Perù. L’avanzata del fujimorismo

 

«Il Congresso ha sferrato un nuovo colpo. Questa volta contro la società civile», così lo scorso 13 marzo il quotidiano la República ha commentato la decisione del parlamento del Perù di modificare la legge 27692 istitutiva dell’Agenzia peruviana per la cooperazione internazionale (Apci). Le modifiche approvate autorizzano il controllo sulle attività delle organizzazioni della società civile che ricevono finanziamenti dalla cooperazione internazionale, aprendo la porta a restrizioni ingiustificate, arbitrarietà e censura.

L’approvazione del Congresso è avvenuta senza ostacoli con 81 voti a favore e soltanto 16 contro mentre quattro congressisti si sono astenuti. Dei dodici partiti presenti soltanto i tre (piccoli) partiti della sinistra si sono opposti. «Non possiamo permettere che il discorso sui diritti umani venga utilizzato come arma ideologica per minare l’autorità dello Stato e delegittimare il principio di ordine», ha spiegato la presidente Dina Boluarte.

Saranno le classi più deboli della società peruviane a pagare le conseguenze delle pesanti restrizioni imposte dal Congresso peruviano all’azione delle Organizzazioni non governative (Ong). (Foto Lauraelatimer0-Pixabay)

Gli scopi reali sono però altri. Secondo l’Instituto de defensa legal, la legge «cerca di eliminare le Ong con sanzioni e multe multimilionarie per atti come “lo svolgimento di attività che influenzano l’ordine pubblico”. La persona che determinerà cosa costituisce “un’alterazione dell’ordine pubblico” sarà un funzionario dell’Apci. La nuova legge stabilisce che questo organismo ha il potere di respingere i progetti che non approva [….] il colpo di grazia è rivolto alle Ong per i diritti umani, alle quali è impedito di difendere i casi in cui lo Stato viene citato in giudizio. Ad esempio, […], i parenti dei leader ambientalisti assassinati e le famiglie delle vittime delle proteste del 2022 e del 2023 sono rimasti senza assistenza legale gratuita. Come si può vedere, questa legge è assolutamente incostituzionale perché lede il diritto alla libertà di associazione, il diritto alla difesa, l’accesso alla giustizia e viola molti trattati internazionali sui diritti umani sottoscritti dal Perù».

«Le Ong sono in crisi da molto tempo e per varie ragioni. Sono isolate e deboli. Molta gente ne parla male per ragioni razziali (sono in mano a bianchi) e religiose (sono in favore dell’ideologia gender). Premesso questo, il vero scopo del Congresso è quello di silenziare le voci discrepanti e chiunque possa intentare processi contro lo Stato peruviano. Una deriva pericolosa», ci ha spiegato Wilfredo Ardito Vega, giurista esperto in diritti umani e professore alla Pontificia universidad católica del Perú (Pucp).

In questo screenshot, l’abbraccio tra la presidente Dina Boluarte e Keiko Fujimori ai funerali di Alberto Fujimori, dittatore onorato con tre giorni di lutto nazionale (12-14 settembre 2024).

Molto duro il commento di Gianni Vaccaro, da una vita in Perù, trait d’union tra l’Italia e le Ong peruviane: «Contro le Ong hanno votato tutti i partiti legati a Keiko Fujimori e all’economia illegale che oggi in Perù produce più ricchezza dei comparti economici legali. L’economia illegale è quella legata al narcotraffico, all’attività mineraria informale, alla tratta di persone, alla prostituzione, alle estorsioni sempre più diffuse».

La legge anti Ong s’inserisce in una situazione complessiva pesante. Secondo recenti inchieste (Datum-El Comercio), addirittura il 93 per cento dei peruviani boccia la gestione della presidenta Dina Boluarte e del suo governo. Ne è stata ulteriore prova la manifestazione dello scorso 21 marzo. Migliaia di persone hanno attraversato le vie di Lima per protestare contro la delinquenza, ma soprattutto contro la presidenta, il Governo e il Congresso.

Sarà interessante vedere cosa accadrà da qui alle elezioni di presidente e Congresso appena fissate per il 26 aprile del 2026. Non pare ottimista Signos, la rivista del prestigioso Istituto Bartolomé de Las Casas, fondato da padre Gustavo Gutiérrez: «Entriamo in un anno pre elettorale, in un contesto reso strano dal consolidamento di una coalizione corrotta, mafiosa e autoritaria che ci governa e cerca di perpetuarsi al potere e che, quindi, farà tutto il possibile per controllare il processo elettorale del 2026».

