Cari Missionari

Gli Evangelici e il sostegno a Trump e C.

In Italia gli evangelici ci sono, c’è cascata
anche la bravissima badante peruviana che ha assistito mia madre e poi un’altra
amica di famiglia. Ma, a quanto sembra, sono molto diffusi e potenti nelle
Americhe, e si ficcano in politica con un entusiasmo che sarebbe piaciuto a Pio
XII, sostenendo la peggio destra in Usa, Brasile e suppongo anche altrove in
Sudamerica. Forse ci starebbe un altro servizio (mi sembra che ve ne siate già
occupati, ma la situazione si è aggravata).

Claudio Bellavita
08/10/2018

Il termine «Evangelici» ha un significato molto vasto, forse qui è usato solo per indicare le frange più fondamentaliste e nuove della galassia protestante. Il loro influsso non è certo limitato agli Stati Uniti (vedi MC 1-2/2017) o al Brasile. Sarà nostro impegno approfondire questo tema.

Il Diritto di restare a casa propria

Caro padre,
mi rifaccio vivo […] dopo la lunga lettera che fu pubblicata solo in parte per mancanza di spazio (e anche questa è tagliata per lo stesso motivo, ndr). Nella chiesa del paese dove mi trovavo fu distribuito il foglietto di settembre dell’Apostolato della Preghiera sul quale era riportata anche l’intenzione di preghiera del papa: «Perché i giovani del continente africano abbiano accesso all’educazione e al lavoro nel proprio paese».

È
una delle cose che intendevo sostenere nella mia lunga lettera dicendo che era
un concetto insegnatomi dai missionari ma dirlo oggi, o meglio dirlo un anno fa
suonava come una cosa xenofoba, populista, intollerante, sovversiva, non
solidale, contro i diritti umani e – ed è ciò che mi irrita di più –
anticristiana. Ma se prego perché i giovani africani abbiano accesso
all’istruzione e al lavoro a casa loro sto pregando per eliminare l’esigenza
che li spinge a muoversi in massa per venire da noi. È tutto logico e
cristiano. Entrambe le cose sono ormai ridotte ad opinioni e neanche
particolarmente valide. 

[…] Rimanendo all’immigrazione penso che
nonostante tutto, molti non siano ancora convinti che il fenomeno migratorio
Africa-Europa, così come lo vediamo, non è per nulla spontaneo, come non lo è
quello nuovo dall’Honduras verso gli Usa (guarda caso ci sono le elezioni di
medio termine in Usa…) e credo che una buona parte della causa di ciò sia nei
mass media (diciamo almeno l’80% dei grandi media) che sembrano li apposta per
«formare» l’opinione pubblica invece che informarla. Sono più attori della
politica invece che osservatori.

Ancora rifacendomi a cose già dette, se Missioni Consolata fa giornalismo allora ha una gran responsabilità e c’è un gran bisogno di informare in modo ben ragionato i lettori. Se volete anche formare le pecorelle che credono di essere rimaste all’ovile ne sarò molto felice ma che sia formazione cristiana «sicura», basata non sulle ventate dell’attualità ma sulla Verità e ciò che la Chiesa ha sempre insegnato a ragion veduta.
Un saluto.

Andrea Sari
29/10/2018

Caro Sig. Andrea,
non me ne voglia se ho dimezzato la sua lettera.
Sul fatto che «i giovani africani abbiano accesso a educazione e lavoro nel proprio paese» non c’è niente di anticristiano. Il diritto a rimanere a casa propria (ma anche ad averne una) è fondamentale per ogni uomo. Tutta la storia biblica gira attorno alla «terra» promessa da Dio al suo popolo.
Noi missionari, da sempre, abbiamo investito tanto (e continuiamo a farlo) per aiutare i più poveri del mondo a vivere meglio a casa propria.

Quanto all’informazione: è nostro impegno – con i nostri poveri mezzi – offrire articoli documentati e ragionati, senza seguire lo stile sensazionalista e litigioso di moda oggi nel rispetto dell’intelligenza dei nostri lettori.

Chevron Texaco

Forse ho inteso male ma la Chevron Texaco, in vent’anni o giù di lì, è riuscita a scaricare in 450 chilometri quadrati di Amazzonia equadoregna circa 60 chilometri cubi di petrolio (acqua tossica da lavori di estrazione, ndr), provocando danni enormi.
Condannata dai giudici di Quito (Corte Costituzionale ecuadoriana, ndr) a risarcire gli indios e i campesinos con una somma di oltre 9 miliardi di dollari, la multinazionale è riuscita a farla franca grazie alla Corte europea (Corte permanente di arbitrato dell’Aja, realtà completamente indipendente dalla Unione europea, ndr), che avrebbe (uso il condizionale perché anche in questo caso potrei aver inteso male) ordinato all’Ecuador di annullare la sentenza di condanna, in quanto trattasi di un giudizio che viola i «diritti della Chevron Texaco» (perché l’Ecuador è accusato di aver violato un articolo del «Trattato Bilaterale sugli investimenti» [Bilateral Investment Treaty] esistente tra Ecuador e Stati Uniti dal 1993 e quindi di essere corresponsabile con la multinazionale, ndr).https://lospiegone.com/2018/07/28/ecuador-vs-chevron-texaco-ambiente-sentenza/

Una cosa però sono sicuro di averla ben chiara in mente: giudici così, che assolvono multinazionali così, non mi rappresentano e non rappresentano né le radici cristiane, né le altre radici dell’Europa, né lo spirito e le idee di chi vive in Europa oggi e, di conseguenza, non so come facciano a occupare il posto che occupano. […] Non so se inorridire di più di fronte alle immagini di quel Tg2 Dossier o per le sentenze pro Chevron Texaco. […] Distinti saluti

Letizia Valnigri
25/10/2018

Il nostro Paolo Moiola ha scritto più volte sull’argomento. Emblematico l’articolo pubblicato in MC 7/2016 «La maledizione del petrolio».

Santità

Caro padre Gigi,
oggi ho iniziato la giornata, festa di tutti i Santi, leggendo l’editoriale «Cuori aperti» del tutto appropriato alla circostanza. Mentre lo leggevo tanti pensieri hanno affollato la mia mente e tanta tristezza ha invaso il mio cuore, prendendo in considerazione l’attuale contesto culturale in cui viviamo, soprattutto pensando allo sfregio che subisce il messaggio evangelico sia da chi se ne serve strumentalmente senza una vera adesione personale e sia da chi, a dispetto del ruolo e dell’incarico, esercita, all’interno della comunità ecclesiale, un’azione demolitrice e denigratrice. La festa odierna, in ogni caso, mi/ci ricorda che la santità è da un lato un dono gratuito ma dall’altro richiede il rinnovo della personale adesione ad essere «beati» secondo la logica di Gesù e non «spettatori o giudici». […]
Buona festa dei Santi!

Milva Capoia
Collegno, 01/11/2018

La caduta del cielo

Oggi mi sento come in un giorno di festa: ho
appena ricevuto in regalo la versione italiana de «La caduta del cielo». L’ho
ricevuta dalle mani di Davi Kopenawa Yanomami, l’autore, che me l’ha dedicata
con queste parole: «Per Hokosi (nome indigeno di Carlo Zacquini, ndr),
una freccia per toccare il cuore della società non indigena».

Il libro, scritto con (l’antropologo) Bruce
Albert, è un’opera che, tra le tante cose, stimola riflessioni, apre porte per
la comprensione delle scienze sociali, della filosofia, delle religioni, dei
mondi mitici e della natura. Più di mezzo secolo fa ebbi la fortuna di iniziare
la mia «avventura» con il popolo Yanomami. A lungo, il cruccio più grande, il
tormento, l’afflizione lancinante fu di non essere all’altezza della sfida per
comunicare, diffondere, rendere virali le scoperte che stavo facendo, la
necessità che sentivo di divulgarle, di far conoscere ad altri il mondo magico,
la filosofia, la religione, non per mero sensazionalismo, ma semplicemente per
suscitare un po’ di rispetto, se non di ammirazione per quel popolo. Per un
popolo, tra i tanti in Amazzonia, che sembrava destinato a scomparire,
lasciando poche tracce delle sue ricchezze, ben più importanti di quel po’ di
oro che si estrae (illegalmente) dalle loro terre, a un costo che il Brasile e
la stessa umanità mai riusciranno a pagare.

© Paolo Moiola

Nel 1971, l’incontro fortuito con Claudia Andujar
(una fotogiornalista) mi diede un’opportunità unica di collaborare alla ricerca
«immaginifica» dell’anima di questo popolo. L’occasione fu per me un invito a
nozze. Così, mentre da un lato cercavo di scoprire il mondo fantastico nascosto
dietro quei corpi «nudi», dall’altro mi sentivo felice di poter offrire a quella
donna quel poco che stavo imparando. I tempi lunghi e solitari nella foresta mi
aiutavano a trasmettere nozioni e sensazioni. E, successivamente, insieme alla
stessa Claudia e alla sua eccelsa arte fotografica, di scoprirne altre.

Le tragedie che seguirono non mi permisero di
approfondire oltre le mie conoscenze della cultura Yanomami e mi forzarono a
percorrere altri sentieri per cercare di arginare il massacro. Le immagini di
Claudia ebbero, tra i tanti meriti, quello di trovare percorsi nuovi che furono
determinanti nella lotta contro lo sterminio degli Yanomami. Eppure, nonostante
le fotografie, nonostante il poderoso libro di Davi, il massacro e la lotta
continuano ancora oggi. E le autorità, che avrebbero l’obbligo di arginarlo,
stanno affondando in un mare di corruzione e vergogna.

Fratel Carlo Zacquini
Boa Vista (Roraima), 13/11/2018

Dalla valle Susa

Gentile Direttore,
le scriviamo dalla Valle Susa. Siamo un gruppo di donne e uomini impegnati a vario titolo in diverse parrocchie della diocesi e da alcuni anni seguiamo l’evolversi del progetto Torino-Lione riunendoci nel Gruppo Cattolici per la Vita della Valle. Vorremmo condividere con lei e i lettori della rivista alcune riflessioni e considerazioni che abbiamo sviluppato su questo tema, alla luce della dottrina sociale della Chiesa e della Parola di Dio che interpella i credenti sulle situazioni concrete della vita.

Riteniamo
che l’espressione usata nel Vangelo di Matteo 16,3, «Leggere i segni dei
tempi», e circolata con convinzione negli anni postconciliari, sia un compito
sempre attuale e particolarmente incalzante nella nostra epoca. Epoca che il
chimico premio Nobel Paul J. Crutzen ha definito «Antropocene» per indicare
l’impatto senza precedenti dell’azione umana sull’ambiente terrestre. La
definizione è largamente condivisa dagli scienziati più avveduti e anche il
Magistero della Chiesa ci offre molti spunti al riguardo, ne citiamo un paio:

«L’antropocentrismo
moderno, paradossalmente, ha finito per collocare la ragione tecnica al di
sopra della realtà, perché questo essere umano non sente più la natura né come
norma valida, né come vivente rifugio… La mancanza di preoccupazione per
misurare i danni alla natura e l’impatto ambientale delle decisioni è solo il
riflesso evidente di un disinteresse a riconoscere il messaggio che la natura
porta inscritto nelle sue stesse strutture», (Laudato Si’, 115-117, papa
Francesco).

«Invece
di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione,
l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della
natura», (Centesimus annus, 37, papa Giovanni Paolo II).

Il processo di antropizzazione della Terra (la de-
forestazione, l’urbanizzazione incontrollata, l’estrattivismo, la
cementificazione del territorio, l’invasione dei rifiuti…)
esercita un’alterazione sempre maggiore degli ecosistemi dando origine a
fenomeni preoccupanti quali il riscaldamento del clima, lo scioglimento dei
ghiacciai, la desertificazione…

Il filosofo e teologo cattolico Raimon Panikkar
utilizzava il termine «Ecosofia» per indicare la saggezza di chi sa «ascoltare
la Terra» e agire di conseguenza; per lui la crisi ecologica attuale è
questione di vita o di morte per l’umanità e ciò la rende un fenomeno
religioso.

Le Chiese cristiane si mobilitano per
sensibilizzare i fedeli sulla necessità di riflettere, pregare e promuovere
iniziative per la salvaguardia dell’ambiente. Nel 1989 il patriarca ecumenico di Costantinopoli Dimitrios I proclamò
il 1° settembre «Giornata mondiale di preghiera per la creazione», nel 2001
aderirono all’iniziativa le principali chiese cristiane europee, con papa
Francesco nel 2015 vi aderì anche la Chiesa Cattolica. Ora i cristiani di tutto
il mondo sono invitati alla «Preghiera per la creazione» nel periodo liturgico
che va dal 1° settembre al 4 ottobre.

Il
movimento No Tav, composito nelle sue espressioni culturali, non contrasta solo
il progetto, ma si riconosce come coscienza critica dell’attuale modello di
sviluppo che pervicacemente mette il pianeta alle corde, mentre «non c’è
sviluppo in un popolo che volta le spalle alla terra» (papa Francesco tra i
Mapuche
, Cile 17/01/2018).

