Asia. Aumenta la produzione di armi

 

La guerra in Ucraina e la crisi in Medio Oriente. Ma anche le minacce della Corea del Nord. Per non parlare dell’assertività cinese nell’Asia-Pacifico. Sono questi i principali fattori ad aver trainato l’acquisto di armi nel 2023, secondo un rapporto dello Stockholm international peace research institute (Sipri), pubblicato il 2 dicembre. Il think tank svedese ha conteggiato per il 2023 vendite di armi e servizi militari per 632 miliardi di dollari per le sole prime 100 aziende produttrici nle mondo, con un aumento del 4,2% rispetto al 2022.

Grandi numeri a parte, la spartizione delle commesse mette in luce piccoli assestamenti, in particolare un graduale ribilanciamento delle transazioni tra gli esportatori asiatici.

A guidare la classifica globale (ormai dal 2018) sono sempre le aziende statunitensi, con una quota di mercato del 50%, mentre i cinesi si posizionano al secondo posto (16%), seguiti dai produttori di Regno Unito (7,5%) e, un gradino sotto, a pari merito, fornitori militari di Francia e Russia, ciascuna con una quaota del 4%.

Sebbene la graduatoria non presenti ancora grandi elementi di novità, sotto traccia sono tuttavia riscontrabili alcune tendenze anticipatrici di quelli che probabilmente saranno i futuri sviluppi del settore.
Tra tutti spicca un dato: le aziende della Repubblica popolare cinese (Rpc) hanno registrato la crescita dei ricavi (103 miliardi di dollari) più bassa degli ultimi quattro anni (+0,7%). Un risultato che il rapporto Sipri attribuisce al rallentamento dell’economia cinese, a fronte di una crescita costante delle vendite nei mercati esteri. Il motivo, come spiega un ricercatore del think tank svedese, è che molti produttori militari in realtà guadagnano dal settore civile, mai uscito completamente dalla crisi pandemica. Con entrate per 20,9 miliardi di dollari (+5,6%), Aviation industry corporation of China (Avic) si è classificata all’ottavo posto nella lista del Sipri, diventando il più grande produttore di armi della Cina. Segno dell’importanza crescente ottenuta dal comparto aerospaziale.

Mentre la Cina arranca, altri esportatori asiatici guadagnano terreno.
Nonostante Corea del Sud (+1,7%) e Giappone, (+1,6%) abbiano ancora quote di mercato complessivamente molto contenute, i due paesi sono in rapida rimonta. Complici le tensioni regionali nella penisola coreana e nel Mar cinese meridionale, ma anche un maggiore protagonismo internazionale di Tokyo e Seul al fianco degli Stati Uniti. Le vendite delle aziende giapponesi (10 miliardi di dollari) hanno beneficiato del progressivo incremento del budget militare del Paese, che sta spingendo le Forze di autodifesa ad aumentare gli ordini dopo decenni di basso profilo.
Dalla fine della Seconda guerra mondiale, obblighi costituzionali autoimposti costringono il Giappone a «rinunciare all’uso della forza come mezzo per risolvere le controversie internazionali». Fattore che per decenni ha spinto Tokyo ad appoggiarsi all’alleato americano. Salvo ora dover rivedere la sua posizione difensiva come deterrente davanti alle provocazioni missilistiche di Pyongyang (Corea del Nord) e all’espansionismo regionale di Pechino.
Nel suo rapporto, il Sipri ha notato «un importante cambiamento nella politica di spesa militare» da quando, nel 2022, il governo dell’ex premier Fumio Kishida ha destinato alla difesa il budget più consistente dalla fine del secondo conflitto mondiale (47 miliardi di dollari) con un incremento previsto fino al 2% del Pil entro il 2027. Lo stesso livello dei paesi Nato.

Se nel caso delle aziende giapponesi a fare da traino sono le vendite interne, per i produttori sudcoreani la crescita dei ricavi (11 miliardi di dollari) va ricondotta principalmente alle esportazioni. Soprattutto per quanto riguarda gli ordini di artiglieria terrestre. Con la guerra in Ucraina alla clientela della Corea del Sud – oltre all’Australia – si è aggiunto un numero sempre maggiore di paesi europei. La Polonia, ad esempio, ha comprato da Seul carri armati, aerei da attacco leggeri e obici semoventi K9.