Paolo Moiola




Perù. Il dittatore che non chiese perdono

«Ci ha lasciato il miglior presidente che il Perù abbia mai avuto. Grazie a lui è scomparso il terrorismo, ha costruito scuole, ha aiutato tanta povera gente. Vola molto in alto, presidente». È uno dei tanti commenti celebrativi apparsi sui social dopo la morte di Alberto Fujimori, avvenuta a Lima lo scorso 11 settembre, all’età di 86 anni.

Equiparandolo a un padre della Patria, il governo di Lima ha indetto tre giorni di lutto nazionale (12, 13 e 14 settembre), l’esposizione del corpo al Museo della Nazione e i funerali di Stato. Decisioni discutibili per una persona altamente divisiva e condannata a 25 anni (16 dei quali scontati in carcere), ma forse inevitabili considerata la debolezza dell’attuale presidente, Dina Boluarte (prima donna alla guida del Paese). Secondo una recente inchiesta di Datum, la presidente è molto impopolare avendo una percentuale di approvazione di appena il 5%, la più bassa degli ultimi 44 anni. Né va molto meglio Gustavo Adrianzén, il suo primo ministro, che non raggiunge le due cifre (è all’8%).

Nato nel 1938 da una famiglia di immigrati giapponesi (però, curiosamente, soprannominato «el Chino»), ingegnere agrario, genitore di quattro figli (Keiko Sofía, Hiro Alberto, Sachi Marcela e Kenji Gerardo), Alberto Fujimori è stato presidente del Paese andino dal 1990 fino all’aprile del 1992 quando, dopo un autogolpe attuato con l’aiuto dell’esercito (Fujimorazo), scelse la via dell’autoritarismo. Nelle vesti di dittatore rimase al potere fino a novembre del 2000, anno in cui, travolto da uno scandalo di corruzione, si dimise dal Giappone dove era fuggito.

A Fujimori vanno riconosciuti due meriti, uno in campo economico e uno nell’ordine pubblico. Nel primo caso, applicando un modello neoliberista di lacrime e sangue (noto come Fujishock), riuscì a riportare sotto controllo un’inflazione che era arrivata a toccare il settemila per cento. Nel secondo caso, debellò i due principali gruppi guerriglieri che insanguinavano il Paese, il Movimiento revolucionario túpac amaru (Mrta) e, soprattutto, Sendero luminoso (Pcp-Sl). Quest’ultimo viene considerato responsabile della metà dei 69mila morti accertati, stando ai dati della Commissione per la verità e la riconciliazione (Cvr), istituita nel 2001. Abimael Guzmán, líder máximo dell’organizzazione terroristica, fu catturato nel settembre del 1992.

Per raggiungere i suoi obiettivi politici, el Chino non si fermò davanti a nulla. Per esempio, sterilizzò – mediante la legatura delle tube – migliaia di donne (la cifra ufficiale è di 272.028) delle comunità rurali andine tra il 1990 e il 1999. Altra misura fu la costituzione di una organizzazione paramilitare con compiti di antiterrorismo denominata Grupo Colina. Il gruppo fu responsabile di almeno due massacri di civili innocenti, quello di Barrios Altos (15 persone assassinate) e quello de La Cantuta (con l’uccisione di un professore universitario e nove studenti).

Keiko Fujimori, figlia di Alberto e politica navigata, è l’erede principale del fujimorismo. È stata candidata presidenziale per tre volte e, con tutta probabilità, lo sarà anche in futuro.

Nel Paese andino la comunità giapponese (conosciuta come «comunidad nikkei») si è costituita a partire da fine Ottocento e oggi conta circa 200mila persone e sei generazioni. Di essa Alberto Fujimori è stato il rappresentante più noto ma anche – come abbiamo sommariamente spiegato – il più controverso. «Il dittatore e assassino – ha commentato la giovane congressista Sigrid Bazán – è morto senza pagare un solo sol di risarcimento [alle vittime]. La sua eredità di corruzione e violazioni dei diritti umani non viene cancellata con la sua morte». Né va dimenticato – aggiungiamo noi – che la figlia Keiko (candidata presidenziale nel 2011, 2016 e 2021) rimane una leader politica con molto seguito. Per questo è facile prevedere che, anche dopo la morte del suo fondatore, il fujimorismo influenzerà ancora a lungo la società peruviana.

Paolo Moiola