Il 5 aprile 1975 il cardinale Michele Pellegrino consacra la nuova chiesa sorta non distante dalla Casa Madre dei Missionari della Consolata. La comunità parrocchiale era nata cinque anni prima ma, di fatto, era già viva da tempo nella chiesa pubblica dedicata a Giuseppe Allamano.
Era il primo gennaio 1970 quando nacque la parrocchia Maria SS. Regina della Missioni. La sua casa era, allora, la chiesa pubblica della Casa Madre dei Missionari della Consolata, dove, dal 1938, era custodito il corpo del fondatore, Giuseppe Allamano, allora non ancora riconosciuto santo.
La chiesa, fin dalla sua costruzione, era un punto informale di aggregazione per tanti fedeli e nel dopoguerra era diventata di fatto una succursale delle tre parrocchie che lì confinavano. Così nacque ufficialmente la nuova parrocchia che, pur coprendo un territorio molto piccolo di circa mezzo chilometro quadrato, aveva una popolazione di oltre 10mila abitanti.
Da subito emerse l’esigenza di provvedere a una sede parrocchiale propria e distinta dalla Casa Madre, la quale era già rigurgitante di opere proprie e non era in grado di mettere a disposizione locali sufficienti per le necessità pastorali.
Pertanto, il 26 settembre 1971, su progetto degli architetti Domenico Mattia e Ugo Mesturino, con l’assistenza di Torino Chiese, sull’area di poco più di 1.500 m2 concessa dal comune, iniziarono i lavori di costruzione. Il luogo era un tempo un deposito officina per tram. Da qui lo stile della costruzione sobrio e moderno fatto di blocchi di cemento armato con alte colonne portanti che ricordano i binari del tram.
I muri perimetrali, che salgono verso l’alto raggiungendo vari livelli senza toccare il tetto, dal quale sono separati da ampie vetrate, danno l’idea di un edificio ancora in costruzione. Questo per ricordare che i fedeli sono le pietre vive della chiesa, la quale è un edificio che deve continuare a crescere nella fede, nella carità e nell’impegno ad annunciare e testimoniare il Regno di Dio nel mondo.
Finita la costruzione, il 5 aprile 1975, il cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino, consacrò la nuova chiesa parrocchiale, la dedicò a Maria Regina delle Missioni e inaugurò i locali per le attività pastorali. Era presente una folla enorme, molti missionari, le suore della Consolata e molti sacerdoti delle parrocchie vicine. Nell’omelia il cardinale ricordò efficacemente i pilastri della vita comunitaria commentando il testo del libro degli Atti (2,42-47): «I fratelli erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nella preghiera».
Chiesa edificio e comunità
Partendo da questi quattro pilastri: ascolto della Parola, unione fraterna, frazione del pane e preghiera, padre Gottardo Pasqualetti, nel 2000 in occasione del 25° della chiesa, quando era superiore dei missionari della Consolata in Italia, sottolineò cinque tratti fondanti della chiesa come edificio e come comunità viva.
Il primo tratto è che l’edificio è «casa di raduno» del vicinato (significato originale della parola parrocchia), e i fedeli sono invece «popolo radunato nella Trinità», corpo di Cristo. Non sono quindi solo una somma di persone che si trovano per necessità o semplice piacere, come al supermercato o allo stadio.
Il secondo tratto è che la chiesa è il luogo della «mensa della Parola e del pane», il corpo di Cristo: Parola che alimenta e sostiene un progetto di vita basato su amore e gratuità, e pane spezzato che ci fa essere un’unica famiglia.
Il terzo è che la chiesa, sia quella di pietra che quella delle persone, è casa di preghiera, comunità in preghiera. Solo nella preghiera si alimenta uno stile di vita centrato sull’amore a Dio, su giustizia e pace con gli altri, e sulla cura del creato, non come proprietà privata, ma bene di tutti.
Quarto: è casa della carità e della dignità umana affermata e difesa nel servizio ai poveri vicini e lontani, e nell’impegno per la pace e una politica attenta ai veri bisogni delle persone.
Da ultimo, è casa aperta la mondo. Un tratto, quest’ultimo, espresso anche dalla forma peculiare dell’edificio che privilegia la dimensione orizzontale su quella verticale per ricordare che la vicinanza a Dio è la sorgente e la forza per aprirsi ai fratelli. E questo è confermato dalla sua posizione in mezzo alle altre case: la chiesa è più bassa di tutti gli edifici circostanti, non domina, ma è lì, in mezzo, per essere casa di tutti. Non solo per il quartiere, ma per il mondo intero: la passione missionaria caratterizza da sempre la comunità che è vicina a tanti missionari e che ha in padre Ugo Pozzoli e nel cardinale Giorgio Marengo due dei suoi frutti più belli. Senza dimenticare i molti parrocchiani che sono parte viva di gruppi come gli Amici Missioni Consolata, Impegnarsi serve, Karibuni, la Terza Settimana o partecipano alle attività del Cam, ora Cultures and mission, già Centro di animazione missionaria.
Sacerdoti e laici
In cinquant’anni sono passati sei parroci, da padre Ernesto Tomei a padre Francesco Peyron, da padre Cesare Giulio a padre Osvaldo Coppola, da padre Francesco Bernardi a padre Pietro Moretti, l’attuale parroco dal 2010. Molti di più i viceparroci, collaboratori e collaboratrici, favoriti dalla vicinanza della Casa Madre, sia dei missionari che delle missionarie. Ma la vera forza sono i laici: catechisti, animatori, chierichetti, coristi, membri della San Vincenzo, volontari dei gruppi missionari, lettori. E i ragazzi e giovani non si sono fatti spaventare dalla mancanza di aree verdi, rimpiazzate da un salone palestra audacemente ricavato sotto il sagrato. Una bellezza, ma anche un rompicapo per tutti parroci, visto che il soffitto-sagrato è spesso danneggiato da crepe che lasciano passare la pioggia a causa della grande escursione termica. Passando sulla strada si possono facilmente sentire le grida di gioia dei ragazzi impegnati in frenetiche partite di calcio.
Di giubileo in giubileo
Inaugurata durante il giubileo del 1975, la chiesa ha celebrato il 25° in quello del 2000 e ora il 50° nel nuovo giubileo dei «pellegrini di speranza». Felice coincidenza che porta a ripensare non solo i cinquant’anni di una piccola chiesa, ma la vita stessa della Chiesa, la quale, attraverso molteplici vicende, continua a trasmettere la bella notizia di Cristo che trasforma la vita degli uomini.
Il cinquantenario è l’occasione per rinnovare la consapevolezza che siamo inseriti in una comunità che supera gli stretti confini del quartiere, della città, della nazione, facendoci diventare «pellegrini di speranza» in questo mondo oggi segnato da così ampie contraddizioni e sofferenze.
Missionari nell’oggi
Ora la comunità che ha trovato casa in questa chiesa non è più la stessa e non vive di nostalgie.
La Regina delle missioni ornata per la festa
La realtà sociale del quartiere è cambiata. Certo non è mai stata una realtà di periferia. La maggior parte delle persone che vi abitano sono proprietarie delle loro case, costruite negli anni del dopoguerra. Ma tanto è cambiato. La costruzione del vicino Palazzo di Giustizia ha trasformato l’area da zona residenziale a zona di uffici e studi legali che hanno occupato tanti appartamenti e sbilanciato i prezzi degli affitti. E così la popolazione sì è più che dimezzata. Oggi le stime più ottimiste parlano di cinquemila abitanti, in realtà forse siamo poco più di tremila, grazie a una piccola inversione di tendenza che ha riportato qui alcune famiglie giovani quando la metropolitana è arrivata fino al Lingotto, rendendo di nuovo interessante abitare nel quartiere.
La partecipazione alla vita della comunità mostra gli stessi sintomi della nostra Italia oggi: invecchiamento, tanti funerali, pochi battesimi, rari i matrimoni. Condomini che non favoriscono relazioni e solidarietà, ma isolano le persone, con casi di suicidio e anziani trovati morti dopo giorni. Diffidenza ad accogliere il sacerdote che arriva a visitare perché ci sono in giro troppi imbroglioni. Mancanza di spazi verdi dove socializzare e incontrarsi. Ma tutto questo non scoraggia, anzi è uno stimolo al rinnovamento, cominciando dal gruppo «Piazzetta verde» nato dalla riflessione sulla Laudato si’, che si impegna a ridare una dimensione umana all’ambiente e al vicinato.
C’è la San Vincenzo attenta ai vecchi e nuovi poveri. E poi il coro, i lettori, il gruppo dei genitori e tante altre iniziative per dare risposte vive all’essere cristiani missionari oggi.
E i giovani non dormono, ben coscienti di essere soggetti responsabili e creativi nella comunità: un nutrito gruppo di animatori, facendo la staffetta con i catechisti, accompagna i ragazzi da dopo la prima comunione fino alla fine della scuola superiore, anima l’oratorio e una miriade di iniziative per rendere gioiosa e appetibile la vita di fede.
Non è un’avventura facile, le sfide sono tante. Ma anche solo l’aver trasformato la chiesa dalla freddezza di un capannone industriale alla bellezza di un giardino accogliente, è un segno positivo e bello, segno che il cammino di speranza continua ed è possibile.
Gigi Anataloni
Benedizione delle Palme 2024
Myanmar. Quattro anni di guerra civile
Nel conflitto civile che da quattro anni insanguina il Myanmar non si vedono spiragli di pace. In primis perché nessuno dei due contendenti in lotta – la giunta militare al potere e le forze di opposizione – è disposto a fare concessioni all’avversario, continuando a dichiarare di volerlo sconfiggere. In seconda battuta a causa dell’assenza della comunità internazionale che finora si è dimostrata impotente o indifferente. Con due eccezioni: Cina e Russia. Mentre, infatti, il blocco occidentale e gli Stati Uniti d’America hanno lasciato campo libero, le due potenze hanno continuato a sostenere la giunta militare al potere, al fine di tutelare i loro interessi strategici ed economici.
La Casa Bianca, nel tempo dell’amministrazione Trump, non sembra volersi coinvolgere per promuovere il ritorno della democrazia in Myanmar.
Nel 2022, il Congresso Usa aveva approvato il Burma Act, un provvedimento legislativo che autorizzava «l’assistenza umanitaria e il sostegno alla società civile» tramite un programma Usaid (United States agency for international development) volto ad assistere giovani esuli birmani nel loro percorso di istruzione e formazione.
Il presidente Trump, bloccando i finanziamenti all’agenzia governativa, ha fermato anche 45 milioni di dollari stanziati per oltre 400 studenti birmani che erano sostenuti tramite il Development and inclusive scholarship program dell’Usaid.
L’opposizione birmana e il governo in esilio, il National unity government (Nug), hanno incassato lo stop degli aiuti Usa con amarezza, puntualizzando che le forze della resistenza birmana non si fermeranno e che continueranno nella lotta fino al rovesciamento del regime.
Anche nelle giornate di analisi e riflessione organizzate a Roma dall’Associazione Italia-Birmania insieme, in occasione del quarto anniversario del golpe, all’inizio di febbraio, si è osservato con disappunto l’atteggiamento dell’Occidente che – focalizzato sulla guerra in Ucraina e sul conflitto in Medio Oriente – sembra aver dimenticato il quadrante del Sudest asiatico e la sofferenza del popolo birmano.
I quattro anni di guerra civile, gli ultimi due particolarmente cruenti, restituiscono ora il volto di un paese tormentato e deturpato da profonde ferite. Dal golpe che il 1° febbraio del 2021 ha rovesciato il governo democraticamente eletto, la nazione si ritrova a essere definita «il luogo più violento del mondo», come ha scritto l’Armed conflict location and event data project (Acled), organizzazione che monitora i conflitti nel mondo, rilevando oltre 50mila morti – tra i quali oltre 8mila civili -, più di 3,8 milioni gli sfollati e circa 23 milioni di cittadini interessati dal conflitto civile in corso, su una popolazione complessiva di 51 milioni di abitanti.
La popolazione è allo stremo, ha avvertito il Programma alimentare mondiale (Wfp) dell’Onu, prevedendo che oltre 15 milioni di persone soffriranno la fame nel 2025, sperimentando alti livelli di insicurezza alimentare, soprattutto nelle aree attraversate da scontri armati (in particolare negli Stati di Chin, Kachin e Rakhine, e nella regione di Sagaing). La crisi unitaria, si avverte, è destinata ad aggravarsi, anche perché le associazioni e Ong internazionali non hanno la possibilità e l’autorizzazione per soccorrere e portare aiuti ai civili.
In tale scenario la situazione sul terreno militare, nonostante il prosieguo dei combattimenti, sembra cristallizzarsi: da un lato, l’esercito birmano ha a disposizione, grazie ai rifornimenti dei potenti alleati, arsenali di armi pesanti, forze aeree, carri armati, e mantiene il controllo della parte centrale del Paese e delle grandi città come Mandalay, Naypyidaw, Yangon; dall’altro, le forze di opposizione hanno conquistato aree e municipalità nelle zone di confine, quelle che vengono orgogliosamente definite «zone liberate», cioè sottratte al potere della giunta, e controllano, secondo gli analisti, il 50% del territorio nazionale.
Intanto il regime militare al potere, che ha lanciato una campagna di reclutamento obbligatorio per rafforzare le fila dell’esercito, ha prolungato lo stato di emergenza fino a luglio 2025 e ha annunciato che entro l’anno terrà una tornata elettorale.
Si tratta, tuttavia, di un piano difficile da realizzare, dato che il censimento elettorale è stato possibile soltanto in 145 municipalità sulle 330 che compongono lo Stato, cioè meno della metà, e in zone abitate solo dalla gente dell’etnia maggioritaria, i bamar, in una nazione che si configura come multietnica e multiculturale.
La sola notizia positiva negli ultimi mesi è stata quella dell’accordo di cessate il fuoco, limitato alla regione del Nordest, siglato tra esercito e gruppi ribelli grazie alla mediazione della Cina che, come detto, tiene a tutelare i propri interessi commerciali e ha così ristabilito il traffici alla frontiera.
In un quadro di violenza generalizzata, la Chiesa cattolica ha registrato il tragico episodio dell’uccisione del primo sacerdote: si tratta di don Donald Martin Ye Naing Win, ucciso il 14 febbraio nella sua parrocchia di Nostra Signora di Lourdes dell’arcidiocesi di Mandalay, nella regione di Sagaing, nel Centro Nord del Paese, una delle aree maggiormente interessate da scontri e combattimenti.
A compiere il brutale omicidio (il prete è stato accoltellato e mutilato) un gruppo di miliziani di forze di difesa locali per motivi ancora tutti da chiarire. Sulla morte del religioso le Forze di difesa polare, che combattono sotto l’egida del National Unity Government e che controllano quella porzione di territorio in Sagaing, hanno aperto un’indagine arrestando un gruppo di dieci aggressori.
Paolo Affatato
Timor Est. Paese piccolo tra giganti
Colonia portoghese fino al 1975, poi occupato dall’Indonesia, Timor Est è indipendente dal 2002. È l’unico paese a maggioranza cattolica in Asia assieme alle Filippine. In cerca di una via d’uscita dalla povertà per i suoi 1,5 milioni di abitanti, investe nei giovani.
Alle prime luci dell’alba, João Lima parte, come ogni giorno, dal suo campo, a circa venti chilometri dalla città di Dili, capitale di Timor Est, ufficialmente Repubblica democratica di Timor Leste, per vendere al mercato banane, chicchi di caffè essiccati, ortaggi.
Sul pulmino dai colori sgargianti che si ferma sul ciglio della strada, sale con lui Ricardo, suo figlio undicenne che, in camicia bianca e pantaloncini blu, sta andando a scuola.
Ad accogliere Ricardo c’è suor Albertina, una delle tante religiose impegnate negli istituti scolastici cattolici disseminati sull’isola del Sudest asiatico.
La vita di João è simile a quella di tanti altri piccoli agricoltori che, come lui, nel Paese sbarcano il lunario con fatica e sognano un futuro diverso per i figli. Magari in Corea o in Europa.
Il Paese più giovane d’Asia
La strada che costeggia il mare passando per il porto di Dili e per il piccolo aeroporto Nicolau Lobato, se percorsa in direzione ovest, è una delle poche che oltrepassano il confine terrestre con l’Indonesia, arrivando fino a Kupang, città posta all’estremo occidente dell’isola.
Saliamo a Dili tra colline verdeggianti, campi coltivati, banchetti di venditori ambulanti che fanno capolino qua e là.
L’aeroporto Nicolau Lobato porta nel nome la dicitura «internazionale»: non potrebbe essere diversamente. Infatti, è l’unico scalo del Paese e non esistono «voli domestici».
I due aeroplani che atterrano ogni giorno sull’unica pista vengono uno da Denpasar, sull’isola indonesiana di Bali, e uno dalla città australiana di Darwin.
Sono proprio l’Indonesia e l’Australia le due potenze che hanno avuto – e hanno tuttora – un’influenza determinante nella storia recente della piccola nazione, la più giovane d’Asia, diventata indipendente dall’Indonesia il 20 maggio 2002. La sua popolazione oggi conta 1,5 milioni di abitanti, e i suoi 14.874 km2 di superficie (poco meno del Lazio) si estendono sulla metà orientale dell’isola di Timor, sull’exclave di Oecusse, in territorio indonesiano, l’isola di Atauro e l’isolotto di Jaco.
Le ferite dell’indipendenza
L’isola di Timor fu colonizzata a partire dal XVI secolo da portoghesi e olandesi. Tra il 1859 e il 1914 i due paesi europei si spartirono il territorio in una parte occidentale olandese e in una orientale portoghese.
Era il 28 novembre 1975 quando quest’ultima si dichiarò indipendente. Nove giorni dopo, però, l’Indonesia la occupò per incorporarla nel 1976 come provincia di Timor Timur.
Durante i successivi due decenni, segnati da scontri tra il fronte degli indipendentisti, il Falintil, e l’esercito indonesiano, morirono tra le 100mila e le 250mila persone.
Il 30 agosto 1999, in seguito a forti pressioni internazionali, fu indetto un referendum per l’indipendenza dal quale, il 20 maggio 2002, nacque finalmente la Timor Est indipendente.
La vicenda politica, che ha lasciato una tragica scia di sofferenza – un esempio su tutti, il massacro di Santa Cruz del novembre 1991, che costò la vita a 200 giovani timoresi -, vide indirettamente coinvolto anche la vicina Australia che, nella sua politica di mezzo secolo fa, mascherava di «lotta al comunismo» il suo interesse per le ingenti risorse petrolifere dei giacimenti nel mare di Timor.
Timor Est è ancora oggi alle prese con una lenta ripresa.
Dopo il voto referendario del 1999, le milizie lealiste, sostenute dall’esercito indonesiano, avviarono una campagna punitiva uccidendo circa 1.400 cittadini timoresi e costringendo oltre 300mila persone alla fuga. I gruppi paramilitari pro-Indonesia ebbero l’ordine di lasciare dietro di sé solo macerie prima di ritirarsi nell’Ovest, e Timor Est si ritrovò a dover ricostruire da zero strutture e infrastrutture, classe dirigente e l’intera architettura dello stato.
