In un clima politico che sta diffondendo il negazionismo climatico, le Nazioni Unite hanno istituito la «Giornata mondiale dei ghiacciai», prevista per il 21 marzo di ogni anno, giorno dell’equinozio di primavera. Il 2025 è anche l’Anno internazionale per la preservazione dei ghiacciai. Si tratta di un appello – fatto su iniziativa dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) e dell’Unesco – per salvare i ghiacciai della Terra che si stanno rapidamente riducendo a causa del cambiamento climatico.
Il problema interessa tutta la criosfera (che è la porzione di superficie terrestre coperta da ghiaccio e neve). Oltre al ritiro dei ghiacciai, da tempo si sta assistendo a una riduzione dello spessore della neve (in particolare, nelle Alpi) e a un incremento dello scongelamento del permafrost (un tipo di terreno perennemente ghiacciato).
Stando a un articolo pubblicato su Nature (19 febbraio 2025), dal 2000, i ghiacciai hanno perso tra il 2% e il 39% del loro ghiaccio a livello regionale e circa il 5% a livello globale. Lo studio ha osservato la perdita di massa glaciale in 19 regioni del mondo. A livello globale, le perdite maggiori sono state causate dall’Alaska (22%), dall’Artico canadese (20%), dalla Groenlandia (13%) e dalle Ande meridionali (10%). A livello regionale, la più grande scomparsa di massa di ghiaccio si è verificata nelle Alpi (39%). È proprio nelle regioni alpine che si prevede la quasi totale scomparsa dei ghiacciai entro la fine del secolo.
Un’immagine del ghiacciaio Harding (catena montuosa di Kenai), in Alaska. L’Onu ha dichiarato il 21 marzo di ogni anno «Giornata mondiale dei ghiacciai». Il 2025 è anche l’«Anno internazionale per la preservazione dei ghiacciai». (Foto Paolo Moiola)
Ghiacciai e calotte glaciali immagazzinano circa il 70% dell’acqua dolce globale, rifornendo attualmente almeno due miliardi di persone. Il loro scioglimento minaccia, quindi, la sicurezza idrica. Ma le conseguenze non si fermano a questo. La perdita di massa potrebbe contribuire a un innalzamento del livello del mare fino a circa 20 centimetri entro fine secolo. Inoltre, la riduzione del permafrost avrà implicazioni dirette sulla stabilità di terreni e costruzioni e porterà al rilascio di gas serra (ma anche di agenti patogeni) intrappolati nel suolo ghiacciato.
I periodici rapporti dell’Ipcc (Intergovernmental panel on climate change) confermano che la situazione è grave e molto probabilmente compromessa. Eppure, la politica ha scelto di essere cieca. Per esempio, Donald Trump ha sempre sostenuto che il cambiamento climatico è una bufala («It’s a hoax»). Così, appena entrato alla Casa Bianca (lo scorso 20 gennaio), ha firmato un ordine esecutivo per uscire dagli accordi sul clima di Parigi e uno anche per l’Alaska, la terra dei ghiacciai. L’obiettivo di questo secondo viene dichiarato fin dalle prime righe: «Lo Stato dell’Alaska detiene una riserva abbondante e in gran parte inutilizzata di risorse naturali […]. È pertanto imperativo revocare immediatamente le restrizioni punitive attuate dalla precedente amministrazione». Quelle definite «restrizioni punitive» sono divieti e limiti fissati dall’ex presidente Biden per proteggere e preservare un ambiente unico ma molto delicato come quello dell’Alaska.
Paolo Moiola
Mondo. Senz’acqua
Sicilia e Amazzonia sono luoghi lontani e molto diversi, ma da tempo accomunati da una problematica identica: la siccità. Il fenomeno è esploso negli ultimi mesi del 2023 ed è proseguito per tutto il 2024. Con conseguenze drammatiche. Nell’isola i laghi sono prosciugati, gli invasi vuoti e nelle case non arriva l’acqua anche per svariati giorni. Intanto, dall’altra parte dell’Atlantico, sui fiumi amazzonici i battelli sono in secca e centinaia di delfini sono spiaggiati. La siccità interessa molti paesi in tutti i continenti, ma i casi della Sicilia e dell’Amazzonia sono significativi perché essa ha colpito luoghi dove di solito l’acqua non manca.
Un’imbarcazione arenata sul lago di Puraquequara, in Brasile. L’Amazzonia sta soffrendo un lunghissimo periodo di siccità. (Foto Juliana Pesqueira-Amazonia Real)
La siccità è definita come un prolungato periodo di bassa o nulla disponibilità di acqua qualitativamente accettabile. In World drought atlas («Atlante mondiale della siccità», Nazioni unite 2024), uno studio delle Nazioni Unite, le mappe geografiche mostrano un’estensione sempre più crescente del fenomeno.
«La siccità – si legge nell’introduzione di Economics of drought («Economia della siccità», Nazioni unite 2024)) – è uno dei problemi più urgenti per l’umanità, che colpisce oltre 1,8 miliardi di persone e non lascia intatto nessun continente.La siccità aumenta di numero e intensità ogni anno.Le comunità in tutto il mondo affrontano una carenza idrica perpetua […]».
I processi siccitosi sono causati da un insieme di cause: variabilità climatica naturale, riscaldamento globale di origine antropica (inquinamento, consumo di suolo, deforestazione) e gestione insostenibile delle risorse naturali (come l’eccessivo prelievo di acque superficiali e sotterranee).Si stima che affrontare la siccità costi molto meno dei danni a breve e lungo termine che essa causa. La principale azione per contrastarla consiste in una gestione sostenibile del territorio (riforestazione, agricoltura e pascoli conservativi, difesa delle falde acquifere) con il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati (agricoltori, proprietari terrieri, gruppi indigeni, aziende private, Stato e studiosi).
«Queste misure – ricorda il rapporto delle Nazioni Unite – migliorano la capacità del territorio di catturare e immagazzinare acqua e di ricostituire le falde acquifere, ripristinano le funzioni del suolo e aumentano la resilienza».
Né va dimenticato che tutte le questioni ambientali sono tra loro connesse. Ad esempio, di pari passo con la siccità, sta avanzando la desertificazione (intesa, questa, come la perdita di produttività agricola e biologica dei suoli). È stato calcolato che, attualmente, tra il 30 e il 40 per cento del suolo mondiale è degradato. Eppure, a dispetto della gravità della situazione, anche la Conferenza delle parti (Cop) ad essa dedicata – tenutasi dal 2 al 14 dicembre a Ryad, in Arabia Saudita – si è chiusa con un nulla di fatto. Un fallimento come tutte le Cop del 2024, dedicate al clima, alla biodiversità e alla plastica.
Paolo Moiola
Mondo. Rifugiati in fuga dal clima
Cresce sempre di più il numero di rifugiati nel mondo. Ma soprattutto aumentano quelli che – fuggiti da guerre, violenze e persecuzioni – trovano rifugio in Paesi dove c’è un rischio alto o estremo che si verifichino disastri legati al cambiamento climatico.
A metà 2024, secondo il rapporto No Escape. On the frontlines of Climate Change, Conflict and Forced Displacement dell’Unhcr (l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati), circa 90 milioni di persone – il 75% degli attuali 123 milioni di sfollati – si trovavano in Paesi dove il rischio di disastri naturali era alto o estremo.
I conflitti restano la prima causa di flussi transfrontalieri, ma è sempre più frequente che a loro si sommino gli effetti del cambiamento climatico, in una relazione complessa e multidimensionale che aggrava disuguaglianze preesistenti, indebolisce la coesione sociale e mina la disponibilità di risorse naturali come acqua pulita e terra arabile.
