Riflessione sulla guerra

Sommario

Menzogne, attori e comparse delle «nostre» guerre tutto sarà dimenticato?

Sono passati vent’anni dall’invasione degli alleati in Iraq. Una guerra giustificata con una menzogna, e alla quale si opposero milioni di pacifisti in tutto il mondo. Ma a nulla valse. Meccanismi che si sono ripetuti in molte guerre volute dall’Occidente. Mentre i paesi che cercavano una soluzione negoziale (spesso possibile), venivano messi all’angolo.

Venti anni fa, nel mese della guerra, l’offensiva anglo-statunitense «Iraqi Freedom» contro l’Iraq iniziava con una campagna di bombardamenti aerei. Malgrado tutto. Malgrado l’inedito rifiuto popolare espresso nelle piazze e nelle strade di tutto il mondo (il New York Times parlò di «seconda superpotenza mondiale», a indicare la prima manifestazione planetaria contro un conflitto). Malgrado l’opposizione di importanti paesi anche in Occidente e nel mondo arabo. Malgrado, infine, l’evidente falsità del pretesto bellico: il possesso di armi di distruzione di massa da parte del regime iracheno. Eppure, il Paese fu bombardato, invaso, occupato. E nessun capo politico militare fu in seguito punito per questo. Meccanismi molto simili (senza però la presenza di milioni di pacifisti nelle strade) si sono verificati nelle altre guerre mosse dall’Occidente e alleati a partire dal 1991. Per un totale (vedi scheda a pag. 41) di 6 milioni di morti. Più la distruzione dei paesi nel mirino, gli spostamenti di popolazioni, il dilagare del terrorismo.

La storia dovrebbe essere maestra. Quali lezioni trarre da quella vicenda?

Di fronte alla guerra in Ucraina e al dibattito sull’invio di armi, una riflessione sulle guerre condotte dall’Occidente (e alleati) può dare spunti? O tutto è già stato dimenticato?

Ossimori e menzogne nelle guerre di aggressione

Proteggere i civili, evitare genocidi, cancellare i dittatori, sconfiggere il terrorismo, portare la democrazia. E possibilmente avvolgendosi nei panni dell’Onu. Questa narrazione serviva a spacciare per umanitarie e giuste le guerre infinite portate avanti o aiutate dall’Occidente democratico.

Gennaio 1991: contro l’Iraq viene scatenata «Desert Storm» (Tempesta nel deserto), in Italia battezzata «operazione di polizia internazionale» per via dell’articolo 11 della Costituzione. Così, l’Onu sdogana la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti.

Marzo 1999: campagna di attacchi aerei della Nato contro la Jugoslavia, «Allied Force» (Forza alleata); detta anche «operazione umanitaria per fermare la pulizia etnica in Kosovo».

Ottobre 2001: «Enduring Freedom» (Libertà duratura), intervento bellico di Stati Uniti e alleati contro l’Afghanistan.

Marzo 2003: «Iraqi Freedom», «guerra preventiva» degli Usa e alleati (senza autorizzazione Onu) contro l’Iraq.

Marzo 2011: bombardamenti occidentali e petromonarchici sulla Libia, con semiautorizzazione da parte del Consiglio di sicurezza Onu; per alcuni giorni chiamata «Odissey Dawn» (Alba dell’Odissea), diventa «Unified protector» (Protettore unificato) quando coinvolge altri attori dell’Alleanza. Dal 2011, guerra per procura in Siria, con Occidente, monarchie del Golfo e Turchia uniti nell’appoggiare, in molti modi, gruppi armati jihadisti.

Dal 2015, operazione «Decisive Storm» (Tempesta decisiva), condotta contro lo Yemen dall’Arabia Saudita con una coalizione di nove paesi arabi e armi soprattutto occidentali.

Per legittimare operazioni di aggressione di tale portata e renderle «giuste» e «umanitarie» i belligeranti hanno fatto ricorso a menzogne o a notizie non verificate. Il Patto internazionale sui diritti civili e politici delle Nazioni Unite del 1966 sottolinea, all’articolo 20.1, che qualsiasi propaganda in favore della guerra dovrebbe essere vietata per legge. Ma questo invito ai paesi è rimasto lettera morta. E in guerra, sembra non operare il rasoio di Hitchens: cioè il principio metodologico secondo il quale «ciò che viene affermato senza prove può essere smentito senza prove».

Le tattiche della propaganda in tempo di guerra – fatta di notizie non verificabili, cause occultate, fonti di parte, omissioni, demonizzazione dell’avversario – non sono appannaggio dei soli governi belligeranti e dei media mainstream che li seguono. Vengono usate, e sempre di più, da diversi altri attori. Il caso del 2003 è peculiare perché ben pochi credono alla famosa provetta mostrata dallo statunitense Colin Powell all’Onu come prova della presenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Nel libro Guerra all’Iraq, del 2002, William Rivers Pitt intervista l’ispettore dell’Onu Scott Ritter, il quale spiega che «la minaccia dell’Iraq in termini di armi di distruzione di massa è zero». Tutto l’arsenale è stato distrutto sotto il controllo Onu. E il 5 febbraio 2002 il New York Times rivela che la Cia non ha prove che l’Iraq sia impegnato in operazioni terroristiche contro gli Usa ed è convinta che Saddam non abbia fornito armi chimiche o batteriologiche ad al Qaeda.

Fake news mondiali

Per la precedente operazione contro l’Iraq, nel 1991, un’efficace finzione contribuisce a convincere il Congresso Usa.

Novembre 1990, la giovanissima «infermiera volontaria» Nahyrah riferisce in lacrime al Congresso Usa che a Kuwait City i soldati iracheni occupanti strappano i neonati dalle incubatrici e li gettano per terra. Ci credono – con tutte le conseguenze del caso – i congressisti, i media, l’opinione pubblica, ma anche organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International. A guerra fatta, l’ammissione: non era vero niente. La volontaria risulta essere la figlia dell’ambasciatore kuwaitiano, istruita dall’agenzia di pubbliche relazioni Hill&Knowlton.

Anche nel caso della guerra della Nato contro la Serbia e delle bombe sull’Afghanistan si rivelano determinanti le accuse a senso unico di crimini efferati.

Con le guerre in Libia e Siria, al consolidato corto circuito di attori militari e mediatici (media embedded) si aggiungono, volontariamente o ingenuamente, altri soggetti. Insospettabili e prestigiosi. Organizzazioni umanitarie e per i diritti umani, regionali e internazionali, commissioni e gruppi speciali della stessa Onu, reti sociali, «attivisti» armati e non. E, come ha rilevato Alessandro Marescotti, che nel 1991 fondò Peacelink-Telematica per la pace, lo stesso ruolo di Internet è cambiato: «da attore di controinformazione ad arma di distrazione» (citazione dal documentario Tutto sarà dimenticato?, reperibile su Youtube).

Il fondo viene toccato in Libia, con la rivolta armata del 2011, ben presto appoggiata dalla Nato. L’Italia partecipa a una guerra per il controllo del petrolio e dell’Africa, giustificata con la «responsabilità di proteggere i civili libici dal massacro da parte del dittatore». Piccolo particolare: il massacro («diecimila morti») è inventato sulla base di notizie false, come ben presto accertato. La stessa Onu avalla di fatto un intervento militare senza fare alcuna verifica.

Dopo alcuni mesi, Maximilian Forte, docente di antropologia all’università di Montreal e autore del libro The scourging of Sirte, passa in rassegna le principali fake news della guerra in Libia: bombardamenti aerei contro i manifestanti, Bengasi a rischio genocidio, fosse comuni, mercenari africani, stupri. In realtà, prima delle bombe della Nato, i morti erano stati pochi, e le città ricatturate dal governo non avevano registrato massacri.

La regola della propaganda bellica consistente nel «nascondere le vittime e i crimini fatti dai nostri alleati» opera in pieno anche in Siria, dove dal 2011 il conflitto non è ancora concluso: l’area di Idlib è controllata da forze islamiste derivate da al Qaeda e l’esercito turco e le sue milizie continuano a occupare intere zone. Il coro è così sbilanciato sulle accuse di massacri compiuti dal solo regime di Damasco, che a metterlo in discussione è il sito Syria Truth, gestito da un veemente e storico oppositore di Bashar al-Assad, rifugiato all’estero da decenni, ma sconvolto dalle manipolazioni finalizzate a giustificare l’ingerenza occidentale, turca e delle petromonarchie nel suo paese. Allo stesso tempo, la commissione ad hoc dell’Alto Commissariato Onu per i diritti umani, con base a Ginevra (la Coi, Commissione indipendente sulla Siria), compilava rapporti ascoltando al telefono i resoconti dell’opposizione armata e visionando video nei quali l’attribuzione delle responsabilità era lungi dall’essere chiara.

Gli schieramenti di guerra dal 1991

Quel che è certo è che l’Italia non si fa mancare nessuna delle guerre fatte sulle teste altrui, a partire dal 1991.  L’invasione dell’Iraq nel 2003 è una iniziativa anglo-statunitense, senza l’Onu. I paesi arabi non si oppongono in modo deciso, ma non partecipano con proprie truppe come invece avevano fatto nel 1991. Fra i paesi importanti nella Nato, a opporsi decisamente sono Francia e Germania.

Bush e Blair vanno a caccia di alleati raccogliticci fino in Micronesia. Il 18 marzo 2003, il Dipartimento di stato Usa rende pubblico un elenco di 31 paesi che – sulla carta – partecipano all’autonominata «coalizione dei volenterosi» guidata dagli Stati Uniti: Afghanistan, Albania, Australia, Azerbaigian, Bulgaria, Colombia, Repubblica Ceca, Danimarca, El Salvador, Eritrea, Estonia, Etiopia, Georgia, Ungheria, Islanda, Italia, Giappone, Corea del Sud, Lettonia, Lituania, Macedonia, Paesi Bassi, Nicaragua, Filippine, Polonia, Romania, Slovacchia, Spagna, Turchia, Regno Unito e Uzbekistan.

Il 20 marzo 2003, la Casa Bianca pubblica un elenco con le seguenti aggiunte: Costa Rica, Repubblica Dominicana, Honduras, Kuwait, Isole Marshall, Micronesia, Mongolia, Palau, Portogallo, Ruanda, Singapore, Isole Salomone, Uganda, Panama. Nell’aprile 2003  si aggiungono Angola, Tonga e Ucraina. In tutto 49, Usa compresi.

Nel 1991 – un caso che fa scuola – tutto si è invece giocato, formalmente, all’Onu. «Se avremo successo, le Nazioni Unite ne usciranno rafforzate», disse George Bush nei mesi precedenti l’attacco non chirurgico all’Iraq. Sfacciata la compravendita statunitense del consenso, nei lunghi mesi di preparazione della guerra, per trasformare in una «coalizione dell’intero mondo libero coraggioso» (più la declinante Urss) quella che era invece un’azione bellica necessaria alla continuità di Washington come superpotenza e al controllo Usa sul vitale Medioriente petrolifero.

Nei mesi dell’escalation prima delle bombe, gli Usa si impegnano in un pressing a 360 gradi, in particolare sui membri permanenti e non permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ai quali vengono offerte prebende, soprattutto se poveri come Etiopia, Colombia e Zaire.

In Consiglio di sicurezza, al voto clou sull’ultimatum all’Iraq si registrano solo due «no», decisi ma marginali: quelli di Cuba e Yemen. La Cina si astiene (deve legittimarsi a livello internazionale). L’Urss in via di scioglimento non pone il veto (dipende dagli aiuti occidentali). Fino all’inizio della crisi, la Lega araba, su intensa pressione Usa e delle petromonarchie, si divide (cercano di opporsi all’escalation solo Libia, Algeria, Giordania e Yemen), dimostrandosi incapace di proporre una soluzione nonviolenta.

A cavallo del nuovo millennio, all’operazione bellica della Nato in Serbia partecipano 13 paesi membri (Turchia compresa); la Grecia rifiuta. Dopo due anni, attaccano l’Afghanistan sette paesi occidentali più Nuova Zelanda e Australia.

Nel 2011, l’operazione militare Nato-petromonarchica in Libia viene legittimata a livello Onu dalla risoluzione 1.973 in Consiglio di sicurezza, che passa senza veti e con 5 astensioni: Brasile, Cina, Germania, India, Federazione Russa. I bombardamenti non aspettavano altro, e iniziano subito, a cura di 14 Stati occidentali, più Qatar, Turchia, Giordania ed Emirati arabi. Fra le petromonarchie, il Qatar si era guadagnato credibilità presso l’opinione pubblica araba con la sua tivù al-Jazeera, la quale in Iraq nel 2003 aveva mostrato una certa indipendenza dalla posizione Usa-Uk. Nel caso libico il media dell’emirato è, invece, in prima linea nella propaganda pro-intervento.

Nel caso siriano, gli undici paesi autoproclamatisi «Amici della Siria» (cinque occidentali – Usa, Francia, Germania, Regno Unito, Italia – e sei della macroregione intorno alla Siria – Emirati Arabi uniti, Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Egitto, Giordania) sono per diversi anni in prima linea nell’alimentare il conflitto, finanziando apertamente gruppi jihadisti e ostacolando ogni negoziato in sede Onu.

Paesi non belligeranti e negoziatori boicottati

Le guerre, come la geopolitica, hanno geometrie variabili. Via via, dal 1991, alcuni paesi si sottraggono alle avventure militari avviate dal loro blocco di appartenenza; altri mostrano una vocazione pacifista; altri si espongono in sforzi negoziali. Senza successo, ma onore al merito.

Il 29 novembre 1990, solo Yemen e Cuba in Consiglio di sicurezza (di cui sono membri per caso) votano no alla risoluzione definitiva, la 678 che fissa un ultimatum per il 15 gennaio 1991. Lo Yemen, il paese più povero della regione, ha resistito a ricatti e lusinghe, ma paga la sua indipendenza con la cancellazione di un pacchetto di aiuti occidentali e l’espulsione di centinaia di migliaia di lavoratori dall’Arabia Saudita. L’Urss agonizzante di Mikhail Gorbacev non riesce a porre un risolutivo veto all’ultimatum, ma tenta poi, per mesi, di mediare, inviando come negoziatore Evghenij Primakov, soprattutto nelle capitali arabe e a Baghdad. Era possibile, annoterà poi il negoziatore russo, ottenere un ritiro in dignità dell’Iraq dal Kuwait offrendo a Baghdad un pacchetto di garanzie. Sarebbe stato il modo per affermare il rispetto delle risoluzioni Onu senza la guerra.

Dopo la risoluzione 678 che autorizza l’uso della forza, il Consiglio di sicurezza non si riunisce più. Cercano ancora di negoziare l’Iran, sostenuto dall’Urss, e un gruppo di leader non allineati guidati da India e Nicaragua, insieme a Willy Brandt. Gli Usa rigettano ogni proposta. Il mondo si accoda.

Quanto all’invasione dell’Iraq nel 2003, vede l’opposizione attiva ma inefficace di molti paesi: in Europa Francia, Belgio, Germania. Poi Russia e Cina, Cuba (che mantiene l’ambasciata aperta sotto le bombe), Venezuela, Siria e altri paesi arabi. La Francia di Jacques Chirac si frappone in Consiglio di sicurezza, non accettando alcuna risoluzione contenente un ultimatum.

Invece, nel caso della crisi libica nel 2011, fra i membri eminenti della Nato solo la Germania, membro di turno del Consiglio di sicurezza, non dice sì alla no-fly zone che da lì a poco si trasformerà nella distruzione per via aerea della Libia (la Norvegia, se non altro, si ritira dai bombardamenti su Tripoli dopo pochi mesi). Ma è soprattutto il presidente venezuelano Hugo Chávez, appoggiato da Fidel Castro (che invano chiede alle popolazioni occidentali di sostenerlo), a cercare di coinvolgere diversi Stati in uno sforzo negoziale tempestivo, ben architettato, mai interrotto nelle successive fasi del conflitto. Nell’ambito dell’Alleanza Alba (alleanza bolivariana per i popoli della nostra America, ndr), il Venezuela propone all’Onu la «costituzione di una Commissione internazionale di buona volontà per la ricerca della pace in Libia, mediante la promozione del dialogo fra le parti». La Commissione potrebbe annoverare rappresentanti di Unione africana, Lega araba, Conferenza islamica, Movimento dei non allineati, Unasur e Alba.

Chávez ripete invano il suo appello ai paesi non belligeranti che non possono «stare inerti» e appoggia senza riserve la proposta dell’Unione africana (ma il Sudafrica, unico paese africano che all’epoca è membro non permanente del Consiglio di sicurezza Onu, vota a favore della no-fly zone). Come scriverà anni dopo su Le Monde diplomatique il suo ex segretario Jean Ping, l’Unione africana elabora una road map, adottata il 10 marzo 2011. Ma paesi Nato e monarchie del Golfo ignorano la mossa iniziando i bombardamenti pochi giorni dopo. Nondimeno il 10 aprile, rappresentanti dell’Ua arrivano a Tripoli per incontrare Gheddafi, che accetta la proposta. Ma non la accettano le milizie armate dell’opposizione appoggiate dalla Nato. E la guerra continua fino alla distruzione di Sirte e al linciaggio di Gheddafi.

I popoli, il pacifismo e quel che non si fece

Che fare, si possono chiedere i popoli, quando i governi avviano guerre che sfasciano paesi, ammazzano centinaia di migliaia di civili e militari, fanno milioni di rifugiati e immani distruzioni e non finiscono mai, si trasformano soltanto?

Obiettori delle industrie d’armi e attivisti contro le basi militari spiegano da sempre che il conflitto armato è il naturale sbocco del complesso militar-industriale, al quale occorre opporsi ogni giorno, e non solo a ridosso delle bombe. E poi, dicono in tanti, contro i conflitti per ragioni geostrategiche e per le materie prime, bisogna puntare a un modello economico equo ed ecologico. Certamente, «ci salverà il pilota che non volerà» e «ci salverà il soldato che non sparerà» (citando Girotondo di Fabrizio De André). Ma con gli eserciti professionisti dispiegati dall’Occidente non ci sono chance di diserzioni di massa.

Diverso è il caso nell’attuale guerra russo-ucraina: non per nulla si moltiplicano gli appelli all’obiezione, alla diserzione e all’accoglienza all’estero dei disertori di entrambe le parti.

E le popolazioni? Nel 2003 il popolo della pace fu dovunque, mondiale, visibilissimo, soprattutto nei paesi che andavano a bombardare l’Iraq.

Anche nelle altre avventure militari internazionali, dalla guerra del Golfo di trentadue anni fa in poi, le attività dei pacifisti in dissenso rispetto ai loro governi (e anche nei paesi non belligeranti e contrari) coinvolsero minoranze rilevanti. Ma con limiti invalidanti. Troppo poche le azioni dirette nonviolente contro le basi militari. Inutili le presenze, sotto le bombe, di cittadini dei paesi occidentali e arabi: non erano numericamente tali da poter fungere da deterrente o forza disarmata di interposizione. Non abbastanza forti le proposte di eventuali tribunali internazionali.

Negli ultimi anni, poi, con la guerra Nato alla Libia, e con la guerra per procura in Siria non si è mosso nessuno o quasi. Perfino rispetto alla guerra saudita in Yemen l’indignazione è stata limitata. Per quale motivo nessuna delle grandi organizzazioni della società civile, né i pacifisti, né gli ecologisti, né i progressisti, né i movimenti per un altro mondo ha fatto nulla?

Forse ha giocato la forza del circolo vizioso di attori menzogneri, o forse la disillusione: nel 2003 la seconda superpotenza mondiale (i pacifisti di tutto il mondo, come citato sopra) non aveva fermato Bush e alleati. Il presidente repubblicano statunitense doveva rispondere solo ai neoconservatori, ai potentati economici e al suo elettorato indifferente.

Dunque, non si può fare nulla di efficace per prevenire e fermare le guerre?

Lezioni per l’attualità

La guerra russo-ucraina poteva essere evitata «ma i piani e le azioni per allargare la Nato fino ai confini russi hanno provocato i timori di Mosca», sottolinea l’appello di 15 statunitensi, ex militari, ex diplomatici, esperti di politica estera e sicurezza, promosso dall’Eisenhower Media Network. Un appello a sostituire l’invio delle armi a Kiev con un vero negoziato senza precondizioni. Di che farne una campagna. Paesi terzi, non schierati, come alcuni paesi africani e il Vaticano, tentano la via del negoziato fra Mosca e Kiev. Ma nel contempo, altri alimentano la guerra.

Manca nel mondo un pool negoziale di paesi neutrali o comunque meno allineati e non fautori di guerre negli ultimi decenni. Un gruppo incaricato stabilmente dall’Onu – indipendentemente dai governi del momento – di disinnescare i conflitti prima che scoppino, o di negoziare a danno fatto. Una forza negoziale con la quale i movimenti pacifisti potrebbero agire. In fondo le Nazioni Unite, lo dice la loro Carta, nacquero proprio per questo scopo: «Salvare le future generazioni dal flagello della guerra».

Marinella Correggia

My beautiful picture

Baghdad, diario di una pacifista

Anno 2003: il racconto dei primi mesi di guerra

L’autrice è stata nell’«Iraq peace team», un Gruppo internazionale di pacifisti che ha cercato di opporsi all’invasione Usa. È entrata in Iraq il 24 marzo dalla Siria e uscita il 3 maggio 2003 dalla Giordania. In queste pagine, ripercorre quei giorni, non senza delusione, e con una certa autocritica.

