti soldi. E così ci troviamo rinchiusi in un recinto, dietro un muro altissimo. Dopo qualche giorno in quell’inferno, papà trova i soldi per il viaggio. Un suo amico ci permette di lavarci e cambiarci, ci dà vestiti puliti, cibo e un’auto.

In Libia

Siamo stanchissimi, ma alla frontiera ci aspettano nuovi problemi: siamo senza soldi e documenti. Rischiamo, preghiamo. Alla fine, arriviamo a Saba e si avvera un desiderio: ci laviamo e mangiamo tutti fino a scoppiare! Incontro i miei fratelli: Viani, Raiss ed Hernst, il più piccolino. «Sono bellissimi», penso, «ma non so come parleremo: non conosco la loro lingua». Ci sistemiamo con persone di tante zone dell’Africa, ma io soffro di nostalgia, vorrei tornare in Niger. Così io e Kerene pensiamo a salvarci con un gesto vile: rubiamo dei soldi a mamma e di nascosto andiamo a telefonare alla zia.

«Zia, sei tu?»

«Aicha, Kerene?» la voce le trema ma sembra felice.

«Chi vi ha portate via?» Le spieghiamo l’accaduto e le diamo informazioni per trovarci.

Il nostro unico pensiero è tornare, ma ancora oggi non mi so perdonare un gesto così vile.

Un’altra vita

Dopo poco io e mia sorella confessiamo a mamma il nostro gesto. Lei piange e basta. «Dobbiamo sbrigarci», dice «Non c’è un attimo da perdere». Lei sa quanto stiamo rischiando, così partiamo subito: un’altra avventura, un altro camion. Ricordo con terrore la sensazione di soffocamento là dentro. Prego, spero, aspetto. Sono giorni interminabili: fuori dalla città, in attesa di sconosciuti.

«Loro sono malvagi», sento dire degli uomini che gestiscono i camion.

«Vogliono soldi, tanti soldi».

«Non li abbiamo per tutti», sussurrano mamma e Camille. «Come faremo? Quelli là non hanno pazienza!».

Alla fine, è deciso: io, mamma e Viani stiamo alle porte di Tripoli ad aspettare il carico successivo. Così inizia il mio incubo. Di notte ci portano in un luogo lontano da tutto, orribile. Ci picchiano a sangue e abbandonano. «Mamma, dove siamo?» sussurro, nella speranza che lei mi conforti. La sua voce trema. «Corriamo, dai!», ci dice. Le ferite sarebbero rimaste per sempre, ma il dolore non la ferma. Corriamo piangendo e tenendoci forte per mano. Dopo un po’ ci separiamo: Viani è veloce e leggero come una piuma, mamma non ce la fa. Siamo senza scarpe e impauriti. «Ci saranno case, persone, animali feroci?»

A un certo punto vediamo un alto recinto.

«Dai, saltiamo!»

Io lo scavalco per prima, in fretta e agile.

«Coraggio!», dico. «Non è difficile».

Viani mi segue, ma la mamma si blocca.

«Andate. Vi raggiungo tra poco» ci dice. Ci vuole solo vedere salvi. Invece l’aspettiamo e andiamo insieme.

È tardissimo, abbiamo fame e sonno, non sappiamo quanti altri pericoli ci aspettano.

Camminiamo fino al giorno successivo, poi vediamo una casa.

«Sarà abitata?», ci chiediamo

«Non importa», risponde mamma. «Chi sa parlare l’arabo come me, qui è al sicuro bambini miei». Lei ci rassicura, non lascia trasparire lo sconforto.

Ci avviciniamo e troviamo qualcuno con cui parlare. Sono minuti lunghissimi, in cui ci pare di contrattare il nostro destino.

«Davvero ci portano?». Esultiamo io e Viani.

Forse è il nostro giorno fortunato. Troviamo un passaggio per la capitale, e anche un paio di scarpe! Ci sono tante persone, africani di diverse etnie, ognuno con una storia diversa, ma siamo preoccupate di non riuscire a trovare Camille e i miei fratelli. Che strano! Le amicizie fatte nei momenti più difficili sembrano destinate a essere più forti e a durare.

Dopo due giorni, ritroviamo i nostri familiari. Un’emozione immensa!

«Non dobbiamo più separarci!», è la nostra promessa.

La nuova amica del Congo ci ospita per un po’, mentre cerchiamo di sistemarci.

Mamma e papà trovano un impiego e noi una scuola. Mamma però mi preoccupa: mangia poco, dimagrisce, ha paura che qualcuno dell’ambasciata ci porti via. Cerchiamo allora di organizzarci un’identità nuova: decidiamo di non usare più la lingua del Niger e ci diamo dei nuovi nomi: Kerene diventa Habiba e io, invece di Aicha, mi faccio chiamare Bellevie.

Nuovi incubi

Sembra troppo bello per essere vero. Nel 2011 la Libia viene sconvolta dalla guerra.
I bombardamenti sono sempre più frequenti, così decidiamo di sospendere la scuola.
Intanto ci giunge notizia che ci sono dei ponti aerei per il ritorno degli stranieri nelle loro nazioni.

«Non ci torno più!», dicevamo tutti.

«Tornare in Niger vuol dire azzerare tutto. Ammettere di essere scappati. Essere puniti».

«Che ne dite dell’Italia?», dicono mamma e Camille.

«Italia» ci risuona nella mente a vuoto.

«La Francia è il mio sogno», dice mamma. Forse dall’Italia sarà facile arrivarci.

Bisogna sbrigarsi e preparare tutto. Il problema sono ancora i soldi: ne servono tantissimi. Iniziamo quindi la procedura per la partenza. Chi gestisce i migranti li ammassa fuori città, in case disabitate in attesa del momento per partire. Sono strutture terribili: usiamo gli alberi come bagno e stiamo in silenzio, anche se la solidarietà che si crea è unica.

È il 9 aprile 2011. È il cuore della notte. Nascondendoci dalla sorveglianza armata ci imbarchiamo mentre intorno a noi si sente minaccioso il rumore delle bombe che ci gela il sangue.

All’inizio il mare è calmo e il vento appare buono. L’arrivo a Lampedusa è previsto per la mattina successiva. L’indomani, però, la barca è ancora in alto mare. Gira voce che sia rotta o che chi la sta guidando abbia perso la rotta.

All’improvviso ci arriva l’ordine di liberarci di gioielli e oggetti preziosi, perché siamo vittima di un incantesimo e dobbiamo gettare in mare tutto. Adesso mamma è davvero spaventata.

Da musulmana inizio, dunque, a pregare con il Corano in mano e mia sorella accanto. Per questo litigo con mamma, che è cattolica e attribuisce la colpa dei problemi di viaggio al Corano.

«Buttatelo in mare se volete arrivare sani e salvi». Ci dice sempre più forte.
«No! Non faremo un gesto simile. Se vuoi buttare qualcosa, lancia in mare la tua Bibbia», diciamo offese.

La lite fa emergere vecchie tensioni; il nostro legame non è mai stato del tutto «normale»; ho vissuto troppo a lungo lontana da lei; non riesco nemmeno a darle del tu.
Affrontiamo quattro lunghi giorni in condizioni spaventose. Già dal terzo non c’è più da mangiare: la fame e la sete si aggiungono a sonno e paura.

All’improvviso si scorgono delle luci: sembra uno scoglio, invece si delinea l’aspetto di una piccola città.

«È Pantelleria! Siamo arrivati!».

Il mare però sembra fare di tutto per non permetterci di sbarcare: è agitatissimo, ci fa urtare tra di noi. Le onde sbattono contro la barca che si impenna vistosamente. 192 vite si sentono più fragili che mai; poi da una piccola imbarcazione pochi marinai di Pantelleria ci vedono in difficoltà, ci raggiungono e ci invitano a seguirli al porto. Ma la nostra barca sembra non voglia essere guidata: in un’ora e mezza le nostre vite vengono segnate per sempre.

Il mare è davvero troppo agitato: ci fa sbattere tra di noi e colpisce spaventosamente il barcone che sembra impazzito. Mamma è pallida e non parla: guarda Camille. Dopo poco mi dà la mano: sento che mi è impossibile rifiutare quel gesto, che poi fa anche con Kerene.

