BUONI E CATTIVI CHI LO STABILISCE?

Su «Battitore libero» di Missioni Consolata, ottobre
2002, compare un intervento di GIUSEPPE TORRE che
definisce bene alcuni fatti bellici recenti: dall’aggressione
alla Jugoslavia da parte della Nato, all’Afghanistan
e ai reiterati tentativi (finora solo verbali) verso
l’Iraq. Circa la Nato: essa nacque solo per difenderci
dai «rossi», giusto? Ora che i «rossi» non ci sono più,
da chi ci difendono le basi della Nato disseminate ovunque?
Da Bin Laden, Saddam Hussein?
L’Iraq, con poco più di 20 milioni di abitanti, può veramente
mettere in pericolo l’equilibrio del mondo? Armi
non convenzionali sono possedute da tanti paesi:
e chi ci dice che questi ne facciano un uso assennato?
La corsa alle armi parte dalla militarizzazione di «qualcuno
», che oggi ha il colore e i tratti a stelle e strisce
(vedi l’ultimo capitolo di spesa Usa).
Bin Laden è una creatura Usa. Non solo: ma Bin Laden
esiste realmente o le «prove» su di lui sono solo
immagini di non si sa bene quale provenienza?… La
storia (laica) recente è carica di bugie: dalla «strage
del mercato» in Bosnia-Erzegovina a quella serba di
Racak… «prove» per attaccare l’Afghanistan, o prove
accampate (ma non verificate) dal dossier di Blair su
Saddam Hussein…
Dopo «l’11 settembre 2001», gli Stati Uniti, per
autodefinizione interpreti del bene, si riservano ogni
scelta su altri popoli: se a loro non piacciono, prima
intervengono con la propaganda, poi con le «bombe
umanitarie». Anni fa il presidente pakistano Musharraf,
dopo la proliferazione nucleare del suo paese, fu
messo dagli Usa al bando, mentre nella guerra in Afghanistan
si è rivelato un alleato. Un tempo Saddam
Hussein era un amico: nel 1983 gli Usa «derubricarono
» l’Iraq dai paesi «fomentatori di terrorismo» e aprirono
a Baghdad un’ambasciata… poi divenne «peggio
di Hitler». Sorge la domanda: chi tiene l’elenco
dei «buoni» e dei «cattivi»?
Ancora: Israele da chi ottiene l’impunità per l’inottemperanza
a circa 200 risoluzioni Onu e per il genocidio
palestinese? Dal 1967 occupa la terra d’altri e se
i legittimi proprietari si lasciano esplodere è perché,
forse, sono giunti ad una disperazione senza ritorno.
Il 18/10/2002 su «La 7», con Ferrara e Leer, è stato
concesso uno spazio non piccolo a Norman Filkenstein,
autore de «L’industria dell’olocausto», dove è
scritto che dietro all’olocausto c’è una rendita (detto
da un figlio di sopravvissuti fa effetto). Lo stesso Ferrara
gli ha chiesto: «Professore, è motivo di sorpresa
se gli ebrei di questa vicenda hanno fatto un affare?».
Io non sono sorpreso… Filkenstein scrive che «l’olocausto
più che insegnato viene venduto».
Ritorna la domanda di fondo: chi compila l’elenco
dei «buoni» e dei «cattivi»? Chi non ha capito il disegno
strategico Usa per aggredire a tutti i costi l’Iraq?
Analogamente al dottor Torre, mi compiaccio nel
constatare come Missioni Consolata, nel mare della disinformazione
corrente, mantenga molto equilibrio: oltre
la «destra» e la «sinistra», due forme di paralisi
mentale.

LETTERA FIRMATA




Russia: IL NEMICO CATTOLICO

Ho letto con costeazione la lettera del vescovo
TADEUSZ KONDRUSIEWICZ, metropolita di Mosca. Mi ha
amareggiato perché ero convinto che certe cose potessero
accadere solo in paesi islamici.
Mi sono sentito interpellato dal grido del vescovo
«esprimete la vostra solidarietà!». Così ho fatto centinaia
di fotocopie della sua lettera; le ho inviate a
quotidiani, riviste e le ho diffuse presso la parrocchia
dove lavoro come catechista. Ho scritto anche al presidente
Putin e farò volantinaggi in tutti gli ambienti
dove ci saranno conferenze e dibattiti.
La lettera è stata pubblicata dalla rivista Vita Pastorale,
ottobre 2002. Vi prego di pubblicarla (almeno
in parte), perché sensibilizzi i lettori… voi che siete
così attenti ai diritti dei poveri, delle minoranze.

