Bosnia. Se la miniera è a casa tua


C’è il litio, ma anche il carbone. Nuove e vecchie miniere potrebbero stravolgere il territorio del Paese balcanico. La popolazione locale non sta però a guardare.
La questione ambientale s’inserisce in un contesto in cui le divisioni della guerra civile sono ancora vive.

Estate 2024, montagna di Ozren, distretto di Doboj, Repubblica serba di Bosnia.

Oggi, in un campo normalmente adibito a rifugio di montagna e pista da lancio per parapendii, 36 persone – tra cui ingegneri, biologi, attivisti per l’ambiente – si sono riuniti per una missione di ricerca che durerà per tre giorni. Nella squadra, ci sono uomini e donne provenienti da Bosnia, Serbia e Montenegro. L’obiettivo è quello di raccogliere campioni di flora, di acqua, e tracce della fauna di specie a rischio. Si spera che i dati raccolti in questi giorni possano portare quest’area a essere annoverata tra i parchi protetti della Bosnia. Infatti, con questo inserimento si potrebbe forse fermare l’apertura di miniere di nichel, cobalto, rame e, soprattutto, di litio.

Il campo viene inaugurato dal discorso dei due coordinatori dell’evento: Peter Špullovič e Davor Tubič. Ospite, e osservatore speciale del progetto, è Brian Aggeler, capo missione dell’Osce (Organization for security and cooperation in Europe), l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

Alcuni membri della spedizione all’interno della grotta di Mokra Megara. Foto Angelo Calianno.

Scoperta e mobilitazione

Grazie al monitoraggio di alcuni residenti e attivisti locali, nell’ottobre 2023 si è scoperto che alcune compagnie minerarie stavano effettuando ricerche per rilevare la presenza di minerali e metalli. Su tutti, il più importante è il litio, componente fondamentale per il funzionamento di molte batterie, soprattutto quelle dei veicoli elettrici.

Queste società di ricerca fanno capo al colosso svizzero Arcore e alla Lycos metal, compagnia con base in Australia e sedi operative in tutti i Balcani. Le ricerche, da parte di Arcore, sono andate avanti per quattro anni senza che nessuno della popolazione locale ne fosse al corrente. Le associazioni ambientaliste, inoltre, affermano che tutto è stato tenuto nascosto ai residenti, ma è avvenuto con il benestare di governo e autorità. Dopo essere stata smascherata, Arcore ha ammesso di aver effettuato queste ricerche e di aver identificato, in una zona che va da Doboj a Lopare, 1,5 milioni di tonnellate metriche di carbonato di litio. Se così fosse, sarebbe uno dei più grandi giacimenti d’Europa. La compagnia svizzera ha assicurato che le estrazioni avverranno usando tecnologie di ultima generazione e che l’impatto ambientale, soprattutto su acqua e suolo, sarà minimo. Nessuno però ha creduto a questa dichiarazione. A maggior ragione, dopo quello che è accaduto a pochi chilometri da qui, in Serbia, quando nel 2022 alla multinazionale Rio Tinto è stata revocata la licenza di scavo a seguito dei danni ambientali provocati nella regione dello Jadar (cfr, MC agosto-settembre 2023).

Agente delle forze di polizia locali scorta il gruppo all’uscita delle grotte, che oggi avrebbero tutti i requisiti per diventare area protetta. Foto Angelo Calianno.

Le grotte del ragno

Dopo la cerimonia iniziale, ci prepariamo alle prime esplorazioni. Indossiamo stivali ed elmetti per addentrarci nei boschi del Monte Ozren e all’interno delle grotte di Mokra Megara. Questo complesso di caverne è al centro del progetto di salvaguardia dell’ambiente. Le ragioni stanno nella sua storia, nella sua ricchezza di biodiversità, ma anche nella presenza di un ragno.

Il ragno Rhode Stalitoides, specie endemica dei Balcani, è una specie protetta. La sua presenza, in queste grotte, potrebbe diventare il criterio chiave per convertire l’area in un parco nazionale e impedire così i lavori di estrazione.

All’interno del nostro gruppo, si trova anche un sacerdote ortodosso: padre Gravilo Stevanovič. Padre Gravilo è un testimone della presa di posizione della Chiesa ortodossa serba sulla questione ambientale. Essa, infatti, si è apertamente schierata contro l’esplorazione mineraria, dichiarando anche la volontà di acquistare terreni, pur di salvarli.

Da quando non gli è più stato rinnovato il contratto presso un ente statale, a causa per il suo impegno per l’ambiente, Zoran è presente in tutte le attività di ricerca e protesta. Foto Angelo Calianno.

Insegnante di lingua e letteratura, Andrjana è una delle fondatrici dei movimenti di attivismo contro l’apertura delle miniere. Foto Angelo Calianno.

Montagne di acqua

Come si estrae il litio? Quali sono i pericoli per l’ambiente? Vladimir è uno dei partecipanti al campo di ricerca. In questi anni si è occupato delle campagne contro le estrazioni illegali di carbone e di metalli pesanti. Inoltre, lavora a soluzioni energetiche alternative che possano sostituire i combustibili fossili. Mi spiega: «L’estrazione del litio comporta dei lavori che durano anni. Una volta terminate le operazioni, quello che rimane del territorio è un habitat invivibile per tutte le specie animali e vegetali. Con il metodo tradizionale, si effettuano delle perforazioni nel suolo. In seguito, nei fori, viene pompata salamoia. I minerali estratti vengono quindi lasciati evaporare per mesi e poi filtrati in diverse vasche fino ad ottenere il carbonato di litio. Per queste operazioni serve tantissima acqua: quasi 190mila litri per tonnellata di litio estratto. L’acqua rimasta, dopo i vari filtraggi, viene poi riversata nuovamente nell’ambiente. Queste operazioni di estrazione, ad esempio ad Atacama in Cile, hanno causato la perdita del 65% dell’acqua dolce della regione».

Zoran, ingegnere ambientale e attivista contro l’estrazione di metalli pesanti, racconta la sua storia: «Lavoravo per una compagnia statale di manutenzione degli impianti energetici. Non mi è stato rinnovato il contratto, perché mi sono unito a una Ong per la protezione dell’ambiente.

Nichel e cobalto sono metalli pesanti. Pesanti vuol dire, in questo caso, che l’estrazione e la produzione sono molto dannosi per l’ambiente. Senza dire che contengono molti componenti cancerogeni. Dodici anni fa, in Serbia, si è verificata una situazione simile a quella che ora sta avvenendo qui. In quel periodo, professori universitari e scienziati hanno pubblicato diversi trattati dove si mostra, scientificamente, l’allarmante pericolosità che le estrazioni minerarie comportano per la salute. Per avere un esempio di quello che potrebbe avvenire qui, basta guardare i giacimenti in Australia, Canada e Russia. In queste nazioni, gli scavi si effettuano in aree remote, inabitate, perché appunto pericolosissimi per l’uomo. Nel caso della Bosnia, parliamo di luoghi a ridosso di fattorie e villaggi. Per estrarre i metalli pesanti ci sono due modi: si trivella nel sottosuolo o si usano gli esplosivi. Nel caso del cobalto, anche questo presente nel nostro territorio, viene introdotto nel suolo acido solforico al 100%. Occorrono, inoltre, grandi quantità di acqua durante l’estrazio- ne. Conosciamo tutti i danni che le miniere di cobalto causano in Congo. Lì, dopo l’estrazione, le acque di scarto vengono riversate nell’ambiente, avvelenando le falde. Per 12 anni, ho lavorato a contatto con gli enti che controllavano la qualità dell’acqua, e i danni che le miniere possono causare. Tutta la documentazione prodotta, e poi divulgata al pubblico, è falsa. Tutto dipende dagli investitori, e da quanto sono disposti a pagare per contraffare i dati».

La politica

Quando chiedo se si possa sperare in un appoggio da parte di qualche formazione politica, Zoran mi risponde: «Qui la politica è sempre una questione complicata. Dopo la guerra, nel 1995, i confini sono stati ridisegnati a tavolino. Oggi, quindi, metà di queste montagne si trovano nella Republika Srpska (Repubblica serba della Bosnia), e l’altra metà nella Bosnia Federale. Sono proprio i governi che hanno erogato i permessi alle compagnie straniere. Sono le autorità politiche, quelle che dovrebbero tutelarci, le prime a non farlo. Dal ‘96 abbiamo gli stessi partiti, i principali sono tre, e puoi considerarli tutti di destra, opposizione inclusa. Qualche volta nascono nuovi movimenti, ma sono piccoli e deboli, e comunque vengono visti sempre con sospetto dalla gente. Purtroppo, molti si allontanano dalla politica per rassegnazione. Anche per questo ci troviamo in questa situazione».

Le tre formazioni politiche menzionate da Zoran sono il partito nazionalista Sda (Partito azione democratica), l’Hdz (Unione democratica croata di Bosnia Erzegovina), partito conservatore cristiano e il partito Snsd (Unione dei socialdemocratici indipendenti) considerato più moderato.

Parola di ministra

Il ministro dell’ambiente e del turismo della Federazione di Bosnia Erzegovina, Nasiha Pozder. Foto Angelo Calianno.

Dopo una giornata di ricerche, gli attivisti tornano al campo base. Hanno riportato qui decine di contenitori con campioni di roccia, terra, piante e acqua. Tutto verrà inviato ai laboratori per le analisi. Per la notte, ci si accampa sia nelle baite di legno che nelle tende, allestite per l’occasione.

Il giorno successivo, riceviamo una visita speciale: la ministra per l’ambiente e il turismo della Federazione di Bosnia ed Erzegovina, in carica da circa un anno, la dottoressa Nasiha Pozder. Mi racconta: «Come sa bene, essendo lo Stato diviso in due entità, la situazione politica bosniaca è molto intricata. Io sono, diciamo, fuori dalla mia giurisdizione. Sono il ministro della Bosnia Federale, mentre qui ci troviamo nella parte della Republika Srpska. Mi dispiace essere qui senza la mia controparte locale. Abbiamo sempre un dialogo tra i vari organi politici ma, sicuramente, abbiamo priorità diverse. Io, nella mia carriera, ho sempre avuto a cuore il problema dell’ambiente. Sono qui perché, per noi, la campagna di pressione per ingrandire le aree protette in Bosnia Erzegovina è molto importante. Per legge, almeno il 16% delle nostre aree naturali dovrebbe essere protetto. Siamo appena al 3%. Per questo, annettere luoghi come il monte Ozren, e le grotte di Mokra Megrava, è fondamentale. Spesso, mi viene chiesto perché la politica non ha fatto nulla contro gli scavi e i rilievi illegali. Il perché bisognerebbe chiederlo a chi è stato in carica quando questi sono stati fatti. Non so se gli organi politici sono stati distratti, pigri o disattenti a riguardo, ma, in ogni caso, non hanno agito. Io, appena ottenuta la carica, ho presentato diversi piani per la protezione dell’ambiente. Sono stati tutti approvati dal governo, ma mai messi in atto.

Per natura sono una persona ottimista, anche se la realtà poi mi contraddice. Qualche volta penso di essere arrivata a questa posizione troppo tardi. Oggi, dobbiamo tenere in considerazione che, anche nel momento in cui riusciremo a proteggere un’area geografica, alle grandi compagnie basterà spostarsi di qualche chilometro per cominciare i lavori di scavo. Quindi, il danno ambientale ci sarebbe ugualmente. Una delle cose che potrebbe salvarci, sarebbe entrare in Europa. Facendo parte dell’Unione europea, le multinazionali straniere dovrebbero rispettare alcuni standard ecologici che qui non esistono. Far parte dell’Europa, inoltre, ci darebbe accesso ai fondi per il turismo. Quella potrebbe essere la svolta della Bosnia Erzegovina. Il turismo porterebbe beneficio a tutte le comunità, mentre l’estrazione di minerali solo alle grandi corporation».

Le miniere di litio

Dopo aver passato tre giorni insieme ai ricercatori sulle montagne di Ozren, mi sposto in direzione di Lopare. Questa provincia, se dovessero cominciare i lavori delle compagnie minerarie, sarebbe uno dei luoghi in assoluto più coinvolti dall’inquinamento. È stato qui, in queste valli, che i cittadini hanno scoperto i rilievi minerari segreti. Qui le campagne anti-minerarie e le proteste sono ancora oggi attivissime.

Andrjana, professoressa di lingua e letteratura serba, mi racconta com’è avvenuta la scoperta: «Prima dell’ottobre 2023, non sapevamo niente della volontà di estrarre il litio.

Quando abbiamo sentito le prime voci, abbiamo cominciato a fare ricerche ma non siamo riusciti a trovare nessun progetto ufficiale. Queste ricerche sono state fatte in segreto. Ma, anche se i dati sull’impatto ambientale fossero disponibili, sarebbero finti. Sono redatti dalle stesse compagnie che hanno effettuato le ricerche. Nessuno qui si fida più di quello che ci viene detto, tutti sanno che, al momento dell’apertura delle miniere, nessuno rispetterà gli standard per la tutela dell’ambiente. Subito dopo la nostra scoperta, abbiamo fondato un gruppo d’azione. Nella prima riunione, eravamo appena cinque. Ora siamo in 25. I politici locali all’inizio ci appoggiavano, ma lo hanno fatto solo per una questione di voti. Una volta eletti, sono spariti. Il litio esiste anche in Portogallo, Germania, Austria, ma di certo non vanno lì a scavare. Le compagnie minerarie scelgono la Bosnia perché qui non devono rispettare le norme ecologiche. Quindi, per loro è molto più economico. Qui, approfittano della mancanza di leggi, della facilità di poterle raggirare e del costo estremamente basso delle concessioni governative».

Le miniere di carbone

Già da diversi anni, i bosniaci conoscono bene i problemi che le miniere, ad esempio quelle di carbone, possono causare.

Mi metto in viaggio per Sanski Most. In quest’area sono sei i villaggi coinvolti nell’inquinamento dovuto alle miniere di carbone. Qui opera la compagnia Lager, finanziata in parte dal gruppo cinese Energy China group.

Arrivo a Bistrica, un piccolo villaggio di 700 persone, a pochi metri da un’enorme miniera.  Incontro Daniel, allevatore e contadino. Dai suoi concittadini, è stato eletto portavoce del movimento contro gli abusi delle miniere. Anche perché, come mi confessa, nessuna delle autorità ufficiali viene più a far visita qui.

«Abbiamo avuto problemi fin da subito, dall’inizio delle estrazioni. Le esplosioni e le trivellazioni, spinte dai venti, sollevano le polveri che ricoprono le nostre case, i prati dove mangiano le nostre mucche, e i nostri orti. I camion che trasportano il carbone sono spesso sovraccarichi, oltre le 15 tonnellate di eccedenza. Questo distrugge anche le nostre strade. Molto spesso, a causa dei lavori, rimaniamo per giorni senz’acqua e senza corrente. La gente è stanca, perché ha già tentato tutte le vie di protesta ufficiali. Ci hanno sempre ignorato. Quelle volte in cui sono arrivati gli ispettori governativi per l’ambiente, ci hanno detto che andava tutto bene, che tutto era in regola. Ma noi sappiamo benissimo che, anche questi ispettori, fanno parte dello stesso sistema corrotto.

Da circa un anno, la gente di Bistrica si è affidata a me per portare avanti le iniziative di protesta. Al momento, abbiamo intentato delle cause giudiziarie, perché alcune esplosioni hanno causato delle frane sulle proprietà di molti contadini. C’è anche da dire che tutta questa distruzione che vedi a noi non porta nessun beneficio. Il nostro carbone va in Serbia, da lì l’energia prodotta viene venduta agli stati europei. A noi non rimane nulla».

Parlando con molti abitanti di queste zone, tutti mi dicono di aver perso la pazienza e che, se non ci saranno cambiamenti, le proteste non saranno più solo pacifiche. Nei giorni scorsi, sulle ruspe delle miniere di carbone, sono stati trovati dei bossoli di fucile, lasciati come avvertimento. La provincia di Sanski Most, nella sua storia, è stata testimone di tante lotte e tragedie. Qui, nel 1941, c’è stata una delle rivolte più importanti della Seconda guerra mondiale contro l’occupazione nazista. Qui, nel 1944, si è tenuto il principale consiglio antifascista della Bosnia Erzegovina, evento che affermò l’uguaglianza tra musulmani, serbi e croati. Nel 1992, queste valli sono state testimoni del massacro sul ponte Vrhpolje, luogo dove venti uomini bosniaci vennero giustiziati. Questa strage è stata poi annoverata tra i crimini di guerra di Momčilo Krajišnik, leader serbo condannato per l’uccisione e la deportazione dei non serbi dalla Republika Srpska.

Il peso del passato

Durante la mia visita a questi villaggi, un uomo mi ha confessato: «È sempre difficile organizzare proteste qui. È difficile perché, ogni volta, l’opinione pubblica torna con la mente ai fatti accaduti durante la guerra degli anni Novanta. Sembra quasi che le stesse persone che vorrebbero essere più attive abbiano paura di farlo temendo che le loro proteste possano sfociare in una violenza simile a quella già patita durante la guerra. Si ha il timore di rompere un equilibrio di pace che rimane fragile.

Noi però vogliamo andare avanti. Vogliamo toglierci questo marchio di nazione che ha vissuto una guerra sanguinosa. Abbiamo voglia che il mondo venga a scoprire le bellezze di questa terra, e lo possa fare sentendosi al sicuro. Questo potrà accadere solo se il nostro territorio verrà protetto dalla distruzione che le grandi multinazionali stanno causando per i loro interessi economici».

Angelo Calianno

La moschea del sultano Ahmed III, a Trebinje. Foto Angelo Calianno.


Politica e religione. Musulmani e Ortodossi

La Bosnia Erzegovina è una repubblica presidenziale, a struttura federale, nata dagli accordi di Dayton del 21 novembre 1995, accordi che posero fine alla guerra civile del 1992-1995. Lo Stato è oggi diviso in due entità: la Federazione di Bosnia Erzegovina (occupa 51% del territorio e il 67% della popolazione) con capitale Sarajevo e la Republika Srpska (Repubblica Serba della Bosnia che occupa circa il 49% del territorio, con il 33% della popolazione) con capitale Banja Luka. La religione è un elemento fondamentale della Bosnia. Durante e dopo la guerra, molte persone hanno trovato nella fede un nuovo senso di appartenenza. Il 51% della popolazione è di fede musulmana, quasi interamente sunnita. I cristiani ortodossi sono al 31%, mentre i cattolici al 15%. Il resto della percentuale è diviso in altre minoranze, soprattutto atei e agnostici.

