Le difensore. Donne di lotta e resistenza in America Latina


Sommario


Donne e ambiente. Anche a costo della vita

Donna indigena a Huancavelica, Perù. Foto Paolo Moiola.

La repressione contro chi difende l’ambiente è in aumento in ogni parte del mondo. Per le donne «difensore» la situazione è addirittura peggiore. Su di loro, infatti, si abbattono anche pesanti discriminazioni di genere. Ecco cosa succede in America Latina.

«L e minacce che ho ricevuto sono molto dure. Ti dicono “Ti stupreremo”. Questo non succede agli uomini. O ti chiamano “puttana”, cosa che non viene detta agli uomini. O ti attaccano nel tuo essere madre. A quel punto scatta un campanello d’allarme molto grave. Che dicano qualcosa a me, lo metto in conto, ma quando minacciano di far del male ai tuoi figli ha luogo un attacco molto pesante, che colpisce dove può fare più male. Queste cose agli uomini non accadono. Non attaccano la loro vita privata, i loro figli, il loro stato civile». Sono le accorate parole della filosofa e avvocata aymara Beatriz Bautista.

Difendere il territorio significa difendere la vita, come ricordano diverse organizzazioni indigene latinoamericane, ma anche rischiare di perderla: secondo l’Ong Global witness, tra il 2012 e il 2023 almeno 2.106 persone sono state uccise nel mondo perché impegnate nella difesa del pianeta. Una ogni due giorni. Dietro a questa cifra allarmante si celano numerosi altri pericoli a cui devono far fronte coloro che si impegnano nella protezione dell’ambiente e del territorio: minacce, persecuzioni e violenze sono infatti molteplici e, secondo diverse organizzazioni della società civile e organismi multilaterali come l’Alto commissionato delle Nazioni Unite per i diritti umani, sono in aumento in tutto il mondo, compresa l’Europa.

Le forme e gli attori della repressione

La repressione a cui sono soggette le persone, le comunità e i movimenti sociali che difendono i diritti ambientali assume molteplici forme, caratterizzate spesso da violenze multidimensionali. Le norme legali e amministrative che limitano le libertà di associazione, espressione e manifestazione ne sono un esempio, a cui si aggiungono la stigmatizzazione e la criminalizzazione, così come l’uso di misure di sicurezza che includono la militarizzazione dei territori e la sorveglianza massiva e selettiva.

Tra gli strumenti repressivi più evidenti vi sono poi minacce, aggressioni, violenze sessuali e crimini di lesa umanità. A queste azioni si affiancano pratiche come il blocco o il ritiro di fondi a movimenti e organizzazioni, la diffamazione tramite campagne mediatiche e sulle reti sociali e l’infiltrazione nelle comunità per frammentare il tessuto sociale.

Le azioni repressive sono promosse da attori statali e da soggetti privati, quali ad esempio gruppi paramilitari, narcotrafficanti e guardie di sicurezza. Inoltre, diverse imprese transnazionali, anche europee, sono accusate di gravi violazioni dei diritti umani e di danni ambientali su larga scala. Tuttavia, malgrado una crescente sensibilizzazione in materia e numerose denunce pubbliche, le misure globali e regionali volte a regolamentare l’operato di tali aziende procedono con eccessiva lentezza o sono poco rispettate. Come nel caso della Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), che sancisce un principio spesso ignorato: il diritto delle comunità indigene a un consenso libero, previo e informato in caso di iniziative che interessino il loro territorio. Inoltre, il progressivo riconoscimento dell’impatto del cambiamento climatico in corso e dell’urgenza di promuovere economie «verdi» e abbandonare i combustili fossili a favore di una transizione energetica non si è tradotto finora in un freno per le politiche estrattiviste. Il crescente sfruttamento delle risorse naturali prosegue infatti senza sosta, generando conflitti in numerose regioni del mondo, spesso a scapito delle comunità locali e indigene: se nel 2019 l’Atlante di giustizia ambientale («Environmental justice atlas» con il quale Missioni Consolata ha un rapporto consolidato, ndr) registrava 2.688 casi di conflitti socio ambientali, oggi questi sono 4.171, con un incremento del 55% in appena 5 anni.

Donna indigena vende biglietti della lotteria in una piazza di Quito, Ecuador. Foto Paolo Moiola.

Politiche estrattiviste e donne

Le conseguenze delle politiche estrattiviste non sono neutre dal punto di vista di genere. L’inquinamento ambientale, l’accaparramento di terre e le deforestazioni si traducono nella perdita dei mezzi di sussistenza per molte donne che, tradizionalmente, si dedicavano all’agricoltura e alla cura dell’acqua e dei boschi per garantire la sicurezza alimentare delle proprie famiglie. Come segnala Lina (nome di fantasia), una difensora nicaraguense attualmente esiliata in Costa Rica, «Tutte viviamo della semina. Se non abbiamo la terra, dove possiamo seminare? Il nostro sudore ci procura la sopravvivenza, ci procura da mangiare. ma senza terra, come possiamo farlo? Non possiamo andare a lavorare in ufficio, lì chiedono solo titoli di studio che non abbiamo». L’impoverimento delle comunità, che perdono progressivamente l’accesso ai propri mezzi di sussistenza e vedono stravolta la propria economia, si traduce in un peggioramento delle condizioni di vita complessive. Questo comporta la migrazione di parte degli abitanti, nuove esigenze di cura dei membri più deboli delle famiglie e delle comunità, e rinnovati sforzi per garantire la sopravvivenza del gruppo. Tali carichi ricadono principalmente sulle donne, che si trovano a vivere in contesti di radicato maschilismo, in cui le tensioni sociali prodotte dall’occupazione del territorio comportano spesso un incremento della violenza basata sul genere. Inoltre, ai danni fisici generati dall’inquinamento delle industrie estrattive, delle miniere illegali e delle monocolture, si aggiungono l’impatto emotivo e la sofferenza generati dalla rottura dei processi organizzativo-comunitari e famigliari, la violenza contro la spiritualità delle donne (spesso basata su un rapporto privilegiato con il proprio ambiente circostante) e la violenza contro il loro corpo-territorio.

Per tali ragioni, molte attiviste, oggi riconosciute come «difensore», ritengono di non avere altra scelta se non prendere posizione.

La scelta obbligata e i sogni rimandati

Sorrisi di donna sul Rio Putumayo, nei pressi della triplice frontiera Colombia-Ecuador-Perù. Foto Paolo Moiola.

«Siamo obbligati a vivere in resistenza», spiega Marysol García Apagueño, difensora peruviana.

Una scelta che, come ricorda la filosofa e avvocata aymara Beatriz Bautista, «bisognerebbe assumere perché esiste un pianeta e tutti dovremmo esserne difensori. E non solo le persone che vivono qui o che hanno studiato. Questa dovrebbe essere una responsabilità di tutti gli esseri umani che abitano il pianeta».

Una scelta, tuttavia, che ha un costo elevato, come puntualizza la coordinatrice di Contiopac (Coordinadora nacional de defensa de territorios indígenas originarios campesinos y áreas protegidas de Bolivia) Ruth Alipaz Cuqui: «Io sogno di ritornare a una vita in cui non sono difensora. Questo ti fa rimandare i tuoi sogni. Avevo molti altri progetti per la mia vita, cose che desideravo fare, e ho dovuto metterli da parte e rimandarli perché la difesa del territorio è diventata una priorità. E questo ti impoverisce economicamente perché non puoi lavorare, e se lavori devi usare il tuo lavoro per la lotta e la difesa del territorio».

Essere una donna difensora espone, inoltre, a rischi specifici e differenziati rispetto a quelli affrontati dai difensori, perché le violenze a cui sono soggette complessivamente le persone difensore si intrecciano con le discriminazioni di genere. Nelle società in cui viviamo, infatti, le donne che occupano lo spazio pubblico – tradizionalmente maschile – per protestare, mobilitare altri soggetti, organizzare una resistenza, trasgrediscono il proprio mandato di genere e, per tale ragione, sono doppiamente colpevoli: colpevoli di protestare e colpevoli di farlo abbandonando la posizione subordinata e protetta all’interno del sistema di status previsto dal patriarcato. Questo le espone quindi alla violenza, che ha una funzione non solo punitiva ma anche correttiva, e in quanto tale ha sfumature specifiche.

Per tale ragione, Alianza por la solidaridad, una organizzazione non governativa spagnola (membro di ActionAid), ha pubblicato nella scorsa primavera un rapporto che rende visibili i tipi specifici di violenza affrontati dalle difensore del territorio e dell’ambiente a causa del proprio impegno. Il rapporto Mujeres defensoras: voces que no se silencian (Donne difensore: voci che non tacciono) si concentra su quattro Paesi dell’America Latina -Bolivia, Guatemala, Nicaragua e Perù – attraverso le voci di ventuno difensore, «mette in evidenza, da una prospettiva di genere e intersezionale, come secoli di patriarcato, colonialismo, discriminazione e razzismo convergano nella repressione e, di conseguenza, nella violazione sistematica, e per lo più invisibilizzata, dei diritti».

Le donne intervistate nel rapporto appartengono principalmente a popoli indigeni o afrodiscedenti, hanno dai 22 ai 70 anni e livelli educativi e professioni molto diversi: sono ingegnere, pescatrici, avvocate, contadine, sindacaliste, interpreti, dirigenti indigene, infermiere o, più semplicemente, abitanti di luoghi interessati da politiche estrattiviste. Inoltre, partecipano tutte a processi collettivi di resistenza, giacché anche se il discorso sulle persone difensore tende a concentrarsi maggiormente sugli individui piuttosto che sulle lotte collettive, le loro rivendicazioni sono spesso prodotto di azioni comunitarie destinate a proteggere i diritti di tutte e tutti.

Quella è «una poco di buono»

La testimonianza di Beatriz Bautista mette in luce alcune delle tattiche utilizzate per indurre al silenzio le donne difensore, tattiche che diversi studi in materia hanno qualificato come «guerre», poiché non sono mai utilizzate in modo isolato, ma fanno parte di un insieme coordinato di azioni volto a smobilitare, intimidire e zittire qualsiasi resistenza. Le «guerre» a cui si fa riferimento non si limitano alla dimensione fisica, ma comprendono anche dimensioni psicologiche, sociali, giuridiche ed economiche, e il rapporto di Alianza por la solidaridad ne identifica cinque principali.

Donna indigena a Huancavelica, Perù, durante un corso organizzato da una Ong. Foto Paolo Moiola.

Una delle più evidenti è la «guerra d’immagine», che implica l’uso di diffamazioni e calunnie per screditare le difensore davanti alle loro comunità e ai propri alleati. Attraverso i media, le reti sociali e i pettegolezzi, si insinuano dubbi sulla loro legittimità come attiviste e come donne, attaccando non solo la loro attività pubblica, ma anche la loro vita privata. Questi attacchi spesso includono commenti sui loro ruoli come madri, mogli o sulla loro moralità sessuale, utilizzando frasi come «è una cattiva madre» o «esce solo perché è una poco di buono». Queste narrazioni non cercano solo di compromettere la loro immagine pubblica, ma anche di generare sfiducia all’interno delle loro comunità, indebolendo il tessuto sociale e la loro lotta collettiva.

La «guerra giuridica» è un altro potente strumento utilizzato per frenare il loro attivismo. Può dispiegarsi attraverso macchinazione giudiziarie e denunce pretestuose contro le difensore o membri delle loro famiglie, arresti arbitrari e la creazione di leggi che limitano la difesa dei diritti. In molti casi, il sistema giudiziario viene utilizzato come un’arma per criminalizzare le difensore, sottoponendole a persecuzioni legali che paralizzano il loro lavoro e generano paura e incertezza, mentre, parallelamente, in caso di aggressioni contro le attiviste, si registra una paralisi diffusa del sistema giudiziario e una conseguente impunità, aggravata dal fatto che l’accesso alla giustizia è storicamente limitato per le donne a causa della discriminazione di genere imperante.