Giovani e cambiamento
Si tratta di un iter che, dopo più di 20 anni, è ancora in via di realizzazione, mentre il cammino per lo sviluppo implica un cambio di mentalità e di paradigmi sociali ed economici: «La nostra società, essenzialmente agricola e rurale – spiega Joel Casimiro Pinto, frate minore e rettore della Universidade católica timorese São João Paulo II a Dili, primo e unico ateneo nella nazione -, è chiamata a rigenerarsi con la creazione di un tessuto imprenditoriale. E questo processo passa necessariamente dalla formazione dei giovani».
Intitolato a papa Wojtyla, l’ateneo ha aperto i battenti nel 2021 ed è frequentato da 1.700 studenti divisi tra quattro facoltà: scienze sanitarie; scienze umane; ingegneria agraria; scienze dell’educazione, arti e cultura. «Sono molti i giovani che chiedono di essere ammessi: ogni anno abbiamo oltre 1.500 candidati, ma possiamo accoglierne solo 500. Tra i giovani timoresi c’è un grande desiderio di crescere e di contribuire al futuro della nazione», nota il rettore, aggirandosi fiero tra le strutture del campus, attorniato da giovani curiosi ed entusiasti.
L’obiettivo è «fornire un’istruzione di qualità in tutti i settori dell’attività umana e preparare le generazioni future al mercato del lavoro per formare una nuova classe dirigente».
Paese emigrante
Dopo la storica visita di papa Wojtyla nel 1989 – evento che diede energie morali, spirituali e politiche al cammino di Timor Est verso l’indipendenza -, la piccola nazione – unica a maggioranza cattolica in Asia, assieme alle Filippine -, all’inizio di settembre ha accolto papa Francesco nella terza tappa del suo viaggio in Asia e Oceania che l’ha visto sbarcare anche in Indonesia, Papua Nuova Guinea e Singapore.
Dalla sua presenza, e dal suo apprezzamento per una Timor Est in cui «si respira freschezza», il Paese ha tratto incoraggiamento per il suo futuro che già oggi si intravede nelle nuove generazioni. Gli abitanti sotto i 30 anni, infatti, secondo statistiche ufficiali, sono circa il 70%.
Per loro, però, oggi le prospettive di lavoro e di formazione restano limitate. «A causa della disoccupazione – rileva Acacio Domingo De Castro, sociologo salesiano, docente all’ateneo -, molti emigrano verso Corea del Sud, Australia, Europa, e inviano le loro rimesse alle famiglie di origine, per migliorarne le condizioni economiche».
Un esempio è quello di Heriberto del Rio, 25enne che dopo aver studiato lingue, ora si destreggia tra la lingua timorese (il tetun), quella indonesiana (il bahasha), il portoghese, l’inglese e il cinese, e si è trapiantato nella capitale indonesiana Giacarta dove lavora come interprete per aziende locali che operano nell’import export.
Heriberto non intende tornare in patria, e vede il suo futuro all’estero, ma molti altri giovani non hanno le sue stesse possibilità e, d’altronde, la nazione ha bisogno di loro.
«Il governo di Timor Est – racconta De Castro sorseggiando il caffè orgogliosamente prodotto nel Paese – ha messo in campo delle misure per incentivare lo sviluppo e l’imprenditoria giovanile, ad esempio promuovendo nuove tecnologie per l’agricoltura e finanziando micro progetti su tutto il territorio nazionale per attivare piccole imprese e cercare di frenare il fenomeno dell’emigrazione».
Guidato dall’ex capo della resistenza Xanana Gusmao, il Governo di Dili intende creare una Banca per lo sviluppo allo scopo di concedere ai giovani opportunità di microcredito.
«In questo scenario – riprende il rettore -, l’università rappresenta il contributo della Chiesa cattolica per la formazione integrale dei giovani, perché crescano come persone di fede e cultura, animate da valori come pace, tolleranza, giustizia, democrazia, inclusività». E, continua, «perché siano pronti a mettersi al servizio del prossimo, soprattutto dei poveri e dei più vulnerabili, nella logica del Vangelo».
Una «societas christiana»
Quando si parla di «comunità cattolica» a Timor Est, si intende quasi l’intera popolazione. I battezzati sono il 98%, e la vita sociale, politica, culturale dà a un visitatore straniero l’impressione di trovarsi in una societas christiana, in cui i valori della Chiesa influenzano scelte personali e pubbliche. Eppure, solo cinquant’anni fa, nel 1975, era battezzato solo un terzo della popolazione. La crescita esponenziale dei cattolici si ebbe proprio negli anni critici dell’oppressione, quando l’elemento della fede divenne un baluardo, e suore, preti, catechisti restarono accanto a indigenti, vulnerabili, emarginati.
Non si può dimenticare una figura come Martinho Da Costa Lopes (1918-1991), dal 1977 vicario apostolico di Dili, uomo che denunciò più volte apertamente le atrocità commesse dall’esercito indonesiano, anche in colloqui con il dittatore Suharto, allora al potere in Indonesia.
Il suo ruolo risultò determinante quando, incontrando l’allora astro nascente della resistenza, Xanana Gusmao, gli disse che il movimento indipendentista avrebbe dovuto abbandonare l’ideologia marxista per avere successo nella lotta.
Gusmao nel 1988 presentò un documento politico che, scegliendo la strada dell’unità nazionale, sanciva la rinuncia all’ideologia comunista.
L’unico riferimento ideale per la popolazione che lottava per la libertà, allora, restò il Vangelo.
Tutt’oggi, parlando con la gente, guardando la vita delle famiglie, frequentando le parrocchie brulicanti di bambini e di giovani, ci si accorge che la fede cristiana impregna la cultura e la mentalità comune, ed è un fattore che resiste all’inesorabile processo di secolarizzazione e alle sfide delle nuove tecnologie.
Soprattutto colpisce che questo accada nella vita dei giovani che «hanno visione, ambizione e speranza e nella loro vita, in patria o all’estero, laureati o già lavoratori, mantengono viva la fede», spiega il vicario episcopale di Dili, Graciano Santos.
Un segno di tutto questo è il Seminario maggiore interdiocesano a Fatumeta, un quartiere della capitale, dove 300 giovani si formano per il sacerdozio. Altrettanti ragazzi studiano nel Seminario minore, mentre l’Istituto superiore per la filosofia e la teologia «accompagna la crescita culturale di circa 350 giovani, seminaristi, consacrati e laici, ed esprime la missione della Chiesa nel campo della formazione umana e spirituale», spiega il rettore, Giustino Tanec, raccontando che «la visita di papa Francesco si è rivelata un balsamo per i nostri giovani». Inoltre, i giovani migranti che da Timor Est si trasferiscono all’estero per cercare lavoro «sono anche dei missionari, perché portano con sé il loro patrimonio di fede e vivono la testimonianza cristiana con semplicità e convinzione», sottolinea il cardinale Virgilio do Carmo da Silva, arcivescovo di Dili.
Davide tra i Golia
Nella capitale, distesa sulle rive del mare di Timor, i giovani sfrecciano sui motorini e al tramonto si incontrano e socializzano sul lungomare, mangiando pesce arrostito e frittelle di gamberetti, mentre sorseggiano cachaça, un’acquavite di origine brasiliana, prodotta anche in loco. Sognano di lasciare una realtà che è ancora in via di sviluppo, che registra un’alta percentuale di famiglie in condizioni di povertà, con circa il 40% della popolazione che vive con meno di due dollari al giorno e non è alfabetizzata.
È la povertà che si scorge con chiarezza laddove, ai bianchi palazzi pubblici in stile coloniale, fanno da contrappunto, a poca distanza, quartieri di casupole attaccate l’una all’altra e zone dove da poco il servizio pubblico garantisce i servizi essenziali come l’acqua e l’elettricità.
Lo sviluppo e la promozione sociale e culturale della popolazione – nelle città ma soprattutto nelle aree rurali – sono la priorità per Timor Est.
Perseguendo quest’obiettivo, il governo ha chiesto l’adesione all’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico (Asean) e, dal 2022, ha ottenuto lo status di osservatore ufficiale e «l’approvazione di principio» per diventarne membro a pieno titolo.
Il Paese spera così di incentivare i rapporti economici con i paesi della regione (l’Indonesia in primis) e di attirare investitori soprattutto in un settore che è ancora in embrione: il turismo.
L’altro grande asset del Paese è costituto dalle sue riserve di petrolio e gas che suscitano l’interesse soprattutto di Australia e Cina. L’Australia, storica partner, in cambio dello sfruttamento dei giacimenti nel mare di Timor prospetta di spendere la propria influenza politica a beneficio di Dili nei rapporti con il blocco occidentale.
Pechino, dal canto suo, entrata con decisione nella competizione, offre l’edificazione di moderne infrastrutture.
L’economia di Timor Est oggi fa affidamento quasi interamente sulle entrate derivanti da quelle materie prime, che compongono circa l’85% del bilancio statale. Sia nel caso dei giacimenti di oro nero, sia per quelli di gas naturale, Dili sta seguendo un principio chiave: dopo l’estrazione, la conduttura deve arrivare a Timor Est, in modo che quelle risorse diventino un volano per lo sviluppo interno e possano generare occupazione e lavoro qualificato, con un impatto sociale ed economico virtuoso in patria.
Timor Est resta un piccolo stato stretto tra i giganti, ma proprio per questo ha attivato un’iniziativa che appare significativa: una rete con altri paesi fragili. È l’iniziativa del gruppo denominato «G7+», organizzazione intergovernativa che riunisce nazioni uscite da un conflitto e che sperimentano vie di ripresa socioeconomica. Con quei 20 paesi di Africa, Asia Pacifico, Medio Oriente e Caraibi, scambia buone pratiche, suggestioni, speranze e prospettive, in un fecondo rapporto di solidarietà e di cooperazione.
Paolo Affatato*
*Paolo Affatato, giornalista e saggista, è responsabile della redazione Asia nell’agenzia di stampa Fides, delle Pontificie opere missionarie. Membro di «Lettera 22», associazione di giornalisti, è autore di reportage e analisi dal continente asiatico. Il suo ultimo libro, edito in italiano e inglese, è Shahbaz Bhatti. L’aquila del Pakistan, Edizioni Messaggero Padova, Padova 2020.
Corea del Sud. Dialogo tra fedi in vista della Gmg 2027
La prossima Giornata mondiale della Gioventù, che si terrà nel 2027 in Corea del Sud, «sarà un’occasione di dialogo tra le fedi – ci dice l’arcivescovo di Seul e amministratore apostolico di Pyongyang (Corea del Nord), monsignor Peter Soon-Taick Chung -. La Corea non è un paese cattolico, ci sono tante diverse religioni e quindi questo grande evento sarà una buona occasione di dialogo e anche per rinsaldare un ponte tra diverse fedi, per comunicare, per fare unità, e per costruire la pace».
Incontriamo monsignor Peter Soon-Taick Chung a Roma, a margine delle iniziative di preparazione, insieme al Dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita, della prossima Giornata mondiale dei giovani. Il Papa ha fortemente voluto che si celebri in Asia, un continente dove i cattolici sono in crescita e dove la fede si coniuga, lì dove non ci sono situazioni di persecuzione, con le altre fedi.
Sarà la prima volta che la Gmg si celebrerà in un paese nel quale i cattolici sono una minoranza. In Corea del Sud, infatti, dice l’arcivescovo, «la metà della popolazione non professa alcuna religione, più o meno il venti per cento è buddista, un altro venti per cento è protestante e solo il dieci per cento è cattolica».
«I rapporti tra le religioni in Corea sono molto buoni», assicura l’arcivescovo elencando i tratti positivi delle altre religioni. «Nel buddismo, la principale caratteristica è la generosità. I protestanti sono dinamici, pieni di energia, e sono fratelli in Cristo. Con tutti abbiamo una buona relazione nella quotidianità. I nostri giovani sacerdoti hanno stretto amicizia con i monaci buddisti e i giovani pastori protestanti. E quindi immaginiamo la Giornata mondiale della Gioventù come un momento di dialogo e un vento di pace».
Monsingor Peter Soon-Taick Chung, che è anche il presidente del Comitato organizzatore locale di Seul 2027, confida: «Il sogno è che il raduno dei giovani con il Papa possa arrivare in un momento di pace per il mondo. La pace tra le due Coree, sì, ma non solo. In questo tempo in cui assistiamo a così tanti conflitti, io sogno la pace per tutti e la Gmg sarà una buona opportunità per edificarla insieme a tutti i giovani del mondo».
La speranza è di vedere a Seul anche i giovani della Corea del Nord: «Noi abbiamo la volontà di invitarli. Speriamo, e soprattutto preghiamo, perché la loro presenza possa diventare realtà». E prosegue: «Durante i periodi di persecuzione nell’Ottocento, i primi fedeli coreani inviarono lettere accorate al Papa, chiedendo missionari per preservare la loro fede e per unirsi alla Chiesa universale. Questo appello spinse Papa Gregorio XVI (1831-1846, ndr) a istituire nel 1831 il Vicariato apostolico di Chosun, inviando così missionari e permettendo alla fede di prosperare nonostante le persecuzioni. Proprio come ha fatto con la Chiesa coreana primitiva, il Pontefice – dice riferendosi a Papa Francesco – ha accolto ancora una volta la richiesta della nostra Chiesa, invitando i giovani di tutto il mondo a unirsi al pellegrinaggio della Gmg di Seoul 2027».
I giovani che verranno, conclude, saranno «missionari coraggiosi, ispirati a vivere la gioia del Vangelo».
Manuela Tulli
Myanmar. La solidarietà tra le violenze
Nel Myanmar tormentato dalla guerra civile, la popolazione cerca di resistere al calvario senza fine che sta attraversando, tra sfollamento, povertà, violenza.
Dopo il golpe militare del febbraio 2021 e l’organizzazione delle «Forze di difesa popolare» – milizie della resistenza composte soprattutto da giovani birmani -, la nazione del Sudest asiatico, secondo l’Armed Conflict Location and Event Data Project (Acled), organizzazione internazionale senza scopo di lucro, che raccoglie dati sui conflitti, è attualmente «il posto più violento del mondo», segnato da almeno 50.000 moti in un triennio e con oltre 2,5 milioni di sfollati interni.
Che nel Paese non vi sia alcuno spiraglio di pacificazione né di ritorno alla normalità lo testimonia il fatto che la giunta militare ha prorogato lo stato di emergenza per altri sei mesi, rinviando eventuali elezioni al 2025.
Intanto gli scontri tra le forze popolari e il potente esercito birmano infuriano e il fronte della resistenza ha ora creato un’alleanza militare con gli eserciti delle minoranze etniche, da decenni in rotta con il governo centrale, in cerca di autonomia e federalismo. Tale saldatura ha generato diversi successi e conquiste dei resistenti sul terreno, soprattutto nelle aree di confine, mentre la giunta continua a controllare le principali città, nel centro del Paese.
In questo scenario di violenza diffusa, i civili continuano a fuggire da città e villaggi per scampare agli scontri e per anziani, donne e bambini si presenta ogni giorno la sfida del sostentamento.
Un recente rapporto del programma Onu per lo Sviluppo (Undp) rileva che il 75% dei 55 milioni di birmani vive oggi in condizioni di estremo disagio, e il 32% della popolazione – nota la Banca Mondiale – è in grave stato di indigenza, con ben 13,3 milioni di individui prossimi alla fame, anche perché il governo militare continua a impedire l’ingresso di organizzazioni umanitarie internazionali nel Paese.
A queste necessità interne vanno incontro parrocchie e realtà cattoliche birmane, in un Paese dove la Chiesa conta 700mila fedeli e mostra di apprezzare i ripetuti appelli che papa Francesco ha rivolto alla comunità internazionale di «non dimenticare il Myanmar».
Le diocesi cattoliche organizzano centri di accoglienza in strutture come parrocchie e scuole, procurano e distribuiscono aiuti, provvedono al sostentamento dei rifugiati. Ma lo sforzo delle comunità cristiane non è solo di carattere umanitario e caritativo, è anche morale e spirituale: fatto di vicinanza, consolazione, condivisione della vita di quanti, per salvarsi, fuggono nelle foreste o in aree isolate e montuose, luoghi nei quali, però, trovare cibo è molto difficile.
Un’esperienza esemplare è quella del «vescovo-profugo» Celso Ba Shwe, pastore di Loikaw, la capitale dello stato Kayah, nel Nord del Paese, costretto dal novembre del 2023 a lasciare la sua cattedrale e l’annesso centro pastorale perché occupati dall’esercito birmano per farne una base militare.
Il vescovo ha trascorso mesi lontano dalla sua Chiesa, dedicandosi a visitare i profughi e celebrando con loro le festività religiose come il Natale, la Pasqua, la Pentecoste. Una condizione di precarietà che ha colto come «un’opportunità per essere più vicino al mio popolo, più vicino alla gente, che ha tanto bisogno di consolazione e di solidarietà», mentre oltre la metà delle chiese della diocesi sono chiuse e svuotate a causa della fuga dei fedeli.
Nella situazione di sfollamento e di tribolazione, il vescovo e i preti della diocesi hanno potuto farsi «pastori con l’odore delle pecore» – espressone di papa Francesco – condividendo la vita degli sfollati e continuando e cercare sostegno e speranza nella vita di fede, nella preghiera, nella celebrazione comunitaria dei sacramenti anche in mezzo ai boschi. La fede per loro resta un baluardo per resistere alle avversità del tempo presente.
Paolo Affatato
Raccontare liberazioni. Teologia e femminismo brasiliani
Le storie di alcune donne cristiane impegnate per la liberazione propria e delle loro comunità narrano di un modo di essere Chiesa. Incontriamo l’autrice di un libro che, descrivendo alcune esperienze del passato, vuole aprire a buone pratiche per oggi e domani.
Neide Furlan, nata il 14 marzo 1957, è una donna brasiliana. Quando Viviana Premazzi, autrice del libro Per una società e una Chiesa senza esclusioni, la incontra nel 2005, vive nella diocesi di Lages, nello stato di Santa Catarina, zona Sud del Paese: uno dei territori più poveri dove la terra è nelle mani di pochi latifondisti.
L’ingiustizia è la radice dell’impoverimento della popolazione, e la condizione subalterna delle donne fa parte della situazione generale di oppressione.
Neide, moglie di un sindacalista camponeso (contadino), ha capito che la lotta per la terra e la dignità è diversa se si è donne o uomini. E, osservando la situazione attorno a sé, ha deciso di impegnarsi anche lei per i diritti dei contadini, in particolare per quelli delle donne camponesas.
Per anni è coordinatrice regionale del Movimento de mulheres camponesas (Movimento delle donne contadine).
