Bosnia. Se la miniera è a casa tua


C’è il litio, ma anche il carbone. Nuove e vecchie miniere potrebbero stravolgere il territorio del Paese balcanico. La popolazione locale non sta però a guardare.
La questione ambientale s’inserisce in un contesto in cui le divisioni della guerra civile sono ancora vive.

Estate 2024, montagna di Ozren, distretto di Doboj, Repubblica serba di Bosnia.

Oggi, in un campo normalmente adibito a rifugio di montagna e pista da lancio per parapendii, 36 persone – tra cui ingegneri, biologi, attivisti per l’ambiente – si sono riuniti per una missione di ricerca che durerà per tre giorni. Nella squadra, ci sono uomini e donne provenienti da Bosnia, Serbia e Montenegro. L’obiettivo è quello di raccogliere campioni di flora, di acqua, e tracce della fauna di specie a rischio. Si spera che i dati raccolti in questi giorni possano portare quest’area a essere annoverata tra i parchi protetti della Bosnia. Infatti, con questo inserimento si potrebbe forse fermare l’apertura di miniere di nichel, cobalto, rame e, soprattutto, di litio.

Il campo viene inaugurato dal discorso dei due coordinatori dell’evento: Peter Špullovič e Davor Tubič. Ospite, e osservatore speciale del progetto, è Brian Aggeler, capo missione dell’Osce (Organization for security and cooperation in Europe), l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

Alcuni membri della spedizione all’interno della grotta di Mokra Megara. Foto Angelo Calianno.

Scoperta e mobilitazione

Grazie al monitoraggio di alcuni residenti e attivisti locali, nell’ottobre 2023 si è scoperto che alcune compagnie minerarie stavano effettuando ricerche per rilevare la presenza di minerali e metalli. Su tutti, il più importante è il litio, componente fondamentale per il funzionamento di molte batterie, soprattutto quelle dei veicoli elettrici.

Queste società di ricerca fanno capo al colosso svizzero Arcore e alla Lycos metal, compagnia con base in Australia e sedi operative in tutti i Balcani. Le ricerche, da parte di Arcore, sono andate avanti per quattro anni senza che nessuno della popolazione locale ne fosse al corrente. Le associazioni ambientaliste, inoltre, affermano che tutto è stato tenuto nascosto ai residenti, ma è avvenuto con il benestare di governo e autorità. Dopo essere stata smascherata, Arcore ha ammesso di aver effettuato queste ricerche e di aver identificato, in una zona che va da Doboj a Lopare, 1,5 milioni di tonnellate metriche di carbonato di litio. Se così fosse, sarebbe uno dei più grandi giacimenti d’Europa. La compagnia svizzera ha assicurato che le estrazioni avverranno usando tecnologie di ultima generazione e che l’impatto ambientale, soprattutto su acqua e suolo, sarà minimo. Nessuno però ha creduto a questa dichiarazione. A maggior ragione, dopo quello che è accaduto a pochi chilometri da qui, in Serbia, quando nel 2022 alla multinazionale Rio Tinto è stata revocata la licenza di scavo a seguito dei danni ambientali provocati nella regione dello Jadar (cfr, MC agosto-settembre 2023).

Agente delle forze di polizia locali scorta il gruppo all’uscita delle grotte, che oggi avrebbero tutti i requisiti per diventare area protetta. Foto Angelo Calianno.

Le grotte del ragno

Dopo la cerimonia iniziale, ci prepariamo alle prime esplorazioni. Indossiamo stivali ed elmetti per addentrarci nei boschi del Monte Ozren e all’interno delle grotte di Mokra Megara. Questo complesso di caverne è al centro del progetto di salvaguardia dell’ambiente. Le ragioni stanno nella sua storia, nella sua ricchezza di biodiversità, ma anche nella presenza di un ragno.

Il ragno Rhode Stalitoides, specie endemica dei Balcani, è una specie protetta. La sua presenza, in queste grotte, potrebbe diventare il criterio chiave per convertire l’area in un parco nazionale e impedire così i lavori di estrazione.

All’interno del nostro gruppo, si trova anche un sacerdote ortodosso: padre Gravilo Stevanovič. Padre Gravilo è un testimone della presa di posizione della Chiesa ortodossa serba sulla questione ambientale. Essa, infatti, si è apertamente schierata contro l’esplorazione mineraria, dichiarando anche la volontà di acquistare terreni, pur di salvarli.

Da quando non gli è più stato rinnovato il contratto presso un ente statale, a causa per il suo impegno per l’ambiente, Zoran è presente in tutte le attività di ricerca e protesta. Foto Angelo Calianno.

Insegnante di lingua e letteratura, Andrjana è una delle fondatrici dei movimenti di attivismo contro l’apertura delle miniere. Foto Angelo Calianno.

Montagne di acqua

Come si estrae il litio? Quali sono i pericoli per l’ambiente? Vladimir è uno dei partecipanti al campo di ricerca. In questi anni si è occupato delle campagne contro le estrazioni illegali di carbone e di metalli pesanti. Inoltre, lavora a soluzioni energetiche alternative che possano sostituire i combustibili fossili. Mi spiega: «L’estrazione del litio comporta dei lavori che durano anni. Una volta terminate le operazioni, quello che rimane del territorio è un habitat invivibile per tutte le specie animali e vegetali. Con il metodo tradizionale, si effettuano delle perforazioni nel suolo. In seguito, nei fori, viene pompata salamoia. I minerali estratti vengono quindi lasciati evaporare per mesi e poi filtrati in diverse vasche fino ad ottenere il carbonato di litio. Per queste operazioni serve tantissima acqua: quasi 190mila litri per tonnellata di litio estratto. L’acqua rimasta, dopo i vari filtraggi, viene poi riversata nuovamente nell’ambiente. Queste operazioni di estrazione, ad esempio ad Atacama in Cile, hanno causato la perdita del 65% dell’acqua dolce della regione».

Zoran, ingegnere ambientale e attivista contro l’estrazione di metalli pesanti, racconta la sua storia: «Lavoravo per una compagnia statale di manutenzione degli impianti energetici. Non mi è stato rinnovato il contratto, perché mi sono unito a una Ong per la protezione dell’ambiente.

Nichel e cobalto sono metalli pesanti. Pesanti vuol dire, in questo caso, che l’estrazione e la produzione sono molto dannosi per l’ambiente. Senza dire che contengono molti componenti cancerogeni. Dodici anni fa, in Serbia, si è verificata una situazione simile a quella che ora sta avvenendo qui. In quel periodo, professori universitari e scienziati hanno pubblicato diversi trattati dove si mostra, scientificamente, l’allarmante pericolosità che le estrazioni minerarie comportano per la salute. Per avere un esempio di quello che potrebbe avvenire qui, basta guardare i giacimenti in Australia, Canada e Russia. In queste nazioni, gli scavi si effettuano in aree remote, inabitate, perché appunto pericolosissimi per l’uomo. Nel caso della Bosnia, parliamo di luoghi a ridosso di fattorie e villaggi. Per estrarre i metalli pesanti ci sono due modi: si trivella nel sottosuolo o si usano gli esplosivi. Nel caso del cobalto, anche questo presente nel nostro territorio, viene introdotto nel suolo acido solforico al 100%. Occorrono, inoltre, grandi quantità di acqua durante l’estrazio- ne. Conosciamo tutti i danni che le miniere di cobalto causano in Congo. Lì, dopo l’estrazione, le acque di scarto vengono riversate nell’ambiente, avvelenando le falde. Per 12 anni, ho lavorato a contatto con gli enti che controllavano la qualità dell’acqua, e i danni che le miniere possono causare. Tutta la documentazione prodotta, e poi divulgata al pubblico, è falsa. Tutto dipende dagli investitori, e da quanto sono disposti a pagare per contraffare i dati».

