Deserto, il test della finitezza

La prima coppia umana è lì, in quel giardino colmo di vita da gustare. Tutto è promessa di pienezza, predisposto per il bene dell’uomo e della donna. Dio plasma il creato e lo dona loro. E li istruisce per distinguere gli alberi commestibili dagli altri, l’albero della vita e quello della conoscenza del bene e del male, che coltiveranno senza cibarsene.

Si fonda lì la loro libertà: sulla distinzione tra ciò che è disponibile al loro appetito e ciò che non lo è, sull’esperienza del limite, sulla presenza nella sazietà di un buco che rimanda ad altro, che fa sorgere il desiderio, che è il luogo nel quale si manifesta la promessa. E sull’amicizia con Dio.

La prima coppia umana è lì. Anche il serpente è lì: il più astuto tra gli animali. Egli non genera il dubbio, che è parte del desiderio, ma insinua il sospetto, che è anzitutto un taglio di fiducia, un tarlo di relazione che trasforma il desiderio in brama. Basta un attimo, e la conoscenza del bene e del male è divorata. Il limite rimane tale, ma è rifiutato. La libertà è compromessa.

L’uomo e la donna si nascondono, ora. Si vergognano di ciò che sono, della loro nudità. E il Signore inizia lì la sua ricerca. Come uno sposo che cerca la sua innamorata nella notte per coprirla con una veste tessuta dalle sue mani e riportarla nel suo amore.

Gesù è nel deserto. Sta al di là del Giordano, come Israele sotto la guida di Mosè prima di entrare nella terra promessa per dare vita al suo regno. Regno di uomini costruito sul sangue, quello d’Israele, Regno di Dio sotto il segno della debolezza, quello che Gesù realizzerà.

Sta nel deserto quaranta giorni Gesù. Sospinto dallo Spirito santo, vi sperimenta il limite dell’uomo, ciò che gli è indisponibile, la sua finitezza. Prova fame, ma pur essendo figlio di Dio non trasforma la pietra in pane, prova rabbia per il sangue sparso dalle guerre e dalle ingiustizie, ma non trasforma il mondo in un paradiso terrestre, prova pena per gli uomini persi dietro chimere inconsistenti, ma rifiuta di attirarli a sé tramite uno spettacolo di potenza divina.

Gesù sta lì. Abita il limite, non lo divora. Lo ama. Ama la libertà giocata nella condizione umana. Ama l’uomo, la finitezza dell’uomo che è la dimora dell’infinita possibilità d’affidarsi.

Non di solo pane vive l’umanità, ma di una promessa già realizzata e non ancora, e rinnovata da Lui, il crocifisso risorto.

Buon cammino nel deserto, buona Quaresima,

da amico.

Luca Lorusso


Pennellate di Kenya

Padre Nicholas Muthoka ci manda dal suo Kenya una foto del paese e della Chiesa locale. Come in ogni foto, le ombre mettono in risalto le forme e i colori.

Sono in modalità vacanza, tranquillo, senza pensieri e, onestamente, alla ricerca di un po’ di svago.

È l’imbrunire ed esco dalla nostra tranquilla casa regionale dei missionari della Consolata a Westlands, Nairobi, per fare una passeggiata.

La capitale del Kenya è una città caotica, popolatissima e inquinata all’ennesima potenza. La gola si irrita quando esci di casa.

Cammino per strada. Ci sono macchine che corrono e gente che attraversa in modo disordinato e spesso pericoloso. Noto un ragazzino sui 13 anni che gioca, da solo, sul bordo della strada. Fa le capriole e altra ginnastica. Si diverte. È sporco e nessuno lo guarda, e neanche lui si lascia guardare.

Ragazzi di strada

È uno dei tanti ragazzi di Nairobi cresciuti in strada, duri e pericolosi, almeno all’apparenza. Ho paura, perché ho con me un nuovo cellulare che un parrocchiano mi ha regalato a Natale e non vorrei che questo qui me lo rubasse, ma mi si stringe il cuore. Che un bambino di quell’età viva in quelle condizioni mi sembra disumano. Poi mi viene in mente la parabola del buon samaritano, di quel malcapitato sulla strada verso Gerico, dei tre personaggi che gli passano accanto, e mi interrogo.