Quello che, ad esempio, sta accadendo in Ciad, dove hanno trovato rifugio circa 700mila persone in fuga dal conflitto in Sudan. Qui la popolazione deve fare i conti con la presenza di gruppi armati al confine e con la mancanza di un’adeguata assistenza umanitaria. A ciò poi si aggiunge il fatto che le regioni orientali del Ciad sono una delle aree più vulnerabili al cambiamento climatico: sono sempre più frequenti piogge torrenziali e inondazioni che colpiscono i campi di sfollati, distruggono le infrastrutture di base e contaminano l’acqua. Esacerbando le già difficili condizioni di vita e aumentando il rischio di tensioni tra rifugiati e comunità autoctone.
Spesso, la situazione è talmente difficile che molti di coloro che hanno lasciato il proprio Paese per un conflitto decidono di spostarsi nuovamente a causa degli effetti del cambiamento climatico. I rifugiati quindi si trovano intrappolati in un circolo vizioso di spostamenti continui e protratti. Nel solo 2023, 42 dei 45 Paesi che accoglievano persone in fuga da conflitti hanno anche sperimentato spostamenti a causa di disastri naturali. A maggio 2024, ad esempio, piogge torrenziali e inondazioni hanno travolto lo stato brasiliano del Rio Grande do Sul (estremo Sud del Paese), causando la morte di 181 persone. Tra i colpiti c’erano anche 43.000 rifugiati provenienti da Venezuela, Haiti e Cuba, nuovamente gettati in una situazione di incertezza.
Ma i casi sono tanti. Il 38% dei rifugiati venezuelani si trova in Colombia, un Paese frequentemente colpito da disastri naturali. Oppure l’86% degli sfollati afghani si è spostato in Iran e Pakistan, Stati che subiscono gli effetti del cambiamento climatico. Ma è anche il caso del 72% dei rifugiati del Myanmar che si trovano in Bangladesh, dove i rischi naturali sono considerati estremi.
Entro il 2040, secondo l’Unhcr, il rischio di disastri climatici vedrà un’escalation, soprattutto nelle Americhe, in Africa centroccidentale e nel Sud Est asiatico. Il numero di Paesi a rischio estremo aumenterà da tre a 65 e, tra essi, ci saranno Stati come Camerun, Ciad, Sud Sudan, Nigeria, Brasile, India e Iraq che attualmente ospitano il 40% di tutti i rifugiati nel mondo.
E se anche alcuni di questi rifugiati decidessero di tornare nel Paese d’origine, è altamente probabile che pure lì si trovino a fare i conti con il cambiamento climatico. A metà 2024, il 75% di coloro che avevano tentato di tornare a casa dopo un conflitto, stava subendo proprio le conseguenze di disastri climatici. Tra fonti di reddito distrutte e reti sociali frammentate, per un rifugiato è sempre più difficile costruirsi una vita degna e sicura.
Ma un problema di fondo è quello delle politiche adottate per affrontare queste situazioni. A livello internazionale, gli Stati sono tenuti a preparare e aggiornare dei documenti – i Contributi determinati a livello nazionale (Ndc) e i Piani di adattamento nazionale (Nap) – contenenti le loro strategie di lotta contro il cambiamento climatico. Ma solo il 35% dei Nap presentati a luglio 2024 era frutto di consultazioni con le comunità vulnerabili. In 54 Ndc (su 166) venivano citati gli sfollati in modo forzato a causa del cambiamento climatico, ma appena 25 documenti contenevano misure concrete per farvi fronte.
E da ultimo, ma non per questo meno importante, mancano i fondi. Attualmente, il 90% della finanza climatica è destinato a Paesi a medio reddito, mentre gli Stati che ospitano la maggioranza dei rifugiati il più delle volte non ricevono supporto. Soprattutto se c’è un conflitto: secondo l’Armed conflict location & event data (un database che monitora il trend dei conflitti nel mondo), più alta è l’intensità di un conflitto, più bassa è la probabilità che il Paese riceva risorse per contrastare il cambiamento climatico.
Con il risultato che i più fragili e vulnerabili ancora una volta sono lasciati indietro.
Aurora Guainazzi
Mondo. Ha vinto la teologia fossile
C’è stata una continuità tra la Cop28 e la Cop29: entrambe le conferenze sul clima sono state organizzate in «petrostati», paesi produttori di idrocarburi. Si è passati, infatti, dagli Emirati arabi uniti (2023) all’Azerbaijan (2024). Ipocrita dunque stupirsi che, sia nel primo che nel secondo caso, il risultato in tema di mitigazione climatica e transizione energetica sia stato nullo: tante parole, qualche promessa, pochi o pochissimi risultati.
Che a Baku le cose si sarebbero messe male si era capito fin dall’inizio. La ventinovesima Conferenza delle parti (Cop) è iniziata l’11 novembre, pochi giorni dopo la vittoria elettorale di Donald Trump, noto per il suo negazionismo climatico e prossimo presidente degli Stati Uniti, il secondo più grande emettitore di gas serra dopo la Cina. Il magnate statunitense ha fatto immediatamente proseliti: il presidente argentino di ultradestra Javier Milei ha ordinato il ritiro della sua delegazione.
Nella giornata d’apertura, ha parlato il padrone di casa, il presidente e dittatore Ilyam Aliyev. Figlio di Heydar Aliyev, alla guida del Paese dal 1993 al 2003, Ilyam Aliyev è al potere dal 2004, essendo stato (teorico) vincitore di quattro consecutive elezioni. Nel suo discorso inaugurale, l’uomo ha dato il proprio benvenuto ai partecipanti e, dopo aver elogiato il proprio Paese (che, tra l’altro, occupa con la forza la regione armena del Nagorno-Karabakh) e criticato l’Occidente, ha fatto chiaramente intendere che l’ipotizzata transizione energetica dovrà attendere. Furbissima la sua spiegazione: gas e petrolio sono «un dono di Dio». Per inciso, l’Azerbaijan ci ricorda che gran parte delle riserve mondiali di idrocarburi è in mano a stati dittatoriali: Russia, Arabia Saudita, Iran, Venezuela. Tutte dittature che si reggono sulla produzione e vendita di gas e petrolio.
Oltre che a rallentare il cambiamento climatico, la transizione energetica sarebbe anche una scelta morale a favore della democrazia e della libertà.
A Baku, dopo dieci giorni di discussioni improduttive (soprattutto sui soldi da destinare ai paesi poveri o in via di sviluppo di Africa, Asia e America Latina per affrontare le emergenze climatiche e la transizione), la Cop29 è stata chiusa – domenica 24 novembre – in ritardo di un giorno e mezzo sul calendario. L’accordo raggiunto prevede trecento miliardi di dollari all’anno (promessi, non elargiti), che sono poco più di nulla di fronte alla gravità dei problemi.
Come si sono comportati i paesi più importanti? L’Arabia Saudita, di gran lunga il primo dei petrostati, ha lavorato – apertamente e di nascosto – per ostacolare ogni accordo che prevedesse un riferimento all’abbandono delle fonti fossili (la cosiddetta decarbonizzazione). Quanto alla Cina, primo inquinatore e seconda economia mondiale, è clamoroso che essa contribuirà ai finanziamenti per il clima in maniera volontaria, a differenza dei paesi ricchi che sono obbligati. Per gli Stati Uniti, secondo inquinatore e prima economia, occorrerà invece attendere l’insediamento di Trump 2, ma l’anti ambientalismo dichiarato del tycoon induce all’assoluto pessimismo.
Infine, riguardo all’Unione europea, attore tra i più avanzati nel contrasto ai cambiamenti climatici, il suo attivismo è stato frenato dalle divisioni interne prodotte dall’avanzata dei partiti sovranisti, ma – a conti fatti – rimane il protagonista più serio.
Nel 2025, la Cop30 si svolgerà in Brasile, a Belém, la porta d’ingresso dell’Amazzonia, uno degli ecosistemi mondiali più importanti e più in sofferenza.