Il suo impegno l’ha portata a prendere una laurea in storia. Pensa, infatti, che per lavorare nei movimenti sociali sia necessario conoscere il passato e i meccanismi che hanno generato l’ingiustizia. Non una storia generale, però, ma una storia specifica, di un luogo e di persone precisi. In particolare, pensa che la riscoperta delle storie di alcune donne che in passato hanno avuto ruoli di liberazione per i loro popoli possa aiutare la lotta delle donne del presente.
Data la sua formazione cattolica e il suo impegno nelle comunità ecclesiali di base (Cebs) approfondisce anche le figure femminili presenti nella Bibbia, perché crede che la Parola liberi.
I lavoratori rurali protestano davanti al Ministero dell’Agricoltura (José Cruz/Agência Brasil)
Neide, Romilda e le altre
La storia di Neide è contenuta nel libro di Premazzi, pubblicato nel 2023 da Effatà editrice con il sottotitolo Teologia e femminismo in Brasile.
Assieme alla sua, l’autrice racconta anche la storia di Romilda che, a sua volta ispirata dall’esperienza delle Cebs, dalla teologia della liberazione e dalle donne della Bibbia, si impegna nella società e nella Chiesa per la liberazione della donna nelle vesti di leader di comunità, catechista, ministra della Parola e dell’eucaristia, animatrice di un gruppo famiglia.
Marione, invece, è una suora della Divina Provvidenza che lavora con le donne del barrio São José proponendo corsi di cucito, di teologia e di Bibbia, perché esse acquistino maggiore dignità e rispetto da parte degli uomini della comunità.
Proprio come Neide, anche Viviana Premazzi, lombarda, 43 anni, ha raccolto e raccontato le storie di alcune donne brasiliane per fare – ci dice – la sua parte nella costruzione di una società e una Chiesa senza esclusioni.
Pur pubblicandolo nel 2023, l’autrice ha lavorato sul materiale del libro nel 2005. Ha conosciuto Neide, Romilda, Marione e molte altre persone impegnate per la liberazione degli oppressi, durante un viaggio in Brasile per la sua tesi di laurea in Scienze politiche. Una volta laureata, ha lasciato decantare il testo finché non ha incrociato una ragazza induista e il suo scoraggiamento nei confronti della condizione delle donne nelle religioni. «In occasione di un evento interreligioso a Roma – scrive Premazzi nell’introduzione -, una ragazza di religione induista […] ha detto che non ci sarebbe mai stato nulla da fare per le donne nelle religioni, perché sono intrinsecamente misogine ed escludenti, perché perpetuano una cultura di sottomissione, violenza ed oppressione […]. Le sue parole mi hanno catapultato a vent’anni fa […]. Ho chiesto la parola […] e le ho detto che […] capivo benissimo quello che stava vivendo e che l’avevo vissuto anche io e che questa ricerca mi aveva portato in Brasile a cercare, scoprire e trovare un altro modo di vivere la religione e di essere Chiesa per le donne […]». A quel punto ha deciso che valeva la pena riproporre quelle esperienze ai lettori di oggi.
Ci colleghiamo online con Viviana Premazzi poco prima dell’inizio dell’estate. Si trova a Malta, dove vive dal 2018, ma è in procinto di «scappare»: quando l’isola si riempie di turisti, preferisce andare altrove.
Nata a Venegono Inferiore (Va), Viviana è da sempre impegnata in ambito sociale ed ecclesiale.
Nella quarta di copertina si legge su di lei che «ha un dottorato in sociologia delle migrazioni e un master in gestione dei conflitti interculturali e interreligiosi. Ha lavorato come ricercatrice, consulente e formatrice per organizzazioni, università e centri di ricerca in Europa, Nord America, Africa e Medio Oriente». Nel 2018 ha fondato a Malta il Global mindset development, una società di consulenza sul dialogo interculturale e interreligioso al servizio di aziende, Ong, enti pubblici, scuole, università, per «aiutare a formare – dice – una mentalità inclusiva e globale».
Le domandiamo come è nata la sua relazione con il mondo missionario e con il Brasile.
«Conosco i missionari Comboniani fin da piccola – risponde -. Quando sono partita per il Brasile per la tesi, sono andata tramite loro. In quegli anni ho incontrato anche i Missionari della Consolata grazie a suor Angela Puricelli che mi ha fatto conoscere i progetti che padre Giordano Rigamonti faceva nelle scuole della mia zona tramite l’Associazione Impegnarsi serve. Poi mi sono trasferita a Torino dove ho lavorato per il Fieri, il Forum internazionale ed europeo di ricerche sull’immigrazione, per l’Università di Torino, la Banca Mondiale e l’Oim, sempre sul tema delle migrazioni, seconde generazioni, identità, culture. Nel 2009 sono tornata in Brasile con i Missionari della Consolata per raccogliere materiale da usare poi nelle scuole. Sono stata a Catrimani con gli Yanomami e a Raposa con i Macuxì. Nei miei viaggi ho scoperto che esistono tanti “Brasili”. La prima volta sono andata a Rio Grande do Sul, al forum sociale di Porto Alegre, la seconda volta sono andata per la tesi nella diocesi di Lages, a Santa Catarina, la terza volta in Amazzonia, a Salvador de Bahia, a Fortaleza, a Vittoria, poi in Paranà e infine di nuovo in Santa Catarina».
Chiesa e liberazione
Viviana racconta che la sua ricerca sulla teologia femminista è nata in risposta a un suo sentimento di disagio: «Ero una giovane donna impegnata nel mondo ecclesiale, associativo, ecc. Stavo bene, ma, allo stesso tempo c’era qualcosa che mi mancava, che non mi tornava. Al Forum sociale mondiale di Porto Alegre ho sentito parlare di teologia della liberazione, e ho capito che quella poteva essere una risposta alle mie domande. Ho deciso quindi di fare la tesi su una delle sue declinazioni: la teologia femminista, e mi ci sono buttata. Ho scoperto, così, e approfondito la realizzazione di una Chiesa strumento di liberazione per gli oppressi».
La conoscenza di una realtà specifica come quella della diocesi di Lages è stata fondamentale per lei, per vedere come la teologia femminista della liberazione si fosse incarnata nella vita di persone e comunità.
«Un comboniano mi ha messa in contatto con Maria Soave Buscemi, una missionaria laica italiana, una teologa, che ha vissuto tutta la vita in Brasile. A Lages ha lavorato molti anni per la diocesi e poi fondato, insieme ad altri, e anche con il sostegno di realtà italiane, il Centro ecumenico di studi biblici che molto ha fatto e continua a fare.
L’incontro con Soave è stato fondamentale: lei viveva come le persone, tra le quali stava, e io sono potuta entrare nelle comunità da eguale, non come una che andava per aiutare.
È stata Soave a permettermi di conoscere molte donne impegnate a livello ecclesiale che avevano trovato il loro empowerment in una certa modalità di lettura della Bibbia e di vivere la comunità. Donne impegnate a livello sociale. Donne impegnate in politica».
L’accaparramento da parte di pochi ricchi delle risorse fondamentali del territorio, l’acqua e la terra, provoca ancora oggi nella diocesi di Lages un forte impoverimento della popolazione. Ai tempi delle ricerche di Viviana, la Chiesa locale affrontava la povertà tramite l’esperienza delle comunità ecclesiali di base che incarnavano la teologia della liberazione diventando scuole di partecipazione ecclesiale, sociale e politica.
Oggi, ci dice Viviana, la vita delle diocesi è cambiata: quella di Lages era una delle ultime fedeli alla teologia della liberazione, ma nel tempo, per vari motivi, tutti i movimenti si sono raffreddati. Non sono spariti, ma sono diventati più sotterranei, e l’unica esperienza sopravvissuta ufficialmente è il Centro ecumenico di studi biblici, nonostante Soave oggi sia nel Mato Grosso.
Raccontare le donne
Chiediamo a Viviana in che modo le storie di Neide e delle altre donne parlano del patriarcato e della teologia femminista della liberazione.
«Per quanto riguarda la riflessione sul patriarcato, ad esempio, l’attenzione di Neide alla storia locale è un elemento fondamentale. Io, ad esempio, sono di Venegono Inferiore, un paesino nel quale da qualche anno si stanno riscoprendo alcune storie di streghe locali. Queste rappresentano un’occasione per riflettere non solo su come le donne sono escluse, ma anche su come vengono raccontate. Le ricerche storiche hanno mostrato che esse, dopo essere state sfruttate da alcuni signori locali, a un certo punto sono state accusate di stregoneria per interessi politici.
La riscoperta della storia locale sotto questo profilo è un insegnamento che Neide e le altre mi hanno lasciato».
Oltre al modo in cui le donne sono raccontate, per Viviana è importante riflettere anche sul modo in cui le donne sono escluse dal racconto della storia. «Anche nella Bibbia succede qualcosa di simile. Se io non vedo raccontate altre donne come me nella Bibbia e nella storia, penso di essere sbagliata a volere stare in questa storia. Ed è facile farmi sentire sbagliata se oggi decido di avere un ruolo, perché in qualche modo mi viene detto che io, in quanto donna, un ruolo non ce l’ho.
La cosa rilevante, secondo me, del lavoro fatto da persone come Neide, è la volontà di portare alla luce il ruolo delle donne, e di dirlo ad altre, oltre all’impegno diretto nella Chiesa, nei movimenti, nella politica».
La teologia femminista è stata il contesto ecclesiale nel quale le esperienze di Neide e delle altre hanno trovato casa. La lettura della Bibbia sperimentata nelle comunità ecclesiali di base, a volte condotte da coppie, altre volte da donne, è stata uno degli strumenti di emancipazione. In questo senso, ci dice Viviana, le storie di queste donne parlano della teologia femminista.
Nel suo libro, Viviana Premazzi dedica uno spazio molto ampio, i primi tre capitoli, ad approfondire cosa è la teologia della liberazione e la sua declinazione femminista. Domandiamo all’autrice di darci qualche indicazione sintetica. «L’idea di fondo – risponde – è che una persona non è povera per colpa sua, ma perché vive una situazione di oppressione. Allora l’obiettivo della Chiesa è quello di aiutare questa persona a liberarsi. Riprende l’immagine della liberazione del popolo ebraico dall’Egitto sotto la guida di Mosè.
Il passaggio fatto dalla teologia femminista è questo: la condizione di sfruttamento socio economico non è la stessa per gli uomini e per le donne, così come la teologia indigenista afferma che l’oppressione subita dai popoli nativi ha i suoi caratteri specifici, la teologia nera parla della condizione degli afrodiscendenti, e così via.
La domanda che queste teologie suscitano è: “Da dove deriva la mia situazione di oppressione socio economica, o di genere? Come attuare la liberazione?”».
Gli strumenti sono, oltre alla riflessione teologica, quello della lettura della Parola e quello della comunità. «Dalla teologia della liberazione nascono le comunità ecclesiali di base: la teologia non è una cosa che si fa da soli, ma assieme, e partendo dal basso, come accadeva alle prime comunità cristiane. Partendo dal suo popolo, la Chiesa si deve domandare: “Stiamo con i potenti o con i poveri?”».
Viviana ci racconta che il titolo del suo libro ricalca quello delle linee guida per la diocesi di Lages consegnate alla curia nel 2005 dalla rete delle Cebs dopo un processo partecipativo. «Quando hanno presentato queste linee guida intitolate “Per una società e una Chiesa senza esclusioni”, la curia voleva togliere il termine “Chiesa”. Ma le comunità hanno insistito perché il cammino dell’inclusione anche nella Chiesa è ancora lungo.
Il primo nucleo delle comunità sono le famiglie, cioè il luogo delle relazioni affettive. In quelle zone in Brasile la maggior parte delle famiglie sono composte da donne sole con i figli, quindi i gruppi di famiglie sono spesso gruppi di donne.
La leadership è a rotazione, e ciascuno porta il suo talento. Le decisioni vengono prese in modo partecipativo. Nelle Cebs esiste anche la decima, un’autotassazione per sostenere, oltre alle attività ecclesiali, anche le persone bisognose all’interno della comunità».
Retroutopia
Il libro di Viviana Premazzi è composto da cinque capitoli: i primi tre sulla teologia della liberazione, il quarto, sulla diocesi di Lages al tempo del viaggio dell’autrice, il quinto su alcune figure di donne.
La teologa Maria Soave Buscemi, nella prefazione, parla del testo di Premazzi prima paventando il rischio che esso proponga una «retrotopia» – il racconto di qualcosa di bello, ma morto -, poi parlando di «retroutopia» – il racconto di un passato che può far scorgere nel presente simili segni di liberazione -.
«Anche io inizialmente avevo paura che il libro fosse retrotopia – conclude l’autrice -: cioè il racconto di una cosa bella, ma appartenente al passato, finita nella forma in cui l’avevo conosciuta. Un bel ricordo.
Però è fondamentale continuare a riflettere. Guardare indietro serve per sognare e pianificare qualcosa per l’oggi e il futuro. Anche per riconoscere le stesse cose che adesso magari hanno altre forme e non sono ancora state riconosciute.
Quello che racconto nel libro, che ha una collocazione spazio temporale precisa, non è un unicum. Esiste da altre parti. E dobbiamo parlarne».
Luca Lorusso
Costa d’Avorio. Una Chiesa inculturata. Bellezza che evangelizza
Costruire una chiesa per dire la bellezza della fede. La missione prende casa
Presenti dal 2002 nella diocesi di Odienné, Nord della Costa d’Avorio, in zona musulmana e animista, i Missionari della Consolata accompagnano la crescita della Chiesa locale. Annunciano il Vangelo con opere di promozione umana. Nel 2019 hanno inaugurato la nuova chiesa: umile, ma bella come una basilica. Una costruzione che parla della missione con la M maiuscola.
Dianra Village si trova nel Nord della Costa d’Avorio, nella regione del Béré, diocesi di Odienné. La parrocchia, dedicata a san Joseph Mukasa, catechista ugandese nato nel 1860, martirizzato nel 1885, proclamato santo nel 1964, è sorta nel 2012 ed è stata affidata ai Missionari della Consolata che sono presenti nell’area dal 2002. Il vescovo locale ha affidato loro l’intero dipartimento di Dianra che si estende su un territorio di tremila chilometri quadrati e conta attualmente duemila cattolici su una popolazione di circa centoventimila abitanti, prevalentemente musulmani e animisti.
In questo contesto la missione percorre i sentieri dell’annuncio, della consolazione e del dialogo attraverso un impegno di evangelizzazione dai molteplici volti, che incarnano il desiderio di manifestare a tutti la tenerezza di Dio.
Insieme alle persone con cui condividono questa meravigliosa avventura, i missionari visitano i villaggi per l’annuncio del Vangelo, si aprono alle ricchezze delle culture che li accolgono, realizzano progetti educativi (alfabetizzazione serale e scolarizzazione) e di appoggio all’economia domestica (microcredito per donne e apicoltura). Sperimentano lo stupore della fraternità interreligiosa di cui è intessuto il loro quotidiano e, inoltre, amministrano un centro sanitario che oggi fornisce diversi servizi: dispensario, maternità, studio dentistico, laboratorio analisi, centro trasfusioni, salute mentale, accompagnamento di persone sieropositive e affette da tubercolosi, centro nutrizionale e telemedicina in cardiologia.
Segno del Regno nel cuore del mondo
Qui, su un piccolo poggetto di pietra rossa, nel 2019 è stata inaugurata la nuova chiesa, costruita con la più umile delle architetture, ma capace di stupire chi arriva come fosse una basilica.
Il progetto della chiesa parrocchiale è nato e si è sviluppato innanzitutto nel cuore e nel desiderio dei fedeli della comunità.
Successivamente condiviso con i missionari della Consolata e da loro accolto, ha visto l’approvazione del vescovo diocesano e ha potuto realizzarsi grazie alla comunione di amicizia con tanti che lo hanno appoggiato spiritualmente, tecnicamente e finanziariamente.
Questa storia ci parla di un cammino lungo, bello e faticoso, fatto di piccoli passi e di sorprese, di incontri inaspettati e di provvidenza, di vita donata e gratuita offerta di sé… in una parola del mistero della Chiesa, segno vivente dell’inizio del Regno nel cuore del mondo.
Un segno di cui questa chiesa è un’ulteriore testimonianza fatta architettura e arte, capace di parlare della bellezza di Dio e della vita nuova in Cristo a chiunque la contempli.
«Voi siete tempio di Dio» (2 Cor 6,16)
Nel quinto anniversario della dedicazione della chiesa, abbiamo pensato di raccontare in un dossier la sfida missionaria del cantiere. La costruzione della Chiesa, infatti, va ben oltre i mattoni e gli affreschi: è occasione per rivelare a ogni uomo che egli stesso è tempio di Dio, a ogni comunità che è chiamata a essere popolo di Dio. La sfida di inculturazione che abbiamo raccolto in questo spazio liturgico crediamo possa raccontare la sfida della missione stessa nel mondo.
Matteo Pettinari
Dare forma visibile al mistero della salvezza.
Una chiesa per Dianra Village
Una consacrata di Senigallia, architetto, viene coinvolta nella progettazione di uno spazio liturgico in un territorio di prima evangelizzazione. Il suo racconto degli elementi architettonici della chiesa è lo spunto per una riflessione, quasi un canto di lode, sulla bellezza come strumento di annuncio.
La chiesa parrocchiale San Joseph Mukasa di Dianra Village nasce dalla fede grande del catechista Maxime Soro e della sua gente, dalla premura dei padri missionari, dalla generosità di molti, sia locali che italiani, e dalla follia del mio amico padre Matteo Pettinari, che nel 2012 mi ha chiesto di dar forma al loro sogno di celebrare le meraviglie di Dio in un edificio che potesse annunciare il suo amore per noi.
Quello di Dianra era il mio primo cantiere. Io abito nella diocesi di Senigallia (An), ed ero a 7.186 km da lì, ma fortunatamente padre Matteo mi ha accolta diverse volte nella missione e mi ha insegnato ad ascoltare e amare la terra e la gente, perché, se uno spazio deve parlare di Dio, allora deve parlare il suo linguaggio, che è la comunione.
La nuova chiesa di Dianra Village ha sostituito la piccola cappella costruita dai primi catechisti nel 1986 e ormai incapace di contenere la comunità.
Nel terreno della parrocchia sorge un poggetto da cui si apre la vista sul villaggio. Qui vi sono la casa parrocchiale, con stanze per l’ospitalità e gli incontri, le aule per il catechismo e l’alfabetizzazione e il centro sanitario della missione. Ma il cuore spirituale della comunità è il boschetto accanto alla chiesa: sotto questi alberi secolari, padre Marcel Dussud, della Società delle missioni africane, celebrò la prima messa nel 1985. Qui, ancora oggi, c’è la grande pietra usata come altare.
La chiesa di Dianra è costruita attorno al fonte battesimale nel quale, durante la notte di Pasqua, scendono i catecumeni che si spogliano dell’abito vecchio per indossare quello di luce. Una volta battezzati, i nuovi cristiani «salgono» nella «stanza al piano superiore», nel corpo centrale della chiesa, nel quale tutto viene dato in dono dalla mano aperta del Padre che è rappresentata nel punto più alto sopra l’altare.