Un’altra strategia è la «guerra sporca», che comprende le forme più brutali di violenza, come l’omicidio, le minacce di morte, la violenza sessuale, le sparizioni forzate e gli sfollamenti coatti. Sebbene gli omicidi siano più comuni tra i difensori uomini, le donne difensore subiscono spesso violenze basate sul genere, come stupri, minacce di aggressione sessuale e attacchi diretti ai loro figli e figlie. Queste aggressioni mirano a demoralizzarle e costringerle ad abbandonare la loro lotta.

La «guerra psicologica» si riferisce alle azioni volte a generare logoramento emotivo e isolamento, per allontanare le attiviste dalla difesa dei diritti. Gli attacchi e le intimidazioni, infatti vanno a colpire di solito non solo le difensore ma anche i famigliari e le persone vicine, compromettendo una loro stabilità emotiva spesso già provata dal vivere in contesti altamente violenti e repressivi, come evidenzia la testimonianza della difensora maya q’eqchi’ María Choc: «Purtroppo è così che viviamo, e questo crea traumi… E poi iniziano le malattie, che hanno anche un costo, giusto? Quindi, quando non hai un lavoro, ma hai bisogno di andare dal medico, e il medico ti dice: “Bisogna controllare le emozioni”. Certo, bisogna controllare le emozioni, ma se viviamo in un paese pieno di violenza, dove siamo perseguitate, e quella routine si ripete giorno dopo giorno, allora è proprio lì che si sente di più il colpo, giusto? A volte ci si chiede: “Perché mi sono messa in queste situazioni?”. [E altri dicono:] “Perché stai vivendo una solitudine così triste, che colpisce costantemente le tue emozioni e poi ti ammali?”».

Infine, la «guerra economica» mira ad attaccare i mezzi di sussistenza delle difensore. Attraverso blocchi finanziari, tagli ai fondi internazionali di supporto a chi difende i diritti umani o la confisca di proprietà, si cerca di privarle delle risorse necessarie per continuare il proprio lavoro. Nel caso delle donne che difendono la terra, la spoliazione dei territori rappresenta la perdita della loro fonte di vita e sostentamento, e colpisce in modo sproporzionato le donne indigene e contadine, che già sono costrette a scontrarsi con barriere economiche storiche.

Un’anziana signora a Iquitos, Perù. Foto Paolo Moiola.

Una strategia multidimensionale

Le difensore dell’ambiente e del territorio non affrontano quindi solo attacchi fisici o verbali, ma sono bersaglio di una strategia multidimensionale che include la diffamazione, l’uso della giustizia come strumento di repressione, la violenza fisica e psicologica, e il blocco delle risorse.

Tali strategie mirano non solo a silenziarle, ma anche a distruggere il tessuto sociale che esse proteggono. Tuttavia, nonostante queste aggressioni, molte continuano a lottare per la giustizia, sostenute dalla solidarietà e dalla sorellanza di altre donne, consapevoli che il loro attivismo è cruciale per il futuro delle loro comunità e del pianeta giacché, come ricorda Atenea (nome di fantasia), difensora nicaraguense: «Se io mollo, lascio in eredità questo problema alle future generazioni. E non sono attrezzate. Io non posso lasciar loro un compito che oggi spetta a me. Loro avranno i loro compiti, più avanti, quando sarà il momento di assumersi o meno le proprie responsabilità. Perché qui si tratta di decidere di volerlo fare».

Anna Avidano e Francesca Nugnes

Teresa conduce un’imbarcazione sul Rio Putumayo a Puerto Leguizamo, Colombia. Foto Paolo Moiola.

Accade in Perù. Machismo, razzismo, esclusione

Lo Stato centrale opera ancora secondo una mentalità coloniale che favorisce le multinazionali e le attività illegali. Ai popoli indigeni rimangono i disastri e le accuse.

«Per 500 anni, la resistenza è stata nelle mani degli uomini e non si è ottenuto nulla. Vediamo se noi donne ci mettiamo di più o di meno, ma devono darci l’opportunità di provare cosa possiamo realizzare, perché stiamo già dimostrando che contribuiamo attivamente alla difesa del territorio e allo sviluppo della nostra comunità», afferma Marisol García Apagueño, presidente della Federazione dei popoli indigeni Kechwa di Chazuta Amazonas (Fepikecha).

Le vere cause della devastazione

L’Amazzonia peruviana copre il 61% del territorio nazionale e comprende il 94% dei suoi boschi, rappresentando un polmone verde fondamentale per il Paese e il pianeta. Tuttavia, tra il 2000 e il 2021, il Perù ha perso 27.746 chilometri quadrati di foresta (più dei territori di Abruzzo, Marche e Molise messi insieme).

Le cause principali di questa devastazione sono l’espansione agricola, le attività minerarie (legali e illegali) e la coltivazione di sostanze stupefacenti.

Il governo peruviano ritiene che l’agricoltura su piccola scala sia il principale motore della deforestazione in Amazzonia, ma recenti studi dell’Enviromental investigation agency (Eia) e della Coordinadora nacional de derechos humanos peruviana denunciano come siano piuttosto l’espansione dell’agrobusiness (in particolare, delle monocolture di palma da olio e cacao) e dell’industria mineraria (stimolata dalla domanda globale di rame e altri minerali necessari per la transizione energetica verso fonti rinnovabili) a causare profondi impatti ambientali e trasformazioni sociali sul territorio.

Le attività estrattive si intrecciano poi con le economie illegali: l’Organismo di supervisione delle risorse forestali peruviane segnala che, nel 2021, oltre il 20% del legname estratto in Perù aveva un’origine illecita e la deforestazione è strettamente legata all’estrattivismo minerario illegale e alla produzione e al traffico di sostanze stupefacenti, due attività con un forte impatto sull’economia locale. Nel 2024, la Unidad de inteligencia financiera ha stimato che le economie illegali in Perù generano oltre 33 miliardi di dollari, quasi la metà del bilancio nazionale.

Secondo la Eia, la distruzione della regione sarebbe conseguenza della mentalità coloniale di una parte dello stato peruviano, che continua a considerare l’Amazzonia come «un territorio vuoto da colonizzare e da cui estrarre ricchezza, mentre si puniscono le popolazioni che si oppongono a tale processo».

Colta di sorpresa sul Rio Putumayo, frontiera Colombia-Ecuador-Perù.. Foto Paolo Moiola.

I migliori custodi del territorio

Recenti studi, come il rapporto di MapBiomas Amazonía, dimostrano che le popolazioni indigene sono le migliori custodi del territorio regionale: del totale degli ecosistemi distrutti nell’area, appena il 4% faceva parte di territori indigeni formalmente riconosciuti.

Tuttavia, le comunità indigene continuano a incontrare significative difficoltà nel consolidare il riconoscimento giuridico dei propri territori a causa di ostacoli legali, politici e burocratici. Inoltre, la loro strenua difesa del territorio le pone nel mirino di diversi attori, legati alle economie legali e illegali, interessati alle ricchezze dell’Amazzonia: anche se nella regione risiede appena il 9% della popolazione peruviana, 20 delle 22 persone difensore assassinate in Perù tra il 2020 e il 2022 vivevano in Amazzonia, dove si registra – inoltre – il 25% del totale delle aggressioni contro difensore e difensori denunciate a livello nazionale.

Razzismo strutturale e impunità

Giovane indigena peruviana. Foto Paolo Moiola.

Nelle comunità indigene dell’Amazzonia, lo Stato centrale è poco presente. Alcune delle difensore intervistate da Alianza por la solidaridad per il rapporto, Mujeres defensoras: voces que no se silencian lamentano che «nella maggior parte delle comunità i servizi di salute ed educazione sono scarsi» poiché, come indica la leader ashánika Magaly Peréz Mendoza, «lo Stato non ci ha mai dato la priorità».

Secondo la presidente della Federazione dei popoli indigeni Kichwa di Chazuta Amazonas, Marisol García Apagueño, questa situazione è il prodotto del retaggio coloniale, che oggi si traduce in un doppio discorso secondo cui le comunità indigene sono le responsabili della devastazione dell’Amazzonia mentre le multinazionali aiuterebbero a proteggere il pianeta: «Limitano l’uso delle nostre pratiche ancestrali, non vogliono che coltiviamo i nostri appezzamenti tradizionali perché dicono che inquinano, ci chiamano “deforestatori”, mentre parallelamente accolgono le richieste delle multinazionali per proiettare una falsa immagine verde nella società attraverso la vendita di crediti di carbonio».

Nel caso di aggressioni contro le difensore, il livello di impunità è molto alto, come testimonia nuovamente Marisol: «Anche se denunciamo, se chiediamo misure di protezione, non c’è alcuna risposta. E quelli che ci minacciano contano proprio su questo. Ci prendono anche in giro: “Denuncia quel che vuoi, tanto non mi succederà niente”. Le denunce e le minacce si accumulano, ma lo Stato non risponde, e noi continuiamo a non avere giustizia».

E lo stesso avviene anche nel caso della presenza di gruppi illegali sul territorio: «Qui a Ucayali siamo invasi dai narcotrafficanti. Ci sono aeroporti clandestini e lo Stato lo sa, lo sanno tutti, ma nessuno fa niente, nessuno. E chi ci rimette? Qui ci viviamo noi», segnala Magaly.

Il senso di abbandono da parte dello Stato è forte, perché, come sottolinea nuovamente la leader ashánika: «A volte lo stesso Stato non adempie ai suoi doveri nei nostri confronti», né per garantire la protezione delle comunità indigene, né contro il narcotraffico, né nel rispetto delle leggi che proprio lo stesso Stato ha stabilito: «Abbiamo la legge sulla consultazione previa, ma è solo una facciata, perché nemmeno loro la rispettano. È vero che noi, come leader, lottiamo, agiamo, e veniamo uccisi per difendere… Noi diciamo: non ci uccidono per il narcotraffico, ci uccidono a causa della difesa del nostro territorio, mentre lo Stato non ci offre protezione né garantisce la nostra vita», chiosa Magaly.

Anche dalla propria comunità

In attesa di visita medica a Huancavelica, Perù. Foto Paolo Moiola.

Le minacce alle comunità indigene amazzoniche provengono per lo più da attori esterni al territorio, ma le difensore devono combattere anche contro una profonda discriminazione di genere a livello locale.

Danitza Cenepo, una giovane difensora kichwa, racconta che «molte volte gli uomini non mi lasciavano partecipare nell’organizzazione comunitaria per il fatto di essere donna. Non mi lasciavano andare alle riunioni e mi dicevano: “Ci va un altro Apu [autorità locale, ndr] maschio. Tu che ci fai qui? Occupati della segreteria”».

I tentativi di esclusione si intrecciano con un allarmante fenomeno di violenza basata sul genere, come denuncia la difensora awajún Yanua Atamain: «Una volta le donne erano considerate sacre, meritavano rispetto e tutto il resto… Però oggi i valori sono andati completamente perduti, al punto che, se una donna alza la voce, è facile zittirla. E, se necessario, persino ucciderla, pur di farla tacere».

Combattere per l’equità di genere

Questa situazione preoccupa fortemente le difensore, che ricordano che non è possibile portare avanti la difesa del territorio senza combattere parallelamente per l’equità di genere: «Il territorio è fondamentale per la nostra vita, per la nostra sussistenza e per le generazioni future. Ma cosa fai con un territorio pieno di persone, di donne, che sono sistematicamente uccise? Ha una sostenibilità per il futuro? Non credo. Anche questo fa parte del buen vivir di cui si parla tanto», sottolinea Yanua. E Marisol rivendica il ruolo fondamentale che possono giocare le donne nella difesa del territorio amazzonico: «Qui non abbiamo il diritto di essere autorità o presidenti. In molte occasioni, a quelle che sono riuscite a diventare Apu è stato proibito di indossare la corona o il bastone, e solo chi porta la corona è considerato un’autorità. Tuttavia, anche senza corona o bastone possiamo governare».

