Burkina Faso. Continuano massacri e repressione

 

«È a causa di quello che hanno fatto i vostri parenti che siete qua. Voi pensate di poter prendere tutto il Burkina Faso. È la vostra fine», urla in moore (la lingua dei mossì, l’etnia maggioritaria in Burkina Faso) una voce fuori campo, presumibilmente della stessa persona che sta girando un rudimentale video con il telefono.

Nelle immagini si vede una donna a terra morta con la testa sanguinante, e vicino a lei un bimbo piccolo, visibilmente scioccato. Decine di video terrificanti hanno invaso i social media dei burkinabè un paio di settimane fa. Sono stati girati nei pressi della città di Solenzo, nella provincia Banwa, l’estremo Ovest del Burkina Faso.

Documentano i massacri avvenuti tra il 10 e l’11 marzo, riporta Human rights watch (Hrw), l’organizzazione per la difesa dei diritti umani basata a New York. Nei video si vedono decine di uomini, donne e anche alcuni bambini uccisi o feriti. Sono ammucchiati a terra o su mezzi di trasporto. Cadaveri e feriti senza distinzione. A girare i video sono stati gli stessi autori dei crimini, i «Volontari per la difesa della patria» (Vdp), che hanno così firmato la carneficina. Sulle loro maglie si legge «Gruppo di autodifesa di Mahouna», oppure «Forza rapida di Kouka», tutte località della zona di Solenzo.

I Vdp sono gruppi paramilitari, presenti in tutto il Paese e sostenuti dal Governo, nati alcuni anni fa, con il presunto obiettivo di difendere la popolazione dall’attacco dei gruppi armati jihadisti, penetrati in Burkina fino dal gennaio 2016.
I ricercatori di Hrw hanno esaminato gli spezzoni di video e hanno contato, con approssimazione per difetto, almeno 58 cadaveri.

Secondo diverse testimonianze locali, il massacro è avvenuto ai danni della popolazione di etnia Peulh (Fulani). Questo gruppo è genericamente accusato di favoreggiamento dei jihadisti, a causa della stessa appartenenza etnica di molti membri degli islamisti (è a questo che si riferisce la voce del video citato sopra). Secondo fonti di Hrw, «il 10 e l’11 marzo, l’esercito burkinabè e le milizie alleate hanno compiuto una vasta operazione nelle campagne di Solenzo e colpito dei Peulh sfollati, apparentemente in rappresaglia contro la comunità che il Governo accusa di sostenere i combattenti islamisti». L’odio etnico pare essere oramai penetrato, anche in quest’area dell’Africa dove non si era mai verificato.

Incitazione allo sterminio
Intanto il 21 marzo, il procuratore della Repubblica, Blaise Bazié, ha aperto un’inchiesta per «incitazione all’odio» a causa dei molti messaggi circolanti sui social network inneggianti allo sterminio dei Peulh. Testi del tipo: «Lanciare operazione zero Peulh nelle 45 provincie del Burkina Faso». Amnesty International fa notare che sono circa quattro anni che avvengono queste inchieste, ma alcuna sanzione è stata mai imposta: «Ci sono denunce, richiami alla legge, ma purtroppo non seguite da sanzioni. […] Questa impunità si manifesta come una normalizzazione della violenza verso la comunità Peulh e facilita la sua perpetuazione».
Un comunicato del portavoce del Governo, datato 15 marzo riporta che «una vasta campagna di disinformazione fa seguito ai recenti avvenimenti di Solenzo, con l’obiettivo di discreditare i nostri valorosi combattenti e impaurire la popolazione pacifica». La giunta militare, al governo dall’ottobre 2022, considera questi video dei falsi, montati ad arte e diffusi allo scopo di screditare il suo operato per la sicurezza.

I civili nel mirino
Il massacro di Solenzo, purtroppo, non è un fatto isolato. Dal 2023 si contano oltre 500 i civili trucidati nelle campagne burkinabè. Quelli maggiori sono stati: Karma, aprile 2023, 150 morti; Zaongo, novembre 2023, 100 morti; Soro, febbraio 2024, 220 morti e Gayeri, tra il 2023 e il 24, diverse decine di vittime.
I jihadisti, dal canto loro, compiono attacchi selettivi, sovente contro le forze dell’ordine, nelle zone più remote del Paese. Ma non solo. Attaccano anche villaggi e uccidono civili inermi e creano vasti movimenti di popolazione in fuga.
Circa due milioni di persone, quasi il 10% della popolazione, sono state costrette a fuggire dalle proprie case a causa di scontri armati e problemi di sicurezza negli ultimi anni (riporta il Consiglio norvegese dei rifugiati).
Da ricordare tra tutti il massacro di Barsalogho, il 24 agosto 2024, quando il «Gruppo di sostengo all’islam e ai musulmani» (Gsim o Jnin, in arabo Jama’at al-Islam wa al-Muselimeen), una delle sigle dei movimenti jihadisti presenti in Sahel, legata questa ad al Qaeda, è stato responsabile dell’uccisione dalle 300 alle 400 persone. Il maggiore eccidio avvenuto ad oggi nel Paese.
Questo gruppo è stato particolarmente attivo proprio nella provincia di Banwa, tra fine 2024 e inizio 2025.
Hrw ha verificato che le forze armate burkinabè e i Vdp hanno commesso abusi generalizzati durante le operazione di contro insurrezione in tutto il Paese, comprese uccisioni illegali di civili che accusano di sostenere i combattenti islamisti.

Repressione politica
D’altro lato il governo della giunta militare guidata da Ibrahim Traoré, spinge su una retorica militarista e sovranista. E non ammette dissenso. Uomini, spesso in borghese, prelevano e fanno scomparire giornalisti e attivisti per i diritti umani, che poi ricompaiono nelle prigioni di Stato settimane dopo il sequestro.
È così che il 17 marzo scorso è stato preso in un ufficio dove lavorava il giornalista Idrissa Barry, membro del coordinamento del movimento politico Sens (Servir et non se servir). Il 22 marzo altri quattro membri dello stessa associazione sono stati sequestrati e non si conosce dove siano stati portati.
Il 24 marzo, poi, il presidente e il vice presidente dell’Ajb (Associazione giornalisti burkinabè, la maggiore del Paese), rispettivamente Guézouma Sanongo e Boukari Ouoba, sono scomparsi, e la stessa sorte è toccata a Luc Pagbelguem (giornalista di BF1 Tv). Il giorno dopo, l’Ajb è stata addirittura sciolta, con un comunicato del ministro dell’Amministrazione territoriale (equivalente al nostro ministro dell’Interno).
Il movimento Sens, in un comunicato, ha dichiarato: «Denunciamo fermamente questa nuova ondata di repressione politica e chiediamo al Governo di impedire i massacri di popolazioni innocenti piuttosto che prendersela con chi li denuncia. […] Chiediamo inoltre alla comunità internazionale, alle organizzazioni di difesa dei diritti umani e a tutte e personalità di buona volontà di fare pressioni sul regime per il rispetto della legalità e della dignità dei cittadini. Chiediamo infine, al popolo resiliente del Burkina Faso che si mobiliti sempre di più per opporsi alla deriva dittatoriale del Movimento patriottico per la salvaguardia e la restaurazione (la giunta, ndr)».

