Timor Est. Paese piccolo tra giganti


Colonia portoghese fino al 1975, poi occupato dall’Indonesia, Timor Est è indipendente dal 2002. È l’unico paese a maggioranza cattolica in Asia assieme alle Filippine. In cerca di una via d’uscita dalla povertà per i suoi 1,5 milioni di abitanti, investe nei giovani.

Alle prime luci dell’alba, João Lima parte, come ogni giorno, dal suo campo, a circa venti chilometri dalla città di Dili, capitale di Timor Est, ufficialmente Repubblica democratica di Timor Leste, per vendere al mercato banane, chicchi di caffè essiccati, ortaggi.

Sul pulmino dai colori sgargianti che si ferma sul ciglio della strada, sale con lui Ricardo, suo figlio undicenne che, in camicia bianca e pantaloncini blu, sta andando a scuola.

Ad accogliere Ricardo c’è suor Albertina, una delle tante religiose impegnate negli istituti scolastici cattolici disseminati sull’isola del Sudest asiatico.

La vita di João è simile a quella di tanti altri piccoli agricoltori che, come lui, nel Paese sbarcano il lunario con fatica e sognano un futuro diverso per i figli. Magari in Corea o in Europa.

Il Paese più giovane d’Asia

La strada che costeggia il mare passando per il porto di Dili e per il piccolo aeroporto Nicolau Lobato, se percorsa in direzione ovest, è una delle poche che oltrepassano il confine terrestre con l’Indonesia, arrivando fino a Kupang, città posta all’estremo occidente dell’isola.

Saliamo a Dili tra colline verdeggianti, campi coltivati, banchetti di venditori ambulanti che fanno capolino qua e là.

L’aeroporto Nicolau Lobato porta nel nome la dicitura «internazionale»: non potrebbe essere diversamente. Infatti, è l’unico scalo del Paese e non esistono «voli domestici».

I due aeroplani che atterrano ogni giorno sull’unica pista vengono uno da Denpasar, sull’isola indonesiana di Bali, e uno dalla città australiana di Darwin.

Sono proprio l’Indonesia e l’Australia le due potenze che hanno avuto – e hanno tuttora – un’influenza determinante nella storia recente della piccola nazione, la più giovane d’Asia, diventata indipendente dall’Indonesia il 20 maggio 2002. La sua popolazione oggi conta 1,5 milioni di abitanti, e i suoi 14.874 km2 di superficie (poco meno del Lazio) si estendono sulla metà orientale dell’isola di Timor, sull’exclave di Oecusse, in territorio indonesiano, l’isola di Atauro e l’isolotto di Jaco.

Le ferite dell’indipendenza

L’isola di Timor fu colonizzata a partire dal XVI secolo da portoghesi e olandesi. Tra il 1859 e il 1914 i due paesi europei si spartirono il territorio in una parte occidentale olandese e in una orientale portoghese.

Era il 28 novembre 1975 quando quest’ultima si dichiarò indipendente. Nove giorni dopo, però, l’Indonesia la occupò per incorporarla nel 1976 come provincia di Timor Timur.

Durante i successivi due decenni, segnati da scontri tra il fronte degli indipendentisti, il Falintil, e l’esercito indonesiano, morirono tra le 100mila e le 250mila persone.

Il 30 agosto 1999, in seguito a forti pressioni internazionali, fu indetto un referendum per l’indipendenza dal quale, il 20 maggio 2002, nacque finalmente la Timor Est indipendente.

La vicenda politica, che ha lasciato una tragica scia di sofferenza – un esempio su tutti, il massacro di Santa Cruz del novembre 1991, che costò la vita a 200 giovani timoresi -, vide indirettamente coinvolto anche la vicina Australia che, nella sua politica di mezzo secolo fa, mascherava di «lotta al comunismo» il suo interesse per le ingenti risorse petrolifere dei giacimenti nel mare di Timor.

Timor Est è ancora oggi alle prese con una lenta ripresa.

Dopo il voto referendario del 1999, le milizie lealiste, sostenute dall’esercito indonesiano, avviarono una campagna punitiva uccidendo circa 1.400 cittadini timoresi e costringendo oltre 300mila persone alla fuga. I gruppi paramilitari pro-Indonesia ebbero l’ordine di lasciare dietro di sé solo macerie prima di ritirarsi nell’Ovest, e Timor Est si ritrovò a dover ricostruire da zero strutture e infrastrutture, classe dirigente e l’intera architettura dello stato.

Giovani e cambiamento

Si tratta di un iter che, dopo più di 20 anni, è ancora in via di realizzazione, mentre il cammino per lo sviluppo implica un cambio di mentalità e di paradigmi sociali ed economici: «La nostra società, essenzialmente agricola e rurale – spiega Joel Casimiro Pinto, frate minore e rettore della Universidade católica timorese São João Paulo II a Dili, primo e unico ateneo nella nazione -, è chiamata a rigenerarsi con la creazione di un tessuto imprenditoriale. E questo processo passa necessariamente dalla formazione dei giovani».

Intitolato a papa Wojtyla, l’ateneo ha aperto i battenti nel 2021 ed è frequentato da 1.700 studenti divisi tra quattro facoltà: scienze sanitarie; scienze umane; ingegneria agraria; scienze dell’educazione, arti e cultura. «Sono molti i giovani che chiedono di essere ammessi: ogni anno abbiamo oltre 1.500 candidati, ma possiamo accoglierne solo 500. Tra i giovani timoresi c’è un grande desiderio di crescere e di contribuire al futuro della nazione», nota il rettore, aggirandosi fiero tra le strutture del campus, attorniato da giovani curiosi ed entusiasti.

L’obiettivo è «fornire un’istruzione di qualità in tutti i settori dell’attività umana e preparare le generazioni future al mercato del lavoro per formare una nuova classe dirigente».

