Stati Uniti. Trump e la caccia alle streghe

 

Prima e dopo il suo rientro alla Casa Bianca, Donald Trump ha ripetutamente promesso di cacciare milioni di immigrati illegalmente presenti sul territorio statunitense. È stato calcolato che, per espellere anche solo un milione di persone all’anno, l’Ice – Immigration and customs enforcement, un’agenzia della Homeland security, il Dipartimento della sicurezza interna – dovrebbe arrestare e deportare una media di 2.700 persone al giorno.

Conscio della portata politica e mediatica del tema migratorio, Trump è passato senza indugi dalle parole ai fatti. E così stanno facendo i suoi uomini. Il video del raid dell’immigrazione del 28 gennaio a New York City, condiviso dalla Casa Bianca, mostra una raffica di attività da parte dell’Ice e di altri agenti federali in azione per rendere effettive le deportazioni di massa promesse dal presidente Trump.

Indossando un giubbotto antiproiettile, Kristi Noem, capo della Homeland security, si è rivolta alla telecamera con un linguaggio molto trumpiano: «Faremo sparire questi dirtbags (sacchi di spazzatura) dalla strada», ha detto.

Kristi Noem, capo della Homeland security, ha voluto presenziare al raid dell’Ice a New York City lo scorso 28 gennaio. La funzionaria ha parlato di «dirtbags» per riferirsi agli immigrati. (Foto ICE)

È un clima da caccia alle streghe che sta producendo conseguenze pesanti a più livelli. Da New York a Los Angeles, Chicago e Denver, i distretti scolastici stanno segnalando che molti studenti restano a casa per paura che loro o i loro genitori possano essere deportati. La Costituzione degli Stati Uniti garantisce un’istruzione pubblica gratuita a ogni bambino, indipendentemente dallo stato migratorio, ma la nuova politica dell’amministrazione Trump dà agli agenti dell’Ice più margini di manovra per colpire scuole, fermate degli autobus e altre strutture pubbliche come luoghi di culto e ospedali.

L’episodio più tragico è accaduto a Gainesville, un piccolo comune a settanta miglia a Nord di Dallas, in Texas, lo scorso 8 febbraio. La polizia scolastica sta indagando sulle accuse di una madre secondo cui la figlia undicenne – si chiamava Jocelynn Rojo Carranza – si è suicidata dopo essere stata bullizzata dai suoi compagni di classe in merito allo status di immigrazione della sua famiglia.

Negli Stati Uniti, si calcola che più di 16,7 milioni di persone condividano una casa con almeno un membro della famiglia, spesso un genitore, che è clandestino. Circa sei milioni di queste persone sono bambini di età inferiore ai 18 anni. Le deportazioni di genitori o di altri familiari hanno gravi conseguenze sui bambini, compresi quelli che – essendo nati negli Stati Uniti – sono cittadini (in base al 14° emendamento del 1866).

La stretta migratoria di Trump sta producendo risultati al confine Sud del Paese, uno dei più trafficati al mondo. Secondo cifre ufficiali, le persone fermate delle autorità di frontiera statunitensi sono passate dalle 176.195 del gennaio 2024 alle 61.465 dello scorso gennaio. Questo trend si è confermato anche a febbraio e marzo.

Nel frattempo, Trump ha pensato a una nuova misura in tema di immigrazione, in sé piccola, ma molto significativa per intendere meglio la filosofia che anima il presidente Usa. Questi ha detto che sta pianificando di introdurre un nuovo visto per attrarre ricchi stranieri in America, qualcosa che lui chiama «gold card» (in contrapposizione alla «green card»). Per cinque milioni di dollari, le persone potranno fare domanda per diventare residenti permanenti legali. Secondo Trump il programma attirerebbe negli Stati Uniti «persone di altissimo livello».

Alla domanda di un giornalista – ha raccontato la radio pubblica Npr – se gli oligarchi russi potessero fare domanda per le «gold card», Trump ha risposto: «Sì, forse. Ehi, conosco alcuni oligarchi russi che sono delle brave persone».

Paolo Moiola




La solidarietà degli immigrati

 

A Palermo, i membri dell’associazione Stra Vox, giovani tra i 16 e i 30 anni provenienti dall’Africa occidentale, dal 2019 sostengono le persone in difficoltà, immigrate e italiane, distribuendo pasti caldi, beni di prima necessità e giocattoli per bambini.
Ogni anno svolgono attività di raccolta fondi tramite il «Ramadan solidale», distribuendo circa 900 pasti caldi nella zona di Ballarò, e tramite il «Natale solidale», acquistando giocattoli da regalare a centri aggregativi, parrocchie e famiglie.

A Jesi, in provincia di Ancona, i volontari del Centro culturale islamico Al Huda (che unisce musulmani di Tunisia, Marocco, Algeria, Bangladesh, Pakistan, Albania e Senegal) nel 2020 hanno donato al Comune 2.500 euro per contribuire ai bisogni emersi durante la pandemia, inoltre si dedicano a periodiche iniziative ambientali, ripulendo le principali zone della città.

