Giacarta e le periferie


Il centro del potere nel Paese delle 17mila isole sta a Giava. Nel Borneo, però, sta sorgendo la nuova capitale che soppianterà Giacarta. Le zone periferiche sono molte. Così come le identità e le religioni. Una delle sfide per il nuovo presidente, ex sodale del vecchio dittatore Suharto, è tenere a bada le forze centrifughe.

Il vasto arcipelago indonesiano è adagiato in un’area marina grande come quella che va da Lisbona e Istanbul. Nella periferia orientale del Paese, i pescatori della città portuale di Kupang, sull’isola di Timor, non hanno molto in comune con la popolazione di Giava, la grande isola al centro dell’Indonesia che caratterizza cultura, tradizioni, riti, storia del Paese.

L’arcipelago delle 17mila isole è anche il Paese a maggioranza islamica più popoloso al mondo, con oltre 245 milioni di musulmani su un totale di circa 280 milioni di abitanti.

Giava ne è il fulcro. È anche l’isola del potere, l’antica «Batavia», centro nevralgico al tempo della colonizzazione olandese che tante e profonde tracce ha lasciato.

20/10/2024. Jakarta, Indonesia. President of Indonesia, Prabowo Subianto. Picture by Ben Dance / FCDO

Il nuovo presidente

Rodrigus Mati, ogni giorno sbarca il lunario con il suo pescato. Lo vende al mercato di Kupang o, nelle giornate fortunate, alle ditte che riforniscono i resort sulla vicina isola di Flores, dove la località di Labuan Bajo si avvia a diventare un hub per il turismo internazionale, al pari della più famosa Bali.

Da Kupang, Giacarta è molto lontana (circa 2.500 km, ndr). Le dinamiche del governo centrale, le scelte politiche, il cambio di guardia alla presidenza della nazione, non sembrano così importanti rispetto alle esigenze economiche e sociali imposte dalla quotidianità. Con qualche eccezione: nel territorio indonesiano di Timor Ovest, infatti, i più anziani ricordano che Prabowo Subianto, 72 anni, arrivato alla presidenza del Paese dopo alterne fortune, fu generale dell’esercito durante il periodo della dittatura di Muhammad Suharto (di cui era anche il genero), terminata nel 1998, quando una rivolta giovanile segnò l’apertura di una nuova stagione democratica.

A Prabowo, gruppi della società civile e organizzazioni per i diritti umani contestano violenze e abusi compiuti quando era comandante delle forze speciali Kopassus, accusate di torture e sparizioni di oppositori politici.

In particolare, al nuovo presidente si addebitano le violenze compiute a Timor Est negli anni 80 e 90, quando l’Indonesia occupava la parte orientale dell’isola (divenuta poi indipendente nel 2002, si veda MC dicembre 2024, ndr).

Nel 1999, con la fine del potere di cui era stato un tassello importante, Prabowo abbandonò l’esercito e, al contrario di molti dei suoi ufficiali che furono processati e condannati per i reati compiuti, lui lasciò il Paese senza essere mai formalmente portato alla sbarra.

Rimozione della memoria

Dopo un decennio, Prabowo è rientrato in Indonesia, ripresentandosi sulla scena politica e contribuendo a fondare il partito Gerinda (Gerakan Indonesia raya, cioè Movimento della grande Indonesia).

«Le ferite di quella stagione in cui Prabowo fu un protagonista in negativo – ricorda padre John Rusae, parroco della chiesa di san Giuseppe a Kupang, dove esiste una fiorente comunità cattolica – sono state risanate grazie alla reciproca buona volontà della gente di Indonesia e Timor Est: la Commissione verità e amicizia, istituita per promuovere la riconciliazione, ha terminato il suo compito, e oggi non c’è animosità tra i due popoli».

Tuttavia, c’è ancora il rischio dell’impunità. Il tema della rimozione della memoria, per seppellire un passato scomodo, riguarda soprattutto il rapporto tra la politica e i giovani, in una nazione in cui la metà della popolazione ha un’età tra i 18 e 39 anni. «I giovani – sottolinea il gesuita Franz Magnis-Suseno – non conoscono gli scandali che hanno costellato la carriera militare e politica di Prabowo o le nefandezze compiute dalle sue milizie squadriste ai tempi del regime. Tutti temi brillantemente elusi nel dibattito pubblico».