Si
potrebbe dire che la Valle di Susa si distingue per mettere a confronto due
opzioni esistenziali: quella del culto economico della «crescita infinita», di
cui le «Grandi Opere» sono paradigma; e quella di un approccio filosofico in
cui l’uomo vuole uscire dalla condanna di una visione esclusivamente economica
della vita e comprenda che la Terra nel suo insieme è un organo vivente che ha
bisogno di cura e attenzione.

Con l’opposizione alla Torino-Lione la valle è stata inserita tra i teatri dei 2931 conflitti ambientali del pianeta censiti nel 2016 (con il contributo dell’Unione europea attraverso l’European Research Council) dal sito www.ejolt.orghttp://www.ejolt.org

Le
lotte ambientali sono ormai di dimensione planetaria e mobilitano una
moltitudine di persone. In alcuni paesi l’epilogo raggiunge esiti drammatici:
l’Ong Global Witness il 2 febbraio di quest’anno ha dato notizia che nel
2017 sono stati assassinati 217 attivisti/e, a livello mondiale, per essersi
opposti a governi e aziende predatori delle loro terre. Le motivazioni che le
innescano, seppure con intensità differenti, sono ovunque molto simili:
progetti calati dall’alto con seguito di cantieri invasivi e devastanti,
imposizioni senza serio contraddittorio, indifferenza verso le istanze delle
amministrazioni locali, controllo militare della vita quotidiana sul
territorio, forti limitazioni e restringimenti delle libertà personali dei
residenti, iniziative giudiziarie nei confronti dei soggetti più
rappresentativi tra gli oppositori.

Il
progetto Torino-Lione ricalca puntualmente le stesse dinamiche; un osservatore
inesperto potrebbe scambiare il cantiere di Chiomonte, insediato nel 2011 per
la perforazione di un tunnel geognostico, per una base militare.

[…] La forza del movimento No Tav risiede nella coscienza di impegnarsi per una causa comune e smascherare quegli inganni che si nascondono dietro le «grandi opere» inutili, imposte con l’uso della forza e inclini alla presunzione di assumere il controllo sulla natura.
Fraterni saluti

Cattoxvalle@gmail.com
(seguono undici firme), 23/11/2018

Cari amici,
la nostra rivista non è indifferente alle battaglie in difesa dell’ambiente, e alla situazione della Valle Susa ha dedicato due inchieste già nel dicembre 2005 e gennaio 2006. «Si era ben lontani dal clima attuale, inquinato purtroppo da infiltrazioni para politiche, eversive e di dubbia provenienza», come ha scritto padre Ugo Pozzoli, ex direttore di MC, su questa rivista, nell’ottobre 2014 in un articolo dedicato all’impegno dei missionari per l’ambiente.

Non vogliamo entrare nei dettagli del dibattito del pro e contro la Tav, perché – pur interessati – non ne abbiamo la competenza. Il nostro augurio è che davvero prevalgano verità e bene comune e non gli interessi di questo o quel partito o di questa o quella lobby economica. Questa è la nostra responsabilità come credenti. Per questo vi siamo vicini nel vostro impegno civile basato sull’ascolto della Parola, il confronto con i documenti della Chiesa e l’amore per la «nostra madre Terra», per fare sì che la «lotta» non venga sequestrata dagli opportunisti, dai faziosi o dai violenti.




Decreto Sicurezza è una legge repressiva anche nei confronti degli italiani

Cimi (Conferenza Istituti missionari Italiani)
Fesmi (Federazione stampa missionaria italiana)

Comunicato

7 dicembre 2018


Come rappresentanti degli Istituti (esclusivamente) missionari italiani (CIMI) e delle riviste missionarie aderenti alla Fesmi,
condividiamo e sosteniamo l’appello del nostro confratello padre Alex Zanotelli, comboniano, contro il Decreto Sicurezza approvato recentemente che «prevede per i migranti l’abolizione della protezione umanitaria, il raddoppio dei tempi di trattenimento nei Centri per il Rimpatrio(CPR), lo smantellamento dei centri SPRAR (Sistema per i richiedenti asilo e rifugiati) affidati ai Comuni (un’esperienza ammirata a livello internazionale, per non parlare di Riace), la soppressione dell’iscrizione anagrafica con pesanti e concrete conseguenze, l’esclusione all’iscrizione del servizio sanitario nazionale e la revoca di cittadinanza per reati gravi».

Ricordiamo che come missionari

  • Siamo impegnati anzitutto nei paesi di provenienza dei migranti a sostenere tutta una serie di attività orientate a garantire alla gente di quei paesi il diritto di restare nella loro terra;
  • siamo impegnati in Italia con la Chiesa italiana e le sue organizzazioni (Caritas, San Vincenzo, Uffici Migrantes e quanto altro) in una miriade di iniziative a favore dei migranti con l’impegno di personale con grande esperienza di servizio ai popoli più diversi;
  • tramite le nostre riviste offriamo una informazione puntuale, corretta, approfondita e documentata sul fenomeno migratorio senza fare di questo uno strumento di propaganda.

Invitiamo le nostre consorelle e i nostri confratelli

  • a esprimersi con chiarezza su questa realtà, anche a rischio di diventare impopolari;
  • a sostenere tutte le iniziative della Chiesa locale sul territorio per venire incontro a coloro che soffriranno (e già soffrono) le conseguenze di questo decreto;
  • a firmare l’appello pubblicato da padre Alex su Change.org e qui sotto riportato.

CIMI e Fesmi

 



Testo dell’appello di padre Alex Zanotelli

«Il 27 novembre 2018 sarà ricordato come il Martedì Nero della Repubblica italiana perché il Parlamento ha trasformato in legge il Decreto Sicurezza che è in netta contraddizione con i principi della nostra Costituzione. E questo è avvenuto senza una discussione parlamentare e senza la possibilità di inserire emendamenti.
Altro che centralità del Parlamento! È un brutto segnale per la nostra democrazia!

Infatti il Decreto Sicurezza è una legge repressiva anche nei confronti degli italiani. Rende reato, per esempio, il blocco delle strade o delle ferrovie (strategia nonviolenta attiva), proibisce l’assembramento di persone (elemento costitutivo della stessa democrazia), impone il daspo e gli sgomberi. È forse l’inizio di un sistema poliziesco guidato dall’uomo forte?

Ma la gravità di questo Decreto sta nel fatto che nega i principi di solidarietà e di uguaglianza che sono alla base della nostra Costituzione. Infatti questo Decreto prevede per i migranti l’abolizione della protezione umanitaria, il raddoppio dei tempi di trattenimento nei Centri per il Rimpatrio (CPR), lo smantellamento dei centri SPRAR (Sistema per i richiedenti asilo e rifugiati) affidati ai Comuni (un’esperienza ammirata a livello internazionale, per non parlare di Riace), la soppressione dell’iscrizione anagrafica con pesanti e concrete conseguenze, l’esclusione all’iscrizione del servizio sanitario nazionale e la revoca di cittadinanza per reati gravi.

Trovo particolarmente grave il diniego del diritto d’asilo per i migranti, un diritto riconosciuto in tutte le democrazie occidentali, menzionato ben due volte nella nostra Costituzione. Questa è una legge che trasuda la ‘barbarie’ leghista e rappresenta un veleno micidiale per la nostra democrazia. Di fatto il decreto è profondamente ingiusto perché degrada la persona dei migranti e crea due classi di cittadini, rendendo lo ‘straniero’ una minaccia, un nemico e sancendo così la nascita del ‘tribalismo’ italiano, come lo definisce G. Zagrebelsky. Anzi crea l’apartheid giuridica e reale. E questo conduce alla separazione e la separazione è peccato. Per di più questo Decreto che si chiama sicurezza, ma sicurezza non offre, perché moltiplicherà il numero dei clandestini e degli irregolari che verranno sbattuti per strada. E l’effetto è già sotto i nostri occhi: tre migranti su quattro si sono visti negare l’asilo, migliaia di titolari di un permesso di soggiorno sono stati messi alla porta, circa quarantamila usciranno dagli SPRAR. E sono spesso donne con bambini che hanno attraversato l’inferno per arrivare da noi! Così entro il 2020 si prevedono oltre 130.000 irregolari per strada. E gli irregolari verranno rinchiusi nei nuovi lager, i CPR. A questi verrà ingiunto, entro sette giorni, di ritornare nei loro paesi. Ma né i migranti né il governo hanno i mezzi per farlo. Così rimarranno in Italia mano d’opera a basso prezzo per il caporalato del nord e del sud.

E’ questa la conclusione amara di un lungo cammino xenofobo di questo paese, iniziato con la Turco-Napolitano (i CIE!), seguito dalla Bossi-Fini, dai decreti Maroni e dalla legge Orlando-Minniti, oltre che al criminale accordo di Minniti con la Libia. Questo Razzismo di Stato è poi sfociato in una guerra contro le ONG presenti nel Mediterraneo, per salvare vite umane, e alla chiusura dei porti, in barba a leggi nazionali e internazionali! Non c’è più Legge che tenga, la legge la fa la maggioranza di turno al governo! È in ballo il diritto, la legge, la nostra stessa democrazia. È grave che ora anche il Presidente della Repubblica abbia firmato questo Decreto. Non possiamo più tacere. Dobbiamo reagire, organizzare la resistenza per salvare la nostra comune umanità.

Per questo ci appelliamo a:

  • Corte Costituzionale, perché dichiari il Decreto sicurezza incostituzionale;
  • Giuristi, perché portino queste violazioni dei diritti umani alla Corte Europea di Strasburgo;
  • Conferenza Episcopale Italiana perché abbia il coraggio di bollare questo Decreto e la politica razzista di questo governo come antitetici al Vangelo;
  • Istituti missionari, perché facciano udire con forza la loro voce, mettendo a disposizione le loro case per ‘clandestini’ come tante famiglie in Italia stanno facendo;
  • Parroci, perché abbiano il coraggio di offrire l’asilo nelle chiese ai profughi destinati alla deportazione, attuando il Sanctuary Movement, praticato negli USA e in Germania;
  • Responsabili degli SPRAR, CAS e altro, perché disobbediscano, trattenendo nelle strutture i migranti, soprattutto donne con bambini;
  • Medici, perché continuino a offrire gratuitamente servizi sanitari ai clandestini;
  • Cittadinanza attiva, perché in un momento così difficile e buio, si oppongano con coraggio a questa deriva anti-democratica, xenofoba e razzista anche con la ‘disobbedienza civile’ così ben utilizzata da Martin Luther King che affermava: «L’individuo, che infrange una legge perché la sua coscienza la ritiene ingiusta ed è disposto ad accettare la pena del carcere per risvegliare la coscienza della comunità riguardo alla sua ingiustizia, manifesta in realtà il massimo rispetto per la legge!»

Coraggio, inizia ora la Resistenza civile!

Alex Zanotelli

Napoli, 4 dicembre 2018

 




AIUTIAMOLI A CASA LORO /1


Dal sentito dire al toccare con mano, dai facili slogan alla conoscenza della realtà. “Aiutiamoli a casa loro” è una facile risposta quando non solo non si conosce, ma addirittura si tenta di allontanare un problema. Per noi è una provocazione che porta a impegnarci per una vera conoscenza della realtà.

Iniziamo un percorso di conoscenza delle realtà e dei paesi del mondo affinché possiamo comprendere bene che “casa loro” è già a casa nostra: dai prodotti dell’agroalimentare ai minerali, dal “land grabbing” al turismo… tante, tantissime materie prime che il mondo occidentale usa quotidianamente, che provengono da altrove e che troppo spesso sono frutto di sfruttamento più che di scambio alla pari, generando così anche conflitti che di volta in volta sono tacciati di essere scontri tribali o di religione, ma che, purtroppo, sottostanno a un potere economico delle nazioni ricche e delle loro multinazionali.

In questo primo appuntamento (Modica, Domus S. Petri – mercoledì 7 novembre 2018) desideriamo renderci conto delle tantissime risorse provenienti dai “paesi del terzo mondo” la cui economia però è gestita essenzialmente dai “paesi del primo mondo”, casa nostra appunto!

Padre Gianni Treglia
Comunità Missionaria Intercongregazionale di Modica

Incontro su “Aiutiamoli a Casa loro” /1 nella Domus Sancti Petri di Modica il 7 novembre 2018 con Mohamed Ba, senegalese, organizzato dalla Comunità missionaria intercongregazionale.


Si parla di immigrazione, se ne parla spesso. Purtroppo, ci si concentra solo sulla presenza dello straniero sulle nostre terre, vicino alle nostre case… e l’altro, il diverso, il forestiero, lo straniero di cui non conosciamo nulla, solo e semplicemente perché diverso, ci fa paura, è altro da noi, è altro da me. La nostra “sicurezza” si sente minacciata, il timore di rimanere espropriati del proprio buon vivere diventa ansia e questo genera in noi un istinto di protezione da cominciare a ergere muri, barriere, divisori e divisioni, col solo risultato, però, di non vivere sereni, di morire isolati.

Parlare di numeri, offrire statistiche, dati reali che dovrebbero demolire il pensiero di una “invasione dello straniero”, sembra non bastare ad arginare la percezione dell’uno che diventa cento, del due che sembra ventimila! Non volendo però passare per gente cattiva, men che meno razzisti, ci si rifugia in facili slogan: sarebbe bello che ognuno potesse vivere serenamente nei propri luoghi di origine, dove è nato e cresciuto, quindi “Aiutiamoli a casa loro”.