Ho paura, ma vorrei anche aiutarlo, e non so cosa decidere. «D’altronde – mi giustifico -, ci sono migliaia e migliaia di altri ragazzi di strada così per la città, posso mica aiutarli tutti». Alla fine, vado in un fast food lì vicino, compro delle patatine fritte e gliele porto.

Mi guarda incuriosito e le prende. Mentre mangia, facciamo due parole. Gli chiedo il nome: James.

Ricchi e poveri nella stessa chiesa

Mi sono riproposto di andarlo a trovare altre volte e mettermi in contatto con qualche organizzazione o casa di accoglienza per ragazzi di strada. Come missionari ne abbiamo una proprio qui a Nairobi, «Familia ya ufariji».

Accanto a questo ragazzo, passavano macchine grosse, attorno a lui grattacieli modernissimi, tanta gente, ogni persona con i suoi pensieri e la propria vita. Il Kenya è un paese in forte crescita economica e anagrafica. Sono molte le persone che fanno grande fortuna con il commercio, gli investimenti e la corruzione, mentre altri giacciono nella povertà, nelle malattie e nell’ignoranza. La classe media stenta a crescere mentre la forbice tra ricchi e poveri aumenta. La cosa assurda è che questi ricchi e poveri si trovano spesso negli stessi banchi della chiesa.

Comunità vive e accoglienti

Le comunità qui in Kenya sono spesso osannanti ed esuberanti. La domenica è bella, anzi bellissima. Trovi comunità vivaci che celebrano l’eucarestia in modo gioioso e convinto.

Non ho le statistiche sottomano, ma ho l’impressione che negli ultimi anni i numeri siano aumentati. Le chiese sono piene e si sono moltiplicate le realtà ecclesiali.

Ho l’occasione di partecipare alla messa nella parrocchia di Tassia, qui a Nairobi, dove lavorano due sacerdoti fidei donum di Torino, don Paolo Burdino e don Daniele Presicce.

La parrocchia è inserita in un quartiere davvero povero, popolazione numerosissima, ambiente maleodorante, ma, anche qui, ho incontrato una comunità viva e accogliente.

Si celebra la messa senza fretta. Mentre siamo all’altare, don Paolo, che è stato parroco nell’arcidiocesi di Torino per molto tempo, mi dice: «Per avere tanta gente così in Italia, bisogna mettere insieme un po’ di parrocchie! Qui ce n’è tutte le domeniche, per tre messe di fila». I due sacerdoti hanno infatti il progetto di allargare la chiesa.

Chiese sempre più grandi

A proposito di lavori: un po’ ovunque, qui, le parrocchie sembrano cantieri, stanno facendo opere per allargare le chiese e le strutture parrocchiali, o per farne di nuove, più grandi e spaziose, mentre in Europa non sappiamo che farne. Anzi, delle grandi strutture, si cerca a fatica di disfarsene.

Bene, in Africa, in Kenya in particolare, sembra essere un momento di gloria.

Volti stanchi e induriti

Nei villaggi e nelle campagne, la vita pian piano migliora, ma è ancora dura. Lo si capisce dai volti stanchi e induriti di uomini e donne.

Sono ancora molte le persone che non hanno acqua potabile e devono fare chilometri per andare nei fiumi o scavare buche nella sabbia. Molti i ragazzi che fanno fatica ad andare a scuola, anche se il governo cerca di agevolare il più possibile l’istruzione pubblica.

Una Chiesa chiamata alla santità

La Chiesa del Kenya, e dell’Africa in generale, rappresenta una bella pagina della storia universale dell’evangelizzazione. I missionari hanno seminato, il numeroso e giovane clero locale, gli istituti di vita consacrata e i laici locali, continuano ad arare, irrigare. Ma, come dice san Paolo, è il Signore che fa crescere. Davvero si prova, da una parte, una bella sensazione a vedere la comunità cattolica così piena di vita e propositiva, ma, allo stesso tempo, ci si affida al Signore, perché le sfide e i peccati non mancano e sono anche enormi.

Questa Chiesa sarà chiamata a coinvolgersi sempre di più nella lotta contro la povertà, la corruzione e le grandi disuguaglianze che rendono disumana la società.

Se vorrà continuare a essere significativa nel lungo corso della storia, ho la sensazione che dovrà produrre santi, ed essere autentica e trasparente, cioè, capace di quella santità che inietta nella società i valori eterni del Vangelo.