La fede più in crescita risulta essere l’islam. Negli ultimi 20 anni, le statistiche indicano un aumento dei fedeli musulmani dal 44 al 51% della popolazione odierna. Prima del 1990, i musulmani di Bosnia erano considerati poco praticanti. Molti non partecipavano al Ramadan e non osservavano i precetti della propria fede. Addirittura, nella zona di Mostar, molte moschee erano state trasformate in musei. Con il progredire del conflitto, l’islam divenne sempre più importante, tanto che, a un certo punto, quasi tutti i membri dell’armata Armija BiH – l’esercito della Bosnia Erzegovina – erano di fede musulmana. A quasi 30 anni dalla fine della guerra, anche se in alcuni casi la convivenza tra religioni sembra imposta, la tolleranza reciproca è uno degli obiettivi principali dello Stato. Nella Republika Srpska, dove sono state realizzate le interviste per questo reportage, la maggioranza della popolazione – quasi l’83 per cento – è cristiano ortodossa.

An.Ca.

Il monastero serbo ortodosso di Ozren; grazie al lavoro di padre Gravilo, che si occupa di tutta la manutenzione, il monastero oggi è tornato a nuova vita.. Foto Angelo Calianno.

 

 




Le difensore. Donne di lotta e resistenza in America Latina


Sommario


Donne e ambiente. Anche a costo della vita

Donna indigena a Huancavelica, Perù. Foto Paolo Moiola.

La repressione contro chi difende l’ambiente è in aumento in ogni parte del mondo. Per le donne «difensore» la situazione è addirittura peggiore. Su di loro, infatti, si abbattono anche pesanti discriminazioni di genere. Ecco cosa succede in America Latina.

«L e minacce che ho ricevuto sono molto dure. Ti dicono “Ti stupreremo”. Questo non succede agli uomini. O ti chiamano “puttana”, cosa che non viene detta agli uomini. O ti attaccano nel tuo essere madre. A quel punto scatta un campanello d’allarme molto grave. Che dicano qualcosa a me, lo metto in conto, ma quando minacciano di far del male ai tuoi figli ha luogo un attacco molto pesante, che colpisce dove può fare più male. Queste cose agli uomini non accadono. Non attaccano la loro vita privata, i loro figli, il loro stato civile». Sono le accorate parole della filosofa e avvocata aymara Beatriz Bautista.

Difendere il territorio significa difendere la vita, come ricordano diverse organizzazioni indigene latinoamericane, ma anche rischiare di perderla: secondo l’Ong Global witness, tra il 2012 e il 2023 almeno 2.106 persone sono state uccise nel mondo perché impegnate nella difesa del pianeta. Una ogni due giorni. Dietro a questa cifra allarmante si celano numerosi altri pericoli a cui devono far fronte coloro che si impegnano nella protezione dell’ambiente e del territorio: minacce, persecuzioni e violenze sono infatti molteplici e, secondo diverse organizzazioni della società civile e organismi multilaterali come l’Alto commissionato delle Nazioni Unite per i diritti umani, sono in aumento in tutto il mondo, compresa l’Europa.

Le forme e gli attori della repressione

La repressione a cui sono soggette le persone, le comunità e i movimenti sociali che difendono i diritti ambientali assume molteplici forme, caratterizzate spesso da violenze multidimensionali. Le norme legali e amministrative che limitano le libertà di associazione, espressione e manifestazione ne sono un esempio, a cui si aggiungono la stigmatizzazione e la criminalizzazione, così come l’uso di misure di sicurezza che includono la militarizzazione dei territori e la sorveglianza massiva e selettiva.

Tra gli strumenti repressivi più evidenti vi sono poi minacce, aggressioni, violenze sessuali e crimini di lesa umanità. A queste azioni si affiancano pratiche come il blocco o il ritiro di fondi a movimenti e organizzazioni, la diffamazione tramite campagne mediatiche e sulle reti sociali e l’infiltrazione nelle comunità per frammentare il tessuto sociale.

Le azioni repressive sono promosse da attori statali e da soggetti privati, quali ad esempio gruppi paramilitari, narcotrafficanti e guardie di sicurezza. Inoltre, diverse imprese transnazionali, anche europee, sono accusate di gravi violazioni dei diritti umani e di danni ambientali su larga scala. Tuttavia, malgrado una crescente sensibilizzazione in materia e numerose denunce pubbliche, le misure globali e regionali volte a regolamentare l’operato di tali aziende procedono con eccessiva lentezza o sono poco rispettate. Come nel caso della Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), che sancisce un principio spesso ignorato: il diritto delle comunità indigene a un consenso libero, previo e informato in caso di iniziative che interessino il loro territorio. Inoltre, il progressivo riconoscimento dell’impatto del cambiamento climatico in corso e dell’urgenza di promuovere economie «verdi» e abbandonare i combustili fossili a favore di una transizione energetica non si è tradotto finora in un freno per le politiche estrattiviste. Il crescente sfruttamento delle risorse naturali prosegue infatti senza sosta, generando conflitti in numerose regioni del mondo, spesso a scapito delle comunità locali e indigene: se nel 2019 l’Atlante di giustizia ambientale («Environmental justice atlas» con il quale Missioni Consolata ha un rapporto consolidato, ndr) registrava 2.688 casi di conflitti socio ambientali, oggi questi sono 4.171, con un incremento del 55% in appena 5 anni.

Donna indigena vende biglietti della lotteria in una piazza di Quito, Ecuador. Foto Paolo Moiola.

Politiche estrattiviste e donne

Le conseguenze delle politiche estrattiviste non sono neutre dal punto di vista di genere. L’inquinamento ambientale, l’accaparramento di terre e le deforestazioni si traducono nella perdita dei mezzi di sussistenza per molte donne che, tradizionalmente, si dedicavano all’agricoltura e alla cura dell’acqua e dei boschi per garantire la sicurezza alimentare delle proprie famiglie. Come segnala Lina (nome di fantasia), una difensora nicaraguense attualmente esiliata in Costa Rica, «Tutte viviamo della semina. Se non abbiamo la terra, dove possiamo seminare? Il nostro sudore ci procura la sopravvivenza, ci procura da mangiare. ma senza terra, come possiamo farlo? Non possiamo andare a lavorare in ufficio, lì chiedono solo titoli di studio che non abbiamo». L’impoverimento delle comunità, che perdono progressivamente l’accesso ai propri mezzi di sussistenza e vedono stravolta la propria economia, si traduce in un peggioramento delle condizioni di vita complessive. Questo comporta la migrazione di parte degli abitanti, nuove esigenze di cura dei membri più deboli delle famiglie e delle comunità, e rinnovati sforzi per garantire la sopravvivenza del gruppo. Tali carichi ricadono principalmente sulle donne, che si trovano a vivere in contesti di radicato maschilismo, in cui le tensioni sociali prodotte dall’occupazione del territorio comportano spesso un incremento della violenza basata sul genere. Inoltre, ai danni fisici generati dall’inquinamento delle industrie estrattive, delle miniere illegali e delle monocolture, si aggiungono l’impatto emotivo e la sofferenza generati dalla rottura dei processi organizzativo-comunitari e famigliari, la violenza contro la spiritualità delle donne (spesso basata su un rapporto privilegiato con il proprio ambiente circostante) e la violenza contro il loro corpo-territorio.

Per tali ragioni, molte attiviste, oggi riconosciute come «difensore», ritengono di non avere altra scelta se non prendere posizione.

La scelta obbligata e i sogni rimandati

Sorrisi di donna sul Rio Putumayo, nei pressi della triplice frontiera Colombia-Ecuador-Perù. Foto Paolo Moiola.

«Siamo obbligati a vivere in resistenza», spiega Marysol García Apagueño, difensora peruviana.

Una scelta che, come ricorda la filosofa e avvocata aymara Beatriz Bautista, «bisognerebbe assumere perché esiste un pianeta e tutti dovremmo esserne difensori. E non solo le persone che vivono qui o che hanno studiato. Questa dovrebbe essere una responsabilità di tutti gli esseri umani che abitano il pianeta».

Una scelta, tuttavia, che ha un costo elevato, come puntualizza la coordinatrice di Contiopac (Coordinadora nacional de defensa de territorios indígenas originarios campesinos y áreas protegidas de Bolivia) Ruth Alipaz Cuqui: «Io sogno di ritornare a una vita in cui non sono difensora. Questo ti fa rimandare i tuoi sogni. Avevo molti altri progetti per la mia vita, cose che desideravo fare, e ho dovuto metterli da parte e rimandarli perché la difesa del territorio è diventata una priorità. E questo ti impoverisce economicamente perché non puoi lavorare, e se lavori devi usare il tuo lavoro per la lotta e la difesa del territorio».

Essere una donna difensora espone, inoltre, a rischi specifici e differenziati rispetto a quelli affrontati dai difensori, perché le violenze a cui sono soggette complessivamente le persone difensore si intrecciano con le discriminazioni di genere. Nelle società in cui viviamo, infatti, le donne che occupano lo spazio pubblico – tradizionalmente maschile – per protestare, mobilitare altri soggetti, organizzare una resistenza, trasgrediscono il proprio mandato di genere e, per tale ragione, sono doppiamente colpevoli: colpevoli di protestare e colpevoli di farlo abbandonando la posizione subordinata e protetta all’interno del sistema di status previsto dal patriarcato. Questo le espone quindi alla violenza, che ha una funzione non solo punitiva ma anche correttiva, e in quanto tale ha sfumature specifiche.

Per tale ragione, Alianza por la solidaridad, una organizzazione non governativa spagnola (membro di ActionAid), ha pubblicato nella scorsa primavera un rapporto che rende visibili i tipi specifici di violenza affrontati dalle difensore del territorio e dell’ambiente a causa del proprio impegno. Il rapporto Mujeres defensoras: voces que no se silencian (Donne difensore: voci che non tacciono) si concentra su quattro Paesi dell’America Latina -Bolivia, Guatemala, Nicaragua e Perù – attraverso le voci di ventuno difensore, «mette in evidenza, da una prospettiva di genere e intersezionale, come secoli di patriarcato, colonialismo, discriminazione e razzismo convergano nella repressione e, di conseguenza, nella violazione sistematica, e per lo più invisibilizzata, dei diritti».

Le donne intervistate nel rapporto appartengono principalmente a popoli indigeni o afrodiscedenti, hanno dai 22 ai 70 anni e livelli educativi e professioni molto diversi: sono ingegnere, pescatrici, avvocate, contadine, sindacaliste, interpreti, dirigenti indigene, infermiere o, più semplicemente, abitanti di luoghi interessati da politiche estrattiviste. Inoltre, partecipano tutte a processi collettivi di resistenza, giacché anche se il discorso sulle persone difensore tende a concentrarsi maggiormente sugli individui piuttosto che sulle lotte collettive, le loro rivendicazioni sono spesso prodotto di azioni comunitarie destinate a proteggere i diritti di tutte e tutti.

Quella è «una poco di buono»

La testimonianza di Beatriz Bautista mette in luce alcune delle tattiche utilizzate per indurre al silenzio le donne difensore, tattiche che diversi studi in materia hanno qualificato come «guerre», poiché non sono mai utilizzate in modo isolato, ma fanno parte di un insieme coordinato di azioni volto a smobilitare, intimidire e zittire qualsiasi resistenza. Le «guerre» a cui si fa riferimento non si limitano alla dimensione fisica, ma comprendono anche dimensioni psicologiche, sociali, giuridiche ed economiche, e il rapporto di Alianza por la solidaridad ne identifica cinque principali.

Donna indigena a Huancavelica, Perù, durante un corso organizzato da una Ong. Foto Paolo Moiola.

Una delle più evidenti è la «guerra d’immagine», che implica l’uso di diffamazioni e calunnie per screditare le difensore davanti alle loro comunità e ai propri alleati. Attraverso i media, le reti sociali e i pettegolezzi, si insinuano dubbi sulla loro legittimità come attiviste e come donne, attaccando non solo la loro attività pubblica, ma anche la loro vita privata. Questi attacchi spesso includono commenti sui loro ruoli come madri, mogli o sulla loro moralità sessuale, utilizzando frasi come «è una cattiva madre» o «esce solo perché è una poco di buono». Queste narrazioni non cercano solo di compromettere la loro immagine pubblica, ma anche di generare sfiducia all’interno delle loro comunità, indebolendo il tessuto sociale e la loro lotta collettiva.

La «guerra giuridica» è un altro potente strumento utilizzato per frenare il loro attivismo. Può dispiegarsi attraverso macchinazione giudiziarie e denunce pretestuose contro le difensore o membri delle loro famiglie, arresti arbitrari e la creazione di leggi che limitano la difesa dei diritti. In molti casi, il sistema giudiziario viene utilizzato come un’arma per criminalizzare le difensore, sottoponendole a persecuzioni legali che paralizzano il loro lavoro e generano paura e incertezza, mentre, parallelamente, in caso di aggressioni contro le attiviste, si registra una paralisi diffusa del sistema giudiziario e una conseguente impunità, aggravata dal fatto che l’accesso alla giustizia è storicamente limitato per le donne a causa della discriminazione di genere imperante.

Un’altra strategia è la «guerra sporca», che comprende le forme più brutali di violenza, come l’omicidio, le minacce di morte, la violenza sessuale, le sparizioni forzate e gli sfollamenti coatti. Sebbene gli omicidi siano più comuni tra i difensori uomini, le donne difensore subiscono spesso violenze basate sul genere, come stupri, minacce di aggressione sessuale e attacchi diretti ai loro figli e figlie. Queste aggressioni mirano a demoralizzarle e costringerle ad abbandonare la loro lotta.

La «guerra psicologica» si riferisce alle azioni volte a generare logoramento emotivo e isolamento, per allontanare le attiviste dalla difesa dei diritti. Gli attacchi e le intimidazioni, infatti vanno a colpire di solito non solo le difensore ma anche i famigliari e le persone vicine, compromettendo una loro stabilità emotiva spesso già provata dal vivere in contesti altamente violenti e repressivi, come evidenzia la testimonianza della difensora maya q’eqchi’ María Choc: «Purtroppo è così che viviamo, e questo crea traumi… E poi iniziano le malattie, che hanno anche un costo, giusto? Quindi, quando non hai un lavoro, ma hai bisogno di andare dal medico, e il medico ti dice: “Bisogna controllare le emozioni”. Certo, bisogna controllare le emozioni, ma se viviamo in un paese pieno di violenza, dove siamo perseguitate, e quella routine si ripete giorno dopo giorno, allora è proprio lì che si sente di più il colpo, giusto? A volte ci si chiede: “Perché mi sono messa in queste situazioni?”. [E altri dicono:] “Perché stai vivendo una solitudine così triste, che colpisce costantemente le tue emozioni e poi ti ammali?”».

Infine, la «guerra economica» mira ad attaccare i mezzi di sussistenza delle difensore. Attraverso blocchi finanziari, tagli ai fondi internazionali di supporto a chi difende i diritti umani o la confisca di proprietà, si cerca di privarle delle risorse necessarie per continuare il proprio lavoro. Nel caso delle donne che difendono la terra, la spoliazione dei territori rappresenta la perdita della loro fonte di vita e sostentamento, e colpisce in modo sproporzionato le donne indigene e contadine, che già sono costrette a scontrarsi con barriere economiche storiche.

Un’anziana signora a Iquitos, Perù. Foto Paolo Moiola.

Una strategia multidimensionale

Le difensore dell’ambiente e del territorio non affrontano quindi solo attacchi fisici o verbali, ma sono bersaglio di una strategia multidimensionale che include la diffamazione, l’uso della giustizia come strumento di repressione, la violenza fisica e psicologica, e il blocco delle risorse.

Tali strategie mirano non solo a silenziarle, ma anche a distruggere il tessuto sociale che esse proteggono. Tuttavia, nonostante queste aggressioni, molte continuano a lottare per la giustizia, sostenute dalla solidarietà e dalla sorellanza di altre donne, consapevoli che il loro attivismo è cruciale per il futuro delle loro comunità e del pianeta giacché, come ricorda Atenea (nome di fantasia), difensora nicaraguense: «Se io mollo, lascio in eredità questo problema alle future generazioni. E non sono attrezzate. Io non posso lasciar loro un compito che oggi spetta a me. Loro avranno i loro compiti, più avanti, quando sarà il momento di assumersi o meno le proprie responsabilità. Perché qui si tratta di decidere di volerlo fare».

Anna Avidano e Francesca Nugnes

Teresa conduce un’imbarcazione sul Rio Putumayo a Puerto Leguizamo, Colombia. Foto Paolo Moiola.

Accade in Perù. Machismo, razzismo, esclusione

Lo Stato centrale opera ancora secondo una mentalità coloniale che favorisce le multinazionali e le attività illegali. Ai popoli indigeni rimangono i disastri e le accuse.

«Per 500 anni, la resistenza è stata nelle mani degli uomini e non si è ottenuto nulla. Vediamo se noi donne ci mettiamo di più o di meno, ma devono darci l’opportunità di provare cosa possiamo realizzare, perché stiamo già dimostrando che contribuiamo attivamente alla difesa del territorio e allo sviluppo della nostra comunità», afferma Marisol García Apagueño, presidente della Federazione dei popoli indigeni Kechwa di Chazuta Amazonas (Fepikecha).

Le vere cause della devastazione

L’Amazzonia peruviana copre il 61% del territorio nazionale e comprende il 94% dei suoi boschi, rappresentando un polmone verde fondamentale per il Paese e il pianeta. Tuttavia, tra il 2000 e il 2021, il Perù ha perso 27.746 chilometri quadrati di foresta (più dei territori di Abruzzo, Marche e Molise messi insieme).

Le cause principali di questa devastazione sono l’espansione agricola, le attività minerarie (legali e illegali) e la coltivazione di sostanze stupefacenti.

Il governo peruviano ritiene che l’agricoltura su piccola scala sia il principale motore della deforestazione in Amazzonia, ma recenti studi dell’Enviromental investigation agency (Eia) e della Coordinadora nacional de derechos humanos peruviana denunciano come siano piuttosto l’espansione dell’agrobusiness (in particolare, delle monocolture di palma da olio e cacao) e dell’industria mineraria (stimolata dalla domanda globale di rame e altri minerali necessari per la transizione energetica verso fonti rinnovabili) a causare profondi impatti ambientali e trasformazioni sociali sul territorio.

Le attività estrattive si intrecciano poi con le economie illegali: l’Organismo di supervisione delle risorse forestali peruviane segnala che, nel 2021, oltre il 20% del legname estratto in Perù aveva un’origine illecita e la deforestazione è strettamente legata all’estrattivismo minerario illegale e alla produzione e al traffico di sostanze stupefacenti, due attività con un forte impatto sull’economia locale. Nel 2024, la Unidad de inteligencia financiera ha stimato che le economie illegali in Perù generano oltre 33 miliardi di dollari, quasi la metà del bilancio nazionale.

Secondo la Eia, la distruzione della regione sarebbe conseguenza della mentalità coloniale di una parte dello stato peruviano, che continua a considerare l’Amazzonia come «un territorio vuoto da colonizzare e da cui estrarre ricchezza, mentre si puniscono le popolazioni che si oppongono a tale processo».