Crimini di guerra
Hrw, nel suo rapporto ricorda che «Tutte le parti in conflitto armato in Burkina Faso sono tenute a rispettare il diritto internazionale umanitario, che comprende l’articolo 3 della Convenzione di Ginevra. Esso proibisce l’uccisione, la tortura e i maltrattamenti di civili e di combattenti catturati. Chi commette violazioni […] è responsabile di crimini di guerra».
Hrw e Amnesty international chiedono, inoltre, alle autorità un’inchiesta indipendente che «porti a giudizio tutti i responsabili di questi gravi crimini».

Marco Bello




Nigeria. La Chiesa chiede protezione e giustizia

 

Aveva 21 anni, il seminarista Andrew Peter. Si trovava nella canonica della chiesa di San Pietro a Iviukhua-Agenebode, nello Stato di Edo, sud della Nigeria, il 3 marzo, quando intorno alle 21,30 quattro uomini armati hanno fatto irruzione e l’hanno rapito e condotto nella foresta assieme a padre Philip Ekweli.
Quest’ultimo è stato liberato dieci giorni dopo. Andrew invece è stato assassinato.

Il 4 marzo, anche padre Sylvester Okechukwu è stato rapito. In questo caso, nello Stato di Kaduna, nella Nigeria nord occidentale. Sacerdote di 44 anni, catturato nella tarda serata da uomini armati nella canonica della chiesa di cui era parroco, è stato ritrovato senza vita e con segni di violenza il giorno successivo.

Padre Sylvester Okechukwu e il seminarista Andrew Peter sono le ultime vittime della violenza che in Nigeria colpisce non solo il clero, ma tutti i fedeli della Chiesa.

Secondo i dati raccolti dal Catholic Secretariat of Nigeria (CSN) e rilanciati dall’Agenzia Fides il 12 marzo, contando i casi di marzo, negli ultimi dieci anni nel Paese sono stati rapiti 148 tra sacerdoti e seminaristi, di cui 13 poi uccisi.

Le chiese sono diventate bersagli per bande armate e gruppi estremisti, con rapimenti legati a richieste di riscatto e atti intimidatori contro la comunità cristiana.
In molti casi, i rapimenti si concludono con la liberazione delle vittime dopo il pagamento di somme di denaro, ma crescono di numero le situazioni in cui i rapitori decidono di uccidere per inviare un messaggio di terrore e di dominio sul territorio.

La Nigeria è il Paese più popoloso del continente africano, con una popolazione di 228 milioni di abitanti nel 2023 e un tasso di crescita annuale del 2,1%. I musulmani, in maggioranza negli stati del Nord, sono il  53,5% della popolazione, i cristiani, in maggioranza negli stati del Sud, sono il 45,9% (10.6% cattolici, 35.3% altre confessioni cristiane).

Dal punto di vista economico, il prodotto interno lordo (Pil) ha raggiunto 363 miliardi di dollari, mentre il Pil pro capite era di 1.596 dollari e l’inflazione al 24,7%.
Il Paese si trova al 161° posto su 193 nella classifica mondiale dell’indice di sviluppo umano. L’aspettativa di vita è di 54,5 anni, la mortalità infantile al 10,7%. Circa 1 persona su 3 vive in estrema povertà. Il 15,9% della popolazione è denutrita. Solo il 60,5% ha accesso all’elettricità.

Nel solo 2021 sono state 1.493 le uccisioni dovute ad atti di terrorismo. Un dato molto minore a quello relativo al 2014 quando si toccò la vetta delle 7.775 vittime, ma comunque assai alto.

In questo contesto generale, secondo l’ultima World Watch List di Porte Aperte, la situazione dei cristiani nel Paese è una delle più pericolose al mondo. La violenza non è solo opera di gruppi jihadisti come Boko Haram e l’Iswap (Stato islamico nella provincia dell’Africa occidentale), ma anche di bande criminali e milizie etniche, che approfittano dell’instabilità politica e della mancanza di sicurezza.

Le regioni settentrionali del Paese sono particolarmente pericolose: qui i cristiani, che sono in minoranza, vivono in condizioni di costante minaccia e subiscono discriminazioni sociali e legali, soprattutto nei contesti dove vige la Sharia (legge islamica).

Il Rapporto 2024 dell’Uscirf (US Commission on international religious freedom) evidenzia come la libertà religiosa in Nigeria sia gravemente compromessa. Il governo è stato spesso accusato di inazione di fronte agli attacchi contro le comunità cristiane. Le forze di sicurezza sono lente a intervenire e, in alcuni casi, accusate di collusione con i gruppi armati.
Questo clima di impunità ha permesso la crescita di una spirale di violenza che colpisce clero, fedeli e intere comunità che sono state costrette ad abbandonare le proprie case, rifugiandosi in aree più sicure o cercando asilo all’estero.

Gli stati settentrionali che applicano la Sharia, contribuiscono a creare un clima di discriminazione sistematica contro i cristiani, che si traduce in limitazioni dei diritti civili e in attacchi mirati.

Nonostante le numerose denunce e le richieste di intervento, la situazione non sembra migliorare. Il silenzio e l’inerzia delle autorità nigeriane e della comunità internazionale non fanno che alimentare un senso di abbandono tra i cristiani, che continuano a vivere in un clima di paura e incertezza.
Le storie di padre Okechukwu e di Andrew Peter sono solo le ultime due delle tante che raccontano le difficoltà di chi vive la propria fede in Nigeria.

Luca Lorusso




Turchia. Efeso e Nicea, ponti tra fedi

 

Il luogo del confronto è la «Casa di Maria», frequentata soprattutto dai musulmani. Prove di dialogo anche a Nicea, dove quest’anno si celebrano i 1700 anni del Concilio.

C’è un santuario in Turchia, cristiano ma frequentato soprattutto dai musulmani. È Meryem Ana, la Casa di Maria, a Efeso, il luogo dove, per la Tradizione, la Madonna ha vissuto insieme all’apostolo Giovanni dopo la morte, risurrezione e ascensione di Gesù.

