Colombia-Perù. Nate in Amazzonia

 

Nel cuore dell’Amazzonia, dove il fiume Putumayo bagna le terre peruviane e colombiane, sorge Puerto Leguízamo, in Colombia. È in questa cittadina di confine che, dal 21 al 23 marzo, si sono date appuntamento più di trenta donne indigene (adolescenti, giovani, adulte e nonne), per un incontro dal titolo suggestivo di «Mujer amazonica. Sembrando esperanza – cosechando vida» (Donna amazzonica. Seminare speranza – raccogliere vita).

Provenienti dalle comunità di confine di Perù e Colombia, le donne appartenevano ai popoli indigeni Kichwa, Murui Muina (noti anche come Huitoto o Witoto) e Siona. L’incontro – organizzato dalla «Misión Putumayo» di Soplín Vargas, in Perù – si è basato su tre pilastri: territorio, cultura e vita.

Lo scopo del convegno – arrivato alla terza edizione e ospitato negli spazi del Vicariato apostolico di Puerto Leguízamo-Solano – era quello di condividere i ricordi di lotta e resistenza, discutere delle proprie conoscenze in materia di medicina, agricoltura e arte, sostenere la difesa dei diritti territoriali e impegnarsi nella cura della nostra Casa comune.

Dopo tre giorni di dibattito, le donne indigene, «seminatrici di speranza e mietitrici di vita», con il supporto delle organizzazioni indigene presenti (la peruviana Feconafropu e la colombiana Acilapp), hanno elaborato un Manifesto in nove punti da diffondere quanto più possibile.

Danze delle donne indigene negli spazi messi a disposizione dal Vicariato apostolico di Vicariato apostolico di Puerto Leguízamo-Solano. Foto Fernando Flórez Arias.

Nel primo e nel secondo punto si dice che «i territori delle comunità indigene sono patrimonio collettivo, ancestrale e di gestione esclusiva» e che va fermata l’espansione della «frontiera estrattiva» che minaccia le comunità e gli ecosistemi. Il terzo punto chiede «il rispetto e la difesa dei diritti, della vita e dell’integrità delle donne indigene». Il quarto e il quinto riguardano il diritto alla salute e la richiesta di implementare «un nostro sistema sanitario, basato sulla medicina tradizionale e sulle conoscenze ancestrali». Il sesto punto affronta il problema economico chiedendo ai governi di dare «priorità alla produzione delle famiglie indigene e contadine del territorio» e di formalizzare le piccole imprese comunitarie. Il settimo punto riguarda la questione educativa e con esso si chiede di «formalizzare sistemi educativi indigeni» tali da consentire la sopravvivenza ancestrale come popoli indigeni. Infine, gli ultimi due punti affrontano i problemi della discriminazione e della violenza chiedendo alle autorità di «combattere con risolutezza ogni forma di violenza, discriminazione e violazione dei diritti delle donne, nel rispetto della vita e di Madre Terra».

Le donne indigene del Convegno in un momento all’aria aperta. Foto Fernando Flórez Arias.

L’appello finale è una dichiarazione di volontà, di amore e d’intenti. «Il nostro impegno – scrivono le donne amazzoniche – come donne native dell’Amazzonia è prenderci cura della Casa comune (il territorio). Restiamo impegnate a rivitalizzare e rafforzare la nostra identità culturale come contributo alla nuova generazione, come gratitudine e riconoscimento ai nostri saggi antenati, nonni e nonne. Continueremo a lottare per il rispetto dei diritti, della giustizia e dell’uguaglianza nei nostri territori e nella società in generale».

Fernando Flórez Arias

 




Guerre finanziate, guerre dimenticate


Lo scorso febbraio anche Bukavu, capitale del Sud Kivu, in Congo Rd, è caduta in mano ai ribelli dell’M23. Centinaia di migliaia sono gli sfollati che cercano riparo a Bujumbura, la capitale del Burundi. La milizia, armata ed equipaggiata con attrezzatura moderna, affiancata dall’esercito ruandese, il Rwanda defence force (Rdf), sta continuando la sua «conquista» verso Sud.

Il piccolo Rwanda (di superficie poco superiore alla Sicilia), di fatto, sta sfruttando le risorse minerarie dell’Est del Congo almeno dal 1996. È diventato un grande esportatore di stagno, tungsteno, tantalio, oro (chiamati oggi «minerali strategici»), senza però averne un grammo nel proprio sottosuolo. Ne abbiamo scritto su MC in questi anni.

Allora perché negli ultimi mesi il Rwanda ha deciso di invadere anche le due grandi città del vicino Paese sovrano, Goma e, appunto, Bukavu?

L’M23 già nel 2012 aveva occupato Goma per diverse settimane, ma la pressione di alcuni Paesi occidentali, che avevano minacciato il Rwanda di tagliargli i finanziamenti, era bastata a fare ritirare ribelli.

Dal 2021, quando l’M23 ha ripreso le attività, non ha fatto che appropriasi con la forza di siti minerari, dal Nord al Sud Kivu, terrorizzando la popolazione che fugge ingrossando i campi profughi. Intanto, l’esercito del Congo non riesce a opporre resistenza.

Oggi sembra che Paul Kagame, il «presidente-uomo solo al comando» dal 1994 del Rwanda, abbia deciso di tentare lo stesso colpo che fece nel 1996 con un altro gruppo ribelle da lui pilotato, l’Afdl (Allenaza delle forze democratiche per la liberazione del Congo), ovvero di riprendere il controllo de facto del Congo o di parte di esso.

Il Rwanda ha ricevuto ingenti finanziamenti dall’Occidente negli ultimi trent’anni. Ad esempio, la cifra media annuale tra il 2020 e il 2021 è stata di 1,24 miliardi di dollari. Intanto la spesa militare è cresciuta da 40 milioni di dollari nel 2005 a 180 nel 2021. L’Rdf è un esercito grande rispetto alle dimensioni del Paese, molto ben addestrato e moderno.

In particolare, è stato finanziato per operazioni di peacekeeping in diversi Paesi africani. Dal 2017, i militari ruandesi sono presenti nel Nord Mozambico in un’operazione contro i gruppi islamisti che imperversano nella regione di Cabo Delgado.

Sono documentati i 40 milioni di dollari che l’Unione europea ha dato al regime ruandese (sotto spinta francese) per proteggere i pozzi petroliferi della Total, tra il 2022 e il 2024. Sono inoltre documentati (da esperti delle Nazioni Unite), la coincidenza in alcuni casi di truppe e comandi tra le Rdf presenti in Mozambico e quelle in Congo.

Il 13 febbraio scorso, il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione europea di congelare gli aiuti budgetari al Rwanda e di sospendere l’accordo sui minerali strategici, stipulato nel febbraio 2024 (MC aprile 2024), finché i militari ruandesi saranno impegnati in Congo. Altre sanzioni Ue sarebbero pronte, su iniziativa di Belgio e Francia. Mentre anche Londra ha annunciato la sospensione degli aiuti finanziari.

Allargando l’orizzonte, noto che le importanti guerre in Ucraina e in Medio Oriente si prendono tutta l’audience nei media italiani. Altri conflitti, che magari influiscono meno sulla vita dei cittadini, semplicemente scompaiono. Sto pensando a quello in Sudan, guerra civile ma con caratteristiche regionali e globali, di cui parliamo nelle pagine di questo numero. Penso al Sahel (Mali, Niger, Burkina Faso), la cui popolazione è presa tra gruppi armati islamisti e governi golpisti dei militari. In un’area in cui passa una delle maggiori rotte della migrazione tra l’Africa e l’Europa. Paesi che si sono alleati con la Russia, mettendo nelle mani di Putin il «rubinetto» di questo flusso. Penso ad Haiti, Paese diventato invivibile perché controllato da bande armate criminali. Le cause sono storiche e precise, documentate e sempre occidentali.

E penso alla guerra civile in Myanmar, che ha compiuto quattro anni, e della quale parliamo anche sul nostro sito.

Aspettiamo dunque che il Rwanda, con uno degli eserciti più forti d’Africa, finanziato dagli occidentali, conquisti il Burundi (che è già allarmato) e magari arrivi a Kinshasa?

Marco Bello, direttore editoriale

 




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari


Grazie al comandante

Caro padre, seguo sempre con attenzione la sua rubrica, chi le scrive spesso fa riflettere e le sue risposte sono uniche. Mi fa cosa gradita in questo mio scritto, ringraziare la preziosa opera che un mio caro concittadino, Giovanni De Marchi, ha sempre fatto in Etiopia. Con tenacia e senso di altruismo, dopo aver raggiunto l’età del pensionamento da comandante di stazione dei Carabinieri a Borgo Valsugana, ha dedicato tutte le sue energie ad aiutare padre Paolo Angheben in terra d’Africa (insieme nella foto qui sotto). Un sostegno economico veramente importante che ha raccolto qua in Valsugana e soprattutto l’essere stato presenza attiva con i suoi innumerevoli viaggi in Etiopia in aiuto «al padre» come di suo chiamava padre Angheben, venuto a mancare pochi anni fa per Covid (+18/05/2021).

Il suo aiuto è continuo anche ora e, nel suo piccolo, rimane quella bellissima goccia di solidarietà concreta e spirituale che con costanza trasmette ai suoi fratelli. I bambini che ha aiutato vent’anni fa ora sono uomini, molti hanno studiato e sono cresciuti con dignità e il merito va a persone che hanno sostenuto con belle iniziative.

Grazie Giovanni, sei una di queste persone.

Armando Orsingher, 21/01/2025, Borgo Valsugana (Tn)

Al caro Giovanni, che ha lo stesso nome di padre Giovanni De Marchi (1914-2003), il pioniere del ritorno dei Missionari della Consolata in Etiopia nel 1970, grazie della tua passione contagiosa per quella terra e la sua gente. L’Etiopia è stata il primo amore di san Giuseppe Allamano.


Accolto nella «tierra sin males»

Il padre Antonio Gabrieli, missionario della Consolata, è deceduto a Buenos Aires all’alba del 7 febbraio 2025, all’età di 76 anni. Ha dedicato 56 anni alla vita religiosa e 51 al sacerdozio, lasciando un’eredità di fede, impegno e dedizione missionaria.

L’Argentina, dove arrivò per la prima volta come missionario nel 1983, divenne la sua casa. Durante le sue quattro decadi di missione e servizio pastorale nel Paese, ricoprì numerosi ruoli: parroco, vicario, formatore, maestro dei novizi, superiore di comunità, consigliere e superiore regionale.

Nelle ultime settimane di vita, padre Antonio ebbe accanto non solo i fratelli missionari, ma anche le sue due sorelle che viaggiarono dall’Italia per stargli vicino. L’8 febbraio è stato sepolto nel cimitero «Giardino della Pace» a Luján, in Argentina, lasciando un profondo patrimonio di fede e servizio missionario.

Fratello tra i fratelli

Padre Antonio Gabrieli – testimonia padre José Auletta – è stato «un fratello tra i fratelli, un missionario che ha sempre svolto il suo servizio con moderazione, rispetto e un distinto trattamento umano verso tutti coloro che lo cercavano. […] Mi ha sempre incoraggiato e sostenuto nel lavoro di accompagnamento ai popoli indigeni dell’Argentina, riaffermando così la sua fedeltà al carisma missionario. Mi ha segnato profondamente la sua vicinanza alla gente, in particolare ai fratelli Guaraní, che oggi lo ricordano con affetto e gratitudine».

Padre Antonio Gabrieli a Maralal, giugno 1999

La serenità e la forza del padre Gabrieli – ricorda Auletta – furono evidenti anche negli ultimi giorni della sua vita. «Pochi giorni prima della sua partenza, durante il ritiro annuale di gennaio, mi colpì la sua pace nell’affrontare la malattia che lo affliggeva. Oggi, con profonda gratitudine, facciamo memoria di questo fratello che è partito verso la tierra sin males, il cielo nuovo e la terra nuova. Il nostro caro padre Antonio Gabrieli lascia un’eredità di fede, impegno e amore per gli altri». […]

Breve biografia

Padre Antonio Gabrieli, figlio di Paolo e Patroni Maria, nacque il 13 luglio 1948 a Darfo, Brescia (Italia) e fece il noviziato con i missionari della Consolata, emettendo la sua prima professione religiosa il 2 ottobre 1968. Ordinato sacerdote il 22 dicembre 1973, visse i suoi primi anni di missione in Italia, come formatore nelle case di Gambettola e Bedizzole, e nell’animazione vocazionale a Porto San Giorgio.  Dopo aver raggiunto l’Argentina tutta la sua vita la spese in quel paese eccetto il periodo tra il 1993 e il 1999, quando ricoprì l’incarico di consigliere generale dei Missionari della Consolata per il continente americano.

Quando celebrò i 50 anni di ordinazione disse che l’Argentina «è la mia terra e la porto nel cuore». Tutto il Paese e ognuna delle città dove ha prestato il suo servizio missionario: San Francisco, Martín Coronado, Jujuy, Mendoza, Yuto, Merlo e Buenos Aires.

padre Julio Caldeira, da Consolata.org, 11/02/2025

Padre Antonio è stato un caro amico con cui ho condiviso l’animazione missionaria a cavallo tra gli anni 70 e gli 80: lui nella comunità di Porto San Giorgio (Ap) e io in «Amico», la rivista per gli animatori missionari. Ci siamo poi incontrati durante il capitolo generale del 1999 a Sagana in Kenya. A lui dedico le due foto di quei giorni, in particolare la seconda, quando ha presieduto la messa che i capitolari hanno celebrato nella missione di Maralal e l’avevano vestito come un anziano samburu.


Far rivivere l’ospedale di Wamba

L’associazione Oscar Romero, nata nel 1990 e operante nelle parrocchie, nelle scuole e sul territorio del magentino e del castanese (zona ovest di Milano), […] dal 2004 è attiva nell’aiutare la popolazione del nord del Kenya, con la creazione di posti di lavoro, la fornitura di sistemi per la potabilizzazione dell’acqua che utilizzano impianti a osmosi per la desalinizzazione dei pozzi salati e con la costruzione di impianti fotovoltaici, allo scopo di sfruttare la luce solare per produrre elettricità.

Uno dei punti fermi è far in modo che i progetti, realizzati e sostenuti grazie alle donazioni raccolte, nascano sul posto, siano avallati dal vescovo e dalle autorità civili locali e siano portati avanti dagli abitanti delle popolazioni locali.

Proprio su questi punti si basa l’obiettivo per il quale l’associazione si sta attualmente adoperando: la riapertura dell’ospedale di Wamba, che per la sua organizzazione e localizzazione geografica rappresenta un servizio di fondamentale importanza per la salute della popolazione locale.

Wamba è un villaggio nel distretto del Samburu orientale nella diocesi di Maralal, in Kenya. L’ospedale è stato fondato nel 1969, ed è rimasto attivo per oltre 40 anni, con una capacità di circa 200 posti letto, e in grado di assistere i pazienti da tutto il Kenya, la maggioranza dei quali provenienti dalle diocesi di Maralal, Marsabit, Meru, Wajir, Nanyuki e Nyahururu.

Esteso su 40 ettari di terreno, offriva ricovero e sostegno ad una popolazione di oltre 40mila individui, destinati altrimenti a rimanere isolati da ogni contatto civile, umano e sanitario.

La riapertura e la riattivazione di questa struttura sono fortemente volute sia dall’attuale vescovo, il missionario della Consolata monsignor Hieronymus Joya della diocesi di Maralal, che dall’intera popolazione. Questo perché l’ospedale, è in grado di fornire un servizio di assistenza completo e necessario, con i suoi reparti femminile, maschile, pediatrico, maternità, laboratorio, radiologia, fisioterapia, farmacia, cucina e servizio biancheria. Tra le sue strutture ci sono anche tre sale operatorie, le case per i medici e una scuola di formazione infermieristica che attualmente (a partire dal mese di gennaio 2025) sta formando 50 infermieri e infermiere per inserirli nei reperti dell’ospedale di Wamba e altri centri sanitari dove si richiede questa importante figura professionale.

La riattivazione è pensata come riapertura «modulare», iniziando dai servizi più urgenti di maternità e medicina d’emergenza, per arrivare alla riapertura totale, e si manifesta come un’importante sfida su molteplici fronti:

❤ dare nuova energia: grazie alla costruzione di un impianto fotovoltaico in grado di fornire elettricità all’intera struttura;

❤ dare nuova luce: grazie alla sostituzione delle vecchie lampade obsolete con nuove lampade a led, che permettono di risparmiare;

❤ dare nuovo cibo: grazie all’attivazione di un forno per la panificazione e una panetteria interni, ma che serviranno anche il resto della comunità;

❤ dare nuova speranza: grazie alla formazione e all’addestramento del personale, per un’efficace assistenza sanitaria e creazione di nuove opportunità d’impiego.

Lo scorso mese di gennaio alcuni membri dell’associazione Oscar Romero di Magenta sono stati in visita a Wamba, raccogliendo le necessità e il forte desiderio espresso dalla popolazione locale di avere un centro sanitario quale Wamba Hospital sul loro territorio. Anche la gente del posto si sta muovendo per una raccolta fondi attraverso attività ed eventi. Un’iniziativa che, in modo particolare, sta coinvolgendo tutto il Samburu County è il «Run for Wamba», (vedi foto qui accanto) grazie alla quale la gente, che ha aderito in massa, ha la possibilità di avvicinarsi alla situazione di necessità, donando ciò che può. Tale numerosa partecipazione dimostra la corresponsabilità e comprova l’importanza che la popolazione locale dà alla riapertura dell’ospedale.