Colta di sorpresa sul Rio Putumayo, frontiera Colombia-Ecuador-Perù.. Foto Paolo Moiola.

I migliori custodi del territorio

Recenti studi, come il rapporto di MapBiomas Amazonía, dimostrano che le popolazioni indigene sono le migliori custodi del territorio regionale: del totale degli ecosistemi distrutti nell’area, appena il 4% faceva parte di territori indigeni formalmente riconosciuti.

Tuttavia, le comunità indigene continuano a incontrare significative difficoltà nel consolidare il riconoscimento giuridico dei propri territori a causa di ostacoli legali, politici e burocratici. Inoltre, la loro strenua difesa del territorio le pone nel mirino di diversi attori, legati alle economie legali e illegali, interessati alle ricchezze dell’Amazzonia: anche se nella regione risiede appena il 9% della popolazione peruviana, 20 delle 22 persone difensore assassinate in Perù tra il 2020 e il 2022 vivevano in Amazzonia, dove si registra – inoltre – il 25% del totale delle aggressioni contro difensore e difensori denunciate a livello nazionale.

Razzismo strutturale e impunità

Giovane indigena peruviana. Foto Paolo Moiola.

Nelle comunità indigene dell’Amazzonia, lo Stato centrale è poco presente. Alcune delle difensore intervistate da Alianza por la solidaridad per il rapporto, Mujeres defensoras: voces que no se silencian lamentano che «nella maggior parte delle comunità i servizi di salute ed educazione sono scarsi» poiché, come indica la leader ashánika Magaly Peréz Mendoza, «lo Stato non ci ha mai dato la priorità».

Secondo la presidente della Federazione dei popoli indigeni Kichwa di Chazuta Amazonas, Marisol García Apagueño, questa situazione è il prodotto del retaggio coloniale, che oggi si traduce in un doppio discorso secondo cui le comunità indigene sono le responsabili della devastazione dell’Amazzonia mentre le multinazionali aiuterebbero a proteggere il pianeta: «Limitano l’uso delle nostre pratiche ancestrali, non vogliono che coltiviamo i nostri appezzamenti tradizionali perché dicono che inquinano, ci chiamano “deforestatori”, mentre parallelamente accolgono le richieste delle multinazionali per proiettare una falsa immagine verde nella società attraverso la vendita di crediti di carbonio».

Nel caso di aggressioni contro le difensore, il livello di impunità è molto alto, come testimonia nuovamente Marisol: «Anche se denunciamo, se chiediamo misure di protezione, non c’è alcuna risposta. E quelli che ci minacciano contano proprio su questo. Ci prendono anche in giro: “Denuncia quel che vuoi, tanto non mi succederà niente”. Le denunce e le minacce si accumulano, ma lo Stato non risponde, e noi continuiamo a non avere giustizia».

E lo stesso avviene anche nel caso della presenza di gruppi illegali sul territorio: «Qui a Ucayali siamo invasi dai narcotrafficanti. Ci sono aeroporti clandestini e lo Stato lo sa, lo sanno tutti, ma nessuno fa niente, nessuno. E chi ci rimette? Qui ci viviamo noi», segnala Magaly.

Il senso di abbandono da parte dello Stato è forte, perché, come sottolinea nuovamente la leader ashánika: «A volte lo stesso Stato non adempie ai suoi doveri nei nostri confronti», né per garantire la protezione delle comunità indigene, né contro il narcotraffico, né nel rispetto delle leggi che proprio lo stesso Stato ha stabilito: «Abbiamo la legge sulla consultazione previa, ma è solo una facciata, perché nemmeno loro la rispettano. È vero che noi, come leader, lottiamo, agiamo, e veniamo uccisi per difendere… Noi diciamo: non ci uccidono per il narcotraffico, ci uccidono a causa della difesa del nostro territorio, mentre lo Stato non ci offre protezione né garantisce la nostra vita», chiosa Magaly.

Anche dalla propria comunità

In attesa di visita medica a Huancavelica, Perù. Foto Paolo Moiola.

Le minacce alle comunità indigene amazzoniche provengono per lo più da attori esterni al territorio, ma le difensore devono combattere anche contro una profonda discriminazione di genere a livello locale.

Danitza Cenepo, una giovane difensora kichwa, racconta che «molte volte gli uomini non mi lasciavano partecipare nell’organizzazione comunitaria per il fatto di essere donna. Non mi lasciavano andare alle riunioni e mi dicevano: “Ci va un altro Apu [autorità locale, ndr] maschio. Tu che ci fai qui? Occupati della segreteria”».

I tentativi di esclusione si intrecciano con un allarmante fenomeno di violenza basata sul genere, come denuncia la difensora awajún Yanua Atamain: «Una volta le donne erano considerate sacre, meritavano rispetto e tutto il resto… Però oggi i valori sono andati completamente perduti, al punto che, se una donna alza la voce, è facile zittirla. E, se necessario, persino ucciderla, pur di farla tacere».

Combattere per l’equità di genere

Questa situazione preoccupa fortemente le difensore, che ricordano che non è possibile portare avanti la difesa del territorio senza combattere parallelamente per l’equità di genere: «Il territorio è fondamentale per la nostra vita, per la nostra sussistenza e per le generazioni future. Ma cosa fai con un territorio pieno di persone, di donne, che sono sistematicamente uccise? Ha una sostenibilità per il futuro? Non credo. Anche questo fa parte del buen vivir di cui si parla tanto», sottolinea Yanua. E Marisol rivendica il ruolo fondamentale che possono giocare le donne nella difesa del territorio amazzonico: «Qui non abbiamo il diritto di essere autorità o presidenti. In molte occasioni, a quelle che sono riuscite a diventare Apu è stato proibito di indossare la corona o il bastone, e solo chi porta la corona è considerato un’autorità. Tuttavia, anche senza corona o bastone possiamo governare».

Per questo, le difensore dell’Amazzonia si sono organizzate in reti locali per sostenersi reciprocamente e per lottare insieme per l’equità di genere nella regione, consapevoli che quello che stanno ottenendo oggi potrà avere un impatto su tutte, e che la loro stessa lotta si inserisce nel solco aperto da altre donne: «Ciò che conquisto come donna non servirà solo a me, ma a tutte le donne. Sto percorrendo un cammino che altre donne hanno già tracciato, affrontando grandi lotte. Raccogliamo i frutti di quelle donne che hanno fatto il primo passo nelle battaglie per il riconoscimento e la partecipazione femminile», ricorda Marisol.

Anna Avidano e Francesca Nugnes

Donne indigene a Huancavelica, Perù. Foto Paolo Moiola.

Amazzonia peruviana. I popoli indigeni

Il popolo Ashaninka è il gruppo indigeno demograficamente più importante dell’Amazzonia peruviana. È composto da circa 118mila persone che abitano 675 comunità, concentrate principalmente nei dipartimenti di Junín, Ucayali, Pasco, Cusco, Huánuco e Ayacucho. Il 40% di queste non è riconosciuta come «nativa» e, quindi, non può accedere al processo di titolazione (cioè di attribuzione dei titoli di proprietà) del proprio territorio. A livello nazionale, altre 55.493 persone si identificano come Ashaninka.

 

Il popolo Awajún è composto da circa 70.500 persone che abitano 488 comunità, concentrate nei dipartimenti di Loreto, Amazonas, San Martín, Cajamarca e Ucayali. Il 50% di tali comunità non è riconosciuta come «nativa» e non può, pertanto, ottenere la titolazione del proprio territorio. A livello nazionale, altre 38mila persone si identificano come Awajún.

 

Il popolo Kichwa abita diverse zone dell’Amazzonia ecuadoriana e peruviana. In Perù, la popolazione, di circa 82mila persone, risiede in 498 comunità concentrate principalmente nei dipartimenti di San Martín, Loreto e Madre de Dios. Il 25% di tali comunità non è riconosciuta come «nativa» e non può, quindi, accedere al processo di titolazione del proprio territorio.

A.A. – F.N.

Fonte: Base de datos de pueblos indígenas u originarios dello stato peruviano.

Donna indigena nell’interno del Perù. Foto Paolo Moiola.

Terre indigene. Riconoscimento arduo

In Perù, la titolazione delle terre delle comunità indigene rappresenta il riconoscimento di un diritto preesistente, dal momento che queste popolazioni abitano i loro territori da tempi ancestrali. Si tratta però di un processo complesso, perché si basa su diversi meccanismi legislativi soggetti a continue riforme, costoso ed estremamente lento: di fatto, per le comunità indigene l’iter di approvazione può durare oltre 20 anni. Questa situazione genera incertezza giuridica nei Territori indigeni non riconosciuti ufficialmente – quasi il 30% del totale – e facilita l’ingresso di attori legati ad attività illecite e l’imposizione di attività estrattive da parte del governo senza rispettare i meccanismi di consultazione previa previsti dalla Convenzione 169 dell’Ilo. Quando coinvolgono le terre indigene, le concessioni estrattive e altre forme di gestione del territorio riconosciute dallo Stato generano conflitti che spesso bloccano il processo di titolazione.

Come sottolineato da Michel Forst, ex relatore speciale delle Nazioni Unite per le persone difensore, queste difficoltà sono tra le principali cause dei conflitti socio ambientali in Perù. I tempi lunghi del processo di titolazione, inoltre, favoriscono spesso le grandi aziende che ottengono il diritto a operare nei territori in poco tempo, a scapito dei diritti delle comunità indigene.

A.A. – F.N.

Donna di Iquitos, Perù. Foto Paolo Moiola.

Accade In Nicaragua. Zittite (e in esilio)

 

«Volevano distruggerci, ma non ci siamo fermate», afferma Atenea, difensora della costa caraibica del Paese centroamericano. Tuttavia, in molte sono state costrette all’esilio.

In Nicaragua, le donne che difendono i diritti umani e la terra affrontano sfide enormi in un contesto di violenza sistematica e patriarcale. Se sono indigene e afrodiscendenti, il razzismo e la discriminazione rendono ancora più complessa la loro condizione.

Negli ultimi anni, la situazione dei diritti umani nel Paese centroamericano è peggiorata drasticamente. Sebbene ci fossero già numerose avvisaglie, il mese di aprile del 2018 ha segnato un punto di svolta: a partire dalla brutale repressione con cui il governo di Daniel Ortega ha frenato le proteste contro la riforma del sistema di previdenza sociale, si è assistito a una progressiva chiusura di tutti gli spazi civici e democratici, che ha provocato l’esodo di migliaia di persone. Secondo Human rights watch, tra il 2018 ed il 2022, più di 260mila persone, circa il 4% della popolazione, sono fuggite dal Paese.

A gennaio 2022, Ortega ha iniziato il suo quarto mandato presidenziale consecutivo, introducendo ulteriori misure repressive, tra cui la chiusura massiccia delle organizzazioni della società civile e della Chiesa cattolica, con particolare accanimento verso le associazioni di donne e quelle femministe, i media e le università, e una persecuzione sempre più capillare all’opposizione, compreso il settore religioso. Le persone che difendono i diritti umani sono bersaglio di minacce, omicidi, arresti forzati, violenze sessuali, femminicidi, torture e altre gravi forme di violenza.

Indigene e afrodiscendenti senza difesa

Donna indigena peruviana colta mentre fila. Foto Paolo Moiola.

Le aggressioni contro le donne difensore in Nicaragua sono aumentate drasticamente nel 2024. Secondo l’Iniciativa mesoamericana (Im-Defensoras), nei primi sette mesi del 2024 sono stati registrati 1.534 attacchi, quasi il doppio di quelli registrati nello stesso periodo del 2023.

Secondo la Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (Cepal) delle Nazione Unite, la crisi politica, sociale e dei diritti umani che scuote il Nicaragua contribuisce a esacerbare la povertà e le diseguaglianze, colpendo soprattutto le popolazioni indigene e afrodiscendenti.

Questo è ciò che sta accadendo nella regione della Costa Caribe. Le donne indigene e afrodiscendenti che difendono la loro terra si trovano a dover affrontare aggressioni da parte di coloni armati (colonos, individui o gruppi provenienti da altre regioni del paese) che invadono i loro territori, all’interno di una complessa rete di violenze strutturali alimentate da un modello politico economico centralizzato ed estrattivista. Queste violenze risalgono a ben prima del 2018 e si verificano su terre ricche di risorse naturali, sottratte alle popolazioni locali, dove il razzismo e la discriminazione si intrecciano con un profondo abbandono statale e una crescente presenza di imprese e gruppi che si spartiscono le ricchezze.

La testimonianza di alcune di queste donne è inclusa nel già citato rapporto Mujeres defensoras: voces que no se silencian. Alcune continuano a resistere rimanendo in Nicaragua, mentre la maggior parte è stata costretta all’esilio in Costa Rica. Per ragioni di sicurezza, molte preferiscono usare pseudonimi.

L’autonomia rimane sulla carta

La Costa caraibica (Costa Caribe) è situata lungo la costa orientale del Nicaragua, copre quasi la metà del territorio nazionale ed è suddivisa in due regioni: la Regione autonoma della Costa Caribe Nord (Raccn) e la Regione autonoma della Costa Caribe Sud (Raccs). Questa zona è abitata principalmente da popolazioni indigene e afrodiscendenti che denunciano come il razzismo strutturale perpetui l’emarginazione economica e sociale. «Ci trattano come cittadini di seconda classe, negandoci i nostri diritti fondamentali», spiega una delle difensore intervistate.

Le popolazioni indigene e afrodiscendenti hanno storicamente rivendicato il diritto all’autonomia. Dopo una faticosa lotta, che si è intrecciata anche con il conflitto tra il governo sandinista e i gruppi armati «controrivoluzionari», nel 1987 è stato promulgato lo Statuto di autonomia delle regioni della Costa Caribe, che sancisce il diritto alla gestione e protezione delle terre ancestrali da parte delle comunità locali. Tuttavia, il processo di «demarcazione territoriale», che discende dallo Statuto, ossia l’iter di riconoscimento e delimitazione formale dei territori di queste popolazioni, ha subito gravi ritardi, e le comunità si trovano da anni di fronte alle azioni di colonos che, con la complicità dello Stato, invadono le loro terre causando sfollamenti forzati, degrado ambientale e conflitti territoriali.

Militari e violenze sessuali

Attualmente, la presenza dello Stato in questa regione è soprattutto militare, con conseguenze nefaste. Una difensora intervistata ha denunciato come gli episodi di violenze sessuali siano sempre più comuni: «Una bambina è stata violentata da diversi membri dell’esercito. I leader locali lo hanno denunciato, ma la polizia ha minacciato il coordinatore che ha tentato di rendere pubblico il crimine». Il caso è rimasto impunito, evidenziando un modello di corruzione e protezione degli aggressori. «Ci sono state molte altre ragazze di 13 e 15 anni rimaste incinte per colpa dei militari», ha aggiunto la difensora.

Donna indigena a Huancavelica, Perù. Foto Paolo Moiola.

Senza consenso previo

Le risorse naturali della Costa Caribe sono state sistematicamente sfruttate senza il «consenso libero, previo e informato» delle popolazioni indigene: «Questi progetti non solo distruggono l’ambiente, ma negano alle nostre comunità il diritto di decidere del proprio futuro», denuncia una difensora.

Secondo dati dell’Ong Fundación del Río, il 23% del territorio nazionale è stato dato in concessione a compagnie minerarie internazionali, che sfruttano principalmente minerali come oro e argento.

La strategia statale mira a smobilitare le forme di resistenza comunitaria. «Le donne sono costrette a fuggire perché non c’è lavoro, non c’è cibo, e la violenza è ovunque», afferma Miriam. «Hanno ucciso i nostri leader e perseguitato, sequestrato le persone. Molte donne indigene sono state anche violentate. Per questo motivo abbiamo deciso di lasciare le nostre comunità. Mentre le grandi concessionarie stanno sfruttando le nostre terre», ricorda Mama Tara, leader esiliata.

Di tutto per silenziarle

Avvocata del popolo rama in esilio, Becky Mc Cray ha raccontato come le autorità nicaraguensi abbiano istituito una rete di sorveglianza che colpisce le difensore e le loro famiglie: «Noi siamo sorvegliate costantemente. Non solo nelle nostre attività, ma anche nelle nostre case, nelle nostre vite private». Atenea, un’altra difensora intervistata, spiega: «Non posso parlare liberamente nemmeno al telefono. Sappiamo che ci stanno ascoltando e monitorando a ogni passo». E aggiunge Miriam: «Ci dicono che ci violenteranno, ci chiamano puttane…».

Un altro tipo di violenza diffusa è la criminalizzazione, attraverso accuse legali infondate. Atenea spiega: «Noi siamo criminalizzate semplicemente per alzare la voce in difesa dei nostri diritti». Questi processi giudiziari mirano a prosciugare le loro risorse. «Ci tagliano i mezzi di sussistenza, ci sfrattano dalle nostre terre… tutto per silenziare la nostra lotta», aggiunge Minerva.

L’esilio forzato tra invisibilità e inutilità

La maggior parte delle donne intervistate si trova in esilio, dove affronta nuove forme di violenza. «Siamo costrette a lavorare in condizioni che nessuno accetterebbe, solo perché siamo rifugiate e non abbiamo scelta», afferma una delle intervistate. La povertà e la mancanza di un supporto istituzionale incidono pesantemente sul loro benessere fisico e mentale: «Non ho accesso a cure mediche adeguate. Quando mio figlio si ammala, non posso permettermi di pagare i medicinali», racconta un’altra difensora.

Altro aspetto cruciale è la discriminazione che affrontano in quanto donne e migranti: «Ci trattano come criminali, solo perché siamo nicaraguensi», racconta Miriam. Costrette a lasciare le loro reti familiari e comunitarie, si trovano in un nuovo paese senza il supporto né il riconoscimento che avevano: «In Nicaragua ero una leader, le persone si affidavano a me. Qui, invece, mi sento invisibile», confessa una difensora. «A volte mi sento inutile, come se avessi abbandonato le persone per cui combattevo», confida un’altra.

Nonostante si trovino fuori dal Nicaragua, molte di loro sono ancora sorvegliate e minacciate. Continuano però a resistere, mantenendo viva la speranza di un futuro migliore.

«Tutta questa situazione per me è stata molto difficile, dolorosa, ma soprattutto rischiosa. Tuttavia, la convinzione che ho come donna, madre e leader indigena, così come l’impegno che sento verso il mio popolo e verso gli altri popoli indigeni, è stata la mia forza per andare avanti e non perdere la speranza di continuare a resistere, perché in fin dei conti, se non noi: chi? Inoltre, perché è un processo continuo e di transizione verso le nuove generazioni», è la sintesi dell’imperativo morale di Becky Mc Cray. In Costa Rica, infatti, le donne nicaraguensi hanno trovato nuovi modi per continuare la loro lotta.