Tutta la vita è attratta dall’oro della Gerusalemme celeste dipinta nell’abside: lì tutto ciò che oggi è fatica e sudore diventa oro pieno di luce.
Ogni volta che lavoravo in cantiere, mi tornavano alla mente le parole di Gesù: «Perché abbiano la vita in abbondanza». Ecco, questo desidero e di questo credo parli la nostra piccola grande chiesa.
La stanza al piano superiore
Alla samaritana che gli chiede quale sia il luogo adatto per adorare Dio, il Signore risponde: «È giunto il tempo, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4).
La nostra non è la religione del tempio e, per capire come edificare un luogo per la liturgia, è stato necessario comprendere dove e come ogni liturgia si svolge, perché l’edificio di mattoni potesse essere vero ponte del mistero di salvezza.
Nell’Ascensione, Cristo sale in cielo portando la natura umana nella dimora dell’Altissimo. Nella Pentecoste lo Spirito scende sulla terra e si nasconde nell’uomo per renderlo simile a Dio.
La liturgia della Chiesa è un dare forma, voce, spazio, materia, a questa azione della Trinità: ovvero è un accogliere lo Spirito che scende in noi e che ci rende Corpo di Cristo; ed è un salire in cielo, alla Casa del Padre, in Cristo.
Il brano che narra la Pentecoste ci dice che gli apostoli si riuniscono in una stanza al piano superiore. Progettando uno spazio nel quale celebrare il mistero della divina liturgia, abbiamo scelto di approfondire la Parola proprio su questo: la stanza al piano superiore è, ad esempio, la stanza del Re (Gdc 3,20; 2 Sam 19,1; Ger 22,14), ed è anche una stanza nuziale (CdC 1,4).
I fedeli di tutti i tempi hanno voluto edificare chiese che cantassero con la loro bellezza le lodi di Dio. Le case dei re, quelle del capo villaggio o del prefetto, anche a Dianra, si distinguono dalle altre per i colori della facciata e alcuni semplici elementi decorativi. E così anche la chiesa. Però, mentre le case dei potenti sono private e inaccessibili, la casa del nostro Re è aperta a tutti, è una bellezza a cui possono prendere parte tutti.
La chiesa è anche luogo di intimità con lo Sposo. Può sembrare fuori luogo far riferimento all’intimità coniugale in un contesto culturale poligamo come quello del Nord della Costa d’Avorio. Ma proprio per questo il messaggio cristiano è salvifico: Cristo ti ama, ti chiama, ti cerca personalmente, non come uno tra tanti, ma come persona unica e speciale.
La stanza al piano superiore, poi, per la Scrittura è anche il luogo della vita eterna (1Re 17,19; 2Re 4,10; At 9,36-43) e dell’Eucarestia (Mc 14,15; Lc 22,12; At 1,13; At 20,8).
Ogni chiesa è luogo di resurrezione e di festa: questa pienezza di vita che ci attende in paradiso, già ora ci è donata mediante i sacramenti. L’asse principale dello spazio liturgico parte dal fonte battesimale, posto all’ingresso, e culmina nell’abside, nella piazza d’oro dell’Apocalisse.
La centralità dell’altare richiama il banchetto a cui il Signore ci invita. E questa comunione con Lui rende anche noi Corpo di Cristo, sue membra. La pianta a croce latina è dall’antichità simbolo della Chiesa-Corpo di Cristo.
La stanza al piano superiore, infine, è nei cieli (Ap 4,1), ed è, al tempo stesso, nel cuore della città (At 1,13; At 9,37; At 20,8): la liturgia per noi cristiani non è un rito, ma partecipazione alla festa che i santi celebrano in cielo. Lo spazio liturgico è luminoso, colorato, più bello possibile, nell’intento di accendere nei fedeli il desiderio del paradiso. Allo stesso tempo la chiesa è fontana del villaggio, luogo da cui sgorgano pace, mitezza, gioia, bellezza, amicizia, riconciliazione per tutti. Ecco perché lo spazio attorno alla chiesa diventa una piazza, il luogo della danza e della festa.
Via Crucis quaresimale
Venite a me voi tutti
Quando arrivi sul poggetto dove è costruita la chiesa, ti accoglie un portico.
Come accadeva già nelle prime chiese cristiane, vi è uno spazio dedicato al catecumenato, all’iniziazione cristiana, esperienza e tempo di grazia in cui la persona che si sente attirata dalla testimonianza e dall’annuncio comincia a leggere la propria vita con lo sguardo della rivelazione cristiana.
Il portico mette in dialogo alcuni simboli cristiani con l’arte tradizionale senufo (etnia maggioritaria nella zona, ndr). Le persone che arrivano, infatti, non vedono come prima cosa una iconografia cristiana che non saprebbero decifrare, ma simboli che, da un lato richiamano la loro esperienza quotidiana e, dall’altro, attirano a qualcosa di nuovo (inframezzati ai simboli senufo vi sono, ad esempio, alcuni simboli paleocristiani come il pesce).
Sotto il portico si svolgono le catechesi e le settimane di formazione residenziale. È un luogo che prepara, quindi, all’ingresso in chiesa e all’ingresso nella Chiesa, ma è anche luogo e spazio di relazione. Concretamente, così come c’è stato bisogno che alcuni padri traducessero il Vangelo in lingua senari (una delle lingue parlate dai Senufo, ndr), così anche l’architettura dice la necessità di mettersi in dialogo con la cultura specifica del popolo che abita questo luogo.
Il portico è lo spazio del dialogo tra il Vangelo e la realtà, di incarnazione e di inculturazione. Non a caso è verde: perché ci ricorda che già tutta la creazione e tutte le culture, e i popoli, portano i semi del Verbo e gemono nell’attesa di poter celebrare il creatore (Rm 8,19-24).
Nel portico c’è tutto il verde della foresta, della savana, e la cultura di questo popolo che attende Cristo, così come ogni uomo. L’uomo in ricerca è simboleggiato dalle cerve che sono disegnate con l’arte senufo, perché la cerva ci ricorda l’anelito dell’uomo a Dio: la tradizione dice che la cerva che mangia il serpente nell’arsura cerca l’acqua come noi cerchiamo il Signore dopo il peccato.
Sotto il portico è raccontato questo incontro attraverso tre icone dipinte sopra le porte, raffiguranti i vangeli che la chiesa utilizza come testi di riferimento nel tempo quaresimale per il cammino dei catecumeni.
Io sono la porta, dice Gesù (Gv 10), e noi abbiamo costruito una porta enorme, da cui tutti posso entrare: nel portale è inciso il simbolo di Cristo (P) ed è raffigurato il Buon pastore che attira a sé le pecore: «Venite tutti a me», Ye myé yaa maa mì mà, in senari. È Cristo che ci attende, ci attira a sé, viene a chiamarci fuori dalle tenebre, per salvarci dalla morte.
Chi arriva in questo luogo santo non può che alzare lo sguardo e incontrare il suo.
Attorno al Cristo, sul portale c’è un arco dipinto con i simboli tradizionali senufo: il Cristo viene a chiamare tutte le culture e tutti i popoli, nessuno escluso. Non ci sono più persone o gruppi maledetti esclusi dalla grazia. Ogni cosa è chiamata a ricapitolarsi in Cristo, a ritornare a Lui.
Daniela Giuliani
La materia trasfigurata dall’amore
È il Natale del 2012 quando in tantissimi rimangono fuori dalla piccola cappella perché non c’è più posto. A sorpresa, padre Matteo mi presenta alla comunità: l’amica architetto che progetterà la nuova chiesa. Il mio stupore e timore sono grandi. Gli abbracci della gente dicono: «Dio si è ricordato di noi».
Seguono tre anni di ascolto dei missionari, della tradizione del popolo senoufo, di Maxime e dei catechisti, di amici artisti e tecnici. Poi tre anni di cantiere. È un lavoro che ci insegna tanto: sulla cultura locale, sulla fede della gente semplice, sui materiali del posto, sul cammino dei nuovi cristiani che a Pasqua ricevono il battesimo e danzano tutta la notte, sulle architetture copte e siriache che sono le più vicine alla terra ivoriana.
Procediamo spesso a tentoni, senza pretendere di capire tutto. Viviamo l’obbedienza alle ispirazioni che piano piano arrivano.
E con stupore i mattoni impastati uno a uno diventano muri, archi, volte. Cose mai viste a Dianra, realizzate da una piccola impresa locale. E poi le mattonelle, scarto di un magazzino di Abidjan, che i catecumeni dapprima frammentano, e poi ricompongono, con l’aiuto di giovani italiani arrivati a Dianra per un’esperienza di missione.
E poi c’è Soro, un uomo piccolo di statura che si arrampica su trabattelli di fortuna per affrescare le pareti usando tre barattoli di colori da carrozzeria con un’abilità degna dei migliori artisti.
In chiesa lavorano differenti abilità, lingue, etnie e religioni. Potrebbe essere una Babele, ma non lo è. Chi fa i mosaici a terra, chi dipinge le pareti, chi costruisce la volta a botte. Ciascuno è qui non per essere il primo, ma per servire nell’unità.
Lo spazio liturgico è abitato, è spazio di incontro. La Liturgia che vi si celebra mette in relazione la vita della terra (fatta dell’ocra delle case di terra cruda, del verde delle piantagioni di anacardo, del rosso delle strade) con quella del cielo (dove il rosso di Dio e il blu dell’umanità danzano insieme, i volti dei santi ci fanno compagnia e l’oro di Dio illumina tutto).
Ciascuno si ripete: «Quando sono debole è allora che sono forte, perché Tu sei la mia forza!». Si è generativi solo se in relazione. E la relazione è concreta: ad esempio sta nel fatto di non poter usare i materiali che vorresti, di non poter decidere tu, di fidarti dell’altro. Allora ciò che edifichi non parla più solo di te e a te, ma partecipa della bellezza di Dio.
Se un tetto di lamiera, la vernice da carrozzeria, le mattonelle di scarto, possono divenire «la chiesa più bella della Costa d’Avorio», come amano definirla le persone del luogo, allora anche la loro vita di stenti, le loro case di terra cruda, il loro villaggio, possono essere i più belli della Costa d’Avorio!
D.G.
Catecumeni nella notte di Pasqua
Celebrare la vita nuova
Il racconto meditato di una veglia pasquale nella quale 27 catecumeni ricevono il battesimo. Ogni elemento architettonico e iconografico della chiesa di Dianra accompagna la celebrazione e il senso della vita cristiana che i battezzati vivranno.
Questa è la notte delle notti, la notte di Pasqua: i catecumeni della missione di Dianra Village sono ventisette e oggi, vestiti di bianco, celebrano la vita nuova che è data loro in dono. Nessuno può trattenere la gioia e la commozione, che si fanno danza, canto, rendimento di grazie.
Tutta la chiesa è costruita per celebrare questa notte, nella quale Cristo con la sua morte e resurrezione ci dona la Vita nuova, che non muore più.
Quando si entra in chiesa attraverso il portale si fa memoria della vita nuova che abbiamo ricevuto, o ci si prepara a riceverla. Sul portale è dipinto il Buon Pastore che chiama le pecore a uscire dalle tenebre, dalla morte, per trovare vita in lui.
Come nell’arte paleocristiana, anche qui il Pastore che prende la pecora sulle spalle è figura di Cristo che vuole donarci vita in abbondanza. Cristo nel battesimo ci innesta in sé. Lui è la Porta e, attraverso di lui, entriamo in una nuova vita, nella Chiesa, suo Corpo (Eb 9,24-28).
Entrando dal portale ci si ritrova sotto una volta a botte dipinta di azzurro che ci avvolge come un grembo materno, un grembo di cielo, al cui centro è collocato il fonte battesimale: è la Chiesa che genera i suoi figli portandoli a Cristo nel sacramento del battesimo. Lo Spirito santo è dipinto sul portale come una colomba, e a terra, nel mosaico, come una fiamma e come un uovo fecondo, perché è nello Spirito e da esso che riceviamo la Vita (Gen 1,2; Gv 3,1-8).
Al centro c’è il fonte battesimale a forma di croce, con tre gradini che scendono e tre che salgono: rinasciamo immersi nella morte di Cristo, nella sua Pasqua (Rm 6,1-14)
Ed eccoli i catecumeni di Dianra, che nella notte di Pasqua, al buio e vestiti di bianco, scendono i tre gradini del fonte, morendo alla vita vecchia con Cristo. Chinano il capo, i padrini tengono una mano sulla spalla, padre Matteo li battezza versando l’acqua sul capo che scende e bagna le vesti. Poi sollevano il capo e risalgono i gradini verso la comunità. Risorti con Cristo. Il volto è raggiante.
Le pareti interne del fonte sono rivestite di mattonelle azzurre che rimandano all’acqua viva del battesimo a cui sempre possiamo attingere: la porta e il fonte posti all’ingresso della chiesa permetteranno in futuro a questi nuovi cristiani di fare memoria del dono ricevuto questa notte.
E chi questo dono non può riceverlo o lo ha dimenticato? Di fronte agli uomini e alle donne di Dianra, in un contesto di primissima evangelizzazione, nel quale i cristiani sono minoranza, di forte presenza dell’islam e dell’animismo, le domande sulla salvezza diventano urgenti.
Per questo nella chiesa abbiamo aperto altre due porte ai lati del portale: quella del battesimo delle lacrime, per ricordare che Cristo accoglie tutti coloro che sono nel pianto, e quella del battesimo del sangue, per ricordare che la partecipazione al sacrificio di Cristo può avvenire anche «fuori» della Chiesa, come i piccoli santi della strage degli innocenti (Mt 2).
Nel pentimento e nel dono di sé tutti possono entrare nello spazio della salvezza che è Cristo.
Vivere da figli, imparando ad amare
I neofiti escono dal fonte, e si apre per loro la vita cristiana. Il primo passo poggia su una croce. E anche quello dopo e quello dopo ancora, su croci colore rosso che guidano il cammino fin sotto l’altare. Cantano percorrendo la navata. Sanno di non essere più soli nel cammino.
La forma della vita nuova, della vita cristiana, è la croce, è l’amore. Questa via crucis è in realtà una via amoris, un cammino di amore che ci fa diventare sempre più conformi a Cristo.
Il percorso della vita cristiana va dalla vita ricevuta alla vita donata, è un percorso che inizia dal battesimo che abbiamo ricevuto gratuitamente e termina sull’altare, laddove offriamo con Cristo, per Cristo, in Cristo, la vita al Padre.
Questo percorso non si fa da soli, ma dentro un popolo: la navata, infatti, ricorda una barca, simbolo della Chiesa, e alle sue pareti ritroviamo volti e storie di questo popolo che cammina, da un lato quello di Israele nell’Antico testamento, dall’altro quello di Cristo nel Nuovo testamento.
I neobattezzati arrivano così davanti all’altare. Lì, a terra, un mosaico pieno di colori con una croce al centro segna il punto in cui per la prima volta si ciberanno del Corpo di Cristo.
Si inchinano. Qui la terra tocca il cielo. La loro umile vita tocca l’infinito di Dio.
Questo luogo, nelle chiese antiche si chiama onphalos (ombelico in lingua greca), ed è collocato spesso sotto la cupola, il punto in cui la costruzione dell’uomo arriva a toccare il cielo, e si apre facendo entrare un raggio della luce di Dio che ci raggiunge. L’ombelico è il baricentro dell’uomo ed è il punto tramite il quale, quando si trova nel gremo materno, riceve il nutrimento. Nell’onphalos noi riceviamo il nutrimento per il cammino, il corpo e il sangue di Cristo.
Attorno all’onphalos, quattro pilastri ricordano i pinnacoli che reggono la cupola: in essi sono raffigurati gli evangelisti, perché è l’ascolto della Parola che sorregge il nostro cammino e ci rende amici di Dio.
Dopo l’inchino, ora i nuovi cristiani alzano il capo e il loro sguardo si fa raggiante: dopo essere morti e risorti nel fonte, dopo aver percorso nella navata il cammino in una via crucis d’amore, dopo aver ricevuto il nutrimento del Pane di vita e della Parola, ora non sono più schiavi, ma figli amati e amici del Signore e, alzando lo sguardo, incrociano lo sguardo del Cristo Risorto, in Gloria.
Chi entra in chiesa nota subito l’assenza del crocifisso al centro dell’abside, tipico di molte chiese degli ultimi secoli. Qui a Dianra abbiamo ripreso la tradizione del primo millennio nella quale al centro dell’abside vi era sempre il Risorto, il Veniente, il Pantocrator, a ricordarci che la croce non è punto di arrivo, il compimento della vita cristiana, ma il cammino, la forma pasquale della vita cristiana e dell’amore che si dona, che trova pienezza e compimento nella gloria, nella Gerusalemme celeste.
Il culmine della vita nuova ricevuta nel Battesimo e del cammino cristiano è la Vita Eterna, il Paradiso.
Ora non è più notte. La luce ha vinto le tenebre. Non dobbiamo più temere la morte. Esplode tra i neofiti il canto dell’Alleluja.
Daniela Giuliani
Rappresentare un Dio accessibile
La parola si fa carne e volto
In questa terra a maggioranza islamica, dove è proibito raffigurare Allah, e dove nella religione tradizionale è causa di morte vedere il volto delle maschere sacre, il volto di Cristo è dirompente.
La fede nasce dall’ascolto. Mi commuovo ogni volta che sento annunciare il Vangelo in senari, la lingua locale del popolo senufo. Perché Dio Padre non potrebbe parlare a questa gente se alcuni missionari innamorati di Dio e degli uomini non avessero fatto la fatica di imparare questo idioma e di tradurre la Buona Novella.
Allo stesso modo, a questa Parola urge un volto. Perché la nostra non è la fede del libro, ma è la fede in Cristo Gesù che si è fatto uomo ed è venuto a rivelarci il volto di Dio.
In questa terra a maggioranza islamica, dove è proibito raffigurare Allah, e dove nella religione tradizionale animista è causa di morte vedere il volto delle maschere sacre, il volto di Cristo è dirompente. È il volto di un Dio che non è inaccessibile e ci vuole incontrare, è il volto dell’amore. È il nostro volto, di noi che siamo creati a sua immagine e somiglianza.
Gli affreschi della chiesa mostrano volti, rendono presenti coloro che sono raffigurati, chiedono un incontro. E sono accessibili a tutti, non occorre saper leggere o conoscere chissà quali dottrine: basta lasciarsi incontrare dal suo sguardo.
Si è incarnato
Nella navata che rappresenta il cammino del popolo di Dio, le pareti sono affrescate con la storia della salvezza. Avendo l’altare di fronte, sulla sinistra sono rappresentati episodi dell’antico testamento, sulla destra del nuovo.
Una storia della salvezza che comincia dal principio, con Adamo ed Eva, e trova compimento nell’incarnazione, fino alla morte e resurrezione di Cristo. Il Risorto spalanca le porte degli inferi e libera Adamo ed Eva dalla morte. E con loro ciascuno di noi, raggiunti dall’annuncio.