«È in atto davanti ai nostri occhi – scrive Tadeusz
Kondrusiewicz, presidente dei vescovi cattolici –
il dramma della chiesa cattolica in Russia, che dopo aver
sopportato le crudeli persecuzioni del secolo XX,
che l’avevano distrutta quasi completamente, dopo un
decennio di faticosa ricostruzione è sottoposta a nuove
prove…
Negli ultimi tempi si è attivata nel paese una campagna
anticattolica a tutto campo: manifestazioni e
picchettaggi, divieti di costruire chiese, atti di vandalismo
e profanazioni di edifici di culto, diffusione
dell’immagine mitizzata del “cattolico nemico”, ecc. I
cattolici russi sopportano le prove che gli vengono inferte
con la preghiera e la temperanza cristiana. Tuttavia,
negli ultimi mesi è iniziata la sistematica espulsione
dal paese di sacerdoti stranieri. Ciò viene
compiuto a scopo dimostrativo, con l’accompagnamento
di volgarità e offese, senza la minima spiegazione
dei motivi dell’espulsione…
Nessuna risposta chiara è stata data alle nostre richieste,
rivolte alle autorità statali della Federazione
russa con la preghiera di spiegare le cause del rifiuto
d’ingresso. Come cittadino della Federazione rivendico
la necessità di osservae le leggi. La chiesa cattolica
in Russia è una chiesa di russi, che collabora alla
costruzione di uno stato democratico di diritto. Le associazioni
religiose, secondo la legislazione russa e i
propri statuti, hanno diritto di invitare sacerdoti da
altri paesi…
Viene messa in dubbio la libertà religiosa, garantita
dalla costituzione, e l’uguaglianza di tutte le religioni
davanti alla legge. La situazione che si è creata fa sorgere
sospetti e diffidenze; non aiuta il consolidamento
della società né il dialogo intercristiano e interreligioso».

LUIGI PANICO




NON DI SOLO CALCIO

Giugno 2002 passerà alla storia per i
goals di Ronaldo, che hanno laureato il
Brasile pentacampione mondiale di futebol.
Nell’euforia si è esclamato: «Ora anche
Dio è brasileiro!».
A noi, tuttavia, preme ricordare due altri eventi:
il Vertice mondiale sull’alimentazione, svoltosi
a Roma il 10-13 giugno presso la Fao, e il
Summit dei G 8 sulle Montagne Rocciose del
Canada dal 26 al 28 giugno. Incontri apertisi tra
perplessità e conclusisi nella delusione.
Idubbi sul vertice di Roma avevano un fondamento:
primo, perché la Fao è un’agenzia delle
Nazioni Unite che, mentre lotta contro la
povertà nel mondo, spende ogni anno 500 milioni
di euro per mantenere i propri apparati burocratici;
secondo, perché promette di sanare la
piaga di 800 milioni di affamati… a parole,
esattamente come nel vertice del 1996.
Accanto (o in contrapposizione) al vertice
Fao, se n’è svolto un altro con 2.000 delegati
di Organizzazioni non governative
(Ong), impegnate nel Sud del mondo. Nel
documento finale hanno osservato che il
piano della Fao del 1996 «è fallito… perché
si è basato su politiche che incentivavano
la fame nel mondo e la liberalizzazione
economica». L’errore è stato di «avere
forzato i mercati al dumping [con prezzi
stracciati, inferiori persino al costo
di produzione, per vincere la concorrenza],
alla privatizzazione di terreni
e risorse pubbliche: acqua, foreste,
aree di pesca». Inoltre c’è stata la
repressione di movimenti sociali.
Per le Ong la via di uscita è la
«sovranità alimentare»: ossia il
diritto dei popoli ad autodefinire
le proprie politiche produttive,
abbattendo la concentrazione di
proprietà, riconoscendo il ruolo
delle donne, investendo a favore
di piccoli produttori. Ma, per questo,
urgono riforme agrarie, l’esclusione
dell’Organizzazione mondiale
del commercio dalle politiche agricole, la moratoria
sugli organismi geneticamente modificati
(omg).
Il Summit in Canada è stato definito da Silvio
Berlusconi «un vertice concreto» con un piano
di azione per l’Africa povera. Ma, secondo
Sergio Marelli (direttore di 56 movimenti di volontariato
internazionale di ispirazione cristiana),
si tratta di un piano di inazione. Per dimezzare la
povertà entro il 2025, servono ogni anno 54 miliardi
di dollari: lo sostiene la Banca Mondiale,
mentre i G 8 si sono impegnati con 12 miliardi di
dollari: troppo poco rispetto ai 300 miliardi di debito
estero dell’Africa. Né si profila un piano di
aiuti, pari allo 0,7% del prodotto interno lordo,
da parte dei paesi ricchi a favore di quelli poveri.
Questi, nell’ultimo decennio, hanno aumentato
le esportazioni del 40%, vedendone però diminuire
il valore del 30%.
I leaders africani chiedono una collaborazione
collettiva, forte e responsabile, mentre i G 8
sembrano selezionare i paesi da soccorrere,
senza investirvi risorse. Il presidente del
Sudafrica, Thabo Mbeki, ha fatto buon viso a
cattiva sorte, affermando: «Il piano dei G
8 per l’Africa non è che il punto di partenza.
Però la forza non sta nelle risposte
che essi daranno, bensì nella convinzione
con cui gli africani si assumeranno la responsabilità
diretta di fare decollare
il continente».
E che dire dei milioni e milioni
di morti, uccisi da guerre? Al
riguardo, Berlusconi ha ricordato
che l’Africa è arretrata
anche per i conflitti armati.
Verissimo.
Ma, allora, come si può accettare
che, alla Camera dei
deputati italiani, la maggioranza
abbia approvato la
riforma della legge 185/94,
che allarga le maglie del traffico
di armi in Africa?