«‘Ayn ‘insaanyia?» (Dov’è l’umanità?). Era la retorica domanda che gli iracheni ripetevano, in quelle settimane di bombardamenti aerei, apripista per l’occupazione anglo-statunitense dell’Iraq. Per fortuna non chiedevano «ma cosa siete venuti a fare?» a noi dell’Iraq peace team, alcune decine di pacifisti autogestiti di vari paesi arrivati nella capitale irachena poco prima dell’inizio della guerra o poco dopo, come erano arrivati gli «scudi umani» (andati a presidiare infrastrutture civili) e un gruppo di attivisti spagnoli. Ciascuno di noi con le proprie motivazioni. Il tentativo di testimoniare e comunicare al mondo (reso quasi impossibile dall’immediato bombardamento della rete telefonica e dall’assenza di internet salvo tramite l’utilizzo di telefoni satellitari e l’aiuto dei media). L’impegno a cercare prove sui crimini di guerra. Il desiderio di «stare con loro» dissociandoci anche fisicamente dalle malefatte di Usa e governi alleati.

Pagando pochi euro al giorno, dormivamo (più o meno) e mangiavamo all’albergo familiare al-Fanar, sulle sponde del Tigri. Lì vicino, l’hotel dei giornalisti, il Palestine, costoso e pieno di comfort finché – per via delle bombe – non se ne andò la luce e con quella l’acqua ai piani alti. Così alcuni venivano a mendicare all’al-Fanar, dove il tuttofare Mohamed detto «Karaba» (elettricità) riusciva a gestire un approvvigionamento saltuario idrico ed elettrico grazie al generatore.

Quando il letto nelle nostre stanze si scuoteva troppo, come una culla impazzita, scendevamo chi nel rifugio sottoterra chi nell’atrio a tenere compagnia a forza di tè nero a Mohamed e a Cocco, scimmietta portata lì chissà da dove e amica solo sua. Il personale dell’albergo non andava più a casa per non rischiare troppo. Era diventata una famiglia. Abu Ali, cameriere e cuoco, aveva perso il figlio nella guerra con l’Iran. Quando, ben presto, per la vegetariana della situazione erano rimasti solo pane e marmellata di datteri, lui premuroso mi garantiva di soppiatto qualche ortaggio, qualche frutto.

Paura? No. Come in altre (inutili) delegazioni di pace, prima in Afghanistan e in Serbia, e anni dopo in Libia, si sviluppa la fatalistica sensazione che non ti toccherà. Ma c’era il dolore per chi moriva, veniva ferito, perdeva casa e ogni cosa. Civili e militari. Firos, che era stato soldato, ci diceva: «I militari sono nel mirino. Se si salvano è solo per miracolo». Non posso dimenticare l’immagine, in un ospedale di Hilla raggiunto nella seconda metà di aprile, di un soldato ustionato, avvolto completamente nelle bende. «Non sappiamo come chiamare il centro ustioni a Baghdad, i telefoni non funzionano», dicevano sconsolati i medici. Al ritorno nella capitale mi precipitai a segnalare l’urgenza, molto probabilmente senza speranza. Tutto è così in guerra. Appeso a un filo.

«La guerra non ci sarà»

Nessuno dell’Iraq Peace Team si illudeva di poter fermare nemmeno un missile minore. L’interposizione e la deterrenza civile avrebbero richiesto decine di migliaia di persone dal mondo. Tariq, veterinario improvvisatosi tassista, ci aveva comunicato il suo stupore: «Quando alla tivù ho visto, settimane fa, tutte quelle manifestazioni in giro per il mondo, anche nei vostri paesi, mi sono detto no, la guerra non ci sarà, i governanti potrebbero temere per le prossime elezioni. Invece a quanto pare non vi hanno dato retta». I governi sanno che la maggioranza dei cittadini non nega il proprio voto a chi ha deciso di fare le guerre, finché sono fatte a casa di altri popoli.

Allora, cosa riuscivamo a fare? Andavamo a vedere i feriti negli ospedali e i bambini nell’orfanotrofio, custoditi dal personale che non andava più a casa e nutriti dalle persone del quartiere. Parlavamo con gli iracheni, tanto. Cercavamo di capire se fosse possibile mettere insieme una conta delle vittime (almeno quelle civili) per future denunce internazionali. Ci recavamo, su segnalazione della Mezzaluna rossa, a vedere i crateri delle bombe finite per errore (ma finite comune) sui mercati o sulle case civili. Cercavamo di portare ai media del vicino mega-hotel appelli inutili o segnalazioni che credevamo d’impatto; come questa: «A Hilla sotto le bombe un uomo ha perso moglie e tutti i sei figli». A volte, con un altro gruppo, il Christian peace team, passavamo la notte nella capannetta dell’impianto idrico dell’ospedale al Mansour, dove l’ingegnere Leyla e il suo personale temevano il peggio in caso di bombardamento.

Leggevamo l’Iraq Daily, pochi fogli miracolosi. Un giorno risultò stampato alla rovescia, stile Leonardo da Vinci. Vi si dava conto di notizie tremende, i civili colpiti da una qunbula (bomba), da un sarukh (missile), morti in una anfijor (esplosione). Lo stesso termine usato dagli sminatori afghani. Ma il Daily dava risalto anche a surreali news incoraggianti: un agricoltore che era riuscito ad abbattere un elicottero yankee nel Sud, la tempesta di sabbia rallentava – benedetta – le operazioni aeree dei nemici. Un giorno, era il 5 aprile, accorremmo in strada al suono di clacson e di un carosello di auto della polizia o simili, con le bandiere irachene, a festeggiare una (ipotetica) manovra militare riuscita da parte degli iracheni. Sì, per i pacifisti l’asimmetria di potenza e di colpe fra i contendenti era tale che parteggiare per gli aggrediti era davvero normale. Un conforto, ma di breve durata.

Confortante anche il caffè fatto e servito dal viceambasciatore di Cuba, una delle pochissime ambasciate rimaste aperte sotto le bombe (naturalmente quella italiana era chiusissima, perché rischiare?). Diceva l’ambasciatore Ernesto Gomez Abascal, con il suo berrettino, a me e a Pietro Gigli (fotogiornalista, ma in Iraq in veste di operatore umanitario, autore di alcune delle foto di questo dossier): «Andremo via se e quando arriveranno i carri armati yankee».

E il momento arrivò. L’8 aprile, Talib disse a noi increduli: «Sono qui vicino». Guardandoci negli occhi, capì che doveva ripetere: «Vi dico che sono qui, a due passi». Gli scorpioni del deserto, i carri armati. Li vedemmo, eccoli. Tutto precipitava. Intorno a noi gli iracheni sembravano essere invecchiati in un giorno. I funzionari del governo sparirono per non essere arrestati dai militari invasori. Il viceambasciatore cubano ci offrì l’ultimo caffè, stavano partendo.

A US soldier gives water to an arrested man on the southern outskirts of Baghdad 28 August 2003 just before the soldiers came under fire from unknown assailants. AFP PHOTO/MAXIM MARMUR (Photo by MAXIM MARMUR / AFP)

Messaggio in una bottiglia

Intanto civili e militari, ci veniva riferito, morivano come mosche nelle zone periferiche dove gli scontri di terra erano più intensi; qualcuno era invece riuscito a portare in ospedale la giovane e bella Dina Sahran, senza più una gamba quando la incontrammo nel letto, sguardo vuoto. Pensai allora di lanciare un appello approfittando dell’indignazione causata nei giornalisti internazionali dall’attacco al loro hotel Palestine da parte di un carro armato (prima di sapere dei morti, vedemmo il fuoco che usciva da quella finestra a un piano alto). Scritto a mano (non c’era modo di stampare alcunché), il povero testo recitava più o meno: «Noi pacifisti assistiamo alle distruzioni e alle morti provocate da una guerra immorale. Chiediamo a popoli e governi del mondo di fare ogni pressione su Usa e alleati». Per un disguido nella comunicazione con due scudi umani che avevano contatti precisi con i media, il messaggio non arrivò. Un altro fallimento. Essere là e non riuscire a lanciare nemmeno un messaggio in bottiglia contro la propaganda. La stessa che, davanti al fatto altamente simbolico dell’abbattimento della statua di Saddam, la spacciò per un segno di giubilo da parte della popolazione irachena. Falso: c’eravamo. La piazza Firdaus era vicina al nostro hotel e vedemmo: erano pochi a manovrare intorno alla statua; e determinante fu un marine agilmente arrampicato.

Arrivano i giornalisti embedded

Comunque, lo scambio con i media occidentali, quasi inesistente nelle settimane dei bombardamenti, diventò imbarazzante quando, al seguito dei carri armati, arrivarono i giornalisti embedded. Si impadronirono del piccolo al-Fanar (dove comunque pagavano per la stanza molto più di noi), sapevano fare fotoshop, avevano il satellitare thuraya, andavano in giro a caccia di news d’effetto ma non scomode. «Cos’è successo al manicomio?». Oppure: «Dove possiamo trovare bambini poverissimi, tipo un orfanotrofio?». Alla nostra offerta: «Sì, glielo possiamo indicare, ma lei deve dire che i lavoratori sono rimasti in servizio sempre, che la gente portava aiuti, e che embargo e bombe hanno immiserito questo paese», il fotoreporter canadese rispose che non poteva fare «politica pacifista».

Una volta ci fecero vergognare perché, mentre eravamo andati in un ospedale a donare il sangue (e avremmo dovuto sapere che era inutile, non avrebbero potuto usarlo senza avere la certezza del nostro stato di salute), arrivarono due cineoperatori giapponesi e ci ripresero. Il volto del medico si fece duro; di certo pensò che stavamo tutti prendendo in giro il suo popolo. Gli stessi media diedero molto risalto all’evacuazione in Kuwait del piccolo Ali Ismail, della sua famiglia unico sopravvissuto (ma non le sue braccia, amputate). In precedenza, lo avevo cercato e trovato all’ospedale al Kindi. Lo stesso nel quale un medico barbuto mi diede la prima avvisaglia – che allora mi parve farneticante – della futura rivolta contro gli occupanti statunitensi: «Li saboteremo, renderemo loro la vita impossibile».

La Baghdad a ferro e fuoco sorvolata da rumorosi elicotteri Apache, con il rumore delle ambulanze superstiti, i muri pieni di rettangoli neri di stoffa con le scritte bianche a ricordare i morti, entrò nel caos dei saccheggi. Vedemmo quelli di negozi e magazzini, ci sfuggì quello del museo archeologico, ma perfino gli ospedali venivano depredati, alcuni dati alle fiamme. Tutti raccontavano: «È stato derubato e i marines lì vicino non facevano nulla, dicevano di non avere abbastanza personale, eppure sulla strada verso il Nord c’è la coda di carri armati!» (pensai anche allo spreco immane di combustibili fossili, prima per gli aerei, ora per i mezzi a terra); «Sono i kuwaitiani a vendicarsi portandoci via i nostri tesori antichi»; «Distruzioni e incendi dappertutto»; «Alcuni ospedali sono presidiati da civili per evitare il peggio».

Del resto, anche negli anni dell’embargo, stranieri presenti in Iraq a vario titolo «arrotondavano» vendendo tappeti antichi e vecchi argenti che gli iracheni ormai in miseria quasi regalavano.

Smoke covers the presidential palace compound in Baghdad 21 March 2003 during a massive US-led air raid on the Iraqi capital. Smoke billowed from a number of targeted sites, including one of President Saddam Hussein’s palaces, an AFP correspondent said. AFP PHOTO/Ramzi HAIDAR (Photo by RAMZI HAIDAR / AFP)

«Siamo qui per la democrazia»

Un cavallo che si agitava a terra, non soccorso da nessuno e nemmeno dal tassista che non volle fermarsi, mi ispirò l’idea di andare a capire che cosa accadesse allo zoo. Si era sparsa la voce orrenda che a leoni e altri grandi carnivori erano stati dati in pasto asinelli vivi. Però, impossibile avvicinarsi. I soldati stranieri bloccavano il passo. Allo zoo come altrove. Con loro si cercava di comunicare (seppure in modo secco e ostile), per comprendere motivazioni e informazioni. Limitatissimo il loro repertorio di risposte: «Siamo qui per la democrazia»; «Portiamo la libertà». Qualcuno però a domanda rispondeva che sì, si era arruolato per poter studiare gratis nelle costosissime università degli Usa.

Il 15 aprile, la pacifista statunitense Cinthya Banes era fra i pochi rimasti (gli altri già andati via, arresi, per manifesta inutilità). Prendendo a prestito l’email da un giornalista, si mise a mandare messaggi a diverse personalità nel suo paese denunciando i crimini dell’invasione, saccheggi compresi. Poi, dopo la lettura indignata di uno dei volantini che gli occupanti distribuivano in inglese e arabo per l’edificazione dei cittadini di Baghdad, decidemmo una manifestazione, con cartelli: uno chiedeva l’impossibile (Stop occupation), l’altro evocava le responsabilità disattese della potenza occupante, sulla base della Convenzione di Ginevra. L’idea era di piazzarci davanti a un carro armato e attirare l’attenzione di qualche media. Un flash mob ante litteram. Entrate come clandestine nello spazio esterno dell’hotel Palestine, i marines ci lasciarono stare per un po’, poi, «adesso via, sennò vi cacciamo in malo modo».

A Baghdad resistemmo ancora qualche settimana, volevamo raccogliere prove sulle vittime civili. Una sera di fine aprile Omar, ex operaio in una industria chiusa, un fratello soldato morto poche settimane prima a Bassora, ci raccattò e ci accompagnò all’al-Fanar: «Non è più tempo di girare da sole. È il caos. L’Iraq è come questa polvere. Facciamo solo attenzione quando ci avviciniamo ai reticolati, nel buio se gli americani ci prendono per fedayin ci sparano subito».

Fedayin? Combattente. Ce ne sarebbero stati molti, nei mesi e anni successivi. In una guerra infinita.

Marinella Correggia
tratto da «Si ferma una bomba in volo?»,
Terre di mezzo edizioni, Milano 2003, Premio Pieve «Diario del presente»

Le guerre spostano i popoli

Gli sfollati e profughi a causa dei conflitti

Incontri di donne e uomini scappati dalle guerre. Profughi in fuga, da Iraq, Siria, Libia, Kosovo. Sono milioni, destinati a passare la vita tra un campo di sfollati e un altro. Anche loro vittime, spesso dimenticate, delle guerre causate dall’Occidente. Ecco alcune storie, emblematiche, e quanto mai attuali.

La sera, nel quartiere di Jaramana, gli iracheni si ritrovavano a giocare a scacchi e bere tè sotto una grande tenda. Jaramana è a Damasco, in Siria. Era il maggio 2013. Dopo l’invasione «Iraqi Freedom» guidata da Bush e Blair nel 2003, moltissimi abitanti dell’Iraq avevano lasciato il paese per sfuggire al caos dell’occupazione e al conflitto settario. Oltre un milione di loro aveva trovato ospitalità nella capitale siriana, all’epoca un approdo tranquillo. Permessi di soggiorno rinnovabili anche a chi non aveva uno status di rifugiato vero e proprio. Costo della vita basso (allora). Aiuti pubblici e internazionali (allora). La stessa lingua e in parte le stesse tradizioni. La vicinanza con la terra d’origine.

Ma nel 2011 è iniziata la guerra anche in Siria. Incredulo per la sua sfortuna, Saad, che aveva lasciato anni prima il quartiere Karrada di Baghdad, sotto la tenda degli scacchi ci diceva: «Temiamo un intervento armato esterno anche qui, ad appoggiare i gruppi di terroristi come quelli che ci hanno fatti partire dall’Iraq». Quanto a Majid, arrivato a Damasco nel 2007 con moglie e due figli (altri tre erano stati uccisi, uno durante un rapimento, due gemelle in un’esplosione), ribadiva: «Siamo venuti qua per il pericolo di attentati, le violenze settarie, i rapimenti. Adesso molti iracheni stanno cercando di ripartire. Ma per dove?».

Iracheni erranti

A partire dal 2014, un milione e 800mila persone  hanno lasciato le loro case in Iraq e in Siria di fronte all’avanzata del cosiddetto Stato islamico (Isis, o Daesh in arabo). «Fa un caldo infernale sotto queste tende», diceva a un giornalista una donna sfollata, nell’estate torrida del 2015. A Mosul (Iraq) nel luglio 2014, Abu Bakr al Baghdadi annunciò l’instaurazione del califfato: lo Stato islamico era entrato in città.

E nel 2023, dove sono gli iracheni che erano emigrati in Siria, adesso che la situazione economica difficilissima è peggiorata a causa del terremoto di febbraio scorso, sale sulle ferite di tanti anni di conflitto? «Una parte è tornata a casa, altri sono rimasti qui», risponde Salam, giornalista siriano rimasto a Damasco, un caso quasi raro: la Siria, per una guerra fomentata da paesi Nato, petromonarchie e Turchia, conta dal 2011 oltre 6,8 milioni di sfollati interni su una popolazione di 21 milioni, e oltre cinque milioni all’estero – secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati.

Iracheni erranti, come Elias, yazida, che non vedendo futuro nel suo Iraq, nel 2010 era partito attraverso Turchia e Grecia con il saggio figlio dodicenne, per raggiungere parenti in Germania e poi chiamare il resto della famiglia. Incagliatosi in Italia per questioni burocratiche, alla fine, esasperato, aveva chiesto e ottenuto il rimpatrio. Nel 2013 scriveva, dalle sue terre: «Sono contento, un po’ contento e un po’ triste, forte e debole, ma ho grandi speranze. Auguri di pace al pianeta». Ma ecco che nel 2014 l’Isis, infernale frutto delle guerre, ha spazzato via la regione degli «infedelissimi» yazidi. Un olocausto. Elias si ritrova in un campo di sfollati. Poi abbiamo perso le sue tracce.

Libia 2011: fuga dalle bombe Nato e dagli integralisti

Fino al 2011 lavoravano nel paese petroliero nordafricano oltre due milioni di stranieri, regolari o irregolari, fra nordafricani (in primis egiziani), africani subsahariani e asiatici (70-80mila dal solo Bangladesh).

Con le bombe della Nato e la concomitante «caccia al nero» da parte di gruppi armati integralisti, ai quali l’Alleanza atlantica ha fatto da forza aerea, hanno lasciato la Libia 800mila lavoratori migranti. Altri se ne sono andati dopo la caduta del governo di Tripoli (settembre) facendosi rimpatriare dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim).

Mohamed, del Niger, aveva resistito nella capitale malgrado la chiusura della ditta per la quale lavorava. Nell’agosto 2011, preoccupato, ci diceva: «So che questa guerra è una tragedia. Se non si ferma farà tanti danni anche nel nostro Sahel. Quanti ne ha già fatti, con il rientro in patria di quasi tutti i lavoratori stranieri». È tornato ad Agadez (Niger). Ha provato a coltivare arachidi. Magrissimi introiti. Poi è stato assunto in un hotel a Niamey.

Dove sei andato, insegnante del Darfur che dopo tanti anni a Tripoli, nel maggio 2011 te ne stavi buttato con tutti gli altri sotto il sole al confine tunisino, a Ras Jedir, aspettando non si sa che?

Dove sei finito, Johnson del Ghana, già muratore in Libia, poi ferito durante la guerra, e nel 2012, arrivato da mesi in Italia con un barcone, per poi ritrovarti a vagare con la tua stampella intorno alla stazione Termini a Roma, con continui sfratti dai centri di accoglienza e un asilo umanitario traballante?

E dove sei tu, Abu, che fino a poco prima del crollo di Tripoli facevi il custode e giardiniere in una villa nel quartiere Tajoura? Fuori dal tuo bugigattolo pulito offristi cerimonioso alla pacifista, inutilmente presente da quelle parti, una cena a base di miglio e di un’erba del Niger che compravi al mercato. Ammiravi Thomas Sankara (un mot de passe per tanti saheliani) e anche altri eroi africani. Era stato surreale rievocarli in quel tardo pomeriggio, sotto le bombe.

Mortali effetti collaterali nel Sahel

I lavoratori tornati nei loro paesi dell’Africa subsahariana sono ben presto andati incontro a un’altra guerra, quella dei jihadisti, con il suo strascico di massacri e spostamenti di popolazioni. Questo effetto collaterale, per l’intero Sahel e non solo, della crescita dei gruppi estremisti in Libia a partire dal 2011, veniva sottolineato già nel 2013 da un negletto studio per l’Europarlamento. In esso si faceva notare come molte delle armi fornite dalle petromonarchie ai ribelli in Libia fossero finite nelle mani di gruppi terroristici sotto il deserto.

Stragi di civili e di soldati, spostamenti di centinaia di migliaia di persone. Così è andato avanti, dunque, dagli inizi del 2012 il terrorismo nella fascia del Sahel, a iniziare dal Mali, poi Niger e dal 2016 in Burkina Faso.

Tawergha, deportazione del XXI secolo

Per fuggire dalla guerra e dall’avanzata delle milizie, anche tanti libici nel 2011 si sono riversati in Egitto o in Tunisia, o in altre aree del paese bombardato. Ma i circa 40mila residenti della città di Tawergha, cittadini libici di pelle nera discendenti degli schiavi africani, non sono partiti volontariamente: sono stati cacciati dalle milizie armate della vicina città di Misurata (cfr. MC giugno 2021). Tawergha è stata distrutta e saccheggiata, svuotata dei suoi abitanti accusati di essere sostenitori di Gheddafi. Il razzismo ha avuto un grande peso. Migliaia di famiglie di Tawergha sono state costrette per anni a vivere in accampamenti, ricoveri di fortuna, centri pubblici, o in aree del paese non controllate dalle milizie più estremiste. Nel 2018 gli accordi di riconciliazione conclusi sotto l’egida Onu avrebbero dovuto spianare la strada al ritorno dei tawerghesi, ma la distruzione massiccia e deliberata della città e delle sue infrastrutture e un senso di insicurezza pervasivo hanno a lungo impedito il loro ritorno in massa. Solo negli ultimi tempi il 45% della popolazione è potuta tornare anche grazie ai servizi di base ripristinati.