Per questo, le difensore dell’Amazzonia si sono organizzate in reti locali per sostenersi reciprocamente e per lottare insieme per l’equità di genere nella regione, consapevoli che quello che stanno ottenendo oggi potrà avere un impatto su tutte, e che la loro stessa lotta si inserisce nel solco aperto da altre donne: «Ciò che conquisto come donna non servirà solo a me, ma a tutte le donne. Sto percorrendo un cammino che altre donne hanno già tracciato, affrontando grandi lotte. Raccogliamo i frutti di quelle donne che hanno fatto il primo passo nelle battaglie per il riconoscimento e la partecipazione femminile», ricorda Marisol.

Anna Avidano e Francesca Nugnes

Donne indigene a Huancavelica, Perù. Foto Paolo Moiola.

Amazzonia peruviana. I popoli indigeni

Il popolo Ashaninka è il gruppo indigeno demograficamente più importante dell’Amazzonia peruviana. È composto da circa 118mila persone che abitano 675 comunità, concentrate principalmente nei dipartimenti di Junín, Ucayali, Pasco, Cusco, Huánuco e Ayacucho. Il 40% di queste non è riconosciuta come «nativa» e, quindi, non può accedere al processo di titolazione (cioè di attribuzione dei titoli di proprietà) del proprio territorio. A livello nazionale, altre 55.493 persone si identificano come Ashaninka.

 

Il popolo Awajún è composto da circa 70.500 persone che abitano 488 comunità, concentrate nei dipartimenti di Loreto, Amazonas, San Martín, Cajamarca e Ucayali. Il 50% di tali comunità non è riconosciuta come «nativa» e non può, pertanto, ottenere la titolazione del proprio territorio. A livello nazionale, altre 38mila persone si identificano come Awajún.

 

Il popolo Kichwa abita diverse zone dell’Amazzonia ecuadoriana e peruviana. In Perù, la popolazione, di circa 82mila persone, risiede in 498 comunità concentrate principalmente nei dipartimenti di San Martín, Loreto e Madre de Dios. Il 25% di tali comunità non è riconosciuta come «nativa» e non può, quindi, accedere al processo di titolazione del proprio territorio.

A.A. – F.N.

Fonte: Base de datos de pueblos indígenas u originarios dello stato peruviano.

Donna indigena nell’interno del Perù. Foto Paolo Moiola.

Terre indigene. Riconoscimento arduo

In Perù, la titolazione delle terre delle comunità indigene rappresenta il riconoscimento di un diritto preesistente, dal momento che queste popolazioni abitano i loro territori da tempi ancestrali. Si tratta però di un processo complesso, perché si basa su diversi meccanismi legislativi soggetti a continue riforme, costoso ed estremamente lento: di fatto, per le comunità indigene l’iter di approvazione può durare oltre 20 anni. Questa situazione genera incertezza giuridica nei Territori indigeni non riconosciuti ufficialmente – quasi il 30% del totale – e facilita l’ingresso di attori legati ad attività illecite e l’imposizione di attività estrattive da parte del governo senza rispettare i meccanismi di consultazione previa previsti dalla Convenzione 169 dell’Ilo. Quando coinvolgono le terre indigene, le concessioni estrattive e altre forme di gestione del territorio riconosciute dallo Stato generano conflitti che spesso bloccano il processo di titolazione.

Come sottolineato da Michel Forst, ex relatore speciale delle Nazioni Unite per le persone difensore, queste difficoltà sono tra le principali cause dei conflitti socio ambientali in Perù. I tempi lunghi del processo di titolazione, inoltre, favoriscono spesso le grandi aziende che ottengono il diritto a operare nei territori in poco tempo, a scapito dei diritti delle comunità indigene.

A.A. – F.N.

Donna di Iquitos, Perù. Foto Paolo Moiola.

Accade In Nicaragua. Zittite (e in esilio)

 

«Volevano distruggerci, ma non ci siamo fermate», afferma Atenea, difensora della costa caraibica del Paese centroamericano. Tuttavia, in molte sono state costrette all’esilio.

In Nicaragua, le donne che difendono i diritti umani e la terra affrontano sfide enormi in un contesto di violenza sistematica e patriarcale. Se sono indigene e afrodiscendenti, il razzismo e la discriminazione rendono ancora più complessa la loro condizione.

Negli ultimi anni, la situazione dei diritti umani nel Paese centroamericano è peggiorata drasticamente. Sebbene ci fossero già numerose avvisaglie, il mese di aprile del 2018 ha segnato un punto di svolta: a partire dalla brutale repressione con cui il governo di Daniel Ortega ha frenato le proteste contro la riforma del sistema di previdenza sociale, si è assistito a una progressiva chiusura di tutti gli spazi civici e democratici, che ha provocato l’esodo di migliaia di persone. Secondo Human rights watch, tra il 2018 ed il 2022, più di 260mila persone, circa il 4% della popolazione, sono fuggite dal Paese.

A gennaio 2022, Ortega ha iniziato il suo quarto mandato presidenziale consecutivo, introducendo ulteriori misure repressive, tra cui la chiusura massiccia delle organizzazioni della società civile e della Chiesa cattolica, con particolare accanimento verso le associazioni di donne e quelle femministe, i media e le università, e una persecuzione sempre più capillare all’opposizione, compreso il settore religioso. Le persone che difendono i diritti umani sono bersaglio di minacce, omicidi, arresti forzati, violenze sessuali, femminicidi, torture e altre gravi forme di violenza.

Indigene e afrodiscendenti senza difesa

Donna indigena peruviana colta mentre fila. Foto Paolo Moiola.

Le aggressioni contro le donne difensore in Nicaragua sono aumentate drasticamente nel 2024. Secondo l’Iniciativa mesoamericana (Im-Defensoras), nei primi sette mesi del 2024 sono stati registrati 1.534 attacchi, quasi il doppio di quelli registrati nello stesso periodo del 2023.

Secondo la Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (Cepal) delle Nazione Unite, la crisi politica, sociale e dei diritti umani che scuote il Nicaragua contribuisce a esacerbare la povertà e le diseguaglianze, colpendo soprattutto le popolazioni indigene e afrodiscendenti.

Questo è ciò che sta accadendo nella regione della Costa Caribe. Le donne indigene e afrodiscendenti che difendono la loro terra si trovano a dover affrontare aggressioni da parte di coloni armati (colonos, individui o gruppi provenienti da altre regioni del paese) che invadono i loro territori, all’interno di una complessa rete di violenze strutturali alimentate da un modello politico economico centralizzato ed estrattivista. Queste violenze risalgono a ben prima del 2018 e si verificano su terre ricche di risorse naturali, sottratte alle popolazioni locali, dove il razzismo e la discriminazione si intrecciano con un profondo abbandono statale e una crescente presenza di imprese e gruppi che si spartiscono le ricchezze.

La testimonianza di alcune di queste donne è inclusa nel già citato rapporto Mujeres defensoras: voces que no se silencian. Alcune continuano a resistere rimanendo in Nicaragua, mentre la maggior parte è stata costretta all’esilio in Costa Rica. Per ragioni di sicurezza, molte preferiscono usare pseudonimi.

L’autonomia rimane sulla carta

La Costa caraibica (Costa Caribe) è situata lungo la costa orientale del Nicaragua, copre quasi la metà del territorio nazionale ed è suddivisa in due regioni: la Regione autonoma della Costa Caribe Nord (Raccn) e la Regione autonoma della Costa Caribe Sud (Raccs). Questa zona è abitata principalmente da popolazioni indigene e afrodiscendenti che denunciano come il razzismo strutturale perpetui l’emarginazione economica e sociale. «Ci trattano come cittadini di seconda classe, negandoci i nostri diritti fondamentali», spiega una delle difensore intervistate.

Le popolazioni indigene e afrodiscendenti hanno storicamente rivendicato il diritto all’autonomia. Dopo una faticosa lotta, che si è intrecciata anche con il conflitto tra il governo sandinista e i gruppi armati «controrivoluzionari», nel 1987 è stato promulgato lo Statuto di autonomia delle regioni della Costa Caribe, che sancisce il diritto alla gestione e protezione delle terre ancestrali da parte delle comunità locali. Tuttavia, il processo di «demarcazione territoriale», che discende dallo Statuto, ossia l’iter di riconoscimento e delimitazione formale dei territori di queste popolazioni, ha subito gravi ritardi, e le comunità si trovano da anni di fronte alle azioni di colonos che, con la complicità dello Stato, invadono le loro terre causando sfollamenti forzati, degrado ambientale e conflitti territoriali.

Militari e violenze sessuali

Attualmente, la presenza dello Stato in questa regione è soprattutto militare, con conseguenze nefaste. Una difensora intervistata ha denunciato come gli episodi di violenze sessuali siano sempre più comuni: «Una bambina è stata violentata da diversi membri dell’esercito. I leader locali lo hanno denunciato, ma la polizia ha minacciato il coordinatore che ha tentato di rendere pubblico il crimine». Il caso è rimasto impunito, evidenziando un modello di corruzione e protezione degli aggressori. «Ci sono state molte altre ragazze di 13 e 15 anni rimaste incinte per colpa dei militari», ha aggiunto la difensora.

Donna indigena a Huancavelica, Perù. Foto Paolo Moiola.

Senza consenso previo

Le risorse naturali della Costa Caribe sono state sistematicamente sfruttate senza il «consenso libero, previo e informato» delle popolazioni indigene: «Questi progetti non solo distruggono l’ambiente, ma negano alle nostre comunità il diritto di decidere del proprio futuro», denuncia una difensora.

Secondo dati dell’Ong Fundación del Río, il 23% del territorio nazionale è stato dato in concessione a compagnie minerarie internazionali, che sfruttano principalmente minerali come oro e argento.

La strategia statale mira a smobilitare le forme di resistenza comunitaria. «Le donne sono costrette a fuggire perché non c’è lavoro, non c’è cibo, e la violenza è ovunque», afferma Miriam. «Hanno ucciso i nostri leader e perseguitato, sequestrato le persone. Molte donne indigene sono state anche violentate. Per questo motivo abbiamo deciso di lasciare le nostre comunità. Mentre le grandi concessionarie stanno sfruttando le nostre terre», ricorda Mama Tara, leader esiliata.

Di tutto per silenziarle

Avvocata del popolo rama in esilio, Becky Mc Cray ha raccontato come le autorità nicaraguensi abbiano istituito una rete di sorveglianza che colpisce le difensore e le loro famiglie: «Noi siamo sorvegliate costantemente. Non solo nelle nostre attività, ma anche nelle nostre case, nelle nostre vite private». Atenea, un’altra difensora intervistata, spiega: «Non posso parlare liberamente nemmeno al telefono. Sappiamo che ci stanno ascoltando e monitorando a ogni passo». E aggiunge Miriam: «Ci dicono che ci violenteranno, ci chiamano puttane…».

Un altro tipo di violenza diffusa è la criminalizzazione, attraverso accuse legali infondate. Atenea spiega: «Noi siamo criminalizzate semplicemente per alzare la voce in difesa dei nostri diritti». Questi processi giudiziari mirano a prosciugare le loro risorse. «Ci tagliano i mezzi di sussistenza, ci sfrattano dalle nostre terre… tutto per silenziare la nostra lotta», aggiunge Minerva.

L’esilio forzato tra invisibilità e inutilità

La maggior parte delle donne intervistate si trova in esilio, dove affronta nuove forme di violenza. «Siamo costrette a lavorare in condizioni che nessuno accetterebbe, solo perché siamo rifugiate e non abbiamo scelta», afferma una delle intervistate. La povertà e la mancanza di un supporto istituzionale incidono pesantemente sul loro benessere fisico e mentale: «Non ho accesso a cure mediche adeguate. Quando mio figlio si ammala, non posso permettermi di pagare i medicinali», racconta un’altra difensora.