Il gesuita ultraottantenne, professore tedesco naturalizzato indonesiano, è immerso tra le montagne di libri del suo studio di Giacarta. Da 60 anni nel Paese, è una storica figura di religioso e intellettuale, oggi annoverato tra quanti chiedono ancora la ricerca delle responsabilità.

I giovani si sono lasciati lusingare – soprattutto grazie ad abili campagne sui social media – dal controverso personaggio oggi presidente. Nella società, nella politica, nei mass media, non è stata posta in agenda la descrizione e il racconto di quel passato.

Il suolo ricco di Papua

Echi di quei tempi si avvertono anche nelle periferie del selvaggio territorio della Papua indonesiana, all’estremo oriente dell’arcipelago, chiamata in lingua nazionale Irian Jaya, parte occidentale della vasta isola di Nuova Guinea.

Le popolazioni indigene respingono l’intenzione del presidente di rilanciare il programma di migrazione interna di popolazione, soprattutto da Giava, verso regioni meno densamente popolate. Il programma, ideato dal governo coloniale olandese, venne ripreso nel secolo scorso dal governo del primo presidente Sukarno, e poi, dalla metà degli anni 80, anche dal dittatore Suharto, per venire sospeso agli inizi del 2000.

Oggi torna alla ribalta per una regione: Papua è ricca di risorse naturali, miniere di rame e oro, legname, che Prabowo intende sfruttare per aumentare la ricchezza del Paese. «Bisognerebbe guardare alle reali necessità della popolazione locale, che ha un disperato bisogno di servizi come istruzione, sanità e assistenza sociale e sviluppo», sottolinea Alexandro Farini Rangga, frate minore che spende la sua missione tra gli indigeni della provincia di Papua.

Quel programma – rileva il Consiglio delle Chiese della Papua, che raccoglie le diverse confessioni cristiane – ha consolidato le disuguaglianze anziché promuovere la prosperità, e ha acuito i problemi sociali e le tensioni derivanti dalle differenze culturali e linguistiche tra gruppi diversi».

Gli indigeni della Papua hanno subìto una condizione di emarginazione che ha ampliato il loro risentimento verso i cittadini indonesiani di altre isole, nonché la distanza dal governo centrale di Giacarta.

Così si è finito per alimentare spinte centrifughe di gruppi separatisti armati, come l’Organisasi Papua merdeka (Movimento per Papua libera), nato già agli inizi degli anni 60.

Una capitale da zero

L’altra periferia dell’arcipelago su cui, negli ultimi anni, si sono riaccesi i riflettori dell’opinione pubblica, è una porzione di territorio tanto lussureggiante quanto impervio e inaccessibile: il Kalimantan, ovvero il Borneo indonesiano. La regione è alla ribalta per il mega progetto della nuova capitale dell’Indonesia, Nusantara (letteralmente, «arcipelago»), che sorgerà nella parte orientale dell’isola, a circa 1.200 chilometri dall’attuale capitale Giacarta.

La grande metropoli sull’isola di Giava, infatti, affonda in una depressione del territorio e in un’agonia di invivibilità. Le lunghe file di veicoli a tutte le ore del giorno ne raccontano una congestione che incide sulla qualità della vita dei suoi 12 milioni di abitanti. «Andare al lavoro, raggiungere un ufficio pubblico o amministrativo è una sfida quotidiana», racconta Angelina Budi, assistente sociale che vive e lavora nella capitale.

In tale cornice l’ex presidente Joko Widodo – due mandati al potere prima di Prabowo – ha promosso un piano su cui ha speso tutta la sua credibilità politica: costruire da zero una nuova città nel Borneo, una zona piuttosto centrale rispetto alla struttura del vasto arcipelago, area popolata da gruppi indigeni e scarsamente sviluppata, nota per l’immensa foresta pluviale e per la sua biodiversità.

Widodo è andato avanti a tamburo battente e, nell’estate 2024, ha inaugurato i primi uffici governativi della futura capitale nella data simbolica del giorno dell’indipendenza, il 17 agosto.

Dialogo tra religioni

A Giacarta, negli uffici della Direzione generale per l’orientamento della comunità cattolica, all’interno del ministero per gli Affari religiosi indonesiano, si mostra orgogliosamente ai visitatori la mappa della nuova città che include una basilica cattolica intitolata a san Francesco Saverio.

