Il lavoro nella bibbia e la voce delle donne

Testi di Chiara Brivio


I libri che vi suggeriamo questo mese riguardano entrambi la riflessione sulle Sacre Scritture, ma con due approcci ben distinti tra loro. Da una parte è il lavoro come opera umana e divina il fulcro dell’analisi dell’autore, l’economista Luigino Bruni. Dall’altra è il ruolo delle donne nella Chiesa di Francesco, quello attuale e le sue prospettive future, affrontato dalla giornalista Sabina Caligiani attraverso le voci di 17 donne, tra le quali eminenti teologhe e ricercatrici.

L’arca e i talenti

L’Arca e i talenti. Quel che dice la Bibbia sul lavoro è un bel libro, un breve saggio, chiaro e scorrevole, su quello che le Sacre Scritture hanno da dire circa l’operare con le nostre mani, il lavoro e l’economia.

Non stupisce che a scriverlo sia stato uno degli economisti più noti in Italia, Luigino Bruni, professore di Economia politica all’Università Lumsa di Roma, editorialista di «Avvenire», saggista, coordinatore internazionale del progetto Economia di comunione (edc-online.org).

Il libro, edito da San Paolo, concentra la decennale riflessione di Bruni sull’economia e sulle relazioni sociali, e su come questi due temi possano essere illuminati dal messaggio della Bibbia, testo fondamentale e fonte di speranza e di sorpresa anche per l’uomo di oggi costretto a vivere in un mondo dominato da un capitalismo rapace e alienante.

Ripercorrendo le pagine dell’Antico e del Nuovo Testamento, Bruni attua una vera e propria mappatura dei libri biblici e delle parabole più famose, riportandone in vita le narrazioni e contestualizzandole nel nostro tempo. Così nel confronto tra le storie di Noè e di Babele, ritroviamo la contrapposizione tra un lavoro di cooperazione «buono» ed edificante che porta alla costruzione dell’Arca, e un lavoro «cattivo», quello degli ingegneri e dei muratori di Babele, che porta all’innalzamento della famosa torre.

«Ci sono lavori che è bene che vadano dispersi», scrive Bruni, «i lavori creati oggi dai potentissimi imperi delle mafie, della pornografia, dell’azzardo, delle imprese che avvelenano, delle guerre, della prostituzione, dobbiamo continuare a disperderli». Ci sono gli schiavi di ieri e quelli di oggi, i domini (anche economici) che continuano a generare sfruttamento, i faraoni dell’antico Egitto paragonati ai moderni dirigenti e manager che «aumentano stress e malessere nei luoghi di lavoro».

I paragoni proposti da Bruni possono, a prima vista, sembrare azzardati, ma non lo sono affatto, e anzi contribuiscono a orientare la riflessione sul valore intrinsecamente umano del lavoro e delle relazioni tra gli uomini che lo svolgono.

Così Bruni ritrova nei libri di Isaia e Geremia alcune delle pagine più belle ed edificanti sull’operare con le mani: «Dio ci attende nelle botteghe, manovrando il tornio dal suo banco di lavoro», e si spinge a dire che alcuni versetti del libro del Qoelet dovrebbero essere affissi «all’ingresso di tutte le business schools, imprese, banche».

Gli ultimi capitoli del libro sono dedicati alle parabole più conosciute (e forse più interpretate) del Nuovo Testamento, tra le quali quella del figliol prodigo, quella dei talenti, del buon samaritano, interpretate anche alla luce di nuovi studi biblici («che in un libro sul tema del lavoro nella Bibbia può valere la pena almeno conoscere»). Così il figliol prodigo diventa il migrante moderno che lascia la casa paterna e si ritrova a svolgere i lavori più umili, e scopriamo che il racconto del buon samaritano ha ispirato le teorie del premio Nobel per l’economia Amartya Sen sulla giustizia come equità e imparzialità.

L’Arca e i talenti è un libro semplice che fa riflettere sulle condizioni del lavoro di ognuno di noi, forse «meno divino» di quello raccontato dalle Sacre Scritture, e sulla possibilità di considerarlo, come farebbe San Francesco, un «fratello lavoro», capace di generare relazioni di cooperazione e amicizia.

 


La voce delle donne

Le diciassette voci raccolte dalla giornalista Sabina Caligiani e pubblicate nel volume La voce delle donne. Pluralità e differenza nel cuore della Chiesa, recentemente uscito per le edizioni Paoline, sono le voci di teologhe, filosofe, sociologhe, bibliste, storiche dell’arte, laiche e religiose, che hanno focalizzato la loro ricerca, in un modo o nell’altro, sul ruolo e sul contributo delle donne nella Chiesa, soprattutto nella Chiesa di Francesco.

Nell’introduzione al volume, Caligiani dice di essere stata ispirata dal libro di Beate Beckmann Zöller, Frauen bewegen die Päpste: Hildegard von Bingen, Brigitta von Schweden, Caterina von Siena, Mary Ward, Elena Guerra, Edith Stein, su quanta influenza le donne del passato ebbero nelle gerarchie ecclesiastiche storiche, e di come posero le basi per la «costruzione di una “teologia al femminile”». Dalla lettura di quel libro è nata l’idea di raccogliere alcuni contributi sui nostri giorni di donne che si trovano ad affrontare gli stessi problemi e le stesse questioni del passato.

Le voci che ne emergono non sono un unisono, anzi, alle volte sono molto discordanti tra loro, riflesso di modi diversi di vivere la propria «missione» all’interno della comunità secondo il carisma e la sensibilità di ciascuna.

Un filo comune tuttavia c’è: la ricerca di nuovi modelli e prospettive per la costruzione di una nuova «teologia al femminile». Ciò che non viene negato è l’indiscusso, ma forse poco conosciuto, contributo delle donne nella storia della chiesa, ma da tutte le interviste emerge, più o meno marcatamente, che soltanto con l’accesso delle donne alle facoltà teologiche sancito dal Concilio Vaticano II si è avuto un vero punto di svolta nello studio e nella riflessione biblico-teologica.

Le dissonanze si sentono su altre questioni: se da una parte le riflessioni di studiose e teologhe del calibro di Cettina Militello, Adriana Valerio, Cristina Simonelli, Marinella Perroni e Serena Noceti puntano l’attenzione sugli stereotipi di genere, sull’emarginazione delle donne, sul «femminismo come onda d’urto», sull’antropocentrismo e sull’«esercizio diffuso del potere maschile», sia a livello politico che ecclesiale, affrontando anche di petto la questione del gender (inteso come genere) e le relazioni di potere uomo-donna (modelli e paradigmi che continuano a essere perpetuati), dall’altra, i toni di Mery Melone, di suor Marcella Farina, tra le altre, si fanno più pacati e più in linea con l’idea del «genio femminile» della Mulieris dignitatem di Giovanni Paolo II.

Diverse e molteplici sono anche le considerazioni sull’istituzione del diaconato femminile, per il quale, ad esempio, Serena Noceti si dichiara a favore perché introdurrebbe un «necessario riequilibrio con la figura del prete nella comunità».

Nonostante l’intento del libro non sia quello di fornire una summa sulla discussione in atto nella Chiesa circa la teologia femminile e femminista, ma piuttosto di stimolare una discussione sul tema, l’assenza di una conclusione comune sembra indebolire il volume lasciandolo in una certa misura irrisolto.

Dal libro, tuttavia, emerge un’opinione condivisa e una speranza che il futuro potrà essere più «roseo» per le donne in questa Chiesa di Francesco, e la necessità di una comunione di visioni, nel rispetto delle differenze individuali di ciascuna, che possa costituire un «approccio fecondo» alla discussione.




Tra diritto e non diritto

Testo di Chiara Brivio


Immigrazione, sovranismo, razzismo, opinione pubblica, rapporto tra cristiani e politica. In un recente convegno presso la fraternità di Romena, il giornalista de «La Stampa» ha offerto un’analisi di alcuni dei temi più caldi della nostra Italia e del mondo odierno. Con il suo tono «apocalittico» tenta di rompere il silenzio e l’apparente indifferenza dell’opinione pubblica sulla deriva del discorso politico nei riguardi della dignità delle persone.

