Mondo. Bambini senza nome

Due bambini su dieci non vengono registrati all’anagrafe. Sono 150 milioni: privi di uno dei loro diritti fondamentali.

Ogni dieci bambini nati negli ultimi cinque anni nel mondo, due non sono stati registrati.
Sono 150 milioni in tutto, secondo un recente rapporto Unicef, distribuiti in molti Paesi del Sud globale. Novanta milioni solo nell’Africa subsahariana.
Sono bambini «senza nome», privi di identità legale. Giuridicamente invisibili. Inesistenti per i Paesi nei quali sono nati.

Non a caso la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che il 20 novembre scorso ha compiuto 35 anni, pone il diritto al nome e all’identità personale dei bambini tra quelli fondamentali, subito dopo il diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo.

«La società – si legge nel rapporto dell’Unicef – riconosce per la prima volta l’esistenza e l’identità di un bambino attraverso la registrazione della nascita. Un certificato di nascita è la prova di questa identità legale ed è la base su cui i bambini possono stabilire una nazionalità, evitare il rischio di apolidia e cercare protezione dalla violenza e dallo sfruttamento. Ad esempio, il possesso di un certificato di nascita può aiutare a prevenire il lavoro minorile, il matrimonio infantile e il reclutamento di minorenni nelle forze armate, poiché consente di verificare l’età del bambino. Il certificato di nascita può essere richiesto anche per accedere ai servizi in settori quali la sanità, l’istruzione e la giustizia».

Dietro la cifra anonima, ci sono volti e vite reali: bambini yemeniti nati in un paese in guerra da anni, rohingya discriminati e non riconosciuti in Myanmar, neonati della striscia di Gaza, ma anche semplicemente un bambino del Ciad o della Papua Nuova Guinea nato in un villaggio sperduto da una madre sola e priva di mezzi.

I motivi della mancata registrazione possono essere molti: i costi inaccessibili per le famiglie, le distanze invalicabili degli uffici dai luoghi di nascita, le discriminazioni etniche o religiose, l’assenza di consapevolezza nei genitori.

«Ho sette figli – dice Rehema, mamma tanzaniana, in un virgolettato riportato nel report di Unicef -. La mia primogenita ha avuto la fortuna di ottenere il suo certificato di nascita con l’aiuto di un’amica, poiché ne aveva bisogno per entrare all’università. Io non ho potuto aiutarla. […] Non potevo permettermi il costo e la procedura per ottenere i certificati di nascita dei miei figli. Abbiamo problemi finanziari e, anche se so che è importante, semplicemente non era una priorità».

Centocinquanta milioni di bambini sotto i 5 anni non registrati alla nascita corrispondono all’intera popolazione di Francia e Germania messe insieme. È una cifra che dobbiamo aumentare di altri 50 milioni se aggiungiamo quei bambini che, pur essendo stati registrati, non hanno un certificato tra le loro mani.

Gli estensori del rapporto Unicef indicano un trend mondiale positivo (nel 2024, la percentuale di piccoli registrati nel mondo è stata del 77%, mentre nel 2019 era del 75%) ma il miglioramento è inferiore alle attese. Di certo non si raggiungerà l’obiettivo dell’Agenda 2030 su questo tema.

 

 

Basti dare uno sguardo al planisfero qui sopra (tratto dal report di Unicef) per capire la portata del problema per molti paesi: in Etiopia, Zambia e Papua Nuova Guinea le registrazioni di bambini sotto i 5 anni sono state inferiori al 25%: meno di 3 bambini ogni 10.

I paesi che registrano una percentuale tra il 25 e il 50% sono dieci in Africa subsahariana (Congo Rd, Repubblica Centrafricana, Mozambico, Mauritania, Guinea Bissau, Ciad, Uganda, Angola, Zimbabwe, Lesotho) e tre in Asia (Yemen, Afghanistan e Pakistan). Seguono poi i dodici Paesi africani che, assieme a cinque asiatici e al Paraguay in America Latina hanno registrato tra il 51 e il 75% dei bambini negli ultimi 5 anni, e i diciotto che, nel mondo, hanno avuto percentuali tra il 76 e il 90%.

In occasione della pubblicazione del report, la direttrice generale dell’Unicef, Catherine Russell, ha concluso, dopo aver descritto la sintesi dei dati: «Nonostante i progressi, troppi bambini rimangono non contati e non censiti, di fatto invisibili agli occhi del governo o della legge. Ogni bambino ha il diritto di essere registrato e di ricevere un certificato di nascita, in modo da essere riconosciuto, protetto e sostenuto».