La politica

Quando chiedo se si possa sperare in un appoggio da parte di qualche formazione politica, Zoran mi risponde: «Qui la politica è sempre una questione complicata. Dopo la guerra, nel 1995, i confini sono stati ridisegnati a tavolino. Oggi, quindi, metà di queste montagne si trovano nella Republika Srpska (Repubblica serba della Bosnia), e l’altra metà nella Bosnia Federale. Sono proprio i governi che hanno erogato i permessi alle compagnie straniere. Sono le autorità politiche, quelle che dovrebbero tutelarci, le prime a non farlo. Dal ‘96 abbiamo gli stessi partiti, i principali sono tre, e puoi considerarli tutti di destra, opposizione inclusa. Qualche volta nascono nuovi movimenti, ma sono piccoli e deboli, e comunque vengono visti sempre con sospetto dalla gente. Purtroppo, molti si allontanano dalla politica per rassegnazione. Anche per questo ci troviamo in questa situazione».

Le tre formazioni politiche menzionate da Zoran sono il partito nazionalista Sda (Partito azione democratica), l’Hdz (Unione democratica croata di Bosnia Erzegovina), partito conservatore cristiano e il partito Snsd (Unione dei socialdemocratici indipendenti) considerato più moderato.

Parola di ministra

Il ministro dell’ambiente e del turismo della Federazione di Bosnia Erzegovina, Nasiha Pozder. Foto Angelo Calianno.

Dopo una giornata di ricerche, gli attivisti tornano al campo base. Hanno riportato qui decine di contenitori con campioni di roccia, terra, piante e acqua. Tutto verrà inviato ai laboratori per le analisi. Per la notte, ci si accampa sia nelle baite di legno che nelle tende, allestite per l’occasione.

Il giorno successivo, riceviamo una visita speciale: la ministra per l’ambiente e il turismo della Federazione di Bosnia ed Erzegovina, in carica da circa un anno, la dottoressa Nasiha Pozder. Mi racconta: «Come sa bene, essendo lo Stato diviso in due entità, la situazione politica bosniaca è molto intricata. Io sono, diciamo, fuori dalla mia giurisdizione. Sono il ministro della Bosnia Federale, mentre qui ci troviamo nella parte della Republika Srpska. Mi dispiace essere qui senza la mia controparte locale. Abbiamo sempre un dialogo tra i vari organi politici ma, sicuramente, abbiamo priorità diverse. Io, nella mia carriera, ho sempre avuto a cuore il problema dell’ambiente. Sono qui perché, per noi, la campagna di pressione per ingrandire le aree protette in Bosnia Erzegovina è molto importante. Per legge, almeno il 16% delle nostre aree naturali dovrebbe essere protetto. Siamo appena al 3%. Per questo, annettere luoghi come il monte Ozren, e le grotte di Mokra Megrava, è fondamentale. Spesso, mi viene chiesto perché la politica non ha fatto nulla contro gli scavi e i rilievi illegali. Il perché bisognerebbe chiederlo a chi è stato in carica quando questi sono stati fatti. Non so se gli organi politici sono stati distratti, pigri o disattenti a riguardo, ma, in ogni caso, non hanno agito. Io, appena ottenuta la carica, ho presentato diversi piani per la protezione dell’ambiente. Sono stati tutti approvati dal governo, ma mai messi in atto.

Per natura sono una persona ottimista, anche se la realtà poi mi contraddice. Qualche volta penso di essere arrivata a questa posizione troppo tardi. Oggi, dobbiamo tenere in considerazione che, anche nel momento in cui riusciremo a proteggere un’area geografica, alle grandi compagnie basterà spostarsi di qualche chilometro per cominciare i lavori di scavo. Quindi, il danno ambientale ci sarebbe ugualmente. Una delle cose che potrebbe salvarci, sarebbe entrare in Europa. Facendo parte dell’Unione europea, le multinazionali straniere dovrebbero rispettare alcuni standard ecologici che qui non esistono. Far parte dell’Europa, inoltre, ci darebbe accesso ai fondi per il turismo. Quella potrebbe essere la svolta della Bosnia Erzegovina. Il turismo porterebbe beneficio a tutte le comunità, mentre l’estrazione di minerali solo alle grandi corporation».

Le miniere di litio

Dopo aver passato tre giorni insieme ai ricercatori sulle montagne di Ozren, mi sposto in direzione di Lopare. Questa provincia, se dovessero cominciare i lavori delle compagnie minerarie, sarebbe uno dei luoghi in assoluto più coinvolti dall’inquinamento. È stato qui, in queste valli, che i cittadini hanno scoperto i rilievi minerari segreti. Qui le campagne anti-minerarie e le proteste sono ancora oggi attivissime.

Andrjana, professoressa di lingua e letteratura serba, mi racconta com’è avvenuta la scoperta: «Prima dell’ottobre 2023, non sapevamo niente della volontà di estrarre il litio.

Quando abbiamo sentito le prime voci, abbiamo cominciato a fare ricerche ma non siamo riusciti a trovare nessun progetto ufficiale. Queste ricerche sono state fatte in segreto. Ma, anche se i dati sull’impatto ambientale fossero disponibili, sarebbero finti. Sono redatti dalle stesse compagnie che hanno effettuato le ricerche. Nessuno qui si fida più di quello che ci viene detto, tutti sanno che, al momento dell’apertura delle miniere, nessuno rispetterà gli standard per la tutela dell’ambiente. Subito dopo la nostra scoperta, abbiamo fondato un gruppo d’azione. Nella prima riunione, eravamo appena cinque. Ora siamo in 25. I politici locali all’inizio ci appoggiavano, ma lo hanno fatto solo per una questione di voti. Una volta eletti, sono spariti. Il litio esiste anche in Portogallo, Germania, Austria, ma di certo non vanno lì a scavare. Le compagnie minerarie scelgono la Bosnia perché qui non devono rispettare le norme ecologiche. Quindi, per loro è molto più economico. Qui, approfittano della mancanza di leggi, della facilità di poterle raggirare e del costo estremamente basso delle concessioni governative».

Le miniere di carbone

Già da diversi anni, i bosniaci conoscono bene i problemi che le miniere, ad esempio quelle di carbone, possono causare.

Mi metto in viaggio per Sanski Most. In quest’area sono sei i villaggi coinvolti nell’inquinamento dovuto alle miniere di carbone. Qui opera la compagnia Lager, finanziata in parte dal gruppo cinese Energy China group.

Arrivo a Bistrica, un piccolo villaggio di 700 persone, a pochi metri da un’enorme miniera.  Incontro Daniel, allevatore e contadino. Dai suoi concittadini, è stato eletto portavoce del movimento contro gli abusi delle miniere. Anche perché, come mi confessa, nessuna delle autorità ufficiali viene più a far visita qui.