Paese emigrante

Dopo la storica visita di papa Wojtyla nel 1989 – evento che diede energie morali, spirituali e politiche al cammino di Timor Est verso l’indipendenza -, la piccola nazione – unica a maggioranza cattolica in Asia, assieme alle Filippine -, all’inizio di settembre ha accolto papa Francesco nella terza tappa del suo viaggio in Asia e Oceania che l’ha visto sbarcare anche in Indonesia, Papua Nuova Guinea e Singapore.

Dalla sua presenza, e dal suo apprezzamento per una Timor Est in cui «si respira freschezza», il Paese ha tratto incoraggiamento per il suo futuro che già oggi si intravede nelle nuove generazioni. Gli abitanti sotto i 30 anni, infatti, secondo statistiche ufficiali, sono circa il 70%.

Per loro, però, oggi le prospettive di lavoro e di formazione restano limitate. «A causa della disoccupazione – rileva Acacio Domingo De Castro, sociologo salesiano, docente all’ateneo -, molti emigrano verso Corea del Sud, Australia, Europa, e inviano le loro rimesse alle famiglie di origine, per migliorarne le condizioni economiche».

Un esempio è quello di Heriberto del Rio, 25enne che dopo aver studiato lingue, ora si destreggia tra la lingua timorese (il tetun), quella indonesiana (il bahasha), il portoghese, l’inglese e il cinese, e si è trapiantato nella capitale indonesiana Giacarta dove lavora come interprete per aziende locali che operano nell’import export.

Heriberto non intende tornare in patria, e vede il suo futuro all’estero, ma molti altri giovani non hanno le sue stesse possibilità e, d’altronde, la nazione ha bisogno di loro.

«Il governo di Timor Est – racconta De Castro sorseggiando il caffè orgogliosamente prodotto nel Paese – ha messo in campo delle misure per incentivare lo sviluppo e l’imprenditoria giovanile, ad esempio promuovendo nuove tecnologie per l’agricoltura e finanziando micro progetti su tutto il territorio nazionale per attivare piccole imprese e cercare di frenare il fenomeno dell’emigrazione».

Guidato dall’ex capo della resistenza Xanana Gusmao, il Governo di Dili intende creare una Banca per lo sviluppo allo scopo di concedere ai giovani opportunità di microcredito.

«In questo scenario – riprende il rettore -, l’università rappresenta il contributo della Chiesa cattolica per la formazione integrale dei giovani, perché crescano come persone di fede e cultura, animate da valori come pace, tolleranza, giustizia, democrazia, inclusività». E, continua, «perché siano pronti a mettersi al servizio del prossimo, soprattutto dei poveri e dei più vulnerabili, nella logica del Vangelo».

Una «societas christiana»

Quando si parla di «comunità cattolica» a Timor Est, si intende quasi l’intera popolazione. I battezzati sono il 98%, e la vita sociale, politica, culturale dà a un visitatore straniero l’impressione di trovarsi in una societas christiana, in cui i valori della Chiesa influenzano scelte personali e pubbliche. Eppure, solo cinquant’anni fa, nel 1975, era battezzato solo un terzo della popolazione. La crescita esponenziale dei cattolici si ebbe proprio negli anni critici dell’oppressione, quando l’elemento della fede divenne un baluardo, e suore, preti, catechisti restarono accanto a indigenti, vulnerabili, emarginati.

Non si può dimenticare una figura come Martinho Da Costa Lopes (1918-1991), dal 1977 vicario apostolico di Dili, uomo che denunciò più volte apertamente le atrocità commesse dall’esercito indonesiano, anche in colloqui con il dittatore Suharto, allora al potere in Indonesia.

Il suo ruolo risultò determinante quando, incontrando l’allora astro nascente della resistenza, Xanana Gusmao, gli disse che il movimento indipendentista avrebbe dovuto abbandonare l’ideologia marxista per avere successo nella lotta.

Gusmao nel 1988 presentò un documento politico che, scegliendo la strada dell’unità nazionale, sanciva la rinuncia all’ideologia comunista.

L’unico riferimento ideale per la popolazione che lottava per la libertà, allora, restò il Vangelo.

Tutt’oggi, parlando con la gente, guardando la vita delle famiglie, frequentando le parrocchie brulicanti di bambini e di giovani, ci si accorge che la fede cristiana impregna la cultura e la mentalità comune, ed è un fattore che resiste all’inesorabile processo di secolarizzazione e alle sfide delle nuove tecnologie.

Soprattutto colpisce che questo accada nella vita dei giovani che «hanno visione, ambizione e speranza e nella loro vita, in patria o all’estero, laureati o già lavoratori, mantengono viva la fede», spiega il vicario episcopale di Dili, Graciano Santos.

Un segno di tutto questo è il Seminario maggiore interdiocesano a Fatumeta, un quartiere della capitale, dove 300 giovani si formano per il sacerdozio. Altrettanti ragazzi studiano nel Seminario minore, mentre l’Istituto superiore per la filosofia e la teologia «accompagna la crescita culturale di circa 350 giovani, seminaristi, consacrati e laici, ed esprime la missione della Chiesa nel campo della formazione umana e spirituale», spiega il rettore, Giustino Tanec, raccontando che «la visita di papa Francesco si è rivelata un balsamo per i nostri giovani». Inoltre, i giovani migranti che da Timor Est si trasferiscono all’estero per cercare lavoro «sono anche dei missionari, perché portano con sé il loro patrimonio di fede e vivono la testimonianza cristiana con semplicità e convinzione», sottolinea il cardinale Virgilio do Carmo da Silva, arcivescovo di Dili.

Davide tra i Golia

Nella capitale, distesa sulle rive del mare di Timor, i giovani sfrecciano sui motorini e al tramonto si incontrano e socializzano sul lungomare, mangiando pesce arrostito e frittelle di gamberetti, mentre sorseggiano cachaça, un’acquavite di origine brasiliana, prodotta anche in loco. Sognano di lasciare una realtà che è ancora in via di sviluppo, che registra un’alta percentuale di famiglie in condizioni di povertà, con circa il 40% della popolazione che vive con meno di due dollari al giorno e non è alfabetizzata.

