Siria. Futuro dei cristiani ancora incerto

 

Dopo due mesi dalla caduta del regime di Assad, la nuova Siria sta prendendo forma. Il superiore dei francescani di Aleppo, padre Bahjat Karakash: «Permangono segni contraddittori, serve la solidarietà di tutti, non dimenticateci».

Il futuro dei cristiani in Siria è ancora incerto. I segnali sono contrastanti. Da una parte ci sono le rassicurazioni della nuova guida Al-Jolani che, in una intervista all’Osservatore Romano, ha espresso il suo apprezzamento per Papa Francesco e ha assicurato che i cristiani saranno considerati una componente essenziale della nuova Siria; dall’altra ci sono ancora le discriminazioni che si registrano nei piccoli villaggi, lontano dalla Damasco sulla quale sono puntati i riflettori della comunità internazionale e dei media.

“Non è ancora il momento di dimenticarsi della Siria”, dice padre Bahjat Karakash, parroco latino e il superiore dei francescani di Aleppo. Nei giorni dell’avanzata dei ‘ribelli’ è stato in prima linea per aiutare le persone che erano rimaste senza cibo, acqua, elettricità. Poi la caduta di Bashar Al-Assad, vissuta come una liberazione, anche dai cristiani che pure avevano goduto di una certa protezione da parte del tiranno. Ora questa fase segnata ancora da incertezza. “La Siria continua a vivere momenti di grande instabilità e le tensioni geopolitiche rischiano di compromettere ulteriormente il futuro della nostra terra”, riferisce il francescano parlando di “un Paese ancora diviso, dove la regione nord est è ancora sotto controllo delle milizie curde, sostenute dagli Usa, mentre al sud assistiamo all’espansione della presenza militare israeliana, vicino alle alture del Golan, una mossa che continua a suscitare nuove preoccupazioni per un possibile aumento delle tensioni nella regione”.

C’è poi la difficile situazione economica per un Paese vessato da anni di guerra e distruzioni: “l’instabilità della lira siriana rende quasi impossibile le operazioni economiche, tutte le attività sono quasi ferme e il tasso di disoccupazione continua a crescere… E anche la sicurezza continua ad essere una reale preoccupazione: furti, omicidi, vendette, rapimenti, sono all’ordine del giorno”.

Ma “nonostante queste difficoltà, c’è un segnale di speranza che nasce dal cuore della nostra società. Sempre più i siriani, compresi i nostri giovani cristiani, stanno cominciando a interessarsi attivamente alla politica, spinti dalla volontà di contribuire alla rinascita del loro Paese”. Per questo, pure in una fase così precaria, la Chiesa cattolica di Aleppo ha avviato un’importante iniziativa: serate pubbliche settimanali dedicate alla formazione sulla dottrina sociale della Chiesa. Al centro dell’iniziativa anche “i valori di giustizia, solidarietà e pace, fondamentali per costruire un futuro migliore”.

Padre Bahjat cerca di veicolare questi valori anche attraverso il suo canale youtube, Add Alsama, che più meno suona come un invito a guardare al Cielo, ed è la voce dei cristiani in Siria. «Dopo la caduta del regime e l’inserimento di materiale sulla dottrina sociale, abbiamo visto un aumento esponenziale dei nostri followers, segno dell’interesse che i siriani hanno per queste tematiche e della loro sete per una dottrina che li aiuti a essere parte attiva nel processo politico che è in atto».

Infatti, nonostante le incertezze e le difficoltà, le persone possono ora confrontarsi abbastanza apertamente, mentre prima era finanche proibito avere proprie idee sulla politica e la società, come spiegano dalla Chiesa di Aleppo.

Ma per i cristiani restano le paure di fronte ad «alcuni segni di islamizzazione che cominciano a palesarsi»: dalla richiesta ad alcune donne cristiane di indossare il velo a quella agli autisti di togliere simboli religiosi cristiani. Ci sono però anche «giovani musulmani che distribuiscono fiori davanti allee chiese invitando a ricostruire insieme il Paese».

Nelle scorse settimane è arrivato in visita ad Aleppo il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero delle Chiese orientali, inviato da papa Francesco come segno di vicinanza alle comunità locali. «Ha sottolineato il ruolo cruciale che i cristiani possono e devono avere nella ricostruzione della Siria, esortando tutti a lavorare insieme per un domani di riconciliazione e speranza. Le sue parole hanno infuso nuova fiducia in una comunità che, nonostante le sfide, continua a sognare un futuro di pace e unità».

Tra i segnali di speranza c’è il coinvolgimento di Hind Aboud Kabawat, donna e cristiana, nel Comitato di sette persone (cinque uomini e due donne) incaricato di preparare l’annunciata Conferenza nazionale della Siria, l’assemblea che dovrebbe avviare il processo per la formulazione di una nuova Costituzione e la definizione del nuovo assetto istituzionale del Paese mediorientale.

Nel frattempo, però, «è ancora troppo presto perché il mondo si dimentichi della Siria: abbiamo una lunga strada da percorrere prima di raggiungere uno stato stabile e di diritto. Senza la solidarietà di tutti non potremo affrontare le immense sfide che ci aspettano”, conclude padre Karakash.