«Abbiamo avuto problemi fin da subito, dall’inizio delle estrazioni. Le esplosioni e le trivellazioni, spinte dai venti, sollevano le polveri che ricoprono le nostre case, i prati dove mangiano le nostre mucche, e i nostri orti. I camion che trasportano il carbone sono spesso sovraccarichi, oltre le 15 tonnellate di eccedenza. Questo distrugge anche le nostre strade. Molto spesso, a causa dei lavori, rimaniamo per giorni senz’acqua e senza corrente. La gente è stanca, perché ha già tentato tutte le vie di protesta ufficiali. Ci hanno sempre ignorato. Quelle volte in cui sono arrivati gli ispettori governativi per l’ambiente, ci hanno detto che andava tutto bene, che tutto era in regola. Ma noi sappiamo benissimo che, anche questi ispettori, fanno parte dello stesso sistema corrotto.

Da circa un anno, la gente di Bistrica si è affidata a me per portare avanti le iniziative di protesta. Al momento, abbiamo intentato delle cause giudiziarie, perché alcune esplosioni hanno causato delle frane sulle proprietà di molti contadini. C’è anche da dire che tutta questa distruzione che vedi a noi non porta nessun beneficio. Il nostro carbone va in Serbia, da lì l’energia prodotta viene venduta agli stati europei. A noi non rimane nulla».

Parlando con molti abitanti di queste zone, tutti mi dicono di aver perso la pazienza e che, se non ci saranno cambiamenti, le proteste non saranno più solo pacifiche. Nei giorni scorsi, sulle ruspe delle miniere di carbone, sono stati trovati dei bossoli di fucile, lasciati come avvertimento. La provincia di Sanski Most, nella sua storia, è stata testimone di tante lotte e tragedie. Qui, nel 1941, c’è stata una delle rivolte più importanti della Seconda guerra mondiale contro l’occupazione nazista. Qui, nel 1944, si è tenuto il principale consiglio antifascista della Bosnia Erzegovina, evento che affermò l’uguaglianza tra musulmani, serbi e croati. Nel 1992, queste valli sono state testimoni del massacro sul ponte Vrhpolje, luogo dove venti uomini bosniaci vennero giustiziati. Questa strage è stata poi annoverata tra i crimini di guerra di Momčilo Krajišnik, leader serbo condannato per l’uccisione e la deportazione dei non serbi dalla Republika Srpska.

Il peso del passato

Durante la mia visita a questi villaggi, un uomo mi ha confessato: «È sempre difficile organizzare proteste qui. È difficile perché, ogni volta, l’opinione pubblica torna con la mente ai fatti accaduti durante la guerra degli anni Novanta. Sembra quasi che le stesse persone che vorrebbero essere più attive abbiano paura di farlo temendo che le loro proteste possano sfociare in una violenza simile a quella già patita durante la guerra. Si ha il timore di rompere un equilibrio di pace che rimane fragile.

Noi però vogliamo andare avanti. Vogliamo toglierci questo marchio di nazione che ha vissuto una guerra sanguinosa. Abbiamo voglia che il mondo venga a scoprire le bellezze di questa terra, e lo possa fare sentendosi al sicuro. Questo potrà accadere solo se il nostro territorio verrà protetto dalla distruzione che le grandi multinazionali stanno causando per i loro interessi economici».

Angelo Calianno

La moschea del sultano Ahmed III, a Trebinje. Foto Angelo Calianno.


Politica e religione. Musulmani e Ortodossi

La Bosnia Erzegovina è una repubblica presidenziale, a struttura federale, nata dagli accordi di Dayton del 21 novembre 1995, accordi che posero fine alla guerra civile del 1992-1995. Lo Stato è oggi diviso in due entità: la Federazione di Bosnia Erzegovina (occupa 51% del territorio e il 67% della popolazione) con capitale Sarajevo e la Republika Srpska (Repubblica Serba della Bosnia che occupa circa il 49% del territorio, con il 33% della popolazione) con capitale Banja Luka. La religione è un elemento fondamentale della Bosnia. Durante e dopo la guerra, molte persone hanno trovato nella fede un nuovo senso di appartenenza. Il 51% della popolazione è di fede musulmana, quasi interamente sunnita. I cristiani ortodossi sono al 31%, mentre i cattolici al 15%. Il resto della percentuale è diviso in altre minoranze, soprattutto atei e agnostici.

La fede più in crescita risulta essere l’islam. Negli ultimi 20 anni, le statistiche indicano un aumento dei fedeli musulmani dal 44 al 51% della popolazione odierna. Prima del 1990, i musulmani di Bosnia erano considerati poco praticanti. Molti non partecipavano al Ramadan e non osservavano i precetti della propria fede. Addirittura, nella zona di Mostar, molte moschee erano state trasformate in musei. Con il progredire del conflitto, l’islam divenne sempre più importante, tanto che, a un certo punto, quasi tutti i membri dell’armata Armija BiH – l’esercito della Bosnia Erzegovina – erano di fede musulmana. A quasi 30 anni dalla fine della guerra, anche se in alcuni casi la convivenza tra religioni sembra imposta, la tolleranza reciproca è uno degli obiettivi principali dello Stato. Nella Republika Srpska, dove sono state realizzate le interviste per questo reportage, la maggioranza della popolazione – quasi l’83 per cento – è cristiano ortodossa.

An.Ca.

Il monastero serbo ortodosso di Ozren; grazie al lavoro di padre Gravilo, che si occupa di tutta la manutenzione, il monastero oggi è tornato a nuova vita.. Foto Angelo Calianno.

 

 




Per non bruciarsi le ali


La transizione «verde» può aiutare a risolvere un problema ambientale ma crearne altri. La soluzione non sta nelle nuove tecnologie, ma nell’accettazione dei limiti.

La ragione per cui l’umanità ha optato per la transizione energetica è la volontà di rallentare i cambiamenti climatici. In altre parole, è legata a motivi ambientali. Tuttavia, se non è attuata in maniera avveduta, la transizione segnerà solo il passaggio da un problema ambientale a un altro. Anzi, ad altri.

Come è noto, per ottenere energia libera da anidride carbonica servono tecnologie basate sull’uso di una trentina di minerali che, oltre a essere presenti sulla Terra in quantità limitata, comportano numerose problematiche ambientali sia nella fase estrattiva che di lavorazione.

Gli impatti dell’estrazione

Uno dei problemi più gravi che si riscontra nei luoghi di estrazione è l’impatto sul suolo. Le zone toccate dalle attività minerarie si presentano come paesaggi lunari a causa delle voragini provocate dal materiale prelevato e delle montagne artificiali create dagli scarti accumulati. I minerali utili, infatti, difficilmente si trovano in natura allo stato puro. Molto più spesso sono incorporati in rocce che contengono molti altri minerali dai quali devono essere separati. Ad esempio, per ottenere una tonnellata di alluminio servono 3,5-4 tonnellate di bauxite, la roccia grezza da cui il metallo proviene. In altre parole, ogni tonnellata di alluminio lascia dietro di sé 2-3 tonnellate di detriti, fra cui abbondanti quantità di fango rosso, un residuo che deve il suo colore all’alto contenuto di ferro e altri metalli pesanti. Secondo l’Aluminium institute, nel 2017 sono stati generati a livello mondiale 159 milioni di tonnellate di residui di bauxite, per un totale di depositi accumulati pari a 3 miliardi di tonnellate.

Le previsioni dicono che la produzione di alluminia (alluminio grezzo) passerà da 140 milioni di tonnellate del 2022 a 178 milioni nel 2040, con una produzione di 220 milioni tonnellate di detriti all’anno, per un accumulo complessivo di residui di bauxite stimati al 2050 in 8 miliardi di tonnellate.