Siamo in una delle sei direzioni generali – una per ciascuna delle sei religioni riconosciute dallo Stato: islam, cattolicesimo, protestantesimo, induismo, buddhismo, confucianesimo – in cui è articolato il ministero. Istituito già dopo l’indipendenza del 1945 in una nazione che riconosce pubblicamente il ruolo positivo della religione nel vivere sociale.

Una specifica direzione si occupa di tutte le questioni relative ai rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica (circa 10,5 milioni di fedeli), curando anche la costruzione di scuole e chiese cattoliche e tutti i regolamenti relativi.

La scelta del nome di san Francesco Saverio, in accordo con la Conferenza episcopale dell’Indonesia, omaggia il missionario gesuita, evangelizzatore dell’Asia, che il 14 febbraio 1546 sbarcò nelle isole Molucche (oggi parte dell’Indonesia), iniziando la sua missione nell’arcipelago.

Nella pianificazione urbanistica della futura capitale, la chiesa sorgerà a poca distanza dalla grande moschea nazionale, riprendendo il modello di Giacarta dove la cattedrale cattolica di Nostra Signora dell’assunzione e la moschea Istiqlal sorgono l’una di fronte all’altra, sulla medesima strada, e sono unite dal «tunnel della fraternità», un sottopasso stradale che vuole esprimere concretamente l’armonia religiosa.

Il nuovo presidente Prabowo Subianto, dal canto suo, ha promesso di continuare a sviluppare Nusantara, confermando un investimento infrastrutturale che, secondo stime governative, comporta un impegno economico di 32 miliardi di dollari e che dovrebbe durare almeno un quadriennio.

Brics e mondo multipolare

Su questo punto nodale si intrecciano delicati rapporti di politica estera: da un lato è rilevante il fatto che Indonesia, Thailandia e Malaysia siano diventati, a partire dal 2025, partner ufficiali dei paesi Brics (il raggruppamento fondato da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), primo passo verso la piena adesione.

Giacarta aveva dichiarato pubblicamente l’intenzione di diventare membro a pieno titolo dei Brics, nell’ottica di promuovere «un ordine globale multipolare», ribadendo una politica estera piuttosto indipendente. Il che potrebbe anche significare voler rafforzare l’Associazione delle nazioni del Sud Est asiatico (Asean), e comunque non lasciarsi ingabbiare da una delle due potenze che si contendono l’egemonia nell’Indopacifico, gli Usa e la Cina.

Proprio sulle aziende cinesi Prabowo conta per poter completare il gigantesco piano di investimenti per la nuova capitale: un modo concreto per ribadire che la Cina resta un partner strategico ed economico di primo piano.

Fedele alla sua storia, quando fu fondatrice del Movimento dei paesi non allineati durante la Guerra fredda, l’Indonesia sembra ricalcare lo schema di nazione «libera e attiva», non schiacciata su nessun blocco politico.

Dalla periferia globale, Nusantara guarda con attenzione la realtà dei nuovi equilibri internazionali.

Sul versante interno, però, in un Paese tanto variegato e plurale, si riaffacciano le spinte centrifughe dei suoi diversi territori, per attenuare le quali, al tempo dell’indipendenza nel 1949, venne elaborato il motto nazionale «Unità nella diversità».

Tutto si gioca nel rapporto tra centro e periferia.

Paolo Affatato


Archivio MC

 




Oltre il Circolo polare artico

testo e foto di Valentina Tamborra |


Una storia che ha dell’incredibile. E affonda le sue radici in sei secoli fa.  Ma c’è qualcuno che la tiene viva, in un remoto e sconosciuto angolo del mondo. Una vicenda che crea legami tra due popoli. E pochi lo sanno.

Il 25 aprile del 1431 Pietro Querini, un nobiluomo veneziano, mercante ed esploratore, salpò da Candia (l’odierna Creta) alla volta delle Fiandre con un carico di 800 barili di Malvasia, cotone, spezie e altre merci.

Non poteva immaginare che si sarebbe ritrovato sulle coste delle allora sconosciute isole Lofoten, precisamente sull’isola disabitata di Sandøy, vicino a Røst. Furono i venti e i mari a decidere la sorte del capitano e del suo equipaggio. Questa è la storia di un naufragio che da sventura diventò opportunità, che da tragedia si trasformò in un secolare rapporto di amicizia: ancora oggi infatti, l’isola nella quale Querini e i superstiti del suo equipaggio furono accolti e ospitati, serba intatto il ricordo di quell’avvenimento.

