Angelelli e Gerardi


Il tempo delle giunte militari in America Latina ha visto fiorire molte esperienze di lotta nonviolenta per la giustizia. Tra queste, quelle del vescovo argentino Enrique Angelelli (1923-1976) e del vescovo guatemalteco Juan Gerardi (1922-1998), entrambi per una Chiesa dei poveri. Entrambi ammazzati dai regimi.

Anselmo Palini, insegnante e saggista di San Giovanni di Polaveno, Brescia, attivo sui temi dei diritti umani e della nonviolenza, ha pubblicato diverse biografie, quasi tutte per l’editore Ave, di testimoni del nostro tempo impegnati per la giustizia e la pace.

Tra questi, ci sono, oltre ai più noti Oscar Romero e Hélder Câmara, altri due vescovi latinoamericani, assassinati dalle giunte militari dei loro Paesi perché testimoni scomodi del Vangelo.

Sono l’argentino Enrique Angelelli (1923-1976) e il guatemalteco Juan Gerardi (1922-1998).

Enrique Angelelli

Enrique Ángel Angelelli Carletti, rettore del seminario di Cordoba, Argentina, e assistente della Joc (gioventù operaia cristiana) e della Juc (gioventù universitaria cristiana), diventa vescovo ausiliario della diocesi nel 1960 schierandosi subito a fianco di campesinos (contadini) e operai.

Durante il Concilio Vaticano II, che lo segna profondamente, è uno dei firmatari del «Patto delle

Catacombe» (16/11/’65), nel quale «i vescovi si impegnano a vivere in povertà, rinunciare ai simboli del potere, mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale, operare per la giustizia e per un nuovo ordine sociale».

Nel 1968, la seconda Conferenza dell’episcopato latinoamericano a Medellin, in Colombia, conferma questa direzione di impegno e, quando viene nominato vescovo di La Rioja, celebra la messa nel barrio Cordoba Sud, uno dei più poveri della città.

A causa delle sue denunce, le autorità proibiscono la trasmissione per radio della messa. Viene allora diffuso un documento nel quale si afferma: «È possibile far tacere una trasmissione radiofonica, ma non la Chiesa, perché la forza e la ragione stessa della sua esistenza sono radicati nella presenza misteriosa dello Spirito di Cristo, che è vivo in ciascun uomo di questa terra, bagnata dal sangue dei suoi figli, versato per difendere la propria dignità».

Nel 1973, durante la festa in onore di Sant’Antonio, nella parrocchia di Anillaco, Angelelli viene aggredito a sassate da sicari dei latifondisti. Il papa Paolo VI gli fa sentire il suo sostegno attraverso una visita del superiore dei Gesuiti, Pedro Arrupe, e di Jorge Mario Bergoglio.

Già prima dell’avvento della giunta militare, gli squadroni della morte della Tripla A (la neofascista Alleanza anticomunista argentina) uccidono preti e laici impegnati, finché, nel 1976, il golpe militare instaura la dittatura che durerà fino al 1983.

Dopo l’ennesimo assassinio di due preti, padre Gabriel Josè Rogelio Longueville e fratel Carlos de Dios Murias, nell’orazione funebre Angelelli invoca: «Mi rivolgo a coloro che hanno preparato, organizzato ed eseguito l’assassinio dei due sacerdoti: aprite gli occhi, fratelli, se vi chiamate cristiani! Rendetevi conto del sacrilegio e del crimine che avete commesso».

Nei giorni successivi raccoglie dai parrocchiani testimonianze e prove di quanto accaduto e prepara un rapporto da trasmettere alla Conferenza episcopale, per evitare che tutto sia insabbiato.

Il 4 agosto 1976, mentre ritorna a La Rioja accompagnato dal vicario episcopale, Arturo Pinto, la sua auto è affiancata da un’altra che la spinge fuori strada facendola ribaltare.