Uno degli esempi è il collettivo Voz de la resistencia de los pueblos originarios de la nación Moskitia attraverso cui denunciano le violenze subite dai loro popoli in Nicaragua, nonostante il pericolo anche fuori dai confini nazionali: «Ci siamo organizzate nel momento in cui siamo arrivate in Costa Rica. Abbiamo creato una rete per denunciare le persecuzioni e gli omicidi dei nostri leader», raccontano.

Queste donne assumono anche un ruolo fondamentale di appoggio, supplendo all’assenza dello Stato: «Andiamo di casa in casa cercando i bambini che non vanno a scuola per vedere come fornire loro l’uniforme (in Costa Rica hanno espulso bambini e bambine rifugiate dalle scuole per non avere l’uniforme, ndr), abbiamo raccolto dati e ottenuto aiuti per le uniformi. La maggior parte delle donne indigene non parla spagnolo. Quando i bambini vengono espulsi dalle classi, cerchiamo di intercedere, e lo facciamo anche per il lavoro, poiché, non parlando la lingua, non vengono assunte. Lo stesso accade con l’ufficio immigrazione: dato che non sanno leggere, i loro documenti vengono respinti», aggiungono.

Resistere per sperare

Anche in Nicaragua, la resistenza continua in maniera clandestina. Atenea ricorda: «Ci hanno accusato di crimini inesistenti, solo perché siamo donne e volevamo proteggere i nostri diritti territoriali. Volevano distruggerci, ma non ci siamo fermate». Nonostante la repressione, queste donne trovano modi per continuare a sostenere le loro comunità, diffondendo informazioni, organizzando aiuti umanitari e sfidando il governo attraverso piccoli atti di disobbedienza.

Sia dentro che fuori dal Nicaragua, la loro resistenza è un simbolo di speranza. «Se moriamo, che i nostri figli e nipoti continuino a difendere i nostri diritti», dice Mama Tara, una delle leader in esilio.

Anna Avidano e Francesca Nugnes

Donna indigena nella propria abitazione in un barrio di Iquitos, Perù. Foto Paolo Moiola.

Nicaragua, popoli indigeni e colonos

Il Nicaragua ha una popolazione di circa 7,05 milioni di persone. Una parte significativa di questa appartiene a gruppi indigeni e afrodiscendenti, concentrati principalmente nelle regioni autonome della Costa Caribe. Tra i principali popoli indigeni di questa zona, i Miskito costituiscono il gruppo più numeroso, con una popolazione stimata tra 150mila e 200mila persone, residenti per lo più nella Costa Caribe Nord (Raccn) e nelle aree di confine con l’Honduras. I Mayagna, con circa 27mila persone, vivono nelle aree remote della stessa regione e nella riserva di Bosawás. I Rama, con circa 2mila persone, si concetrano lungo la costa e nell’isola di Rama Cay. Per quanto riguarda la popolazione afrodiscendente: i Creole contano circa 43mila persone, concentrate principalmente nella Costa Caribe Sud (Raccs), in città come Bluefields; i Garífuna, con una popolazione di circa 2.500 persone, vivono in comunità come Orinoco e in altre zone del Sud della Costa Caribe.

L’arrivo dei «colonos»

L’invasione di coloni armati nella Costa Caribe risponde a interessi economici che stanno causando una crescente pressione sui territori ancestrali.

Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr), nei processi di invasione omicidi e attacchi armati contro le popolazioni locali sono ormai «abituali». La Commissione interamericana dei diritti umani (Iachr) ha documentato episodi di distruzione deliberata dei mezzi di sussistenza delle comunità, inclusi risorse naturali, mezzi di trasporto, bestiame e foreste.

Queste invasioni non solo minacciano gravemente il diritto alla vita e all’integrità fisica delle comunità indigene della Costa Caribe, costringendo molte persone ad abbandonare le proprie case, ma compromettono anche il territorio. Secondo Global forest watch, tra il 2002 e il 2021 il Nicaragua ha perso l’11% della sua copertura arborea e il 28% delle sue foreste primarie umide; un tasso di deforestazione tra i più alti dell’America centrale.

A.A. – F.N.

Fonti: Iwgia, Indigenous people in Nicaragua; Minority rights group.

 

 




Un modo particolare di scrivere (Gv 8)


Nella nostra lettura del Vangelo di Giovanni, alla scoperta del volto del Padre svelato da Gesù, siamo arrivati al capitolo 8, un testo difficile da comprendere che si presta a considerazioni ampie, valide per la lettura dell’intero Vangelo.

Apparentemente, infatti, il capitolo si mostra confuso e persino incoerente. Presenta discorsi già fatti, altri appena accennati che saranno ripresi più avanti, apparenti salti logici, argomentazioni che a noi non sembrano dimostrare molto. Davanti a pagine come queste, i commentatori provano a spiegare, a ricostruire, a volte immaginare che l’originale avesse meno informazioni o le presentasse in un ordine diverso che forse si può recuperare.

Alcuni di questi tentativi portano a esiti convincenti: ad esempio, è ormai condivisa tra gli studiosi la convinzione che lo splendido episodio dell’adultera perdonata (Gv 7,53-8,11) non fosse in origine parte del testo di Giovanni, in quanto ha uno stile e, in parte, anche dei contenuti che non sono quelli tipici del nostro evangelista. Non sappiamo chi lo abbia scritto né perché sia stato aggiunto al Vangelo di Giovanni, ma siamo riconoscenti che non sia andato perso.

Ci sono, poi, altre ipotesi, difficili da verificare, che solo in parte semplificano la lettura o spiegano il testo. A queste non dedicheremo qui del tempo, pur sapendo che esistono e che a volte sembrano anche sensate.

Più interessante è per noi cogliere il modo di scrivere di Giovanni fatto di continue ripetizioni, di ritorni su temi già trattati, con ragionamenti non lineari e poco organizzati.

L’evangelista sembra a volte procedere a spirale (torna su ciò che ha già detto, aggiungendo qualcosa), fino a sembrare disordinato. Può darsi che in questo modo voglia rispecchiare la vita reale, che non si presenta mai lineare e ordinata, ma piuttosto come una mescolanza apparentemente casuale di sfide, tensioni, gioie, speranze. Dentro questa mescolanza disordinata c’è la nostra esistenza fatta di cose che davvero contano e di altre meno importanti.

Allora Gesù alzò lo sguardo e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». (Gv 8,10-11)

Nel tempio (Gv 8,11-20)

Nel capitolo 8 del Vangelo di Giovanni, Gesù si trova nel tempio, vicino al «gazofilacio», dove si gettavano le elemosine. Probabilmente la scena avviene ancora durante la festa delle Capanne (7,2), quando Gesù era andato a Gerusalemme «di nascosto». Adesso però non si nasconde più e discute apertamente su di sé e sui suoi interlocutori, farisei e «giudei», ossia quelli che lo rifiutano.

La sua predicazione si incentra apparentemente su tre temi. Dapprima parla di sé come della «luce del mondo» (8,12), con una formula che tornerà nel capitolo successivo (9,5) e che riprenderemo a suo tempo. Poi torna sulla testimonianza che ne conferma il messaggio, di cui però ha già parlato nel capitolo 7 (e per il quale rimandiamo alla puntata precedente). Infine, e qui ci fermiamo un poco di più, affronta il tema del giudizio.I tre temi sembrerebbero accostati a caso, ma in realtà sono collegati: la pretesa di Gesù di essere la luce del mondo, ciò che aiuta gli uomini a vedere e giudicare, è confermata dalla testimonianza che su di lui offre il Padre. Questa, a sua volta, è il fondamento della stessa possibilità di Gesù di giudicare (8,16).

In realtà, nel versetto precedente, Gesù sostiene di non giudicare nessuno (v. 15), ed è probabilmente questa affermazione che ha «aiutato» il redattore finale a scegliere di inserire poco prima il racconto dell’adultera. Lì Gesù dice di non giudicare nessuno perché si contrappone ai suoi ascoltatori, che giudicano «secondo la carne». Subito dopo aggiunge che, se anche giudica, lo fa in modo autentico, vero, perché forte della testimonianza del Padre.

La successiva reazione dei farisei («Dov’è tuo padre?», v. 19) e la risposta di Gesù ci aiutano a intuire qualcosa sul senso dell’intero brano. Gesù sostiene infatti che giudei e farisei non conoscono né lui né il Padre. Ma com’è che si conosce una persona? Tramite le sue generalità? Nome, cognome, data e luogo di nascita? Noi siamo le nostre generalità? Questi dati siamo noi? Veramente sapere dove e quando siamo nati suggerisce qualcosa sulle nostre passioni, pensieri, relazioni? Questo modo di «conoscere», per dati oggettivi, sicuri, non opinabili, è ciò che Gesù chiama «secondo la carne». Dati certi, è vero, ma esteriori.

Questo è il modo con cui gli avversari di Gesù provano a «giudicarlo», a valutarlo: chi lo manda? Con che autorità parla? Qual è la prova chiara che noi dobbiamo ascoltarlo? È come se, prima di concedere fiducia a un amico, volessimo avere la prova incontrovertibile che non ci tradirà. Non è possibile, perché nessuna conoscenza oggettiva potrà andare a tale profondità. È profondo lo sguardo di chi coglie, intuisce, persino scommette che sì, quell’amico potrebbe tradirmi, ma non vorrà farlo. E questa conoscenza implica di mettersi in gioco, di non stare alla finestra a valutare. Di non avere certezze oggettive, ma un’intuizione dell’intimo.

Ecco perché Gesù sembra che inverta i termini, quando dice «se conosceste me, conoscereste anche il Padre» (v. 19). Sapendo che il Padre è Dio, ci sembrerebbe più logico dire che «se conosceste il cuore di Dio, sapreste che davvero vengo da lui». Ma l’approccio di Gesù non è quello razionale di una spiegazione scientifica, bensì guarda al midollo esistenziale dell’essere umano. In un rapporto di amicizia profonda, conosco sempre meglio il mio amico, ma anche me stesso. E chi conosce Gesù, coglie meglio anche il Padre, così come capire il Padre aiuta a intuirne la sintonia con Gesù.

Io sono (Gv 8,21-30)

Gesù ribadisce quindi che la radice, l’origine, il modo di pensare di coloro che stanno discutendo con lui, non sono i suoi: «Voi siete di questo mondo» (Gv 8,23). Questo non significa, evidentemente, che Gesù sia un extraterrestre, ma che chi ha davanti ragiona secondo il mondo, vuole garanzie e prove, vuole passare per una persona furba capace di vagliare chi ha di fronte senza ingenuità.

Da questo punto di vista la polemica apre in realtà lo sguardo su Dio: se questo approccio è incompatibile con il luogo da cui Gesù viene e verso cui va, è perché quell’altro luogo segue una logica diversa. Dio segue una logica che non è fatta di verifiche, valutazioni e sguardi accigliati di giudizio, che pensano di avere tutto sotto controllo.

Semmai, Dio è colui che si mostrerà pienamente quando Gesù sarà «innalzato» (v. 28), ossia quando sarà su quella croce che da una parte dice il fallimento, l’insensatezza e la fragilità, ma dall’altra mostra il volto più autentico di Dio, quello di un padre che si mette in gioco e si dona.

Ecco perché Gesù può dire, in questa sezione, che «Io sono» (v. 24). «Tu sei che cosa?», paiono chiedere i suoi interlocutori, così da andare a verificare se davvero funziona. Non capiscono che Gesù ha utilizzato una formula che era già stata usata dal Dio dell’Esodo (cfr. Es 3,14). Io-sono, Io-ci-sono, io sono qui a disturbare le tue certezze e confortare le tue insicurezze. Solo chi non si pone come giudice di fronte alla vita, ma si apre alla speranza di un senso e di una vicinanza, è confortato dalla rassicurazione che «Io ci sono e ci sarò».

Gesù ci indica un Padre che non si presta a definizioni e valutazioni, ma che promette la sua presenza.

E allora il fraintendimento dei farisei può suonare buffo ai cristiani che conoscono la vicenda di Gesù. «Dove vado non potete venire». «Vorrà forse uccidersi?» (vv. 21-22). L’ipotesi è assurda, ma in effetti Gesù vorrà donare la sua vita, fidandosi di un Padre che non dà garanzie o prove di salvare la vita del suo stesso Figlio, ma che promette di non sparire.

È interessante vedere come a questo punto Giovanni annoti che «molti credettero in lui» (v. 30). Se si cambia modo di guardare all’offerta di Gesù, non come qualcosa da vagliare ma come una promessa da accogliere o rifiutare, si può incontrarlo davvero come Dio vuole farsi trovare, nella fiducia e nell’affidamento che contestano ogni forma di puntigliosa verifica dall’alto.

Discussioni varie (Gv 8,32-59)

Diventa allora più chiaro il senso delle discussioni variegate e apparentemente disordinate che seguono nei versetti successivi.

In parte vertono sul rapporto con Abramo: chi discute con Gesù pensa di avere il diritto e la garanzia della libertà perché legati in modo formale e indiscutibile a lui (discendenza dimostrabile dalle genealogie). Gesù contesta, in modi anche duri, che sia sufficiente essere discendenti: «Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo» (v. 39), che di Dio si era fidato senza alcuna garanzia. Al di là dei particolari, il filo del discorso resta lo stesso: di fronte a Dio non ci sono diritti acquisiti, magari da altri, ma solo il fidarsi, l’affidarsi, l’entrare in una relazione personale che non offre garanzie ma promesse. Tutto molto più sfuggente e a rischio, ma anche tutto molto più umano e interiore, profondo e spirituale. Gesù svela il modo di ragionare del Padre.

Per questo può addirittura spingersi a parlare di verità e menzogna. Chi ci giudicasse e vagliasse dai nostri dati anagrafici, resterà probabilmente in superficie e non coglierà di noi l’essenziale. Ossia, avrebbe un quadro bugiardo e inaffidabile di noi.

E ciò che Gesù ribadisce è proprio che lo sguardo divino è quello non esteriore, non formale, non di appartenenza dimostrabile, è quello del legame personale, del rapporto più intimo e profondo che passa dalla fiducia. E sottolinea che questo sguardo è il più autentico e vero, quello che può garantire il legame con il Padre che assicura la vita eterna. Ecco perché «chi custodisce la mia parola» (v. 51), che imposta questa modalità di rapporto con Dio, «non vedrà la morte per sempre».

Questo era ciò che Abramo e i profeti avevano intuito, nel cuore di Dio e passando dalla promessa di una terra e di un figlio (v. 56). Questo è ciò che il Padre attesta, nella vita e poi nella risurrezione di Gesù, la sua definitiva e sicura intenzione di prendersi cura della vita degli esseri umani, in una promessa che passa inevitabilmente dall’incertezza di non avere in mano la prova dimostrata che sia affidabile.

Come in ogni dimensione più profonda dell’essere umano, il cuore delle scelte non passa da un calcolo economico, ma dalla decisione se credere o no a una promessa.

Questo Gesù lo può garantire perché conosce il Padre fino in fondo, «prima che Abramo fosse, io sono» (v. 58). È, di nuovo, la formula con cui Dio si era presentato a Mosè, «Io-sono». È la pretesa di conoscere Dio in quanto è come lui. Si capisce la reazione della folla, che pensa di trovarsi di fronte a una bestemmia e tenta di lapidarlo. Ma non è ancora l’ora di Gesù, che si nasconde e fugge. Perché quando consegnerà la propria vita per essere innalzato sulla croce, non sarà per caso o per sfortuna, ma in quanto avrà deciso che è giunto il momento di offrirsi.

Angelo Fracchia
Il Volto del Padre 10 – continua




Riparare alla barbarie


Con la globalizzazione e la liberalizzazione le imprese hanno avuto l’opportunità di produrre a costi inferiori. A pagare sono stati i lavoratori e l’ambiente. Oggi, finalmente, nuove leggi sulla «due diligence» cercano di porre rimedio a questa barbarie.

Prima che la globalizzazione partisse in grande stile, diciamo una trentina di anni fa, le imprese che si presentavano ai consumatori con i loro marchi avevano l’abitudine di curare l’intero ciclo produttivo di ciò che vendevano. Parlando di vestiario, ad esempio, le imprese compravano le stoffe e le immettevano nei propri stabilimenti, funzionanti con propri dipendenti, per ottenere indumenti pronti alla vendita, partendo dal taglio e proseguendo con la cucitura, il lavaggio, la stiratura. Le imprese più esigenti sul piano della qualità gestivano in proprio perfino la filatura e la fabbricazione di stoffe a partire dal cotone o la lana.

Con la globalizzazione, questo tipo di organizzazione è andato definitivamente in frantumi per adottare una strategia produttiva che già aveva cominciato a fare capolino negli Stati Uniti negli anni Sessanta del secolo scorso. La stessa strategia che aveva permesso a Nike, il notissimo marchio di scarpe e articoli sportivi, di diventare dal nulla un’impresa mondiale.

La storia del baffo

La storia dell’impresa con il baffo comincia nel 1964, allorché Phil Knight, giovane contabile americano e appassionato di corsa campestre, s’imbatte in un paio di scarpe sportive che trova particolarmente buone. Anche il marchio è affascinante: una tigre stilizzata nel momento del salto. Phil se ne innamora e progetta di commercializzarle. Convinto com’è che qualità e aggressività siano un mix ideale per farsi strada, si galvanizza. Da tempo sogna di mettersi in affari e quella può essere la sua grande occasione.

Dopo un approfondimento, appura che le scarpe tigrate vengono dal Giappone. Ma per lui che abita sulla costa Ovest del Pacifico, quella provenienza non è un problema. Contatta l’azien-

da produttrice, l’Onitsaka Company, e ottiene il contratto di distribuzione esclusiva per gli Stati Uniti.

Phil non ha negozi, non ha spedizionieri e risolve il problema improvvisandosi venditore ambulante all’uscita delle università e delle palestre. Come mezzo di trasporto usa la sua auto su cui ha fatto stampigliare la scritta Blue Ribbon Sports, la società che ha fondato per avviare l’attività. Due soli soci: lui e Bill Bowerman, suo istruttore sportivo. Le scarpe vanno, gli affari si allargano fino a dover assumere del personale, e Phil decide di voler diventare un vero imprenditore con un marchio tutto suo. Tanto più che il socio Bill, appassionato di modellistica, ha messo a punto un modello di scarpa ancora più leggero e più comodo di quello che stanno vendendo.

Nel 1971 si decidono per il gran-

de passo, ma non possiedono stabilimenti. Perciò bussano alla porta di un altro produttore giapponese disposto a lavorare per conto terzi. Gli forniscono il modello, si accordano sul prezzo e alla data prestabilita avranno il numero di scarpe ordinate. Complete di logo che uno studente americano ha disegnato per loro in cambio di 35 dollari: una specie di baffo, uno sgorbio simile a un boomerang che, nelle intenzioni del disegnatore, rappresenta un’ala, simbolo di Nike, la dea alata della mitologia greca che personifica la vittoria. Il resto lo conosciamo. Nike è diventata una multinazionale con un fatturato di 51 miliardi di dollari, ma neanche uno stabilimento produttivo. Ottiene i suoi prodotti da terzisti dislocati in 41 paesi del mondo, quelli a costo più basso.