Nicholas Muthoka


Ciao padre Giordano

Padre Giordano Rigamonti, 80 anni, dopo una vita spesa per il Signore e per Maria Consolata, per l’Africa e per i giovani, è andato alla casa del Padre il 30 dicembre scorso. Ecco il ricordo, pronunciato al funerale, di uno dei suoi amici e compagni di cammino.

Non so se sono degno di parlare in questo momento. Ciascuno di noi avrebbe un milione di cose da dire oggi, molto meglio di me. Ciascuno di noi ha trascorso un pezzo della sua vita con lui, è stato coinvolto, trascinato, appassionato, ha fatto del bene con lui.

Conosco padre Giordano da 35 anni. Come molti qui presenti, sono andato in Africa la prima volta grazie a lui. Ho partecipato a convegni missionari giovanili, congressi, manifestazioni, mostre… tutto grazie a lui e ai missionari della Consolata.

Sono un figlio dei missionari della Consolata.

Sono un figlio di padre Allamano. Sono figlio di padre Giordano. Sì, perché se è vero che di mamma ne abbiamo una sola, sono convinto che i padri sono tutti coloro che nel corso della vita ci aiutano a crescere. Lui è mio papà come è padre per molti di noi qui presenti.

Padre Giordano è così: non riesce mai a tenere il suo entusiasmo, i suoi ideali, la sua fede, Dio, le sue sfide e il suo ardore missionario solo per sé.

Dal profondo del cuore deve raccontarlo a tutti, deve raccontarlo al mondo.

Da quando è arrivato a Torino nel 1982 si è lanciato, da vero innamorato di Dio e della missione, instancabile, in una miriade di iniziative, tutte volte a far conoscere l’amore di Dio per l’uomo e padre Allamano, fondatore dei missionari della Consolata.

L’animazione missionaria al Cam (Centro di animazione missionaria) e nelle parrocchie, i convegni, l’impegno con Facciamo pace durante la guerra in Bosnia, l’Expo Missio durante il Giubileo del 2000 e, per ultimo, forse una delle sue più belle creature: Impegnarsi serve.

Caro Padre Giordano, ci ritroviamo oggi qui ad augurarti buon viaggio, come tu hai fatto con noi e con centinaia di giovani e adulti che hai inviato nel mondo per fare un’esperienza missionaria.

Attraverso l’associazione Impegnarsi serve, hai voluto formare tutti noi per renderci dei missionari, non solo in terre lontane, ma anche qui fra le vie delle nostre città.

Ci hai fatto conoscere e amare l’Allamano, per farci sentire parte della famiglia dei missionari e far sentire nostri i suoi comandamenti.

Di questi ho sempre pensato che tu li seguissi tutti, tranne uno: quello che dice: «Fate bene il bene e senza rumore». Tu di rumore ne hai fatto eccome, e ce ne fai fare ancora tanto, per attirare l’attenzione della gente e condurla alla visione della giusta prospettiva, nelle piazze, fra i banchi di scuola, con convegni, mostre, spettacoli, cene, messe. E tu eri sempre in prima fila, per condurci e seguirci allo stesso tempo.

Per citare una frase che dicevi spesso, ci hai lanciato tante «provocazioni» e tante «sfide», sfide che a volte avevamo timore di accettare, perché ci sembravano troppo grandi per le nostre forze. Ma tu ci hai sempre spronati a provarci e ad affidarci alla Divina Provvidenza e al supporto di Maria Consolata.

Sei stato per molti di noi un grande amico. Ci hai accompagnati nelle fasi belle della nostra vita e ci ha sostenuti nelle fasi più dure.

Resti per noi un esempio di instancabile servo di Dio, con un entusiasmo missionario che ha saputo contagiare tantissime persone.

Ora l’entusiasmo che ci hai trasmesso deve farci ripartire da qui, senza la tua presenza. Ma tu non lasciarci soli, continua a seguirci da lassù e a guidare i nostri passi perché possiamo ancora fare bene il bene e riusciamo a insegnarlo anche alle generazioni future.

Grazie Giordano! Ci mancherai tanto, ma ti promettiamo che il tuo ricordo continuerà a vivere forte in ognuno di noi e a essere di ispirazione per condurre una vita fatta di servizio e di aiuto verso gli altri.

Kwa heri Padre Giordano, Tutaonana!