Le onde sono sempre più alte, impediscono di vedere intorno; ma vicino ci sono gli scogli: un impatto forte, terribile causa uno squarcio sulla fiancata dell’imbarcazione. Trattengo il fiato, ho il cuore in gola, mi sento viva e quindi mi metto a pregare: «Dio, ti prego, fa’ che non succeda più…». La barca incontra un’onda enorme, tutto cambia prospettiva in un attimo: siamo catapultati in mare. È tutto un gridare, agitarsi, aggrapparsi a qualunque cosa. Chi si cerca, chi nuota, chi resta immobile: molti di noi non sanno nuotare e sopportano il loro atroce destino. Io ho un salvagente che papà ha comprato prima di partire; all’improvviso sento che qualcuno me lo vuole strappare. Per reazione decido di afferrarlo con più forza: non so nuotare.

La Guardia Costiera e i volontari arrivano e ci aiutano a uscire dall’acqua. «Non mi sembra vero», mi viene da dire. «Grazie», dico in un modo che forse si capisce solo nel mio sguardo.

«Kerene! Camille! Mamma!» iniziamo a cercarci.

«Mamma! Mamma! No!»

Non l’ho salvata, nessuno la trova. Sento sirene e vedo ambulanze. Mi mancano le forze, Kerene sviene, ci portano in ospedale. Vedo un’amica di mamma, lei mi abbraccia forte, in silenzio. Poco dopo vedo un ragazzo conosciuto in Libia. «Prega», mi dice, ma io sento al petto un male cattivo e profondo. Non riesco a prendere sonno: i capogiri, la paura, le tensioni sembrano sfogarsi su di me tutti insieme. Incontro i bambini, salvi per fortuna, e poi papà, su una sedia a rotelle, con lo sguardo perso e senza forze. Nessuno però ha visto mamma.

Nell’isola dobbiamo ripensare la nostra vita, anche se non ci fanno mancare niente. Il giorno peggiore è quando ci accompagnano in obitorio per riconoscere la nostra mamma bella e giovane, stesa in un tavolo, ghiacciata, con i suoi vestiti addosso. È la prima volta che vedo una persona morta. «Non c’è più, non la rivedremo mai più», è tutto quello che riesco a pensare. Al funerale ci sono tante persone: i militari, il sindaco e gli altri superstiti.

Dopo pochi giorni, decido di telefonare a papà per informarlo della scomparsa della mamma. Lui è dispiaciuto ma non dice altro, neanche che ha voglia di incontrarci.

Per un po’ restiamo ospiti da una famiglia di Pantelleria: Mariano e Giuseppina ci trattano come parenti. Dopo sei mesi, andiamo a Trapani per i documenti di soggiorno. A me sembra una specie di prigione: si sta nelle stanze e si mangia tutti assieme in una sala grandissima. Qualche volta si fanno i turni per mangiare. Nel campo di Trapani, dopo qualche settimana, arriva papà dalla Francia, con la nuova moglie e una figlia.

«Ho già parlato con l’assistente sociale: ha detto che è giusto che veniate con me».

Io, Kerene e Viani siamo preoccupati. Al telefono con la nonna ho capito che papà vuole riportarci in Niger, non in Francia con lui. È difficile dirgli di no: lo dobbiamo fare in tribunale a Palermo, per restare con Camille, che ora lavora in aeroporto e così è riuscito ad affittare una casa per tutti noi.

Io e Kerene ci iscriviamo in terza media, Viani e Raiss alle elementari ed Ernest all’asilo. Per noi la lingua italiana è difficilissima, l’assenza di mamma è penosa e abbiamo tante responsabilità. Io e Kerene vogliamo prendere i sacramenti, come desiderava la mamma, ma soffro perché io e Camille litighiamo spesso.

Il mio più grande desiderio è andare a trovare la nonna per Natale: lei mi dà pace e affetto. Il visto è difficile da avere; aspetto notizie dall’ambasciata. Al telefono dico: «Nonna, tra un po’ ritorno da te!».

«Bambina mia, che notizia meravigliosa. Ho voglia di abbracciarti!».

Ma l’ennesima tragedia non si fa aspettare: lei muore l’11 novembre. Non serve più il visto. Dolori e rimpianti mi creano incubi e crisi di pianto. Non riesco a trovare pace, e la scuola, iniziata con ritardo, è una preoccupazione forte.

Oggi frequento il Liceo delle scienze umane a Pantelleria. La mia famiglia è sparsa per il mondo. Resto con i miei sogni: laurearmi, diventare ostetrica, sposarmi, avere dei gemelli e vivere in una città movimentata.

Aicha Fuamba
e Sofia Teresa Bisi


Hanno firmato il dossier:

Daniela Finocchi, ideatrice e direttrice del Concorso nazionale Lingua Madre.

Dorota Czalbowska (Polonia), Aicha Fuamba (Rd Congo) e Sofia Teresa Bisi (Italia) Dunja Badnjević (Serbia), Valeria Rubino (Italia), partecipanti e concorrenti al Clm 2018.

Gigi Anataloni, direttore di MC, ha curato e coordinato questo dossier.

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Il prossimo concorso sarà nel 2023. I racconti vanno presentati entro il 15 dicembre 2022. Per maggiori informazioni:

 

 




Xiomara Castro, la donna delle rivincite


In un paese maschilista e dominato da povertà, corruzione e violenza, per la prima volta una donna è diventata presidente. Dopo il golpe militare del 2009 e dodici anni terribili, finalmente una speranza.

Vincitrice nelle elezioni del 28 novembre 2021, in carica dal 27 gennaio, Xiomara Castro è la nuova presidente dell’Honduras e la prima donna alla guida dello stato centroamericano. Un evento di portata epocale, ma anche una rivincita della storia e delle donne honduregne.

Candidata del partito di sinistra Libre (acronimo di Libertad y refundación), Xiomara, 63 anni e quattro figli, è moglie di Manuel Zelaya Rosales, il presidente destituito da un golpe militare il 28 giugno del 2009. Pretesto per il colpo di stato – il primo del XXI secolo – furono presunte violazioni della Carta costituzionale da parte di Zelaya. In realtà, il problema era la sua vicinanza con Hugo Chávez, all’epoca presidente del Venezuela. Il golpe fu condannato da Barak Obama, allora presidente Usa, benché il coinvolgimento di organismi militari statunitensi venne successivamente acclarato.

Al posto del presidente deposto arrivò ad interim Roberto Micheletti, seguito da Porfirio Lobo Sosa e poi, per due mandati, Juan Orlando Hernández.

Questi, nel novembre 2013, sconfisse in elezioni molto contestate proprio Xiomara Castro. Sia Lobo Sosa che Hernández sono attualmente indagati negli Stati Uniti.

Oltre alla rivincita della storia, la vittoria di Xiomara Castro porta con sé una rivincita di genere in un paese di stampo machista, dove le donne soffrono di un’endemica diseguaglianza e discriminazione.

L’ex presidente Manuel Zelaya, marito di Xiomara Castro, con l’ex presidente brasilano Lula (in maglietta rossa). Foto Wandaick Costa (2018).

Non solo Berta: un paese violento

L’Honduras, con circa dieci milioni di abitanti, è un paese dominato da povertà, corruzione e violenza. Le cifre testimoniano la gravità della situazione.

Secondo gli ultimi dati dell’Istituto nazionale di statistica (luglio 2021), la povertà interessa il 73,6 per cento delle famiglie honduregne. E per il 53,7 per cento si tratta di povertà estrema, con i livelli maggiori nelle zone rurali del paese. Alle conseguenze di un sistema economico di chiaro stampo neoliberista, si sono aggiunti, a novembre 2020, i disastri naturali prodotti dagli uragani Eta e Iota, considerati dagli esperti l’ennesima conseguenza dei cambiamenti climatici in atto.

La pessima situazione economica del paese va a braccetto con la violenza. Secondo l’Osservatorio della violenza dell’Università nazionale autonoma dell’Honduras, nel 2021 si sono registrati 3.800 morti violente, pari a un tasso di 40 omicidi ogni 100mila abitanti, piazzando il paese al terzo posto in America Latina dopo Venezuela ed El Salvador (a livello mondiale il tasso medio è del 6,1, stando ai dati Unodc del 2017).