Paolo Moiola
Mondo. È lontana la «pace con la natura»
Era bello il titolo assegnato alla sedicesima Conferenza sulla biodiversità tenutasi a Cali, in Colombia, dal 21 ottobre al 1 novembre: «Paz con la naturaleza». Il vertice, organizzato dalle Nazioni Unite e noto come Cop (Conference of the parties) 16, è arrivato a due anni dall’ultimo, tenutosi a Montréal nel dicembre 2022. In quell’occasione, quasi 200 paesi avevano sottoscritto un ambizioso piano in 23 obiettivi – denominato the Kunming-Montreal global biodiversity framework – per invertire la perdita di biodiversità entro la fine del decennio.
Con il termine biodiversità s’intende la varietà della vita presente sulla Terra: animali, piante, funghi e microrganismi come i batteri. Nel suo insieme, essa fornisce il necessario per la sopravvivenza, tra cui acqua dolce, aria pulita, cibo e medicine. Da tempo, questa biodiversità si sta rapidamente riducendo, principalmente a causa delle attività umane, come espansione della frontiera agricola e delle attività minerarie, inquinamento e mutamenti climatici. È stato calcolato che circa il 40% degli habitat naturali (foreste, fiumi, oceani) sia degradato e un milione di specie vegetali e animali sia a rischio estinzione.
Dopo due settimane di trattative, sabato 2 novembre (in ritardo rispetto al calendario ufficiale e con molti negoziatori già ripartiti) i delegati rimasti hanno concordato su due questioni centrali, da qualcuno già definite storiche: istituire un organismo sussidiario che includerà i popoli indigeni nelle future decisioni sulla conservazione della natura e obbligare le grandi aziende (per esempio, quelle farmaceutiche) a contribuire alla difesa della biodiversità quando, per la produzione dei loro prodotti, vengano utilizzate informazioni genetiche naturali (Digital sequence information, Dsi, ovvero i dettagli del Dna e dell’Rna di un organismo).
Una salamadra pezzata. (Foto Biodiversity Credit Alliance)
L’accordo sul «the Cali found» stabilisce anche quanto esse dovrebbero pagare: l’1 percento dei loro profitti o lo 0,1 percento delle loro entrate. I singoli governi sono invitati ad adottare misure legislative o di altro tipo che possano spingere le aziende a contribuire. Secondo una ricerca, un fondo del genere potrebbe raccogliere un miliardo di dollari all’anno per la conservazione della biodiversità. Tuttavia, non sono stati stabiliti né obblighi né tempistiche.
L’effettiva portata delle decisioni della Cop16 potrà essere valutata soltanto nei prossimi mesi. Però, gli impegni finanziari assunti sono stati irrisori e non promettono nulla di buono. Inoltre, molte organizzazioni ambientaliste hanno espresso forti perplessità sui contenuti del vertice. «Siamo profondamente delusi – ha affermato Amazon Watch – dal fatto che gli accordi finali e le posizioni della maggior parte dei governi alla Cop16 non abbiano preso gli impegni necessari per salvaguardare tutta la vita sulla Terra e il nostro futuro collettivo. Questioni chiave, come l’eliminazione graduale dei combustibili fossili, sono state escluse dai documenti finali, mentre vengono promosse false soluzioni che mercificano la natura, come i “crediti per la biodiversità”, per mantenere il business come al solito».
Al di là delle critiche, di sicuro rimane il solito dubbio di fondo: pur importante (è sempre fondamentale che i Paesi s’incontrino e si confrontino sulle tematiche comuni), il vertice di Cali riuscirà a passare dalle dichiarazioni di principio alle azioni? Nel frattempo, chiusa la Cop16 sulla biodiversità, dall’11 al 22 novembre si terrà la Cop29 sui cambiamenti climatici. Sarà ospitata nell’Azerbaijan del petrolio e dell’autocrate Ilham Aliyev.
Paolo Moiola
Mongolia. Il lievito della democrazia
In questo 2024 di elezioni, venerdì 28 giugno è andata al voto anche la Mongolia – estesa 1,6 milioni di km2, ma con solo 3,5 milioni di abitanti (2 per chilometro quadrato) -. Si è votato per eleggere i rappresentanti del «Grande Hural di Stato», il parlamento unicamerale del Paese asiatico.
Al potere si è confermato il Partito del popolo mongolo (Man), formazione socialdemocratica nata nel 1990 dalle ceneri del partito comunista. Il Man avrà ancora la maggioranza, avendo ottenuto 68 dei 126 seggi totali (numero innalzato con la riforma costituzionale del 2023). Al secondo posto il partito democratico e, a distanza, altre tre piccole formazioni.
Schiacciato tra la Russia e la Cina, all’inizio del 1992 la Mongolia ha approvato una nuova Costituzione che ha posto le basi di un sistema democratico: multipartitismo, separazione dei poteri, riconoscimento dei diritti dei cittadini (libertà di religione compresa). Nonostante la vicinanza con i due grandi regimi totalitari, i dati delle principali organizzazioni internazionali (Freedom House, ad esempio) confermano la sua svolta democratica.
Privo di sbocchi al mare e con pochissima terra coltivabile a causa del clima rigido, il Paese è soprattutto un paese di allevatori – di pecore, capre, yak, cammelli, cavalli – nomadi o seminomadi. Ricca di risorse minerarie (carbone, rame, uranio, tungsteno, molibdeno su tutte), la Mongolia risulta molto attrattiva per gli investitori stranieri, in primis quelli della confinante Cina.
I problemi sono principalmente tre: la precaria condizione economica della maggioranza dei cittadini, la corruzione degli organi statali e le (gravi) conseguenze del cambiamento climatico.
I primi due hanno portato alle proteste di piazza del dicembre 2022, mentre i mutamenti climatici hanno reso ancora più aspro il fenomeno meteorologico noto come «dzud», ovvero un inverno particolarmente rigido (anche meno 30 gradi) e nevoso che non consente al bestiame di sopravvivere. Si calcola che quest’anno lo dzud abbia ucciso 7,1 milioni di animali, più di un decimo dell’intero patrimonio zootecnico del Paese.
Stando ai dati 2022 dell’Asian development bank, il 27,1 per cento della popolazione mongola vive sotto la linea della povertà. La maggior parte dei poveri si trova nella capitale Ulaanbaatar, dove si concentra quasi la metà della popolazione complessiva e che è considerata una delle città più inquinate del mondo.
Paolo Moiola
Kenya. Sotto l’acqua
Da quando è iniziata la stagione delle piogge, nel marzo scorso, il Kenya ha subito diverse inondazioni, che hanno causato crolli di ponti, interruzioni di strade, e sfondamenti di dighe. Ad oggi il bilancio delle vittime è di 210 morti e 200mila sfollati. Al momento sono circa 90 i dispersi. Oltre la metà dei quali, a causa del cedimento della diga di Mai Mahiu, contea di Nakuru, nella notte tra il 28 e il 29 aprile, a un centinaio di chilometri a Nord della capitale Nairobi. Qui il conto provvisorio delle vittime è di 50.
Le piogge hanno riempito la diga fino a farla cedere. I villaggi a valle sono stati investiti da una massa d’acqua e fango che ha portato via tutto, comprese le abitazioni. Il presidente William Ruto, il primo maggio, in visita al sito, ha detto che è necessario evacuare gli abitanti rimasti. Diverse sono le dighe a rischio a causa delle violente piogge. Il ministro dell’Interno ha annunciato un’ispezione a 178 dighe per verificare il loro stato.
Particolarmente importante è stata l’inondazione causata dalle piogge iniziate lo scorso 24 aprile. Diverse località del Kenya e la capitale sono state allagate. A Nairobi i quartieri popolari di Kibera e Mathari hanno subito inondazioni, con diverse decine di vittime, mentre 60mila sarebbero le persone colpite. Si ricorda che molti di questi quartieri, noti come slum, non hanno sistemi fognari o di scarico delle acque.