Se questo slogan nascondesse anche una buona intenzione da parte di chi lo pronuncia (più verosimilmente è un tentativo di allontanare e non volere il problema), cosa effettivamente significa? Basterebbe offrire un contributo economico ai paesi di provenienza degli stranieri per non averli più a casa nostra? Casa loro e casa nostra, qual è la distanza, quale l’interdipendenza? Forse che casa loro non è già presente a casa nostra nelle “cose” che usiamo? Quanto di casa nostra siamo proprietari a casa loro?

Aiutiamoli a casa loro! Il facile modo di dire, nato più dal sentito dire che da una reale volontà di fare qualcosa, diventa per noi, Comunità Missionaria Intercongregazionale di Modica, occasione per dare inizio a Percorsi di formazione all’Accoglienza e all’Integrazione, offrendo spunti di riflessione che conducano a una reale conoscenza dell’altro, dello straniero. Temi che ci facciano scoprire i popoli e le nazioni del mondo, la mobilità umana e le sue ragioni di cui, forse inconsapevoli, ne facciamo pienamente parte.

Il primo appuntamento di tali percorsi ci ha visti presenti in alcune classi di due scuole superiori di Modica, l’Istituto G. Verga e il Liceo Scientifico Galilei-Campailla, e in un incontro pubblico presso la Domus S. Petri, sempre a Modica.

L’Africa, la cui estensione è oltre tre volte superiore all’Europa, è fonte di immense risorse naturali, ricchissimo quindi per natura: petrolio, oro, diamanti, coltan, cotone, caffè, frutta… solo per citare qualcosa. Eppure, nell’immaginario collettivo, l’Africa è vista come il paese della povertà. Perché? In questo primo incontro si è cercato di rispondere proprio a questa domanda, perché? Perché tanta povertà in luoghi così ricchi?

Scoprire che tanta ricchezza è quotidianamente usata a “casa nostra”, dal caffè che mi risveglia al mattino al carburante che mi permette di usare l’auto, dalla maglietta bella che indosso al gioiello che porgo in regalo, forse non è novità. Sapere che tanta ricchezza non solo è usata a “casa nostra”, ma “casa nostra” ne è anche il proprietario “a casa loro”, forse non conviene dirlo ad alta voce. Proprio questo “inconveniente”, invece, dovrebbe stimolare le coscienze a pensare che per aiutarli a casa loro occorre una conversione nel senso della redistribuzione, della restituzione, della giustizia a partire da casa nostra.

La riflessione e testimonianza di Mohamed Ba, attore, scrittore, musicista, educatore, senegalese da vent’anni in Italia, ha aiutato giovani e adulti a ripercorrere secoli di presenza occidentale in Africa, presenza che ha via via generato schiavitù, colonialismo, accaparramento, sfruttamento… in nome di una sfrenata corsa al possedere che ci porta tutt’oggi a pensare che “chi non ha non è”. Senza alcuna vena rivendicativa ha invitato a fare memoria di tutto questo proprio per non ripetere gli errori commessi, piuttosto dare inizio a una nuova generazione che sappia cogliere le diversità come ricchezza, che sappia porre la persona al centro, prima dei beni materiali. Accogliere diventa così arricchimento e non più paura di perdere cose, casa e libertà. Accogliere l’altro ci fa diventare quello che realmente siamo, umani!

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I corridoi umanitari per vincere il traffico (di migranti)


La normativa dell’Unione europea prevede la possibilità di emettere un numero limitato di visti relativi a un singolo paese. Su questo alcune istituzioni cristiane, cattoliche ed evangeliche, hanno trovato un accordo con il governo (della passata legislatura). L’idea è portare in Italia persone particolarmente bisognose. Dopo l’arrivo è pure previsto un percorso d’integrazione. Anche se i numeri non sono enormi, si tratta comunque di oltre un migliaio di rifugiati. E l’accordo potrebbe essere rinnovato con il nuovo governo.

Abeba aveva una malformazione cardiaca. Se non l’avessero operata subito, quasi certamente sarebbe morta. In Etiopia non era possibile. Non ci sono le strutture per i cittadini, ancora meno per i profughi. Lei, piccola eritrea, è però riuscita a venire in Italia ed è stata operata all’ospedale Bambin Gesù di Roma. Così si è salvata. E ciò grazie ai corridoi umanitari organizzati dalla Comunità di Sant’Egidio insieme alla Conferenza episcopale italiana (Cei), il governo di Roma e quello di Addis Abeba.

I corridoi umanitari nascono da una collaborazione tra il governo italiano (ministeri degli Affari esteri e dell’Interno), la Comuntà di Sant’Egidio, la Cei, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (Fcei) e la Tavola Valdese. Queste ultime due istituzioni si sono occupate in particolare di rifugiati siriani provenienti dai campi profughi del Libano.

Descriviamo qui il corridoio Etiopia-Italia, mentre parleremo del secondo canale, Libano-Italia, nella prossima puntata.

Campione di accoglienza

È un’operazione che, dal novembre 2017, ha permesso di portare in Italia dall’Etiopia 327 eritrei, somali, sudsudanesi. E, tra ottobre e gennaio, ne farà arrivare altri 173. L’Etiopia si trova geograficamente al centro di conflitti e sofferenze. Il paese ospita un milione di profughi in fuga da guerre, carestie e persecuzioni. È una delle nazioni al mondo che accoglie più rifugiati. Una parte consistente arriva dal Sud Sudan, nazione sconvolta da una guerra che, dal 2013, ha causato migliaia di morti e quattro milioni di sfollati, persone che hanno lasciato la casa per cercare rifugio in altre zone del paese o all’estero (vedi MC ottobre 2018).

In Etiopia arrivano anche molti somali in fuga da un conflitto lungo quasi trent’anni che ha causato circa 500mila morti, e da un terrorismo islamico sempre presente e violento (Al Shabaab, vedi dossier MC maggio 2018).

Dal Nord, poi, arrivano gli eritrei, in fuga da un regime paranoico non dissimile da quello nordcoreano, il più dittatoriale di tutta l’Africa, e gli yemeniti, vittime di un conflitto civile senza quartiere che ha trasformato il gioiello della penisola araba in un inferno costellato di crimini di guerra.

«I corridoi umanitari – spiega Giancarlo Penza della Comunità di Sant’Egidio – sono un modo per far arrivare nel nostro paese i rifugiati senza che questi debbano finire nel tritacarne del traffico di uomini, e con la certezza che riusciranno a integrarsi in modo serio nella nostra società».

Una veglia organizzata dalla diocesi di Noto, insieme con la Caritas diocesana, la fondazione Migrantes, l’associazione We Care e il comune di Pozzallo. Con il Vicario generale della diocesi di Noto, Mons. Angelo Giurdanella

Cosa sono i corridoi umanitari

L’idea è nata nel 2011. Di fronte alle continue stragi del mare, i membri della Comunità di Sant’Egidio si sono interrogati sul fenomeno e, stimolati anche da papa Francesco che ha dedicato il suo primo viaggio pastorale proprio ai migranti recandosi a Lampedusa, hanno deciso di scendere in campo.

«Dopo un attento studio delle leggi – continua Penza -, abbiamo scoperto che il codice dei visti offre la possibilità ai singoli paesi europei di concedere un numero annuale di visti “a territorialità limitata” che valgono cioè solo per il paese che li rilascia. Abbiamo così proposto al governo italiano di concedere nullaosta a persone vulnerabili sottraendole ai viaggi della disperazione».

Il governo ha dato il suo assenso e così a novembre 2017 è partito il primo gruppo dall’Etiopia. Le persone sono scelte tra le categorie più deboli: malati (soprattutto i bambini come Abeba), vedove, giovani che hanno subito carcere e torture. «Sono individui – osserva Penza – che ci vengono indicati da organizzazioni religiose che lavorano in loco, ma anche dall’agenzia etiope per i rifugiati e dall’Acnur (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) con le quali collaboriamo strettamente. Una volta individuati, i rifugiati giungono in Italia e qui chiedono il diritto d’asilo. Il vantaggio è doppio: i migranti non devono sobbarcarsi viaggi lunghissimi e pieni di pericoli; l’Italia conosce fin dall’inizio chi giungerà sul proprio territorio, perché già in Etiopia ha fatto una selezione tra chi ha presentato la domanda di visto».

Integrazione?

I corridoi umanitari permettono però di superare anche il problema dell’integrazione, lo scoglio più grande per chi arriva nel nostro paese. «L’Italia non ha un problema d’immigrazione, ma di integrazione – osserva l’ex viceministro agli Esteri, Mario Giro, da sempre legato alla Comunità di Sant’Egidio -. A questo riguardo il progetto dei corridoi umanitari ha molto da dire: il modello di accoglienza diffusa sta mostrando quanto l’integrazione non sia solo possibile ma è il nostro futuro».

Nel nostro paese, i rifugiati non vengono infatti lasciati a loro stessi. Sono accolti in 13 delle 20 regioni italiane (Abruzzo, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Toscana, Umbria, Veneto) presso parrocchie, appartamenti di privati e istituti religiosi. Qui possono contare sul supporto di famiglie italiane che si occupano di accompagnare il percorso di integrazione sociale e lavorativa sul territorio, garantendo servizi, corsi di lingua italiana, inserimento scolastico per i minori, cure mediche adeguate.

La Caritas di Ragusa, per esempio, ha ospitato Mohamed Abdi, 54 anni, la moglie Kadija Hussen, 31 anni e cinque bambini tra i 2 e 15 anni. La famiglia, pur di fede islamica, è dovuta fuggire a causa delle minacce di un gruppo musulmano fondamentalista. Una delle bimbe è affetta da lupus, una malattia cronica autornimmune. Un fratellino è già morto a causa della stessa patologia. La Caritas di Ventimiglia ha invece ospitato un papà del Sud Sudan con i suoi due bambini, la bimba ha un grave problema a un occhio.

Come si pagano i corridoi

Ma chi paga l’arrivo, l’accoglienza e l’assistenza in Italia? Il progetto è nato dalla collaborazione tra Comunità di Sant’Egidio e la Conferenza episcopale italiana che copre la maggior parte dei costi grazie ai fondi dell’8 per mille (quello della Fcei, con l’8 per mille della Tavola Valdese, ndr). Altri fondi arrivano da donazioni private. «Allo stato – continua Penza – questa operazione non costa nulla. A fine anno, la convenzione scadrà. Stiamo trattando per rinnovare il protocollo. Nonostante sia cambiato il governo e l’attuale compagine abbia posizioni molto dure sull’immigrazione, finora abbiamo trovato ampia disponibilità. Speriamo davvero di poter ripristinare un sistema che ha permesso di salvare vite umane. L’obiettivo è di alzare l’asticella chiedendo i visti per 600 rifugiati provenienti dall’Etiopia e da altri paesi».

In questo senso fanno ben sperare le parole del premier Giuseppe Conte pronunciate a margine della visita nella sede della Comunità di Sant’Egidio a Roma, dove ha incontrato profughi, anziani e disabili: «La Comunità di Sant’Egidio ha varato in passato protocolli per realizzare corridoi umanitari. Sono iniziative importanti perché fanno arrivare in Italia migranti che hanno diritto alla protezione umanitaria. Numeri specifici, persone individuate. Si tratta di immigrazione regolare».

«La speranza è che in Italia si ripeta questa esperienza – ha dichiarato monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza episcopale italiana accogliendo i primi rifugiati arrivati nel novembre 2017 -. Questi corridoi umanitari devono diventare una prassi consolidata, affinché chi ne ha bisogno possa realizzare il suo sogno di vivere con dignità. Questa esperienza non nasce oggi, ma si pone a fianco di altre iniziative che la Chiesa italiana sviluppa in questi paesi di migrazione e transito da più di 30 anni».

Enrico Casale
(prima puntata – continua)




Cari Missionari


Preghiera per l’Ottobre Missionario 2018

Insieme ai giovani, portiamo il Vangelo a tutti

O Dio Padre che sei nei cieli,

con gioia e stupore ti ringraziamo perché per un’iniziativa del tuo amore preveniente ci troviamo in questo mondo. Per mezzo del Cristo, tuo dilettissimo Figlio, ci hai creati a tua immagine e ci hai rigenerati a vita nuova, rendendoci tuoi figli adottivi in virtù del dono del tuo Santo Spirito, che ci fa vivere l’entusiasmante avventura di chiamarti Papà nella Chiesa, tua famiglia. Nella fede riconosciamo che la nostra vita è una missione: attratti da te ed inviati nel mondo, ci percepiamo interiormente animati dal tuo Spirito d’amore che custodisce in noi la speranza. Ti supplichiamo umilmente: fa’ che nessuno rifiuti il tuo amore, in modo tale che cessi la povertà materiale e morale e ogni discriminazione di fratelli e sorelle.

O Cristo Gesù crocifisso e risorto,

aprendoci alla missione che tu ci affidi dicendoci: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi», la nostra fede rimane sempre giovane. Tu dai senso alla nostra vita, tu sei la verità che ci rende liberi, il tesoro che riempie di gioia la vita, il fondamento dei nostri sogni e la forza per realizzarli. Stando con te prendiamo coscienza che il male è provocazione ad amare sempre di più. Dalla tua croce gloriosa impariamo la tua logica amorosa, l’offerta di noi stessi come annuncio del tuo Vangelo per la vita del mondo. Tu per la fede abiti nei nostri cuori e vuoi parlare e agire in noi.