I tuoi amici di Impegnarsi Serve
Testimonianza di Angelo D’Auria, letta durante il funerale di padre Giordano a Rivoli (To) il 02/01/2019




Giovane: riconosci, comprendi, scegli…


Sei fuggito da un conflitto che ti pareva insanabile, e ti vedeva colpevole. Sei fuggito per salvare la tua vita da chi ti cercava e da te. E nella fuga hai ricevuto il sigillo della tua identità: uomo solo al quale il Dio di Abramo e di Isacco promette discendenza, terra e protezione. Uomo ferito per il quale si ritroveranno benedette tutte le nazioni della terra. Uomo colpevole, visitato in sogno da Dio, ai piedi di una scala che unisce terra e cielo.

Perché fosse la fiducia in Lui a generare la certezza di Lui, e non il contrario, ti ha incontrato nel sonno: «Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo» (Gen 28,16). E ti ha fatto rabbrividire il pensiero di quanto Dio fosse vicino, proprio a te e alla tua vita ingannata.

Sei di ritorno ora, dopo anni di fuga. Sei vicino alla terra che ti ha visto ladro e fuggiasco, e hai timore per la tua vita e per quella di chi ti è caro. Dio, che nel sogno ti aveva detto: «Io sono con te e ti accompagnerò dovunque tu andrai», ha mantenuto la promessa. E, certo, ti accompagna anche adesso, all’incontro con le conseguenze dell’antico inganno. Ti manca solo una cosa: la sua benedizione.

Sei di nuovo solo, è notte e il Signore si fa avanti. Non in sogno questa volta, ma in un corpo di uomo che lotta contro di te (Gen 32,25). Ti ferisce all’articolazione del femore, fa emergere la tua ferita profonda dalle gambe che hanno sorretto la tua fuga. Ma tu non cedi. Sai che quella lotta non prevede sconfitti, sai che incontrare l’altro e rimanere vivo è possibile. La ferita non estingue il desiderio di essere benedetto. Essa, anzi, è parte di quel desiderio, ne è conseguenza, e causa. E, alla fine, vinci. Non ti sei fatto sconfiggere dalla tua ferita, l’hai riconosciuta, lasciandola riconoscere da Dio, lasciandoti riconoscere da Dio con essa. Torni integro, finalmente. E il Signore ti benedice per ciò che sei, benedicendo per te tutte le nazioni della terra. Ora la promessa è compiuta e spunta l’alba. Rivelato a te stesso da Dio, puoi finalmente pronunciare il tuo nome, Giacobbe, e ricevere un nome nuovo, Israele, «colui che lotta con Dio» (e vive).

In questo ottobre missionario, mese del sinodo dei giovani, amico ti augura di riconoscerti, con la tua storia irripetibile, di comprendere la tua vita alla luce di una promessa che ti riguarda, di scegliere di essere, già oggi, tramite di benedizione per tutte le nazioni della terra.

Luca Lorusso

foto in CC da BostonCatholic / flickr.com




Amico: A due a due

Testo  editoriale di Amico di Luca Lorusso


È tempo di spogliarti e di metterti (di nuovo) in cammino. È tempo di liberarti dall’ingombro di ciò che è superfluo e di generare nuovi incontri. È tempo di lasciare la presa anche su ciò che superfluo non è e di provare la gioia di rinascere dalla cura delle Sue mani.

Che tu sia in vacanza o al lavoro. Che tu faccia un’esperienza di servizio o di preghiera, nel tuo paese o in missione, è arrivato il tempo, ed è ora, di muoverti e di uscire su strade nuove. Uscire dalle tue certezze, dalle consuetudini, uscire da te. Confidando nella leggerezza del tuo bagaglio lasciato a casa, della tua nudità appena celata da una veste consumata, del tuo sguardo creativo e aperto su tutto. Confidando in Lui.

Una sola tunica, un paio di sandali, un bastone. Un compagno di viaggio (fondamentale), e il dono di avere potere sugli spiriti impuri (cfr. Mc 6,7-13). Ecco tutto. Non un indirizzo, un nome di persona fidata cui chiedere alloggio. Non una lettera di referenze. Nemmeno l’olio per ungere e guarire gli infermi. Tantomeno del pane per saziare la tua fame, o un prontuario di preghiere per scacciare i demoni. Solo te stesso, un amico e la vostra vita in ricerca, accompagnata dallo spirito.

