II pomodorro dei caporali

Leggo con molto interesse la rubrica «Il mondo
in un libro», a cura di Benedetto Bellesi, dedicata
alle pubblicazioni dell’Editrice missionaria italiana
(Emi). I libri sono uno strumento importante
per far compiere un salto di qualità a chi accetta
di impegnarsi per la costruzione di una società più
cristiana e più umana. Apprezzo, in particolare, i
libri che denunciano le ingiustizie e gli abusi nella
produzione e nel commercio di beni, alimentari
e no, provenienti dai paesi del Sud del mondo e
che invitano i consumatori a scelte responsabili
quando fanno la spesa nei supermercati.
Però mi domando: l’Emi ha la stessa attenzione
al Sud d’Italia? Siamo sicuri che ananas, banane,
cacao e caffè delle multinazionali debbano essere
boicottati più dei pomodori e dei loro derivati prodotti
nel nostro meridione?
Non siete convinti anche voi che il latifondismo
e il caporalato (che flagellano Campania, Puglia,
Basilicata) siano da condannarsi almeno quanto i
fazendeiros del Brasile e i loro squadroni della morte?
Non credete che il consumatore coerente con
la sua morale cristiana, prima di acquistare conserve
e passate di pomodoro, debba fare una riflessione
sulle vittime dei caporali nel brindisino
e nel napoletano, così come le fa sui lavoratori,
sulle donne e sui bambini vittime della Nestlé, Chiquita
o Del Monte in Nigeria, Guatemala e Kenya?
Dico la verità: dopo aver letto alcuni articoli e
visto diversi filmati, non sono affatto sicura che
certe pappe al pomodoro, così esaltate da alcuni
vegetariani ed ambientalisti, siano innocue come
una bistecca ricavata con i metodi rispettosi della
tradizione agroalimentare nostrana.
Insomma: dico NO all’hamburger dei fast-food,
condannato nei libri dell’Emi, ma dico NO anche al
pomodoro dei caporali di Oria, Foggia e Sao, che
umiliano (e talvolta uccidono) le donne, avvelenano
i fiumi e sconvolgono l’assetto idrogeologico del
territorio, creando i presupposti per nuove calamità,
nuove stragi, nuove speculazioni da parte delle
organizzazioni di stampo mafioso.

CHIARA BARBADORO




COMMOZIONE DI POPOLO

A Brasilia, la capitale del futuro,
la gente semplice vive la sua fede
con profondo sentimento
e partecipazione.
Come in occasione della festa
della Consolata
e la processione in suo onore.
A Brasilia, la capitale del futuro,
la gente semplice vive la sua fede
con profondo sentimento
e partecipazione.
Come in occasione della festa
della Consolata
e la processione in suo onore.

Brasilia è una delle poche città al
mondo (insieme con Washington)
ad essere stata totalmente
decisa e pianificata da un gruppo di
architetti e urbanisti. In effetti, a metà
degli anni Cinquanta, essendo diventata
insufficiente Rio de Janeiro, il governo
brasiliano decretava che una
nuovissima capitale doveva essere costruita
al centro del paese; una città,
simbolo del futuro del Brasile e dell’umanità.
La sua costruzione diventò
una sfida, dal momento che la più vicina
strada asfaltata si trovava a 600
chilometri e la più vicina ferrovia a
125 chilometri.
Dopo una serie di lavori titanici,
Brasilia fu inaugurata il 21 aprile 1960
alla presenza di 150 mila invitati.
Fin dal 1964 i missionari della
Consolata avevano voluto partecipare
all’avventura di Brasilia con la
costruzione della parrocchia «Nostra
Signora della Consolata», una
delle prime aperte nella nuova città.
Attualmente vi lavorano tre missionari:
Giuseppe Galantino, Oreste
Ghibaudo e Serafino Marques; gli
ultimi, due sono «giovanotti» di 84
e 77 anni. Con loro vi è un diacono
permanente, José Luiz de Oliveira
Jesus, uno dei pilastri della pastorale,
che interessa ben 20 mila fedeli.
Ed è proprio nella modeissima
e avveniristica Brasilia che, il 20 giugno
scorso, ho celebrato la festa della
Consolata. Ma ero ben lontano dall’immaginare
ciò che avrei vissuto.

LA «VISITA» DI MARIA
La festa della Consolata, a Brasilia,
si comincia a preparare un mese prima,
grazie a un centinaio di volontari
che lavorano insieme agli agenti pastorali.
Catechesi speciali vengono
proposte soprattutto ai ragazzi, perché
possano meglio comprendere il
ruolo di Maria nella storia della salvezza.
Durante la novena, poi, ai parrocchiani
è data la possibilità di approfondire
la loro vita cristiana.
La chiesa (ma anche i quartieri della
parrocchia) viene addobbata con
bandierine, fiori e nastri. Io stesso ho
visto sul muro di un palazzo di 12 piani
un’immensa corona del rosario,
fatta di palloncini bianchi e blu. La vigilia
della festa, i catechisti vanno in
ogni quartiere a incontrare i giovani
e parlare loro della Madonna.
Ma la cosa più straordinaria (o più
curiosa) deve ancora arrivare: è «la visita
» che la Consolata compie in tutti
i quartieri della parrocchia.
Sono le ore 15, e padre Galantino
incomincia ad inquietarsi: «Dov’è il
diacono?». È lui, infatti, che ha organizzato
l’insieme delle celebrazioni
con altri volontari. Mi confida il parroco:
«Non ho mai visto una parrocchia
simile; qui davvero non sono i
preti a tirare la carretta, ma i laici! Ve
ne sono centinaia che portano avanti
la maggior parte del lavoro pastorale.
E che organizzazione!».
La polizia (due vetture e otto moto)
arriva alle 15,20. La radio è pronta,
dal momento che tutte le celebrazioni
saranno trasmesse in diretta dall’emittente
Nova Aliança de Brasilia.
Puntualmente, alle 15,25, le tre macchine
della scorta sono nel cortile.
Arriva anche mons. Geraldo de Espirito
Santo Avila, vescovo dell’esercito
brasiliano. A questo punto il carro
della Madonna «esce» solennemente
dal cortile delle missionarie
della Consolata, dove è stato preparato
e ornato: su una vettura, coperta
di paramenti bianchi e blu e di fiori,
troneggia la statua della patrona.
Oggi Maria va a visitare i suoi fedeli!
Mi avevano detto che i brasiliani
non brillano per la puntualità. Ebbene:
o gli abitanti di Brasilia non sono
brasiliani o io devo rivedere i miei
pregiudizi… La visita doveva cominciare
alle 15,45; dopo essere passati
negli otto quartieri della parrocchia,
si ritornava nella chiesa centrale per
la messa solenne delle 19. «Ma questo
– mi dicevo – non succederà prima
delle 20. Invece alle 19,05 la messa iniziava!
La processione si mette in marcia
e ci fermiamo nel primo quartiere.
Vedendo arrivare la statua, la gente
canta e grida: «Viva la Madonna! Viva
la Consolata!». In ogni quartiere
c’è un’orchestra, formata da giovani,
che suona e intona il primo canto alla
Vergine. La gente risponde in coro.
Il vescovo, assistito dal parroco,
scende dalla vettura, mentre fuochi
artificiali e petardi scoppiano nel parco
vicino. Si avvicina al carro della
Madonna ed inizia una preghiera:
con lui la gente pregherà per i bambini
e genitori, per gli ammalati e sofferenti
e sempre chiederanno a colei
che è «la stella dell’evangelizzazione»
di inviare ancora missionari per annunciare
la Buona Novella ai quattro
angoli del mondo.
Dopo le invocazioni, il vescovo benedice
gli oggetti religiosi e chiede a
Maria di proteggere le persone e i loro
beni, coloro che sono in viaggio…
Si sa che violenza, criminalità e incidenti
stradali sono frequenti in Brasile!
Poi termina con una benedizione,
aspergendo tutti con acqua santa.
Uno degli animatori, allora, prende
il microfono e la celebrazione viene
nuovamente «riscaldata» da preghiere,
cori e canti. Scoppiano ancora
petardi e fuochi d’artificio, mentre
tutti seguono il carro della Madonna.
E così verso il prossimo quartiere.
Anche qui centinaia di persone aspettano
la loro madre e patrona; anche
qui canti e applausi, petardi e benedizioni…
Poi, sempre in marcia, si
raggiunge un altro quartiere.
Maria li ha visitati tutti, in questa
grande parrocchia di Brasilia, la città
costruita come un’«anticipazione»
del futuro. Maria, salita al cielo, gloriosa
presso Dio, non è forse il simbolo
più vero di ciò che Egli desidera
per l’umanità tutta?…
Non siamo lontani dall’Equatore.
Pertanto, verso le 18, la notte scende
quasi di colpo. È all’imbrunire che si
visitano gli ultimi due quartieri. Ma
c’è ancora più confusione: la statua
della Madonna è illuminata e, mentre
arriva nella semioscurità del quartiere,
sembra proprio un’apparizione…
Tutto ad un tratto si accendono
centinaia di candele. Anche per l’arrivo
nell’ultimo quartiere decine di
giovani agitano stelline luminose, come
fosse una grande festa di compleanno.

LACRIME DI COMMOZIONE
Quando la processione arriva nella
chiesa parrocchiale centrale, questa
è già stracolma. Sotto la direzione
animata ed entusiasta di padre Oreste,
la gente canta e accoglie la statua
con un bornato di applausi. Non ho mai
visto niente di simile nella mia vita
missionaria! L’esaltazione è al culmine.
Il parroco fatica a calmare l’assemblea
ed iniziare la messa.
Dopo la comunione, entrano in
processione un centinaio di bambini
e bambine, rivestiti di bianco e con alucce
che li trasformano quasi in angeli
del cielo: circondano la statua,
posta su di un piedistallo, alla sinistra
del presbiterio. Mentre si canta un inno
mariano, decine di lampade illuminano
il viso della Madonna; poi un
ragazzo depone sulle sue spalle un
manto blu e una ragazza una bianca
corona sulla sua testa. Scoppia un applauso
fragoroso, e non si sa bene se
gli adulti applaudono i loro figli o la
Vergine. Molti hanno le lacrime agli
occhi e anch’io…
Tutto questo mi rimanda alle processioni
del Corpus Domini della mia
infanzia, nel Québec (Canada), quando
la fede era ancora forte… In Brasile
la gioia, l’esaltazione e l’entusiasmo
mi ricordano numerose celebrazioni
vissute in Africa. Ma, a Brasilia, ho avvertito
una qualità di fede tutta speciale.
Non so perché: ma gli occhi che
fissavano la statua della Madonna,
trasportata da un quartiere all’altro
della capitale brasiliana, i corpi che
danzavano e agitavano ogni sorta di
bandiere e drappi, mentre la Consolata
attraversava le strade della città
del futuro… tutto questo mi ha dato
un’impressione di freschezza e verità,
che non riuscirò a dimenticare.
Al momento del mio arrivo nella
capitale non sapevo cosa mi aspettava.
Però, nel giorno della Consolata,
credo proprio che il cielo si sia aperto
su Brasilia… Ora sono un po’ invidioso
di padre Galantino, parroco di
una porzione davvero eccezionale del
popolo di Dio. Non so se quello che
ho visto sia un raggio di cristianesimo
futuro; però so che quella sera, stanco,
non riuscivo a prendere sonno, a
causa delle immagini di fede che facevano
ressa nel mio cuore.
L’indomani ho chiesto al diacono
se tale festa della Consolata
facesse parte del cristianesimo
passato o futuro. Mi ha risposto che
era quello del passato. Lasciamo,
dunque, a Maria il compito
di preparare il futuro
del Brasile!

RIMANETE CON NOI!!
Maria merita il nome di Consolata con due significati: infatti
fu dapprima consolata per diventare la consolatrice
di tutto il genere umano.
Ragazza di 14-15 anni, Maria riceve un annuncio che la
riempie di spavento. Ma non deve temere perché, secondo
le parole dell’angelo, «il Signore è con lei». E per la «consolazione
» che riceve, potrà pronunciare una parola che
sarà principio di salvezza per noi tutti. Se non comprendiamo
il motivo di quel suo sgomento, non capiamo neppure
l’importanza della sua risposta: «Io sono la serva del
Signore».
Maria era figlia di ebrei, e una ragazza che rimaneva incinta
fuori del matrimonio metteva a repentaglio la propria vita.
Ai giorni nostri sentiamo dire che nei paesi musulmani
c’è gente, scoperta in adulterio, che viene lapidata: una prassi
normale, in passato, nel Medio Oriente e in Israele. Ma
poiché la Madonna era di grande fede, le bastarono poche
parole per ricevere consolazione, tanto da dare principio a
una nuova era nella storia dell’umanità; poiché questa è l’era
della grande «consolazione», il tempo di Gesù, salvatore
di tutti.
Carissimi missionari della Consolata, è per noi una grande
gioia avervi qui. Leggevo tempo fa un libro, scritto
da un vostro confratello, uno dei pionieri che raggiunsero il
Kenya. Raccontava della vita dura, specialmente nei primissimi
tempi, sperimentata dai missionari: stanchi, anneriti
dal fumo del treno, ma sempre avanti, fino alla meta. Erano
scesi in un posto sconosciuto e da lì avevano ripreso,
a piedi, il viaggio verso la meta; salirono montagne, ebbero
tanti malanni; qualcuno tra i portatori, durante la carovana,
morì anche per strada. Fino
a quando arrivarono…
Quello che vorrei dirvi è questo:
l’audacia di quei pionieri nasceva
da una fede enorme! E mi
vengono in mente quei benedettini
che furono i primi a venire
dalle nostre parti, in Tanzania;
non avevano neppure emessa la
prima professione religiosa e ricevettero
l’ordine di andare in
missione. Lasciarono il loro paese,
senza più tornare (non conobbero
neppure la loro casa
madre). Anche i missionari della
Consolata seguirono lo stesso
modo di evangelizzare: partirono
senza sapere dove andavano,
in paesi stranieri, poveri,
diversissimi dall’Italia; sapevano
della malaria, dei serpenti,
dei leoni… ma andarono.
E dove hanno trovato il tempo
per costruire dentro di sé la fede,
per essere missionari? Il motivo
è che avevano già la fede «succhiata
» dalla Consolata, la quale
ebbe il dono di trovare la consolazione
di Dio.
Tra i primi missionari, alcuni lasciarono poi il Kenya per venire
qui in Tanzania. Vennero per «kuziba pengo» («riempire
un vuoto lasciato da un dente estratto»; ma Pengo è
pure il cognome del cardinale che sta parlando; ndr): a
riempire il vuoto lasciato dai benedettini. Ereditarono parrocchie
non in una situazione normale, ma post-bellica, in
una ex colonia tedesca. «Io sono la serva del Signore, sia
fatto a me come l’Onnipotente vuole». Vennero qui da noi.
La loro opera la conosciamo e apprezziamo: un lavoro
grandioso e che ci riempie di meraviglia. Come hanno fatto
tutto questo, superando difficoltà e ristrettezze?
I nostri missionari, all’inizio del secolo scorso, erano pronti
a mettere la vita nelle mani dell’Onnipotente per eseguire
il mandato: far sì che anche per i tanzaniani (come prima
per i kenyani) sorgesse «l’ora di Dio», avessero la consolazione
di conoscere il Signore Gesù… Ma anche il nostro
mandato non è diverso dal loro. Poiché la presenza di Dio
tra gli uomini è necessaria, questo è il lavoro che riceviamo
da Maria Consolata, tramite i suoi missionari.
Figli della Consolata, vi faccio le mie felicitazioni: per la
festa di oggi e per il vostro grande lavoro fatto qui, nella
nostra chiesa. Vi siete dati senza risparmiarvi, come la
Madonna Consolata che disse: «Se c’è da rischiare la vita
non importa; se Dio vuole invece che viva, così sia, come
vuole l’Onnipotente!».
Grazie di cuore per averci dato la possibilità di avere Dio
con noi! Anche noi ora possiamo dire: «Emanuele! Dio è
con la sua gente!».
Dopo avervi ringraziati, vi preghiamo di continuare a inco-
raggiare noi, che siamo i vostri figlioli
e nipoti, perché lo spirito che ci avete
portato non venga mai meno. Siate con
noi, state con noi! Io penso che, umanamente
parlando, il periodo più duro
della missione sia passato, poiché se
qualcuno oggi desidera i maccheroni,
anche qui a Dar es Salaam li può trovare…
e anche le medicine!
Rimanete qui, restate qui! E, se qualcuno
è sfinito e non riesce più a lavorare,
non abbia paura, non pensi di essere
inutile e di tornare in Italia; ma vada
davanti all’eucaristia a pregare per
noi l’Onnipotente. Stia qui e preghi; preghi
insieme a noi, perché possiamo vedervi
e imparare. Vi promettiamo che
faremo tutto il possibile per portare avanti
lo spirito messo in noi, affinché il
nostro popolo possa sempre dire: «Emanuele!
Dio è con il suo popolo!».
Polikarp Pengo
(traduzione dallo swahili
di padre Giovanni Medri)

LA LUCE È RIMASTA NEI MIEI OCCHI
Caro direttore, le presento una testimonianza
sulla Madonna Consolata
di Agnese Capello, mia cugina.
Essa gradirebbe che fosse pubblicata
su una rivista con il nome
«Consolata». Agnese mi ha chiesto
di ritoccare lo scritto. Ma ho pensato
che non sarà, certo, la forma a togliere
interesse ad un testo già bello,
così come è nato da chi ha vissuto
la vicenda che racconta.
M.P. QUIRICO – TORINO

È con gioia che pubblichiamo la seguente
testimonianza proprio nel mese
della Consolata.

Quando una persona si ferma un
tantino a meditare sul senso della
vita, è facile che le vengano in
mente alcuni particolari molto significativi.
Un episodio che, iniziando dai nostri
vecchi, si è tramandato di padre
in figlio riguarda un affresco, che si
trova sulla facciata della nostra casa
in un paese della collina torinese.
L’affresco rappresenta la Consolata
e risale al 1856.
Venne eseguito per un «voto»,
fatto alla Consolata in un momento
penoso per la gente, quando serpeggiava un’epidemia che colpiva i
bambini dai 13 anni in giù. Ne erano
già morti parecchi, e i genitori
che vivevano nella casa avevano promesso
alla Consolata che, se salvava
i loro numerosi bambini, s’impegnavano
a far dipingere la sua effigie
sul fronte della loro abitazione.
Bisogna pure ricordare che, in tante
case, la fede consisteva anche nel recitare
ogni sera il santo rosario.
I genitori intensificarono le preghiere
finché, cessato il pericolo che
durò parecchi mesi, esaudirono il loro
voto, perché tutti i bambini erano
salvi. Fecero eseguire l’affresco, e
continuarono a pregare e ringraziare
la Madre Consolata mettendosi
sotto la sua protezione, poiché quell’avvenimento
fu considerato un miracolo.
Il pittore che eseguì l’affresco
fu un certo Nicolao Doria. Si presume
che fosse un ligure. In quella casa
nacque pure Demetrio Casola
(1851-1895), ricordato nelle enciclopedie
come pittore.
Tutti i genitori, che si sono succeduti
nella casa nel corso degli anni,
hanno sempre avuto una particolare
attenzione e il massimo riguardo
verso la Madre di Dio, che era considerata
una componente della famiglia.
La pittura è rimasta inalterata
nei colori, pur essendo esposta alle
intemperie.
Anche i miei genitori abitarono
nella casa. Nel 1956 (anno del centenario
dell’affresco) si prodigarono
per festeggiare l’anniversario. Era
prima del Concilio ecumenico Vaticano
II, e non si poteva celebrare la
santa messa. Però ci fu una grande
partecipazione di parenti e alcuni
sacerdoti, con preghiere, canti mariani
e il santo rosario.
Terminate le funzioni, ci fu un bel
rinfresco per tutti.
Nel 2006 saranno 150 anni di
«presenza matea» nella nostra
casa. Per l’occasione, se Dio vorrà, ci
sarà ancora un ricordo, perché è
sempre bene lodare la nostra Madre
Santissima Consolata.
AGNESE CAPELLO – TORINO

Alla Consolata sono riconoscente
fino dall’infanzia. Nel maggio
1945 (era da poco finita la guerra)
i miei genitori mi accompagnarono
in treno da Bra (CN) a Torino al santuario
della Consolata, per ringraziare
la Madonna. Il viaggio fu avventuroso,
perché eravamo in un carro-
bestiame, alla mercé del vento.
Ricordo Torino con tanti cumuli di
macerie, a causa dei bombardamenti
subiti.
Dunque la guerra era finita, ed io
ne ero uscita miracolata. Lo scoppio
di una granata mi aveva ferito il naso,
un orecchio e una gamba. Ma la
pioggia di schegge non mi colpì gli
occhi. Subito i miei genitori esclamarono:
«Questo è un miracolo della
Consolata!».
Fede semplice e viva quella dei
miei genitori, fede dettata da sofferenza,
senza perdere mai la fiducia
in Maria, Madre nostra in tutte le ore
della vita.
Così la luce è rimasta nei miei occhi.
CATERINA VIRANO – BRA (CN)

È un’altra testimonianza che calza
a pennello con il mese di giugno. Anche
la signora Giovanna Castellano
(di Torino) ringrazia pubblicamente la
Consolata «per grazia ricevuta in favore
del figlio».

Cari missionari, ho 17 anni e fin
da bambina conosco la Vergine
Consolata. Nella contrada in cui mia
madre è nata e cresciuta si venera la
Consolata da molto tempo. La sua figura
mi è rimasta impressa per il
racconto di un «miracolo».
Mia madre era una bambina di
quarta elementare e in quell’anno
si abbatté un terribile nubifragio
con una violenta tromba d’aria. Allora
a scuola si andava a piedi, e il
mattino seguente la tempesta ella,
in mano del nonno, si avviò tra
massi scivolosi, ciottoli fangosi e
grandi pozzanghere.
All’approssimarsi della scuola, vicino
alla chiesetta della Consolata,
mia madre non vide più l’edificio
sacro, ma un cumulo di macerie.
Un’ombra scese sul suo cuore e su
quello del nonno.
Erano ormai giunti e… sul mucchio
di rovine essi videro la statua
della Madonna, di fragile gesso,
dolcemente adagiata, illesa, eccetto
che in una mano. E illesi erano
tutti gli abitanti della contrada,
nonché le case, le stalle, gli animali.
In quella chiesa, ricostruita più
grande, ho frequentato il catechismo
e ho coltivato il mio spirito alla
luce del vangelo e nell’ascolto di
esperienze missionarie. Crescendo,
la scuola (frequento il liceo classico)
e gli amici mi hanno forse impoverito
il bagaglio religioso; ma
mi sono ripresa, per un incastro di
cose difficili da capire o spiegare.
Da tre anni, cioè da quando è
morto il nonno Nicola Gironimo, vostro
abbonato e devoto della Consolata,
seguo con particolare interesse
la vostra rivista, che vorrei
continuasse ad essere recapitata a
nome del nonno. Apprezzo il modo
limpido con cui voi, missionari, raccontate
la vita e, soprattutto, il vostro
impegno nell’alleviare la sofferenza
dei fratelli. L’offerta inviata
è a favore dell’ospedale di Neisu
(Congo), affinché l’opera di padre
Oscar Goapper non si arresti.
Infine questa lettera vuole essere
un grazie alla Vergine, madre di
ogni consolazione. Maria sostenga
tutti e mantenga viva nella mia e
in tutte le famiglie la luce della verità
fatta carne.
MARA CERVELLERA
MARTINA FRANCA (TA)

Carissima Mara, anche la tua testimonianza
è splendida, come lo sono
i tuoi 17 anni…
A tutti gli amici e sostenitori delle
missioni assicuriamo la preghiera
alla Vergine Consolata dei suoi missionari
sparsi nel mondo.

Jean Paré




SOMALILAND/ viaggio in un paese pacificato, ma non riconosciuto

UN POSTO SUL MAPPAMONDO

È uno dei
paesi che Bush definisce «stati canaglia», perché sospettato di proteggere
terroristi. In realtà, la Somalia è un paese in completa anarchia, in
balia dei «signori della guerra». Dal 1992, la parte nord si è separata
costituendo uno stato autonomo di nome «Somaliland», che ha deposto le
armi, ma che il mondo non riconosce. Questi sono gli appunti di viaggio di
un regista televisivo torinese, che su Somalia e Somaliland ha girato un
documentario.

Sono in
compagnia dei tecnici Liborio L’abbate operatore e Antonio Venere fonico.
Ad accoglierci c’è Stefano Errico, cornoperante italiano in servizio
permanente effettivo. Quando si atterra su una striscia di asfalto
bollente in mezzo al deserto, carichi di bagagli, con la prospettiva di un
controllo doganale africano, sporchi, sudati e stanchi, ci si affida alla
«voce amica» come un neonato alla mamma.

Riesco a
guardarmi attorno, a rendermi conto che cavalletto, telecamera, cassa luci
e affini rispondono tutti all’appello. Davanti al Tupolev noto due
signori: bianchi, piuttosto in carne, biondi, con la pelle color aragosta,
pantaloni corti, ciabatte infradito e maglietta bianca sdrucita della
Dallo Airlines.

Stefano
incrocia il mio sguardo. «Chi sono?» chiedo. «I piloti» risponde. Poi
aggiunge: «Avete fatto bene a viaggiare di mattina. Il pomeriggio, in
genere, sono ubriachi». Ho voglia di andare a dormire.