L’oppositore Raila Odinga ha subito chiesto che fosse dichiarato lo «stato di emergenza» il che permetterebbe di usare misure eccezionali, come ad esempio l’intervento dell’esercito.
Gli abitanti dei quartieri, soprattutto poveri, se la prendono con il governo che non ha fornito loro aiuto e attrezzi per cercare i sopravvissuti e i cadaveri.
Il presidente William Ruto, accusato di inefficienza, il 3 maggio ha annunciato che interverrà con misure adeguate.
La causa delle volenti piogge è attribuita al fenomeno climatico conosciuto come «El niño», che si sviluppa nel Pacifico. Intanto, sabato 4 maggio era previsto l’arrivo del ciclone Hdaya a lambire le coste di Tanzania e Kenya, ma fortunatamente si è depotenziato all’avvicinarsi delle coste. Il governo aveva ordinato l’evacuazione di tutte le zone a rischio, comprese diverse aree della capitale. In alcuni quartieri popolari, lungo le rive dei fiumi, i bulldozer hanno raso al suolo le abitazioni per favorire il percorso delle acque. La popolazione, però, non è stata ricollocata e molte famiglie si sono trovate all’improvviso senza casa. Si parla di un migliaio di persone. I residenti protestano anche per non aver ricevuto nessun tipo di soccorso o di aiuto (come cibo o acqua) da parte delle autorità.
Secondo l’istituto nazionale meteorologico le piogge potrebbero continuare nei prossimi giorni. Intanto, le scuole restano chiuse fino a nuovo ordine, con evidente preoccupazione dei genitori.
Marco Bello
Clima: ultima occasione
In attesa delle elezioni europee, il cui risultato sarà decisivo per contrastare la crisi climatica, ripercorriamo l’evoluzione del movimento «Fridays for future» e di come ha cambiato il dibattito sul clima.
Il 20 agosto del 2018 una ragazza svedese ha innescato la scintilla che avrebbe cambiato il dibattito mondiale sul clima in maniera irreversibile.
Stiamo parlando di Greta Thunberg che, all’età di15 anni, ha iniziato la sua protesta per il clima, e per tre settimane ha saltato la scuola recandosi invece di fronte al parlamento del suo Paese. Indossava un iconico impermeabile giallo e reggeva un cartello che recitava «Skolstrejk for klimatet», sciopero della scuola per il clima.
Una semplice ragazza angosciata per il futuro incerto del suo pianeta chiedeva alla classe politica svedese, che si stava avvicinando a nuove elezioni in quel periodo, di attuare azioni rapide e concrete di contrasto alla crisi climatica. Greta Thunberg ha iniziato sola, ma presto i media hanno incominciato a darle attenzione, ragazzi e ragazze da ogni luogo hanno iniziato a emulare le sue azioni e il mondo si è accorto che le sue preoccupazioni erano condivise da una massa di persone, giovani e non solo, in tutti i paesi.
Molti hanno iniziato a seguire il suo esempio, e quella protesta individuale ha assunto una dimensione globale prendendo il nome di Fridays for future, venerdì per il futuro, in riferimento al giorno della settimana scelto da Greta e i suoi compagni per continuare i loro scioperi anche dopo le elezioni svedesi.
Il neonato movimento portava avanti istanze precise, a partire dalla richiesta alla comunità internazionale di sviluppare politiche definite per rispettare l’impegno preso con l’Accordo di Parigi del 2015. Il trattato, sviluppato con la partecipazione di 196 paesi alla Cop21, fissava come obiettivo il mantenimento «dell’aumento della temperatura media mondiale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali e proseguendo l’azione volta a limitare tale aumento a 1,5°C, riconoscendo che ciò potrebbe ridurre in modo significativo i rischi e gli effetti dei cambiamenti climatici».
Una rapida crescita
Per approfondire incontriamo Luca Sardo, 24 anni, torinese, neolaureato in economia dell’ambiente e attivista per il clima già da prima dell’arrivo di Fridays for future nel capoluogo piemontese. Ci racconta come lui e i suoi compagni abbiano visto nel nuovo movimento uno spazio entusiasmante, giovane e fluido nel quale impegnarsi per essere protagonisti del cambiamento. Racconta: «Questo ti faceva sentire che, anche se avevi 17-18 anni, potevi comunque fare la differenza e sentirti parte di qualcosa di molto più grande».
Secondo il giovane attivista, uno dei principali pregi del movimento nato da Greta Thunberg è stato quello di aver aumentato la consapevolezza pubblica sul tema, offrendo «un’inquadratura diversa della crisi climatica: essa non è solo un problema di natura scientifica, ma anche di giustizia climatica, di impatti differenti che la crisi ha sulle diverse fasce della popolazione».
Grazie a queste caratteristiche Fridays for future si è espanso in fretta in tutto il mondo, approdando in Italia con l’iniziativa di Bruno Fracasso, giovane studente di biologia che il 30 novembre 2018 ha indetto il primo sciopero per il clima di fronte alla sede del comune di Pisa. Dopo la sua iniziativa, il movimento ha raggiunto presto anche altre città.
foto Fridays for Future – Torino
2019, l’anno verde
Dopo le prime manifestazioni organizzate localmente, gli esponenti del movimento hanno capito di poter mobilitare grandi masse e di poterlo fare in molti paesi contemporaneamente provocando un impatto maggiore sull’opinione pubblica. Così Fridays for future, insieme ad altre organizzazioni ambientaliste, ha organizzato per il 15 marzo 2019 il primo Global strike for future, uno sciopero globale che, secondo le stime degli organizzatori, ha portato oltre un milione di studenti per le strade di 125 paesi.
Da quel momento i movimenti ambientalisti hanno vissuto la loro età dell’oro, le manifestazioni si sono susseguite una dopo l’altra e con una partecipazione oceanica. Tra il 20 e il 27 settembre 2019 la Climate action week ha visto la realizzazione di più di 6.100 manifestazioni in 185 paesi, coinvolgendo un numero record di persone, che gli organizzatori hanno stimato di 7,6 milioni. Altre fonti hanno riportato cifre leggermente più basse, ma in ogni caso è stata la manifestazione globale per il clima più partecipata di sempre e una delle più grandi proteste della storia. L’Italia, con un milione e mezzo di partecipanti, è stata uno dei paesi più attivi.
Il clima è così entrato con una nuova forza nel dibattito pubblico e si è fatto largo nelle agende mediatiche e politiche. Le posizioni e le affermazioni sui problemi ambientali sono diventate il metro per giudicare politici, partiti, influencer e aziende. Tanta è stata anche la disinformazione in questi anni, dalle prime pagine del giornale Libero che parlavano dei «gretini» alle dichiarazioni negazioniste di Matteo Salvini, ma ormai il tema era sul tavolo, e non se ne sarebbe andato facilmente.
Sardo ci racconta: «Il principale successo ottenuto a livello europeo, anche se ora è in grande discussione, è stato l’approvazione del Green deal. Rappresenta un punto di non ritorno nelle politiche per il clima a livello dell’Unione, ha segnato una svolta importante».
Il Green deal è stato presentato dalla Commissione europea ai cittadini a fine 2019 con l’obiettivo, tanto ambizioso quanto necessario, di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Tra i passi da fare vi è la riduzione delle emissioni del 55% rispetto ai livelli del 1990, da attuarsi entro il 2030. Le iniziative da mettere in campo includono la decarbonizzazione del settore energetico e l’introduzione di forme di trasporto pubblico e privato più pulite.