Luca Lorusso




I Rohingya del Myanmar, ancora sfollati e rifugiati

 

A sette anni dallo scoppio della crisi che interessò il popolo dei Rohingya, gruppo etnico di religione musulmana stanziato nella parte occidentale del Myanmar, la comunità internazionale è ancora alle prese con una questione di difficile soluzione.

Sette anni fa, avvenne il primo esodo a seguito dello sfollamento forzato su larga scala di 750mila Rohingya che, sotto la pressione dell’esercito birmano, per sfuggire alla pulizia etnica, varcarono il confine e si stabilirono in Bangladesh, in particolare nella località di Cox’s Bazar.

La loro vita in campi profughi, organizzati in quell’area di confine grazie al governo di Dacca e agli aiuti della comunità internazionale, apparve fin dal principio molto critica.

Difficile la distribuzione di beni di prima necessità per il sostentamento. Per non parlare di istruzione, sviluppo, reinserimento sociale o occupazione per offrire un futuro agli sfollati che risultano apolidi, dunque privi di ogni diritto e riconoscimento.

Inoltre, negli anni, «nuovi problemi di sicurezza e le incertezze sui finanziamenti compromettono tutti gli aiuti», ha avvisato di recente l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur).

Sconsigliato anche il piano di rimpatrio nell’ex Birmania: nello Stato di Rakhine, in Myanmar, l’escalation del conflitto ha peggiorato le condizioni dei Rohingya rimasti nei distretti originari.

Data la guerra civile in corso nel Paese, lo sfollamento interno è ai massimi storici, oltre 3,3 milioni di sfollati all’interno del Paese. Tra questi, circa 130mila sono Rohingya che si trovano nel Rakhine settentrionale e vivono in mezzo al fuoco incrociato, vittime dei combattimenti tra l’esercito regolare e i miliziani dell’Arakan army, organizzazione militare locale tra quelle che sfidano la giunta birmana al potere.

«I civili di etnia Rohingya in Rakhine stanno sopportando il peso delle atrocità commesse dall’esercito del Myanmar e dall’opposizione dell’Arakan Army», ha spiegato Elaine Pearson, direttore per l’Asia di Human Rights Watch, presentando l’ultimo rapporto sugli abusi nell’area.

In Bangladesh, a sua volta attraversato dalla crisi politica culminata con la fuga dell’ex presidente Sheikh Hasina, il governo provvisorio di Muhammad Yunus ha mostrato una certa solidarietà auspicando che i rifugiati Rohingya possano rientrare in Myanmar in piena sicurezza, dignità e diritti. Sebbene, dunque, un ritorno dignitoso, volontario e sostenibile in Myanmar resti la soluzione ricercata dalle autorità, mancano le condizioni sul terreno per renderla possibile.

In attesa di una soluzione, la vita per i Rohingya in Bangladesh resta sospesa. I rifugiati hanno bisogno di assistenza immediata e di aiuto per costruire il loro futuro: il 52% di loro ha meno di 18 anni e molti sono nati in esilio o hanno trascorso i primi anni di vita nei campi profughi.

Nel 2024, le agenzie umanitarie hanno richiesto 852 milioni di dollari per assistere circa 1,3 milioni di persone, ma i finanziamenti internazionali per coprire quella necessità sono insufficienti. Per questo le razioni alimentari sono state ridotte, i centri sanitari devono far fronte alla carenza di personale medico e di medicinali, la bassa qualità dell’acqua causa epidemie di colera ed epatite; le opportunità di formazione professionale sono ridotte.

La nazione, poi, affronta inondazioni catastrofiche che colpiscono milioni di cittadini e anche comunità che ospitano i rifugiati, aggravando la situazione che, nota l’Acnur, richiede allora «un sostegno globale ampio e sistematico».

Paolo Affatato

 




Italia. Studenti di serie B

 

La scuola italiana fa fatica a sviluppare una didattica inclusiva e interculturale e a superare gli stereotipi sulla migrazione. Una ricerca su cinque città italiane conferma fenomeni di segregazione.

 

In un mondo attraversato da continui flussi migratori, l’intercultura, la condivisione e lo scambio sono sempre più urgenti, e la scuola è uno dei luoghi dove lo sono di più.

L’istruzione, infatti, ha un ruolo cruciale nel determinare il futuro dei giovani. Può essere un potente vettore di emancipazione, tanto più se i ragazzi provengono da situazioni di povertà ed esclusione sociale, come quelli che hanno alle spalle un background migratorio. Ma questo avviene a condizione che l’ambiente scolastico combatta le diseguaglianze educative e favorisca incontro e scambio tra culture, saperi e lingue.