Migrazioni o addirittura espulsioni di massa hanno modellato anche le altre guerre calde post-guerra fredda, a partire dalla «Tempesta nel Golfo» nel 1991. Intanto, l’Arabia Saudita espulse circa 800mila yemeniti, punizione collettiva perché il loro governo – membro di turno del Consiglio di sicurezza Onu – non aveva votato a favore dell’ultimatum (risoluzione 678), tappa necessaria per timbrare come «guerra giusta dell’Onu» quell’avventura senza ritorno (per usare le parole di Giovanni Paolo II).

E abbandonarono con ogni mezzo l’Iraq, alla vigilia o dopo le bombe, circa un milione di lavoratori stranieri (bengalesi, egiziani, yemeniti, filippini, indiani, pachistani…). Folle enormi accampate in tendopoli alla periferia di Baghdad e poi al confine iracheno-giordano, cercando un modo di fuggire. Eppure, in un libro curato da giornalisti italiani, la foto di una lunga colonna di persone del subcontinente indiano in attesa di partire, veniva spacciata per «curdi in fuga da Saddam».

Inoltre, 300mila lavoratori palestinesi furono espulsi per vendetta dal Kuwait «liberato» e da altre petromonarchie, o lasciarono l’Iraq, dove rimasero ben pochi stranieri. Come Fouad, marocchino di Fez, cameriere del ristorante Shatt el Arab di Bassora, un tempo frequentato dai ricchi del Golfo. Rimasto nella città durante le due guerre, prima quella con l’Iran poi la Tempesta nel deserto del 1991, andò via alla fine degli anni 1990, per la miseria dell’embargo, non vedendo niente all’orizzonte, con uno stipendio diventato da fame.

Le guerre spostano popoli. Spesso solo nei paesi confinanti.

Tornando agli yemeniti: a partire dal 26 marzo 2015, con i bombardamenti sul paese da parte di una coalizione di monarchie arabe guidate dall’Arabia Saudita e con l’appoggio tecnologico degli Usa, oltre un milione di abitanti hanno dovuto spostarsi di area in area.

Surreale poi, che negli stessi anni, dal Corno d’Africa arrivassero ancora in Yemen via mare parecchi profughi: la loro destinazione sperata, nella penisola arabica, erano i ricchi paesi del Golfo. Molto difficile arrivarci, però, in quei viaggi degni della canzone Samarcanda di Roberto Vecchioni.

Vesna, la casa in mezzo alla strada

Nel 1999, l’«Operation Allied Force», le bombe Nato su Serbia e Kosovo, provocò – invece di prevenire o arrestare – l’esodo di massa di centinaia di migliaia di kosovari. Dopo la vittoria della Nato, furono i serbi a fuggire a decine di migliaia dal Kosovo «liberato». A Belgrado si incontravano in quei mesi storie stralunate. Come quella di Vesna, suo marito Neboish e il loro figlio Stephan di sette anni. Sfollati nella capitale serba anni prima, da Sarajevo (Bosnia). Abitavano da anni in una stanza d’hotel nel quartiere Zemun. Profughi di guerra catapultati sotto le bombe. Vesna rifletteva sulla guerra della Nato: «Già prima vivevamo giorno per giorno. Adesso è ora per ora. Siamo sfortunati. Forse abbiamo costruito la nostra casa in mezzo alla strada, così si dice da noi. Ma quasi sette settimane di bombe sono tante, non lo auguro a nessuno. Il 5 aprile hanno colpito a 100 metri. Il problema era antico, in Kosovo. C’erano conflitti, certo. Ma l’intervento militare porta non solo altri morti, altri senzatetto, porta anche odio».

Asinelli afghani in aiuto ai fuggitivi

Nel 2001, con l’infinita «guerra al terrore» avviata dagli anglo-statunitensi, altre centinaia di migliaia di afghani ammassavano l’indispensabile sui loro asinelli e prendevano i sentieri e le strade verso il Pakistan o l’Iran. Aggiungendosi ai milioni che avevano lasciato il paese nei precedenti decenni bellici: da quando nel 1979 Usa e petromonarchie, con il sostegno determinante dei servizi segreti pachistani, avevano stretto il patto del diavolo con integralisti provenienti da vari paesi, allo scopo di rovesciare il regime afghano dell’epoca.

Marinella Correggia

Hanno firmato il dossier:

  • Marinella Correggia
    È autrice e militante eco-pacifista. Ha scritto saggi e manuali fra i quali: La rivoluzione dei dettagli; Diventare come balsami; Si ferma una bomba in volo?; L’Alba dell’avvenire; El presidente de la paz; Alleanza per il clima; Cambieresti?. Ha sceneggiato documentari fra i quali: Le mani del futuro; Crocevia kirghiso e Tutto sarà dimenticato? . Ha scritto molti dossier nel campo eco-sociale-internazionale. Collabora con diversi media italiani ed esteri. Da decenni è attivista contro le guerre di aggressione. Come volontaria ha partecipato, e partecipa, a campagne e progetti nel campo dell’alternativa ecologica, dei rapporti Nord-Sud, del rispetto attivo dei viventi.
  • a cura di Marco Bello, giornalista, direttore editoriale MC.
  • Si ringrazia la Fondazione Lelio e Lisli  Basso Onlus per avere messo a disposizione di MC alcune foto di Pietro Gigli dal suo archivio.

 




Bielorussia. A scuola di guerra


Il presidente Lukashenko militarizza il paese sotto la pressione di Putin. E anche i bambini vengono addestrati alla guerra. L’esercito promuove giornate e settimane residenziali per insegnare a obbedire, marciare, sparare. Con l’esca di offrire ai minori in condizioni di povertà cibo, luoghi caldi, una prospettiva di futuro.

Il 24 febbraio 2022 la Russia ha attaccato l’Ucraina anche dal territorio bielorusso.
Minsk non è entrata formalmente in guerra, ma il suo presidente Alexander Lukashenko, al comando del Paese dal 1994, ha sostenuto pubblicamente l’aggressione del suo alleato.

Finora le truppe bielorusse non hanno attraversato il confine ucraino, ma nelle città c’è una chiara consapevolezza che prima o poi Putin vorrà un contingente che combatta al suo fianco.

La Bielorussia è un paese chiuso, con molte nostalgie sovietiche impersonate da Lukashenko.

Al suo interno cresce una minoranza, soprattutto giovanile, con una forte pulsione europeista, ma la repressione del regime, attuata con spietatezza, tiene sotto controllo la popolazione che è sempre più impoverita e sempre meno libera.

Molti dissidenti sono fuggiti e operano in esilio. Il cambiamento per il quale lottano, però, appare ancora lontano.

Screenshot del Campo Doblest

Campi militari per ragazzi

A causa degli eventi legati alla guerra, dall’inizio del 2022 le autorità bielorusse hanno messo tra le loro priorità quella dell’aumento del numero di soldati.

La generale militarizzazione della società ha coinvolto anche i bambini, minori di 16 anni.

Il loro addestramento militare rientra in una strategia a medio e lungo termine che prevede anche l’eventuale coinvolgimento futuro nella guerra in Ucraina.

I contesti nei quali viene messa in atto la formazione militare, con veri e propri addestramenti alla vita di caserma, sono campi estivi, stage di vita all’aperto, corsi sportivi durante l’anno, attività extrascolastiche, come avveniva in Italia durante il ventennio, con l’educazione dei «balilla», organizzazione giovanile paramilitare del fascismo.

Il regime bielorusso sta effettuando un’intensa preparazione di massa dei bambini alla guerra, iniziando fin dall’età di 6-7 anni.

I «campi militari patriottici», ricadono sotto il controllo delle agenzie militari del paese, in primo luogo del ministero della Difesa, ma vedono anche la partecipazione di istruttori ceceni provenienti dalla Russia.

Lo scopo, poi, non è soltanto quello di addestrare tecnicamente i ragazzi alla vita militare, ma anche di formarli secondo l’ideologia del «mondo russo».

Bambini poveri e marginali

Nella sola estate del 2022 si sono tenuti almeno 480 campi ai quali hanno partecipato 18mila minori, pari al 2% della popolazione sotto i 18 anni.

In particolare sono stati coinvolti bambini provenienti da famiglie che vivono in condizioni di marginalità e di degrado sociale, bambini orfani o in precarie situazioni psicofisiche: sono quelli che non hanno una protezione adeguata da parte delle famiglie, le quali non si opporranno al coinvolgimento in future azioni militari.

Una prassi simile l’abbiamo già vista in atto in Russia, dove la base dell’esercito attualmente impegnato sul campo in Ucraina è composta da giovani provenienti da aree depresse, da famiglie marginali, oppure orfani, senza istruzione e senza accesso agli ascensori sociali.

campo forpost sb news

La denuncia di Our house

L’organizzazione pacifista e nonviolenta Our house, fondata in Bielorussia nel 2002 e ora in esilio in Lituania, ha pubblicato di recente un rapporto per denunciare questo processo di militarizzazione dei minori bielorussi.

Le pagine del report, tradotte in italiano e diffuse nel nostro paese dal Movimento Nonviolento (partner di Our house nell’ambito della «Campagna di Obiezione alla guerra per il sostegno agli obiettori di coscienza russi, bielorussi e ucraini»), mettono in evidenza la portata del fenomeno raccogliendo dati e informazioni ufficiali diffusi dai media bielorussi, sia governativi che non.

Il campo Doblest

Nel rapporto di Our house è descritto il tono celebrativo con il quale vengono raccontati i campi patriottici militari.

Si legge, ad esempio, sul campo Doblest (Valore), raccontato dall’agenzia di stampa ufficiale del regime «BelTA», che esso è organizzato negli spazi dell’unità militare 3.214 a Minsk, è attivo durante le vacanze scolastiche ogni giorno dal lunedì alla domenica e fornisce ai bambini che vi partecipano vitto e alloggio per l’intera settimana.

Al campo, proposto in sei sessioni, partecipano gli scolari di tutti i distretti della capitale.

I bambini fanno esercitazioni nelle quali imparano a usare e smontare armi, a capire i propri punti di forza e a muoversi, ad esempio, in un bosco.

Ogni giorno vengono addestrati al combattimento, si esercitano a fornire cure mediche militari, imparano a sparare con armi airsoft, pistole ad aria compressa e armi da fuoco vere.

Partecipano a lezioni su come comportarsi in diverse situazioni di emergenza. Inoltre, familiarizzano con i sistemi d’arma e si cimentano nel combattimento corpo a corpo.

In pochi giorni, i bambini imparano ad allinearsi, a costruire rudimentali nascondigli e a prestare il primo soccorso in caso di ferite. Si esercitano a montare una tenda e ad accendere un fuoco senza accendino o fiammiferi. Imparano l’uso delle mappe attraverso attività ludiche come cercare oggetti nascosti in un certo spazio.

Sono gli stessi addestratori a riportare alcune opinioni dei bambini dopo la prima settimana di formazione paramilitare. Tommy, di 7 anni, afferma: «Sappiamo già come montare una tenda, sparare con un fucile ad aria compressa e un’arma airsoft. Ora sappiamo come preparare correttamente un letto militare, abbiamo imparato come un soldato deve tenere in ordine le cose. Qui impariamo la lotta libera e la medicina. Mi ha particolarmente colpito il fatto di aver sparato con una vera pistola».

Il campo Forpost

Un altro campo descritto nel report di Our house che fa riferimento a un articolo apparso sul sito «Sb news», legato direttamente all’ufficio della presidenza della Repubblica, è il campo Forpost (Avamposto) nel quartiere Zavodskyi di Minsk.

Nel sommario, l’articolo di Sb news scrive: «Il gioco “Zarnitsa”, l’apprendimento delle armi e l’orientamento notturno: un ricco programma attende gli scolari al campo Forpost. Per nove giorni, gli studenti dei distretti Zavodskyi e Leninskyi di Minsk seguiranno un corso accelerato di giovani combattenti. I nostri corrispondenti hanno assistito all’inizio della loro insolita vacanza», e prosegue descrivendo il «gioco di simulazione» proposto ai ragazzi il primo giorno: «Confezioni esplosive e granate fumogene in azione. Il nemico sta minando la strada lungo la quale si muove la colonna. L’auto deve spostarsi sul ciglio della strada. I combattenti del dipartimento di ingegneria e guerra sul veicolo corazzato leggero Drakon respingono l’attacco. Viene catturato un sabotatore, ma poi viene scoperto un oggetto esplosivo.

I militari distruggono il dispositivo con una carica superficiale.

Già nel primo giorno del turno militare patriottico, i ragazzi “hanno sentito odore di polvere da sparo” – prosegue Sb news -. Gli studenti erano felicissimi».

English: President of Russia Vladimir Putin meeting with President of Belarus Alexander Lukashenko at the Constantine Palace in Saint Petersburg, Russia. Date 25 June 2022. Source Meeting with President of Belarus Alexander Lukashenko. Author Presidential Executive Office of Russia

L’appello all’Ue

Alla pubblicazione del rapporto sulla militarizzazione di massa dei minori in Bielorussia, Our house ha affiancato un appello all’Unione europea e alle organizzazioni internazionali per i diritti umani affinché avviino immediatamente una seria campagna contro questa pratica perché, scrive, «se l’Unione europea non compie una serie di passi decisivi, nel giro di 3-5 anni in Bielorussia crescerà un esercito deviato con giovani […] combattenti professionisti che sanno usare le armi da fuoco, fanatici […] [dell’]ideologia del “mondo russo”, giovani senza legami sociali e senza famiglia, ma ossessionati dal desiderio di vendetta […]. La costruzione di muri al confine o altre misure restrittive, come il divieto di rilascio dei visti, non [li] fermeranno […]. Dobbiamo agire immediatamente».

A Vilnius per sostenere i bielorussi

L’organizzazione pacifista che inizialmente lavorava in clandestinità a Minsk, ma poi ha dovuto espatriare per sfuggire alla repressione e ora opera in esilio a Vilnius in Lituania, è guidata da una coraggiosa femminista nonviolenta, Olga Karach (intervista a pag. 58).

Olga è un’attivista, giornalista e politica bielorussa. È stata lei a fondare Our house nel dicembre 2002: inizialmente era un giornale autoprodotto, stampato in uno dei condomini di via Tereshkova a Vitebsk. Nel 2004 si è trasformato in una campagna per i diritti civili nella città.

Mai riconosciuta in Bielorussia, è stata registrata come organizzazione della società civile nel 2014 in Lituania, con il nome di Centro internazionale per le iniziative civili Our house.

Dopo le elezioni presidenziali del 2020 in Bielorussia e le successive proteste, e, ancora di più, dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, un numero enorme di persone in Bielorussia e Lituania ha avuto bisogno di assistenza umanitaria. Our house si è quindi fatta carico di fornirla. Inoltre, continua a monitorare le violazioni dei diritti umani in collaborazione con altre organizzazioni.

Tra queste violazioni, assume un peso sempre maggiore quella del diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare, aggravata da programmi di militarizzazione di ragazzi e giovani.

Obiettori incarcerati

In Bielorussia gli obiettori di coscienza e i disertori sono perseguitati e incarcerati. Questo ha fatto sì che più di 20mila giovani non abbiano avuto altra scelta se non quella di lasciare il loro Paese e cercare rifugio all’estero.

Un tale movimento di massa di obiettori invia un forte messaggio anche alla Russia: la Bielorussia di Lukashenko finora è stata il più solido alleato di Putin, ma il fatto che i suoi cittadini si rifiutino di partecipare alla guerra è un segno che le narrazioni nazionaliste e militariste, in Bielorussia come in Russia, non sono invincibili.

Mao Valpiana
presidente del Movimento
Nonviolento italiano

Siti:

Intervista a Olga Karach

Rubare l’esercito dalle mani di Lukashenko

«Il mio nome in bielorusso vuol dire “libertà”, e mi sono data una missione speciale: rubare l’esercito dalle mani di Lukashenko».

Pensi che l’esercito bielorusso possa partecipare alla guerra in Ucraina?

«Lukashenko sta subendo la pressione politica della Russia, e si sta preparando a farlo, ma incontra una forte opposizione. Sta crescendo, infatti, il numero di pacifisti e obiettori di coscienza nel Paese, sebbene sia molto rischioso. Si va incontro anche alla tortura. Ci sono obiettori di coscienza in carcere per motivi politici e di opinione. Chi può, esce dal paese.

Crediamo che sia ancora possibile rubare l’esercito dalle mani di Lukashenko. Come potrebbe partecipare alla guerra senza soldati?

Chiedo il vostro supporto e la solidarietà internazionale per promuovere il diritto all’obiezione di coscienza e alla diserzione dei bielorussi, per fermare la guerra e impedire il secondo fronte militare contro l’Ucraina».

Quali azioni state mettendo in campo?

«Dal primo marzo, con il supporto delle reti internazionali, noi di Our house abbiamo promosso la campagna “No vuol dire no”, un motto femminista che però si rivolge anche agli uomini che reclamano il diritto di non toccare le armi, di fare obiezione di coscienza o di disertare.

Posso fare un esempio sull’efficacia del nostro lavoro. Il ministro della Difesa ha inviato oltre 43mila cartoline di chiamata alle armi ai giovani bielorussi. Noi abbiamo fatto una campagna di comunicazione forte, e solo 6mila giovani si sono arruolati. È un risultato straordinario, ma pensate a quanto di più potremmo fare con più forze».

Però il regime sembra fortemente nelle mani del dittatore che lo regge con il pugno di ferro.

«Lukashenko ha paura di noi, ha paura di me. Io sono un’attivista per la pace e i diritti umani, una femminista, ma nel mio paese sono considerata una terrorista e un’estremista di alto livello.

Se tornassi adesso non solo andrei in prigione, ma rischierei la condanna a morte.

Lukashenko ha paura di una persona normale come me, di una donna che non ha altro se non una profonda persuasione per la nonviolenza.

Ha paura di altri come me, ha paura dei movimenti pacifisti, ha paura degli obiettori di coscienza e ha paura delle donne del mio paese che possono essere una grande forza contro questa guerra».

In Italia sentiamo parlare poco di Bielorussia. Cosa succede nel Paese?

«Il 20 febbraio scorso abbiamo lanciato un’iniziativa davanti alle ambasciate bielorusse in diverse grandi città europee per chiedere il supporto e il riconoscimento dei nostri obiettori di coscienza e disertori. È stata un’iniziativa di successo che si è svolta anche a Berlino, Amsterdam, Vilnius, Atene. Il giorno seguente Lukashenko ha presentato in Parlamento un decreto, subito approvato, sul tradimento della patria che prevede per i disertori la condanna a morte.

È un fatto gravissimo. Tuttavia, esso ci fa capire che Lukashenko riconosce che il rifiuto della guerra è il vero grimaldello che può togliere consenso al suo regime e a quello di Putin».

Cosa possiamo fare per aiutarvi?

«Sono in esilio in Lituania, tutti noi lavoriamo soprattutto dall’estero e abbiamo bisogno non solo che la nostra voce venga ascoltata, cosa di cui vi ringraziamo, ma di risorse economiche e strutturali per organizzare le nostre attività».

M.V.




Giuseppe Allamano e la guerra


Un libro di recente pubblicazione, dal titolo «Un’enciclica sulla pace in Ucraina», (Terra santa edizioni, 2022) raccoglie gli appelli accorati e gli inviti alla pace rivolti da papa Francesco nell’ultimo anno ai responsabili delle nazioni e a tutta l’umanità. Il testo richiama tutti, particolarmente i cristiani, a essere donne e uomini di pace, a supplicare il Dio della pace, dell’amore e della speranza affinché illumini i governanti e questi si impegnino a fare cessare la guerra nel cuore dell’Europa e in ogni altra parte del mondo. Più volte il Papa si chiede a quante tragedie l’umanità deve ancora assistere prima che si convinca che ogni guerra è soltanto una strada di morte e che attraverso di essa si hanno soltanto vinti e vittime e nessun vincitore.

Sappiamo che la guerra è un male che accompagna il cammino dell’umanità dai tempi più antichi. Giuseppe Allamano e il suo collaboratore Giacomo Camisassa hanno partecipato indirettamente alle nefaste vicende della guerra del 1915-1918, sia in Italia come in Africa, attraverso le peripezie dei loro missionari e missionarie. I prodromi della Grande guerra iniziarono già nel 1914 e si manifestarono pienamente l’anno successivo nelle gravi ristrettezze economiche e poi nel richiamo alle armi di molti studenti missionari e giovani sacerdoti. Nel 1915 complessivamente 38 missionari vennero chiamati alle armi. Confessò l’Allamano stesso, parlando confidenzialmente alle missionarie: «Dopo la partenza del primo scaglione stavo discorrendo con il can. Camisassa, ed egli, tanto più sensibile quanto meno lo dimostrava all’esterno, esclamò: “Povero Istituto!” e proruppe in pianto».