Secondo la Top 100 del Sipri, le forniture delle aziende militari sudcoreane e giapponesi hanno riportato una crescita rispettivamente del 39% e del 35%. A fare meglio è stata solo la Russia che, con un aumento del 40%, ha registrato l’incremento maggiore a livello globale.

Alessandra Colarizi




Taiwan. Imparare la missione

 

Hsinchu (Taiwan). Il 21 settembre è stata celebrata la festa per i dieci anni di presenza dei Missionari della Consolata a Taiwan. Le celebrazioni si sono svolte con una messa nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, a Hsinchu, gestita dai missionari dal 2017.

Hsinchu (Taiwan). La messa celebrata per i 10 anni di presenza dei Missionari della Consolata a Taiwan. (© foto di Marco Bello)

L’inizio

Era il 12 settembre del 2014, quando tre missionari atterravano all’aeroporto Taoyouan di Taipei. Iniziava così l’avventura dell’istituto fondato da Giuseppe Allamano a Taiwan.

I tre erano i padri Eugenio Boatella (Spagna), Mathews Odhiambo Owuor (Kenya) e Piero de Maria (Italia).

Oggi i missionari sono sette e padre Jasper Kirimi, keniano, arrivato nel 2016, è l’attuale coordinatore del gruppo.

La voce del vescovo

Hsinchu (Taiwan). Il vescovo di Hsinchu, monsignor John Baptist Lee tiene l’omelia durante la messa di ringraziamento per i 10 anni di presenza dei Missionari della Consolata a Taiwan. (© foto di Marco Bello)

La celebrazione ha visto la partecipazione del vescovo di Hsinchu, monsignor John Baptist Lee e del pro-chargé d’affaires della Nuziatura apostolica di Cina, Taipei, monsignor Stefano Mazzotti.

Nell’omelia il vescovo Lee ha esordito dicendo: «Oggi è un giorno di gioia nel quale celebriamo dieci anni di contributi e sacrifici dei Missionari della Consolata nella diocesi di Hsinchu. Non si tratta di un periodo lungo nella storia della chiesa di Taiwan, ma una volta arrivati in questa terra ci si scontra con grandi sfide e difficoltà e la Consolata, affrontandole, ci ha manifestato la grazia di Dio. Carente di vocazioni, la diocesi di Hsinchu è molto grata alla generosità della Consolata nell’aiuto al lavoro pastorale».

Il vescovo ha poi sottolineato come sia cambiata l’origine dei missionari, molti dei quali oggi sono africani.

Monsignor Lee ha chiesto ai cristiani locali di «lavorare con i missionari, supportarli e aiutarli nei bisogni della missione». Perché, ha detto rivolgendosi a loro, «dopotutto, ognuno di voi è un missionario ed è vostro dovere partecipare all’evangelizzazione, vivendo a pieno il lavoro in condivisione».

La Consolata a Taiwan

Hsinchu (Taiwan). Monsignor John Baptist Lee accoglie il quadro di Maria Consolata nel momento dell’offertorio. (© foto di Marco Bello)

Padre Jasper Kirimi, giunto nel 2017, dopo la celebrazione ci dice: «È stato emozionante. Abbiamo anche proiettato dei video con i saluti di tutti i missionari che hanno lavorato qui. Ho pensato che ho lavorato con loro ed è passato tanto tempo. Quando io sono arrivato, non pensavo di stare così a lungo perché era davvero dura. Imparare questa lingua e una cultura così diversa. Invece sono ancora qui.

In secondo luogo, la partecipazione oggi è stata davvero importante. Io penso che la gente sia venuta anche per la Consolata. Questo vuol dire che c’è un nuovo riferimento che aggrega i cristiani di Taiwan ed è proprio la Consolata. Giuseppe Allamano, che sta per diventare santo, penso non abbia mai immaginato di arrivare fino a questa terra».

Padre Jasper conclude: «Taiwan è molto diversa da Africa e America Latina. Noi siamo qui per imparare un nuovo modo di fare missione».

Una delegazione dall’Asia

Era presente una delegazione dei missionari della Consolata dalla Mongolia e dalla Corea. Tra loro padre Clement Gachoka, superiore dei missionari della Consolata per la Regione Asia.