Nostro malgrado viviamo in un tempo nel quale espressioni come «migranti», «porti chiusi», «diritto di emigrare» (presunto o negato), «accoglienza», sono parti integranti della narrazione della nostra realtà quotidiana, non solo italiana, ma mondiale.

Lo stesso papa Francesco è tornato su questo tema firmando il 13 giugno scorso La speranza dei poveri non sarà mai delusa, il messaggio per la III Giornata mondiale dei poveri che si celebrerà il 17 novembre.

Nel messaggio, il pontefice evidenzia ancora una volta come «si possono costruire tanti muri e sbarrare gli ingressi per illudersi di sentirsi sicuri con le proprie ricchezze a danno di quanti si lasciano fuori. Non sarà così per sempre. Il loro grido (dei poveri, ndr) aumenta e abbraccia la terra intera. Come scriveva don Primo Mazzolari: “Il povero è una protesta continua contro le nostre ingiustizie; il povero è una polveriera. Se le dai fuoco, il mondo salta”».

Far saltare il mondo dei poveri

È stato proprio questo «far saltare il mondo» dei poveri e dei migranti il fulcro di un intervento del giornalista Domenico Quirico a un recente convegno della fraternità di Romena1 sul tema dell’accoglienza.

L’inviato de «La Stampa» – noto per i suoi reportage e articoli dalle zone più calde del mondo, rapito e tenuto prigioniero in Siria per cinque mesi nel 2013 -, a partire da uno dei suoi ultimi libri, Esodo. Storia del nuovo millennio, edito da Neri Pozza, ha proposto una riflessione a 360 gradi su alcune delle questioni più pressanti del nostro tempo: immigrazione, sovranismo, razzismo, rapporto tra giornalismo e opinione pubblica.

L’Esodo

Esodo è il racconto del viaggio che il giornalista ha intrapreso con i migranti sulle rotte verso l’Europa – quella africana, quella balcanica e quella dell’enclave spagnola di Melilla in Marocco -, che l’ha portato ad attraversare il Mediterraneo su un barcone, a rischiare di naufragare, e a essere salvato dall’intervento della guardia costiera italiana.

Parte del racconto è anche l’approdo a Lampedusa, dove il fatto di possedere il passaporto italiano ha significato uno spartiacque tra lui (che è potuto tornare alla propria identità e alla propria vita), e gli altri: «Il migrante è la personalità più straordinaria del XXI secolo – ha detto Quirico a Romena -. Non ha nulla, non ha passato, non ha presente, non ha futuro. Ha fatto saltare i confini nel secolo dei confini».

Il movimento di persone, il flusso enorme che nel continente africano è in moto da generazioni, nel libro del giornalista è descritto anche dalle voci dei compagni di strada: «La migrazione è una religione per noi, siamo tutti migranti, la nostra vita è la migrazione», afferma Nyang, maliano che conta i morti del suo villaggio.

«La speranza è inestirpabile. Perché mai i migranti non dovrebbero fuggire?», scrive Quirico, ponendo una domanda che sembra il rovescio dell’«aiutiamoli a casa loro». Fuggono perché a casa loro la differenza tra essere un «uomo» ed essere un «non uomo» a volte passa dal possesso di un kalashnikov, perché «casa loro» sono paesi nei quali «un passaporto è un’utopia», sono villaggi distrutti dalla guerra o sconvolti dal cambiamento climatico. Fuggono perché non vogliono più subire torture o vederle subite da altri, o essere costretti a farle subire.

Quel che resta è il diritto

«Che cos’è che distingue l’Occidente?», si è domandato Quirico nel suo intervento. «L’invenzione del diritto», è stata la sua risposta: l’idea che l’uomo nasca con dei diritti, come quelli fondamentali alla vita, alla libertà, alla ricerca della felicità. «Ma la ricerca della felicità comprende tutti i paesi, e si può ricercare muovendosi. La gente viene qui per sfuggire alla morte e per cercare la libertà e la felicità».

Ed è precisamente questa libertà di movimento, di superamento delle barriere e dei confini, che rende il migrante «un problema». Egli «ha fatto un gesto rivoluzionario: ha preso un barcone ed è arrivato qui», ha detto il giornalista, ma questo gesto rivoluzionario, che afferma il diritto dell’umanità alla vita e alla dignità, allo stesso tempo è usato dal potere come pretesto per affermare l’inesistenza del diritto, per sperimentare la creazione di una società «illiberale». Anche nelle nostre democrazie occidentali.

I migranti diventano il capro espiatorio, il nemico che non c’è ma che tuttavia deve continuare a esistere per motivare l’erosione dei diritti. Alla fine, ha affermato Quirico in tono apocalittico, «ci troveremo in una società illiberale dove se staremo buoni ci verranno dati dei diritti», proprio come accade già oggi nei paesi dai quali fugge la gran parte dei migranti. «L’unica cosa rimasta su cui bisogna battersi è il diritto. Il mondo oggi è diviso tra diritto e non diritto», tra una sparizione forzata e un processo giusto ed equo sulla base del diritto.

Il fallimento del giornalismo

La disamina di Quirico si è incentrata anche sul ruolo del giornalismo come strumento di comunicazione e di «commozione», e sulla sua (in)capacità di smuovere le coscienze e formare l’opinione pubblica.

«Mi muovo per raccontare la sofferenza altrui – ha affermato -, la sofferenza umana è il materiale su cui costruisco la mia narrazione». Tuttavia, ha continuato, oggi il meccanismo della narrazione della commozione sembra non sortire più alcun effetto: «In Siria ci sono stati 500mila morti in 8 anni, e molti di noi sono morti per scrivere 70 righe per raccontare la vita dei siriani. Risultato? Zero», ha concluso Quirico, non senza un pizzico di rammarico: «I razzisti sono al 50% oggi, nel 2011 erano al 3%. Un fallimento totale».

Una visione della realtà forse troppo negativa, quella del giornalista. Tanto negativa da evocare gli anni ‘30, decennio nel quale opinioni pubbliche sopite e intorpidite, composte da «gente per bene», decisero, «pur di non avere guai», di seguire una minoranza estremista facendola diventare maggioranza. Attenzione quindi a sottovalutare il problema. Attenzione a pensare che i razzismi, i sovranismi e i nazionalismi siano appannaggio di una minoranza. Bisogna mettersi in allerta sullo stato dell’opinione pubblica di oggi a livello globale, e comprendere meglio che «il nostro compito di giornalisti è fare in modo che nessuno possa dire “non sapevo”»: non possiamo non sapere dell’esistenza delle carceri libiche, delle orribili torture che subiscono i migranti, dei naufragi, della disperazione.

Cristiani e politica

A conclusione del suo intervento, Quirico si è, infine, posto una domanda sul rapporto tra i cristiani e il clima politico degli ultimi mesi e anni. Come può un cristiano definirsi tale se non difendendo i valori della carità e dell’accoglienza? Davanti a uno scioccante 30% di cattolici che ha deciso di votare Lega alle recenti elezioni europee, per Quirico la risposta è netta: «O sei cristiano o non lo sei. Chi è razzista non può essere cristiano!».

Note:

1- Sulla fraternità di Romena si veda: Massimo Orlandi, Un porto di terra, MC gennaio 2017.




Libri: Afro ottimismo

Testo di Chiara Brivio


Qual è il futuro dell’Africa? Un economista senegalese e un teologo nigeriano affrontano questa domanda da due punti di vista diversi. Entrambi in una prospettiva decisamente afro ottimista. Dai loro testi emerge l’immagine di un continente dinamico e vivace, ansioso di lasciarsi alle spalle il doloroso passato coloniale e desideroso di riappropriarsi del suo destino. Includere le tradizioni, le mitologie e le narrazioni locali nel discorso sull’Africa, sottolineano i due intellettuali, sarà la chiave del riscatto culturale del continente.

L’economista senegalese Felwine Sarr e il teologo nigeriano Agbonkhianmeghe Orobator, nei loro libri, Afrotopia e Confessioni di un animista impostano un discorso di riscatto e di riscoperta dell’Africa e della sua identità più propria. Un discorso che vuole contrapporsi alla narrazione occidentale del continente, caratterizzata da clichés e da luoghi comuni su povertà, guerre e fame, e soprattutto su una ipotetica mancanza di agency da parte delle società africane, come se esse dovessero continuare a dipendere da «agenti» esterni per governare se stesse.