Manuela Tulli




Siria. Una domenica, a Damasco

 

Damasco. Dopo una settimana di silenzio, tornano a suonare le campane delle chiese nella capitale siriana. Ci troviamo a Bab Tuma (in arabo, La porta di Tommaso), il quartiere cristiano della capitale siriana. Oggi si celebreranno le messe, ma si terranno in un’atmosfera completamente diversa. I riti religiosi avranno luogo in una «nuova» Siria, dopo 54 anni di regime della famiglia degli Assad.

Un’ora prima dell’inizio delle funzioni, Georges Assadourian, vescovo della Chiesa cattolica armena di Damasco, ci invita per raccontarci come la sua comunità ha vissuto quest’ ultima settimana. «I ribelli hanno cominciato prendendo Aleppo, perché quello è il centro economico della Siria. In questi anni, ci sono stati diversi attacchi per provare ad entrare qui, nella capitale, ma sempre senza successo. Il sabato prima della presa di Damasco avevamo programmato una preghiera. Tanti cristiani hanno avuto paura dell’arrivo degli uomini dell’Hts (Hay’at Tahrir al-Sham), siamo stati spaventati dal loro modo di presentarsi, e dall’origine estremista dei loro gruppi di appartenenza. Abbiamo avuto il timore che sarebbero tornate le persecuzioni contro i cristiani, così come accadde nei luoghi sotto il controllo dell’Isis. Quando il gruppo di al-Julani è arrivato a Damasco, abbiamo chiesto di poter incontrare un rappresentante per capire le loro intenzioni. Siamo andati a incontrarli al Four Season, l’hotel occupato e adibito a quartier generale temporaneo. Ci hanno rassicurato, dichiarando di volere solo la pace e che il tempo della guerra è finito. Ci hanno promesso che non avremo nulla da temere e che tutte le religioni coesisteranno insieme. Se sarà così, io non posso dirlo, ma sono ottimista. Certo, da parte dei fedeli ci sono diverse preoccupazioni. In questo governo, anche se temporaneo, sono tutti musulmani, alcuni magari anche estremisti. Noi invece vorremmo uno Stato laico. In uno stato laico ognuno è libero di professare la propria religione. Alcuni degli uomini di Julani, sono già andati nei negozi che vendono alcolici chiedendo, anche se momentaneamente, di non venderli. Ogni giorno ricevo circa 50-60 persone che, come cristiani in Siria, cercano rassicurazioni sul loro futuro. Non possiamo fare previsioni, possiamo solo attendere e vedere cosa accadrà. Posso dire che, comunque, anche se le intenzioni fossero quelle di radicalizzare la Siria, a Damasco sarebbe molto difficile farlo. Siamo un mosaico di tante culture e religioni diverse, credo che la gente non permetterebbe mai l’istituzione della sharia, almeno qui nella capitale».

Camminando per il quartiere cristiano, si respira un’aria totalmente diversa rispetto a quella che c’era sotto il regime. La gente festeggia e, pian piano, sta perdendo quella costante paura di finire in galera con qualsiasi pretesto. Fotografie e poster, raffiguranti Assad, che decoravano letteralmente ogni angolo delle strade, ora sono fatte a pezzi. I proprietari dei negozi dipingono di bianco le proprie serrande, cancellando la vecchia bandiera della Siria, per poi dipingere quella con i nuovi colori.

Il francescano Firas Lutfi della chiesa dedicata alla Conversione di San Paolo, nel quartiere cristiano di Bab Tuma, a Damasco. (Foto Angelo Calianno)

Raggiungiamo la chiesa latina dedicata alla Conversione di San Paolo, sempre nel quartiere di Bab Tuma. Parlando con i fedeli che escono dalla messa, tutti ci esprimono la gioia di non essere più sotto un regime, e la speranza di non ritrovarsi presto con un altro dittatore. Malgrado questo, nessuno dei cristiani riesce a sbilanciarsi troppo sul futuro, tutti sono molto cauti.

Finito di celebrare la messa, il frate francescano Firas Lutfi ci racconta: «Ora abbiamo sentimenti contrastanti. Gioia, perché l’incubo di Assad è finito. Preoccupazione, perché questi gruppi di ribelli vengono da un background islamico estremista. Ci hanno promesso che saremo tutti liberi senza nessuna persecuzione. Quindi, ora attendiamo per vedere quello che accadrà nel concreto. Quello che noi speriamo, è che tutto sia stabile per arrestare la fuga dei cristiani da questo Paese. Non vogliamo essere considerati una minoranza nel nostro Stato, ma dei cittadini a tutti gli effetti. Si avvicina il Natale, lo celebreremo come abbiamo sempre fatto. Sarà un Natale uguale a quello di Gesù, con povertà e scarsità. Per tutto il resto, ora ci sono solo due cose che possiamo fare, da un punto di vista pratico: attendere, per vedere come si evolverà questa situazione e quali saranno le intenzioni del nuovo governo. Da un punto di vista spirituale: sperare, perché alla fine, per vocazione, noi siamo figli della speranza».

Angelo Calianno, da Damasco