Altro aspetto cruciale è la discriminazione che affrontano in quanto donne e migranti: «Ci trattano come criminali, solo perché siamo nicaraguensi», racconta Miriam. Costrette a lasciare le loro reti familiari e comunitarie, si trovano in un nuovo paese senza il supporto né il riconoscimento che avevano: «In Nicaragua ero una leader, le persone si affidavano a me. Qui, invece, mi sento invisibile», confessa una difensora. «A volte mi sento inutile, come se avessi abbandonato le persone per cui combattevo», confida un’altra.

Nonostante si trovino fuori dal Nicaragua, molte di loro sono ancora sorvegliate e minacciate. Continuano però a resistere, mantenendo viva la speranza di un futuro migliore.

«Tutta questa situazione per me è stata molto difficile, dolorosa, ma soprattutto rischiosa. Tuttavia, la convinzione che ho come donna, madre e leader indigena, così come l’impegno che sento verso il mio popolo e verso gli altri popoli indigeni, è stata la mia forza per andare avanti e non perdere la speranza di continuare a resistere, perché in fin dei conti, se non noi: chi? Inoltre, perché è un processo continuo e di transizione verso le nuove generazioni», è la sintesi dell’imperativo morale di Becky Mc Cray. In Costa Rica, infatti, le donne nicaraguensi hanno trovato nuovi modi per continuare la loro lotta.

Uno degli esempi è il collettivo Voz de la resistencia de los pueblos originarios de la nación Moskitia attraverso cui denunciano le violenze subite dai loro popoli in Nicaragua, nonostante il pericolo anche fuori dai confini nazionali: «Ci siamo organizzate nel momento in cui siamo arrivate in Costa Rica. Abbiamo creato una rete per denunciare le persecuzioni e gli omicidi dei nostri leader», raccontano.

Queste donne assumono anche un ruolo fondamentale di appoggio, supplendo all’assenza dello Stato: «Andiamo di casa in casa cercando i bambini che non vanno a scuola per vedere come fornire loro l’uniforme (in Costa Rica hanno espulso bambini e bambine rifugiate dalle scuole per non avere l’uniforme, ndr), abbiamo raccolto dati e ottenuto aiuti per le uniformi. La maggior parte delle donne indigene non parla spagnolo. Quando i bambini vengono espulsi dalle classi, cerchiamo di intercedere, e lo facciamo anche per il lavoro, poiché, non parlando la lingua, non vengono assunte. Lo stesso accade con l’ufficio immigrazione: dato che non sanno leggere, i loro documenti vengono respinti», aggiungono.

Resistere per sperare

Anche in Nicaragua, la resistenza continua in maniera clandestina. Atenea ricorda: «Ci hanno accusato di crimini inesistenti, solo perché siamo donne e volevamo proteggere i nostri diritti territoriali. Volevano distruggerci, ma non ci siamo fermate». Nonostante la repressione, queste donne trovano modi per continuare a sostenere le loro comunità, diffondendo informazioni, organizzando aiuti umanitari e sfidando il governo attraverso piccoli atti di disobbedienza.

Sia dentro che fuori dal Nicaragua, la loro resistenza è un simbolo di speranza. «Se moriamo, che i nostri figli e nipoti continuino a difendere i nostri diritti», dice Mama Tara, una delle leader in esilio.

Anna Avidano e Francesca Nugnes

Donna indigena nella propria abitazione in un barrio di Iquitos, Perù. Foto Paolo Moiola.

Nicaragua, popoli indigeni e colonos

Il Nicaragua ha una popolazione di circa 7,05 milioni di persone. Una parte significativa di questa appartiene a gruppi indigeni e afrodiscendenti, concentrati principalmente nelle regioni autonome della Costa Caribe. Tra i principali popoli indigeni di questa zona, i Miskito costituiscono il gruppo più numeroso, con una popolazione stimata tra 150mila e 200mila persone, residenti per lo più nella Costa Caribe Nord (Raccn) e nelle aree di confine con l’Honduras. I Mayagna, con circa 27mila persone, vivono nelle aree remote della stessa regione e nella riserva di Bosawás. I Rama, con circa 2mila persone, si concetrano lungo la costa e nell’isola di Rama Cay. Per quanto riguarda la popolazione afrodiscendente: i Creole contano circa 43mila persone, concentrate principalmente nella Costa Caribe Sud (Raccs), in città come Bluefields; i Garífuna, con una popolazione di circa 2.500 persone, vivono in comunità come Orinoco e in altre zone del Sud della Costa Caribe.

L’arrivo dei «colonos»

L’invasione di coloni armati nella Costa Caribe risponde a interessi economici che stanno causando una crescente pressione sui territori ancestrali.

Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr), nei processi di invasione omicidi e attacchi armati contro le popolazioni locali sono ormai «abituali». La Commissione interamericana dei diritti umani (Iachr) ha documentato episodi di distruzione deliberata dei mezzi di sussistenza delle comunità, inclusi risorse naturali, mezzi di trasporto, bestiame e foreste.

Queste invasioni non solo minacciano gravemente il diritto alla vita e all’integrità fisica delle comunità indigene della Costa Caribe, costringendo molte persone ad abbandonare le proprie case, ma compromettono anche il territorio. Secondo Global forest watch, tra il 2002 e il 2021 il Nicaragua ha perso l’11% della sua copertura arborea e il 28% delle sue foreste primarie umide; un tasso di deforestazione tra i più alti dell’America centrale.

A.A. – F.N.

Fonti: Iwgia, Indigenous people in Nicaragua; Minority rights group.

 

 




Dieci anni di sogni e sognatori


È un giovane vicariato posto in una regione amazzonica tanto affascinante quanto difficile. In queste pagine, mons. Joaquín Humberto Pinzón Güiza, il vescovo che lo guida, ne ricorda il decennale (2013-2023) della nascita.

Puerto Leguízamo. Ricordare è qualcosa di essenziale nella vita umana. La memoria è alla base della nostra identità e del rapporto con il mondo in cui viviamo. È la mappa dei nostri ricordi che ci dice chi siamo e dove siamo. Basta, infatti, un blackout della memoria per perdere la nozione di noi stessi, del mondo e del nostro posto in esso, come succede a volte alle persone anziane.

Questo febbraio celebriamo i dieci anni (febbraio 2013 – febbraio 2023) di vita e storia del vicariato apostolico di Puerto Leguízamo-Solano. E, quando parliamo di celebrare, ci riferiamo a quel «ri-cordare» che, etimologicamente, significa riportare al cuore il sognato, il vissuto, ciò che abbiamo raccolto («cor-cordis», cuore, il muscolo che dagli antichi era ritenuto sede della memoria). Anche se pare ridondante ripassare attraverso il cuore ciò che dal cuore è uscito e ciò che è stato fatto mettendoci il cuore, è così che possiamo contemplare ciò che abbiamo vissuto in questi dieci anni di storia, sfide e opportunità.

Un buon punto di partenza per la commemorazione del nostro vicariato è il ricordo delle persone che hanno sognato questa Chiesa particolare: da chi non è più tra noi, come mons. Luis Augusto Castro e padre Bruno del Piero, fino a mons. Francisco Javier Múnera e padre Gaetano Mazzoleni, e a tutti i missionari della Consolata che, assumendo lo «ius comissionis», hanno generosamente sostenuto e continuano a sostenere questo progetto.

Mappa della regione del fiume Putumayo con Puerto Leguizamo e la triplice frontiera (Colombia, Ecuador e Perù).

Partendo dai nostri fiumi

Padre Angelo Casadei, parroco nella Parrocchia «Nuestra Señora de las Mercedes» e coordinatore della «Zona de las Mercedes» composta da quattro parrocchie e mons. Joaquin Humberto PInzón Güiza, vescovo del Vicariato Apostolico di Puerto Leguizamo-Solano dal 2013. Foto Angelo Casadei.

Questa commemorazione ci spinge, anzitutto, a ripercorrere attraverso la memoria il cammino fatto, guardando all’esperienza fondante, alle nostre origini, allo scopo di dare slancio al cammino futuro, rivitalizzando ciò che rischia di perdere il suo significato. È un’altra cosa da imparare dalle dinamiche dei nostri fiumi: nelle origini c’è sempre la freschezza dell’acqua: più si sale verso la sorgente, più se ne percepisce la purezza.

La storia ci porta al 2013, anno in cui il contesto sociale del territorio era carico di grandi aspettative per i negoziati di pace tra il governo centrale e le Farc-Ep. Tutti sognavamo tempi migliori per i nostri popoli. Tre anni dopo, nel 2016, abbiamo apprezzato l’armonia dell’accordo e le nuove dinamiche sociali che il post accordo ha generato, ma abbiamo anche assistito all’emergere di altri attori armati che, ancora una volta, hanno messo in ombra quella pace che tutti aspettavamo.

Un altro ingrediente che ha generato dinamiche di vita e morte è stata l’attività mineraria che ha letteralmente ferito e dissanguato i nostri fiumi, con l’illusione di migliori condizioni per le persone e le comunità. Senza dimenticare la pandemia di Covid 19 e le sue conseguenze.

Il contesto ecclesiale ispirava molta speranza. La proposta di papa Francesco per una Chiesa in uscita, una Chiesa in cammino missionario, è sorta come un flusso di vita. Nella gioia del Vangelo ci ha proposto:

«[…] Osiamo un po’ di più di prendere l’iniziativa! Come conseguenza, la Chiesa sa “coinvolgersi”. Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Il Signore si coinvolge e coinvolge i suoi, mettendosi in ginocchio davanti agli altri per lavarli. Ma subito dopo dice ai discepoli: “Sarete beati se farete questo” […]» (Eg 24).

È in questo contesto che abbiamo intrapreso l’avventura: tre laici, sette religiose (due suore domenicane della Presentazione e cinque Missionarie della Consolata), un sacerdote diocesano (padre José María Córdoba Rip, mandato da mons. Francisco Múnera, vescovo dell’allora vicariato di San Vicente Puerto
Leguízamo poi diviso per costituire questo secondo vicariato), otto missionari della Consolata, un missionario di San Juan Eudes e il vescovo di questa nuova giurisdizione.

Con tanti sogni nello zaino, ci siamo dati il compito di assumere il progetto, di lanciare la nuova giurisdizione, e semplicemente sognare la strada, con la ferma convinzione di camminare e costruire insieme. Per fare questo, il 7 ottobre di quello stesso 2013 ci incontrammo per vivere la prima Assemblea pastorale che aveva come obiettivo: «Avvicinarsi al progetto del nuovo Vicariato», e lo abbiamo fatto con un sentimento di novità. Da quell’assemblea sono nati tanti sogni, accompagnati da creatività e impegno missionario. Da allora, altri evangelizzatori si sono uniti, mettendo il cuore nel dare il meglio di sé a questo progetto.

Comunità lungo il fiume Putumayo. Foto Fernando Florez.

Dalla Laudato Si’ al Sinodo amazzonico

Quasi non bastasse la sfida di una Chiesa in uscita, il pontefice ci ha rallegrati con un altro grande dono per noi come giovane Chiesa in Amazzonia: l’enciclica Laudato si’, con l’invito a una conversione integrale, che ci rende responsabili della cura della «casa comune». Per noi che, proprio in quel momento (era il novembre del 2017), stavamo preparando la prima Minga amazonica y fronteriza (incontro tra popolazioni dell’Amazzonia e della frontiera), è stato un balsamo che non solo ci ha fatto sentire di navigare nella giusta direzione con una causa risolutamente assunta dalla Chiesa, ma ci ha anche spinti a rispondere fedelmente all’impegno con il nostro contesto amazzonico.