In questa situazione di emergenza sanitaria e umana, la riapertura dei reparti diviene un’ impor- tante priorità per la nostra associazione, che assieme ad altri gruppi e associazioni si sta prendendo a cuore questa impellente necessità, contribuendo a dare nuova vita a questo importante centro sanitario.

Il primo passo per la riapertura sarà l’installazione di un impianto fotovoltaico con un sistema di accumulo a batteria per dare energia ai reparti di medicina, maternità e i laboratori per le analisi medico specialistiche. Questo permetterà di avere un notevole abbattimento dei costi dell’energia elettrica, che incide in modo importante sulla gestione dell’ospedale. Le batterie di accumulo garantiranno la continuità energetica per la catena del freddo (ad esempio dei vaccini) e altre necessità. Un secondo passo sarà l’apertura di un forno per la panificazione per uso interno all’ospedale e, a seguire, una rivendita di pane rivolta all’esterno, attraverso un negozio, aperto proprio sulla strada principale della cittadina, e collegato strutturalmente all’ospedale.

L’associazione Oscar Romero di Magenta oltre alla sensibilizzazione verso situazioni di emergenza simili a quella dell’ospedale di Wamba, è impegnata in Italia attraverso eventi pubblici e all’interno delle scuole, nel percorso di educazione civica e dal 2004 organizza viaggi solidali in Kenya. Il viaggio è fatto da piccoli gruppi di 5-6 persone che, ospitate nelle diverse comunità dove i progetti sono attivi o in corso, potranno prendere visione delle diverse problematiche esistenti. Al viaggio non mancherà la visita delle bellezze che il Kenya, con le sue immense distese dei parchi naturali, può offrire attraverso emozionanti safari.

Angelo Riscaldina per associazione Oscar Romero
Magenta, 25/02/2025 – romero.magenta@gmail.com

Pubblichiamo ben volentieri quanto avete scritto su Wamba, un ospedale che conosco bene, dove sono stato curato quando ero nella missione di Maralal: una struttura ricca di vitalità e capace di essere a servizio dei poveri, delle donne, degli orfani, e scuola di eccellenza per tanto personale sanitario. Un centro di cura dove medici come il dottor Silvio Prandoni hanno dato il meglio di sé.

 




Sudan. La guerra più dimenticata


In seguito alla caduta del dittatore Al-Bashir sì è creato un equilibrio precario. Sfociato, nel 2023, in guerra aperta. Le potenze regionali appoggiano una o l’altra parte. Anche la Russia ha interessi per un possibile accesso al Mar Rosso. Intanto l’emergenza umanitaria è enorme.

Sullo sfondo si sentono i colpi che esplodono. Raffiche continue, inframezzate da colpi più forti. «No, non stanno combattendo – spiega la nostra fonte al di là della linea telefonica -, stanno festeggiando. Qui a Port Sudan, la capitale provvisoria del Sudan, c’è una grande felicità per la conquista di un quartiere di Khartoum da parte dell’esercito sudanese. C’è entusiasmo e la gente spara in aria. La guerra però non è finita e temo che il bilancio delle vittime e degli sfollati sia destinato a crescere ancora nei prossimi mesi».

Trascurato dai media internazionali, tutti concentrati sui conflitti in Ucraina e nella Striscia di Gaza, il Sudan è il teatro di un conflitto devastante che rappresenta una delle crisi umanitarie e geopolitiche più complesse degli ultimi anni. Questo conflitto non solo ha destabilizzato il Paese, ma ha anche attirato l’attenzione della comunità internazionale, con diverse potenze regionali e globali che sostengono indirettamente una delle due fazioni.

People take to the streets of Port Sudan to celebrate the reported advance of Sudanese military forces and allied armed groups on the key Al-Jazira state capital Wad Madani, held by the paramilitary Rapid Support Forces (RSF), on January 11, 2025. (Photo by AFP)

Gli attori in campo

La guerra, scoppiata nell’aprile 2023, ha visto scontrarsi le Forze armate sudanesi (Saf) e le Rapid support forces (Rsf), una milizia paramilitare. Le forze armate sudanesi, guidate dal generale

Abdel Fattah al-Burhan, rappresentano l’esercito regolare del Paese. Fin dai tempi del presidente dittatore Omar al-Bashir (al potere dal 1989 al 2019), i militari hanno svolto un ruolo centrale nella politica sudanese, spesso intervenendo direttamente negli affari di Stato. D’altra parte, le Rapid support forces (Rsf), comandate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo (noto come Hemeti), sono una milizia nata dalle ceneri dei Janjaweed, un gruppo noto per le atrocità commesse nel Darfur nel corso degli anni 2000.

Le Rsf, pur essendo state formalmente integrate nelle strutture di sicurezza statali, hanno sempre mantenuto una forte autonomia e sono state accusate di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani.

Il conflitto tra Saf e Rsf è scoppiato a causa di tensioni legate alla transizione politica del Sudan verso un governo civile. Dopo la caduta di Omar al-Bashir nel 2019, il Paese ha vissuto un periodo di instabilità, con l’esercito e le Rsf che hanno inizialmente collaborato per mantenere il controllo. Tuttavia, le divergenze sulla futura struttura del potere e sulla riforma delle forze armate hanno portato a uno scontro aperto. «Non ci sarà alcuna negoziazione né compromesso con i gruppi armati che combattono contro lo Stato – ha detto al-Burhan -. Non ci sarà negoziazione né compromesso con chi ha preso le armi contro lo Stato e il popolo. Continueremo sulla strada della vittoria fino a quando ogni centimetro del Paese non sarà liberato dalle Rsf».

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Alleanze internazionali

Il conflitto in Sudan non è solo uno scontro interno. In esso si riflettono anche le dinamiche geopolitiche regionali e globali. Diverse potenze internazionali hanno preso posizione, sostenendo indirettamente una delle due fazioni in lotta. L’Egitto, confinante con il Sudan, ha tradizionalmente sostenuto le forze armate, vedendo nell’esercito regolare un baluardo contro l’instabilità nella regione.

Gli Emirati arabi uniti hanno invece sostenuto le Rsf, fornendo armi e finanziamenti. Questo sostegno è legato agli interessi economici degli Emirati nel Paese, in particolare nel settore agricolo e minerario. Le aziende della famiglia di Dagalo controllano le miniere d’oro del Darfur. Secondo un’analisi dell’agenzia di stampa britannica Reuters, nel 2018-2019 una di queste società inviava negli Emirati trenta milioni di dollari in lingotti d’oro ogni tre settimane. Va ricordato che gli Emirati sono il terzo importatore mondiale di oro e che il 75% dell’oro sudanese viene trafficato proprio sul mercato emiratino. Inoltre, in passato, le Rsf hanno collaborato con gli Emirati in operazioni militari nello Yemen contro gli Houthi, rafforzando i legami tra le due parti. «Gli Emirati – ci spiega una fonte locale che vuole mantenere l’anonimato -, inviano tonnellate di armi ai ribelli delle Rsf. Queste armi, in parte acquistate da aziende serbe, in parte da aziende francesi, vengono fatte arrivare in Libia, nelle aree controllate dal generale Khalifa Haftar. Da lì transitano in Ciad per poi arrivare in Darfur». Secondo «The Africa report», gli Emirati avrebbero fatto avere al presidente ciadiano Mahamat Deby, un miliardo di dollari in cambio del sostegno alle Rsf e del via libera al traffico di armi e munizioni sul suo territorio.

Più ambigua invece la posizione della Russia. Mosca ha sempre mostrato interesse per il Sudan. Gruppi paramilitari russi, come il gruppo Wagner, hanno fornito addestramento e supporto alle Rsf, cercando di espandere l’influenza russa in Africa. Negli ultimi mesi, però, si è registrato un avvicinamento tra Mosca e Khartum. In gioco, l’accesso al Mar Rosso, via di transito tra le più importanti del mondo e possibile base strategica dell’esercito russo, in vista di un possibile ritiro dalla Siria. Ufficialmente la Marina militare di Mosca aveva reso nota la volontà di creare un centro logistico in Sudan a novembre 2020: all’epoca si era riferito che nella struttura avrebbero potuto essere presenti contemporaneamente fino a quattro navi russe e che il personale addetto alla base non avrebbe superato le 300 unità. Negli anni si sono poi susseguite notizie, sempre smentite sia da Mosca sia da Khartoum, su accordi falliti o respinti dalla parte sudanese. A fine febbraio il ministro degli Esteri sudanese, Ali Yousef Sharif, al termine dei colloqui con il suo omologo russo Sergei Lavrov, ha annunciato che Mosca e Khartum avrebbero raggiunto «un’intesa reciproca» per la creazione di una base navale russa proprio sul Mar Rosso. Lavrov, dal canto suo, non ha confermato, né ha citato accordi, memorandum, decisioni o firme. Nonostante il silenzio del braccio destro di Vladimir Putin, secondo alcuni analisti, i due Paesi stanno però continuando a trattare su questo punto.

Sfumate invece sono le posizioni di Stati Uniti e Unione europea. Entrambi hanno cercato di mediare un cessate il fuoco, ma senza successo. Hanno condannato le violenze e chiesto una transizione verso un governo civile, ma il loro ruolo rimane limitato rispetto alle potenze regionali.

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Etiopia, il vicino scomodo

Un ruolo delicato nella partita sudanese è giocato dall’Etiopia. Il nodo della discordia è la Grande diga del millennio etiope che Addis Abeba sta realizzando sul Nilo Azzurro, il principale affluente del Nilo. L’Egitto teme che questo mega sbarramento possa ridurre in modo massiccio il flusso idrico a valle e quindi mettere in crisi i rifornimenti di acqua dolce alla sua popolazione. Il Sudan, altro Paese a valle della diga, si è sempre schierato con Il Cairo fin dai tempi di Omar al-Bashir. La caduta di quest’ultimo non ha cambiato nei fatti la politica di Khartum. Al-Burhan ha continuato a essere un alleato fedele dell’Egitto e quest’ultimo lo ha ripagato con un aperto sostegno nell’attuale conflitto. L’Etiopia ha inizialmente tenuto una posizione più neutrale ma, con il tempo, si è progressivamente avvicinata alle Rsf, in forza anche della sua alleanza strategica con gli Emirati arabi uniti. Questi ultimi hanno sostenuto Addis Abeba anche nella disputa sul triangolo di al-Fashaga, un’area molto fertile sotto la sovranità sudanese, ma abitata da popolazione Amhara (una delle principali componenti del mosaico etnico etiope). Il conflitto è peg- giorato dopo la guerra civile in Tigray, Etiopia (2020), quando il Sudan ha cercato di riprendere il controllo della regione approfittando della crisi etiope. Nonostante periodici negoziati, le tensioni restano alte e la disputa rimane irrisolta, con il rischio di nuovi scontri.

Sudanese people who fled escalating violence in the al-Jazira state are pictured at a camp for the displaced in the eastern city of Gedaref on November 23, 2024. (Photo by AFP)

L’Arabia Saudita

Altro attore importante nel teatro sudanese è l’Arabia Saudita. Riad ha forti interessi economici e geopolitici in Sudan, in particolare nella regione del Mar Rosso. Investimenti sauditi nei settori agricolo e infrastrutturale sono significativi, e la stabilità del Sudan è cruciale per la sicurezza marittima e le rotte commerciali saudite. Inoltre, il Sudan è stato un partner militare dell’Arabia Saudita nella guerra in Yemen, fornendo truppe per la coalizione guidata da Riyad. Ufficialmente il suo coinvolgimento si è concentrato principalmente su una mediazione diplomatica e l’invio di aiuti umanitari. L’Arabia Saudita, insieme agli Stati Uniti, ha facilitato i colloqui di pace tra le fazioni in guerra. A maggio 2023, ha ospitato a Gedda i negoziati tra l’esercito sudanese e le Rsf, allo scopo di ottenere un cessate il fuoco e un accesso umanitario sicuro. Riyad ha fornito assistenza umanitaria al Sudan, inviando aiuti alimentari e medici attraverso il King Salman humanitarian aid and relief center (KSrelief). Inoltre, ha evacuato cittadini sudanesi e stranieri in pericolo durante le fasi più intense del conflitto. Nonostante il suo ruolo di mediatore, alcuni analisti ritengono che l’Arabia Saudita mantenga legami con entrambi gli schieramenti, specialmente con le Rsf, attraverso gli Emirati arabi uniti, un alleato storico di Riad.

People struggling to commute gather around a packed bus in Port Sudan as local transportation is strangled after government authorities reportedly changed two currency notes, invalidating old notes, on December 30, 2024 in the Red Sea port city, where the government loyal to the army is based. Sudan is reeling from 20 months of fighting between the Sudanese army and the paramilitary Rapid Support Forces, led by rival generals, which have led to a dire humanitarian crisis. The war since April 2023 has killed tens of thousands of people and uprooted 12 million, creating what the United Nations has called the world’s largest displacement crisis. (Photo by AFP)

Una tragedia umanitaria

Il bilancio umanitario del conflitto è drammatico. Secondo le stime delle Nazioni Unite e di organizzazioni umanitarie, dal suo inizio nel 2023, la guerra ha causato oltre diecimila morti, tra civili, combattenti e personale medico. Le violenze hanno colpito indiscriminatamente la popolazione, con bombardamenti aerei, scontri armati e saccheggi che hanno devastato intere città, in particolare la capitale Khartum e la regione del Darfur.

Secondo le agenzie Onu, il numero di sfollati interni ha superato i cinque milioni, ai quali si aggiungerebbero un milione e mezzo di rifugiati nei Paesi vicini, tra cui Ciad, Sud Sudan, Egitto ed Etiopia. In realtà si sospetta che il numero complessivo di rifugiati e sfollati tocchi gli undici milioni. Molti vivono ai confini con l’Egitto in campi improvvisati, senza accesso a cibo, acqua potabile o assistenza medica. «Al confine tra Sudan ed Egitto – racconta un missionario cattolico che vuole mantenere l’anonimato – esistono campi profughi enormi. Le condizioni sono terribili. Gli sfollati sono abbandonati da tutti e non hanno alcun tipo di assistenza. Le organizzazioni umanitarie (Onu, Pam, Cri, ecc.) non possono fare molto. Esercito e milizie temono che il cibo possa finire nelle mani del nemico e quindi limitano l’accesso alle derrate alimentari e ai farmaci. La situazione è così critica che molti eritrei che erano fuggiti dal durissimo regime di Isaias Afewerki, hanno preferito ritornare a casa piuttosto che patire qui sofferenze inaudite».

Nelle zone sotto il diretto controllo dell’esercito, la vita è quasi normale. «Qui a Port Sudan – spiega un altro missionario cattolico – vivono almeno 300mila sfollati. La situazione è calma sotto il profilo dell’ordine pubblico. Non tutto però è semplice. Ci sono problemi a trovare lavoro e non è facile reperire una sistemazione abitativa, perché i prezzi degli affitti sono lievitati. Anche il cibo costa molto. Tanti sono alloggiati in famiglie amiche. La maggior parte però sta in campi profughi». Nonostante ciò, i ragazzi e le ragazze sono tornati a scuola, le strutture religiose sono attive e gli uffici pubblici e privati funzionano.

«Di fronte a questa situazione – conclude il missionario -, la Chiesa cattolica si è attivata per fornire assistenza agli sfollati. Siamo una realtà piccola, ma cerchiamo di fare il massimo che possiamo con i mezzi che abbiamo. Le autorità ci rispettano e lasciano che operiamo. Questa, d’altra parte, non è una guerra di religione. Qui non ci sono musulmani contro cristiani. È una guerra di potere e sia i musulmani sia i cristiani ne sono vittime. Le nostre strutture e quelle islamiche sono attaccate dai ribelli perché interessa loro avere luoghi dove accamparsi e dove rubare legna, mezzi e beni di conforto. Infatti, hanno occupato sia chiese che moschee. Se dobbiamo essere sinceri, le violenze sono state perpetrate soprattutto dalle Rsf. Sono i loro miliziani ad aver ucciso e ad aver compiuto i peggiori atti di vandalismo. Assaltano e distruggono tutto. Fanno tabula rasa».

Enrico Casale

foto-yusuf-yassir-unsplash




Pochi, tanti, troppi: il dilemma demografico


I paesi africani e l’India spingono verso l’alto la popolazione mondiale. Questa continuerà a crescere fino al 2100. Allo stesso tempo, molti paesi stanno sperimentando una rapida decrescita. Proviamo a dare un senso ai dati e a capirne le conseguenze.

Quando si parla di popolazione, lui – Thomas Malthus (1766-1834) – viene sempre evocato. Economista, demografo e anche pastore anglicano, il suo An essay on the principle of population, uscito per la prima volta nel 1798, rimane un caposaldo della tematica demografica. L’incremento della popolazione – spiegava il reverendo Malthus – andrebbe regolato perché esso eccede l’incremento delle risorse disponibili. Utilizzando le sue parole: «La popolazione, se non controllata, aumenta in proporzione geometrica. La sussistenza aumenta solo in proporzione aritmetica». Successivamente, si vide che calcoli e previsioni di Malthus erano errati, ma era corretto e antesignano il suo ragionamento di base: la correlazione tra popolazione e risorse disponibili.