Lo stop e la ripartenza
Con la diffusione, a inizio 2020, della pandemia da Covid-19, l’onda di mobilitazione scatenata da Thunberg ha subito un brusco arresto. Di colpo il mondo si è bloccato, le manifestazioni sono state vietate e l’emergenza climatica è passata in secondo piano rispetto alla crisi sanitaria e alle sue disastrose conseguenze.
«Nel 2021 abbiamo ricominciato a manifestare – spiega Luca Sardo – ma la copertura mediatica era molto scemata rispetto ai livelli pre pandemia e anche quell’aria di novità, di moda e di tendenza che avevamo era scomparsa».
Nel 2021 ci sono stati alcuni grandi eventi degni di nota, come la mobilitazione di migliaia di attivisti arrivati da tutto il mondo a Glasgow in occasione della Cop26. Tra essi era presente anche un’importante rappresentanza dei Mapa (dall’inglese Most affecteed people and areas), ossia le persone e le aree più colpite dagli effetti della crisi climatica. L’interesse, però, era scemato e il movimento non avrebbe ritrovato la stessa forza di prima.
Tuttavia, erano ancora in molti i giovani che sentivano l’urgenza di affrontare la crisi climatica. Un’urgenza definibile come vera e propria «ecoansia» per il proprio futuro.
«Questo ci ha trasformati – continua l’attivista torinese -: da essere sulla cresta dell’onda siamo passati a essere un movimento meno grande, con meno copertura mediatica, però fatto da persone che erano rimaste lì perché ci credevano davvero. È questo che ci ha permesso di portare avanti cose che prima non saremmo riusciti a fare».
foto Fridays for Future – Torino
Nuove radici
A quel punto, a livello italiano, è iniziato un processo di consolidamento, di radicamento nel territorio e di approfondimento delle relazioni con altri attori sociali. Si sono stabilite e rafforzate collaborazioni con Extinction rebellion, movimento fratello, con associazioni storiche come Greenpeace e Legambiente, e oggi si esplorano possibili legami con Ultima generazione, movimento più recente che porta avanti azioni di rottura e disturbo, come gli imbrattamenti di monumenti ed edifici tanto ripresi dalla stampa.
Luca Sardo spiega che la lotta per la giustizia climatica è una battaglia «intersezionale» che riguarda la giustizia sociale a 360 gradi, dal clima, alle migrazioni, dall’innalzamento dei mari alle guerre per l’acqua. Per questo, racconta, a Torino il movimento ha «sviluppato molto i rapporti con i sindacati della città, perché la crisi climatica si interseca con le tematiche di tutela dei diritti dei lavoratori, visto che spesso si usa la transizione ecologica come una scusa per delocalizzare, tagliare posti di lavoro, chiudere fabbriche».
Il radicamento sul territorio ha portato il movimento a molti risultati locali: Luca Sardo ci fa l’esempio del gruppo torinese, il quale nel giugno 2023 ha trovato la sua prima casa; a Torino è stato infatti inaugurato il Kontiki, prima sede fisica di Fridays for future in Italia. Un luogo dove mettere radici, coltivare relazioni e costruire cultura. Oltre a essere la sede dei loro incontri e delle associazioni amiche, il Kontiki in questi primi mesi di vita ha già ospitato decine di eventi culturali, conferenze, presentazioni di libri, diventando un vero e proprio punto di riferimento per i giovani che vogliono attivarsi.
Prospettive europee
La battaglia per la giustizia climatica è ben lontana dal raggiungere i suoi obiettivi, nonostante i rischi siano gravi e accertati dalla comunità scientifica. Il dibattito fatica ad attecchire su alcune fasce della popolazione e a tradursi in iniziative politiche concrete.
Come sottolinea Sardo, il problema dell’attivismo per il clima è che, almeno in Europa, i problemi ambientali non hanno ancora palesato conseguenze particolarmente drammatiche, e le persone faticano a considerare urgenti problemi che si verificheranno tra alcuni anni. Il mondo sta attraversando una molteplicità di crisi e gli europei sono più preoccupati per i costi della spesa, del carburante e delle bollette.
Ci stiamo avvicinando a uno dei banchi di prova più importanti per il nostro pianeta, tra il 6 e il 9 giugno 2024, infatti, i cittadini dell’Unione europea voteranno il loro nuovo Parlamento. L’obiettivo principale per contenere le conseguenze della crisi climatica è mantenere l’aumento della temperatura media entro gli 1,5°C entro il 2030, e i parlamentari che eleggeremo staranno in carica fino al 2029. Potrebbe quindi essere l’ultima opportunità per fare davvero la differenza, in un senso o nell’altro, e le prospettive attuali non sono incoraggianti vista la scarsa sensibilità ecologica tipica della classe politica di molti paesi.
Al centro del problema ci sono sicuramente i combustibili fossili sui quali l’ultima Cop di Dubai ha definito ufficialmente la direzione, che comporta una progressiva ma decisa uscita dal loro utilizzo. I principali settori su cui bisognerà intervenire saranno quello dei trasporti, dell’agricoltura, e soprattutto dell’energia. Abbiamo visto negli ultimi mesi come e quanto sia difficile portare avanti azioni significative in questi settori ma, continua Sardo: «L’elefante nella stanza sono le lobby e le multinazionali del settore energetico. Fortissime e inscalfibili, determinano gran parte dei conflitti che viviamo nel mondo. È quello il principale nemico da aggredire». È stato quindi questo l’obiettivo di Fridays for future durante i mesi precedenti alle elezioni europee: cercare di riportare per le strade cortei e manifestazioni – come ha fatto con lo sciopero globale organizzato lo scorso 19 aprile – e contemporaneamente sviluppare azioni specifiche indirizzate a minare gli interessi delle lobby del fossile.
Il nostro pianeta ha bisogno di azioni rapide e concrete per sopravvivere, la lotta continua e, come sottolinea Luca Sardo, va «declinata in un’ottica di giustizia climatica per permettere alle persone di affrontare questa transizione senza accrescere le disuguaglianze, ma anzi cercando di ridurle contemporaneamente».
Mattia Gisola
foto Mattia Gisola
Il vocabolario dell’attivista
Mapa: è una sigla che sta per «Most affected people and areas». Indica le persone e le aree più colpite dagli effetti della crisi climatica. Spesso viene utilizzata come alternativa a «Sud globale» per riferirsi a tutte le popolazioni e i paesi che pagano il maggior prezzo dei cambiamenti climatici pur avendo le minori responsabilità nel provocarli. Sono incluse le popolazioni indigene, che è stimato proteggano l’80% della biodiversità del pianeta.
Intersezionalità: ogni tipo di attivismo può essere intersezionale, significa essere consapevoli che le diverse forme di diseguaglianza che affliggono le nostre società sono interdipendenti tra loro. In quest’ottica battersi per la giustizia climatica significa perseguire una giustizia sociale a 360 gradi, che non lasci indietro nessuno.
Ecoansia: forma di ansia e paura per il futuro legata alla consapevolezza dei disastri che i cambiamenti climatici provocheranno.
Cop: Conferenza delle parti organizzata ogni anno dalla Convenzione quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) dove i leader di tutto il mondo si riuniscono per decidere insieme come contrastare l’emegenza climatica.
1,5 gradi: durante la Cop21 di Parigi è stata per la prima volta scelta come obiettivo la soglia limite di 1,5 gradi di riscaldamento globale rispetto al periodo pre industriale. è ritenuto il limite per contenere conseguenze disastrose dei cambiamenti climatici.
foto Mattia Gisola
Clima, Cop28: meglio del previsto o solo parole?
Alla Cop28 di Dubai i Paesi del mondo hanno raggiunto un accordo che va oltre le basse aspettative della vigilia. Ma realizzarlo è tutta un’altra storia e le incognite continuano a essere tante.