Tra le vittime privilegiate ci sono le donne. Nel 2021, almeno 314 di esse sono state assassinate, secondo i dati del Comisionado nacional de los derechos humanos (Conadeh). Questo significa che, in media, ogni 28 ore una donna honduregna è morta in modo violento. La situazione è peggiorata in maniera significativa durante l’emergenza causata dalla pandemia del Covid-19.

Infine, l’Honduras è considerato uno dei paesi più pericolosi per i difensori dei diritti umani.

Qualche anno fa, il 3 marzo 2016, fu vittima della violenza anche Berta Cáceres, ambientalista dei Lenca (uno dei sette popoli indigeni del paese, composto da circa 400mila persone).

La donna si opponeva alla costruzione della diga Agua Zarca sul fiume Gualcarque cui partecipavano la compagnia honduregna Desa e la compagnia statale cinese Sinohydro. Lo scorso luglio David Castillo, ex amministratore della Desa, è stato giudicato colpevole di essere il mandante di quell’omicidio. Una sentenza considerata storica vista l’impunità che nel paese ha sempre protetto i responsabili dei crimini.

Peraltro, Berta Cáceres non è l’unica persona ad aver pagato la sua lotta per la difesa dell’ambiente. Da due anni otto uomini sono in carcerazione preventiva (il processo è iniziato lo scorso primo dicembre) per aver difeso le acque dei fiumi Guapinol e San Pedro – nella valle del Bajo Aguán, dipartimento di Colon, nel Nord dell’Honduras – dalla contaminazione. Nel 2014, il governo honduregno concesse alla compagnia Inversiones los pinares (Ilp) il diritto allo sfruttamento minerario senza alcuna consultazione delle comunità coinvolte (con migliaia di residenti).

(Photo by Handout / Honduran Presidency / AFP)

Fuga senza fine

Povertà, violenza e corruzione sono le cause che spingono migliaia di honduregni a fuggire dal paese. Il fenomeno delle cosiddette «carovane di migranti», dirette negli Stati Uniti attraverso Guatemala e Messico, ha preso il via nell’ottobre 2018 dalla città di San Pedro Sula, principale città del Nord del paese. Si tratta di un viaggio lungo – per raggiungere la frontiera statunitense ci sono 2.200 chilometri per il Texas (El Paso) e 3.500 per la California (Tijuana-San Diego) -, costoso e soprattutto pericoloso. L’ultima carovana di migranti è partita da San Pedro Sula sabato 22 gennaio.

Per capire l’entità del fenomeno, è sufficiente un dato: in un solo anno (da ottobre 2020 a settembre 2021), 320mila migranti honduregni, più del 3 per cento dell’intera popolazione, sono stati catturati alla frontiera Sud degli Stati Uniti. Su quel confine gli honduregni rappresentano la più numerosa nazionalità in cerca di asilo: 200 famiglie al giorno stando ai dati diffusi dalla polizia di frontiera (U.S. Customs and border protection, Cbp).

Sul tema migratorio la preoccupazione di Washington è tale che la vicepresidente Kamala Harris è volata nella capitale
Tegucigalpa per discuterne di persona con Xiomara Castro già nel giorno dell’insediamento di quest’ultima.

La mappa evidenzia la distanza che separa l’Honduras dal confine Sud degli Stati Uniti, sogno di moltissimi migranti honduregni.

La religione come strumento politico

In Honduras, oltre l’80 per cento della popolazione si dichiara cristiana. I cattolici sono il 38,1 per cento, gli evangelici seguono con il 37,6 (fonte Statista, 2021).  I politici honduregni non si sono mai fatti scrupoli di usare la religione come strumento di consenso. Nel suo discorso d’insediamento del 27 gennaio 2018, l’avvocato Juan Orlando Hernández, membro di una chiesa evangelica, aveva utilizzato il termine Dio con grande disinvoltura, per evidenziare una presunta «volontà divina» dietro la sua elezione a presidente (un comportamento che sarebbe stato utilizzato anche dal capitano Jair Messias Bolsonaro, futuro presidente del Brasile).

«Dalla mano di Dio e del popolo honduregno – aveva detto – costruiremo insieme l’Honduras che meritiamo. Sono Juan Orlando Hernández e sono pronto a dare tutto per l’Honduras, per il mio popolo, per tutti. Grazie mille, Dio benedica l’Honduras! Che Dio ci benedica tutti! E ora… partire di qui, ora per lavorare, per lavorare e per lavorare! Perché dalla mano di Dio il lavoro vince tutto. Grazie di cuore, vi voglio tanto bene e un abbraccio per tutti quelli che sono qui e quelli che sono lì in Honduras… un abbraccio per tutti, con tanto affetto». Oggi, l’ex presidente è accusato dalla giustizia degli Stati Uniti di essere legato al narcotraffico in un paese qualificato come «narcostato».

È in questo contesto che Xiomara Castro in Zelaya ha assunto la carica di presidente.

Paolo Moiola


Il gesuita padre Melo con Berta Cáceres, l’ambientalista indigena assassinata nel 2016. Foto Radio Progreso.

I Gesuiti

Radio Progreso, la voce degli ultimi

In Honduras, l’ordine dei Gesuiti svolge  un’importante opera di comunicazione  attraverso un’emittente radiofonica e un gruppo di riflessione. Ismael Moreno Coto, «padre Melo», ne è l’instancabile animatore.

Gli anni più duri sono stati quelli immediatamente successivi al colpo di stato del giugno 2009. Giornalisti e impiegati ricevevano minacce a ripetizione dai militari e dai loro fiancheggiatori. Ma non si sono mai arresi, anche dopo l’assassinio – l’11 aprile 2014 – di Carlos Mejía Orellana, uno degli amministratori dell’emittente.

Fondata nel 1956, acquisita dalla Compagnia di Gesù nel 1970, Radio Progreso è quella che si può definire un’emittente di lotta o, per usare i suoi slogan, la «voce dei senza voce» (la Voz de los sin voz), «la voce di un popolo in cammino» (la Voz de un pueblo en marcha) e ancora «la voce che sta con te» (la Voz que está con vos). Da gennaio 1980, la struttura di Radio Progreso è affiancata da un gruppo di riflessione e approfondimento conosciuto con l’acronimo di Eric (Equipo de reflexión, investigación y comunicación), anch’esso facente capo ai Gesuiti dell’Honduras.

Padre Melo

Il logo di Radio Progreso, l’attivissima emittente dei Gesuiti dell’Honduras, diretta da padre Melo.

Anima instancabile della radio e del gruppo di riflessione è Ismael Moreno Coto, conosciuto come «padre Melo», gesuita e attivista dei diritti umani. Una persona a cui mai ha fatto difetto il coraggio della parola.

Il 17 dicembre 2019, in occasione dei 63 anni della radio, il padre gesuita ha ricordato il Dna proprio dell’emittente: un’opposizione diretta al modello di sviluppo basato sull’infinita accumulazione di ricchezza e capitale in un numero ridotto di famiglie a costo di condannare milioni di persone alla disoccupazione, alla povertà e alla perdita di diritti e opportunità. A settembre 2021, poco prima delle elezioni, su Envío, la rivista editata da Eric, padre Melo scriveva: «Siamo sotto il controllo di un Patto politico dell’impunità costituito il 28 giugno 2009 con il colpo di stato e andato consolidandosi sotto la guida di un gruppo di mafiosi che ha trasformato un partito politico in una struttura criminale. […] Parliamo di un Patto politico dell’impunità guidato dal crimine organizzato, soprattutto dal traffico di droga, sotto la guida di Juan Orlando Hernández [il presidente del paese], la sua famiglia e i collaboratori più vicini. A questa squadra si aggiungono attivamente i membri dell’alto comando delle Forze armate, la cupola della Polizia nazionale, i magistrati della Corte suprema di giustizia, il Pubblico ministero generale, il settore delle imprese raggruppate nel Cohep [Consejo hondureño de la empresa privada], settori direttamente legati alle aziende transnazionali estrattive, un piccolo gruppo di professionisti e un altro di un’autoproclamata società civile».

Una manifestazione contro l’arresto degli ambientalisti della regione del Guapinol. Foto Orlando Sierra / Cespad.org.

La Chiesa cattolica e il golpe del 2009

Padre Melo non risparmia critiche alla Chiesa cattolica. Nell’ultimo paragrafo della sua riflessione egli ricorda che, dal 2009 al 2012, la Conferenza episcopale del paese (all’epoca guidata dal cardinale Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga) aveva perso credibilità a causa del suo appoggio al golpe militare. Secondo il gesuita, il processo di recupero è iniziato con la nomina a capo della Conferenza del vescovo della diocesi di San Pedro Sula, mons. Ángel Garachana Pérez.