È la povertà che si scorge con chiarezza laddove, ai bianchi palazzi pubblici in stile coloniale, fanno da contrappunto, a poca distanza, quartieri di casupole attaccate l’una all’altra e zone dove da poco il servizio pubblico garantisce i servizi essenziali come l’acqua e l’elettricità.

Lo sviluppo e la promozione sociale e culturale della popolazione – nelle città ma soprattutto nelle aree rurali – sono la priorità per Timor Est.

Perseguendo quest’obiettivo, il governo ha chiesto l’adesione all’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico (Asean) e, dal 2022, ha ottenuto lo status di osservatore ufficiale e «l’approvazione di principio» per diventarne membro a pieno titolo.

Il Paese spera così di incentivare i rapporti economici con i paesi della regione (l’Indonesia in primis) e di attirare investitori soprattutto in un settore che è ancora in embrione: il turismo.

L’altro grande asset del Paese è costituto dalle sue riserve di petrolio e gas che suscitano l’interesse soprattutto di Australia e Cina. L’Australia, storica partner, in cambio dello sfruttamento dei giacimenti nel mare di Timor prospetta di spendere la propria influenza politica a beneficio di Dili nei rapporti con il blocco occidentale.

Pechino, dal canto suo, entrata con decisione nella competizione, offre l’edificazione di moderne infrastrutture.

L’economia di Timor Est oggi fa affidamento quasi interamente sulle entrate derivanti da quelle materie prime, che compongono circa l’85% del bilancio statale. Sia nel caso dei giacimenti di oro nero, sia per quelli di gas naturale, Dili sta seguendo un principio chiave: dopo l’estrazione, la conduttura deve arrivare a Timor Est, in modo che quelle risorse diventino un volano per lo sviluppo interno e possano generare occupazione e lavoro qualificato, con un impatto sociale ed economico virtuoso in patria.

Timor Est resta un piccolo stato stretto tra i giganti, ma proprio per questo ha attivato un’iniziativa che appare significativa: una rete con altri paesi fragili. È l’iniziativa del gruppo denominato «G7+», organizzazione intergovernativa che riunisce nazioni uscite da un conflitto e che sperimentano vie di ripresa socioeconomica. Con quei 20 paesi di Africa, Asia Pacifico, Medio Oriente e Caraibi, scambia buone pratiche, suggestioni, speranze e prospettive, in un fecondo rapporto di solidarietà e di cooperazione.

Paolo Affatato*

*Paolo Affatato, giornalista e saggista, è responsabile della redazione Asia nell’agenzia di stampa Fides, delle Pontificie opere missionarie. Membro di «Lettera 22», associazione di giornalisti, è autore di reportage e analisi dal continente asiatico. Il suo ultimo libro, edito in italiano e inglese, è Shahbaz Bhatti. L’aquila del Pakistan, Edizioni Messaggero Padova, Padova 2020.




Somaliland. L’accordo della discordia


Il Paese cerca il riconoscimento internazionale, mentre l’Etiopia cerca il mare. I due annunciano di aver siglato un accordo. Ma la Somalia non ci sta e rivendica la sua sovranità su un territorio autonomo – di fatto – dal 1991. I grandi della terra si schierano per l’integrità territoriale somala, che in realtà non esiste.

Non c’è. Sulle cartine geografiche non si trova. Ufficialmente non ha una capitale, né confini. Non fa parte di grandi organizzazioni internazionali. Non ha rapporti (ufficiali) con altri Paesi. Il Somaliland è una nazione fantasma. Eppure esiste. Ha un presidente, un parlamento e istituzioni democratiche. Ha una posizione strategicamente rilevante all’imbocco del Mar Rosso e una propria economia, anche se molto povera. Da 33 anni chiede un riconoscimento ufficiale ma, finora, nessun Paese al mondo gliel’ha mai accordato. Almeno finora, perché dal primo gennaio il Somaliland è entrato con prepotenza e astuzia nella politica africana e rischia di minare i già fragili equilibri della regione orientale del continente.

Una terra pacifica

Per comprendere meglio la tormentata vicenda del Somaliland bisogna fare un salto indietro nella storia e, in particolare, al 1960, anno che rappresenta una svolta per la Somalia. Un tempo divisa tra la colonia italiana, al Sud, e quella britannica (Somaliland), al Nord, al momento dell’indipendenza si forma un unico Paese, all’insegna di un nazionalismo che vuole superare le divisioni causate dal passato coloniale. La Somalia vive una breve primavera democratica per poi trasformarsi in una dittatura sotto il pugno di ferro del presidente Mohamed Siad Barre, un ex carabiniere, molto vicino ai governi di Roma.

Il suo regime è particolarmente repressivo e dura un ventennio ma, progressivamente, si indebolisce fino a crollare definitivamente nel 1991. Sgretolandosi, lascia un vuoto di potere che viene presto occupato dai signori della guerra e dalle loro milizie. Nelle regioni meridionali, un tempo ex colonia italiana, si scatena un conflitto civile i cui effetti si trascinano fino a oggi. Nel Nord del Paese quella che era l’ex colonia britannica prende le distanze dal Sud e dalle lotte fra le varie cabile (gruppi clanici, ndr).

Nel 1991, di fronte al collasso delle istituzioni di Mogadiscio (la capitale, nel Sud), il Somaliland dichiara la propria indipendenza, elegge Hargeisa come propria capitale e crea nuove istituzioni e un esercito. Per un trentennio rappresenta un modello di stabilità in una regione dominata dai conflitti (pensiamo alla guerra civile nella vicina Somalia, a quella tra Eritrea ed Etiopia, a quella in Tigray). In verità, qualche tensione la vive anche il Somaliland che lotta contro cellule di terrorismo islamista e contro il Puntland, la confinante regione somala, con la quale ha una disputa territoriale. Fondamentalmente, però, rimane un Paese pacifico.