Il pane e una stuoia su cui riposare li troverai strada facendo. Anche l’acqua per lavare la tua gola secca, i tuoi piedi impolverati e la tua tunica sudata. Dovunque entrerai in una casa, lì rimarrai finché non scenderai di nuovo per la strada. Lì avrai il tempo di farti penetrare dal mistero dei volti che accoglierai e dai quali sarai accolto. Sarà lì, in quella dimora, nelle esistenze che vi abitano, che troverai l’olio per ungere gli ammalati, le parole e gli atti per scacciare i demoni. Nelle persone con cui condividerai la bellezza e la sporcizia, nella loro cultura, nel loro modo di amare e soffrire e gioire, troverai i semi della guarigione e della vita eterna alla quale sei chiamato, tu con loro.

Buona estate leggera, da amico

Luca Lorusso


Su Amico di questo mese:

  • Bibbia on the road: La preghiera secondo Matteo
  • Per la preghiera: Si alzò e andò in fretta
  • Progetto Tanzania: Formazione contro povertà
  • Amico mondo: L’istruzione che libera




Entra lo Spirito e rivivi

Testo di Luca Lorusso |


Ti trovi in esilio da anni oramai. Della tua dimora lontana non rimane che polvere. E della tua gente un resto affaticato e disgregato. «Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita» (cfr Ez 37, 1-14), dicono i tuoi, lasciando cadere le parole della loro bocca come semi su una terra sterile. Non è costretto al confino solo il loro corpo, ma la vita. E ti accorgi di essere anche tu, come gli altri, attratto dal sepolcro. Nonostante il tuo nome, Ezechiele, che vuol dire «Dio rende forte», ti senti stremato dal seguire il tuo desiderio profondo che ha smarrito la via della sua fonte.

Quando alzi lo sguardo dal suolo, ti accorgi che la mano del Signore è sopra di te. Ti porta fuori dal sepolcro nel quale vorresti chiuderti e ti depone in una pianura piena di ossa. Ti fa passare accanto a esse e tu le osservi. Sono molte, tutte inaridite. «Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere?», ti senti domandare, e non sai cosa rispondere. Non ti senti però inadeguato: c’è accoglienza in quella voce che lentamente ti scalda il cuore. «Profetizza su queste ossa e annunzia loro: “Dice il Signore Dio: ‘Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete, e saprete che io sono il Signore’”». Tu fai come ti dice la voce e, mentre profetizzi, ecco, le ossa si riuniscono e vengono ricoperte di carne, e di fronte a te una moltitudine di corpi riprendono forma. Poi il Signore t’invita: «Profetizza allo spirito e annunziagli: “Dice il Signore Dio: ‘Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti perché rivivano’”». Tu profetizzi come ti comanda il Signore e lo spirito entra in essi, ed essi ritornano alla vita e si alzano in piedi. Ecco, da una moltitudine di ossa disseccate è sorto un popolo.

La mano del Signore scende di nuovo su di te e ti riprende. Ti riporta in te, nel tuo esilio, nei pressi del tuo sepolcro, di fronte alla tua gente che vaga senza fiducia. E il Signore ti dice: «Profetizza loro e annunzia: “Dice il Signore Dio: ‘Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riporto nella vostra dimora. Faccio entrare in voi il mio spirito e rivivete. Riposate sul mio cuore, così oggi stesso saprete che io sono il Signore’”». Tu ti guardi attorno. È grande il numero dei tuoi fratelli scoraggiati. È profonda la dispersione che frammenta la loro unità. Sono innumerevoli le lingue in cui parlano. Ti alzi in piedi: entra in te lo spirito e rivivi. Dio rende forte il tuo cuore. Il suo spirito arriva dai quattro venti, e ai quattro venti affiderà la Parola pronunciata dalla tua bocca. Ti allontani dal tuo sepolcro, le tue ossa non ricordano più l’aridità. Ti metti in cammino.

Buona Pentecoste, la festa dello spirito, da amico

Luca Lorusso

Vedi:

  • Bibbia on the road
  • Parole di corsa
  • Progetto Amazzonia
  • Amico Mondo




È notte fuori

Amico | Testo di Luca Lorusso |


È notte fuori e tu non riesci a riposare. Ti senti inquieto. C’è qualcosa che spinge dentro di te, che ti turba, e non sai cos’è. Vorresti contenerlo, come hai sempre fatto, controllarlo. Questa notte non ce la fai. Vorresti parlarne con i tuoi cari, con i tuoi maestri, ma ti vergogni della tua confusione, e poi ora dormono tutti.