Spirito Santo, anima della Chiesa,

dal battesimo dimori in noi come in un tempio.
Illumina e infiamma la mente e il cuore di ciascuno di noi, rendendoci missionari del Vangelo nel mondo
intero. Ti ringraziamo per il dono di coloro
che ci hanno trasmesso la fede con la vita e la parola, testimoniando la perenne vitalità del Vangelo.

O Maria, Regina degli Apostoli e madre e modello della Chiesa,

prega per noi perché in fretta raggiungiamo gli ambienti umani, culturali e religiosi ancora estranei al Vangelo di Gesù vivente nella Chiesa. Aiutaci a donarci nella vocazione che ci è stata regalata dal Creatore, seguendo il tuo Figlio Gesù. Insegnaci a metterci il grembiule per servire i più piccoli, promuovendo la dignità umana e testimoniando la gioia di amare e di essere cristiani. Ricordaci che molta gente ha bisogno di noi, che Cristo conta su di noi, chiamandoci incessantemente ad essere suoi discepoli missionari, sempre più appassionati per il suo Regno.
San Francesco Saverio, Santa Teresa del Gesù
Bambino, Beato Paolo Manna, intercedete per noi e accompagnateci sempre.
Amen. Alleluia!

don Francesco Dell’Orco
di Bisceglie (BT), 02/08/2018

Ha ragione Salvini?

Cari Missionari,
ve la prendete se dico che, almeno in una cosa, Salvini ha ragione? Non è meglio se i coniugati che hanno figli vengano chiamati padre e madre, anziché genitore uno e genitore due?

Mario Zumpanesi
12/08/2018

Caro Mario,
dal mio povero punto di vista non credo ci sia bisogno di scomodare Salvini per dire che un bambino/a ha un padre (maschio) e una madre (femmina) e non genitore 1 e/o 2. Lo dice la natura stessa, la nostra specie. Tanto più che essa è una realtà con paladini più credibili di un ministro che governa (o fa campagna elettorale perenne) twittando.

Primo, c’è una tradizione dell’umanità che va avanti da qualche migliaio di anni ed è condivisa dalle culture più disparate. E questo è «civiltà», come avrebbe scritto Giovannino Guareschi che definiva «progresso» la «tornilette vicino alla stanza dove mangi e dormi», e «civiltà» il «cesso fuori da dove vivi» (come era un tempo nella sua Bassa).

Poi c’è una solida tradizione biblica e cristiana. È vero, il Vangelo non ha norme su come devono essere scritti e formulati i documenti dello stato, e quindi è legittimo che questo usi le diciture che preferisce. Ma se si vuole essere davvero inclusivi e rispettare tutti i credi e le opinioni, perché imporre a tutti quel «genitore 1 e 2» che, se rispetta una minoranza, insulta invece una grande maggioranza?

Da ultimo. Uno stato può e deve legiferare su aborto, divorzio, unioni omosessuali, gender, utero in affitto e via dicendo, ma per un credente l’aborto rimane un omicidio, il matrimonio è per la vita, l’unione tra due persone dello stesso sesso non è matrimonio, l’utero in affitto non è accettabile (vedi a pag. 62) così come la sperimentazione genetica sui feti, un bambino/a nasce dall’incontro tra uno spermatozoo di un maschio e l’ovulo di una femmina, eccetera. Benvenga la modifica dei documenti twittata da Salvini, purché mantenga uno spazio di rispetto per chi la pensa in modo diverso e non sia un’imposizione ideologica.

Dissentire da Gesualdi

Gent.mo padre Gigi,
seguo da anni la rivista e apprezzo molti articoli, devo però dissentire su molte cose scritte negli articoli di Francesco Gesualdi.

Ad esempio, nell’articolo di giugno appare che tanti problemi siano dovuti alla mancanza di sovranità monetaria degli stati. Quando si afferma che «la moneta unica ha prodotto risultati disastrosi», forse sarà pur vero in qualche caso (ha tolto terreno agli speculatori), ma è innegabile che i risultati positivi sono stati di gran lunga maggiori. Ma se la Grecia o l’Italia non avessero avuto una stabilità monetaria cosa sarebbe successo?

Come sarebbero stati gli interessi che si sarebbero dovuti pagare, senza l’euro, a chi ha prestato capitali (usati per politiche demagogiche come mandare in pensione statali con soli 15 anni di lavoro o dare invalidità a tanti che non ne avevano diritto)? Ma si è certi che bastava stampare altra lira per azzerare il debito? Il default dell’Italia sarebbe stato meglio?

Il vero problema è la mancanza di una politica comune (fiscale, economica, estera) e l’esistenza di tanti egoismi locali e nazionali. Ripeto: il problema non è la mancanza di sovranità monetaria.

Quando si fa riferimento a Keynes, come esempio da seguire si dimentica che sono passati 90 anni, che il mondo è cambiato, le distanze si sono enormemente accorciate; alcuni stati (europei e non solo) hanno bilanci inferiori a quelli di alcune multinazionali. Non si può tornare indietro … «Piccolo è bello», slogan in voga negli anni ‘80-’90 ha dimostrato che è un’illusione chiudersi nel proprio piccolo, nazione o gruppo.

Comunque, continuerò a leggere Missioni Consolata e quando leggerò gli articoli di Gesualdi scuoterò sconsolato la testa.

Antonio Borello
20/07/2018

Caro signor Antonio,
quanto Francesco Gesualdi scrive con competenza e passione, non è Vangelo. È un contributo alla comprensione di una realtà – come quella economica – estremamente complessa e sempre più fuori dal controllo non solo di noi gente comune, ma a volte anche dei governi.

È vero che ci fa più piacere leggere cose che confermano quello che già pensiamo, ma confrontarci con chi la pensa diversamente da noi ci arricchisce e ci può invogliare ad approfondire di più e conoscere meglio.

La logica di questa rivista non è quella dei social: riscuotere il più alto numero di «mi piace». Non cerchiamo il consenso, ma crediamo nel cuore e nell’intelligenza dei nostri lettori di cui rispettiamo fino in fondo la libertà di pensiero e di opinione.

Spezzare la catena

La rete che fa partire i migranti africani, cioè quelli che si fermano in Libia, ce l’hanno descritta più volte: ci sono quelli che girano nei paesi per convincere le persone a partire e poi le vendono a una lunga catena di intermediari in tutti i paesi attraversati. Vengono bloccate e torturate fin quando non arrivano altri soldi, e poi l’ultima sanguinosa estorsione avviene in Libia, che magari prende soldi italiani per rubarci su costruendo lager, e altri ancora li estorce dai poveretti per lasciarli imbarcare.

Non potrebbero giornalisti coraggiosi, magari assumendo informazioni dai missionari, descrivere bene questa catena (in cui, a occhio, c’entrano molti stati ex francesi e ora comunque collegati con la Francia che tanto strilla per non riceverli) e l’Italia occuparsi di diffondere queste informazioni su tutte le reti possibili, in modo che arrivino nei paesi d’origine dei migranti?

Claudio Bellavita
04/07/2018

Il problema è grande. Ci sono Ong, associazioni e chiese che si impegnano in questo campo. Pensi solo alla rete «Talitha Kum» creata da tante suore nel mondo che stanno lottando contro la tratta di persone. Oppure alle attività di cui abbiamo scritto a proposito del Niger (MC 3 e 4/2018) o del soccorso in mare (dossier MC 1-2/2018). Quanto alle responsabilità, quella francese è fuori discussione, visto la politica colonialista passata e recente. Ma neanche noi italiani possiamo ritenerci del tutto innocenti: Libia, Eritrea, Somalia ed Etiopia sono nostre ex colonie e il nostro colonialismo non è stato «più buono» di quello inglese, francese o tedesco.

Crollo di una diga in Laos

Spero che la tragedia del 24 luglio, quando il crollo di una colossale diga ha provocato la morte di oltre cento persone e la scomparsa di decine di villaggi nel Sud del Laos, convinca i governanti che il Mekong, più che un gigante pericoloso da imbrigliare con costosissime operazioni di ingegneria idraulica, è un fiume che dovrebbe essere amato, capito e valorizzato per quello che è, ovvero un patrimonio di eccezionale valore biologico, naturalistico e paesaggistico.

Spero che i professionisti dell’informazione facciano del loro meglio per ricordare a tutti che la tutela del Laos e della sua natura è di cruciale importanza per la conservazione degli equilibri ecologici e climatici nella regione del Sudest Asiatico e non solo.

Ave Baldassarretti
12/08/2018

I disastri non risparmiano alcun angolo del mondo. Ma non dovremmo aver bisogno di terremoti, inondazioni, incendi, tsunami ed eruzioni per «custodire il creato». Papa Francesco, nell’enciclica «Laudato si’», ci ha ricordato con forza e chiarezza la nostra responsabilità. Ma come è difficile per tutti cambiare e smettere di comportarci da «padroni» e diventare invece «custodi» e «giardinieri» del mondo.

Cammino verso Czestochowa

«Se vogliamo conoscere il cuore dei polacchi, occorre venire qui a Czestochowa al santuario della Madonna Nera. Bisogna ascoltare in questo luogo l’eco della vita dell’intero popolo vicino al cuore della sua Madre e Regina».

Pellegrinaggio 2018 alla Madonna di Czestochowa con i giovani dei Missionari della Consolata

Queste parole pronunciate da Giovanni Paolo II esprimono bene quel rapporto tra il santuario di Czestochowa e la vita di milioni di fedeli. La prospettiva migliore per capire tutto questo è di partecipare a uno dei numerosi pellegrinaggi che a piedi da ogni parte del paese d’estate si dirigono qui. Si contano ogni anno circa 250mila pellegrini provenienti da tutte le 41 diocesi polacche.

La tradizione dei pellegrinaggi al santuario della Madonna Nera è antica. I primi gruppi documentati risalgono al
XVII sec. Nel settembre del 1626 un gruppo di 80 fedeli partì da Gliwice diretto a Czestochowa per onorare un voto di ringraziamento alla Madonna per aver salvato la città dall’assedio dell’esercito danese. Il voto impegnava i cittadini a recarsi lì ogni anno per ringraziare e far memoria dell’evento.

Pochi anni dopo nel 1637 anche i fedeli della città di Kalisz iniziarono a recarsi a piedi al santuario e, cosa singolare, a fare a piedi anche il ritorno. Nel 1771, il 6 agosto, anche i varsaviani come voto di ringraziamento alla Madonna per aver salvato la città dalla peste inziarono a pellegrinare verso il santuario. Questi primi gruppi iniziarono una tradizione ininterrotta che si è sviluppata grandemente e ancora oggi dopo diversi secoli resiste nel tempo.

Dalla sola città di Varsavia partono ogni estate almeno cinque pellegrinaggi a piedi, tra questi quello organizzato dalla Pastorale universitaria dell’Arcidiocesi che ha sede nell’antica chiesa di sant’Anna, nel centro della città. Vi partecipano mediamente 4mila giovani e famiglie divisi in 19 gruppi. Uno di questi gruppi, quello argento, lo guidiamo noi missionari della Consolata. Infatti, fin dal nostro arrivo in Polonia nel 2008 ogni anno partecipiamo al pellegrinaggio con questo gruppo.

Il percorso è di circa 300 km diviso in 10 giorni dal 5 al 14 agosto. La giornata inizia con la sveglia all’alba. Dopo essersi preparati, aver ripiegato la tenda o aver sistemato il sacco a pelo usato nel fienile di qualche contadino, i pellegrini sono pronti ad affrontare la lunga giornata. Ogni due ore circa si fa una sosta nei pressi di una parrocchia che organizza l’accoglienza. Il parroco benedice con l’acqua santa i gruppi che arrivano, mentre i parrocchiani ristorano gli affaticati pellegrini con panini e bevande. In cambio ricevono riconoscenza e tante preghiere. Il programma spirituale è intenso. Ogni giorno, in una cornice di canti gioiosi, vengono fatte conferenze dai sacerdoti, preghiere tradizionali, il rosario, la Corona alla divina misericordia e, come momento culminante, la S. Messa. Alla sera ci si saluta con un momento di ringraziamento in gruppo e un canto mariano. Ogni giorno si fa esperienza dell’ospitalità presso famiglie semplici di villaggi che condividono quello che hanno. Forniscono un po’ di acqua per lavarsi dopo la calda giornata, rendono accessibile il fienile per sistemare i sacchi a pelo e trascorrere la notte oppure i propri giardini su cui montare le tende e passare qualche ora di riposo notturno indispensabile per riprendere un po’ di forza e ripartire il giorno dopo.

Il clima che si crea tra i pellegrini è di grande fraternità e di gioia. Una gioia che umanamente è difficile scorgere in una esperienza obiettivamente faticosa. Eppure, ogni partecipante vive una forza interiore che lo sorregge e incoraggia. Questa forza, lo crediamo, ci è data da Colei verso cui e per cui camminiamo offrendole le fatiche e tantissime intenzioni di preghiera.

Il nostro gruppo in mezzo agli altri si distingue per la caratteristica missionaria. La nostra presenza internazionale vuole essere un segno della universalità della nostra fede vissuta nella fraternità. Spesso invitiamo confratelli e amici da altri paesi che arricchiscono le giornate con i loro racconti e testimonianze.