Dal punto di vista economico intrattiene relazioni informali con l’Etiopia e ha stretti rapporti commerciali e industriali con Taiwan, altro Stato paria a livello mondiale. Le grandi organizzazioni internazionali e regionali e i principali attori della politica internazionale continuano a negare ad Hargeisa quel riconoscimento politico che ne sancirebbe l’indipendenza. La comunità internazionale, da sempre, ribadisce la volontà di mantenere l’unità territoriale somala e la stessa Somalia continua a rivendicare la propria sovranità sulla regione settentrionale.

Una nuova intesa

Lo stallo si rompe il primo gennaio 2024. Etiopia e Somaliland annunciano di aver siglato un’intesa che prevede un accesso facilitato della prima al porto di Berbera e la possibilità per le forze armate etiopi di costruire una base navale sul Golfo di Aden. L’accordo è stato cercato con determinazione soprattutto da Addis Abeba. Con l’indipendenza dell’Eritrea nel 1993, l’Etiopia si è trovata senza uno sbocco al mare. I porti di Massaua e di Assab che, fino ad allora, erano serviti per l’export delle merci attraverso il Mar Rosso, passarono sotto la sovranità di Asmara. La successiva guerra combattuta da Eritrea ed Etiopia alla fine degli anni Novanta ha precluso definitivamente le banchine degli scali eritrei alle aziende etiopi. Gli unici sbocchi al mare rimasti per Addis Abeba sono quelli di Port Sudan e di Gibuti che però sono lontani e male collegati, almeno fino a pochi anni fa, quando sono state costruite migliori tratte ferroviarie e stradali.

Per l’Etiopia la ricerca di uno sbocco al mare diventa una priorità assoluta. Il 19 ottobre, il premier Abiy Ahmed dichiara: «Un Paese di 150 milioni di abitanti non può essere tenuto in una prigione geografica. E come non è un tabù discutere del Nilo con Sudan ed Egitto non deve esserlo per il Mar Rosso e l’Oceano Indiano».

Successivamente, rincara la dose citando un famoso generale, Ras Alula, che nel XIX secolo aveva dichiarato che il Mar Rosso è il confine naturale dell’Etiopia e che Addis Abeba «vuole ottenere un porto con mezzi pacifici. Ma se ciò fallisce, useremo la forza».

L’opposizione internazionale

Da qui le trattative a 360 gradi e la disponibilità del Somaliland a siglare un accordo dietro la velata promessa di riconoscimento politico da parte etiope. L’intesa che ne è scaturita cozza però contro una serie di scogli diplomatici. Stati Uniti, Unione europea, Cina, Unione africana e Igad (Autorità intergovernativa per lo sviluppo, organizzazione dei paesi del Corno d’Africa, ndr) la condannano, fin dal primo momento. Tutti si proclamano a favore dell’integrità della Somalia che, da sempre, rivendica la propria sovranità sulla regione settentrionale.

Molly Phee, sottosegretario di Stato per gli Affari africani degli Stati Uniti, dichiara, secondo quanto riporta il sito Shabelle media, che la violazione della sovranità della Somalia da parte dell’Etiopia potrebbe essere «un ostacolo alla guerra contro al-Shabaab (milizia jihadista legata ad al Qaeda che da anni opera in Somalia, ndr)». E aggiunge: «Siamo preoccupati che l’accordo Somaliland-Etiopia possa ostacolare la nostra lotta comune che, negli ultimi anni, ha visto anche Addis Abeba in prima linea». Il governo Usa inoltre afferma di sostenere i colloqui tra il governo federale di Mogadiscio e quello di Hargeisa sul futuro del Paese all’insegna dell’unità.

Anche la Cina si dice preoccupata per l’intesa. Pechino è interessata alla stabilità della regione orientale dell’Africa (strategica per le rotte commerciali Europa-Asia), ma anche alla situazione interna. Un eventuale riconoscimento del Somaliland rischierebbe di diventare un precedente che Taiwan potrebbe far valere nei confronti della Cina continentale. «La Cina – dichiara Mao Ning, portavoce del ministro degli Esteri di Pechino – sostiene il governo federale della Somalia nella salvaguardia dell’unità nazionale, della sovranità e dell’integrità territoriale. Ci auguriamo che i Paesi dell’area gestiscano bene il dossier attraverso il dialogo diplomatico e raggiungano uno sviluppo comune attraverso una cooperazione amichevole».

Equilibri regionali a rischio

L’intesa non può non avere ricadute anche sugli assetti regionali. Il primo a schierarsi contro l’accordo è l’Egitto. Il Cairo, insieme a Khartoum (Sudan), ha un annoso contenzioso con Addis Abeba sul dossier della Grande diga del millennio sul Nilo Azzurro, in territorio etiope. I due Paesi a valle temono che questa struttura riduca i flussi di acqua del Nilo mettendo in crisi le rispettive economie. Il Cairo cerca quindi in qualsiasi modo di contenere le manovre di Addis Abeba per poter avere più carte da giocare sul piano negoziale. Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi si schiera subito a fianco di Mogadiscio e dichiara che l’intesa è «una violazione della sovranità somala». Ancora più duro il ministro degli Affari esteri egiziano, Sameh Shoukry che, in un intervento tenuto alla Lega Araba, definisce l’accordo «un atto di aggressione» e ammonisce Addis Abeba dall’avventurarsi in «politiche unilaterali». Per gli Emirati arabi uniti, l’avventurismo di Abiy è un’opportunità e un rischio: l’Etiopia potrebbe diventare una potenza del Mar Rosso e un alleato degli Emirati, ma nuove tensioni nel Corno potrebbero mettere a repentaglio l’influenza di Abu Dhabi nella regione. L’Arabia Saudita è invece turbata dal modo in cui si sta comportando l’Etiopia. Se Abiy dovesse esagerare, Riad potrebbe superare la sua diffidenza nei confronti dell’Eritrea e sostenerla.