Di 68 uomini della «Cocca Querina», solo 11 si salvarono, toccando terra il 14 gennaio del 1432: decimati dal naufragio, dalle condizioni terribili del mare, dalla notte polare e dal freddo artico, affamati e ridotti allo stremo delle forze, vennero salvati da alcuni pescatori dell’isola di Røst, che li ospitarono per circa quattro mesi nelle loro case. Quando il capitano Querini e i suoi uomini ripartirono, portarono con sé, insieme al ricordo della bontà d’animo e della semplicità di vita dei pescatori, un carico di quello che era il bene primario per l’isola: lo stoccafisso.

Fu così che un pesce dell’artico, che appartiene alle gelide acque del Nord, arrivò in Italia, precisamente a Venezia, diventando la prelibatezza che tutti conosciamo.

Il racconto di questa vicenda è oggi custodito in due luoghi affascinanti e carichi anch’essi di storia: la Biblioteca Apostolica Vaticana e la Biblioteca Marciana di Venezia. Il capitano Querini, infatti, scrisse di proprio pugno un diario che oggi è custodito in Vaticano, mentre alla Marciana viene conservata la deposizione di due marinai: Cristofalo Fioravante e Nicolò De Michiele, che con Querini scamparono al naufragio.

Ma oltre ai due manoscritti, cosa resta oggi di questo incontro?

Røst, l’ultima

Røst è un’isola piatta. A spezzare la linea dell’orizzonte solo un picco che ricorda il cappello di un mago, la montagna di Stavøya.

L’ultima isola delle Lofoten, non raggiunta, o quasi, dal turismo, è dedita interamente alla pesca e essiccazione del merluzzo che viene spedito principalmente in Italia, Spagna, Portogallo e Nigeria. Sono le particolari condizioni climatiche dell’Artico, infatti, a permettere l’essiccazione perfetta di questo pesce.

Singolare è anche il nome del particolare tipo di merluzzo pescato qui: Skrei. Il termine Skrei deriva infatti da un vocabolo (å skrida) che in antica lingua vichinga significa «viaggiare, migrare, muoversi in avanti».
Lo Skrei, infatti, compie ogni anno una vera e propria migrazione dal mare di Barents verso le acque più calde della costa settentrionale norvegese al fine di riprodursi.

Già nell’epoca vichinga le qualità del merluzzo erano conosciute e apprezzate. Una volta essiccato, poteva durare mesi ed essendo altamente proteico, costituiva un importante elemento per la dieta piuttosto povera degli abitanti delle isole remote.

Ancora oggi lo stoccafisso viene prodotto usando gli stessi ingredienti e lo stesso metodo dell’epoca in cui il capitano Querini naufragò su sull’isola: tutto naturale.

Røst conta oggi circa 500 abitanti, fra questi un solo medico, un poliziotto e un prete. La comunità è completamente coinvolta nella vita di mare. Chi non è un pescatore, pur non uscendo in mare ogni giorno, si dedica in qualche modo all’industria della pesca, per lavoro o per diletto.

I bambini ad esempio, durante le vacanze scolastiche, aiutano genitori e nonni nella pulizia del pesce. In particolare, imparano a tagliare le lingue che, una volta impanate e fritte, sono considerate una vera prelibatezza.

L’Italia

La piccola isola di Røst ha una peculiarità: l’eredità del passaggio degli italiani è talmente forte, da aver ispirato ben due realtà davvero particolari.

Qui infatti ha sede il comitato più a Nord della Società Dante Alighieri: il suo presidente è  Kjell-Arne Helgebostad, l’unico medico dell’isola. Kjell-Arne parla perfettamente italiano ed è ben lieto di fare da guida a chiunque desideri approfondire la storia di questa dimenticata porzione di mondo.

Il medico ha fondato anche una piccola biblioteca dove è possibile trovare libri in italiano e norvegese dedicati alla storia dell’isola e di Pietro Querini.

C’è poi una donna, un’artista eclettica e sognatrice: Hildegunn Pettersen. Cantante lirica originaria dell’isola, padre pescatore, vive oggi a Oslo dove canta e insegna musica.

È lei ad aver dato vita a un’opera lirica interamente dedicata alla vicenda del Querini. Ogni anno in agosto, viene organizzato il Querini Festival, durante il quale l’opera viene rappresentata sull’isola di Røst e coinvolge buona parte della comunità. Dalle altre isole, in molti raggiungono Røst per assistere alla rappresentazione.