In una cultura occidentale che propone all’uomo moderno una tecnologizzazione globale, spesso anonima, che esclude le distanze e gli incontri reali così come ogni forma di sacro, il pellegrinare a piedi ha ancora un suo significato prezioso: ridare all’uomo il giusto orientamento per il quale è nato, quello del camminare con altri condividendo una forte esperienza di fede. Per questo andare a piedi percorrendo centinaia di chilometri ha un suo senso e le persone che vi partecipano lo testimoniano con convinzione.

padre Luca Bovio
Czestochowa, 17/08/2018

Grazie, Asante sana

Ringrazio Dio per avermi aiutata a concludere gli studi e a diventare una maestra. Lo ringrazio perché l’aiuto di tante persone che neppure conosco mi ha permesso di arrivare a questo punto e superare tutte le difficoltà. Grazie per esserci stati per me quando avevo più bisogno di voi.

Catherine Smaila
Maralal, Kenya

Con queste parole Smaila [o Smiler) ha voluto ringraziare tutte le persone che hanno contribuito alla  sua educazione dalla scuola elementare fino al completamento dei suoi studi al Teacher’s College.

Vi avevo raccontato la storia di Colei-che-ride tanti anni fa, era il dicembre 2009, proprio sulle pagine di questa rivista. «Colei-che-ride non ride più» avevo scritto.

Ma oggi Smaila è tornata a sorridere grazie all’aiuto di tanti amici che mi hanno permesso di aiutarla nei lunghi anni di scuola. Con lei e con tanti altri bambini e bambine che hanno concluso il loro ciclo di studi o stanno ancora studiando, vi ringarzio anch’io di cuore. Il «sostegno a distanza» è un’avventura lunga e impegnativa, ma la gioia che dà è grande. Che il Signore ricompensi ciascuno di voi per la pazienza e l’affetto con cui aiutate noi missionari a restituire il sorriso e la speranza a tante persone in situazione di grande povertà e sofferenza.

 




Mali, LVIA, una Ong contro la guerra

Testo di Marco Bello, foto di Archivio dell’Ong LVIA |


Nel paese, in conflitto dal 2012, è crisi umanitaria. Centinaia di migliaia di sfollati, mancanza di acqua, cibo e assistenza medica. Gli attacchi sono quotidiani e le violazioni dei diritti una costante. Spuntano anche le fosse comuni di civili. In mezzo a tutto questo una Ong piemontese, la Lvia, propone la sua via per la pace. Abbiamo incontrato il suo rappresentante.

Parigi, 26 maggio 2018. Mamoudou Gassama, è un immigrato clandestino di 22 anni. Nel diciottesimo arrondissement salva un bimbo appeso a un balcone, arrampicandosi a mani nude, con l’agilità di un gatto, fino al quarto piano di un palazzo. Ricevuto all’Eliseo dal presidente francese Emmanuel Macron, gli viene immediatamente concessa la nazionalità francese e gli è proposto un lavoro come vigile del fuoco.

San Calogero (Vibo Valentia, Calabria), 2 giugno. Tre immigrati vengono presi a fucilate da un italiano. Stavano cercando vecchie lamiere in una fabbrica abbandonata per costruire baracche. Sacko Soumayla, 29 anni, regolare e sindacalista, cade a terra morto. Il giorno prima al Quirinale ha giurato il governo Lega – Movimento 5 stelle, detto «del cambiamento».

Mamoudou e Sacko, entrambi migranti, entrambi maliani. Due storie simili, due destini diversi.

Anche Ousmane ag Hamatou, 37 anni, è del Mali. Lui lavora a Bamako, la capitale, per una Ong italiana, l’Lvia di Cuneo, della quale è il responsabile nel paese africano. Ousmane non ha nessuna intenzione di migrare. È in Italia, su invito della sua Ong, per formazione e una serie di incontri, poi tornerà in patria dalla sua famiglia e al suo lavoro.

Lo incontriamo, per farci spiegare cosa sta succedendo in Mali, e per provare a capire perché, ragazzi come Mamadou e Sacko sono scappati dal paese e molti altri continuano a farlo.

Perché si scappa dal Mali

Ma facciamo un passo indietro. Il Mali, paese cerniera tra l’Africa subsahariana e il Sahara, nel 2012 precipita in una crisi profonda, dopo un ventennio di relativa stabilità (cfr. MC giugno 2017). Il Nord del paese, l’Azawad, ha visto, negli anni precedenti, l’infiltrazione di gruppi estremisti islamici (jihadisti) dall’estero, in particolare dall’Algeria, che si sono inizialmente alleati con le milizie locali indipendentiste di etnia tuareg. Insieme conquistano il territorio del Nord, occupando le città e imponendo la loro legge. I soldati regolari fuggono a Sud. Ma l’alleanza si rompe e i jihadisti hanno la meglio sui Tuareg. A gennaio 2013 puntano addirittura sulla capitale Bamako. È per questo che intervengono prontamente i militari francesi, in protezione dell’ex colonia (e dei propri interessi). L’operazione francese Sérval respinge i miliziani e riconquista le città del Nord. Islamisti e indipendentisti si rifugiano nello sconfinato territorio desertico. Quando l’operazione Barkhane sostituisce Sérval, intervengono i caschi blu, con la Minusma: missione composta da soldati africani dei paesi vicini, ma anche da un grosso contingente tedesco. Gli eserciti stranieri affiancano quello maliano, le Forze armate del Mali (Fama), che sono allo sbando.

«La situazione oggi è complessa e molto volatile – commenta Ousmane -, perché dopo la firma degli accordi di pace tra il governo e i gruppi armati nel giugno 2015 (solo alcuni dei gruppi, quelli indipendentisti tuareg non radicalizzati, ndr), c’è stata una mancanza di volontà, in primo luogo dello stato, di mettere in pratica le condizioni sancite dagli accordi stessi (L’accordo prevede, tra l’altro, la smobilitazione dei combattenti; la creazione di pattuglie miste governo – ex ribelli; l’installazione di autorità ad interim nelle città del Nord con la partecipazione degli ex ribelli, e la Conferenza d’intesa nazionale, per una definizione politica dell’Azawad).E c’è anche una certa reticenza da parte dei gruppi armati per quanto riguarda il processo di disarmo, perché le armi sono l’unica garanzia che hanno per poter fare un’eventuale negoziazione». La non applicazione degli accordi crea una situazione di vuoto istituzionale, che ha ripercussioni importanti. «Lo stato non è presente in certe zone e i gruppi armati “firmatari” non si incaricano della sicurezza territoriale. Questo fa sì che sul terreno ci sia un’avanzata delle forze islamiste, che approfittano della situazione di abbandono del territorio. Assistiamo inoltre, per lo stesso motivo, a una disgregazione dei gruppi armati in tanti gruppuscoli più piccoli, con tendenza a diventare formazioni a carattere comunitario, ovvero a base etnica. Ogni comunità si organizza e si dissocia dai gruppi principali che sono i firmatari degli accordi. Esse temono, infatti, che se un giorno ci saranno i dividendi degli accordi, non tutte le comunità rimaste nei grossi gruppi saranno soddisfatte».

Ousmane (© Marco Bello)

Molti attori sul terreno

Oltre alla Minusma e all’esercito maliano – tornato nel Nord, dove controlla oggi le città, grazie all’intervento militare francese nel 2013 – la realtà degli attori sul terreno è complessa e variabile. Racconta Ousmane: «C’è il Coordinamento dei movimenti dell’Azawad (Cma), il quale costituisce l’insieme dei grossi movimenti armati indipendentisti che hanno proclamato l’indipendenza dell’Azawad, poi ci sono diversi gruppi islamisti radicali, alcuni gestiti da maliani, altri da stranieri (in particolare algerini, ndr). Oltre a questi ci sono tante piccole milizie locali, comunitarie, che son state create e contribuiscono a rendere il clima pesante. Sono anche presenti bande di malviventi che operano e ostacolano il lavoro delle Ong, rubando le loro auto e compiendo assalti. Un insieme di attori armati che rende la situazione piuttosto complessa».

La popolazione è la principale vittima di questa situazione di insicurezza e instabilità, nella quale gli assalti si susseguono quotidianamente. Continua Ousmane: «La popolazione del Nord Mali cerca di capire cosa stia succedendo, perché ci sono stati troppi cambiamenti in questi ultimi tempi. Siamo partiti nel 2012 con uno stato maliano centrale relativamente forte, per arrivare a una situazione in cui il Nord è caduto nelle mani di diversi gruppi armati, uno stato autoproclamato dell’Azawad, per poi passare a uno stato islamista, perché gli jihadisti hanno cacciato gli indipendentisti. Siamo quindi ritornati a uno stato maliano diverso da quello del 2012, appoggiato da forze straniere e delle Nazioni Unite».

Oltre alla sicurezza sono i servizi a mancare: «La violenza è a tutti i livelli, anche nei piccoli villaggi, in zone dove lo stato non esiste più e i servizi sociali di base, come l’acqua, l’educazione, la salute, non sono garantiti. Per questo motivo c’è un grande numero di sfollati, sia verso paesi confinanti sia all’interno del Mali in direzione del centro e Sud del paese». I dati delle Nazioni Unite di aprile 2018 parlano di circa 60.000 persone sfollate all’interno e 137.000 rifugiate in Burkina Faso, Niger e Mauritania.

Anche nel centro del Mali la situazione è divenuta complessa. «Le condizioni nella zona centrale non sono diverse, è la stessa crisi del Nord che avanza nel centro, con gli stessi attori. Dato che non si trova soluzione alla base, la crisi si estende anche verso il Sud e ora tocca paesi limitrofi come il Sahel burkinabè (il Nord del Burkina Faso, ndr), che è stato contagiato dalla crisi, e la frontiera con il Niger (Nord Est, ndr). È tutta un’area geografica che vede la crisi estendersi».

In particolare il centro del paese è diventato teatro di scontri tra diverse etnie (cfr. MC giugno ‘17). «La Lvia interviene a Mopti, insieme all’Ong Cisv e con finanziamenti di emergenza del ministero per gli Affari esteri italiano, appoggiando i centri di salute. La particolarità di questa zona sono gli scontri intercomunitari tra la popolazione Peulh, allevatori, che si organizza in milizie, e quella Dogon, agricoltori, che inizia a prendere le armi».

Costretti all’emergenza

Lvia lavora in Mali da 30 anni, ed essendo una Ong che si occupa di sviluppo, ha sempre lavorato su programmi di lunga durata. Ousmane ci spiega cosa è cambiato con la crisi: «Non siamo una Ong di emergenza, ovvero non andiamo di proposito in quei paesi dove c’è la guerra per intervenire, ma in Mali siamo in un contesto che conosciamo bene, abbiamo molti contatti, siamo riconosciuti dalle comunità, dagli enti locali e anche dal governo. Abbiamo fatto tesoro di questo riconoscimento e della nostra conoscenza del terreno per realizzare progetti di emergenza umanitaria. Sono programmi su temi che abbiamo sviluppato anche in contesto non di crisi, come le infrastrutture idrauliche (pozzi artesiani, ndr), per dare acqua potabile alla gente. Per noi il fatto importante che cambia, è che oggi, con la crisi, ci sono bisogni primari da soddisfare, in modo anche urgente. Ad esempio, nell’ambito della nutrizione, perché gli indicatori di malnutrizione nel Nord del paese sono piuttosto alti. Sosteniamo alcuni centri di salute, quelli ancora funzionanti, per accogliere i bambini denutriti e seguirli. Facciamo anche molta sensibilizzazione e accompagnamento delle comunità, nell’ambito della valorizzazione dei prodotti agricoli locali e la loro integrazione nell’alimentazione di base».

Non sparate sulle Ong

In un contesto di crisi, oltre alle normali difficoltà c’è anche un altro problema per le Ong, quello della sicurezza dei propri operatori. «È una grande sfida, perché occorre abituarsi a lavorare in un contesto di sicurezza imprevedibile, dove anche se le nostre organizzazioni non sono prese particolarmente di mira, operiamo in un clima nel quale tutto può succedere. Abbiamo avuto incidenti come furti di auto o assalti a mano armata. È un contesto non controllabile, per cui occorre adattare la nostra missione, i nostri interventi, ogni giorno, informandoci in modo continuo e seguendo alla lettera le raccomandazioni di sicurezza».

Politica: evoluzione?

Il Mali sta vivendo anche un periodo di transizione politica, perché il 29 luglio si terranno le elezioni presidenziali (leggerete queste righe ad elezioni avvenute; pubblicheremo un resoconto delle stesse su www.rivistamissioniconsolata.it), che però non dovrebbero portare particolari sorprese. Oltre al presidente uscente Ibrahim Boubacar Keita (detto Ibk), eletto nel 2013, favorito, sono una ventina gli altri candidati. A inizio giugno una manifestazione di una coalizione di opposizione è stata repressa sul nascere mediante l’uso di gas lacrimogeni. I manifestanti chiedevano più trasparenza e più equità sui media nazionali per la copertura della campagna elettorale.

Chiediamo a Ousmane cosa ne pensa. «Visto il clima d’insicurezza che regna nel paese, con continui attacchi, penso che il contesto non sia propizio alla tenuta di elezioni libere, trasparenti e soprattutto credibili. C’è piuttosto un’urgenza nel mettere in sicurezza il paese e migliorare le condizioni di vita della popolazione più che organizzare delle elezioni.