Ci
troviamo in Somalia per girare un documentario sulla guerra in corso.
Raffaele Masto, giornalista di Radio Popolare, e Davide Demichelis,
regista freelance, sono già stati un paio di volte a Mogadiscio. A me
tocca raccogliere materiali di contorno, un compito certamente più
agevole: la guerra è lontana da Berbera.

Abbiamo
preso alloggio in questa città, nel compound di Coopi (**), l’Ong italiana
che ci aiuterà nella nostra impresa. Esausto sul letto, condizionatore a
manetta, sfoglio il mio passaporto. L’ultimo timbro è ancora fresco e
recita: «Republic of Somaliland Visa Entry».

E qui vale
la pena spendere qualche parola di spiegazione. La Somalia è un paese che
da alcuni anni vive in una condizione di anarchia totale. Senza governo e
senza pace. Il nord del paese, già colonia britannica, nel maggio 1992 ha
unilateralmente dichiarato la propria indipendenza. Ed è nato il
Somaliland. Con tanto di capitale (Hargheisa), un presidente (Egal), un
parlamento, un esercito, una motorizzazione civile, una bandiera (rossa,
bianca e nera), una moneta (lo scellino).

Insomma,
ci troviamo nell’isola che non c’è; in una nazione che l’Onu non riconosce
e che sull’atlante non esiste. Il Somaliland, però, a differenza del resto
del paese è pacificato. Qui la guerra è un ricordo.

Anche
questa «stranezza africana» è da documentare. Insieme ai cooperanti
costruiamo un piano di lavorazione. Rimarremo in Somaliland due settimane
e ci muoveremo  tra Berbera, Hargheisa e Boroma, la terza città del paese.
Sempre scortati da Coopi. Quanto basta per portare a casa materiale
sufficiente a completare il nostro documentario.

Tutti sono
disponibili. Avremmo così visitato i progetti di Coopi. Giriamo in lungo e
in largo per il Somaliland, raccogliendo materiale sulla guerra ormai
conclusa.

A Berbera
la guerra ha lasciato segni profondi, soprattutto sulle persone. Anche
perché Berbera è il porto più importante del Somaliland, uno dei più
trafficati del Golfo di Aden. E la rivolta contro Siad Barre, all’inizio
degli anni novanta, è cominciata proprio nell’ «isola che non c’è». Il
generale Hersi Morgan ha messo a ferro e fuoco le città principali del
nord, nel tentativo di reprimere la rivolta. Oggi Morgan è un potente
signore della guerra. Vive nel sud. Qui lo ricordano come «il macellaio di
Hargheisa».


CORANO…
TERAPIA

A Berbera
c’è un manicomio. In inglese suona meglio: Mental Hospital. Lo gestisce la
cooperazione italiana, in collaborazione con una piccola, ma
efficientissima Ong locale.

Ma il
Mental Hospital non è solo un manicomio. Rappresenta la parabola di un
paese, racconta la storia di una guerra che ha sconvolto gli equilibri,
anche mentali, di una nazione.

«La
guerra, in fondo, è una follia. E quando la guerra finisce, spesso, rimane
solo la follia», ci spiega uno dei responsabili dell’Ong. I manuali di
psichiatria li definiscono «traumi da guerra». È la paura che cresce ogni
giorno di più. Che prima ti fa nascondere, poi scappare, poi ti gela e ti
rende incapace di reagire. Ti annienta il cervello. Colpa dei kalasnikov,
dei caccia che sfrecciavano sulla testa, delle razzie dei vincitori di
giornata e delle vendette degli sconfitti del giorno prima.

Il Mental
Hospital non è né bello, né accogliente, né adatto ad assolvere il suo
compito. È un luogo fetido, chiuso al mondo. Eppure ai nostri occhi sembra
un posto umano. «Facciamo quello che possiamo – raccontano -; l’emergenza
non è finita. Le priorità del paese sono altre. Noi cerchiamo di garantire
un minimo di assistenza e di pulizia».

Gli
inglesi nel 1944 trasformarono questa, che già era una prigione, in un
campo di concentramento per i soldati italiani.

«Per gli
standard occidentali questo posto può solo essere definito
“inconcepibile”- ci dicono i cooperanti di Coopi -. Invece questo è un
esempio, unico in Africa, di ospedale psichiatrico che si è aperto alla
comunità estea. I problemi sono enormi, ma la gente di Berbera si è
fatta carico, per come può e sa, di questi pazienti. Per quanto possa
sembrare assurdo, questo è un ospedale moderno».

Mentre
Liborio riprende questo carcere trasformato in manicomio, dietro di noi il
medico procede con le visite. Una visita assolutamente fuori del comune,
in perfetta sintonia con il luogo.

Avete mai
assistito ad una seduta di «coranoterapia»? Servono un imam (nella parte
del medico), un megafono (nella parte della siringa), un corano (nella
parte del medicinale) e un paziente (nella parte di sé stesso). La terapia
è semplicissima: trattasi della lettura di versetti del corano, sparati a
tutto volume nelle orecchie del paziente.

«Allah ha
il potere di liberare la mente, di scacciare il “gin”, lo spirito maligno
che, a volte, si impossessa degli uomini», ci spiega il «medico».

Antonio è
il più perplesso della troupe. Tutti e tre rivolgiamo all’unisono la
stessa domanda ai cooperanti: «Funziona?». «Non sarà ortodosso, ma i
risultati sono apprezzabili», è la risposta. L’Africa è, letteralmente,
incredibile.


L’EREDITÀ
DELLE MINE

I dintorni
di Berbera sono cosparsi da vecchie caserme e strutture militari
distrutte. Immagini preziose per il nostro documentario. Un pomeriggio
raggiungiamo una zona collinare, piuttosto distante dalla città. La
temperatura, come sempre, è soffocante. Ad accompagnarci, questa volta,
c’è solo l’autista, che non è per nulla entusiasta della «gita fuori
porta».

Il
pomeriggio somalo (a nord, a sud, a Mogadiscio o a Berbera) è dedicato
alla masticazione del chat, erba dagli effetti dopanti se ingurgitata in
dosi massicce. Al nostro autista tocca masticare chat non all’ombra di un
alberello, ma sul sedile della jeep.

Più
sconsolato che seccato (gli leggi in fronte «Ma perché i bianchi non
imparano una volta per tutte a godersi la vita?»), ci porta davanti a un
gruppo di caserme distrutte.

Con
Liborio e Antonio ci inoltriamo tra camerate scoperchiate, autoblindo
carbonizzate, elmetti forati da proiettili, ecc. Lavoriamo un’oretta sotto
il sole bollente. Esausto, chiamo l’autista. Un cenno con la mano, poi un
urlo, poi un altro urlo. Infine un cenno di risposta: «Non posso venire».
«Perché?» chiedo con un tono un po’ deciso. «Perché siete su un campo
minato». Anche se lontano, credo abbia notato il nostro repentino pallore.

«Non vi
preoccupate, credo ci siano solo mine anticarro». Non vi preoccupate?
Bombe anticarro? E se avessero, per errore, seminato anche qualche bella
italica mina antiuomo? In punta di piedi, tipo gatto Silvestro mentre si
avvicina furtivo a Titti, torniamo sui nostri passi fino alla jeep.

Rivolgendo
poi un sentito pensiero di ringraziamento all’Altissimo, sentenziamo:
«Domani pomeriggio si esce solo dopo che l’autista avrà serenamente finito
di masticare il suo cespuglio di chat. Ne avrà ben diritto no?». E
soprattutto impariamo anche noi bianchi a goderci un po’ la vita! L’Africa
è terra di uomini saggi.


SENZA GUERRA
C’È UN FUTURO

Durante
gli spostamenti (da Berbera ad Hargheisa e da Berbera a Boroma)
incontriamo paesaggi dall’asprezza incantevole. Cammelli, rovi, sabbia,
roccia, facoceri, capre, arbusti rattrappiti dal vento e dalla siccità. Un
habitat da brivido, all’apparenza ostile. Fermiamo la macchina, piazziamo
il cavalletto e iniziamo a girare. Tutto sembra immobile. Poi, una volta
che l’occhio si abitua alla luce quasi bianca e ai riflessi del calore,
scopri che quel deserto ostile brulica di vita: capanne, pastori, piccoli
villaggi. Scesi dalla macchina ci sentiamo soli, ma non lo siamo. Però il
silenzio è assoluto. Interrotto solo dalle folate di vento caldo.

Ad
Hargheisa cerchiamo di intervistare il presidente Egal o, in sub- ordine,
qualche suo ministro.

Tutto
inutile. Dopo varie telefonate, lettere e messaggi, ci dirottano su un
sottosegretario ai progetti di sviluppo. 

È un
incontro cordiale, breve, tra un regista curioso e un funzionario di
governo orgoglioso del suo paese. Un ufficio piccolo e disadorno. Un
computer impolverato e spento. Una scrivania di fòrmica trovata in chissà
quale cantina. Tende gialle bisognose di una rinfrescata. Il solito caldo
insopportabile. Il funzionario, alto e magro, vestito in completo cachi.
Si tratta di un cinquantenne con un sorriso cordiale e sdentato.

Sembra
stupito del mio stupore. «Il Somaliland non esiste» è la mia obiezione.
«Io, invece, mi aspetto che i fratelli somali seguano il nostro esempio» è
la sua risposta. «Ma l’Onu non vi riconosce», incalzo. «Ma Coopi sì:
questo è ciò che conta». Come dargli torto?


Ricapitoliamo. La Somalia occupa buona parte del Coo d’Africa, una delle
«pentole a pressione» del pianeta. La Somalia non ha un governo
riconosciuto da tutte le fazioni in lotta dalla fine di Restore Hope. La
Somalia ha un seggio all’Onu. Il Somaliland ha dichiarato la propria
indipendenza. Lo ha fatto anche il Puntland. Lo faranno anche altri. C’è
da scommetterci.

Il
Somaliland, che non esiste «de jure», ha i suoi porti pieni di navi
container che arrivano dal Golfo, ma anche dall’Europa. Le Ong occidentali
riescono a promuovere progetti di cooperazione solo in questa fetta di
Somalia. Che, vale la pena di ricordarlo, è l’unica davvero pacificata.
Voci sempre più insistenti dicono che la British Airways, la compagnia di
bandiera inglese, presto inaugurerà un volo Londra-Hargheisa. A Mogadiscio
non volano nemmeno i colombi.


Annusando l’aria, i nostri commenti sono due: o siamo finiti in un covo di
pazzi, che prima o poi qualcuno da Mogadiscio spazzerà via, oppure qui
hanno scoperto la «via africana alla pacificazione». Certo è che il
Somaliland, giorno dopo giorno, ci appare da un lato più strano e
dall’altro più credibile.

A
Boroma, che rispetto a Berbera è a sud e beneficia di un clima
godibilissimo, incrociamo un ingegnere italiano, con un curriculum vitae
invidiabile. Ama il suo lavoro e l’Africa. Quindi ha deciso di fare per
qualche tempo il cornoperante.

«Sono
qui da qualche anno – dice -. Ogni giorno vedo aprire nuovi piccoli negozi
e ogni giorno aumentano i prodotti che in quei negozi vengono venduti. Ci
sono sempre più auto in circolazione. La gente si veste meglio, mangia
meglio. Sanno approfittare delle opportunità che arrivano dalla
cooperazione internazionale. E sai cosa significa tutto ciò?».

«No»,
rispondo. «Che il Somaliland è un paese che cresce rapidamente, che
migliora il livello di vita e di istruzione e che, un domani, se la
Somalia dovesse diventare una repubblica federale la classe dirigente
arriverà da qui, dal Somaliland».

In
effetti, mentre a Hargheisa i giovani studiano, a  Mogadiscio si arruolano
nelle milizie armate. E mentre gli ex miliziani del nord sono tornati a
lavorare la terra, quelli del sud non sanno nemmeno più come si tiene una
zappa.



TRA «CHAT» E «CLAN»

In
tutta questa storia, un piccolo capitolo a sé meritano il chat e il clan.

Il chat
è quell’erba tanto cara al nostro autista. È un prodotto eccitante di cui
gli uomini sono accaniti consumatori. Si consuma nell’arco di tutto il
pomeriggio, fino alla chiamata del muezzin, che arriva verso le cinque. Il
chat, se serve, fa passare la fame e fa combattere. Ti tiene sveglio e può
mandare l’adrenalina alle stelle. Il nostro autista, per fortuna, si
accontenta di sognare beatamente all’ombra di un albero.


Controllare il mercato del consumo del chat significa poter contare su una
quantità enorme di denaro. Denaro indispensabile, a sud, per mantenere le
milizie armate; a nord, più prosaicamente, per arricchirsi.

Il chat
arriva clandestinamente dal Kenya e dall’Etiopia. Dall’alba fino alle 11
tutti i mercati della Somalia vengono raggiunti dal chat.

Tutti
lo masticano, quasi tutti ne abusano. Costa caro: una mazzetta di erba
(per poco più di un giorno) vale alcuni dollari.

Il
bello è che il chat è formalmente illegale. Per riprendee la vendita al
mercato ci appelliamo ai buoni uffici di Coopi. Alla fine ce lo offrono
anche. Ovviamente il dovere dell’ospitalità ci impone di assaggiarlo. Non
è male…

Il clan
è la cellula su cui si fonda la società somala. Sia essa il Somaliland
indipendente o quel che resta della Somalia unita. Il clan è,
sostanzialmente, una grande famiglia allargata, ma che ha potere assoluto
nella zona in cui vive. Senza l’assenso del clan, nessuna decisione
governativa può sperare di essere attuata.

Il
parlamento del Somaliland, che in tutto conta meno di 2 milioni di
abitanti, è formato da 600 persone. Al di là del fatto che l’elezione dei
parlamentari avviene per cornoptazione da parte dei clan, ciò rende l’idea
di quanto sia diverso il concetto di «rappresentanza politica».

Gli
«elders», gli anziani, rappresentano all’interno del parlamento, l’intero
scacchiere dei clan presenti sul territorio. Poi nascono alleanze,
convergenze, programmi comuni, ma l’instabilità è sempre in agguato. A
tenere insieme il puzzle c’è Egal, il presidente, «il padre della patria»,
colui che ha dato fuoco alle polveri nella seconda metà degli anni
Ottanta, iniziando a incalzare Siad Barre fino a farlo cadere.



LABORATORIO

Il
Somaliland è uno spicchio di mondo sospeso tra realtà e finzione.
Sicuramente degno di essere «scoperto» dalle telecamere. Credo si possa
affermare che siamo in presenza di un «laboratorio», tanto più
significativo in quanto sorto in un contesto di caos politico-militare
assoluto.

La
scommessa in atto è di quelle da far tremare i polsi. Di fronte
all’anarchia, il Somaliland ha scelto di dotarsi di un governo, di
strutture e di darsi una prospettiva economica. A noi, visitatori
occasionali, questo coraggio è piaciuto. Il continente africano attraversa
una crisi che sembra senza fine. In quella fetta di Coo d’Africa si sono
cercate e, forse trovate, risposte a quella crisi.

 


(*) Sante Altizio, nato a Torino nel 1966, lavora come programmista e
regista presso la «Nova-T», società di produzioni televisive di Torino. È
specializzato in reportage su temi sociali, con particolare attenzione per
le realtà dei paesi del Terzo mondo.


Ha firmato lavori su Capo Verde, Etiopia, Guinea Bissau, Brasile,
Argentina, El Salvador, India, Russia.


Tra l’autunno 2000 e la fine del 2001 è stato insignito di vari
riconoscimenti: documentari da lui firmati sono stati premiati ad
«Anteprima Spazio» di Torino, al «Festival Internazionale del Cinema» di
Saleo, al «XXX Premio Guidarello» di Ravenna.

***

(**) Il
Coopi, «Cooperazione internazionale», è un’associazione italiana di
volontariato internazionale che opera dal 1965. Attualmente interviene in
36 paesi del Sud del mondo con 106 progetti. La sede centrale è a Milano.

 

 


Scheda
geo
politica

 SOMALIA,
SOMALILAND E PUNTLAND


 Situata nel Coo d’Africa, estremità orientale del continente nero, la
Somalia conta su una popolazione di circa 9 milioni di abitanti, di
religione islamica al 95%. Ex colonia italiana indipendente dal 1960. Un
colpo di stato, nel 1969, guidato dal generale Siad Barre, conduce il
paese in un vortice di guerre (contro l’Etiopia) e violenze (contro gli
oppositori) senza fine. Anche negli anni più bui del governo di Siad
Barre, l’appoggio politico, economico e militare italiano (in particolare
di Bettino Craxi) non viene mai meno.

Mentre
la popolazione soffre le conseguenze di siccità e carestia, nel 1991 Siad
Barre viene deposto. È l’anarchia che dilania il paese costringendo le
Nazioni Unite all’intervento (1992, operazione Restore Hope). L’emergenza
umanitaria viene superata, quella politica no. L’intervento Onu è un
fallimento militare, raccontato dal recente film di Ridley Scott «Black
Hawk Down».

Dal
1992 la Somalia è abbandonata a se stessa. Dilaniata dalla guerra civile,
lo stato non esiste più. La Somalia, di fatto, è una nazione fantasma,
dove il potere è in mano ai «signori della guerra», finanziati per lo più
da capitali arabi.

Negli
ultimi anni, nel nord del paese, due regioni (Somaliland e Puntland) hanno
dichiarato unilateralmente la propria indipendenza. Nel 2001 un consiglio
di anziani ha eletto, a Gibuti, un presidente della repubblica, Moahamed
Abdim Kassim. La sua autorità non è stata riconosciuta dai clan più
importanti. Mogadiscio, la capitale, è una città isolata dal resto del
mondo.

 

Una
serie di documentari della NOVA-T


Quelle guerre dimenticate


Democrazia in salsa somala


Produzione: NOVA-T Torino

Durata:
25 minuti

Regia
di Sante Altizio (con la collaborazione

di
Davide Demichelis e Raffaele Masto)

Prezzo:
12,90 Euro

 

Le
radici degli scontri si perdono negli anni Sessanta e si allungano fino
alla crisi di metà degli anni Novanta.

Le
testimonianze di Giancarlo Marocchino (forse l’italiano più famoso di
Mogadiscio) e di Hersi Morgan, il «macellaio», rendono bene l’idea di cosa
significhi vivere nella più completa anarchia. Il chat, il clan, gli
eserciti privati. E poi ancora Restore Hope, le organizzazioni umanitarie.

Abbiamo
provato a ricostruire il puzzle somalo. E di aiutare lo spettatore (grazie
anche alla presenza in video del prof. Angelo Del Boca) a cogliere
l’unicità di un paese che esiste solo sulla carta geografica.


«Democrazia in salsa somala» racconta anche il Somaliland, regione
settentrionale della Somalia. Nel 1993 ha dichiarato unilateralmente la
propria indipendenza. Hanno eletto un presidente, commerciano, battono
moneta. Non fanno più la guerra. Nel silenzio della comunità
internazionale, che riconosce la Somalia (che non c’è), ma non il
Somaliland (che c’è).

 È
questo l’ultimo episodio della serie intitolata «Guerre dimenticate»,
dedicata a conflitti di cui nessuno parla. Paesi in cui da anni si
combattono alcune tra le guerre più assurde del pianeta: lotte tra poveri
per il predominio di una striscia di arido deserto o per la supremazia di
una etnia sull’altra. 


Democrazia in salsa somala

Produzione:
NOVA-T Torino

Durata:
25 minuti


Regia di Sante Altizio (con la collaborazione di Davide Demichelis e
Raffaele Masto)


Prezzo: 12,90 Euro


 


Saharawi, un muro nel deserto
– Per oltre 20 anni, il Sahara
occidentale è stato testimone della guerra tra l’esercito del Marocco e il
Fronte Polisario, organizzazione armata del popolo saharawi. Un muro di
2.000 chilometri è stato costruito dal Marocco, quale argine agli attacchi
del nemico.

 


Etiopia & Eritrea: vite di frontiera
– Erano paesi fratelli,
accomunati da usi e costumi simili. La guerra scoppia, improvvisamente,
nel 1998. Decine di migliaia di morti, profughi, feriti. Due economie, già
gracilissime, in

ginocchio.
Le ostilità dilagano per una contesa di territori che ha radici nella
storia coloniale: per brulle pietraie e deserti infuocati, senza valore
economico, senza una linea certa di confine.

 


Hutu-Tutsi. La guerra infinita
– Il Ruanda è un paese consumato da
lotte tribali. Quasi 1 milione di morti lasciati sul campo da hutu e
tutsi, le due etnie più rilevanti del paese. E la riconciliazione, a
distanza di anni, resta un traguardo lontano.

 

I
Nuba del Sudan
– Nel cuore del Sudan, nella regione dei monti Nuba, si
vive ancora secondo usi e costumi dell’Africa Nera. Dal 1983 la chiusura è
totale, a causa della violenta guerra che spacca il paese e oppone i
ribelli dell’«Esercito di liberazione» (Spla) al regime islamico, per
affermare l’autonomia del sud e dei monti Nuba.

 


Angola. La guerra invisibile
– Il conflitto, che da oltre 25 anni
insanguina questo grande e travagliato paese, di solito non appare. È una
guerra senza testimoni, combattuta in un territorio vastissimo, in
villaggi dispersi e isolati nella grande foresta pluviale che copre gran
parte del territorio. A scontrarsi sono i soldati governativi e i
guerriglieri dell’Unita, formazione nata dalla lotta per l’indipendenza,
che non ha mai accettato di integrarsi nel governo. Il conflitto non si
vede, ma se ne vedono gli effetti: fame, distruzione, fuga.

  


Per
informazioni su tutti i documentari, contattare:  «Libreria Missioni
Consolata», corso Ferrucci 12 ter,


Torino
– Tel. 011.44.76.695 – E-mail: libmisco@tin.it

 



I 20 anni della Nova-T

Due
decenni di reportage dal pianeta, sui problemi della globalizzazione, i
drammi del Terzo mondo, i temi dello spirito.

 di
Luca Rolandi


 Torino. Chilometri di nastro magnetico attraversano le frontiere sociali,
etniche, religiose e culturali per raccontare il mondo arabo, l’America
Latina, l’Africa, attraverso le parole e le esperienze di chi, in questi
paesi, vive e opera. Oltre 5.000 ore di girato in più di 80 paesi del
mondo. È questa la prima eredità di un progetto nato, quasi per caso, nel
1982, dall’intuizione di un cappuccino, padre Ottavio Fasano. NOVA-T
(Nuove Terre) da quell’anno fatidico di strada ne ha fatta moltissima. Nei
primi anni di vita ha lavorato molto nel mondo delle missioni per
raccontare quella parte dell’umanità dimenticata e afflitta da carestie,
guerre, povertà. NOVA-T ha realizzato documentari «senza frontiere», atti
a testimoniare l’attività di promozione sociale e umana svolta da
Organizzazioni non governative e da istituti religiosi impegnati nella
missione ad gentes.

La
società dei frati cappuccini della provincia di Torino all’inizio ha
lavorato molto nel Terzo mondo, poi negli anni ha spostato il suo raggio
d’azione anche nel settore educativo, catechistico, di promozione della
fede alla luce delle storie di santità, note e meno note. Le telecamere
della NOVA-T hanno filmato le vie della fede, della cultura, della guerra
e della pace, documentato le bellezze e le miserie del mondo, con un
occhio sempre attento all’uomo (i suoi bisogni, le sue pene, le sue
speranze).

Un
percorso che racconta grandi figure religiose: da San Francesco a papa
Giovanni Paolo II, dai santi sociali torinesi ai missionari martiri nelle
terre di frontiera. Tante finestre aperte sul mondo e realizzate con i più
modei strumenti tecnologici, audiovisivi e multimediali.

In
vent’anni di lavoro, faticoso e senza onori, vissuto con passione dai suoi
dipendenti, collaboratori, registi, amici, missionari, molte sono state le
collaborazioni di prestigio, realizzate con istituzioni civili e religiose
e con grandi protagonisti del mondo del cinema e del teatro.

Negli
anni Novanta, con il trasferimento nella suggestiva sede di Via Ferdinando
Bocca, in un ex convento e chiesa parrocchiale, all’inizio della salita
che porta alla basilica di Superga, la ricerca di nuovi stimoli e la
volontà di crescere professionalmente hanno portato NOVA-T a partecipare
alle principali rassegne del settore e a creare sinergie con distributori
e produttori di profilo internazionale. Prende il via la stagione
d’importanti collaborazioni.

Con la
serie «Popoli e Luoghi dell’Africa», nel 1996 NOVA-T trova in Superquark
della RAI il primo importante cliente nazionale televisivo: è l’inizio di
un interesse verso la società torinese, che culminerà con la co-produzione
NOVA-T e RAIGIUBILEO di «Padre Pio. Uomo di Dio», video ufficiale per la
beatificazione del frate di Pietrelcina.

Nel
1998, l’ostensione della Sindone a Torino, offre l’occasione di
realizzare, con l’Euphon, «L’Uomo dei dolori. La Sindone di Torino», video
ufficiale dell’evento. Nel 2000 escono due importanti co-produzioni:
«Conoscere la Sindone» (NOVA-T, Arcidiocesi di Torino ed Euphon) e
«Giovanni Paolo II. Quasi un’autobiografia» (NOVA-T, Centro Televisivo
Vaticano, Euphon).