Nike fece scuola e quando tutte le imprese del mondo si trovarono costrette dalla concorrenza mondiale ad abbattere i prezzi di produzione, tutte scoprirono la produzione in appalto. Smisero di produrre in proprio e cominciarono a ordinare ciò di cui avevano bisogno a imprese estere localizzate in paesi a bassi salari. Prima la Corea del Sud, poi Taiwan, l’Indonesia, la Cina, il Vietnam, il Bangladesh. Ora il Kenya, l’Etiopia, il Malawi.

I proprietari di marchi sono sempre con la valigia in mano alla ricerca di paesi dove la «licenza di sfruttamento» è più alta. La loro parola d’ordine è liberalizzazione produttiva, che poi significa assenza di regole.

Irresponsabili

In un mondo produttivo senza regole, la situazione si è fatta sempre più selvaggia e agli albori del terzo millennio è tornata la barbarie produttiva del protocapitalismo ottocentesco. È tornato il lavoro minorile, le paghe da fame, l’assenza di diritti sindacali, l’insicurezza nei luoghi di lavoro.

Uno dei primi disastri si ebbe in Cina nel 1993 all’interno della Zhili, una fabbrica di giocattoli che lavorava in appalto per Chicco Artsana. Alle due del pomeriggio, scoppiò un incendio, ma le operaie non poterono uscire perché i cancelli erano chiusi a chiave. Il bilancio finale fu di 87 ragazze morte carbonizzate e quaranta ferite.

Molti altri incidenti avvennero successivamente in varie altre imprese asiatiche che lavoravano in appalto per committenti stranieri, ma quello più grave si verificò in Bangladesh il 24 aprile del 2013. Un intero palazzo di sette piani, conosciuto come Rana Plaza, crollò uccidendo 1.138 operaie e ferendone altre duemila. Frugando fra le macerie emersero etichette delle più importanti multinazionali della moda mondiale, tra cui Benetton, che, pur di fare soldi, avevano appaltato la produzione a imprese locali le quali, a loro volta, contenevano i costi di produzione risparmiando anche sulla sicurezza.

Il crollo del Rana Plaza, infatti, non fu un fulmine a ciel sereno: le lavoratrici già da tempo avevano denunciato la presenza di crepe, ma erano state ignorate.

In un mondo normale, le vittime dovrebbero ricevere almeno un indennizzo. Ma, nei vari incidenti, raramente è successo. Di solito, l’impresa terzista si rifiuta di pagare perché esonerata dalla legge locale, mentre l’impresa committente si chiama fuori asserendo di non avere alcun tipo di responsabilità verso una mano d’opera che non dipende direttamente da essa. Quelle rare volte che le vittime hanno ricevuto un indennizzo è stato grazie all’impegno della società civile che ha organizzato proteste e campagne. Così è stato per le vittime della Zhili grazie alla campagna organizzata nel 1997 dal Centro nuovo modello di sviluppo e altrettanto è stato per le vittime del Rana Plaza grazie all’intenso lavoro svolto dalla Clean clothes campaign. Campagne organizzate nei confronti delle imprese committenti che si rifiutavano di pagare non per una questione di soldi, ma di principio. Si dicevano disponibili a dare dei soldi, ma solo per la loro «bontà», non perché avessero un obbligo. La vecchia politica delle imprese disponibili a dare, se e quando vogliono, a titolo di carità e non come atto riparatorio per aver mancato in una precisa responsabilità ledendo un diritto.

La «diligenza dovuta»

Questo modo di operare da parte di diverse aziende, è reso possibile da una politica connivente che, per decenni, ha permesso alle imprese di rivendicare il diritto di intascare i soldi dello sfruttamento senza assumersi alcuna responsabilità, non perché ci fossero delle leggi che le autorizzassero, ma perché non esistevano leggi che affermassero il contrario. Niente leggi, niente diritti, niente obblighi.

Il pretesto utilizzato dai vari parlamenti nazionali per giustificare la propria inazione era la difficoltà di emettere leggi che avrebbero dovuto essere rispettate simultaneamente in più paesi. Tuttavia, già nel 2011 la Commissione Onu per i diritti umani aveva indicato la soluzione. La cosa da fare da parte degli Stati era di obbligare le imprese registrate nel proprio Paese ad assumersi la responsabilità di ciò che succede ai lavoratori e all’ambiente lungo le filiere produttive da esse utilizzate. Un concetto espresso con il termine inglese di due diligence, che in italiano potrem-mo tradurre come «diligenza dovuta» o, meglio ancora, «dovere di prendersi cura», sottinteso dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente. Un imperativo che, in concreto, si attua attraverso tre passaggi chiave: innanzitutto vigilanza, per accertarsi che tutela ambientale e diritti dei lavoratori siano rispettati in ogni punto delle filiere produttive; secondariamente, correzione di ciò che non va; infine, messa in atto di tutte le misure di indennizzo nel caso siano stati provocati dei danni.

In Europa il primo paese a raccogliere la raccomandazione delle Nazioni Unite è stata la Francia che, nel 2017, ha promulgato la cosiddetta Loi de vigilence. Nel 2021, è seguita la Germania con una legge analoga e, finalmente, nell’aprile 2024 anche il Parlamento europeo ha legiferato in materia. Con una precisazione: i provvedimenti del consesso dell’Ue non sono indirizzati direttamente ai cittadini, ma ai parlamenti o ai governi degli stati membri. Sono ordini impartiti ai paesi aderenti affinché redigano leggi nazionali secondo le indicazioni definite dal Parlamento europeo.

L’Unione europea interviene

Nel caso della due diligence, la direttiva del Parlamento europeo dà agli Stati aderenti due anni di tempo per produrre una legge che attribuisca ai grandi marchi una serie di obblighi di controllo, correzione e indenizzo: in sostanza, gli stessi previsti dalla Commissione Onu per i diritti umani.

La Direttiva europea non è perfetta: si applicherà solo a gruppi molto grandi con più di 1.000 dipendenti e un fatturato annuo superiore a 450 milioni di euro. Inoltre, prevede meccanismi di gestione e pratiche amministrative non ancora sperimentate che le imprese possono cercare di manipolare. Nonostante i suoi difetti, però, il provvedimento è importante almeno per due motivi. In primo luogo, perché rappresenta un cambio di passo rispetto al ruolo assegnato dall’ordinamento giuridico alle imprese: non più il profitto a ogni costo, ma solo se ottenuto nel rispetto dei diritti dei lavoratori e dell’integrità del pianeta. In secondo luogo, perché la forza di persuasione dell’Ue potrebbe avere un effetto domino positivo su altre giurisdizioni e altri mercati.

La direttiva due diligence avrà i suoi effetti anche sulle aziende della moda, comprese le italiane. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, il settore tessile è fra quelli a più alto rischio di violazione dei diritti umani, insieme al minerario e all’agricolo. Le filiere di produzione della moda sono costellate di sfruttamento, povertà e disparità salariale, straordinari obbligatori, fabbriche insicure, prezzi di acquisto bassi e comportamenti commerciali predatori da parte dei marchi committenti.

Non c’è bisogno di andare in Bangladesh per rendersene conto: nel corso del 2024 la magistratura italiana ha preso provvedimenti contro Armani e Dior per presunta agevolazione colposa del caporalato. Del resto il Global slavery index del 2023 pone il settore tessile al secondo posto per numero di persone sottoposte a lavoro forzato. Per questo la Campagna abiti puliti, assieme al network internazionale della Clean clothes campaign, ha condotto un’intensa attività di lobby sul Parlamento europeo per ottenere l’approvazione del provvedimento sulla due diligence.

Francesco Gesualdi




Tanzania. Turismo invadente


Fino dall’epoca della colonia britannica, il popolo Masai ha dovuto lasciare le proprie terre. La creazione dei grandi parchi ha aggravato la situazione. Il tutto appoggiato dall’Unesco. Oggi i Masai devono ancora «ricollocarsi» con il rischio di perdere la propria cultura.

I Masai sono un popolo di pastori transumanti che da secoli abitano sugli altipiani tra il Sud del Kenya e il Nord della Tanzania. In quest’ultima, già nel XV secolo si insediarono nel territorio dell’attuale Parco nazionale del Serengeti, un nome che in maa (la lingua dei masai) significa «il posto dove la terra si estende all’infinito». In effetti, il Serengeti è una vasta pianura, dove fiumi e foreste si alternano a praterie e savane. Il tutto abitato da 70 specie di mammiferi e oltre 500 di uccelli. Lì i Masai allevavano il bestiame e nei periodi di necessità coltivavano anche la terra.

Dal Serengeti al Ngorongoro

Ma come in tanti altri contesti africani, anche in Tanzania, l’arrivo dei coloni portò con sé politiche per la «conservazione della natura». Le quali il più delle volte si tradussero nella creazione di Parchi nazionali, aree di competenza statale dove qualsiasi diritto (soprattutto se tradizionale) o titolo di possesso esistente fino a quel momento veniva meno. E dove, per preservare il particolare valore naturalistico dell’area, erano vietati insediamenti umani e attività economiche.

Così i Masai furono costretti ad abbandonare il Serengeti dal 1959, poi diventato un Parco nazionale. Si spostarono nella Ngorongoro conservation area (Nca), dove il loro diritto a insediarsi fu riconosciuto formalmente e ufficialmente dalla Ngorongoro conservation area ordinance.

Anch’essa un’area ricca di biodiversità, la Nca si estende su 809.440 ettari che includono savane, foreste e il cratere del Ngorongoro. Al suo interno vivono circa 25mila animali di grandi dimensioni e diverse specie a rischio estinzione come il rinoceronte nero, il dingo e gli elefanti.

Una volta giunti in questo nuovo territorio, i Masai instaurarono una relazione profonda con l’ambiente circostante, sviluppando uno stile di vita che promuove, in modo naturale, conservazione e tutela delle risorse. Basti pensare che la cultura masai proibisce il consumo di carne di selvaggina e il taglio di alberi interi. Quando invece coltivano la terra, gli agricoltori prevedono periodi di maggese per ripristinare la fertilità del suolo. Mentre gli allevatori, nella scelta dei pascoli, attuano valutazioni attente: mangiando, gli animali contribuiscono a controllare la vegetazione, evitandone una crescita eccessiva.

L’ambiente naturale ha anche un ruolo centrale nella cultura dei Masai: la loro spiritualità si lega profondamente al territorio circostante e ai suoi luoghi simbolo. È proprio in queste aree che si sono tenute a lungo le assemblee comunitarie ed è stato insegnato ai giovani come vivere in armonia con l’ecosistema.

Turismo, avanti tutta

Queste pratiche hanno fatto sì che per secoli l’ambiente naturale non fosse intaccato dalla presenza umana. Nonostante ciò, negli ultimi anni il governo tanzaniano – appoggiato da partner internazionali come l’Unesco (l’agenzia delle Nazioni Unite per la tutela del patrimonio culturale e ambientale) – ha iniziato a sostenere che la crescita della popolazione e del bestiame metteva sotto pressione le risorse naturali e rischiava di causare la distruzione dell’ecosistema circostante.

Addirittura, l’Unesco ha consigliato alle istituzioni tanzaniane di trasformare la Nca in un’area libera da qualsiasi presenza umana, invitandole quindi a valutare il trasferimento delle comunità che abitavano all’interno dell’area protetta, perché tanto «la riallocazione dei Masai non sarà un evento nuovo in Tanzania». E, quindi, nel giro di poco, il governo tanzaniano ha introdotto politiche di espropriazione – accompagnate dall’uso sistematico della violenza – per allontanare i Masai dalla Nca.

In realtà, dietro alla volontà dichiarata di tutelare e conservare l’ecosistema, si nascondeva la decisione delle istituzioni tanzaniane di investire sempre più nello sviluppo del turismo, un settore che negli ultimi anni si è rivelato un volano economico per il Paese. Nel 2023 infatti, le entrate generate dal settore ammontavano a 7,8 miliardi di dollari (il 9,5% del Pil nazionale), in netta crescita rispetto ai 2,5 miliardi del 2019.

Così sono sorte nuove aree protette – prive di insediamenti umani e attività economiche – e game reserve, destinate ad attrarre un numero sempre maggiore di visitatori e compagnie turistiche straniere. Meglio ancora se di lusso, come la già attiva Tanzania conservation ltd di Boston che pianifica esperienze esclusive. Oppure la Ortello business corporation, a lungo responsabile dell’organizzazione delle battute di caccia della famiglia reale degli Emirati arabi uniti.

Riallocazioni «volontarie»

Per rendere la Nca un’area priva di insediamenti umani e attività economiche – di fatto, una zona a esclusivo uso turistico -, l’esecutivo tanzaniano ha dato il via a politiche sempre più brutali, volte ad allontanare i Masai dalle proprie terre. Violando anche alcuni diritti fondamentali del popolo.

Dal 2022, i fondi destinati al Ngorongoro sono stati sistematicamente tagliati, privando la popolazione locale di servizi essenziali come educazione e salute. Human rights defenders, un’organizzazione tanzaniana per la difesa dei diritti, ha denunciato che nel 2022 più di 3 milioni di scellini (circa 1.100 dollari) erano stati sviati verso altre aree del Paese.

I dipendenti statali sono stati ritirati da tutti i centri sanitari, mettendo a repentaglio il diritto alla salute degli abitanti e creando uno stato di incertezza perenne. Come ha raccontato un leader tradizionale a Human rights watch (Hrw, l’organizzazione per la difesa dei diritti umani con sede a New York): «Ogni residente ha paura. Se ti ammali, pensi ai grandi costi che sosterrai per avere dei servizi medici. Le persone più povere sono le più vulnerabili perché non hanno denaro per viaggiare lontano e i dispensari locali non hanno medicine». A molti non resta che «usare le erbe tradizionali o pregare per un miracolo».

Entrare e uscire dalla Nca è diventato sempre più difficile. Gli abitanti possono farlo solo mostrando la carta d’identità o la tessera elettorale o pagando – al pari dei turisti – una tassa di 27.275 scellini (10 dollari). Così come è sempre minore anche la libertà di movimento all’interno dell’area: «Conservazione ed ecoturismo» sono le giustificazioni utilizzate per limitare l’accesso a specifiche zone. Come il cratere del Ngorongoro, storica pozza d’acqua ricca di nutrienti di origine vulcanica, dove dal 2016 non è più possibile abbeverare il bestiame. Oppure le foreste del Nord e i crateri di Marhes, Ndutu, Ormoti ed Emabakaai.

I servizi veterinari sono cessati. La fornitura governativa di sale supplementare (necessario agli animali per compensare la mancata assunzione di micronutrienti di origine vulcanica) si è invece rivelata una trappola. Dopo che tra il 2018 e il 2021 erano morti più di 77mila capi, le analisi della Tanzania veterinary laboratory agency (l’agenzia governativa per la salute del bestiame) hanno confermato che il prodotto era avvelenato.

Gli attacchi dei ranger (guardaparco) nei confronti degli abitanti della Nca sono diventati frequenti: aggressioni, sparizioni e uccisioni colpiscono uomini, donne e bambini in modo indiscriminato. Gli avvisi di espropriazione invece sono sempre più diffusi e si dirigono contro abitazioni o edifici pubblici che, secondo le autorità, sorgono all’interno del perimetro dell’area protetta.

Tutte queste misure contribuiscono a rendere molto difficili – se non impossibili – le condizioni di vita degli abitanti del Ngorongoro. Tanto da spingerli a scegliere «volontariamente» di lasciare le proprie terre e trasferirsi a centinaia di chilometri di distanza nei villaggi di Msomera e Kitwai, i siti identificati dal governo per la riallocazione, con la promessa di migliori condizioni di vita.

Terra è cultura

A Msomera, le case sono tutte identiche: tre stanze con i muri bianchi, ricoperti da un tetto in lamiera. Le abitazioni sono affiancate da cinque ettari di terra, spesso destinati ad agricoltura e allevamento. Caserme militari circondano l’insediamento che brulica di soldati in mimetica. Un modo per instillare paura e controllare la narrativa sulla riallocazione.

Oleshangay vive in una di queste case. È uno dei Masai del Ngorongoro che hanno accettato di trasferirsi. Ma lo racconta a malincuore a Hrw: «Avevamo paura a lasciare la terra dei nostri antenati. Sono nato lì e ho vi vissuto tutta la mia vita. Quindi è stato difficile andarmene». Oltre alla casa, ha ricevuto dieci milioni di scellini (3.700 dollari) e cinque ettari di terra. Ma dice: «Tu mi stai dando un pezzo di terra che per me non ha valore». Le terre del Ngorongoro infatti sono cultura, religione e legami sociali. I riti più importanti possono svolgersi solo in siti ancestrali come il vulcano Ol Doinyo Lengai (dal maa, «la montagna di Dio»). Riallocazione vuol dire anche allentare e perdere il legame con la propria terra, religione e cultura.

Ed è proprio sul piano culturale che impatta maggiormente la riallocazione. Racconta un leader tradizionale: «Andare a Msomera è problematico per la nostra cultura. Hai una piccola casa con tre stanze: vivi con tua moglie, i tuoi figli, le mogli dei tuoi figli e i tuoi nipoti. Nella cultura masai questo è severamente proibito». Un’imposizione di tale genere «uccide la cultura» ed è frutto di piani governativi che non considerano la natura complessa delle famiglie masai. Spesso multigenerazionali e multifamiliari, oltre che poligame. Ma «due mogli non possono vivere nella stessa casa». E quindi alcune famiglie sono state costrette a usare buona parte del denaro ricevuto come compensazione per costruire nuove abitazioni per mogli e figli.

Risorse scarse

Molti di coloro che hanno abbandonato il Ngorongoro hanno perso parte del bestiame durante il viaggio o appena giunti a Msomera a causa della scarsità d’acqua. Altri hanno utilizzato quasi tutto il denaro ricevuto come compensazione per rendere coltivabili i cinque ettari di terra arida intorno alla loro casa. Molti pastori hanno deciso di lasciare i propri animali in altri luoghi, data la mancanza di terre da destinare al pascolo e di acqua per abbeverare il bestiame.

A Msomera proprio la scarsità di risorse – acqua e pascoli – sta creando le condizioni per lo scoppio di conflitti con la comunità autoctona. La quale d’altra parte è, a sua volta, composta da numerosi pastori che già prima dell’arrivo dei masai faticavano a mantenere le proprie greggi a causa dell’asprezza del territorio circostante. Una scarsità di risorse che ora è solo destinata ad acuirsi.

D’altronde, il governo nel disegnare il piano di riallocazione non ha coinvolto gli abitanti di Msomera in un processo di consultazione previo e informato. E così le istituzioni tanzaniane non hanno considerato la complessità del territorio destinato ad accogliere i Masai. Addirittura, diversi abitanti del villaggio sono stati espropriati e le loro case e terre distribuite a chi proveniva dal Ngorongoro. Non stupisce quindi che un leader tradizionale del villaggio abbia sottolineato: «Non siamo d’accordo con il piano del governo di dare la nostra terra alle persone del Ngorongoro, ma l’autorità governativa è troppo grande e non possiamo combatterla».