La Somalia, colpita direttamente dall’intesa, ritira il proprio ambasciatore da Addis Abeba. Il presidente Hassan Sheikh Mohamud dichiara nullo l’accordo tra Etiopia e Somaliland. Il premier Hamza Abdi Barre alza i toni e avverte: «L’Etiopia non può interferire nelle terre somale. Se tentassero un simile intervento, si ritirerebbero portando con sé i loro morti».

Le tensioni toccano, però, lo stesso Somaliland. Il 13 febbraio, le due camere del Parlamento diffondono una nota congiunta nella quale rifiutano l’accordo del governo con l’Etiopia. I membri del parlamento dichiarano «illegale» e «dannoso» l’accordo per l’unità del popolo del Somaliland. «Abbiamo rifiutato l’accordo e la sua attuazione e chiediamo al governo di fermare e ritirare il memorandum d’intesa», si legge nella nota. La firma dell’accordo ha infatti rivitalizzato le tensioni interne, in particolare quelle con l’Awdal, provincia che da tempo lotta per la riunificazione con lo Stato somalo. In allerta anche le milizie claniche nella regione che minacciano una resistenza armata contro il presidente Muse Bihi se il memorandum d’intesa dovesse procedere. E anche lo Stato fantasma potrebbe sprofondare nell’instabilità.

Enrico Casale

Somaliland, Hargeisa.




Il Niger adotta un nuovo inno nazionale, per smarcarsi dal passato coloniale


Il 22 giugno scorso, l’Assemblea Nazionale (Parlamento) del Niger ha votato il nuovo inno nazionale, che sostituisce «La Nigérienne» (La nigerina), scritto dal francese Maurice Albert Thiriet nel 1961. Il paese saheliano, indipendente dal 1960, ha finalmente un inno nazionale scritto da musicisti nigerini.

Il nuovo inno, dal titolo «L’onore della patria», «descrive le ragioni che fanno l’unità del nostro popolo, la comunità di destini e di ideali di condivisione, perché noi vogliamo ritrovare, creare un nuovo Niger», racconta Amadou Mailallé, presidente del comitato che ha redatto il nuovo inno.

Il contenuto parla anche della chiamata alla patria, alla cittadinanza e alla fraternità. Il cambiamento è stato fortemente voluto dagli studenti universitari. In effetti, «La nigérienne», era troppo segnato dal passato coloniale del paese.

Il Niger, 1,2 milioni di chilometri quadrati, di cui tre quarti di deserto, è uno dei paesi più poveri del mondo (con l’indice di sviluppo umano tra i più bassi sulla scala di 191 paesi). Allo stesso tempo, ha un tasso di fecondità medio tra i più alti, circa 6,8 figli a donna (in discesa dai 7,2 del 2021). è abitato da circa 23 milioni di persone di otto etnie principali.

Il Niger è uno dei maggiori produttori di uranio al mondo, e ha anche risorse petrolifere, attualmente sfruttate da una compagnia cinese.

Il Paese è oggi strategico, anche per l’Europa, perché il suo territorio è diventato, negli ultimi anni, un crocevia per i migranti da Africa occidentale e centrale verso la costa del Mediterraneo, attraverso Algeria, Tunisia e Libia.

Marco Bello

Il ponte Kennedy, sullo sfondo i palazzi amministrativi e hotel del centro di Niamey. Foto Marco Bello




Filippine: 500 anni di evangelizzazione

1/ Cristianità nello spirito filippino

Cosa si celebra? Cinque secoli dall’arrivo del Vangelo o dalla conquista coloniale? Il dibattito è aperto. Il popolo filippino ha talmente integrato valori e usanze cristiane da farli diventare parte della propria identità. Ce ne parla un noto storico.

Perché celebrare i 500 anni dall’arrivo della cristianità? Non è una celebrazione del colonialismo? Non si è detto che la fede ci libera?

Abbiamo sempre pensato che, quando gli spagnoli arrivarono, e portarono il cattolicesimo nel paese, 500 anni fa, la gente delle Filippine, senza una propria volontà precisa, fu forzatamente convertita in cattolica. Sebbene san Giovanni Paolo II abbia chiesto scusa e abbia domandato di perdonare il fatto che la chiesa è stata un tempo utilizzata per il colonialismo, questa è solo una parte della storia.

C’è stata, infatti, la Pag-aangkin, ovvero «appropriazione». Come la maggior parte delle influenze straniere arrivate nel nostro paese, abbiamo reso filipino il cattolicesimo, facendolo diventare parte della nostra identità, come i negozi e le case di pietra. Lo abbiamo reso tanto filippino quanto può esserlo.

Abbiamo accettato il cattolicesimo perché esso riflette la fede che la maggior parte dei filippini aveva già, prima del contatto con gli spagnoli nel 1521. Noi vedevamo «anitos» (spiriti degli antenati, ndt) nei santi, vedevamo collane e orecchini nei rosari e croci, vedevamo la nostra morte nel Santo Entierro (processione del Venerdì santo, ndt), e pulivamo la statua con fazzoletti per avere il suo potere di guarigione. Cantavamo il Pasiong Mahal (racconto epico in filippino della passione, morte e resurrezione di Cristo, ndt), come cantiamo i nostri poemi epici.

La fede reale

Davvero l’amore dei filippini per Dio e Gesù è reale. Gli storici sottolineano che la storia evangelica del Dio che sacrifica il suo unico figlio per diffondere luce, che soffre tenebre e morte e risorge nella gloria, è stata anche riletta dai nostri eroi nazionali, come José Rizal e Andrés Bonifacio, nella storia della nostra gente: siamo stati un tempo liberi e prosperi come un’isola [felice], poi abbiamo sofferto disuguaglianze e schiavitù e ora dobbiamo risorgere e riconquistare la nostra libertà (Rizal è forse il maggiore eroe nazionale, la sua esecuzione nel 1896 ne ha fatto un martire della rivoluzione filippina, ndt).