Afrotopia

Afrotopia è il primo libro tradotto in italiano di Felwine Sarr, un saggio breve ma denso, ben scritto, che gli è valso il Gran prix de la recherche, nell’ambito del Grands Prix des associations littéraires, premio camerunense. In esso Sarr, intellettuale senegalese poliedrico (è economista, sociologo, musicista, editore), attua una vera e propria decostruzione della categoria occidentale di «sviluppo», considerato uno strumento di misurazione del «benessere» ormai superato perché esclude l’uso di indicatori (culturali, sociali, ecc.) diversi dall’economia.

Per Sarr la vasta produzione culturale africana – dalla musica, all’arte, all’architettura, alla letteratura, alla sociologia, con autori come Achille Mbembe, Cornélius Castoriadis, Jean-Marc Ela, Cheick Anta Diop, Chimamanda Ngozi Adichie, Kobina Banning – ha contribuito alla creazione di quello che lui definisce l’afrotopos, «un luogo altro africano», un immaginario autoctono, libero dall’asservimento psicologico e culturale al colonialismo, nel quale le società africane possono immaginare, formare, creare un loro discorso sulla modernità, diventando «soggetti» della loro storia, finalmente riconoscendo il giusto valore alle tradizioni e alle culture locali. È la «via africana» allo sviluppo, che include altri indicatori al di là del mero progresso economico, quali l’educazione, la cultura, la spiritualità, la religiosità.

Afrotopia non va tuttavia letto come una semplice critica alla narrazione pessimista e paternalista dell’Occidente sull’Africa o dell’Africa su se stessa, è in realtà un’analisi lucida e consapevole della mancanza di un immaginario culturale condiviso, di una diffusa prospettiva autoctona sul futuro del continente. Come sottolinea Sarr, la crescita economica e le potenzialità finanziare dell’Africa non sono state accompagnate da una nuova produzione di senso, da una «liberazione» tanto culturale quanto sociologica dal colonialismo. Il mondo africano che Sarr descrive – interconnesso, multi-temporale, fondato su un cosmos integrato – in realtà già esiste, ciò che manca è la consapevolezza della sua pregnanza e la costruzione di un discorso pubblico e politico su di esso.

Questa è, secondo il sociologo senegalese, la sfida che il continente deve raccogliere se vuole affermare la sua identità. Una sfida che deve essere affrontata soprattutto dalla classe dirigente africana. Il percorso è arduo e in salita, ma Sarr è speranzoso sulla sua praticabilità.

Afrotopia, nella sua brevità, rappresenta un contributo importante alla discussione sulla narrazione del continente.

L’autore

Felwine Sarr (Senegal, 1972), sociologo ed economista, è uno dei più attivi intellettuali contemporanei africani. È condirettore dal 2017 con Achille Mbembe degli Ateliers de la Pensée di Dakar e Saint-Louis. Musicista, ha pubblicato fino a oggi tre album. Con gli scrittori senegalesi Boubacar Boris Diop e Nafissatou Dia, è il cofondatore della casa editrice Jimsaan.

È stato inoltre uno dei due commissari nominati dal presidente francese Emmanuel Macron per studiare la fattibilità della restituzione degli artefatti sottratti dalla Francia durante il periodo coloniale a diversi paesi africani. Il rapporto, dal titolo The Restitution of African Cultural Heritage. Toward a New Relational Ethics è consultabile a su https://restitutionreport2018.com.


Confessioni di un animista

Confessioni di un animista è la «prima» italiana del gesuita nigeriano Agbonkhianmeghe Orobator, in uscita a settembre per Emi, l’Editrice missionaria italiana. Presidente della conferenza della Compagnia di Gesù di Africa e Madagascar, considerato uno dei più brillanti e originali teologi del continente, Orobator affronta la discussione teologica sul rapporto tra animismo e cristianesimo in modo innovativo e con particolare sensibilità dovuta anche alla sua conversione adulta al cattolicesimo. Cresciuto in una famiglia animista nella cui casa era presente «la stanza delle medicine», tra rituali, abluzioni e devozione per un nutrito pantheon di divinità, il teologo traspone la sua esperienza personale di riscoperta delle proprie radici animiste nel discorso generale della storia e del futuro dell’inculturazione del Vangelo in Africa.

Orobator non si sente «lacerato tra due tradizioni religiose», ed è convinto che il cristianesimo debba riscoprire e valorizzare le radici animiste africane sulle quali si è innestato (allo stesso modo dell’islam). Egli rifiuta «le etichette di “schizofrenia della fede” o di “doppia mentalità religiosa” che certi teologi regolarmente impongono agli africani». La reciprocità e l’interdipendenza dei vari elementi del creato – uomo, natura, mondo sovrannaturale – e il riconoscimento della «vita» come bene comune ultimo condiviso dalla comunità, sono tutte caratteristiche dell’animismo che permettono di trasformare la realtà in «una realtà sacramentale» fonte di vita e di spiritualità. È da queste che sgorga e si genera, secondo il teologo nigeriano, «un imperativo morale o il dovere di prendersi cura della nostra casa comune». Un’affermazione nella quale si può facilmente riconoscere un’eco forte e distintiva del concetto di ecologia integrale di papa Francesco espresso nella Laudato si’.

Il suo tentativo di ridefinire epistemologicamente l’animismo mettendolo in relazione stretta con la teologia esige qualcosa di molto simile a un riscatto morale dei cristiani africani, e richiede da parte degli europei un abbandono delle vecchie categorie di esotismo e primitività che persino i primi missionari avevano affibbiato agli abitanti del continente.

Per Orobator, stanze delle medicine, rituali, abluzioni, nella loro ricchezza spirituale e come segni di una profonda «religiosità» che permea ogni aspetto della quotidianità dei popoli africani, non devono più essere relegati al folklore continentale, ma messi a tutti gli effetti alla base dell’esponenziale crescita della pratica della fede e della spiritualità del continente. Una crescita che coinvolge anche e soprattutto il cattolicesimo (si stima che nel 2040 saranno 460 milioni i cattolici africani) e che non può essere dovuta a semplici fattori demografici o agli alti tassi di fertilità.

Il discorso di Orobator è originale e innovativo, e andrebbe decisamente approfondito. La ricchezza e la vitalità dell’immaginario spirituale che le tradizioni africane hanno mantenuto nel loro incontro con il cristianesimo, e che forse noi europei abbiamo perso nella nostra pratica di fede, potrà apportare un grande contributo al rinnovamento della spiritualità globale. Magari anche tramite un’evangelizzazione che già oggi e, verosimilmente sempre più in futuro, parte dall’Africa in direzione del Nord del mondo.

L’autore

Agbonkhianmeghe Orobator, gesuita nigeriano (classe 1967), è il presidente della conferenza della Compagnia di Gesù di Africa e Madagascar. Ha conseguito il dottorato in teologia e in scienze religiose nel 2004 all’Università di Leeds, in Inghilterra, ed è stato superiore della provincia orientale africana della Compagnia dal 2009 al 2014. Definito da Avvenire come uno dei più brillanti teologi africani contemporanei, è membro del Boards of Directors della Georgetown University di Washington. Tiene conferenze e lezioni in tutto il mondo. Lo scorso mese di aprile, su proposta del primate della Chiesa anglicana Justin Welby e con l’approvazione di papa Francesco, padre Orobator ha predicato gli esercizi spirituali a Casa Santa Marta durante il ritiro per i due leader del Sud Sudan.

 




Libri: Restare umani


Testi di Chiara Brivio


Tre libri, tre punti di vista diversi, un obiettivo comune: riportare un po’ di equilibrio e di spessore nella
narrazione pubblica dell’immigrazione. Il primo ci accompagna dal chiasso della piazza mediatica al silenzio del lavoro di un medico forense che tenta di restituire un’identità a corpi senza nome recuperati nel Mediterraneo. Il secondo tra le mura della casa di una famiglia semplice che ospita sei ragazzi rifugiati (in mezzo a intolleranza, insulti social, ma anche tanta solidarietà). Il terzo tra le pieghe della vicenda personale di Kaled, prima miliziano anti Gheddafi, poi trafficante di uomini in Libia.

«Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). Una frase che per molti risuonerà come uno dei principi fondamentali della dottrina cristiana: accogliere lo straniero, il migrante, il senzatetto, il pellegrino.

Oggi, purtroppo, l’accoglienza, una delle questioni fondamentali del nostro tempo, si trova al centro di un infervorato (quando non inferocito) dibattito pubblico e politico. Tre libri di recente pubblicazione affrontano il tema con grande sensibilità e compostezza, e con un pregio comune: dare voce a chi non ce l’ha.

Tre volumi, opera di tre scrittrici che, offrendo una riflessione seria e pacata sulla questione migranti, interpellano le coscienze di tutti, credenti e non.


Naufraghi senza volto

Impegnata da anni nell’identificazione e nel riconoscimento delle vittime dei naufragi nel Mediterraneo, in particolar modo quelli del 3 ottobre 2013 (che fece 366 vittime) e del 18 aprile 2015 (quasi 1000), Cristina Cattaneo, medico legale e direttrice del Labanof (Laboratorio di antropologia e odontologia forense) dell’Università statale di Milano, ci parla della sua esperienza.

«Naufraghi senza volto» è il racconto del viaggio, fisico e simbolico, che porta le identità degli scomparsi dal fondo del mare alla terra ferma – tra Milano, Roma e Melilli -, attraverso la minuziosa ricerca e identificazione di oggetti, vestiti, corpi, ossa.

Succede che, nel descrivere il suo lavoro, la studiosa racconti del ritrovamento di una lettera dell’Unhcr che attesta l’«autentico» status di rifugiata politica di una vittima, della pagella scolastica di un ragazzino di 14 anni del Mali cucita ai vestiti (protagonista della vignetta di Makkox successivamente divenuta virale), di un sacchetto di terra conservato in una tasca, di un rosario buddista, una croce e un corano insieme. Tutti segni di una disperazione che supera ogni barriera ideologica e religiosa.

Succede anche che il racconto della missione di ridare un’identità e una storia a chi l’ha persa, passi dai volti e dai ricordi di quei parenti che mai si sono rassegnati, che mai hanno smesso di cercare i loro cari, in barba a ogni «ma chi vuoi che li cerchi questi morti?».

Prima di ogni cosa, però, il libro di Cristina Cattaneo è un monito contro l’indifferenza e contro le logiche campanilistiche del «ma con tutti i problemi che abbiamo in Italia siamo pazzi a occuparci anche di questo?».

Come sottolinea l’autrice, le tragiche storie delle vittime che ha incontrato, scolpite indelebilmente sui loro corpi e le loro ossa, ci ricordano come sia fondamentale per noi «pensare ai loro morti» come se fossero nostri, per comprendere che siamo tutti esseri umani.

Un monito che l’autrice lancia ai singoli, ma anche alle istituzioni, puntualizzando come soltanto attraverso la cooperazione e la collaborazione tra i governi si potrà affrontare efficacemente il problema.

«Naufraghi senza volto» è un libro dallo stile sobrio e pacato, nonché ben scritto. Un vero antidoto al chiasso che oggi circonda la questione migranti.


A casa nostra

Nicoletta Ferrara e il marito Antonio Calò, insieme ai loro quattro figli, dopo il naufragio nel Mediterraneo del 18 aprile 2015 che provoca quasi mille morti, decidono di accogliere in casa sei ragazzi africani, tutti musulmani: Ibrahim, Tidjane, Sahiou, Mohamed, Saeed e Siaka.

«A casa nostra» è il diario che Nicoletta, maestra di scuola primaria di Treviso, ha tenuto negli anni. Vi racconta una «straordinaria» avventura che sin dal principio sembra figlia di un «disegno più ampio». Come i Calò, tra lingue che si mescolano, una pastasciutta e un piatto africano, stentati racconti delle torture subite in Libia, sono diventati una vera e propria famiglia «allargata» che tuttoggi vive unita e affiatata.

Quelle di Nicoletta Ferrara sono pagine profonde, che rispecchiano la fede granitica della sua famiglia che non vacilla mai, nemmeno davanti all’ennesimo rifiuto di una protezione umanitaria, all’ennesimo insulto sui social, alla diffidenza di amici e vicini.

Oggi i ragazzi lavorano tutti, parlano la nostra lingua, si stanno costruendo una vita in Italia. Sono sei volti, sei nomi, sei storie che ritrovano dignità attraverso la voce dell’autrice: «Ho pensato alle immagini degli sbarchi e a come ciascuno nella massa si confonda, mentre invece ciascuno porta su di sé una storia, degli affetti lasciati, una mamma e un papà che aspettano un ritorno, una moglie in attesa, delle speranze e una voglia di vita che nessuno ha il diritto di negare. Nessuno».

Il libro, scritto con grande sensibilità, dolcezza e una buona dose di ironia, è soprattutto il racconto della sua personale vicenda di madre di dieci figli. Un punto di vista inedito che forse ancora mancava nell’ampia letteratura disponibile oggi sul tema dell’immigrazione.

«A casa nostra» è un inno alla solidarietà, che richiama tutti a farsi artefici di una società migliore.

Io Khaled vendo uomini e sono innocente

Khaled è un ex combattente delle milizie di Misurata che hanno partecipato alla rivoluzione contro Gheddafi. Nel caos della Libia del dopo regime, dove non ci sono né vinti né vincitori, si ritrova a diventare trafficante di esseri umani. A volte stupra, a volte uccide. «Io Khaled vendo uomini e sono innocente», romanzo d’esordio di Francesca Mannocchi, giornalista, documentarista ed esperta di migrazioni, è uno sconvolgente viaggio nella mente del suo protagonista, nel quale il confine tra il bene e il male, tra vittima e carnefice, tra innocente e colpevole si fa poroso.

Ingegnere mancato, ribelle tradito dalla rivoluzione, perseguitato dalla morte in battaglia dell’amato fratello Murad, Khaled non ha mai assaporato il gusto della «libertà», perché la «guerra non è mai davvero finita».

Con una prosa asciutta e scarna, l’autrice descrive in prima persona un personaggio che si ritrova sempre al «limite» in un paese che «puzza» come la corruzione dei ministeri, come «i negri» nelle stive dei barconi («il vero oro della nostra Libia»).

I migranti che Khaled traffica non hanno volti né nomi, sono quasi una massa indistinta, la merce che gli serve per raggiungere il suo obiettivo: una vita comoda e tranquilla a Istanbul. L’unica a lasciare un segno è Fouzieh, la siriana di Homs annegata insieme al piccolo Bilal perché priva del denaro necessario per pagare i salvagenti. Fouzieh lo perseguita nelle sue notti agitate, forse simbolo di una pietas dalla quale Khaled pensava di essersi «salvato».

«Io Khaled vendo uomini e sono innocente» è un libro coinvolgente, a tratti inquietante, nel quale la vera protagonista è l’ambiguità, quella di Khaled e quella della stessa Libia, dilaniata da guerre intestine, mai veramente liberata, né dai vecchi colonialisti né dalla feroce dittatura del rais. È un profondo chiaroscuro, dove tutti, in qualche modo, sono complici del male – «siamo tutti piccoli Satana (Gheddafi), tutti piccoli dittatori di noi stessi», conclude Khaled -, e dove nessuno può sentirsi davvero libero e innocente.




Solalinde: Questo è il Regno di Dio

Testo di Luca Lorusso |


Le relazioni (divine) che promuovono la vita invece della morte

Solalinde: Questo è il Regno di Dio

L’«antiregno» è semplice da descrivere: il sospetto su Dio, il male procurato agli
altri, la violazione del creato, l’autocondanna alla disperazione. Più complicato è dire cosa il Regno è e cosa suggerisce al mondo odierno complesso e segnato da violenza. Padre Alejandro Solalinde ci offre la sua sintesi usando la parola chiave relazione e partendo dalla sua fede ed esperienza di lotta accanto ai poveri.