È notte fuori, ma è notte anche in te.

Cerchi, allora, una risposta nella legge, prendi la Scrittura, ma sei distratto. Niente frena il galoppo del tuo cuore e dei tuoi pensieri. Poi ti si presenta alla memoria un salmo: «Lungo i fiumi di Babilonia, là sedevamo e piangevamo ricordandoci di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre» (Sal 136). E il fiume in piena di una nostalgia che non conoscevi rompe gli argini: anche tu hai appeso le tue cetre, i tuoi canti di gioia ai salici di un paese straniero. E ti ricordi di quell’uomo che oggi hai visto compiere segni nel tempio.

Non sai perché pensi a lui, ma sai che devi uscire a cercarlo.

Lo trovi grazie alle informazioni che durante il giorno hai raccolto dai suoi discepoli. Quando entri da lui hai l’impressione che ti stesse aspettando. Ha, infatti, in mano le chiavi della tua inquietudine: per due volte parla del Regno. Quella condizione di cui hai nostalgia. Abitare libero e autentico la tua vita, e suonare la cetra dei tuoi desideri profondi, messi in te, come semi, da Dio. «Se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (Gv 3, 1-21).
Il nodo che stringe le tue viscere si allenta. Le parole che quell’uomo pronuncia rispondono alle domande del tuo cuore pur senza rispondere a quelle della tua bocca.

E se uno potesse rinascere davvero? Rinascere da vecchio? Venire di nuovo sollevato, come da bimbo, alla guancia di Dio?

Tu sei maestro a Gerusalemme, Nicodemo, sei stimato per le cose che sai, per le tue risposte sagge alle domande più difficili. Tu sai qual è il tuo compito. E anche lui lo sa. Eppure ti chiede di ridiventare bambino, di ritrovare la meraviglia della domanda tralasciando la sicurezza della risposta, di aprirti a un Dio inatteso, diverso da come lo attendevi.

Quando ti parla del Figlio dell’uomo che deve essere innalzato come il serpente di Mosè nel deserto «perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna», rimani interdetto. Non capisci. Ti sembra che la luce intravista poco fa si smorzi in una nuova confusione. Ma non è più come quella di prima. Questa è una confusione carica dell’attesa di un mistero. La prospettiva della fede e della vita eterna in una vita rinnovata ti ha rapito. Anche se non sapresti spiegarla a nessuno.

Esci di nuovo nella notte quando inizia a fare luce. Ti senti come ritornato nel grembo di tua mamma.

Quando vedrai il Figlio dell’uomo
innalzato, rinascerai.

Buon cammino verso la luce, da amico.

Luca Lorusso

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Verso il Natale. Rinascere da una nascita

Ho visto il volto della tua morte, Maria, sul tuo volto di donna in travaglio. Non una morte passiva, disperata. Una morte di scavo, d’innalzamento, di ampliamento. Gli spazi della tua vita sono deflagrati. Ti ho vista svuotarti, Maria. Per farlo abitare in te, più di prima, una volta messo fuori di te. Ho visto la tua vita combaciare con la tua identità mentre lo raccoglievi tra le tue mani senza l’affanno di capire.
Ho osservato come facevi spazio rimandando tutto l’incomprensibile alla comprensione del cuore. Il tuo volto era quello di una donna rinata.
Ho visto il volto della tua impotenza, Giuseppe, sul tuo volto di uomo in attesa. Non un’impotenza disperata. Un’impotenza fiduciosa, piena del vigore dell’abbandono che tendeva i tuoi muscoli, addolciva la tua voce, produceva quella presenza di te che non tradiva un troppo, nè un troppo poco. Ti ho visto lì, Giuseppe, con le tue mani protese per accoglierlo, semplicemente tu, affidato alle sue mani.
Ho osservato come buttavi fuori gli ingombri del tuo cuore per dare ascolto alla meraviglia. Il tuo volto era quello di un uomo rinato.
Ho visto il volto dell’indifferenza sui vostri volti di figli prediletti di Dio. Non insensibili, ma indifferenti. Ripieni di Lui, non cercate la gioia più della sofferenza, la ricchezza più della povertà, la gloria più dell’insignificanza. Indifferenti a tutto e a voi stessi perché tutto, da quel momento, è raccolto, assunto, ricapitolato in Lui.
I vostri volti erano quelli di creature amate dal Padre.