Efeso dunque è come un ponte tra islam e cristianesimo. Lo è Meryem Ana, ma anche il grande parco archeologico nel quale si trovano i resti della prima basilica al mondo dedicata alla Madonna (qui conosciuta come la Madre di Dio), e l’anfiteatro dove San Paolo predicava agli efesini, una delle città più vivaci di quei tempi.

Oggi, nella terra dove si è sviluppata una delle prime comunità seguaci di Cristo, i cristiani sono pochissimi, non possono celebrare dove vogliono e, soprattutto, non possono svolgere una vera e propria opera missionaria.

Tuttavia si vedono germogliare semi di dialogo e rispetto reciproco, considerati anche i tanti pellegrini che scelgono la Turchia per i loro viaggi di fede.

A raccontare la devozione di donne e famiglie islamiche per la Madonna di Efeso, sono Caterina e Antonietta, laiche consacrate della famiglia delle Discepole di Maria e dell’apostolo Giovanni. La prima è di Salerno, l’altra di Avellino. Hanno lasciato l’Italia dieci anni fa per vivere in Turchia e, da nove, vivono a Efeso, «ai piedi di Maria», come loro stesse dicono.

«Per i musulmani questo è un “ibadet yeri”, un luogo sacro, benedetto. Infatti nel Corano c’è una Sura – ricorda Antonietta – che dice che Maria è la donna più santa tra tutte le donne. E molti si affidano a lei per avere un bambino. Ci è capitato qualche volta che alcune donne musulmane siano venute qui e abbiano ringraziato la Madonna aver chiesto la grazia di avere un figlio».

Caterina ci mostra un piccolo oggetto nella bacheca di vetro che sta all’uscita della Casa di Maria: «Una coppia da Ankara ha lasciato questa piccola medaglia – dice mostrando l’oggetto devozionale – con una “d” sopra, che significa “dilek”, desiderio. Dopo sette anni, la coppia ha avuto una bambina e l’ha chiamata proprio così: Desiderio».

Tanti lasciano regali a Meryem, una consolazione per molte famiglie in questa terra.
«La Casa della Madonna è un po’ come un ponte tra le varie religioni, soprattutto tra il Cristianesimo e l’Islam. Qui pregano sia cristiani che musulmani, e questo è già un segno che c’è qualcosa di particolare», dice una delle due consacrate.

La Meryem Ana a Efeso. © Manuela Tulli

Grande attesa c’è anche a Nicea dove a fine maggio verranno celebrati i 1700 anni del famoso Concilio. Un evento al quale, salute permettendo, è atteso anche Papa Francesco.

«Le istituzioni della Turchia – dice il vescovo di Istanbul, monsignor Massimiliano Palinuro – sono impegnate ad accogliere il Santo Padre in maniera straordinaria e generosa. Le autorità ci hanno mostrato i progetti ambiziosi che intendono realizzare a Nicea. Il luogo sarà attrezzato, entro maggio, per accogliere i pellegrini e per rendere fruibile il sito archeologico del posto dove si è celebrato il primo Concilio ecumenico», ha sottolineato parlando con la delegazione dell’Opera pomana pellegrinaggi nelle settimane scorse in missione in Turchia con un gruppo di sacerdoti e giornalisti. «La Turchia – ribadisce il vescovo – si sta preparando a quest’evento in maniera straordinaria, vogliono fare il massimo possibile».

È chiaro che, nonostante nel Paese la fede musulmana sia assolutamente prevalente, oggi c’è nei cittadini turchi un interesse per questi siti legato anche al turismo religioso. Questo, tra l’altro, a causa del conflitto in Medio Oriente, si è spostato proprio qui, verso la terra dove per la prima volta i cristiani furono chiamati in questo modo.

Allo stesso tempo, è vero che in Turchia «la Chiesa ha la possibilità di crescere nel dialogo con chi non è cristiano», come dice padre Alessandro Amprino, cancelliere dell’arcidiocesi di Smirne.

Il dialogo è sempre stato al centro della pastorale di monsignor Antuan Ilgit, vicario apostolico dell’Anatolia: «In questa terra, già da secoli – ha detto al momento della sua ordinazione episcopale poco più di un anno fa -, si sperimenta il dialogo e il cammino d’insieme tra le differenti realtà cristiane nella quotidianità, condividendo le stesse sorti, gioie e dolori. E lo stesso vale in una prospettiva di dialogo interreligioso con l’islam».

Manuela Tulli




Messico. Il cimitero clandestino della criminalità

 

Ossa umane carbonizzate, teschi, montagne di scarpe (circa quattrocento paia) e indumenti. Fosse comuni e (forse) forni crematori. Un vero e proprio «campo di concentramento e sterminio» della criminalità organizzata messicana. La scoperta è avvenuta nel Rancho Izaguirre, comunità La Estanzuela, comune di Teuchitlán, Stato di Jalisco, a meno di cento chilometri da Guadalajara, la capitale dello Stato.

È stata resa pubblica, nei primi giorni di marzo, dai membri del «colectivo Guerreros buscadores», un’organizzazione di comuni cittadini impegnati nella ricerca delle persone scomparse. Un problema talmente grave che, dal 2017, in Messico opera la «Comisión nacional de búsqueda» (Cnb), un organismo governativo istituito per «coordinare le azioni di ricerca, localizzazione e identificazione delle persone scomparse».

I numeri sono impressionanti: dalla metà del secolo scorso si sono perse le tracce di 123.808 persone. Nel 2023 sono state 9.674, nel 2024 si è arrivati a 13.515, il che rappresenta un aumento del 39,7 per cento.

Un altro numero drammatico, direttamente collegato ai desaparecidos, è quello dei morti senza nome. Negli obitori del Messico, infatti, si trovano più di 72.100 corpi non identificati. Questa situazione «costringe migliaia di famiglie a recarsi da un obitorio all’altro per scoprire indizi che conducano ai loro cari».

Gli stati messicani dove opera il «Cártel Jalisco nueva generación», organizzazione criminale tra le più potenti del Messico.

Tutto fa pensare che il «narcocampamento» (o «narcorrancho») di Teuchitlán appartenga al «Cártel Jalisco nueva generación», forse l’organizzazione criminale più potente del Messico, diffusa in tutto il Paese e con diramazioni anche in altri stati latinoamericani. Il Cartello di Jalisco è attivo soprattutto nel narcotraffico e nella tratta dei migranti e trova nel «Cártel de Sinaloa» il suo principale avversario. Al momento, si ipotizza che, nel rancho Izaguirre, abbiano trovato la morte varie decine di persone, probabilmente tra le duecento e le quattrocento.