I Katipunteros (membri del Katipunan, società clandestina anti coloniale fondata nel 1892 per liberare il paese dalla Spagna, ndt) tennero un incontro in una grotta nella provincia del Morong, un Venerdì santo, non solo perché era un giorno sacro, ma perché ricordava loro che, proprio come Gesù, essi dovevono essere pronti a sacrificare le proprie vite per salvare il loro popolo dalla schiavitù.

In quell’occasione scrissero con un pezzo di carbone sul muro della grotta: «I figli del popolo sono venuti cercando la libertà. Lunga vita alla libertà!». Andrés Bonifacio ed Emilio Jacinto (eroi e padri della rivoluzione filippina del 1896-99, presidente del Katipunan il primo e alto ufficiale il secondo, ndt) pensavano che per avere una vera «Kalayaan» (libertà) e stare in armonia, fosse necessario avere una buona volontà. Bonifacio ci ricorda che amare Dio è come amare la propria patria natia e i propri compagni.

La narrativa del luce-buio-luce, della tragedia e redenzione, della vita di Gesù Cristo, era la narrativa dei padri e delle madri di questa nazione, usata per immaginare la creazione della nazione stessa. Per sperare in una vita migliore nel futuro.

Ispirazione di vita

In tempi più recenti il fervore religioso ha ispirato anche leader come Hermano Puli e i cattolici del People power revolution (la rivoluzione del 1896-99) per lottare per i propri diritti.

Nelle Filippine, le rivoluzioni sono al di là della politica e sono espresse in molte maniere diverse, tanto che possiamo manifestare la nostra «himagsikan» (ribellione) anche attraverso la nostra fede.

I cinquecento anni passati hanno visto la storia della Chiesa cattolica filippina identificarsi non solo con quella di padre Mamasols e padre Salvis, ma anche con quella di personaggi come il vescovo Domingo de Salazar (primo vescovo di Manila, 1579-94) che lottò contro gli abusi nei confronti degli indigeni perpetrati dai conquistatori spagnoli, o con quella dei padri Pelaez, Gomez, Burgos e Zamora che lottarono per i diritti dei filippini e la loro partecipazione nella direzione della chiesa locale. Nella nostra storia fu un prete cattolico, Gregorio Aglipay, che guidò la prima repubblica costituzionale democratica asiatica (sacerdote, rivoluzionario e nazionalista, partecipò alla guerra di liberazione contro l’occupazione statunitense 1899-1911, ndt). Poi molti religiosi e laici cattolici hanno partecipato alla costruzione della [nostra] storia.

«Non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua chiesa», una frase che ogni cattolico recita in ogni messa, significa che i figli e figlie del paese possono avere sbagliato ma la fede dei filippini sostiene la sopravvivenza della cristianità nella nostra nazione. La nostra fede in Dio ci fa sopravvivere a ogni calamità e vicissitudine, e mentre le chiese europee stanno chiudendo una dopo l’altra, i filippini continuano a riempire i luoghi di culto per esprimere la propria fede e gratitudine, qui, e all’estero.

Quindi come non possiamo celebrare 500 anni di cristianità nelle Filippine, quando questa è diventata parte della nostra esperienza nazionale e di quello che noi siamo? Come non possiamo celebrare tale ricorrenza quando questa è la fede della maggioranza dei filippini? Certo è una chiesa umile abbastanza per ammettere di essere sempre bisognosa di purificazione (semper purificanda), e di imparare dalle lezioni dal passato. Ma non dovremmo mai privarci dell’opportunità di celebrare i nostri trionfi.

Rizal disse: «Per predire il destino della nazione, è necessario aprire i libri che parlano del suo passato». Io dico, per celebrare 500 anni della nostra fede in Gesù Cristo dovremmo riflettere sul regalo che questo ci ha dato nell’ispirarci a creare la nostra propria nazione, e mostrare il nostro amore per ogni filippino.

Xiao Chua

Due domande al professor Xiao Chua

Come vive il filippino medio le celebrazioni dei 500 anni?

«Anche se ci dichiariamo un paese cattolico, molta gente pratica la propria fede in Dio senza partecipare alla vita della Chiesa, quindi può anche non essere a conoscenza delle commemorazioni.

Ma per chi è attivo nelle parrocchie, la Conferenza episcopale delle Filippine e anche Radio Veritas, hanno parlato dei 500 anni di evangelizzazione fin dal 2011.

La pandemia ha reso la celebrazione di basso profilo: il giorno preciso del cinquecentenario, la città di Cebu, centro dei festeggiamenti, era in lockdown, e la basilica di Santo Niño ha ammesso un numero limitato di persone durante la santa messa per la rievocazione storica del primo battesimo. A Manila, inoltre, c’è stato solo un rosario virtuale.

La decisione di lasciare che ogni diocesi si organizzasse indipendentemente, ciascuna con un proprio logo e inno, ha rischiato di mostrare una chiesa delle Filippine disunita. I social media, nonostante la pandemia, hanno aiutato, perché la complicata storia della chiesa è stata discussa nei webinar, ad alcuni dei quali sono stato invitato, e ha anche generato interessanti dibattiti tra chi vede questa come la celebrazione del colonialismo e chi invece la celebra come un tributo alla nostra fede».

Come sono state viste queste celebrazioni dal potere in carica, e dal presidente in particolare?

«Sebbene il presidente Duterte avesse esitato a commemorare i 500 anni di cristianità, il governo ha incluso l’anniversario nella triplice commemorazione del Cinquecentenario: Filippine parte della prima circumnavigazione del globo, l’arrivo della cristianità e la vittoria a Mactan di Lapulapu contro Magellano.

Il Comitato nazionale del cinquecentenario (National quincentennial committee, Nqc), incaricato dal presidente di supervisionare gli eventi commemorativi del 1521, si è strettamente coordinato con la gerarchia ecclesiastica, e ha incluso anche aspetti della fede nei resoconti storici, nelle esibizioni e nei materiali prodotti.

Gli storici della chiesa sono stati pure invitati a fare parte del Mojares Panel, che ha preparato il sito della prima messa di Pasqua.