Santiago Cilemauro-mora-unsplash

Numeri che parlano

All’epoca di Malthus la popolazione mondiale era stimata tra uno e 1,2 miliardi di persone. Oggi siamo arrivati a 8,2 miliardi e tale cifra raggiungerà un picco di 10,3 miliardi verso il 2085 per iniziare poi a decrescere. Non è però questo il dato fondamentale per comprendere quanto i tempi siano cambiati.

Quello su cui concentrarsi è il tasso di fertilità, che esprime il numero medio di figli per donna in età feconda (15-49 anni). Ebbene, a livello mondiale il tasso è passato da 5 figli per donna nel 1960 a 2,2 nel 2024.

Questo numero è vicinissimo a un altro chiamato tasso di sostituzione, che indica il numero di figli per donna necessario per sostituire i morti con nuovi nati e mantenere stabile la popolazione complessiva. Attualmente, il numero è pari a 2,1 figli per donna.

Venendo all’Italia, negli anni fra il 1955 e il 1975 sono nati ogni anno fra 800mila e un milione di bambini. Nel 2024 sono stati 374mila, segnando un nuovo record negativo.

Il tasso di sostituzione è stato raggiunto per l’ultima volta nel 1976. Poi è iniziata una rapida discesa arrivando all’attuale 1,2 figli per donna. Questo dato è ulteriormente distinguibile in 1,1 per le mamme italiane e 1,9 per le mamme straniere residenti in Italia. Queste ultime stanno però seguendo lo stesso percorso delle donne italiane con il loro tasso di fecondità in lenta ma costante riduzione (era 2,8 nel 2002).

La bassa fertilità è stata accompagnata da un graduale rinvio della genitorialità, come mostra l’aumento dell’età media delle donne che diventano madri per la prima volta, che oggi si situa sui 32 anni per le italiane e sui 29 per le madri straniere. D’altra parte, in tanti paesi del Sud del mondo avviene anche l’opposto: si diventa madri troppo presto.

«Nel 2024 – racconta il rapporto Onu World population prospects -, 4,7 milioni di bambini, ovvero circa il 3,5% del totale mondiale, sono nati da madri di età inferiore ai 18 anni. Di questi, circa 340mila sono nati da ragazze di età inferiore ai 15 anni, con pesanti conseguenze negative per la salute e il benessere sia delle giovani madri che dei loro figli».

Le motivazioni del calo delle nascite nei Paesi più sviluppati sono plurime, ma forse quella principale è una: la profonda modificazione di quella che un tempo veniva chiamata «famiglia tradizionale» (la donna vista soprattutto per il suo ruolo di madre e meno come soggetto con proprie ambizioni), a cui si aggiunge la motivazione economica («i figli costano»).

Un cimitero; nel 2023, ci sono stati 6 nati e 11 decessi ogni 1.000 abitanti (dati Istat). Foto Patricia Prudente – Unsplash.

«Sostituzione etnica»?

Si parla – soprattutto a livello giornalistico – d’«inverno demografico», o di «tempesta demografica perfetta». È sicuramente vero che un Paese con un tasso di fertilità inferiore al tasso di sostituzione avrà problemi importanti perché meno lavoratori e più anziani cambiano la società e il suo funzionamento.

In altri termini, un simile livello di denatalità potrebbe produrre una doppia conseguenza: da una parte una mancanza di lavoratori, dall’altra un’insufficienza di risorse per pagare le pensioni a una platea sempre più vasta di persone e sostenere le spese sanitarie e assistenziali per una popolazione più anziana e, quin- di, più fragile.

Appurato questo, soluzioni se ne possono trovare, visto che nel mondo di esseri umani non ne mancano e ci sono aree nelle quali il sistema sociale ed economico non regge la crescita numerica della popolazione.

Per esempio, dove ci fossero carenze demografiche si potrebbero indirizzare maggiori flussi migratori, anche se in questo caso – lo sappiamo bene – la questione diventerebbe soprattutto politica. In particolare, verrebbe paventato il fenomeno della «sostituzione etnica». Come, in un convegno dell’aprile 2023, ha sostenuto il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. «Non possiamo – ha spiegato – arrenderci all’idea della sostituzione etnica: gli italiani fanno meno figli, quindi li sostituiamo con qualcun altro. Non è quella la strada».

Invece, la strada è proprio quella visto che fare risalire il tasso di fertilità è un’impresa difficile e, comunque, di lungo periodo.

Popolazione e ambiente

Attorno al tema demografico ruota anche un’altra questione, sempre più attuale.

Può essere riassunta in un quesito: più popolazione significa più pressione antropica? Sicuramente sì, ma la risposta non può esaurirsi qui.

Secondo uno studio scientifico (Environmental research letters del 12 luglio 2017), nei paesi sviluppati fare un figlio in meno ridurrebbe, in media, l’impronta ecologica di 58 tonnellate di CO2 all’anno.

Questo risultato non deve però indurre a conclusioni frettolose. Affrontiamo il problema da un punto di vista diverso, comparando la percentuale delle emissioni di anidride carbonica (il maggiore tra i cosiddetti gas serra) tra Paesi poveri ad alta crescita demografica e Paesi ad alto reddito con una crescita della popolazione bassa o nulla.

Scopriamo così che la Nigeria – paese africano con una popolazione in forte aumento – contribuisce alle emissioni mondiali di CO2 soltanto per lo 0,73 per cento e la Repubblica democratica del Congo, altro paese africano in crescita demografica, per lo 0,05 per cento. Molto diversi sono i dati dei paesi sviluppati. Per esempio, gli Stati Uniti (secondo paese più inquinante dopo la Cina) sono responsabili del 14,45 per cento delle emissioni e l’Italia del 5,32 (fonte: Statista, 2023).

Questo significa che, oltre alla pressione antropica, risulta determinante il modello economico e di consumo adottato ed è su quello che sarebbe necessario intervenire.

In caso contrario, se i Paesi del Sud globale (dove la popolazione cresce) volessero avere – come loro diritto – il livello di consumi di quelli del Nord, la crisi ambientale (già molto grave) esploderebbe.

La demografia modella il mondo

Secondo l’Onu, sono quattro le grandi tendenze demografiche che modellano il mondo: la crescita della popolazione, il suo invecchiamento, l’urbanizzazione e le migrazioni internazionali.

La sua lettura della situazione rimane improntata all’ottimismo: «I cambiamenti nella dimensione, nella struttura per età e nella distribuzione spaziale delle popolazioni – si legge nel rapporto – portano sia sfide che opportunità. Gestendo le sfide e sfruttando le opportunità, possiamo accelerare il raggiungimento di uno sviluppo inclusivo e sostenibile, creare opportunità per sradicare la povertà, migliorare l’accesso alla protezione sociale, all’assistenza sanitaria e all’istruzione, promuovere l’uguaglianza di genere, promuovere modelli più sostenibili di produzione e consumo e salvaguardare l’ambiente».

Paolo Moiola

uomini in cammino; i flussi migratori possono essere una risposta al calo demografico, ma questa soluzione trova l’opposizione dei partiti di destra. Foto Sebastien Goldberg – Unsplash.


La popolazione a livello mondiale

popolazione mondiale                               8,2 miliardi
A livello mondiale, il picco della popolazione sarà raggiunto verso il 2085 con 10,3 miliardi di persone.

tasso di fertilità                                             2,2
È il numero medio di figli per donna in età fertile. Nel 1960 era di 5 figli per donna.

tasso di sostituzione                                  2,1
Detto anche «tasso di rimpiazzo», è il numero  medio di figli per donna
che consente alla popolazione di restare numericamente costante.

aspettativa di vita                                       73,3 anni
Detta anche «speranza di vita» alla nascita. La più alta è in Giappone (84,4 anni),
la più bassa in Ciad (53 anni) e altri paesi africani.

Paesi in decrescita demografica      63 paesi
Comprendono il 28 per cento della popolazione mondiale.
Ne fanno parte i paesi europei (eccetto Francia e Gran Bretagna) e asiatici.
Tra essi anche Russia, Cina, Giappone e Corea del Sud.

Paesi in crescita fino al 2054                48 paesi
Comprendono il 10 per cento della popolazione mondiale.
Vi fanno parte anche il Brasile, l’Iran, la Turchia e il Vietnam.

Paesi in crescita fino al 2100                126 paesi
Record di crescita demografica per l’Africa con i paesi subsahariani,
il Congo Rd, l’Etiopia e la Nigeria. Al gruppo appartengono anche gli Stati Uniti
per via dei flussi migratori. L’India raggiungerà il picco di popolazione nel 2060.

            Fonti: United Nations, World population prospects, 2024;
United Nations, World fertility report, 2024.

La popolazione a livello italiano (dati 2024)

popolazione italiana           59 milioni
Gli stranieri residenti in Italia sono 5,3 milioni, r
appresentando circa l’8,9% della popolazione complessiva.

tasso di fertilità                    1,20
Nel 2024 ci sono stati 374mila nuovi nati, 5mila in meno rispetto al 2023.
Lontanissimi gli anni del baby boom: nel 1946, 1947, 1948 e 1964
nacquero più di un milione di bambini per anno.

aspettativa di vita                  84,01 anni
L’aspettativa di vita delle donne italiane è pari a 85,97 anni, quella degli uomini italiani è di 81,90 anni.

età media                                  48,4 anni
L’Italia ha la popolazione più vecchia tra i paesi dell’Unione europea. In Ue, la media è di 44,5 anni.

Fonti: Istat ed Eurostat. Tabelle: a cura di Paolo Moiola.




Le traduzioni ci sono (ma non per i cinesi)


L’accordo tra Pechino e Vaticano sulle nomine vescovili è stato prolungato per altri quattro anni. A che punto sono le relazioni tra i due soggetti? E come stanno i cattolici cinesi? Lo abbiamo chiesto al professor Sisci.

«La Santa Sede e la Repubblica popolare cinese, visti i consensi raggiunti per una proficua applicazione dell’Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi, dopo opportune consultazioni e valutazioni, hanno concordato di prorogarne la validità per un ulteriore quadriennio, a decorrere dalla data odierna. La Parte vaticana rimane intenzionata a proseguire il dialogo rispettoso e costruttivo con la Parte cinese, per lo sviluppo delle relazioni bilaterali in vista del bene della Chiesa cattolica nel Paese e di tutto il popolo cinese».

Così recita l’annuncio del Vaticano del 22 ottobre dello scorso anno.

Si tratta del proseguimento di un rapporto iniziato nel settembre del 2018 quando il governo cinese e le autorità vaticane siglano un accordo provvisorio sulle nomine vescovili. L’intesa non solo pone fine a decenni di ordinazioni episcopali avvenute senza il consenso papale, annullando la distinzione tra «Chiesa ufficiale» e «Chiesa clandestina», ma ricongiunge anche la comunità cattolica cinese, che conta tra sei e dodici milioni di fedeli (cfr. MC marzo).

Il significato simbolico è rilevante: per la prima volta, Pechino riconosce l’autorità religiosa del Papa in Cina, una concessione che, in epoca imperiale, i missionari gesuiti non ottennero mai.

Da quella firma a oggi sono state annunciate una decina di nomine e consacrazioni vescovili congiunte, oltre all’ufficializzazione del ruolo pubblico di alcuni presuli prima non riconosciuti da Pechino.

La crescente collaborazione è testimoniata anche dalla presenza di vescovi cinesi ai Sinodi in Vaticano e ad altri appuntamenti in Europa e America. Nonché dall’interesse della Santa Sede a cooperare con Pechino per riportare la pace in Ucraina. Nonostante i progressi, tuttavia, «rimangono tanti problemi, piccoli e grandi».

Quali siano ce lo spiega Francesco Sisci, sinologo, autore e ricercatore senior presso la Renmin University di Pechino.

Nel 1988, Sisci è stato il primo straniero a essere ammesso alla facoltà di specializzazione dell’Accademia cinese delle scienze sociali (Chinese academy of social sciences, Cass), il principale think tank cinese.

Collaboratore di diverse riviste e istituti di ricerca, nel 2016 ha realizzato la prima intervista al Papa sui rapporti con la Cina, ripresa ampiamente anche sulla stampa cinese. Storico editorialista del Sole24ore, scrive per Asia Times ed è ospite abituale della Cctv (China central television), la televisione di Stato cinese, nonché dell’emittente di Hong Kong, Phoenix tv. Il suo ultimo libro è «Tramonto italiano» (Neri Pozza, 2024).

Immagine notturna della cupola di San Pietro, in Vaticano. Foto Jerome Clarysse – Pixabay.

Tra Pechino e Taiwan

Professor Sisci, l’accordo sulle nomine vescovili, già prolungato nel 2020 e nel 2022, è stato rinnovato lo scorso 22 ottobre non per i soliti due anni ma per altri quattro. Come interpreta questa scelta?

«Il prolungamento a quattro anni vuol dire, palesemente, che il rapporto è migliorato. La situazione è migliore, però non è ottimale. C’è una fiducia crescente che ha dato dei frutti: ovvero la nomina congiunta di alcuni vescovi. Non c’è stato un accordo risolutivo, conclusivo, né sono stati appianati tutti i problemi. Diversi vescovi nominati e riconosciuti a suo tempo dal Papa, non sono stati riconosciuti dal governo cinese. Rimangono poi tante altre questioni, piccole e grandi.

Ad esempio, resta insoluto il tema delle diocesi, così come il problema della conferenza episcopale. Soprattutto il Vaticano continua a chiedere di poter aprire una rappresentanza permanente a Pechino. Non un’ambasciata, bensì una rappresentanza, un ufficio culturale. Così come c’è una rappresentanza a Hong Kong che dipende dalla Nunziatura di Manila. Quindi, questo è uno dei punti in sospeso. Credo ci voglia tempo anche perché ci sono tante preoccupazioni da parte di Pechino per migliorare di più i rapporti».

Tra queste preoccupazioni figura anche Taiwan? A oggi, il Vaticano è uno dei soli dodici Stati a riconoscere ufficialmente il governo di Taipei, che Pechino definisce «separatista».

«No, perché se il problema fosse Taiwan, allora per il Vaticano il problema non esisterebbe. La Santa Sede sarebbe pronta ad aprire un ufficio a Pechino domani. È Pechino che non vuole».

Il professor Francesco Sisci durante un intervento alla televisione cinese Cctv.

La lettera di Benedetto XVI

Oltre ai rapporti istituzionali tra Pechino e il Vaticano, l’accordo sulle nomine vescovili ha portato benefici anche per la comunità cattolica cinese? C’è stato un periodo, intorno al 2014, in cui chi si dimostrava fedele al Papa – la cosiddetta «Chiesa sotterranea» – incorreva in non pochi problemi. Inoltre, nel Sud della Cina diverse chiese sono state demolite o private delle croci. Di tutto questo non si parla più da tempo.

Papa Benedetto XVI

«Stiamo parlando di due cose diverse: una sono le chiese come edifici, l’altra è la Chiesa come comunità di cattolici. Quella della “Chiesa sotterranea” era una denominazione che è durata – grossomodo – fino al 2007, cioè fino alla lettera di Benedetto XVI ai cinesi. Con la lettera il problema viene risolto de iure, perché il Papa incoraggia i cattolici cinesi a essere buoni cattolici, ma anche buoni cittadini. Quindi, per la prima volta, riconosce l’esistenza del governo di Pechino, mettendo fine a una questione molto antica che risaliva al 1951. Ovvero a quando l’ultimo nunzio del Vaticano, Antonio Riberi – che riconosceva il governo nazionalista del Kuomintang – venne espulso da Nanchino perché si era rifiutato di trasferirsi a Pechino (sede del governo comunista istituito da Mao alla fine della guerra civile, ndr).

Con il riconoscimento del governo della Repubblica popolare da parte di Benedetto XVI la “Chiesa clandestina” non aveva più ragione d’essere, perché veniva chiesto a tutti di seguire le leggi cinesi. Poi, con l’accordo sulle nomine episcopali del 2018, si è cominciato più seriamente a lavorare per riunificare la Chiesa.

Certo, come dicevamo, ci sono ancora dei vescovi nominati da Roma che non sono stati riconosciuti da Pechino. Però, non sono “clandestini”(*). Sono semplicemente riconosciuti come preti e non come vescovi. Anche perché, per la legge cinese, il riconoscimento di un vescovo significa che le proprietà della diocesi del luogo vengono intestate al vescovo che è il rappresentante legale della diocesi. Quindi, ci sono una serie di problemi di diritto e amministrazione un po’ come succede anche da noi per certi versi.

Per quanto riguarda invece le chiese intese come edifici, c’è stata una campagna che ha visto abbattere alcune croci e alcuni edifici. Però, che io sappia, questa fase è finita, non c’è più».

Anche grazie all’accordo sulle nomine episcopali?

«Credo che la campagna delle demolizioni si sia conclusa molto prima dell’accordo, che è stato raggiunto solo nel 2018».

Quindi, non le risulta che attualmente ci sia ancora una stretta sulla comunità cattolica?

«In generale c’è una stretta sulla Cina, c’è una stretta sui cinesi. I cattolici sono sottoposti a un trattamento particolarmente sfavorevole? Non credo. La Cina sta attraversando un momento particolare e i cattolici cinesi si trovano ad affrontare questo momento particolare come tutti gli altri cinesi. Non sono vessati né come i tibetani né come gli uiguri, per intenderci».

L’uso del mandarino: ma per chi?

Dal 4 dicembre 2024 l’udienza generale del Papa viene tradotta anche in cinese. Come interpreta questa decisione? A chi si rivolge il pontefice, ai cinesi all’estero o a quelli in Cina?