L’impressione è quella che chi è al potere, ma anche chi vive nel Sud del Mali, dove c’è un piccolo spazio in sicurezza e normalità, non sia molto cosciente di cosa succede nel resto del paese. Il Nord non è mai stato una priorità per le autorità centrali e lo è ancora meno adesso. Colpisce anche il fatto che si organizzino elezioni quando molta gente è fuori dal paese o dalla sua zona di residenza abituale. Non è logico organizzare delle elezioni quando la popolazione non può votare». Occorre considerare che il paese, la cui superficie è di oltre 1,2 milioni di km2 (quasi quattro volte l’Italia) ha una vasta fetta di deserto del Sahara, l’Azawad appunto, che occupa una superficie di 822.000 km2. La capitale dello stato, Bamako, si trova invece nell’estremo Sud del paese.

«Bisogna riconoscere che il presidente attuale ha assunto la carica in un momento piuttosto particolare. È arrivato nel 2013 quando il paese attraversava una crisi molto grave, difficile da gestire. Gli si può però contestare che certi impegni presi nell’ambito dell’accordo di pace non sono stati applicati. Questo è un punto importante sul quale il governo ha fallito». Il Mali è una repubblica presidenziale, per cui il presidente della Repubblica è anche il capo dell’esecutivo. Un cambio del presidente prevede anche un nuovo governo.

«L’opinione pubblica a Bamako è molto divisa su Ibk. C’è chi pensa che questo governo, in un secondo mandato non possa fare meglio di quanto ha già fatto, altri che pensano occorra un vero cambiamento. Io personalmente, tra i candidati, non vedo nulla di nuovo, sono le stesse figure che hanno contribuito, negli anni, a portare questo paese a terra. Resta la stessa generazione di politici maliani che, ormai da decenni, non riesce a far uscire il paese da questa situazione».

Il pantano degli scontri etnici

La novità degli ultimi due anni sono gli scontri a base etnica nelle due regioni centrali di Mopti e Ségou, che nulla hanno a che vedere con l’Azawad e i Tuareg, ma dove si sono inaspriti conflitti atavici tra gli allevatori peulh e gli agricoltori dogon, con la compiacenza dei Bambara del Sud. Sovente i cacciatori bozo di etnia bambara fanno il lavoro sporco coperti dai militari.

È del giugno scorso la scoperta di almeno tre fosse comuni di civili uccisi, sembra giustiziati, anche per rappresaglie, dall’esercito maliano. Il 19 giugno, in seguito a un’operazione militare, erano scomparse 18 persone dalla località di Gassel (dipartimento di Douentza, regione di Mopti), tutte di etnia peulh. Il 20 è stata scoperta una fossa con almeno 7 corpi. Pochi giorni prima, il 15 giugno a Nantaka e Kobaka, nel comune di Sokoura, i corpi di 25 persone erano stati scoperti in tre fosse comuni. Anche loro, con tutta probabilità, peulh. Le responsabilità sarebbero dell’esercito regolare, fatto questa volta confermato da un comunicato del ministero della Difesa.

Scontri nei quali si sono insinuati gli islamisti radicalizzati, come Amadou Koufa, fondatore del Fronte di liberazione di Macina, legato al capo tuareg radicale Iyad ag Ghali (lui di Kidal, nel Nord). Fronte che ha avuto come filiazione il primo gruppo di combattenti jihadisti del Burkina Faso, Ansarul Islam (cfr. MC giugno ‘17), nato nella confinante provincia del Sahel burkinabè.

Crisi senza soluzione?

In una situazione così ingarbugliata è difficile vedere una via d’uscita. Chiediamo a Ousmane, uomo del Nord, che vive in capitale e che ha una visione d’insieme, di dirci quale sarebbe, secondo lui, una pista per la soluzione. «Secondo me è difficile prevedere. L’insicurezza ha gravi ripercussioni sulla situazione umanitaria e su quella politica. Tutto è molto complesso.

La prima cosa da fare è applicare l’accordo di pace di Algeri, per cominciare a trovare una soluzione politica alla ribellione tuareg nel Nord del Mali. In questo modo si farebbe un grande passo in avanti e ci si potrebbe occupare degli altri problemi, che sono nell’insieme una conseguenza di questa  guerra.

Il presidente che arriverà dovrà prendere di petto l’applicazione di questi accordi, per farci andare avanti nella via della prosperità e della pace».

Ma i jihadisti, in particolare quelli stranieri, non hanno partecipato agli accordi. Con loro non si può negoziare? «I jihadisti non hanno nulla da negoziare. Lo hanno detto quando hanno conquistato il Nord, che non erano venuti per negoziare uno stato o una soluzione politica, erano venuti per instaurare uno stato islamico in Mali. Per cui occorre che il governo maliano trovi una soluzione politica alla situazione dei Tuareg nel Nord del Mali e a questo punto, tutti noi maliani, ci possiamo mettere insieme per combattere gli islamisti. Io penso che non resisterebbero a un Mali unito, ma nelle condizioni attuali sono loro che approfittano e creano ogni giorno il caos sulla nostra terra».

Ci sono islamisti stranieri ma anche maliani che si sono radicalizzati. In particolare il capo più importante del momento è il tuareg Iyad ag Ghali. Già leader delle grandi ribellioni tuareg dal 1991 in avanti, si è poi islamizzato, ha fondato il gruppo Ansar Dine, tra i fondatori di Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), e nel 2017 ha riunito in un fronte comune diverse formazioni nel Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim).

«Io penso che rispetto agli islamisti maliani si possa trovare una soluzione. Secondo me, la maggior parte di loro si sono radicalizzati perché hanno visto questo passaggio come un modo per continuare la lotta politica per l’indipendenza del Nord. Se invece sentissero che c’è una reale volontà per una soluzione politica con i gruppi armati tuareg o di altre comunità del Nord, sarebbe possibile negoziare con loro. Per gli altri islamisti che non sono maliani, l’unica soluzione è combatterli. Con o senza l’appoggio delle forze straniere. Non abbiamo necessariamente bisogno di eserciti stranieri, ma è invece obbligatorio ritrovare quello che ci unisce come maliani, come nazione, e a quel punto possiamo vincere la guerra contro gli islamisti, contro il sottosviluppo, e ben altre sfide».

Marco Bello




Migranti: a Pozzallo, in preghiera, veglia per non dimenticare

Dalla veglia sul lungomare di Pozzallo |


“Non ti allarmare fratello mio, dimmi, non sono forse tuo fratello? Perché non chiedi notizie di me?”.

Sono parole tratte da una poesia di Tesfom Tesfalidet, il ventiquattrenne eritreo ripescato in mare e portato a Pozzallo il 13 marzo scorso, ricoverato in condizioni disperate per la fame, la tbc e le percosse subite dai trafficanti e morto dopo 24 ore di agonia. Queste stesse parole hanno dato il tono alla veglia di preghiera celebrata il 6 luglio a Pozzallo, all’aperto, davanti al mare che negli ultimi anni è diventato tomba di oltre 34.000 morti tra uomini, donne e bambini, annegati nelle drammatiche traversate del Mediterraneo, nella ricerca di una vita più dignitosa.

Pensieri ed immagini forti che scuotono le coscienze, per svegliarci dall’indifferenza. Dopo la poesia di Tesfom, un video tanto toccante quanto sconvolgente: i corpi senza vita, di uomini donne e bambini, le urla strazianti di paura, il mare, via di salvezza per alcuni, tomba per molti altri che cercavano semplicemente una vita migliore. Ha lasciato senza fiato.

Una veglia per non dimenticare, una richiesta di perdono a Dio per l’indifferenza che “ci ha tolto la capacità di piangere” (omelia di Papa Francesco a Lampedusa), per la mancata presa in carico della sofferenza di questi fratelli, una disattesa risposta di carità, che in quanto cristiani ci deve inquietare; un momento di riflessione per tanta ingiustizia sociale che è causa di sfruttamento e di povertà per questi popoli.

Una veglia organizzata dalla diocesi di Noto, insieme con la Caritas diocesana, la fondazione Migrantes, l’associazione We Care e il comune di Pozzallo. In tanti hanno riempito l’anfiteatro pietrenere del lungomare di Pozzallo. P. Gianni Treglia, missionario per 16 anni in Tanzania, ha introdotto il momento di preghiera, ricordando il dolore di queste morti innocenti e l’impegno dei cristiani a non lasciare da soli questi fratelli, senza chiudersi nell’egoismo e nella paura.

Padre Gianni Treglia

Nel corso della veglia, sono state lette alcune poesie del giovane Tesfom e alcuni interventi di Papa Francesco, sempre così attento, dall’inizio del suo pontificato, al dramma degli immigrati. Francesco, che nello stesso giorno ha celebrato in San Pietro la Messa per loro, ha affermato nella sua omelia che la solidarietà e la misericordia sono le uniche risposte sensate a fronte di questa emergenza.

Papa Francesco in una sua preghiera ci ricorda che possiamo onorare il loro sacrificio con le opere più che con le parole. Bisogna farsi carico di ogni povero e disperato, altrimenti no, altrimenti non ci deve essere dato di dormire sonni tranquilli. L’Africa è terra ricca di risorse costantemente depredate, ognuno di noi ha il dovere di sentirsi coinvolto per questo, mentre godiamo di privilegi costruiti sullo sfruttamento di beni dei quali ci arroghiamo la proprietà, è un’ingiustizia e da troppo tempo ne siamo complici silenziosi. Il cristiano non può far finta di niente, altrimenti semplicemente non è cristiano.

Il Vicario generale della diocesi di Noto, Mons. Angelo Giurdanella

Nella sua riflessione, il Vicario generale della diocesi di Noto, Mons. Angelo Giurdanella, ha rimarcato la responsabilità dei cristiani verso questa crisi umanitaria, esortando tutti, credenti e non, a farsi promotori di una cultura più “umana” – quella “cultura dell’incontro”, così centrale nell’insegnamento del Papa -, e di non chiudere i porti, ma soprattutto i cuori e le menti.

Davanti al mare di Pozzallo, città simbolo degli sbarchi, un piccolo ma deciso segnale di umanità, proprio da questa città che ha dato i natali a Giorgio La Pira (di cui il Papa ha nei giorni scorsi ha dichiarato le “virtù eroiche”, primo passo verso la beatificazione), profeta dell’incrollabile speranza e dell’ineluttabilità della pace, poiché  …la storia è intrinsecamente mossa ed orientata -malgrado tutte le resistenze del peccato- verso l’unità, la pace e la liberazione dei popoli di tutta la terra.” (Giorgio La Pira).

Ma in questo momento storico, quando sembra che i cuori impietriti stiano prendendo il sopravvento, la veglia è stata segno di speranza. L’anfiteatro era gremito di gente, perfino fuori le persone erano numerose. Questa presenza massiccia è segno che noi restiamo umani!

Da testi di don Alessandro Paolino e Federica Puma

Il video usata durante la preghiera.

http://https://youtu.be/4Ma4a4wKjIQ

“l numero dei morti nel Mediterraneo aumenta, ogni giorno. Vogliamo ricordarli, nostre sorelle, nostri fratelli, la cui unica colpa è il sogno inseguito, sogno di pace, … mai raggiunto. Una Veglia Penitenziale per chiedere a Dio perdono per l’INDIFFERENZA che non ci fa chiedere notizie del fratello, per ogni forma di INGIUSTIZIA SOCIALE causa dell’impoverimento dei popoli, per la mancata PRESA IN CARICO dei poveri che tendono a noi la mano”. (padre Gianni Treglia, imc).

“La memoria dei morti ci aiuti a difendere i vivi e a scegliere con intelligenza, determinazione ed efficacia quella umana via per cui ero straniero e mi avete accolto” (mons. Matteo Zuppi)

Veglia organizzata dalla diocesi di Noto, insieme con la Caritas diocesana, la fondazione Migrantes, l’associazione We Care e il comune di Pozzallo. Con il Vicario generale della diocesi di Noto, Mons. Angelo Giurdanella




Aquarius: dai Missionari italiani appello al Presidente del Consiglio


Dai Missionari italiani appello al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte

11 giugno 2018 – Come cittadini e cristiani siamo esterrefatti e indignati della decisione del ministro degli interni Matteo Salvini che impedisce alla nave Aquarius di portare in salvo nei porti italiani 629 migranti, salvati in acque territoriali libiche.

Il rifiuto di prestare soccorso ai migranti non ha precedenti nella nostra storia ed è in flagrante violazione delle convenzioni internazionali, di cui anche l’Italia è firmataria, che obbligano il soccorso in mare a chi è in pericolo di morte.

Tra i migranti sulla nave ci sono oltre cento minori non accompagnati e sette donne incinte. Una cinquantina di migranti sono stati salvati mentre erano a rischio di morire annegati.

Deploriamo la decisione di Malta, prima destinazione di sbarco, che si è rifiutata di accettare l’attracco della nave Aquarius. Così come la chiusura della Francia e della Spagna (che all’ultima ora si è detta disponibile a ricevere la nave nel porto di Valencia) ad ogni possibilità di accoglienza dei migranti. Ma è deplorevole e vergognoso che l’Italia decida di allinearsi, facendo così pagare a persone innocenti bisognose di aiuto il prezzo di una diatriba tra stati su chi si debba assumere la responsabilità di accogliere i migranti.