«La condizione perché Dio regni su di noi è che nessuno regni sull’altro», scrive padre Alejandro Solalinde. E il motivo per scegliere di far regnare Dio su di noi è che il suo è un Regno di gratuità, pace, giustizia, perdono, accoglienza. È un Regno d’amore al centro del quale c’è la promozione delle relazioni che danno vita: la relazione fondativa tra Dio e l’uomo, quella tra l’uomo e gli altri uomini e quella tra l’uomo e il resto del creato.

Padre Alejando è un prete sorridente ed energico di 74 anni. È noto per essere un sacerdote messicano in prima linea nell’emergenza umanitaria che riguarda i migranti sudamericani diretti negli Usa e transitanti sul suolo del suo paese. Avere a che fare con i migranti non significa solo contrastare i discorsi d’odio di Trump ma, molto più concretamente, fronteggiare le organizzazioni criminali che con i migranti fanno affari d’oro.

Per il suo impegno, padre Alejandro è, allo stesso tempo, candidato al Nobel per la pace e «ricercato» dai narcos con una cospicua taglia sulla sua testa. Nonostante questo, appare un uomo sereno, umile e mite. A chi glielo fa notare risponde: «Io sono un uomo di fede. Gesù continua ad ispirarmi. Mi sento molto orgoglioso di essere battezzato, di essere una persona consacrata, missionaria, itinerante del Regno di Dio. Io non sono solo»1, e ribadisce la stessa idea nel suo libro, come un caposaldo della sua speranza: «Nessuno può sentirsi solo con un’amicizia come quella di Gesù».

Libro sorprendente e coraggioso

Padre Alejandro Solalinde ci offre un libro sorprendente. Sorprendente perché insiste su Dio e sul suo sogno d’amore per l’umanità e il creato, mentre da un uomo «di lotta» come lui ci si potrebbe aspettare un testo tutto concentrato sulla denuncia dura e pura (come ce ne sono molti) nei confronti delle potenti strutture di peccato che generano le sofferenze delle quali si occupa. Non manca la denuncia, e padre Solalinde le dedica un intero capitolo, il terzo, intitolato «L’antiregno». Ma non è il centro del suo pensiero. È forse il movente, ma non l’orizzonte del suo scritto.

Padre Solalinde ci offre un libro sorprendente e anche coraggioso. Coraggioso perché indica il Regno di Dio come suo centro d’interesse principale, e la prassi «fallimentare» del Gesù crocifisso come strada da seguire per realizzarlo. Superare l’antiregno in direzione del Regno di Dio si può solo attraverso relazioni improntate al dono totale di sé, alla misericordia, all’accoglienza di tutti. Anche all’accoglienza dei violenti e dei potenti, di quell’1% che domina il mondo, perché mai nessuno è escluso dal desiderio di Dio di averlo dalla sua parte: «Ai giorni nostri sono invitati alla tavola di Gesù anche quell’1% di magnati che si accaparrano le ricchezze del mondo […]. Da soli non potranno arrivare allo spazio della fede in Dio, Padre di tutti e tutte. Bisogna avvicinarli, amarli, metterli in discussione, invitarli! […] Anche un “tossico” del denaro e del potere è salvabile!».

L’idea giusta di Dio

«Siamo nati nel sistema capitalista, una condizione che impone il denaro come valore supremo; solo dopo viene Dio e infine la gente. Il Dio della vita è stato espulso dall’economia e rinchiuso nei templi. Ogni giorno aumentano i poveri e cresce la diseguaglianza. Quel che è peggio è che stiamo accogliendo tutto questo come normale. E non manca chi attribuisce a Dio queste ingiustizie, assicurando che questa è la sua volontà. […] In tale voragine di idee, le cupole del potere economico impongono come verità indiscutibili la loro versione di ciò che noi “dobbiamo” vedere e credere».

Nel solco della letteratura profetica, padre Solalinde si preoccupa di ristabilire la giusta immagine di Dio, quella di cui l’uomo può nutrirsi per trovare la salvezza. Il suo Dio non è quello usato da alcuni per giustificare le ingiustizie, ma quello che offre tutto se stesso per il bene dell’umanità. Se al centro ci fosse Dio con il suo Regno, l’uomo vivrebbe nella pienezza. «La crisi del mondo attuale, e in particolar modo del mio Messico, è in fondo una crisi di relazioni interpersonali: tra persone fisiche e persone giuridiche, tra persone umane e persone divine. […] Qual è il riferimento affidabile che ci permetterà di uscire da questa crisi generalizzata? A partire dalla fede cristiana che professo, io propongo il Regno di Dio […]. Non per niente questo è il tema centrale dell’insegnamento del giovane Maestro di Nazareth. Nei Vangeli troviamo più di novanta occorrenze di “Regno di Dio” o “Regno dei cieli”. […] Gesù non predica se stesso, parla della sovranità di Dio». Gesù realizzò nella sua persona la sovranità di Dio inaugurando l’esperienza più inclusiva e aperta che sia esistita nella storia dell’umanità. «Bisogna credere nel Regno e allo stesso tempo esserne operatori efficaci, affinché sia davvero l’amore divino a governare […], a partire dalla lettura dei segni dei tempi e dall’accompagnamento pastorale degli ultimi, degli esclusi».

Una vita radicalmente cambiata

Il Regno di Dio non è un’utopia. È una realtà già vivente e operante che cresce con la crescita della sua conoscenza da parte dell’uomo. Una realtà bella anche perché si prende carico della condizione contraddittoria e fragile dell’uomo. Sono belle le parole del sacerdote messicano sul «rilievo umano», cioè sulla storia particolare, personale di ciascun operatore del Regno: «Chiamo “rilievo umano” la storia di ogni persona […]. Nessuno può cancellare il passato! E neppure può ignorarlo […]. Quello che invece possiamo fare è assumerlo, impararne la lezione, leggerlo entro una nuova narrazione positiva, accettarlo. […] Il Dio rivelato da Gesù Cristo si carica del nostro passato e lo redime, invitandoci a un presente equilibrato e a scrivere una nuova storia personale d’amore. […] Gesù ci accetta come siamo, incondizionatamente, [anche] se siamo stati assassini o carnefici […]. Dio chiama tutti alla santità, ma lo farà sempre a partire dal “rilievo” di ciascuno». La via della realizzazione del Regno è la storia individuale di ognuno, nel momento in cui si mette in relazione vitale con Dio Trinità, con gli altri e con il creato. Come la storia di ogni singolo è segnata dalle storie degli altri e del mondo, anche la storia degli altri e del mondo è segnata dalla storia di quel singolo.

Questo, per Solalinde, è il Regno di Dio: una vita donata, una vita radicalmente cambiata in Gesù.

Luca Lorusso

Note:

1- Paolo Moiola, Un salto nel buio, MC, ottobre 2017, p. 51.

Messico. Migranti: un salto nel buio




Riconoscere i conflitti per gestirli in modo nonviolento

Suggerimenti di lettura per gestire i conflitti, da Luca Lorusso |


I conflitto esistono. È in te, con il tuo partner, figli, genitori, fratelli, con i tuoi colleghi o vicini di casa, con il capo (o il dipendente), con i Rom (o i gagè, ovvero non Rom), con i migranti (o gli italiani). I conflitti esistono tra classi sociali, tra regioni, tra paesi, tra blocchi di alleanze internazionali, tra mercati e singoli risparmiatori, tra economia e diritti. E la violenza non è l’unico modo per affrontarli.

Puoi decidere di far finta che il conflitto non esista o girarci attorno (e ne subirai le conseguenze), puoi metterti in competizione (e rischierai di perdere, o di vincere, che è anch’esso un rischio), puoi adeguarti passivamente alla volontà dell’altra parte (annullando i tuoi bisogni e la tua dignità), puoi cercare il compromesso (senza generare nulla di nuovo ma dimezzando i bisogni di entrambe le parti), oppure puoi collaborare (trovando una risoluzione creativa che apre a prospettive nuove e positive per entrambe le parti).

Per prepararci al nuovo anno sociale che ci aspetta, e che certamente non sarà privo di conflitti a tutti i livelli, quale modo migliore di dedicare qualche lettura estiva al tema della nonviolenza?

Ecco alcuni suggerimenti che spaziano dai fondamenti teorici della nonviolenza a spunti pratici di comunicazione nonviolenta nella quotidianità.