L’Allamano seguì i suoi giovani «militari» con una corrispondenza fitta, calda e paterna. Consigliò loro di arruolarsi nella sanità, offrì suggerimenti pratici per la loro vita spirituale, infuse in loro fiducia e coraggio. La nuova casa delle missionarie, non ancora totalmente terminata, venne sequestrata come deposito di medicinali per i soldati in guerra. La prima vittima del conflitto fu lo studente Baldi (+1917), costretto a combattere in prima linea. Anche tra le missionarie si ebbero alcune vittime a motivo delle ristrettezze nel vitto, per il freddo invernale e a causa delle continue trepidazioni. In Kenya, dove c’era una mortalità altissima tra gli oltre 300mila portatori locali (carriers) arruolati a forza dagli inglesi per sostenere le loro truppe contro i tedeschi del Tanganyka, i missionari e le missionarie offrirono la loro prestazione spirituale e medica a favore degli africani nei molti ospedali da campo. Ne partirono circa una quarantina, tra cui suor Irene Stefani, ora beata. Erano accompagnati anche da alcuni dei primi cristiani offertisi come volontari.

Nel novembre1918, con un solenne Te Deum cantato al Santuario della Consolata, i fedeli di Torino poterono ringraziare il Signore che l’orrenda follia della guerra era terminata. Anche l’Allamano, con cuore riconoscente, poté finalmente riabbracciare i suoi missionari ritornati dalle armi.

padre Piero Trabucco

Le spiritualità dell’Allamano

La spiritualità dell’Allamano può essere paragonata alla casa di un fabbricante di tamburi africano. In essa si trovano tamburi realizzati con diverse pelli di animali. Ogni tamburo produce un suono diverso con un proprio significato e una propria funzione.

Spirito di comunità

Definita in termini molto semplici, la spiritualità si riferisce al modo con cui viviamo la nostra vita. Essa è composta da diversi elementi che corrispondono ad altrettante scelte consapevoli fatte da individui o gruppi per vivere la propria vita in modo più profondo. Quindi la spiritualità riguarda la vita vissuta in profondità.

Se la spiritualità riguarda le scelte consapevoli, allora possiamo parlare di spiritualità al plurale perché scegliamo di vivere la nostra vita secondo vari stili.

Sulla base di quanto detto, possiamo parlare della spiritualità di Giuseppe Allamano?

Il padre fondatore parla frequentemente dello spirito di comunità. Lo faceva, per esempio, quando diceva: «Dimostri di essere veramente un missionario della Consolata se hai lo spirito della comunità e regoli la tua vita quotidiana secondo esso»; e poi ancora: «Lo spirito dà vita alle singole comunità così come a ciascun membro»; e in un’altra occasione: «Devi possedere lo spirito dei Missionari della Consolata nei tuoi pensieri, parole e azioni».

Spiritualità al plurale

Leggendo gli scritti spirituali dell’Allamano e considerando che la spiritualità ha a che fare con i modi in cui viviamo la nostra vita, possiamo riconoscere diverse spiritualità ben articolate ed espresse nella sua vita:

  1. la spiritualità mariana, che pone Maria al centro del nostro apostolato missionario come nostra madre;
  2. la spiritualità eucaristica, che ci ricorda la centralità dell’Eucaristia come fonte e culmine della nostra vita cristiana;
  3. la spiritualità missionaria che è la caratteristica distintiva di un vero missionario della Consolata;
  4. la spiritualità dell’autorità che parla del ruolo dei superiori come padri spirituali e pastori di anime;
  5. la spiritualità femminile, che sottolinea il ruolo della donna nel lavoro missionario di evangelizzazione, con Maria come modello;
  6. la spiritualità economica, che parla dell’uso corretto dei beni temporali, dei possedimenti e della loro amministrazione, basata sul voto di povertà.

Spiritualità ecologica

Un cenno particolare per la sua attualità merita la spiritualità ecologica dell’Allamano (la numero 7): essa si intravede nei suoi scritti per l’uso frequente che fa di immagini che appartengono alla natura; per lui esiste uno stretto legame fra la vita della natura e la vita delle persone e dei missionari. Così come la natura sostiene la vita nel mondo, allo stesso modo la missione sostiene la vita di un missionario della Consolata. Poi, così come la natura ha la sua origine in Dio, lo stesso succede con la missione di un missionario della Consolata.

Questo linguaggio ha profonde radici bibliche che possiamo trovare in alcune analogie proprie di San Paolo, ad esempio nella Lettera ai Romani quando, scrivendo della relazione fra Ebrei e Gentili, Paolo afferma che «se tu, infatti, dall’olivo selvatico che eri, secondo la tua natura, sei stato tagliato via e, contro natura, sei stato innestato su un olivo buono, quanto più essi, che sono della medesima natura, potranno venire di nuovo innestati sul proprio olivo!» (Rm 11,24).

Giuseppe Allamano, per esempio, applica questo linguaggio ecologico paolino quando parla dei doveri dei superiori e della necessità della formazione. Per lui i Missionari della Consolata sono come «piante tenere o delicate» nel giardino della chiesa. Ai superiori spetta allora il ruolo del «taglio e potatura» perché il Signore desidera che loro crescano bene, retti e prosperi; «tagliano tutto ciò che è difettoso» nei missionari affinché un giorno possano produrre abbondanti frutti di santificazione e lavoro apostolico.

La stessa allegoria la troviamo con l’immagine, anche questa molto biblica, della vite. «Prima che cominci la primavera, è opportuno che il contadino poti la vite. La vite piange, ma pensa ai bei rami che cresceranno, e allora lui non si pente».

Oggi, quando l’umanità sta affrontando una grave crisi ecologica, questi dettagli della spiritualità di Giuseppe Allamano sono importanti perché, anche se Dio ha creato tutto da sé, ci ha lasciato in eredità la missione della cura della Casa comune. Questa visione è pienamente in linea con l’ecologia integrale proposta da papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’.

Come il suono di tamburi diversi

La parola «Spirito» non è sinonimo di spiritualità: lo spirito è ciò che è nel profondo, il principio vitale, ciò che definisce un’identità particolare. La spiritualità si riferisce alla nostra relazione con questo spirito, come riconosciamo e siamo aperti a uno spirito particolare. In questo senso, la nostra spiritualità si riferisce a come viviamo in relazione allo spirito che Dio ha ispirato al padre Allamano quando questi ha fondato la sua comunità.

Quindi a cosa possiamo paragonare la spiritualità dell’Allamano? Può essere paragonata alla bottega di un fabbricante di tamburi africano. Nel suo laboratorio si trovano tamburi fatti con pelli di animali diverse. Ogni tamburo produce un suono diverso con significati e funzioni diverse: c’è quello che avvisa la gente della morte di un membro importante della comunità; c’è quello che chiama a un raduno urgente e quello che annuncia il principio o la fine di un conflitto. Anche se questi tamburi sono differenti, tutti, in diverso modo, contribuiscono alla vita della comunità.

padre Charles Orero


Disponibilità, Presenza, Carità

Padre Franco Gioda, missionario per trent’anni in Mozambico dove ha conosciuto la povertà, la fame e la guerra civile che ha devastato quel paese per lunghi anni, era un grande innamorato della Consolata e del fondatore. Riportiamo alcuni suoi pensieri espressi nell’ultima omelia pronunciata poco tempo prima della sua morte avvenuta il 17 ottobre 2021.

Due icone mariane

Nel Vangelo abbiamo due icone che ci parlano della Madonna che consola: Maria che va da Elisabetta a portare Gesù, e Maria ai piedi della croce. Le contempliamo in relazione a Giuseppe Allamano, rettore del santuario della Consolata per 46 anni e formatore del clero della diocesi a cui trasmetteva «la spiritualità della Consolata», cioè non solo una devozione, ma uno stile di vita da imitare.

Questo stile di vita si caratterizza per disponibilità, presenza e delicatezza nella carità. Troviamo queste tre caratteristiche molto ben scolpite in Maria di Nazaret e anche nell’Allamano.

L’annunciazione

Maria di Nazaret nell’annunciazione vive un’esperienza profonda di Dio che si inserisce nella sua vita e dà la sua disponibilità piena alla sua richiesta. Capisce ben poco di quanto le viene chiesto, ma una cosa la intuisce e cioè che deve mettersi nelle mani di Dio e fidarsi completamente di lui.

Con la forza dello Spirito parte, quindi, e va a incontrare Elisabetta. Non va semplicemente a salutarla, ma ad aiutarla per tre mesi finché si compie la sua maternità. Ecco la disponibilità di Maria.

Poi Maria ritorna nel suo mistero di Nazaret. E qui immaginiamo il suo colloquio con Gesù, fatto di delicatezza, di carità e di dolcezza. Notiamo bene che Maria ha capito chi fosse veramente Gesù solo nella Pentecoste.

Maria sotto la croce

Nella seconda icona contempliamo Maria nel Calvario: cosa fa Maria sotto la croce? Umanamente niente. Non estrae i chiodi dalla croce, ma è presente. Lì possiamo vedere anche spiritualmente il nostro cammino di missionari: chi può cammina, va, non si ferma, e chi è anziano e non può andare rimane fermo ai piedi della croce, rimane vicino a Cristo che sta soffrendo. Cosa fa? Niente e tutto. A una persona che sta morendo si tiene la mano affinché senta che qualcuno le vuole bene. Questo è quello che fa Maria.

Disponibilità

Disponibilità, presenza e carità: tre caratteristiche che sono espressione di una spiritualità allamaniana e nostra. Innanzitutto, la disponibilità a compiere la volontà di Dio con ottimismo sapendo che è lui che dirige tutto, e lui «ha scelto te che sei peccatore, quindi fidati del Signore!».

Ci sono molte difficoltà nella vita missionaria, ma non bisogna essere pessimisti dicendo che «tutto va male», dimenticando la parabola del seminatore che «esce» non per seminare, ma per «gettare» il seme e dove cade fruttificherà, oggi e domani forse no, ma il terzo giorno forse sì.

Io stesso ho constatato in Mozambico che, dopo tanti anni, si ricordavano di «quel missionario» che era stato «in quella missione» solo poche volte e poi avevano dovuto chiuderla per la guerra… il seme è rimasto. Non giudichiamo il seme, ma affidiamoci alla forza di Dio.

Ricordiamo la comunità di Efeso che nel digiuno e nella preghiera ha sentito la voce dello Spirito: «Riservate per me Barnaba e Paolo». Quella era una comunità ottimista che riteneva valido il partire per annunciare Cristo a popoli che non lo conoscevano.

E così oggi: vale ancora il fatto che persone lascino tutto e vadano a incontrare i miliardi di persone che non conoscono Cristo.

Presenza

In tempo di guerra in Mozambico molti missionari sono andati via. Noi della Consolata siamo rimasti: è un orgoglio religioso giusto. Ed è anche grazie a questa presenza che in quel paese è nata una Chiesa nuova fondata sul lavoro dei catechisti, una Chiesa che nasce dalla base e che sta portando molti frutti di vita cristiana. Il missionario, quindi, non dice: «Qui non c’è nessuno, qui non vale la pena lavorare». La sua presenza viva, attiva, positiva è seme di nuovi frutti.

Carità

Da giovane ho parlato con alcuni preti del mio paese che avevano conosciuto l’Allamano e mi raccontavano che lui, quando in chiesa vedeva un po’ di gente, aspettava e poi si accostava a questa e a quella persona e le chiedeva se avesse bisogno di qualcosa, se voleva che pregasse per lei. Emerge, cioè, la sua dimensione personale che era «il fiore della carità», stare vicino, accompagnare, aiutare. Una dimensione che trasmetteva ai missionari con il «comando» di amare gli africani.

Le tre perle dell’evangelizzazione

Ecco, dunque, l’importanza di vivere l’icona di Maria che va a portare Gesù a Elisabetta e quella di Maria che sta ai piedi della croce. Se siamo giovani, chiediamo la grazia dell’ottimismo che cancella la sedentarietà e, se siamo anziani, chiediamo la grazia di essere come Maria ai piedi della croce che fa tutto anche se sembra che faccia niente.

In questa prospettiva noi viviamo le tre perle dell’evangelizzazione. La disponibilità: «Fai di me ciò che vuoi»; la presenza: il samaritano che si fa carico dell’uomo che giace mezzo morto lungo la strada, e il fiore della carità che lo spinge a pagare per lui.

padre Franco Gioda

 




Nord Kivu senza pace


Nell’est del secondo paese africano per superficie, tra i più ricchi di risorse, imperversano gruppi armati sostenuti da paesi confinanti. Gli stessi sono alleati della Rdc a livello regionale. Le contraddizioni sono forti. Come pure non si spiega la presenza della missione Onu per la pace che in 23 anni non ha dato risultati. Ce ne parla un attivista per i diritti umani di Goma.

Nell’est della Repubblica democratica del Congo, da circa un anno la milizia M23, sostenuta dal Rwanda, sta causando grandi spostamenti di popolazione. Secondo il sito umanitario Reliefweb, al 31 gennaio 2023, gli attori umanitari e statali hanno stimato in almeno 602mila unità il numero di persone sfollate a causa della guerra nei territori di Rutshuru, Nyiragongo, Masisi, Walikale, Lubero e nella città di Goma (capitale del Nord Kivu). Nel marzo 2023, il numero di sfollati solo intorno alla città di Goma è stimato in circa 200mila.

Julienne, residente a Goma nel quartiere di Ndosho, descrive la loro situazione: «Abbiamo sofferto nella Rdc orientale per molto tempo. Ho visitato alcuni campi di sfollati. Non hanno riparo dalla pioggia, né servizi igienici, né bidoni della spazzatura, né cibo o vestiti. Alcuni hanno preso il colera. Una volta arrivati a Goma, alcuni vengono accolti in famiglie allargate, ma non hanno mezzi per sopravvivere sul lungo termine. Sperano di tornare nel loro territorio dove hanno lasciato tutto. A Goma sono aumentati i prezzi dei prodotti alimentari al mercato. Le strade sono chiuse, la guerra ha bloccato tutte le aree da cui proviene il cibo. I negozi non hanno più nulla da vendere».

Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni di Kanyaruchinya. Pascal Martin 2022.

M23 alla ribalta

Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, i ribelli dell’M23 hanno paralizzato le strade principali che collegano Goma al resto della provincia.

In quella zona, a una trentina di chilometri dalla città, sono stati dispiegati i soldati burundesi presenti nella Rdc come membri della forza militare della Comunità dell’Africa orientale (Eac). Con base a Mubambiro, le truppe burundesi si sono unite a un contingente dell’esercito keniano, di circa mille uomini, schierati a Goma e dintorni dal novembre 2022.

Sempre a marzo, molto più a nord, nel territorio di Beni, anch’esso nella provincia del Nord Kivu, più di quaranta persone sono morte in un nuovo attacco attribuito ai ribelli dell’Adf (Allied democratic forces), affiliati al gruppo Stato islamico. L’Adf ha origine da ribelli ugandesi, in prevalenza musulmani, che sono arrivati nell’est della Rdc a metà degli anni ‘90 e sono accusati del massacro di migliaia di civili.

Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni Don Bosco. Pascal Martin 2023.

La voce dei diritti

Abbiamo intervistato Christophe Mutaka, attivista per i diritti umani e direttore del gruppo Martin Luther King a Goma.

Signor Mutaka, può riassumere il lavoro del gruppo Martin Luther King?

«Organizziamo le nostre attività con pochi mezzi. Realizziamo un lavoro di monitoraggio, che ci aiuta a sapere cosa avviene sul campo in modo che, in futuro, coloro che compiono gravi e massicce violazioni dei diritti umani, compresi crimini di guerra e crimini contro l’umanità, e persino atti di genocidio, non sfuggano alla giustizia internazionale.

Negli ultimi mesi, il gruppo Martin Luther King, al fine di evitare che la situazione degenerasse in atti di violenza etnica, ha fatto sensibilizzazione affinché le persone distinguano chiaramente e non confondano coloro che sono al fronte o sul campo di battaglia con le popolazioni civili che non sono responsabili di ciò che accade, indipendentemente dalla loro origine etnica.

Ma continuiamo anche a monitorare ciò che avviene in prima linea affinché gli autori di crimini di guerra, massacri e atti di genocidio siano identificati.

Sono un esempio i massacri di Kishishe e Bambu nel territorio di Rutshuru. Atti che non potranno rimanere impuniti perché i loro autori sono noti e identificati. La documentazione raccolta consentirà alle generazioni future di chiederne conto. Nella parte settentrionale della provincia del Kivu, le persone sono state massacrate per più di un decennio. Molte di esse appartengono alla comunità nande nel territorio di Beni.

Per quanto riguarda gli sfollati, ovvero persone che hanno lasciato i loro villaggi d’origine temendo per la propria vita e che si sono trovate in pericolo a causa dei disordini, anche nel loro caso gli autori delle violazioni dei diritti umani che hanno subito potrebbero essere perseguiti».

Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni a Mugunga. Pascal Martin 2022.

Perché e quando l’M23 ha ripreso i suoi attacchi nella parte orientale della Rdc?

«La ripresa degli attacchi, in particolare quelli dell’M23, risale al marzo 2022. Affermano di averli ripresi perché la comunità tutsi (etnia presente in Congo, Rwanda e Burundi, ndr) è minacciata. Ma non è vero: essi si trovano nel governo a livello nazionale, sono presenti nell’Assemblea nazionale, nel Senato, nelle aziende statali e parastatali, nelle aziende private strategiche, nell’esercito e nei servizi di sicurezza. È quindi inaccettabile che si descrivano come una minoranza minacciata o schiacciata del paese. I tutsi hanno tra i membri della loro comunità ministri, generali, alti ufficiali dell’esercito.

L’argomento della minaccia non regge. Come prova, i banyamulenge (tutsi congolesi, ndr) che l’M23 dovrebbe difendere, hanno dichiarato che preferiscono risolvere le loro questioni da soli, con gli altri congolesi.

Il secondo argomento è il rientro nelle loro terre dei rifugiati tutsi che sono ancora nei campi in Rwanda e Congo. Qui nessuno è contrario al loro ritorno, ma sarebbe necessario identificarli in anticipo, conoscere il loro luogo di origine e sapere da quale villaggio provengono. La contraddizione è che quando l’M23 attacca il Congo, crea insicurezza nelle loro zone di origine. Inoltre, c’è il timore che, nella confusione, approfittino del ritorno dei rifugiati per fare arrivare ruandesi non di origine congolese, che quindi non possono indicare il loro villaggio di provenienza.

Infine, questi gruppi richiedono di essere integrati nell’esercito. Anche questo non sta in piedi. Molti ufficiali tutsi, maggiori, colonnelli e caporali sono già nell’esercito, mentre la legge congolese proibisce il reclutamento collettivo di ribelli. Ognuno si fa arruolare individualmente.

Queste argomentazioni ci sembrano quindi infondate e noi pensiamo che le ragioni della ripresa delle ostilità siano altre.

In Rdc vivono circa 450 gruppi etnici che sono ciascuno una minoranza rispetto al resto. La minoranza tutsi non è la più piccola comunità del Paese. Ci sono gruppi etnici più piccoli dei tutsi che non usano questi argomenti di discriminazione. La tutela delle minoranze è garantita dalla Costituzione. Inoltre, non è corretto usare le armi per rivendicare diritti.

Occorre dunque operare una netta distinzione tra coloro che hanno preso le armi contro la Repubblica democratica del Congo (ad esempio l’M23) e i civili che non hanno nulla a che fare con il conflitto armato».

Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni a Mugunga. Pascal Martin 2022.

La Rdc fa parte della Comunità dell’Africa dell’Est (sigla inglese, Eac), come il Rwanda che però sostiene l’M23. Questa posizione non è contraddittoria?

«Rispetto all’impegno dell’Eac, ci sono cose che non si comprendono. Ad esempio, come sia possibile che la Rdc rimanga suo membro mentre un altro la attacca, e come mai gli altri membri non prendano posizione. Come società civile, avremmo trovato normale che la Rdc si ritirasse dall’Eac, perché non possiamo rimanere membri di una unione che mantiene un silenzio colpevole di fronte all’aggressione di uno dei suoi membri. Anche l’impegno delle truppe Eac a fianco delle Fardc (Forze armate della Rdc) è difficile da capire. Come le truppe burundesi abbiano attraversato il Rwanda per venire a combattere l’M23 in Congo è qualcosa che non possiamo comprendere. Tuttavia, il Rwanda è membro dell’Eac.

Quindi c’è un gioco di menzogne in questa alleanza, e questo spiega perché ci sono state manifestazioni qui a Goma per chiedere alla Rdc di lasciare l’Eac. Una volta fatto questo, il nostro Paese sarà in grado di cercare sostegno militare o di altro tipo da qualsiasi altro paese del mondo».

Alcuni capi di stato hanno recentemente visitato la Rdc. Possiamo ricordare la visita del sovrano belga, re Filippo, del presidente francese, Emmanuel Macron e del presidente dell’Angola, João Lourenço. Ma anche la visita di papa Francesco. Questo balletto diplomatico ha cambiato qualcosa sul terreno?

«A parte il Papa, le altre autorità che ha citato hanno un’agenda nascosta, che include interessi sulla guerra che si svolge nella Rdc. È quindi normale che il loro passaggio non possa cambiare molto sul terreno.

La Francia, ad esempio, in quanto membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dovrebbe essere in grado di influenzare i suoi membri per fermare la guerra in Congo. Ma, poiché ci sono altri interessi, le visite non hanno cambiato la situazione.

Neppure la popolazione congolese ha capito il significato di queste visite.

Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni di Kanyaruchinya. Pascal Martin 2022.