Nonostante i tentativi di farlo passare per un incidente stradale, la verità del crimine non potrà essere nascosta a lungo.

Dopo l’assassinio del vescovo Angelelli, la repressione in Argentina continua. Migliaia di persone sono arrestate e scompaiono, sono rinchiuse nelle caserme, torturate, gettate in mare con i voli della morte. I familiari non riescono ad avere notizie.

Il 30 aprile 1977 un gruppo di quattordici donne, le Madres de Plaza de Mayo, si presentano davanti alla Casa Rosada, il palazzo del Governo, in silenzio e con le foto di figli, mariti, fratelli scomparsi, per avere notizie.

Tutte le settimane, per anni, queste donne saranno lì, con la loro muta presenza, a denunciare l’orrore della dittatura, inaugurando una protesta nonviolenta che risuonerà in tutto il mondo.

Un colpo per la giunta golpista sarà il riconoscimento del Premio Nobel per la pace nel 1980 all’attivista nonviolento cattolico Adolfo Perez Esquivel, che è imprigionato per quattordici mesi e liberato nel 1978.

Dopo la fine della dittatura, nel 1985, il rapporto Nunca Mas, che ricorda anche l’assassinio del vescovo Angelelli, consentirà di avviare i processi contro i militari accusati di gravi violazioni dei diritti umani e porterà alla condanna all’ergastolo dei generali Videla, Massera e altri.

Il 27 aprile 2019 monsignor Enrique Angelelli viene beatificato da papa Francesco.


Juan Gerardi

Il testo di Palini su Juan José Gerardi Conedera riporta nel sottotitolo: «Nunca mas. Mai più».

Anche il Guatemala, infatti, come altri stati latinoamericani, ha vissuto sul proprio territorio la stagione delle dittature militari sostenute dagli Stati Uniti.

Richiamandosi alla dottrina Monroe del 1823 che affermava la supremazia degli Stati Uniti sul continente americano, a partire dagli anni Sessanta del Novecento, la politica statunitense guarda all’America Latina come al «cortile di casa», da controllare contro il pericolo comunista rappresentato dalla rivoluzione cubana del 1959.

Anche in Guatemala si crea così una stretta alleanza tra gli interessi dell’oligarchia terriera latifondista e le multinazionali statunitensi come la United fruit company, per controllare le monocolture di caffè e banane contro le rivendicazioni contadine e la riforma agraria realizzata dall’unica esperienza democratica guatemalteca, tra il 1945 e il 1954, sotto i governi di Juan José Arevalo (1945-52) e Jacobo Arbenz Guzman (1952-54).

Durante questa breve parentesi viene varata una Costituzione democratica e creato un Codice del lavoro, nasce il Partito guatemalteco del lavoro e la riforma agraria aiuta 100mila famiglie contadine.

Nel 1954, però, un’invasione dall’Honduras guidata dal colonnello guatemalteco Carlos Alberto Castillo Armas, con un gruppo di mercenari e con il diretto aiuto della Cia per respingere il «pericolo rosso», costringe alle dimissioni il presidente Arbenz Guzman.

La giunta militare che si instaura elimina tutte le conquiste democratiche, ripristina il lavoro gratuito degli indigeni, incarcera tutti i sospetti di «comunismo», inaugura un nuovo periodo di repressione e di violazioni dei diritti umani, soprattutto nei confronti delle popolazioni native.

Se in un primo periodo la Chiesa guatemalteca sostiene la dittatura, in seguito, soprattutto dopo il Concilio e la citata Conferenza di Medellin, si diffonde l’«opzione preferenziale per i poveri», di cui Gerardi diventa uno degli esponenti più autorevoli.

Ordinato prete nel 1946, vive tutta l’esperienza del passaggio da una Chiesa schierata con le forze conservatrici a una Chiesa conciliare, attraverso il contatto con le popolazioni rurali, lavorando con le comunità dei popoli indigeni, promuovendo l’uso delle lingue locali nell’alfabetizzazione e nel movimento dei «delegati della parola». Perché, osserva Gerardi, il fatto che esistano culture distinte è una manifestazione della diversità in cui Dio si rivela e agisce all’interno di tutta la cultura umana.