Con l’augurio di rinascere, anche noi, dalla sua nascita,
buon Avvento e buon Natale da amico.

Luca Lorusso




Amico: capire col cuore


Sentivi ancora le sue dita sui tuoi piedi. Quelle dita che avevano scacciato demoni, risuscitato morti, moltiplicato pani. Eri confuso e frastornato. La giornata densa di eventi, gesti e parole annunciava qualcosa che non capivi e che temevi.

Lui parlava al vostro cuore con il tono del congedo, e quando ha detto «dove vado io voi non potete venire» – dopo tre anni che lo seguivate ovunque -, siete rimasti senza parole. Persino Pietro, forse ferito, rapito dall’immagine di un gallo che canta.

«Non sia turbato il vostro cuore – ha poi aggiunto Gesù -. Vado a prepararvi un posto nella casa del Padre» (Gv 14).

Tu ascoltavi senza comprendere. Le sue parole erano chiare, ma anche cariche di un mistero che le rendeva oscure alla tua mente e al tuo cuore. Tre giorni più tardi avresti scoperto che solo i tuoi piedi avevano capito: dopo essere stati lavati da Lui, come un bimbo dalla sua mamma, erano essi a ricevere la sua Parola più delle orecchie. A volte il corpo – e la vita che in esso scorre scambiando con lo Spirito mezze frasi bisbigliate – conosce e comprende prima dell’intelletto.

«Mostraci il Padre», hai detto, tralasciando la vertigine che si spandeva in te e liberando la tua ansia di toccare e soppesare.

Della sua risposta, in seguito, avresti ricordato per lungo tempo solo il suono della sua voce che pronunciava il tuo nome: «Filippo». Il suo invito a credergli, quasi una supplica, lo hai raccolto quando quello stesso suono, la sera del primo giorno dopo il sabato, ha fatto vibrare di nuovo la membrana dei tuoi timpani: «Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».

Ecco. Ciò che i tuoi piedi avevano già conosciuto, ora scoprivi che si era diffuso alla tua intera persona. La Via, la Verità e la Vita abitavano in te e te in loro e loro nel Padre.

E da te si comunicano al mondo.

Buon ottobre missionario da amico,

Luca Lorusso

Leggi tutto il numero nello sfogliabile di Ottobre 2017

Oppure vai il sito di Amico




Ora sai che sei amata

Sono dodici anni ormai. Il sangue non si arresta nemmeno di notte. Lo senti fluire continuamente, a volte goccia a goccia, a volte abbondante. È un’emorragia che ti svuota.

Da tempo non pensi ad altro. Non ti senti più tu, ti vergogni a uscire per strada, ti chiedi continuamente il perché. E hai visto le persone care allontanarsi.

Hai cercato la guarigione per molte vie: sei passata da una terapia a un’altra, da un medico a un altro, senza tralasciare alcuna opzione alla tua portata. Ma lo svuotamento non si è fermato.

Oggi sei scesa in strada perché hai sentito dire che c’è un uomo straordinario nel tuo villaggio. Qualcuno dice che è il medico più bravo mai visto, alcuni che è un mago, altri un profeta.

Ti infili tra la gente, cerchi di non farti notare perché gli sguardi indiscreti sul tuo corpo ti feriscono. Quasi subito ti senti soffocare. Quando decidi di tornare a casa ti si apre un varco e lo vedi.

Uno dei capi della sinagoga, Giairo, è ai suoi piedi, lo prega di salvare la figlia in fin di vita. Lui lo prende per mano, lo solleva e gli chiede di fargli strada. Pensi che di fronte a una figlia morente la tua emorragia non sia importante, e rinunci a chiedere aiuto, ma, quando l’uomo si avvicina, cedi all’impulso di toccarlo.

Gli sfiori appena il mantello, e subito senti che il flusso si ferma.

Sei stupita e confusa. E quando senti quella voce domandare alla folla chi avesse toccato il suo mantello, ti spaventi.

Vorresti sparire, ma il suo sguardo ti cerca.

Di nuovo quell’impulso ti prende e ti spinge avanti. Ti getti ai suoi piedi e senti la tua bocca pronunciare parole che non hai mai detto nemmeno a te stessa. Non descrivono la patologia del sangue, ma la tua vita. Senti che lo sguardo di quell’uomo ha il potere di tirare fuori da te la tua verità. E l’osservi mentre l’accoglie.