A riguardarla ora, a mesi di distanza, la traiettoria della scorsa conferenza sul clima ricorda molto il profilo a saliscendi delle montagne russe. Partita con premesse poco promettenti e con aspettative bassissime, ha avuto un’apertura dei lavori incoraggiante, parecchi momenti tesi e perfino tragici durante lo svolgimento, una conclusione più positiva del previsto e, infine, un immediato ridimensionamento dell’ottimismo generato da questa conclusione.
La Cop28 – cioè la «Conferenza delle parti aderenti alla convenzione quadro Onu sui cambiamenti climatici» – si è svolta a Dubai, negli Emirati arabi uniti, dal 30 novembre al 13 dicembre 2023. Essa ci mostra un mondo che ha giudicato del tutto insufficienti gli sforzi fatti finora per mettere in pratica l’accordo di Parigi del 2015 sul clima, e ha deciso di intensificarli rinunciando ai combustibili fossili. Non è riuscita, tuttavia, a spingere le parti fino all’adozione di decisioni legalmente vincolanti.
Il dibattito fra chi vede nelle decisioni prese alla Cop28 un buon risultato e chi non lo vede si gioca in definitiva su questo: per la prima volta c’è un accordo ufficiale sul fatto che il mondo debba andare verso l’abbandono dei combustibili fossili, ma non c’è alcuna garanzia che i Paesi rispetteranno questo accordo e non tenteranno di piegare i suoi passaggi più vaghi ai propri interessi immediati.
Allagamenti a Rio do Oeste (foto Marco Favero / Governo de SC)
Dove eravamo rimasti
La Cop27 di Sharm El-Sheik, in Egitto, si era conclusa con un unico risultato degno di nota: la decisione di creare un «Fondo perdite e danni», destinato a compensare per i danni subiti finora i Paesi più vulnerabili, dove le conseguenze del cambiamento climatico sono già molto pesanti.
Sulla mitigazione, cioè su quell’insieme di interventi necessari per contrastare il fenomeno stesso del cambiamento climatico, e quindi prevenire danni e perdite, non c’erano stati progressi. L’Egitto, Paese ospitante, aveva anche approfittato della Conferenza sia per portare avanti la propria agenda di esportatore di gas, sia per tentare di ripulire l’immagine del governo di Al-Sisi, danneggiata dalle sistematiche violazioni dei diritti umani che il regime mette in atto e dal progressivo impoverimento della popolazione egiziana@.
La scrittrice e attivista Naomi Klein a questo proposito aveva commentato che il vertice sul clima stava andando «ben oltre il greenwashing di uno stato inquinante: è il greenwashing di uno stato di polizia»@.
L’annuncio, giunto come da tradizione nei giorni di chiusura della Cop, che la sede per il successivo summit sarebbe stata Dubai, uno degli Emirati arabi uniti – cioè un altro Paese la cui economia si basa sui combustibili fossili – aveva poi contribuito a creare il clima di rassegnata sfiducia che si è trascinato fino all’apertura della Cop28. Si era allora a fine novembre 2022, tempo nel quale tutti gli scienziati stavano già anticipando quello che ora sappiamo per certo: che il 2023 sarebbe stato l’anno più caldo mai registrato@.
Loyangallani, El Molo Bay, Ol Molo Village, l’isola di Komote nel 2009 (foto Gigi Anataloni)
Una conferenza tesa
La Conferenza del 2023, ospitata nella Expo city sorta nel 2020, si è aperta con l’accordo che rende operativo il Fondo perdite e danni, quello che la Cop27 aveva solo stabilito di creare. Secondo Jacopo Bencini, dell’organizzazione Italian climate network (Icn), la presidenza emiratina della Cop28, guidata dal sultano Ahmed Al Jaber, ha voluto con quella mossa «fugare il più possibile dubbi e sospetti rispetto a questa prima Cop presieduta da un Ceo (amministratore delegato, ndr) di un’azienda petrolifera»@.
Al Jaber è infatti direttore generale e amministratore delegato di Adnoc, la compagnia petrolifera di stato di Abu Dhabi, un altro dei sette emirati federati. Aveva ricevuto molte critiche quando, una settimana prima della Cop, aveva detto che non esistono prove scientifiche a dimostrare che eliminare i combustibili fossili permetterà di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali come richiede l’accordo di Parigi@.
La conferenza, raccontava Ferdinando Cotugno nei suoi dispacci@ pubblicati sul quotidiano Domani e nella sua newsletter Areale, è poi proseguita con negoziati costretti a farsi largo nella melma di risentimenti e tensioni che si agglutinava intorno a troppi elementi di disturbo: scorie delle fratture e dei conflitti del mondo esterno alla Cop che inquinavano l’atmosfera pacificata della Expo city.
Innanzitutto, il veto del presidente russo Vladimir Putin, ostile all’ipotesi che una capitale dell’Unione europea potesse ospitare la Cop29; ma anche le molte resistenze delle economie basate sul fossile, rivelate dalle agenzie Reuters e Bloomberg con la pubblicazione dei contenuti di alcune lettere inviate dall’Opec, l’Organizzazione dei Paesi produttori di petrolio, agli Stati membri. Le lettere contenevano una consegna inequivocabile: respingere ogni proposta di accordo che attaccasse direttamente i combustibili fossili invece delle emissioni@.
Secondo alcuni osservatori, nel rompere lo stallo potrebbe aver giocato uno strumento tradizionale della cultura araba, il majlis, che – riportava@ nella sua analisi sul New York Times il giornalista economico Peter Coy – è sia un luogo che un evento. È la zona di un’abitazione araba dove i padroni di casa si siedono con gli ospiti. Nella versione della Cop28, il majlis ha preso le sembianze di una riunione più informale, a porte chiuse, con i delegati seduti in cerchi concentrici a dar vita a una condivisione più personale e immediata.
El Molo Bay, Loyangallani, Lago Turkana. Sullo sfondo l’isola di Komote nel 2024. (Foto Anna Pozzi)
La prima bozza
Ma, nonostante gli accorgimenti per rendere la negoziazione più fluida, la prima bozza di accordo uscita l’11 dicembre si è rivelata molto problematica@. La principale pecca era quella di non contenere il cosiddetto phase-out dei combustibili fossili (cioè la scelta di smettere del tutto di usarli), nemmeno per il carbone, sull’abbandono del quale la comunità internazionale sembrava invece più concorde. Il testo era più attento a promuovere i metodi per catturare e stoccare l’anidride carbonica, prevedendo una riduzione dei soli combustibili fossili le cui emissioni non possano essere abbattute appunto con quei metodi (unabated, nell’espressione inglese). Ma è noto che la ricerca sulle tecnologie di cattura e stoccaggio della CO2 è ancora molto lontana dall’aver trovato soluzioni che permettano di abbattere emissioni su larga scala@.
Il culmine delle tensioni è stato probabilmente raggiunto con la frase – molto ripresa dai media – di John Silk, capo delegazione delle Isole Marshall, che così ha commentato la bozza: «La Repubblica delle Isole Marshall non è venuta qui per firmare la sua condanna a morte. Quello che abbiamo visto oggi è totalmente inaccettabile. Non andremo alle nostre tombe d’acqua in silenzio»@.
L’accordo che nessuno si aspettava
Aree allagate di Kinshasa dopo le piogge del 14 dicembre 2023 e 4 gennaio 2024 che hannop causato lo straripamento del fiume Congo (foto Cesar Balayulu)
Dopo un’ulteriore ultima nottata di negoziati, i delegati sono tuttavia arrivati a un documento finale – il primo Global stocktake, o Gst (in italiano: inventario globale)@ – che, a detta di molti osservatori, contiene alcuni passaggi storici. Un’analisi completa del documento è disponibile sul sito di Icn@; i punti che rappresentano una svolta sono i seguenti.