Sul palcoscenico insieme a Hildegunn si possono trovare pescatori e produttori, esportatori di pesce, insegnanti della scuola, il medico e chiunque, sull’isola, voglia far parte della tradizione e della memoria.

I ragazzi della scuola hanno aiutato a costruire le scenografie, e sul palcoscenico campeggia un leone di Venezia in polistirolo dipinto d’oro che è in tutto e per tutto «uguale» all’originale.

Parte dell’opera Querini è cantata in italiano. Il sogno di Hildegunn è portare lo spettacolo a Venezia, magari proprio accanto al mercato ittico di Rialto, sotto il quale si celano le rovine di quella che fu «Casa Querina».

Un ristorante e una stele

Per ricordare il naufragio, sull’isola di Sandøya, nel punto più alto, si erge la stele dedicata a Pietro Querini. Furono gli abitanti di Røst a porla qui nel 1932 in ricordo dell’evento che sancì l’antica amicizia.

Sono passati quasi 600 anni da quando un pescatore dell’isola e i suoi due figli si imbatterono in quel gruppo di sopravvissuti

che non appartenevano al loro mondo: «Dopo che a parole e a gesti gli facemmo comprendere che eravamo naufraghi bisognosi di aiuto, cominciarono a parlare, ci dissero il nome dell’isola e tante altre cose di cui non capimmo nulla», scriveva Pietro Querini nel suo diario, e ancora oggi quell’antica ospitalità viene tenuta in vita.

Oltra alla stele di Sandøya sull’isola di Røst esiste un piccolo ristorante che è anche il punto di ritrovo della comunità: è il Querini Pub.

Gestito da Anna Cecilie, propone ricette locali e rivisitazioni del piatto più importante di queste parti: lo stoccafisso.

Svolvaer, Henningsvaer e «le altre»

La tradizione della pesca al merluzzo però, non fa parte solo del retaggio culturale della piccola isola di Røst.

Anche isole come Svolvaer, Henningsvaer, Leknes, seppure più conosciute come meta turistiche, hanno una fortissima storia legata al merluzzo.

L’economia di tutto l’arcipelago è strettamente legata alla pesca e ci sono luoghi come Ballstad, non lontano da Leknes, che sono essenzialmente villaggi di pescatori.

Le tipiche casette rosse costruite a ridosso della costa, chiamate rorbuer, sono nate come abitazioni dei pescatori norvegesi. Tradizionalmente spartane, ospitavano gli uomini che ormeggiavano la propria barca lungo i porti delle Lofoten. Oggi molti rorbuer accolgono turisti e sono diventate luoghi esclusivi, dai quali è possibile ammirare non solo la bellezza della natura, che pure in questi luoghi domina, ma anche l’andirivieni dei pescatori che ogni mattina, dalle quattro e mezza in avanti, salpano dal porto verso il mare aperto.

La vita e i ritmi della natura

Hemingway nel suo «Il vecchio e il mare» scriveva: «Chiunque sa fare il pescatore di maggio». E viene proprio da pensarlo qui, oltre il Circolo Polare Artico, dove la natura domina ed è l’uomo a doversi adattare a lei e non viceversa. Se è pur vero che i moderni sistemi di navigazione hanno ridotto di molto i rischi, è altrettanto vero che i mari del Nord sono particolarmente difficili da navigare. Capita talvolta, specialmente tra gennaio e aprile, i mesi durante i quali lentamente la luce fa capolino dopo la «blue season» (una stagione dell’anno dove la luce del sole è solo un tenue bagliore blu all’orizzonte), che in una giornata si arrivi a vivere quattro stagioni: il vento infatti, può cambiare nel giro di pochi secondi e un cielo azzurro e terso può trasformarsi in un «muro» di neve  che rende impossibile definire l’orizzonte. Se è vero che il gps aiuta a trovare la rotta, è anche vero che bisogna conoscere a menadito «le strade del mare», i fondali bassi, le rocce che con gli strani giochi di luce e le maree scompaiono alla vista e rischiano di far incagliare le barche.

Si esce in mare ogni giorno da queste parti, con qualsiasi condizione climatica: quello della pesca resta un mestiere pericoloso, e lo sa bene Håvard, un giovane pescatore la cui barca porta il nome del nonno, Åge Steinar.

Quando lo incontro, mi racconta dell’incidente di pesca che fu fatale per il nonno, esperto pescatore, nonché suo maestro.