Chiediamo pertanto che il nuovo governo italiano ritorni sulla decisione presa dal ministro Salvini e dia immediatamente il benestare alla nave Aquarius di approdare a uno dei porti italiani più vicini a dove si trova ora la nave.

È vero, l’Italia non può essere lasciata sola di fronte a un fenomeno migratorio che ha una portata enorme e implicazioni internazionali (specie nel bacino del Mediterraneo) che chiamano in causa l’attenzione e il peso geopolitico dell’Unione Europea. È quindi corretto e giusto che il governo italiano faccia sentire la propria voce a Bruxelles, chiedendo ai partner europei di farsi carico, anche loro, del dossier migranti.

Ma nello stesso tempo l’Italia non può sottrarsi al dovere di accogliere persone che, in gran parte, cercano di costruirsi una vita migliore in Europa e che, in alcuni casi, fuggono da guerre e da regimi dittatoriali.

È importante che l’Italia mantenga un doppio ruolo: essere un porto sicuro per i migranti e nel contempo non smettere di sollecitare l’Europa a trovare soluzioni percorribili (non semplicemente fondate sul controllo militare delle aree di transito dei migranti, come avviene in Niger e Mali), anche nei paesi di partenza dei migranti.

I partner europei devono essere sollecitati a spostare il baricentro delle proprie politiche verso il Mediterraneo. È qui – in particolare attraverso la pacificazione e la stabilizzazione degli stati nordafricani – che si possono cominciare a costruire nuovi equilibri politici ed economici.

Conferenza degli istituti missionari italiani (CIMI)
Segretariato unitario di animazione missionaria (SUAM)
Commissione Giustizia, Pace e Integrità del Creato (GPIC) della CIMI

Della Cimi e del Suam fanno parte i seguenti Istituti missionari:

  • Comboniani e Comboniane (Pie Madri della Nigrizia)
  • Francescane missionarie di Maria
  • Missionari d’Africa (Padri Bianchi)
  • Missionari e missionarie della comunità di Villaregia
  • Missionari e missionarie della Consolata
  • Missionari e missionarie Saveriani
  • Missionarie dell’Immacolata
  • Missionarie di Nostra Signora degli Apostoli
  • Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere)
  • Società delle missioni africane
  • Verbiti (Società del Verbo Divino)



Vita e speranze a Moria,

l’hotspot di Lesbo

Testo e foto su Lesbo di VALENTINA TAMBORRA |


L’isola greca di Lesbo è a pochi chilometri dalle coste turche. È diventata passaggio naturale della rotta balcanica dei migranti. Primo lembo di terra dell’Unione europea verso il Medio Oriente. Qui è stato creato un centro di identificazione, il «campo» di Moria, dentro e fuori il quale i profughi cercano di sopravvivere. Siamo andati a raccogliere alcune delle loro storie.

Lesbo. «This is not Europe» è la frase che si sente ripetere incessantemente a Moria. Solo 8,6 km separano il campo di Moria dal resto dell’Europa. E il resto dell’Europa, sull’isola di Lesbo, inizia a Mytilini. È da qui, infatti, che partono i traghetti che collegano l’isola al continente, ad Atene.

Il porto di Mytilini è il fulcro commerciale del luogo. Negozi di souvenir, ristoranti, bar alla moda, musica ad alto volume sparata tutto il giorno dagli altoparlanti sul lungomare. Uno scenario che difficilmente riesci a spiegarti: due mondi paralleli sono divisi da un muro invisibile, quello fra il campo (ufficialmente hotspot) di Moria e il resto dell’isola. È qualcosa che si fa fatica a comprendere, a tollerare.

Moria, centro di accoglienza e identificazione, luogo adatto a ospitare non più di 2.000 persone, ad oggi, marzo 2018, ne contiene o, sarebbe meglio dire, ne trattiene quasi 6.000. Afghanistan, Siria, Iraq sono i luoghi di origine per la maggior parte degli ospiti.

L’attesa per essere ricollocati o rimpatriati può durare mesi, a volte anni.

Una vita al limite

Qui le condizioni di vita sono disperate: mancano servizi igienici adeguati, acqua calda, abiti, generi di prima necessità. Le donne indossano pannolini per non essere costrette a recarsi alle latrine dove manca la luce e dove spesso, purtroppo, si verificano aggressioni sessuali.

Mancano inoltre alloggi adeguati, migliaia di persone vivono accampate in piccole tende nel campo o subito all’esterno, nell’uliveto denominato Olive Grove che è diventato, a tutti gli effetti, un’estensione del campo profughi. Sulla nuda terra vengono piantate tende instabili e traballanti, inadatte alla pioggia, al vento e al clima rigido dell’inverno. Nel 2016 sono morte cinque persone per via del freddo. L’elettricità viene fornita con cavi da interno, che passano sul terreno mettendo così a rischio l’incolumità delle persone. Camminando nell’accampamento non è raro vedere i bambini (che qui sono quasi il 40% dei migranti) giocare con tutto ciò che trovano a terra, vetro, cocci, spazzatura e, appunto, cavi elettrici.

Per scaldarsi si brucia quello che si trova, plastica compresa.

E ancora, non esiste un servizio medico adeguato, né un supporto psicologico, e neppure mediatori culturali a sufficienza.

La tigre Tamil

Ed è proprio per questo motivo che Parathi, la prima persona di cui ho raccolto la testimonianza, è bloccato sull’isola da 23 mesi. Per mancanza di persone che possano occuparsi di raccogliere la sua storia, di comunicare la sua richiesta d’asilo al governo greco.

Parathi viene dallo Sri Lanka, è una «tigre Tamil», ovvero un uomo che ha combattuto per 13 anni per la liberazione della propria terra. Fuggito perché perseguitato, si trova bloccato a Moria senza un interprete. Parathi, chiamato da tutti «Maradona» (per la sua abilità nel gioco del calcio, una delle poche attività ludiche previste per dare sostegno ai migranti), non parla infatti un buon inglese. Avrebbe bisogno di un traduttore tamil ma a Moria non se ne vedono. L’unico in grado di tradurre la testimonianza è un Tamil residente nel Nord Europa. L’Easo (Ufficio Europeo di Sostegno per la richiesta d’asilo) deve avere evidentemente dei problemi nel reperirlo, in quanto in 23 mesi Parathi è riuscito a parlarci una sola volta e la sua domanda d’asilo è stata poi rigettata: si ritiene infatti, a livello internazionale, che in Sri Lanka non esistano più discriminazioni razziali o conflitti interni.

Ma basta fare una semplice ricerca per capire che ciò non corrisponde a verità: il Nord Est dello Sri Lanka è ancora militarizzato e come da dichiarazione dell’arcivescovo di Mannar, monsignor Emmanuel Fernando, dal 2009 mancano 146.679 persone all’appello. Scomparsi, uccisi forse, in quello che è un vero e proprio genocidio di cui non si parla.

Parathi sorride, nonostante tutto. Con il poco cibo che gli viene dato da chi gestisce il campo, mi offre il pranzo. Siamo seduti su una panca in legno tutta traballante: l’ha costruita lui, con la legna trovata nell’Olive Grove. Mi prepara un piatto di riso, pollo e pomodoro, qualcosa che, dice: «Mi ricorda casa».

Casa, dove ha lasciato due figlie, Supidisha, 7 anni, e Karshika, 5. Mi mostra la foto sul cellulare: è orgoglioso delle sue bambine, come ogni papà. È in quel momento che mi dice «sono 23 mesi che non le vedo». La mano trema un po’. Gli occhi si fanno lucidi.

Insieme a lui, nel grande tendone posto al centro dell’Olive Grove, altri quattro Tamil: Hari, Yoga, Danesh e Kayu. Anche loro aspettano una risposta, sono qui da meno tempo di Parathi, ma comunque da più di un anno. L’unico spazio «privato» per loro, è un letto a castello con delle coperte vecchie e logore appese a fare da separé. Nel tendone infatti, ci sono più di 200 persone.

Quando li saluto, mi sorridono «We miss you, write us mam», e da allora, da quando ci siamo salutati il 1 gennaio del 2018, non passa giorno che Parathi non mi mandi con un WhatsApp la buonanotte e il buongiorno.

Il vecchio e il nipote

Il nonno ha 70 anni. Per dirmelo me lo indica con le mani, come quando, da bambini, iniziamo a contare. «Doctor, doctor», ha imparato questa parola perché è ciò di cui ha più bisogno. Seduto sul ciglio di una piccola tenda canadese, mi chiama così, pensando di aver trovato ciò che più gli serve.

Mohamed è arrivato dall’Afghanistan insieme a suo nipote adolescente. È un «caso vulnerabile»: alla sua età non potrebbe essere altrimenti. La sua condizione è scritta, in greco e in inglese, sul certificato che mi mostra. Lui non capisce né l’una né l’altra lingua ma sa, in qualche modo, cosa significa quel timbro.

Sa che gli darebbe diritto a cure mediche, a un giaciglio asciutto e caldo, a cibo che possa masticare, senza che le mascelle gli dolgano, senza far fatica. Quando mi avvicino si toglie il cappellino di lana vecchia, infeltrita. Mi mostra delle cicatrici, mi prende una mano e me la porta alla sua testa, vuole che le tocchi, cerca di farmi capire dove sente dolore.

Gli mostro la mia macchina fotografica, mimo il gesto di scattare una foto. Non c’è nessun mediatore culturale con me in quel momento, non so spiegarglielo chi sono, non so dirgli che non posso fare niente per lui. Prima di andare, gli mostro ancora la macchina fotografica, lo indico, mi indico. Questa volta sì, gli sto chiedendo il permesso. Lui mi guarda, si raddrizza sostenendosi con un bastone ricavato da un ramo d’albero, si porta la mano al cuore e annuisce: scatto una foto, due, tre mentre mi allontano.

Lo guardo, fermo così, una mano sul bastone, un sorriso appena accennato, mi saluta a suo modo. Spero abbia capito. Spero, soprattutto, sia servito a qualcosa.

Sarà un altro uomo, afghano anche lui, a raccontarmi del vecchio Mohamed e di suo nipote. A dirmi di come quel ragazzo si prende cura ogni giorno del nonno: la coda per il cibo, tre volte al giorno, può durare anche due ore. È solo per quello che suo nipote si allontana, per il resto è sempre con suo nonno. L’unica famiglia che gli è rimasta.

Una nuova lingua

Khder ha 60 anni e sta imparando una nuova lingua. Le prime parole che mi dice sono queste: coperta, freddo. Non «Ciao, come stai? come ti chiami? quanti anni hai?». E a seguire: malato, scarpe.

Perché qui, a Moria, a nessuno importa di come ti chiami, da dove vieni, da cosa scappi. A Moria conta l’essenziale, a quello si deve badare e devi saperlo chiedere o potrebbe non arrivare mai.

Khder è il più anziano di una famiglia «allargata»: in tutto, divisi in tre tende canadesi, ci sono dodici persone. Rahema sua moglie, la loro bambina di nove anni, Bahar, la sorella più grande, Barham. E poi ancora Jasm, Kherea, Sema, Soma, Adonea, Aland, Mhabad e Kazm. Sono curdi, vengono dal Kurdistan iracheno.

Kazm, per la sua patria, ha combattuto: era un peshmerga, e la battaglia gli è costata quasi una gamba. Ha poco più di quaranta anni e per muoversi deve sostenersi con un bastone. Zoppica vistosamente: anche lui, come il «nonno» afghano, è un caso vulnerabile. E poi ci sono i bambini, la più grande ha nove anni, la più piccola poco più di uno. Nessuno di loro parla inglese, ed è per questo che passiamo un pomeriggio e una sera raggomitolati in una delle tende, a cercare di insegnare loro qualche parola. Il vecchio Khder ha trovato un quaderno con la copertina verde, consunta, le pagine ingiallite. Deve essere un rimasuglio, magari una donazione, chissà. Lì sopra scriviamo tutte le parole che possono essergli utili. Coperta, freddo, malato, scarpe. Imparare tutto da capo a sessant’anni, non comprendere nulla di tutto ciò che ti sta intorno. Un alfabeto diverso, incomprensibile, un luogo dove sembra che a nessuno importi della tua sorte. Perché poi per i curdi è anche peggio che per tutti gli altri: iracheni e afghani e siriani con loro non parlano. Un ragazzo, quando gli chiedo di aiutarmi con quella famiglia, dicendogli che ho bisogno di qualcuno che traduca, mi risponde: «Curdi?» e sputa per terra, indicandomi il fango. Fuggire da casa propria, dove sei odiato, e piombare in un altro inferno, dove ugualmente sei messo da parte, ghettizzato o in alternativa, ignorato.

È solo grazie a un mediatore culturale della clinica mobile di Medici senza frontiere che riesco a trovare il modo di aiutare questa famiglia: Mayhar, diciannove anni, rifugiato afghano, arrivato su un gommone due anni fa, oggi è un membro dello staff dell’Ong internazionale. È lui che ci fa da tramite. Riusciamo così a portare i bimbi alla clinica mobile, scopriamo che Soma è affetta da anemia. Se ne prenderanno cura qui.