La sfida sarebbe quella di leggerli tutti entro il 2 ottobre, giornata internazionale della nonviolenza.

Buona lettura.

Luca Lorusso

Edizioni Qiqajon | Edizioni la Meridiana | Esserci Edizioni | Infinito Edizioni | Edizioni Gruppo Abele




Parlare di Isis ai bambini

Recensione di Luca Lorusso su libri riguardanti l’Isis |


Quando eventi traumatici, come gli attentati dell’Isis, irrompono nella vita quotidiana

Quando la vita di ogni giorno è toccata, a volte sconvolta nelle sue certezze, da notizie di eventi tragici come le violenze dell’Isis, s’impone ai genitori e agli insegnanti il dovere di andare in soccorso dei loro piccoli. Rassicurando, spiegando, infondendo fiducia. Per farlo, gli adulti devono lasciarsi interrogare, documentarsi, riflettere, senza il timore di apparire ignoranti, essi stessi in cerca di senso.

 

Terrorismo, stragi, violenze. Dobbiamo raccontarle ai nostri bambini? Dovremmo far conoscere ai nostri figli o alunni eventi traumatici come quelli causati dall’Isis in paesi lontani e vicini, o anche altri eventi come terremoti, catastrofi, incidenti aerei, che vengono raccontati da tutti i mezzi di comunicazione con toni e immagini allarmanti?

L’Isis uccide 25 persone, tra cui diversi bambini e 9 giornalisti, a Kabul, in Afghanistan, in un duplice attentato il 30 aprile. Boko Haram attacca una moschea e un mercato in una città del Nord della Nigeria provocando 86 morti il 2 maggio. Uomini armati uccidono 17 persone tra cui un prete cattolico a Bangui, nella Repubblica Centrafricana lo stesso giorno.

Il racconto concitato di avvenimenti dolorosi irrompe nella tranquilla vita quotidiana delle nostre famiglie.

Il 14 luglio 2016 un camion fa strage sul lungomare di Nizza. Negli stessi giorni un uomo, armato di ascia ferisce diverse persone su un treno in Germania. Di nuovo in Germania, a Berlino, il 19 dicembre 2016 un altro camion travolge la folla al mercatino di Natale, uccidendo 12 persone. L’attentatore, Anis Amri, il 23 dicembre viene ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia a Sesto San Giovanni, Milano, praticamente sotto casa di ciascuno di noi.

L’insicurezza entra in casa (tramite lo schermo)

«Il mondo che sembrava chiuso fuori dalla porta di casa, improvvisamente vi fa un ingresso irruento», scrive Alberto Pellai nel primo dei tre capitoli del volume Parlare di Isis ai bambini, edito da Erickson nel 2016. Se da un lato la fruizione di notizie come quelle sopra citate porta con sé una quota positiva di conoscenza, dall’altro porta anche il rischio di attivare nei bimbi un profondo senso di pericolo – anche all’interno delle mura domestiche – che l’adulto deve saper affrontare. «Gli adulti hanno il compito di comunicare ai più piccoli che loro sanno tenere il controllo della situazione». Ai volti spaventati di uomini e donne intervistati dai telegiornali sul luogo dell’accaduto deve fare da contrappeso lo sguardo attento e pacato, non allarmato, del genitore, la sua capacità di verbalizzare la paura con parole rassicuranti e, magari, con l’attenzione fisica di un abbraccio protettivo.

«Quando si assiste a un evento tragico in televisione si è dentro a un flusso di parole e immagini ad alto impatto emotivo. Spesso siamo noi adulti i primi a venire così attratti e spaventati che quasi ci dimentichiamo che nella stessa stanza c’è un bambino che sta osservando le medesime immagini. Ma che al contempo vede il nostro volto teso e spaventato, ascolta i nostri commenti sconcertati e atterriti».

L’adulto – scrive Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva, nel suo testo pieno di esempi e utili suggerimenti – deve saper tranquillizzare senza negare le emozioni che la notizia, la foto, il servizio al Tg provocano. In questo modo aiuta il bambino a integrare la tempesta emotiva con la comprensione dell’evento e della sua condizione di protezione e sicurezza.

Genitori e insegnanti in ricerca

I genitori e gli insegnanti dovrebbero parlare anche dei motivi che stanno dietro alle violenze raccontate dai media? «Certamente», sostiene Dario Ianes, curatore del libro, «ma spesso non sanno bene quali sono le cause di quello che accade, non sanno documentarsi… e non vogliono apparire ignoranti, anche se sarebbe invece un ottimo insegnamento mostrarsi adulti che si attivano in una ricerca razionale, il più possibile libera da pregiudizi, di informazioni indipendenti». Quando l’Isis entra in casa da uno schermo, quindi, il nostro compito è quello di interrogarsi ad alta voce – provando a darsi delle risposte ragionevoli – sulle questioni che fanno da sfondo, da causa, da motore di quegli eventi. Accanto al compito di rassicurare i piccoli, c’è anche quello di dichiarare la nostra poca conoscenza e di impegnarci ad approfondirla.

Uno strumento per tutto ciò può certamente essere il libro di cui scriviamo, Parlare di Isis ai bambini. Al primo capitolo di Alberto Pellai, intitolato L’adulto competente aiuta emotivamente il bambino, ne seguono, infatti, altri due che inquadrano l’Isis da diversi punti di vista: la storia del Medio Oriente, la storia dell’Islam, la situazione sociale e culturale dei paesi musulmani, le relazioni internazionali, la riflessione filosofica, politica e militare sulla violenza. Il primo dei due, Geografia concettuale dello Stato Islamico è scritto dal funzionario internazionale Marco Montanari, il secondo, Cercare di comprendere l’Isis nella complessità, da Riccardo Mazzeo, editor di Erickson, con il filosofo e sociologo francese Edgar Morin.

Luca Lorusso




La lettura come arma di libertà contro il terrore in Afghanistan

Testo di Luca Lorusso |


Il maestro che sfidò la guerra

Tra gli Hazara perseguitati dai talebani in Afghanistan avviene l’incontro tra un uomo coraggioso e una bambina speciale. Lui gira per i villaggi prestando libri, lei li legge ad alta voce alle amiche che non possono andare a scuola. Una storia per aiutare i più piccoli (dagli otto anni in su) a sentirsi parte di un’umanità più ampia, piena di problematiche e di speranze.

Maryam ha 10 anni ed è l’unica bambina del villaggio a saper leggere. Quando ne aveva sette e abitava nella città di Bamiyan, in Afghanistan, un attentato dei talebani ha portato via i suoi genitori e la sorellina Baharak, che significa Piccola primavera. Lei era a scuola quando il camion è esploso. Da allora vive presso dei parenti, a Moshtarak, un abitato povero e sperduto nella provincia di Bamiyan. Questa è la zona degli Hazara, la minoranza nel mirino dei terroristi (cfr. reportage pag. 15).

Maryam ha gli occhi neri, come nero è il pesciolino protagonista di un libro che la maestra le leggeva quando andava a scuola: unico pesciolino ad avere il coraggio di nuotare alla scoperta del mondo fino al grande mare.

Un giorno arriva al villaggio un uomo speciale che porta con sé, su una bicicletta, una cassa di legno piena di libri da distribuire ai bambini del villaggio. Si chiama Amir Zerai, il «maestro dei cento soli e delle cento lune», e vuole donare agli abitanti la gioia della lettura: ogni due settimane, lui o una persona di sua fiducia, verrà al villaggio per riprendere i libri già prestati e prestarne altri.

Tra la bambina e l’uomo nasce subito un’amicizia e da essa nasce una piccola grande rivoluzione per l’intero villaggio: Maryam, spinta da Amir, inizia a leggere a voce alta i libri alle altre bambine. Loro, infatti, non vanno a scuola, a differenza dei maschi che ogni mattino si spostano al villaggio vicino per imparare a leggere e scrivere.

La storia di Maryam è inventata, ma contiene molti elementi tratti dalla realtà. Raccontata con linguaggio semplice e delicato da Alberto Melis, essa accompagna i piccoli lettori in una terra, in una situazione di vita, in mezzo a problematiche lontane, ma che riguardano tutti.