Il clamore suscitato dalla scoperta ha dato la sveglia alle autorità politiche e di polizia accusate da più parti di sapere ma di non aver fatto nulla.

Anche la Conferencia del episcopado mexicano (Cem) è intervenuta con un comunicato dai toni duri, sottolineando la «irresponsabile assenza delle autorità nell’affrontare uno dei problemi più critici che affliggono il Paese: la scomparsa delle persone». Accanto a questa accusa, i vescovi hanno applaudito l’opera straordinaria «delle madri ricercatrici e delle diverse organizzazioni civiche che, spinte dal loro dolore, dal loro coraggio e dalla loro tenacia, sono quelle che realmente progrediscono nella ricerca dei loro cari e fanno scoperte decisive che mantengono vivo il grido di giustizia».

Intanto, sabato 15 marzo, è stato lutto nazionale con manifestazioni in quasi venti città messicane, da Guadalajara a Città del Messico. Davanti ai palazzi governativi sono state portate candele e scarpe a ricordo degli scomparsi. La gente innalzava cartelli con messaggi come questo: «México no es un país, es una fosa».

Paolo Moiola




Sud Sudan. Venti di guerra civile

 

Sul Sud Sudan aleggia lo spettro della guerra civile. Da metà febbraio, lo Stato più giovane d’Africa – che ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan solo nel 2011 – è attraversato da crescenti tensioni: agli scontri militari iniziati nello stato nordorientale dell’Alto Nilo, si sono presto affiancate ostilità politiche nella capitale.

Ma, in realtà, nonostante la sua giovane età, una guerra civile il Sud Sudan l’ha già vissuta, tra il 2013 e il 2018. E una delle cause principali – la lotta per la leadership politica – resta ancora oggi irrisolta, tanto da essere alla radice del nuovo conflitto che minaccia di scoppiare.

Infatti, a contrapporsi sono di nuovo le stesse fazioni. Nel 2013, le prime violenze si verificarono dopo che il presidente Salva Kiir, leader del Movimento per la liberazione del popolo del Sudan (Splm), iniziò a consolidare il proprio potere, estromettendo i rivali più pericolosi: i vertici di polizia ed esercito furono sostituiti e il vicepresidente Riek Machar fu rimosso dall’incarico. La situazione divenne incandescente quando quest’ultimo reagì, fondando un proprio partito – il Movimento per la liberazione del popolo del Sudan in opposizione (Splm/Io) – e accusando Kiir di tendenze dittatoriali.

Nel giro di poco, le due fazioni arrivarono allo scontro aperto e il conflitto dilagò in tutto il Paese. I cinque anni di guerra causarono almeno 400mila morti e 2,2 milioni di sfollati interni (oltre alla fuga di 2,5 milioni di persone oltre confine). Fu solo con la firma dell’accordo di pace e condivisione del potere nel 2018 che i due schieramenti principali – ai quali nel frattempo si erano affiancati alcuni Stati vicini e diversi altri gruppi armati, anche provenienti da Paesi confinanti – accettarono di deporre le armi. Kiir e Machar acconsentirono a unire le proprie truppe in un unico esercito, scrivere una nuova Costituzione, organizzare un censimento, tenere elezioni generali e disarmare tutti gli altri movimenti armati.

In realtà, nessuna di queste riforme è stata realizzata e le tensioni politiche sono all’ordine del giorno. Le elezioni non si sono ancora tenute: ogni volta che vengono fissate sono sistematicamente posticipate con scuse varie. Mentre alcuni gruppi armati – in buona parte esclusi dai negoziati – continuano a operare. È proprio a uno di questi movimenti – l’Esercito bianco – che il governo sud sudanese ha addossato la responsabilità dei recenti attacchi nell’Alto Nilo. La milizia è composta soprattutto da combattenti di etnia nuer, la stessa di Machar a cui è ritenuta fedele (mentre Kiir è un dinka).

Anche secondo Human rights watch (organizzazione per la tutela dei diritti umani), il primo ad attaccare a metà febbraio è stato l’Esercito bianco, preoccupato dalle voci di un disarmo forzato e imminente di tutti gli attori armati extra statali. Gli scontri – che secondo la Missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan hanno visto anche l’uso di armi pesanti – si sono concentrati nella città di Nasir, nell’Alto Nilo, e hanno provocato la morte di alcuni soldati e miliziani, oltre al ferimento di diversi civili.

La reazione di Kiir è stata immediata: il presidente ha rimosso dall’incarico diverse figure vicine a Machar, come Monica Achol Abel, ambasciatrice sud sudanese in Kenya. Di alcune – il generale Gabriel Doup Lam, vicecomandante dell’esercito, il ministro del Petrolio, Puot Kang Chol, e il ministro del Peacebuilding, Stephen Par Kuol – ha anche ordinato l’arresto. La casa di Machar, accusato di pianificare un colpo di Stato, invece è stata circondata dalle forze armate, che lo hanno posto agli arresti domiciliari.

Mentre un elicottero delle Nazioni Unite – che stava evacuando alcuni soldati sud sudanesi da Nasir – veniva attaccato, gli Stati Uniti hanno ordinato a tutto il personale non essenziale di lasciare il Paese. Qualche giorno dopo, secondo quanto dichiarato dal generale maggiore Felix Kulayigye, portavoce dell’esercito ugandese, Kampala ha mandato a Juba un contingente di forze speciali per «supportare il governo del Sud Sudan a fronteggiare una possibile avanzata dei ribelli». Kiir, infatti, è uno stretto alleato del presidente ugandese, Yoweri Museveni, che già nel precedente conflitto era intervenuto per aiutarlo a restare al potere.

D’altronde, secondo Mohammed Akot, attivista pro democrazia, è proprio per il potere che in Sud Sudan rischia di scoppiare una nuova guerra civile. Per lui, a rendere concreta la possibilità di un nuovo conflitto è la «mancanza di una reale volontà politica»: sia l’Splm che l’Splm/Io sono più interessati a prendere il controllo delle istituzioni politiche sud sudanesi che a collaborare per migliorare le condizioni di vita della popolazione. E così il Sud Sudan – il terzo Paese dell’Africa subsahariana per giacimenti petroliferi (di cui il 90% ancora da sfruttare) – resta ancora oggi uno degli Stati più poveri del continente.