Il fango rosso è considerato un rifiuto altamente pericoloso a causa della sua elevata alcalinità e delle numerose sostanze tossiche che contiene. Veleni che possono propagarsi nell’ambiente circostante, danneggiando la salute delle persone oltre all’integrità di fiumi, falde acquifere, foreste e terreni agricoli. In Malaysia, l’estrazione di bauxite avviene dall’inizio del nuovo millennio, ma attorno al 2015 c’è stata un’intensificazione che ha provocato problemi ambientali e sanitari così seri da indurre le autorità a sospenderla per alcuni mesi.

La transizione «verde» richiede minerali di difficile reperimento e gestione. Foto Miningwatch Portugal – Unsplash.

Dall’Ungheria all’Indonesia

Se in Malaysia la preoccupazione principale è per le falde acquifere, in Australia le miniere di bauxite generano problemi soprattutto all’aria. Il vento trasporta la polvere rossa, contaminando strade, terreni e fiumi per chilometri attorno alle miniere. Ma l’incidente più serio si è avuto in Ungheria il 4 ottobre 2010, allorché un grande bacino di decantazione contenente circa 30 milioni di metri cubi di fanghi di scarto di una fabbrica di alluminio nei pressi della cittadina di Ajka, collassò improvvisamente originando una colata di fanghi rossi di quasi un milione di metri cubi. L’impatto violento dell’acqua e del fango uccise dieci persone e fece crollare numerosi ponti e abitazioni. Complessivamente 40 chilometri quadrati di territorio vennero allagati, avvelenando terreni agricoli e fiumi. Lo stesso Danubio venne investito dall’onda rossa registrando una massiccia moria di pesci.

In Indonesia, il minerale che sta mettendo a soqquadro l’arcipelago è il nichel, di cui l’Indonesia detiene le maggiori riserve mondiali. Da quando questo minerale si è dimostrato particolarmente importante per la costruzione di batterie, la sua estrazione in Indonesia è passata da 6,5 milioni di tonnellate nel 2013 a 98 milioni nel 2022. Il 90% circa dei depositi accertati sono localizzati nelle isole di Sulawesi e Maluku, dove si trovano non solo miniere, ma anche industrie di raffinazione. In queste isole, ricche di vegetazione, l’apertura delle miniere avviene a spese delle foreste, evidenziando così il primo danno ambientale provocato dell’estrazione del minerale.

L’associazione ambientalista statunitense Mighty earth sostiene che, in Indonesia, l’estrazione di nickel ha già comportato la distruzione di oltre 75mila ettari di foreste, mentre altri 500mila ettari potrebbero venire distrutti qualora fossero messi in atto tutti i propositi di apertura di nuove miniere dichiarati dal governo.

Foreste e anidride carbonica

Quando si dice foreste, si dice non solo biodiversità, ma anche riserve di anidride carbonica. Le foreste, infatti, sono grandi serbatoi di carbonio, che si combina con l’ossigeno diventando anidride carbonica, che si disperde in atmosfera nel momento in cui le foreste sono distrutte. Così si arriva all’assurdo di aumentare le emissioni di anidride carbonica per sviluppare una tecnologia tesa a non produrne più. Una situazione aggravata dal fatto che, oltre a estrarre nickel, l’Indonesia lo raffina pure, consumando una grande quantità di energia elettrica ottenuta da centrali alimentate a carbone. Basti dire che il solo complesso minerario di Morowali sta pianificando centrali a carbone della potenza di 5 Giga watt, tanta quanta ne ottiene l’intero Messico dallo stesso tipo di combustibile.

Non a caso il consumo di carbone in Indonesia è cresciuto da 20 milioni di tonnellate nel 2021 a 86 milioni nel 2022, quattro volte tanto. Così l’Indonesia compare fra i primi dieci produttori mondiali di anidride carbonica. I problemi del nickel sono legati anche ai suoi rifiuti. Ogni tonnellata di minerale raffinato lascia sul terreno una tonnellata e mezzo di detriti carichi di sostanze tossiche che inquinano il terreno e le acque circostanti fino al mare. Ad andarci di mezzo è la salute della popolazione e non solo. I pescatori lamentano una grande moria di pesci che li rende sempre più poveri: «Prima dell’apertura delle miniere le acque erano chiare e il pesce abbondante. Ma ora il mare è sporco e caldo a causa degli scarichi delle miniere e delle sue industrie. Il pesce si è assottigliato e quello rimasto è tossico». Così si lamenta Max Sigoro, un vecchio pescatore dell’isola di Sawai, durante un’intervista rilasciata all’associazione Climate rights international.

Il litio o l’acqua?

Un altro minerale portato in auge dalla transizione energetica è il litio, anch’esso determinante per la produzione di batterie. Un’area del mondo particolarmente ricca è il così detto «Triangolo del litio» che si estende fra Cile, Argentina e Bolivia. In quest’area, il litio si trova disciolto in depositi sotterranei di liquido salmastro che viene pompato in superficie e immesso in grandi piscine contenenti acqua dolce. Nel corso di alcuni mesi, sotto l’effetto del sole, l’acqua evapora e lascia sul fondo magnesio, calcio, potassio, sodio e, appunto, litio.

In definitiva si tratta di una tecnologia relativamente semplice, ma che richiede immense quantità di acqua.

Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, ci vogliono 330 tonnellate di acqua per ottenerne una di litio. Secondo altri studi, invece, ce ne vorrebbero duemila tonnellate. Ma al di là della guerra dei numeri, rimane il fatto che le zone del Triangolo ricche di litio sono fra quelle più aride del mondo. Una di queste è il Salar d’Atacam, una vasta zona salina a 2.500 metri sul livello del mare. Qui le piogge non arrivano a dieci litri per metro quadrato all’anno. L’acqua c’è solo perché è fornita dalle montagne circostanti ma in maniera contenuta e la popolazione lamenta che quella a propria disposizione è sempre minore.

Karen Luza, residente a San Pedro de Atacama e attivista per la difesa dell’acqua, in un’intervista rilasciata nel 2022 all’associazione catalana Odg (Osservatorio sui debiti della globalizzazione), ha dichiarato che «mentre nelle miniere si utilizzano migliaia di litri d’acqua al giorno, i contadini devono aspettare anche un mese per poter irrigare i propri campi». L’Agenzia internazionale dell’energia conferma che metà della produzione di litio e rame avviene in aree ad alto stress idrico con forte opposizione delle comunità locali che rivendicano l’acqua per bere, lavare e irrigare.

La transizione «verde» richiede minerali di difficile reperimento e gestione. Foto Dominik Vanyi – Unsplash.

I costi umani dell’estrazione

Al costo ambientale si associa spesso quello umano, pagato non solo dalle popolazioni indigene estromesse dalle loro terre, ma anche dai lavoratori che sono privati dei loro diritti. Una ricerca condotta nel 2022 dal centro indonesiano Inkrispena, ha messo in evidenza una grande quantità di abusi e di irregolarità all’interno delle miniere e delle fabbriche di nickel presenti in Indonesia. Ma in ambito minerario, le peggiori condizioni di lavoro si trovano nella Repubblica democratica del Congo, nelle miniere di cobalto, altro minerale strategico per la transizione verde.

In questo settore è molto sviluppato il fenomeno dei minatori artigianali, persone che non sapendo come sbarcare il lunario, si improvvisano minatori che a fine giornata vendono per pochi spiccioli quanto hanno trovato.

Prima di tutto devono individuare un sito promettente e dopo avere ottenuto il permesso di sfruttamento da parte del proprietario del terreno iniziano l’estrazione avvalendosi della collaborazione di persone altrettanto povere che pur di avere un lavoro sono disposte a correre qualsiasi rischio per qualsiasi salario.