La narrazione ci accompagna nelle vicende di Maryam che, fa crescere la sua attività di lettura a voce alta fino a farla divenire una vera e propria scuola, e in quelle del maestro Zerai, minacciato dai talebani, e nello scambio di lettere tra Maryam e un bambino di un altro villaggio, anch’egli amico del maestro. In essa l’autore affronta i grandi temi della libertà che la cultura può offrire contro l’oscurantismo e la paura, del coraggio contro le avversioni e contro i tentativi di chi si oppone al bene comune, dell’amicizia, dell’amore dei cari, del pregiudizio di cui a volte la stessa protagonista è vittima, della speranza.

In appendice, Alberto Melis, insegnante e scrittore sardo, propone anche una breve intervista a Saber Hosseini, il vero «maestro dei cento soli e delle cento lune» che ha ispirato il suo racconto.

Perché porti i libri ai bambini?

«Perché per troppo tempo in questo paese i bambini sono stati sopraffatti dalla paura e dalla violenza […]. Ora è arrivato il momento che imparino a sorridere e soprattutto a sognare, non credi anche tu Maryam? (p. 37).
Sai, a volte ho l’impressione che nelle parole dei libri ci sia una magia capace di guarire anche le ferite che non si vedono» (p. 72).

Il libro: Alberto Melis, Storia del maestro che sfidò la guerra, Mondadori, Milano 2017, 120 pagine, 9,50 Euro, dagli 8 anni.

 




Gli spazi bianchi della Bibbia


Il progetto è molto semplice, dare carta bianca a uno scrittore dicendogli: «Scegliti un brano o un personaggio, un episodio della Scrittura, e lo riscrivi in 40 o 60 mila battute». Ne sono nati 12 volumi che mostrano la forza e attualità della Bibbia, e il volto dialogante di una Chiesa in uscita.

«In un angolo del bosco, a mezza riva, con sopra l’orizzonte del cielo, sipario azzurro e nuvole, vicino a un libocedro monumentale, che lei confondendosi chiama librocedo […]; in questo angolo di bosco impervio, più terra grassa che verde, terra umida e muschio, Benedetta siede con la merenda in mano». Benedetta è una ragazzina che vive a Rueglio, in Val Chiusella, a 50 km da Torino, e ha un appuntamento: ogni giorno, per sette giorni, una voce esce da una cavea per raccontarle la Creazione, e per «ricreare», in qualche modo, Benedetta stessa.

Quella di Benedetta non è una storia vera, nel senso che non è un fatto realmente accaduto. È una storia contenuta in un piccolo libro a firma di Gian Luca Favetto, scrittore di Torino, ed è parte di un progetto denominato «Scrittori di Scrittura», che da tre anni ha coinvolto 12 autori pubblicandone i rispettivi testi con la casa editrice Effatà. La Creazione, la Resurrezione, la storia di Saul, quella di Isacco o di Giobbe, le nozze di Cana, l’episodio del giovane ricco, sono alcuni tra i passi biblici presi in considerazione e riscritti da autori come Margherita Oggero, Bruno Gambarotta, Davide Longo, Elena Loewenthal.

Suggestioni bibliche

«Ogni scrittore è partito da una suggestione, e le ha dato corpo», ci spiega l’ideatore del progetto, don Gian Luca Carrega, direttore dell’ufficio di pastorale della cultura della diocesi di Torino, oltre che insegnante di Sacra Scrittura alla facoltà di teologia e incaricato diocesano per la pastorale con le persone omosessuali credenti. «Alcuni anni fa, la Diocesi aveva regalato ai preti giovani un anno di formazione con la scuola Holden (la scuola di scrittura creativa fondata da Alessandro Baricco, nda). Venne fuori un tentativo di ri-narrazione di testi biblici che il regista Leo Muscato, responsabile del corso, aveva apprezzato. Lui mi spronò a proseguire, e nel 2007 uscì un libretto intitolato Un tempo per ogni cosa che metteva insieme 40 riscritture di brani dei Vangeli sinottici. Poi accantonai la cosa». Don Gian Luca oggi ha 44 anni ed è prete per la diocesi di Torino dal 2000: «Quando mi fu affidata la pastorale della cultura tre anni fa, mi toò in mente l’esperienza di quel libretto, e pensai: “Se questo tentativo di riscrittura lo affidassimo a dei professionisti?”».

Una Parola che provoca

A ciascuno degli scrittori coinvolti è stato chiesto di scegliere un brano della Bibbia e di riscriverlo secondo la propria sensibilità e stile, con la massima libertà. Ciascun volume è autonomo, unito agli altri solo dal cappello «Scrittori di Scrittura», dalla grafica e dalla struttura che prevede tre parti: il brano biblico scelto dall’autore, un commento al brano, scritto da un biblista, e la riscrittura d’autore.

Leggendo i volumetti si nota una grande diversità di approccio: qualche scrittore ha usato una modalità più tradizionale, simile ai midrashim (un’antica forma, spesso narrativa, di esegesi ebraica della Scrittura), producendo racconti i cui personaggi sono quelli biblici, ma narrando fatti, situazioni, psicologie che nel testo originale non sono presenti. «È il caso, ad esempio, di Silvana De Mari che ha riscritto l’annunciazione vista dagli occhi di Giuseppe, o di Elena Loewenthal che ha affrontato l’annunciazione a Sara, moglie di Abramo».

Altri hanno trasfigurato i personaggi biblici in personaggi contemporanei: «Ad esempio Elena Varvello racconta la storia di un Giobbe contemporaneo, un uomo tartassato dagli eventi che cerca un motivo di ripartenza, mentre Bruno Gambarotta rilegge il personaggio di Saul in chiave umoristica, di un umorismo drammatico». Altri ancora, come Gianluigi Ricuperati, hanno affrontato un tema attualizzandolo in una situazione odiea: «Lui ha scelto il tema della ricchezza raccontando di un prete che ha una comunità di recupero per persone dipendenti dall’uso del denaro».

«Il testo biblico si mostra un testo attuale, pieno di suggestioni interessanti anche per persone di oggi e per non credenti. Ad esempio Margherita Oggero si è sempre apertamente dichiarata agnostica, ma non ha avuto nessun problema a lavorare sulla Bibbia. Di Margherita non mi ha stupito la leggerezza di scrittura che ha avuto nel ripensare il personaggio di Isacco che è immaginato anziano, vicino alla morte, mentre ripensa a tutta la sua vita, mi ha colpito invece la sua competenza sulla Scrittura».

«Elena Loewenthal ci ha regalato anche una bella definizione della nostra iniziativa: infilarsi negli spazi bianchi della narrativa biblica. Partire da un testo sapendo che è volutamente lacunoso perché tu possa interagire con esso. Tutti i volumi sono un tentativo di risposta alla Parola che provoca».

La vita è una Bibbia apocrifa

Don Gian Luca crede nel senso ecclesiale e missionario di questa iniziativa culturale: «C’è un arricchimento spirituale in questi testi. I volumi di Scrittori di Scrittura sono utili per il credente perché lo aiutano ad avere un approccio differente alla Bibbia. I suoi protagonisti smettono di essere personaggi-tipo, e assumono una loro tridimensionalità. Prendiamo ad esempio il Giuseppe di Silvana De Mari: non è il classico Giuseppe vecchietto e un po’ passivo, ma un giovane passionale, innamorato della sua ragazza e anche geloso. Con una lettura di questo tipo sentiamo che la storia sacra è una storia vera. Quando siamo lettori passivi, diventiamo pigri e ronziamo attorno ai soliti concetti e idee. Quando invece proviamo a raffigurarci le scene, scatta un processo d’immedesimazione. La Scrittura ci parla anche attraverso questo. La storia sacra ci dice che anche la nostra storia è sacra, che noi viviamo un’esperienza in continuità con la Scrittura. Scherzando, abbiamo chiamato il nostro progetto una “Bibbia apocrifa”, e lo è, come di fatto lo è anche la vita stessa delle persone. Anche le nostre vite fanno parte di un progetto che non si è concluso con l’ultimo libro della Bibbia. Noi continuiamo a vivere vicende che sono guidate dallo stesso Spirito che ha animato la Scrittura. Le nostre esperienze sono un bacino per lavorare su ciò che il Signore ci ha detto tramite la Parola».