Aurora Guainazzi




Sudafrica. Trump minaccia sanzioni

 

La restituzione delle terre sottratte dal regime dell’apartheid o un atto di razzismo al contrario nei confronti della minoranza bianca sudafricana (8,5% della popolazione)? Come leggere l’Expropriation act 13 approvata dal governo sudafricano il 23 gennaio 2025? Il tema è diventato di attualità dopo le dichiarazioni del presidente Donald Trump che ha firmato un ordine esecutivo per tagliare i fondi al Sudafrica accusato di discriminare la comunità bianca. La questione, in realtà, è più complessa di quanto la veda il capo di Stato Usa.

L’Expropriation act 13 è una legge che disciplina l’espropriazione di proprietà private per scopi pubblici o nell’interesse pubblico. Questa normativa, che sostituisce l’Expropriation act 63 approvato nel 1975, all’epoca dell’apartheid, mira ad allineare la legislazione sudafricana alla Costituzione del 1996 e a fornire una base legale per la riforma agraria ideata dal presidente sudafricano Cyril Ramaphosa e volta a correggere le profonde disuguaglianze fondiarie ereditate dal passato.
La nuova legge prevede che lo Stato possa espropriare terreni per infrastrutture pubbliche (strade, scuole, ospedali) o per riforme agrarie che garantiscano un accesso più equo alla terra. Nel testo è previsto che i proprietari siano indennizzati equamente in base al valore della proprietà, al suo utilizzo e al contesto storico. Si prevede però anche la possibilità di un esproprio senza alcun indennizzo nel caso di terreni abbandonati, non produttivi o acquisiti illegalmente durante l’apartheid. Quest’ultimo punto ha fatto tremare la comunità bianca. Gli agricoltori temono che si ripeta in Sudafrica quanto avvenuto in Zimbabwe dove, nel 2000, una riforma agraria mal studiata ha portato all’occupazione illegale dei terreni coltivati e al crollo dell’economia locale.

Pieter Kemp, un agricoltore bianco, ha dichiarato all’emittente britannica Cnn: «Questa legge mette a rischio il nostro sostentamento e crea incertezza sul futuro delle nostre terre». Allo stesso modo, Annelie Botha, rappresentante di un’associazione di agricoltori, ha affermato: «Temiamo che l’espropriazione senza compenso possa portare a instabilità economica e sociale».
Timori che, al momento, paiono infondati. Nonostante le preoccupazioni diffuse, non si sono verificati espropri di massa, né confische di proprietà private senza indennizzo. Finora, la redistribuzione della terra è avvenuta attraverso acquisti volontari da parte dello Stato. La stessa AgriSA, organizzazione commerciale per gli agricoltori sudafricani, ha riconosciuto come infondate le affermazioni sui sequestri di terreni definendole «disinformazione». «L’Expropriation act ha scatenato tumulti politici e inutili tensioni all’interno del sistema agroalimentare. Ciò è stato esacerbato dalla disinformazione riguardante l’intento della legge, con un impatto negativo sul clima degli investimenti per l’agricoltura sudafricana», ha affermato il direttore esecutivo di AgriSA, Johann Kotzé. Che ha aggiunto: «Per essere chiari, non si sono verificati sequestri o confische di proprietà private. Né è stata espropriata alcuna terra senza indennizzo. Sono stati gestiti casi isolati di accaparramento di terreni e violazione di proprietà privata».

Nonostante ciò Donald Trump ha criticato la riforma agraria sudafricana, sostenendo che essa rappresenta «un’espropriazione razziale». Già nel 2018, Trump aveva ordinato di indagare sulle «confische di terre e sugli omicidi di agricoltori bianchi» in Sudafrica, alimentando una narrazione allarmistica diffusa da media conservatori. Nelle ultime settimane, Trump ha inasprito la sua posizione, sospendendo 440 milioni di dollari di aiuti al Sudafrica. Questa decisione ha avuto conseguenze gravi, in particolare sul finanziamento di programmi sanitari cruciali per il Paese, come quelli per la lotta all’Hiv e alla tubercolosi.
Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha respinto con le accuse di Trump, definendole «fuorvianti e radicate in pregiudizi coloniali». Ramaphosa ha sottolineato che la riforma agraria non è una misura punitiva contro i bianchi, ma un tentativo di riparare alle ingiustizie storiche, garantendo stabilità economica e sicurezza giuridica per i proprietari terrieri.

Enrico Casale




Mondo e tortura. Cresce l’uso dei Taser

 

L’uso dei dispositivi a scarica elettrica, noti come Pesw (Projectile electric shock weapons) o Taser (dal nome del modello più diffuso), da parte delle forze di polizia è in costante aumento in tutto il mondo.

Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani denunciano da anni il loro abuso, soprattutto in contesti di detenzione, manifestazioni pubbliche e contro gruppi vulnerabili come bambini, anziani, fasce di popolazione emarginate. Tuttavia, manca ancora un trattato internazionale che ne limiti la produzione, la commercializzazione e l’uso indiscriminato.

 

Ne parla un rapporto dell’organizzazione per i diritti umani pubblicato lo scorso 6 marzo: «I still can’t sleep at night». The global abuse of electric shock equipment. («Non riesco ancora a dormire la notte». L’abuso globale di apparecchiature per le scosse elettriche). Un lavoro che descrive i due tipi di apparecchiature a scarica elettrica in commercio: quelle a contatto diretto, che Amnesty assieme a molte altre organizzazioni internazionali chiedono di eliminare, e le Pesw a proiettili, armi paralizzanti che funzionano con una carica elettrica a distanza, legittime, ma il cui uso è da limitare a casi estremi.

Il costo umano del commercio e dell’uso non regolamentato di questi prodotti richiede l’urgente necessità di un’azione coordinata e globale.

Esempi concreti di abuso: Iran e Francia

Il lavoro di Amnesty presenta casi di tortura e maltrattamenti avvenuti in tutto il mondo tramite queste apparecchiature negli ultimi dieci anni.

L’Iran è uno dei Paesi nei quale Amnesty International ha documentato l’uso di dispositivi elettrici contro manifestanti pacifici, prigionieri politici e dissidenti.
Molti detenuti hanno subito torture con scariche elettriche prolungate per estorcere confessioni o come forma di punizione.
Le conseguenze per le vittime sono di diversa gravità: ustioni; danni neurologici permanenti, traumi psicologici profondi.

Anche in Francia, per fare solo un altro esempio, nonostante le rigide normative europee, sono stati segnalati abusi. Le forze dell’ordine hanno utilizzato i Taser durante operazioni di polizia, spesso su persone che non rappresentavano una minaccia immediata.