Nel
2001 è la volta de «Una giornata al Concilio», rilettura critica e
divulgativa dell’evento che ha cambiato la chiesa, il Vaticano II,
realizzato in collaborazione con il Centro televisivo Vaticano e
l’Istituto Luce di Roma, del documentario «I fioretti di San Francesco».
Ed infine gli episodi della serie per la Tv «Guerre dimenticate», dedicata
a sei conflitti africani semisconosciuti ma, comunque, terribili.

E la
sfida di NOVA-T prosegue con l’arrivo di molti lavori tra i quali spiccano
i documentari sul beato Ignazio da Santhià (il cappuccino piemontese che
Giovanni Paolo II canonizzerà domenica 19 maggio 2002) e il film sul beato
Giuseppe Allamano, dove si racconta l’affascinante storia del fondatore
dei missionari/e della Consolata. Un uomo che non si mosse mai da Torino,
eppure abbracciò il mondo.

Sante Altizio




DOSSIER: mutilazioni genitali femminili


Circa 130 milioni di donne, soprattutto nel sud del mondo,
sono sottoposte a scioccanti mutilazioni: l’operazione si pratica su
bambine in tenera età. Un atto contro i diritti dell’integrità della
persona. Una sua manipolazione. E la denuncia è doverosa.


Persone in
corpo e anima

Lo scrisse
su Missioni Consolata, nell’aprile 1996, la ricercatrice Anna Bono.

La piaga
riguardava allora 80 milioni di donne, mentre oggi ne investe 130 milioni.
Il dato al rialzo è dovuto a maggiori informazioni acquisite negli ultimi
anni: informazioni non facili, trattandosi di un tabù.

Nel giugno
1996 il Tribunale di Washington riconosceva che l’escissione, ad esempio,
è una persecuzione: quindi motivo sufficiente per concedere asilo alle
donne che lo richiedono.

In Italia
le mutilazioni femminili sono vietate,in base all’articolo 5 del Codice
civile e agli articoli 582 e 583 del Codice penale.

Missioni
Consolata ritorna sul tema con un dossier, perché ritiene che la sua
conoscenza sia fondamentale per debellare la piaga. È una violazione dei
diritti umani.

Secondo la
teologia morale cristiana, «l’uomo è unità»: di qui l’importanza anche del
corpo-soggetto. La persona si apre al mondo attraverso il corpo. Ma, se
l’individuo è corpo, è pure vero che non si identifica con esso. «Il
soggetto umano è il proprio corpo e tuttavia più del proprio corpo»
(Tullio Goffi, Problemi e prospettive di teologia morale, Queriniana,
Brescia, 1976, p. 335).

In nome di
una presunta supremazia (complici tradizioni culturali discutibili),
l’uomo può trattare i suoi simili da oggetto. A fae le spese sono spesso
le donne. Donne ferite, nel corpo e nella mente, anche attraverso le
mutilazioni genitali. Una gravissima manipolazione.

Non
l’unica oggi.

Francesco
Beardi


Storie
drammatiche sulla propria pelle

 E
non sei più come prima


 «Io urlavo come un animale al macello… Non permetterò
mai che le mie figlie possano subire un torto simile» (Aisha). «Sono stata
cucita con spine senza anestesia. La ferita mi bruciava» (Basma). «Ci
hanno dato dei regali: ma con quello che abbiamo patito non sarebbe
bastato tutto l’oro del mondo» (Fatima).

Prende
fiato Aisha, una bella ragazza somala di 30 anni, mentre inizia il suo
racconto percorrendo, a ritroso nella memoria, i ricordi di un evento
traumatico. «Avevo otto anni – continua -, stavo giocando a pallone con
alcune amiche e cuginette, in mezzo alla strada, davanti alla casa di mia
nonna. All’improvviso arrivò correndo mia sorella, Zahra, che disse:
“Vieni, dài, stiamo per essere infibulate…”. Era felice. Ci avevano
detto che era un grande evento e che, per l’occasione, avrebbero ucciso un
pollo e ci avrebbero offerto dei dolci. Quindi mi alzai e, felice, corsi
via con lei. Entrammo in una casa poco distante, dove abitava una vecchia
levatrice. Toccò per prima a mia sorella, di un anno più grande di me. La
donna, con l’aiuto di mia madre e mia nonna, fece stendere la sorella su
una stuoia. Io rimasi nella stanza a fianco, seduta per terra, silenziosa,
come paralizzata. La sentii urlare. Il suo dolore mi sembrava atroce: mi
entrava nelle orecchie e mi impediva di respirare. Ero terrorizzata. Una
violenta ribellione si impossessò di me. Feci per fuggire.

Non capivo
bene che cosa stesse accadendo, ma certamente, regali o no, non volevo
soffrire. “Non voglio più essere cucita” gridai con quanto fiato avevo in
gola. Ma la nonna mi afferrò stretta e, aiutata da una vicina, mi adagiò
su un materasso. Poi si sedette dietro di me e mi tenne aperte le gambe,
come in una morsa. La vecchia ostetrica aveva terminato il lavoro di
ricucitura. Mia sorella ora se ne stava quieta, come un animale ferito,
senza forze e senza volontà, sulla stuoia ancora insanguinata.

Era il mio
tuo. Sentivo crescere la disperazione e la rabbia. In ginocchio, di
fronte a me, la vecchia mi guardava sicura e severa. Con un esperto colpo
di coltello mi tagliò la clitoride e le piccole labbra, senza anestesia.
Allora non si usava ancora; ora sì, in ospedale, dove l’infibulazione è
praticata dai medici.

Furono
minuti indescrivibili: il coltello grondava sangue, mentre io urlavo come
un animale al macello; non capivo perché mi stessero facendo quel male.
Mia madre e mia nonna mi rassicuravano dicendo che stavo per diventare una
donna, che avremmo festeggiato tutti insieme l’evento, che erano
orgogliose di me, della sorella e che, qualche anno dopo, avrei potuto
sposarmi e fare dei bambini.

“Sposarmi?
Fare figli?” domandavo a me stessa mentre mi tagliavano, e pensavo ai
giochi lasciati per strada… Mi cucirono con ago e filo, lasciando
un’apertura sottile per far defluire l’urina e il sangue mestruale. Poi mi
lavarono e disinfettarono con erbe e unguenti. Infine mi legarono le gambe
strette tra loro e mi portarono a casa della nonna, insieme a mia sorella,
dove rimanemmo immobili, distese su stuoie, per due settimane. “La ferita
si deve rimarginare bene – ci spiegarono -; altrimenti, quando
partorirete, si lacererà”.

In quei
giorni arrivarono familiari, parenti e amici a congratularsi con noi.
Portarono dolci e doni, ma a me non interessava nulla: ero mortificata e
scioccata. Mia sorella sembrava invece gradire tutte quelle attenzioni; si
sentiva importante. Io ero piena di rabbia: “Mai – mi ripetevo –
permetterò che le mie figlie possano subire un torto simile”.

Pochi anni
dopo, fui data in moglie ad un uomo molto più vecchio di me… La notte
delle nozze avrei voluto morire. Provai un dolore atroce. Per il marito,
invece, fu un grande onore, una prova di virilità, avere rapporti con una
sposa così cucita. È anche una sicurezza sulla sua fedeltà: con chi altri
potrebbe mai tradirlo?

Rimasi
incinta. Andai in ospedale a Mogadiscio. Là mi aprirono per farmi
partorire, e mi ricucirono. Avevo 14 anni e avevo appena terminato le
scuole. All’età di 18 arrivai in Italia con mia sorella…».

Da 12 anni
Aisha vive in Piemonte con delle connazionali e si prende cura della
figlia. Il marito è in America a lavorare.

A
Mogadiscio ha frequentato, finché ha potuto, scuole italiane, come la
maggioranza delle sue coetanee benestanti, e in Italia si è laureata in
medicina, mentre lavorava come assistente domiciliare per anziani. La sua
attività più importante è quella di sensibilizzare le sue connazionali,
giovani mamme e ragazze, contro la pratica delle mutilazioni genitali,
affinché quelle giovani vite non debbano patire torture atroci in nome
della tradizione e del controllo dell’uomo sulla donna.

Una donna
grossa mi bloccava tra le sue gambe, mentre mi bendavano gli occhi con un
foulard nuovo. Mi hanno operato senza anestesia (sono solo 20 anni che
hanno iniziato ad usarla, ad operare su tavoli e a chiamare un’ostetrica).
Sono stata cucita con le spine. La ferita mi bruciava. Mia madre mi ha
lavata con acqua calda. Dopo aver scavato una buca per terra e deposto
della carbonella con delle erbe che producevano fumo, mi hanno fatta
appoggiare sopra per disinfettare e seccare la cucitura, che è diventata
scura. Ho contratto un’infezione, perché mi sfregavo la ferita: sono stata
male per un mese, avevo la febbre…».

Nonostante
il ricordo ancora vivo della sofferenza causatale da tale pratica, Basma
si dichiara pronta per lo stesso intervento: sua figlia è stata infibulata
e vorrebbe che anche le nipoti seguissero la tradizione.

Per
Fatima l’esperienza non è da ripetersi. «Sono stata circoncisa a sette
anni, insieme ad una sorella di nove. Altro che festa! Quel giorno ho
subìto uno shock che non dimenticherò più. Sono stata operata senza
anestesia, senza niente. Ho sofferto moltissimo. Eravamo sette bambine da
sei a nove anni; c’erano le figlie dei vicini di casa, nel tempo di
chiusura delle scuole. Le donne si erano dette: “Facciamo ciò che dobbiamo
fare, perché le ragazze sono ormai grandi”.

Hanno
chiamato una donna anziana e siamo state operate in una casa vicina. La
prima ad essere sottoposta ai ferri è stata la più piccola, mentre noi
guardavamo terrorizzate, in lacrime. La mamma era fuggita, perché non
voleva sentire i nostri pianti.

Mi
hanno deposta nuda su un tavolo grande, mentre tre donne mi tenevano
legate mani e piedi. Non ho visto con che cosa mi hanno tagliata, se con
un coltello o una forbice (si nascondono gli strumenti, perché la pratica
incomincia ad essere criticata). Mi hanno asportato la clitoride e le
piccole labbra. Poi sono stata cucita con filo, perché eravamo in città, e
non con spine, come avviene in campagna. Il dolore è durato ben sette
giorni. Sono rimasta con le gambe legate (dalla vita fin sotto le
ginocchia) per due settimane. Non si può mangiare… Io sono riuscita a
fare pipì, mentre a mia sorella (che non l’ha fatta per tre giorni) si è
gonfiata la pancia. Ha sofferto di più, perché era più grande.

Mamma e
papà, una volta guarite, ci hanno dato dei regali: ma con ciò che abbiamo
patito non sarebbe bastato tutto l’oro del mondo a consolarci! Per fortuna
non sono sorte infezioni, perché papà ci portava tintura di iodio e
antibiotici.

Prima
dell’operazione correvo, giocavo a pallone, ma dopo non l’ho più fatto.
Mia madre mi diceva sempre: “Attenta, ora sei diventata grande, ti
strappi!”.

Non ero
più libera. Non era più come prima. Mi hanno lasciato un buco
strettissimo. Prima del contatto con l’uomo, le mestruazioni erano molto
dolorose. I primi rapporti sessuali mi hanno fatto schifo. Poi è andata un
po’ meglio».

 



Il parere medico sulle mutilazioni

 Igiene?

C’è ben altro!

 «L’infibulazione
è un rapporto tra schiava


e padrone, dove, in accordo a schemi primitivi,

si dona
tutto e si riceve tutto. Il rispetto per le donne è zero. Esse non valgono
nulla» (dott. Mascherpa).


«È un rito iniziatico: la donna rimane un oggetto e, nello stesso tempo,
viene allontanata da lei ogni tentazione» (dott. Bracco).



E le conseguenze sono clamorose.


 Abbiamo interpellato il dottor Franco Mascherpa, medico presso la clinica
ginecologica universitaria di Torino, a suo tempo impegnato in Somalia,
sulle mutilazioni genitali femminili.


Dottore, cosa s’intende per mutilazione sessuale femminile?


«Attualmente sono circa 130 milioni le donne che hanno subìto pratiche di
mutilazione sessuale. Sono interventi laceranti, che si effettuano sui
genitali estei delle bambine prepubere.

Sono
possibili tre tipi di operazione. La più diffusa è quella sudanese o
faraonica (infibulazione), che risulta la più mutilante e dà origine a
tanti problemi medici e psicologici. Essa consiste nell’asportazione della
clitoride e delle piccole labbra, nella cruentazione (con incisioni
verticali, scaificare) della parte intea delle grandi labbra, della
parte mediana della vulva e nella cucitura delle labbra. Le tecniche di
sutura sono diverse: nelle zone rurali si possono usare spine di acacia,
tenute insieme da fili di cotone.

La
clitoridectomia (escissione) è meno diffusa: prevede l’asportazione della
clitoride e della parte superiore delle piccole labbra. La ferita non
viene mai suturata, bensì tamponata con erbe. Le bambine vengono fasciate
con le gambe strette.

La
sunnah (circoncisione), diffusa nei paesi arabi, ma anche in Somalia) è
una pratica meno cruenta della clitoridectomia: comporta minori
conseguenze permanenti sul piano fisico. Consiste, nei casi più radicali,
nella asportazione di una parte della clitoride. Nelle varianti minori
vengono prodotte piccole ferite superficiali nella regione paraclitoridea.
Lo scopo di tale pratica è di produrre una fuoriuscita di sangue.
Solitamente viene utilizzato un coltello rituale, oppure una lametta da
barba. Vengono anche impiegate sostanze anestetiche.

Dopo
l’intervento, le gambe delle bambine vengono saldamente legate con fasce
all’altezza delle caviglie, delle ginocchia e delle cosce, e mantenute in
questa posizione per dieci giorni, durante i quali seguono una particolare
dieta. Talvolta cospargono la ferita con una sostanza a base di incenso e
mirra, che ritengono svolga un’azione antisettica e cicatrizzante.

Un
altro aspetto del fenomeno è la reinfibulazione post partum. Una
missionaria mi raccontò che, in Somalia, la praticavano alle donne che
avevano appena partorito per evitare tensioni familiari».

Come
sono considerate le donne non circoncise?

«In
Somalia le donne non circoncise sono ritenute orfane, meticce e fanno di
mestiere le prostitute: questo perché perdono dignità, valore sociale ed
economico; non sono più sposabili e hanno perciò poche speranze di
sopravvivenza. In un paese povero come la Somalia, infatti, le poche
risorse sono legate alla presenza di un uomo. Le donne, se non c’è un
maschio a fianco che abbia qualche attività commerciale, da sole non
possono sopravvivere. Per la stessa ragione vogliono essere sempre
incinte: il marito, che ha mogli sparse qua e là, è più propenso ad
andarle a trovare spesso e portare loro da mangiare. Se la donna è
sterile, rischia di non ricevere mezzi di sussistenza».

In
Occidente consideriamo affascinanti le somale: la loro bellezza, la
fierezza e la sensualità del portamento sembrano giustificare tale
considerazione. Ma come vivono il rapporto con il proprio corpo?

«In
Somalia, come ginecologo e sessuologo, ho cercato di capire come le donne
si rapportavano alla propria sessualità: l’unica risposta che ne ho
dedotto è che essa ha una pura funzione riproduttiva. La loro grande
sensualità non è genitale, perché da quegli organi ricavano solo molto
dolore. Dal punto di vista ginecologico, hanno sempre mal di pancia e
problemi vari. Per loro il benessere non è vivere bene la sessualità nel
matrimonio, bensì avere un marito che le mantenga.

Le
bambine di soli cinque anni, che sanno di essere infibulate, aspettano con
ansia il momento di passaggio all’età adulta. Se una ragazzina grandicella
non ha ancora subìto tale operazione, viene emarginata dal gruppo di
amiche.

Il
corpo della somala è un corpo doloroso. Infatti i racconti sui primi
rapporti sessuali sono agghiaccianti, traumatici: lei si presenta a lui
“cucita”. Sono poche le mogli che, d’accordo con il marito, si fanno
scucire. In genere lui vuole constatare di persona che lei sia chiusa. La
regola è quella del grano di mais: se passa un grano è ben cucita. Da quel
foro fuoriescono urine e mestruazioni, ma con gran ristagno di liquidi.

Al
momento della penetrazione sorgono i problemi: la cucitura deve essere
aperta o con il pene o un oggetto qualsiasi (un coltello, una lametta, la
parte superiore di una lattina di coca-cola).

L’atto
sessuale, più che un rapporto intimo, è un gesto di valorizzazione sociale
delle velleità maschili: io, uomo, la posso penetrare anche se è
difficilissimo. È una prova, mentre alla donna è richiesta una
superverginità. Spesso questa ha il primo rapporto in modo strumentale,
non naturale: vetri, coltelli, forbici, frammenti di latta che lacerano le
suture. Una donna facile da avere è vista come una prostituta, con
sospetto. Una donna non infibulata può essere ripudiata immediatamente. Se
il marito non riesce a deflorare la moglie, può sempre dire di aver
sposato una donna ben cucita, quindi di grande moralità.

In
Somalia si porta ad estreme conseguenze questo aspetto antropologico: “io
sono così preziosa che sono inaccessibile; però quando mi conquisti mi dai
tutto”. È un rapporto tra schiava e padrone, in cui, in accordo a schemi
primitivi, si dona tutto e si riceve tutto. Il rispetto per le donne è
zero. Esse non valgono nulla.

Se
l’orgasmo femminile è seducente per l’uomo in un contesto occidentale, è
superfluo, negativo, privo di interesse in società maschiliste e sadiche.
“Perché una donna mi deve sedurre? Faccio io quello che voglio di lei.”
Innamoramento, amore non esistono. La donna è un mezzo attraverso il quale
l’uomo realizza la propria discendenza.


Comunque, a livello sessuale, donna e uomo hanno strategie diverse: la
prima deve essere prudente, poiché ne può conseguire una gravidanza; il
secondo invece cerca di sedurre più donne possibile, perché la poligamia è
la forma di famiglia più diffusa nel mondo (come numero di culture, non di
persone). In Occidente si espleta attraverso numerosi rapporti
extraconiugali, che coinvolgono l’80% delle persone».

Ci sono
donne somale che chiedono di essere deinfibulate perché sono fidanzate ad
italiani?

«Dove
sono? Si sposano solo tra loro. Da me arrivano donne con complicazioni
mediche… Un somalo non sposerebbe mai una connazionale, anche se
infibulata, arrivata qui molto tempo fa, perché pensa che abbia ormai
assunto la mentalità occidentale. Tutte le donne che hanno avuto
“contaminazioni” con l’Occidente non si sposano più».

Tutte
le giovani somale in Italia sono qui sapendo che perdono la possibilità di
trovare marito?

«Se non
trovano subito un fidanzato somalo, con il passare del tempo perdono la
propria accettabilità sessuale».

 


 Abbiamo brevemente intervistato anche il ginecologo Roberto Bracco.


Dottore, in certi contesti culturali l’infibulazione è considerata
un’usanza igienica, che rende più bello e pulito il corpo della donna.
Cosa ne pensa?


«L’infibulazione non è una pratica igienica. In tutti i casi che ci sono
capitati, quando abbiamo riaperto la ferita, abbiamo trovato l’assenza
totale di igiene. L’urina e il sangue mestruale ristagnano all’interno
della cucitura».

Come
intervenite?


«Introduciamo una pinza a becco e tagliamo i punti. In certi casi è
necessario operare con anestesia totale».

Come
definire allora l’infibulazione?

«Un
intervento mutilante che, dal punto di vista sanitario, non ha nulla di
igienico. È un rito iniziatico: l’asportazione della parte erettile della
donna. La clitoride, infatti, ha la stessa struttura anatomica dei corpi
caveosi del pene; rappresenta il centro del piacere sessuale femminile,
che viene così ad essere mutilato. Se in un rapporto di coppia si toglie
alla donna la parte di piacere, essa rimane un oggetto e, nello stesso
tempo, viene allontanata da lei ogni tentazione. Il controllo dell’uomo è
così veramente efficace.

La
circoncisione femminile, praticata alle donne egiziane, è invece più
blanda e permette loro di avere una vita sessuale normale.

Nei
casi estremi si può intervenire chirurgicamente con una plastica delle
piccole labbra».

 

La
pratica delle mutilazioni genitali femminili può comportare delle
complicazioni mediche immediate e a lungo termine.


Nell’immediato: shock post-operatorio, infezione locale, setticemia,
tetano, emorragia, lesioni delle vie urinarie e della regione perianale,
ritenzione di urina e infezioni urinarie…

A lungo
termine: proliferazione fibrosa del tessuto, cisti e ascessi, malattia
infiammatoria pelvica, ritenzione di sangue nella vagina e cavità uterina,
defibulazione cruenta al momento della deflorazione e del parto, parto
distocico, fistole vagino-vescicali e rettali post partum, rapporti
sessuali difficoltosi e dolorosi, infezioni uro-genitali ricorrenti…


mancano ripercussioni psicologiche: paura e angoscia infantile,
lacerazione in infanzia/età adulta, senso di inevitabilità del proprio
destino, senso di inferiorità sociale, morale e spirituale della
condizione femminile, disturbi della sfera sessuale, restringimento di
interessi e perdita di intraprendenza, senso di offesa alla propria
integrità psico-fisica, caduta di autostima, malattie mentali (nevrosi
cenestopatica, stati depressivo-reattivi).

 


I dati riportati sono stati desunti dalla ricerca della professoressa
Silvana Borgognini Tarli, docente di antropologia all’università di Pisa,
e della dottoressa Elisabetta Marini, ricercatrice in scienze
antropologiche, pubblicata dalla rivista «Sapere», maggio-giugno 1994.

 

 



Altre dichiarazioni e precisazioni

 Tra
dovere



e vergogna

 


Alia: sono stufa di sentirmi chiedere se approvo o meno l’infibulazione e
se la ripeterei sulle mie figlie… Mariam: l’unico suo significato è
quello di controllo, di potere da parte dell’uomo sulla donna; è una forma
di maschilismo cui dobbiamo opporci…Giovanna: i seni, i glutei e altre
parti del corpo sottoposte a chirurgia estetica non sono forse altrettante
forme di tortura a cui la donna si sottopone pur di piacere al maschio o
di tenersi il marito?

 

Alle
donne somale dà spesso fastidio l’interesse dell’Occidente verso
l’infibulazione: sentono una ingerenza nella loro vita, nelle loro
tradizioni, nei loro corpi.

Alia,
studentessa somala, dichiara: «Noi non andiamo a sindacare sulle abitudini
sociali, sessuali o estetiche delle donne europee. Sono fatti loro, come
la tradizione dell’infibulazione è affare nostro. Sono stufa di sentirmi
chiedere se approvo o meno questa usanza e se la ripeterei sulle mie
figlie. L’Occidente non può sempre esportare i suoi valori e il suo
modello di vita agli altri paesi. Credo che ogni popolo vada lasciato
libero di scegliere il suo modello di sviluppo e di seguire le proprie
tradizioni, senza per questo essere accusato di barbarie o di inciviltà».

Di
opinione differente si dimostra Mariam, mediatrice culturale presso uno
sportello sociosanitario di Torino: «Sono contraria alla pratica delle
mutilazioni genitali, anche se l’ho subìta e non me ne vergogno, come
invece accade ad alcune mie connazionali. È parte della nostra cultura e
non c’è da vergognarsene. Anche sul termine “mutilazioni” non sono
d’accordo. Si può condividere o meno l’uso di tale pratica, ma non credo
che si tratti di una mutilazione. Certo, i danni causati sono molti. Da
noi infatti arrivano donne infibulate, che hanno sviluppato seri problemi
clinici e hanno timore di essere visitate, ma anche madri che chiedono
consigli sulla scelta di fare infibulare (o circoncidere) le proprie
figlie.

In
Somalia tutte le bambine sono sottoposte a tale intervento. Vengono
preparate dalle madri ad accettare ciò che dovranno subire come un momento
importante nella loro vita: è un “rito di passaggio” che si manifesta
anche attraverso la festa, i regali e l’aspetto gratificante del
riconoscimento pubblico. Le mamme chiedono alle figlie di non esteare
dolore e pianto, perché altrimenti disonorano la famiglia: infatti la
parte coinvolta del corpo è “vergognosa”, e non può essere menzionata. Il
dolore, dunque, va nascosto, segregato, represso.

Alcuni
fanno ricoverare le proprie figlie in ospedale, affinché l’operazione sia
eseguita in modo corretto e igienico; altri si rivolgono a “mammane”, che
tagliano senza anestesia e in condizioni sanitarie pessime. In entrambi i
casi, tuttavia, la ferita rimane: nel corpo e nella mente. Ed è difficile
da rimarginare. Crescendo sorgono grossi problemi ginecologici, che si
manifestano soprattutto durante i rapporti matrimoniali, la gravidanza e
le mestruazioni. Le donne, qui in Italia, hanno paura di farsi visitare:
temono di essere scucite. A Firenze opera un medico somalo, che con il
laser deinfibula coloro che glielo richiedono.

Prima
della notte di nozze, qualche donna accetta di farsi scucire per evitare
lacerazioni e sofferenze eccessive; ma la maggioranza rifiuta tale
pratica, temendo il giudizio negativo del marito. Si dice che venga a
mancare la sensibilità femminile durante il rapporto sessuale; non è vero.
Ad essere asportata è solo la parte superiore della clitoride. Io ritengo,
comunque, che noi donne abbiamo il dovere di ribellarci a questa pratica.
Dobbiamo dire “no”. Dobbiamo porre fine a tale cultura.