FRANCESCO BERNARDI




I MUSULMANI? CHE TORNINO A CASA LORO!

Leggo su Missioni Consolata la corrispondenza dei
lettori e trovo, in generale, odio per la globalizzazione
e odio verso i nordamericani. La lingua è
marchiata e si parla a vanvera!… Però, quando succedono
terremoti e distruzioni, è molto comodo ricevere
coperte, medicine e alimenti. E se non ci fosse
chi li produce? Inoltre è troppo complicato ciò che
tanti scrivono: si capisce poco! Benedetto Padre Pio
che scriveva semplice e chiaro! Ed era di una intelligenza
straordinaria. Trovo che anche i preti e i missionari
siano complicati, anche se non tutti. Per favore,
scrivete più semplice! Ritengo, inoltre, che tante
lettere contengano delle contraddizioni.
Riguardo alla lettera, intitolata «I “puntini” sui
musulmani» (Missioni Consolata, aprile 2002), dico:
lasciamoli stare i musulmani. Rispettiamoli, e non
facciamo confronti con i cattolici (cattolici veri e non
quelli solo di nome).
I musulmani sono superbi e ignoranti, trattano
malissimo le donne e sono falsi. Penso che Dio abbia
voluto far nascere Gesù da Maria, proprio per fare
rispettare le donne, mentre i musulmani le sfregiano…
E quelle maestre che levano il crocifisso dalle
scuole… sono state soggiogate dai musulmani;
oppure li hanno sposati e, quindi, devono obbedire.
Che tornino a casa loro! Fuori del loro ambiente,
rovinano solo il mondo. Sono crudeli, tagliano le mani
ai ladri, e chi le taglia chi sa quanto egli stesso ha
rubato! Se si può, aiutiamo i musulmani a capire; altrimenti,
che vadano a farsi benedire! Pregano più
di noi? Non vale nulla, se non diventano più umani.
Anni fa un musulmano, vicino di casa, cercò di insegnarmi
la sua religione e convincermi delle sue idee.
Tra l’altro mi domandò: «Come può Gesù essere
figlio di Dio… se questi non ha moglie?». Risposi:
«Dio ha creato il mondo e tutti noi, e può certo
aver fatto nascere Gesù Cristo da Maria».
Grazie a Dio, se n’è andato via!
MARIA C

Odio verso la globalizzazione e i nordamericani? No,
bensì «critica costruttiva», anche verso i sistemi politico-
culturali degli africani, dei sudamericani, degli asiatici,
degli australiani.
A proposito di contraddizioni… Come si possono rispettare
i musulmani se si giudicano superbi, ignoranti,
falsi, crudeli?
Che restino a casa loro! Impossibile. Nessun popolo
l’ha fatto. Quanti emigrati italiani vivono in Canada?
Maestre soggiogate? Forse. L’intimidazione psicoreligiosa
lede la dignità della persona.
Articoli e lettere con un linguaggio più comprensibile?
D’accordo al 100 per cento. I nostri lettori e collaboratori
sono avvisati. A tutti grazie!
Sulla globalizzazione e sul rapporto cristiani-musulmani
(e non solo), è significativo quanto ci ha
scritto il vescovo di Treviso PAOLO MAGNANI.
«È nata la proposta di sensibilizzare la nostra chiesa
diocesana anche attorno alle nuove sfide della
globalizzazione, compresa quella del dialogo interreligioso
e dell’annuncio di Cristo ai musulmani…
Abbiamo maturato una nuova consapevolezza delle
relazioni tra musulmani e cristiani e sul significato
del terrorismo e di ogni violenza. Abbiamo fatto un
incontro con loro, confrontandoci soprattutto nel
dialogo e nella preghiera.
L’arrivo tra noi di immigrati da diverse parti del
mondo ci avvia a nuove relazioni umane e religiose,
da coltivare e da tradurre nello stile della prossimità
verso gli emarginati e gli esclusi».

MARIA C. – MONTREAL (CANADA)




RACCONTARE TUTTO PER FILO E PER SEGNO?