La visita del Papa, invece, è ben diversa. È stata un campanello d’allarme per la popolazione congolese in generale. Nel suo messaggio, Francesco ha detto ad alta voce ciò che tutti stanno sussurrando: ha parlato del coinvolgimento occidentale nella crisi che ha lacerato la Rdc per più di due decenni. Quando il Papa chiede di “togliere le mani dalla Rdc e dall’Africa”, denuncia queste ingerenze esterne.

Come in Burkina Faso, che non ha avuto una guerra prima che i suoi minerali fossero scoperti, o il Nord del Mali, dove sono state scoperte risorse naturali. Tutte risorse di interesse per l’Occidente, e quindi portatrici di guerre. Il commercio di armi è anch’esso un grande business.

Nessuno combatterà per la Rdc, a parte noi congolesi. Le autorità devono capire che gli unici amici del Congo sono i congolesi stessi. Tutte queste missioni esterne vengono nel Paese per interessi personali e non per quelli della Rdc e del suo popolo.

Ad esempio, la missione delle Nazioni Unite è qui da più di 20 anni, la più grande missione di pace delle Nazioni Unite nel mondo. Ma la pace è arrivata? C’è la guerra con scontri continui a soli 30 km da Goma. E i caschi blu dell’Onu sono sul posto.

Capiamo quindi, che tutte queste missioni, che si tratti dell’Eac o delle Nazioni Unite, non sono venute per il Congo, ma per qualcos’altro.

Dobbiamo identificare chi, nel nostro Paese, sostiene la guerra e chi la sostiene al di fuori del Paese. Sarà quindi necessario attaccare gli interessi di coloro che fomentano la guerra, in modo che capiscano che non vale la pena avere le risorse della Rdc passando dalla finestra, ma devono passare dalla porta. Ovvero ottenere le risorse dai congolesi stessi.

Se i paesi occidentali, le multinazionali vogliono sfruttare le risorse naturali del nostro territorio, stabiliscano una partnership alla pari con il Congo, invece di massacrare l’intera popolazione solo perché abbiamo minerali».

In questo anno elettorale, quali sono le correnti di opposizione che possono presentare un’alternativa e canalizzare le aspirazioni del popolo?

«In quest’anno elettorale la posta in gioco è alta. Non dimentichiamo che alcuni politici a caccia di poltrone vogliono approfittare di questa situazione di guerra per posizionarsi e ottenere il sostegno di alcuni Stati occidentali.

Abbiamo anche le nostre responsabilità come congolesi. Siamo in parte responsabili delle nostre disgrazie perché siamo noi che votiamo per le persone che governano il paese. Accettiamo cose inaccettabili e quindi dobbiamo anche lavorare molto sulla governance. Il buon governo consentirà di evitare ingiustizie e di organizzare un’equa redistribuzione delle risorse a livello della popolazione. Se le risorse andranno a beneficio del paese e saranno ben gestite, le persone vivranno in condizioni soddisfacenti.

L’anno elettorale viene osservato con molto interesse anche fuori del paese».

Quali leader democratici emergono per proporre alternative alla popolazione?

«Ci sono leader che hanno una visione diversa della Rdc e un’idea affinché la popolazione possa beneficiare delle risorse del Paese. Ma chi li sostiene? Dovremo sostenere questi leader in modo che possano cambiare qualcosa nel Paese. Sfortunatamente non hanno ancora mobilitato la massa. I congolesi si stanno mobilitando e combattendo per la loro patria, attraverso marce pacifiche, scioperi, giorni di blocco delle città, nonostante tutti i rischi che corrono durante questi eventi.

La popolazione congolese non si lascia abbattere. Resiste in maniera nonviolenta.

Chi sogna la balcanizzazione del Congo si sbaglia: se noi siamo umiliati oggi, domani non umilieranno i nostri figli e nipoti. Perché sono essi che stanno vivendo le disgrazie del popolo congolese: rimanere senza acqua, cibo, elettricità in un paese così ricco è una contraddizione. Un giorno tireremo fuori questo paese da questa vergogna a livello globale».

Quale segno di speranza vede in tutto ciò che il Congo sta attraversando oggi?

«I congolesi stanno combattendo contro diversi paesi contemporaneamente: Rwanda, Uganda e diversi paesi occidentali (Francia, Gran Bretagna e altri).

C’è un barlume di speranza se a livello di società civile continuiamo a sensibilizzare la popolazione affinché tutti capiscano che il futuro del Congo è nelle mani dei congolesi e soprattutto dei giovani. Il futuro dell’Africa è nelle mani degli africani. Non possiamo svendere la nostra dignità e la nostra sovranità. È una consapevolezza che deve aumentare.

Inoltre, è necessario esercitare pressioni sui nostri leader per una sana gestione degli affari pubblici. La liberazione del popolo passa anche attraverso questo. Altrimenti, continueremo a cadere nella miseria e a essere considerati come subumani usati da coloro che ne hanno bisogno. Dobbiamo anche lavorare sull’educazione civica degli elettori, in modo che le autorità che gestiranno questo paese possano essere degne di questo compito. Che lavorino per il benessere della popolazione.

C’è anche l’advocacy. Non lavoreremo da soli. Ci sono persone che vogliono sostenere il Congo, che si chiedono perché il popolo congolese sia schiacciato. Dobbiamo andare da queste persone per spiegare cosa sta succedendo e attivare una diplomazia che possa far capire la causa congolese al mondo.

Perché abbiamo visto paesi mobilitarsi per i terremoti mentre poco o per nulla è stato fatto a favore del nostro Paese? La causa congolese deve essere resa nota all’estero. Il popolo congolese non ha solo bisogno di aiuti umanitari, ma soprattutto di porre fine alle ostilità. In modo che tutti possano tornare a casa, nel loro territorio, e riprendere le loro attività».

Pascal Martin*

*Nato e cresciuto a Goma in una famiglia di volontari, ha poi lavorato per oltre 20 anni come cooperante in Africa, tra Congo Rd, Burundi, Madagascar e altri paesi. Ha già scritto per MC.

Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni di Rusayo. Pascal Martin 2023.

 




Gocce di speranza


I Missionari della Consolata sono arrivati nel 2018 a Luacano, diocesi di Luena nella provincia di Moxico. Proprio nella regione dove, sedici anni prima, aveva avuto i suoi momenti conclusivi la guerra civile che ha stravolto la vita del paese dal 1975 al 2002 lasciando pesanti distruzioni e numerosi campi minati.

Luacano si trova 220 km a est di Luena (anche Lwena, ndr), capoluogo della provincia di Moxico, a 1.300 km da Luanda, capitale dell’Angola, e ad appena 100 km dai confini con il Congo Rd. La cittadina è stata fondata nel 1931. Moxico, con i suoi nove comuni, compreso Luacano, ha un’estensione territoriale di 223.023 km2 (circa dieci volte la Lombardia, con un decimo della sua popolazione, ndr). È la provincia dove si sono combattute le ultime fasi della guerra civile. Nel comune di Luacano, dove i Missionari della Consolata sono arrivati nel 2018, oltre a provocare innumerevoli morti, la guerra ha portato la distruzione di infrastrutture, scuole, case e chiese, e ha causato un massiccio esodo di popolazione che ha lasciato il territorio senza insegnanti, infermieri, medici, artigiani e tecnici.

Secondo l’ultimo censimento, nel 2014 Luacano aveva 21.447 abitanti. Considerando un tasso di natalità annuo intorno al 7%, e le difficoltà di registrazione e le incertezze dei documenti, oggi si stima ci siano circa 40mila abitanti. Le principali attività economiche sono la pesca e la coltivazione della manioca. La popolazione è composta da due gruppi etnolinguistici: i Tchokwe e i Luvale, che hanno un profondo patrimonio culturale. Di particolare rilievo sono i «mukanda», i riti di circoncisione per l’iniziazione dei «wali» (giovani), riti che però non comportano la mutilazione genitale femminile.

Le nostre comunità

La parrocchia santa Maria Mãe de Deus di Luacano è nella diocesi di Luena. A servirla siamo in due Missionari della Consolata: insieme a me, lavora padre Bernard Maina Wambui. Ha sette centri sparsi su un’area di 13.573 km2 (grande come la Campania, ndr). Il primo centro è Calomba dove c’è una piccola comunità di cattolici. Sono in tre, tra i quali l’unica donna catechista, la signora Victorina Tumba (Soba), che non sa né leggere né scrivere.

Il secondo è la comunità di Caifuche che vede crescere il numero di fedeli di giorno in giorno. Lì, non c’è ancora un responsabile della comunità che, per ora, è guidata da una piccola commissione di fedeli. Gli incontri di preghiera o la celebrazione della messa avvengono sotto un albero di mango.

Il terzo è la comunità di Lituta. Questa soffre per il fatto che la maggior parte dei suoi membri è analfabeta e molto attaccata alla religione tradizionale.

Il quarto centro è la comunità di Cazanguissa. È quella meglio organizzata di tutta la parrocchia, perché le responsabilità sono condivise, e così riesce anche ad aiutare due comunità vicine (Sambololo e Cualendende). I pochi giovani collaborano nelle attività pratiche e animano il coro. Esiste un gruppo di 48 catecumeni di diverse età che, con il nostro aiuto, è attualmente suddiviso secondo le varie tappe del cammino di iniziazione cristiana. La comunità però non è in grado di autofinanziarsi, in quanto i suoi membri non hanno risorse economiche da condividere, possono offrire solo servizi e lavori concreti.

Il quinto è quello del Lago Dilolo che è stata senza la messa per dieci anni fino all’anno scorso. La vita della comunità è guidata da un piccolo consiglio locale. La maggior parte dei fedeli non è battezzata e per questo abbiamo organizzato insieme un piano di formazione e catechesi.

Il sesto centro è la comunità di Caxita che è quella più lontana da Luacano (200 km). È una comunità vivace guidata da tre catechisti che hanno costruito una cappella in legno ed erba. Questa comunità ha il potenziale per diventare una chiesa forte, ma la sua distanza e le strade dissestate costituiscono una grande sfida per noi.

Il settimo è la comunità parrocchiale di Luacano dove c’è la celebrazione quotidiana della messa, l’adorazione eucaristica settimanale, la disponibilità al sacramento della riconciliazione due volte alla settimana, oltre all’accompagnamento di gruppi e movimenti. Anche il catechismo viene insegnato su base settimanale.

La comunità è divisa in diversi gruppi: bambini, giovani, uomini e donne. Sperimenta anche l’incostanza nella partecipazione a causa del grande movimento di persone verso altre località (Luau e Luena) alla ricerca di pascoli più verdi.

È da notare che i bambini e i giovani sono una parte importante della popolazione e un gran numero di loro non sa né scrivere né leggere, il che rende molto difficile trasmettere qualsiasi formazione religiosa o sociale.

La cappella di Tchinyama a 60 km sud dalla nostra presenza IMC a Luacano Angola

Programma di eradicazione dell’analfabetismo

Per capire meglio la situazione di Luacano, dobbiamo vedere come va in generale il sistema educativo in Angola. Secondo i dati ufficiali del ministero dell’Istruzione per l’anno 2019@, quasi il 25% della popolazione angolana è analfabeta. Tuttavia, la realtà sul campo è molto varia e non corrisponde alle statistiche ufficiali.

Secondo il servizio della televisione pubblica dell’Angola (Tpa) del 26 marzo 2019, nella provincia di Cuanza Norte, che dista solo 211 km dalla capitale, oltre il 90% degli studenti di prima media non sa né leggere né scrivere. Se quella provincia così vicina a Luanda è in queste condizioni, possiamo immaginare la situazione scolastica in comuni remoti come Luacano.

Infatti, il tasso reale di analfabetismo, secondo le organizzazioni non governative, è del 45-55%, ovvero 13 milioni di angolani dai 15 anni in su@.

Il rapporto Undp (Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo) sull’Angola degli anni 2014-2018 mostra un tasso del 47% di angolani tra i 5 e i 23 anni che non frequentano la scuola e, tra questi, il 16% non l’ha mai frequentata.

Va notato che in province come Lunda Norte, oltre l’85% della popolazione adulta è analfabeta.

La causa principale di questa drammatica situazione è la lunga guerra civile durata più di 25 anni fino al 2002. Ma, dopo l’accordo di pace, nel paese è emerso un pessimo sistema educativo: scuole senza strutture, senza materiale didattico, e con insegnanti senza un’adeguata preparazione.

Stando così le così, noi missionari della Consolata abbiamo intrapreso un programma di alfabetizzazione in cui educhiamo la gente del posto a leggere e scrivere. Durante la settimana i nostri giovani si incontrano nel pomeriggio per corsi di alfabetizzazione che coinvolgono anche la sensibilizzazione vocazionale. Infatti, da questa attività sono uscite cinque ragazze che studiano in diverse case di suore e cinque giovani entrati nel seminario minore.

visita pastorale alla cappella di san Paolo in Lituta alla distanza di 67km dalla sede parrocchiale

Maternità precoce

Purtroppo è frequente incontrare ragazze di appena 12 anni incinte o sposate. La maggior parte viene da noi chiedendo aiuto, ma con i mezzi limitati che abbiamo possiamo solo incoraggiarle a rimanere positive, mentre nel profondo di noi siamo turbati.

Un pomeriggio, mentre stavo camminando nel villaggio di nome bairro Morango, le nuvole hanno iniziato ad addensarsi e presto ho sentito le prime gocce di pioggia sulla fronte. Mi sono riparato velocemente nella casa più vicina, una capanna dal tetto di erba secca. Entrando, mi sono stupito che nella sua semplicità quella casa fosse in grado di ospitare ben quattordici bambini. Tra di essi c’era una ragazza di 13 anni che allattava un bambino nato da appena due settimane. Il resto dei suoi fratelli non era mai entrato in una scuola. Nessuno sapeva pronunciare una parola portoghese, tutti parlavano solo luvale. Non c’era niente da offrire allo sconosciuto appena entrato in casa: nessuna sedia, niente acqua e, con sorpresa, non c’era nemmeno un piccolo segno dell’imminente pasto per l’intera famiglia.

Più avanti, nella settimana, li abbiamo inclusi nel programma alimentare, ma ancora una volta la sfida principale è l’incapacità di finanziare un programma umanitario così nobile.

Salute

Nel comune di Luacano c’è una struttura sanitaria, ma purtroppo mancano i medici, e il loro laboratorio non ha le attrezzature per far fronte al crescente numero di malattie.

Qui la malaria è comune a causa dei prolungati periodi di piogge e della mancanza di un buon sistema di drenaggio e di fognature. La mancanza di conoscenza dell’igiene di base contribuisce anche a diverse malattie. La maggior parte dei cittadini soffre costantemente di diarrea e vomito. L’assenza di acqua potabile è la causa della maggior parte delle malattie. Per questo, nonostante le nostre ristrettezze economiche, abbiamo contribuito a scavare numerosi pozzi per migliorare il benessere della nostra gente.

In questa situazione ci sono persone che hanno optato per l’assistenza domiciliare, cioè le cure tradizionali.

Il comune di Luacano non ha obitori. All’ospedale comunale e al centro di maternità infantile non c’è mai stata una camera mortuaria, così, quando qualcuno muore, il funerale si fa entro il giorno seguente, prima che il corpo inizi la decomposizione.

Trasporti

La distanza tra Luena, sede della diocesi e capitale della provincia, e Luacano, è un’altra delle difficoltà che tutti hanno. L’unica via di comunicazione esistente è la ferrovia, mentre la strada è in condizioni impossibili. Sono solo 220 km, ma con il treno ci vogliono cinque ore. I treni sono disponibili cinque giorni alla settimana (lunedì, martedì, mercoledì, giovedì e sabato).

Se invece si decide di utilizzare la strada, uno lo fa a suo rischio e pericolo. Le strade hanno due caratteristiche principali: sono molto sabbiose durante il periodo secco e diventano un pantano durante la stagione delle piogge.

Tornando al treno, vale la pena sottolineare alcune sue caratteristiche che lo rendono unico: è un treno con motore alimentato a diesel; c’è un continuo movimento di persone da una carrozza all’altra; ogni stazione in cui si ferma diventa un mercato all’aperto dove si comprano prodotti alimentari (principalmente limoni, pesce ecc.) e dove un gran numero di bambini cercano di venderti di tutto, anche quando ci sono condizioni meteorologiche avverse.

Questa unicità è enfatizzata anche da una natura bellissima e lussureggiante lungo la linea ferroviaria.

Stando così le cose continuiamo a dialogare con le autorità locali affinché intervengano sul mantenimento delle poche infrastrutture di questo meraviglioso paese. Abbiamo con loro ottime relazioni che ci permettono anche di godere di una buona sicurezza, specialmente in previsione di offrire ai nostri amici la possibilità di visitare la missione.

La nostra casa

La nostra casa si trova in un quartiere costruito dal governo locale dopo la guerra. Era stata donata al vescovo di Luena, dom Tirso Blanco (defunto il 22/02/2022).

È una casa semplice con i servizi essenziali e dotata di pannelli solari. A poca distanza c’è un’altra casa conosciuta localmente come la «casa del vescovo», che gli era stata donata dallo stesso comune come sua dimora per le sue le visite pastorali. Questa casa è più ampia ed è a disposizione degli ospiti. Per l’acqua è stato scavato un pozzo che serve egregiamente per le nostre necessità e per quelle dei fedeli quando vengono alla chiesa.

Siamo in un rapporto molto positivo e cordiale con i nostri vicini, bella gente che ha un cuore grande nella propria semplicità e che fa anche buona guardia alla casa quando noi siamo lontani per visitare i centri.

Manioca, cibo di base

La popolazione locale è sempre vissuta dipendendo dalle piogge stagionali e, nella stagione secca, dalle acque raccolte negli stagni naturali. I continui drastici cambiamenti climatici hanno rotto questo equilibrio ed è stato necessario scavare nuovi pozzi per rispondere ai bisogni della gente.

L’alimentazione dipende per il 90% dalla manioca. Foglie di manioca come verdure, steli di manioca come legna da ardere e tuberi di manioca come pasto principale. Con una dieta così limitata, ci sono molti casi di sindrome da insufficienza alimentare soprattutto nei bambini piccoli. L’unica volta che c’è un cambiamento di menù è quando viene cucinato un pesce essiccato della stagione precedente.

Per cambiare questa realtà stiamo iniziando a introdurre altre colture stagionali intercambiabili, come il mais e i fagioli che maturano in un tempo più breve della manioca, la quale impiega un anno intero prima di essere pronta per il consumo.

Sfide

A Luacano bisogna imparare a vivere senza internet, visto che la rete mobile è debole e instabile. In compenso il contatto con la gente del posto è sempre pieno, a ogni ora del giorno.

Anche la nostra mobilità è limitata perché durante la stagione delle piogge (da settembre a marzo) siamo costretti a fermarci nella sede centrale a causa dell’acqua che rende le «strade» impossibili anche con un potente fuoristrada.

Per fare le spese poi, non possiamo contare sull’unico negozio locale. Esso vende i prodotti a un prezzo tre o quattro volte più alto che in città, così bisogna percorrere i 220 km che ci separano da Luena con il treno che parte il pomeriggio alle tre, pernottare in città, comprare il necessario e poi prendere un altro treno per ritornare a casa il giorno dopo alle quattro del mattino. Sono qui a Luacano da meno di un anno. Non era certo nelle mie previsioni essere inviato in un posto così remoto e impegnativo. Ma è una bella sfida per la mia passione missionaria. Ringrazio di cuore tutti quelli che ci sono vicini con la loro preghiera e il loro sostegno.

Martin Mbai Ndumia


Angola

  • 1.246.700 km² di superfice (23° del mondo per estensione)
  • 25.789.024 abitanti nel 2014
  • 35.928.000 abitanti al 23/03/2023, h 15, secondo l’United nations world population prospect.

Paese situato nell’Africa sudoccidentale. Sotto influenza portoghese dal XV secolo, colonia fino al 1951, poi provincia d’oltremare e infine indipendente dal Portogallo l’11 novembre 1975 dopo un’aspra guerra.
Al momento dell’indipendenza il Paese era diviso, da una parte il Movimento popolare di liberazione dell’Angola (Mpla), fondato nel 1956 e appoggiato dall’Urss, dall’altra l’Unione Nazionale per l’Indipendenza totale dell’Angola (Unita) e il Fronte di liberazione nazionale dell’Angola (Flna), più vicini agli Stati Uniti. In gioco c’erano non solo contrasti etnici e interni, ma anche il controllo delle ricche risorse (petrolio e diamanti in particolare) del Paese. Iniziò così la guerra civile che sarebbe durata fino al 2002.

La guerra ha devastato le infrastrutture e danneggiato gravemente la pubblica amministrazione, l’economia e le istituzioni religiose.

È importante notare che i 27 anni di guerra civile in Angola hanno lasciato milioni di famiglie alla fame, altre sono state costrette a fuggire dalle loro case nei paesi vicini, Congo e Zambia, e oltre 100mila bambini sono stati separati dalle loro famiglie.

Quando i combattimenti sono terminati nel 2002, mine antiuomo ed esplosivi erano disseminati ovunque in campi,
villaggi e città, e hanno continuato a uccidere e ferire migliaia di persone. Le vittime delle mine antiuomo non ricevono alcun sostegno dal governo.

M.M.N.