Torture con scosse elettriche: una lunga storia

L’uso della scossa elettrica come strumento di tortura ha radici storiche lontane.

I dispositivi per elettroshock, scrive Amnesty, sono stati a lungo utilizzati per la tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti in tutto il mondo, spesso utilizzando metodi improvvisati, come pungoli elettrici per bovini, fili collegati alla rete elettrica o alle batterie delle auto.
I telefoni da campo a manovella «magneto» o «dinamo» furono utilizzati per la prima volta per la tortura dall’esercito francese in Indocina e dalla polizia militare giapponese in tutto il Giappone imperiale negli anni 30.
Dopo la Seconda guerra mondiale, il telefono da campo fu utilizzato per la tortura in tutta la Francia coloniale, dall’Algeria al Madagascar, nel Kenya britannico e in Vietnam dai marines statunitensi. Nello stesso periodo, negli Stati Uniti sono emerse armi a scossa elettrica a contatto diretto progettate per le forze dell’ordine.

Negli anni 30 la polizia argentina ha adottato l’uso della picana eléctrica (manganello elettrico), un dispositivo che si sarebbe diffuso in Uruguay, Paraguay e Bolivia, mentre la tortura basata sulla scossa elettrica sarebbe stata ampiamente adottata in America Latina sotto le dittature militari degli anni 70 e 80 per reprimere il dissenso politico.

Oggi, la disponibilità commerciale di Pesw e dispositivi affini ha reso questa pratica più diffusa e difficile da monitorare.

Le conseguenze sulla salute

L’uso di strumenti a scossa elettrica può avere effetti devastanti sulla salute delle persone. Le scariche causano dolore intenso, convulsioni, perdita di controllo motorio e, in alcuni casi, arresto cardiaco.

Sono stati registrati numerosi decessi in seguito all’uso del Taser su individui in precarie condizioni di salute. Gli effetti psicologici, tra cui ansia, depressione e disturbi da stress post-traumatico, sono altrettanto gravi.

Uso contro gruppi vulnerabili

Il problema più allarmante è l’uso di questi trumenti contro categorie di persone vulnerabili.
I detenuti subiscono scosse elettriche come forma di punizione o coercizione. I manifestanti vengono colpiti per disperdere le folle, anche quando non costituiscono una minaccia reale. Le persone con problemi di salute mentale, i minori e gli anziani sono particolarmente vulnerabili agli effetti delle scariche elettriche, che possono causare danni irreversibili.

Amnesty International ha documentato diversi casi di abuso contro minori, spesso in situazioni in cui non rappresentavano alcun pericolo.

Negli Stati Uniti, alcuni bambini di appena 10 anni sono stati colpiti con i Taser da agenti di polizia durante interventi scolastici, per aver mostrato segni di disagio o per piccoli atti di ribellione. In un caso, un bambino autistico è stato colpito durante una crisi emotiva.

Per quanto riguarda gli anziani e le persone con problemi di salute mentale, Amnesty ha registrato casi in cui individui in evidente stato di confusione o in emergenza medica sono stati immobilizzati con Taser, aggravando le loro condizioni.

Negli ospedali psichiatrici e nei centri di detenzione, l’uso dei Taser è stato denunciato come una forma di abuso sistematico.

In alcune occasioni, l’uso della scarica elettrica ha provocato arresti cardiaci fatali.

Produzione e commercio: un mercato in crescita senza regole globali

Il mercato dei dispositivi a scarica elettrica è in espansione. Il modello più diffuso di Pesw è il Taser. Tanto diffuso che nel linguaggio comune il suo nome raggruppa per antonomasia tutti i dispositivi Pesw. È prodotto da Axon Enterprise, la principale azienda del settore, che fornisce le sue armi a oltre 18mila agenzie di polizia in più di 80 Paesi.

Non esistono, però, regolamenti internazionali vincolanti per limitare la produzione e la vendita di questi strumenti. La maggior parte degli Stati non ha controlli adeguati per evitare che questi dispositivi finiscano nelle mani di regimi repressivi o forze di polizia che violano i diritti umani.

La proposta di un Trattato internazionale

Per colmare questa lacuna, Unione Europea, Argentina e Mongolia hanno lanciato l’Alleanza per un commercio libero dalla tortura, con l’obiettivo di vietare la produzione e la compravendita di strumenti di tortura, compresi i Pesw.

Amnesty International e altre Ong chiedono un trattato internazionale che vieti completamente la produzione e l’uso di dispositivi a scarica elettrica da contatto diretto, e che regoli rigorosamente l’uso dei Pesw, imponendo limiti chiari e meccanismi di controllo efficaci.

Un trattato di questo tipo stabilirebbe regole chiare per il commercio e l’uso dei Pesw, riducendo il loro uso come strumenti di repressione e tortura. Solo una regolamentazione globale potrà proteggere i diritti umani e prevenire ulteriori abusi nel mondo.

Luca Lorusso




Stati Uniti. Trump e la caccia alle streghe

 

Prima e dopo il suo rientro alla Casa Bianca, Donald Trump ha ripetutamente promesso di cacciare milioni di immigrati illegalmente presenti sul territorio statunitense. È stato calcolato che, per espellere anche solo un milione di persone all’anno, l’Ice – Immigration and customs enforcement, un’agenzia della Homeland security, il Dipartimento della sicurezza interna – dovrebbe arrestare e deportare una media di 2.700 persone al giorno.

Conscio della portata politica e mediatica del tema migratorio, Trump è passato senza indugi dalle parole ai fatti. E così stanno facendo i suoi uomini. Il video del raid dell’immigrazione del 28 gennaio a New York City, condiviso dalla Casa Bianca, mostra una raffica di attività da parte dell’Ice e di altri agenti federali in azione per rendere effettive le deportazioni di massa promesse dal presidente Trump.

Indossando un giubbotto antiproiettile, Kristi Noem, capo della Homeland security, si è rivolta alla telecamera con un linguaggio molto trumpiano: «Faremo sparire questi dirtbags (sacchi di spazzatura) dalla strada», ha detto.

Kristi Noem, capo della Homeland security, ha voluto presenziare al raid dell’Ice a New York City lo scorso 28 gennaio. La funzionaria ha parlato di «dirtbags» per riferirsi agli immigrati. (Foto ICE)

È un clima da caccia alle streghe che sta producendo conseguenze pesanti a più livelli. Da New York a Los Angeles, Chicago e Denver, i distretti scolastici stanno segnalando che molti studenti restano a casa per paura che loro o i loro genitori possano essere deportati. La Costituzione degli Stati Uniti garantisce un’istruzione pubblica gratuita a ogni bambino, indipendentemente dallo stato migratorio, ma la nuova politica dell’amministrazione Trump dà agli agenti dell’Ice più margini di manovra per colpire scuole, fermate degli autobus e altre strutture pubbliche come luoghi di culto e ospedali.