A chiunque entra nella chiesa, missionario o neofita che sia, illetterato o teologo, le scene della salvezza pongono una domanda: la luce viene nel mondo, sei pronto ad accoglierla e a riconoscerti figlio di Dio? O sceglierai di restare nelle tenebre?
I quattro pannelli dell’Antico testamento riprendono le grandi tappe della liturgia della Parola della notte di Pasqua.
Adamo ed Eva nel giardino (Gen 3,1-13): qui contempliamo l’origine di ogni peccato. Eva si mette in ascolto del serpente, anziché dialogare con Dio, e sceglie di disobbedire, di dar credito alle menzogne della tentazione, di non fidarsi del Signore che ha dato loro la vita. L’uomo sceglie qui di rompere la sua relazione con Dio.
Caino e Abele (Gen 4,1-16): nella seconda icona contempliamo le conseguenze della rottura con Dio, che porta alla rottura della relazione con il fratello. Dall’albero da cui Eva coglie il frutto della disobbedienza, simbolicamente è presa anche la pietra con cui Caino uccide Abele. Il non ascolto di Dio ci rende sordi al fratello.
Abramo e il sacrificio di Isacco (Gen 22,1-19): nella terza immagine troviamo Abramo, padre nella fede, primo dei credenti. In lui, che torna a dialogare con Dio e a fidarsi della sua Parola, si compie la prima alleanza. Qui è raffigurato nell’atto di sacrificare Isacco (figura di Cristo, il quale si offrirà allargando le braccia sulla croce).
Mosè e il passaggio del Mar Rosso (Es 15,1-21): l’ultima scena dall’Antico testamento raffigura Mosè che, nella notte della Pasqua ebraica, apre le acque del Mar Rosso, e porta in salvo gli israeliti. Vittoria di Dio sul faraone d’Egitto, notte di liberazione dalla schiavitù, che accende anche in noi la speranza di una salvezza possibile, di una vita nuova in cui non essere più schiavi, che troverà compimento nel battesimo.
Specularmente, le icone raffigurate sulla parete di destra narrano il mistero di Cristo instaurando un dialogo di rimandi tra antico e nuovo testamento.
L’annunciazione (Lc 1,26-38): nella prima scena contempliamo il sì di Maria, la nuova Eva, che rivolge l’orecchio e il cuore alla Parola. Si mette in ascolto di Dio che in Lei compie le sue promesse. E il rotolo della Parola, che Maria abbraccia, diventa il cammino verso l’altro, verso Elisabetta.
La visitazione, l’incontro con Elisabetta (Lc 1,39-56): se in Caino abbiamo visto che la disobbedienza rompe la relazione con Dio e con il fratello, in Maria vediamo invece che l’obbedienza e l’ascolto ci rendono capaci di andare verso l’altro, di portare la novità che è Cristo nelle relazioni.
La natività (Lc 2,1-20; Mt 2,1-12): la terza scena raffigura la natività del Signore, ed è posta in dialogo con il sacrificio di Abramo. Lì Abramo è pronto a offrire il figlio per non rompere l’alleanza con Dio, qui è Dio Padre che offre il Figlio per l’umanità. Nessun sacrificio è più necessario, Cristo si fa uomo, Dio-con-noi, e viene a salvarci.
Il battesimo di Cristo nel Giordano (Lc 3,21-22): l’ultima scena, di fronte a quella di Mosè che apre il Mar Rosso, raffigura il battesimo di Cristo. Gesù scende nel Giordano come dentro una tomba, si immerge nella morte dei nostri peccati, per darci vita. Il suo battesimo santifica le acque del Giordano e quelle di ogni fonte battesimale: immersi in Lui, anche noi possiamo partecipare alla liberazione dalla schiavitù della morte e del peccato, come gli israeliti che attraversano il Mar Rosso.
Il compimento della storia dell’alleanza
Completa il ciclo del Nuovo testamento, ormai giunti dinanzi all’abside, l’icona della passione e morte di Cristo: è Cristo che dà la vita per noi, in una kenosis (svuotamento) che comincia con l’incarnazione, trova prefigurazione nel battesimo, e arriva fino alla morte in croce (Gv 19,16-30). È lui il Figlio mandato dal Padre per salvarci. È lui che ci mostra l’Amore del Padre, che avevamo perduto.
E dalla parte opposta, il compimento della storia dell’umanità, la resurrezione di Cristo raffigurato nella discesa agli inferi (At 2,22-31; Ap 1,17-18). Qui ritroviamo Adamo ed Eva, quindi tutta la storia, tutta l’umanità, ogni popolo che sta nello sheol (il regno dei morti). Cristo vi entra e dona vita nuova all’umanità, aprendo per sempre le porte degli inferi. Cristo è davvero risorto!
Per la salvezza del mondo
Tra lo spazio della navata, che è quello del popolo in cammino, dell’ascolto e della catechesi, e lo spazio dell’abside, è collocato un arco. Questo introduce all’altare e al mistero eucaristico, come per l’iconostasi delle chiese ortodosse.
Nella sommità dell’arco troviamo la mano del Padre aperta che ci ricorda che Dio è amore che dona tutto, dona se stesso nel sacrificio del Figlio per la salvezza e la vita del mondo. Tutta la liturgia ha origine in questa mano sempre aperta.
Accanto alla mano del Creatore, fonte e sorgente della liturgia che si celebra sulla Terra, troviamo due angeli che ci ricordano la liturgia che si celebra nei cieli, speculari a due altri pannelli in stile batik tradizionale che si trovano in basso e riproducono alcune donne che portano doni danzando, e due ballafonisti che suonano.
La liturgia terrena, che vede il popolo lodare il Signore con la danza e l’offerta dei doni, è speculare a quella celeste nella quale gli angeli portano anch’essi doni all’Altissimo e suonano cimbali e sistri: segno della comunione tra cielo e terra.
Nelle liturgie di Dianra, le offerte, in monete o in natura, non sono raccolte tra i banchi, ma vengono deposte ai piedi dell’altare dai fedeli che, danzando in processione, compiono un percorso di offerta di sé all’altare di Cristo, un’offerta importante per la vita della Chiesa.
L’altare
L’altare è il cuore dell’azione liturgica dell’eucarestia, la mensa nella quale Cristo ci ha resi partecipi del suo dono d’amore.
L’altare della chiesa è di forma quadrata: ricorda i quattro punti cardinali, e quindi l’universalità della salvezza. È un’offerta per la vita del mondo, per tutti, per ogni continente, ogni popolo.
L’altare è costruito su delle pietre prelevate dalla comunità dal poggio sul quale sorge la chiesa.
Qui, sotto gli alberi, ci sono delle grandi pietre usate come altare dai primi missionari arrivati negli anni 80: l’altare di oggi si fonda sulla fede di chi ci ha preceduti e ha dato la vita perché giungesse a noi il Vangelo. Incastonata nell’altare si trova anche la reliquia di santa Maria Goretti, dono della diocesi di Senigallia, a significare anche il legame di fede tra la Chiesa locale italiana e quella di Dianra.
L’abside
Il compimento dell’azione liturgica che parte dalla mano aperta del Padre e ci invita a offrire la nostra vita, è rappresentato nell’Apocalisse, ai capitoli 21 e 22, e raffigurato nell’abside della chiesa.
Il Cristo seduto sul trono, la piazza d’oro, la Gerusalemme celeste adorna come una sposa, la comunione dei santi.
Fiumi d’acqua viva sgorgano dal trono di Cristo, e non avremo più sete, e anche le nostre capanne diventeranno d’oro, perché ciò che noi costruiamo nell’amore è partecipazione del regno e lo ritroveremo trasfigurato ed eterno in paradiso.
Accanto ai fiumi di acqua viva che danno vita e agli alberi i cui frutti guariscono le nazioni, troviamo il popolo di Dio in cammino: una famiglia che raccoglie il cotone, altri che raccolgono il riso, accanto a un operatore sanitario, un maestro, un catechista.
L’abside rivela l’orizzonte e il compimento della vita cristiana: alla sera della vita torneremo al Padre, con i suoi doni e il frutto del nostro lavoro, e celebreremo insieme a tutti i santi la misericordia e la bontà del Signore.
Nella liturgia che celebriamo tra noi e con tutti i santi e i defunti che ci hanno preceduto nella fede e, allo stesso tempo, nella «liturgia» quotidiana del lavoro, dell’attività pastorale, ciascuno è parte della trasformazione del mondo dove ogni cosa partecipa dell’amore e loda il Creatore.
La liturgia domenicale diventa sorgente e maestra dell’arte della vita.
Il granaio
La cappella feriale, luogo della custodia del Santissimo, è realizzata come un grande granaio: un volume rotondo, alto, che riprende le architetture rurali dei villaggi nei quali ogni nucleo ha uno spazio per custodire il riso o il cotone, ciò che dà sostentamento alla famiglia.
Chi vede un granaio sa che lì si custodisce ciò che dà nutrimento ed è fonte di vita.
Il granaio è la cappella dove ci si ritrova in fraternità attorno alla mensa della Parola e del Pane.
Il granaio è luogo di intimità, di adorazione silenziosa, ma ricorda anche che la liturgia è per la salvezza del mondo che attende quel pane di vita, e che noi discepoli siamo chiamati a farci pane per il villaggio, a farci missionari.
A indicare questa missione è il mosaico composto sul pavimento del granaio: raffigura un pane nel quale riconosciamo Cristo con il costato trafitto da cui sgorga la grazia dei sacramenti. Questo pane genera altri dodici pani che ricordano che anche noi siamo chiamati a farci pane. «Noi diventiamo ciò che riceviamo», diceva san Gregorio Magno: nutrendoci di Cristo diveniamo pane di vita per chi ha fame, cibo per la salvezza del mondo.
Dietro l’altare abbiamo posto una croce in legno composta da una pala verticale che raffigura Cristo mentre offre il pane e il vino, e da due pale orizzontali che presentano i dodici apostoli chiamati a nutrirsi di quel pane per portarlo al mondo.
È significativo farci Corpo di Cristo proprio qui, dove si riuniscono in special modo i catechisti e i responsabili della comunità. Da qui attingono la grazia di divenire uno, un solo corpo e un solo spirito, per poi tornare al villaggio tra la gente.
Sotto il tuo manto
Nell’incrocio del transetto, andando verso il granaio, troviamo uno spazio dedicato alla statua della Consolata e alla devozione a Maria.
Maria è cammino della Chiesa. È lei che indica la via: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5).
Maria è la via dell’incarnazione. Grazie a lei, Dio ha posto la sua tenda tra gli uomini: per questo abbiamo decorato questo spazio come una tenda.
La preghiera dell’angelus, che i Missionari della Consolata recitano prima di ogni azione liturgica, ci ricorda il mistero dell’incarnazione: senza Maria il Verbo non avrebbe preso carne.
Maria ci insegna a confidare in Dio. La preghiera del Magnificat, che i fedeli recitano ogni mattino qui in chiesa, è anch’essa una chiave di lettura per la liturgia: la nostra piccolezza può aprirsi alle grandi opere di Dio se gli affidiamo ogni cosa.
Maria Consolata, dona a noi il Consolatore. Questo spazio, questo angolo mariano, è visibile e accessibile anche dall’esterno, e chi passa può fermarsi a pregare. È a lei che per prima chiediamo conforto e consolazione e spesso è proprio con Maria che avviene il primo incontro del fedele.
Maria è raffigurata con il manto aperto, è il manto di misericordia, di accoglienza, di protezione, di intercessione. Nel suo grembo è dipinto il volto di Cristo, perché in lei Dio si incarna e si dona a noi.
E Maria, raffigurata con le mani alzate nell’atto di imitare il Cristo, è anche la «somigliantissima», colei che, primizia tra i credenti, si fa simile al figlio, la tutta santa, ci insegna la via della santità.
Daniela Giuliani
Il giorno della dedicazione
Dianra Village, 3 marzo 2019. Dal centro sanitario parte la processione composta dal vescovo di Senigallia, monsignor Franco Manenti, con l’emerito monsignor Giuseppe Orlandoni, dal vicario di monsignor Antoine Koné, il vescovo di Odienné, dai padri missionari giunti da tutta la Costa d’Avorio, e dalla comunità di Dianra. Arriva davanti alla porta della chiesa dove il rito di dedicazione prevede che l’architetto, i muratori, gli artisti e i donatori consegnino simbolicamente la nuova chiesa al vescovo.
In un istante rivivo tutti i sei anni di lavoro.
Ricordo la notte di Natale del 2012, i dubbi, i racconti di Maxime, le visite ai villaggi per trovare terracotte e ispirazioni. E poi Konaté e i suoi tecnici e muratori
Silue, Noel, Fofana. Ricordo Gioele, Martina, Francesco, e i tanti catecumeni. Il paziente Abou chino sui mosaici, Riccardo e Carla.
E poi i siti copti e l’aiuto di Stella che aprono al lavoro sui dipinti. E Soro: grazie al lavoro di questo giovane, piccolo di statura e silenzioso, e ai suoi tre barattoli di colori da carrozzeria, ogni uomo e ogni donna oggi possono incontrare il tuo sguardo d’Amore, Signore.
Ecco, la processione è arrivata a noi, padre Matteo illustra l’impostazione della chiesa, come già tante volte gli è capitato di fare perché la comunità crescesse insieme al cantiere in questi anni, e noi consegniamo le chiavi. Per la Gloria di Dio e la Salvezza del Mondo, ci ricorda la liturgia.
Il vescovo bussa tre volte e si spalanca la porta. E in uno sguardo pieno di stupore ci appare la chiesa adorna come una sposa pronta per il suo sposo.
È gioia grande. Percorriamo la navata: dal fonte battesimale, grembo di vita nuova, alla Gerusalemme celeste, dove un giorno ci ritroveremo tutti nell’Amore che non ha fine.
Tutti gli occhi ora sono rivolti verso Te, Signore.
Noi artigiani e artisti ci facciamo piccoli da una parte: sappiamo bene che il vero Architetto sei tu. Che tutto hai disposto per avere una dimora in cui lasciarti incontrare dagli uomini e dalle donne di Dianra.
Magnificat anima mea!
D.G.
Hanno firmato il dossier:
Daniela Giuliani
Consacrata dell’Ordo Virginum della diocesi di Senigallia, architetto.
Matteo Pettinari
Missionario della Consolata, in Costa d’Avorio dal 17 gennaio 2007. Dal 17 dicembre 2011 vive e lavora nella missione di Dianra. Da luglio 2022 è il superiore della delegazione dei Missionari della Consolata nel Paese. È parroco a Dianra Village.
Per ulteriori immagini e video: Canale youtube «Consolataivoire».
Noi e Voi, dialogo lettori e missionari
Chi è al top
«Eat the rich» è la scritta posta su una scatoletta di cibo con il disegno di un ricco che viene «cotto» sopra un fuoco. È questa l’immagine provocatoria che fa da copertina alla 13ª edizione di «Top200», il report annuale (basato sui dati relativi al 2022) sulle principali multinazionali curato dal «Centro nuovo modello di sviluppo» (www.cnms.it), curato da Francesco Gesualdi. Il motto provocatorio richiama una celebre frase di Jean-Jacques Rousseau: «Quando il popolo non avrà più da mangiare, allora mangerà i ricchi». Così si capisce chiaramente da che parte stia chi ha predisposto il dossier.
Nel merito si tratta – come nelle precedenti edizioni – di uno studio puntuale, sia perché i dati riportati forniscono un quadro preciso della ricchezza delle imprese multinazionali, sia per l’attualità della problematica in un mondo che presenta enormi disuguaglianze.
Il sottotitolo – «la crescita del potere delle multinazionali» – sintetizza il risultato che emerge dal report. Anzitutto i profitti delle prime 200 imprese internazionali sono raddoppiati in dieci anni, passando da 1.089 a 2.054 miliardi di dollari. Nella classifica delle «top 200» società troviamo 62 multinazionali con sede principale negli Usa e 61 in Cina, che insieme rappresentano il 64,1% del fatturato: 17.770 miliardi su un totale di 27.722 miliardi di dollari. Al terzo posto si colloca il Giappone con 18 imprese e al dodicesimo l’Italia con tre società (Assicurazioni Generali, Eni e Enel).
Assai significativo per comprendere il potere delle imprese è il confronto tra le entrate degli stati e i fatturati delle multinazionali. Al primo posto ci sono gli Usa con 8.010 miliardi di dollari di introiti, al decimo troviamo l’India con 682 miliardi, seguita dalla prima delle multinazionali – la Walmart – con un fatturato di 611 miliardi. In questa classifica ibrida (stati e multinazionali insieme), ai primi 100 posti ci sono 72 multinazionali.
Il dossier, oltre a numerose classifiche sulle top 200 imprese mondiali, contiene quattro approfondimenti relativi ai finanziamenti pubblici alle imprese private, agli affari delle società che producono programmi di intrattenimento, alla crescita dei privati nel settore della sanità e alla presenza di mercenari nei teatri di guerra nel mondo. Proprio questi quattro focus rappresentano la parte più attuale e originale del report. Da non perdere.
Rocco Artifoni 17/09/2023
Meno Cpr più umanità
Complimenti per la rivista. A mio modesto parere per quanto riguarda gli immigrati che vengono in Italia via mare occorre trovare una soluzione in Africa, visto che il numero di affamati è enorme. Si può creare punti mensa nelle zone con maggiori problemi utilizzando i canali delle missioni e ong. Meno Cpr in Europa e più aiuti diretti in Africa. Cordiali saluti,
Giorgio Tagliavini 23/09/2023
Grazie signor Giorgio per le brevi parole che hai scritto alla vigilia della giornata mondiale dei migranti e rifugiati, a cui abbiamo dedicato il nostro editoriale del mese di agosto-settembre.
Su questo tema le parole di papa Francesco sono sempre di una profondità e chiarezza unica, che spesso però trovano resitenze incredibili e cuori duri come pietre. Più grave ancora è la strumentalizzazione dei drammi dei migranti a uso elettorale e la chiusura totale nel nome della propria identià culturale da difendere. È decisamente penosa l’impocrisia di chi grida contro certe parole denigranti, come «tribù», perché ritenute umilianti, ingiuste e discriminatorie, da sostituire quindi con altri lemmi più rispettosi della dignità di tutti, e poi di fatto ha idee, atteggiamenti e comportamenti decisamente tribalisti nella pseudo difesa della propria superiorità e soprattutto dei propri interessi.
Come già scritto e riscitto, non è con la chiusura delle frontiere e l’incolpare i trafficanti e scafisti che si risolvono i problemi, ma con una vera rivoluzione sociale ed economica nelle relazioni tra stati e popoli, soprattutto da parte dei paesi più ricchi.
Opinioni post Lisbona
Egregia Redazione,
leggo da tempo il vostro interessante giornale e sentendomi quasi in famiglia ho pensato di condividere con voi queste riflessioni, benché modeste.