«Che l’udienza non fosse tradotta in cinese era una cosa strana. Il mandarino è una delle sei lingue principali dell’Onu. I tweet del Papa da sempre sono tradotti in 22 lingue, tra cui il cinese che è anche tra le 53 lingue in cui viene trasmessa Radio Vaticana. Come nel caso dell’Onu, tutto quello che viene tradotto in cinese di solito non arriva in Cina, se non attraverso Vpn (collegamento internet che permette di aggirare la censura, ndr)».

La distensione tra Cina e Santa Sede è riscontrabile anche nel crescente allineamento diplomatico su questioni di interesse internazionale.
Nel settembre 2023 il cardinale Matteo Zuppi è stato in Cina, quarta tappa della missione per la pace in Ucraina che Bergoglio gli aveva affidato. Il porporato ha incontrato il responsabile cinese per l’Eurasia, Li Hui, in «un clima aperto e cordiale». I due hanno discusso della guerra e delle sue drammatiche conseguenze, sottolineando «la necessità di unire gli sforzi per favorire il dialogo e trovare percorsi che portino alla pace». Quell’incontro ha avuto degli sviluppi?

«La comunicazione con la segreteria di Stato continua. Zuppi però era andato in Cina con un tema specifico, non per parlare di questioni bilaterali. Era andato per parlare di donne e bambini ucraini. Quindi della situazione umanitaria collegata alla guerra. Questo era lo scopo del viaggio, né più né meno. Non ho informazioni più recenti sulle interlocuzioni con la Cina, ma il Vaticano è ancora molto impegnato a livello diplomatico».

Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato del Vaticano. Immagine Wikimedia.

Il Vaticano è anche sempre più impegnato in Asia. Tempo fa lei scriveva che questo protagonismo della Santa Sede coincide con il declino delle istituzioni del secondo dopoguerra, come le Nazioni Unite presso cui i paesi asiatici sono sottorappresentati. Secondo lei, è un’evoluzione dovuta semplicemente al contesto internazionale attuale, qelle dinamiche mondiali? Oppure questo interesse per l’Asia nasce da un impulso personale di papa Francesco?

«Entrambe le cose. Mi sembra di sì, mi sembra ci sia stato un impulso personale. Probabilmente incoraggiato anche dal segretario di Stato Pietro Parolin. D’altro canto, Francesco voleva fare il missionario in Giappone. E poi si deve essere reso conto che la Chiesa deve essere in Asia, se non vuole rischiare di diventare marginale. È una questione di numeri, di demografia».

In un suo articolo pubblicato su SettimanaNews ha fatto anche riferimento al fatto che, in Asia, la Chiesa cattolica può fare leva su due elementi: uno è l’Eucaristia, ovvero un rito nel quale Dio si offre per essere consumato e sacrificato, interrompendo così il ciclo della vita e della morte, che rappresenta un tema centrale nelle filosofie orientali come nell’induismo, nel buddhismo e nel taoismo.
L’altro è la confessione, che potrebbe compensare la circolazione di pratiche psicoterapeutiche che lasciano le persone con un senso di solitudine, senza un perdono specifico.

«Sì, ci possono essere degli elementi di contatto nelle varie culture asiatiche. I cinesi, ad esempio, si stanno avvicinando solo ora alla psicoterapia, che può essere considerata un’evoluzione della confessione. Quest’ultima però ha il vantaggio che prevede anche un’assoluzione esterna, mentre la psicanalisi potrebbe risultare non risolutiva per il paziente, che deve trovare una sua strada. Insomma, elementi interessanti. Però, bisogna lavorarci, non è una cosa così ovvia».

Il ruolo dei cardinali asiatici

Professore, pensa che, al di là di papa Francesco, ci sia una disposizione del Vaticano a proiettarsi verso l’Asia? Il lavoro di Bergoglio ha messo basi sufficientemente solide perché quest’opera di evangelizzazione sopravviva all’arrivo di un altro pontefice?

«Francesco sta facendo molti cardinali in Asia: ha nominato un cardinale in Mongolia (monsignor Giorgio Marengo, missionario della Consolata, ndr), uno in Laos. Ha fatto un cardinale in Bangladesh, e un altro a Teheran.

Per la prima volta abbiamo una folla di cardinali asiatici. Questi devono diventare delle teste di ponte della Santa Sede e del cattolicesimo in Asia. Lo saranno? Vedremo. Naturalmente non è una cosa di due giorni: è una cosa di venti anni o anche duecento».

Alessandra Colarizi
(seconda parte – fine)

(*) A inizio marzo, è stato arrestato monsignor Pietro Shao Zhumin, vescovo di Wenzhou.

La facciata della chiesa cattolica del Salvatore (Xishiku), a Pechino. Foto Zheng Zhou.




La casa della comunità fa 50


Il 5 aprile 1975 il cardinale Michele Pellegrino   consacra la nuova chiesa sorta non distante dalla Casa Madre dei Missionari della Consolata.  La comunità parrocchiale era nata cinque anni prima ma, di fatto, era già viva da tempo nella chiesa pubblica dedicata a Giuseppe Allamano.

Era il primo gennaio 1970 quando nacque la parrocchia Maria SS. Regina della Missioni. La sua casa era, allora, la chiesa pubblica della Casa Madre dei Missionari della Consolata, dove, dal 1938, era custodito il corpo del fondatore, Giuseppe Allamano, allora non ancora riconosciuto santo.

La chiesa, fin dalla sua costruzione, era un punto informale di aggregazione per tanti fedeli e nel dopoguerra era diventata di fatto una succursale delle tre parrocchie che lì confinavano. Così nacque ufficialmente la nuova parrocchia che, pur coprendo un territorio molto piccolo di circa mezzo chilometro quadrato, aveva una popolazione di oltre 10mila abitanti.

Da subito emerse l’esigenza di provvedere a una sede parrocchiale propria e distinta dalla Casa Madre, la quale era già rigurgitante di opere proprie e non era in grado di mettere a disposizione locali sufficienti per le necessità pastorali.

Pertanto, il 26 settembre 1971, su progetto degli architetti Domenico Mattia e Ugo Mesturino, con l’assistenza di Torino Chiese, sull’area di poco più di 1.500 m2 concessa dal comune, iniziarono i lavori di costruzione. Il luogo era un tempo un deposito officina per tram. Da qui lo stile della costruzione sobrio e moderno fatto di blocchi di cemento armato con alte colonne portanti che ricordano i binari del tram.

I muri perimetrali, che salgono verso l’alto raggiungendo vari livelli senza toccare il tetto, dal quale sono separati da ampie vetrate, danno l’idea di un edificio ancora in costruzione. Questo per ricordare che i fedeli sono le pietre vive della chiesa, la quale è un edificio che deve continuare a crescere nella fede, nella carità e nell’impegno ad annunciare e testimoniare il Regno di Dio nel mondo.

Finita la costruzione, il 5 aprile 1975, il cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino, consacrò la nuova chiesa parrocchiale, la dedicò a Maria Regina delle Missioni e inaugurò i locali per le attività pastorali. Era presente una folla enorme, molti missionari, le suore della Consolata e molti sacerdoti delle parrocchie vicine. Nell’omelia il cardinale ricordò efficacemente i pilastri della vita comunitaria commentando il testo del libro degli Atti (2,42-47): «I fratelli erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nella preghiera».

Chiesa edificio e comunità

Partendo da questi quattro pilastri: ascolto della Parola, unione fraterna, frazione del pane e preghiera, padre Gottardo Pasqualetti, nel 2000 in occasione del 25° della chiesa, quando era superiore dei missionari della Consolata in Italia, sottolineò cinque tratti fondanti della chiesa come edificio e come comunità viva.

Il primo tratto è che l’edificio è «casa di raduno» del vicinato (significato originale della parola parrocchia), e i fedeli sono invece «popolo radunato nella Trinità», corpo di Cristo. Non sono quindi solo una somma di persone che si trovano per necessità o semplice piacere, come al supermercato o allo stadio.

Il secondo tratto è che la chiesa è il luogo della «mensa della Parola e del pane», il corpo di Cristo: Parola che alimenta e sostiene un progetto di vita basato su amore e gratuità, e pane spezzato che ci fa essere un’unica famiglia.

Il terzo è che la chiesa, sia quella di pietra che quella delle persone, è casa di preghiera, comunità in preghiera. Solo nella preghiera si alimenta uno stile di vita centrato sull’amore a Dio, su giustizia e pace con gli altri, e sulla cura del creato, non come proprietà privata, ma bene di tutti.

Quarto: è casa della carità e della dignità umana affermata e difesa nel servizio ai poveri vicini e lontani, e nell’impegno per la pace e una politica attenta ai veri bisogni delle persone.

Da ultimo, è casa aperta la mondo. Un tratto, quest’ultimo, espresso anche dalla forma peculiare dell’edificio che privilegia la dimensione orizzontale su quella verticale per ricordare che la vicinanza a Dio è la sorgente e la forza per aprirsi ai fratelli. E questo è confermato dalla sua posizione in mezzo alle altre case: la chiesa è più bassa di tutti gli edifici circostanti, non domina, ma è lì, in mezzo, per essere casa di tutti. Non solo per il quartiere, ma per il mondo intero: la passione missionaria caratterizza da sempre la comunità che è vicina a tanti missionari e che ha in padre Ugo Pozzoli e nel cardinale Giorgio Marengo due dei suoi frutti più belli. Senza dimenticare i molti parrocchiani che sono parte viva di gruppi come gli Amici Missioni Consolata, Impegnarsi serve, Karibuni, la Terza Settimana o partecipano alle attività del Cam, ora Cultures and mission, già Centro di animazione missionaria.

Sacerdoti e laici

In cinquant’anni sono passati sei parroci, da padre Ernesto Tomei a padre Francesco Peyron, da padre Cesare Giulio a padre Osvaldo Coppola, da padre Francesco Bernardi a padre Pietro Moretti, l’attuale parroco dal 2010. Molti di più i viceparroci, collaboratori e collaboratrici, favoriti dalla vicinanza della Casa Madre, sia dei missionari che delle missionarie. Ma la vera forza sono i laici: catechisti, animatori, chierichetti, coristi, membri della San Vincenzo, volontari dei gruppi missionari, lettori. E i ragazzi e giovani non si sono fatti spaventare dalla mancanza di aree verdi, rimpiazzate da un salone palestra audacemente ricavato sotto il sagrato. Una bellezza, ma anche un rompicapo per tutti parroci, visto che il soffitto-sagrato è spesso danneggiato da crepe che lasciano passare la pioggia a causa della grande escursione termica. Passando sulla strada si possono facilmente sentire le grida di gioia dei ragazzi impegnati in frenetiche partite di calcio.

Di giubileo in giubileo

Inaugurata durante il giubileo del 1975, la chiesa ha celebrato il 25° in quello del 2000 e ora il 50° nel nuovo giubileo dei «pellegrini di speranza». Felice coincidenza che porta a ripensare non solo i cinquant’anni di una piccola chiesa, ma la vita stessa della Chiesa, la quale, attraverso molteplici vicende, continua a trasmettere la bella notizia di Cristo che trasforma la vita degli uomini.

Il cinquantenario è l’occasione per rinnovare la consapevolezza che siamo inseriti in una comunità che supera gli stretti confini del quartiere, della città, della nazione, facendoci diventare «pellegrini di speranza» in questo mondo oggi segnato da così ampie contraddizioni e sofferenze.

Missionari nell’oggi

Ora la comunità che ha trovato casa in questa chiesa non è più la stessa e non vive di nostalgie.

La Regina delle missioni ornata per la festa

La realtà sociale del quartiere è cambiata. Certo non è mai stata una realtà di periferia. La maggior parte delle persone che vi abitano sono proprietarie delle loro case, costruite negli anni del dopoguerra. Ma tanto è cambiato. La costruzione del vicino Palazzo di Giustizia ha trasformato l’area da zona residenziale a zona di uffici e studi legali che hanno occupato tanti appartamenti e sbilanciato i prezzi degli affitti. E così la popolazione sì è più che dimezzata. Oggi le stime più ottimiste parlano di cinquemila abitanti, in realtà forse siamo poco più di tremila, grazie a una piccola inversione di tendenza che ha riportato qui alcune famiglie giovani quando la metropolitana è arrivata fino al Lingotto, rendendo di nuovo interessante abitare nel quartiere.

La partecipazione alla vita della comunità mostra gli stessi sintomi della nostra Italia oggi: invecchiamento, tanti funerali, pochi battesimi, rari i matrimoni. Condomini che non favoriscono relazioni e solidarietà, ma isolano le persone, con casi di suicidio e anziani trovati morti dopo giorni. Diffidenza ad accogliere il sacerdote che arriva a visitare perché ci sono in giro troppi imbroglioni. Mancanza di spazi verdi dove socializzare e incontrarsi. Ma tutto questo non scoraggia, anzi è uno stimolo al rinnovamento, cominciando dal gruppo «Piazzetta verde» nato dalla riflessione sulla Laudato si’, che si impegna a ridare una dimensione umana all’ambiente e al vicinato.

C’è la San Vincenzo attenta ai vecchi e nuovi poveri. E poi il coro, i lettori, il gruppo dei genitori e tante altre iniziative per dare risposte vive all’essere cristiani missionari oggi.

E i giovani non dormono, ben coscienti di essere soggetti responsabili e creativi nella comunità: un nutrito gruppo di animatori, facendo la staffetta con i catechisti, accompagna i ragazzi da dopo la prima comunione fino alla fine della scuola superiore, anima l’oratorio e una miriade di iniziative per rendere gioiosa e appetibile la vita di fede.

Non è un’avventura facile, le sfide sono tante. Ma anche solo l’aver trasformato la chiesa dalla freddezza di un capannone industriale alla bellezza di un giardino accogliente, è un segno positivo e bello, segno che il cammino di speranza continua ed è possibile.

Gigi Anataloni

Benedizione delle Palme 2024




Sfida alla dittatura del dollaro


Da gennaio 2025, il gruppo dei Brics, nato nel 2009, si è allargato all’undicesimo paese. Il gruppo si pone come alternativa economica ai paesi occidentali riuniti nel G7. Uno degli obiettivi dichiarati è porre fine alla supremazia del dollaro Usa.

Un nuovo soggetto si aggira per il mondo e innervosisce i paesi occidentali. Si chiama Brics, una sigla che sta per Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica. L’acronimo venne usato la prima volta in una nota sullo stato dell’economia mondiale pubblicata nel 2001 da Jim O’Neill, responsabile dell’ufficio ricerche di Goldman Sachs, potente banca d’affari. La nota voleva avvertire i governi occidentali che altri paesi stavano emergendo sulla scena economica mondiale e che nessuna nuova decisione poteva essere presa senza di loro.

Sfida al forum dei «G7»

Consiglio pertinente, se si considera che, a partire dal 1976, i paesi occidentali più potenti – Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti d’America – avevano preso a incontrarsi annualmente per concordare risposte comuni alle principali problematiche mondiali. Il forum era stato battezzato G7 – Gruppo dei sette – e si è consolidato come l’assise internazionale, esterna al sistema delle Nazioni Unite, nella quale i potenti decidono le politiche da imporre al mondo intero.

Nel 1997, il G7 divenne G8 per l’inclusione della Russia, che però ci sarebbe rimasta solo fino al 2014, anno in cui ne sarebbe stata esclusa per essersi impossessata della Crimea (Ucraina). Intanto, al G8 del 2003, presieduto dalla Francia, furono invitati come osservatori anche Brasile, India e Sudafrica. I tre ne uscirono contrariati rendendosi conto che erano lì per pura formalità.

Lula, presidente del Brasile, chiese: «A che serve essere invitati al banchetto dei potenti per mangiare solo il dessert?». E aggiunse: «Oltre al dessert vogliamo assaporare tutte le altre vivande».

foto Willfried Wende – Unsplash

Fatto sta che, solo tre giorni dopo, i ministri degli esteri dei tre paesi si ritrovarono a Brasilia e formalizzarono la nascita del «Forum di dialogo dell’Ibsa» con l’obiettivo principale di trovare una linea di condotta comune sui tanti temi che si stavano definendo all’interno dell’Organizzazione mondiale del commercio. In particolare, quello sui brevetti, tenuto conto che tutti e tre i paesi ospitavano industrie che producevano grandi quantità di farmaci generici al servizio di tutto il Sud del mondo.

Intanto, in Asia, andava prendendo forma l’Irc, un tavolo composto da India, Russia e Cina per confrontarsi con regolarità su temi di interesse comune, come sicurezza, migrazioni, terrorismo.

I due forum, l’Ibsa e l’Irc, si fusero nel settembre 2006, allorché Russia e Brasile, in occasione di una riunione all’Onu, promossero un incontro allargato a Cina e India, per discutere le problematiche connesse all’assetto finanziario internazionale. Tema più che mai azzeccato considerato che di lì a poco si sarebbe scatenata una delle peggiori crisi finanziarie a livello mondiale.

Fu proprio la crisi del 2008 a dare carattere di stabilità al gruppo dei Brics che formalizzò la propria alleanza durante un nuovo incontro organizzato nella cittadina russa di Yekaterinburg, il 16 giugno 2009, data del primo summit ufficiale.

Da allora i cinque paesi (il Sudafrica si unì nel 2011), s’incontrano ogni anno e progettano iniziative comuni. Una delle più importanti fu la creazione, nel 2015, di una banca internazionale denominata Nuova banca di sviluppo (Ndb, secondo l’acronimo inglese).