Dall’altro lato, molti Masai non hanno intenzione di piegarsi alle scelte dell’esecutivo e continuano a opporsi al piano di riallocazione, rivendicando al contempo i diritti sulle proprie terre nel Ngorongoro. Ad aprile 2022, i leader comunitari hanno inviato una lettera – firmata da 11mila membri – al governo e ai suoi maggiori finanziatori, ricordando che «questa non è la prima volta che combattiamo per assicurare i nostri diritti e proteggere le vite del nostro popolo. Abbiamo bisogno di una soluzione permanente e ne abbiamo bisogno ora. Non ce ne andremo. Né ora, né mai».

Aurora Guainazzi


Continua lo sfratto delle popolazioni locali da Nord a Sud

Per alleggerire la pressione turistica sui Parchi del Nord, negli ultimi anni, la Tanzania ha iniziato a investire sempre di più nella creazione di aree protette anche a Sud. Tra esse il Parco nazionale del Ruaha, il cui sviluppo dal 2017 è al centro di un progetto finanziato dalla Banca mondiale. L’iniziativa, dal valore di 150 milioni di dollari e dalla durata di otto anni, mira alla creazione di un’area protetta dove, al pari di quanto sta avvenendo nel Ngorongoro, insediamenti umani e attività economiche sono proibiti e lasciano spazio alle attività turistiche. Anche in questo caso, le politiche che il governo tanzaniano sta perseguendo per raggiungere il suo obiettivo sono subdole e violente. Attraverso espropriazioni, uccisioni extragiudiziali e saccheggio del bestiame, i ranger del Ruaha mettono le popolazioni locali sotto pressione, rendendo le loro condizioni di vita insostenibili e forzandole ad abbandonare le proprie terre. E quel che è peggio, è che tutto ciò è accaduto con il tacito benestare della Banca mondiale, che a lungo ha ignorato le accuse di violenza rivolte ai ranger tanzaniani. Solo ad aprile 2024, dopo l’ennesima denuncia della comunità locale e un’indagine interna, l’organizzazione finanziaria internaziona- le ha deciso di sospendere la concessione dei fondi (anche se nella pratica gran parte di essi – circa 100 milioni di dollari – è già stata erogata).

A.G.




Taiwan. Modernità e missione


Hsinchu è una delle diocesi più giovani del Paese. I cattolici sono una minoranza, ma le opere sociali della Chiesa sono riconosciute. Come le attività di aiuto ai tanti migranti. Il suo pastore è attivo e lungimirante. Lo abbiamo incontrato.

Hsinchu. C’è una certa frenesia questa mattina in Ximen street, via centrale della città di Hsinchu, a un centinaio di chilometri a sud di Taipei, la capitale di Taiwan. Nonostante il caldo umido asfissiante – si toccano i 38 gradi nelle ore centrali del giorno -, fervono i preparativi nella bella chiesa del Sacro Cuore di Gesù per la celebrazione dei dieci anni di presenza dei Missionari della Consolata nel Paese. Costruita dai missionari gesuiti nei primi anni Cinquanta, la sua originale architettura ripropone tre pagode, una attaccata all’altra, rotonde, di diametro decrescente, con il tipico tetto orientale, che nulla ha da invidiare a quello del tempio alla dea Matzu (la signora del mare), che guarda la chiesa dall’altra parte della via.

Fin dalle prime ore di questo 21 settembre, i fedeli hanno iniziato ad arrivare nella pagoda principale della chiesa, mentre delegazioni di religiosi e amicim di svariate nazionalità, sono passate per un saluto ai padroni di casa.

La parrocchia è stata affidata ai Missionari della Consolata nel 2017, e vi lavorano padre Jasper Kirimi e padre Caius Moindi, entrambi keniani. Ma oggi la festa non è solo dei missionari di san Giuseppe Allamano (attualmente in sette a Taiwan, di cinque nazionalità), o della parrocchia ma, si può dire, è dell’intera diocesi di Hsinchu.

Il vescovo, John Baptist Lee Keh-mien, presiede la messa di anniversario, concelebrata da alcune decine di sacerdoti, di svariata provenienza. Molti vengono da Taipei per l’occasione, come padre Edi Foschiatto, saveriano, tra i primi ad aver aiutato i missionari della Consolata nelle loro iniziali perlustrazioni sull’isola.

Una diocesi giovane

Monsignor Lee, classe 1958, è vescovo di Hsinchu dal 2006. Dal 2020 è anche presidente della Conferenza episcopale regionale cinese, ovvero di Taiwan, ma il nome ufficiale è questo per non solleticare l’irritabilità dei dirigenti della Cina continentale. Le diocesi taiwanesi sono in tutto sei, più l’arcidiocesi di Taipei.

Alcuni giorni prima della festa, andiamo a incontrare monsignor Lee nel suo ufficio, nel palazzo a fianco alla bella cattedrale di Hsinchu. Disponibile e simpatico, durante la nostra chiacchierata intervalla il suo discorso con pacate risate.

«Taiwan è una società mediamente anziana. E tra i cattolici questa tendenza si accentua ancora di più. Nelle parrocchie i due terzi delle persone sono pensionati, e i ragazzi sono rari». La diocesi, per contro, è tra le più giovani del Paese, essendo stata eretta nel 1961: «L’evangelizzazione a Taiwan, iniziata da Sud, dalla città di Kaoshung dove arrivarono i primi missionari nel XVI secolo, è giunta fino al centro, a Taochung, da dove ha “saltato” la nostra zona, ed è passata a Nord, a Taipei. Possiamo dire che abbiamo due generazioni di cattolici qui, mentre in altre diocesi, già centenarie, le famiglie “cattoliche” sono più forti perché hanno una storia più lunga».

Bisogno di missionari

La diocesi di Hsinchu comprende la contea omonima, la contea di Miaoli e il comune speciale di Taoyuan (area dell’aeroporto internazionale), per un totale di 4.750 km2. I cattolici censiti sono circa 40mila.

«In questa zona – continua il prelato – fino a dopo la Seconda guerra mondiale non c’erano quasi cattolici. Poi, quando nel 1949 Chan Kai-shek, persa la guerra contro i comunisti di Mao, insieme al suo apparato militare e statale, ha invaso l’isola, in quest’area sono stati insediati alcuni accampamenti militari. Diversi soldati erano cattolici, da qui l’esigenza di avere dei sacerdoti. Le prime parrocchie nacquero proprio nei pressi degli accampamenti. Fino agli anni Settanta c’è stato un periodo di forte evangelizzazione, che poi si è stabilizzata». Era iniziata la crescita economica, e molti giovani andavano all’estero a studiare, «così il numero dei cattolici non è più aumentato. Oggi abbiamo dei battesimi, ma si equilibrano con i funerali».

Il vescovo mette poi l’accento sulle risorse umane a sua disposizione. Questa zona è stata, fino dai primi anni Cinquanta appannaggio dei gesuiti, come altre erano dei francescani, o di altre congregazioni. «Anni fa in diocesi c’erano in tutto duecento sacerdoti, dei quali cento erano gesuiti. Oggi posso contare su settanta preti in totale. Di questi poi, solo due sono taiwanesi, e sono professori all’università, per cui non seguono neppure una parrocchia». E continua: «I preti della diocesi sono stranieri, sia quelli missionari che quelli incardinati qui. Prevalgono i coreani, poi vietnamiti, filippini, e, più recentemente, africani di svariati paesi. Ma non abbiamo quasi vocazioni locali».

«Io sto invitando preti dall’estero e quelli che arrivano sono giovani. Questo, secondo me, ha l’effetto di attirare più ragazzi nelle parrocchie. Recentemente abbiamo due seminaristi taiwanesi. Forse riusciamo a innescare un circolo virtuoso».

Un altro tema che ha preoccupato monsignor Lee dall’inizio del suo episcopato è stato quello finanziario. Una legge di Taiwan, promulgata all’inizio del suo episcopato, aveva infatti ridotto alcune entrate economiche per la diocesi: «Ho dovuto lavorare per stabilizzare la parte finanziaria, ma adesso ci sono riuscito», dice con orgoglio.

Migranti asiatici

La Chiesa cattolica, pur essendo una minoranza tra le minoranze (vedi oltre), è riconosciuta nella società taiwanese, soprattutto grazie alle attività sociali: educazione, salute, lavoro con la disabilità e, recentemente, le attività con i migranti.

Negli ultimi anni stanno arrivando a Taiwan molti immigrati, in particolare da Indonesia, Vietnam, Filippine e Thailandia. Sono attratti dal lavoro nell’industria (in particolare quella per la produzione di semiconduttori, di cui il Paese è grande esportatore), nelle costruzioni (si vedono in città molti cantieri per nuovi palazzi), e nell’accudimento degli anziani.

La diocesi di Hsinchu gestisce tre centri per migranti, nei quali fornisce aiuto per abitazione, questioni legali, sanitarie, per imparare la lingua cinese e assistenza spirituale.

Tra chi arriva ci sono pure i migranti senza documenti in regola per stare a Taiwan. Monsignor Lee ci dice che «ce ne sarebbero più di 10mila. Talvolta la polizia viene a cercarli in chiesa durante le messe, ma noi chiediamo di non intervenire».

La maggioranza dei migranti filippini e vietnamiti sono cattolici, mentre gli indonesiani sono in prevalenza musulmani. «Anche dopo le funzioni della domenica cerchiamo di dare loro assistenza, in particolare grazie a molti volontari. Alcuni di questi sono migranti di più lunga data, che si mettono a disposizione per aiutare. Inoltre, con i sacerdoti loro connazionali (in particolare filippini e vietnamiti), riusciamo a seguirli più efficacemente».

Parlarsi tra religioni

Il vescovo ci racconta che esiste un buon rapporto con le altre religioni presenti nel Paese, abitato da 23 milioni di persone. Buddhismo e taoismo contano le percentuali più alte di fedeli, circa 20 e 19% rispettivamente, poi ci sono le religioni popolari, le cosiddette folk religions (28%), anch’esse molto diffuse e, infine, cristiani evangelici (5,5%) e cattolici (1,3%; dati Academia sinica 2021).

«Con i pastori protestanti abbiamo un incontro ogni mese, a cui partecipano alcuni nostri preti e laici. Siamo in comunicazione con loro a livello della contea di Hsinchu. Per quanto riguarda le altre religioni, durante le feste ci invitiamo vicendevolmente. Ad esempio, alla festa della luce, che noi cattolici facciamo a Natale, invitiamo tutti i leader. Inoltre, io vengo invitato da loro, in particolare ho frequentato alcune feste taoiste. Sia loro, sia i buddhisti, va ricordato, sono di tante correnti diverse».

Fede consapevole

Come presidente della conferenza episcopale, chiediamo a monsignor Lee un commento su come i fedeli taiwanesi vivono la loro fede. «Oggi a Taiwan tutti hanno la possibilità di andare all’università, almeno per il primo livello (bachelor, laurea breve, ndr), mentre un tempo era diverso. Quando ero giovane io, solo il 20% dei miei coetanei potevano seguire gli studi.

Allo stesso modo, adesso la formazione dei cattolici è diventata un fattore importante. Prima essi non conoscevano la Chiesa, non avevano i fondamenti della Bibbia, ma non c’era molta attenzione a questo. Dal 2012 abbiamo una scuola di Bibbia, frequentata da laici. La partecipazione è in crescita e da allora sono stati formati circa 4mila fedeli in tutto il Paese.

Adesso, posso dire, i cattolici conoscono la loro religione e le basi della loro fede. La situazione della diocesi di Hsinchu è simile a quella delle altre: anche qui i credenti iniziano ad avere maggiore conoscenza della dottrina cattolica e della Bibbia».

Questo vuole anche dire che adesso, per un parroco, è più facile trovare dei laici formati che possano aiutarlo. È un grosso cambiamento dell’ultimo decennio.

«In secondo luogo – riprende il vescovo – se la fede diventa più consapevole, ho speranze che nei prossimi anni crescano le vocazioni locali. Sia per i sacerdoti che per le suore».

Contatti cinesi

Chiediamo a monsignor Lee che contatti ha la chiesa di Taiwan con quella del continente, ovvero della Repubblica popolare di Cina (Rpc).

«Molti vescovi della precedente generazione erano originari della Cina continentale, per cui avevano lì parenti e molti conoscenti. Si può dire che erano come un ponte verso il continente e le relazioni erano buone. Ma adesso non è più così. Noi siamo nati e cresciuti a Taiwan e abbiamo meno legami. Inoltre ci sono difficoltà anche dovute alla situazione politica».

Il vescovo ci ricorda che preti e suore della Rpc possono venire a studiare teologia a Taiwan: «Noi forniamo una borsa di studio ogni anno a trenta persone della Cina continentale. Da qualche tempo però, è aumentato il controllo sui religiosi da parte del governo cinese, e ne vengono circa la metà».

Ci sono poi restrizioni del governo taiwanese per lavorare nel Paese: «Possono studiare qui ma non fermarsi. Ci sono cittadini della Rpc che hanno assunto altre nazionalità, in questo caso è loro consentito di integrare le nostre diocesi».

Approfittiamo per chiedere al vescovo un commento sulle tensioni tra Taiwan e Rpc, e anche se i taiwanesi temano un’invasione da parte dei comunisti: «Sono i militari a essere coinvolti ogni giorno su questo tema. Per ora la gente non ha ancora paura. Penso anche che alcuni uomini d’affari taiwanesi siano influenzati dalla situazione, diversi di loro stanno trasferendo le imprese e business dalla Cina ad altri paesi. Non tanto perché pensino a un’invasione, ma perché mentre prima era facile fare buoni affari con la Cina continentale, oggi sta diventando sempre più difficile».

«Lavorano bene»

Torniamo ai dieci anni di presenza dei missionari della Consolata a Hsinchu.

La parrocchia di Ximen street era la base dei gesuiti per tutta la diocesi. «Quando, nel 2017, visto il ridotto numero di sacerdoti, non sono più riusciti a gestirla mi hanno chiesto di mandarvi qualcuno con una buona esperienza. Alcuni missionari della Consolata erano già in diocesi dal 2014. Stavano studiando la lingua e la cultura. Io avevo sentito dire che lavorano molto bene, hanno buone vocazioni e gestiscono tante parrocchie, quindi sanno come prendersene cura. Per questo motivo ho proposto loro la gestione del Sacro Cuore di Gesù».

Monsignor Lee si alza in piedi e ci mostra un quadro della Madonna. Maria tiene tra le mani Gesù e sembra che lo porga a un bambino in piedi di fronte a lei: «È nostra Signora di Hsinchu», ci dice con il suo gran sorriso.

Marco Bello


A casa di Peter e Jennifer

Il cattolico buddhista

Peter e Jennifer sono due parrocchiani del Sacro Cuore di Gesù, in centro a Hsinchu. Mi invitano nel pomeriggio a casa loro per bere il tè. È una casa semplice e decorosa, al piano terra di un basso edificio. Nel cortiletto antistante, vi sono molte piante tra le quali diversi bonsai. Peter è un appassionato di tè e utilizza tutto un rituale preciso per consumare la bevanda, da solo o con amici. Ci sediamo uno di fronte all’altro, tra noi un tavolo ricolmo di dolci di ogni tipo. Davanti a lui, ha una tavoletta di legno sulla quale è appoggiata una piccola teiera. A destra, fuori dal tavolo, c’è un bollitore sempre pronto.

Peter, parla un po’ di inglese, e questo facilita la comunicazione. Mi racconta la sua storia.

Peter ha lavorato per trent’anni nell’esercito di Taiwan, poi, congedato, ha cercato un altro lavoro ed è attualmente alla Tsmc (Taiwan semiconductor manufacturing company, la maggiore società di produzione di circuiti integrati del Paese) nell’ambito della sicurezza.

«Ho 67 anni. Circa 15 anni fa, al mio capo, tornato da una permanenza nella Cina continentale, è venuto un tumore ed è morto in pochi mesi. Aveva due anni meno di me. È stato un duro colpo. Ho lasciato la fede cattolica e ho iniziato a seguire le pratiche buddhiste». Sua moglie Jennifer, invece, ha continuato a frequentare la parrocchia.

Alcuni anni dopo al Sacro Cuore arriva un nuovo prete, è un africano. Jennifer lo presenta a Peter. I due diventano amici e prendono spesso il tè insieme, come facciamo noi oggi. Finché qualcosa cambia in Peter: «Decisi di tornare alla Chiesa, e domandai al missionario di confessarmi. Penso che lui sia stato mandato dal Signore per salvarmi».

«La religione che seguiamo è una specie di destino – ci dice solennemente -. In famiglia siamo in sei, tra fratelli e sorelle, e solo una sorella è cattolica».

Gli chiediamo cosa gli è rimasto del buddhismo: «Ho praticato per dieci anni. Alcuni insegnamenti del Buddha mi sono entrati dentro, ma penso che la cosa più importante sia la misericordia del Signore. Ti aiuta a discernere cosa è meglio per te».

Peter fa un confronto: «Gesù ha avuto solo tre anni per insegnare il suo pensiero, il Buddha, invece, ne ha avuti 59. Gesù ci ha insegnato a sacrificarci per gli altri, e questo non è facile. Un insegnamento molto forte». E continua: «Il missionario africano mi ha dato l’esempio con il suo comportamento». Quel sacerdote era il kenyano padre Mathews Odhiambo.

«Quando ero nell’esercito ho subito alcuni incidenti e me la sono cavata: ho sentito la protezione di Dio. Quando cercavo un lavoro, ho pregato il Signore che mi aiutasse. Sovente, mentre prego sento la sua presenza». Dicendo queste parole, Peter, il cui viso ha tratti duri, che fanno intravedere il suo passato di militare, si commuove e i suoi occhi si inumidiscono.

Cerchiamo di toglierlo dall’imbarazzo chiedendo chi è raffigurato nella statua sullo scaffale alla sua destra. Pare un guerriero con una lunga barba, al cui collo è appeso un rosario. «È il generale Guan Ye, una figura della Cina antica. Rappresenta giustizia, coraggio e lealtà. Mi ricorda in particolare di essere leale e di non avere mai paura degli altri». Non lontano dal generale, si trova una statua della Madonna, e subito sopra un bel crocefisso di legno appeso al muro in posizione dominate.

«Lo stesso fatto che noi due ci siamo incontrati, pur abitando così lontani, è un disegno del Signore – sentenzia Peter -. Anche i missionari vengono da lontano e da culture distanti tra loro, ma hanno la stessa fede. Questo è un segno importante».

Ma.Bel.