La giornata della gioventù a Lisbona ha radunato molti giovani. Bello vederli attenti e in silenzio ad ascoltare le parole del Papa. Il messaggio di verità del Vangelo attira sempre ed è indispensabile per l’umanità. I media hanno sintetizzato il discorso del Papa con le parole «tutti inclusi nella Chiesa». Va benissimo tutti inclusi, ma ciò non vuol dire che si debbano accettare e avallare gli errori e i grandi peccati che si fanno. Bisogna distinguere la persona dall’errore. Va bene tutti inclusi nella Chiesa ma i pedofili per esempio sono stati fin troppo inclusi. Il Vangelo richiede verità; bisogna dire chiaramente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. I giovani devono sapere ciò che è sbagliato e chi compie tali errori deve essere invitato a correggersi. La pedofila è stata per molti la madre dell’omosessualità. A 14/15 anni i giovani sono ancora ragazzini e avrebbero bisogno di essere lasciati crescere serenamente in pace senza caricare sulle loro giovani spalle pesi così grandi come quelli dei dubbi sulla propria identità sessuale, come invece è di moda in questi tempi.
Personalmente ho visto il nascere di un atteggiamento gay in un ragazzo che aveva avuto esperienza di pedofilia. Nella scuola dove lavoravo c’era un quindicenne che si vantava con i compagni di sapere cose particolari sulla sessualità, gli altri rispondevano alle sue vanterie deridendolo. Alcuni invece lo ascoltavano perplessi e incuriositi. Lui voleva farsi vedere più emancipato e sperava così di attirarsi tanti amici, di essere più stimato ma a volte finiva col prendersi spintoni e insulti. Convocati i genitori, ignari di tutto, era emerso che, quando dovevano uscire di casa per il lavoro o per spese, mandavano il figlio da un loro vicino che sembrava affidabile ma che invece intratteneva questo ragazzino facendogli vedere video sulla omosessualità e rischiando così di creare nel giovane la «forte distorsione cerebrale e psichica che comporta l’omosessualità» (parole di un importante psicologo membro dell’Associazione internazionale di psicologia applicata). In seguito a queste esperienze subite questo ragazzo a 15/16 anni risultava quindi volersi indirizzare verso l’omosessualità. Un comportamento gay derivato da una pedofilia.
Purtroppo, la pedofilia risulta essere veramente all’origine di tanti casi di comportamenti gay. La chiesa ha il dovere di proteggere e salvaguardare ogni persona specie i giovani e per farlo deve dire ciò che è errore e danno e quindi peccato. La pedofilia e l’omosessualità che in genere ne è una derivazione sono un errore, un peccato, un danno più o meno cosciente per sé e per la società. Il normale bisogno di amicizia e affetto viene confuso con comportamenti sbagliati e contro natura.
Nella parabola sulla indissolubilità del matrimonio, a Pietro che di fronte all’impossibilità del divorzio dice che allora è meglio non sposarsi, Gesù risponde che non a tutti è dato di capire e che a volte occorre farsi eunuchi per il regno dei cieli. È però un linguaggio figurato. Non intende dire che occorre veramente farsi eunuchi ma che in certe situazioni bisogna comportarsi come se non sentissimo attrazione sessuale per l’altro sesso. Per rimanere fedeli a volte occorre veramente farsi eunuchi, cioè non ascoltare l’attrazione verso la donna che non è la propria moglie o viceversa verso l’uomo che non è il proprio marito.
Nella Chiesa invece sembra che alcuni abbiano preso alla lettera il farsi eunuchi traducendolo anzi in farsi omosessuali, per cui ci sono preti gay che continuano a svolgere il loro ministero pur comportandosi da omosessuali. Altri prelati sono sommessamente favorevoli ai rapporti gay causando così grande scandalo. Va bene accogliere tutti nella Chiesa ma non accogliere l’errore. Accogliere l’errante, ma dirgli chiaramente che deve impegnarsi a cambiare vita, non comportarsi più da gay ma vivere l’astinenza e non praticare rapporti sbagliati e contro natura.
[…] La chiesa anziché avallare i comportamenti omosessuali dovrebbe piuttosto rivedere l’ordine di celibato per i preti. Accettare anche preti sposati ma con una fede sincera, forte e disinteressata economicamente.
Certo, essere liberi da impegni familiari per poter andare ovunque ad annunciare il Vangelo è più generoso ed eroico ma si potrebbe accogliere anche chi desidera sposarsi. Meglio questo anziché accettare i comportamenti omosessuali. Non è assecondando le persone nei loro grandi errori che si guadagnano i fedeli. Cordiali saluti
Enrica B. 18/09/2023
Onestamente non credo che il messaggio centrale della Gmg di Lisbona fosse «Tutti inclusi», soprattutto nella sua interpretazione, come se papa Francesco avesse avvallato pedofilia e omosessualità. Lo slogan «Maria si alzò e andò in fretta» (Lc 1,39), ha una portata molto più vasta e missionaria ed è un forte invito a non chiudersi, a non fare una vita da «seduti sul divano» e diventare concreti testimoni di amore in questo nostro mondo dilaniato da guerre, ingiustizie sociali, cambiamento climatico, povertà, disciriminazioni e intolleranza di molti tipi.
La sua lettera rivela comunque una sofferenza vissuta sulla sua pelle di fronte a fatti nei quali sono coinvolti anche dei sacerdoti dagli atteggiamenti certamente non evangelici. E questo mi richiama il dialogo che ho avuto pochi giorni fa con una catechista che mi raccontava della perplessità di una famiglia a mandare i suoi bambini al catechismo dopo aver sentito e letto di episodi di pedofilia da parte di sacerdoti.
Vorrei solo confermare che su omosessualità e pedofilia di persone religiose, la presa di posizione di papa Francesco e della Chiesa intera è senza equivoci. Occorre però tanta vigilanza e intelligenza per non cadere nella trappola della generalizazzione che conduce dalla colpa di un singolo sacerdote, o vescovo, o religioso o religiosa a mettere sotto accusa tutto e tutti.
Probabilmente nel futuro vedremo anche i preti sposati nella nostra Chiesa, ma non certo come soluzione alla pedofilia. Le statistiche dicono che gran parte degli abusi sessuali sui minori avviene tra le mura di casa.
Credo che per affrontare seriamente la situazione occorra smettere di cercare il capro espiatorio e di puntare il dito, ma impegnarsi a vivere con maggior coerenza, tutti e in fretta, l’insegnamento del Vangelo, consci che tutti siamo fragili e peccatori.
Per quanto riguarda il legame causa effetto tra pedofilia e omossesualità, non mi trova d’accordo. Non penso sia un caso particolare (da lei conosciuto), a dare la regola generale. Preferisco quindi separare le due situazioni.
Se la pedofilia è senza dubbio sempre un «errore, un peccato», come lei la definisce, più complesso è il discorso per l’omossessualtà, che può essere un «sentire» differente, un voler vivere i propri sentimenti sulla base di quello che si prova davvero, senza ipocrisia. In questo caso non è un «errore, un peccato». Papa Francesco ha detto infatti: «Essere omossessuali non è un crimine» e, inoltre, «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?».
In visita a un luogo sacro dei Kikuyu (tempio sacro dei Gekoyo) sull’Aberdare, Kenya: padre Delfino Bianciotto (seduto), can. Giacomo Camisassa (in piedi), coad Umberto Rosso, padre G. Cavallero e padre Panelatti, suor Maria Bonifacia e suor Cristina del Cottolengo
Ricordando Don Delfino
Gent. Direttore,
vorrei ringraziarvi per quanto realizzate, in particolare sono stato molto sorpreso dall’articolo del 12 giugno 2023 «La grande avventura». Sono pronipote di don Delfino Bianciotto, da lui battezzato nel suo 49° anno di sacerdozio. Era lo zio e il padrino di battesimo di mio padre che portava il suo nome. Io fin da piccolo venivo premiato con dei favolosi soggiorni presso don Delfino. Il missionario Delfino era un mito di saggezza e di fede. Lo ammiravo passeggiare per ore nel giardino in preghiera leggendo il Vangelo. Quando si accorgeva di me, mi avvicinava facendomi ammirare Dio nel creato, in un fiore, un’ape, nel volo di un uccello. Mi diceva che la preghiera si svolge in ogni luogo e in ogni istante.
Avevo 11 anni quando don Delfino, il 2 aprile 1961, festeggiò i 60 anni di sacerdozio. Fu felice che in quell’occasione molti si ricordassero di Lui: (tra questi) padre Carlo Masera, suo coadiutore in Abissinia (così era chiamata allora l’Etiopia, ndr) nel Kaffa, il vice superiore generale dell’Istituto, padre Giuseppe Caffaratto, il provicario della diocesi (di Pinerolo) don Giovanni Barra. Gli arrivò anche il telegramma d’auguri di papa san Giovanni XXIII (io gli recitai una breve poesia).
La mia curiosità ed ammirazione di bambino per don Delfino era immensa. Chiedevo che mi raccontasse le sue straordinarie avventure e venivo accontentato.
Mi raccontava dei suoi viaggi favolosi e pericolosi, dei bambini felici come me, ma dal destino tragico che aveva conosciuto e soccorso, chi aveva perso i genitori per incidenti con animali della foresta, chi era stato rapito dai predoni ed era venduto schiavo dagli stessi. Si rammaricava di non aver potuto riscattare tutti quegli innocenti che aveva consolato avvicinandoli a Gesù. Salì al cielo il 27 luglio 1962. Il 16 agosto 2023 don Delfino sarà stato molto felice, per l’elezione a superiore generale dei Missionari della Consolata di padre James Bhola Lengarin del Kenya (un «pronipote» dei bambini che lui aveva incontrato e soccorso in Kenya). Cordiali saluti
Franco Bianciotto 02/09/2023
Padre Delfino Bianciotto nacque a Frossasco (To) il 27 marzo 1874. Ordinato sacerdote il 23 marzo 1901, dopo aver esercitato per alcuni anni il ministero nella diocesi di Pinerolo, il 4 agosto 1906 entrò nell’Istituto. Partì per il Kenya il 10 dicembre dello stesso anno e là lo troviamo quando il canonico Giacomo Camisassa compì la sua visita nel 1910/1911. Il 15 ottobre 1917 entrò avventurosamente in Etiopia come commerciante e si unì a monsignor Gaudenzio Barlassina aprendo una prima casa a Ghimbi, nel Kaffa. Nel 1922 tornò in Italia come rappresentante dei missionari d’Etiopia per il primo capitolo generale dell’Istituto. Nel 1932, scaduto il periodo per il quale si era legato all’Istituto, ritornò nella sua diocesi di Pinerolo.
Islanda, miti e realtà. L’isola bivalente
Viaggio nell’isola del Nord Europa
Mappa con l’Islanda e gli altri paesi del Circolo polare artico.
Piccola, sperduta, spopolata. I boschi sono scomparsi da secoli. I ghiacciai stanno sparendo rapidamente a causa dei cambiamenti climatici. L’energia a disposizione è tanta, ma i turisti sono forse troppi. E anche i casi di depressione tra i suoi abitanti. L’Islanda è bella, ma non idilliaca come retorica racconta.
L’aria «si distingue per via di rarefazione e di condensazione nelle varie sostanze. E rarefacendosi diventa fuoco, condensandosi invece diviene vento, poi nuvola, e ancora più condensata, acqua, poi terra, e quindi pietra».
L’Islanda sarebbe stata la terra che il filosofo di Mileto, Anassimene (586-528 a.C.), da cui sono tratti questi versi, avrebbe probabilmente amato. I quattro elementi costituenti la materia da lui per primo teorizzati e che poi Empedocle (V secolo a.C.) avrebbe fissato in una concezione scientifica che avrebbe resistito fino al Medioevo, si scatenano da millenni nelle viscere di quest’isola per poi liberarsi sulla sua superficie plasmandone il territorio.
Anche se politicamente l’Islanda appartiene all’Europa, geologicamente l’isola è lo spettacolare palcoscenico in cui le due placche continentali europea e americana si incontrano permettendoci di calpestare il suolo dell’una o dell’altra.
I turisti si divertono ad attraversare il «Ponte tra i continenti» che si trova nella penisola di Reykjanes. Si lanciano saluti dalla placca americana a quella europea. A Þingvellir, le guide amano spiegare ai turisti che si inoltrano nel canyon di Almannagjá di stare camminando esattamente tra le due placche tettoniche, anche se in realtà le due faglie non sono così nettamente divise e il canyon di Almannagjà si trova interamente nella placca americana (e per calpestare il suolo europeo occorre attraversare per diversi chilometri tutta la pianura sino ai primi contrafforti che si vedono verso est).
Il piccolo porto di Husavik, nell’estremo nord dell’Islanda. Foto Christian Klein – Pixabay.
Le forze naturali: risorse e disastri
È comunque proprio questa conflagrazione naturale causata dalle forze tettoniche – che qui in Islanda ha trovato la sua espressione più spettacolare – la causa del fallimento, prima, e del successo, poi, della colonizzazione di questa terra.
Fallimento, perché per secoli la popolazione dell’isola ha dovuto lottare contro l’esuberanza degli agenti naturali e un clima rigido che limitava la coltivazione del terreno rendendo la vita al limite della sopportazione.
Secondo Halldór Laxness, scrittore islandese premio Nobel nel 1955, i suoi connazionali sono l’unico popolo che ha distrutto la natura del loro stesso Paese. La colonizzazione è coincisa con la deforestazione secondo l’idea di una natura da combattere invece che da proteggere.
Successo perché proprio la natura, insieme all’isolamento del Paese, ha da un lato protetto l’Islanda dalle guerre che hanno imperversato in Europa e nel mondo e, dall’altro, a partire dagli anni Novanta, ha favorito lo sviluppo dell’industria turistica, da anni in continua espansione.
Le case colorate della capitale islandese Reykjavik. Foto Tom Podmore – Unsplash.
Turismo ed energia da fonti rinnovabili
Nel 2022 sono stati 1,29 milioni i turisti che hanno raggiunto il paese a fronte di una popolazione totale di soli 390 mila abitanti. Pur non avendo ancora raggiunto la punta massima del 2018, quando i visitatori furono 1,82 milioni, l’aumento post pandemia è comunque considerevole, tanto da contribuire per il 6,2% del Pil nel 2022, ma suscitando qualche critica anche da parte della popolazione.
Le arterie cittadine sono ormai trafficate, gli incidenti causati dai guidatori non esperti che si avventurano in strade non asfaltate o che rimangono impantanati nei guadi sono in aumento, così come i rifiuti e gli atti di vandalismo (voluti o accidentali). La pressione demografica, che a prima vista potrebbe sembrare poco influente in un paese di 103mila km2 (un terzo dell’Italia), inizia a farsi sentire sull’ambiente (il 90% dei viaggiatori si concentra in aree limitate e utilizza mezzi propri per gli spostamenti) mentre il costo della vita, dei servizi e del mercato immobiliare aumenta, soprattutto a scapito degli abitanti. I prezzi degli appartamenti sono improponibili anche per un islandese, il cui stipendio medio si aggira sui 3.800 euro al mese: un appartamento in centro in una città di medie dimensioni costa sui 4mila euro al metro quadrato e a Reykjavik raggiunge anche i 6-8mila euro. Accanto ai disagi creati dal turismo, la natura islandese dona però anche indubbi vantaggi, in primo luogo sul piano energetico.
L’87% dell’energia prodotta nell’isola proviene da fonti rinnovabili (nell’Unione europea rappresenta il 18.6%, in Italia il 18,4%). Le imponenti masse d’acqua che si riversano nei fiumi generando cascate impressionanti forniscono energia idroelettrica per il 62% del totale dell’energia prodotta nel Paese (nell’Unione europea è il 5,4%, in Italia il 6,4%), mentre il vapore che fuoriesce ininterrottamente dal sottosuolo, oltre a riscaldare le piscine termali, alimenta le centrali geotermiche che contribuiscono al 25% della produzione energetica nazionale.
Nonostante la geotermia sia considerata fonte energetica a basso impatto ambientale, le emissioni di CO2 (anidride carbonica) e CH4 (metano) sono comunque considerevoli. I gas serra, sommati a gas tossici come l’idrogeno solforato (H2S), in un impianto geotermico sono emessi durante il processo di generazione. Nei giacimenti sotterranei i fluidi caldi, contenenti principalmente CO2 e metano, vengono portati in superficie, ma mentre il vapore acqueo può venire liquefatto, i gas in esso contenuti non sono condensabili. Al fine di evitare che i gas serra si diffondano nell’atmosfera a Hellisheiði, poco distante da Reykjavik, la più grande centrale geotermica islandese e l’ottava al mondo, è prevista l’installazione di un impianto Dacs (Direct air capture storage).
Mentre visito la struttura, Edda Aradóttir, Ceo della compagnia, mi illustra il progetto «Mammoth», un sistema che, una volta funzionante (si pensa entro il 2025), sarà capace di catturare nominalmente fino a 36mila tonnellate di anidride carbonica l’anno per poi insufflarla a 800-2.500 metri nel sottosuolo dove, nel giro di un paio d’anni, si trasformerà naturalmente in minerali carbonati.
Una vista spettacolare della valle di Oxnadalur con la fattoria Hals. Foto Piergiorgio Pescali.
Il riscaldamento climatico e i ghiacciai dell’isola
Il riscaldamento climatico, che gli islandesi cercano di mitigare limitando ulteriormente le già minime emissioni di gas serra rilasciate dal loro sistema energetico, è evidente a Fjallsárlón e Jökulsárlón dove trovo ad aspettarmi Andrea e Claude, entrambi geologi, con cui compio un giro per le lagune glaciali. L’innalzamento delle temperature che sta assottigliando il Vatnajökull, una massa di ghiaccio grande quanto il Friuli-Venezia Giulia, agisce in due modi: da una parte espone le morene all’aria e dall’altra fa arretrare il fronte glaciale. La fuliggine delle attività vulcaniche e la polvere che si deposita sulla superficie del ghiacciaio rendono il suo manto di un colore grigiastro che riduce l’albedo (il potere riflettente di una superficie bianca, ndr) con la conseguente accelerazione dello scioglimento, trasformando il ciclo in un pericoloso uroboro (l’uroboro è il serpente che si mangia la coda, ndr) climatico.
A dieci chilometri di distanza dal Fjallsárlón, si apre la laguna di Jökusárlón, più vasta e più bella della precedente e per questo anche quella più assaltata dai turisti. La Jökusárlón è formata dalla lingua glaciale del Breiðamerkurjökull che, dopo essersi espansa fino al 1890, dagli anni Venti del XX secolo ha iniziato a ritrarsi lasciando spazio a uno specchio d’acqua che si è venuto a formare a partire dal 1935. Oggi questo lago è ampio circa 18 chilometri quadrati e la sua superficie aumenta a velocità sempre più elevata. «L’Islanda ha solo 390mila abitanti e conta ben poco nella lotta contro il cambiamento climatico, ma è spesso presa a esempio per il suo impegno nel contribuire all’impegno per mantenere l’aumento della temperatura sotto il punto di non ritorno», afferma Andrea.