Per la prima volta in 28 anni, la conferenza sul clima fa ufficialmente proprie le posizioni della comunità scientifica, riconoscendo che il riscaldamento del pianeta è «in modo inequivocabile» causato dall’uomo, e invita tutte le parti a contribuire agli sforzi globali per allontanarsi (transitioning away, nel testo originale) dai combustibili fossili nei sistemi energetici in modo giusto, ordinato ed equo – ammettendo così di fatto che questo tipo di combustibili è, per così dire, il grosso del problema – e per triplicare l’energia prodotta con fonti rinnovabili e raddoppiare l’efficienza energetica.
L’impegno a non superare la soglia del grado e mezzo rimane «la stella polare», ha detto l’inviato per il clima ed ex segretario di stato Usa, John Kerry e, anche se da Dubai non è uscita una tabella di marcia precisa, l’accordo dice in modo chiaro che per onorare questo impegno occorre limitare le emissioni del 43% entro il 2030, del 60% entro il 2035, e arrivare infine a zero emissioni nette entro il 2050.
Il Gst contiene un riferimento all’energia nucleare su cui il dibattito italiano si è molto focalizzato. Eppure, osservava Cotugno nella sua newsletter del 13 dicembre, il testo uscito da Dubai è ben lontano dal dare lo stesso peso a rinnovabili e nucleare: riconosce quest’ultima opzione come legittima, ma l’impegno verso le rinnovabili è molto più marcato.
Aree allagate di Kinshasa dopo le piogge del 14 dicembre 2023 e 4 gennaio 2024 che hannop causato lo straripamento del fiume Congo (foto Cesar Balayulu)
Tante incognite
Già durante la plenaria conclusiva della conferenza hanno cominciato a emergere gli elementi su cui occorrerà vegliare perché l’accordo non venga svuotato del suo senso.
Solo per fare un esempio: pochi giorni dopo l’effettiva creazione del Fondo perdite e danni con cui si è aperta la Cop, i Paesi ad alto reddito avevano promesso 700 milioni di dollari. La cifra però rappresenta solo lo 0,2 per cento dei 400 miliardi che, secondo la stima più citata negli ultimi mesi, sarebbe necessaria per le compensazioni.
Se la professoressa Valeria Termini, intervistata da Lucia Capuzzi su Avvenire@, vede la svolta di Dubai in un cambio di approccio della Cina – apparsa, dice Termini, più pronta a sostenere i Paesi in via di sviluppo e meno legata a quelli produttori di petrolio -, il giornalista esperto di clima David Wallace-Wells ha scritto che ai ritmi di emissioni attuali la soglia di 1,5 gradi di riscaldamento è già fuori dalla nostra portata@. Citando il Global Carbon Budget, pubblicazione coordinata dall’Università di Exeter, nel Regno Unito, che ogni anno sintetizza i risultati del lavoro di numerosi gruppi e centri di ricerca, Wallace-Wells riporta che le emissioni dovrebbero raggiungere lo zero non molto oltre il 2040: dieci anni prima di quanto indicato nell’inventario globale di Dubai.
A pesare sulle prospettive di gestione della crisi climatica c’è anche l’incognita delle elezioni negli Stati Uniti che, alla data di chiusura di questo articolo vedono l’ex presidente Donald Trump in largo vantaggio nelle primarie del partito repubblicano. Già durante il suo mandato, Trump aveva ritirato gli Usa – secondo Paese al mondo per emissioni – dall’accordo di Parigi e riempito le agenzie governative di lobbisti dei combustibili fossili, e c’è da aspettarsi un secondo mandato ancora più aggressivo, scriveva Politico lo scorso gennaio@.
Allo scenario del disimpegno degli Usa va poi aggiunta la disinformazione, che ha modificato forma e ha smesso quasi del tutto di negare che il cambiamento climatico esiste per dedicarsi invece ad attaccare le soluzioni, sostenendo ad esempio che le rinnovabili e i biocombustibili non funzionano o che le politiche per il clima ci impoveriranno.
È questo che emerge da uno studio del Center for countering digital hate, che ha analizzato l’evoluzione dei contenuti dei video negazionisti su YouTube. Il compito dell’ambientalismo nel 2024, twittava a proposito Ferdinando Cotugno, «è proteggere le ragioni della transizione dalla nuova ondata di bugie»@.
Chiara Giovetti
Mungitura in una stalla. L’allevamento intensivo degli animali è uno degli imputati principali del cambiamento climatico (foto Gigi Anataloni)
La terra spremuta
Francesco continua il suo impegno per la salvaguardia della casa comune. Dopo la «Laudato si’» del 2015, a ottobre 2023 è uscita la «Laudate Deum». In essa si parla dei mutamenti climatici in atto e di cosa sarebbe indispensabile fare. Senza attendere domani.
«Sono passati ormai otto anni dalla pubblicazione della lettera enciclica Laudato si’, quando ho voluto condividere con tutti voi, sorelle e fratelli del nostro pianeta sofferente, le mie accorate preoccupazioni per la cura della nostra casa comune. Ma, con il passare del tempo, mi rendo conto che non reagiamo abbastanza, poiché il mondo che ci accoglie si sta sgretolando e forse si sta avvicinando a un punto di rottura. Al di là di questa possibilità, non c’è dubbio che l’impatto del cambiamento climatico danneggerà sempre più la vita di molte persone e famiglie. Ne sentiremo gli effetti in termini di salute, lavoro, accesso alle risorse, abitazioni, migrazioni forzate e in altri ambiti».
Inizia così l’esortazione apostolica di papa Francesco, Laudate Deum, resa pubblica il 4 ottobre 2023, in continuazione con la sua precedente enciclica Laudato si’, pubblicata nel 2015.
Un nuovo appello che scaturisce dalla constatazione di come l’umanità non stia facendo ciò che dovrebbe per arrestare i processi di degrado ambientale di cui è responsabile.
Allarme confermato dai dati sull’accumulo di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera che, assieme alla deforestazione, è alla base dei cambiamenti climatici. Secondo il Noaa, l’ente statunitense che si occupa di oceani e atmosfera, nel 2010 la concentrazione di CO2 era di 388 parti per milione; nel 2020 la troviamo a 412 parti per milione.
Intanto, anche la deforestazione è continuata a ritmi sostenuti. Benché oggi sia meno intensa rispetto al secolo scorso, la Fao ci informa che, fra il 2015 e il 2020, si è continuato a deforestare al ritmo di dieci milioni di ettari l’anno, un’area grande all’incirca come quella del Belgio.
Il paradigma tecnocratico
Rispetto alla Laudato si’, la nuova esortazione apostolica è molto più breve perché si limita a poche sottolineature essenziali. Fondamentalmente vuole richiamarci alla necessità di impegnarci di più per la soluzione dei problemi ambientali e sociali che abbiamo creato e vuole rimarcare alcuni concetti già espressi nell’enciclica di otto anni fa.
Un tema su cui torna con forza è il paradigma tecnocratico che papa Francesco indica come il principale responsabile dei guasti socio-ambientali nei quali ci stiamo dibattendo.
Il punto di partenza dell’analisi condotta da papa Francesco è che alla base degli squilibri ambientali ci sia l’uso distorto della tecnologia. Un passaggio della Laudato si’ precisa che «l’intervento dell’essere umano sulla natura si è sempre verificato, ma per molto tempo ha avuto la caratteristica di accompagnare, di assecondare le possibilità offerte dalle cose stesse. Si trattava di ricevere quello che la realtà naturale da sé permette, come tendendo la mano. Viceversa, ora ciò che interessa è estrarre tutto quanto è possibile dalle cose attraverso l’imposizione della mano umana, che tende a ignorare o a dimenticare la realtà stessa di ciò che ha dinanzi».