È presidente della Conferenza episcopale del Guatemala dal 1972 al 1976, e poi dal 1980 al 1982. Nel 1976 è il primo firmatario di un documento nel quale i vescovi «denunciano le situazioni di violenza istituzionalizzata, caratterizzate da strutture sociali ingiuste, da emarginazione e miseria».

Per far fronte a tutto ciò, la Chiesa indica la necessità di una radicale riforma agraria, e imputa alle profonde disuguaglianze sociali l’estendersi della rivolta armata, che a sua volta determina l’inasprirsi della repressione. Dunque una spirale di violenza senza fine. Denuncia poi l’esistenza di gruppi paramilitari, l’uso sistematico della tortura, la violazione dei più elementari diritti umani.

Anche la radio diocesana denuncia le violenze e gli assassinii, come lo stesso Gerardi ricorderà: «In quel periodo eravamo vittime di una persecuzione continua. La radio della diocesi era stata accusata dall’esercito di fiancheggiare la guerriglia. Un giorno trovammo un cadavere davanti all’ingresso della radio, con un cartello sul quale era scritto “Padre Lans è morto. Così moriranno tutti gli altri della radio”».

In un anno, dal 1977 al 1978, sono assassinati 143 leader contadini, preti e catechisti.

Nel 1980, anno dell’assassinio in El Salvador di monsignor Oscar Romero, le forze di sicurezza del regime del generale Fernando Romeo Lucas Garcia compiono il massacro all’ambasciata di Spagna: 37 vittime tra contadini e studenti che ne hanno occupato i locali, compresi quattro diplomatici spagnoli.

Lì perde la vita anche il padre di Rigoberta Menchù, futura premio Nobel per la pace nel 1992.

La diocesi di Santa Cruz, guidata da Gerardi, da cui provenivano i contadini che avevano occupato l’ambasciata, emette un duro comunicato di condanna: «Da quattro anni il Quichè sopporta il peso di una violenza estrema, aggravato dall’occupazione militare della zona nord e da altre misure che, di fatto, colpiscono il popolo a beneficio di una minoranza. Come causa di fondo scopriamo uno schema di sviluppo economico, sociale e politico che non tiene conto degli interessi dei poveri e si appoggia alla Dottrina della sicurezza nazionale, che sottomette le persone a un regime di terrore. […] Per questa ragione facciamo nostra la denuncia dei contadini che sono morti per il popolo del Quichè, nell’ambasciata di Spagna».

Ma le uccisioni di dirigenti sindacali, preti, operatori pastorali continuano, compresa la madre di Rigoberta Menchù, rapita, torturata e lasciata agonizzante per giorni.

Sfuggito a un attentato, nello stesso anno Gerardi decide di chiudere la diocesi per mettere al riparo sacerdoti e catechisti, e si rifugia presso vari conventi, mentre molte famiglie contadine vanno in montagna, dove formano le Comunità di popolazione in resistenza (Cpr) «che sviluppano forme di convivenza e sistemi di lavoro collettivi e che, grazie alla perfetta conoscenza del territorio, sono in grado di difendersi dall’esercito».

Dopo un viaggio a Roma, a colloquio con papa Giovanni Paolo II, monsignor Gerardi, per sicurezza, non rientra in Guatemala (si scoprirà in seguito, infatti, che era è stato preparato un attentato contro di lui), e si rifugia in Costa Rica fino al 1982.