Quindi, nonostante il fatto che la chiesa abbia avuto le sue proprie celebrazioni, non è stata esclusa dallo stato grazie agli sforzi del Nqc e al suo segretariato».

Marco Bello


2/ Dallo sbarco di Magellano al lockdown di Duterte

Il popolo delle 7.641 isole

Paese particolare, galassia di isole, sovrapposizione di culture. Dopo aver subito la colonia e l’occupazione, cerca la sua via. Con lo specifico di aver avuto due presidenti donna, e forse una terza è in arrivo.

Le Filippine sono un paese particolare, composto da 7.641 isole sparpagliate a Sud di Taiwan e a Nord del Borneo e dell’Indonesia. A Est sono lambite dal Mare Cinese meridionale e a Ovest dal Mare delle Filippine. La popolazione, di circa 110 milioni di abitanti, vive prevalentemente su alcune di esse. Esiste tuttavia una grande diaspora, ovvero filippini che vivono, per brevi o lunghi periodi, all’estero, che si stimano essere oltre dieci milioni.

Il paese si può suddividere in tre gruppi di isole: quelle del Nord, regione chiamata Luzon, le isole del centro, Visayas, e le isole del Sud, Mindanao. A Sud Est si trova, inoltre, la lunga isola Palawan.

La storia di questo paese ha visto una lunga colonizzazione spagnola, un’occupazione statunitense e una breve presenza militare giapponese durante la Seconda guerra mondiale. La sfera d’influenza geopolitica è rimasta quella degli Stati Uniti, anche se, in tempi recenti, ci sono state frizioni. Nel frattempo la Cina continua il suo approccio aggressivo in quel tratto di mare.

Cerchiamo di vedere gli aspetti più importanti di questa lunga storia.

Colonia delle colonie

Popolazioni locali (Aeta e Igorot) vivono sulle isole da millenni, quando dal II secolo iniziano le migrazioni di altri popoli dalle attuali Indonesia e Malesia. Anche commercianti cinesi si stabiliscono sulle isole. Nel corso del XV secolo le isole del Sud sono popolate da gente islamica, che si organizza e si costituisce in alcuni sultanati.

È nel 1521 che l’esploratore portoghese Fernando Magellano si imbatte nell’arcipelago, approdando nell’attuale isola centrale di Cebu. Qui stabilisce una base, che chiama San Labaro, e dichiara il territorio annesso al Regno di Spagna. È proprio a Cebu che avvengono i primi battesimi e ha inizio ufficialmente l’evangelizzazione dell’arcipelago. Magellano muore in seguito a uno scontro con un gruppo locale, comandato dal condottiero noto come Lapulapu.

I viaggi dalla Spagna si susseguono, ma le isole interessano anche a olandesi, inglesi e portoghesi i cui avventurieri scorrazzano nella regione. Solo nel 1564 il navigatore Miguel Lopez de Lagazpi, giunto dalle colonie spagnole del Nuovo Mondo (attuale Messico) stabilisce il primo possedimento stabile. Le Filippine per lungo tempo non dipendono dalla madrepatria spagnola, ma dalle sue colonie americane, con capitale Acapulco. Il nome Filippine è dato inizialmente alle isole Leyte e Samar da un altro navigatore, Ruy Lopez de Villalobos, nel 1543, in onore del futuro re Filippo II di Spagna.

Da notare che gli spagnoli non riusciranno mai a sottomettere i musulmani che controllano le isole del Sud, Mindanao e Sulu, e che, con le loro milizie, compiono scorribande nelle altre zone a danno della colonia.

Il dominio spagnolo dura fino alla fine del XIX secolo, quando cresce un movimento indipendentista che lotta per liberare le isole. Sono di questo periodo i maggiori eroi nazionali: José Rizal, Andrés Bonifacio ed Emilio Jacinto. Il primo, poeta, scrittore, rivoluzionario e oculista, viene catturato e ucciso nel 1896, all’età di 35 anni. È il vero ispiratore del movimento nazionalista filippino, e influenza in particolare di Bonifacio e Jacinto, tra i fondatori del Katipunan, il movimento rivoluzionario che porta avanti l’insurrezione.

L’occupazione Usa

L’indipendenza (la prima) è proclamata nel giugno del 1898, e il primo presidente si chiama Emilio Aguinaldo, un altro protagonista della ribellione. Da subito, gli Stati Uniti si interessano all’arcipelago. La Spagna, al termine della guerra ispano-statunitense nelle Americhe (1898), oltre a perdere Cuba, che rientra sotto l’influenza Usa, cede le Filippine, insieme a Porto Rico e Guam (isola del Pacifico, oggi territorio non incorporato degli Usa) in cambio di un indennizzo.

Inizia così l’occupazione statunitense che molto influenzerà la società e la cultura filippina.

Il movimento indipendentista riprende la guerra di liberazione contro il nuovo oppressore, ma questa volta non ha gioco facile. Dopo dodici anni sono circa un milione i filippini morti a causa del conflitto.

Gli Usa si ritirano solo durante la Seconda guerra mondiale, quando il Giappone attacca le isole (1941) e le occupa sconfiggendoli. Famosa è la marcia di 80mila prigionieri nel 1942 sulla penisola di Baatan. Si stima che, per raggiungere a piedi i campi di prigionia, muoiono circa 10mila filippini e 1.200 americani.

L’esercito Usa sbarca nel paese nel 1944 e ne riprende il controllo alla resa definitiva del Giappone il 2 settembre 1945.

L’indipendenza viene poi concessa dagli Usa nel luglio del 1946, ma l’influenza economica e militare della superpotenza, che conserva diverse basi nell’arcipelago, continuerà.

Va ricordato che l’economia è prettamente rurale e la gestione della terra avviene attraverso il grande latifondo. La maggioranza della popolazione, impiegata in agricoltura, è sfruttata con il sistema della mezzadria.