Una Chiesa in uscita

Chiediamo a don Carrega come, secondo lui, questo progetto si inserisca nel cammino della Chiesa: «Scrittori di Scrittura è il tentativo di metterci in ascolto gli uni degli altri: la Chiesa in ascolto dei “laici”, e viceversa. Ad alcuni è sembrato che volessimo svendere il patrimonio della Scrittura trattandolo come un libro qualunque. Il nostro punto di vista invece è accettare un confronto su dei testi che, siamo convinti, dicono qualcosa a tutti. La Scrittura può essere quel ponte su cui ci incontriamo grazie al suo valore narrativo. Io, da credente, farò vedere come essa aiuti la mia vita di credente. In quella parola c’è la Parola di Dio rivolta alla mia vita. Per il non credente è diverso. Da questo punto di vista penso che davvero il progetto svolga un servizio ecclesiale. Nel portarlo avanti siamo sereni, perché siamo consapevoli della forza della Scrittura. Non temiamo che possa essere “profanata”, anzi, in questo modo può trovare nuove vie che non avrebbe trovato se l’avessimo custodita troppo gelosamente».

È molto difficile dire quale sia la risposta dei lettori, don Carrega ipotizza che il pubblico di Scrittori di Scrittura sia composto prevalentemente da «curiosi»: «Nell’ottica della Chiesa in uscita, direi che è normale andare più verso chi è ai margini o fuori dalla Chiesa. Sono molte le persone curiose di sentire che cosa ha da dire la Chiesa, e che rimangono favorevolmente impressionate da questo atteggiamento di dare carta bianca agli scrittori senza condizionarli, da una Chiesa che non vuole dettare norme ma si mette in dialogo».

Favorire la diffusione culturale della Scrittura

Il fenomeno della riscrittura della Bibbia non nasce certamente con Scrittori di Scrittura: basterebbe prendere il catalogo di qualsiasi casa editrice per verificarlo, o semplicemente leggere la Bibbia stessa per accorgersi che numerosi brani sono riscritture di altri brani. «In generale mi sembra che il fenomeno della riscrittura sia esteso, soprattutto all’estero. In Italia si fa un po’ di fatica in più, secondo me perché non c’è una cultura della Scrittura. Un piccolo contributo in questo senso il nostro progetto lo dà: quando uno legge il libro di Gambarotta sul Saul, magari è spinto a leggere il testo originale nel Primo libro di Samuele».

Oltre alla funzione di invito alla lettura della Bibbia, però, il fenomeno della riscrittura ha, più profondamente, lo scopo di arricchire la lettura di fede della Parola. L’approccio narrativo alla Bibbia ha la sua specificità che lo affianca ad altri approcci come quello storico critico o teologico, quello psicologico o femminista. «Il metodo narrativo è un metodo tra molti, buono sia a livello tecnico per gli esegeti, che catechistico. Tra i suoi pregi vedo l’empatia suscitata nei lettori, utile per l’interiorizzazione della Parola. Questo infatti è un passo su cui, credo, tutti facciamo difficoltà: come arrivare a fare una lettura esistenziale della Bibbia? Come passare dal “cosa dice il brano” al “cosa mi dice il brano”? Scrittori di Scrittura, oltre a dirci quello che il brano ha suggerito allo scrittore, mostra che ognuno di noi può riscrivere il testo biblico applicandolo alla propria vita».

Luca Lorusso

 Il progetto prevede altri futuri volumi. Intanto è consultabile il sito www.scrittoridiscrittura.it nel quale è possibile seguire un blog con riflessioni e approfondimenti sulle tecniche narrative dei Vangeli, sul rapporto che la Scrittura ha con arte, letteratura e cinema. Nel sito sono presenti anche i video delle presentazioni dei singoli volumi con gli autori.


Tre scrittori rispondono

Margherita Oggero

Come ha accolto la proposta di riscrivere un brano biblico?

Da non credente inquieta e riluttante, ho accolto con perplessità la proposta e ho spiegato le mie difficoltà nei confronti della fede. Mi è stato risposto che gradivano anche voci dissonanti e quindi ho accettato.

Perché ha scelto il personaggio di Isacco?

La figura di Isacco è in stretta relazione con quella di Gesù Cristo. È una vittima (mancata) delle imperscutabili scelte di Dio. Una figura tragica che vive un dramma più grande delle sue capacità di comprensione. Ho scelto di raccontare un uomo stanco sul limitare della morte, un uomo che non ha certezze granitiche, che è stato offeso dalla vita e tradito dai suoi cari, che chiede a Dio di concedergli la morte e che si rivolge a Lui con franchezza e coraggio, come i grandi personaggi del Vecchio Testamento.

Com’è la sua relazione con la Bibbia?

Amo molto la Bibbia, che è una delle mie letture ricorrenti. La amo perché è uno dei testi fondativi della nostra civiltà e perché è, letterariamente, uno dei più grandi.

Davide Longo

Come ha accolto la proposta di riscrivere un brano biblico?

L’ho accolta con curiosità e interesse, senza pregiudizi. Del resto, pur non essendo io credente, ho molte volte lavorato sui Vangeli per analizzae o spiegae, durante il mio lavoro di docente alla Scuola Holden, le strutture narrative.

Perché ha scelto il brano delle nozze di Cana?

Perché narrativamente è un momento potentissimo, dove l’autore lascia molti spazi bianchi che chiede al lettore di riempire. È una scena minimale, eppure cruciale. Assomiglia molto a certo cinema d’autore fatto di vuoti e silenzi.

Come ha scelto la sua modalità di riscrittura?

Ho stemperato la solennità e drammaticità del momento del primo miracolo pensando a un ribaltamento infantile. I miei ricordi di catechismo sono di una noia e di una retorica mostruosi. Ho sempre pensato che la Chiesa, potendo disporre di materiale narrativo così forte e riuscito, lo sprecasse nella maggior parte dei casi, proponendo ai ragazzi delle letture patetiche, smorte, incolore o di un moralismo avvilente, per nulla all’altezza dei ritmi e degli snodi narrativi della Bibbia o dei Vangeli. Così ho scritto per i bambini, divertendomi e per divertirli.

Com’è la sua relazione con la Bibbia?

Dal punto di vista delle tecniche stiamo parlando di materiali narrativi che sono all’origine del nostro modo di raccontare storie, di leggerle, di empatizzare con la parola scritta. È una miniera infinita, ogni scavo porta alla luce qualcosa di bello, che ci parla e ci spiega la nostra relazione con le storie.

Tiziano Fratus

Come ha accolto la proposta di riscrivere un brano biblico?

Inizialmente ero scettico, poi ho pensato che si trattava di una sfida come un’altra. Così ho ripreso in mano l’Antico Testamento e ho iniziato a rileggere alcuni profeti. Per anni ho lavorato ad un libro che partiva da Giona, e alla fine ho individuato la figura di Geremia.

Perché proprio Geremia?

Perché segue il suo Dio fino alle estreme conseguenze. Chi oggi abbraccia la poesia e la scrittura come scelta di vita compie una scelta molto complessa, che la nostra società non tende affatto a premiare. Quindi ero interessato a indagare le eventuali motivazioni che spingevano questo profeta a pagare fino in fondo per credere in una causa.

Come ha scelto la sua modalità di riscrittura?

Il frammento è parte della mia scrittura, sia in prosa sia in poesia. Ho inteso il racconto come una scelta di sette diverse rotazioni, o atti, dell’esistenza di questo personaggio, che è molto distante dalla fonte biblica anticotestamentaria. Non mi sono preoccupato di seguire una linea per così dire religiosa, ho soltanto cercato di dare ascolto al personaggio e di scrivere al mio meglio.

Com’è la sua relazione con la Bibbia?

In questi anni ho spesso navigato opere spirituali e religiose: i testi sacri indiani, i testi fondamentali del taoismo e di parte del buddismo, testi orfici, così come diari e opere di carattere metafisico e mistico. La rilettura di alcuni libri della Bibbia rientrava in questo percorso, il progetto di Effatà mi ha spinto a farlo entro certi tempi e per un motivo pratico che supera la mera conoscenza.

L.L.