Il Pil dei Brics

Nel 2001, quando O’Neill alzò per la prima volta il sipario sui futuri Brics, il loro peso sulla scena mondiale corrispondeva all’8% del Pil e al 43% della popolazione. Nel tempo sono passati al 25% del Pil, mentre la popolazione si è ridotta al 41% del totale mondiale.

Dal gennaio 2024 sono però stati ammessi altri cinque membri (Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti). A gennaio 2025 è entrata l’Indonesia, mentre altre nazioni hanno mostrato interesse ad aderire. Fra esse Thailandia, Malaysia e la Turchia che pure fa parte della Nato.

In conclusione, ben presto il blocco dei Brics potrebbe rappresentare un terzo del Pil e dell’interscambio mondiale. Basti dire che all’ultimo vertice che si è tenuto in Russia, a Kazan, dal 22 al 24 ottobre 2024, erano presenti 37 paesi. Tutti molto diversi fra loro per collocazione geografica, regime politico, posizione economica, ma tutti interessati a rafforzare la propria economia senza subire condizionamenti da parte dei potentati economici, in particolare quello statunitense.

Non a caso il grande tema al vertice di Kazan è stato quello dei pagamenti internazionali.

Negli ultimi secoli, il commercio internazionale si è espanso a dismisura, ma la scelta della moneta con cui pagare è sempre stata un problema.

In maniera molto empirica, il vecchio Mao Zedong sosteneva che a deciderlo è la dimensione dei cannoni. Come dire che si è sempre imposta la moneta del paese più forte sia da un punto di vista economico che militare. La sterlina dominava quando gli inglesi possedevano un impero su cui non tramontava mai il sole, come il denarius aureus dominava quando a comandare era Roma.

L’egemonia del dollaro e la variabile Trump

Oggi, di paesi coloniali vecchia maniera non ce ne sono più. Ma il prodotto interno lordo e la spesa militare contano ancora. Tant’è che la moneta universalmente accettata è il dollaro, espressione degli Stati Uniti, che sono i primi sia per Pil (27mila miliardi di dollari), che per spesa militare (817 miliardi di dollari). Il risultato è che il dollaro è la moneta più richiesta al mondo ed è la più usata sia per gli scambi commerciali che per le operazioni finanziarie di livello internazionale.

I paesi Brics, e in particolare la Russia, stanno progettando di sfidare questa egemonia creando un sistema di pagamento alternativo, almeno nel loro circuito. Ma la battaglia si presenta ardua dal momento che Trump ha lanciato parole di fuoco quando ha saputo che qualcuno osava mettere in discussione la supremazia della moneta Usa.

Non ancora investito delle funzioni di presidente, il 1° dicembre 2024 ha rilasciato un comunicato stampa che suonava come una vera e propria dichiarazione di guerra: «Non credano i paesi Brics che noi ce ne staremo semplicemente a guardare se provano a sganciarsi dal dollaro». E proseguendo, ha aggiunto: «Noi li avvertiamo: se proveranno a creare un nuovo mezzo di scambio interno ai Brics o a sostenere la nascita di qualsiasi altro mezzo di pagamento che sfida la potenza del dollaro, saranno colpiti con dazi doganali fino al 100% affinché perdano ogni possibilità di vendere le loro merci nella meravigliosa economia americana».

Invettive confermate dopo l’insediamento (in un discorso del 22 febbraio 2025) e dettate non solo da spirito suprematista, ma anche dalla consapevolezza che essere titolari di una moneta a valenza internazionale offre vantaggi. Ad esempio, permette di vivere al di sopra delle proprie possibilità, ossia di poter godere della ricchezza altrui, oltre che di quella prodotta internamente. Il caso americano né un classico esempio.

Il debito degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti vivono cronicamente in uno stato di debito commerciale, nel senso che importano più di quanto esportano. Nel 2023 la differenza in negativo è stata di 773 miliardi di dollari, ma nessuno ha protestato. Se qualsiasi altro paese avesse un deficit commerciale di questo livello verrebbe subito messo sotto sorveglianza del Fondo monetario internazionale e costretto a ogni forma di sacrificio finché non avesse portato la propria bilancia commerciale in pareggio.

Gli Stati Uniti, invece, continuano indisturbati nella loro navigazione in rosso, perché possono compensare il loro debito commerciale con le grandi masse di dollari che ricevono da tutto il mondo sotto forma di capitali. Tenendo a mente che, in caso di cattiva parata, i dollari possono essere ottenuti con la stampa di nuove banconote.

La rivoluzione di Nixon 

Per la verità fino al 1971 questa possibilità era limitata dal fatto che ogni aumento di denaro esigeva un aumento di riserve di oro perché c’era l’impegno, da parte della Banca centrale statunitense, di convertire i dollari in oro qualora le istituzioni estere ne avessero fatto richiesta (era il sistema aureo o Gold standard). In quel 1971, constatando che ormai di dollari in circolazione ce n’erano troppi, il presidente americano Richard Nixon decretò la fine della convertibilità in oro lasciando molta più libertà all’emissione di nuova moneta (cioè alla stampa di nuovi biglietti). Come dire che il dominio del dollaro, oggi più che mai dipende dalla forza economica e militare degli Stati Uniti.

Eppure, già nel 1944, quando a Bretton Woods (negli Usa) si discuteva quale assetto finanziario dare al mondo che usciva dalla seconda guerra mondiale, l’economista inglese John Maynard Keynes aveva proposto un sistema di pagamenti internazionali che escludesse l’uso diretto di qualsiasi moneta nazionale.

Due i capisaldi della sua proposta. La prima: la creazione di una moneta interbancaria, il bancor, che avrebbe avuto una parità fissa con ogni moneta, da utilizzare esclusivamente come unità di conto, ossia per permettere a ogni paese di registrare il valore delle proprie importazioni ed esportazioni. La seconda: la creazione di una camera di compensazione con il duplice compito di verificare i saldi periodici di ogni nazione e concordare volta per volta le misure da adottare per permettere a debitori e creditori di ritrovare una situazione di pareggio. Un sistema ben diverso da quello in vigore oggi che costringe tutti i paesi del mondo a dotarsi di riserve in valuta forte (prevalentemente dollari o addirittura oro), per saldare le eventuali posizioni debitorie che possono venire a crearsi.

«R5», la valuta dei Brics

foto Davie Bicker-Bluebudgie-Pixabay

L’alternativa attorno alla quale stanno lavorando i Brics, per le loro relazioni commerciali, è simile a quella prospettata da Keynes. La proposta prevede la creazione di un’unità di conto, denominata «R5», il cui valore è determinato per il 40% dal prezzo dell’oro e per il rimanente 60% da un paniere di valute nazionali utilizzate all’interno dei Brics, che – di qui il termine – cominciano tutte per «R»: reais, rublo, renmimbi, rupia e rand, rispettivamente valute ufficiali di Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica.

La proposta è integrata dalla creazione di un circuito di comunicazione interbancario attraverso il quale le banche di tutti i paesi Brics possono comunicarsi in tempo reale i pagamenti che si fanno reciprocamente per le più svariate esigenze dei propri clienti.

Va detto che già oggi esistono vari circuiti di comunicazione fra banche a livello internazionale, ma quello predominante è lo Swift, con sede legale in Belgio e controllato dalle banche centrali di dieci paesi occidentali. Complessivamente, il circuito Swift comprende più di 11mila organizzazioni finanziarie e bancarie appartenenti a oltre 200 paesi e territori fra i quali fino al 2021 figurava anche la Russia, poi estromessa come ritorsione per avere aggredito l’Ucraina.

Considerata la sua posizione di paese sotto sanzioni, si capisce perché la Russia spinga più degli altri per la creazione di un sistema di pagamenti alternativo. Comunque la si metta, l’egemonia del dollaro rimane un problema perché getta sul mondo intero e, in particolare, sui paesi più deboli, le conseguenze di scelte operate per ragioni a esclusivo servizio degli Stati Uniti. Valga, come esempio, la decisione assunta negli ultimi anni dalla Banca centrale statunitense di aumentare il tasso di interesse per aggiustare la propria economia. L’effetto è stato la crescita del costo del debito a livello globale che ha obbligato molti governi del Sud a ridurre le spese sanitarie e sociali per pagare gli interessi più alti maturati sui prestiti esteri.

È troppo presto per dire se i Brics possono rappresentare una speranza di gestione alternativa dell’economia a livello mondiale, ma è salutare che qualcuno sfidi lo status quo.

Francesco Gesualdi

 




Vietnam cinquant’anni dopo


Sommario

Archivio storico Museo dei residuati bellici – Città di Ho Chi Minh

Dalla guerra al boom economico

Storia di cinquant’anni di riunificazione

Il 30 aprile 1975 cadeva Saigon. Finiva una delle guerre più iconiche del Novecento. Il Vietnam fu riunificato, ma non tutte le aspirazioni rivoluzionarie furono soddisfatte. L’obiettivo dello sviluppo, però, pare centrato.

Camminando lungo la Dong Khoi, un tempo rue Catinat, che dalla cattedrale porta alla sponda destra del fiume, siamo nel centro chic di Città Ho Chi Minh. Ci sono boutique di prestigiose marche di moda estere, grattacieli in acciao e vetro, alberghi esclusivi. Ma siamo anche nel cuore della vecchia Saigon. All’incrocio con la Ly Tu Trong c’è ancora l’edificio, che fu sede della Cia, da cui decollò uno degli ultimi elicotteri statunitensi quando la città, all’epoca capitale della Repubblica del Vietnam, stava per cadere (29 aprile). Sul tetto c’è ancora la piattaforma, con la scritta «landing» (atterraggio). Di fronte lo sovrasta un moderno palazzo, sede di un centro commerciale, con la scritta di un noto marchio estero di vestiti.

Il Vietnam di oggi ci appare moderno, sui palazzi fanno bella mostra mega schermi luminosi che trasmettono pubblicità di marchi occidentali, in città circolano fiumi di motorini, ma anche auto di lusso.

Si è lontanissimi dall’immaginario collettivo (occidentale) della «guerra del Vietnam», ma anche da quello che ci sia aspetta da un paese socialista.

Anniversario

La mattina del 30 aprile 1975 un carro armato dell’esercito della Repubblica democratica del Vietnam (Nord) abbatte il cancello del Palazzo presidenziale di Saigon. È questa l’immagine della caduta della Repubblica del Vietnam (il Vietnam del Sud) e della fine della guerra.

Quindici anni di una guerra civile devastante, condotta anche da un esercito di occupazione straniera, gli Stati Uniti, in un paese a basso reddito prevalemtemente rurale. Furono scaricate 14,3 milioni di tonnellate di bombe, più che in tutta la Seconda guerra mondiale (5 milioni), distrutte foreste con il napalm, contaminati centinaia di migliaia di ettari di terreno con agenti chimici.

Nella «guerra del Vietnam», chiamata dai vietnamiti «guerra americana», morirono tra i 2 e i 3,8 milioni di civili (a seconda delle stime).

L’esercito del Nord, e il suo alleato del Sud, il Fronte nazionale di liberazione (Fnl), persero circa 600mila unità. Mentre l’esercito del Sud, l’Arvn ebbe perdite per 230mila uomini. Gli Stati Uniti, che nel momento di maggiore intervento ebbero nel paese fino a 540mila soldati, persero 58.193 uomini.

Molte infrastrutture, le poche che c’erano, furno distrutte o danneggiate, al Nord come al Sud.

Questo conflitto (1960-1975), chiamato dagli storici Seconda guerra d’Indocina, fu preceduta dalla Prima guerra d’Indocina, la guerra d’indipendenza dalla colonizzazione francese (1945-1954).

Due sistemi

Il 2 luglio 1976 nasceva la Repubblica socialista del Vietnam (Rsvn), che univa due territori, Nord e Sud, sui quali, durante vent’anni, erano stati sperimentati sistemi politici ed economici completamente diversi (si veda la Cronologia). La divisione era stata sancita dagli accordi di Ginevra del 1954.

Oggi il Vietnam è una delle maggiori economie dell’Asia, ha cento milioni di abitanti, ha rapporti diplomatici e commerciali con molti paesi, anche di schieramenti opposti, fa parte di importanti organizzazioni internazionali e associazioni economiche di stati (come l’Asean, Associazione delle nazioni del Sud Est asiatico). Un successo importante ottenuto in pochi decenni. Vediamo come.

 I «due» paesi che si riunificano

Il Nord Vietnam, la Repubblica democratica del Vietnam, è stato governato con il sistema comunista, dal partito unico, con assenza totale di voci di dissenso rispetto alla linea politica centrale. L’unità di comando è stata, tra gli altri, uno dei fattori di vantaggio del Nord.

Nel Sud, la Repubblica del Vietnam, al contrario, pur essendo governata da un regime dittatoriale e oppressivo, aveva visto un’opposizione politica, a livello di partiti, numerosa, come pure gli intellettuali e la società civile attiva, sempre molto presente.

Era a Sud che era nato il Fronte nazionale di liberazione del Sud Vietnam, fondato nel 1960 come organizzazione formale della rivoluzione sudvietnamita. Il suo braccio militare erano le Forze armate di liberazione del popolo. Si opponevano al regime di Saigon e al suo alleato statunitense. Facevano parte del Fronte le sensibilità politiche più diverse, non solo i comunisti, ma i suoi membri furono genericamente chiamati «Vietcong» (da cong san, comunista).

Sul piano economico, alla fine della guerra, il Nord si ritrovava con un’industria in ritardo a livello tecnologico e produttivo rispetto al Sud e aveva subito forti danni a causa dei bombardamenti a tappeto degli americani.

Il Sud, invece, aveva beneficiato dell’apporto statunitense, in termini di fondi e investimenti nello sviluppo infrastrutturale (strade, porti, piste di aviazione, distribuzione elettrica e di telecomunicazione). Inoltre, fabbriche tessili, chimiche ed elettroniche erano state create con capitali taiwanesi, della diaspora cinese e sudcoreani.

Il Sud aveva visto una riforma agraria (1971) che aveva portato all’eliminazione del latifondo e della mezzadria, mentre si era fortemente rafforzato il piccolo imprenditore agricolo. Anche grazie all’appoggio tecnico americano la produzione e la produttività del riso era aumentata notevolmente nel bacino del delta del Mekong, già granaio risicolo del Paese.

La guerra aveva però creato molti danni. Gli sfollati erano stati circa due milioni tra il 1965 e il ‘75. Molte foreste erano andate distrutte, mentre ettari di territorio erano inquinati dagli agenti chimici (come l’agente arancio) che avrebbe creato danni alle generazioni successive per decenni (fino ad oggi). Sarebbe stata necessaria una bonifica su ampia scala.

La partenza improvvisa degli americani aveva, inoltre, creato disoccupazione che aveva toccato tra 1,3 e 1,5 milioni di persone.

Turisti nella città di Ho Chi Minh (foto Marco Bello)

Riunificazione come?

Parte dei rivoluzionari del Sud, riuniti nel Governo rivoluzionario provvisorio (Grp), organizzazione politica clandestina dei rivoluzionari del Sud istituita nel 1969, spingevano per un approccio di «riconciliazione nazionale».

I loro alleati, i dirigenti comunisti di Hanoi, forti della presenza militare, impostarono invece un trasferimento del sistema del Nord al Sud, in modo brusco e senza adattamenti. Tutta l’organizzazione venne centralizzata sul potere del partito comunista ad Hanoi. Il regime economico sociale e politico diventò di modello stalinista sovietico.

In agricoltura, le grandi proprietà furono confiscate e quelle piccole collettivizzate nelle cooperative. Operazione che non funzionerà, perché gli imprenditori contadini rifiuteranno di entrarvi.

I funzionari civili e militari sotto il regime del Sud vennero licenziati e mandati in campi di rieducazione politica. Alcuni vi restarono pochi mesi, altri fino a dieci anni. Si stima che 165mila persone morirono in questi campi e nelle prigioni, mentre centinaia di migliaia di altre intrapresero la pericolosa via dell’esilio, fuggendo con ogni mezzo, in particolare via mare (il fenomeno dei boat people durò, in questa fase, dal ‘76 al ‘79). A esse si aggiungono quelle fuggite prima del 1975, con l’avvicinarsi della caduta di Saigon.

Il bilancio fu una notevole perdita di capitale umano e professionale per il Vietnam riunificato.

Il partito, inoltre, impostò un sistema di controllo territoriale capillare: quartiere, domicilio, permessi per viaggiare, razionamento alimentare.

A livello internazionale, la Rsvn aderì al Comecon (Consiglio di mutua assistenza economica), il blocco commerciale dei paesi socialisti.

Nel 1979 il Vietnam occupò militarmente la Cambogia e rovesciò il regime dei Khmer rossi di Pol Pot. Si ritirerà solo dieci anni più tardi. Pol Pot aveva cercato di riprendere alcuni territori cambogiani acquisiti da Hanoi. A Nord la Cina, alleata dei Khmer rossi, sconfinò occupando alcune città per un mese. Migliaia vietnamiti di etnia cinese (han) fuggirono dal paese. Entrambi i conflitti ebbero costi notevoli per la neonata Rsvn.

I limiti del modello stalinista

Nei primi anni Ottanta, il sistema imposto portò a una crisi della produzione alimentare, che generò una penuria di cibo, difficoltà di approvvigionamento delle città, e una diffusa malnutrizione nelle campagne. Nel 1986 l’inflazione si attestava al 1.000%. Era il fallimento del modello socialista sovietico.