Presunzione di onnipotenza
Studiando la storia ci si accorge che il punto di rottura è avvenuto nel 1600 quando iniziarono le prime scoperte scientifiche. Constatando che, attraverso l’uso della ragione, l’essere umano poteva capire fenomeni prima avvolti nel mistero e che poteva trovare soluzioni in precedenza inimmaginabili, ci siamo montati la testa fino a sentirci padroni del mondo.
Un concetto che il filosofo Cartesio è giunto a teorizzare quando nel suo libro Discours de la méthode, apparso nel 1637, afferma: «Le nozioni di fisica mi hanno fatto vedere che è possibile giungere a conoscenze molto utili alla vita e che possiamo diventare gestori e padroni della natura».
Un senso di onnipotenza che è diventato catastrofico quando si è sposato con altri miti che hanno cominciato a strutturarsi, anch’essi attorno al 1700, con l’affermarsi della classe imprenditoriale e mercantile. In particolare, il mito della ricchezza e del progresso.
Per dirla con papa Francesco, da questi miti «si passa facilmente all’idea di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia». Ciò suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a «spremerlo» fino al limite e oltre.
Si tratta del falso presupposto che «esiste una quantità illimitata di energia e di mezzi utilizzabili, che la loro immediata rigenerazione è possibile e che gli effetti negativi delle manipolazioni della natura possono essere facilmente assorbiti». Per questo nella Laudato si’, papa Francesco sostiene che «è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti».
Già il predecessore Benedetto XVI diceva che «è necessario che le società tecnologicamente avanzate siano disposte a favorire comportamenti caratterizzati dalla sobrietà, diminuendo il proprio consumo di energia e migliorando le condizioni del suo uso».
Il cinismo del sistema
Se c’è un aspetto che il capitalismo non è disposto a discutere è la crescita e, lungi dall’idea di dover porre un freno a produzione e consumi, riduce la tematica ambientale a una mera questione di tecnologia.
L’assunto è che basti ottenere energia elettrica da sole e vento invece che da gasolio, alimentare le auto con batterie elettriche invece che tramite combustibili fossili, bruciare i rifiuti in termovalorizzatori invece che accumularli in discarica e la sostenibilità è garantita.
Sull’onda di questa febbre tecnologica c’è – addirittura – chi propone di produrre energia elettrica dal nucleare o di risolvere il problema climatico con tecniche di geoingegneria.
Imprese faraoniche, ancora allo stato sperimentale, come l’idea di seppellire l’anidride carbonica nel sottosuolo o di «sbiancare» le nuvole affinché riflettano parte della radiazione solare fuori dal sistema terrestre. Tecniche costose di cui non si conoscono le conseguenze e che, nel lungo periodo, potrebbero provocare più danni del male che intendono curare. Ma sono comunque perseguite perché rappresentano una grande occasione di guadagno per industrie del comparto chimico, satellitare, minerario, nucleare. Il che confermerebbe il cinismo di un sistema che ha sempre visto di buon occhio le distruzioni belliche e i disastri naturali come occasioni di rilancio degli affari.
Rispetto alla tecnologia, nella Laudate Deum papa Francesco è categorico: «Ritengo essenziale insistere sul fatto che “cercare solamente un rimedio tecnico per ogni problema ambientale che si presenta, significa isolare cose che nella realtà sono connesse, e nascondere i veri e più profondi problemi del sistema mondiale”. È vero che gli sforzi di adattamento sono necessari di fronte a mali irreversibili a breve termine; anche alcuni interventi e progressi tecnologici per assorbire o catturare i gas emessi sono positivi; ma corriamo il rischio di rimanere bloccati nella logica di rattoppare, rammendare, legare con il filo, mentre sotto sotto va avanti un processo di deterioramento che continuiamo ad alimentare. Supporre che ogni problema futuro possa essere risolto con nuovi interventi tecnici è un pragmatismo fatale, destinato a provocare un effetto valanga».
Papa Francesco ritiene che la strada maestra per risolvere la crisi climatica sia la riduzione di anidride carbonica a livello planetario, individuando negli accordi multilaterali lo strumento principe per ottenere questo risultato: «Per ottenere un progresso solido e duraturo, mi permetto di insistere sul fatto che vanno favoriti gli accordi multilaterali tra gli Stati».
Ricchi e poveri
Affinché gli accordi possano condurre a risultati tangibili, serve un altro atteggiamento da parte dei paesi ricchi. Di fondo devono convincersi che, avendo contribuito di più alla creazione del problema, debbono dare di più per la sua soluzione. Non a caso papa Francesco scrive: «La realtà è che una bassa percentuale più ricca della popolazione mondiale inquina di più rispetto al 50% di quella più povera e che le emissioni pro capite dei paesi più ricchi sono di molto superiori a quelle dei più poveri. Come dimenticare che l’Africa, che ospita oltre la metà delle persone più povere del mondo, è responsabile solo di una minima parte delle emissioni storiche?».
Oltre ad accettare di tagliare in maniera considerevole le proprie emissioni, i paesi ricchi dovrebbero acconsentire di sostenere economicamente i paesi più poveri, i quali, di fronte ai cambiamenti climatici, hanno tre tipi di spese: quelle per trasformare il proprio parco energetico, quelle per difendersi dai cambiamenti climatici e quelle per compensare i danni provocati dai cambiamenti stessi.
Somme enormi che, per il solo continente africano e limitatamente ai primi due tipi di spesa, ammontano a 2.800 miliardi di dollari, per il decennio 2020-2030. Un ammontare da utilizzarsi per il 70% per la transizione e il rafforzamento energetico e per il 30% per resistere meglio ai cambiamenti climatici. I governi africani hanno però ammesso di poter coprire appena il 10% del fabbisogno, ossia 264 miliardi di dollari. Tutti gli altri dovranno venire da altri soggetti. Ed è qui che dovrebbe entrare in gioco la solidarietà internazionale, la quale però fa acqua da tutte le parti.
Parole, fondi e danni
Dopo molti anni di negoziazione, i paesi ricchi hanno accettato di costituire un fondo a favore dei paesi del Sud del mondo, affinché possano avviare la transizione energetica e possano costruire le opere utili a proteggersi dai cambiamenti climatici.
In teoria dovrebbero essere 100 miliardi l’anno, ma la raccolta si è fermata a 85. Per di più, la maggior parte delle somme concesse dal fondo è sotto forma di prestito, peggiorando in tal modo il debito del Sud del mondo che già si trova a livelli preoccupanti. Tuttavia, il fondo non copre i danni che il Sud del mondo sta già subendo a causa dei cambiamenti climatici. Come esempi valgano la riduzione dei raccolti agricoli nell’Africa subsahariana, per la scarsità di piogge o, al contrario, i danni da straripamenti dei fiumi, dovuti all’eccesso di piogge, in Asia meridionale. Da un paio di anni i paesi più vulnerabili chiedono la costituzione di un fondo specifico per la copertura dei danni subiti. Tuttavia, alla data di pubblicazione della Laudate Deum, si era ancora al nulla di fatto.
Papa Francesco sostiene che «i negoziati internazionali non avanzano in maniera significativa a causa delle posizioni dei Paesi che privilegiano i propri interessi nazionali rispetto al bene comune» e indica come rimedio la partecipazione dal basso: «Le istanze che emergono dal basso in tutto il mondo, […] possono riuscire a fare pressione sui fattori di potere. È auspicabile che ciò accada per quanto riguarda la crisi climatica. Perciò ribadisco che “se i cittadini non controllano il potere politico – nazionale, regionale e municipale – neppure è possibile un contrasto dei danni ambientali”».
Parole chiare che ci impongono di convertirci a maggiore partecipazione.
Francesco Gesualdi
Nota: lo scorso dicembre, si è tenuta negli Emirati arabi uniti la Conferenza delle parti (Cop28). Su di essa rimandiamo al nostro sito web e al prossimo numero della rivista.