La sintonia e l’impegno si sono ulteriormente rafforzati con la convocazione nell’ottobre 2017 del Sinodo sull’Amazzonia, con il quale Francesco ha inteso: «Metterci alla ricerca di nuovi cammini per la Chiesa in Amazzonia e per un’ecologia integrale». Negli anni, abbiamo camminato in questo flusso di ricerca, discernimento e costruzione collettiva.

In mezzo a tante sfide sociali e all’abbondante ricchezza ecclesiale, è nato il nostro primo progetto pastorale, ispirato dal Vangelo del buon Samaritano (Lc 10, 25-37). È lì che abbiamo sognato una Chiesa dal volto, dal pensiero e dal cuore amazzonici. Come, in seguito, verrà affermato nell’esortazione apostolica Querida Amazonía del sinodo per l’Amazzonia: «È la Chiesa dei seguaci di Gesù» che s’incarna in questo contesto e acquista un volto con le seguenti caratteristiche: è difensore della Casa comune; è senza confini; è fraterno, perché l’altro che cammina con me è mio fratello; è arricchito dalle spiritualità dei popoli che la abitano; è servo al servizio della comunità; è celebrante la vita e il cammino delle persone e delle comunità; è aperto all’universalità, in comunione con tutta la Chiesa.

Anche la riflessione ecclesiale e l’animazione vocazionale fanno parte dei raccolti ottenuti lungo il cammino. Tra i più recenti frutti raccolti in questo percorso, c’è senza dubbio la riflessione che si è sviluppata a partire dalle quattro opzioni missionarie (indigena, contadina, urbana e afrodiscendente) che oggi ci permette di fare chiarezza sul modo in cui dovremmo camminare con ognuno di quei quattro gruppi umani. Poi, come espressione di partecipazione al processo sinodale, abbiamo formato un’équipe interecclesiale in comunione con il fratello Vicariato di San José del Amazonas (Perù), per navigare sognando tra le due sponde. E ancora: l’équipe intercongregazionale, il gemellaggio missionario con la provincia ecclesiastica di Bucaramanga, la creazione delle nuove parrocchie (Nuestra Señora la Consolata, San Francisco de Asís e Nuestra Señora de la Asunción), per essere più vicini a paesi e comunità, e il «Centro amazzonico per il pensiero interculturale», che sta nascendo e si sta rafforzando.

Tutto questo raccolto è stato possibile grazie allo spirito di famiglia che abbiamo creato fin dall’inizio; una famiglia che si rafforza e cresce e che accoglie tutti coloro che entrano a far parte del progetto.

Alcuni partono e altri arrivano: le suore Serve dello Spirito Santo, le Missionarie della Speranza, l’Arcidiocesi di Bucaramanga, la Diocesi di Málaga-Soata, le
Carmelitane missionarie, le suore della Compagnia di Maria, le suore Missionarie dell’Immacolata Concezione, le suore Domenicane di Santa Caterina da Siena, le suore Missionarie del Buon Pastore, alcuni missionari laici, la diocesi di Ismina Tadó, i paesi, le comunità e le persone con cui camminiamo e, naturalmente, i benefattori.

Comunità indigena del fiume Putumayo. Foto Fernando Florez.

In attesa della seconda «Minga amazonica»

L’assemblea pastorale, svoltasi a Puerto Leguízamo dal 7 all’11 novembre dello scorso anno, ha fatto da cornice all’inizio dei festeggiamenti. Sotto il motto: «Dieci anni di cammino insieme perché in Cristo abbiamo la vita». Viviamo questa celebrazione nel contesto in un altro momento ecclesiale molto importante, un’altra proposta di papa Francesco, il sinodo della sinodalità, dove ci viene chiesto di tornare su tre aspetti importanti ed essenziali della Chiesa: comunione, partecipazione e missione. Indubbiamente, questo quadro o meglio questa spiritualità ci permetterà di leggere i primi dieci anni di storia e continuare il cammino.

Questo 2023 chiuderà i festeggiamenti per il decennale del Vicariato con l’esperienza della seconda «Minga amazonica», che avrà il titolo di: «Un modello di vita dal e per il contesto». Partendo dall’«ecologia della speranza», uno sguardo interdisciplinare e interistituzionale per sognare insieme un nuovo modello di vita.

Per una storia plurale

La celebrazione dei nostri primi dieci anni ci ha permesso di avere una visione retrospettiva del cammino fatto e una proiezione verso il futuro, verso nuovi tempi e nuove mete, avendo come obiettivo una buona vita per una buona convivenza. Tutti siamo incoraggiati a continuare a forgiare percorsi per i nuovi tempi, armonizzando metodi e strategie. In altre parole, la storia che sta scrivendo il Vicariato Apostolico di Puerto Leguízamo-Solano è una storia plurale, costruita a più mani, contemplando un ampio orizzonte, camminando insieme affinché i popoli e la gente di questo territorio abbiano la vita in Cristo.

Joaquín H. Pinzón Güiza

 

Durante l’assemblea del Vicariato, si svolge una dinamica per ubicare le missioni su una grande mappa stesa in mezzo al salone. Foto Angelo Casadei.


Il Vicariato e l’opzione indigena

Campesina di San Antonio, nel comune di Puerto Leguizamo. Foto Angelo Casadei.

Il «rostro indigeno»

Il Vicariato apostolico di Puerto Leguízamo-Solano si trova in un territorio amazzonico bagnato dai fiumi Caquetá e Putumayo. Territorio e fiumi nascondono diversità di specie che, intrecciate, proteggono l’ecosistema e danno speranza al mondo. Questa zona racchiude una varietà di volti tra i quali molti popoli indigeni: Murui, Koreguaje, Inga, Kichwa, Siona, Kofane, Nasa.

Sono popoli originari che alla Chiesa chiedono un’evangelizzazione differenziata che, attraverso il dialogo interreligioso, rispetti le loro conoscenze ancestrali e la loro visione del mondo. Sono indigeni che chiedono l’accompagnamento della Chiesa per affrontare le nuove sfide dell’epoca attuale, segnata dall’ondata di violenza, dalla difesa dei propri territori e dal continuo esodo migratorio verso le aree urbane.

Eduardo Reye Prada (Imc)


Il Vicariato e l’opzione contadina

Il «rostro campesino»

In questa immensa, bella e sorprendente Amazzonia troviamo anche il volto contadino. La stragrande maggioranza proviene da altri luoghi della Colombia spinta da ragioni diverse: per occupare terre abbandonate, per cercare guadagno, per fuggire alla violenza che purtroppo affligge il nostro paese. Sono venuti qui con la loro cultura e le loro tradizioni cercando di ricostruire la loro vita.

La Chiesa rende visibili i bambini contadini, i giovani e gli anziani prematuramente invecchiati a causa delle difficili condizioni di vita. Hanno vissuto e vivono realtà molto dure: come possiamo aiutarli? Tra le difficoltà che incontriamo ci sono l’isolamento, la mancanza di opportunità in materia di istruzione, sanità, comunicazione, strade di accesso, pagamento equo per i loro prodotti, abusi da parte di diversi gruppi armati.

Le comunità campesine rivendicano e apprezzano la presenza della Chiesa. Noi rispondiamo con una pastorale di presenza incarnata nelle popolazioni rurali, con un essere con loro. Questo ci ha richiesto lo sforzo di conoscere la storia del mondo contadino, d’incarnarci come Gesù, di scendere nel profondo, ascoltarli, cercare di vedere il mondo, la realtà dal loro punto di vista, uscire, camminare con e verso di loro, cercandoli.

Consapevoli che la pastorale contadina deve abbracciare l’ecologia integrale mettendo in relazione tra loro Dio, i fratelli, il creato; consapevoli che Gesù ha parlato ai contadini della terra, del seme, del frutto, del raccolto, del- la zizzania; consapevoli che il cristianesimo è nato in ambiente contadino, nel nostro essere missionario noi coltiviamo una disposizione umile, semplice e vicina; una vita sobria, vivendo la spiritualità del presepe, del lievito, del piccolo. Impariamo da loro riconoscendo e rafforzando i loro valori: lavoro, pazienza, perseveranza, rispetto dei processi, accettazione, spirito di sacrificio, tenacia, capacità di ricominciare.

Nella nostra visita permanente alle famiglie e alle scuole contadine, promuoviamo iniziative che migliorino la loro qualità di vita (come la coltivazione di prodotti regionali) e contribuiamo a sensibilizzare alla cura della Casa comune. E, soprattutto, aiutiamo tutti a riscoprire valori, come la Parola di Dio, la preghiera, la celebrazione dei sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e maturazione nella fede. Cerchiamo leader e collaboriamo alla formazione dei nostri agenti di evangelizzazione al fine di fornire un catechista a ogni comunità contadina, perché in Cristo tutti abbiamo la vita.

Maria del Carmen López (Cm)

Il Vicariato e l’opzione afro

Il «rostro afroamazonico»

Il popolo afroamazzonico apprezza la vicinanza e il sostegno che, in questi dieci anni, ha trovato nel Vicariato apostolico di Puerto Leguízamo-Solano. Vicinanza e sostegno nella ricerca per rafforzare la propria identità e soprattutto per cercare uno spazio in questa Amazzonia, dove gli afrodiscendenti sono arrivati in momenti diversi della storia recente e per circostanze diverse. Gli afrodiscendenti sono consepevoli che stanno crescendo in questo territorio di pari passo con la Chiesa e sono disposti a continuare a partecipare alle dinamiche pastorali che si stanno portando avanti.

Essi chiedono al Vicariato di continuare ad accompagnare i loro processi. Vogliono sentirsi parte delle dinamiche ecclesiali. Chiedono sostegno per poter acquisire uno spazio dove costruire la loro casa ancestrale: è essenziale avere uno spazio per rafforzare la cultura e la spiritualità. Vogliono continuare a partecipare e ad animare le celebrazioni della fede cattolica che li identificano come comunità afro: la festa di Nuestras Señora de la Candelaria (2 febbraio) e la festa di San Francesco d’Assisi («San Pacho», 4 ottobre).

Come Chiesa del Vicariato apostolico di Puerto Leguízamo-Solano dal volto amazzonico, noi ci sentiamo felici di avere la ricchezza (anche) del volto afro e vogliamo diventare partecipi delle loro ricerche e dei loro processi affinché insieme possiamo avere la vita in Cristo.

Lelia Yaneth Márquez (Op)

Campesinos di San Antonio, nel comune di Puerto Leguizamo. Foto Angelo Casadei.

Il Vicariato e l’opzione urbana

Il «rostro urbano»

Nel contesto urbano, il Vicariato apostolico di Puerto Leguizamo-Solano ha potuto conoscere una serie di realtà che, essendo particolarmente diverse, richiedono uno speciale programma di evangelizzazione.

Inizialmente, al loro arrivo in questa regione, i primi missionari e missionarie avevano una visione generica del modo di vivere degli abitanti nel settore urbano.

La realtà in cui vivono le famiglie in questo «giardino esotico» che è l’Amazzonia, si riassume sostanzialmente nelle poche opportunità di lavoro per la loro sussistenza. Si può osservare che vivono a malapena di pesca e di lavoro nei campi da cui ricavano prodotti come manioca, piantaggine, papaya, mais, tra gli altri frutti che questa buona terra permette loro di raccogliere.

Come Vicariato ci troviamo in contatto anche con il mondo giovanile, che diventa una grande sfida per svolgere la nostra opera di evangelizzazione. Ai giovani mancano le opportunità per realizzare il loro progetto di vita. E questo causa problemi come droga, alcolismo, prostituzione e alcuni stili di vita che possono addirittura spingere molti giovani a entrare nelle fila dei gruppi armati clandestini che fanno parte del tessuto sociale di questa regione.

La popolazione fluttuante, invece, include tutti quegli abitanti giunti sul territorio in cerca di nuove opportunità, di una nuova strada, e che, nella maggior parte dei casi, fuggono dalle incertezze del passato. È proprio qui, nella ricerca di una direzione inedita, che con il nostro lavoro essi possono trovare un modello per cristianizzare la loro vita, evitando con ciò che le realtà negative della loro nuova casa diventino troppo gravose.