Reverendo padre, ho 72 anni.
Ricevo la rivista Missioni Consolata,
ne sono affezionata e
vi ringrazio per il bene che fate all’umanità.
Vi amo da una vita. Parlo
così, perché ho anche trascorso
parte della mia gioventù accanto
al vostro istituto.
Ma veniamo al «dunque» della
mia lettera. Sono piuttosto istintiva:
quello che mi colpisce devo estearlo.
Il mio pensiero va a ciò
che ho letto sul dossier di maggio:
«Mutilazioni genitali femminili.
Ferite per sempre». Era proprio necessario
raccontare ogni particolare
per filo e per segno?
Gente mia, occorre prudenza, su
tutto! Ciò che si scrive rimane, sì,
sulla carta per sensibilizzare… ma
noi (che forse non siamo all’altezza
di interpretare giustamente le
notizie) possiamo restare scioccati,
specialmente di fronte ai problemi
descritti in modo troppo specifico.
Una volta gli scandali non si dovevano
palesare a nessuno, eppure
c’erano… Oggi le cose sono cambiate
e si può dire tutto: pedofilia,
omosessualità… Anche il Vaticano
non è da meno nel mettere in evidenza
certi scandali.
Caro padre, vuole il mio parere?
Se sì, eccolo. Forse il tema delle
«mutilazioni genitali femminili»
si presta per un documentario,
ben preparato e con storie raccontate
dalle interessate, presentato
sui canali televisivi (magari ad
un’ora tarda della notte), con la
possibilità di intervenire in diretta
e aprire un dialogo. Sarà forse
possibile ascoltare anche i modi adatti
per capire come certi usi e
costumi potranno scomparire nel
tempo.
Più che uno sfogo, caro padre,
vorrei che lo prendesse come un
consiglio. Dello stesso parere sono
pure alcune mie conoscenti, in
quanto faccio girare Missioni Consolata.
Risentiamo di un ambiente
troppo chiuso e riservato? Forse.
Tuttavia ritengo che non si devono
sbandierare apertamente
certi comportamenti della natura.
Sono cose delicate. Purtroppo sono
una realtà per chi vive in alcuni
paesi. Noi, direttamente, non
possiamo farci niente. Non credo
che basti sensibilizzare: anche
perché non penso che, facendo girare
sui giornali tutti i particolari
di alcuni usi e costumi, faccia piacere
a quei popoli.
Parlae in generale è giusto.
Ma è bene usare riservatezza, pudore,
modestia. E il fatto lo si capisce
ugualmente; inoltre è meglio
accettato, perché presentato con
«leggerezza».
Se io le dicessi: «Mia madre
morì di parto a soli 25 anni e mi
lasciò orfana a due anni, lei rimarrebbe
indifferente». Tutt’al più direbbe:
«Poverina!». È una notizia
qualsiasi. Se le raccontassi che fu
una fine tremenda (che nessuno
ha mai saputo), la cosa cambierebbe?
No. Siccome solo io so la
verità, ho pensato di vivere il fatto
rifuggendo dallo sbandierare
tutto in pubblico in termini scabrosi.
Mi scuso di queste righe, padre.
Ne faccia quello che vuole, liberamente.
Però tenga conto dell’essenziale…
Vi faccio i complimenti
per la vostra perseveranza. Anch’io
cerco di fare il bene, senza vergognarmi,
in mezzo a quelli che non
lo fanno.
CHERUBINA LORUSSO – MILANO

Grazie, signora Cherubina, dell’affettuoso
invito alla prudenza,
specie quando si affrontano temi
scabrosi e drammatici. Le mutilazioni
genitali femminili lo sono.
La rivista accennò al tema nel
1996. Allora la «persecuzione» infieriva
su 80 milioni di donne: una
cifra enorme. Oggi sono 130 milioni.
Che fare?
La collaboratrice Angela Lano ci
ha consegnato un dossier, solo con
testimonianze dirette. «L’ho scritto
con l’angoscia nel cuore» ci ha
confidato. Poi abbiamo sottoposto
lo scritto a diverse signore (non
giovani), rimaste inorridite. Però
hanno aggiunto: «È un tabù che bisogna
infrangere!»… Per «alleggerire
il peso», abbiamo scelto dei disegni
come foto.
Certamente la sola informazione
non basta a superare un costume
atavico, discutibile. Ma giova
il silenzio?… Un tempo i portatori
di handicap venivano nascosti,
perché ritenuti un disonore. Oggi
vanno a scuola e in chiesa, salgono
sui treni e gareggiano alle olimpiadi.
Qualcosa è mutato, dopo
avee parlato.
Fino a ieri, fra le pareti domestiche,
si sono consumati incesti e
atti di pedofilia con… «guai a te se
parli!». Al presente qualcuno parla.
Speriamo che lo faccia con spirito
costruttivo, e non per incuriosire
in modo morboso.
È in tale ottica che va letto «Ferite
per sempre». Una grave violazione
dei diritti della persona.

CHERUBINA LORUSSO




RACCONTARE TUTTO PER FILO E PER SEGNO?

Sono una studentessa di Scienze
politiche della facoltà di Torino.
Leggo la vostra rivista da
tempo; mia madre è abbonata da
anni e abbiamo avuto missionari
anche nella nostra famiglia.
Ogni volta rimango sorpresa
dalla chiarezza, dalla cura, dalla
oggettività, dalla profondità con
cui componete il giornale. Purtroppo
siete fra i pochi in questa
realtà italiana e anche mondiale a
dire veramente in quale misero
stato versa il mondo.
Ho in mente soprattutto il dossier
«Ferite per sempre» di ANGELA
LANO. Non ho mai, mai letto da nessuna
parte una pubblicazione così
cruda, reale e obiettiva del problema
dell’ infibulazione.
Allora complimenti a tutti voi!
E grazie.
PAOLA BIZZARRI – TORINO

PAOLA BIZZARRI




Condiscendenti verso la prostituzione?