Prima
della guerra civile, il presidente Siad Barre (1) aveva promosso una
campagna contro l’infibulazione, ma con il conflitto tutto è andato
perso…

Le
donne somale in Europa, ad esempio, si pongono il problema se fare
tagliare o meno le proprie bambine e pensano: “Adesso siamo qui e tutto va
bene. Ma, se torniamo nel nostro paese, cosa accadrà alle nostre figlie?
Verranno prese in giro dai coetanei, additate come prostitute e non
troveranno mai marito“.

A
Torino le donne somale sono oltre un migliaio, e sono poche quelle che si
rifiutano di ricorrere all’infibulazione. È sentita come un retaggio
culturale da mantenere.

Io non
l’accetto. Che senso ha? Perché mai è necessaria? Nel passato era forse
usata come una sorta di “cintura di castità”… L’unico suo significato è
quello di controllo, di potere da parte dell’uomo sulla donna. È una forma
di maschilismo cui dobbiamo opporci».

 


 Abbiamo avuto pure l’occasione d’incontrare Giovanna Zaldini, di origine
somala, vicepresidente dell’Associazione torinese Alma Terra.

Ci sono
famiglie, in Italia, che richiedono di infibulare le proprie figlie?

«A
Torino non sono mai state registrate, finora, richieste di
infibulazione/circoncisione.

Chi ha
scelto di emigrare in Italia ha pure scelto di mettere in discussione le
proprie origini e tradizioni, diversamente da chi è stato costretto a
lasciare il proprio paese a causa della guerra. Questa seconda tipologia
di persone si sente più sradicata e non è in grado di operare scelte
contro la propria cultura e tradizione… In ogni caso, se in Italia vi è
stata richiesta di infibulazione, non troverà risposta da parte dei
medici.

Il
problema più evidente è quello delle conseguenze sulla salute delle donne
già infibulate. A livello sanitario nazionale, permane ancora una grande
impreparazione nell’affrontare casi di pazienti infibulate e nel prestare
loro soccorso e cure adeguate. Quando, ad esempio, in ospedale arrivano
delle partorienti infibulate nessuno pensa di scucirle prima del parto. Il
personale sanitario ricorre automaticamente al taglio cesareo.

Inoltre
le donne giovani non si sottopongono a visita ginecologica per paura del
dolore, ma anche perché si vergognano e non si sentono capite dai medici.
Qualcuna ha raccontato di avere provato molto disagio, perché si sentiva
studiata, osservata.

Anche
per questa ragione va posta molta enfasi sulle nefaste conseguenze
cliniche di tale pratica e sulle ragioni che spingono certi poteri ad
infibulare le proprie donne; così facendo, sottopongono queste ultime ad
umiliazioni e mortificazioni ulteriori.

In
Occidente si parla di “mutilazioni” sessuali. Già! Ma i seni, i glutei e
altre parti del corpo sottoposte a chirurgia estetica non sono forse
altrettante forme di tortura a cui la donna si sottopone pur di piacere al
maschio o di tenersi il marito? Altrimenti se ne cercherebbe una più
giovane, più bella o più “nuova”…

Il
comune denominatore tra “noi” e “voi” resta sempre la sottomissione al
desiderio maschile. Abbiamo tutte subìto un lavaggio del cervello. Siamo
dipendenti dagli uomini, in un modo o nell’altro, a livello sociale,
economico, psicologico.

Per una
donna somala non essere infibulata significa non trovare marito; per una
occidentale non possedere un bel seno vuol dire non essere neanche
guardata. Per la paura di non trovare un uomo che le sposasse, nel mio
paese erano le bambine stesse a chiedere alle mamme più liberali di essere
cucite.

In
Somalia, durante il 1986-90, è stata portata avanti una campagna di
sensibilizzazione contro l’infibulazione, che non ha inciso molto.
Tuttavia, la massiccia emigrazione porterà per forza al confronto con
altre culture e al cambiamento di mentalità nei confronti di questa
pratica.

Se si
supera l’età più a rischio, che va fino a 12-13 anni, le ragazze saranno
fuori pericolo e le mamme avranno un alibi per evitare loro l’intervento.

Presso
gruppi somali, residenti all’estero da lungo tempo, si è visto come il
fenomeno dell’infibulazione si stia trasformando in un’azione puramente
simbolica, iniziatica (pungere la clitoride in modo che fuoriesca del
sangue), finalizzata alla purificazione».


Come dire: l’incontro fra culture diverse può essere liberatorio.

 

(1)
Siad Barre, presidente-dittatore, fu al potere in Somalia dal 1969 al
1991.

 

 


Mutilazioni
sessuali femminili nel mondo

Sono
circa 130 milioni le donne che, nel mondo, hanno subìto mutilazioni
sessuali: circoncisione (clitoridectomia), escissione, infibulazione.

La
circoncisione consiste nella rimozione del prepuzio della clitoride; tale
pratica, nei paesi arabi che la eseguono, è chiamata anche «sunnah».


L’escissione prevede la rimozione del prepuzio, della clitoride, delle
piccole labbra (interamente o in parte), ma lascia intatte le grandi
labbra e il resto della vulva.


L’infibulazione è la rimozione del prepuzio, della clitoride, delle
piccole e grandi labbra, la sutura delle due estremità della vulva (viene
lasciata una piccola apertura per permettere al flusso dell’urina e del
sangue mestruale di scorrere).

 

Queste
pratiche mutilatorie sono largamente diffuse in Africa, Asia, Mondo Arabo,
America Latina ed Europa.

n
Africa: nella costa occidentale, dal Camerun alla Mauritania, nelle zone
centrali e nel Ciad, nel nord dell’Egitto, in Kenya e Tanzania
(circoncisione ed escissione), in Mali, Sudan, Somalia, Etiopia e nel nord
della Nigeria (infibulazione).

n Asia:
Filippine, Malesia, Pakistan e Indonesia (tra i gruppi musulmani).

n Mondo
Arabo: Emirati Arabi Uniti, Yemen del sud, Bahrain, Oman.

n
America Latina: la circoncisione femminile è praticata in Brasile, in
Messico e Perù (presso gruppi di origine africana).

n
Europa: a causa della numerosa presenza di immigrati provenienti dai
sopracitati paesi, il fenomeno delle mutilazioni genitali, dall’antichità
dov’era sepolto, è ritornato alla luce e interessa una vasta fascia di
donne e bambine straniere. Una nuova tendenza, al riguardo, è stata
introdotta da ricchi africani che portano le loro figlie in Europa per
sottoporle a circoncisione, sotto anestesia e in condizioni
igienico-sanitarie migliori di quelle presenti nei loro paesi.

(cfr.
«The circumcision of women. Strategy for eradication», Zed Books ltd,
London).

 


E il
nostro paese?

 L’
Italia è interessata al fenomeno, insieme al resto dell’Europa, anche se
non è possibile risalire a dati certi e reali: certamente esistono casi
(forse qualche centinaio), dal 1992 ad oggi, di bambine, figlie di
immigrati, che hanno subìto mutilazioni sessuali nel nostro paese o in
patria. Quando i genitori non decidono di accompagnarle al paese
d’origine, le piccole vengono operate qui, in cliniche private o in case,
dove medici italo-somali o personale paramedico eseguono l’intervento.

Per
un’infibulazione la famiglia giunge a pagare oltre 1.000 euro. L’età delle
bambine si aggira tra 5 e 12 anni.

Molto
più alto è, invece, il numero di donne straniere, residenti in Italia, che
sono state sottoposte, anni addietro e nel paese d’origine, a
circoncisione o infibulazione.

Oggi
qui, in terra di immigrazione, manifestano varie patologie, fisiche o
mentali, o semplicemente profondo disagio psicologico.

 

 



Infibulazione: è possibile cambiare?

  

Di
questa pratica, delle sue origini, motivazioni e degli strumenti per
sradicarla totalmente dall’uso comune in molte aree dell’Africa, si è
occupato il seminario internazionale «Mutilazioni dei genitali femminili.
Una questione di relazioni tra uomini e donne», organizzato nel giugno
scorso a Torino, presso il Centro internazionale di formazione, dall’Aidos
(Associazione italiana donne per lo sviluppo). Numerosi gli interventi di
esperte africane (giuriste, psicologhe, medici, sociologhe e
antropologhe), da anni impegnate in prima fila nella lotta contro il
fenomeno.

«ll
nostro intento è quello di promuovere scambi di informazioni e conoscenze
fra le associazioni africane ed occidentali – ha detto Cristiana Scoppa,
dell’Aidos e una delle organizzatrici del corso – e di fornire strumenti
formativi e didattici per facilitare l’opera di prevenzione nei villaggi e
nelle città dell’Africa.


Cerchiamo di aiutare a sviluppare una consapevolezza sulle motivazioni
personali, non solo sociali e tradizionali, alla base del radicamento di
tale pratica. È solo prendendo coscienza di sé, del proprio ruolo di
donna, del proprio valore e dei modelli familiari di appartenenza
(centrati sul controllo della donna da parte del clan familiare maschile)
che è possibile apportare un cambiamento a tradizioni antiche e radicate.

Un
altro aspetto altrettanto importante è quello dell’informazione
nell’ambito sanitario: medici e infermieri, infatti, sempre più spesso in
Italia e a Torino, si trovano di fronte a donne infibulate o escisse, in
procinto di partorire, ed è impensabile che possano operare alla rimozione
della sutura al momento delle doglie. Bisogna intervenire prima,
altrimenti si creano lacerazioni o complicazioni gravi e tanto disagio,
sia per le pazienti sia per i medici».

 

Il prezzo … della
sposa

Le
mutilazioni genitali femminili (mgf) hanno radici lontane e ancora oscure.
Qualcuno le fa risalire ai faraoni di Egitto (circoncisione faraonica),
altri all’antica Roma (in-fibulare, chiudere con fibbia: è l’usanza di
applicare ai genitali estei maschili o femminili fermagli o anelli per
evitare i rapporti sessuali).

Molti
sono gli studi sull’argomento, a livello sia antropologico-sociologico sia
medico-scientifico, che tuttavia non hanno scalfito il silenzio e il
disagio che gravitano attorno a questo diffusissimo fenomeno.

 Scrive
Carla Pasquinelli nella ricerca «Antropologia delle mutilazioni dei
genitali femminili», curata dall’Aidos (Associazione italiana donne per lo
sviluppo): «Dietro questo silenzio ci sono molte cose: c’è un mondo di
donne chiuso su se stesso, un mondo di interni, sospeso tra l’attesa e il
timore di togliare via una parte del corpo delle proprie bambine nel corso
di cerimonie di cui per secoli le madri sono state le grandi registe, e
c’è un mondo esterno, un mondo di uomini che si mantiene estraneo e
distante, e che però su questo disciplinamento dei corpi femminili ha
fondato le proprie strategie di potere. A tenere insieme e dare coerenza a
questi due mondi così distanti tra loro c’è una pratica cruenta, che
stringe in una morsa tutta la fascia dell’Africa subsahariana, e che
costituisce l’espressione simbolica di un complesso sistema economico e
sociale di strategie matrimoniali diffuso in maniera capillare in tutta
l’area.

Si
tratta di un meccanismo di dominio fondato sul prezzo della sposa, cioè
sul compenso che la famiglia del futuro marito versa alla famiglia della
futura moglie in cambio di una donna illibata, il che vuol dire circoncisa
(escissa o infibulata che sia), pronta a rispedirla al mittente e a
riprendersi il compenso versato… se la donna non è operata come si deve.
Il valore di una sposa dipende infatti dalla sua verginità e le mgf sono
una forma di protezione che inibisce nella donna desideri e tentazioni di
rapporti prematrimoniali, ma che soprattutto la preserva e la difende da
violenze e stupri».

 

Fra
tanta incertezza circa l’origine del fenomeno delle mutilazioni genitali
domina una certezza: l’islam non ha nulla a che vedere con la diffusione
in territorio africano di questa antica pratica ad esso antecedente.

Scrive
ancora Carla Pasquinelli: «L’attribuzione che spesso viene fatta
all’islam… è probabilmente dovuta alla facilità con cui si è saputo
adattare al tessuto tradizionale conformandosi al modo di vita locale.

La sua
penetrazione, infatti, è stata resa possibile dalla presenza nelle culture
africane di alcuni elementi (come le strutture patrilineari e la
concezione di Dio fondata su un forte senso di dipendenza), che ne hanno
favorito l’accettazione, permettendogli di radicarsi nel tessuto
tradizionale molto più di quanto non siano riuscite a fare le varie chiese
cristiane che si sono impegnate alcuni secoli più tardi
nell’evangelizzazione del continente africano…

Questo
diverso atteggiamento della religione islamica e di quella cristiana si
riflette anche nella percentuale di donne sottoposte alla mutilazione dei
genitali nei due contesti. Le cifre parlano chiaro: mentre in area
cristiana (dove predomina la clitoridectomia) le percentuali oscillano tra
il 20 e il 50, in area islamica (in particolare nel Coo d’Africa, dove
l’infibulazione è di rigore) si toccano punte che vanno dall’80 al 100%.

Con il
tempo l’identificazione dell’islam con la tradizione indigena non ha fatto
che rafforzarsi, a tal punto che è stato il maggior responsabile della
diffusione delle mutilazioni genitali femminili fuori dell’Africa,
esportandole tra l’altro in Indonesia e Malesia».

 

Bibliografia

– The
circumcision of women, a strategy for eradication (a cura di Olayinka
Koso-Thomas), Zed Books Ltd, London


Antropologia delle mutilazioni dei genitali femminili, una ricerca in
Italia (a cura di Carla Pasquinelli), Aidos


Special needs of ritually circumcised women patients (a cura di Hanny
Lightfoot-Klein – Evelyn Shaw), in «Jognn, principles & practice»


Figlie d’Africa mutilate. Indagini epidemiologiche sull’escissione in
Italia (a cura di Pia Grassivaro Gallo), Editrice L’Harmattan Italia, 1998

– Nous
protégeons nos petites filles (a cura de la «Prefecture d’Ile-de-France»)

– Il
corpo offeso, in «Sapere», 1994

– The
sexual esperience and marital adjustment of genitally circumcised and
infibulated females in the Sudan (a cura di Hanny Lightfoot-Klein), in
«The Joual of sex research», 1989


L’histornire de Fatoumata (a cura di «Campagne pour l’éradication des
mutilations génitales féminines»)


Mutilazioni dei genitali femminili. Una questione di relazioni tra uomini
e donne, diritti umani e salute (convegno), Torino, luglio 2001, OIL


Figlie d’Africa mutilate, anche in Italia (convegno), Torino, febbraio
1999


Infibulazione tra diritti umani e identità culturale (a cura del CSA,
Centro Piemontese di Studi Africani, Associazione Frantz Fanon, Istituto
Avogadro), Torino 1998


Pharaonic circumcision of females in the Sudan (a cura di Hanny
Lightfoot-Klein), in «Medicine and Law», 1983


Observation ethnopsychiatrique de l’infibulation des femmes en Somalie (a
cura di Michel Erlich) in «Terrain Ethnologique»

– La
lunga marcia delle donne contro l’infibulazione, in «Tam Tam», 1995

– Waris
Dirie, Fiore del deserto. Storia di una donna, Garzanti Editore, 2000


L’excision hors la loi (a cura di Karine Sidibe), in «Le Temps de
l’Afrique noire», novembre 1996

– La
salute delle donne e le mutilazioni sessuali: un problema della società
multietnica (a cura di Elisabetta Cirillo), in «Politica del Diritto»,
marzo 1992

Angela Lano




INFERNO VERDE

Situata
nel cuore
della foresta tropicale,
diventata parrocchia nel 1997,
Sago presenta tutti i problemi
degli inizi; ma la cordialità della gente
incoraggia missionari e suore a raccogliee
le sfide: clima caldo umido e zanzare
in abbondanza, carenze scolastiche e sanitarie,
babele di lingue e culture, con costumi che fanno
a pugni col vangelo… E qualcosa sta cambiando.

«Sago è un villaggio avviato
a diventare città – attacca
con enfasi Raphael, capo
tradizionale e maestro della scuola
locale -. È un villaggio cosmopolita.
Buona parte della popolazione viene
dall’estero: Burkina Faso, Mali,
Guinea, Liberia, Ghana, Togo, Benin
e perfino dal Congo. Posta all’incrocio
delle strade di collegamento
a varie città della regione, e ai
villaggi minori della zona, Sago è stata
scelta come sede della sotto-prefettura
ed è destinata a diventare una
città pilota. Ma non abbiamo nulla:
il prefetto non è ancora arrivato; le
strade non sono asfaltate, non c’è elettricità,
né telefono, né acqua corrente.
Dei quattro pozzi solo due sono
in funzione».

EPPUR SI MUOVE…
Senza tante parole, basta un colpo
d’occhio per capire che Sago è un
paese scalcinato: una serie interminabile
di catapecchie di fango, col
tetto di paglia o frasche, circondato
da un mare di verde, composto da
un intrigo di liane e varie piantagioni,
su cui svettano alberi secolari. Unici
edifici in muratura sono la scuola
e la missione: chiesa, casa dei padri
e convento delle suore.
Fino al 1997, anno in cui fu istituita
la parrocchia, la missione di Sago
dipendeva da Sassandra, 60 km distante.
Una volta all’anno, un prete
ne visitava alcuni villaggi, sparsi nella
foresta per un raggio di una cinquantina
di chilometri, limitandosi a
qualche catechesi e amministrazione
dei battesimi.
Oggi la parrocchia è servita da tre
missionari africani: il kenyano Zaccaria
King’aru, parroco e superiore
del gruppo dei missionari della Consolata
in Costa d’Avorio, coadiuvato
dal congolese Victor Kota e dal
kenyano Joseph Omondi. Tutti e tre
formano una comunità affiatatissima,
in cui ho vissuto giorni indimenticabili
di frateità e amicizia.
Da due anni sono presenti anche
tre suore di s. Gemma Galgani: l’italiana
Maria Pia e le congolesi Monique
e Veronique. Benché impegnate
ancora nella costruzione del convento,
collaborano a pieno ritmo
nelle attività religiose e formative
della parrocchia e gestiscono un dispensario
che supplisce all’inefficienza
di quello governativo.
«Fino a quattro anni fa, nessuno
conosceva Sago – afferma il capo
Raphael -. Appena vi si è stabilita la
chiesa cattolica, il governo ha deciso
di sceglierlo come sede della sottoprefettura:
ora il nome di Sago appare
su tutte le cartine geografiche.
Grazie alla chiesa cattolica esso è diventato
il centro religioso a cui fanno
riferimento decine di villaggi;
presto lo diventerà anche sotto l’aspetto
amministrativo».
La costruzione della chiesa e la
promozione del villaggio a sotto-prefettura
aveva innescato una serie di iniziative
destinate a cambiare il volto
del luogo: fu spianato il terreno e
scavate le fondamenta della sede amministrativa;
ma tutto è stato risucchiato
da abbondante vegetazione.
Qualcuno cominciò a fare blocchi di
cemento, ben presto anneriti dalle
piogge e coperti dalle erbacce, perché
a nessuno è venuta la voglia di costruire
abitazioni in muratura.
Sotto l’aspetto religioso, invece, i
cambiamenti sono già evidenti. Oggi
la parrocchia di Sago conta oltre
2.000 fedeli, 600 dei quali battezzati
in questi anni. Le 35 comunità sparse
nella foresta si sono rianimate: la
domenica le piccole cappelle di fango
sono insufficienti a contenere i fedeli,
costretti a seguire la messa sotto
il sole. Si moltiplicano dappertutto
i catecumenati, anche se si trova
difficoltà a reperire personale idoneo
per il regolare svolgimento dei tre
anni di preparazione al battesimo.
Bisogna fare i conti col personale
disponibile. Alcuni catechisti sono
pieni di buona volontà, ma mancano
d’istruzione. «Mesi fa – racconta
padre Joseph – mandai una lettera a
una comunità per comunicare la data
della celebrazione della messa; ma
quel giorno non trovai nessuno. Domandai
al catechista se avesse ricevuto
il mio messaggio ed egli rispose
seraficamente: “Ecco la lettera,
padre; l’uomo che sa leggere è andato
ad Abidjan”».
«Un altro – aggiunge padre Zaccaria
– sa leggere, ma è poligamo incallito;
è orgoglioso del suo lavoro, anche se spesso gli dico che non è un catechista,
ma un pagano che insegna
agli altri a diventare cristiani».

FRATELLI… IN ADAMO
In compenso tutta la gente è cordialissima
e apprezza la presenza e il
lavoro dei padri e delle suore. Mentre
padre Zaccaria mi guida per le
strade del villaggio, uomini e donne,
vecchi e bambini, cristiani e musulmani
salutano da lontano o accorrono
per darmi il benvenuto, stringerci
la mano, augurarci buon giorno,
chiedere notizie o scambiare quattro
chiacchiere.
Dopo il capo tradizionale, padre
Zaccaria mi fa conoscere l’iman dei
musulmani nord-avoriani: ci accoglie
con solenne cortesia e m’invita a sedermi
su uno scanno simile a un trespolo
più che a una sedia. Preferisco
una modesta panca, per rimanere
con i piedi per terra.
«Qui niente male» esordisce l’iman
in francese stentato: vuole dire che, a
differenza di altre zone del paese, a
Sago non esistono tensioni etniche o
religiose. «Siamo tutti uguali – continua
masticando inglese, quando il
padre gli dice che vengo dall’Italia -.
Tutti discendiamo da Adamo e apparteniamo
allo stesso Dio. Non si
deve mescolare la religione con la politica.
Cristiani e musulmani dobbiamo
lavorare insieme».
Padre Zaccaria conferma le relazioni
amichevoli esistenti tra cristiani
e musulmani e continuiamo la visita
al villaggio. Non c’è molto da vedere,
ma tanto da scoprire: prima di
tutto, quanto sia lontana la parentela
in Adamo. Il paese cosmopolita è
diviso in varie zone: al centro vivono
gli autoctoni godié; attorno gli avoriani
provenienti da altre regioni del
paese; in un estremo i burkinabé, che
costituiscono la maggioranza della
popolazione; in quello opposto altri
gruppi stranieri.
«I godié – spiega padre Zaccaria –
si ritengono padroni della foresta e
lavorano poco: hanno affittato le loro
terre agli immigrati, che si dedicano
alla coltivazione di cacao, caffè,
palma da olio e altri prodotti agricoli
». A guardare le case e il tenore di
vita, non c’è alcuna differenza tra padroni
e immigrati.
Sotto l’aspetto religioso la distinzione
è palpabile: i godié sono in
maggioranza di religione tradizionale;
i musulmani sono divisi in tre o
quattro gruppi, con relativi iman e
moschee, si fa per dire, trattandosi di
costruzioni più scalcinate delle abitazioni.
Ce n’è una per gli avoriani
provenienti dal nord del paese,
un’altra per i burkinabé, altre ancora
per i differenti gruppi stranieri.
Solo i cristiani sono sparsi dappertutto,
come il lievito evangelico, destinato
a fermentare tutta la massa.
Ma le diversità linguistiche e culturali
costituiscono un’altra sfida per
l’evangelizzazione.

BABELE DI LINGUE E CULTURE
È domenica. Accompagno padre
Victor nella comunità di Chartier, a
una ventina di chilometri dal centro.
Alle nove inizia la messa. Il padre mi
presenta alla piccola comunità, parlando
in francese; i catechisti Alfonso
e Beard traducono rispettivamente
in godié, per i fedeli locali, e in
moré, per quelli del Burkina Faso. La
celebrazione procede con lo stesso
ritmo per quasi tre ore: letture, omelia
e avvisi finali in tre lingue; gli
stessi idiomi si alternano nei canti.
Alle 12 ci sediamo davanti a un
pentolone di riso e un tegamino di
salsa e pesce, insieme ai responsabili
della comunità: una dozzina di uomini
e due donne. L’atmosfera è cordialissima.
Si ride e si scherza. Mi
sforzo di sorridere anche quando
non capisco. Ma non posso fare a
meno di ammirare e ringraziare la
gentilezza della gente, quando mi
viene offerto un bel gallo ruspante,
come segno di ospitalità.
«Le due signore sedute assieme a
noi sono godié – mi bisbiglia a un certo
punto padre Victor, per farmi notare
un dettaglio culturale -. Le donne
del Burkina, invece, dopo aver
servito cibo e bevande, sono scomparse
per mangiare tra di loro. Ciò
avviene anche il giorno delle nozze
dei burkinabé: lo sposo mangia e beve
con gli amici; la sposa fa festa insieme
alle altre donne: è il risultato
dell’influsso che l’islam ha esercitato
per secoli in quel paese, ma non
ancora penetrato nella società avoriana».