Nel 1981, una missione di Pax Christi internazionale, guidata da monsignor Luigi Bettazzi, visita Nicaragua, El Salvador, Honduras e Guatemala. Nel rapporto che ne segue si legge: «Sono gli interessi dell’economia occidentale a spingere i sedicenti Paesi liberi e democratici a tenere in piedi quei regimi dittatoriali che assicurano vendite di materie prime e scambi economici in termini vantaggiosi per i Paesi industrializzati che dominano il mondo. Che in questi Paesi del Centroamerica non esista la democrazia, che piccoli gruppi di famiglie straricche dominino e sfruttino la maggioranza della popolazione in miseria, questo non sembra avere molta importanza. Così l’assurda e spietata dittatura del Guatemala serve da punto di riferimento e di ritrovo degli interessi economici e militari di diversi Paesi dagli Stati Uniti a Israele».

Nel 1983, sia il Tribunale permanente dei popoli in seduta a Madrid, sia Amnesty international, condannano le gravissime violazioni dei diritti umani compiute dalla dittatura guatemalteca, in particolare dopo il colpo di stato di Efrain Rios Montt del 1982, che persegue l’annientamento delle comunità Maya, facendo terra bruciata intorno a loro e reclutando a forza i ragazzi per contrastare la guerriglia. Prima di essere deposto da un ennesimo colpo di stato nell’agosto 1983, i suoi diciassette mesi di governo sono tra i più sanguinari della storia del Guatemala.

Il mutato clima internazionale induce ad avviare un processo di transizione politica che consegni il potere ai civili: nel 1985 si svolgono elezioni generali che portano alla vittoria del democristiano Vinicio Cerezo Arévalo, ma il Paese è ancora dilaniato dalla guerra tra esercito e gruppi della guerriglia.

Il vescovo Gerardi, nel 1986 fa parte della Commissione nazionale di riconciliazione, frutto dei primi passi verso un processo di pace nel Paese.

Nel 1989 l’arcivescovo di Città del Guatemala, Prospero Penado del Barrio, gli affida il compito di creare un Ufficio per i diritti umani nella diocesi.

Nella veste di coordinatore di questo ufficio, negli anni parteciperà alla Commissione Onu per i diritti umani, con sede a Ginevra, denunciando l’impunità che regna nel suo Paese.

Dopo il Premio Nobel per la pace a Rigoberta Menchù nel 1992, anche Gerardi riceve diversi riconoscimenti internazionali.

Nel 1994 a Oslo viene sottoscritto un accordo tra il governo del Guatemala e la Unidad Revolucionaria nacional guatemalteca (Urng), che prevede l’istituzione di una Commissione di indagine sulle violenze perpetrate nel Paese. Gerardi propone di integrarla con il progetto Remhi (Recuperacion de la memoria historica), un lavoro da lui coordinato, che si concluderà con la pubblicazione di quattro volumi dal titolo Guatemala. Nunca mas, per documentare le uccisioni, le sparizioni, la repressione e le violazioni dei diritti umani tra il 1956 e il 1996.

L’arcivescovo Penado del Barrio, nella Presentazione del rapporto scrive: «Con questa guerra in cui si è torturato, si è assassinato e si sono fatte scomparire intere comunità, che sono rimaste terrorizzate e indifese in questo fuoco incrociato, in cui si è distrutta la natura, che nella cosmovisione indigena è sacra, la madre terra, è anche stata spazzata via, come un uragano impetuoso, la parte più viva dell’intellighenzia del Guatemala. Il Paese è rimasto improvvisamente orfano di cittadini autorevoli».

Nel 1995 Gerardi partecipa in Italia alla Marcia Perugia-Assisi.

Nel 1996 è firmato finalmente l’accordo di pace, e nel 1998 il rapporto Nunca mas è consegnato a Rigoberta Menchù.

Due giorni dopo la presentazione dei risultati del progetto Remhi, il vescovo Gerardi è assassinato nel suo garage.

Per il delitto saranno condannati il colonnello Byron Lima Estrada, suo figlio, il capitano Byron Lima Oliva, il soldato Obdulio Villanueva e il viceparroco Mario Orantes in qualità di complice, ma i mandanti, gli alti vertici militari e politici, rimarranno liberi.