L’episodio più tragico è accaduto a Gainesville, un piccolo comune a settanta miglia a Nord di Dallas, in Texas, lo scorso 8 febbraio. La polizia scolastica sta indagando sulle accuse di una madre secondo cui la figlia undicenne – si chiamava Jocelynn Rojo Carranza – si è suicidata dopo essere stata bullizzata dai suoi compagni di classe in merito allo status di immigrazione della sua famiglia.

Negli Stati Uniti, si calcola che più di 16,7 milioni di persone condividano una casa con almeno un membro della famiglia, spesso un genitore, che è clandestino. Circa sei milioni di queste persone sono bambini di età inferiore ai 18 anni. Le deportazioni di genitori o di altri familiari hanno gravi conseguenze sui bambini, compresi quelli che – essendo nati negli Stati Uniti – sono cittadini (in base al 14° emendamento del 1866).

La stretta migratoria di Trump sta producendo risultati al confine Sud del Paese, uno dei più trafficati al mondo. Secondo cifre ufficiali, le persone fermate delle autorità di frontiera statunitensi sono passate dalle 176.195 del gennaio 2024 alle 61.465 dello scorso gennaio. Questo trend si è confermato anche a febbraio e marzo.

Nel frattempo, Trump ha pensato a una nuova misura in tema di immigrazione, in sé piccola, ma molto significativa per intendere meglio la filosofia che anima il presidente Usa. Questi ha detto che sta pianificando di introdurre un nuovo visto per attrarre ricchi stranieri in America, qualcosa che lui chiama «gold card» (in contrapposizione alla «green card»). Per cinque milioni di dollari, le persone potranno fare domanda per diventare residenti permanenti legali. Secondo Trump il programma attirerebbe negli Stati Uniti «persone di altissimo livello».

Alla domanda di un giornalista – ha raccontato la radio pubblica Npr – se gli oligarchi russi potessero fare domanda per le «gold card», Trump ha risposto: «Sì, forse. Ehi, conosco alcuni oligarchi russi che sono delle brave persone».

Paolo Moiola




Turchia. La mano tesa di Öcalan

 

Lo scorso primo marzo è stata resa pubblica una dichiarazione di Abdullah Öcalan, con la quale il leader del Pkk – il Partito dei lavoratori del Kurdistan – lancia uno storico appello ai suoi sostenitori: «Deponiamo le armi e sciogliamo il partito».

Öcalan, che del Pkk ne è stato fondatore nel 1978, è in carcere da 26 anni in una condizione di semi-isolamento nella prigione di İmralı, a Bursa, un’isola nel Mar di Marmara in Turchia. La sua dichiarazione ha prodotto reazioni contrastanti in tutto il Medioriente, sorprendendo sia i suoi alleati che i suoi nemici. Tuttavia, non è la prima volta che Turchia e Pkk, in conflitto dal 1984, tentano una tregua.

Sempre in seguito ad appelli di Öcalan, si era già provato un cessate il fuoco tra il 2009 e il 2011 (il presidente della Turchia, allora, era Abdullah Gül), e, di nuovo, tra il 2013 e il 2014. Proprio nel 2014 però, iniziò la presidenza di Tayyip Erdoğan. Con l’arrivo dell’attuale presidente, si spense qualsiasi possibilità di dialogo tra governo turco e popolazione curda.

Sin dai primi giorni della sua presidenza, Erdoğan ha inasprito il conflitto contro il Pkk, da lui condannato come organizzazione terroristica. Il presidente turco, inoltre, ha vietato l’uso e l’insegnamento della lingua curda, considerandola illegale e punibile con il carcere.

Abdullah Öcalan, il leader del Pkk – il Partito dei lavoratori del Kurdistan -, è detenuto nelle carceri della Turchia da 26 anni. Ha chiesto ai suoi di deporre le armi ma non tutti sono convinti che questa richiesta sia stata spontanea. (Foto Wikimedia)

Erdoğan non si è limitato a combattere i curdi sul territorio turco, ma ha incessantemente tentato di attaccare e invadere i territori curdo-siriani, oggi conosciuti come Stato autonomo del Rojava. Il Rojava, in particolare, ha sempre interessato la Turchia per le sue risorse petrolifere e di gas.

Cos’è cambiato oggi? Come mai la Turchia, dopo anni di conflitto, si è detta disposta a un dialogo? Secondo molti analisti, Erdoğan, attraverso una tregua, potrebbe ottenere una sorta di vittoria indiretta. Con Assad fuori dai giochi ed i suoi ottimi rapporti con i nuovi leader a Damasco, il presidente turco conquisterebbe nuovi territori, senza ricorrere alla guerra.

Cosa chiedono le due fazioni per poter raggiungere un accordo di cessate il fuoco? Gli esponenti del Pkk hanno dichiarato che: qualsiasi negoziato può essere portato avanti solo da Öcalan e, quindi, deve presuppore la sua scarcerazione, o quantomeno gli arresti domiciliari. Su questo punto, il partito dei lavoratori si è detto inamovibile e non disposto a trattare. Le altre richieste sono: l’autonomia delle province curde dell’Est della Turchia, e la reintroduzione dell’uso della lingua curda, compreso il suo insegnamento nelle scuole.

La Turchia, di contro, chiede: lo smantellamento del Pkk e lo scioglimento di tutte le milizie combattenti curde, comprese quelle del Nord-est della Siria, milizie come l’Ypg (Unità di protezione popolare), dichiarata da Erdoğan indistinguibile dal Pkk. È proprio su questa questione che la trattativa di pace potrebbe arenarsi.

Le forze dell’Ypg sono state in prima linea nella guerra contro l’Isis, gruppo che, seppur rimaneggiato, continua ad esistere nelle zone rurali di Raqqa, Kobane e Deir el-Zor. In Rojava, tutte le milizie curde sono oggi convogliate nell’Sdf (Syrian democratic forces), organizzazione militare supportata economicamente dagli Stati Uniti. L’Sdf, inoltre, detiene nelle sue carceri la maggior parte dei terroristi di Daesh, arrestati in questi anni.

Immagine dal campo di detenzione di Al-Hol, nello stato curdo di Rojava, Nord-est della Siria.
Qui si trovano le famiglie – per lo più mogli e figli – dei terroristi dell’Isis detenuti nelle carceri di massima sicurezza. Foto Angelo Calianno.