Speranze e un cammino in salita

A conclusione delle elezioni del 28 novembre, il gruppo Eric non ha nascosto (Manifiesto público número 65, 2 dicembre 2021) la propria soddisfazione: «Dopo 12 anni di corruzione, violenze e vergogna mondiale […]. Il popolo è uscito in massa per votare, e questo è il suo trionfo, una

vittoria pacifica, ma determinante e solida. Sono giorni di festa, gratitudine e speranza».

Con l’arrivo alla presidenza di Xiomara Castro, Radio Progreso e il gruppo Eric dovranno riuscire a confermare il loro ruolo a fianco degli ultimi. Infatti, nonostante le speranze suscitate dal nuovo governo, è facile prevedere che la strada per un altro Honduras sarà lunga e molto faticosa. Come riconoscono gli stessi Gesuiti: «Sono giorni per godere del trionfo ma con i piedi ben saldi per terra. Rimane molta strada da fare per rafforzare nel tempo le gioie e la dignità della nostra gente». Una previsione subito confermata dai fatti con il clamoroso scontro interno (Luis Redondo versus Jorge Calix, 23 gennaio) sulla presidenza dell’assemblea legislativa di Tegucigalpa.

Paolo Moiola

La cattedrale di San Pedro Sula, seconda città del paese centroamericano. Foto Hector Emilio Gonzales / Unsplash.

 




Badanti: Sempre più essenziali

Sono quasi un milione le collaboratrici e i collaboratori domestici con contratto regolare, e altrettanti in nero. Dietro a questi numeri troviamo volti, storie, famiglie divise. Il settore è in continua espansione, nonostante la frenata dovuta alla pandemia.

Sono le 8 del mattino di uno dei primi giorni dell’anno e Mercedes Areola, 63 anni, di origine filippina, cammina veloce per andare al lavoro in una zona residenziale di Torino. Alla stessa ora, ma dall’altra parte della città, Corina Bautista, 50 anni, di origine peruviana, è già entrata in servizio e sta aiutando il suo datore di lavoro di 93 anni ad alzarsi, lavarsi e iniziare la giornata. A 30 km di distanza, la stessa cosa sta facendo Violeta Dobrea, 39 anni, di origine moldava, che ogni mattina e ogni sera di tutti i giorni dell’anno presta la sua opera in una casa di provincia, dove prepara colazione, pranzo e cena, mette i bigodini alla sua titolare, sostiene il marito mentre si infila la camicia e, più in generale, aiuta la coppia a vivere una quotidianità che a un certo punto della vita diventa straordinariamente complicata.

Mercedes, Corina e Violeta non si conoscono, probabilmente non si conosceranno mai, ma in comune hanno tanto. Sono donne, sono di origine straniera e sono essenziali.  Da anni in Italia, garantiscono il buon funzionamento delle case e delle famiglie per cui lavorano.

Mercedes (Mercy), 63 anni, da quasi quaranta in Italia. Lavorando ha fatto studiare i tre figli nelle Filippine. Oggi ha cinque nipoti. Foto Simona Carnino

Lavoro domestico

Mercedes, colf da oltre 33 anni, Corina e Violeta, assistenti familiari, sono tre delle 920.722 lavoratrici e lavoratori domestici con regolare contratto di lavoro, secondo gli ultimi dati Inps aggiornati al 2020. A loro si aggiunge un sommerso di oltre un milione di collaboratori e collaboratrici in nero, che equivale al 57% dei circa 2 milioni di lavoratori domestici presenti in Italia, secondo quanto riportato dall’Osservatorio nazionale Domina sul lavoro domestico. Parlare del comparto domestico significa parlare prevalentemente al femminile, perché, sempre secondo l’Inps, l’87,6% dei lavoratori regolari che si occupano della cura della casa e delle persone anziane è donna. Il 68,8% è rappresentato da forza lavoro immigrata, nonostante un aumento di circa il 12,8% di lavoratori italiani, secondo il Dossier statistico immigrazione 2021 (di seguito utilizzeremo sempre il femminile, perché l’inchiesta si è occupata in specifico di donne, ndr).

La maggior parte delle lavoratrici domestiche impiegate in Italia proviene da Romania, Ucraina, Filippine e Moldavia. Il 73,4% delle badanti regolarmente contrattate è dell’Est Europa, così come il 47% delle colf. Ma nel settore delle collaboratrici domestiche è alta anche la componente di donne di origine filippina e dell’America Latina.

Dietro ai numeri ci sono i volti di donne forti, spesso straniere, con alle spalle la necessità di aiutare la famiglia e nell’anima quell’energia di chi vuole essere indipendente.

Nata e cresciuta a Ballesteros Cagayán nelle Filippine, Mercedes Areola si è ritrovata sposata a 16 anni e con 3 figli a 23 anni. Nel 1983 è partita lasciando i figli alla madre, per seguire il marito a Messina, dove vivevano i suoceri. Abbandonata dal coniuge nel giro di pochi mesi dall’arrivo, ha trovato impiego come assistente familiare convivente di una donna anziana. «Mi sentivo malissimo. Ero in un paese di cui non parlavo la lingua, sola e affaticata – racconta Mercedes -. Dopo circa un anno il lavoro si è concluso, allora ho preso un treno e sono arrivata a Firenze, dove la comunità filippina mi ha aiutata a trovare un lavoro come colf. Mandavo tutto quello che guadagnavo a mia madre, nelle Filippine, che si stava occupando dei miei tre figli. Ogni volta che spedivo i soldi mi mettevo a piangere. Sapevo che stavo facendo il meglio per i bambini, ma ero triste perché mi mancavano».

Famiglie spaccate

Spesso le lavoratrici domestiche extracomunitarie migrano da sole verso l’Italia e successivamente, in caso riescano a ottenere un permesso di soggiorno, procedono con la richiesta di ricongiungimento familiare che permette ai figli di raggiungerle.

Così è successo a Violeta Dobrea arrivata in Italia nel 2009 da Teșcureni in Moldavia, dopo un viaggio da sola, di quelli che si riescono a raccontare solo quando sono finiti. In Moldavia Violeta lavorava come muratrice in estate e come venditrice al mercato in inverno. Divorziata nel 2006 e con due figli ancora piccoli da crescere, ha pensato di seguire le orme di tante sue connazionali e cercare un lavoro più redditizio in Italia, dove vivevano alcuni conoscenti. Duemila euro e due tentativi dopo è arrivata a Exilles, un piccolo paese dell’alta Val Susa, in provincia di Torino.

«Avevo il passaporto moldavo ma non riuscivo a ottenere un visto per nessun paese europeo, allora ho pagato una persona per portarmi in Italia. Sono partita insieme ad altre donne, ma durante il primo tentativo siamo state respinte sul confine con l’Ungheria – ricorda Violeta -. Abbiamo pagato altri 400 euro per un secondo tentativo. Dopo tre giorni di viaggio in macchina sono arrivata a Exilles. Ho avuto paura per tutto il tragitto. Non avevo controllo sul viaggio e temevo che la polizia di frontiera di uno dei paesi attraversati ci rimandasse in Moldavia».

Sorte migliore è toccata a Corina Bautista, originaria di Trujillo, una città costiera del Nord del Perù. Partita nel 1996, è riuscita a raggiungere Torino con un visto turistico e in sicurezza su un volo transoceanico. «Volevo fare l’infermiera, ma eravamo cinque figli e in casa mia non c’era la possibilità economica per farmi studiare – ricorda Corina -. Arrivata in Italia ho provato a lavorare come assistente familiare e studiare allo stesso tempo, ma non ci sono riuscita. All’inizio vivevo in casa con la persona anziana per cui lavoravo e mandavo le rimesse a mio padre, per restituire il prestito per il viaggio. Nel 1998, grazie a una sanatoria e a un contratto di lavoro regolare, sono riuscita a ottenere il permesso di soggiorno, e nel 2014 sono diventata cittadina italiana. Intanto ho conosciuto un mio concittadino qui, ci siamo sposati e abbiamo avuto due figli».