Vero è, però, che un paese poco densamente abitato che ha la fortuna di godere di fonti naturali energetiche poco impattanti dal punto di vista ambientale e – perdipiù – pressoché inesauribili, è sicuramente molto più favorito di altre nazioni.
Del resto, non tutto in Islanda funziona al meglio.
«Abitare in Islanda non è facile» mi dice Guðrún, studentessa di chimica all’University of Iceland che, per guadagnarsi da vivere, passa le vacanze lavorando come cameriera in un bar di Vik: «I turisti arrivano, rimangono estasiati dalla baia, dal Paese, dalle pecore, dalle cascate, dal mare, ma poi, dopo una o due settimane, se ne ritornano da dove sono venuti, nel caldo delle loro città, nella vita notturna, nei concerti. Escono al mattino con il sole e sanno che quella giornata rientreranno con il sole. Se vogliono possono bersi una birra o andare al ristorante senza spendere una fortuna. Da noi tutto questo è semplicemente impossibile».
Mi viene in mente un passo di «Miss Islanda», il libro di Auður Ava Ólafsdóttir, ambientato negli anni Sessanta, ma ancora attualissimo, in cui Hekla, trasferitasi a Copenaghen, scrive alla sua amica Ísey che «la pioggia (a Copenaghen, ndr) non è orizzontale, anzi scende giù verticalmente, come fili di perle».
L’impressionante volume d’acqua che forma la cascata di Dettifoss, la maggiore dell’Islanda e dell’Europa. Foto Piergiorgio Pescali.
Gli islandesi e il pericolo della depressione
Nella fascia di popolazione compresa tra i 18 e i 29 anni, un islandese su dieci soffre di depressione acuta e lo Stato riserva il 12% del budget della sanità per le malattie mentali. Appena possono, i giovani fuggono dall’isola, spesso considerata come una prigione, per trasferirsi sul continente. Ogni anno circa duemila islandesi tra i 15 e i 64 anni si trasferiscono all’estero. Se è vero che essi rappresentano solo l’1% della fetta di popolazione di quell’età, è anche vero che oggi in termini assoluti sono ben 49mila gli islandesi (il 13,2%) che risiedono permanentemente fuori dal Paese.
A parte pochi paesini che contano qualche migliaio di abitanti (Húsavík, Akureyri, Stykkishólmur, Ísafjörður), la maggior parte dei centri islandesi sono deprimenti e senza alcuna attrazione.
La difficile situazione sociale islandese è raccontata oltre che dalla letteratura anche dalla filmografia: Virgin Mountain, Nói AlbÍnói, The Oath-il giuramento, Rams-Storia di due fratelli e otto pecore, e anche la serie Trapped, raccontano i risvolti di una società ben lontana dall’idilliaco stereotipo in cui i turisti si ostiniamo a dipingere la nazione.
Nell’Islanda dei libri di Halldór Laxness o di Ragnar Jónasson c’è molta più verità di una fotografia scattata durante una toccata e fuga nell’isola. È la vita reale di un’Islanda che preferiamo non vedere o non conoscere: famiglie spezzate, intrighi tra colleghi di lavoro, dialoghi ridotti all’osso ed ermetici, paesaggi desolati, quasi sempre cupi e piovosi, paesini malinconici.
Ne «I giorni del vulcano» di Jónasson, Ívar, il superiore di Ísrún, non vede l’ora di licenziare la collega, ma non potendolo fare le affida i lavori più noiosi e insignificanti mobbizzandola persino di fronte alla direttrice della redazione televisiva in cui lavora.
Mi dirigo verso Siglufjörður, a nord di Akureyri, dove è ambientata la serie televisiva Trapped e dove si dipanano le scene dei libri di Ragnar Jónasson. Una manciata di case sparpagliate su una baia per un totale di 1.300 abitanti. Nonostante non piova, le strade sono deserte. Solo qualche turista si aggira tra la banchina del porto e la fabbrica di aringhe alla ricerca di qualche scena che ricordi i luoghi calpestati da Andri Ólaffson, il poliziotto a capo delle indagini.
Ne «L’angelo di neve», Jónasson descrive magistralmente il paesaggio in cui mi immergo: «Il fiordo li accolse con il grigio opprimente di una giornata coperta. Nuvole scure nascondevano l’anello di montagne impedendo di ammirarne in pieno la magnificenza. Il grigiore rendeva opachi i tetti delle case e i giardini erano coperti da un leggero strato di neve».
A Djúpavik, lungo la costa Strandir, nei fiordi occidentali, la desolazione si ripresenta in modo ancora più deprimente. Nel villaggio vive una sola famiglia immersa nel nulla di un paesaggio che è tanto magnifico quando è illuminato dal sole quanto è demoralizzante quando piove. La cittadina più vicina, Hólmavik, si trova a settanta chilometri al termine di una strada non asfaltata. L’unico hotel è una magnifica oasi di pace aperta nel 1985 da Eva Sigurbjörnsdóttir e dal marito Ásbjörn Þorgilsson che, con i loro figli, hanno trasformato ciò che restava di una vecchia fabbrica di aringhe, chiusa nel 1954, in un piccolo museo in cui artisti esibiscono i loro lavori. D’altro non c’è molto: una stazione di benzina in disuso, il relitto arrugginito della Suðurland che, dopo aver smesso di fare servizio fra Reykjavik e il Breiðafjörður, venne trasferita a Djúpavik nel 1935 e usata per ospitare la manovalanza stagionale della fabbrica di aringhe.
Nonostante il villaggio sia quasi abbandonato, Halldór Laxness ha ambientato qui il suo romanzo «Guðsgjafaþula» (Una narrazione dei doni di Dio, non ancora tradotto in altre lingue), mentre nel 2006 i Sigur Rós hanno suonato nella vecchia fabbrica di aringhe e, nel 2016, Ben Affleck, Willem Dafoe e Jason Momoa hanno girato alcune scene di «Justice League».
Gli iceberg della laguna di Jökulsárlón; il riscaldamento climatico ha liberato blocchi di ghiaccio che fluttuano nella laguna attirando migliaia di turisti. Foto Piergiorgio Pescali.
La politica e la stretta migratoria
L’isolamento a cui sono costretti molti centri islandesi a causa dei collegamenti poco veloci o per le condizioni atmosferiche, ripropone in modo più che mai attuale la questione dello spopolamento delle campagne. Il 94% della popolazione si accalca nelle città. Reykjavik, la cui municipalità da sola raggruppa 243mila islandesi, si sta espandendo: nel 1972 era una cittadina quasi sconosciuta quando per qualche giorno occupò le prime pagine dei giornali di tutto il mondo con la leggendaria sfida di scacchi tra Bobby Fisher e Boris Spassky e nel 1986 tornò alla ribalta grazie alla riunione tra Ronald Reagan e Michail Gorbačëv alla Höfði. Il summit, assieme all’inaugurazione, avvenuta pochi giorni dopo, della chiesa di Hallgrímskirkja, iniziata nel 1945 (anche in Islanda non tutto funziona in modo efficiente), segnarono la svolta della capitale.
Nel Paese iniziarono a riversarsi i primi turisti e, con loro, i primi immigrati. Dieci anni dopo quasi il 3% della popolazione islandese era straniero: oggi lo è il 19%.
L’apprezzata prima ministra islandese, Katrín Ja-kobsdóttir, del Movimento sinistra e verdi, pur avendo nel suo Dna una politica sociale progressista e illuminata, deve fare i conti con una singolare coalizione di governo che la vede alleata di minoranza di due partiti di centro destra, il Partito dell’indipendenza e il Partito progressista. Il primo, con 17 deputati su 63, è il maggior gruppo parlamentare con un orientamento a destra e liberale. Sostenuto dalle cooperative di pescatori e dagli imprenditori, è euroscettico, condividendo questo sentimento con gli altri due alleati.
Il Partito progressista si è invece sempre più avvicinato ai movimenti populisti abbracciando la retorica sovranista, opponendosi a un’eventuale entrata dell’Islanda nell’Unione europea, criticando le istituzioni e i creditori internazionali e chiedendo una stretta nella regolamentazione migratoria.
Chi ne fa le spese sono soprattutto gli immigrati. La politica islandese sta cambiando radicalmente: le difficoltà economiche, come spesso accade, hanno aumentato l’ostilità della popolazione e del governo verso l’immigrazione, in particolare quella economica. Di fronte alla minaccia di rimpatrio («deportazione» è il termine esatto utilizzato dalle Ong islandesi ) di trecento richiedenti asilo (principalmente di nazionalità irachena e nigeriana), nel 2022 diverse organizzazioni, tra cui la Croce Rossa, sono scese in piazza chiedendo al governo di rivedere la sua politica migratoria.
Nei primi quattro mesi del 2023 su 1.771 domande di asilo (813 da venezuelani, 629 da ucraini, 71 da palestinesi e varie altre nazionalità), solo 736 ne sono state accettate (547 ucraini, 67 palestinesi, 36 siriani).
Padre Jacob Rolland con, sullo sfondo, la cattedrale cattolica di Cristo Re nella capitale islandese. Foto Piergiorgio Pescali.
La polemica religiosa
Nel 2018 il governo di Jakobsdóttir è stato anche al centro di una vivace polemica internazionale per il disegno di legge proposto dal Partito progressista che intendeva proibire la circoncisione con una pena fino a sei anni di prigione.
Di fronte a tale pericolo, l’Inter Faith Forum, presieduto da padre Jakob Rolland, della Chiesa cattolica islandese in collaborazione con l’Istituto di studi religiosi dell’Università dell’Islanda, ha indetto una conferenza a cui hanno partecipato rappresentanti laici, cristiani, ebrei e musulmani (la comunità ebraica islandese conta circa 500-600 membri e solo nel 2021 la fede ebraica è stata riconosciuta come una delle religioni ufficiali del Paese).
Il caso fu ripreso anche dalla stampa: «Se un Paese inizia a proibire una pratica religiosa con la giustificazione dei diritti umani, altre nazioni potrebbero seguirne l’esempio creando un precedente molto pericoloso», mi dice padre Rolland, il quale aggiunge che la sua famiglia polacca ricorda bene gli orrori dei campi di concentramento nazisti. «Era quindi chiaro per noi che dovevamo fermare la proposta sin dall’inizio per evitare che potesse passare inosservata aprendo porte che non devono assolutamente essere di nuovo aperte».
Dopo la conferenza dell’Inter Faith Forum, il parlamento islandese chiese la rettifica della legge al governo, ottenendone il congelamento (non la sua cancellazione).
Un pescatore islandese mostra la preda. Foto Piergiorgio Pescali.
Il marketing dei vichinghi e il nazionalismo islandese
«I nostri antenati erano vichinghi, il nostro popolo è abituato a lottare per la propria sopravvivenza. Se vuoi qualcosa te la devi meritare, non puoi arrivare in Islanda e pretendere che il governo ti conceda tutto quello che non hai avuto nel tuo Paese d’origine» mi dice un sostenitore del «Fronte nazionale islandese», un partito di estrema destra nato nel 2016 che, come si legge nel suo statuto, intende «proteggere il sistema sociale, l’indipendenza dell’Islanda e la cultura islandese».
L’immagine dell’islandese vichingo è oggi sempre più utilizzata in senso nazionalista dall’ultradestra del paese. In realtà, i primi colonizzatori, a partire da quell’Ingólfur Arnarson che nell’874 sbarcò con la moglie Hallveig Fróðadóttir e al fratello di sangue Hjörleifur Hróðmarsson, erano fuggiaschi norvegesi, per lo più poveri contadini, che cercavano terre da coltivare che non fossero soggette alla pesante tassazione reale.
«Siamo più eredi di poveracci che di fieri guerrieri. Dal punto di vista del marketing, però, l’eredità dei landnásmenn (i proprietari delle terre) non rende quanto quella di nerboruti e battaglieri combattenti», sostiene Lúna, neolaureata in Studi medioevali presso la University of Iceland.
Nel «Landnamabók» (Libro dell’insediamento) sono nominati circa quattrocento coloni che arrivarono in Islanda (tra cui centotrenta dalla Norvegia e cinquanta dalla Britannia).
Molti di essi fuggirono dalla Norvegia per le vessazioni di Harold Fairhair (Bellachioma, ndr), altri fuggirono dalle isole britanniche per le sconfitte subite nel Wessex e a Dublino nel 902.
Ancora oggi la storia della colonizzazione dell’Islanda è ricoperta da un velo di mistero. Si parla anche dell’arrivo di monaci irlandesi, i cosiddetti «Papar» (vedi sotto).
Un gregge di pecore a Hverir. Foto Piergiorgio Pescali.
Saghe, leggende e stereotipi
A proposito di stereotipi, nel 2019, ho partecipato a Edimburgo a una conferenza in cui era invitato Hallgrímur Helgason, scrittore pittore presentatore radiofonico, uno degli uomini più famosi in Islanda (e uno dei più contestati, specie negli ambienti della sinistra), vincitore di due Premi letterari islandesi (nel 2001 e nel 2018) e conosciuto anche in Italia per il suo romanzo «101 Reykjavik».
Nel suo intervento, incentrato sul turismo in Islanda, l’autore ha inanellato luoghi comuni degni del migliore assorbitore seriale di leggende metropolitane lette sui social: dalle coppie giapponesi che sbarcano in Islanda in inverno per avere la possibilità di concepire sotto l’aurora boreale perché ritenuto di buon auspicio (una storia inventata di sana pianta che ha avuto origine in Canada e in Alaska), ai gruppi che circolano per Reykjavik chiedendo «a che ora accendono l’aurora boreale» (l’aforisma – molto probabilmente inventato dallo stesso Helgason – deve piacere particolarmente allo scrittore perché lo cita spesso nei suoi interventi variando di volta in volta la nazionalità dei gruppi – ora cinesi, ora filippini, ora giapponesi – che però rimangono immancabilmente asiatici).
«Ecco, ora hai capito perché ci sentiamo in un certo senso orfani letterari», mi spiega una collega islandese. «Purtroppo dopo Laxness non siamo più riusciti a sfornare scrittori di talento».
Eppure, l’Islanda è il Paese in cui la letteratura, specialmente quella epica, è fiorita più che in altri: le innumerevoli saghe di cui si nutre la storia islandese hanno plasmato la cultura e il carattere della popolazione. Ogni luogo, ogni comunità, ogni anfratto racchiude storie di elfi, diavoli, tesori, troll di cui gli attuali toponimi trasmettono ancora l’eredità.
La centrale geotermica di Krafla, nel nord del Paese, appartiene alla Landsvirkjun, il più grande gestore elettrico dell’Islanda, di proprietà statale. Foto Piergiorgio Pescali.
Lo scandalo finanziari0 e il «Best Party»
Continuando a parlare di miti e leggende, ma sul lato secolare, la leggenda che forse è più dura a morire riguarda l’integrità del sistema Islanda dopo la grande crisi finanziaria del 2008 (che ha visto il fallimento delle tre principali banche del paese, ndr).
Dei 202 imputati chiamati a rispondere delle loro responsabilità, solo 25 sono stati incriminati con pene relativamente miti (tra 6 mesi e 6 anni) e a quattro di questi la condanna è stata sospesa. La maggior parte di loro ha scontato la pena nella prigione di Kvíabryggja, un luogo di detenzione all’aperto e non recintata, e rilasciata dopo un anno. «Attraverso i cambiamenti legislativi, le condanne, già brevi, sono diventate comicamente brevi e in pochi mesi sono tornati a pilotare elicotteri e cenare con i loro coniugi nei migliori ristoranti di Reykjavik», afferma Jared Bibler, ingegnere al Mit di Boston e direttore della squadra investigativa che ha indagato sulla crisi pubblicando in un libro del 2021 un dettagliato resoconto della sua esperienza.
Geir H. Harde, il primo ministro islandese al tempo dello scandalo, dopo essere stato «punito» con la nomina ad ambasciatore dell’Islanda negli Stati Uniti, è oggi direttore esecutivo alla Banca mondiale per gli Stati nordici e baltici.
A seguito della debacle finanziaria, l’Islanda ha conosciuto una rivoluzione politica che si è riverberata sull’intero pianeta: un attore comico, Jón Gnarr, ha formato un partito, il Best Party, che con la sua satira affermava di non voler mentire ai propri elettori: «Dato che i partiti sono segretamente corrotti, noi promettiamo di essere apertamente corrotti».
Il Best Party, nato inizialmente come uno scherzo, è diventato ben presto una realtà politica: nel 2010 ha partecipato alle elezioni comunali di Reykjavik, vincendole con il 35% dei consensi e conquistando sei dei quindici seggi del consiglio comunale. Anarchico, figlio di un poliziotto comunista, Jón Gnarr, pur non avendo mai terminato le scuole secondarie, è diventato sindaco della capitale islandese per quattro anni.
Tra dichiarazioni ironiche («importeremo ebrei per avere finalmente in Islanda qualcuno che ne capisce di economia»), consiglieri improbabili («mi lascio consigliare dai Moomin e dagli elfi, che mi hanno detto che l’Islanda deve aderire all’Unione europea»), Reykjavik sotto Gnarr ha risanato il debito e si è riscoperta una città colorata abbandonando lo squallido grigiore e quella patina di austera compostezza che la contraddistingueva.
La Orkuveita reykjavíkur (Or), l’azienda energetica municipale che aveva accumulato due miliardi di dollari di debiti, è stata risanata licenziando il direttore generale e duecento dipendenti, chiamando esperti, depoliticizzando l’azienda e trasferendo gli uffici in una sede meno costosa. Le reti dei trasporti pubblici e delle strutture educative (scuole e asili) sono state riorganizzate (non senza vivaci proteste da parte della popolazione) e in città sono stati costruiti 25 km di piste ciclabili.
Foche nei pressi del villaggio di Djúpavík, nei fiordi occidentali. Foto Piergiorgio Pescali.
Dall’indipendenza alle guerre del merluzzo
L’ascesa politica di Gnarr e il suo stesso modo di parlare e di agire nel nome del popolo è stato certamente favorito dalla cultura islandese. Viaggiando per la nazione non si può fare a meno di notare la quantità di riferimenti alla pace: strade vivacizzate con i colori arcobaleno, semafori con luci a forma di cuore, una vita tranquilla (per molti, troppo tranquilla).
Non dobbiamo però farci ingannare: pur essendo un Paese pacifico e senza esercito, l’Islanda ha sempre tratto beneficio dalle guerre.
In «Gente indipendente», Halldór Laxness scrive che «La guerra mondiale continua a portare benefici al Paese e alla gente, tanto che non la chiamano altro che guerra benedetta […] e più andava avanti, più la gente ne aveva piacere. Tutti i buonuomini si auguravano che potesse continuare il più a lungo possibile».
La Seconda guerra mondiale ha segnato una tappa fondamentale per l’Islanda: con l’occupazione statunitense, che dal 1941 si sostituì a quella britannica, nel 1944 l’isola ottenne l’indipendenza dalla Danimarca, allora sotto occupazione tedesca. Dopo la fine del conflitto, gli islandesi ricevettero più aiuti procapite rispetto a tutti gli altri europei occidentali.