In conclusione, guardare al settore urbano richiede una visione ampia attraverso un servizio vocazionale e di evangelizzazione per andare alla ricerca di uno sviluppo per ogni volto che questo contesto amazzonico ospita. Ci riferiamo ai volti urbano, afro, contadino e indigeno che compongono questo paradiso multiculturale.

Fernando Ramirez e Ricardo Bocanegra (Imc)

Archivio MC

Paolo Moiola, È l’Amazzonia, dossier, marzo 2018.
È il reportage sulla prima «Minga amazonica y fronteriza» del Vicariato apostolico di Puerto Leguízamo-Solano. La seconda edizione si svolgerà quest’anno.

 

 

 




IMC Venezuela 50: tra indigeni, afrodiscendenti e periferie

Alla fine del 1970, padre Giovanni Vespertini visita il Venezuela per valutarvi una nuova apertura dei Missionari della Consolata. Con il successivo arrivo di diversi confratelli, la presenza dell’Istituto nel paese si estende. A fine 2021, mentre si chiude l’anno di celebrazioni per i suoi 50 anni in Venezuela, l’Imc è presente a Barlovento (Panaquire, El Clavo, Tapipa e Caucagua), nell’arcidiocesi e città di Barquisimeto, a Tucupita (Tucupita e Nabasanuka), e a Caracas.


Sommario di tutto il dossier «Venezuela 50»

1970-2020: i 50 anni dei Missionari della Consolata in Venezuela

  1. Popoli indigeni, afro e periferie
  2. La scelta degli indigeni della Guajíra
  3. Tra gli afrodiscendenti di Barlovento
  4. Periferie urbane: nei «barrios» di Caracas
  5. La missione alla foce dell’Orinoco con i Warao
  6. L’animazione missionaria della Chiesa venezuelana

Popoli indigeni, afro e periferie

È il 13 dicembre 1970: attraversato il ponte internazionale Simón Bolívar di Cúcuta, frontiera tra Colombia e Venezuela, padre Giovanni Vespertini accelera puntando verso Nord. A Caracas lo attende un colloquio con il cardinale José Humberto Quintero Parra, arcivescovo della capitale.

È il primo missionario della Consolata a calpestare il suolo venezuelano. Dopo aver lavorato per 10 anni in Mozambico, è sbarcato in Colombia dove ha esercitato il suo apostolato missionario a Puerto Leguízamo, Armero e Bogotá.

In Colombia i Missionari della Consolata sono presenti dal 1947. Padre Vespertini, vedendo i buoni frutti di vita cristiana che stanno maturando nel paese, pensa che sia giunto il momento di misurarsi con nuove sfide.

I tempi sono favorevoli per la creazione di piccoli gruppi di missionari in paesi nei quali l’Istituto non è ancora presente. Il missionario trevigiano pensa che il Venezuela abbia le condizioni per crearne uno.

La Quebrada e le altre

Nel paese, l’80% del clero è straniero, e per l’85% è composto da religiosi. Padre Vespertini ottiene dalla direzione generale il mandato di esplorare la possibilità di espandere la presenza dei Missionari della Consolata in Venezuela prospettando un fruttuoso lavoro di promozione vocazionale. Visita, quindi, diverse diocesi, tra cui Valencia, Puerto Cabello, San Cristobal, Trujillo. I vescovi lo ricevono con entusiasmo e gli offrono parrocchie vecchie, nuove e future, ma, per il momento, si tratta più che altro di buone intenzioni che, spesso, non rispondono al progetto di animazione missionaria e vocazionale dell’Imc.

Così, in attesa di proposte valide, padre Vespertini accetta di prendersi cura della parrocchia La Quebrada, nella diocesi di Trujillo, in una zona delle Ande ritenuta propizia per le vocazioni.

Successivamente, l’offerta da parte dei vescovi di altre parrocchie favorisce l’arrivo in Venezuela di altri missionari finché il 28 settembre 1974, padre Mario Bianchi, superiore generale, istituisce ufficialmente il «gruppo Venezuela». Pochi giorni dopo arriva dalla Spagna padre Francesco Babbini con la nomina di capogruppo.

Cantiere in costruzione

Nel 1976 il gruppo prende diverse decisioni che avranno un certo peso nel futuro dell’Imc nel paese. Decide di aprire una casa a Caracas allo scopo di accogliere i padri destinati all’animazione missionaria in Venezuela e gli eventuali candidati venezuelani a entrare nella famiglia della Consolata. La casa, nel quartiere La Pastora, diventerà sede della delegazione. Oltre all’apertura a Caracas, i missionari decidono di aprire anche nel Vicariato di Machiques, zona della Guajíra. Inoltre, risponde positivamente alla richiesta di collaborazione da parte delle Pom (Pontificie opere missionarie) per l’organizzazione dell’ufficio e delle sue iniziative.

Mano a mano che i Missionari della Consolata aumentano di numero, assumono nuovi campi di lavoro. Nel 1977 l’Istituto è presente in quattro centri: Caracas, dove è iniziato il seminario maggiore con sei giovani venezuelani, Trujillo con le parrocchie di La Quebrada e La Puerta, San Cristobal con la parrocchia di Zorca, e nella Guajíra, tra gli indigeni.

Nel 1978 si pone come priorità la promozione vocazionale, l’animazione missionaria e la formazione dei seminaristi venezuelani, soprattutto in vista della missione tra gli indigeni della Guajíra. Viene assunta la parrocchia di Los Castores, offerta dal vescovo di Los Teques, sulle pendici delle Ande costiere, a 30 Km a Ovest di Caracas.

Qui viene spostato il seminario con padre Sandro Faedi come formatore, mentre i padri Francesco Babbini e Alberto Minora vengono destinati al lavoro apostolico tra gli indigeni della Guajíra.

Una missione che si apre

Alle scelte fatte nel primo decennio di presenza nel paese che hanno dato al gruppo la sua fisionomia specifica, ne seguiranno altre, anche particolarmente coraggiose. Nel 1986, ad esempio, i Missionari della Consolata decidono di dedicarsi alla popolazione degli afrodiscendenti di Barlovento. Nel 1999, poi, scelgono di stabilire una loro presenza nella baraccopoli di Carapita, periferia urbana della capitale Caracas. Nel 2007, alcuni anni dopo aver lasciato la Guajíra e il lavoro con gli indigeni di quelle terre, tornano a lavorare con i popoli originari, questa volta con i Warao a Nabasanuka e Tucupita, sulla foce del fiume Orinoco. Infine, con l’esodo degli indigeni Warao verso il Brasile, i Missionari della Consolata danno vita, nel 2018, a un’équipe itinerante, per accompagnare pastoralmente questo popolo emarginato e costretto all’emigrazione.

Sergio Frassetto


Quattro scelte

Stefano Camerlengo, superior generale dei missionari della Consolata, scrive ai confratelli in Venezuela.

«Nel formularvi gli auguri miei e dell’Istituto per questo vostro giubileo – scrive padre Stefano Camerlengo -, vi inviterei a fare memoria di quanto è stato realizzato dai confratelli che vi hanno preceduto […]».

Egli poi sintetizza il cammino fatto dalla delegazione in quattro scelte ancora oggi valide e urgenti: «Il servizio alle popolazioni indigene; la presenza tra gli afroamericani; l’inserimento nelle periferie urbane; l’animazione missionaria della chiesa locale e la cura delle vocazioni».

Ricordando la dedizione dei missionari che mossero i primi passi in Venezuela negli anni Settanta, infine, il superiore generale dell’Imc ringrazia i confratelli che ancora oggi lavorano nel paese, «per il generoso impegno missionario che continuate a offrire, in un momento tanto critico della vita del paese. In questo modo continuate a scrivere altre belle pagine di servizio missionario per le quali – sono sicuro – il nostro beato Fondatore e i missionari che vi hanno preceduto gioiranno dal Cielo».

S.F.


Il primo

Giovanni Vespertini, classe 1916, originario di Vedelago (Tv), diventò missionario nel 1942. Nel ’44 fu arruolato come cappellano militare. Alla fine della guerra fu dato per morto e si celebrarono messe in suffragio, ma un giorno riapparve vivo e vegeto. Alto, magro, pelle bruciata dal sole, intelligente e risoluto, dal 1948 al 1958 fu missionario in Mozambico e, successivamente, in Colombia. Alla fine del 1970 andò in Venezuela dove si insediò come parroco di La Quebrada, un paesotto sulle Ande della diocesi di Trujillo. Vi rimase per 14 anni.

Fu sempre esigente con i suoi cristiani perché li voleva tutti d’un pezzo e non ammetteva compromessi. Nello stesso tempo era spassoso nelle relazioni personali ottenendo una partecipazione «bulgara» alla vita della chiesa. Padre Giovanni non conosceva la paura e non esitò mai di fronte al lavoro che gli veniva richiesto per il bene della gente, e questa lo seguiva volentieri apprezzando la sua coerenza e il suo amore fatto di gesti concreti, soprattutto verso i poveri. Tornato in Italia per una breve vacanza, morì d’improvviso il 17 marzo 1984.
I missionari lo considerano l’iniziatore della loro presenza in Venezuela.
A La Quebrada aveva preparato la sua tomba che rimase vuota. A distanza di anni i suoi cristiani hanno richiesto il ritorno dei suoi resti mortali, segno che quel missionario è rimasto nel loro cuore.


Lo stratega

Francesco Babbini, nato nel 1932 a Montepetra di Sogliano Rubicone (Fc), divenne missionario della Consolata nel 1960. Lavorò sei anni in Italia e otto in Spagna nel settore dell’animazione missionaria e vocazionale. Nel 1974 venne destinato come capogruppo in Venezuela. Vulcanico nelle idee e realizzazioni, fu il vero artefice dello sviluppo dell’Imc nel paese.

In pochi anni organizzò il lavoro apostolico dei missionari estendendo la presenza dell’Istituto in tre diocesi. Diede inizio alla missione tra gli indigeni guajíros, aprì il seminario per giovani venezuelani, collaborò all’organizzazione delle Pom del Venezuela e viaggiò molto facendo conoscere la Consolata in numerose diocesi.

Nel 1980, concluso il suo mandato di capogruppo, andò a lavorare in Guajíra tra gli indigeni. Lì diede il meglio di sé come apostolo della carità verso tutti, specialmente i più poveri. Lo sostenevano la sua grande fede, l’amore alla Chiesa e la convinzione che servire il prossimo era amare Gesù in persona.

Nel 1982 venne richiamato in Italia per l’animazione missionaria, e fu molto attivo in Puglia. Il 19 marzo 1984, morì per infarto cardiaco. Aveva 52 anni. La missione di Guarero, in Guajíra, ha dedicato al suo nome l’oratorio parrocchiale e la strada che porta alla chiesa.

S.F.




IMC Venezuela 50: con gli afro discendenti

La regione di Barlovento, caratterizzata da un clima tropicale caldo umido, è particolarmente adatta alla coltivazione del cacao. Questo ha determinato la maggiore concentrazione di afrodiscendenti di tutto il Venezuela. I padroni delle piantagioni sono i bianchi, gli stessi di un tempo, mentre i discendenti degli schiavi deportati dall’Africa continuano a raccogliere il cacao come i loro antenati.


Sommario di tutto il dossier «Venezuela 50»

1970-2020: i 50 anni dei Missionari della Consolata in Venezuela

      1. Popoli indigeni, afro e periferie
      2. La scelta degli indigeni della Guajíra
      3. Tra gli afrodiscendenti di Barlovento
      4. Periferie urbane: nei «barrios» di Caracas
      5. La missione alla foce dell’Orinoco con i Warao
      6. L’animazione missionaria della Chiesa venezuelana


Nella terra del cacao

Tra gli afro di Barlovento

«Barlovento, Barlovento, tierra ardiente y del tambor», canta l’afro quella terra «calda e del tamburo» che lo vide schiavo, costretto a lavorare nelle piantagioni di cacao dei padroni europei, ma libero di danzare al ritmo del tamburo che ricorda quelli lontani dell’Africa, sua terra di origine.