Corina, peruviana, mostra una vecchia foto della sua famiglia.
Foto Simona Carnino

Tra contratti regolari e lavoro nero

Un contratto regolare e una sanatoria sono stati fondamentali anche per Mercedes e Violeta, che, proprio grazie alla formalizzazione del lavoro, hanno potuto ottenere un permesso di soggiorno.

Senza un contratto regolare, è facile essere vittima di episodi di sfruttamento, più frequenti tra le persone straniere senza carte in regola.

«Quando vivevo a Firenze sono stata fermata dalla polizia e portata in questura, perché non avevo il permesso di soggiorno – ricorda Mercedes -. Mi sono disperata e ho pregato di non essere espulsa. Alla fine, mi hanno lasciata andare, ma senza documenti mi sentivo sempre in ansia. Poi nel 1988 sono arrivata a Torino come colf “fissa” di una coppia benestante che faceva eventi in casa. Lavoravo dalle 7 del mattino a tarda notte per cucinare e pulire. Io mangiavo gli avanzi. Dopo sei mesi, ero distrutta e sono andata dai sindacati, che mi hanno messa in contatto con una architetta in cerca di una collaboratrice domestica. È stata una salvezza. Ho lavorato con lei per più di 30 anni e grazie al suo contratto e a una sanatoria, sono riuscita ad avere il permesso di soggiorno».

Nel 2020, i contratti di lavoro domestico regolare sono aumentati del 7,5% e la tendenza è in crescita. Tuttavia, sono ancora tanti a lavorare in nero, nonostante l’ultima sanatoria del 2020 determinata dal decreto rilancio che offriva ai datori di lavoro del settore agricolo e domestico la possibilità di regolarizzare la posizione contrattuale di lavoratori italiani, comunitari o extracomunitari. In quest’ultimo caso, la sanatoria permette ai lavoratori provenienti da fuori Europa di ottenere un permesso di soggiorno per motivi lavorativi.

«Il punto è che molti datori di lavoro non hanno partecipato alla sanatoria per timore di ricevere una multa o essere esposti a indagine sul lavoro nero – spiega Lorenzo Gasparrini, segretario nazionale dell’Osservatorio Domina, Associazione nazionale famiglie datori di lavoro domestico -. Invece questa era l’occasione giusta per sanare i rapporti di lavoro non regolato e per consentire alle lavoratrici domestiche extracomunitarie di ottenere un permesso di soggiorno».

Il comparto domestico è storicamente un settore che vive di «lavoro nero» e malpagato, a causa di una mentalità che considera l’attività di colf e badanti poco più di un lavoretto, ma anche per il costo del lavoro che, sebbene non alto, secondo l’Inps si aggira intorno a 16mila euro all’anno per una badante senza specializzazione. Una spesa ingente per un anziano con una pensione di base. «Per rendere sostenibile l’assunzione e garantire una maggiore regolamentazione del lavoro, è necessario che lo stato italiano promuova una politica di defiscalizzazione che permetta al datore di lavoro di dedurre il 100% dei contributi e almeno tra il 15 e il 30% della retribuzione di colf e badanti», conclude Lorenzo Gasparrini.

Settore in crescita

Secondo le proiezioni demografiche, la popolazione italiana over 75 anni passerà dall’11% del totale nel 2016 al 23% entro il 2050. L’aumento degli anziani porterà a una probabile crescita della domanda di lavoratori domestici e, in particolare, di assistenti familiari.

La novità è che anche questo comparto sta invecchiando e molte persone sono in procinto di andare in pensione. Secondo il Dossier statistico immigrazione 2021, negli ultimi dieci anni è drasticamente calata la presenza di colf, badanti e babysitter under 30 e la fotografia attuale riflette l’immagine di un comparto domestico in buona parte over 50, che non si rinnova.

Questo accade per l’assenza di interesse in questa professione da parte dei giovani, e per le frontiere sempre più inespugnabili che impediscono alle persone straniere di raggiungere in maniera regolare l’Italia.

«Con il graduale invecchiamento della forza lavoro – dichiara il presidente di Assindatcolf, Andrea Zini -, il mancato ricambio generazionale e la chiusura dei canali di ingresso regolari per i cittadini extracomunitari a cui ormai assistiamo da anni e che la pandemia ha particolarmente rafforzato, rischiamo in futuro di non avere personale a sufficienza che assista i nostri anziani e i bambini e che si prenda cura delle nostre case».

Ritratto di Mercedes, che si dice grata all’Italia. Grazie alla fede e al lavoro duro, oggi è soddisfatta della sua vita. Foto Simona Carnino

Investimento generazionale

«La prima volta che ho rivisto i miei bambini era il 1989 e il più piccolo non mi ha riconosciuta. Da allora sono tornata nelle Filippine ogni tre anni. Ho mandato i soldi a casa fino a quando i miei tre figli non si sono laureati – racconta Mercedes -. Oggi la più grande fa la dentista e ha uno studio privato, gli altri due sono ingegneri e io sono nonna di 5 nipoti».

I fatti dimostrano che i sacrifici sono valsi a permettere alla generazione successiva di raggiungere un livello educativo e lavorativo superiore a quello dei genitori.

Così pensa anche Violeta che, dopo qualche anno di lavoro in Italia e il permesso di soggiorno in regola, ha attivato la procedura di ricongiungimento dei suoi due figli, dal 2014 in Italia con lei. «Non ho visto mia madre per anni – racconta Michaela, la figlia ventiduenne di Violeta -. Era duro vivere così, ma so che lo ha fatto per noi. Le scuole pubbliche in Moldavia non sono di qualità e le private troppo care. Appena arrivata in Italia ho sofferto di bullismo a scuola, poi le cose sono cambiate e mi sono diplomata all’istituto alberghiero e ora lavoro qui».

Anche per Corina l’Italia rappresenta un luogo familiare ormai, anche se non abbandona l’idea di tornare in Perù dopo la pensione. «Mi mancano parecchi anni di lavoro, ma intanto io e mio marito siamo riusciti a costruirci una casa a Trujillo dove vivono i miei genitori».

Il settore del lavoro domestico incide in maniera decisiva tanto sul Pil del paese di accoglienza che su quello del paese di origine. Secondo l’Osservatorio Domina, il valore aggiunto prodotto dal lavoro domestico nel 2020 è di circa 16 miliardi di euro, equivalente all’1,1% del Pil italiano.

Allo stesso tempo, la maggior parte di colf e assistenti familiari coopera in maniera concreta al miglioramento economico dei propri paesi di provenienza, con l’invio di rimesse ai familiari, spesso utilizzate per aprire piccole attività imprenditoriali o per investire nell’istruzione specializzata dei figli che, con un livello scolastico superiore, hanno l’opportunità di svolgere professioni più redditizie.

L’impatto del Covid

Vaccinate e con un contratto di lavoro regolare che ne permetteva gli spostamenti, Mercedes, Violeta e Corina hanno lavorato anche durante la pandemia.

Tuttavia, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale del lavoro delle Nazioni Unite, durante la fase più delicata della crisi, la perdita di lavoro tra i lavoratori domestici si è attestata tra il 5 e il 20% nella maggior parte dei paesi europei. La paura del contagio ha portato alcune famiglie a chiudere le collaborazioni con un effetto negativo soprattutto sui lavoratori senza contratto e regolare permesso di soggiorno che, a causa dell’invisibilità del loro status, non hanno potuto richiedere l’indennità Covid che sarebbe spettata anche a loro.

Solitudine e paura hanno avuto un forte impatto su badanti conviventi che, in particolare nella prima fase di lockdown, hanno dovuto prendersi carico al 100% degli anziani. «Le badanti hanno svolto un ruolo fondamentale durante la pandemia perché sono state in grado di accudire e rassicurare gli anziani che, senza di loro, sarebbero stati completamente soli – spiega Lorenzo Gasparrini -. In questa occasione, le famiglie hanno preso coscienza del valore sociale ed essenziale delle assistenti familiari».

Oltre al Covid, sono tante le difficoltà a cui sono esposte le donne che svolgono questa professione. Non sono rari gli episodi di violenza sulle donne che, come in tutto il mondo, si verificano principalmente tra le mura domestiche. Ma è la sofferenza dovuta all’isolamento fisico e comunicativo quella che, prima o dopo, sperimentano quasi tutte le lavoratrici domestiche straniere, in particolar modo le badanti.