Angela Dogliotti
Centro studi Sereno Regis


I LIBRI DI ANSELMO PALINI

  •  Hélder Câmara. «Il clamore dei poveri è la voce di Dio», Ave, Roma 2020, pp. 240, 14,00 €.
  •  Don Pierino Ferrari. «Vestito di terra, fasciato di cielo», Ave, Roma 2020, pp. 304, 14,00 €.
  •  Teresio Olivelli. Ribelle per amore, Ave, Roma 2018, pp. 318, 20,00 €.
  •  Oscar Romero. «Ho udito il grido del mio popolo». Ave, Roma 2018, pp. 290, 20,00 €.
  •  Una terra bagnata dal sangue. Oscar Romero e i martiri di El Salvador, Paoline, Milano 2017, pp. 224, 16,00 €.
  •  Marianella Garcìa Villas. «Avvocata dei poveri, difensore degli oppressi, voce dei perseguitati e degli scomparsi», Ave, Roma 2014, pp. 272, 12,00 €.

Primo Mazzolari. Un uomo libero, Ave, Roma 2009, pp. 304, 16,00 €.




Pillole «Allamano» /10. Prima di tutto santi


Carissimo Padre, buon Natale.
Uso l’appellativo Padre invece di Canonico (oggi un po’ demodé), o di Rettore (troppo accademico), per sottolineare la paternità spirituale che hai avuto e continui ad avere su di noi, missionari e missionarie della Consolata. Grazie per queste pillole di spiritualità che, oggi come ieri, ci aiutano a dare un senso alla nostra vita, per poterne essere i protagonisti e non dei comprimari. I tuoi consigli hanno permesso a missionari e missionarie di camminare diritti e spediti durante tanti anni e in moltissime parti del mondo; crediamo che possano servire anche a noi, nella nostra Europa attuale, per riproporci come persone che hanno a cuore il Regno di Dio, e lo vogliono promuovere lì dove si trovano. In fin dei conti, questo è lo spirito con cui abbiamo provato ad assumerle durante questi mesi e chissà se ci aiuteranno ad alzare un po’ il tiro, iniziando da questo periodo natalizio.

A Natale si dovrebbe essere tutti più buoni o, come forse suggeriresti tu stesso, un pochino più santi. Ti è sempre piaciuta questa parola: santo.  Hai parlato tanto di santità, ma soprattutto hai vissuto in modo da rendere esplicito, visibile, toccabile con mano ciò che cercavi di esprimere a parole. Hai soprattutto cercato di mostrare che la santità è nient’altro che il coronamento di un cammino nella fede «fatto bene», con rispetto del ruolo che si occupa nel mondo, senza pensare di essere Dio, ma soltanto povere creature che cercano di fare al meglio la Sua volontà (a dirla tutta, se c’è qualcosa che veramente contraddice lo spirito del Natale è proprio questa tendenza a credersi dei padreterni; altro che spirito dell’incarnazione!).

La Torino dei tuoi tempi poteva vantare degli esempi di santi mica da ridere: ci si sarebbe potuta fare una squadra di calcio con tanto di riserve contando tutte le persone che hanno dato la loro vita per la causa del Vangelo, e a tale ragione sono assurti alla gloria degli altari. Altri ancora hanno vissuto la loro vita cristiana in maniera più nascosta, o forse meno «eroica», e non vengono ricordati liturgicamente, ma hanno comunque lasciato un segno che rimane vivo ancora oggi, eredità di una vita dedicata a Dio e al servizio dei fratelli. Alcuni parlano di loro come «santi sociali», proprio per sottolineare il loro forte impegno al servizio dei poveri del tempo, fra i giovani, gli operai, i carcerati, gli ammalati…

Molti li hai incontrati tu stesso di persona. In particolare non si può non citare le due figure a te più vicine, non fosse altro per la comune provenienza, visto che eravate tutti originari di Castelnuovo, in provincia di Asti: Giuseppe Cafasso, tuo zio, e Giovanni Bosco. Oggi il tuo paese, adagiato sulle colline del Basso Monferrato astigiano, ha preso il nome di Castelnuovo don Bosco, dal concittadino più famoso, anche se dovrebbe essere battezzato «Castelnuovo dei Santi» perché ben quattro (va aggiunto infatti anche Domenico Savio) sono i santi che lì hanno avuto i loro natali in uno spazio di tempo davvero ristretto.