«Barlovento» è il nome di una regione prospicente al Mare dei Caraibi, a un centinaio di chilometri a Est della capitale Caracas, abitata in prevalenza da afrodiscendenti1.

Il clima tropicale, caldo umido, insieme a particolari correnti ventose marine, provoca precipitazioni quasi quotidiane che fanno arrivare l’umidità fino al 70%. La produzione del cacao è in mano a pochi latifondisti originari delle isole Canarie, e la popolazione continua a raccoglierlo come al tempo della colonia.

I popoli afrodiscendenti costituiscono nel 2020 un terzo degli abitanti dell’America Latina. Insieme ai popoli indigeni, sono la fetta di popolazione più svantaggiata, soprattutto per quel che riguarda l’istruzione, il lavoro, la salute, le infrastrutture, l’accesso ai servizi pubblici in generale e la povertà.

Tutto ciò è il prodotto di una situazione di esclusione e discriminazione strutturale, legata a secoli di razzismo.

Eppure, anche se vivono ai margini, loro sono lì, cantano e ballano al ritmo dei tamburi, offrendo i loro valori originari e originali. Chiedono rispetto, dignità e opportunità. La famiglia missionaria della Consolata cammina con loro dal 1986.

Un po’ di storia

A Barlovento, i Missionari della Consolata oggi lavorano nelle parrocchie di Tapipa, Panaquire, Il Clavo e Caucagua, paesi a un centinaio di chilometri a Est da Caracas. Vi sono arrivati nel 1986.

L’antefatto della presenza dell’Imc nella zona sta nell’arrivo dei nostri missionari, nel 1978, alla parrocchia della Sacra Famiglia di Los Castores (piccolo centro urbano a pochi chilometri a Sud di Caracas, lontana 100 km da Tapipa, Panaquire e Il Clavo, ma ai tempi nella stessa diocesi).

Lì, a Los Castores, erano stati chiamati da mons. José Bernal, vescovo di Los Teques. Era una realtà pastorale relativamente giovane che si innestava sul fenomemo dell’urbanizzazione residenziale della media borghesia che lavorava nella capitale. Era una bella parrocchia, con una buona partecipazione della gente alla messa domenicale e alle altre attività, e un elevato spirito missionario che si esprimeva in aiuti concreti e sostanziosi alle missioni della Guajíra. La parrocchia costituiva anche un aiuto finanziario per il gruppo della Consolata in Venezuela che non aveva molte altre entrate.

Dopo qualche anno, il vescovo mons. Pio Bello, successore di mons. Bernal, ha chiesto all’Istituto di assumere la responsabilità pastorale anche delle tre parrocchie di Barlovento (oggi nella diocesi di Guarenas-Guatire). «Avete una parrocchia buona – ha detto – ed è giusto che ne prendiate altre più bisognose, perché povere e senza prete».

Fin dall’inizio dell’Istituto, i missionari della Consolata si erano dedicati all’Africa e, stando in America, il campo più appropriato cui dedicarsi sembrava quello degli indigeni. Inoltre il numero di missionari, piuttosto ridotto, non sembrava poter assicurare una presenza duratura in queste nuove aperture. Ciò nonostante in Venezuela hanno deciso di rispondere positivamente alla proposta del vescovo, anche grazie alle esortazioni del superiore generale di allora, padre Giuseppe Inverardi: «Los Castores e La Puerta sono due parrocchie che hanno permesso il nostro consolidamento e sviluppo in Venezuela, anche attraverso l’aiuto finanziario. Tuttavia, per fedeltà a noi stessi e alle nostre finalità, credo che non possiamo perpetuare la nostra presenza in queste parrocchie. […] Da anni si parla di questa apertura tra gli afroamericani della zona di Barlovento. Non può rimanere, tuttavia, una semplice prospettiva. È un discorso da concludere il prossimo anno […]».

Presa la decisione, è stato necessario valutare quale delle parrocchie nelle quali eravamo presenti avremmo lasciato. La scelta, alla fine, non è caduta su Los Castores o La Puerta, bensì su Zorca, una parrocchia nella regione del Táchira, a 800 km a Sud Ovest, ai confini con la Colombia.

 

Il superiore della delegazione, padre Nelson Lachance, ha scritto ai suoi confratelli per l’occasione: «Il 2 settembre 1985, dopo 10 anni di infaticabile attività pastorale, i padri lasciano Zorca, dopo aver ricevuto da tutta la parrocchia una grande manifestazione di affetto e di gratitudine. Per la gente di Zorca il saluto commovente e grandioso vuole essere non un “addio”, ma solo un “arrivederci a presto”. Così la Delegazione del Venezuela conserva l’incarico di due sole parrocchie: quella di La Puerta (Diocesi di Trujillo) e quella di Los Castores (Diocesi di Los Teques) e si assume il compito di aprire un seminario in Caracas per il corso di filosofia e di iniziare una missione nel territorio di Barlovento tra gli afroamericani».

Nel 1986, tre missionari sono stati destinati a lavorare tra gli afrodiscendenti di Barlovento. Facendo vita comune a Tapipa, la prima delle tre parrocchie, hanno iniziato a servire anche le altre due: Panaquire a 10 km e Il Clavo a 30 km.

A novembre del 2018, dopo 32 anni, la responsabilità pastorale dei missionari della Consolata che lavorano a Barlovento, si è estesa alla vicina parrocchia di Caucagua, il capoluogo della regione, dove si sono trasferiti e da dove continuano a servire le parrocchie precedenti e le altre comunità cristiane (circa una quarantina), sparse sul territorio.

Sergio Frassetto

Nota:

1 – Con il termine afrodiscendenti si intende tutti i popoli e le persone di discendenza africana nel mondo. In America Latina, il concetto si riferisce alle diverse culture «nere» o «afroamericane» emerse dai discendenti degli africani, quelle sopravvissute alla tratta degli schiavi avvenuta nell’Atlantico dal XVI al XIX secolo.


Fino al 1854: la schiavitù

La tratta degli schiavi in Venezuela fu un fenomeno relativamente contenuto rispetto a altre nazioni come Cuba, Brasile, Colombia e Perù. La colonia spagnola del Venezuela era una delle poche che non possedeva metalli preziosi o altri prodotti che avrebbero permesso una prosperità economica immediata, così gli appetiti degli schiavisti furono attirati da altre regioni. I documenti dell’epoca indicano che, alla fine del XVIII secolo, il Venezuela aveva «a malapena» 60mila schiavi, una piccola cifra rispetto ai 450mila neri e mulatti liberi residenti allora nel paese.

Sfumato il mito dell’«El Dorado», i coloni si dedicarono all’agricoltura, e lo fecero sfruttando dapprima la manodopera indigena, e poi quella africana. Quest’ultima fu utilizzata nelle piantagioni costiere di zucchero, cacao, tabacco e caffè.

Il cacao, soprattutto, coltivato nella regione di Barlovento, fu all’origine di un processo relativamente rapido di accumulo di capitale e di ricchezza da parte dei coloni.

Lo schiavo era un investimento economico utile alla produzione di una determinata merce da collocare sul mercato internazionale. I diritti del padrone, codificati, recitavano: «I padroni hanno diritto di frustare i loro schiavi, di incatenarli o metterli ai ceppi, ma non di ferirli o di ucciderli. Se la punizione è stata eccessiva al punto di diventare scandalosa, il padrone può essere obbligato a vendere lo schiavo maltrattato a una persona meno crudele. E deve venderlo al prezzo di acquisto».

Il lavoro forzato e le sofferenze indicibili della schiavitù portarono molti uomini e donne alla ribellione e alla fuga. Nel 1721 le autorità calcolavano che fossero circa 20mila i fuggitivi chiamati «Cimarrones», nella zona di Caracas. I nomi Cumbo, Cumbito, Maroma, Quilombo, Rochelas, Palenque, ricordano ancora oggi quelle ribellioni e i luoghi nei quali avvennero.

Durante tutto il tempo della colonia, la Chiesa battezzò e catechizzò gli schiavi. Secondo molti, questo atteggiamento favorì l’istituzione della schiavitù. Secondo altri fu un’opera di misericordia per alleviare le loro sofferenze e aiutarli attraverso la famigliarità e la solidarietà che nascevano dal professare la stessa fede nell’unico Dio.

Rovesciato il regime coloniale spagnolo, nel 1811 la Giunta suprema di Caracas abolì la tratta degli schiavi, ma non la schiavitù che fu abolita del tutto solo nel 1854. (S.F.)

Religiosità afro

Le celebrazioni comunitarie, il gusto di fare processioni insieme, di rullare i tamburi per dare ritmo al canto, alla danza e alla musica, sono elementi caratteristici della cultura degli afrodiscendenti dell’America Latina.

L’aspetto religioso occupa un posto rilevante nella vita degli afroamericani ed emerge, soprattutto, nei periodi di crisi, negli eventi più importanti della vita, come la nascita e la morte, e nei tempi significativi della comunità, come le feste patronali, la Settimana Santa, il Natale.

Le espressioni della loro religiosità affondano le radici nell’incontro tra i culti e le tradizioni che i neri portarono dall’Africa e la prima evangelizzazione. Ne sono scaturite peculiari espressioni della fede che chiamiamo «religiosità popolare».

La suggestione simbolica delle immagini di Cristo e dei santi, proposte dai primi missionari, è calata nell’anima delle popolazioni afro, ma è vissuta quasi sempre in maniera slegata dalla storia evangelica.

Oltre alle radici religiose degli afrodiscendenti, e ai nuovi modelli sociali nei quali si sono venuti a trovare, ha contribuito a reinterpretare il significato di tali immagini l’esigenza degli schiavi di ritrovarsi, in terra d’esilio, per celebrare i riti dell’Africa e capirsi tramite il linguaggio dei tamburi.

Attraverso il culto dei santi, hanno cercato scampo alla dura condizione imposta loro dagli europei e hanno mantenuto vivo il dialogo con le divinità delle loro origini. (S.F.)


La Settimana Santa e la croce fiorita di maggio

Tra folklore e fede

Tra il venerdì che precede la Settimana Santa, chiamato «Venerdì del concilio», e il Sabato Santo, si susseguono a Barlovento otto processioni, chiamate «Passi», nelle quali si evocano i vari aspetti della passione del Signore. Ogni passo viene «illustrato» da immagini sacre collegate ciascuna a una confraternita che gestisce la processione con tutti i suoi corollari: candele, fiori, banda musicale e mortaretti.

Il sentimento religioso degli afroamericani di Barlovento si manifesta in modo speciale nelle celebrazioni della settimana santa che cominciano il venerdì che precede la domenica delle palme. Viene chiamato «venerdì del concilio», con riferimento al conciliabolo tra il Sinedrio e Giuda che, per 30 denari, vende Gesù.

Il venerdì del concilio è una giornata a carattere penitenziale. Viene esposta alla venerazione dei fedeli l’immagine della Madonna «dolorosa», una statua rivestita di un manto nero, con parrucca e merletti di foggia spagnola cinquecentesca, e con il cuore trafitto da spade.

La domenica delle Palme moltissima gente si accalca per ricevere il ramo d’ulivo benedetto; quindi, si inaugura la prima di una serie impressionante di processioni, che si susseguiranno per tutta la settimana. Le processioni costituiscono un elemento fondamentale della religiosità popolare afroamericana. Esse esprimono la dinamica delle peregrinazioni e simboleggiano il tema della vita: chi è vivo cammina e si accompagna agli altri.

Ogni giorno della settimana santa ha luogo un «passo», cioè la rievocazione di un episodio della passione del Signore per accompagnare Cristo sofferente, con il quale ci si identifica.