La clinica ogni sera va smontata e portata via, perché provare a dare una mano assume a volte contorni inquietanti. I proprietari delle terre adiacenti infatti, per lo più contadini che qui hanno i loro uliveti, temevano che la struttura potesse trasformarsi in un altro accampamento. Non è vero, ovviamente, la clinica funziona solo di giorno e il grande tendone centrale, accanto ai camion che contengono gli studi medici, serve solo come sala d’aspetto. Alcune panchine, una saletta appartata per le donne che allattano e dei giochi, per intrattenere i bambini. Medici senza frontiere per poter continuare a operare, ha preso accordi con i proprietari delle terre limitrofe. Così ogni sera e ogni mattina, in poco più di mezz’ora, la clinica viene allestita e poi smontata.

Un hammam miraggio

A Moria la solidarietà pare non esistere. Almeno, non da parte di chi dovrebbe garantirla. Sono piuttosto le persone comuni, o alcune Ong, che lavorano fuori dal campo. Non appoggiando le politiche adottate dal governo greco, che cercano di tamponare come e dove possono.

Barham, la sorella della piccola Bahar, mi mostra le sue foto di quando viveva in Kurdistan. Ventitré anni, gli occhi grandi e i capelli neri, folti: è bella questa ragazza, bellissima. «Moria no good», questo sa dirmi in inglese, e gli occhi le si velano. A gesti mi fa capire che non riesce a lavarsi da settimane. Procuro loro delle salviette umidificate e dello shampoo secco.

Facendo domande, scopro però che a Mytilini una donna, una spagnola che lavora per Sao Association, una Ong tedesca, ha tentato una grossa impresa: ha messo in piedi un hammam gratuito per le donne che vivono a Moria. Si chiama «Bashira» e offre la possibilità alle donne di avere un bagno tutto per sé per trenta minuti.

Ogni giorno la coda fuori da Bashira è lunghissima: si snoda lungo la stretta via che dal mare porta a questo vicolo incuneato fra le vecchie case del porto di Mytilini. Un vociare allegro, mariti che tengono per mano i bimbi in attesa che la loro moglie possa concedersi un attimo di pace. Per poterselo permettere però, devono prenotarsi perché nel campo di Moria la voce si è sparsa e le donne continuano ad affluire numerose. Così capita, magari, che a Bashira ci si riesca a andare una volta al mese, o due se sei fortunata. Non è cattiva volontà, anzi: questa Ong è nata proprio per garantire una piccola oasi di normalità alle donne. Non è facile resistere, ma per ora l’hammam resta in piedi. Difficile garantire un posto a tutte, servirebbero più spazio e più bagni, ma il progetto Bashira a oggi è l’unica realtà che consente un po’ di intimità, uno spazio sicuro alle donne che vivono fra tende e container.

Progetto di speranza

Incontro i coniugi Kempson con il loro progetto «The Hope Project». Sono marito, moglie e una figlia ventenne ritirati a Lesbo per vivere lontano da Londra, da una metropoli dura e difficile. Il primo sbarco se lo ricordano bene: hanno sentito urlare dalla spiaggia davanti casa. Sono usciti e hanno fatto quello che chiunque dovrebbe fare. Hanno aiutato. Hanno preso per mano donne, vecchi, uomini, bambini e li hanno asciugati, rincuorati.

«The Hope Project» nasce per far fronte alle esigenze più basilari dei profughi: abiti, scarpe, pannolini per bimbi, assorbenti per le donne, sapone, shampoo. I coniugi Kempson, grazie alle donazioni ricevute da privati, sono riusciti a creare dei magazzini non lontano da Moria. Ogni giorno distribuiscono gratuitamente beni di prima necessità. Il flusso di uomini, donne e bambini dai magazzini è incessante.

Dalla Siria, bloccati a Lesbo

La solidarietà, a Moria, arriva dalle piccole realtà. Il governo greco infatti, che ha preso ufficialmente in mano la gestione dell’hotspot, pare non sia in grado di garantire una situazione almeno dignitosa a queste seimila persone che vivono in attesa di una risposta alla richiesta d’asilo. Certo non deve essere una questione di danaro: l’Unione europea non ha mai smesso di sovvenzionare il governo greco. Il problema, come sempre, è capire dove finiscono queste sovvenzioni. Perché se fossero correttamente utilizzate, non si avrebbe bisogno di Ong che garantiscano assistenza medica e psicologica a persone che, in alternativa, sarebbero abbandonate.

«Assad ci ammazzava con il gas, voi con il freddo». Mohamed, 36 anni. Siriano. A casa ha lasciato moglie e figlia. È fuggito da solo, pensando di trovare una casa e un luogo sicuro dove farsi raggiungere. Ma l’intervista per la richiesta d’asilo gli è stata fissata per l’ottobre del 2019.

Mohamed mi mostra le foto di quella che era la casa del fratello, completamente distrutta dai bombardamenti. Distrutte anche le vite della sua famiglia: il nipote, il fratello, la cognata sono morti così, fra le macerie di casa.

«So che non si dice davanti a una donna, ma se sento un rumore forte di notte, mi faccio la pipì addosso». Mi racconta anche che ogni notte piange nel sonno, ha incubi, e mentre me lo dice, non riesce a trattenere le lacrime. Moglie e figlia cerca di sentirle ogni giorno, sperando che la data del colloquio venga rivista, non ce la fa, mi dice, non può aspettare un anno: «E se la mia bimba non dovesse più riconoscermi?».

Mohamed condivide la tenda con Abd: anche lui siriano. Entrambi musulmani, ma la moglie di Abd, che è ancora in Siria, è cattolica. Abd mi mostra la piccola Bibbia che tiene accanto al Corano: «È sempre Dio no? Ha solo un nome diverso».

Mi mostra il braccialetto che porta al polso: una fila di grani neri e una croce. È di sua moglie, vuole che lo prenda io: «Così ti ricordi di me».

Scritte

Mentre mi allontano da Moria noto una scritta su un muro. È quasi sbiadita ma riconosco i versi iniziali di una famosa poesia: «No one leaves home, unless home is the mouth of a shark», nessuno lascia la propria casa a meno che casa sua non siano la bocca di uno squalo. Sono i versi di Warsan Shire (scrittrice britannica di origini keniane-somale, ndr). Parole bellissime, piene di significato ma che qui, scritte sul muro, sembrano quasi una presa in giro.

Moria è un limbo, non un rifugio. Sono molto più reali le parole scritte sopra un altro muro, quello sormontato dal filo spinato, proprio all’ingresso del campo «Welcome to prison», benvenuti in prigione.

Chi lascia le fauci di uno squalo non dovrebbe finire nel ventre di una balena.

Una realtà da nascondere

C’è una frase che mi torna prepotentemente alla memoria ogni volta che penso a Moria, sono parole di Martin Luther King: «Non ho paura della cattiveria dei malvagi ma del silenzio degli onesti». Di questo luogo infatti, è difficile parlare. Eppure, siamo in Europa, a pochi chilometri dall’Italia, un’isola conosciuta in tutto il mondo non solo per la sua bellezza ma anche per aver dato i natali a Saffo, poetessa del sesto secolo a.C. Siamo in Grecia, culla della cultura, luogo che è sinonimo di democrazia, perché è qui che nasce questa forma di governo, creata per far sì che ogni singolo individuo abbia la possibilità di esprimersi, di far valere i propri diritti.

Nei giorni trascorsi a Lesbo però, questi diritti non mi sono parsi così scontati: fotografi e giornalisti se ne vedono, ma all’interno del campo è proibito loro di entrare, e fuori dal campo non è comunque così agevole muoversi. La polizia vigila, non solo sui migranti. Moria è una realtà scomoda, meglio dunque che non venga raccontata.

Valentina Tamborra

Classe 1983, milanese. Si occupa di reportage e ritratto e nel suo lavoro mescola narrazione e immagine. Ha collaborato con alcune Ong come Amref, Medici senza frontiere e Albero della vita. I suoi progetti sono stati oggetto di mostre a Milano, Roma e Napoli, in luoghi come il Teatro Franco Parenti (Milano) e il Maxxi (Roma). Ha fatto numerose pubblicazioni sui media nazionali. Il suo lavoro «Doppia Luce» è stato oggetto di un ciclo di conferenze in Nuova accademia di belle arti.

www.valentinatamborra.com




Irriducibili sognatori

Editoriale. | Di Gigi Anataloni |


Mentre scrivo si stanno contando i voti. Populismo e destre sembrano alla riscossa. C’è chi esulta e c’è chi piange. «Metà Italia contro élite e migranti», titola un giornale. Quando leggerete queste righe, forse avremo già un nuovo presidente del consiglio e un nuovo governo. Il devoto di san Gennaro o chi ha in tasca il rosario della mamma? Oppure si deciderà di andare a una nuova votazione? Bisognerebbe essere indovini per saperlo.
Fare il commentatore politico non è mia competenza ma, come cittadino, prete e missionario, non posso essere indifferente a quanto succede, soprattutto di fronte alla svolta populista e razzista che intravedo nel paese che amo e di cui sono orgoglioso. Paese che, tra l’altro, ha uno dei tassi più alti di mescolamento genetico al mondo (le analisi sul nostro Dna ce lo confermano), visto che da tempi immemori è stato luogo di incontro e scontro tra i popoli più diversi. L’Italia deve molta della sua bellezza e genialità proprio alla sua diversità.
Quasi tutti i commentatori concordano nel dire che uno degli elementi che ha favorito i vincitori è stata la questione dei migranti, come se fossero loro la causa della mancanza di lavoro e dell’insicurezza diffusa. Noi, da irriducibili sognatori che siamo, continueremo a sostenere, incoraggiati da quei tantissimi italiani che danno più ascolto al cuore che alle paure della pancia, che i migranti non sono un pericolo, ma un valore; che sono persone, uomini e donne come noi, non alieni o nemici, e vanno trattate con giustizia, rispetto e dignità, senza falsi paternalismi o pregiudizi. Giustizia richiede pratiche burocratiche snelle ed efficienti, accoglienza in strutture adeguate e non mezze prigioni, e inserimento, integrazione, scuola, lavoro regolare, salari giusti e cittadinanza a chi è già italiano di fatto (jus soli e affini). Giustizia è anche eliminazione delle nuove schivitù, della tratta, dello sfruttamento dei minori, del lavoro nero. Giustizia è anche dire no al paternalismo e creare con i migranti rapporti seri basati su correttezza e responsabilità, diritti e doveri, e rispetto delle leggi, senza condonare atteggiamenti antisociali o mafiosi.
La paura e l’esagerata percezione di insicurezza stanno spingendo molti ad armarsi, imitando?i nostri eterni modelli e rivali nordamericani. La corsa alle armi non è solo degli individui, ma anche degli stati. La nostra bella nazione, che nella sua Costituzione rigetta la guerra, ha aumentato le spese militari almeno del 4,5% rispetto al 2017, e del 25,8% rispetto al 2006, ed è una delle prime produttrici e venditrici di armi al mondo. Noi, da irriducibili sognatori, continueremo a sostenere che la pace non si ottiene né mantiene con le armi, ma con il dialogo, il rispetto, l’aiuto reciproco tra le nazioni, la difesa dell’ambiente, il commercio equo, un’economia solidale e la lotta alla povertà. Che a livello personale l’arma più potente è il perdono e la nonviolenza, e che gratuità, volontariato, servizio, condivisione, aiuto a chi è nel bisogno e rispetto delle diversità sono più forti e danno più sicurezza di porte blindate, di regolamenti razzisti, di armi in casa, di ronde e vigilantes. Siamo incoraggiati dal fatto che il nostro paese è davvero ricco di gruppi, associazioni e movimenti che «lottano» per la pace e la nonviolenza e sono attivi nel volontariato e nel servizio alla comunità. Questo è bello e dà tanta speranza.
C’è un germe di speranza anche nelle elezioni appena svolte: l’affluenza alle urne ha battuto tutte le previsioni di astensionismo, soprattutto tra i giovani. Questo significa che, nonostante certi politici fallimentari e autoreferenziali, gli italiani credono ancora nella «Politica» e nella partecipazione alla vita del paese, e sono coscienti «del diritto, che è anche dovere, di usare del proprio libero voto per la promozione del bene comune» (Gaudium et Spes 75). Perché «la comunità politica esiste in funzione di quel bene comune, nel quale essa trova significato e piena giustificazione e che costituisce la base originaria del suo diritto all’esistenza» (GS 74). Noi, irriducibili sognatori, continueremo a credere che il futuro non è dei corrotti, dei venduti ai grandi poteri economici, di chi mette i suoi interessi al primo posto o è affamato di potere, dei mafiosi e dei massoni, ma di quegli uomini, cristiani e non, che, presa «coscienza della propria speciale vocazione nella comunità politica», si impegnano in prima persona, «sviluppando in se stessi il senso della responsabilità e la dedizione al bene comune» (GS 75).?«Bene comune» che, oggi più che mai, ha dimensioni planetarie, visto che ogni scelta politica, economica e ambientale ha effetti su tutta l’umanità.

Gigi Anataloni

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P.S. MC non ha cambiato titolo. Quest’anno la testata ricorda i 120 anni della rivista, fondata dal beato Allamano nel 1899 come il bollettino «La Consolata» dell’omonimo santuario di Torino. Dal 1901 il bollettino ha due anime: il santuario e le missioni d’Africa. Così nel 1928 si divide in due pubblicazioni: quella del santuario e «Missioni Consolata» che è la voce dei missionari.