Cari missionari,
rieccomi per l’ennesima
puntualizzazione. Sicuramente
la vista della mia
grafia non vi entusiasma.
Scusatemi… Ma l’articolo
«Quasi mai ragazze, quasi
sempre vittime» di Missioni
Consolata (aprile
2002) mi ha lasciata perplessa.
D’accordo nel non criminalizzare
la tenutaria
peruviana della casa di
prostituzione, vittima prima
di essere colpevole. Se
ne parla, però, come di una
persona che svolge la
sua attività con professionalità,
rigore, attenzione
ai «diritti» delle «dipendenti
»: sembra quasi che
sia una benemerita.
Poi non è affatto chiaro
nell’articolo che la prostituzione,
per quanto garantita
e protetta, sia
quanto di più degradante
possa fare una donna, oltre
ad essere un grave peccato,
sempre. Pare invece
che l’attività, esercitata
così, sia accettabile. E
non si dice che è un male
evitabile, non ineluttabile;
non si dice che la ragione
e la volontà possono controllare
le pulsioni.
D’accordo: quelle persone
vivono in ambienti moralmente
degradati. Ma
non sarebbe meglio fare opera
di educazione e prevenzione?
O siamo nell’ottica
delle «case di tolleranza
», inevitabili come le
catastrofi naturali? Crediamo
o non crediamo che
l’uomo, redento da Gesù
Cristo, non è una bestia?
Occorre solo educarlo.
Mi sembra, infine, che
nell’articolo pubblicato ci
sia una velata condiscendenza
verso «un’attività
ben regolamentata». Mi
auguro di aver frainteso.
Giulia Guerci
Castellazzo (AL)

Signora Giulia, lei è tra
le poche persone che ancora
scrivono ricorrendo
alla penna. La sua è una
grafia chiara, elegante,
che desta ammirazione.
Il tema «prostituzione»
non ci vede affatto condiscendenti.
Non lo siamo
neppure considerando le
«attenuanti sociali» presenti
nei paesi del sud del
mondo. «La denuncia del
fenomeno – scriviamo nel
sommario dell’articolo citato
– è scontata quanto
necessaria».
È il «mestiere» più vecchio
del mondo, perché
non sono mai mancati i
«clienti». Tutti lo dicono,
ma non tutti ne tirano le
debite conseguenze.

Giulia Guerci




Bisogno di profezia

Cari missionari,
da diversi mesi leggo Missioni
Consolata. Non posso
che condividere la sua
linea, che chiamo di «profezia
», se profezia significa,
qui e ora, prendere sul
serio il proprio tempo con
atteggiamenti chiari e coraggiosi.
Mi sto convincendo che,
nella chiesa d’oggi, i migliori
cattolici italiani sono
i missionari. I missionari
«danno fastidio» e
trovano poco spazio nelle
tivù e sui giornali.
Il mio auspicio è che
continuiate in questa direzione,
con un orecchio teso
anche alla situazione italiana.
Il Concilio ecumenico
Vaticano II, 37 anni
fa, non ha fatto una dichiarazione
puramente
teorica o diplomatica
quando ha dichiarato: «Le
giornie e le speranze, le tristezze
e le angosce degli
uomini d’oggi, dei poveri
soprattutto e di tutti coloro
che soffrono, sono pure
le giornie e le speranze, le
tristezze e le angosce dei
discepoli di Cristo, e nulla
vi è di genuinamente umano
che non trovi eco nel
loro cuore» (Gaudium et
spes 1). Soprattutto voi,
missionari, in questi anni
testimoniate questo, pagando
di persona (nonostante
critiche e dissensi).
Su Missioni Consolata di
maggio ho apprezzato
molto gli articoli:
– «Sempre bugie, ancora
bugie» («La guerra afghana
è stata una grande,
drammatica terribile cortina
fumogena per nascondere
le responsabilità degli
Stati Uniti»);
– «Mutilazioni genitali
femminili / Ferite per
sempre» (un servizio che
scandaglia una brutale tematica,
scritto con completezza
e precisione);
– «L’ultimo volo di Maria
Marta» (come sopra);
– «Che il vino non diventi
acqua» (mi ha colpito la
frase: «Sono finiti i tempi
in cui bastava raccontare
la storia del moretto. Oggi
la gente vuole conoscere i
perché delle tragedie che
assillano il sud del mondo;
vuole sapere quali e di chi
sono le responsabilità dei
disastri umanitari»)…
Ambrogio Vismara
Cuggiono (MI)

Profezia è pure cogliere
«i segni dei tempi», anticipando
il futuro. E, date
le tristezze e angosce (di
cui parla il Concilio ecumenico),
profezia è ancora
consolazione. «Consolate,
consolate il mio popolo
– dice Dio -. Parlate
al cuore (della gente) e
gridatele che la sua schiavitù
è finita» (Is 40, 1-2).