Amnesty International ha più volte denunciato che fra loro vi sono molti bambini. Nella sola regione del Katanga, i minori impiegati nelle miniere di cobalto in condizioni indicibili sarebbero tra i 20mila e i 40mila. Il minerale portato in superficie dai loro esili corpi finisce nella filiera dei metalli utili a costruire le batterie che alimentano i nostri computer e i nostri smartphone, nel più assoluto silenzio.

La fine di Icaro

I diritti umani sono una questione di volontà collettiva. Basterebbero più regole, più controlli, più investimenti sociali per tutelarli. Anche la tutela ambientale passa attraverso regole e controlli più stringenti, ma da soli non bastano. Serve anche la disponibilità ad accontentarsi di meno in modo da ridurre il nostro impatto sulla natura. Un obiettivo che si raggiunge assumendo un altro concetto di sviluppo e di benessere. Negli ultimi due secoli abbiamo coltivato l’idea che il nostro solo interesse è produrre e consumare sempre di più ed abbiamo finito per sconvolgere molti equilibri su cui si regge la natura: i meccanismi climatici, la diversità biologica, la vitalità dei suoli, i cicli idrici. I segnali di una natura violata a causa dei nostri eccessi sono ormai all’ordine del giorno, ma non bastano per fermarci. Dall’alto della nostra superbia pensiamo che la tecnologia risolverà tutto, per cui non dobbiamo produrre di meno, ma addirittura di più per avere le risorse e l’energia necessarie a sviluppare le nuove tecnologie. Ma la non accettazione dei limiti imposti dalla natura può farci fare la stessa fine di Icaro che, per fuggire dal labirinto, usò delle ali fatte di cera. Ma si avvicinò troppo al sole, la cera si sciolse e Icaro precipitò nel vuoto.

Francesco Gesualdi
(seconda parte-fine)

 




Il litio della Serbia: Un rio rosso sangue


La multinazionale mineraria Rio Tinto ha una lunga storia di conflitti ambientali e sociali. Uno degli ultimi riguarda la valle del Jadar in Serbia, dove, insieme al governo, ma senza consultare le popolazioni locali, vuole estrarre litio per la «transizione energetica».

Qual è il filo che unisce un villaggio spagnolo dell’Andalusia latifondista di fine Ottocento, una caverna nello Juukan Gorge dell’Australia occidentale e il fiume Jadar in Serbia?

La multinazionale mineraria anglo australiana Rio Tinto. Una delle più grandi al mondo, con 150 anni di storia, tutti tristemente macchiati da conflitti e ripetute violazioni di diritti umani e ambientali.

Rio Tinto rosso sangue

La storia dell’impresa iniziò a Londra nel 1873. Già pochi anni dopo, in Andalusia, Spagna, dove l’azienda estraeva la pirite da cui si ricavava il rame con un processo chimico che avvolgeva la zona di fumi tossici, fu coinvolta in una strage.

Il 4 febbraio 1888, infatti, dodicimila lavoratori manifestarono con le loro famiglie nella piazza del municipio di Rio Tinto, provincia di Huelva, al grido di «Abajo los humos» (abbasso i fumi), incontrando l’esercito che uccise, si stima, 200 persone.

Per quel massacro l’impresa non riconobbe mai nessun tipo di responsabilità e continuò a operare, esportare materiali e fare profitti in Spagna, anche durante la dittatura franchista, fino al 1954, quando ritirò i suoi investimenti e li rivolse altrove, in particolare nell’attuale Zambia, in Canada e Australia.

© Mars sa Drine e Earth Thrive2021

Alti profitti (e debiti ecologici e sociali)

Così inizia il curriculum di quella che è oggi un gigante minerario presente in almeno trentasei paesi, e con un fatturato, al netto delle tasse, da 10,4 miliardi di dollari nel 2020.

Durante i suoi 150 anni, la Rio Tinto è stata accusata di corruzione, violazione dei diritti umani e delitti ambientali.

L’EjAtlas (l’Atlante globale di giustizia ambientale) raccoglie almeno trenta casi di conflitti di questa azienda con popolazioni locali e organizzazioni sociali in tutti i continenti.

Sull’isola di Bougainville, in Papua Nuova Guinea, ad esempio, la miniera di rame di Panguna è stata la causa di una guerra decennale contro la popolazione che protestava per gli impatti negativi della sua attività estrattiva sulla salute umana e sull’ecosistema, e per l’accaparramento indebito dei benefici. Le vittime si stimano nell’ordine di 20mila. Rio Tinto ha beneficiato di connivenze con l’esercito e non ha mai riconosciuto nessuna responsabilità.

In Australia, nel 2020, Rio Tinto ha fatto esplodere una caverna nella gola dello Juukan, un sito archeologico di più di 4.000 anni, considerato un luogo sacro dagli aborigeni locali.

In Mongolia, l’acquisizione di terre e la contaminazione di riserve idriche sono al centro delle preoccupazioni in Oyu Tolgoi, dove ai pastori nomadi è impedito l’accesso a terra e acqua a favore della più grande miniera di rame e oro al mondo.

In Madagascar si accusa Rio Tinto di rilasciare acque contaminate, e persino materiale radioattivo, nella zona costiera.

La multinazionale ha un bilancio da capogiro, ma anche il suo debito ecologico e sociale lo è.

foto Nina Djukanovic

La jadarite di Serbia

Negli ultimi anni, come tutte le grandi aziende, anche Rio Tinto cerca di affermarsi nell’estrazione di materiali «critici» per la transizione energetica e digitale. Ed eccoci, dunque, giunti in Serbia: nel 2004, mentre la società conduceva nella valle del Jadar, culla del grano serbo, ispezioni geologiche alla ricerca di borati, usati nei fertilizzanti, trovò un nuovo minerale, fino a quel tempo sconosciuto, una combinazione di borati e litio, cui fu dato il nome jadarite.

Il litio è un minerale centrale per il modello energetico attuale e, in specifico, per le batterie delle auto elettriche.

Quello del Jadar fu destinato in gran parte all’industria tedesca. La sua domanda mondiale è raddoppiata negli ultimi tre anni e le previsioni dell’Agenzia internazionale dell’energia ne indicano per il 2040 una crescita di tredici volte l’attuale.

I piani Next generation e di ripresa dell’economia post pandemia dell’Unione europea incalzano tale tendenza lasciando poco spazio al dibattito. Sarebbe, infatti, necessario ripensare la transizione energetica in termini diversi da quelli della crescita economica attraverso l’aumento di tecnologie. Invece, per ripartire, continuiamo a insistere sulla stessa ricetta che ha portato alla crisi.

foto Nina Djukanovic

La «miniera verde»

Rio Tinto ha costruito gran parte delle sue fortune sul carbone e sull’uranio. Ha venduto le sue ultime partecipazioni nel carbone nel 2018 e ha chiuso l’ultima miniera di uranio all’inizio del 2021.  Tuttavia, l’azienda è ben lontana dal diventare un’«impresa verde». Le sue operazioni per l’estrazione di ferro, rame e alluminio causano enormi emissioni di gas serra, e, come detto, molte sono oggetto di critica per l’impatto ambientale e le violazioni dei diritti umani. Inoltre, è accusata dall’opinione pubblica e dai suoi azionisti di ritardare l’azione contro il cambiamento climatico rifiutando di fissare obiettivi di riduzione delle emissioni Scope 3 (quelle indirette derivanti dalle sue attività).