L’adesione alla Nato contribuì anche alle tre vittorie nelle «guerre del merluzzo» (1950-1970), combattute con successo contro il Regno unito a colpi di speronamenti e, a volte, anche con scambi di artiglieria navale tra la Guardia costiera islandese e la marina britannica, intervenuta a difesa dei propri pescherecci. Con il 10% del Pil legato alla pesca, Reykjavik non poteva (e ancora oggi non può) permettersi di condividere con altre flotte più numerose e attrezzate della sua, le pescose acque artiche. Il governo islandese chiedeva con insistenza che lo sfruttamento dei mari fosse esclusiva prerogativa delle sue navi. Priva di una propria marina, l’Islanda giocò la carta geopolitica minacciando di uscire dalla Nato nel caso le sue richieste non fossero state accettate. Alla fine, fu Kissinger a convincere Londra a ritirare le proprie navi. Così, al termine delle tre guerre (1958-61; 1972-73; 1974-75), Reykjavik riuscì a estendere le acque territoriali a duecento miglia dalle proprie coste.
Il ghiacciaio che si getta nella laguna di Fjallsárlón; il riscaldamento climatico da una parte sta facendo ritirare il fronte del ghiacciaio, dall’altro ha permesso di liberare blocchi di ghiaccio che fluttuano nella laguna attirando migliaia di turisti. Foto Piergiorgio Pescali.
Tra Unione europea e Cina
La questione ittica, con il mancato accordo sulle quote di pesca, è stato anche uno dei motivi del ritiro, annunciato nel 2013 e messo in pratica nel 2015, della richiesta di adesione dell’Islanda all’Unione europea, anche se, secondo un sondaggio svoltosi nell’aprile 2023, il 44% degli islandesi sarebbe favorevole all’entrata nella Ue contro il 34% dei contrari.
Nel frattempo, però, l’economia islandese deve trovare nuovi sbocchi e nuovi partner. E un nuovo partner lo ha trovato, preoccupando seriamente gli Stati Uniti, nella Cina.
Dopo il crollo della cortina di ferro e lo spostamento dell’attenzione internazionale in Asia, la piccola, sperduta e spopolata Islanda, anziché perdere la sua importanza strategica, l’ha aumentata. In particolare, a partire dal 2013, quando, su iniziativa dell’allora presidente Ólafur Ragnar Grímsson, Reykjavik ospitò la prima assemblea del Circolo artico. Questo, a differenza dell’Arctic council, il consiglio governativo formato nel 1996, è un organismo a cui possono partecipare istituzioni di vario genere, governative, private, Ong, università, ecc. non necessariamente geograficamente ed economicamente coinvolte nelle attività artiche. Vi partecipano, quindi, anche Cina, India, Corea del Sud, Singapore, Emirati arabi, e questo allargamento di confini ha aumentato il peso specifico della politica islandese aprendo le porte dell’isola all’economia di Pechino. La nuova Via della seta passa anche da qui.
Piergiorgio Pescali
Il getto d’acqua del geyser di Strukkur (Geysir); erutta ogni 5-10 minuti lanciando un getto alto tra i 20 e i 30 metri. Foto Piergiorgio Pescali.
Dorsali, placche, magma, geyser
La dorsale medio atlantica si allunga per circa 15mila chilometri nel fondo dell’oceano e, a mano a mano che il mantello della crosta terrestre si eleva, al di sotto di esso viene a crearsi una depressione che riscalda la roccia. Questo aumento di temperatura porta allo scioglimento della crosta che trova sfogo nelle parti meno spesse dando così origine ai fenomeni vulcanici.
Lungo la dorsale, il magma fuoriesce dalle viscere della terra e, a contatto con l’acqua, solidifica. È così che ogni anno il fondo marino si innalza di 2,5 cm, ma vi sono dei punti in cui il movimento è più attivo che in altri ed è qui che il suolo si è innalzato tanto da affiorare sul livello del mare per formare isole più o meno grandi. L’Islanda è la maggiore tra queste e il suo territorio viene letteralmente spaccato dalla dorsale che si incunea per tutta la sua lunghezza. Una diramazione si stacca verso sud dalla faglia principale all’altezza dei vulcani Grimsvötn e Laki-Fogrufjöll per creare una terza «isola» tettonica che comprende i vulcani Katla e Hekla, mentre nella piana di Þingvellir, sede storica del primo parlamento islandese, la placca continentale americana si divide da una placca minore a sé stante, la microplacca di Hreppar.
La mappa mostra le dorsali (ridges, in inglese) che attraversano o lambiscono il Paese.
Terra tra le più giovani del pianeta (è iniziata ad affiorare circa 20 milioni di anni fa), l’Islanda è in continua evoluzione, come testimoniano i numerosi vulcani attivi e le sorgenti termali di cui i geyser sono l’espressione più scenografica.
Le fratture tra le due placche si allargano ogni anno di circa 2,5 centimetri e il movimento, seppur impercettibile ai nostri occhi, causa una vivace attività sismica che si trasmette in fenomeni che toccano più direttamente la vita della popolazione: terremoti, eruzioni magmatiche o geotermiche.
I materiali ricchi di metalli alcalini sono trasportati in superficie dai cosiddetti hotspot, punti circoscritti particolarmente caldi che affiorano seguendo cunicoli e pennacchi. La presenza di acqua, invece, da una parte è la causa della formazione di getti ad alta pressione che fuoriescono sotto forma di geyser, fenditure del terreno che si collegano a falde riscaldate da rocce a contatto con il magma, dall’altra, quando entra in contatto direttamente con il magma, l’acqua si trasforma in vapore dissociandosi in idrogeno e ossigeno. Questa miscela, innescata dai getti incandescenti, esplode con violenza spargendo cenere vulcanica in tutta la regione e cambiando radicalmente la conformazione del terreno.
Pi.Pes.
I vichinghi, «guerrieri del mare»
La tela dipinta da Oscar Wergeland nel 1877 ricorda l’arrivo dei vichinghi in terra d’Islanda.
L’immagine dell’islandese vichingo è uno stereotipo che ha fatto il suo tempo, ma che continua a essere molto popolare all’estero.
Il termine vikingr al maschile era usato dai norreni (nome generico per i popoli della Scandinavia) per indicare «guerrieri del mare», mentre al femminile, viking, indicava le «spedizioni marittime a fini militari». Oggi la parola vikingr è usata per descrivere chiunque abbia origini norrene nell’era vichinga.
Solitamente assimilati a uomini rudi, mezzi nudi e pelosi, con il barbone rosso che cala dal mento e che si confonde con i capelli lunghi e arruffati nascosti parzialmente da un curioso elmo cornuto, in realtà, i norreni erano una popolazione dai gusti raffinati, eleganti, dedita al commercio con le nazioni più potenti dell’epoca, il Sacro Romano Impero, l’impero arabo, quello bizantino.
I rapporti non si limitarono solo a negoziazioni commerciali di beni di prima necessità, ma consentirono alla società norrena di approfondire la conoscenza di altre culture e apprezzarne la ricchezza artistica.
Grazie ai drekar, le navi dalla chiglia piatta, il popolo dei norreni poteva navigare in mare aperto così come lungo i fiumi a basso pescaggio compiendo esplorazioni in Groenlandia, Islanda e raggiungendo le coste del Nord America, qualche secolo prima di Colombo.
Quella dei vichinghi è un’era che si dipana tra il 750 e il 1050 d.C. Chiamata «Età dell’oro», in essa le società scandinave espansero la loro economia, le loro conoscenze e, dall’XI secolo, assorbirono le influenze cristiane.
Deluderà forse sapere che le corna poste ai lati degli elmi che ancora oggi piacciono tanto ai turisti e ai negozi di souvenir, sono frutto di una leggenda nata in tempi recenti. Fu lo scenografo Carl Emil Doepler a disegnare proprio un elmo del genere per il ciclo «L’anello dei Nibelunghi». Molto probabilmente i vichinghi raramente indossavano copricapi in ferro, preferendo quelli in cuoio, lasciando gli elmi per le cerimonie dei nobili, che se li portavano nelle loro tombe come simbolo distintivo sociale.
L’ecllissi della società vichinga avvenne in concomitanza con la transizione verso il cristianesimo grazie all’opera del re Olaf II Haraldsson (995-1030), il Sant’Olaf a cui tutta la cultura baltica e slava è particolarmente affezionata. È a seguito della conversione forzata del popolo norreno che venne realizzata la famosa stele di Dynna, oggi conservata nel museo di Storia di Oslo. Questo monolito piramidale di tre metri rappresenta una delle prime testimonianze cristiane della regione scandinava. I suoi bassorilievi propongono una commovente Natività e i tre re Magi che seguono la stella di Betlemme, non ancora trasformatasi nella cometa di cui Giotto sarà primo autore, tre secoli più tardi, nella Cappella degli Scrovegni, a Padova.
Pi.Pes.
Sorgenti calde nell’area di Geysir. Foto Piergiorgio Pescali.
Geotermia, dall’Italia all’Islanda
La generazione di energia elettrica e di calore da geotermia è iniziata in Italia nel 1818 grazie all’ingegnere di origini francesi, Francesco Giacomo Larderel che pensò di sfruttare i getti di vapore che uscivano dal suolo nel comune di Pomarance, nell’allora Granducato di Toscana, per produrre boro utilizzandolo nelle industrie farmaceutiche.
Per omaggiare l’ingegno di Larderel, Leopoldo II decise di dare al luogo il nome dell’ingegnere e il 4 luglio 1904 il proprietario della ditta, Piero Ginori Conti, decise di sperimentare un generatore la cui bobina era alimentata con il calore geotermico. Con l’accensione di cinque lampadine, quel 4 luglio 1904, si inaugurò la geotermia. Sette anni dopo, la prima centrale geotermica al mondo venne inaugurata a Larderello e oggi le 34 centrali geotermiche italiane producono seimila GWh (2.976 GWh in provincia di Pisa, 1.492 GWh in provincia di Siena e 1.403 GWh in provincia di Grosseto), circa la stessa quantità generata in Islanda (5.960 GWh).
La compagnia energetica nazionale islandese, la Orkustofnun, ha la possibilità di rilevare le risorse energetiche presenti nel sottosuolo di qualsiasi terreno, privato o pubblico, nel Paese. Un proprietario di terreno può richiedere la licenza d’uso per poter sfruttare risorse geotermiche (e del sottosuolo in generale) per un periodo limitato.
In Islanda, ad oggi sono state individuate 20 aree geotermiche all’interno di zone vulcaniche attive con vapori che raggiungono temperature sotterranee di 250°C entro i mille metri di profondità e circa duecentocinquanta aree geotermiche lontane dalle zone vulcaniche, i cui vapori, sempre a mille metri di profondità, non superano i 150°C.
Oggi il 90% delle abitazioni islandesi sono riscaldate con impianti che traggono calore dall’energia geotermica e in alcune zone di Reykjavik e di altre città islandesi i marciapiedi, le strade e le aree di parcheggio sono dotate impianti di riscaldamento a geotermia per sciogliere il ghiaccio durante i mesi invernali.
Nel 2000 un consorzio di compagnie energetiche private e pubbliche (HS Orka hf, Landsvirkjun, Orkuveita Reykjavíkur e la Orkustofnun) ha iniziato un progetto, l’Iceland deep drilling project, Iddp, per sfruttare sistemi idrotermali ad altissima temperatura al fine di raggiungere fluidi supercritici che si trovano a 4-5 km di profondità con temperature che raggiugono i 400-600°C. I giacimenti supercritici potrebbero arrivare a una potenza sino a dieci volte superiore rispetto a quelli convenzionali: mentre questi ultimi raggiungono una profondità media di 2,5 km con una potenza equivalente di 5 MWe, quelli Iddp riescono ad attingere giacimenti supercritici con temperature superiori a 450° con una potenza equivalente prodotta pari a 50 MWe.
Pi.Pes.
La cattedrale della Chiesa nazionale d’Islanda nella capiatale del paese. Foto Wikimedia commons.
Chiese e fedeli
La leggenda dei «papar»
Come negli altri paesi nordici, anche in Islanda la grande maggioranza dei fedeli segue la Chiesa luterana. I cattolici arrivarono presto, ma la loro vicenda è priva di certezze storiche.
Padre Jakob Rolland, cancelliere ecclesiastico della diocesi cattolica di Reykjavik, che incontro presso la cattedrale di Landakotskirkja (Cristo Re), afferma che i primi abitanti dell’Islanda furono monaci irlandesi, i cosiddetti «Papar», dal celtico pap e dal latino papa, «padre» o «papa».
Secondo lo storico Axel Kristinsson, invece, non vi è alcuna prova archeologica secondo cui l’Islanda fosse in qualche modo abitata prima dell’arrivo dei norreni (nome generico per i popoli della Scandinavia, ndr) nel IX secolo. Il testo più antico che testimonia la presenza dei papar è l’«Íslendingabók» (Libro degli islandesi), scritto tra il 1122 e il 1133 dallo scrittore e religioso Ari Þorgilsson (1067-1148) in cui si afferma che «L’Islanda fu colonizzata per la prima volta dalla Norvegia ai tempi di Harold Fairhair. […] A quel tempo l’Islanda era coperta da boschi tra le montagne e la costa. C’erano cristiani, che i norvegesi chiamano papar, ma che se ne andarono perché non volevano convivere con i pagani lasciando libri irlandesi, campane e pastorali. Da questo si poté capire che fossero uomini irlandesi». Ma l’Íslendingabók, oltre a essere stato scritto da un rappresentante della Chiesa, non porta alcuna prova, oltre a quella tramandata oralmente circa tre secoli dopo i fatti raccontati, della presenza cristiana.
Quel che è certo, è che la fede cristiana venne abbracciata nel 999 d.C.
La chiesa Hallgrímskirkja, opera del noto architetto islandese Gudjon Samuelsson, a Reykjavik. Foto Piergiorgio Pescali.
Cristiano III e il luteranesimo
Nel villaggio di Holmavík, c’è uno dei musei islandesi più particolari e originali: quello di magia e stregoneria, diretto da Anna Björg Þórarinsdóttir. «In Islanda la Chiesa cattolica e il paganesimo, che portava con sé pratiche magiche, hanno convissuto abbastanza pacificamente», ha commentato la direttrice.
Fu solo dopo il XVI secolo, quando Cristiano III (1503-1559), re di Danimarca e Norvegia, impose la fede luterana anche all’isola, allora possedimento danese, che iniziò la caccia alle streghe.
«Il primo caso di messa al rogo registrato è avvenuto a Eyjafjörður, quando un certo Jón Rögnvaldsson venne accusato di aver praticato casi di stregoneria, mentre l’ultimo avvenne nel 1719 a Þingvellir».
Luterani e cattolici nell’Islanda di oggi
Mons. Dávid Bartimej Tencer, vescovo della Chiesa cattolica islandese. Foto Wikimedia commons.
In termini percentuali, la Chiesa cattolica islandese è la più grande tra quelle dei paesi del Nord Europa, tutti dominati dalle Chiese luterane. Dal 2015 la comunità cattolica è guidata da monsignor Dávid Bartimej Tencer, dell’ordine dei frati minori cappuccini.
Agnes Margrétardóttir Sigurðardóttir, vescovo della Chiesa nazionale d’Islanda. Foto www.kirkjan.is.
La Chiesa principale (70 per cento dei fedeli) è la Chiesa nazionale d’Islanda, luterana. Dal 2012 essa è retta da Agnes Margrétardóttir Sigurðardóttir, la prima donna vescovo del paese.
Piergiorgio Pescali
Hanno firmato il dossier:
Piergiorgio Pescali, ricercatore e consulente in ambito nucleare, è giornalista e scrittore. Da molti anni è un assiduo collaboratore di Missioni Consolata.
A cura di Paolo Moiola, giornalista redazione mc.
Haiti: rapiti sette religiosi e tre famigliari in un colpo solo
Sulla situazione sociale esplosiva ad Haiti abbiamo parlato nel numero di marzo di MC. Così come del problema del dilagare del rapimento, come diffuso strumento di generazione di reddito.
Il numero di rapimenti ha subito un brusco aumento nel primo trimestre di quest’anno: sono stati censiti 142 casi tra gennaio e marzo, circa tre volte quelli del primo trimestre 2020 (51).
Il fine settimana scorso (10-11 aprile) si è verificato un record in questo senso, perché 12 sono state le persone rapite di cui sette membri della chiesa haitiana.
Domenica 11 nella zona di Croix-des-Bouquet, comune alla periferia Nord-Est della capitale Port-au-Prince, aveva luogo la cerimonia di insediamento del nuovo parroco, padre Arnel Joseph, a Ganthier.
Ma alcuni degli invitati alla celebrazione non sono mai arrivati. Si tratta di due religiose, suor Anne Marie Dorcélus e suor Agnès Bordeau (francese) e cinque religiosi, di cui i padri Evens Joseph, Michel Briand (francese), Jean Nicaisse Milien e Joel Thomas della Società dei preti di Saint Jaques, e padre Hugues Baptiste, dell’arcidiocesi di Cap-Haitien. Come anche tre membri della famiglia del padre Joseph. Sono stati tutti portati via da un gruppo di banditi armati.
È il più grosso rapimento di gruppo di religiosi finora registrato. La Conferenza haitiana dei religiosi (Chr) ha protestato per l’inefficienza del governo nel combattere al piaga dei rapimenti.
Poche ore prima, nella notte tra sabato e domenica, era stato rapito il Gran maestro della loggia massonica Grande Oriente di Haiti, l’avvocato Yves Benoit Jean-Marie.
Il medico Trevant Valembrun, noto e attivo in diversi ospedali della capitale era invece stato rapito sabato 10.
I riscatti chiesti sono sovente di alcuni milioni di dollari, che poi sono negoziati al ribasso. Viste alcune liberazioni recenti, è chiaro che i soldi sono pagati. Il gioco, insomma, funziona.
Il primo ministro Joseph Jouthe durante una conferenza stampa martedì 13 aprile ha dichiarato di aver preso disposizioni contro questi atti di criminalità. Jouthe ha sostenuto in passato di aver smantellato la gang (gruppo criminale) chiamato «400 mwenzo», che controlla Croix-des-Boquets, ed è la probabile responsabile dei rapimenti di domenica.
La polizia resta incapace di combattere le bande che imperversano nel paese, che le autorità stimano essere circa 175.
Si ricorda che il presidente Jovenel Moise, il cui mandato è scaduto il 7 febbraio scorso, è rimasto in carica, pretendendo, grazie a un cavillo costituzionale, che la sua scadenza sia lo stesso giorno del 2022. Moise ha l’appoggio dei principali partner internazionali di Haiti, quali Nazioni Unite, Usa, Unione europea. Il suo governo, de facto, sta organizzando una modifica della Costituzione haitiana, che porterebbe allo smantellamento di molti diritti acquisiti dalla fuga di Jean-Claude Duvalier (febbraio 1986) ad oggi. Il sistema della gang è in realtà un meccanismo funzionale a questa operazione, che si può leggere anche come un golpe istituzionale.