Già nel 1982, al quinto Congresso del Partito comunista vietnamita, il segretario generale Le Duan (successore di Ho Chi Minh alla sua morte il 3 settembre 1969) ammetteva le difficoltà economiche e sociali del Paese.

Sul piano internazionale il 1986 è l’anno nel quale Michail Gorbatchev lanciava la Perestroika e la Glasnost in Unione Sovietica. Iniziava la crisi del socialismo reale. Nello stesso periodo, in Cina, Deng Xiaoping iniziava le riforme economiche. Riforme osservate attentamente dai dirigenti vietnamiti. Anche il sistema del Comecon iniziava a scricchiolare.

(foto Marco Bello)

L’era del «Doi moi»

È al sesto congresso del Pcv, a fine 1986, che il nuovo segretario Nguyen Van Linh lanciava un’era di riforme fondamentali. Chiamato «Doi moi» (rinnovare) prevedeva il riconoscimento del libero mercato e di un settore privato dell’economia.

«La riforma globale conosciuta come Doi moi è stato la realizzazione progressiva di microriforme locali o settoriali, distribuite tra il 1979 e il 1986», scrive lo storico franco-vietnamita Pierre Brocheux. «Dal 1979 inizia a essere riconosciuta l’importanza del nucleo famigliare, insieme a quello dello Stato e della collettività. È un cambiamento di prospettiva, fondamentale per le riforme del Doi moi che seguiranno», riporta ancora lo storico.

Negli anni successivi (1987-1988) il governo varò una serie di decreti per la liberalizzazione dell’economia nei diversi settori: investimenti stranieri, terra, commercio estero, agricoltura e gestione delle industrie di Stato.

Nel settore agricolo, nel 1988 iniziava la decollettivizzazione e la ridistribuzione della terra ai produttori agricoli in funzione della dimensione famigliare. Di fatto si trattava di una nuova riforma agraria, il passaggio da sfruttamento collettivo (che non aveva funzionato) a sfruttamento famigliare.

L’anno successivo il Vietnam passava da un’economia dirigista, centralizzata e interna a un’economia regolata dal mercato e orientata all’estero.

L’agricoltura come propulsore

Nell’era del Doi moi, l’agricoltura diventa la principale spinta economica del paese riunificato. Liberando i contadini dalle regole socialiste, le costrizioni della produzione collettivista si assiste a un’esplosione di produttività e produzione.

Importante è anche l’investimento in sviluppo delle infrastrutture (come l’idraulica agricola).

In pochi anni il Vietnam diventa secondo produttore mondiale di riso. Aumenta anche la produzione di mais e le coltivazioni commerciali da export. Tra queste, il Paese diventa il secondo produttore mondiale di caffè, posizione che mantiene a tutt’oggi.

La produzione di generi alimentari passa da una media di 265 chili per abitante nel 1980 (insufficiente in quanto il minimo necessario è valutato a 300 kg) a 470 kg nel 2003.

L’industria di manifattura

I dirigenti vietnamiti abbandonano l’idea di sviluppare l’industria pesante, occorrono grossi investimenti e molto tempo. Come in diversi altri Paesi della regione, viene, invece, spinta la manifattura per l’export. È concorrenziale in diversi settori (agroalimentare, tessile, confezioni e cuoio), grazie al basso costo della manodopera. Si assiste negli anni Ottanta a un aumento del commercio estero. In parallelo, per rispondere alle esigenze industriali, viene sviluppata la produzione di energia da diverse fonti: idroelettrica, idrocarburi e gas.

A livello di commercio estero, la crisi del Comecon porta il Vietnam a entrare nell’Asean (Associazioni delle nazioni del Sud Est asiatico), nell’Apec (Asia Pacific economic cooperation) e poi ad aderire al Wto. Nel 1995 riprende i rapporti con gli Stati Uniti.

Il Doi moi ha portato la crescita del Pil vietnamita oltre il 7% già nel 1990, fino al picco dell’8,5% nel 2007.

La «diplomazia del bambù»

Nel settembre 2023, Joe Biden, in visita ad Hanoi invitato dal segretario generale Nguyen Phu Trong (2011-2024), firma il «partenariato strategico integrale», elevando gli Usa al massimo grado di partenariato commerciale (insieme a Cina, Russia, India e Corea del Sud). Gli Stati Uniti sono oggi il primo mercato di export per i prodotti vietnamiti.

Il Vietnam è integrato nella comunità internazionale, è membro di decine di organizzazioni sovranazionali e partecipa a 15 accordi commerciali.

Molto si deve alla strategia diplomatica formulata proprio da Trong nel 2016 e formalizzata nel 2021, nota come «diplomazia del bambù», ovvero con «radici forti, tronco robusto e rami flessibili».

Strategia che gli permette di avere relazioni con Cina, Russia e, appunto, Stati Uniti. Dopo la visita di Biden, Trong ha accolto Xi Jinping e, un mese prima di morire (19 luglio 2024), anche Vladimir Putin (la Russia rimane il principale fornitore di armi). La sfida di un posizionamento sempre più da equilibrista in un’era oramai post Doi moi, è stata ereditata dal successore di Trong, il nuovo segretario To Lam.

Marco Bello

(foto Marco Bello)


Dalla Costituzione alle «braci ardenti»

Il «Doi moi» e la politica

Il Doi moi, varato ufficialmente a fine 1986, si innesta nel periodo storico del fallimento degli stati socialisti europei fino alla caduta del muro di Berlino nel 1989. Lo stesso anno in Cina ci fu la repressione di
piazza Tienanmen.

In Vietnam, i primi anni delle riforme economiche sono accompagnati da un rinnovato desiderio comune di libertà e democrazia, aiutato anche dal contesto mondiale. Viene pubblicato il testo integrale del testamento di Ho Chi Minh, il pensiero del padre della nazione tende a sostituire l’ideologia marxista. Giovani, scienziati e scrittori guidano un’opinione pubblica attiva e fanno nascere club e associazioni.

Tra il 1987 e il 1991, diversi scrittori e giornalisti si esprimono chiedendo maggiori libertà, diritti e multipartitismo. Le critiche, talvolta, arrivano dall’interno del partito stesso. Diversi sono i movimenti di contestazione e rivendicazione.

La nuova Costituzione

Mentre alla fine degli anni Ottanta il partito sembra permissivo, nel 1991 cambia strategia, e inizia a reprimere le opinioni e le azioni che promuovono un’evoluzione democratica. Intanto continua a mandare avanti le riforme economiche. Da quel momento, chi si espone in favore di maggiori libertà, viene incarcerato o deve scegliere l’esilio.

Nel 1992 è varata la nuova Costituzione. In essa è sancito il rispetto di tutti i diritti umani fondamentali. Vi è, inoltre, definito che, a livello strutturale, il partito comunista è presente a monte e a valle del processo di legislazione, esecuzione e controllo.  Nella pratica, la politica resta di tipo leninista, per cui, anche se la Costituzione riconosce i diritti fondamentali dei cittadini, il partito-stato non tollera alcuna contestazione del suo potere e dell’esercizio dello stesso. Chi si espone viene arrestato, o costretto in residenza sorvegliata, per impedirgli di nuocere.

(foto Marco Bello)

L’opposizione

L’opposizione politica, fino dal 1976, è in esilio, in particolare negli Usa e in Australia. Dopo qualche tentativo di tornare nel Paese con incursioni armate, nei primi anni Novanta preferisce un metodo di lotta chiamato «sovversione pacifica».

Tra il 2006 e 2007 si forma una coalizione di gruppi dissidenti, il Bloc8406, che rivendica riforme democratiche e rispetto degli impegni internazionali su diritti e libertà. Ne fanno parte attivisti come giuristi, ex membri del partito ed ex militari e altri intellettuali. Il regime li fa incarcerare quasi tutti tra il 2007 e il 2008.

Dal 2009 imprigiona pure blogger e giornalisti, anche per pubblicazioni sui social media. Situazione che continua ancora oggi. I dissidenti iniziano a contestare la corruzione diffusa a tutti i livelli e legata alle concessioni di terreni a imprese minerarie, che nuocciono all’ambiente e aprono, sostengono, le porte alla Cina.

Con l’avanzare del Doi moi, intanto, aumenta la crescita economica, gli investimenti stranieri, la speculazione immobiliare, e quindi le occasioni di un arricchimento facile.

Le contestazioni fondiarie si moltiplicano, i terreni sono espropriati per impiantare fabbriche, strutture turistiche e altre opere di interesse pubblico. La popolazione protesta contro gli indennizzi giudicati dai contadini troppo bassi.

A partire dal 2013 il partito inizia una vasta campagna anticorruzione, voluta dal segretario generale Nguyen Phu Trong (2011-2024), chiamata «braci ardenti», tutt’ora in atto. Diversi alti funzionari vengono rimossi, anche ai massimi livelli.

Ma.B.

(foto Marco Bello)

Cinquemila anni di storia

Cronologia di base

Dal 2.900 a.C. Presenza di regni nel Nord dell’attuale Vietnam, con a capo la dinastia Hong Bang (o dinastia Lac).

Dal 111 a.C. al 938 d.C. Dominazione cinese, con interruzione nel 40-43 d.C. (rivolta delle sorelle Trung), nel 222-248 (rivolta della guerriera Ba Trieu) e nel 544-602 (prima dinastia Ly).

Inizio secolo XVI. Arrivo di commercianti portoghesi e dei primi missionari che si fermano.

1858 – La flotta dell’ammiraglio Rigault de Genouilly sbarca nel golfo di Da Nang (centro dell’attuale Vietnam). Inizia la colonizzazione francese.

1940 – A causa della Seconda guerra mondiale, i Giapponesi invadono il Vietnam e inizia un periodo di coabitazione tra i due occupanti. Iniziano anche le insurrezioni armate, decise dal partito comunista (fondato nel 1930 da Ho Chi Minh), anche se gli indipendentisti sono di diverse tendenze politiche.

1941 – Ho Chi Minh, nato nel 1890 e andato all’estero nel 1911, torna in Vietnam e crea i Vietminh, per combattere giapponesi e francesi e ottenere l’indipendenza.

1945, agosto. Il Giappone è sconfitto nella Seconda guerra mondiale e si ritira. Il 2 settembre Ho Chi Minh proclama la Repubblica democratica del Vietnam (Rdvn) ma, di fatto controlla solo il Nord. L’esercito britannico arriva a Sud, e presto restituisce l’autorità ai francesi.

1946 – Attacco delle forze vietminh contro i francesi, inizia la Prima guerra d’Indocina che vede opporsi i rivoluzionari nazionalisti, di varie tendenze, insieme per scacciare i colonialisti francesi e raggiungere l’indipendenza.

1954 maggio. Vittoria decisiva dei Vietminh contro i francesi a Dien Bien Phu, nel Nord. A luglio, con firma degli accordi di Ginevra, il paese viene diviso «provvisoriamente» in due all’altezza del 17° parallelo. A Nord si concentrano le forze comuniste nella Rdvn, a Sud quelle fedeli ai francesi nella Repubblica del Vietnam (Rvn). Sono previste elezioni per la riunificazione entro due anni, ma non verranno mai fatte. Inizia un esodo di nord vietnamiti da Nord a Sud, circa un milione, prevalentemente cattolici. Una minoranza di ex combattenti Vietminh, originari del Sud, resta in quella parte del paese.

1955 – Gli statunitensi rimpiazzano i francesi come consiglieri militari del Sud Vietnam. Prende il potere Ngo Dinh Diem, già primo ministro, destituendo l’imperatore Bao Dai. Unione Sovietica e Cina iniziano l’assistenza al Vietnam del Nord. Una grave carestia colpisce il Nord, un milione di persone patisce la fame.

1960 – Nasce ad Hanoi il Fronte nazionale di liberazione del Sud Vietnam. I suoi membri sono chiamati Vietcong (comunisti) dal governo del Sud, in senso dispregiativo. È composto da forze del Sud di diversa tendenza, nazionalisti che vogliono l’indipendenza e la riunificazione. Intanto, continuano ad arrivare militari americani come consiglieri. Nel 1962 sono già 12mila. Toccheranno il massimo di 543mila soldati nel 1969.

1965 – Cominciano massicci bombardamenti americani nel Nord, che si ripeteranno negli anni.

1969 – Iniziano i colloqui di Parigi sul Vietnam. Saranno interrotti e ripresi nel ‘72 e poi nel ‘73. Il 2 settembre ‘69 Ho Chi Minh muore ad Hanoi.

1973 – Riprendono i colloqui che portano alla firma del cessate il fuoco il 27 gennaio. Sono firmati dai rappresentanti di Rdvn (Nord), Rvn (Sud), Governo provvisorio rivoluzionario (Gpr, vietcong) e Stati Uniti. Mettono fine all’intervento Usa che terminerà il ritiro delle truppe a fine marzo. Il Gpr e il governo del Sud dovrebbero formare un governo di coalizione a tre, oltre a Vietcong e regime del Sud, dovrebbe partecipare la «Terza forza», l’opposizione non comunista del Sud. Non ci riusciranno per le resistenze di Saigon.

1974 – Riprende la guerra tra vietnamiti, senza l’intervento americano.

1975, 30 aprile. Le forze comuniste, composte dall’esercito nordvietnamita e da quello di liberazione del Sud, conquistano Saigon. Il giorno prima, erano stati evacuati gli ultimi americani. Con loro l’ambasciatore Graham Martin.

1976, 2 luglio. Proclamazione della Repubblica socialista del Vietnam unificato.

1976-’79. Prima ondata di boat people: partono con barche di fortuna in centinaia di migliaia. Tra loro chi ha collaborato con gli americani e il regime del Sud e chi teme i comunisti.

1978, 25 dicembre. L’esercito vietnamita entra in Cambogia e rovescia il regime di Pol Pot. Si ritirerà solo nel 1990.

1979, febbraio-marzo. Conflitto con la Cina che invade alcuni territori a Nord.

1986, dicembre. Varo ufficiale del Doi moi, le riforme del «rinnovamento».

1992 – Varo della nuova Costituzione.

1995 – Ripresa dei rapporti diplomatici con gli Usa, dopo la revoca delle sanzioni l’anno precedente (amministrazione di Bill Clinton).

2023, 10 settembre. Gli Usa firmano con la Rsvn il «partenariato strategico integrale», il massimo livello, fino a quel giorno ottenuto solo da Cina, Russia, India e Corea del Sud. In seguito, sarà firmato anche con Australia e Giappone.

Ma.B.

(foto Marco Bello)

Anno di grandi ambizioni

Verso il futuro: Politica, economia e infrastrutture

Il 2024 è stato un anno di  turbolenze politiche. Ma oggi la direzione de Paese è stabile. Una riforma dell’apparato governativo è in programma. Così come imponenti opere infrastrutturali. E il partito punta a una decisa crescita del Pil.

La prima metà del 2024 ha visto turbolenze politiche senza precedenti nel Vietnam. Il presidente Vo Van Thuong e il presidente dell’Assemblea nazionale, Vuong Dinh Hue, si sono entrambi dimessi nell’ambito della campagna anticorruzione in corso.

Thuong era in carica da poco più di un anno ed è stato il secondo presidente a essere costretto a dimettersi in altrettanti anni.

Poi, a luglio, il segretario generale di lunga data del partito comunista vietnamita (Pcv), Nguyen Phu Trong è morto all’età di 80 anni, dopo un periodo di malattia, interrompendo il suo terzo mandato come leader del Paese.

Da allora gli è succeduto To Lam, l’ex ministro della Pubblica sicurezza, mentre Luong Cuong è stato eletto presidente della Repubblica dall’Assemblea nazionale (ottobre).

Questa configurazione della leadership, insieme al primo ministro Pham Minh Chinh e al nuovo presidente dell’Assemblea nazionale Tran Thanh Man, è rimasta stabile, fornendo la calma necessaria dopo un periodo turbolento.

Ripresa economica

La stabilità ha contribuito a far sì che il Vietnam raggiungesse una crescita annua del Pil migliore del previsto, pari al 7,09% nel 2024, superando l’obiettivo del Governo che era del 6,5%.

La crescita trimestrale del Pil è aumentata in ogni trimestre dell’anno, raggiungendo il 7,55% nel quarto e guidando la quarta espansione annuale più alta degli ultimi 15 anni.

Il fatturato delle esportazioni e delle importazioni ha raggiunto un nuovo record, con il primo che ha raggiunto quasi 385 miliardi di dollari di valore, ovvero un aumento del 14,4% su base annua. Gli investimenti esteri diretti registrati, nel frattempo, sono stati di 31,4 miliardi di dollari, con il Governo che si è concentrato in particolare sui semiconduttori e l’intelligenza artificiale.

La concorrenza in questi settori è agguerrita a livello globale e soprattutto nel Sudest asiatico, con Malaysia, Indonesia e Thailandia che si sono assicurate importanti accordi di investimento da aziende del calibro di Google e Apple. Il Vietnam rimane un forte contendente, come evidenziato dal tanto celebrato annuncio di dicembre di Nvidia che investirà in ricerca e sviluppo nel Paese.

I funzionari puntano ora a una crescita del Pil dell’8% nel 2025 e, sebbene la performance dello scorso anno abbia gettato solide basi per un’ulteriore espansione, la dipendenza del Vietnam dal commercio estero rappresenta un rischio nel contesto dell’approccio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla questione.