LA RELIGIONE

La popolazione dell’Angola è prevalentemente cristiana. Non esistono statistiche accurate sull’argomento. La maggioranza è cattolica, circa il 20% è protestante di varie denominazioni e gli altri aderiscono a credenze tradizionali. Solo una piccola percentuale (forse il 2%) aderisce all’Islam o ad altre religioni. I cattolici sono più numerosi nella regione costiera occidentale densamente popolata. La Chiesa cattolica continua a svolgere un ruolo importante nel fornire istruzione al popolo dell’Angola. Il Paese ha attualmente cinque arcidiocesi e 19 diocesi: Huambo (diocesi di Huambo, Benguela, Kwito-Bié), Luanda (Luanda, Cabinda, Caxito, Mbanza Congo, Sumbe, Viana), Lubango (Lubango, Menongue, Ondjiva, Namibe), Malanje (Malanje, Ndalatando, Uije) e Saurimo (Saurimo, Dundo, Lwena). La nostra diocesi, Lwena, dopo la morte del salesiano dom Tirso Blanco il 22/02/2022, è in attesa della nomina di un nuovo vescovo Si stima che il 47% della popolazione angolana, soprattutto nelle aree rurali, pratichi varie forme di religioni indigene. Anche molte persone che professano il cristianesimo, si trovano ancora attaccate ad aspetti delle pratiche e delle credenze religiose tradizionali.

M.M.N.


Archivio MC




Grazie da Chernihiv – Ucraina


Parrocchia dello Spirito Santo
Chernihiv-Ucraina

10.05.2022

A nome della nostra comunità di Chernihiv vorremmo ringraziarvi i benefattori della rivista MIssioni Consolata per aver aiutato le persone colpite dalla guerra.

Lo scorso 2022 non è stato un periodo facile per tutta l’Ucraina, compresa la nostra parrocchia. Lo scoppio della guerra che ha coinvolto anche la nostra regione a nord del paese vicino al confine con la Bielorussia, ha presentato molte sfide alla nostra comunità. Dalla fine di febbraio ad aprile, il nostro monastero guidato da noi Oblati, è stato luogo di rifugio per i parrocchiani e i residenti della città ospitati nei sotterranei del nostro monastero e della nostra chiesa. Qui le persone hanno ricevuto aiuti materiali e spirituali. Durante il bombardamento della città c’erano circa 80 persone nelle nostre cantine. Gli Oblati sono rimasti con la gente fino alla fine.

Dopo il ritiro delle truppe russe dal distretto di Chernihiv, il nostro monastero è diventato, tra l’altro, un luogo dove chiunque chiedesse aiuto umanitario poteva ottenerlo. Ci siamo recati nei quartieri più danneggiati della città e dintorni per sostenere le popolazioni particolarmente colpite dalla crudeltà della guerra. Tutto questo è stato possibile grazie agli aiuti umanitari di varie organizzazioni ecclesiali e non e anche con fondi propri. Il nostro monastero ha anche cercato di aiutare coloro che non sono stati raggiunti dagli aiuti umanitari. Abbiamo visitato le case delle persone, comprando loro i prodotti o le medicine necessarie. In diversi casi, siamo stati coinvolti nella ricostruzione di case fatiscenti acquistando materiali da costruzione. Il nostro aiuto, oltre al valore materiale, è stato principalmente di natura spirituale. Pregando insieme alle persone, abbiamo voluto dare loro un segno di solidarietà viva e di speranza. Dal settembre 2022, abbiamo ripreso la distribuzione dei pasti: “le cene del martedì e del giovedì”. A causa della situazione finanziaria molto difficile degli abitanti della città, il numero di persone che venivano al monastero per un pasto è aumentato il martedì: sono circa 70 le persone donne e uomini che ricevono un cibo caldo. A questo scopo i parrocchiani si sono uniti con grande impegno cucinando un pasto caldo.

Abbiamo anche in programma di aprire un centro di aiuto psicologico in parrocchia, perché molte persone sono ferite e hanno bisogno di aiuto psicologico.

Ancora una volta, desideriamo ringraziarvi per la vostra gentilezza e assicurarvi un ricordo orante per tutti i nostri benefattori. Benvenuti a Czerniców!!!

Padre Sergiy Panchenko OMI
Parroco della parrocchia dello Spirito Santo




Congo RD: Chi ha orecchie per intendere


Nel gennaio scorso il papa si è recato nel paese martoriato da una guerra lunga e dimenticata. Ha denunciato sfruttamento e indifferenza. Il racconto di un testimone.

Dal 31 gennaio al 3 febbraio il Papa è stato in Repubblica democratica del Congo (per poi andare in Sud Sudan dal 3 al 5 febbraio, ndr), una visita a lungo preparata e desiderata, segnata da momenti di grande partecipazione e altri più raccolti di ascolto. Un evento atteso dalle autorità locali che per l’occasione hanno «tirato a lucido» (si fa per dire) le strade della capitale Kinshasa. Notiamo però che ad andarsene non sono stati solo i rifiuti, ma anche i poveri che affollano quotidianamente le vie del centro: venditori ambulanti, bambini di strada, homeless. «Nelle zone centrali della città non si può più entrare – ci ha raccontato don Maurizio Canclini -, il centro è presidiato dalla Guardia repubblicana, agenti in borghese e polizia».

Dopo l’arrivo all’aeroporto internazionale N’djili di Kinshasa, il Papa ha dedicato il primo incontro alle autorità nel bellissimo Palais de Nation, un luogo immerso nel verde sulle sponde del fiume Congo, dove l’ansa del fiume dà allo spazio una geometria dolce, mentre le luci di Brazzaville, sulla sponda di fronte, lo rendono un piccolo paradiso.

Qui il Papa ha presentato il Congo «come un Paese che è quasi un continente nel grande continente africano. Sembra che la terra intera respiri. Ma se la geografia di questo polmone verde è tanto ricca e variegata, la storia non è stata altrettanto generosa: tormentata dalla guerra, la Repubblica democratica del Congo continua a patire entro i suoi confini conflitti e migrazioni forzate, e a soffrire terribili forme di sfruttamento, indegne dell’uomo e del creato. Questo Paese immenso e pieno di vita, questo diaframma d’Africa, colpito dalla violenza come da un pugno nello stomaco, sembra da tempo senza respiro». La platea piena di generali ed ex (forse) signori della guerra vestiti in abiti civili restava in silenzio.

In attesa di papa Francesco nello Stadio dei Martiri a Kinshasa. (Photo by Tiziana FABI / AFP)

Colonialismo economico

Il Papa ha poi ripreso, «è tragico che questi luoghi, e più in generale il continente africano, soffrano ancora varie forme di sfruttamento. Dopo quello politico, si è scatenato infatti un “colonialismo economico”, altrettanto schiavizzante. Così questo Paese, ampiamente depredato, non riesce a beneficiare a sufficienza delle sue immense risorse: si è giunti al paradosso che i frutti della sua terra lo rendono “straniero” ai suoi abitanti. Il veleno dell’avidità ha reso i suoi diamanti insanguinati. È un dramma davanti al quale il mondo economicamente più progredito chiude spesso gli occhi, le orecchie e la bocca […]. Si faccia largo una diplomazia dell’uomo per l’uomo, dei popoli per i popoli, dove al centro non vi siano il controllo delle aree e delle risorse, le mire di espansione e l’aumento dei profitti, ma le opportunità di crescita della gente […]. Non possiamo abituarci al sangue che in questo paese scorre ormai da decenni, mietendo milioni di morti all’insaputa di tanti».

Racconta un dottore nato nella regione dell’Ituri (Nord Est) che «qui le persone sono ammazzate come le bestie, in Congo non c’è più da sperare, i volti della gente sono spenti, atterriti, non c’è più la felicità tipica dei villaggi africani, l’entusiasmo per l’ospite, la gioia dell’altro. L’abitudine qui è vedere morti sparsi per le strade».

Messa all’aeroporto

Secondo giorno: messa all’aeroporto di Ndolo. Migliaia di giovani erano già sulla pista da giorni, ma la maggior parte delle persone si è messa in movimento di notte per essere sicurea di arrivare prima delle sei del mattino, dopodiché i cancelli sono stati chiusi. Quando il Papa è arrivato alle nove erano un milione e mezzo che attendevano sotto un sole splendente e caldissimo.

Anche per questa messa, in prima fila c’erano molte autorità e candidati alla presidenza della Repubblica che, al momento dello scambio della pace, hanno ritirato la mano.

La celebrazione è stata una sintesi tra una celebrazione eucaristica, un concerto e un momento di orgoglio nazionale. L’organizzazione ha retto e tutto si è svolto in modo ordinato. Il Papa ha commentato il Vangelo del Risorto ricordando che quelle tre parole, «pace a voi», per noi sono «una consegna, più che un saluto», e sottolineando che le sorgenti della pace, le «fonti per continuare ad alimentarla sono il perdono, la comunità e la missione».

Francesco ha concluso pronunciando alcune parole in lingala: moto azalí na matoi ma koyoka (chi ha orecchie per intendere) e la folla ha risposto ayoka (intenda).

Testimonianze dal Kivu

Nel pomeriggio del primo febbraio, alla nunziatura, il Papa ha ascoltato testimonianze dal Kivu (Nord Est del Paese), forse il momento più toccante della visita.

Una di esse era la sedicenne di Eringeti, nel territorio di Beni: «Sono un agricoltore. Mio fratello maggiore è stato ucciso in circostanze che ancora oggi non conosciamo. Mio padre è stato ucciso in mia presenza, da dove ero nascosto ho visto in che modo lo hanno fatto a pezzi e come hanno portato via mia madre. Siamo rimasti orfani, io e le mie due sorelline. Mamma non è più tornata e non sappiamo cosa ne abbiano fatto. Di notte non riesco a dormire».

La giovanissima Léonie Matumaini ha mostrato un coltello uguale a quello che ha ucciso tutti i membri della sua famiglia in sua presenza.

Kambale Kakombi Fiston, di soli 13 anni, ha raccontato di essere stato rapito per 9 mesi.

Poi è stata la volta di una diciassettenne della zona di Goma ridotta in condizioni di schiavitù sessuale da un comandante per 19 mesi, finché con un’amica è riuscita a scappare: «Ma a quel punto ho scoperto di essere incinta. Ho avuto due bambine gemelle, non conosceranno mai il loro padre». Poi ha proseguito dicendo che «le persone sono state sfollate più volte, i bambini sono rimasti senza genitori, sono sfruttati nelle miniere o negli eserciti ribelli».

Anche un’altra donna di Bukavu ha raccontato di essere «stata tenuta come schiava sessuale. Ci hanno fatto mangiare la pasta di mais e la carne degli uomini uccisi».

Da Bunia (Ituri) un testimone ha raccontato: «Sono sopravvissuto a un attacco al campo di sfollati di Bule, nel villaggio di Bahema Badjere, nel territorio di Djugu, nella provincia di Ituri. Questo campo è conosciuto come “Plaine Savo”. L’attacco è avvenuto la notte del primo febbraio 2022 da parte di un gruppo armato che ha ucciso 63 persone, tra cui 24 donne e 17 bambini. Viviamo in campi profughi senza speranza di tornare a casa».

Francesco, visibilmente commosso, ha detto: «Davanti alla violenza disumana che avete visto con i vostri occhi e provato sulla vostra pelle. Si resta scioccati e non ci sono parole, c’è solo da piangere, in silenzio. Il mio cuore è oggi nell’Est di questo immenso Paese».

In quella regione, ha proseguito il Papa, «si intrecciano dinamiche etniche, territoriali e di gruppo; conflitti che hanno a che fare con la proprietà terriera, con l’assenza o la debolezza delle istituzioni, odi in cui si infiltra la blasfemia della violenza in nome di un falso dio. Ma è, soprattutto, la guerra scatenata da un’insaziabile avidità di materie prime e di denaro, che alimenta un’economia armata, la quale esige instabilità e corruzione».

Il Papa ha poi ricordato l’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo, uccisi due anni fa nell’Est del paese: «Erano seminatori di speranza e il loro sacrificio non andrà perduto». Più che un secondo giorno di visita, un programma politico decennale.

Pope Francis (2nd R) blesses attendees as he meets with victims of the conflict in eastern Democratic Republic of Congo (DRC) at the Apostolic Nunciature in Kinshasa, DRC, on February 1, 2023. – Pope Francis arrived in the Democratic Republic of Congo on January 31, 2023, on the first leg of a six-day trip to Africa that will also include troubled South Sudan. (Photo by Tiziana FABI / AFP)

L’incontro con i giovani

Il terzo giorno, il Papa ha incontrato i giovani a cui ha ricordato l’esempio di Floribert Bwana Chui che, quando aveva «soli ventisei anni, venne ucciso a Goma per aver bloccato il passaggio di generi alimentari deteriorati che avrebbero danneggiato la salute della gente. Poteva lasciare andare, non lo avrebbero scoperto e ci avrebbe pure guadagnato».

In serata il Papa ha poi messo «le mani» nelle piaghe del Paese ascoltando le testimonianze di persone vulnerabili. Come i rappresentanti del gruppo Telema Ongenge: «Siamo portatori e portatrici di handicap. Molti di noi erano in ribellione aperta contro la società e pure contro Dio, soprattutto quando ci siamo resi conto che le nostre sofferenze potevano essere evitate, invece non hanno più rimedio e gridano nel deserto dell’impotenza e dell’indifferenza».

Anche Pierre Ngeleka Musangu, di 68 anni, ha raccontato che «da quando ne avevo quattro soffro di un handicap che poteva essere evitato. Per raddrizzare un piede storto dalla nascita, i miei genitori mi portarono all’ospedale di Luebo. Non c’erano medici così fui operato da un assistente, ma la situazione peggiorò perché l’intervento provocò un’infezione […] e ci fu anche la lesione di un nervo, che ha causato la deformazione di cui soffro ancora oggi. Nella mia vita ho incontrato decine di persone che soffrono, o addirittura sono morte, a causa di diagnosi sbagliate, oppure per l’assenza di medici, di medicine o di apparecchiature».

Tekadio Vangu Nolly, 40 anni, ha spiegato al Papa di aver contratto la lebbra quando aveva 21 anni: «iniziarono a venirmi delle macchie […] e mi sentivo sempre più debole, e per di più, poco a poco mi stavo anche trasformando in una persona che disturbava la tranquillità altrui. Piangevo e soffrivo, non solo nel corpo, ma soprattutto nel cuore […] la mia famiglia mi aveva ripudiato e, con la complicità di un guaritore, mi ero convinto di essere responsabile per quello che mi era capitato. Alcuni mi hanno accusato di essere uno stregone, ma come è possibile che uno stregone desideri il suo stesso male?».

Queste sono storie che, grazie a gruppi, associazioni, parrocchie, non sono finite nell’esclusione, perché vi sono anche «persone che non hanno girato la faccia dall’altra parte quando hanno attraversato la nostra strada».

Il Papa ha ripetuto: «Grazie per tutto quello che fate! In questo paese, dove c’è tanta violenza, che rimbomba come il tonfo fragoroso di un albero abbattuto, voi siete la foresta che cresce ogni giorno in silenzio e rende l’aria migliore, respirabile […]. Non mi avete fatto un elenco di problemi sociali, enumerato dati sulla povertà, ma mi avete fatto incontrare nomi e volti».

Poi, il Papa ha proseguito: «Mi sono chiesto: ma vale la pena impegnarsi di fronte a un oceano di bisogno in costante e drammatico aumento? Non è un darsi da fare vano, oltre che spesso sconfortante? Voi mi avete detto: ne vale la pena e c’è bisogno che soprattutto i giovani vedano questo. Volti che superano l’indifferenza guardando le persone negli occhi, mani che non imbracciano armi e non maneggiano soldi, ma si protendono verso chi sta a terra e lo rialzano alla sua dignità».

In tre giorni il Papa ha fatto il possibile. Purtroppo però le risorse e la classe dirigente continuano a essere una sfida per il Paese: nell’Assemblea nazionale (parlamento, ndr) sono presenti molti deputati condannati per corruzione e molti altri vengono da posizioni di comando in gruppi ribelli, gente in abiti civili, ma dalla mentalità incline all’uso della forza e della sopraffazione: «Schiacciare o comprare».

«A Kinshasa (e in Congo) la vita non è facile, ma – spiega il gesuita Olivier Mushamuka – abbiamo capito che se vogliamo fare una cosa la possiamo fare, siamo capaci». Alla fine, secondo alcuni commentatori, le parole del Papa «cadranno nel vuoto, i potenti sono impermeabili». Per altri «forse tra i grandi sarà così, ma per la gente il viaggio è stato importante e continuerà nel tempo a dare i suoi frutti».

Fabrizio Floris*

 *Laureato in economia, dottore di ricerca in sociologia, ha insegnato Antropologia economica presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Torino e Sociologia generale presso le Università di Milano e Betlemme. Tra le sue pubblicazioni: Periferie esistenziali. Da rispettare, superare, distruggere, Robin&Sons, 2018; Gino Filippini. Uomo per gli altri, Gabrielli, 2021 e Il traffico delle vite. La tratta, lo sfruttamento e le organizzazioni criminali, Franco Angeli, 2022.

 




Viaggio di solidarietà a Kherson e dintorni


La città di Kherson si trova nel sud del paese (foto 1). È costruita interamente sulla sponda occidentale del fiume Dnieper che lì vicino sfocia nel mar Nero. La città e stata occupata all’inizio della guerra alla fine di febbraio del 2022 e liberata l’11 novembre. La liberazione della città purtroppo non ha coinciso con la ritrovata pace. I soldati russi hanno arretrato sulla sponda orientale del fiume e da li costantemente colpiscono la città a poche centinaia di metri, separati soltanto dal fiume.

Foto 1

Qui vive don Massimo, parroco dell’unica parrocchia cattolica della città dedicata al Sacro Cuore, insieme al suo vicario anche lui don Massimo. Lì, con don Leszek Krzyża, direttore dell’ufficio di aiuto per le chiese dell’Est presso la conferenza episcopale polacca, abbiamo incontrati nell’ultimo nostro viaggio avvenuto tra il 17 e il 21 marzo. Don Massimo è giovane, ha solo 36 anni ed è nativo proprio di Kherson, guida la parrocchia nella quale e cresciuto da bambino. Abbiamo deciso di venirlo a trovare perché sappiamo che sono poche le persone che qui vengono, cosa da lui molto apprezzata. Ci diamo appuntamento in macchina fuori dalla città per essere da lui accompagnati. Occorre infatti passare diversi check point per entrare. Nell’ultimo controllo dopo aver mostrato i documenti e l’aiuto umanitario che trasportiamo: generatori di corrente e una stufa a legna, il soldato, indicandoci con un cenno che potevamo proseguire, ci dice in inglese «good luck», buona fortuna. La città di Kherson prima della guerra contava circa 300.000 abitanti, oggi ne ha circa 20.000. Il coprifuoco inizia alle 17.00 col divieto di uscire per le strade, ma in realtà ci spiega don Massimo già dalle 14.00 nessuno si vede più in giro. C’è un silenzio strano, profondo e triste, interrotto soltanto dai colpi sparati a pochi chilometri che risuonano nell’aria (video 2).

 

A distanza di un anno chi vive qui riesce a capire dal rumore chi e stato a sparare. Piu volte siamo tranquillizzati, non vi preoccupate questi sono i nostri.

Non potendo uscire, trascorriamo il pomeriggio e la serata nella casa parrocchiale (foto 3).

Foto 3

Facciamo lunghe chiacchierate alternando temi allegri che ci fanno sorridere a racconti più seri su quanto accade qui. Ci accorgiamo quanto sia importante l’esserci, l’ascoltarci e il guardarci, molto piu prezioso di tanti aiuti materiali che comunque, ringraziando il cielo, non mancano e che sono vitali per le persone che qui vivono (foto 4). In questo luogo anche la distribuzione degli aiuti e problematica. Il problema non è la mancanza di aiuti quanto il fatto che le persone si radunano insieme durante la distribuzione diventando cosi un possibile ed invitante bersaglio. Per questo motivo il giorno e l’ora vengono sempre cambiati. Nonostante la pericolosità e i divieti, alcuni, per essere tra i primi a ricevere gli aiuti, trascorrono la notte all’aperto aspettando.

Foto 4

Don Massimo ci accompagna nel solaio e ci mostra il buco lasciato dal razzo inesploso che è entrato nella soffitta a dicembre e oggi custodito come ricordo dopo essere stato messo in sicurezza lì vicino. Era il 23 dicembre. Le donne stavano preparando la chiesa per il Natale quando improvvisamente il rumore dal tetto. La notizia del “miracolo” aveva fatto velocemente il giro, amplificata dal web. E veramente inspiegabile quello che era accaduto. Tuttavia, la pubblicità fattasi attorno a questo ha preoccupato non poco chi abita qui perché il web e visto anche da coloro che sono dalla parte opposta del fiume…

Foto 5
Foto 5

La notte riusciamo a riposare e al mattino di buon’ora ci mettiamo in macchina per visitare la città. Qualche persona cammina per le strade principali per fare un po’ di spesa. Con sorpresa notiamo che funzionano gli autobus anche se non quelli elettrici perché i cavi sono stati tagliati. Tuttavia, l’impressione è quella di una citta vuota e triste. Andiamo sulla piazza centrale (foto 5) luogo prima di proteste e poi dei festeggiamenti. Il grande edifico del governatore ha sulla sinistra una parte completamente distrutta, centrata da un razzo, le finestre dell’ultimo piano che si affaccia sulla piazza sono tutte saltate e alcune penzolano nel vuoto. La parete laterale e stata centrata e distrutta (video 6).