A Venezia, negli ultimi anni, i bangladesi della Venice Bangla School, con sede a Mestre, hanno effettuato donazioni in denaro al Comune e alla protezione civile, e hanno regalato 100 tute protettive anti-Covid alla polizia di Stato, 100 alla polizia municipale e 300 all’ospedale locale.

Sono alcuni degli esempi virtuosi presentati nella ricerca Partecipo quindi dono. L’impegno solidale delle persone di origine immigrata oltre la pandemia, realizzata dal Centro Studi Medì – Migrazioni nel Mediterraneo in collaborazione con Csvnet (associazione nazionale dei Centri Servizio Volontariato), per esaminare le pratiche di dono e aiuto messe in atto dalle persone di origine straniera a partire da due emergenze: la pandemia da Covid-19 e l’accoglienza di profughi del conflitto russo-ucraino.

L’indagine, realizzata in diverse regioni italiane attraverso 330 questionari, 64 interviste narrative e l’analisi di sette realtà associative, rovescia lo stereotipo dell’immigrato destinatario passivo degli aiuti descrivendolo come protagonista attivo della solidarietà.

Ma qual è l’identikit dei cittadini stranieri con propensione al dono?
«Al 59% sono donne, che mostrano maggiore sensibilità e dispongono di tempo libero dal lavoro fuori casa», spiega la sociologa Deborah Erminio dell’Università di Genova, una delle curatrici della ricerca.
Si tratta, inoltre, di persone con titoli di studio medio alti (il 52% laureati), con occupazioni dignitose anche se non sempre stabili (42%), residenti in Italia da molti anni (in media più di 20), nelle regioni più sviluppate (quasi il 90% tra Nord e Centro) e che vivono nel nostro Paese con la propria famiglia (64%). «Ciò dimostra che la maggiore stabilità socio-economica e giuridica consente di liberare energie a favore degli altri: l’integrazione mette in circolo la solidarietà».

L’attitudine solidaristica, a favore sia dei propri connazionali sia della società e delle istituzioni italiane, è stata analizzata in tre ambiti: dono di beni materiali (raccolte fondi, collette alimentari, giocattoli), dono di tempo (visite a persone malate, babysitteraggio occasionale, aiuto ad altri stranieri per le pratiche burocratiche), volontariato vero e proprio (nel quale emerge un senso di solidarietà universalmente orientata).

La maggior parte degli intervistati, 8 su 10, dedicano il proprio aiuto alle persone bisognose che vivono in Italia, indipendentemente dalla loro origine, per cui prevale un orientamento universalistico seppure in una dimensione di prossimità fisica. «I cittadini d’origine straniera sentono la responsabilità sociale verso il nostro Paese: spesso, anche quando aiutano gli altri immigrati, lo fanno non con spirito di parte ma perché li vedono come categoria povera e vulnerabile. Il criterio è: si aiuta chi ha bisogno», nota Deborah Erminio.

Circa il 55% del campione considerato è anche impegnato nella solidarietà transnazionale con i territori d’origine, sia nella forma di rimesse inviate regolarmente a familiari o ad associazioni e centri religiosi, sia in occasione di emergenze (terremoti, incendi, conflitti). Accanto all’esigenza di integrarsi nel nostro Paese, rimane dunque il desiderio di mantenere i legami con la propria società di origine.

In tutti i casi, «la solidarietà è contagiosa: tende ad aiutare di più chi a sua volta ha ricevuto aiuto, per cui si crea un circuito virtuoso di responsabilità sociale», spiega Deborah Erminio. Lo confermano le parole di El Anouar El Miloudi, presidente del Centro culturale islamico Al Huda: «Abbiamo deciso di fare qualcosa di bello per aiutare il Comune di Jesi, perché loro sono sempre con noi e quando bussiamo hanno sempre la porta aperta. Durante il Covid, ci hanno dato un terreno dove seppellire i nostri morti. Il Comune ci ha fatto un grande favore, in quel periodo non c’era il cimitero e hanno concesso un terreno per la comunità islamica».

L’indagine evidenzia la capacità degli immigrati – inclusi i neocittadini italiani e le nuove generazioni cresciute nel nostro Paese – di aggregarsi in forme più o meno organizzate (associazioni, comunità religiose, gruppi di connazionali) per attivarsi e prestare aiuto. Emerge così «l’esistenza di una classe media di origine immigrata che durante la pandemia ha fatto da tramite tra le istituzioni italiane e la popolazione straniera, tutelando la salute di tutti. Pensiamo ad esempio ai migranti irregolari, a lungo esclusi dalle vaccinazioni anti-Covid», osserva Maurizio Ambrosini, sociologo dell’Università di Milano, altro curatore di Partecipo quindi dono.

La pratica del dono manifesta anche una dimensione politica, è un modo per sentirsi parte della società italiana a pieno titolo, cittadini a tutti gli effetti. «Accanto all’idea di una restituzione simbolica nei confronti del Paese ospitante, c’è una domanda di riconoscimento sociale. L’altruismo è una forma di cittadinanza dal basso, che rivendica più ascolto e apertura in sede politica», dice Ambrosini. «Del resto, gli immigrati trovano più spazio nell’associazionismo che nel mondo del lavoro o della politica. Come spesso avviene, la sfera del volontariato è un passo avanti».

Stefania Garini