COSTRUIRE LA FAMIGLIA
Per costruire l’unità della famiglia,
i missionari insistono che genitori e
figli mangino insieme. A forza di battere,
qualcosa sembra cambiare, come
posso constatare a Bobodou, una
piccola comunità a 25 km da Sago,
dove si celebra il matrimonio di tre
coppie burkinabé: al momento del
pranzo, sposi e spose mangiano alla
stessa mensa. Padre Zaccaria gongola
di gioia, anche se le mogli sembravano
sedere sulle spine. A renderlo
ancora più felice è il matrimonio
del catechista. «È
la prima volta che
due giovani vengono
all’altare direttamente
dalle proprie case,
senza previa coabitazione
e prole appresso» mi confida.
Formare famiglie
cristiane, una sfida in
tutta l’Africa, è una
priorità per i tre missionari,
che sfruttano
ogni occasione a tale
scopo. Così, le coppie
regolarmente sposate
con rito cristiano della
comunità di Sago,
appena una dozzina,
diventano centro di
attenzione nella festa
della Famiglia di Nazaret,
la domenica
dopo natale: ben vestiti
e fiori all’occhiello,
gli sposi entrano in chiesa in processione
e si siedono in prima fila;
dopo l’omelia ogni coppia si scambia
anelli e promesse di amore e fedeltà,
come il giorno delle nozze, tra
gli applausi dei presenti.
Anche dopo la messa si continua a
celebrare: la comunità ha preparato
il pranzo per tutti i membri delle famiglie
festeggiate e si prosegue sino
a tardo pomeriggio con giochi, canti
e danze. Finalmente anche le donne
burkinabé si sbloccano, improvvisando
danze tradizionali, in cui
perfino suor Maria Pia azzarda qualche
piroetta.

CAPRETTI «A DUE ZAMPE»
«Siamo in un ambiente di prima evangelizzazione
», afferma padre Victor.
«Anzi, di pre-evangelizzazione –
incalza padre Joseph sorridendo -,
almeno per quanto riguarda la popolazione
locale».
La maggior parte dei cattolici e catecumeni
della missione di Sago, infatti,
sono di origine burkinabé; mentre
gli autoctoni, pur simpatizzando
per la chiesa, sono lenti ad abbracciare
i valori del vangelo. A frenarli è
un groviglio di superstizioni che sfocia
in sacrifici umani, offerti agli spiriti
della foresta per placarne l’ira o
attirae i favori a beneficio della comunità
o del singolo individuo.
Quando Sago fu promossa sottoprefettura,
la gente iniziò a sognare
strade asfaltate, elettricità, telefono…
e gli anziani dissero che, prima di avviare
tali progetti, bisognava fare sacrifici
agli spiriti. E si sentì raccontare
di scomparse misteriose. Padre
Flavio Pante, allora parroco di Sago,
e padre Zaccaria tuonarono dentro e
fuori della chiesa.
A innescare la reazione dei missionari
fu anche l’avventura di Rebecca,
una gemellina cristiana di 4 anni, vittima
designata per favorire il successo
di un commerciante. La bimba fu
rapita da uno sconosciuto; ma la tempestività
della ricerca da parte di parenti
e vicini non diede tempo al rapitore
di allontanarsi e permise alla
bambina di approfittare del trambusto
per fuggire e tornare in braccio a
sua madre.
Pochi giorni dopo, lo sconosciuto
era seduto al chiosco gestito dalla
madre di Rebecca per consumare alcune
frittelle; la bambina cominciò a
strillare: «Mamma, è quello l’uomo».
Il cliente non capiva la lingua della
bimba e la madre ebbe tutto il tempo
per farlo arrestare; ma, portato in
tribunale, il rapitore fu assolto per
mancanza di testimoni.
Per vari mesi non si registrarono altre
scomparse. L’estate scorsa, dopo
che padre Flavio ebbe lasciato Sago,
gli anziani tornarono alla carica. «Ho
avuto in mano la lista di 40 giovani,
di vari villaggi, candidati al sacrificio
– racconta padre Zaccaria -. Dodici di
essi erano di Sago. Sono fuggiti per
scampare al pericolo. Appena avuto
sentore di ciò che si stava macchinando,
abbiamo ripreso a martellare
tutte le comunità. Ora non si sente
più parlare di questo barbaro costume.
Ma fino a quando?».
La pressione sociale e culturale degli
anziani, custodi accaniti delle tradizioni,
è così forte che anche i cristiani
stentano a scrollarsi di dosso tale
mentalità. «La prima volta che il
vescovo venne a Sago per le cresime
– continua padre Zaccaria – uno dei
fedeli gli domandò come dovesse
comportarsi un cristiano di fronte al
sacrificio del capretto. E si sforzava
di chiarire il suo pensiero, finché il vescovo
disse: “Ho capito, ho capito!
Parli d’un capretto a due zampe”».
Nel marzo del 1993, a Béoumi, nella
regione natale del presidente Boigny,
il 55enne missionario francese
Adrien Jeanne fu trovato morto con
la gola squarciata: gesto rituale dei sacrifici
umani. Corse voce che il delitto
fosse legato alla salute del presidente,
ormai spacciato da un tumore:
uno stregone avrebbe sentenziato
che solo il sangue di un uomo bianco
e vergine avrebbe potuto salvare
la vita al presidente.
Inutile ricordare che il presidente
morì lo stesso anno. Tuttavia la diceria
dimostra che, nonostante tali fatti
siano condannati dalla legge come
crimini, la mentalità è radicata su
scala nazionale, nella polizia e nelle
istituzioni che dovrebbero difendere
la vita, fino ai livelli più alti della
società avoriana.

PARTIRE DAI GIOVANI
Cosa fare per liberare la gente da
paura, superstizione, magia e altri elementi
culturali negativi?
I missionari s’interrogano e propongono
qualche priorità. «Bisogna
cominciare dai giovani: sono loro il
futuro della chiesa e del paese» afferma
padre Victor, incaricato della
formazione giovanile in tutta la parrocchia.
«Fin dai primi incontri nelle
comunità e nei raduni qui al centro
– racconta il padre – ho incontrato
difficoltà enormi: moltissimi
giovani non sanno né leggere né scrivere.
Ho deciso di cominciare da zero,
dalle cose più semplici, coniugando
formazione religiosa e alfabetizzazione».
Le statistiche riportano che il 60%
della popolazione della Costa d’Avorio
è analfabeta. La percentuale è
ancora più elevata nelle zone rurali
come Sago, dove esiste solo la scuola
elementare per 300 alunni, mentre
la maggioranza dei bambini sono
abbandonati a se stessi o costretti a
lavorare nelle piantagioni.
Per chi volesse continuare gli studi,
la scuola secondaria più vicina è
a Sassandra, 60 km da Sago. Quei
pochi che tentano l’avventura, tornano
a casa frustrati, poiché a Sassandra
non ci sono possibilità di alloggio
né famiglie disposte ad assumersi
la responsabilità di seguire i
giovani studenti.
«Ormai speriamo solo nella chiesa;
il governo promette molto, ma non
realizza niente» confessa il capo
Raphael e, rivolgendosi a me, continua:
«Ti prego perché, come esponente
della stampa, faccia conoscere
in Europa le nostre necessità e inviti
i superiori del tuo istituto a pensare a
una scuola cattolica qui a Sago. È vitale
per il nostro futuro: i quadri esistenti
qui e a livello nazionale, io
compreso, provengono tutti da scuole
cattoliche».
Padre Zaccaria sorride sotto i baffi
e mi fa una strizzatina d’occhio:
promettiamo tutti e due di fare il
possibile per mantenere vivo tale sogno
e di pregare perché possa presto
realizzarsi.
Intanto, padri e suore continuano
a soddisfare speranze più modeste:
nel centro e in varie cappelle hanno
già organizzato corsi di alfabetizzazione
per giovani e adulti; tra qualche
mese, quando sarà terminata la
costruzione del convento, alcune
sale a pianterreno accoglieranno i
bambini dell’asilo. Sono iniziative
rasoterra, ma indispensabili
per volare un po’ più
alto.

Benedetto Bellesi




«AMARCORD» AFRICANO

Da due decenni
in America Latina,
padre Giuseppe Ramponi
rivive i primi 15 anni
di esperienza missionaria
a tutto campo vissuti
in Kenya: attività religiosa,
promozione umana,
scuole, ricerca linguistica
e antropologica
e inculturazione
del vangelo.

Il 17 settembre 1967 il parroco
con la comunità di Pieve di Cento
(BO) mi diceva addio con
queste parole: «La parrocchia si sente
onorata di dare uno dei suoi figli
alle missioni, per portare la verità e
l’amore di Cristo a coloro che hanno
fame e sete di giustizia».
In novembre mandavo i primi sentimenti:
«Wamba (Kenya): la mia più
grande sofferenza non è la fatica o la
privazione, ma la tristezza nel vedere
tanta miseria».

IL TIROCINIO
Wamba, nella diocesi di Marsabit
e distretto dei samburu, era una missione
in costruzione, con tutte le precarietà
che ne derivavano: alloggio
provvisorio, molestie di insetti, animali,
scorpioni, serpenti e insicurezza di vario genere. Inoltre, dovevo
trovare il mio posto nella “missione”:
studiavo la lingua, svolgevo
qualche attività da prete e davo una
mano nei lavori.
Nel febbraio del 1968 l’apprendistato
era finito. Il parroco disse
che di lingua ne sapevo più di lui
e mi buttò in piena attività missionaria:
cominciai a visitare i
villaggi.
Le scuole erano l’attività
fondamentale della
missione, e permettevano
di creare
comunicazioni
con la gente e
portare l’evangelizzazione
su
un piano possibile:
quello dei ragazzi. Dai vecchi
non ci si aspettava che cambiassero
modo di vivere; ma ci aiutavano, approvando
che i figli ricevessero un’educazione
differente.
Col passare del tempo venivo a
contatto con i veri problemi: contrasti
tra la gente, divisioni tribali, inefficienza
dell’amministrazione pubblica
e, per completare il quadro,
scontri con i missionari protestanti.
Le relazioni ecumeniche andavano
bene in Europa, molto meno in missione.
Presenti nella regione da moltissimi
anni e forti del patrocinio dell’amministrazione
coloniale inglese,
essi si sentivano padroni e ci ritenevano
invasori. Comprendevo il loro
risentimento e li compativo. Più tardi,
in America Latina, ho capito perfettamente come ci si sente, quando
tocca a noi essere invasi dagli evangelici,
che portano via intere comunità
con campagne sistematiche di
proselitismo.

CAPIRE LA GENTE
Dopo un anno cominciavo a delineare
i termini del mio essere missionario:
accettare ogni novità con
impegno ed entusiasmo; accogliere
tutti e amarli con tutte le forze.
Alla fine del ’68 arrivò a Wamba il
dottor Silvio Prandoni, per organizzarvi
un ospedale ideale: ebbi con lui
una serie di dialoghi che mi stimolarono
nella ricerca di capire la gente:
mi aprivo alla necessità di discorsi
antropologici e culturali.
Ma il momento cruciale in cui entrai
nel mondo della cultura avvenne
il 22 dicembre: dopo la messa, un
fabbro samburu, con cui parlavo sovente
su usi e costumi del suo popolo,
mi chiamò in disparte; mi mostrò
un braccialetto di ferro a forma di
serpente fatto da lui stesso e, dopo averci
sputato sopra a lungo con solennità,
me lo consegnò dicendo:
«Da questo momento io e te siamo
una sola cosa: tutto ciò che è mio è
anche tuo, tu sei mio fratello».
Mi commossi e mi sentii inviato e
missionario. Ma ignoravo la parte
non dichiarata della cerimonia: la reciprocità.
Inconsciamente afferrai
un’altra importante verità: uno deve
dare quello che può e aspettarsi altrettanto.
Per fare l’africano avrei
dovuto travestirmi; ma riuscii a fornire
vari dettagli della mia vita, capaci
di farmi riconoscere come amico
e fratello, senza camuffare limiti e
differenze.
Volevo capire la vita della gente e
conoscere tutto, senza dare giudizi e
senza demonizzare nulla. Se qualcosa
mi fosse risultata incomprensibile,
avrei cercato altri punti, tempi e
voci per avere la visione più esatta
possibile.
Arrivarono i primi cambi e diventai
missionario itinerante: da Wamba
a Maralal, poi a Loyangallani e infine
a Moyale: tutte esperienze che
mi aiutarono ad acquisire capacità
indispensabili: adattamento, malleabilità,
creatività, disponibilità.

DA MAESTRO A SCOLARO
All’inizio del 1970 passai a Maralal,
con l’incarico di studiare lingua,
usi e costumi delle popolazioni del
distretto e la supervisione delle scuole
della diocesi di Marsabit. Nel campo
linguistico si cominciava da zero:
bisognava preparare una struttura
grammaticale e glottologica che non
è stata ancora raggiunta.
Ma la difficoltà più grande era convincere
i confratelli della necessità
d’imparare la lingua per comunicare
il vangelo in profondità. Si comunicava
con fatica usando un kiswahili
rudimentale, sufficiente per le attività
comuni; ciò faceva scomparire voglia
e impegno di studiare seriamente l’idioma
locale, il samburu.
Le scuole erano state nazionalizzate;
ma potevano conservae l’identità
cristiana, avendo noi diritto
di nominare il direttore e un certo
numero di maestri. I documenti coloniali
parlavano chiaro al riguardo,
ma bisognava cambiare atteggiamento:
bussare, farsi ricevere, chiedere
e inventare linguaggi nuovi nelle
relazioni con chi al mattino si era
ritrovato seduto ad una cattedra.
Poco a poco ricostruii il dialogo e
il riconoscimento reciproco con le
autorità: queste avevano bisogno di
noi, essendo ancora estranee al mondo
samburu. Mettemmo in atto una
strategia raffinata: fare in modo che
dessero quegli ordini che una volta
venivano da noi.
In cinque anni dovetti cambiare
molte idee e forma mentale: da maestro
mi ritrovai scolaro. Fu come ripercorrere
una vita intera. Toai
piccolo per crescere di nuovo, aggiustare
la mentalità, imparare cose nuove,
rivedere con misure diverse giudizi
e criteri, efficienza ed efficacia.

E FU UN CAPOLAVORO
Nel 1970 la Saint Mary’s Girls Primary
School di Maralal era una scuola
persa in tutti i sensi: il governo aveva
occupato tutto, scuola e convitto, per un litigio tra il parroco e il direttore
distrettuale, che era kikuyu: la
scuola si era riempita di kikuyu; i
samburu erano ridotti a 40 bambine.
Per prima cosa accettai la storia e
ristabilii le relazioni. Saint Mary’s fu
restituita e mi impegnai personalmente
nella ricostruzione. Cercai i
collaboratori; chiesi come direttrice
una suora conosciuta a Wamba.
Dopo cinque anni la Saint Mary’s
era diventata una scuola modello,
balzata in tutto al primo posto: per
insegnamento, profitto accademico,
sport e attività varie. Quando veniva
un personaggio, le autorità lo portavano
con orgoglio a visitare Saint
Mary’s.
Mai dimenticherò un pomeriggio
favoloso, quando le bambine tornarono
vittoriose dalle olimpiadi scolastiche:
le coppe elevate al cielo e il
coro fortissimo che cantava: «Siamo
le bambine di Ramponi». Mi viene
ancora la pelle d’oca.
Devo dire che il mio lavoro non fu
isolato. Con i padri del distretto dei
samburu avevamo creato una frateità
di dialogo e solidarietà. Ogni
mese ci incontravamo e parlavamo
di tutto: lavoro, difficoltà, organizzazione,
pastorale, cultura, progetti.
Ricordo quel tempo come una esperienza
bellissima di sintonia, apertura,
entusiasmo e forza apostolica.

AFRICANI URBANIZZATI
Al Capitolo generale del 1975 fui
scelto come delegato regionale e rappresentante
continentale nel comitato
di preparazione. In assemblea
passò l’idea di creare l’ufficio generale
di ricerca e pianificazione pastorale,
ma ebbe vita difficile per le
resistenze di vecchie prerogative.
Toai a Maralal deciso ad attuare
le indicazioni capitolari: dare visibilità
agli africani e noi missionari assumere
il ruolo dell’uomo invisibile.
Ma trovai l’opposizione di chi avrebbe
dovuto approvare ufficialmente
con coraggio e coerenza le
nuove vie dell’evangelizzazione.
Non potevo continuare in una situazione
superata e fuori della storia;
il parroco condivideva la mia posizione:
lasciammo Maralal per aprire
una missione a Mombasa, sull’Oceano
Indiano.
Si apriva così un nuovo capitolo di
esperienza missionaria: accompagnare
l’africano urbanizzato, cioè
sradicato dalla propria terra e mondo
monoculturale e passato alla città,
in una società pluriculturale.
Si trattava di una zona totalmente
musulmana, con cristiani provenienti
da altre regioni ed etnie del
paese, con relative differenze culturali
ed ecclesiali, con cattolici, protestanti
e tanti movimenti religiosi.
Il prete che prestava qualche servizio
religioso a piccole «colonie», ci
disse che i cattolici erano pochissimi.
Lo diceva a occhi chiusi. Abbiamo aperto
gli occhi e abbiamo contato
più di 6 mila cristiani.
Non avevamo niente. Radunammo
i cristiani in una scuola e cominciammo
a formare le piccole comunità
di base. Ciò facilitava la localizzazione
delle famiglie, raggruppate
in quartieri tribali. Nel campo sociale
mi dedicavo ad aiutare i bambini
poveri perché andassero a scuola.
Una mamma della parrocchia divenne
la cornordinatrice del movimento
«Elimu ni maisha» (educazione
è vita), con un comitato eletto
dalle mamme per la gestione del
progetto. Arrivammo ad avere 230
bambini e bambine, metà dei quali
musulmani. Era chiaro che non dovevano
esserci pressioni di sorta. Anzi,
si pagava una tassa extra per il
maestro di corano che insegnasse ai
bambini musulmani.
Con la gente eravamo abbastanza
affiatati. Si procedeva a misura d’uomo,
cercando di fare una lettura attenta
della realtà culturale, sociale,
politica e religiosa per non cadere
nell’errore di programmi troppo
grandi o fuori posto.
Quando il parroco venne trasferito,
dovetti prendere il timone. La sua
partenza lasciava un grande vuoto.
Avevamo lavorato con affiatamento:
i nostri stili divergevano, ma si completavano;
personalmente avevo bisogno
di lui. La gente soffrì per la
partenza: gli volevano bene; con lui
era facile dialogare.
Un caro amico, anche lui con esperienza
del Marsabit, venne ad
aiutarmi. Continuammo la costruzione
delle strutture parrocchiali. La
chiesa in mattoni era bella e accogliente;
quella di pietre vive anche
migliore: era una casa-famiglia, in cui
si lavorava insieme, sviluppando valori
e qualità specifiche di ogni persona.
La domenica era il giorno per
stare assieme. La settimana era dedicata
al lavoro, alla formazione della
comunità, agli incontri per cornordinare
la promozione umana.
Ma avevo nostalgia dei samburu.
Sarei ritornato volentieri, con decisioni
rinnovate e disponibilità. Mi fu
fatta, invece, un’altra proposta: andare
in Colombia, a Cartagena, tra
gli afro-americani, discendenti degli
schiavi evangelizzati da san Pietro
Claver. Iniziava così un terzo capitolo
di esperienza missionaria: dopo gli
africani in casa propria e
urbanizzati, mi trovavo tra
quelli in esilio.

Giuseppe Ramponi




AFGHANISTAN: Dopo la guerra e le bombe, verrà il tempo della pace?

A KABUL NON BASTANO GLI AQUILONI


«Il risultato è che i sovietici se ne sono andati,
mentre  i vincitori – i mujaheddin –   la guerra non l’hanno ancora
smessa, 12 anni dopo la ritirata sovietica. Anzi, molti di loro  l’hanno
anche importata,   al loro rientro, nei Paesi d’origine. (…) E quel tale
Osama,   prima in buoni rapporti con la CIA, ha finito col
dichiarare  apertamente guerra…  agli Stati Uniti! E l’Afghanistan,   
in tutto questo? 1.500.000 morti, 1.000.000 di mutilati, 4.000.000  di
profughi».

(Gino
Strada, medico e fondatore  di «Emergency»)



Kabul è
caduta !

L’attesa in
una Peshawar invasa dai profughi e poi l’arrivo dell’agognata notizia: i
talebani hanno lasciato Kabul. Siamo entrati in un paese devastato da
trent’anni di guerre. A Kabul abbiamo trovato miseria, macerie e
confusione, ma anche degli italiani che da anni si fanno onore. Come
Alberto Cairo, che riassume così la situazione: anche dopo le bombe e la
caduta dei talebani, per gli afghani la parola chiave è sempre e soltanto
una, «sopravvivenza».

Appena
rientrati nella «guest house» che ci ospita, dalla televisione via cavo
arriva la notizia: Kabul è caduta!

Il giorno
seguente ci rechiamo in vari uffici governativi, dove tentiamo (invano) di
ottenere il permesso per transitare nelle «aree tribali». Ovvero in quelle
zone del Pakistan, che da Peshawar arrivano sino alla frontiera con
l’Afghanistan, in mano a tribù locali. Potremmo quasi definirle zone
franche, perché qui il governo pakistano non ha alcuna autorità. Si limita
solamente al controllo della strada che, attraverso il Kyber Pass, porta
sino alla città di confine di Thorkam.

Il giorno
precedente un convoglio di giornalisti, con l’appoggio di un capo tribù, 
ha «forzato»  il posto di blocco della polizia pakistana, che oggi quindi
non sembra disposta ad accontentare fotografi, giornalisti e cameramen
occidentali che premono per entrare in Afghanistan.

Per
fortuna, arriva una telefonata di un amico del Gr Rai, il quale ci informa
che i pakistani  hanno finalmente deciso di accordare il permesso di
transito attraverso le zone tribali.

Il 17
novembre finalmente riusciamo a partire, con un centinaio di altri
rappresentanti dei media  di tutto il mondo. Arriviamo a Thorkam, dove le
operazioni di controllo dei passaporti  sono estenuanti, un po’ per il
numero di persone da controllare, un po’ per l’estrema meticolosità dei
pakistani.

Alle 19.00
riusciamo ad entrare in Afghanistan.


SULLA STRADA
PER KABUL

«Welcome
to Afghanistan» sorride il mujaheddin, appoggiato al pick-up che ci sbarra
la strada. Alcuni come lui formeranno la nostra scorta sino a Jalalabad.

Al mattino
presto ci sveglia la guida, informandoci che il giorno precedente molte
macchine di giornalisti  avevano percorso la dissestata via del
contrabbando che porta a Kabul e che, anche in quel momento, molti si
stavano mettendo in viaggio.

Lungo la
strada attraversiamo zone desertiche e oasi coltivate (prevalentemente a
cavolfiori), che costeggiano il fiume Kabul. Dopo circa tre ore,
nonostante il ramadan, la nostra guida si ferma per offrirci un tè nel
piccolo ospedale gestito da afghani con fondi di una Ong francese. «Qui i
talebani praticamente non si sono mai visti. Solo qualche ferito in
scontri nelle vicinanze» ci dice un infermiere.

La strada
è ormai una pista. Di tanto in tanto, si incontra qualche nomade con le
sue greggi o bambini, che cercano di racimolare qualcosa tappando le buche
lungo il percorso e chiedendo qualche spicciolo alle vetture che
transitano.

A
ricordarci di essere in un paese in guerra da ormai trent’anni, ci sono
carcasse di carri armati sovietici, arrugginite dal tempo e depredate di
tutto ciò che poteva essere utile.

Eccoci a
Sourubi. Ci sono una grande diga e la centrale elettrica che fornisce la
corrente a Kabul. Qui incontriamo il primo posto di blocco dell’Alleanza
del nord.

I
militari non fanno alcun tipo di problema, sorridono e parlottano con
l’autista.


Arriviamo a Kabul, dopo aver tirato un sospiro di sollievo, per aver
superato senza problemi il canyon che ci separava dalla capitale.

È
evidente la presenza dei mujaheddin, soprattutto nelle zone strategiche
della città. Ci stupisce  il fatto che in soli 2 giorni l’Alleanza del
nord abbia già occupato tutti i posti di controllo e stia organizzando
l’amministrazione, mentre al nord del paese la guerra prosegue. Gli
americani continuano a bombardare perché i talebani dicono di non volersi
arrendere se non a una forza dell’Onu.

Kabul,
comunque, sembra sicura. I mujaheddin ci rassicurano e ci dicono che
problemi potrebbero esserci solo con alcuni gruppi di arabi e pakistani
che si sono rifugiati sulle montagne. «Di tanto in tanto ne viene
catturato qualcuno, oppure scende dalle montagne per la fame», ci dice
Abdullah, venticinquenne comandante di un piccolo gruppo di uomini che
arriva dal Panshir.

Ci
raccontano che nei giorni precedenti ci sarebbero stati diversi linciaggi,
ma che ora si sono spostati soprattutto fuori città. La gente sembra
cordiale e tutto sommato felice di aver recuperato un po’ delle libertà
perse nel 1994. Molti ragazzi che parlano un po’ di inglese si offrono
come guide ai giornalisti. Per loro significa guadagnare in pochi giorni
quello che di solito racimolano in un anno o più.



LO STADIO DEGLI IMPICCATI

Le
macchine dei mujaheddin sono tappezzate di manifesti del comandante Massud,
«il leone del Panshir», ucciso il 9 settembre. In soli 3/4 giorni sono
spuntati, qua e là, negozi di radio e televisioni, libri e musicassette.
In un piccolo supermercato troviamo persino alcuni prodotti italiani
(Barilla, Nutella), co-flakes, tonno, olio d’oliva, sigarette americane.
«Arriva quasi tutto da Dubai (Emirati Arabi)» ci spiega il proprietario. 