 

Il progetto Integration mapping of refugee and migrant children in schools and other experiential environments in Europe (Immerse, Mappatura dell’integrazione dei bambini rifugiati e migranti nelle scuole e in altri ambienti esperienziali in Europa), finanziato dal programma Horizon 2020, ha analizzato l’inclusione scolastica e sociale di minori migranti e rifugiati in Belgio, Germania, Grecia, Irlanda, Italia e Spagna.

In Italia, la ricerca è stata condotta da Save the Children e ha coinvolto 7.168 studenti tra 10 e 17 anni delle città di Catania, Milano, Napoli, Roma e Torino.

Il rapporto conclusivo, Il mondo in una classe. Un’indagine sul pluralismo culturale nelle scuole italiane, denuncia la mancanza di risorse economiche e professionali, soprattutto negli istituti presenti in aree svantaggiate. L’Ong evidenzia le difficoltà della scuola italiana nello sviluppare approcci didattici inclusivi e interculturali e nel superare gli stereotipi sulla migrazione.

 

Molti istituti, soprattutto in aree periferiche, manifestano fenomeni di segregazione. Il white flight, ad esempio, è la tendenza delle famiglie italiane a iscrivere i figli nelle scuole di aree centrali o in istituti privati, incentivando la concentrazione di alunni stranieri nelle periferie. Altro fenomeno riguarda la propensione, denunciata dalla Fondazione Ismu – Iniziative e studi sulla multietnicità, ad assegnare docenti meno preparati e motivati alle classi con maggiore concentrazione di studenti stranieri.

L’abitudine a inserire gli studenti di origine straniera in classi inferiori alla loro età, il mancato riconoscimento di titoli di studio conseguiti nei Paesi di origine e la scarsa offerta di attività extra-scolastiche, sono altri fattori di marginalizzazione.

 

Nell’anno scolastico 2021/2022, l’11% degli studenti con background migratorio ha dichiarato di non aver frequentato la scuola per sei mesi o più (a fronte del 5,9% tra gli italiani). Alcune delle motivazioni addotte (barriere linguistiche, necessità di aiutare i genitori, inutilità della scuola) sottolineano l’incapacità inclusiva del sistema scolastico.

Allo stesso modo, gli studenti con background migratorio hanno un minore accesso alle attività extra scolastiche: corsi di sport, arte e musica sono frequentati dal 20% degli studenti stranieri e dal 43% di quelli italiani.

 

Preoccupante è anche il rapporto con i docenti: se il 64,5% degli studenti italiani ritiene di avere sempre o quasi la fiducia degli insegnanti, tra gli alunni di origine straniera lo pensa solo il 53,4%. Inoltre, il consiglio orientativo dei docenti per la scelta della scuola superiore mostra la tendenza a sottovalutare il potenziale di questi alunni: a parità di risultati nelle prove Invalsi, essi ricevono meno frequentemente il consiglio di iscriversi a un liceo.

 

In Italia, l’acquisizione della cittadinanza è regolata dalla legge 91 del 1992 che stabilisce il principio dello ius sanguinis: si diventa cittadini alla nascita se si è figli di uno o due genitori italiani. Chi è nato in Italia da genitori stranieri può acquisire la cittadinanza a diciotto anni se ha risieduto legalmente e senza interruzione nel Paese. Fino a quell’età, quindi, molti ragazzi, nati e cresciuti in Italia, restano esclusi dalla cittadinanza.

 

Alcuni studi condotti in diversi Paesi europei hanno evidenziato una correlazione positiva tra successo scolastico e cittadinanza. Save the Children conferma questa tendenza anche in Italia: la cittadinanza favorisce un livello più elevato di istruzione: il 46% di italiani e il 43% di alunni con background migratorio ma cittadini italiani aspirano a laurea, master o dottorato. Tra coloro che non hanno la cittadinanza solo il 35%.

 

Per rendere la scuola italiana un ambiente inclusivo e interculturale, in grado di valorizzare il potenziale di tutti i giovani, la strada è ancora lunga. Non si tratta solo di intervenire sulla qualità delle istituzioni scolastiche e dell’insegnamento ma anche di garantire pari opportunità nella sfera socioeconomica e, soprattutto, dei diritti umani.

Aurora Guainazzi




Italiani subito

12 maggio 2016.

Agli immigrati di seconda generazione, nati e cresciuti in Italia, deve essere riconosciuto il diritto di cittadinanza. Lo sostengono le riviste missionarie e le associazioni per i diritti dei migranti. Che chiedono sia presentato quanto prima al Senato, per la sua definitiva approvazione, il disegno di legge sullo ius soli.