Secondo padre Clement: «Siamo la presenza più giovane nella diocesi e fatta di giovani. Dal 2014 a Taiwan sono passati undici missionari. Voglio ringraziarli tutti per l’apporto che hanno dato. Quella dei missionari della Consolata è una presenza che ha affrontato tante sfide: la lingua, la cultura, la fatica di adattarsi. Dall’altra parte c’è stata la perseveranza che hanno avuto e la collaborazione con la chiesa di Hsinchu, a tutti i livelli. La festa dei primi dieci anni ci dà la speranza che, nonostante le sfide, le difficoltà e le paure, il cammino andrà avanti e la presenza sarà significativa».

Gli altri missionari presenti sono padre Caius Moindi, anch’egli keniano a Hsinchu, i padri Bernado Kim (coreano) e Antony Chomba (keniano) nella parrocchia san Joseph di Xinpu, una città vicina a Hsinchu, mentre padre Emanuel Temu (tanzaniano) segue da alcuni mesi la parrocchia di Xinfong, la terza gestita dai missionari della Consolata a Taiwan.

I padri Thiago Giacinto da Silva (brasiliano) e Pablo Souza Martin (argentino) stanno attualmente studiando la lingua cinese.

Dopo la celebrazione, la festa è continuata ed erano presenti anche i parrocchiani di Xinpu e Xinfong, oltre a diversi amici e membri di congregazioni venute anche dalla capitale Taipei.

Marco Bello da Hsinchu (Taiwan)

con l’aiuto di Lucia Ku (per le traduzioni)

Hsinchu (Taiwan). Fedeli e celebranti dopo la messa di ringraziamento per i 10 anni di presenza dei Missionari della Consolata a Taiwan. (© foto di Marco Bello)




Mongolia. Il lievito della democrazia

 

In questo 2024 di elezioni, venerdì 28 giugno è andata al voto anche la Mongolia – estesa 1,6 milioni di km2, ma con solo 3,5 milioni di abitanti (2 per chilometro quadrato) -. Si è votato per eleggere i rappresentanti del «Grande Hural di Stato», il parlamento unicamerale del Paese asiatico.

Al potere si è confermato il Partito del popolo mongolo (Man), formazione socialdemocratica nata nel 1990 dalle ceneri del partito comunista. Il Man avrà ancora la maggioranza, avendo ottenuto 68 dei 126 seggi totali (numero innalzato con la riforma costituzionale del 2023). Al secondo posto il partito democratico e, a distanza, altre tre piccole formazioni.

Schiacciato tra la Russia e la Cina, all’inizio del 1992 la Mongolia ha approvato una nuova Costituzione che ha posto le basi di un sistema democratico: multipartitismo, separazione dei poteri, riconoscimento dei diritti dei cittadini (libertà di religione compresa). Nonostante la vicinanza con i due grandi regimi totalitari, i dati delle principali organizzazioni internazionali (Freedom House, ad esempio) confermano la sua svolta democratica.

Privo di sbocchi al mare e con pochissima terra coltivabile a causa del clima rigido, il Paese è soprattutto un paese di allevatori – di pecore, capre, yak, cammelli, cavalli – nomadi o seminomadi. Ricca di risorse minerarie (carbone, rame, uranio, tungsteno, molibdeno su tutte), la Mongolia risulta molto attrattiva per gli investitori stranieri, in primis quelli della confinante Cina.

I problemi sono principalmente tre: la precaria condizione economica della maggioranza dei cittadini, la corruzione degli organi statali e le (gravi) conseguenze del cambiamento climatico.

I primi due hanno portato alle proteste di piazza del dicembre 2022, mentre i mutamenti climatici hanno reso ancora più aspro il fenomeno meteorologico noto come «dzud», ovvero un inverno particolarmente rigido (anche meno 30 gradi) e nevoso che non consente al bestiame di sopravvivere. Si calcola che quest’anno lo dzud abbia ucciso 7,1 milioni di animali, più di un decimo dell’intero patrimonio zootecnico del Paese.

Stando ai dati 2022 dell’Asian development bank, il 27,1 per cento della popolazione mongola vive sotto la linea della povertà. La maggior parte dei poveri si trova nella capitale Ulaanbaatar, dove si concentra quasi la metà della popolazione complessiva e che è considerata una delle città più inquinate del mondo.

Paolo Moiola