 




La santità che scuote


Il 20 ottobre scorso Giuseppe Allamano è diventato ufficialmente santo. Pellegrini da 35 paesi hanno raggiunto Roma per l’evento. Missionarie e missionari della Consolata di tante nazionalità erano presenti. È stata una grande festa di famiglia. Reportage.

Roma, 19 ottobre. È già buio quando fuori dalla Chiesa Nuova di Santa Maria in Vallicella, a pochi passi da piazza Navona, incontriamo un brulicare di gente. A guardare bene, e ad ascoltare la cacofonia di voci, ci sono persone da diverse parti del mondo. Si abbracciano, parlano, cercano qualcuno di conosciuto, prima di entrare alla veglia che inizierà tra poco. È il popolo di Giuseppe Allamano, che si è riunito da 35 paesi di quattro continenti, perché il 20 ottobre, il sacerdote torinese fondatore dei missionari e delle missionarie della Consolata, sarà canonizzato da papa Francesco, ovvero, diventerà ufficialmente santo.

Intanto la chiesa si riempie, è stracolma e molti sono in piedi o seduti per terra nell’area davanti all’altare. I cori Tatanzambe di Nervesa (Tv) e Massawe di Bevera (Lc), uniti per l’occasione, suonano e cantano in kiswahili.

Verso le 20 suor Alessandra Pulina, direttrice di Andare alle genti, prende la parola per spiegare il programma della serata. Con lei, condurrà padre Edwin Osaleh, missionario in Marocco.

 

La veglia abbia inizio

Il benvenuto è di suor Lucia Bortolomasi, madre generale delle missionarie della Consolata, anche a nome di padre James Lengarin, superiore generale dei missionari. Di colpo la chiassosa e variopinta assembela si zittisce. «Che gioia indescrivibile, quanti sentimenti abitano il nostro cuore. […]

Alcuni di noi hanno varcato oceani, attraversato continenti, viaggiato giorni per arrivare qui. […] è necessario fermarci tutti insieme a preparare il cuore. per sintonizzarci a quanto sta accadendo sotto i nostri occhi e coglierne il senso più profondo».

Suor Lucia ricorda la beatificazione di Allamano, nel 1990 e riflette sul significato di essere riconosciuto santo: «Questo riconoscimento ufficiale varca i confini della nostra famiglia, diventando un modello rivolto ai fedeli della Chiesa tutta. Da domani Allamano è un po’ meno nostro e sempre più di tutti».

Suor Lucia richiama la santità che il fondatore chiedeva ai suoi: «Non miracoli, ma fare tutto bene. Farci santi nella via ordinaria» e ricorda i tanti missionari e missionarie che sono rimasti ai loro posti, in missione, e quelli che non sono potuti venire perché impediti dall’età o dalla malattia. Suor Lucia fa, infine, un richiamo alla responsabilità: «siamo tutti chiamati a operare con sempre maggiore dedizione».

Dopo di lei, parla monsignor Giacomo Martinacci, rettore del santuario della Consolata doi Torino, che ricorda i 47 anni a guida di Giuseppe Allamano.

Per ogni intervento lei due guide della veglia, fanno sintesi in inglese, spagnolo, portoghese.

Raccontare il miracolo

Viene il momento di parlare del miracolo che ha portato alla canonizzazione di Giuseppe Allamano. La guarigione di Sorino Yanomami, nella missione di Catrimani, a Roraima, in Brasile, nel 1996. Sorino, a caccia nella foresta, era stato aggredito da un giaguaro, che aveva causato gravi ferite alla scatola cranica.

La dottoressa Roberta Barbero ha seguito dal punto di vista medico la vicenda. Racconta come abbia vissuto il contrasto tra il ruolo di medico, che ha bisogno di osservare, misurare, e il suo essere donna di fede, alla quale bastano le testimonianze.

Racconta, ad esempio, come a volte si sia sentita isolata dalla comunità scientifica, quando raccontava il caso, perché lo scienziato fa fatica ad andare oltre a quello che si può misurare: «Le guarigioni inspiegabili avvengono, e l’atteggiamento della medicina è quasi come quello di chi subisce un affronto». Ma «la fede può fare la differenza. Questa guarigione ha cambiato il mio modo di vedere le cose, e anche di testimoniare la mia fede all’interno di un ambiente che non sempre permette questa apertura».

Si alza poi suor Felicita Muthoni Nyaga, la testimone più diretta dell’evento occorso nel febbraio 1996 a Roraima. Prende il microfono e va verso la gente. Tra le centinaia di persone, adesso, cala un silenzio assoluto: sono tutti con il fiato sospeso per ascoltare la sua storia (vedi dossier MC ottobre 2024). Quando conclude dicendo che Sorino «è un uomo che non è registrato all’anagrafe, né nei nostri registri di battesimo, ma c’è, Dio lo ha visto», scoppia un lungo applauso. L’atmosfera è diventata caldissima.

Parlano ancora i vescovi di Roraima: quello attuale, monsignor Evaristo Spleger, e alcuni predecessori e vicari, monsignor Roche Paloschi, e monsignor Raimundo Vanthay Neto.

Gli interventi sono intervallati da canti del coro in diverse lingue.

Testimonianze

Dopo un breve saluto di monsignor Alessandro Giraudo, vescovo ausiliario dell’arcidiocesi di Torino, si susseguono alcune testimonianze di laici e laiche.

Toccante è quella di Nadia, ragazza marocchina musulmana di Oujda, dove è operativo il centro per migranti coordinato da padre Edwin.

Una preghiera del cardinale Giorgio Marengo conclude la serata.

Sono le dieci passate, i pellegrini chiassosi defluiscono lentamente dalla Chiesa Nuova. Si vede la stanchezza di chi è arrivato da lontano, ma si sente l’entusiasmo, e molta attesa per quello che avverrà domani.

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Piazza san Pietro, 20 ottobre

È festa grande

Fino dalle 7 del mattino, a giorno non ancora fatto, lunghe code di pellegrini aspettano ai controlli della polizia necessari per entrare nella piazza.

Nella coda, tra la gente che si stropiccia gli occhi, si sentono decine di lingue: portoghese, spagnolo, francese, inglese, italiano, kiswahili. Ma c’è anche l’Asia, con la Corea, la Mongolia e Taiwan.

Su alcune asticelle viene issata l’immagine di Giuseppe Allamano, nella sua versione colorata o «pop art», che resta un riferimento tra la marea di teste.

Oggi saranno, infatti, «canonizzati» anche Elena Guerra, Marie-Léonie Paradis e gli undici martiri di Damasco (Manuel Ruiz e compagni). Ci si distingue anche per il foulard, bianco ma colorato con le 35 bandiere dei paesi dove lavorano i missionari e le missionarie della Consolata, e con il volto di Allamano e l’immagine della Consolata. L’organizzazione ha anche previsto per tutti un badge verde con il logo studiato specificamente per questo giorno.

Entriamo tra i primi, dopo il controllo con il metal detector. La platea davanti alla scalinata di San Pietro è ancora da riempire.

I pellegrini sono assonnati, ma nei volti si nota la gioia e l’eccitazione. Molti si salutano, si abbracciano. È spesso un rivedersi dopo anni, talvolta un incontrarsi per la prima volta, entrando subito in sintonia.

Intanto si è fatto giorno. È nuvoloso, ma non piove.

È un momento di attesa, e si approfitta per farsi foto, video, scambiarsi un contatto o un sorriso. Vediamo una folta delegazione dall’Uganda, poi la bandiera del Kenya (primo paese di missione dei Missionari della Consolata). Il Congo Rdc è presente, così come la Costa d’Avorio. A un certo punto compare la bandiera del Marocco: è il gruppo di Oujda, del quale fanno parte alcune migranti subsahariane.

Vediamo il gruppo dei laici della Consolata del Portogallo, con le magliette del loro 25° anno di esistenza. E poi tantissime suore, di svariate età e nazionalità. Così metà della piazza, quella con i posti a sedere, si è riempita.

Intanto, alla sinistra dell’altare si siedono cardinali, vescovi e sacerdoti. Alla destra, invece, le autorità e i diplomatici.

Francesco accolto dai suoi

Dopo il rosario in latino, inizia uno scampanio, poi il coro ufficiale intona alcuni canti diffuse con i potenti altoparlanti. L’attesa si fa più intensa tra le migliaia di persone venute da tutto il pianeta, spaccato di umanità.

Alle 10,20, quasi all’improvviso, arriva papa Francesco sulla sua carrozzina e si siede sulla poltrona papale. Tenue, quasi sotto voce, sul lato destro della platea, un gruppo di pellegrini intona: «Papa Francesco, papa Francesco». Altri iniziano, è come se il coro si spostasse nello spazio antistante alla basilica, e intanto diventa «papa Francisco», per culminare con un grande applauso. Nel frattempo è comparso un pallido sole.

Scorgiamo evidente, in prima fila nel gruppo delle autorità, il presidente Sergio Mattarella.

La celebrazione ha inizio. Vengono lette le brevi biografie dei nuovi santi. Quando è nominato Giuseppe Allamano, parte un applauso dalla piazza.

«Vince non chi domina, ma chi serve per amore», dice il Papa nella sua omelia, a commento del Vangelo del giorno (Mc 10,35-45).

«Gesù svela pensieri nel nostro cuore smascherando, talvolta, i nostri desideri di vanità e di potere». E poi ci insegna lo «stile di Dio», ovvero il «servizio». Le parole magiche per il Papa sono: «Vicinanza, compassione e tenerezza, applicate all’azione di servire. […] A questo dobbiamo anelare».

Uno stile che nasce dall’amore e non ha una scadenza o un limite.

«I nuovi santi hanno vissuto questo stile di Gesù: il servizio», continua il Papa.

Allamano e gli Yanomami

All’Angelus il pontefice mette l’accento sui popoli indigeni: «La testimonianza di san Giuseppe Allamano ci ricorda la necessaria attenzione verso le popolazioni più fragili e vulnerabili. Penso in particolare al popolo Yanomami, nella foresta amazzonica brasiliana, tra i cui membri è avvenuto proprio il miracolo legato alla sua canonizzazione. Faccio appello alle autorità politiche e civili affinché assicurino la protezione di questi popoli e dei loro diritti fondamentali e contro ogni forma di sfruttamento della loro dignità e dei loro territori».

Il nome «Yanomami», dunque, echeggia in piazza san Pietro, proprio grazie al nuovo santo.

Papa Francesco conclude con un giro in carrozzina a salutare i cardinali, per poi salire sulla papamobile, e fare un lungo percorso nella piazza. I pellegrini e i fedeli hanno oramai lasciato le loro sedie e si accalcano alle transenne per salutare il Santo Padre.

Dopodiché, inizia il lento deflusso di migliaia di persone, mentre gruppi di svariate nazionalità e lingue si fanno le ultime foto sulla piazza, con lo sfondo della basilica di san Pietro sulla cui facciata spicca lo stendardo di san Giuseppe Allamano.

Chiediamo a padre James Lengarin, superiore dei missionari della Consolata, le sue impressioni: «È stata una bellissima giornata. Quando si nominava san Giuseppe Allamano, dalla piazza si alzava un urlo di gioia. Il Papa ha ancora parlato di lui all’Angelus, sottolineando il suo spirito missionario: oggi è anche la Giornata missionaria mondiale».

«Poi ci siamo trovati tutti al Teresianum (la Pontificia università teologica), per festeggiare. Eravamo più di 1.300 persone da tutto il mondo. Questo ci fa vedere come il cuore della Consolata sia vivo». Gli chiediamo come si sente a essere il successore di un santo: «Mi sento come uno dei suoi figli, ma anche come frutto della missione. Io vengo da una popolazione di pastori nomadi. Vuole dire che Allamano aveva questa attenzione per le persone che di solito sono emarginate, alla periferia del mondo. Io adesso mi sento animatore dei miei fratelli».

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Roma, 21 ottobre

«Coraggio, avanti»

Lunedì pomeriggio i pellegrini di san Giuseppe Allamano si trovano nuovamente tutti insieme per una celebrazione di ringraziamento nella splendida cornice della basilica di san Paolo fuori le mura.

La messa inizia con una danza africana realizzata da suore e novizie, che scalda subito l’atmosfera. Sfilano vestite con colori africani, a dominante azzurra. Dietro alle danzatrici, fanno il loro ingresso centodieci sacerdoti vestiti di bianco, due fratelli missionari, seguiti da ventidue vescovi e, in ultimo, dal cardinale Giorgio Marengo. È lui che, con la sua solita semplicità, ma al tempo stesso profondità, prende la parola: «Questa mattina, alla sessione del sinodo, sono andato a ringraziare il Santo Padre, che era lì con noi, per il dono della canonizzazione. Mi ha colpito, perché, sedutomi davanti a lui, mi ha preso le mani e mi ha detto “Coraggio, avanti”. Quello che ci diceva sempre san Giuseppe Allamano».

Continua il cardinale: «Oggi è un giorno di ringraziamento per san Giuseppe Allamano. È il primo giorno nel quale possiamo chiamarlo così». Le sue parole, quasi emozionate, scatenano l’euforia dei presenti.

Tra questi spicca una folta delegazione di fedeli di Roraima, lo stato del Brasile dove è avvenuto il miracolo della guarigione dell’indigeno yanomami Sorino. Sono riconoscibili da una maglietta fatta per l’occasione, con la scritta in portoghese: «Annunziate la mia gloria alle nazioni» (Is 66,19), e con i loghi della diocesi di Roraima e quello ufficiale della canonizzazione. Poi tante fedeli africane, con vestiti dai tipici colori sgargianti, e moltissime religiose. Ci sono anche i laici missionari della Consolata, e i tanti amici del nuovo santo venuti da quattro continenti. Quasi tutti hanno al collo il foulard della canonizzazione.

Iniziano le letture. Poi il salmo viene recitato da uno studente e una studentessa missionari, e il coro risponde cantando in maniera soave: «Popoli tutti, lodate il Signore».

Dopo la seconda lettura, parte di nuovo il coro, diretto dall’accalorato padre Douglas Lukunza del Kenya. I musici – tastiera, batteria, due djembé (tamburi africani) e pure un bravo violino – sono altri studenti missionari, tutti africani. Il coro variegato segue i movimenti del direttore, che non si limita a muovere le braccia, ma praticamente balla. Una danza contagiosa, che in pochi secondi prende tutti i presenti e, chi più chi meno, inizia a muoversi a ritmo di musica. E parte l’entusiasmo della grande festa.

Un punto di partenza

Con la preghiera dei fedeli torna la calma. Alcuni lettori e lettrici si alternano nelle diverse lingue: italiano, inglese, portoghese, spagnolo, coreano, kiswahili e francese. A leggere quest’ultima è una ragazza migrante del Burkina Faso, attualmente a Oujda in Marocco. La sua è una supplica toccante, forse perché nasce dall’esperienza personale: chiede di pregare affinché i governi rendano più vivibili i Paesi del mondo, in modo che i giovani non siano più costretti a partire.

Durante la cerimonia di ringraziamento, come nei giorni precedenti, il collegamento con l’Amazzonia è forte: all’offertorio, oltre al pane e al vino, viene portato anche un tipico copricapo indigeno, fatto di piume blu e gialle del grande pappagallo ara, mandato da coloro, spiega la voce di commento, «che sono assetati di fede e di giustizia».

Ma oltre alla festa, il ringraziamento è pure un momento di riflessione, stimolata dalle parole, talvolta provocatorie, del cardinale Marengo che nella sua omelia si è soffermato sull’importanza della contemporaneità: l’impegno deve essere «una successione continua di oggi e qui», e occorre «attingere la forza per la missione dalla contemplazione».

«Dobbiamo dircelo: la sua santità (di Allamano, ndr) ci deve scuotere, altrimenti non ci gioverà. I nostri istituti attraversano un momento delicato della loro storia, con incertezze nei cammini del mondo. Oggi non è solo un punto di arrivo, deve essere anche un punto di ripartenza».

Considerando il percorso e gli sforzi fatti per arrivare a questa canonizzazione, «tutto sarà ripagato se prenderemo sul serio questo oggi, l’avere gli occhi fissi sul Signore, teneramente amato e servito da san Giuseppe Allamano, e realizzeremo davvero il suo desiderio di vederci famiglia della Consolata che si vuole bene e che arde di zelo apostolico».

La cerimonia si avvia alla conclusione con il canto del Magnificat in versione africana, danzato e cantato da tutti i presenti. Il cardinale incensa lo stendardo con il volto di Giuseppe Allamano, che pare sorridente come non mai. Anche lui, oramai coinvolto nella festa per il nuovo santo.

Marco Bello

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Noi e voi, dialogo lettori e missionari


Una nuova Tac per Ikonda

Caspita, 316mila euro non sono noccioline. Anche se, per chi sfreccia con i bolidi di «Formula uno», o chi batte e ribatte le palline gialle da tennis, o chi rincorre il variopinto pallone da calcio, 316mila euro sono quasi quisquilie. Ma quisquilie non sono né noccioline per il Consolata hospital Ikonda in Tanzania.

L’ospedale conta 404 posti letto, sei sale operatorie e cura le principali patologie con la presenza di 349 persone: medici, farmacisti, infermieri, tecnici di laboratorio, addetti alle pulizie, ecc. Gli ammalati provengono soprattutto da Morogoro, Iringa, Njombe, Songea, Mbeya, Rukwa, Katavi, ma qualcuno viene anche da più lontano, persino dall’isola di Zanzibar. I bambini del distretto di Makete fino ai 10 anni vengono curati gratuitamente, mentre i pazienti Hiv ricevono alcune prestazioni gratuite, così come le partorienti del distretto.

Il centro sanitario è dei Missionari della Consolata. Fu costruito nel 1962, e successivamente ampliato. Venne inaugurato ufficialmente un anno dopo l’indipendenza del Tanzania con Julius Nyerere presidente, il quale affermava: «I nemici del nostro paese sono la povertà, l’ignoranza e la malattia».

Il Consolata hospital Ikonda affrontò subito «il nemico» malattia.

L’ospedale sorge fra le montagne dell’Ukinga a 2.050 metri di altitudine. Dista circa 800 chilometri da Dar Es Salaam, la capitale del Tanzania. Fino a tre anni fa, gli ultimi 90 chilometri da Njombe a Ikonda erano in terra battuta, una salita scivolosa durante le piogge, rasente precipizi. Oggi da Mbeya giunge ogni giorno un autobus stracolmo di ammalati: affronta nebbie fitte, pantani traditori, pietre massacranti, buche da sprofondare. Il tutto per 7-8 ore, se non capitano guasti meccanici.

Quante volte i missionari della Consolata si sono detti: «Ah, se avessimo costruito l’ospedale altrove, i pazienti l’avrebbero raggiunto più facilmente, e la gestione sarebbe stata più economica». Già. Ma non sarebbe stato l’ospedale dei poveri di Ikonda e dintorni, sferzati dal vento e dal freddo, tagliati fuori dal mondo. È vero, tuttavia, che la lontananza da insediamenti urbani rende più costosa la conduzione della struttura. Alcuni medici e tecnici di laboratorio, dopo aver acquisito una buona esperienza, abbadonano Ikonda; sono attratti da una vita più agiata altrove. L’ospedale cerca di fronteggiare l’esodo con stipendi migliori, mentre investe sulla specializzazione di medici locali in radiologia, medicina interna e medicina d’urgenza. Così è nata pure l’Unità di emergenza.