Andiamo
allo stadio. All’ingresso incontriamo il custode.  Abdarsak  ha 48 anni e
lavora qui da parecchio tempo. Ricorda che, in 5 anni di regime, su quel
campo sono state impiccate non meno di 50 persone e almeno altre 500 hanno
subìto il taglio di una mano. «Nell’intervallo allo stadio di Kabul c’era
quasi sempre qualche “fuori programma”».  Racconta di quel sabato 11
agosto 2001: «Sono le due di pomeriggio. I tagiki del Pamir, in maglia
rossa e pantaloni lunghi, e gli azarà di Maivan, in completo verde e
pantaloni lunghi, stanno per affrontarsi. Non è una partita ufficiale
eppure lo stadio è gremito, ci saranno 30 mila persone. Sono così rare le
occasione per divertirsi che una qualsiasi partita di calcio diventa un
evento. L’arbitro dà il fischio di inizio. Si gioca. Mancano 10 minuti
alla fine del primo tempo, quando dall’altoparlante si chiede di fare
silenzio e di sospendere la partita. Eccolo il “fuori programma”!

La voce
dura di Abdrakam Arrà, il temuto capo della polizia religiosa talebana,
annuncia che da lì a pochi minuti verranno puniti, in nome di Allah, 4
uomini macchiatisi di crimini gravissimi. Calciatori, arbitro e
guardalinee hanno già raggiunto le linee laterali per non perdersi lo
spettacolo. L’altoparlante torna a dire qualcosa e i colpevoli, due ladri
e altrettanti assassini,  vengono spinti, ammanettati, a centro campo,
dove sono attesi da una dozzina di boia incappucciati».


Prosegue Abdarsak: «Il rituale era sempre lo stesso: gli assassini
venivano impiccati alle traverse e poi finiti a fucilate; i ladri subivano
il taglio di una mano».  Le esecuzioni non avvenivano solo allo stadio, ma
anche in una piazza, alla periferia residenziale di Kabul, chiamata Charai
Aiana, ma tristemente nota con il soprannome di piazza della morte. Al
centro di quello slargo a luglio hanno penzolato, da una gru, quattro
uomini accusati di aver minato l’Hotel Kabul,  quartier generale dei
talebani; ma era solo un pretesto per liberarsi di quattro scomodi
oppositori. 


IL
DOTTOR CAIRO,

L’«ANGELO
ITALIANO»

Kabul
di notte è una città fantasma. Non vige un vero e proprio coprifuoco, ma
di fatto è come se ci fosse. Solo alcuni giornalisti si muovono (ma
rapidamente) da un albergo all’altro. Mentre mangiamo un piatto di riso
con pollo, un ragazzo ci raccomanda di ricordare che le croci bianche
sulle case segnalano che sono state sminate, mentre quelle con la croce
rossa non lo sono. Ci ricorda anche che nel paese rimangono circa 11
milioni di mine.

Poiché
le stime parlano di circa 8/9 milioni di abitanti, questo significa più di
una mina per afghano! Ecco perché, per strada, è normale vedere persone
con una sola gamba.


Incontriamo il dottor Alberto Cairo (laureato in legge, ma convertitosi
alla fisioterapia) nel suo centro ortopedico, ospitato presso l’ospedale
Wasir Abkhar Khan.

«Sono
appena rientrato dopo 57 giorni, non ce la facevo più a stare lontano da
qui. Non sapevo cosa avrei trovato, ma vedo ottimismo e fiducia. Molti
sperano in qualcosa di nuovo e di buono, specie adesso che tutto il mondo
guarda all’Afghanistan. Tutti sono contenti della fine dei bombardamenti,
ma tutti sono preoccupati per il futuro: la fine degli attacchi e il
cambio di regime non significano, automaticamente, pane, case, caldo,
sicurezza o un governo stabile». Il dottor Cairo vive a Kabul da 12 anni,
il suo centro ortopedico sfoa protesi a getto continuo, avvalendosi a
volte di materiali di recupero, come ad esempio copertoni.

Nel
centro ci sono una sala ed un percorso all’aperto per la riabilitazione.
Il personale dell’ospedale è tutto afghano, formatosi nel medesimo centro,
e la maggior parte di esso è composto di ex pazienti. Continua il dottor
Cairo: «La parola chiave in Afghanistan è sopravvivenza. Gli abitanti
hanno dei meccanismi che io non riesco a comprendere: in qualche modo ce
la fanno sempre, ma pur sempre sopravvivenza è. So che gli afghani hanno
grandi capacità lavorative, ma non mi aspettavo che potessero portare
avanti da soli tutte le nostre attività, pur avendo così tanta pressione
sulle spalle. I laboratori ortopedici hanno fabbricato gambe, braccia,
stampelle; le distribuzioni di cibo sono andate avanti. Il centro è in
perfetto ordine. Ci sono persino i fiori. Temevo che i colleghi afghani mi
avessero mentito, per farmi stare tranquillo. Invece no, è tutto a posto».


Salutiamo il dottor Cairo e continuiamo i nostri giri per Kabul.


A
SPASSO TRA LE MACERIE

DELLA
CAPITALE

Alcune
zone della città sono completamente distrutte. Ci sono milioni di fori di
proiettile, come se un pazzo fosse entrato, casa per casa, sparando
centinaia di colpi in ogni stanza.

Il
museo è devastato; l’università, per il momento, resta chiusa.  L’ex
palazzo reale, alla periferia di Kabul, è uno scheletro di travi e
calcinacci. Peccato, doveva  essere bello. La Tomba del Padre (un anonimo
mausoleo) è stata bombardata. Lo zoo, nonostante tutto, resiste ed ospita
un orso spelacchiato, qualche scimmia ed un leone entrato nella leggenda,
perché è sopravvissuto allo scoppio di una granata lanciatagli da un
mujaheddin per vendicare la morte del fratello, sbranato  dall’animale.
Quella che era l’ambasciata russa è ormai occupata da circa 20 mila
profughi.


Incontriamo due donne, rigorosamente con il burqa, che pare abbiano voglia
di chiacchierare. Anche loro sono sfollate e si sono rifugiate qui per
sfuggire ai combattimenti che per anni hanno bersagliato le zone a nord
della capitale. Si ritengono fortunate, perché anche con i talebani hanno
potuto continuare a lavorare.

Da due
anni lavorano come assistenti sanitarie ed educatrici presso il campo
profughi. Si tratta di un progetto organizzato da «Save the children». Pur
sembrando molto giovani, sono entrambe sposate. Una di loro però non pare
soddisfatta, ed il fatto che ne parli con due stranieri è sorprendente. Si
è sposata da 7 mesi e, dopo appena uno, il marito è partito per l’Iran in
cerca di lavoro. E oggi lei è costretta a vivere con la famiglia di lui.
Gli uomini di casa si affacciano alla finestra, un po’ curiosi e un po’
minacciosi; ma lei non pare scossa e continua a camminare disinvolta fra
la polvere con le sue scarpe bianche, unica parte visibile sotto il  burqa.



LE BOMBE «INTELLIGENTI»

I
soldati dell’Alleanza del nord cominciano a farsi più rigidi con i
giornalisti occidentali. Ci negano il permesso di fotografare alcuni carri
armati talebani bombardati dagli americani, ci impediscono di vedere
alcuni prigionieri arabi e pakistani, rinchiusi in un container, nel mezzo
di una delle basi.

Dietro
la vittoria dell’Alleanza ci sono i bombardamenti anglo-americani, che
hanno lasciato il segno, e non solo sulle basi militari. Nei paraggi di
questi obiettivi molte case civili sono state distrutte. Errori? C’è chi
li ammette e chi no.

 «Non
posso giustificare un errore che ha ucciso tutta la famiglia di mio
fratello» ci dice Abdul. «La casa è stata colpita durante i primi
bombardamenti – spiegano alcuni vicini -. Erano da poco passate le otto
quando, all’improvviso, l’esplosione: 9 morti e 12 feriti». «Mio fratello
non ha mai avuto nulla a che fare con i talebani era un semplice maestro»
racconta Abdul. Ma le bombe, si sa, non guardano in faccia nessuno.

Molte
sono le zone di Kabul colpite dai bombardamenti. Vicino all’Hotel
Continental, dove alloggiano la maggior parte dei giornalisti, nella zona
di Karte Parvan, si trova una villa che era stata donata dal re ad uno dei
suoi consiglieri più fidati. Negli ultimi anni la villa era diventata la
base di alcuni arabi e per questo sarebbe stata bombardata. Sotto il buco
nel tetto ci sono ancora i resti del missile «intelligente» lanciato dagli
americani.

Alcuni
mujaheddin stanno ripulendo lo stabile. Ci dicono che intendono farvi una
guest house per il ministero della Difesa. Ma il fatto di essere tornati
grazie alle bombe americane non vi reca qualche imbarazzo? Ci risponde
Quasim, ventiduenne capo militare dell’Amirat del Panshir, evidentemente
soddisfatto di essere tornato a Kabul: «Certo, le bombe americane ci hanno
aiutato. Hanno colpito i terroristi, nemici dei musulmani, del nostro
paese nonché dell’umanità intera». Invece sulla sorte di possibili
prigionieri preferisce lasciare la risposta ai suoi superiori.

Da ieri
mattina è cominciato l’attacco a un migliaio fra talebani e arabi che si
sono raggruppati a Maidan Shar, una quarantina di chilometri a sud-est di
Kabul. Un punto strategico per entrambi i contendenti, poiché qui passa la
strada che porta ad Herat e Kandahar. Il comandante Haji Shirihalam, in un
improvvisato incontro con i giornalisti, dichiara: «Abbiamo negoziato per
10 giorni. Alla fine, lunedì scorso, i talebani sono venuti a dirci che si
sarebbero arresi e che avrebbero consegnato le armi. Ma così non è stato e
noi questa mattina abbiamo attaccato».

Il
problema è che qui, come in altri posti del paese, i talebani sarebbero
anche disposti ad arrendersi, ma gli arabi e i pakistani che sono con loro
si oppongono, ben sapendo che a loro spetta la sorte peggiore. Fra i
talebani afghani è quasi subentrato un sentimento nazionalista, essendo
consapevoli del fatto che per loro le pene saranno miti, sempre che siano
puniti.

Guljan,
trentaduenne studente di teologia, come ama definirsi, ci dice: «Per il
mio paese io voglio solo la pace». Discute tranquillamente con alcuni
soldati dell’Alleanza, tra sorrisi ed abbracci da vecchi amici ritrovati.
«Era nostra intenzione arrenderci, ma gli stranieri ce l’hanno impedito».
Sanno di non avere via di scampo, che non possono certo tornare a casa. I
combattenti stranieri sono stati i primi ad essere passati per le armi dai
mujaheddin, quando sono stati intercettati, mentre sembra che in alcuni
casi, come a Kunduz, siano stati gli stessi stranieri ad uccidere i
talebani che volevano arrendersi.


Toiamo verso Kabul, lungo la strada che è un continuo sali e scendi. Ai
lati viene continuamente segnalata la presenza di mine. Appostati nei
luoghi strategici, i mujaheddin scrutano l’orizzonte o formano i posti di
blocco, che qui sono più numerosi che altrove.

 L’impatto
con l’entrata sud della capitale è assolutamente impressionante: una città
completamente devastata,  macerie su macerie. Superata la parte distrutta
durante i 20 anni di guerra civile, l’altra, quella sopravvissuta, sta
chiudendo i battenti.

In
tempo di ramadan, al calar della sera comincia la corsa verso casa per
l’agognato pasto dopo il lungo digiuno. Cosa troveranno sulla tavola i
milioni di afghani che vivono solo degli aiuti umanitari? Intanto, al
mercato di Kabul, i prezzi dei beni alimentari sono in costante aumento.
Succede sempre durante il mese di ramadan, ma oggi, in più, ci sono la
guerra e gli stranieri.

 

 



Afghanistan una storia tormentata

Dal
XIII al XVI secolo


L’Afghanistan è governato prima da Gengis Khan, poi da Tamerlano e dai
suoi discendenti.


 1839-1919: le guerre con gli inglesi

Persa
la prima guerra anglo-afghana (1839-1842), gli inglesi si rifanno nella
seconda (1878-1880) e stabiliscono sull’Afghanistan un protettorato. Nella
terza ed ultima guerra (1919), gli afghani si liberano degli inglesi. 

 Dal
1933 al 1963


L’Afghanistan è governato dal re Zahir Shah. Durante la seconda guerra
mondiale, il paese riesce a mantenere l’integrità nazionale e una
difficile neutralità. A partire dagli anni Cinquanta diventa un
protettorato di fatto dell’Unione Sovietica.

 1964:
riforme democratiche

Zahir
Shah approva una nuova costituzione trasformando il regno in una
democrazia con libere elezioni e diritti civili.

 1973:
il re viene detronizzato

Luglio
– Il re Zahir Shah viene detronizzato da un colpo di stato organizzato dal
principe Mohammed Daud. L’Afghanistan viene proclamato repubblica e Daud
ne diventa il presidente.

 1978:
nascono i «mujaheddin»

Aprile
– Daud viene ucciso. Il Partito democratico del popolo afghano (PDPA),
filo-sovietico, dà il via alla «Rivoluzione d’aprile», che porta alla
nascita della Repubblica democratica dell’Afghanistan. Al potere sale
Mohammed Taraki, con Babrak Karmal primo vice premier.

Agosto/dicembre
– Le riforme del nuovo regime, volte alla sovietizzazione e alla
laicizzazione del paese, alimentano il malcontento di larghi strati della
popolazione. Comincia a organizzarsi la resistenza islamica armata (mujaheddin)
con l’appoggio degli USA.

 1979:
l’invasione sovietica

16
settembre – Il presidente della repubblica Taraki viene ucciso e il potere
passa nelle mani di Afizullah Amin. Il PDPA si spacca. L’URSS, che non
gradisce l’ascesa di Amin e teme un’estensione della ribellione islamica
alle vicine repubbliche di Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan, decide
di invadere l’Afghanistan.

27/28
dicembre – Truppe dell’Armata Rossa entrano nel paese. Amin viene
assassinato dai servizi segreti di Mosca e i sovietici installano al
potere Babrak Karmal.

 1980:
interessi vitali

In
occasione del tradizionale discorso sullo Stato dell’Unione, il presidente
USA Jimmy Carter dichiara che «il tentativo da parte di una potenza
straniera di conquistare il controllo della regione del Golfo Persico sarà
considerato come un assalto agli interessi vitali degli Stati Uniti e sarà
respinto con ogni mezzo necessario, compresa la forza militare». Gli USA
offrono al Pakistan un piano di aiuti economici e militari (missili
Sidewinder e Stinger) per arrestare l’avanzata dell’URSS in Afghanistan.

1983:
profughi

Il
numero dei profughi afghani raggiunge livelli altissimi: circa 3 milioni e
mezzo di persone sono rifugiate in Pakistan, 2 milioni in Iran e diverse
migliaia in India, in Europa e negli Stati Uniti.

Le
truppe sovietiche in Afghanistan ammontano ormai a più di 100 mila unità.

 1986:
arriva Najibullah

Maggio
– Babrak Karmal perde l’appoggio dell’URSS e viene costretto a dimettersi.
Lo rimpiazza il medico, ex capo della polizia segreta e segretario del
PDPA, Mohammed Najibullah.

 1988:
accordi di Ginevra

Aprile
– Dopo anni di incontri tra il governo afghano, i gruppi ribelli e i
rappresentanti di USA e URSS, sotto l’egida dell’O.N.U., a Ginevra si
firmano gli accordi per il definitivo ritiro sovietico.

Maggio
– L’URSS rivela che 13.310 soldati sovietici sono morti e 35.478 sono
rimasti feriti nel corso degli 8 anni di guerra in Afghanistan. Il 25
maggio inizia ufficialmente il ritiro dell’Armata Rossa. Ad agosto il
contingente sovietico nel paese è già dimezzato.

Luglio
– A Kabul Najibullah forma un governo di coalizione, nella sostanza
filosovietico, nonostante la presenza di alcuni ministri non comunisti.

 1989:
i sovietici si ritirano

15
febbraio – Ritiro definitivo delle truppe sovietiche.

Aprile
– I guerriglieri musulmani mujaheddin, si trasformano progressivamente in
un esercito regolare, organizzato e ben equipaggiato, con il sostegno
della C.l.A. e del Pakistan. Continuano a combattere contro il governo
moderato di Najibullah, ma per il momento controllano solo alcune aree
rurali.

 1991:
crolla l’Unione Sovietica


Novembre – Burhanuddin Rabbani guida una delegazione mujaheddin a Mosca
per discutere di un possibile cessate il fuoco. Le parti si accordano per
il trasferimento del potere a un governo islamico ad interim e per lo
svolgimento di libere elezioni entro 2 anni.

8
dicembre – L’URSS cessa di esistere. Al suo posto nasce la Comunità di
Stati Indipendenti (CIS).

 1992:
l’ora di Rabbani e Massud

Aprile/giugno
– Kabul è presa dai mujaheddin. Dopo giorni confusi e sanguinosi scontri
intestini tra le forze ribelli, si costituisce un governo di coalizione
sotto la guida di Burhanuddin Rabbani.

Vi
entrano rappresentanti dei 7 partiti della guerriglia. Il comandante Ahmad
Shah Massud viene nominato ministro della difesa.

 1994:
arrivano i talebani


Novembre – I componenti della fazione più fondamentalista, quella degli
studenti sunniti di teologia coranica, i talebani, compaiono per la prima
volta sulla scena come gruppo armato. Da questo momento i combattimenti
subiscono un’escalation.


Novembre – Kandahar viene presa dai talebani, che assumono anche il
controllo di due province del sud, Lashkargarh e Helmand.

1995: i
talebani avanzano ovunque

5
settembre – Dopo mesi di combattimenti Herat cade nelle mani dei talebani.
ll leader sciita Ismail Khan, luogotenente di Rabbani nella città, fugge
in Iran. All’O.N.U. il ministero degli esteri di Rabbani accusa il governo
pakistano di «aggressione diretta» per il sostegno fornito ai talebani
nella presa di Herat.


Novembre – Le milizie talebane attaccano Kabul. Le truppe governative
riescono tuttavia a respingere l’offensiva.

 1996:
la caduta di Kabul

20
marzo – La shura dei talebani invita il popolo afghano alla jihad (guerra
santa) contro il presidente Rabbani. Il maulvi Mohammed Omar è proclamato
condottiero dei talebani.

26
settembre – I talebani muovono verso Kabul e la conquistano nella notte.
ll presidente Rabbani e il primo ministro Hekmatjar fuggono. L’ex
presidente Najibullah viene impiccato a un lampione. Mohammed Omar è
nominato capo di un consiglio provvisorio formato da 6 membri. ll Pakistan
invia una delegazione a Kabul.

28
settembre – L’amministrazione americana esprime «rammarico» per
l’esecuzione di Najibullah, ma si dichiara disposta a stabilire relazioni
con il nuovo regime. I talebani intanto avanzano verso il nord del paese.

2
novembre – L’Organizzazione della conferenza islamica decide di lasciare
vacante il seggio dell’Afghanistan.

 1997:
il Pakistan riconosce il governo talebano

La
resistenza moderata antitalebana si concentra nella parte nord del paese,
dove varie fazioni danno vita all’«Alleanza del Nord», appoggiata dalla
Russia che non vuole perdere totalmente il controllo della regione. ll
generale tagiko Massud guida l’Alleanza. La guerra prosegue durissima e a
fasi altee nelle province settentrionali.

24
maggio – I talebani entrano a Mazar-i-Sharif, impongono la sharia (la
legge islamica) e chiudono le scuole femminili.

26
maggio – Il Pakistan riconosce il governo dei talebani.

4
settembre – Uno dei massimi dirigenti talebani si reca in Arabia Saudita,
dove a Jeddah riceve promesse di aiuti da re Fahd. Accusa inoltre Iran,
Russia e Francia di aiutare Massud.

17
dicembre – Il Consiglio di sicurezza dell’O.N.U. condanna i rifoimenti
di armi da parte di eserciti stranieri alle fazioni afghane e invita le
parti al cessate il fuoco.

 1998:
Omar e Osama

9
luglio – Un aereo dell’O.N.U. viene colpito da un razzo a Kabul. Il maulvi
Omar mette al bando la televisione e annuncia la deportazione dei
cristiani e punizioni per i comunisti.

18
luglio – L’Unione europea sospende tutti gli aiuti umanitari a Kabul per
le inaccettabili restrizioni cui è sottoposto il suo personale.

7
agosto – Le ambasciate USA in Kenya e Tanzania saltano in aria: i morti
sono centinaia. Gli americani ritengono che il responsabile degli
attentati sia Osama bin-Laden, un miliardario saudita che sostiene anche
finanziariamente i talebani.

8
agosto – I talebani riconquistano Mazar-i-Sharif uccidendo 11 diplomatici
iraniani e un giornalista. Massacro di migliaia di hazara.

18
agosto – L’ayatollah Ali Khamenei accusa Stati Uniti e Pakistan di usare i
talebani come strumento antiiraniano. Il leader talebano Omar dichiara che
il suo governo darà asilo a Osama bin-Laden.

20
agosto – Gli Stati Uniti lanciano 75 missili Cruise sui campi di Jalalabad
e di Khost, che sarebbero al comando di Osama bin-Laden: 21 morti e 30
feriti.

29
dicembre – L’UNICEF denuncia il totale collasso del sistema educativo
afghano.

 1999:
gasdotti, sanzioni O.N.U. e oppio

9
febbraio – Il governo di Kabul respinge una lettera formale degli Stati
Uniti in cui si richiede di consegnare Osama bin-Laden.

29
aprile – Talebani, Turkmenistan e Pakistan firmano un nuovo accordo per la
costruzione di un gasdotto attraverso l’Afghanistan.

14
maggio – Gli Stati Uniti diffidano ufficialmente il Pakistan dal dare
aiuto ai talebani. Washington dichiara nuovamente il suo favore per un
ritorno a Kabul del re Zahir Shah, che si trova in esilio a Roma.

22
maggio – I talebani individuano una potenziale rivolta a Herat. Otto
congiurati vengono giustiziati in pubblico. Un altro centinaio di nemici
sono uccisi.

26
giugno – Zahir Shah convoca a Roma 70 delegati afghani per organizzare una
Conferenza degli Anziani (la «Loya Jirga», tradizionale strumento
istituzionale per risolvere i conflitti interni), ma i talebani rifiutano
la sua mediazione.

6
luglio – Gli USA impongono sanzioni economiche e commerciali al governo
dei talebani e congelano i loro patrimoni finanziari. I talebani si
preparano intanto a un’offensiva estiva contro le truppe di Massud.
Migliaia di giovani arabi e pakistani si uniscono a loro.

10
settembre – Le Nazioni Unite calcolano che la produzione di oppio in
territorio afghano sia raddoppiata, raggiungendo le 4.600 tonnellate. Il
97% delle coltivazioni è sotto controllo talebano.

12
ottobre – In Pakistan, un colpo di stato militare rovescia il governo di
Nawaz Sharif. Sale al potere il generale Musharraf.

15
ottobre – Il Consiglio di sicurezza dell’O.N.U. vota a favore
dell’imposizione di sanzioni contro il regime di Kabul se, entro 30 giorni,
i talebani non consegneranno Osama bin-Laden agli Stati Uniti.

11
novembre – Centinaia di persone scendono in piazza nelle maggiori città
afghane per protestare contro le sanzioni dell’O.N.U. e chiedere il
sostegno dei paesi islamici. Contemporaneamente esplode in Pakistan la
protesta anti-occidentale degli integralisti islamici, che sfocia in una
serie di gravi attentati.

14
novembre – Le sanzioni delI’O.N.U. diventano operative.

2000:
tentativi di colloquio

Maggio
– Secondo i dati O.N.U. la produzione di oppio in Afghanistan ha raggiunto
cifre record, superiori alle 4.800 tonnellate. La superficie coltivata è
cresciuta del 23%.

13
luglio – Il generale Massud lancia una controffensiva militare, ma la
reazione dei talebani si dimostra più efficace del previsto. L’ex
presidente Rabbani lamenta lo scarso sostegno all’Alleanza antitalebani da
parte della comunità internazionale.

Ottobre
– Una delegazione dei talebani è ricevuta a Washington al Dipartimento di
Stato.


Novembre – Dopo una lunga opera di mediazione compiuta dall’inviato
speciale dell’O.N.U. in Afghanistan Francisc Vendrell, i talebani e
l’opposizione dell’Alleanza del Nord firmano un impegno a partecipare
entro dicembre a una serie di colloqui di pace indiretti. Il 21 novembre,
tuttavia, Stati Uniti e Russia chiedono l’inasprimento delle sanzioni
contro i talebani.

Le
organizzazioni umanitarie mettono in guardia le Nazioni Unite dai rischi
dell’imposizione di ulteriori sanzioni, che causerebbero soltanto maggiori
sofferenze alla popolazione civile già duramente provata.

10
dicembre – I talebani minacciano di boicottare i previsti colloqui di
pace.

19
dicembre – Il Consiglio di sicurezza dell’O.N.U. adotta una risoluzione (sostenuta
principalmente da Stati Uniti, Russia e India), per l’inasprimento delle
sanzioni contro l’Afghanistan, se i talebani non consegneranno entro 30
giorni Osama bin-Laden, non smobiliteranno i campi di addestramento per i
terroristi islamici e non cesseranno ogni commercio illegale di sostanze
stupefacenti.

 2001:
la situazione precipita

19
gennaio – Entrano in vigore le nuove sanzioni dell’O.N.U. contro il regime
dei talebani.