Il gruppo è anche responsabile della sorveglianza dei campi di semi-detenzione dove si trovano le famiglie dei terroristi. Chi vive in Rojava, alla luce delle richieste della Turchia, è preoccupato che l’indebolimento delle forze armate curde possa sfociare in nuove ondate di terrorismo.

Subito dopo la dichiarazione di Öcalan, abbiamo partecipato on-line alla conferenza stampa del comandante dell’Sdf, Mazloum Abdi. Lo avevamo già incontrato qualche anno fa, durante la nostra inchiesta nel Nord-est della Siria, proprio all’indomani degli attacchi da parte della Turchia.

Il comandante Abdi ha affermato: «Questa è sicuramente una dichiarazione storica da parte di Öcalan, necessaria per mettere fine a un conflitto che va avanti da decenni. Sicuramente, avrà risvolti positivi in tutta la regione. Ma, l’appello di Öcalan è stato rivolto solo al Pkk e non coinvolge noi in Siria». Queste diverse vedute, tra Turchia e Rojava, potrebbero essere l’ago della bilancia durante i colloqui per una possibile tregua.

Al momento, sono state scelte due date per poter avviare le trattative, entrambe proposte dal Pkk: l’8 marzo, giorno della Festa della donna. La Costituzione politica dei curdi, ispirata da Öcalan, ha sempre messo il ruolo della donna in primo piano e al pari di quello dell’uomo, sia nel governo che nelle forze armate. L’altra data richiesta è quella del 21 marzo, il giorno del Newroz, il Capodanno curdo. Questa giornata, in particolare, sembra essere la più probabile, soprattutto per il suo altissimo valore simbolico di «nuovo inizio».

Tuttavia, la pace sembra ancora lontana dall’ essere raggiunta. Giovedì 27 e venerdì 28 febbraio, i militanti dell’Sna (Syrian national army), gruppo sostenuto e finanziato da Erdoğan, hanno attaccato la diga di Tishreen. La diga è un punto nevralgico che, da anni, la Turchia prova a sfondare per entrare a Kobane e conquistarne i territori. Dalle montagne Qandil, rifugio dei combattenti curdi tra Iraq e Iran, le fazioni più estremiste hanno dichiarato di sospettare che l’appello di Öcalan sia stato estorto con la forza dal governo turco, e di non essere assolutamente disposti a deporre le armi.

Negli ultimi 41 anni, gli scontri tra Turchia e Pkk hanno causato più di 40 mila vittime.

Angelo Calianno




Italia. La legge che vuole nascondere il commercio di armi

 

Il controllo dei cittadini italiani sul commercio di armi è a rischio. La campagna «Basta favori ai mercanti di armi!» fa pressione sul Parlamento perché i limiti posti dalla legge 185/90 e la trasparenza sui flussi finanziari legati alle armi non vengano azzerati.

C’era una volta la legge 185/90 sul controllo del commercio di armi e sulla trasparenza dei finanziamenti delle banche al settore.

C’era una volta e c’è ancora, nonostante anni di tentativi da parte dei diversi governi di ridurne gli effetti.

Oggi, però, corriamo il rischio che il primo governo Meloni riesca nell’intento.

È all’esame delle Commissioni esteri e difesa della Camera, infatti, il disegno di legge di iniziativa governativa numero 1730 – «Modifiche alla legge 9 luglio 1990, n. 185», già approvato dal Senato -, che, oltre a ridurre il controllo del Parlamento sul commercio italiano di armi, vuole azzerare la trasparenza sui dati delle transazioni finanziarie operate dalle banche.

La società civile perderebbe uno strumento fondamentale per sapere quante armi l’Italia vende e a chi (compresi regimi autoritari e Paesi in conflitto), e quali sono le organizzazioni finanziarie che si offrono come canali per questo commercio. Uno strumento che permette, ad esempio, l’attività di informazione e denuncia della Campagna Banche armate, promossa da Nigrizia, Missione Oggi e Mosaico di pace.

La discussione delle linee generali del disegno di legge avverrà in aula il prossimo 17 marzo.

Prima di allora, ciascuno può fare la sua parte mettendo la propria firma alla petizione online della campagna lanciata dalla Rete italiana pace e disarmo: «Basta favori ai mercanti di armi!» già sostenuta negli ultimi mesi da un nutrito gruppo di organizzazioni che sta facendo sentire la sua voce.

«Diciamo no agli affari armati irresponsabili che alimentano guerre e insicurezza», recita il testo della petizione online.

E prosegue:

«Il Disegno di Legge di iniziativa governativa che modifica, peggiorandola […], la normativa italiana sull’esportazione di armi (la Legge 185/90) è stato approvato dal Senato nel febbraio 2024 e ora […] dovrà essere votato alla Camera dei deputati.

La società civile ha da subito espresso la propria preoccupazione […] evidenziando l’intenzione di indebolire il controllo sulle vendite all’estero di armi voluta da tempo da alcuni gruppi di pressione legati all’industria militare. Ma nonostante interventi di merito nel dibattito al Senato […], il Governo non ha voluto sentire ragioni e ha completamente ignorato e rigettato tali indicazioni […]. Il voto definitivo del Senato ha confermato un rifiuto totale del confronto (anche su questioni specifiche in chiaro conflitto con la normativa internazionale che l’Italia ha sottoscritto) segno evidente che l’obiettivo vero della modifica della Legge 185/90 è solo quello di favorire affari armati potenzialmente pericolosi e dagli impatti altamente negativi.

[…] le richieste della nostra Campagna sono chiare e si possono realizzare concretamente approvando gli emendamenti al DDL illustrati e proposti fin dall’inizio dell’iter parlamentare […]».

Seguono sei proposte molto precise, tra cui, per esempio, quella di «Inserire nella norma nazionale un richiamo esplicito al Trattato sul commercio delle armi (Arms Trade Treaty)» e quella di «Migliorare la trasparenza complessiva sull’export di armi rendendo più completi e leggibili i dati».

Come partecipare alla campagna?

Firmando la petizione online; facendo aderire la propria organizzazione (associazione, sindacato, parrocchia, circolo,…) al documento di richieste della Rete; promuovendo presso il proprio Comune l’adozione di una mozione in difesa della Legge 185/9o; contattando i Deputati della propria Circoscrizione, Provincia, Regione tramite una bozza di lettera già pronta; rilanciando la mobilitazione sui social media, «in particolare facendo un “tag” ai profili social di Rete pace disarmo della Camera dei deputati e dei partiti politici o parlamentari che ritieni più opportuno sollecitare».

Luca Lorusso