Progetto Jadar

Torniamo alla valle del fiume Jadar: nel 2017 il governo serbo e la Rio Tinto hanno firmato un memorandum d’intesa, considerato dai due cofirmatari come uno dei progetti minerari più innovativi del mondo, che avrebbe fatto della Serbia un paese leader nella «transizione verde».

La costruzione degli impianti sarebbe dovuta iniziare nel 2022, ma a gennaio dello stesso anno, la prima ministra serba Ana Brnabic ha annunciato la cancellazione del progetto da 2,4 miliardi di dollari a causa delle proteste che aveva generato. Va notato, per inciso, che il governo serbo, mentre sostiene gli investimenti privati nel litio, continua a sovvenzionare le operazioni di estrazione del carbone, una politica criticata dalla Energy community e denunciata dalla Ong serba Renewables and environmental regulatory institute (Reri) per il superamento dei livelli di inquinamento.

foto Stuart Rankin_flickr

Le premesse dello stop

L’azienda è presente nell’area del Jadar da quasi due decenni, ma le informazioni cruciali sul progetto sono state divulgate solo quando il governo ha pubblicato una bozza del nuovo Piano territoriale che, nel novembre 2019, ha definito l’area come destinata all’esplorazione mineraria. Dopo 30 giorni di «approfondimento pubblico» senza alcuna modifica significativa, il Piano è stato approvato nel marzo 2020.

Le organizzazioni locali hanno sottolineato che la popolazione non era stata coinvolta nel processo di consultazione.

Da allora, le voci del malcontento si sono fatte più forti e si è assistito a una mobilitazione aperta a livello locale e nazionale. Il Piano territoriale, secondo i critici, presentava molteplici e gravi difetti che lo rendevano «illegittimo».

La Rio Tinto aveva commissionato la stesura del Piano territoriale al ministero delle Costruzioni, dei Trasporti e delle Infrastrutture, ma la bozza del Piano è stata prodotta, presentata e approvata dal Governo prima di una serie di altre procedure che l’azienda avrebbe dovuto seguire: ad esempio, la valutazione di impatto ambientale.

Nel frattempo, la società ha portato avanti i lavori di esplorazione fino al 2020.

La quantità e il volume di minerale da estrarre e lavorare non sono stati dichiarati in modo definitivo nel Piano. Esso, infatti, cita una stima, prodotta dalla società nel 2017, di 136 Mt (136 milioni di tonnellate). Successivamente, nel dicembre 2020, la società ha invece dichiarato che le risorse erano pari a 155,9 Mt.

Inoltre, il Piano territoriale è stato sviluppato per un periodo di funzionamento della miniera di 30 anni, mentre il direttore di Rio Sava (la sezione serba di Rio Tinto), in una successiva intervista, ha parlato di «più di 50 anni». Difficile dunque sapere a chi e a cosa credere.

© London Mining Network Action

Coltivare o estrarre?

La valle del Jadar si estende su pianure coltivate e colline punteggiate da ventidue villaggi che vanno da un centinaio di abitanti a poco più di 2.500.

Gli agricoltori locali coltivano diversi prodotti, soprattutto lamponi e prugne, si dedicano all’apicoltura, all’allevamento di bestiame, alla pastorizia ovina e caprina. Alcune Ong locali denunciano che gli abitanti della zona hanno saputo solo nell’autunno del 2020 che i loro appezzamenti erano stati riconvertiti da lotti agricoli a edificabili (per la futura costruzione degli impianti) e che sarebbe stato, quindi, impossibile per loro richiedere prestiti agricoli, oltre al fatto che avrebbero pagato tasse più alte.

Dal giugno 2020, l’azienda ha avviato il processo di acquisizione dei terreni che continua ancora oggi, nonostante lo stop al progetto. Gli abitanti del luogo hanno riferito di aver subito pressioni per vendere.

Lo sviluppo della miniera comporterebbe l’acquisto di appezzamenti da almeno trecento proprietari privati e lo spostamento di oltre cinquanta famiglie di agricoltori, con impatti imprecisati su molte altre aziende agricole nell’area circostante.

Rio Tinto sostiene di aver sviluppato «forti relazioni» con le comunità locali. Tuttavia, le organizzazioni territoriali e gli abitanti lamentano una scarsa comunicazione con l’azienda e la mancanza di informazioni sugli impatti socio ambientali e gli aspetti tecnici del progetto. I residenti hanno riportato di sentirsi «abbandonati» dallo stato nel trattare con una multinazionale il cui capitale è più grande dell’intero Pil del Paese.

Terra: storia e biodiversità

Nella zona interessata dal Piano territoriale ci sono cinquantadue siti del patrimonio culturale, tra cui località preistoriche, siti di epoca romana, insediamenti del Medioevo.

La zona mineraria era prevista tra due importanti aree naturali: il monte Cer e le pendici dell’Iverak.

La catena montuosa è una zona importante per la biodiversità e l’avifauna. Vi sono presenti tre specie inserite nella lista rossa dell’Iucn (Unione mondiale per la conservazione della natura): l’assiolo eurasiatico, il picchio verde eurasiatico e il picchio rosso medio.

Il Cer è in procinto di essere riconosciuto come Landscape of outstanding features (panorama con caratteristiche eccezionali). A poco più di 5 km a est e a sudest dall’area del progetto si trova il «paesaggio di particolare pregio Tršić-Tronoša», abitato da 145 specie vegetali e animali protette.

La rete idrografica

Una delle preoccupazioni maggiori riguarda l’inquinamento delle fonti idriche.

Nella zona di estrazione prevista scorrono i fiumi Jadar e Korenita, e il sottosuolo è ricco di acque sotterranee. Venti chilometri a valle, il Jadar confluisce nel Drina, il principale fiume che scorre tra la Serbia e la Bosnia-Erzegovina unendosi poi alla Sava e al Danubio. In particolare, i bacini idrografici dei fiumi Jadar e Korenita e dei loro affluenti sono soggetti a un aumento della frequenza e gravità delle inondazioni improvvise, tra cui quelle devastanti del maggio 2014 e del giugno 2020.

La Serbia occidentale sta soffrendo un impatto del cambiamento climatico superiore alla media globale, con un aumento dell’intensità delle precipitazioni e delle inondazioni, oltre che dei periodi di siccità.

La terra ferita non dimentica

La miniera di Rio Tinto non sarebbe stata l’unica nel territorio. Nella più ampia regione intorno al Jadar e alla vicina città di Loznica, non si sono dimenticate le storiche miniere di stagno e antimonio che hanno lasciato problemi di tossicità e inquinamento. Drammatica è stata la recente lotta contro l’inquinamento causato dalla fonderia e dalla discarica di Zajača, con elevati livelli di piombo rilevati nel sangue dei bambini locali.

Nel bacino di Korenita, a seguito delle inondazioni del maggio 2014, 100mila tonnellate di rifiuti tossici sono fuoriuscite dalle strutture in disuso della miniera di antimonio di Stolice, contaminando 27 km di costa e 360 ettari di terreno coltivabile.

Poiché la società responsabile è fallita poco dopo (e il suo direttore è stato accusato di frode fiscale), la bonifica è stata lasciata nelle mani del governo.

La condizione problematica della democrazia, dello stato di diritto e dei media nel Paese, i numerosi problemi, soprattutto nell’ambito delle valutazioni di impatto ambientale e dei permessi di costruzione, sommati alla percezione di una mancanza di comunicazione da parte delle autorità e dell’azienda, hanno spinto i cittadini a pensare che il processo non si stesse svolgendo nel loro interesse ma a favore dell’investitore.