Gli Stati Uniti sono il più grande mercato di esportazione del Vietnam, con un valore di 136 miliardi di dollari nel 2024 e, sebbene Trump non abbia preso di mira specificamente il Vietnam con la sua recente retorica, il Paese del Sudest asiatico ha il terzo più grande surplus commerciale con gli Stati Uniti dopo Cina e Messico.

Questa cifra ha raggiunto i 123 miliardi di dollari nel 2024, con un aumento del 20% rispetto all’anno precedente.

Allo stesso tempo, gli investimenti manifatturieri cinesi in Vietnam sono aumentati e hanno rappresentato il maggior numero di nuovi progetti di investimenti esteri diretti lo scorso anno. Ciò ha sollevato preoccupazioni sulla possibilità che le aziende cinesi utilizzino il Vietnam come canale di trasbordo per evitare le tariffe americane, anche se sono state trovate poche prove che ciò avvenga.

«Questo cambiamento manifatturiero è guidato da una combinazione di forze», ha dichiarato Dan Martin, international business advisor di Dezan Shira & Associates. «Da un lato, la geopolitica è al centro dell’attenzione, in particolare lo sono i dazi. Già durante la sua prima presidenza Trump ha utilizzato politiche commerciali aggressive che hanno provocato onde d’urto nelle catene di approvvigionamento globali, costringendo le aziende a ripensare le loro operazioni quasi da un giorno all’altro. Ora, con Trump 2.0 in pieno svolgimento e l’imprevedibilità delle sue tattiche commerciali intransigenti in aumento, le imprese si stanno preparando per quella che molti credono sarà un’ondata ancora più dura di misure protezionistiche. L’urgenza di proteggersi da questi rischi non è mai stata così grande».

Il primo ministro Pham Minh Chinh ha esortato le agenzie governative a prepararsi all’eventualità di una guerra commerciale globale, avvertendo che un tale evento «interromperebbe le catene di approvvigionamento e ridurrebbe i mercati di esportazione del Vietnam», riportano i media statali.

Analizzando altri settori dell’economia, si nota che il turismo ha registrato una forte crescita nel 2024. Gli arrivi internazionali hanno raggiunto i 17,6 milioni, con un balzo di quasi il 40% rispetto al 2023. La Corea del Sud e la Cina, a lungo i mercati chiave per il turismo in entrata, hanno guidato questa crescita e sono stati responsabili rispettivamente di 4,6 milioni e 3,7 milioni di arrivi.

Questo settore sembra destinato a crescere nel 2025. Gli arrivi internazionali a gennaio hanno infatti già raggiunto i 2,1 milioni, ovvero un’espansione del 36,9% su base annua. I funzionari hanno fissato l’obiettivo di raggiungere i 23 milioni di arrivi all’anno, spingendo per aumentare le entrate del turismo.

Ristrutturazione del governo

Mentre l’amministrazione Trump rappresenta un fattore esterno imprevedibile, il segretario generale To Lam sta perseguendo le riforme governative più ambiziose degli ultimi decenni. Numerosi ministeri si uniranno per modernizzare la governance e migliorare l’efficienza per affrontare i problemi di lunga data che riguardano la burocrazia, mentre le agenzie statali a tutti i livelli saranno semplificate.

Si prevede che circa il 20% dei dipendenti statali, ovvero circa 100mila persone, saranno tagliati con un risparmio di 5 miliardi di dollari, uno sforzo immenso che, se eseguito correttamente, andrà a beneficio di tanti, dai normali cittadini agli investitori stranieri (i costi sociali restano da valutare).

Molti dettagli di questa riforma rimangono poco chiari, mentre tutti i governi provinciali e le organizzazioni ufficiali dovrebbero avere presentato piani di ristrutturazione entro la fine del primo trimestre 2025. Questa razionalizzazione porterà al prossimo Congresso nazionale, previsto per gennaio 2026, quando sarà selezionata la leadership politica per i prossimi cinque anni.

(foto Marco Bello)

Grandi ambizioni

Allo stesso tempo, la leadership del Vietnam sta procedendo con scadenze aggressive sui principali progetti infrastrutturali ed energetici.

Alla fine dello scorso anno, l’Assemblea nazionale ha approvato la tanto discussa ferrovia ad alta velocità Nord-Sud, che dovrebbe costare 67 miliardi di dollari e collegare Hanoi a Città Ho Chi Minh con 1.500 chilometri di binari. Con un tempo di percorrenza stimato di cinque ore, questo rimodellerebbe drasticamente i viaggi nazionali, collegando un totale di 20 province e città. La tempistica di costruzione è molto ambiziosa, con l’inizio dei lavori previsto per il 2027 e i primi treni per il 2035.

Il Parlamento ha anche approvato la ripresa dello sviluppo dell’energia nucleare nella provincia di Ninh Thuan dopo che questo piano era stato accantonato per preoccupazioni sui costi nel 2016. All’epoca, due centrali dovevano essere costruite con il sostegno rispettivamente di Russia e Giappone.

Al momento non è chiaro chi fornirà supporto per il nuovo piano o quale tipo di reattori potrebbe essere utilizzato, ma la domanda di energia del Vietnam sta crescendo del 13% all’anno mentre il Governo si sforza di rispettare il suo impegno di emissioni nette zero entro il 2050.

Questo impegno ha creato tensioni riguardo alle politiche ambientali. Mentre la capacità di energia rinnovabile del Vietnam è cresciuta rapidamente nel 2018 e nel 2019, questa espansione è poi rallentata a causa di ritardi normativi, e le centrali elettriche a carbone rimangono la principale fonte di elettricità.

Hanoi e Città Ho Chi Minh devono entrambe affrontare un inquinamento atmosferico sempre più grave a causa delle centrali elettriche, dell’attività manifatturiera, delle emissioni dei veicoli e di altri fattori. Sebbene la consapevolezza di questo problema stia crescendo, l’azione di risposta ad alto livello è stata limitata.

Per quanto riguarda l’energia nucleare, il primo ministro Chinh ha incaricato Electricity Vietnam (Evn) e Petrovietnam, due imprese statali, di guidare gli investimenti nelle due centrali nucleari, coordinandosi con i partner internazionali sulla tecnologia richiesta. La russa Rosatom è un forte contendente per il coinvolgimento, mentre altri potenziali partner includono Cina, Giappone, Corea del Sud e Francia.

Chinh ha anche chiesto che entrambi gli impianti siano completati al più tardi entro la fine del 2031, una tempistica che sarà difficile da rispettare date le complessità dello sviluppo dell’energia nucleare.

I dazi di Trump, la ristrutturazione politica e grandi infrastrutture, sono le ambiziose sfide del Vietnam per il 2025.

Michael Tatarski
da Città Ho Chi Minh

(foto Marco Bello)

Senso di coesione e gioia di vivere

Le sfide della chiesa vietnamita

Dai primi missionari, giunti 500 anni fa, alla vitalità della Chiesa vietnamita di oggi. Le sfide sono tante, come l’inurbamento e l’avanzata della modernità. Ma la gente ha un innato senso del sacro. E le vocazioni, pure missionarie, sono tante.

Nel 2033 la Chiesa in Vietnam celebrerà il cinquecentesimo anniversario di presenza. L’evangelizzazione della regione iniziò nella seconda metà del XVI secolo con l’arrivo di mercanti e missionari portoghesi. I primi religiosi inviati in missione in questo bellissimo Paese dell’Estremo Oriente furono i francescani, seguiti dagli agostiniani, dai domenicani e, più tardi, dai gesuiti. Il più famoso di questi missionari fu padre Alexandre de Rhodes (1591-1660), missionario gesuita francese, che, mentre svolgeva la sua attività missionaria, trasformò profondamente la scrittura vietnamita. Trascrisse in alfabeto latino la lingua vietnamita, fino ad allora scritta in caratteri cinesi, includendo, sotto forma di «accenti diacritici», i cinque toni della lingua vietnamita (quốc ngữ).

Il cristianesimo si diffuse inizialmente nel Nord del Paese, tra le popolazioni locali, soprattutto nelle zone rurali. Nel XVIII e XIX secolo, diverse ondate di persecuzione colpirono i cattolici, accusati di essere alleati delle potenze coloniali europee, e fecero più di centomila martiri. A metà del XIX secolo, il Vietnam divenne colonia francese. La dominazione straniera permise l’espansione del cristianesimo, la creazione di nuove diocesi, e quella di scuole e ospedali. Nel 1946 iniziò la prima guerra d’Indocina, seguita dalla seconda. Con la vittoria dei comunisti iniziò un nuovo periodo di persecuzione. Intorno agli anni 2000, gradualmente, lo Stato è diventato più tollerante nei confronti della Chiesa cattolica vietnamita.

Libertà di culto

Attualmente, la Chiesa gode di una relativa libertà che le permette di organizzare le sue attività interne senza troppe restrizioni. I seminari e le congregazioni religiose possono accogliere e formare seminaristi, religiosi e religiose in completa autonomia, molte chiese, centri pastorali e luoghi di pellegrinaggio sono costruiti ai quattro angoli del Paese. Solo l’istruzione e la maggior parte delle istituzioni ospedaliere rimangono appannaggio dello Stato (ad eccezione degli asili nido e di alcune scuole tecniche).

In certe zone più remote, dove le comunità cristiane sono minoritarie, il numero dei sacerdoti e dei campanili è ancora limitato dal governo locale. Paradossalmente, in questo contesto di crescente libertà, la progressione del cristianesimo nella società vietnamita non c’è stata. La fede cristiana si trova piuttosto di fronte a un certo declino.

Dalle campagne alle città

Diversi fattori spiegano questa tendenza, mentre altri restano sfide per l’attività missionaria della Chiesa. Come è successo in Europa negli ultimi cinquant’anni, ma in maniera più accelerata, oggi il Vietnam è nella morsa di una drammatica migrazione dalle campagne alle città, unita a un calo significativo del tasso di natalità (anche se la crescita demografica è ancora positiva). I villaggi e il mondo agricolo sono abbandonati dai giovani, che lasciano un contesto familiare e tradizionale per entrare in un ambiente urbano molto più anonimo e stressante, dove l’accesso ai beni materiali è la principale preoccupazione delle persone. Certo, quando arrivano dalla campagna, questi nuovi abitanti portano anche la loro parte di freschezza, dinamismo e cultura, ma la città è un mondo frenetico dove non tutti trovano l’Eldorado. La Chiesa è consapevole dell’importanza di accogliere e accompagnare questi migranti, ma non sempre trova i mezzi per raggiungerli nelle loro preoccupazioni quotidiane, per formarli e per difendere i loro diritti sociali.

I diritti dei lavoratori non sono la preoccupazione principale dello Stato e la protesta sociale è disapprovata in un Paese in cui il governo centrale è forte. La vita nelle parrocchie è ancora molto incentrata sull’aspetto religioso (celebrazione delle messe, sacramenti, processioni), con impegni caritativi che compensano in parte i problemi sociali.

Innato senso del sacro

Tuttavia, due elementi lavorano a favore della Chiesa in Vietnam. Il primo è il senso tradizionale del sacro dei vietnamiti (e degli asiatici in generale). I vietnamiti dichiarano senza complessi la loro religione e, sebbene la maggior parte della popolazione non ne pratichi una quotidianamente, ne riconosce il lato positivo. La religione promuove la coesione sociale (un valore molto apprezzato in questa società influenzata dal confucianesimo), e i credenti sono generalmente impegnati in attività caritatevoli (che rafforzano la benevolenza del popolo nei loro confronti). La religione è anche sinonimo di pietà verso gli antenati, che è uno dei doveri fondamentali di tutti i vietnamiti. È l’antitesi della modernità occidentale che è stata forgiata nell’età dell’Illuminismo.

Il secondo elemento che gioca a favore della vitalità della Chiesa vietnamita è il ruolo decisivo che giocano le persone consacrate: sacerdoti diocesani, religiosi e religiose. Ce ne sono più di venticinquemila nel Paese e le loro generosità, autenticità e gioia di vivere sono riconosciute da tutti, sia nella Chiesa che fuori da essa. Tutti sono direttamente coinvolti nel lavoro parrocchiale. Inoltre, le suore sono attive al servizio dei più poveri, dei disabili, degli orfani e dei bambini piccoli.

Missionari vietnamiti

Il dinamismo della vita religiosa si riflette anche sull’attività missionaria verso l’estero. Mentre la Chiesa diocesana vietnamita (lo diciamo con grande rammarico) è poco consapevole e attenta alle necessità della Chiesa universale, per quanto riguarda i religiosi, la situazione è più diversificata e quindi positiva. Certo, molte congregazioni e membri di congregazioni non si sentono missionari ad extra, ma in molti altri casi, soprattutto per quanto riguarda le congregazioni internazionali, l’invio in missione è relativamente numeroso. La fiamma missionaria non è certo paragonabile a quella che l’Europa ha conosciuto per circa un secolo, ma bisogna riconoscere che molti religiosi vanno lontano, in tutti i continenti, spesso nelle Chiese locali in crisi e nelle società in gran parte scristianizzate.

Come i missionari di una volta, hanno dovuto abituarsi alla lingua locale, al clima, al cibo e alla mentalità degli indigeni, con vari gradi di successo. Ma la loro generosità è bella da vedere. Inoltre, in molti casi, come in quello delle generazioni missionarie del passato che si sono prese cura anche dei loro connazionali, i religiosi vietnamiti sono attenti anche alle comunità cristiane vietnamite espatriate, che hanno bisogno di fede e di sostegno fraterno per affrontare le sfide dell’adattamento in terra straniera. Certo, il mondo è complesso, le generazioni cambiano, la pluralità e la scristianizzazione sono fatti innegabili del mondo moderno, e il Vietnam non fa eccezione, ma due cose rimangono essenziali. Da una parte, il messaggio del Vangelo continua ad essere rilevante per gli uomini del nostro tempo, e molti cristiani ne sono consapevoli e si nutrono della Parola, dei sacramenti, della vita fraterna, pur impegnandosi al servizio dei fratelli. D’altra parte, come ci ricorda papa Francesco, dobbiamo sempre uscire dalla nostra zona di comfort, essere critici e avere il coraggio di correre il rischio dell’avventura missionaria. I cristiani vietnamiti sono persone straordinarie. Hanno un bel senso di coesione, una bella liturgia, una gioia di vivere, convinzioni e generosità che sono un tesoro per la Chiesa universale e per la società nel suo insieme.

Frédéric Rossignol


Il Vietnam in cifre

  • Superficie: 331.210 km2 (Italia 302.073)
  • Popolazione: 100,3 milioni (2023)
  • Indice di sviluppo umano (posto nella classifica): 107/191 (2024)
  • Pil: 429,72 miliardi di dollari (2023)
  • Pil procapite annuo: 4.282 (2023)
  • Crescita annua del Pil: +7,09% (2024)
  • Aspettativa di vita: 75 (2022)
  • Popolazione al di sotto della soglia di povertà
    (2,15 dollari US al giorno): 1%
  • Tasso di alfabetizzazione: 96%
  • Accesso alla rete elettrica: 100%.
  • Accesso a internet: 70%.

(foto Marco Bello)


Il Vaticano e la Repubblica socialista

Colloquio con monsignor Marek Zalewski

Abbiamo contattato monsignor Marek Zalewski, primo Rappresentante pontificio residente in Vietnam, per fare il punto sui rapporti tra il paese asiatico e il Vaticano.

Monsignor Zalewski, potrebbe riepilogarci il processo di riavvicinamento tra la Santa Sede e la Repubblica socialista del Vietnam?

«L’apertura dei rapporti con le autorità vietnamite, fino a quel momento molto timidi, risale al 1989, il tempo dei cambiamenti politici e sociali in Polonia e Ungheria, quando il cardinale Roger Etchegaray, allora presidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, poté compiere una visita ufficiale in Vietnam. Infatti, il pensiero di Giovanni Paolo II era quello di aprire sentieri di dialogo attraverso i temi della giustizia e della pace, spesso negata in quel periodo in vari Paesi, caratteristici dell’insegnamento e della testimonianza quotidiana della Chiesa.

Si avviò, pertanto, la prassi della visita annuale di una delegazione della Santa Sede, dedicata in parte ai contatti con il Governo di Hanoi e in parte all’incontro con le comunità diocesane. Nel 1996 iniziarono i colloqui per definire un modus operandi relativo alla nomina dei vescovi in Vietnam. Le prime visite furono condotte dall’attuale segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, in qualità, allora, di sottosegretario per i rapporti con gli Stati, e poi continuati da altri monsignori sottosegretari.

Nel 2009 venne in Vaticano il Presidente vietnamita Nguyen Minh Triet per incontrare Papa Benedetto XVI. Si è quindi formato un Gruppo di lavoro congiunto Vietnam-Santa Sede, che ha aperto la strada alla nomina di un Rappresentante pontificio non residente in Vietnam, con base a Singapore, nella persona di monsignor Leopoldo Girelli, il 13 gennaio 2011.

Il miei primi contatti con il Vietnam risalgono proprio a quel tempo quando, all’inizio del 2011, sono stato trasferito dalla nunziatura apostolica in Thailandia a Singapore, come collaboratore di ruolo di monsignor Girelli, il primo nunzio apostolico residente a Singapore. Vi sono rimasto quasi due anni. Nel 2018 sono stato nominato suo successore, mantenendo lo stesso titolo.

Nel 2019 il Gruppo di lavoro congiunto, di cui ormai facevo parte, cominciò i negoziati sul testo dell’accordo, approvato solo nel 2023, che ha permesso di nominare la mia persona come Rappresentante pontificio residente in Vietnam. Il primo febbraio 2024 ho aperto l’Ufficio permanente della Santa Sede ad Hanoi, riconosciuto ufficialmente dal Governo della Repubblica socialista del Vietnam».