Ambrogio Vismara




NEMMENO UN BOCCONE DI ARROSTO!

Ho letto con attenzione il
dossier su Porto Alegre/
Brasile «L’utopia possibile»
(Missioni Consolata, aprile
2002). Se un proverbio dice
«molto fumo e poco arrosto»,
dopo la suddetta lettura dico: una nuvola atomica
di fumo e nemmeno un boccone di arrosto! A Porto
Alegre hanno venduto solo illusioni.
Mi permetto di allegare un breve articolo che,
nel dicembre scorso, ho inviato al mensile San Vincenzo
di Torino sullo stesso argomento. Avete il coraggio
di pubblicarlo su Missioni Consolata?
GIANNI ROCCHIETTA – IVREA (TO)

La sfida al nostro «coraggio» è ormai un luogo comune
abusato… Al Forum sociale mondiale di Porto Alegre
eravamo presenti con un redattore (Paolo Moiola)
e un collaboratore (Marco Bello, già volontario in Burundi
e Haiti). Che abbiano riportato i contenuti in
modo «fumoso»… passi. Ma che abbiano sprigionato
«una nuvola atomica di fumo» ci pare francamente esagerato.
Prima di pubblicare il testo del lettore, ricordiamo
che il mensile «San Vincenzo» è dei padri vincenziani;
si ispirano all’omonimo santo, che affermava: i poveri
«sono i nostri signori e padroni».
Scrive il signor Gianni Rocchietta:
«Dalla lettura degli articoli e delle lettere al
direttore comparsi sui numeri di «San Vincenzo
» e usciti dopo il G 8 di Genova e dopo l’11
settembre 2001, è emersa l’enorme gravità dei problemi
della società mondiale: 36 mila bambini
muoiono di fame ogni giorno! Molti invocano «la
sostituzione dell’attuale modello economico occidentale
con uno alternativo che difenda i 2/3 della
popolazione mondiale che vive in condizioni disumane
».
Le persone anziane come me o che conoscono la
storia degli ultimi due secoli sanno che i filosofi K.
Marx e F. Engels hanno pensato di distruggere tutti
i difetti del capitalismo con una nuova dottrina economico-
sociale chiamata comunismo, che dal
1917 ad oggi è stata attuata in molti paesi dell’Europa,
dell’Asia, dell’Africa e dell’America. Qual è
stato il risultato?
Anni fa a Parigi fu pubblicato un libro, frutto
della collaborazione di una decina di giornalisti,
che con un’analisi oggettiva ha denunciato che, dal
1917 al 1990, nei paesi comunisti sono morti 85-
100 milioni di persone per omicidi politici o per
fame. Ahimé: si è passati dalla padella alla brace!
La povertà investe gli stessi Stati Uniti, che hanno
il reddito pro capite più alto del mondo: i vescovi
hanno denunciato che 40 milioni di americani, su
280 milioni, non riescono a sbarcare il lunario.
Pertanto la frase che ricorre sulla bocca dei vincenziani
o dei cattolici in genere
«modificare l’attuale economia
in favore dei poveri»
appare astratta, senza indicazioni
concrete e reali.
E fra le centinaia di migliaia
di persone che hanno manifestato al G8 di Genova
o Seattle non se n’è trovata una che abbia saputo
dire: «Io come singolo sono capace di combattere
la povertà diventando datore di lavoro dei poveri»,
che sarebbe l’unica indicazione concreta e reale
che forse risolverebbe alla radice il problema.
Né il comunismo né il capitalismo sostengono che il
singolo possa risolvere la povertà nel mondo. È il sistema
economico mondiale che viene sottoposto a
giudizio, un sistema che genera… pochi ricchi sempre
più ricchi e tantissimi poveri sempre più poveri, specialmente
nel sud del mondo.
La povertà non è solo questione di posti lavorativi.
Ricordando che molti poveri lavorano (e duramente),
il problema investe le «condizioni generali di lavoro
»: multinazionali, trattamento salariale, prezzi dei
beni e servizi prodotti dagli stessi poveri, infortuni,
salute, tutela dell’ambiente, formazione, famiglia, lavoro
nero e sommerso, ecc.
Caro direttore, dopo aver parlato con padre Gottardo
Pasqualetti (superiore dei missionari della
Consolata in Italia), scrivo per manifestare la mia
più completa adesione alla linea della rivista.
Dire che non esiste guerra «giusta» è dire la verità,
e non essere «comunisti» o al soldo del nemico
(detto fra noi: chi è il nemico?). Dire che la pazzia
suicida dei palestinesi è stata scatenata dalla
pazzia terroristica di Ariel Sharon è dire la verità.
Dire che gli iracheni sono affamati da un embargo
delinquenziale degli Stati Uniti e dei paesi della
Nato è dire la verità. E così è per le azioni (da stato
autoritario) della polizia a Genova e Napoli: aggredire
e impaurire ragazzi e ragazze giovani, ingiuriarli
e picchiarli è un atto vergognoso e denunciarlo è
dire la verità. Dire che la globalizzazione e il capitalismo
stanno portando nel mondo più fame e ingiustizia
è dire la verità.
Non demorda, direttore. Nostro Signore dice: «Il
vostro parlare sia sì, sì… no, no». E ancora: «Beato
chi ha sete di giustizia e verità».
LUCIANO TEODOLI – ROMA