28
febbraio – L’ambasciatore di Kabul in Pakistan, Abdul Salam Zaeef,
conferma che il suo governo ha deciso la distruzione dei Buddha di Bamiyan,
capolavori dell’arte ellenistico-orientale fiorita nel paese prima
dell’islamismo.

27
marzo – Un gruppo di giornalisti occidentali è ammesso nella valle di
Bamiyan per certificare l’avvenuta demolizione delle statue.

5
aprile – Massud viene ricevuto a Strasburgo.

19
maggio – La polizia religiosa chiude a Kabul le panetterie del PAM (Programma
alimentare mondiale) dove lavorano donne. La polizia religiosa irrompe
nell’ospedale di Emergency a Kabul.

23
maggio – Diventa legge l’ordinanza che impone agli indù di portare sugli
abiti un segno distintivo.

9
settembre – Il generale Massud viene ucciso.

11
settembre – Attacco terroristico alle Torri Gemelle di New York e al
Pentagono.

 DOPO
L’11 SETTEMBRE 2001

 7
ottobre – L’aviazione anglo-statunitense colpisce Kabul e Kandahar.

26
ottobre – Bush firma la legge antiterrorismo denominata «Usa Patriot Act»
(legge del patriottismo americano). Il provvedimento rafforza enormemente
i poteri della polizia e dell’Fbi.

7
novembre – Il Parlamento italiano approva l’intervento militare italiano
accanto agli USA. «Il nostro Parlamento ha scritto ieri una pagina
onorevole della sua storia» (Piero Ostellino, sul «Corriere della Sera»
dell’8 novembre).

13
novembre – Le truppe dei mujaheddin entrano a Kabul.

27
novembre – Scoppia un rivolta nel carcere-fortezza di Qala-e-Jhangi, a 10
chilometri da Mazar-e-Sharif, dove sono detenuti circa 600 talebani, in
gran parte pakistani. Oltre 450 rivoltosi vengono uccisi. Amnesty
Inteational chiede l’apertura di un’indagine. Tra i talebani feriti c’è
anche un cittadino statunitense di 20 anni, John Walker.

5
dicembre – I rappresentanti dei quattro maggiori gruppi etnici e politici
afghani riuniti a Petersberg, vicino a Bonn, sotto l’egida delle Nazioni
Unite, raggiungono un accordo sul futuro dell’Afghanistan.

22
dicembre – Si installa il governo provvisorio di Hamid Karzai, leader
pashtun di 44 anni. La nuova amministrazione è composta da 29 ministri,
tra cui 2 donne (Sima Samar vicepremier e Suhaila Seddiqi ministro della
sanità), che rappresentano tutte le etnie. Vi sono 11 pashtun, 8 tagiki, 5
hazara, 3 uzbeki e altri esponenti di etnie minori.

31
dicembre – Un bombardamento statunitense provoca più di 100 vittime tra i
civili. È il terzo «effetto collaterale» in 10 giorni. Il governo di
Karzai chiede la sospensione dei raids aerei.

12
gennaio 2002 – Bendati e

legati
arrivano nella base


statunitense di Guantanamo (Cuba) i primi prigionieri talebani.


(a cura di Paolo Moiola)

 


Il
commento



Caduta libera verso la barbarie

di Gino Strada (Emergency)

Il
secolo passato ha visto numerose catastrofi umanitarie. Io speravo, fino a
qualche tempo fa, di non vedee più. Sono state firmate ogni tipo di
carte dei diritti, una montagna di carte: per l’uomo, per la donna, per il
bambino, per il vecchio, per la mezza età. Nonostante questo, ciò che sta
accadendo in questo momento storico si può definire come una caduta libera
verso la barbarie. Vorrei raccontare cosa sta accadendo in due delle sette
corsie dell’ospedale di Emergency a Kabul.

Una è
la corsia pediatrica. Ogni giorno arriva qui un bambino mutilato, ferito,
tagliato in due pezzi dall’esplosione di una «cluster bomb» (1) americana.
Gli americani si sono rifiutati di indicare agli sminatori i luoghi
bombardati con quegli ordigni. Quando le cluster bombs non esplodono
nell’impatto con il suolo, la loro dispersione le trasforma in mine sparse
sul territorio per un ampio raggio. È stata fatta una grande propaganda
sul lancio degli aiuti, i famosi sacchetti gialli, che anch’io ho visto.
Ora quei pacchi lanciati dal cielo hanno lo stesso colore delle… cluster
bombs americane. Sono lì, sparse dentro e fuori ai villaggi, pronte per
essere raccolte dai bambini, bramosi di trovare i famosi aiuti. Bene, io
chiamo questo terrorismo!

Queste
lanciate dal cielo sono mine antiuomo, mine contro la giustizia, la pace,
la libertà, la verità! Io non ci sto. Non ci sto. Credo che Emergency
faccia bene a denunciare questo gioco al massacro.

 All’interno
del nostro ospedale di Kabul, c’è poi un’altra corsia: quella destinata ad
ospitare i pazienti che hanno preso parte alle ostilità.

Ci sono
combattenti talebani non afghani, pakistani, uomini di Al Qaeda. Con i
talebani hanno combattuto uomini di 22 diverse nazionalità.

Questi
pazienti non sono stati portati feriti in ospedale. Siamo andati a
prenderli nelle carceri di massima sicurezza, dove erano abbandonati a
morire. Siamo andati perché, altrimenti, sarebbero stati brutalmente
uccisi. E con loro sarebbero stati uccisi i più basilari diritti umani.
Diritti che valgono anche per i combattenti talebani. D’altronde, questa è
la politica degli Usa: non fare prigionieri. Una politica che pratica e
genera terrore. Per questo dobbiamo muoverci prima che sia troppo tardi,
prima che le retroazioni simmetriche giungano anche in Europa. Noi viviamo
in un’Europa meno sicura, perché gli Usa hanno deliberatamente scelto di
occupare tutti i luoghi sacri del Medio Oriente. Questa politica estera
americana è da fermare. È un dovere morale per tutti!

Alcuni
sostengono che quella statunitense sia «la verità della civiltà». In
realtà, si tratta solo dell’attuazione di una politica imperialista volta
a combattere i disastri di una recessione economica intea al paese.


Naturalmente, l’Italia si è schierata in prima linea.  Abbiamo un
parlamento che per il 95% ha votato a favore dell’ingresso in guerra
contro l’Afghanistan. Oppure è la guerra contro Osama bin-Laden, che forse
in questo momento si sta nascondendo in uno dei rifugi fatti costruire
dalla CIA vent’anni fa.


Purtroppo, in questo contesto storico io sono molto meravigliato della
mancanza di un serio movimento per la pace. Noi proponiamo il dialogo come
alternativa alla guerra. Dobbiamo fare cultura per opporci a questa
catastrofe. Un esempio concreto in questa direzione è proprio Emergency.

Io dico
questo e poco importa se dal parlamento italiano arrivano insulti
personali gratuiti (2). L’unica forma di resistenza in questo momento è
parlare di fratellanza per evitare che si cada in una spirale di
disperazione per tutti. Spero che questo non accada mai. Dipenderà tutto
da noi. Ma dobbiamo muoverci! (3)

 (1)  
Termine per indicare le «bombe a grappolo», tipo di ordigno che,
all’impatto con il suolo, libera circa 50 bombe di dimensioni ridotte che
si sparpagliano sul terreno circostante.

(2)  Il
dottor Strada si riferisce a Silvio Berlusconi, che lo ha definito «un
uomo confuso».

(3) 
Questo intervento è stato fatto lo scorso 15 dicembre 2001 presso la
Camera del lavoro di Milano in occasione della presentazione del libro
«Afghanistan anno zero». È opportuno ricordare che questo lavoro di
Giulietto Chiesa e Vauro è stato scritto PRIMA dell’11 settembre.

 

 


A Kabul, con i nuovi padroni e i problemi di sempre



 «Non vogliamo solo speranze»

 


Musica, televisione, cinema, aquiloni. Tutto sembra tornare,
a Kabul. Ma sono questi i veri problemi? Forse è meglio concentrarsi sui
diritti e sulla rappresentanza all’interno dei nuovi organismi statali,
dicono le donne afghane. Con o senza burqa.

 

Kabul.
Nella capitale afghana è tornata la musica; qua e là spuntano antenne
paraboliche; si vedono di nuovo i libri e i bambini possono giocare con
gli aquiloni senza rischiare una severa punizione. Tutto cambia, ma le
donne restano invisibili. Le strade sono affollate di uomini, mentre le
afghane continuano a camminare rasentando  i muri, nascoste sotto i loro
burqa, nonostante la vittoria dell’Alleanza del nord.

In un
negozio di televisioni, aperto a tempo di record, incontriamo Soraja: sta
scegliendo un videoregistratore. E il televisore? «L’abbiamo tenuto
nascosto durante tutti questi anni, ma adesso possiamo utilizzarlo senza
paura». E come mai un videoregistratore? «Un passatempo per noi donne, che
dobbiamo restare in casa».


SHAMSIA
E RAHIMA,

DONNE E
MEDICI

Negli
anni dei talebani (1996-2001) le donne hanno potuto lavorare solo in casi
eccezionali e solo a contatto con altre donne. Se le possibilità di lavoro
erano così strettamente limitate, il problema dell’educazione e della
formazione delle bambine era risolto con il divieto alle ragazze di
studiare. La sanità poi era un vero dramma. All’inizio tutti gli ospedali
furono interdetti alle donne, poi furono ricavati degli spazi a loro
dedicati.


Un’amica giornalista italiana, che per girare inosservata (per quanto sia
possibile a degli occidentali), ha scelto di muoversi sempre con un velo
sulla testa, ci racconta: «Tre anni fa avevo trovato a Kabul una
situazione disastrosa: nel reparto di ginecologia di un ospedale le donne
venivano dimesse circa un’ora dopo il parto (quasi certamente si trattava
di situazioni complicate, altrimenti non avrebbero fatto ricorso alla
clinica, ndr), per lasciare il posto ad altre donne in attesa (a volte già
con le doglie) sulle panche di legno nel cortile dell’ospedale».

La
strada che porta all’ospedale Rabia Balki è affollatissima, frotte di
donne, con il burqa alzato sulla fronte, si accalcano contro il portone di
ferro che separa la strada dal cortile dell’unico ospedale per donne di
Kabul. In realtà ce n’è un altro, ma solo per problemi ginecologici.
Questo, invece, tratta tutte le patologie e c’è anche un reparto
chirurgico. È un grande edificio (un po’ fatiscente, ma abbastanza pulito),
suddiviso in stanze con 6/8 letti ciascuna, sala operatoria, ambulatori,
65 medici (tra cui 5 maschi) per un totale di 250 degenti.

Shamsia,
camice rigorosamente bianco e velo trasparente viola, è una delle
chirurghe. È arrivata all’ospedale due anni fa, appena finiti gli studi.
Ha frequentato, all’università di Kabul, l’unica facoltà rimasta aperta
alle donne: quella di medicina, indispensabile visto che le pazienti
possono essere visitate solo ed esclusivamente da altre donne. Anche se
adesso in questo ospedale si fa un’eccezione per i 5 medici maschi.

Rahima
è invece la direttrice sanitaria e medico internista. Shamsia e Rahima
dicono di non aver mai avuto particolari problemi per il loro lavoro in
ospedale. I problemi con i talebani erano quelli di tutte  le donne
afghane. E ora? Per loro non è cambiato nulla con l’arrivo a Kabul degli
uomini dell’Alleanza del nord, ma sperano in un cambiamento. E sono in
spasmodica attesa dei risultati della conferenza di Bonn (conclusasi con
un accordo lo scorso 5 dicembre, ndr), anche se l’Onu ha già fallito molte
volte nel tentativo di trovare una soluzione per l’Afghanistan.

Che
cosa si aspettano? «Un governo rappresentativo di tutti, che possa portare
la pace» dice Rahima, mentre Shamsia concorda. Con la partecipazione dei
talebani?  «Devono partecipare tutti, tranne i gruppi armati che hanno
combattuto per 23 anni (sia talebani che  mujaheddin) distruggendo il
paese. Sono loro i responsabili di questa catastrofe, quindi devono
restare fuori dal governo».


Un’utopia, anche se, contrariamente ad altre donne, come quelle di Rawa («Associazione
rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan») che contestano tutti i
fondamentalismi, Shamsia e Rahima non pensano ad un governo laico, ma
islamico: «Siamo un paese musulmano e l’oppressione della donna non
dipende certo dal corano. Diversamente da quanto credete voi occidentali,
il corano non impone l’adozione del velo, ma si limita a raccomandare che
il corpo della donna non sia oltremodo scoperto. Soltanto in un versetto
si parla di velo come elemento di abbigliamento. Altrove il  libro fa
riferimento al velo in quanto indumento indossato per tutelare il pudore
femminile».

Sperano
invece che torni il re deposto ed in esilio a Roma, Zahir Shah. Ma non è
troppo anziano? «Non importa l’età, contano  l’esperienza e le capacità
intellettuali». E le donne? «Le donne sono oltre il 50 per cento della
popolazione e devono avere una partecipazione almeno al 25 per cento nei
luoghi di decisione». E Rahima, come molte altre afghane, contesta la
rappresentatività delle donne che partecipano alla conferenza di Bonn:
«Non sono presenti donne che hanno vissuto in Afghanistan in questi anni.
Quelle andate a Bonn hanno vissuto fuori dal paese».

E il
burqa? Per Shamsia e Rahima  non è la priorità, come lo sono invece
l’educazione e il lavoro. Rispondono con una certa insofferenza, stanche
che molti occidentali vedano nel burqa il simbolo dell’oppressione.
Naturalmente non lo portavano prima dell’avvento dei talebani, ma ora è
diventato un modo per garantirsi la sicurezza. E c’è da giurare che non
saranno di certo i mujaheddin dell’Alleanza a garantire alle donne la
libertà di decidere se portarlo o no.



DOPO IL BURQA, I DIRITTI

Molte
donne afghane non vog

Davide Casali




AFGHANISTAN: Dopo la guerra e le bombe, verrà il tempo della pace?


LO
SCANDALO CONTINUA


di Alberto Chiara (*)

 


L’Afghanistan è sì un paese affamato, assetato, povero; è sì uno stato
imbavagliato per colpa della crudele ottusità dei talebani; è sì rifugio
di Osama bin-Laden e di tanti altri terroristi, ma è anche e soprattutto
una nazione quotidianamente dilaniata dalle mine antiuomo e anticarro,
posate in 21 anni di guerra ininterrotta. (…)

Già le
mine. Non distinguono un soldato da una donna: colpiscono alla cieca
chiunque le calpesti. Non rispettano tregue o trattati di pace: esplodono
anche 30/40 anni dopo essere state sotterrate. Sono armi vigliacche, di
cui il mondo fatica a sbarazzarsi una volta per sempre.

Le mine
antiuomo hanno costi di produzione relativamente bassi, ma costi sociali
altissimi. «Il prezzo di un singolo ordigno varia da 3 a 30 dollari»,
osservava anni or sono il Comitato internazionale della Croce rossa (la
cifra non è variata di molto). «Per togliere una mina occorrono diverse
centinaia di dollari, mentre il costo di un arto artificiale, per chi
rimane mutilato, è di 125 dollari». Un bambino cui bisogna amputare la
gamba dilaniata dallo scoppio di un ordigno, deve cambiare 15 protesi nel
corso della vita.

Nel
dicembre 1997 il mondo sembrò mettere fine a un colpevole disinteresse. Ad
Ottawa, in Canada, fu messo a punto un Trattato internazionale che metteva
al bando queste armi vigliacche vietando l’uso, la produzione,
l’immagazzinamento e il commercio di tutte le mine antiuomo. (…)

Al 10
ottobre 2001, il Trattato di Ottawa risultava firmato da 142 paesi e
ratificato (ovvero recepito nelle rispettive legislazioni nazionali) da
122 stati. Tra chi non ha firmato figurano purtroppo grandi potenze (Stati
Uniti, Russia, Cina), nonché potenze regionali di rilievo, come India e
Pakistan; Siria, Libano, Egitto e Israele; Iran e Iraq. Le mine, intanto,
continuano a esplodere.

 (*)
Alberto Chiara è inviato del settimanale «Famiglia Cristiana». Questo
passo è tratto da «Italia Caritas» (novembre, 2001), il mensile della
Caritas italiana.

 

 


sfogliando s’impara

… i media tra guerra e pace

 


a cura di Paolo Moiola



«DALLA GUERRA NON NASCE GIUSTIZIA»

«Ogni
vittima è una parte di noi che muore. (…) La metà dei soldi usati per
questo primo mese di guerra sull’Afghanistan avrebbero consentito a 20
milioni di esseri umani di quel paese di vivere in prosperità e ricchezza
per tutto il resto della loro vita. Con il 3 per cento dei fondi destinati
alla militarizzazione dei soli e delle stelle, il cosiddetto scudo
spaziale, potremmo dare acqua potabile a chi oggi vede preclusa questa
vitale possibilità. La guerra non è solo ciò che distrugge o uccide con le
armi: è tanta intelligenza, tanta cultura scientifica, tante risorse
finanziarie bruciate per la morte anziché per la vita. Il terrorismo è
nostro nemico. Solo la pace può sconfiggerlo.

Il
terrorismo è nostro nemico. Esso si annida e si nutre nelle tante aree di
sofferenza prodotte da un sistema ingiusto. Esso è protetto nei paradisi
fiscali, nel riciclaggio di denaro sporco, dai trafficanti di armi, dai
rialzi e dai crolli delle borse».

Appello
pubblicato dal settimanale «Carta» del 6 dicembre 2001, firmato tra gli
altri da: mons. Luigi Bettazzi, don Luigi Ciotti, don Tonio dell’Olio (Pax
Christi), padre Alex Zanotelli



 SIAMO TUTTI AMERICANI?

«Era
dal 10 giugno 1940 che un governo non convocava una grande manifestazione
di piazza, nella quale poter dire con orgoglio “L’Italia è in guerra”.
Infatti l’Alleato, esaminata la pratica, ci ha concesso di schierare anche
le nostre navi e i nostri aerei. (…) Ma cosa vuol dire “siamo tutti
americani”? (…) Significa che anche noi ci sentiamo colpiti dall’attacco
al pentagono e alle due Torri e che anche noi siamo responsabili della
risposta che gli si dà; e infatti entriamo nella stessa guerra. Ciò però
ci legittima a parlare come se fossimo americani. La prima cosa che
pertanto possiamo dire è che siamo pessimamente governati. (…)

Elevare
al rango di nemico il terrorismo significa creare un nemico universale,
onnipresente (…). Universale il nemico, universale la guerra, universale
la militarizzazione, universale il passaggio dai codici di pace ai codici
di guerra. E così, col terrore, in nome del terrore e contro il terrore si
governa, e si trasforma la vita quotidiana in un inferno (…).

Di
questo ci potremmo lamentare, come americani. E anche di aver esibito
questa immagine di un’America puritana, farisea, che si ritiene la
migliore e più giusta, benefica per l’intera umanità, stupita di non
essere amata».

Raniero
La Valle, su «Rocca», quindicinale edito da Pro Civitate Christiana
(Assisi), 15 novembre 2001



 «O CON NOI O CONTRO DI NOI»

«Non
contano i pensieri e le opinioni: durante la guerra non è lecito avere
dubbi, porsi delle domande, esercitare il proprio spirito critico; ogni
forma di opposizione diventa un tradimento.

Lo
slogan "o con noi o contro di noi" è un esempio di questa deriva verso
l’intolleranza».

Gruppo
Pace Valsusa, su «Dialogo in Valle», periodico cattolico di Condove (Torino),
novembre 2001



 CENSURA E OMOLOGAZIONE

«Disarmante
è, poi, la rinuncia a capire e a spiegare cosa c’è dietro a quello che è
successo e sta succedendo, cosa ha fatto nascere un odio così feroce e
devastante, come è possibile contrastarlo senza per questo far uso di
missili e bombe. Chi cerca di farlo di volta in volta viene demonizzato,
deriso, minacciato e da qualcuno anche considerato alla stregua dei
terroristi che si sono abbattuti su New York. (…)

Se non
resistiamo oggi alla "tentazione" del silenzio, della censura e
dell’omologazione, domani sarà troppo tardi. Dopo l’informazione toccherà
ad altre libertà e ad altri diritti civili. Nel nome della lotta al
terrorismo e all’integralismo tutto sarà possibile e – quel che è peggio –
tollerato. Siamo disposti ad accettarlo? Spero proprio di no».

Beppe
Muraro sul mensile «Azione nonviolenta», novembre 2001

 COS’È
IL TERRORISMO?

«Due
crimini mostruosi hanno segnato l’inizio del nuovo millennio: gli
attentati dell’11 settembre e la risposta a questi attacchi, che
certamente ha fatto molte più vittime innocenti. Le atrocità dell’11
settembre sono considerate ovunque un evento storico, e questo è
assolutamente vero. Ma bisogna anche capire perché. Questi crimini hanno
causato la morte simultanea del più alto numero di persone nella storia,
fatta eccezione per il tempo di guerra.

La
parola “simultanea” non dev’essere trascurata: purtroppo i crimini sono
tutt’altro che rari negli annali della violenza che non dipende dalla
guerra. (…) Soltanto negli anni di Reagan, gli stati terroristici
finanziati dagli Stati Uniti nell’America centrale hanno ucciso, torturato
e mutilato centinaia di migliaia di persone, hanno provocato milioni di
storpi e di orfani, e hanno mandato in rovina quattro paesi. (…) Dire
che il terrorismo è “un’arma dei poveri” significa commettere un grave
errore di analisi. In realtà il terrorismo è la violenza contro gli Stati
Uniti. Chiunque ne sia l’autore».

Noam
Chomsky, articolo ripreso dal settimanale «Internazionale» del 30 novembre
2001;


l’autore insegna al «Massachusetts Institute of Technology» (M.I.T.) di
Boston



 STATI UNITI DI POLIZIA

«Vivo a
pochi isolati di distanza dal World Trade Center. A New York siamo ancora
in lutto dopo l’11 settembre. Vogliamo arrestare e punire i colpevoli,
smantellare la rete dei terroristi e impedire nuovi attentati. Ma le
misure adottate dal governo per combattere il terrorismo limitano in modo
allarmante la libertà e i diritti civili. (…) Diritti che credevamo
sanciti dalla Costituzione e tutelati dal diritto internazionale sono in
grave pericolo o sono già stati cancellati.

Non è
esagerato affermare che stiamo andando verso uno Stato di polizia. (…)
Ma neanche uno Stato di polizia potrebbe fermare i terroristi. L’illusione
della Fortezza americana ci impedisce di analizzare le cause di fondo del
terrorismo e le conseguenze di decenni di politica estera statunitense in
Medio Oriente, in Afghanistan e in altri paesi. Se le accuse mosse agli
Stati Uniti non verranno studiate e affrontate, il terrorismo continuerà».

Michael
Ratner, articolo ripreso dal settimanale «Internazionale» del 30 novembre
2001;


l’autore, avvocato esperto in diritti umani, insegna alla «Columbia Law
School» di New York



 «LE MARCE COSIDDETTE DELLA PACE»

«Gli
orfani di Stalin si sono aggregati al carro del terrorismo musulmano,
sperando che dalle piaghe e dalle pieghe della storia esca un po’ di pus
per nutrirli nuovamente. (…)

Il
clima persecutorio verso le forze di polizia cominciato a Genova, la
connivenza tra terrorismo islamico e le stesse frange che andarono in
soccorso delle Br, le marce cosiddette della pace ma, nei fatti, a favore
della guerra altrui, sono segnali da non sottovalutare».

Piero
Laporta, sul quotidiano «Libero» del 25 novembre 2001



 «IL CHIODO FISSO DELL’AMERIKA»

«Trent’anni
fa, vent’anni fa, i democratici e i pacifisti avevano un chiodo fisso: il
Cile di Pinochet. (…) E adesso? Trent’anni dopo, vent’anni dopo, i nuovi
cortei hanno ancora il chiodo fisso dell’Amerika e dell’imperialismo
malvagio (…). Ma stranamente sono evasivi ed evanescenti sui Pinochet
dei tempi d’oggi: loro, i talebani. Si respira nelle piazze una strana
aria: se non di giustificazione, quanto meno di superficialità. Eppure,
siamo di fronte a un regime decisamente più crudele e disumano del pur
crudele regime di Pinochet. Niente, è secondario: il problema è
l’interventismo amerikano».


Cristiano Gatti, sul quotidiano «il Gioale» dell’11 ottobre 2001



«QUESTA GUERRA GIUSTISSIMA»

«La
gente si è abituata e la tragedia dell’11 settembre sembra ormai passata.
Ci vorrebbe forse un missile talebano sul Vaticano per far ricordare alla
gente che il mondo giusto sta cercando di mandare all’inferno per sempre
la nuova minaccia musulmana? (…)

Non è
una critica a Voi, che oggi dedicate 4 pagine a questa guerra giustissima,
bensì ai nuovi giovanissimi presuntuosi che si fanno abbindolare dai
teorici della pace sempre e per forza».