Un aiuto significativo è la presenza di medici stranieri: italiani, soprattutto, ma anche spagnoli e di altre nazionalità. Sono volontari che si pagano persino il viaggio. Frequentano Ikonda nonostante due «tristezze». La prima tristezza è la povertà di molte persone che non hanno denari per una degenza in ospedale. Seconda tristezza: non raramente i pazienti arrivano «fuori tempo massimo», quando non c’è più nulla da fare.

Ma proprio per tali tristezze i medici volontari ritornano, perché hanno il Tanzania nel cuore. «Tanzania nel Cuore» è anche un’associazione di medici italiani, animati da solidarietà e generosità.

La strumentazione del Consolata hospital Ikonda è apprezzabile. Da anni opera la Risonanza magnetica, mentre dal 2014 è in funzione la Tac, benemerita ma oggi obsoleta. Non si trovano più i pezzi di ricambio. Di qui l’urgenza di un nuovo impianto.

Ed eccola la nuova Tac, fiammante e moderna. L’inaugurazione è avvenuta il 20 settembre 2024 con la presenza dei missionari della Consolata, del direttivo dell’ospedale, del dottor Gian Paolo Zara (di «Tanzania nel Cuore») e del Nunzio apostolico, l’arcivescovo Angelo Accattino (foto qui sotto).

La presenza del Nunzio non è stata una formalità, bensì la testimonianza che i 316mila euro, per acquistare la Tac sono un dono della Conferenza episcopale italiana: euro raccolti attraverso l’8 per mille degli italiani. Ebbene, manciate e manciate di «noccioline» di tante persone, divenute «un ricco raccolto». Perché l’unione fa la forza.

Dante Alighieri direbbe: «Poca favilla gran fiamma seconda». E Gesù: «Il minuscolo granello di senapa diventa un albero imponente».

Grazie, vescovi e amici italiani, della vostra straordinaria generosità.

padre Francesco Bernardi,
Torino 27/09/2024


A proposito di IA

Ho letto con interesse l’articolo di Chiara Giovetti sull’intelligenza artificiale (IA) pubblicato nel numero di ottobre 2024.

Vi sono molte considerazioni importanti, tra le quali in particolare ho colto la domanda se l’intelligenza artificiale ci aiuterà a trovare soluzioni o se sarà parte dei problemi che si vogliono affrontare.

Resta per me, comunque, un argomento di fondo, non affrontato nell’articolo, il fatto che la cosiddetta «intelligenza» artificiale non è in effetti «intelligenza», ma una serie di algoritmi e istruzioni date alle macchine per conferire loro capacità di analizzare enormi quantità di dati per elaborare documenti (testi, tabelle, progetti, immagini e altro) in tempi brevissimi, a partire da questi dati e da domande poste dagli utenti in modo discorsivo. E fin qui mi è chiaro e l’ho provato anche personalmente.

Ma per far sì che le macchine facciano queste elaborazioni è necessario che abbiano a disposizione i dati necessari.

Mi sono soffermato quindi sulla lista ricavata dall’Unione internazionale delle telecomunicazioni, che include servizi di telemedicina, ottimizzazione dell’uso dell’acqua in agricoltura, riduzione della corruzione negli appalti pubblici, miglioramento della salute e del benessere degli animali in allevamenti, prevenzione di incendi e altro.

Per nessuno di questi esempi nell’articolo si spiega «come» possano essere ottenuti questi risultati.

Riesco da una parte ad immaginare come l’intelligenza artificiale possa essere d’aiuto ad esempio nel caso specifico della telemedicina, dove l’analisi di enormi quantità di cartelle cliniche e/o immagini radiologiche raccolte per tanti anni in tanti archivi medici del mondo certamente può dare informazioni importanti e in tempo immediato e, laddove una ricerca senza intelligenza artificiale richiederebbe tempi lunghi incompatibili con le esigenze di intervento sanitario.

Ma in nessuno degli altri casi portati ad esempio mi pare che si possa fare a meno di dati rilevati in tempo reale, con strumenti anche tecnologicamente avanzati e anche collegati direttamente alle macchine di «intelligenza» artificiale che li possano elaborare, e non a partire da dati storici, per quanto ampi e dettaglianti possano essere.

Tantomeno in casi che riguardano comportamenti umani, come l’esempio della corruzione in appalti pubblici.

Non sono un addetto ai lavori, quindi queste mie osservazioni possono forse essere inadeguate o addirittura fuori luogo.

Ma avendo letto questo articolo in una rivista come Missioni Consolata, che si rivolge a un pubblico come me non preparato su questi argomenti, mi sarei aspettato qualche spiegazione su «come» possa funzionare l’intelligenza artificiale, per non lasciare l’impressione che sia soltanto un business nelle mani di pochi soggetti che sostengono di migliorare il mondo, ma senza far capire come e con quale attendibilità intendano farlo.

Sarei quindi molto grato se fosse possibile avere qualche spiegazione in merito.

Resto in attesa e ringrazio.

Filippo Pongiglione
03/10/2024

 

Le domande del lettore sono molto interessanti, ma se non ho approfondito i punti che lui fa presenti è solo per mancanza di spazio.

In realtà, non ho fornito più informazioni su che cos’è l’intelligenza artificiale perché sul numero precedente della rivista c’era a pagina 11 un box di Paolo Moiola dal titolo: «IA, di che cosa parliamo». Includere un rimando a quello sarebbe stato in effetti una buona idea.

Quanto ai casi d’uso dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni@, fornisco la traduzione e sintesi di alcuni passaggi del rapporto che possono aiutare a capire meglio.

Sul benessere degli animali negli allevamenti in Rwanda.
Posizionando strategicamente negli allevamenti dei sensori per monitorare parametri ambientali chiave come temperatura, umidità e livelli di gas di ammoniaca, oltre a catturare i suoni dei polli, gli allevatori possono adottare misure basate sulle previsioni ricavate dai dati per proteggere la salute e il benessere degli animali, facilitando inoltre il rilevamento precoce di potenziali problemi.

Sulla lotta alla corruzione in Tanzania. Le soluzioni attuali, basate principalmente sui tradizionali meccanismi legali e di audit, faticano a far fronte alla portata e alla complessità delle pratiche corrotte. Il sistema di IA proposto […] dovrebbe elaborare i dati sugli appalti, inclusi documenti di gara, valutazioni e casi di corruzione, per rilevare irregolarità e assegnare una percentuale di probabilità di corruzione […]. Offrire uno strumento anticipatorio consente al Prevention and combating of corruption bureau (Pccb) di adottare misure preventive contro le attività corrotte, migliorando così la trasparenza e garantendo la conformità durante tutto il ciclo di vita degli appalti. […] I vantaggi di questo approccio riguardano il potenziale per il rilevamento della corruzione in tempo reale, l’analisi automatizzata dei documenti e una migliore allocazione delle risorse investigative. Gli svantaggi riguardano invece la difficoltà nella raccolta dati iniziale, possibili pregiudizi nei modelli di intelligenza artificiale e la necessità di competenze tecniche continue e aggiornate.

Sulla prevenzione degli incendi in Malaysia. Il Fire weather index (Fwi), o Indice meteorologico di pericolo d’incendio, è utilizzato in tutto il mondo per stimare il pericolo di incendi@. Nel caso d’uso della Malaysia, invece di usare i dati su temperatura e piogge, come fa il modello esistente, si stima il Fwi – in particolare uno dei sotto indici che lo compongono, il drought code (Dc, indice di siccità) – usando i dati raccolti da strumenti dell’«Internet delle cose» (come sensori, stazioni meteo) su un altro parametro, il livello delle acque sotterranee (Ground water level, Gwl), per poi elaborare i dati attraverso l’apprendimento automatico (machine learning, cioè quella branca dell’intelligenza artificiale in cui – con tutte le virgolette che abbiamo a disposizione – le macchine imparano dalla loro stessa esperienza). Il risultato mostra una correlazione molto alta con i dati osservati dal sistema meteorologico nazionale, rivelandosi quindi piuttosto accurato.

Lieta, comunque, di ricevere domande così circostanziate e stimolanti, che danno anche a me una bella occasione per approfondire ancora.

Chiara Giovetti
07/10/2024


Pdre Fernando Paladini a Pawa, Isiro, allora Zaire, gennaio 1983 (Gigi Anataloni)

Ad-dio, padre Fernando Paladini

Non dimenticate mai
di salutare bene le persone.
Non fatevi travolgere dal tempo che inghiotte ogni relazione.
Ho lasciato che succedesse a me,
e non dovrà capitare più.

Io e padre Fernando Paladini ci conoscevamo da 34 anni: avevo 14 anni ed è stato il primo dei tanti missionari che ho incontrato nella mia vita. Quello che ha acceso il fuoco della missione nel cuore di una ragazza che cercava un senso per la sua vita.

Ci siamo scritti a lungo quando era in Congo, quando ancora non c’erano i cellulari o whatsapp e si usavano la carta e la penna. Ogni sua lettera era una festa per me: odorava di Africa, aveva l’ennesimo francobollo per la collezione del mio caro papà. Poi, è rientrato in Italia. E io intanto crescevo e mi alimentavo di sogni e di amore per l’umanità. Persone speciali come lui hanno contribuito a farmi diventare quella che sono, mi hanno dato le ali per volare al di sopra di tutto ciò che, di fronte alla povertà e alla passione, diventava sempre più piccolo. Grazie a lui e a chi credeva fortemente in Dio e nei grandi ideali, ho trovato sempre più la mia strada, dove non sono mai stata sola.

Padre Fernando mi chiamava ogni anno il 10 dicembre, per farmi gli auguri per l’onomastico. Non si ricordava quasi nessuno della Madonna di Loreto, ma la sua telefonata arrivava puntuale e fedele come un regalo, con benedizione finale e il classico saluto («Arrivederci ad ogni Eucarestia»).

Quest’anno non mi chiamerà neanche lui. Se ne è andato senza che io lo sapessi. Avrei dovuto essere più presente anch’io.

E invece ho lasciato che gli impegni, le corse, gli affanni quotidiani decidessero per me e per il nostro non saluto.

Ad-Dio, padre Fernando. Ricorderò sempre la tua risata, il tuo entusiasmo, il tuo legame profondo con l’Africa e con il tuo Istituto.

Eri fiero e felice di essere un missionario della Consolata, e sono sicura che domenica 20 ottobre, dal Cielo, ci hai sorriso quando Giuseppe Allamano, il tuo fondatore, è stato proclamato santo.

Grazie infinite per tutto.

Spero che le mie figlie, così come tutti i ragazzi di oggi possano fare incontri come il mio. Di quelli che ti cambiano l’esistenza e le visioni. Di quelli che ti aprono le braccia, gli occhi, la mente.

La maggior parte degli YouTuber e degli influencer non ha niente da dirci. Tu, semplicemente, mi hai toccato il cuore.

Loredana Brigante
19/10/2024

Padre Fernando Paladini, nato a Leverano (Lc) il 25/01/1944, ordinato sacerdote missionario della Consolata il 14/08/1974, nel 1978 parte per il Nord dello Zaire (nella foto è a Pawa nel 1983) dove rimane con breve intervallo, fino al 2016. Rientrato in Italia, ha concluso il suo viaggio missionario il 22/09/2024.




Quando «piccolo» è grande


Sorino, chi è costui? Come don Abbondio con Carneade, forse ci facciamo questa domanda, visto che oggi il suo nome è sulla bocca di tutti dopo che Giuseppe Allamano è stato riconosciuto santo per aver guarito proprio lui.
Ma al tempo del miracolo, trent’anni fa, Sorino era per noi un signor nessuno. Uno Yanomami inesistente, uno dei tanti indigeni dell’Amazzonia che l’anagrafe del suo Paese ignorava (e continua a ignorare). Un signor nessuno, che però è diventato segno di vita e speranza per tutti gli ultimi della terra.

Come lui, anche quel bambino nato 2030 anni fa in una stalla di Betlemme era nessuno. Amato, però, curato e protetto dai suoi genitori e accolto dai marginali della storia, i pastori. Era un bambino inerme, Gesù. Eppure da subito ha dato fastidio ai potenti del tempo che hanno cercato di eliminarlo.

Quel nessuno, finito in croce come uno schiavo, è oggi Luce del mondo, Parola di vita, Via alla più vera e autentica umanità, quella a misura di Dio.

Sorino era un nessuno per il mondo, ma un unico per Dio il quale, complice Giuseppe Allamano, lo ha fatto rinascere alla vita dopo un terribile incontro con un giaguaro nel fitto della foresta amazzonica, lontano dagli occhi di tutti.

Là il Signore ha voluto porre un segno della santità di Giuseppe Allamano, per confermare ancora una volta il senso più vero del suo sogno missionario: un miracolo in favore di un nessuno e un non cristiano per ricordare che la Buona Notizia trova la sua realizzazione nei più poveri, umili e dimenticati della terra. È là, nella piccolezza e nel nascondimento, che nasce il mondo nuovo, non nei palazzi degli Erode di ieri e di sempre e neppure nei templi (stadi, arene, platee social) dei nuovi idoli di oggi.

Il piccolo seme del futuro cresce in mezzo agli ultimi della terra. Come un tempo la più radicale rivoluzione è iniziata con un bambino figlio di umili lavoratori di un villaggio di periferia, che da adulto è stato ucciso come uno schiavo su una croce piantata fuori dalle mura della città, così ora la guarigione di Sorino ci ricorda che la vera luce per il mondo continua a germinare nella piccolezza e nelle periferie.

I piccoli e i «nessuno» del mondo diventano maestri di vita, come la bimba di nove anni che si carica sulle spalle la sorellina di cinque ferita dalle bombe a Gaza per portarla all’ospedale.

Dio ha sempre avuto un occhio speciale per i nessuno di questo mondo. Grazie a essi ha scritto la storia della nostra salvezza. Basta ricordare Noè, Abramo, Giuseppe, Davide, Geremia, Ester, e tanti altri fino a Maria e Giuseppe, Giovanni Battista, gli apostoli, e fino a noi.

Mi colpisce la bellezza della logica del nascondimento e della piccolezza che unisce la nascita di Gesù e il miracolo accordato a Sorino.
È una potente contestazione dell’apparire, dell’ostentazione, del protagonismo, della voglia di imporsi e dominare che ha contagiato il nostro mondo. È l’antidoto alla tentazione di richiudersi in se stessi, di difendere i propri confini, di vedersi al centro di tutto. È un invito a guardare oltre, ad aprirsi alla sorpresa, a superare le paure dell’altro.

Sorino, una volta guarito, è diventato, insieme a sua moglie, «casa di accoglienza» per tanti bambini orfani, spesso resi tali da malattie e uccisioni provocate dall’invasione dei territori indigeni da parte di chi vuole rapinarne le risorse. Una risposta di squisito amore ai bisogni del suo popolo.

Il bambino di Betlemme ha portato nel mondo una nuova proposta di vita che insegna agli uomini a scoprirsi veri fratelli e sorelle, tutti figli e figlie dello stesso Padre.

San Giuseppe Allamano ha mandato nel mondo i suoi missionari e missionarie per continuare questa rivoluzione, per rendere reale il sogno di Dio di un’umanità che viva nella pace e nell’amore qui e ora, nell’attesa della grande festa di famiglia che ci aspetta in cielo, la sua casa.

Una rivoluzione senza armi e violenze, nella quale «il bene è fatto bene» a favore di tutti da persone che «prima sono sante e poi missionarie».

 




Europa. Se la guerra bussa alla porta

La cronaca racconta che due paesi della Nato, la Germania e la Svezia, hanno già in distribuzione opuscoli per istruire la loro popolazione su come comportarsi in caso di guerra. Difficile stabilire se si tratti di giusta prevenzione o di esagerazioni politiche. Intanto, però, le istruzioni – cartacee e digitali – sono già arrivate nelle case dei cittadini.

«Viviamo in tempi incerti – si legge nell’introduzione dell’opuscolo svedese “In caso di crisi o guerra” (pubblicato dall’Agenzia svedese per le emergenze, Msb, a novembre 2024 e spedito a cinque milioni di famiglie) -. Attualmente, nel nostro angolo di mondo sono in corso conflitti armati. Terrorismo, attacchi informatici e campagne di disinformazione vengono utilizzati per indebolirci e influenzarci. Per resistere a queste minacce, dobbiamo restare uniti. Se la Svezia viene attaccata, tutti devono fare la loro parte per difendere l’indipendenza svedese e la nostra democrazia. Ogni giorno costruiamo resilienza, insieme ai nostri cari, colleghi, amici e vicini. In questa brochure, imparerai come prepararti e agire in caso di crisi o guerra».

«In tempi incerti – si legge a pagina 5 -, è importante essere preparati. I livelli di minaccia militare stanno aumentando. Dobbiamo essere pronti allo scenario peggiore: un attacco armato alla Svezia». E così continua: «Quando la violenza militare viene usata per soggiogarci, il nostro diritto a vivere una vita libera e indipendente è minacciato. Tuttavia, ci sono altri modi, oltre al conflitto armato, per influenzare e indebolire la nostra società; ad esempio, attacchi informatici, campagne di disinformazione, terrorismo e sabotaggio. Questi tipi di attacchi possono verificarsi in qualsiasi momento. Alcuni stanno accadendo qui e ora. Non possiamo mai dare per scontata la nostra libertà».

Nelle 32 pagine del libretto, utilizzando molte illustrazioni si danno consigli sui comportamenti da tenersi in caso di minaccia di guerra e di conflitto conclamato, ma anche in altre situazioni come attacchi terroristici ed eventi meteorologici estremi: si va dai sistemi d’allarme alla difesa dalle fake news, dall’evacuazione delle case al comportamento nei rifugi, dal cibo ai servizi igienici.

Meno dettagli e consigli ma stessa messa in guardia nell’opuscolo del Bundeswehr, l’esercito tedesco, pubblicato in Germania a luglio 2024. «L’attacco illegale della Russia all’Ucraina nel 2022 – vi si legge – ha scosso l’architettura di sicurezza europea a fondo e costretto la Germania a riprogettare la sua capacità di difesa […] una cosa è certa: la Germania e la sua popolazione devono diventare più robuste e più resilienti per essere preparate ad affrontare minacce e aggressori».

I due opuscoli di Svezia e Germania sono l’ennesima prova che il conflitto scatenato – ormai sono trascorsi oltre mille giorni dal suo inizio – dalla Russia di Putin ha aperto un vaso di Pandora di reazioni (negative, ma comprensibili), a cominciare dalla corsa al riarmo da parte dei paesi europei.

Paolo Moiola