«Tra i problemi con la lingua, la solitudine e la quantità di ore lavorate, all’inizio ero depressa – racconta Violeta -. Poi il signore per cui lavoravo mi ha insegnato l’italiano, studiavamo insieme. Ancora conservo il diario su cui scrivevo un po’ in italiano e un po’ in moldavo».

Tante lavoratrici domestiche straniere, come la maggior parte delle persone immigrate, mantengono rapporti stretti con i paesi di origine, a cui rivolgono un pensiero costante.

Ci pensa Corina, che manda le rimesse ai suoi genitori in Perù perché abbiano tutto quello che serve per affrontare la delicata fase della terza età, che lei conosce così bene. Mentre guarda la foto di se stessa a pochi mesi di vita in braccio a sua madre, si chiede se un giorno ritornerà dove le sue radici sono ancora così salde.

Ci pensa Violeta che in Moldavia ha ancora il padre che, in tempi non pandemici, vedeva con frequenza. «Quando avrà bisogno di cure, assumerò una persona che si occupi di lui e lo aiuti con le attività quotidiane, così come faccio io qui».

Ci pensa anche Mercedes che nelle Filippine non ha più la madre, ma tanti nipoti che cerca di vedere due volte all’anno, da quando si può permettere di tornare più spesso. Sono ormai 40 anni che vive in Italia, di cui è diventata cittadina. Sorride, mentre si tocca il ciondolo della collana su cui c’è scritto «Mercy», diminutivo del suo nome, che significa «misericordia», in inglese.

«lo sono grata all’Italia e alla vita. Ho sempre creduto, mi sono data da fare e sono soddisfatta. God is full of mercy (Dio è pieno di misericordia, ndr), come diciamo noi. E in questo film che è la vita mia, probabilmente sono stata abbracciata dalla misericordia anche io».

Simona Carnino




Messico-Stati Uniti. «Bienvenidos a Tijuana»

testi Federica Mirto e Paolo Moiola |


È in Messico, a due passi dalla California. Da tempo le statistiche la pongono ai primissimi posti tra le città più violente del mondo. Eppure, a dispetto di tutti i problemi, Tijuana accoglie migranti da molti paesi. Come dimostra la presenza di varie associazioni d’aiuto, laiche e religiose.  Due di esse sono raccontate in queste pagine.

1/ La «Casa del migrante» degli Scalabriniani sui Sentieri del sogno.

Il centro di accoglienza dei missionari scalabriniani è più di un rifugio. È una casa. Piena di umanità e di sorprese.

Tijuana, la città più popolata del Messico (escludendo la capitale), è nota per essere la città di frontiera per eccellenza. È situata nello stato della Baja California e solo trenta chilometri la separano dalla ricca San Diego. L’influenza degli Stati Uniti è parte della storia di questa metropoli. Lo si percepisce dalla crescita del settore edilizio che cerca di imitare uno stile gringo, pur mantenendo forte l’identità messicana. Fino a una decina di anni fa, la città, grazie alla sua posizione strategica, era un luogo di passaggio, la gente arrivava e attraversava la frontiera, in tempi più o meno brevi.

Entrata principale della «Casa del migrante» di Tijuana. Foto Federica Mirto.

Tutti a Tijuana

Negli ultimi anni l’attrazione verso l’agognato sogno americano ha preso una piega più drammatica. A ricordarlo sono le croci bianche poste vicino al famoso muro a Las playas e non ultima la morte di un ragazzo cubano a fine marzo, affogato nell’intento di raggiungere la spiaggia di San Diego.

La complessità del fenomeno migratorio è aumentata e, negli ultimi anni, la città si è ritrovata a essere il punto di arrivo per tanti migranti e il luogo di rimpatrio per i deportati dagli Stati Uniti. I flussi migratori verso gli Usa non vengono coordinati da strutture pubbliche, statali o federali, ma da associazioni benefiche, la maggioranza religiose, che cercano di mettere ordine in un sistema d’accoglienza tanto generoso quanto caotico e inefficiente. Queste strutture, chiamate albergues, formano una rete solidale pronta ad accogliere famiglie, ragazze madri e migranti Lgbtq. Oltre a dare un posto letto e un pasto caldo, offrono servizi per aiutare gli ospiti migranti a integrarsi nella società. Gli albergues sono distribuiti soprattutto nella zona Nord della città, vicino al confine. Lavorano autonomamente mantenendo il contatto in caso di iniziative comuni di formazione o di protesta, come nei casi di marce organizzate contro la chiusura del confine o l’inasprimento delle politiche per i richiedenti asilo.

La grandezza di Tijuana sta nell’accogliere tutti. Ne sono testimoni le comunità di haitiani perfettamente integrate in un contesto linguistico e culturale diverso dalle proprie origini. Dopo il tragico terremoto che colpì Haiti nel 2010, gli haitiani erano la maggioranza dei migranti ospitati nei centri di accoglienza e, grazie al virtuoso lavoro dei volontari e degli operatori umanitari presenti nel territorio, sono riusciti a crearsi una comunità che dà vita anche a diverse iniziative culturali, inclusa una stazione radiofonica in lingua francese e creola (Radio haitiano en Tijuana).

Emergenza su emergenza

L’emergenza sanitaria causata dal Covid-19 ha, inevitabilmente, messo a dura prova le strutture di accoglienza che hanno dovuto reggersi quasi esclusivamente sulle capacità interne di sostentamento.

La Casa del migrante è uno dei centri di accoglienza più grandi della città. Aperta nel 1987 e gestita dalla congregazione degli Scalabrini, dispone di 140 posti letto che, prima dell’emergenza sanitaria del Covid-19, sono sempre stati occupati da migranti di sesso maschile. La Casa è un luogo accogliente e offre molti servizi, tra cui quello legale, psicologico e un percorso per l’inserimento al lavoro. Nell’arco del soggiorno, che, in media (ma ci sono eccezioni), è di trenta giorni, gli ospiti possono seguire dei corsi di formazione, usufruire del servizio medico, avere tre pasti giornalieri, oltre al posto letto. Le regole per l’ingresso sono chiare: ogni ospite deve collaborare nella pulizia giornaliera, in cucina e in altre attività richieste. Nel centro il tempo sembra immobile. A causa del Covid si può uscire solo per andare al lavoro, mentre tutte le altre uscite devono essere autorizzate dal personale. La routine è scandita da orari rigidi, la maggior parte dei residenti esce presto per andare a lavorare e torna la sera in tempo per la cena nella mensa. L’obiettivo del personale della Casa è quello di aiutare gli ospiti con le pratiche burocratiche e di fornire supporto nella ricerca attiva del lavoro affinché possano sostenere le spese per l’affitto una volta finito il soggiorno nella struttura.

Nonostante le chiusure per la pandemia, il lavoro a Tijuana non è mai mancato: i migranti trovano occupazione nell’edilizia, nelle lavanderie degli hotel, come addetti alla sicurezza o alle pulizie nei centri commerciali. Il problema principale rimane quello degli stipendi bassi, non proporzionati al costo degli affitti, molto alto, in aggiunta alla scarsa disponibilità di trasporto pubblico che costringe a non abitare troppo lontani dal luogo di lavoro.

Il Covid-19 ha colpito anche la Casa del migrante dove ci sono stati casi di positivi, prontamente individuati e isolati nelle stanze attrezzate per la quarantena e con bombole di ossigeno. Sono stati mesi duri. La regione della Baja California è stata tra le più colpite in Messico, ma la consapevolezza del collasso del sistema sanitario pubblico non ha sconfortato il direttore della Casa, padre Murphy (vedi sotto) che, con gli altri collaboratori, ha deciso di dimezzare gli ingressi e aprire le porte alle famiglie.

Barriera di separazione a Las Playas de Tijuana (ottobre 2020). Foto Federica Mirto.

Storia di Doris e Gerson

I migranti che viaggiano con i bambini sono in costante aumento. Non sono solo i nuclei familiari a mettersi in viaggio, ma anche giovani padri soli con figli piccoli e ragazze in stato di gravidanza avanzato, che portando con sé i figli sperano di avere più possibilità di cruzar (attraversare) il confine e non essere respinti.