 

Nel parco della città camminando con attenzione solo sui vialetti cementati colpiti dalle schegge dell’esplosioni (foto 7) ed evitando di calpestare l’erba dei giardini nascondiglio insidioso delle mine sparse dappertutto, ci avvinciamo alla grande torre televisiva che giace sul prato. Sarà lunga oltre 60 metri (video 8). Si avvicina a noi una macchina della polizia attirata forse del fatto che stiamo facendo fotografie, ma dopo pochi secondi prosegue oltre. Dai vialetti raccogliamo alcune schegge lasciate dai razzi, sono di metalli molto affilate e toccandole si può immaginare il danno che provocano lanciate all’impazzata dalla forza dell’esplosione.

Foto 7
Foto 7

 

Facciamo ancora un salto davvero breve fino alla sponda del fiume in una delle tante piazze della città che vi si affacciano. Si vede a poche centinaia di metri la sponda opposta coperta prima dai canneti che galleggiano sull’acqua e poi la terra ferma. Qui inizia la zona occupata (video 9).

 

Per motivi di sicurezza acceleriamo le operazioni, giusto il tempo di fare qualche foto e un breve video per poi tornare alla macchina e dirigersi in parrocchia. Essendo domenica mattina si celebra la Messa coi fedeli. Sono circa 20. Tra questi ci sono 3 bambini molto allegri e sorridenti quasi incuranti del luogo e delle condizioni in cui abitano (foto 10-11). Gli doniamo della cioccolata che apprezzano tanto. Quel giorno e la 4a domenica di quaresima chiamate laetare (gioire). La chiesa invita alla gioia nel cammino quaresimale perché le feste di Pasqua sono vicine. Un invito che anche qui risuona accolto nella fede e nella speranza.

Foto 11

Foto 10

Mikołajów

A poche decine di chilometri in direzione ovest quasi sulla sponda del mar Nero si trova la città di Mikołajów che raggiungiamo la domenica stessa. Qui si trova il Santuario di S. Giuseppe che oggi celebra la festa patronale. La città a differenza di Kherson non è stata occupata anche se porta i segni e le ferite dei tentativi di occupazione.

Dopo la celebrazione solenne, presieduta dal vescovo locale della diocesi di Odessa, a cui hanno partecipato decine di fedeli, ci troviamo coi sacerdoti. Tra loro siedono non solo i cattolici ma anche i greco cattolici e un prete ortodosso della chiesa ucraina. Il clima e piacevole e interessanti sono gli argomenti che scambiamo (foto 12).

Foto 12
Foto 12

È presente anche il «mer», il sindaco della città anche lui cattolico. Nella piazza principale della città si affacciano due grandi palazzi, uno del sindaco e l’atro opposto del governatore della regione. Il palazzo della regione si presenta con un gigantesco buco causato dallo scoppio di un razzo che lo ha centrato (foto 13).

Foto 13
Foto 13

Era le 8.30 di mattina quando avvenne lo scoppio. Per quel giorno era convocata una riunione di ufficio. Il presidente fece ritardo e si scusò mandando un messaggio. Nel frattempo, avvenne l’attacco che causò la morte di oltre 40 persone. Quel ritardo gli salvò la vita. Nel pomeriggio passeggiamo in centro recandoci in quel luogo. Il clima, a differenza di Kherson, è diverso. Sono molte le persone che passeggiano, giovani e bambini corrono con le biciclette in una domenica con le temperature già primaverili. Se non fosse per gli allarmi che di tanto in tanto risuonano, sembrerebbe quasi un ritorno alla normalità.

Fastow

Il giorno successivo sulla strada per Kiev ci fermiamo a Fastow, una cittadina a circa 100 km di distanza. Qui vive una comunità di Domenicani. Sono molto attivi. Lavorano con un gran numero di laici, giovani soprattutto. Ci accoglie padre Marco, ucraino. Dopo aver mangiato nel locale gestito dai giovani della comunità, visitiamo l’asilo e la scuola elementare. Quasi cento bambini provenienti dalle zone del fronte dove si combatte a Est, hanno trovato qui alloggio e l’accesso alla scuola. Le classi sono ben attrezzate e le insegnati garantiscono un ottimo lavoro (video 14).

 

Nel seminterrato sono allestiti tre piccoli locali rifugio. La procedura impone che ad ogni suono di allarme i bambini devo essere qui condotti fino al termine del cessato allarme (video 15). Questo purtroppo spesso accade, come nella giornata odierna e alcuni di essi manifestano un disagio e una sofferenza ogni qualvolta che devono qui scendere.

 

Nel giardino è allestita una tenda da campo sotto la quale ognuno, gratuitamente e in ogni momento, può qui venire e ricevere qualcosa di caldo, scaldato dalla cucina di campo posta all’esterno (video 16). Sul fondo della tenda si trova un gran presepio che dà il nome alla tenda.

Questa comunità e impegnata non solo qui, ma anche organizza viaggi al fronte per raggiungere i villaggi e portare aiuti alle famiglie che ancora là vivono. La sfida, ci racconta padre Marco, e quella di poter ricevere sempre gli aiuti da distribuire, mensilmente circa 200 tonnellate. Ci impegniamo anche noi a organizzare un nuovo trasporto di aiuto che possa qui arrivare (foto 17).

Foto 17
Foto 17

A margine di questo viaggio ci raggiunge la notizia della arrivo del tir che abbiamo spedito alla citta di Zaporoze costantemente sotto attacco. Riceviamo un calso ringraziamento del Vescovo locale (video 18),

 

Ringrazia anche la comunità dei frati cappuccini (foto 19) a Dnieper ai quali abbiamo mandato un altro trasporto contente aiuti e sistemi fotovoltaici che dovrebbero assicura l’energia elettrica.

Foto 19


Preghiamo per la pace, costruiamo la pace.

padre Luca Bovio
23 marzo 2023




E l’Est è venuto da noi


Da quindici anni in Polonia per l’animazione missionaria e per «guardare a Est», dallo scorso 24 febbraio (2022) padre Luca Bovio  si trova coinvolto nell’emergenza Ucraina. Prima nell’accoglienza dei profughi, poi in una rete di solidarietà che porta sollievo alla popolazione in guerra e offre una testimonianza di pace.


Vedi: Come i Magi portando doni, dell’11 gennaio 2023.


«È stata come un’ondata. In pochissimi giorni sono arrivate in Polonia prima centinaia, poi migliaia di persone». Padre Luca Bovio, missionario della Consolata milanese, classe 1970, in Polonia dal 2008, ci racconta in collegamento da Varsavia l’inizio del conflitto in Ucraina dal suo punto di osservazione polacco.

«Giorno dopo giorno i numeri crescevano. Il telefono ha preso a squillare non stop.

Un giorno mi chiama una donna, appena entrata in Polonia. Parla ucraino. Io dico che non capisco, allora mi passa un volontario che traduce: “Guardi, questa signora con figli ha avuto il suo numero dall’Italia. Le vuole chiedere se può chiamare sua sorella, per dirle che sono arrivati in Polonia, che sono salvi”. Allora chiamo l’Italia. La donna che risponde, alla notizia si mette a piangere per la gioia. Poi mi dice: “Padre, però adesso mi dovete aiutare a farli arrivare a Milano”.

In quel momento tutti gli ucraini avevano i mezzi pubblici gratuiti. Mi viene in mente che a Cracovia ho un amico parroco che ha vissuto in Ucraina e ora sta vicino alla stazione. Lo sento: “Dario, per favore, puoi accoglierli tu?”.

Così la famiglia arriva a Cracovia. Don Dario scrive il loro nome su un cartello per trovarli tra le migliaia di persone che scendono dal treno. La famiglia lo vede, e lui li accoglie nella sua canonica.

Siamo nella prima ondata, loro devono arrivare in Italia, ma non hanno nessun documento. Allora chiamo l’ambasciata italiana a Varsavia che li aiuta. Li facciamo venire a Varsavia. Ricevono il visto. Sono contentissimi. Però, scopriamo che il volo costa 1.500 euro. In quel momento c’è un volontario accanto a me. Sentendo la storia dice: “Non preoccuparti, glielo pago io”. Ha preso i biglietti, e la famiglia quella sera stessa è arrivata a Milano».

Sul tragitto una inaspettata sorpresa. Incontriamo tre bambini che di casa in casa passano cantando i canti natalizi, tradizione presente in diversi paesi del centro Est Europa. Ci fermiamo per dargli della cioccolata. Ci sorridono e ci ringraziano.

Missione in Polonia

Padre Luca, prima di raccontarci l’ultimo anno segnato dalla crisi ucraina, parlaci della tua missione in Polonia.

«Io ho fatto parte del primo gruppo dei Missionari della
Consolata arrivati nel paese nel 2008. Siamo da quindici anni in Polonia, da dieci a Kiełpin, nella cittadina di Łomianki, a pochi km a Nord Ovest di Varsavia.

Nel 2022 abbiamo aperto una seconda comunità a Białystok, una città di 300mila abitanti a 50 km dal confine bielorusso.

La nostra presenza qui è legata all’animazione missionaria, cioè al tentativo di avvicinare la chiesa polacca alla missione e la missione alla Polonia.

Lo facciamo in molti campi, ma in particolare collaborando con le pontificie opere missionarie (Pom) polacche di cui io sono segretario nazionale. Questa struttura ci aiuta a entrare nella chiesa locale e nazionale, a presentarci come missionari e quindi a creare link, collegamenti a diversi livelli: ad esempio, formativo, spirituale, predicando nelle chiese, incontrando fedeli, giovani, seminaristi, ma anche a livello caritativo attraverso i tanti progetti che la chiesa polacca sostiene nel mondo intero, soprattutto nelle comunità Imc in Africa e Asia».

Lemianki, marzo 2022, padre Ashenafi smista abiti ricevuti dall’Italia per i profughi ucraini

Come sono composte le vostre due comunità?

«A Kiełpin siamo in quattro: io, padre Noé Moreno, mozambicano, arrivato poche settimane fa dall’Italia, e due seminaristi, Lucien Sakimato del Congo, e
Titus Maina del Kenya. Fin dall’inizio è stato con me anche padre Ashenafi Abebe, etiope, che da gennaio è a Roma.

A Białystok ci sono due giovani missionari: padre Juan Carlos Araya Carmona, argentino, e padre Ditrick Sanga, tanzaniano.

La nostra comunità interculturale colpisce molto qui in Polonia, dove la presenza di stranieri è piuttosto limitata. Siamo in sei, di sei paesi diversi e tre continenti.

La nostra semplice presenza, penso parli molto più di quanto possiamo dire dall’ambone.

Il nostro auspicio è di dare una testimonianza di fraternità, mostrare il volto di una chiesa universale».

Distruzioni a causa dei bombardamenti. Chiesa distrutta da quattro razzi.

L’Ucraina

Nell’ultimo anno hai fatto quattro viaggi in Ucraina, ma la prima volta ci eri stato nel 2018. In un tuo articolo su quell’esperienza hai scritto: «L’Ucraina è il paese che offre più opportunità per approfondire la conoscenza dell’Est e allacciare nuovi contatti».

«L’Imc ci ha mandati in Polonia con due obiettivi: quello dell’animazione missionaria, e poi quello di “guardare a Est”. In una prospettiva futura, nei tempi che il Signore conosce, da questa base polacca si potrebbe fare un passo ulteriore verso l’Europa orientale. Questo giustifica i viaggi che ho fatto negli anni passati in Bielorussia, nelle repubbliche baltiche e in Ucraina.

Nel 2018 sono stato a Leopoli, la prima città importante oltre il confine a Sud. È una città con molti elementi linguistici e culturali polacchi.

La guerra era già iniziata quattro anni prima: in Donbass nel 2014. Infatti, ricordo diverse chiese con foto di soldati sugli altari.

Scrivevo quelle parole nel mio articolo perché l’Ucraina ha tanti punti storici, culturali e religiosi comuni con la Polonia, molte potenzialità su cui lavorare.

Ora, è successo quello che non avremmo mai immaginato: noi volevamo andare a Est, e l’Est è venuto da noi».

A Leopoli nel 2018 hai trovato una chiesa molto «polacca».

«I cattolici in Ucraina sono una netta minoranza rispetto alla cristianità presente nel paese: la chiesa ortodossa nella sua totalità e nelle sue diverse espressioni è maggioritaria. Poi ci sono i greco cattolici (ortodossi, ma in comunione con Roma).

Il cattolicesimo, in effetti, è presente in Ucraina soprattutto attraverso la chiesa polacca».

Distruzioni a causa dei bombardamenti. Razzi e mine inesplose

24 Febbraio 2022

Ci racconti i primi giorni dell’aggressione russa?

«Sono stati sconcertanti. Nessuno si aspettava un attacco su scala così grande.

In pochissimi giorni sono iniziate ad arrivare in Polonia decine di migliaia di persone. Oggi si contano un milione e mezzo di profughi ucraini registrati. Chi è arrivato non ha trovato resistenze qui in Polonia. Mi ha colpito l’empatia di tantissime famiglie semplici che si sono date da fare per accogliere.

Ricordo immagini molto forti: treni carichi di persone, file di donne e bambini che aspettavano. Sono stato al confine a fine marzo, e i volontari raccontavano che gli ucraini stavano tre o quattro giorni in attesa, a piedi, nel freddo, prima di poter entrare in Polonia. C’erano donne che partorivano in coda.

Dall’altra parte vedevi polacchi che arrivavano al confine con pulmini o auto e mettevano fuori un cartello: “Varsavia, 5 posti”, “Danzica, 15 posti”, per portare i rifugiati a quelle destinazioni. Oppure mamme e papà polacchi che portavano i propri passeggini alla stazione. Li lasciavano lì per chi ne aveva bisogno. Ho visto una solidarietà straordinaria.

In questo contesto, la parrocchia di Łomianki con cui collaboriamo è stata una delle prime ad accogliere, anche grazie agli ucraini residenti qui da tempo (quella ucraina è la più grande comunità straniera in Polonia: prima della guerra contava già un milione e mezzo di persone, ndr).

In poche settimane sono arrivate nella cittadina, che conta meno di 30mila abitanti, più di 2.500 ucraini, tutti ospitati dalle famiglie nelle proprie case».

Anche voi avete ospitato in casa vostra. C’è qualche storia che ti è rimasta impressa?

«Una è quella di Piotr, un papà con una figlia di 12 anni, provenienti dal Donbass. È una storia particolare, perché quasi tutte le famiglie che arrivano sono composte da donne con figli, dato che gli uomini non possono uscire dal loro paese.

Lui era un professore. È stato in casa da noi per tre settimane.

Ci ha raccontato la sua storia: la suocera, anziana e invalida, non può scappare. Allora lui e la moglie prendono la difficile decisione: la moglie dice, “io rimango con mia mamma, tu prendi nostra figlia, vai in Polonia e poi da mia sorella in America”. Lui e la figlia prendono un taxi. Tra un bombardamento e l’altro arrivano al confine. Ma lui teme che non lo facciano passare. Tanto che scrive il numero di telefono sul braccio della figlia nel caso li separino.

Prima di partire, lui e la moglie hanno firmato un documento nel quale spiegano la loro storia.

I soldati, leggendo, capiscono e li lasciano passare.

Ora sono negli Usa. Ricordo bene la bambina. Era veramente triste. Non esprimeva emozioni. Parlava solo con il papà».

Bucha

La vostra azione di aiuto e accoglienza è stata sostenuta anche dall’Italia, vero?

«Fin dall’inizio, in molti, singoli, parrocchie, gruppi, comunità Imc, in Italia ed Europa, si sono messi in moto per mandare aiuti: denaro, cibo, medicinali, vestiti.

Molte persone si sono messe in viaggio per dare una mano. Penso, ad esempio, a Clara da Torino. Un’infermiera che ha preso un mese di ferie per stare qui con noi; ma anche a una dottoressa dal Sudafrica, e poi un torinese che lavora in Canada.

Tra i tanti gruppi, mi viene in mente l’associazione Eskenosen, fondata da Mauro Magatti e Mino Spreafico: per l’inverno hanno lanciato la campagna “Scaldiamo Charkiv” (città a Est, poco distante dal confine russo), raccogliendo fondi per fornire stufe alle abitazioni. Hanno lavorato bene, e la risposta è molto buona. Poi, come fanno anche altri gruppi, hanno accolto molti ucraini con progetti di inserimento nel territorio in Italia.

Ecco, una cosa importante che non ho ancora detto è questa: attraverso di noi, tante persone sono arrivate in Italia e in altri paesi (cfr. MC 10/2022, ndr). Questo fa parte del nostro
“essere link”, così come succede quando ci sono gruppi che raccolgono aiuti, ma poi non sanno a chi darli. Grazie alla rete di contatti che noi abbiamo in Ucraina possiamo garantire che tutti gli aiuti arrivano sul posto».

Com’è andata dopo le prime settimane di emergenza?

«Il flusso di ucraini in arrivo e le presenze hanno iniziato a diminuire. Molti lasciavano la Polonia per andare in altri paesi, o per tornare in Ucraina. Le persone rimaste hanno cercato un po’ di autonomia iniziando a lavorare.

La pressione si è allentata e allora la nostra attenzione si è spostata dall’emergenza qui in Polonia all’Ucraina».

Tra le persone accolte c’erano anche africani.

«Sì. Città come Leopoli, Kiev, Charkiv, sono città universitarie con molti studenti stranieri. Con lo scoppio della guerra sono usciti dal paese anche loro.

A Łomianki abbiamo avuto una famiglia nigeriana, due giovani con una bimba piccola. Lei era incinta. Sono stati ospitati dai nostri vicini di casa per qualche settimana. Ora sono in Germania».

E famiglie miste ucraine-russe.

«Sì: il tessuto sociale dei paesi ex sovietici prevede questo “mescolamento”. Non sorprende che in molte famiglie ci siano genitori, nonni o bisnonni di una o dell’altra nazione.

Questa condizione delle famiglie rende ancora più difficile la comprensione del conflitto».

Charkiv. Nelle cantine della città, trasformate in rifugi sotterranei a causa dei bombardamenti

I viaggi

Nell’ultimo anno hai fatto quattro viaggi in Ucraina.

«Esatto. Nel primo viaggio a fine marzo siamo stati sul confine. Siamo entrati in Ucraina a piedi, per metterci in coda con i migranti in attesa di passare in Polonia e per ascoltare i volontari.

Era la fase in cui iniziavamo a spostare gli aiuti verso l’Ucraina.

Vicino all’ufficio delle Pom dove presto il mio servizio, c’è un altro ufficio che si occupa degli aiuti per la chiesa polacca che si trova nei paesi dell’Est. Il suo direttore, don Leszek Krzyża, conosce bene l’Ucraina. Per cui, in forza della nostra amicizia, abbiamo messo assieme i suoi tanti contatti nel paese con i molti aiuti che riceviamo noi missionari dall’Italia e da altrove.

I viaggi li abbiamo fatti assieme io e lui per capire a chi portare gli aiuti, cercando di non concentrarci in un solo luogo, ma di rispondere a tante richieste che arrivano da tutto il paese.

Nel secondo viaggio, a luglio, siamo arrivati a Kiev, visitando tra l’altro anche quei luoghi come Bucha in cui sono avvenuti dei massacri. È stata un’esperienza molto forte che mi ha fatto toccare con mano la crudeltà di questo conflitto.

Anche a novembre siamo tornati a Kiev, e poi, da Kiev siamo andati a Charkiv, la seconda città per grandezza dell’Ucraina, a soli 30 km dal confine russo.

Lì ho visto il senso di insicurezza che la popolazione vive costantemente. Sono sempre sotto attacco. Per questo motivo la città è sempre al buio, al pomeriggio spengono tutte le luci per non dare riferimenti visibili a russi.

I viaggi hanno lo scopo di incontrare le persone alle quali mandiamo gli aiuti. Attraverso la collaborazione con i vescovi locali in Ucraina, con i direttori delle Caritas, con religiosi e religiose, laici, persone che vivono sul posto, siamo in continuo contatto con le esigenze della gente.

Per l’inverno, una stagione già difficile di per sé, e resa ancora più difficile dai bombardamenti sulle centrali elettriche, uno dei nostri obiettivi è stato quello di portare generatori, pannelli di legno per chiudere le finestre rotte delle abitazioni, vestiti.

Con l’ultimo viaggio di gennaio, abbiamo iniziato ad andare anche più a Sud, per aiutare posti come Odessa, Mykolaiv, Kherson. Quest’ultima è stata liberata a novembre, ma è ancora sotto attacco da parte dei russi. Quindi vive una situazione umanitaria difficilissima. Anche lì cerchiamo di far arrivare tutto ciò che può portare un po’ di sollievo».

Distruzioni a causa dei bombardamenti. Incontriamo una bambina sorridente che si avvicina. Ai piedi a un solo pattino a rotelle. Le chiediamo dove sia l’altro pattino e lei ci risponde divertita, a casa.

La chiesa in Ucraina si sta dando molto da fare.

«Sì, è una testimonianza davvero bellissima e coraggiosa: religiosi, diocesani, suore, laici, famiglie. Molti sono di origine polacca, ma hanno deciso di restare. Sono sempre lì, notte e giorno, e rischiano la vita: a fine gennaio, ad esempio, un sacerdote e una suora della Caritas di Charkiv sono stati feriti mentre portavano aiuti in un villaggio vicino al confine.

La loro è la testimonianza di una chiesa che non scappa, non è lontana, non si perde in parole, ma, nella concretezza di questa realtà, offre sostegno».

Durante i viaggi hai avuto modo di parlare della guerra con molte persone.