La domenica delle palme, alla sera, ha inizio il primo «passo», che ricorda Gesù che suda sangue nel Getsemani: viene portata in processione un’enorme statua di Cristo in ginocchio, sovrastato dall’angelo che gli porge il calice della passione.

Nei giorni seguenti si va in processione con altre statue: il lunedì con quella di «Gesù flagellato alla colonna», il martedì con quella di Cristo «umiltà e pazienza» e il mercoledì santo con quella del Nazareno che si apre la strada verso il Calvario.

Il Nazareno

Il Nazareno rappresenta Gesù, vestito di una tunica viola, che sale la collina del Calvario con la croce sulle spalle. È l’«uomo dei dolori», cantato dal profeta Isaia, che personifica tutto ciò che la gente vive e soffre. Nello stesso tempo riflette il volto di un Dio solidale, che si mette nel cammino della vita condividendone con noi i rischi e le conseguenze.

In questo giorno si «pagano» le promesse e i voti fatti a Dio durante l’anno: alcuni si vestono da «nazareni», altri fanno il «velorio», ossia vegliano accanto alla statua durante tutto il giorno, con una candela accesa in mano. La gente compie sacrifici che non farebbe in nessun’altra occasione.

Alla sera la gente partecipa alla processione: centinaia di mani sorreggono la portantina per tutte le strade del paese mentre si canta e si prega, rivivendo le stazioni della via crucis. Ogni cento metri la banda intona una marcia funebre. La processione si blocca e la statua viene fatta «ballare» avanti e indietro per tutta la durata della musica.

La processione dell’incontro

Il giovedì santo, dopo la messa vespertina, «si fa morire» Cristo prima del tempo, portando in processione il crocifisso.

Il venerdì, le processioni sono due. Al mattino, i fedeli accompagnano il crocifisso, seguito dalla bara di cristallo, alla cappella del Calvario, situata in cima al paese dove viene rievocata la deposizione dalla croce e la sepoltura.

Nel pomeriggio, la gente si riunisce di nuovo in chiesa per la tradizionale «adorazione della croce» e il «sermone» sulle «sette parole» pronunciate da Gesù in croce.

Alla sera, la popolazione si divide in due gruppi: il primo parte dalla chiesa parrocchiale portandosi dietro le statue della Madonna dolorosa, di san Giovanni e Maria Maddalena, ognuna montata sul proprio carroccio. Il secondo gruppo si raccoglie all’altro estremo del paese, nella cappella del Calvario. Da qui discende lentamente verso la chiesa, accompagnando il «santo corpo». È la «processione dell’incontro». A metà strada, infatti, la Dolorosa e le altre due immagini s’incontrano con Cristo morto, e gli fanno «la riverenza».

È il momento culminante della tradizione religiosa degli afroamericani, nessuno è disposto a perderselo. La gente si accalca, la banda fa ricorso alle note più ispirate e commoventi. Il carroccio della Madonna viene sollevato di peso e piegato in avanti: è la madre che fa la riverenza al figlio. Il rito si ripete per tre volte. Seguono le riverenze di san Giovanni e della Maddalena. Il popolo accompagna con esclamazioni di approvazione e applausi.

La Pasqua di Giuda

Per la maggioranza della gente la settimana santa termina il venerdì. Il sabato, dopo una veloce processione mattutina, chiamata «della solitudine», in cui la Madonna va in cerca del figlio morto, la gente dedica il resto della giornata all’allestimento del pupazzo di Giuda, in collaborazione con amici e vicini. Una volta pronto, il pupazzo viene esposto nei crocicchi delle strade.

La domenica di Pasqua, la gente diserta la chiesa e nel pomeriggio si lancia nell’ultima processione. Il «santo di turno» è proprio lui, Giuda Iscariota. I tamburi rullano, i balli sono sfrenati, i lazzi e le battute si sprecano senza pietà. Giunti sul luogo prestabilito, viene letto il «testamento di Giuda», nel quale sono nominate le persone a cui lascia i suoi averi. È l’occasione per prendere in giro le persone del paese che durante l’anno, per diversi motivi, sono state protagoniste della cronaca locale. Alla fine, il povero Giuda, impiccato al ramo di un albero, viene bruciato.

La croce fiorita di maggio

La Pasqua, tuttavia, non è dimenticata, ma viene «rimandata» al 3 di maggio, alla festa della Santa Croce. In questa ricorrenza legata alla fertilità e alla vita che rinasce, viene ricuperato il senso completo del mistero pasquale.

Popolarmente è chiamata «velorio», o veglia della croce. Comincia la sera della vigilia e si protrae fino al giorno seguente, intercalando preghiere e balli culminanti in una grande festa popolare.

Le radici della festa vanno cercate nelle tradizioni cristiane giunte dalla Spagna. Nei tempi più antichi, in Spagna si eleggeva una regina col nome di Maya, la quale evocava l’omonima dea romana e presiedeva le feste contadine di maggio e giugno; il suo trono veniva posto vicino a un albero.

A poco a poco si riempì questa ritualità con un contenuto cristiano: invece dell’albero si iniziò a piantare una croce e, dal primo giorno di maggio, la gente cominciò a collocare, all’entrata delle case, su piccoli altari, croci adornate di fiori. Si facevano offerte, non più a Maya, ma alla croce, che diventò quindi oggetto della festa popolare.

Questa tradizione, combinata con elementi religiosi autoctoni, ha dato origine all’attuale festa della «Croce fiorita di maggio». Oggi si celebra in tutto il paese, ma è soprattutto nella regione di Barlovento, tra gli afroamericani, che assume il carattere di manifestazione tipica della religiosità popolare.

Nel luogo prescelto, l’altare viene abbellito con fiori e teli colorati, quindi viene sistemata la croce vestita a festa: è bianca, sormontata da una ghirlanda di fiori, con ornamenti colorati sulle braccia. Sulla croce non c’è l’immagine di Cristo crocifisso. Egli, infatti, ha vinto la morte ed è risorto. Si tratta dunque di una croce pasquale.

La veglia dura tutta la notte ed è caratterizzata da rosari intervallati da litanie e balli cadenzati dai tamburi.

Il giorno dopo si celebra la messa solenne, alla quale i membri della confraternita partecipano con la loro uniforme rosso sangue. Segue la processione al monte della croce dove il presidente della confraternita offre al bacio della gente un ostensorio con una improbabile reliquia della croce.

Data la stretta relazione con la natura e la fertilità, la celebrazione della croce fiorita di maggio parla di creazione, vita, vittoria sulle forze del male, in altre parole, esprime la dimensione pasquale del mistero di Cristo.

Si stabilisce così una connessione ideale con il venerdì santo, quando le celebrazioni della Pasqua terminavano con la venerazione di Cristo nel sepolcro. Quello che apparentemente era un finale senza relazione con la risurrezione, trova la sua proiezione in questa festa: Cristo viene celebrato come vincitore della croce e della morte.

Sergio Frassetto


Il riscatto dell’identità afroamericana

L’attività pastorale dei Missionari della Consolata a Barlovento è tesa afar emergere i «semi del Verbo» presenti nella cultura degli afrodiscendenti. Essa è motivo di fiducia e speranza nell’attuale difficile situazione socio-economica.

Durante il periodo coloniale, agli schiavi, deportati per lavorare nelle fattorie di cacao della costa venezuelana, fu proibito manifestare la loro cultura e religione. Fu loro imposto il cattolicesimo, dando luogo a un sincretismo nel quale le immagini del culto cristiano vennero assimilate alle divinità delle loro religioni tradizionali.

I Missionari della Consolata, provenienti da altri contesti socioculturali e religiosi, sono andati incontro al popolo afro solidarizzando con la sua cultura e cercando di valorizzarla nelle sue multiformi espressioni.

L’obiettivo era, ed è, quello di riscattarne l’identità e i valori negati lungo i secoli, facendo crescere nel popolo la coscienza che «essere afro» è un valore che può integrarsi nella pratica di una vita cristiana autentica e che può incidere nella società.

Incontrare il popolo nella sua identità

Come dichiara il Documento di Aparecida (il documento conclusivo della V Conferenza generale dell’Episcopato latinoamericano e dei Caraibi – Celam -, tenutosi nella città brasiliana di Aparecida dall’11 al 31 maggio 2007): «Conoscere i valori culturali, la storia e le tradizioni degli afroamericani, entrare in un dialogo fraterno e rispettoso con loro, è un passo importante nella missione evangelizzatrice della Chiesa […]. La Chiesa con la sua vita di predicazione, sacramentale e pastorale aiuterà affinché le ferite culturali ingiustamente subite nella storia degli afroamericani non assorbano, né paralizzino dall’interno, il dinamismo della loro personalità umana, della loro identità etnica, della loro memoria culturale, del loro sviluppo sociale nei nuovi scenari che si presentano» (Aparecida n. 532).

Per lungo tempo la Chiesa non ha riconosciuto l’identità del popolo afro ed è necessario lavorare ancora molto per superare tante resistenze. Basti ricordare un piccolo esempio, ma dal forte valore simbolico: il rintocco delle campane, nel passato, serviva ad avvisare della fuga di uno schiavo. La chiesa non può usarlo per invitare il popolo nero a partecipare alle celebrazioni liturgiche. Succede infatti oggi che la campana sia lassù, nella torre campanaria, ma che l’invito alle celebrazioni venga fatto con la musica.

È un processo lento, quello dell’incontro della Chiesa con il popolo nero, portato avanti insieme alla gente, per individuare nelle espressioni proprie della sua religiosità «i semi del Verbo» e portarli a maturazione dando origine a una Chiesa dal volto afroamericano.

I missionari della Consolata di nuova generazione, provenienti dall’Africa e da altri paesi del continente americano, accompagnano gli afrodiscendenti di Barlovento nel percorrere questo cammino.

La violenza non ferma i missionari

Essi portano avanti la loro azione pastorale, fatta di incontro e di rispetto, a volte scontrandosi con grandi difficoltà, non ultima quella della sicurezza personale.

L’intero territorio di Barlovento, infatti, è controllato da gruppi criminali che attaccano, rapinano o rapiscono chi viaggia per le strade, come fanno, appunto, i missionari. Questi gruppi di «malandros» sono costituiti da ragazzi molto giovani. In diverse occasioni, i missionari e persino il vescovo locale, si sono ritrovati con le armi puntate alla tempia.

Non è un problema della sola zona di Barlovento. In Venezuela la violenza aumenta un po’ ovunque: secondo le statistiche, il paese ha 30 milioni di abitanti e circa 15 milioni di armi nelle mani dei civili. Nel 2020 sono state uccise circa 25mila persone. In assenza dello stato, le bande armate si organizzano nei loro feudi, come ad esempio nelle miniere d’oro clandestine, dove prevale la legge del più forte.

Nonostante tutto, i missionari continuano il loro servizio al fianco della gente. Non smettono di visitare le comunità per celebrare i sacramenti, organizzare catechesi, formare animatori, fare attività con i giovani e accompagnare le famiglie più bisognose.

A Barlovento la presenza dei Missionari della Consolata è motivo di fiducia per la gente che ha fede in un Dio che dà sempre a chi chiede ciò di cui ha bisogno, che si rende presente per chi lo cerca e che apre la porta a chi bussa.

Essi, oltre a venire incontro ai bisogni materiali delle persone, si preoccupano di mantenere viva la speranza divenendo presenza di consolazione spirituale.

Nella loro azione pastorale non pensano solo ai sacramenti. «Non importa se celebriamo messe o semplicemente visitiamo – dice uno di loro – basta passare per strada ed essere visti perché la gente dica che non è sola».

Di fronte alla drammatica situazione socio-economica vissuta dal Venezuela, molte persone vorrebbero andarsene dal paese, come quei cinque milioni e mezzo che sono emigrati in altre nazioni del continente. Ma vedendo che i missionari rimangono, cambiano di idea e restano a lottare.

Jaime Carlos Patias