Gli effetti a lungo termine della pandemia colpiranno soprattutto i ragazzi in età scolare perché le scuole pubbliche messicane sono chiuse da un anno e, anche se il centro fornisce una sala per giocare, educatori e aule con il computer, non tutti possono seguire le lezioni online. Senza dimenticare che molti minori arrivano analfabeti presentando disturbi del linguaggio e dell’apprendimento.

Per fortuna, i bambini si abituano facilmente a tutto. Per loro la Casa del migrante è un luogo sicuro dove ci sono attività quotidiane e persone che provano a colmare le loro lacune scolastiche. Per mesi, nella sala giochi, a insegnare a leggere e scrivere c’è stata Doris, honduregna di 35 anni con un master in finanzia e uno in pedagogia. Doris, con suo marito Gerson e i loro due bambini di 3 e 6 anni, sono stati ospitati nella casa per 5 mesi (da ottobre 2020 a febbraio 2021), sono scappati da San Pedro Sula nell’estate del 2019 a causa delle continue minacce ricevute dalla criminalità locale. In Honduras stavano bene, entrambi avevano studiato all’università e Gerson lavorava come ingegnere in una famosa compagnia di bevande, ma ultimamente anche le famiglie «normali» sono diventate un target per le gangs locali.

Le cause che spingono i migranti provenienti da Guatemala, Honduras ed El Salvador sono di origine politica, economica e ambientale, ma soprattutto sociale: le persone fuggono dalla violenza e da stati inadeguati e corrotti. Per molte famiglie la fuga rappresenta l’unica soluzione. Al tempo stesso, la pressione della minaccia comporta lo sviluppo di una resilienza naturale della quale sono portatrici soprattutto le donne. Infatti, più che il sogno di una vita negli Stati Uniti, esse cercano un luogo lontano dalla violenza che molto spesso subiscono sui loro corpi.

La sofferenza composta di Doris mi ha colpito più di altre: non si è lasciata mai andare, neppure quando ha saputo di aver perso la madre in Honduras e non poterle dare neppure l’ultimo saluto. Eppure, il giorno dopo era di nuovo pronta a dedicarsi ai bambini.

Migranti in difesa del diritto d’asilo, a Tijuana, ottobre 2020. Foto Federica Mirto.

Novelli Caronte

Prima di Tijuana, la famiglia di Doris è stata in viaggio per un anno. Gerson, suo marito, mi ha spiegato che non puoi più tornare indietro, una volta che sei riuscito a resistere a violenze di ogni sorta. La meta iniziale era Tamaulipas, lo stato messicano al confine con il Texas, ma anche lì sono stati vittime di estorsione e sequestro. Hanno provato due volte ad attraversare il confine mettendosi in contatto con i coyotes, i trafficanti di uomini che si fanno pagare fino a 12mila dollari per superare il confine.

I coyotes vengono trovati tramite passa parola, anche all’interno degli stessi centri di accoglienza, dove a volte riescono a entrare fingendosi dei migranti bisognosi, per reclutare persone promettendo passaggi sicuri di sola andata per gli Stati Uniti. I coyotes, chiamati anche polleros, sono dei moderni Caronte: traghettano le «anime» per denaro. Non solo per attraversare il confine Nord, ma per l’intera rotta migratoria che incomincia a Tapachula, nello stato del Chiapas, al confine con il Guatemala. La rotta dei migranti costituisce uno dei business più proficui per la criminalità locale.

A spiegarmi come funziona il lavoro dei coyotes è Gerson, che mi mostra i messaggi con cui si accordava sul pagamento: una parte viene pagata in anticipo e la seconda una volta arrivati sull’altro lato. Come prova della presunta affidabilità vengono mandati dei video di chi è riuscito a farcela. Anche loro, qualche mese prima, con un piccolo gommone di fortuna, hanno attraversato il Rio Grande riuscendo a entrare nello stato del Texas, per poi essere respinti dalla polizia di frontiera. Dopo l’elezione del nuovo presidente Joe Biden, fiduciosi in un repentino cambio di politiche migratorie, Gerson e Doris hanno ritentato. Questa volta via terra, senza paura di sfidare l’area desertica che separa il confine. Anche il secondo tentativo della famiglia è però fallito. Così, tornati alla Casa del migrante, hanno aspettato e sperato. All’inizio di marzo 2021, dagli Stati Uniti la loro richiesta di asilo è stata sbloccata e, finalmente, in aprile hanno avuto la possibilità di raggiungere dei familiari in Minnesota. Qui ha avuto inizio la loro nuova vita.

Un giovanissimo ospite davanti alla porta del refettorio della «Casa del migrante», a Tijuana, dicembre 2020. Foto Federica Mirto.

Storia di Moses

A tutt’oggi (almeno fino al 21 giugno 2021, ndr), il confine rimane chiuso. È da marzo 2020 che, in nome della sicurezza nazionale, non è più possibile entrare negli Stati Uniti. Inoltre, l’amministrazione Trump aveva strumentalizzato l’emergenza sanitaria per sospendere le richieste di asilo in corso, ma un cambio di rotta si sta avvertendo con la presidenza di Joe Biden.

La storia di Moses, forse più di altre, rappresenta la concretizzazione del sogno americano e della speranza di chi non ha mai perso la fede nel ritorno a politiche migratorie più umane. Il giorno dei risultati delle elezioni americane (a novembre 2020), tra lo scetticismo generale, era l’unico che saltava di gioia e mostrava orgoglioso la foto sul cellulare del neoeletto presidente Joe Biden e della sua vice Kamala Harris. Moses è un ragazzo di 32 anni originario del Ghana, unico ospite africano della Casa dove è rimasto per sei mesi. Era uno dei pochissimi che non parlava spagnolo e non aveva interesse a impararlo: dopo il lavoro preferiva leggere gli ultimi articoli sulla situazione politica e la legislazione americana in materia d’immigrazione. Ha lasciato il suo paese e suo figlio per inseguire il suo american dream e poter raggiungere il fratello nel Minnesota. Per lui gli Stati Uniti «sono un paese dalle illimitate possibilità sotto tutti gli aspetti della vita». Lo dice chiaramente: non è scappato perché il Ghana non sia un paese sicuro, ma perché vuole utilizzare i suoi studi in marketing, crescere a livello professionale e mandare i soldi alla famiglia. Nel 2017, con un biglietto aereo di sola andata, è arrivato a San Paolo in Brasile, dove ha lavorato per una compagnia per due anni. Ha poi intrapreso il lungo viaggio che lo ha portato fino a Tijuana. Moses ha seguito la rotta «tradizionale»: con un pullman è entrato in Nicaragua, poi in Guatemala tramite un coyote, una volta giunto a Tapachula, in Messico, è stato ospitato in un centro di accoglienza. L’attesa dei documenti per poter rimanere nel paese si è prolungata, ma senza demordere Moses è rimasto sei mesi nella città di frontiera del Sud per poi volare fino a Tijuana. Ci tiene a ripetere che non è stato facile, che ha studiato le leggi, che ha pregato e, soprattutto, che è stato perseverante. Uscito dalla Casa, il 27 gennaio 2021 con altri migranti che già avevano effettuato quel percorso, Moses ha attraversato il Rio Grande ed è entrato nel perimetro americano. Quando l’agente della polizia di frontiera gli ha chiesto di tornare indietro, ha continuato ad avanzare finché non sono stati costretti a portarlo alla stazione di frontiera dove è rimasto tre giorni per poi essere trasferito al South Texas detention complex di Pearsall, un centro di detenzione vicino a San Antonio. Dopo due mesi, si è presentato davanti alla corte senza essere rappresentato da un legale: il giudice gli ha approvato un visto temporaneo fino al 12 ottobre 2021, rinnovabile fino a quando si valuterà la sua domanda di asilo. Mentre al cellulare parliamo della sua nuova vita americana, mi manda una foto, quasi a dimostrarmi che bisogna sempre avere fede e non demordere. Come ha fatto lui che, al quarto giorno dal suo arrivo a Minneapolis, nel Minnesota, ha trovato lavoro presso la Smith Medicals, una compagnia che produce dispositivi medici, grazie alla segnalazione dei vicini di casa.

Un’ospite de El Salvador prepara le «pupusas», piatto tipico del suo paese. Casa del Migrante, Tijuana, novembre 2020. Foto Federica Mirto.