© Mars sa Drine e Earth Thrive

Resistenza e futuro

Con questa memoria che fa male e indigna, le Ong locali e di altre zone del Paese, hanno presentato appelli e petizioni alle autorità, organizzato dibattiti pubblici e proteste, e lavorato per attrarre l’attenzione dei media. Vale la pena di menzionare la raccolta di 38mila firme cittadine per proporre la discussione della legge che abolirebbe esplorazione ed estrazione di litio nel paese. L’iniziativa popolare è stata consegnata al governo nel maggio 2022. Un anno dopo, l’esecutivo non ha ancora inserito questo punto all’ordine del giorno, cosa che sarebbe obbligato a fare, dopo la verifica delle firme, entro trenta giorni.

Le firme paiono «scomparse» e alcuni rappresentanti dell’opposizione hanno presentato una denuncia penale contro i responsabili nel parlamento.

Azioni coordinate delle Ong locali e internazionali hanno portato rappresentanti della società civile presso l’assemblea generale annuale degli azionisti di Rio Tinto a Londra nel 2020. Diverse lettere aperte sono state inviate a dirigenti e investitori.

Le risposte, tuttavia, sono state considerate insufficienti.

Ad aprile 2023, nell’ambito della campagna internazionale «Rio Tinto: against people, climate and nature» organizzata in coincidenza con la settimana dell’assemblea generale di Londra, sono state consegnate 500mila firme contro l’estrazione del litio nella valle del Jadar, raccolte in Serbia e in altri paesi.

Questa lotta non è isolata: fa parte di un’ondata di proteste civili in tutta la Serbia contro l’inquinamento e contro la costruzione di piccole dighe.

Le recenti privatizzazioni di grandi imprese minerarie e di fonderie statali, assieme alle dinamiche non trasparenti attorno all’esplorazione geologica, hanno rafforzato la determinazione dei movimenti locali a rivendicare il loro «diritto di dire no» al progetto Jadar.

Gli abitanti dei villaggi e i loro sostenitori offrono alternative centrate sull’agricoltura diversificata e biologica, la conservazione ecologica, la cura e lo sviluppo ecoturistico del ricco patrimonio culturale, storico, naturale e paesaggistico.

Infine, ma non meno importante, chiedono il diritto all’aria, alla terra e all’acqua pulite per loro e le generazioni future.

Benché, per il momento, il progetto di Rio Tinto risulti «cancellato», l’impresa non demorde.

L’acquisto di terre non si è mai fermato e l’azienda continua a essere presente sul territorio concedendo piccoli fondi caritatevoli per ottenere consensi.

La pressione internazionale è alta, ma il presidente serbo rimpiange lo stop al progetto.

D’altra parte, il litio fa gola a molti. Se la cosiddetta «transizione energetica» non viene pensata in altro modo, la valle del Jadar diventerà un’ulteriore zona di sacrificio in nome di una illusione di sostenibilità.

Daniela Del Bene

 Si ringrazia Mirko Nikolić per il suo supporto nella revisione dei contenuti e nella ricerca di foto dai territori del Jadar.


Questo articolo fa parte di una collaborazione fra Missioni Consolata e l’Ejatlas (Environmental justice atlas) per far conoscere ai nostri lettori storie e analisi riguardanti alcuni dei conflitti ambientali presenti nell’Atlante.
• www.ejatlas.org
• www.envjustice.org
• https://cdca.it (atlante conflitti ambientali italia).




Bolivia. La rivincita della democrazia

testo di Paolo Moiola |


Per la Bolivia è stato un anno vissuto pericolosamente. Il paese andino è passato dal golpe del novembre 2019 al ritorno alla democrazia dell’ottobre 2020. Un periodo molto difficile dal punto di vista politico e sociale, complicato anche dalla presenza della pandemia.

Non sarà facile governare il paese. Rimangono divisioni gravi e problemi seri. Eppure, almeno per ora, i boliviani ce l’hanno fatta: dopo un golpe e un anno di governo de facto il paese andino ha scelto il ritorno alla democrazia attraverso un processo elettorale libero, pacifico e molto partecipato.

Nonostante una tensione diffusa e le difficoltà imposte dalla pandemia, le elezioni dello scorso 18 ottobre hanno infatti registrato una grandissima affluenza, pari all’87 per cento degli aventi diritto. Il risultato è stato netto: Luis Arce Catacora, candidato del Mas-Ipsp (Movimiento al socialismo – Instrumento por la soberanía de los pueblos), ha vinto con il 55,1 per cento dei voti, con un vantaggio abissale su Carlos Mesa di Comunidad ciudadana (28,83%) e Luis Fernando Camacho di Creemos (14%). La presidenta de facto Jeanine Áñez e Carlos Mesa hanno subito riconosciuto la vittoria di Arce e del Mas. Cosa che non è avvenuta con Camacho, il leader dell’estrema destra separatista. È facile prevedere che da quest’ultimo arriveranno i maggiori problemi per il nuovo presidente e il suo governo.

Subito dopo la vittoria, il vincitore aveva scritto un tweet sobrio e distensivo: «Siamo molto grati per il sostegno e la fiducia del popolo boliviano. Recuperiamo la democrazia e riacquisteremo stabilità e pace sociale. Uniti, con dignità e sovranità».

L’ex presidente Evo Morales con Paolo Moiola, autore di questo articolo, a La Paz nel 2005. Foto: archivio Paolo Moiola.

Gli anni di Evo Morales

I boliviani – 11 milioni di persone di cui circa il 60 per cento indigeni (Aymara, Quechua e altre 34 etnie minori) – hanno scelto la continuità con i quasi 14 anni (gennaio 2006 – novembre 2019) di governo di Evo Morales, il primo indigeno eletto presidente.

I meriti di Evo Morales sono indubitabili, a iniziare dal riscatto e dall’inclusione sociale dei popoli indigeni. Con lui questi ultimi hanno riconquistato dignità e orgoglio, pure sulla scia delle tutele introdotte dalla nuova carta costituzionale, in vigore dal febbraio 2009. Anche in campo economico i risultati raggiunti sono stati estremamente lusinghieri.

È altrettanto certo che Evo Morales abbia commesso alcuni errori: sul tema della coltivazione della foglia di coca, sul parco nazionale del Tipnis, sulla gestione dell’Amazzonia boliviana. Probabilmente, il suo sbaglio più grande è stato però quello di forzare la mano per un nuovo mandato presidenziale (sarebbe stato il quarto). Detto questo, il golpe contro di lui del novembre 2019 e il (pessimo) governo de facto che ne è seguito non hanno avuto nulla a che vedere con la democrazia.

In questo momento, l’ex presidente, rientrato in patria dopo l’esilio prima in Messico poi in Argentina, ha sulle spalle una serie impressionante di accuse: dal terrorismo fino alla pedofilia e allo stupro. A tal punto che anche l’organizzazione Human rights watch, pur non lesinando critiche ai suoi anni di governo, nel rapporto «La giustizia come arma» (dell’11 settembre 2020) non ha esitato a etichettare come persecutorie e politicizzate le iniziative giudiziarie contro di lui.

Dopo la vittoria elettorale del 18 ottobre, ci si interroga su un eventuale ruolo politico di Morales. Tuttavia, se è vero che l’ago della storia boliviana non si è spostato a destra e il Mas è tornato centrale, è altrettando vero che oggi i protagonisti sono altri.