A Roma (da dove scrive il lettore) abbiamo studiato
filosofia e teologia. Numerosi professori, citando san
Tommaso d’Aquino, ci ricordavano che nella storia non
è mai esistito un sistema di pensiero completamente
falso né uno totalmente vero.
Ecco perché, a prescindere da ragioni religiose, suggeriamo
a tutti il rispetto dell’opinone altrui.
Uno solo è veramente ed interamente giusto.

vari




È giusto scegliere tra lavoro e profitto?

ETICA ED ECONOMIA / A proposito di cristiani e comunisti
Perché chi desidera un posto sicuro e una retribuzione decorosa viene denigrato? Perché la flessibilità è un concetto sacro? Perché speculare è più importante che produrre? «Missioni Consolata» ospita le considerazioni di un suo vecchio abbonato, che (ancora una volta) faranno discutere.

Dalla lettura di Missioni Consolata di aprile
(pag. 7,8,9) ho avuto la conferma che l’ostilità
contro i comunisti è più viva che mai.
È un atteggiamento che non posso condividere. Se
un comunista tradisce Marx e cerca di imporre un
modello di società basata sul culto della personalità
del dittatore o una partitocrazia dove non solo si nega
Dio, ma non c’è neppure rispetto per la vita e la dignità
umana, il cristiano ha il dovere di ribellarsi; ma,
quando un comunista afferma principi retti e onesti,
il cristiano non è un buon cristiano se snobba o contesta
codeste affermazioni in quanto pronunciate dal
membro di un partito a lui non gradito.
Vorrei citare a questo proposito l’intervento dell’onorevole
Diliberto il quale, durante il dibattito parlamentare
seguito al vile assassinio del prof. Marco
Biagi, ha equiparato il terrorismo dei brigatisti a quello
che caratterizza certi rapporti di lavoro e si è spinto
ad affermare che «anche chi licenzia una persona
senza giusto motivo commette violenza…».
Condivido questa affermazione, perché la ritengo
in linea con il vangelo e con la dottrina della chiesa.
Se gli esperti, i tecnici, i consulenti, i supervisori che
collaborano con il ministero del lavoro hanno un po’
di etica professionale e vogliono davvero far sì che il
sacrificio del prof. Biagi non diventi un sacrificio inutile,
si astengano dal collaborare con quelle che l’anti-
lingua del capitalismo criminale chiama «riforme».
Abbiano invece il coraggio di replicare agli ultra-liberisti
che il vero nemico da battere non è il welfare,
ma la sfrenata rincorsa al profitto finanziario, dove
tutto diventa lecito perché non solo il lavoro vale più
dell’uomo, ma il capitale vale più dell’azienda e speculare
diventa più importante che produrre.
In nome della competitività oggi si licenzia non perché
si produce male o troppo o troppo poco, ma perché,
se non si licenzia, il valore delle azioni quotate in
borsa… non sale!
Se invece si investono centinaia di milioni di euro
per acquistare un Zidane o per «non lasciarsi scappare
» un Vieri (o Ronaldo, Totti, Batistuta, Nesta,
Shecchenko), allora la risposta positiva della borsa arriva.
Marco Biagi sapeva queste cose fin troppo bene,
perché era anche un appassionato di calcio (tutte le
volte che il Bologna aveva impegni casalinghi, andava
allo stadio assieme ai suoi due figli…), ma sapeva
pure, da cristiano, che l’attaccamento allo sport significa
disponibilità a lottare contro le intollerabili
sperequazioni retributive che vigono tra una categoria
e l’altra, tra una squadra e l’altra e, non di rado, tra
giocatori che militano nella stessa squadra. Sapeva
che il calcio non è solo serie A e conosceva il drammatico
fenomeno delle «morti bianche del pallone».
Una semplice regola dell’economia dice: «Per ogni
persona che percepisce un reddito che non produce,
c’è almeno un’altra persona che produce un reddito
che non percepisce».
Se, per esempio, le gambe di certi calciatori della
Juventus, la società di calcio più blasonata d’Italia,
valgono tanti soldi (lo facevano amaramente notare
alcuni anni fa i curatori di un reportage dal Kurdistan
iracheno) è anche perché le gambe di un pastore kurdo,
di una contadina cambogiana, di un bimbo somalo o angolano non godono di alcuna forma di tutela
e, se vengono dilaniate da una mina prodotta dalle fabbriche
dello stesso colosso imprenditoriale e finanziario
che controlla la Juventus, nessuna borsa crolla, nessuno
stadio si svuota, nessun mercato si «deprime»…