Il periodo Marcos

Ferdinand Marcos, già presidente del Senato, viene eletto capo di stato nel 1965.

Grazie all’appoggio finanziario statunitense, riesce ad avviare nel paese una grande crescita economica. Viene quindi rieletto nel 1969. Intanto, a Mindanao, è attiva una guerriglia indipendentista musulmana, il Fronte di liberazione nazionale dei Moro (Flnm), e in altre zone è presente un altro movimento armato, il Nuovo esercito del popolo, di ispirazione maoista. Marcos sempre appoggiato dai militari Usa, opera una repressione che porterà alla dichiarazione della legge marziale nel 1972, con la quale sospende diritti civili e libertà. Molti oppositori sono costretti all’esilio.

Nel 1973 entra in vigore la nuova Costituzione che permette a Marcos di ricandidarsi e vincere alle elezioni del 1981. Nel nuovo decennio, però, finisce la crescita economica degli anni ‘70.

L’oppositore Benigno Aquino jr., detto Ninoy, di rientro da un lungo esilio, viene assassinato all’aeroporto appena entrato nel paese. La vicenda colpisce la popolazione e inizia il declino del dittatore. Anche gli alleati di sempre lo abbandonano, e gli Stati Uniti spingono Marcos a elezioni anticipate nel 1986. Contro di lui Corazón Aquino, la vedova di Benigno. Marcos sostiene di aver vinto, ma la Aquino, forte dei dati degli osservatori internazionali, contesta i risultati ufficiali. Marcos si vede costretto a lasciare e opta per un esilio negli Stati Uniti.

La presidenza Aquino

Corazon «Cory» Aquino ha il merito di far modificare la Costituzione (1987), riducendo i poteri del presidente, e di cercare una mediazione con gli indipendentisti, dando più autonomia alle isole del Sud e a quelle del Nord. Tenta pure di avviare una riforma agraria. Durante il suo mandato, nel 1991, i militari statunitensi lasciano definitivamente l’arcipelago, dopo quasi un secolo di presenza.

Le succede, nel 1992, il segretario alla difesa, Fidél Ramos, che continua la via per la pacificazione con i gruppi ribelli. Nel 1996 firma un accordo di pace con il Fronte di liberazione nazionale dei Moro. Il leader del Flnm diventa governatore della regione autonoma del Mindanao.

Intanto, la crisi economica che ha coinvolto l’Asia non risparmia le Filippine.

Nel 1998 viene eletto il cantante Joseph Estrada alla presidenza, ma ben presto è coinvolto in importanti casi di corruzione e perde il consenso popolare. La gente scende in piazza contro di lui, e il parlamento inizia un processo di destituzione. Estrada sarebbe titolare di milioni di dollari in conti bancari protetti. Lo stesso presidente si dimette nel gennaio 2001 e viene sostituito con la sua vice, Gloria Macapagal Arroyo.

Photo by Ryan Eduard Benaid/NurPhoto via AFP

Gloria Arroyo, figlia d’arte

Gloria Arroyo è figlia del nono presidente delle Filippine, Diosdato Macapagal, predecessore di Marcos. Sotto la sua presidenza, l’economia cresce e l’inflazione diminuisce.

Nel 2004 viene rieletta, ma anche accusata di brogli elettorali. Nonostante questo, la Arroyo resta in carica fino alle elezioni del 2010. La sua figura è controversa. Grande alleata degli Stati Uniti, riesce a fare crescere l’economia anche durante il secondo mandato presidenziale, ma la povertà delle classi basse del paese, al contrario, aumenta.

Nel 2006 elude un tentativo di colpo di stato da parte dell’esercito e proclama la legge marziale. Durante i suoi due mandati continua la lotta, mai estinta, contro i fronti ribelli interni, il Flnm e i comunisti del Nuovo esercito popolare.

Le organizzazioni per i diritti umani rilevano un incremento di omicidi politici di oppositori e di giornalisti durante i due mandati della Arroyo.

Nel 2010 le succede Benigno Aquino III, figlio di Corazón Aquino e Ninoy. Aquino, pur essendo oppositore di Arroyo, si appoggia sulle sue riforme e porta il paese in costante crescita economica. Nonostante questo, è criticato per la cerchia dei suoi collaboratori, accusato di conduzione clientelistica, e per la cattiva gestione di momenti di crisi, come calamità naturali (nel 2013 il tifone Yolanda causa la morte di 8mila persone) o la recrudescenza della guerriglia islamista.

Il candidato del suo partito per le elezioni del 2016 perde contro Rodrigo Duterte.

Duterte, il duro

Rodrigo Duterte, già sindaco di Davao, è il primo presidente delle Filippine originario del Midanao (il Sud). Impone subito una politica di «tolleranza zero» su alcune tematiche, come il traffico e consumo di droga (cfr. MC marzo 2019), utilizzando metodi repressivi al limite della legalità.

Anche nella gestione delle pandemia da Covid-19 Duterte si rivela particolarmente duro. Nel marzo scorso ordina alla polizia di arrestare chiunque non indossi in modo opportuno la mascherina (ad esempio sotto il naso). Altre punizioni sono già state decise e apllicate, per violazioni come quella del coprifuoco.

Il primo lockdown scatta nel marzo 2020 nell’isola centrale Luzon (dove si trova Manila) per 53,3 milioni di persone. Altre chiusure si susseguono nelle diverse isole, mutuate dai governi locali. Il «Time magazine» riporta che, in alcuni casi, i poliziotti possono arrestare, picchiare o anche sparare su chi si trovasse in strada senza permesso.

Nel 2022 gli abitanti delle 7.641 isole si recheranno alle urne. Rodrigo Duterte sta cercando di convincere sua figlia Sara, che gli è già succeduta come sindaco di Davao, a candidarsi. La Costituzione limita, infatti, la presidenza a un solo mandato di sei anni. Sara, trainata dalla popolarità del padre, sta vincendo tutti i sondaggi elettorali, ma non ha ancora deciso.

Marco Bello