Lettera
firmata pubblicata dal quotidiano «Libero» del 25 novembre 2001



CATTOLICI, MARXISTI E BUONI SENTIMENTI

«Le
culture ideologiche, di fronte alla guerra contro il terrorismo, si sono
preoccupate più di mobilitare la piazza su temi generici come la pace e le
ingiustizie nel mondo che di suggerire cosa fare in concreto, subito, qui,
ora. (…)

In
tutta la sua storia, il pacifismo non è riuscito a evitare una sola guerra
e i buoni sentimenti non hanno mai risolto i problemi del mondo. (…)

Da Gesù
Cristo, attraverso quel buon sentimento che è la fede, a Karl Marx,
attraverso quelle buone intenzioni che è la socializzazione dei mezzi di
produzione, c’è chi ha auspicato un cambiamento della natura umana. Gesù
Cristo è finito sulla croce, Marx in soffitta. E l’uomo è rimasto quello
di sempre: lupo dell’uomo. (…)

Ho
l’impressione che le culture ideologiche, cattolica e marxista e
collaterali, abbiano prodotto danni irreparabili alla nostra cultura
politica nazionale».

Piero
Ostellino, sul quotidiano «Corriere della Sera» del 24 novembre 2001



 «NOI SIAMO IL BENE»

«Visto
che sono un leale cittadino americano, non dovrei dirvi perché è accaduto
tutto ciò: del resto non è nostra abitudine indagare sul perché qualcosa –
qualsiasi cosa – accada. Preferiamo accusare gli altri di malvagità
immotivata. “Noi siamo il bene”, ha dichiarato un profondo pensatore alla
Tv americana, “loro sono il male”: e il pacchetto è pronto. A metterci,
per così dire, il fiocco è stato poi Bush in persona con il suo discorso
davanti alle Camere riunite, occasione in cui il presidente ha elargito ai
parlamentari – e in qualche modo a tutti noi della cerchia – la sua
profonda conoscenza delle astuzie e delle usanze dell’islam: “Odiano ciò
che vedono in quest’aula”».

Gore
Vidal, sul quotidiano «la Repubblica» del 16 novembre 2001



 «NON IN NOSTRO NOME»

«Gli
italiani che combatteranno in Afghanistan non lo faranno in nostro nome.
Noi non siamo in guerra. (…) È facile parlare di necessità della guerra
in un’aula di Parlamento o in una piazza tra lo sventolio delle bandiere.
Un po’ meno se la si vede da vicino, se gli “effetti collaterali” hanno un
nome, un’identità, un lavoro, degli affetti.

Se le
macerie che vediamo sono quelle di una casa o di un ospedale, se il
bambino mutilato ha un volto. Se, dietro i discorsi retorici, scorgiamo i
listini di borsa in cui le azioni delle fabbriche delle armi aumentano di
valore, o seguiamo le vie del petrolio. Se scopriamo che i buoni di oggi
erano i cattivi di ieri, e viceversa, e che le donne, con o senza burqa,
continuano ad essere usate, magari per la propaganda».


Redazionale di «Dialogo in Valle», periodico cattolico di Condove (Torino),
dicembre 2001

 

 

 



Bibliografia essenziale

– 
Chalmers Johnson, «Gli ultimi giorni dell’impero americano. I contraccolpi
della politica estera ed economica dell’ultima grande potenza», Garzanti,
Milano 2001 (l’autore è un professore statunitense)

– 
Franco Foari, «Psicoanalisi e cultura della pace», Edizioni Cultura
della pace, Fiesole (l’autore è uno psicanalista italiano, scomparso
qualche anno fa)

– 
Samuel P. Huntington, «Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale»,
Garzanti, Milano 2001 (il libro sostiene la diversità tra la cultura
occidentale e quella islamica, nonché l’inevitabilità dello scontro)

–  Noam
Chomsky, «Egemonia americana e "stati fuorilegge"», Edizioni Dedalo 2001 (l’autore
è un professore statunitense del M.I.T. di Boston)

–  Noam
Chomsky, «11 settembre. Le ragioni di chi?», Marco Tropea Editore 2001

–  Gore
Vidal, «La fine della libertà», Fazzi Editore 2001 (l’autore è uno
scrittore statunitense)

– 
Ahmed Rashid, «Talebani», Feltrinelli, Milano  2001

– 
Giulietto Chiesa/Vauro, «Afghanistan anno zero», Guerini e Associati,
Milano 2001

–  Ana
Tortajada, «Il grido invisibile. La vita negata delle donne afghane»,
Sperling & Kupfer, Milano 2001

– 
AA.VV., «No Global. Gli inganni della globalizzazione sulla povertà,
sull’ambiente e sul debito»,  Zelig Editore, Milano 2001

–  Gino
Strada, «Pappagalli verdi», Feltrinelli, Milano 1999

(un
medico davanti ai disastri della guerra).

 



Cliccando su

siti
inteazionali:

– 
www.rawa.org

è il
sito dell’«Associazione rivoluzionaria delle donne afghane», nata a Kabul
nel 1977

– 
www.9-11peace.org

è un
sito pacifista statunitense; 9-11 stanno ad indicare la data dell’11
settembre 2001


www.thenation.com

sito
dell’omonima rivista, per trovare un’informazione statunitense meno
schierata con il potere

– 
www.amnesty.org

il sito
di Amnesty inteational

– 
www.landmineaction.org 

il sito
delle organizzazioni che si battono contro la produzione delle mine
antiuomo

– 
www.un.org 

il sito
delle Nazioni Unite.

Siti
italiani:

– 
www.emergency.it

il sito
dell’organizzazione umanitaria italiana fondata nel 1994 dal chirurgo Gino
Strada

– 
www.unimondo.org

sito di
Trento, con moltissime informazioni sulle principali tematiche mondiali,
dal debito alla globalizzazione

– 
www.waews.it 

sito
che informa sui conflitti nei vari paesi del mondo, molto facile da
utilizzare

– 
www.peacelink.it 

storico
sito italiano sulle tematiche della pace

– 
www.nonluoghi.it

sito
per un giornalismo critico, tra fatti, idee e utopia

– 
www.lunaria.org

sito su
volontariato internazionale, immigrazione, razzismo.

 

 


MAI PI
U’

poesia di Meena (*)

 

 Sono
una donna che si è destata.

Mi sono
alzata e sono diventata una tempesta,

che
soffia sulle ceneri

dei
miei bambini bruciati.

Dai
flutti di sangue del mio fratello morto sono nata.

L’ira
della mia nazione me ne ha dato la forza.

I miei
villaggi distrutti e bruciati mi riempiono

di odio
contro il nemico.

Sono
una donna che si è destata,

la mia
via ho trovato e più non toerò indietro.

Le
porte chiuse dell’ignoranza ho aperto.

Addio
ho detto a tutti i bracciali d’oro.

Oh
compatriota, io non sono ciò che ero.

Sono
una donna che si è destata,

la mia
via ho trovato e più non toerò indietro.

Ho
visto bambini a piedi nudi, smarriti e senza casa,

ho
visto spose con mani dipinte di henna


indossare abiti di lutto,

ho
visto gli enormi muri delle prigioni inghiottire

la
libertà nel loro insaziabile stomaco.

Sono
rinata tra storie di resistenza, di coraggio.

La
canzone della libertà ho imparato negli ultimi respiri,

nei
flutti di sangue e nella vittoria.

Oh
compatriota, oh fratello, non considerarmi

più
debole e incapace.

Sono
con te con tutta la mia forza sulla via

di
liberazione della mia terra.

La mia
voce si è mischiata alla voce di migliaia

di
donne rinate, i miei pugni si sono chiusi insieme

ai
pugni di migliaia di compatrioti.

Insieme
a voi ho camminato sulla strada della mia nazione,

per
rompere tutte queste sofferenze,

tutte
queste catene di schiavitù.

Oh
compatriota, oh fratello, non sono ciò che ero.

Sono
una donna che si è destata,

la mia
via ho trovato e più non toerò indietro.

Sono la
donna che si è svegliata.

Mi sono
alzata e sono diventata tempesta

fra le
ceneri dei miei figli bruciati.

I miei
villaggi in rovina e in cenere mi riempiono

di
rabbia contro il nemico.

Oh
compatriota, non mi guardare più debole e incapace.

La mia
voce si mescola con migliaia di donne in piedi,

per
rompere tutte insieme tutte queste sofferenze e queste catene.

Sono la
donna che si è svegliata,

ho
trovato la mia strada e non toerò mai indietro.

 

 (*) 
Meena, nata a Kabul nel 1957, fondatrice dell’«Associazione rivoluzionaria
delle donne dell’Afghanistan» (RAWA), fu assassinata da agenti segreti
russi e afghani a Quetta, in Pakistan, il 4 febbraio 1987.

 (*)
Davide
Casali


è nato a Torino nel 1974. Fotografo freelance, ha fatto reportages su
Sudan, Kenya, Kosovo, Perù, Colombia, Messico, Pakistan, Afghanistan,
pubblicati da varie testate (la Repubblica, L’Unità, il Manifesto,
Liberazione, La Stampa, Nigrizia, Missione Oggi, Missioni Consolata ecc.).
Ogni tanto, come dimostra questo dossier, si cimenta anche con la
scrittura, ma alla penna e ai tasti del computer dice di preferire la
macchina fotografica.

Davide Casali




16 FEBBRAIO: APPUNTAMENTO CON IL BEATO ALLAMANO

ASPETTANDO LE ROSE


Il 16 febbraio 1926, «dies natalis» del beato Giuseppe
Allamano, fa parte della storia dei missionari e missionarie della
Consolata, e non solo. È però «curioso» notare come il loro Istituto sia
stato fondato da un uomo che sapeva ridimensionarsi, relativizzare,
attendere. Con lui c’era Giacomo Camisassa, l’amico insostituibile.

Padre
Umberto Costa, uno dei primi missionari della Consolata, morto a soli 33
anni, riporta una confidenza del fondatore, il beato Giuseppe Allamano: «È
un poco che non ci vediamo più, perché ho avuto un malessere che mi ha
costretto a star chiuso in camera, eppure il mondo è andato avanti senza
di me, l’Istituto è andato bene senza di me. In questi casi si medita, ed
io ho meditato come non v’è nessuno necessario; quando un’opera è di Dio,
egli la fa procedere senza bisogno di alcuno».

Poche
parole per cogliere dalla sua stessa voce una personalità senza finzione,
temperata all’ombra dei vigneti di Castelnuovo d’Asti, piccolo centro
agricolo, dove religione e onestà si fondevano in una stessa liturgia di
vita e di morte, e i rintocchi dell’Ave Maria scandivano le ore della
fatica e del riposo rincorrendosi su e giù per le colline, lungo i filari
di viti.

A
Castelnuovo Giuseppe Allamano nasce nel 1851 e conclude la vita a Torino
nel 1926 presso il santuario della Consolata, di cui è stato rettore per
46 anni. Il santuario, ampliato e ristrutturato, è uno dei suoi
capolavori.


A tu per tu
con Leone XIII


L’occasione per uscire da Torino gli viene offerta dai festeggiamenti che
tutto il mondo tributa al pontefice Leone XIII (1810-1903) nel 50° della
sua ordinazione sacerdotale, il 1° gennaio 1888. Eletto papa all’età di 68
anni, quasi a conclusione di una vita intensa di lavoro, il pontificato di
Leone XIII non è, come le previsioni l’hanno preconizzato, di transizione,
ma d’incontenibile dinamismo e innovazione.

La chiesa,
per 40 anni condizionata all’interno da una mentalità conservatrice e,
all’esterno, da leggi restrittive fatte eseguire con metodi violenti e
giacobini, si muove ora su un nuovo versante: domina lo spirito di
concordia e dialogo con tutte le realtà che popolano il vasto orizzonte
del cristianesimo.

Ne fanno
fede le tante encicliche che papa Leone, più avanti del suo tempo, scrive
nei suoi 25 anni di pontificato: ad esempio sull’abolizione della
schiavitù (In plurimis, 1888); sull’istituzione di seminari per i
sacerdoti autoctoni e la creazione della gerarchia ecclesiastica locale
(Ad extremas Orientis oras, 1893).

Il papa
scrive pure sulle devozioni care all’Allamano: il Rosario (Supremi
Apostolatus, 1883), San Giuseppe (Quamquam pluries, 1889), la Santa
Famiglia (Novum argumentum, 1890), il Sacro Cuore (Annum Sacrum, 1899). La
questione sociale, che esplode tra poco con la pubblicazione
dell’enciclica Rerum novarum, è uno dei tanti temi passati al vaglio da
Leone XIII.

C’è un
altro argomento al centro del magistero leoniano, «la missione della
chiesa», destinato ad aprire vasti orizzonti sul mondo. È su di esso che
il pensiero dell’Allamano si identifica con quello di papa Pecci: «La
città santa di Dio che è la Chiesa – scrive Leone XIII, – non essendo
circoscritta da alcun confine di regioni, ha la forza trasfusale dal
fondatore di “allargare ogni giorno lo spazio della tenda e di stendere i
teli della dimora senza risparmio” (Is 54, 2)».

A Roma l’Allamano
avvicina alcune personalità del mondo missionario (ciò fa supporre che sia
questa la principale ragione del suo viaggio), in particolare il card.
Giovanni Simeoni e mons. Domenico Jacobini, rispettivamente prefetto e
segretario di Propaganda Fide, nonché il cappuccino card. Massaja. A
costoro, presumibilmente, sottopone la prima bozza del Regolamento
dell’Istituto, con lo scopo di «raccogliere giovani sacerdoti aspiranti
alle missioni, prepararli convenientemente e quindi metterli a
disposizione di Propaganda Fide, che li avrebbe inviati nelle missioni
alle dipendenze delle varie Congregazioni già esistenti».

L’Allamano
incontra anche il papa, ma non lascia alcun commento scritto su quell’incontro,
che ha come scopo principale quello di sondare la fattibilità di un
progetto ancora in fase preliminare. L’udienza dura quanto basta per
ricevere una benedizione per il santuario, i sacerdoti del convitto, e una
raccomandazione: «Bene, bene quel santuario… Sì, do una speciale
benedizione. Dite loro che studino molto».

Una
raccomandazione scontata per un uomo che è dichiaratamente contrario a
qualsiasi forma di ignoranza nella chiesa e che ha offerto la sua vita
alla formazione del giovane clero.

Sulla
tabella dei festeggiamenti, oltre alla messa giubilare del papa, è
compreso anche un avvenimento di risonanza mondiale, promosso da
Propaganda Fide con il concorso degli istituti missionari. Si tratta
dell’Esposizione vaticana. È una rassegna dei doni e degli oggetti di
valore inviati dall’Europa cristiana in omaggio al papa, un pastore che
con abilità e tatto è riuscito ad attenuare il dissidio tra lo stato
moderno e la chiesa cattolica, dimostrando che le due realtà erano
diverse, non opposte.


L’Esposizione, inoltre, presenta una grande varietà di manufatti di
carattere etnografico provenienti dalle missioni di Indocina, India,
Giappone, Cina, Corea, Africa.

Sotto
l’aspetto culturale, la mostra si inserisce nel contesto dei canali di
comunicazione sociale, di cui il magistero papale e la missione odiea
fanno largo uso. Si calcola che i visitatori della mostra siano stati 380
mila. Tra essi c’è pure l’Allamano, che prende visione del mondo
missionario e raccoglie immagini e consigli utili per la sua futura opera.

La
permanenza a Roma si conclude il 15 gennaio 1888, con la partecipazione
alla solenne canonizzazione di san Pietro Claver, missionario tra gli
schiavi di Cartagena, in Colombia. Il mercato sul quale si svolge la
compravendita di esseri umani, trasportati dalle coste dell’Africa
occidentale, segna l’inizio di un cammino di dolore e orrore, destinato a
consumarsi nelle piantagioni di tabacco, cotone, canna da zucchero e nelle
miniere aurifere.

Pietro
Claver morì l’8 settembre 1654. L’Allamano gli affiderà la protezione del
nascente istituto.

Uomo
avvezzo a marcare pazientemente i ritmi delle cose e a dare a ciascuna il
suo valore, l’Allamano osserva con occhi disincantati gli avvenimenti.
Egli sa che non gli resta che attendere il momento giusto, senza forzare i
tempi, per non correre il rischio di costruire sulla sabbia.

Conta
sulla collaborazione di una personalità eccezionale, Giacomo Camisassa.
Tra i due corre una affinità di sentimenti, vedute e obiettivi, anche se
non di stile. È determinante il contributo del Camisassa in ogni
realizzazione che porti la firma dell’Allamano.

Insieme
attendono il fiorire delle rose. La pazienza non è forse la virtù dei
forti?

(*)
L’articolista, missionario

della
Consolata in Kenya, è autore

di
numerose pubblicazioni.


Significativa l’ultima opera

sul beato
Giuseppe Allamano:

La mia
vita per la missione,

Emi,
Bologna 2001.

Giovanni Tebaldi




GRANDI AMORI


«Cuore grande e fede incrollabile, uniti a uno spirito
ribelle e un po’ goliardico, hanno fatto di questo piccolo grande
missionario uno strumento formidabile dell’amore cristiano». Così gli
amici ricordano padre Antonio Giannelli, scomparso all’inizio di quest’anno,
dopo aver speso quasi 50 anni in Africa, privilegiando poveri, anziani e
bambini.
Invece,
dopo circa due ore, eccoci a Gaturi, la missione di padre Antonio, dove
sarò ospite per un mese insieme a Ugo e Luca. Non fatichiamo molto a
capire che la nostra vacanza in Kenya sarà caratterizzata dal lavoro sodo,
per dipingere la chiesa parrocchiale: siamo qui per questo e ce ne
rallegriamo.

Padre
Antonio non ci fa mancare nulla: pennelli, vernice, cappelli di carta,
scale, ponteggi e latte caldo a volontà. Eh, sì! Sull’altopiano collinoso,
200 chilometri a nord di Nairobi, agosto è fresco e piovoso.

Le
giornate sono faticose, ma serene. Antonio, aiutato da padre Aldo Cremasco,
è sempre in movimento: scuola, famiglie da visitare, dispensario, bambini
da accudire ed educare. E poi le funzioni sacre con i canti così
coinvolgenti, la preghiera comunitaria ed altre attività religiose… La
sera arriva improvvisa e ci coglie indaffarati nelle ultime fatiche della
giornata.

Padre
Antonio arriva spesso per ultimo al desco serale, ma è il primo ad alzarsi
per riordinare la cucina e accendere il gruppo elettrogeno, che fornisce
per un’ora o poco più l’energia elettrica. Appena il tempo di una partita
a carte prima del meritato riposo: il vincitore, manco a dirlo, è quasi
sempre padre Antonio.

Il
ricovero per anziani è una delle realizzazioni di cui il missionario va
più orgoglioso. Anche se nella tradizione familiare africana la figura
dell’anziano riveste un ruolo importante, la realtà è spesso differente:
l’emarginazione di persone, avanti negli anni e non più totalmente
autosufficienti, è sempre più frequente nella società locale.

Tutti i
giorni Antonio passa molto tempo con i suoi «vecchietti», come li chiama
con affetto. Per ognuno ha una parola di conforto; ma non solo: si informa
delle loro necessità e li mette al corrente di ciò che sta accadendo nel
villaggio.

Quattro
settimane sono passate in fretta e ci troviamo di nuovo all’aeroporto di
Nairobi in attesa del volo per l’Italia. Rimpianto e malinconia sono i
sentimenti dominanti, mitigati, però, dalla consapevolezza di avere
imparato tante cose dalla compagnia del missionario.

Dopo
questa esperienza, non sono più lo stesso: le parole del vangelo sono
sentite come invito obbligatorio a fare qualcosa per gli altri e la
condivisione con i più deboli è diventata più naturale. E questo grazie
all’esempio di padre Antonio, che proprio nel messaggio di Cristo trova la
forza per affrontare ogni giorno grandi sfide e fatiche, anche nei momenti
in cui la salute incomincia a dargli qualche grattacapo.

Ritoo in
Kenya nel 1992 e trovo in padre Antonio il solito spirito giovanile, come
se il tempo lo avesse appena sfiorato.

Nel
frattempo egli ha cambiato parrocchia: nel 1987 è stato incaricato di
fondare una nuova missione nella zona di Wamagana, a nord di Nyeri. Detto
fatto: si è messo subito al lavoro e in pochi anni ha compiuto
un’autentica meraviglia. Egli stesso mi fa da cicerone, mostrandomi le
opere realizzate: chiesa, casa dei padri, scuola secondaria, laboratorio
di cucito per le ragazze, casa per le suore e, vero fiore all’occhiello,
la casa di accoglienza per bambini con gravi deficit mentali e motori. Una
vera rarità nel panorama assistenziale africano.

Maestosa è
la chiesa parrocchiale, dedicata alla Madonna della coltura, venerata nel
santuario di Parabita (Lecce), luogo natale del missionario della
Consolata. La costruzione è stata laboriosa e lo ha occupato a lungo; ma
ne è risultato un edificio con l’ardito tetto in cemento armato, simile a
quello della cattedrale di Nyeri, e le pareti arricchite da bei dipinti,
tele e vetrate multicolori.


Nell’illustrare le varie opere della missione i suoi occhi brillano di
luce particolare: senza l’aiuto della Madonna, fa intendere che non
sarebbe riuscito a costruire tutto ciò che sto ammirando.

Una simile
impresa implica un’organizzazione complessa e articolata. Il missionario
vi ha coinvolto i cristiani della parrocchia in modo ampio e concreto,
stimolandoli a crescere nel senso di responsabilità verso tutti i loro
simili.

Una delle
caratteristiche più affascinanti di padre Antonio è l’entusiasmo con cui
si prodiga per il bene degli altri, senza badare a sacrifici né alla
propria salute. Ed è un entusiasmo contagioso, che suscita solidarietà in
numerose persone, familiari e amici sparsi in Italia,  a cui confida
progetti, fatiche e speranze.

 

 

Torino
1999. Padre Antonio ritorna in Italia per controlli sanitari urgenti. La
salute lo sta abbandonando piano piano, ma non si scoraggia: accetta la
malattia con grande serenità e dignità.

Nonostante
le precarie condizioni fisiche, vorrebbe salire su un aereo e volare tra i
«suoi bambini» di Wamagana. «La mia casa e i miei figli sono laggiù – mi
confida -. È là che devo tornare. Qui procuro solo guai!».

Il
pomeriggio del 23 gennaio 2001 padre Antonio si sente male; avvisa i suoi
dell’imminente fine; affida le ultime volontà a padre Daniele Armanni e
vola in paradiso.

La sua
scomparsa mi lascia sbigottito, insieme a tutti coloro che gli sono stati
vicini. Ci rimangono una profonda ammirazione per la fede e forza d’animo
con cui è vissuto fino all’ultimo respiro e la certezza che, dal cielo,
potrà fare ancora tanto per i suoi bambini e per quanti lo hanno
conosciuto. Ci mancherà moltissimo. Ma saremo ugualmente suoi testimoni,
concreti e puntuali, per continuare a fare vivere a Wamagana un pezzetto
di paradiso.

 


MISSIONARIO
«MAIUSCOLO»

Quando per
strada incontro un bambino mi ritorna alla mente ciò che padre Antonio
Giannelli ripeteva negli ultimi mesi di vita come un testamento. Adesso
che non c’è più, mi rendo conto di quanto amore avesse in cuore per i suoi
bambini e con quanta sofferenza avesse dovuto lasciare, nel maggio 1999,
la sua missione di Wamagana.

Da quel 23
gennaio, quando padre Antonio ci ha lasciati, per me e per tanti altri è
come se una parte della nostra vita se ne sia andata con lui; ma la sua
presenza continua a scandie i momenti sereni e tristi. Ricordo ogni suo
gesto e parola. Anche quando, scherzando, mi diceva «vattine», era per me
un momento di affetto, che rimarrà per sempre scolpito nella mente e nel
cuore.

Ho davanti
agli occhi alcune fotografie che rievocano i momenti sereni. Anche se
ormai la malattia aveva scalfito il suo fisico e ancor più il suo cuore,
riusciva a dimenticare la sofferenza per farci sentire tutta la sua
umanità, come nelle interminabili partite a carte, in cui boicottava il
gioco (perché non accettava di perdere) o davanti a un piatto fumante di
polenta e funghi, quando ringraziava il Signore per ciò che gli era
concesso, soprattutto per essere ancora con noi e poter dare ancora
qualcosa.

Da padre
Antonio abbiamo ricevuto molto. Col carattere spensierato e ribelle, a
volte incosciente, ci ha regalato momenti di gioia; col suo coraggio,
dignità e voglia di lottare, specie contro il male che lo stava
distruggendo, ha fortificato il nostro carattere. Con i suoi silenzi, la
riservatezza e (perché no?) la testardaggine, a volte sfrontata, ci ha
insegnato che l’amore per gli altri è più importante dell’amore per se
stessi.

Ricordo
anche la sofferenza e rabbia che provava quando si sentiva accusato di
gestire missione e progetti con criteri troppo personali. Per me e per chi
l’ha conosciuto a fondo, padre Antonio è stato e resterà sempre un
missionario con la «M» maiuscola, per tutto quello che ha fatto per la
gente delle missioni in cui ha lavorato per tanti anni; specialmente per i
«suoi bambini», che considerava tutti figli suoi, e per la comunità di
Wamagana, che riteneva la sua grande famiglia.

Il modo
migliore per ricordarlo e ringraziarlo di tutto quello che ha saputo e
voluto darci in tanti anni di amicizia, sincera e disinteressata,
consisterà nel continuare la sua opera, specialmente a favore dei «suoi
bambini». Glielo abbiamo promesso.

Federico Casarani