La barca carica di pesce stava rientrando in porto quando all’improvviso una forte tempesta rese difficile la navigazione. La barca affondò portando con sé l’uomo. A nulla valsero gli sforzi di altri pescatori accorsi sul luogo della tragedia: solo Håvard riuscì a salvarsi. Eppure, nonostante tutto, come dicono da queste parti, nessuno vorrebbe cambiare mestiere perché: «Puoi togliere una barca al suo uomo, ma non un uomo dalla sua barca».

Storie di donne

Arrivando sul porto di Svolvaer, è facile scorgere, proprio poco distante dalla battigia, posta a picco su alcuni scogli, una statua dalla figura esile: è la moglie del pescatore. Una mano alzata a schermare gli occhi dalla luce Artica, scruta il mare in attesa del ritorno del suo uomo. È la rappresentazione tipica delle mogli dei pescatori. Donne che attendono e sembrano poco coinvolte nella vita di mare. Ma non è per nulla questo il ruolo di donne, come Lone e Line.

La prima, una trentenne con un tatuaggio sulla schiena che rappresenta tre stoccafissi e quello di un’ancora sul braccio destro, è una pescatrice. Fuggita dai ritmi della città, si è rifugiata a Røst dove oggi vive di pesca.

Lone ha dovuto farsi strada in un mondo ancora oggi prettamente maschile: inizialmente guardata con stupore, oggi è a tutti gli effetti «un lupo di mare». Nel tempo libero ama suonare il pianoforte e colleziona strumenti antichi, come un arpicordo che tiene appeso in salotto.

Line invece è una vraker, ovvero una selezionatrice. Figlia di pescatori, ha imparato il mestiere da un vero e proprio maestro: Ansgar Pedersen, dell’azienda Glea. Ogni giorno Line annusa migliaia di stoccafissi per stabilirne la qualità e il mercato di destinazione. Ha provato per un periodo a trasferirsi in città, abbandonando l’isola, ma non faceva per lei. Ha deciso di restare quindi a Røst dove oggi è sposata e ha due bimbi.

Line racconta che, fino a una ventina di anni fa, addirittura si diceva che «le donne in barca portassero sfortuna». Oggi invece il ruolo femminile all’interno del mercato della pesca è pienamente accettato.

Dove lavorare

Eppure non solo i norvegesi sono esperti pescatori: ogni anno infatti, durante la stagione della pesca al merluzzo da gennaio ad aprile,  sono in molti a raggiungere le Lofoten da zone come la Lituania, in cerca di lavoro.

È il caso di Arturas che, nella sua terra natale, era fotografo e cameraman. Dopo la crisi economica che ha colpito il suo paese ha dovuto reinventarsi. Oggi da gennaio a maggio si sposta alle isole Lofoten dove ogni giorno prende il mare con il suo capitano, Odd Helge Isaksen, a caccia dei migliori skrei.

Tra leggenda, superstizione e tradizione

Ogni uomo di mare, si sa, ha una storia da raccontare. Un’avventura particolare, una tempesta cui è scampato fortunosamente o una pesca particolarmente disastrosa.

Ma c’è sempre una «storia» a cui ogni pescatore è particolarmente affezionato. E ad essa, un po’ per superstizione, un po’ per tradizione, si collegano alcuni piccoli riti di buon auspicio. È il caso ad esempio, del saluto alla montagna di Vågakallen, un picco che domina il porto di Svolvær.

Nelle prime ore del giorno, quando il buio ancora avvolge il villaggio, i pescatori preparano le barche e prendono il mare. Prima di partire, però, fanno un inchino e un saluto a questa montagna: che li protegga, che li accolga nuovamente nel porto sicuro, carichi di pesce, al ritorno.
Durante la stagione della pesca non è difficile imbattersi in quello che è forse uno degli spettacoli naturali più affascinanti al mondo: l’aurora boreale.

In Norvegia queste scie colorate che accendono la notte artica, vengono chiamate Nordurljos: «Luci del Nord».

La leggenda narra che, ogni qualvolta il cielo si accende di questi colori brillanti, da qualche parte le Valchirie sono in battaglia: secondo il mito, i bagliori in cielo, dal verde al rosso al rosa, non sono altro che il riflesso del sole sulle armature delle guerriere.

Valentina Tamborra

Questo lavoro è diventato una mostra fotografica e un libro: «Skrei. Il viaggio», Valentina Tamborra, Silvana Editoriale, 2020.