I cambiamenti al vertice del Partito comunista e alla presidenza della Repubblica, pensa possano cambiare qualcosa?

«I recenti cambiamenti ai vertici del Governo e del Pcv non devono sorprenderci, direi che siano la normalità nella politica. Sono convinto che le cordiali relazioni tra la Santa Sede e il Vietnam continueranno a portare buoni frutti, sempre nel segno del reciproco rispetto e della fiducia.

Il futuro, come si è espresso qualche tempo fa il cardinale Parolin, “ci chiama a un cammino da continuare a percorrere insieme, senza la pretesa o la fretta di raggiungere qualche altra meta, ma con la disponibilità di chi vuole confrontarsi per trovare il meglio. Il presente Accordo, quindi, non rappresenta solo un traguardo positivo, bensì un nuovo inizio, nel segno del reciproco rispetto e della reciproca fiducia”».

Il precedente presidente Vo Van Thuong, durante la sua visita nel 2023, ha invitato il Papa in Vietnam. Un viaggio sarà realizzabile a breve?

«La visita del Santo padre in Vietnam è una questione attuale e aperta. Il presente Governo afferma che tale invito è sempre valido e attende una visita apostolica in questo Paese, dove vivono più di sette milioni di cattolici. Tale tema fu brevemente discusso l’anno scorso, durante la visita ufficiale in Vietnam di monsignor Paul Gallagher, Segretario per le relazioni con gli Stati e organizzazioni internazionali. Esso verrà ripreso durante la prossima riunione del Gruppo di lavoro congiunto, prevista nell’arco di quest’anno in Vaticano.

La diplomazia pontificia non cerca di ottenere subito il risultato finale, ma favorendo una graduale armonizzazione del principio della libertà religiosa e giustizia con le leggi e le consuetudini locali, vuole favorire una maggiore comprensione reciproca e dialogo, i quali potrebbero permettere di adoperare alcune scelte concrete.

Per quanto riguarda un futuro viaggio apostolico, va rilevato che la Conferenza episcopale vietnamita (Cev) è sempre stata coinvolta in tale processo e ha offerto le proprie riflessioni e valutazioni.

La Chiesa in Vietnam è ricca di vocazioni e dobbiamo ringraziare Dio per questo dono. Vorrei sottolineare l’importanza di vivere il Vangelo con coraggio e fedeltà da parte dei cattolici vietnamiti, cioè essere “buoni cattolici e buoni cittadini”. Tale principio è stato richiamato da papa Francesco nella sua lettera ai cattolici in Vietnam del 2023».

a cura di Ma.B.

(foto Marco Bello)

Le religioni in Vietnam

Con il «Doi moi» le relazioni tra Stato e religioni entrano in una nuova fase. La Costituzione del 1992 sancisce la libertà di fede e culto, e un’ordinanza del 2004 ne precisa le modalità di applicazione. Lo Stato, però, proibisce e reprime ogni interazione tra la religione e la politica. Ad esempio, si giustifica l’arresto di un prete se questo è accusato di fare politica oppure di avere relazioni con gruppi di oppositori in esilio. Non sarebbe una politica antireligiosa, ma è lo Stato che si riserva l’esclusività della politica. Tuttavia, si sa, i confini tra politico, sociale e religioso non sono mai netti. Da notare che la cultura cristiana è stata riconosciuta come parte della cultura nazionale.

Le maggiori religioni praticate oggi

  • Buddhismo (scuola cinese o zen): oltre 10 milioni.
  • Cattolicesimo: 7 milioni.
  • Protestantesimo: 1,5 milioni.
  • Caodaismo (religione sincretica locale del Sud): 2,5 milioni.
  • Buddhismo Hao Hoa (setta basata sul buddhismo): 1,5 milioni.
  • Islam: 70mila (per lo più di etnia Cham, nel Sud)
  • Esistono poi decine di culti locali, seguiti da oltre un milione e mezzo di persone.

Letture consigliate

  •  Pierre Brocheux, Histoire du Vietnam contemporaire, ed Fayard 2011. Compendio di storia moderna.
  •  Tiziano Terzani, Pelle di leopardo, Tea 2024. Reportage di guerra di Terzani.
  •  Stanley Karnow, Storia della guerra del Vietnam, Bur supersaggi 1989. La guerra vista da un giornalista americano con approfondimenti di politica Usa.
  •  Troung Nhu Tang, Memorie di un Vietcong, Piemme 2008. La guerra vista da un vietcong, tra i fondatori del Fnl, membro del Grp.
  •  Sandra Scagliotti e Fausto Cò, Vietnam, cent’anni di resistenza (1885-1975), Epics 2020. Raccolta di testi.
  •  Viet Thanh Nguyen, Il simpatizzante, Neri Pozza 2016 (vincitore premio Pulitzer). Romanzo esemplare sulla guerra e sul dopo.
  •  Phong Nguyen, L’eco dei tamburi di bronzo, Piemme 2023. Romanzo storico sulla rivolta delle sorelle Trung.

Siti italiani sul Vietnam:


Hanno firmato il dossier

Michael Tatarski
Giornalista freelance statunitense, è basato a Città Ho Chi Minh da diversi anni.  Tra le altre cose cura il blog «Vietnam weekly». Ha scritto per The Washington Post, The Atlantic, The Telegraph e altri. È stato caporedattore del Saigoneer.

Frédéric Rossignol
Religioso della Congregazione dello Spirito Santo di origine belga. È stato missionario in Vietnam dal 2007 al 2023. Lavora a Roma come padre spirituale del Collegio San Paolo, che ospita sacerdoti studenti da Africa, Asia e America.

Marco Bello
Giornalista, direttore editoriale di MC.

(foto Marco Bello)




Contro l’inverno dell’incredulità (Gv 10,22-42)


Il Vangelo di Giovanni è diviso sostanzialmente in due parti: la prima è zeppa di discorsi, polemiche e «segni». «Segni» è la parola che l’evangelista usa per indicare i miracoli, e non a caso, in quanto, per la sua teologia, non sono semplicemente «prodigi», ma fatti che rimandano ad altro, a qualcosa di più importante. La seconda parte del Vangelo si concentrerà invece sulla croce.  Il capitolo 11, con l’episodio della rianimazione di Lazzaro, sembra quasi mettersi a metà, come punto di passaggio.  Con gli ultimi versetti del decimo capitolo, insomma, Giovanni ci conduce alla fine della prima parte del suo Vangelo. E siccome sa scrivere, dissemina il suo testo di indizi che per aiutarci a concentrarci sul nucleo del discorso: il ruolo di Gesù e il volto del Padre.

Dal tempio al Giordano (Gv 10,22-42)

Questo viene suggerito in modo discreto, nella seconda parte di questo decimo capitolo, dal trucco tutto letterario, che ci può colpire per diverse ragioni: il brano comincia con Gesù nel tempio di Gerusalemme circondato da tanta gente accorsa per la festa della dedicazione, e finisce con Gesù in un luogo solitario, deserto, in riva al Giordano. Tempio e fiume, due elementi a prima vista poco legati tra di loro.

Per il primo elemento, Giovanni parla della «festa della dedicazione», una festa generalmente poco sentita, anche se per alcuni aveva un valore simbolico rilevante: faceva memoria della nuova dedicazione del tempio ad opera dei Maccabei (1 Mac 4,56-59). Questi erano dei fratelli che avevano consacrato la loro vita alla rivolta religiosa contro i sovrani greci (eredi di Alessandro Magno) che avevano voluto imporre i loro dei. La loro era stata un’interpretazione rigida e integralista della scelta religiosa, un deciso rifiuto dei poteri mondani per dare spazio totalmente a Dio. Quella dei Maccabei era stata una lotta spirituale che si era imposta con la forza sul mondano e sul politico, anche se, purtroppo, la loro rivolta, dopo di loro, era finita in una piena commistione tra potere religioso e potere politico con i sovrani asmonei di cui l’ultimo rappresentante importante sarebbe stato Erode.

Il secondo elemento, il fiume, viene introdotto alla fine del capitolo, quando Giovanni racconta che Gesù torna al Giordano, là dove aveva ricevuto il battesimo dal Battista, un profeta che, in qualche modo, segnava l’alternativa più lontana dallo stile dei Maccabei: un profeta solo, che operava in zone disabitate, che rimandava a una concezione antica di Dio, e lo faceva fuori dalle strutture organizzate, lontano dal tempio. Il testimone di una religiosità da cui Gesù si era lasciato affascinare. Ma dov’è il Dio più autentico: nell’apparente irrilevanza del Battista, o in una religione che si impone, come quella dei Maccabei?

Gesù vero uomo (v. 22-23)

Il Vangelo di Giovanni si presta a una lettura molto disincarnata. Nella storia del cristianesimo è spesso stato considerato il «Vangelo spirituale». Eppure, già dal prologo (Gv 1,1-18) insiste sulla «carnalità» del Verbo. Anche in questo brano, quasi senza farsene accorgere, Giovanni sottolinea la concretezza della vita di Gesù.

Dice infatti che era la festa della Dedicazione (v. 22). E che era inverno (o «faceva brutto tempo», come forse sarebbe più opportuno tradurre, dato che per i primi lettori di Giovanni era ovvio che la festa della dedicazione fosse d’inverno, dal momento che arrivava intorno alla metà di dicembre). E Gesù camminava nel portico di Salomone. Sembrano tre osservazioni superflue, scollegate e inutili. Ma chi il tempio lo aveva visto (quando Giovanni scrive, è già stato distrutto), sapeva che il suo cortile interno era cinto da quattro porticati, oltre i quali un muro separava dal resto del santuario. E chi a Gerusalemme c’era stato, sapeva che d’inverno spesso sulla città tirava un vento freddo da oriente. Stando sotto quel portico, con un muro a chiudere il lato Est, quel vento si sentiva meno. Pare, insomma, la descrizione di chi quegli ambienti li conosceva, li aveva frequentati. Perché Gesù è stato una persona vera. Esposto anche a patire il freddo in una ventosa giornata d’inverno. Colui che, tra un attimo, pretenderà di essere come Dio, è pienamente inserito nella nostra umanità anche nei suoi aspetti più superficiali e secondari.

Gesù il Cristo (vv. 24-28)

È in questo momento, durante la festa meno affollata, che gli interlocutori di Gesù pretendono una risposta definitiva, chiara, incontrovertibile: «Se sei il Cristo, sii chiaro» (v. 24).

La risposta di Gesù è netta ed esplicita: «Ve l’ho già detto, e i segni che compio lo confermano. Ma voi non capite la mia voce». Gesù aveva appena parlato del gregge e del pastore, affermando che le pecore non seguono un ladro, uno che non è di quell’ovile. Le pecore seguono il pastore perché ne riconoscono la voce, pur senza saper descrivere come sia fatta. Semplicemente, lo sentono e lo riconoscono come loro. Se quindi delle pecore non riconoscono il pastore, significa che quest’ultimo è un ladro o che le pecore non sono del suo gregge. Gesù e i suoi contestatori non si appartengono, non si riconoscono.

Questi giudei che muovono obiezioni a Gesù vorrebbero una prova incontrovertibile, definitiva del suo essere il Messia. Ma nelle relazioni più profonde e vere questa prova non esiste, c’è solo la percezione di una sintonia, di una vicinanza, di un’appartenenza reciproca. È curioso che la formula utilizzata dai giudei per chiedere che Gesù sia chiaro («Fino a quando ci terrai nell’incertezza?», v. 24), alla lettera dica «fino a quando prenderai la nostra vita, la nostra anima?».

Per questo motivo, nella risposta, Gesù precisa che è lui a donare la propria vita per le sue pecore (v. 28), una vita senza fine. È la sorpresa di chi incontra Gesù, di chi crede di andare in cerca di un Dio da onorare, servire, riverire, e si scopre, invece, coinvolto in una relazione personale, sfuggente e arricchente come tutte le relazioni, e, in più, in una relazione in cui riceve più di quello che dà.

Gesù Dio (vv. 29-38)

Nei versetti che seguono, sembra che Gesù cambi argomento. Dice che nessuno potrà togliergli le pecore cui dona la vita eterna. Perché è il Padre ad avergliele date. Quel Padre che è più grande di tutti. Gesù dona la sua vita alle pecore e le custodisce e «non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano».

Siamo già lanciati verso l’affermazione che segue: «Io e il Padre siamo una cosa sola». Anche se l’evangelista è spesso ambiguo e questa affermazione ha suscitato molte discussioni nella Chiesa antica, è nel suo genere chiarissima. I due restano due, non sono amalgamati in un essere solo; eppure, i due sono una cosa sola. Come in una coppia di innamorati, i due restano distinti e distinguibili, eppure sono una nuova realtà fatta dei due insieme.

L’ascolto è incontro

Gli interlocutori di Gesù stavolta capiscono subito, e prendono le pietre per lapidarlo, perché, a parere loro, facendosi uguale a Dio, ha bestemmiato. Ma è proprio qui che si coglie la differenza tra ciò che loro si aspettano e ciò che, invece, Gesù è venuto a rivelare. Quella che Gesù spera da noi, non è una fede fondata su una dimostrazione, su una prova inconfutabile, ma, come nelle relazioni, sull’accoglienza, la custodia, la capacità di interiorizzare. Occorre fidarsi di ciò che ascoltiamo, mettersi in gioco o rifiutarlo. Occorre ascoltare e intuire, mettersi in cammino o andarsene.

È a questo livello che possiamo cogliere che Gesù e il Padre sono una cosa sola, che vedere Gesù, con tutte le sue scelte, a volte difficili da comprendere, e le sue attenzioni delicate, significa vedere il cuore del Padre all’opera.

E infatti la «prova» che Gesù offre non è teologia, non è filosofia sui massimi sistemi, ma qualcosa di molto concreto e tangibile: «Mostratemi le mie opere cattive; oppure ammettete che sono opere che vengono dal Padre» (v. 38).

In un ragionamento filosofico, il centro sono argomentazioni logiche. La verifica che Gesù offre ha, invece, al centro le azioni, la vita concreta. Ma questa concretezza va interpretata, bisogna coglierne il senso. Come quando le pecore riconoscono la voce del pastore, non perché saprebbero descriverla razionalmente, ma perché parla alla loro intuizione, al loro cuore. Si tratta di un processo di interpretazione, ma che fa appello più ai sentimenti (non le emozioni superficiali, ma il sentire profondo) che alla ragione: è questo il modo in cui Maria Maddalena al sepolcro, sentendo pronunciare il suo nome, riconosce il Signore risorto (Gv 20,16).

Risposta da innamorati

Quello che Gesù ci chiede è di intuire nelle sue azioni lo stile di Dio: si tratta di interpretare, di scommettere, sulla base di qualcosa di concreto. Quello che, invece, gli avversari di Gesù cercano è una dimostrazione incontrovertibile, che parli alla ragione e non consenta interpretazioni diverse. Loro cercano una prova scientifica, lui offre le ragioni del cuore. Quando si tratta del senso della nostra vita, sono queste ultime a contare davvero.

Così, Gesù attesta qual è il modo di fare di Dio, il vero volto del Padre: non mostra un Dio che gestisce un potere, che offre la sicurezza di risposte chiare e obbligatorie, ma un Dio innamorato che sogna una relazione. A un innamorato che ci provoca alla relazione risponderemmo, come fanno i giudei con Gesù, «Allora, adesso dimostrami in modo univoco che tu mi ami»?

Segni e parole (vv. 39-42)

La scena seguente nella quale i giudei cercano di afferrare Gesù (v. 39) senza riuscirci, è molto significativa: secondo gli argomenti della loro teologia, Gesù ha bestemmiato, perché ha azzerato la distanza tra Dio e l’uomo. Cercano di incasellarlo nei loro schemi sicuri. Il Signore però sfugge dagli schemi. Per questo Giovanni non si preoccupa di descrivere come fa concretamente a sfuggire dalle mani dei Giudei. La cosa importante è sapere che Gesù è libero, tanto libero che, più avanti, al Getsemani, sarà chiaro che verrà arrestato solo perché sarà lui a lasciarsi prendere.

Dopo la disputa nel Tempio, Gesù torna al Giordano, dove tutto era iniziato. Il volto del Padre lo si vede qui, in una relazione fatta di fiducia, sfuggente e promettente, autentica, ma senza garanzie, come tutte le nostre relazioni più profonde e vere.

Al Giordano, molti credono in Gesù (v. 42), perché è qui che si vede Dio, dove sono chiamati a mettersi in gioco, a decidere. È qui che Gesù ha scoperto il volto del Padre, come raccontato dagli altri evangelisti che i lettori di Giovanni certamente già conoscono.

Non è allora per polemica o per caso, che l’autore del Vangelo aggiunge un’ultima annotazione (v. 41): la folla nota che il Battista non aveva fatto segni, anche se aveva parlato di Gesù dicendo cose vere (in Gv 1,36: «Ecco l’agnello di Dio»). Si rende merito al precursore, che ha saputo vedere la realtà, benché questa non si imponesse, perché Gesù è apparentemente uno come gli altri, e nello stesso tempo si ammette che quella realtà Giovanni non sapeva cambiarla, e che, comunque, anche il cambiamento portato da Gesù è solo un «segno», rimanda ad altro di più profondo e ulteriore.

Angelo Fracchia
(Il Volto del Padre 13 – continua)