Lui ti prende la mano e ti solleva. Ti riconosce: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male» (Mc 5,25-34).

Subito pensi che sei già guarita, poi capisci che il tuo male non era l’emorragia.

Ora sai che sei amata.

Buona estate da amico,

Luca Lorusso




In mezzo al dramma della storia

Ti accorgi che è passata già un’ora da quando ti eri detto «ora spengo e vado a letto». Da un post di Facebook sulle fake news, sei finito nella pagina di un’Ong che opera in Siria, e da un articolo di quel sito sei passato a leggere della guerra in Sud Sudan, e della carestia che affama alcune zone della Somalia. Ti sei ricordato di un amico che l’anno scorso era stato da quelle parti e l’hai cercato tra i tuoi contatti. Il suo ultimo post era una battuta velenosa rivolta a chi si fida delle promesse dei populisti. Hai letto alcuni commenti in cui il tuo amico veniva insultato o preso in giro o elogiato.

Tutte queste situazioni di cui leggi ti mettono ansia: cosa fare davanti alla confusione, alla violenza, alla morte? E ti tornano in mente le parole del papa per la giornata delle comunicazioni sociali lette poco prima. Una frase parlava delle «persone che si lasciano condurre dalla Buona Notizia in mezzo al dramma della storia». Il dramma della storia. Della tua e di quella del mondo.

Ti aveva colpito l’idea che la buona notizia sta nel mezzo del dramma. Non prescinde, non risolve, non elimina il dramma: ci sta dentro affrontandolo da un’angolatura diversa. Ti piacciono queste parole, e ti turbano anche, perché non negano la natura brutale del male del mondo, non ne sminuiscono la portata promettendo l’aldilà, e non offrono soluzioni semplici come alcuni uomini o regimi hanno fatto in passato, e altri fanno oggi. «Questa buona notizia che è Gesù stesso non è buona perché priva di sofferenza, ma perché anche la sofferenza è vissuta in un quadro più ampio, parte […] del suo amore per il Padre e per l’umanità».

Chiudi tutto, tranne l’app della Bibbia: nel titolo del suo messaggio il papa cita Isaia 43. Lo cerchi, lo leggi e lo rileggi. La tua vita e il mondo sono come un fiume in piena, tu sei lì che tenti di attraversarlo su una barca precaria e senti la Sua voce dire: «Se dovrai attraversare le acque, sarò con te […]. Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo».

Ti metti giù, spegni anche la luce.

Luca Lorusso




AMICO: La dramma perduta


Sei sola in casa. Contemplavi le tue dieci dramme mentre era giorno e quando è scesa la sera non te ne sei accorta. Non sai nemmeno tu come hai fatto. Forse eri presa dal cruccio di dover trovare un posto sicuro in cui conservare il tuo tesoro. È buio adesso: fuori e dentro. Distingui appena i contorni delle cose che tieni con te, ma ti sei abituata a stare nella penombra.

A un certo punto senti che qualcosa, chissà come, è venuto a mancare. Prendi coscienza poco per volta, per quanto l’oscurità te lo consente, che una dramma è perduta. L’hai persa in casa, è lì con te, ma non la trovi più.

È solo grazie alla scoperta di quella mancanza che decidi di accendere un lume per osservare meglio la tua casa interiore. Sposti gli oggetti, soprattutto quelli pesanti, quelli che paiono irremovibili a un primo sguardo, una dispensa, un armadio, un divano. Prendi la scopa e spazzi. Trovi cose dimenticate. Molte le butti, altre ti possono tornare di nuovo utili.

Durante la tua ricerca inizi a percepire che non sei sola. Quella dramma perduta sta a cuore anche a Lui.

A Lui stai a cuore tu.

Forse è Lui stesso quella dramma che cerchi.

Di certo Lui cerca con te quello che hai perso dentro di te.

La tua casa è sottosopra quando ritrovi la dramma perduta. Tu sei impolverata e spettinata, ma non resisti nemmeno un momento: esci e chiami le amiche. Non puoi tenere per te la dramma ritrovata. La spendi tutta per festeggiarla donandola.

Buona ricerca, buon ritrovamento e
buon cammino di quaresima da Amico.

Luca Lorusso


Amico, marzo 2017 – leggimi qui