Doña Ricarda

Dentro la Casa, i vissuti e le storie vengono raccontate soprattutto nei momenti conviviali, come in cucina, quando le madri aiutano la cuoca della casa, doña Ricarda che, con lo sguardo, controlla come preparano i tamales e soprattutto, con il suo atteggiamento materno, ascolta, consola, consiglia e cerca di proteggere le sue niñas, come le piace chiamarle.

Federica Mirto*


Ritratto di padre Pat Murphy, direttore della «Casa del migrante» di Tijuana. Foto Casa del migrante-Tijuana.

Padre Pat Murphy

La soluzione? Una vita migliore

Il newyorkese padre Pat Murphy è direttore della Casa del migrante di Tijuana dal 2013. «La maggioranza delle persone arriva dal Sud del Messico e dall’Honduras. Con un desiderio in comune: scappare dalla violenza e dalla povertà».

Da tempo, sul fenomeno migratorio ha messo le mani la criminalità. «Sì – conferma padre Murphy -, perché questo è veramente un grosso affare. Il governo messicano non controlla e la corruzione è dilagante. Tutto ruota attorno al denaro». Gli chiediamo se, come missionari scalabriniani, collaborano con altri. «Naturalmente. Noi collaboriamo con la Chiesa locale e le altre chiese, anche se non tutti capiscono pienamente la sfida dell’emigrazione». Una sfida che, invece, è stata colta dal nuovo presidente statunitense. «Ma è presto per dire se con Biden la situazione sia cambiata. Noi però siamo pieni di speranza che le cose miglioreranno».

«Da anni io ripeto che la soluzione è molto semplice. Abbiamo necessità di sistemare le cose nei paesi di provenienza dei migranti affinché essi non abbiano necessità di emigrare. In altri termini, se si riuscirà a migliorare la vita al Sud, le persone non lasceranno le loro case».

Pa.Mo.

L’edificio che ospita il «desayunador» salesiano a Tijuana, città messicana sulla frontiera con la California. Foto Salesianos-Tijuana.

2/ Il «Proyecto salesiano» di Tijuana e i migranti

Tempi di resistenza

La pandemia ha complicato tutto: più bisognosi, meno donazioni, meno volontari. Anche per
i Salesiani della città di frontiera sono mesi duri. Ne parliamo con padre Leyva e Claudia Portela.

«A causa della pandemia abbiamo iniziato a offrire il cibo in scatole di polistirolo poiché le persone non possono mangiare nelle nostre strutture. Abbiamo realizzato una sorta di circuito che gli utenti sono obbligati a seguire prima di ricevere il cibo: si lavano le mani e si disinfettano con alcol. Soltanto dopo questa procedura preparatoria, ricevono una scatola con il cibo (bilanciato), la loro merenda (un pane o dei biscotti) e la loro bevanda (generalmente il caffè). Durante la pandemia abbiamo interrotto solamente il servizio di parrucchiere, ma adesso abbiamo ripreso anche quello. Come offriamo di nuovo le chiamate nazionali e internazionali gratuite».

Così raccontano padre Agustín Novoa Leyva, direttore del progetto salesiano di Tijuana, e Claudia Portela, amministratrice generale e coordinatrice del refettorio («desayunador salesiano padre Chava»).

Alle strutture dei Salesiani di Tijuana si presentano bisognosi di ogni tipo: persone senza fissa dimora (personas en situación de calle), migranti, deportati dagli Stati Uniti. «Nelle file per entrare nel refettorio – conferma Claudia – si possono incontrare uomini e donne di ogni età, bambini e adolescenti. Quelli che arrivano qui sono accettati indipendentemente dall’appartenenza, dall’età o dal sesso».

Con la pandemia, al refettorio salesiano di Tijuana, il cibo viene distribuito in contenitori di polistirolo. Foto Salesianos-Tijuana.

Nascita e servizi offerti

I Salesiani operano a Tijuana da 34 anni, ma il refettorio è nato 21 anni fa per merito del padre Salvador Romo Gutiérrez («padre Chava») coadiuvato dalla signora Margarita María Andonaegui Padilla. Ha iniziato a operare il 30 gennaio 1999 con 17 commensali che divennero presto 400 per due volte a settimana. Poi, 700 a fine 2001 e mille nel 2007 nella sede attuale. Dal 2010 il refettorio opera dal lunedì al sabato e serve tra le 1.200 e 1.500 persone al giorno. Numeri importanti, dunque.

«A chi bussa alla nostra porta offriamo da mangiare, servizio medico e psicologico, tagli di capelli, cambi d’abito, consulenza legale. Prima della pandemia, offrivamo seminari e avevamo accordi con le istituzioni locali affinché le persone potessero terminare gli studi o iniziare una carriera tecnica. Abbiamo anche un ostello maschile (albergue temporal), che attualmente ospita una trentina di uomini».

Tutti i servizi offerti dalle strutture salesiane sono gratuiti, anche per l’aiuto fondamentale dei volontari. «La maggior parte di quelli che lavorano alla mensa – spiega Claudia – sono volontari. Non abbiamo un numero esatto visto che ruotano sovente. Oggi, a causa della pandemia, il loro numero è diminuito, ma potremmo dire che ci sono circa 30 volontari permanenti».

Volontari salesiani (con mascherina) effettuano il servizio di barbiere per migranti e bisognosi, a Tijuana. Foto Salesianos-Tijuana.

I minori

Anche a Tijuana come altrove, il problema dei minori non accompagnati è una questione delicata. Padre Agustín e Claudia spiegano che, al centro, sono pochi i minori che si presentano da soli: la maggioranza arriva con un familiare o un altro accompagnatore. Quando accade che arrivino degli adolescenti, la cosa è problematica perché l’ostello salesiano è soltanto per adulti. Aperto nel 2010, l’ostello ha limiti di capienza e di permanenza. E regole precise: «Per essere ammessi è obbligatorio seguire alcune norme di convivenza. Tra queste, ci sono il non consumare droghe e alcol, aiutare nei lavori domestici e nel refettorio, attenersi agli orari di entrata e uscita».

Un ragazzo con un cappellino dei Salesiani di Tijuana. Foto Salesianos-Tijuana.

Biden e Kamala

Chiediamo un parere sul vicino di casa, sogno di tutti i migranti che arrivano a Tijuana. Il cambio alla Casa Bianca è visto con speranza. «A differenza della passata amministrazione – spiegano – , il governo di Joe Biden vede la questione dell’immigrazione come un problema delicato da affrontare quindi con molta attenzione. In primis, ha adottato politiche pubbliche più flessibili e umane». Approcci diversi da quelli di Trump, ma da verificare alla prova dei fatti.

Rispetto poi alle norme di protezione domestica, gli Stati Uniti – osservano i due interlocutori – dovrebbero addestrare i loro agenti a trattare con dignità e giustizia i migranti ma anche i criminali. Quanto ai migranti minori, entrati negli Stati Uniti al seguito di genitori privi di documenti, non hanno dubbi: «Non sono colpevoli. Dovrebbero avere la possibilità di legalizzare la loro posizione», spiegano.

In questi mesi i numeri ufficiali della migrazione verso gli Usa sono passati di record in record.

A inizio giugno, Kamala Harris ha compiuto il suo primo viaggio internazionale come vicepresidente Usa visitando il Guatemala (che, con Honduras e El Salvador, forma il «Northern triangle») e il Messico per promettere aiuti allo sviluppo che fermino il crescente esodo migratorio. Ma, soprattutto, per ripetere: «Do not come» (non venite!).

«Esiste una soluzione?», domandiamo a padre Agustín e Claudia. «La soluzione arriverà quando i governi dei paesi d’emigrazione miglioreranno le loro politiche, prendendosi cura dei propri cittadini e proteggendo i loro diritti. La maggior parte delle persone fugge per migliorare la qualità della vita, perché in patria non ha un lavoro o perché è minacciata o è costretta a far parte di bande criminali come nel Salvador. Solamente quando i governi affronteranno seriamente questi problemi, la migrazione potrebbe diminuire».

Sembra il classico uovo di Colombo, ma – volendo essere molto realisti -, questa soluzione richiede volontà politica, soldi e tempo. Avere tutto questo non pare né facile né immediato.

Paolo Moiola

Scarpe davanti al dormitorio della «Casa del migrante» tenuta dagli Scalabriniani di Tijuana. Foto Federica Mirto.

Fila di persone in attesa davanti al refettorio dei Salesiani di Tijuana. Foto Salesianos-Tijuana.