Luis Arce (al centro), economista del Mas, festeggia la sua elezione a presidente della Bolivia a far data dall’8 novembre 2020; a destra, il suo vice David Choquehuanca, di etnia aymara. Foto: Ronaldo Schemidt / AFP.

L’oggi di Luis Arce

Il nuovo presidente è Luis Arce, nato a La Paz nel 1963 da una famiglia di insegnanti. Economista, Arce è stato funzionario pubblico, professore universitario e soprattutto ministro dell’economia sotto Evo Morales. Durante il suo lungo operato come ministro (interrotto soltanto per curare un tumore), l’economia boliviana è cresciuta in maniera sorprendente (una media del 4,9 per cento all’anno) e soprattutto ha visto la drastica riduzione del tasso di povertà. Il tutto nell’ambito di una politica economica contraria al pensiero unico neoliberista e iniziata – era il maggio del 2006, primo governo Morales – con la nazionalizzazione del petrolio e del gas.

Al fianco di Arce, come vicepresidente, ci sarà David Choquehuanca, già ministro degli esteri, ex sindacalista e soprattutto aymara, caratteristica importante per quella parte di indigeni boliviani scontenta di aver lasciato la presidenza a un bianco (meticcio, a voler essere precisi).

Luis Fernando Camacho mostra la Bibbia ai sostenitori durante un comizio a Santa Cruz il 4 novembre 2019, nei giorni del golpe; un anno dopo, si piazzerà terzo alle elezioni per la presidenza del paese. Foto: Daniel Walker / AFP.

Dal gas al litio

A parte la presenza di grandi bellezze culturali e naturali (dalle Ande all’Amazzonia), che cosa rende la piccola nazione latinoamericana strategicamente rilevante? La Bolivia del 2020 non è più soltanto il paese con giacimenti di gas (importanti, ma in rapido calo). È anche e soprattutto il paese con le più grandi riserve di litio al mondo, precedendo Argentina e Cile, come dimostrano tutte le principali rilevazioni geologiche (fonte Bbc). Il litio è il metallo del presente e del futuro se si considera che esso è componente essenziale delle batterie delle auto elettriche (oltre che di cellulari e vari dispositivi elettronici). Con l’elezione di Arce pare esclusa la privatizzazione della Yacimientos de litio bolivianos (Ylb), la compagnia statale che tratta il prezioso metallo. Tuttavia, il neopresidente non dovrà cadere nell’errore di puntare sull’estrattivismo, affidandosi cioè a una politica di semplice sfruttamento ed esportazione delle materie prime. La sfida è la creazione di una industria nazionale e la ricerca di una (difficile) compatibilità ambientale.

L’ex presidente Carlos Mesa, secondo più votato nelle elezioni del 18 ottobre 2020, intervistato da Paolo Moiola a Palazzo Quemado, a La Paz, nel 2005. Foto: Francesco Zaratti.

La foglia di coca e la mezza luna bianca

Come per tutti i paesi amazzonici, anche in Bolivia la preservazione dell’ambiente è, e sarà, un tema fondamentale. Finora l’Amazzonia boliviana (che interessa il 44 per cento del territorio) non è stata difesa in maniera adeguata, ripetendo gli errori dei paesi vicini (disboscamento ed espansione della frontiera agricola).

Il nuovo presidente dovrà affrontare anche la controversa questione della produzione della foglia di coca e il problema dei rapporti con la regione chiamata Media Luna (Mezza Luna, per via della sua forma).

La foglia di coca è parte della cultura boliviana e come tale protetta dalla legge (articolo 384 della Costituzione). Il problema nasce dalle quantità prodotte e dal loro uso. Secondo l’agenzia delle Nazioni unite contro la droga (Unodc), nel 2019 la Bolivia ha aumentato del 10 per cento le sue coltivazioni di foglia di coca (stimate in circa 25mila ettari). Nel paese il consumo di coca è legale per alcuni usi (infusione, rituali religiosi andini e mascado, la sua masticazione). Il problema è dato dal fatto che la Bolivia è anche il terzo produttore mondiale di cocaina dopo la Colombia e il Perù.

Produttori di foglie di coca nella provincia del Chapare (dipartimento di Cochabamba). Foto: J. Sailas – UN Photo.

Quanto alla regione della Mezza Luna, essa comprende le pianure orientali del paese e quattro dipartimenti (Santa Cruz, Pando, Beni e Tarija). È abitata da una popolazione bianca o meticcia. Si tratta della regione più ricca della Bolivia per via dell’agricoltura estensiva, dell’allevamento. e dei campi petroliferi, che nel 2006 Evo Morales riportò – attraverso la compagnia pubblica Ypfb – sotto il controllo dello stato, con grandi proteste delle compagnie private e della comunità internazionale neoliberista.

Queste diversità hanno prodotto nella regione la nascita di un forte movimento separatista (Nación Camba), reso ancora più aggressivo dall’arrivo al governo del Mas. Proprio da Santa Cruz de la Sierra, capoluogo politico della Mezza Luna, arriva il personaggio dell’opposizione più controverso, sicuramente pericoloso: quel Luis Fernando Camacho giunto terzo nelle elezioni di ottobre. Cattolico fondamentalista (ma che strizza l’occhio agli evangelici), durante i suoi comizi era solito ripetere: «Dios va a volver a Palacio». E così ha fatto, rispettando tutti i canoni della visibilità mediatica: domenica 10 novembre 2019, in concomitanza con le dimissioni (forzate) del presidente Morales, Camacho è entrato a Palazzo Quemado, sede del governo a La Paz, e si è inginocchiato davanti a una Bibbia, aperta al centro di una bandiera boliviana. Due giorni dopo è stata la senatrice Jeanine Áñez, appena proclamatasi presidenta ad interim della Bolivia, ad affacciarsi al balcone del palazzo mostrando la Bibbia alla folla assiepata nella piazza sottostante.

Un anno dopo, alle elezioni del 18 ottobre 2020, la bianca Áñez si è ritirata, mentre il bianco Camacho si è piazzato molto lontano da Arce e Mesa, raccogliendo però parecchi voti nei dipartimenti della Mezza Luna.

Cosa l’estremista Camacho vorrà fare di quel consenso è una questione rilevante per il futuro del paese andino.

La senatrice Jeanine Áñez, appena proclamatasi presidenta ad interim, si affaccia al balcone del palazzo presidenziale per salutare la folla con la Bibbia in mano (La Paz, 12 novembre 2019). Foto: Aizar Raldes / AFP.

«No hay plata»

In una riunione tenuta pochi giorni prima di assumere la guida del paese, Arce e Choquehuanca hanno affermato che dovranno ridurre il numero dei ministeri perché «no hay plata» (non c’è denaro). Il vicepresidente ha polemicamente aggiunto che il governo transitorio è venuto per «assaltare» invece che per «governare».

A proposito di ricchezze, in «Le vene aperte dell’America Latina», il compianto Eduardo Galeano parla molto della Bolivia e del suo «aver nutrito la ricchezza dei paesi più ricchi». Proprio per il suo passato di dipendenza e sottomissione, oggi per il paese andino la cosa più importante è proseguire lungo la strada che assicuri un’esistenza degna a tutti i suoi abitanti e una reale sovranità nazionale.

Insomma, per il nuovo presidente Luis Arce governare la Bolivia si prospetta più impegnativo di quanto non sia stato vincere le elezioni.

Paolo Moiola