In sintonia con la Campagna ‘L’Italia sono anch’io’, sostenuta da numerose organizzazioni della società civile, noi rappresentanti della stampa missionaria e di associazioni impegnate per i diritti degli immigrati, chiediamo al Parlamento italiano di portare a termine senza ulteriori dilazioni l’iter di riforma della legge che estende il diritto di cittadinanza agli stranieri nati nel territorio italiano. In modo particolare ci rivolgiamo alla presidente della Commissione affari costituzionali, Anna Finocchiaro, affinché stabilisca quanto prima la data per presentare al Senato il disegno di legge, già approvato in prima lettura alla Camera dei deputati il 13 ottobre 2015, per la sua definitiva approvazione.

La vigente legislazione, fondata su legami di sangue, garantisce il diritto di cittadinanza a nipoti di un nonno o nonna italiani, anche senza mai aver messo piede in Italia. A maggior ragione riteniamo giusto e doveroso che lo stesso diritto venga riconosciuto agli immigrati di seconda generazione, nati e cresciuti nel nostro paese, che oggi sono costretti ad attendere fino alla età di 18 anni prima di poter ottenere la cittadinanza. A tale obiettivo mira la riforma della legge 91 del 1992 che assicura ai figli di immigrati nati in territorio italiano da almeno un genitore con permesso di soggiorno di lungo periodo (ius soli temperato) o a seguito di un percorso scolastico (ius culturæ), il diritto a diventare cittadini.

L’approvazione della nuova legge – ne siamo certi – darà un segnale importante a oltre 1 milione di giovani di origine straniera che vivono in uno stato di precarietà esistenziale, che si sentono italiani di fatto, ma non lo sono per la legge. Grazie a questa normativa più della metà di costoro, con un genitore in possesso di un permesso di lungo soggiorno, potrebbero già beneficiare della riforma.

L’accesso alla cittadinanza è l’unica via in grado di consentire ai figli di immigrati di essere considerati alla pari, nei diritti e nei doveri, rispetto ai loro coetanei, figli di italiani.

Come cittadini e cittadine italiane riteniamo l’approvazione della nuova legge sulla cittadinanza agli stranieri un atto di giustizia che il nostro Parlamento è chiamato a compiere per rimediare a una discriminazione che penalizza i nostri fratelli e sorelle immigrati di seconda generazione.

 

Federazione Stampa Missionaria Italiana (Fesmi), segretario Gigi Anataloni 

Nigrizia, direttore Efrem Tresoldi

Missione Oggi, direttore Mario Menin

Cem Mondialità, direttrice Antonella Fucecchi

Emi, direttore Lorenzo Fazzini

Missionari Saveriani, direttore Filippo Rota Martir

Africa, direttore Marco Trovato

Missioni Consolata, direttore Gigi Anataloni

Mondo e Missione, direttore Giorgio Licini

Il Missionario, direttore Paolo Bagattini

ComboniFem, direttrice Paola Moggi

Andare alle genti, direttrice Gloria Elena López

Centro studi immigrazione (Cestim) – presidente Carlo Melegari

Centro Astalli, presidente Camillo Ripamonti

Migrantes diocesi di Verona, direttore Giuseppe Mirandola

 


Nuove adesioni

13/05/2016 – Aderisco alla campagna sul diritto di cittadinanza
Milena Santerini, deputata, presidente Alleanza parlamentare contro l’intolleranza e il razzismo del Consiglio d’Europa

13/05/2016 – Dichiaro di voler aderire all’appello per chiedere al Parlamento italiano di portare a termine al più presto l’iter di riforma della legge che estende il diritto di cittadinanza ai figli di immigrati nati in territorio italiano.
Agostino Menozzi – Reggio Emilia

13/05/2016 – Aderisco alla campagna
Lucia Saporiti

13/05/2016 – Condividendo pienamente quanto sostenuto dalla Campagna “Italiani subito”, desidero aderire sottoscrivendo.
Piergiorgio Bortolotti
– Vigalzano di Pergine (TN)

Modena, 16 maggio 2016 – Condividendo pienamente l’appello “DIRITTO DI CITTADINANZA-LA RIFORMA VADA AVANTI”, pubblicato su Avvenire del 13 c.m., lo sottoscrivo volentieri. Grazie,
Pasquale Quattrocchi 
(già Ordinario di Algebra presso l’Università di Modena e Reggio Emilia).

16/05/2016 – Aderiamo all’appello.
Giuseppe Casucci
Coord. Nazionale Dipartimento politiche Migratorie UIL

Sottoscrivo l’appello.
p. Dino Dozzi
direttore di “Messaggero Cappuccino


Per adesioni all’appello scrivete a:

Padre Gigi Anataloni segreteria.fesmi@gmail.com