«Parlo con molti. Non capiscono il perché del conflitto, sono stanchi. La speranza è che finisca presto, ma che finisca con un’integrazione delle componenti russe e ucraine, non con la separazione. La guerra non unisce, separa. Quello che si spera invece è che, finita la guerra, inizino dei percorsi di riconciliazione. Perché altrimenti non ci saranno i presupposti per far durare la pace. Basterà un fiammifero per far scoppiare un altro problema».

Distribuzione di cibo donato dai Missionari della Consolata in Polonia ai Frati Francescani Albertini di Zaporizia

Sfide inattese

Tu come hai vissuto questo impegno non previsto?

«La vita missionaria offre sempre sorprese inaspettate. Mai avrei immaginato di trovarmi in una situazione del genere. Però, di fronte a queste sfide cerco di rispondere dicendo eccomi, mi metto in gioco, quel poco che posso fare, lo faccio volentieri.

È un’esperienza che porterò per sempre con me nella mia vita di missionario».

Questa esperienza dell’Imc in Polonia cosa può dare al resto dell’istituto?

«Un istituto ad gentes risponde alle sfide che il mondo gli mette davanti, e credo che il nostro lo stia facendo, pur con tutte le sue fatiche e contraddizioni. In tutto il mondo, siamo in posti sfidanti. Non soltanto in Ucraina. Quello che vivo io in rapporto all’Ucraina, lo vivono tanti miei confratelli in altri contesti.

Sicuramente il tema dell’Est Europa, cruciale già oggi per il mondo intero, in futuro lo sarà sempre di più. Quindi credo che, se come Missionari della Consolata vogliamo essere sulle frontiere di quello che sta accadendo, sulle sfide più impegnative, non possiamo non esserci anche in questo contesto.

Un sogno dell’Imc è di fare un passo ulteriore a Est.

Ora si sta realizzando in questa forma. Vedremo in futuro quali saranno gli ulteriori possibili passi che si potranno fare».

Luca Lorusso

Distribuzione di aiuti alla popolazione in uno dei quattro spot organizzati dalla Caritas




Siria. Accerchiati e bombardati


I curdi del Nord Est della Siria sono stati fondamentali per fermare gli estremisti dello Stato islamico (Isis-Daesh). Dimenticato il loro contributo, oggi sono in balia dei vicini, la Siria di Assad e l’ambigua Turchia di Erdogan.

Semalka (confine Kurdistan iracheno-Siria), 10 novembre 2022. Entrare in Rojava non è semplice per uno straniero. Riesco a varcare il confine, con il visto giornalistico, dopo circa due mesi di iter burocratico. L’unico accesso al Nord Est della Siria è via terra, dal Kurdistan iracheno attraverso Semalka, valico aperto tre giorni a settimana. I controlli di sicurezza durano ore, sei nel mio caso. Attraverso la frontiera insieme ad altre poche decine di persone. Alcuni tornano a casa dopo essere stati, per motivi di salute, a Erbil, città curda con ospedali più moderni ed equipaggiati. Sono migliaia invece le persone in uscita, chi ne ha la possibilità prova a fuggire per cercare un futuro migliore.

Sono diretto a Qamishle (anche Qamishlo, ndr) una delle città principali del Nord Est della Siria e, per la sua posizione, un ottimo luogo come base logistica. A parte questo, le città del Rojava non hanno molto da offrire, quasi tutto sembra in uno stato di semi abbandono: case distrutte e mai ricostruite, cantieri di palazzi iniziati e mai terminati. Molte delle strade, fatta eccezione per alcune costruite con l’aiuto di Ong straniere, somigliano a sentieri sterrati. Piove molto al mio arrivo. Il maltempo ha tenuto alla larga per qualche giorno i droni della Turchia, ma ha riversato terra e fango sulle strade, rendendo ancora più difficile ogni spostamento. Tutte le città sono divise in quartieri, alcuni dei quali ancora sotto il controllo del regime di Assad.

Il medico «terrorista»

Per poter comprendere meglio quello che accade, visito il centro di riabilitazione della Mezzaluna rossa di Qamishle. Nella struttura vengono curati centinaia di pazienti feriti dai bombardamenti, dagli attentati e dalle decine di mine antiuomo lasciate dall’Isis, prima della sua ritirata.

È qui che incontro il dottor
Adnan Malla Ali, direttore del centro e medico degli sfollati interni (Internally displaced persons, Idp) che, in più di 300mila, dovettero fuggire da Afrin durante l’invasione turca del gennaio 2018.

«Non potrò mai dimenticare – racconta il medico – il giorno dell’attacco. Erano le 4 di pomeriggio, stavo curando dei bambini. Sentii il rumore dei razzi. All’inizio pensai fossero solo delle esplosioni isolate, la Turchia ha sempre attaccato le nostre città, come a “ricordarci” della sua presenza. Ma quel giorno è stato diverso. Gli aerei turchi hanno sganciato ben 72 bombe».

Perché la Turchia ha invaso proprio Afrin?, gli chiedo. «I fattori sono diversi: la vicinanza con il loro confine prima di tutto. Afrin poi, è anche la zona più verde di tutta questa regione, famosa anche per la qualità del suo olio d’oliva, forse il migliore di tutto il Medio Oriente. Ma a parte questo, è un’affermazione di potere. Erdogan ha manie di espansione e considera tutti i curdi dei terroristi. Io stesso sono annoverato nelle “liste nere” come terrorista, semplicemente perché, da medico, ho curato dei combattenti delle milizie curde».

Oltre a quanto affermato dal medico, molto dell’interesse nel Rojava deriva dalle sue risorse. Qui, infatti, si trova l’80% del petrolio di tutta la Siria. Il Rojava, però, non possiede raffinerie, infrastrutture che si trovano tutte nel territorio sotto il regime di Assad.

Nonostante le sue risorse e il suo ruolo chiave nella lotta al terrorismo, il Rojava oggi versa in uno stato di estrema povertà. Materie prime, forniture ospedaliere, medicine e qualsiasi prodotto inviato dall’estero non possono arrivare direttamente qui (almeno legalmente), tutto deve passare da Damasco. La logistica è sempre complicata, perché il regime di Assad non ha mai riconosciuto ufficialmente l’indipendenza di questo stato. L’unico canale di accesso è il Kurdistan iracheno, via però tutt’altro che semplice a causa di una grande mancanza di strade e un grave problema di sicurezza.

Inoltre, le città del Nord Est della Siria hanno pagato e pagano ancora un prezzo altissimo per la guerra contro l’Isis. Interi quartieri nelle città di Kobane e Raqqa sono in rovina, distrutti dai bombardamenti americani alcuni, e fatti saltare in aria dagli uomini di Daesh altri.

dottor Adnan Malla

Il campo di Al-Hol

E poi c’è l’onnipresente Turchia. L’operazione «Claw-Sword» (riquadro a pag.14) non è terminata con gli eventi del 19 novembre 2022. La sera del 23 novembre, infatti, alle 19.30, un nuovo attacco di droni ha colpito il campo di rifugiati di Al-Hol, uccidendo otto militari che lo sorvegliavano.

Vi arrivo qualche giorno dopo il bombardamento. Al-Hol è un campo di detenzione dove si trovano famiglie dei membri più radicali dell’Isis. Le persone al suo interno, ufficialmente, non sono accusate di nulla, ma per le forze di sicurezza curde sono potenziali terroristi. All’interno è impossibile vedere il volto di una donna adulta senza il burqa, molte hanno anche gli occhi coperti da un velo.

Lo spazio, dove sorge questa enorme tendopoli, è circondato da pali e reti metalliche. Ci sono diversi check point, guardie e veicoli blindati a presenziare ogni accesso. Ad accogliermi c’è Gihan, una giovane donna curda che si occupa della gestione del campo: «Qui vivono circa 53mila persone, l’80% sono donne, bambini e bambine fino ad un massimo di 12 anni. Il resto sono anziani e alcuni uomini adulti “Idp” (sfollati interni), che hanno perso la casa durante i vari conflitti. Il campo è diviso in diverse zone, quello dove ci sono gli Idp appunto, poi un’ulteriore divisione viene fatta per nazioni: c’è un settore dove si trovano solo iracheni e siriani. Un altro ancora raccoglie gli stranieri che arrivano da oltre 50 nazioni diverse, la maggior parte da Egitto, Tunisia e Kuwait».

Chiedo a Gihan se può spiegarmi cosa è accaduto la sera del 23 novembre, quando la Turchia ha lanciato l’attacco. Qual era il loro scopo? Perché attaccare voi? La donna racconta: «Erano le 19.30 quando abbiamo sentito due forti esplosioni. Abbiamo in seguito capito che erano state delle bombe sganciate da droni. Ci sono state diverse ore di panico ma l’attacco è stato ben mirato: ha colpito e ucciso otto delle nostre guardie. Le bombe non sono cadute nel campo ma bensì fuori dalle reti di protezione per colpire noi, le forze di sicurezza curde. Lo scopo, che la Turchia cerca di raggiungere da tempo, è quello di creare caos e destabilizzare il governo di Rojava. Uno dei metodi più usati è quello di colpire luoghi come il nostro in modo che potenziali terroristi possano scappare e riunirsi alle cellule di Daesh operanti così da organizzare nuovi attentati. Qui, fortunatamente, siamo riusciti a riprendere chi cercava di fuggire. In un altro campo invece, nella città di Al-Hassakah, dopo i bombardamenti ci sono state diverse evasioni. Se usiamo le nostre risorse per continuare a combattere l’Isis e riprendere chi scappa, saremo più deboli nel momento in cui la Turchia dovesse invaderci. Questo sembra essere il loro piano».

Chiedo: «Pensa che, all’interno dei campi come questo, ci siano davvero molti potenziali terroristi?». «Assolutamente sì – risponde sicura -. Lo sappiamo noi, lo sa la Turchia, lo sanno le forze di coalizione. Posso fare molti esempi a riguardo. Qualche giorno fa, nel settore degli egiziani, sono state trovate due ragazzine morte, due sorelle assassinate. Abbiamo allora fatto una perquisizione e, nelle tende, abbiamo trovato centinaia di armi, soprattutto Kalashnikov e Rpg (entrambi di produzione russa, ndr). C’era un arsenale sufficiente a cominciare una nuova guerra. All’interno del campo abbiamo scuole e anche 20 ambulatori. In uno di questi uno dei nostri dottori ha curato la gamba di un ragazzino, per mesi. Il bambino di sette anni era stato colpito da alcune schegge di granata. Alla fine della cura, il bambino ha detto al medico: “Quando sarò grande, uscirò da qui e ti ucciderò. Lo farò velocemente, tagliandoti la testa per non farti soffrire perché, mi hai curato, ma sei pur sempre un infedele”. Noi operatori, molto spesso, abbiamo paura perché il campo è enorme e gli eventi sono imprevedibili. Il prossimo passo per la sicurezza sarà un’ulteriore divisione dei settori, in modo da poter avere più controllo. Benché la maggior parte dei residenti siano donne e bambine, ogni anno nel campo ci sono circa sessanta nuove nascite».

«Allah Akbar»

Lasciato l’ufficio di Gihan, comincio a camminare per le stradine fangose della tendopoli, mi rendo subito conto dei problemi di sicurezza di cui mi parlava la manager. All’ingresso del settore egiziano e tunisino, io e il mio interprete siamo bersagli di una sassaiola. Il lancio di pietre comincia prima da alcuni ragazzini a cui, man mano, se ne aggiungono altri e in seguito anche donne. Molti urlano: «Allah Akbar» (Dio è grande), esclamazione spesso usata prima degli attentati. Siamo costretti a lasciare questo primo settore.

Entrando nella zona a maggioranza irachena e siriana, l’accoglienza è molto diversa. Vengo accerchiato da tantissime donne, non vogliono darmi il proprio nome ma vogliono descrivermi le condizioni in cui vivono. Una signora, nella parte del campo destinata al mercato, mi racconta: «I nostri mariti sono in galera ma noi non abbiamo fatto nulla. Siamo rinchiuse qui a crescere i nostri figli, senza soldi né risorse. È vero, il cibo è gratis ma è poco, non basta praticamente mai. Manca tutto, sono tre giorni che siamo senza corrente e per quattro siamo stati senz’acqua. Non c’è il diesel per il riscaldamento e nelle tende si muore dal freddo. Veniamo trattate come criminali. Alcuni militari mi hanno anche rubato i soldi».

I racconti di chi gestisce il campo, e di chi ci vive, sono tra loro estremamente contrastanti. In questo clima, è molto difficile capire chi, tra le persone rinchiuse qui, sia innocente e chi un potenziale pericolo.

Incertezze e pericoli

I bombardamenti degli ultimi mesi sono solo l’ultimo capitolo di una regione che non trova pace. Nella conferenza stampa del 30 novembre, il generale Abid Mazloum, comandante dell’Sdf (Syrian democratic force) ha dichiarato: «In caso di invasione da parte della Turchia saremo pronti a combattere e combatteremo. Quello che però gli stati occidentali devono capire è che, se saremo impegnati in una guerra contro la Turchia, non potremo usare le nostre risorse per continuare a combattere l’Isis e mantenere quello stato di sicurezza garantito fino ad ora. Una nuova guerra, inoltre, significherà migliaia di nuovi profughi che scapperanno dai luoghi in conflitto e quindi, una nuova emergenza umanitaria. Una guerra in Rojava non riguarderà solo il Rojava, ma sarà un problema anche per tutti quegli stati che hanno interessi in Medioriente».

Nel 2018, dopo le molte battaglie vinte contro l’Isis, i media occidentali osannavano le milizie curde. Si guardava al Rojava come un grande esempio di democrazia e convivenza tra religioni. Il Nord Est della Siria oggi è circondato dai suoi nemici: da una parte le forze ostili del regime di Assad, dall’altra le numerose cellule dell’Isis ancora attive. A tutto questo, si aggiunge la Turchia con i suoi raid aerei e una lotta senza sosta contro l’etnia curda. Erdogan continua a mantenere le proprie truppe vicine al confine, pronte per un’invasione via terra. Nonostante Onu e Usa abbiano condannato gli attacchi contro il Rojava, nessun passo concreto è stato fatto per scongiurare quello che potrebbe essere un nuovo, sanguinoso conflitto in quest’angolo di Medio Oriente.

Angelo Calianno
(1- continua)


Il Rojava e i curdi

La lotta per uno stato indipendente

Il Rojava è uno stato, autoproclamatosi indipendente, che comprende i territori del Nord Est della Siria. In lingua curda, la parola Rojava sta a identificare il luogo dove tramonta il sole: l’Ovest. Non essendo ufficialmente riconosciuto da nessuna nazione, a parte il Kurdistan iracheno, nei documenti ufficiali ci si riferisce a quest’area geografica come: Siria del Nord Est o Kurdistan dell’Ovest.

Gli storici fanno risalire la lotta curda per una propria patria al 1916 con l’accordo Sykes-Picot, conosciuto anche come accordo sull’Asia minore.

Questa trattativa stipulava un’intesa segreta fra l’Inghilterra, rappresentata da Mark Sykes, e la Francia, rappresentata da Georges Picot, con l’assenso della Russia zarista. L’accordo ridefiniva confini e controllo dei territori dopo la caduta dell’Impero Ottomano. Il piano Sykes-Picot lasciava i curdi senza una propria nazione, divisi in un territorio frammentato tra Turchia, Siria, Iraq e Iran.

La prima forma di governo in Rojava arriva nel 2012 quando le milizie curde prendono il controllo di alcune delle principali città istituendo il Dfns (Democratic federation of north-eastern Syria). La nascita ufficiale dello stato e la sua dichiarazione di indipendenza avviene nel 2016.

Oggi il Rojava è amministrato dall’Aanes (Autonomous administration of North and East Syria), una coalizione politica formata da: Sdc (Syrian democratic council), e dall’Sdf (Syrian democratic forces). Quest’ultimo gruppo racchiude, in un unico corpo militare, milizie curde e ribelli di diverse etnie e credi religiosi.

L’esperimento democratico in Rojava è stato oggetto di studio di centinaia di attivisti e ricercatori di tutto il mondo. La sua «Carta del contratto sociale» (una sorta di Costituzione provvisoria) prende ispirazione dall’ideologia del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan), e dalla filosofia del suo leader Abdullah Ocalan che, nel 1978, fondò il partito di stampo marxista leninista. L’idea di base del Pkk e di Ocalan è quella di un decentramento del potere denominato: «Confederalismo democratico». I punti fondamentali sono: uguaglianza e pari rappresentanza per ognuna delle religioni ed etnie presenti nello stato; istruzione gratuita e accessibile per tutti; assoluta parità nei ruoli tra uomini e donne. Detto questo, Ankara considera il Pkk, e chiunque gli sia collegato, come un gruppo terroristico. Da 22 anni, Ocalan è incarcerato nell’isola prigione di İmralı a Bursa, in Turchia, dove sta scontando l’ergastolo.

Le continue migrazioni, lo spostamento dei confini e le migliaia di profughi interni, rendono difficile una stima del numero degli abitanti in Rojava. L’ultima statistica risale al 2021 e contava 4 milioni e 500 mila abitanti. Il 60% della popolazione è di etnia curda anche se, dopo l’annessione delle città di Manjin, Deir ez Zor e Raqqa, riconquistate dopo essere state sotto il controllo dell’Isis, la proporzione della popolazione araba ha quasi eguagliato quella curda.

Le altre minoranze sono rappresentate da: Yazidi, Turkmeni, e Cristiani (divisi tra Siriaci, Assiri, Armeni, Greco ortodossi). Prima della guerra contro l’Isis, i cristiani erano 150mila, ora una stima approssimativa ne conta 55mila.

Gli abitanti del Rojava si considerano in guerra con la Turchia, anche se nessuna comunità internazionale riconosce questo conflitto. Un’inchiesta della Bbc, effettuata tra il 2016 e oggi, ha contato più di duecento «incidenti di confine», azioni in cui la Turchia, con diversi pretesti, ha attaccato e provato a invadere il Nord Est della Siria.

Angelo Calianno


I giochi politici della Turchia

La guerra di Erdogan ai Curdi

Il 19 novembre 2022 la Turchia ha lanciato l’operazione Claw-Sword (spada-artiglio), una serie di bombardamenti aerei che hanno attaccato il Nord Est della Siria, la regione a maggioranza curda conosciuta come Rojava (*).

L’offensiva ha colpito diversi obiettivi nelle città di Kobane, Raqqa, Al-Hassakah, Al- Malikiyah e Darbasiya. I portavoce dello Stato maggiore turco hanno dichiarato di aver centrato solo bersagli militari e potenziali terroristi. In realtà, ci sono state anche diverse vittime civili, tra cui Issam Abdullah, giornalista siriano ucciso durante un raid aereo mentre intervistava dei contadini nelle zone rurali di Al-Malikiyah. L’operazione Claw-Sword è nata come risposta all’attentato di Istanbul del 13 novembre 2022 quando, su Istiklal street, una delle principali vie dello shopping della capitale, una forte esplosione ha ucciso 6 persone e ferito altre 81. Il giorno dopo veniva arrestata una donna di origine siriana, Ahlam Albashir, accusata di essere l’esecutrice materiale dell’attentato. I primi comunicati stampa da parte del governo turco hanno affermato che la donna è stata addestrata dalle milizie curde dell’Ypg (unità di protezione popolare curda), e che l’attentato sarebbe stato ordinato dal Pkk (Partito dei lavoratori).

Il ministro dell’interno turco Suleyman Soylu, a seguito del messaggio di cordoglio da parte degli Stati Uniti, ha dichiarato: «Rifiutiamo le condoglianze da parte degli Usa. Sono nostri alleati ma, nello stesso momento, finanziano organizzazioni terroristiche curde che minacciano la nostra libertà».

Cosa accade ora in Rojava dopo l’offensiva turca? Ci sono davvero le milizie curde dietro l’attentato a Istanbul? Ad oggi non si hanno più notizie di cosa sia accaduto alla sospettata, Ahlam Albashir. Nessuna novità riguardante le sue dichiarazioni o quelle degli altri 46 arrestati. Sia il Pkk che l’Ypg negano con forza qualsiasi coinvolgimento, accusando Erdogan di aver strumentalizzato la tragedia, usandola come ennesima scusa per attaccare e invadere il Rojava. Non è la prima volta, infatti, che la Turchia lancia offensive verso questa parte della Siria. Anzi, queste sono state una costante sin dalla nascita di questo stato. Uno degli attacchi più cruenti, poi seguiti da un’invasione e occupazione da parte dei Turchi, è avvenuto nel 2018 per l’importante città di Afrin. Durante quell’anno, le milizie curde dell’Ypg si rendevano protagoniste nella guerra contro l’Isis, sconfiggendo decine di cellule terroristiche e costringendo gli uomini dello Stato islamico a fuggire dai principali centri abitati. Subito dopo queste vittorie, la Turchia attaccava e invadeva Afrin, considerato luogo di nascita e attuale centro dei movimenti politici curdi. Questa operazione, denominata Olive Branch (Ramoscello d’ulivo), fu eseguita anche con il supporto economico dell’amministrazione Trump.

Gli Stati Uniti hanno un ruolo molto ambiguo nel Nord Est della Siria, essendo da una parte al fianco dei curdi nella coalizione anti Isis, dall’altra alleati strategici della Turchia.

An.Ca.

(*) La regione è stata interessata dal devastante terremoto dello scorso 5-6 febbraio (mentre questa rivista andava in stampa). In particolare, è stata colpito il centro di Afrin, oggi in mano turca.