Se un allenatore di serie A riesce a percepire milioni
di euro anche dopo esser stato esonerato, perché il contratto
firmato a suo tempo gli dà ragione, è chiaro che
questo denaro dovrà in qualche modo essere recuperato
dai suoi ex padroni e sponsor vari, anche perché
una cifra pressappoco uguale sarà finita, nel frattempo,
nelle tasche del nuovo trainer. Allora è inevitabile che,
prima o poi, liquidazione d’indennità, diritto alla riassunzione
con l’articolo 18, diritto alla contribuzione,
diritto alla pensione vengano negati (o messi in seria discussione)
alle migliaia di persone il cui stipendio mensile
era o è 1.000 – 10.000 volte inferiore a quello percepito
da ognuno dei 2 allenatori.
Per risolvere queste contraddizioni e
molte altre, i rimedi non sono e non
potranno mai essere quelli proposti
dal governo Berlusconi o da Confindustria.
Non è colpa dello «Statuto dei lavoratori
», se certe industrie non attraversano
un buon momento e se le casse dello stato
non sembrano più in grado di pagare altre
pensioni, ma del fatto che questo Statuto
(a cominciare dall’articolo 18) raramente
è stato applicato. Ci si è comportati come
se non esistesse. In Italia troppe leggi non
vengono rispettate e troppi trasgressori
non vengono puniti; troppo facilmente i
furbi vengono premiati e c’è troppo incoraggiamento
a forzare i testi legislativi in
modo che il male diventi bene e il bene
male.
Le cifre astronomiche che lo stato ha speso a causa
degli incidenti sul lavoro (prima dell’avvento dell’euro,
la rimessa annua si aggirava attorno ai 55 mila miliardi
di lire), degli incidenti stradali (prevalentemente provocati
da alta velocità), delle alluvioni, del dissesto idrogeologico,
dell’inquinamento di aria, acqua, suolo…
non si recuperano mostrando i muscoli ai sindacati, irrigidendo
la mascella davanti ai microfoni e ripetendo
all’infinito: «Il governo andrà avanti per la sua strada,
la maggioranza del paese è con noi…».
L’abusivismo edilizio, le tangenti, la mafia degli appalti,
il racket non si contrastano con la flessibilità. La
mortalità e gli infortuni nei cantieri, nelle fabbriche, nei
campi, sulle navi e sui pescherecci non diminuiranno
abolendo l’articolo 18; è assai più probabile che aumenteranno
e lo stesso avverrà col mobbing, col caporalato,
coi ricatti e le molestie a sfondo sessuale e con i
controlli-burletta da parte degli ispettorati del lavoro.
Contro il lavoro minorile (in Italia almeno 300 mila
bambini che non dovrebbero lavorare vengono costretti
invece a farlo), le tratte delle cinesi e delle nigeriane,
dei kurdi e dei singalesi, le prepotenze degli scafisti
e di tutti i nuovi schiavisti, la risposta non può essere
la desindacalizzazione…
Le evasioni fiscali, i paradisi fiscali, le bande degli
estorsori e degli usurai sono realtà che le ricette
del liberismo e della «deregulation» possono solo
aiutare a espandersi, come è accaduto in tanti altri
paesi, compresi gli Stati Uniti.
Il terrorismo, la dipendenza da droga e alcornol, da lotterie,
quiz (adesso in Argentina, con 5 milioni di disoccupati
il posto di lavoro è diventato la… posta in gioco
tra i concorrenti che partecipano ai telegiochi) e video
poker, il tabagismo, l’imbarbarimento delle relazioni
all’interno dell’istituzione familiare, il fascino perverso
che le attività criminali esercitano sulle giovani generazioni…
non si prevengono deridendo «il mito del posto
fisso» e bollando come «sognatori» e «nostalgici»
coloro che aspirano semplicemente a un lavoro sicuro
e dignitoso e lottano perché una retribuzione decorosa
sia garantita a tutti.
Le ecomafie, le zoomafie, le piccole e grandi truffe ai
danni dello stato e dei singoli consumatori, le frodi alimentari
non si debellano con le privatizzazioni, i condoni,
la riduzione delle superfici dei parchi nazionali e
con la denigrazione di chi «osa» suggerire una politica
di rilancio dei lavori socialmente utili…

Fonti:
«Licenziano la madre, suicida a 14 anni» (in Corriere della Sera,
13/10/1999, pag.19); «Non fermiamo il girotondo» (whs
Retebrescia Handicap Inteational, 1995); «Lo sdegno di
Cacciatori» (in la Repubblica, 16/11/2000, pag. 57); «Quando
Biagi veniva in Africa» (in la Repubblica/Bologna, 24/03/2002,
pag. 1); «Il meno flessibile? D’Amato» (in Avvenire, 17/04/2002,
pag. 3); «Circus» (RaiTre, 11/01/2000).

Francesco Rondina