Santi vicini, santi in famiglia, santi le cui vite si sono sfiorate lasciando segni indelebili sulle altrui esistenze. Sì, diciamo che sei anche stato un po’ fortunato ad avere la possibilità di entrare in contatto con persone di quel calibro. Da loro hai attinto molto, pur conservando una tua precisa personalità, che non si è confusa né con lo spirito, né tantomeno con la missione altrui. Da Giovanni Bosco, anche se soltanto per un breve periodo di tempo, sei andato a scuola nell’Oratorio da lui fondato, luogo da cui poi ti sei allontanato alla chetichella, per non dare un dispiacere a chi ti aveva ospitato fra i suoi ragazzi e che probabilmente, vedendo la pasta di cui eri fatto, aveva iniziato a pensare che un giorno avresti potuto dargli una bella mano. Del resto, non lo hai fatto per capriccio (le persone capricciose non ti sono mai andate troppo a genio e non ti sei stancato di ripeterlo in continuazione a tutti coloro che erano affidati alla tua formazione), ma per seguire quella che a te sembrava essere la tua strada, indirizzandoti verso il Seminario metropolitano di Torino.

A Giuseppe Cafasso devi sicuramente molto di più, pur avendolo personalmente incontrato tutto sommato poche volte. Hai respirato sin da piccolo la sua presenza e hai sempre saputo e creduto di avere un «Santo zio» in famiglia, al punto che quando è stata l’ora ti sei dedicato anima e corpo, fra mille altre cose, anche ai processi di beatificazione e canonizzazione, dando così alla Chiesa intera un modello di prete a cui ispirarsi.

Creazione di David Ongaro per la chiesa di Maria Regina delle Missioni in Torino: san Giuseppe Allamano con i suoi santi. Da sinistra a destra: s. Chiara regge con lui il quadro della Consolata, s. Ignazio di Loyola, s. Caterina da Siena, s. Giovanni Bosco, s. Francesco di Sales, s. Teresa d’Avila, s. Francesco, s. Teresina di Gesù Bambino, s. Fedele da Sigmaringen, s. Giuseppe Benedetto Cottolengo, s. Francesco Saverio e s. Giuseppe Cafasso, suo zio.

La santità che hai conosciuto tu, di cui hai fatto esperienza diretta vedendola riflessa nelle esistenze degli altri, era la conseguenza di una vita buona, vissuta bene, con sacrificio, determinazione, fede, perseveranza. Dio lancia il seme, e questo cade in una terra più o meno fertile. Nel vostro caso terra fertilissima, perché preparata, lavorata, concimata quotidianamente con la pazienza e anche la fatica del contadino. Niente di eccezionale, verrebbe da dire, una santità alla portata di tutti, fatta di piccoli gesti buoni ripetuti nel tempo. È la santità di tante nostre famiglie, quella che non fa rumore ma permette al bene di incunearsi nel tessuto della società e lo fa scorrere a dispetto di tanti messaggi a esso contrari, segnali di male, morte, disperazione che mettono in pericolo la speranza.

L’eccezionalità sta appunto in questo lavoro costante su di sé, sulla propria crescita umana e spirituale. «Vivere l’ordinario in modo straordinario» è il motto che hai proposto a chi guardava a te come modello di uomo e prete. Lo hai attinto dalla spiritualità di San Giuseppe Cafasso, ma lo hai fatto diventare come parte del tuo stile di vita. Il tuo punto di riferimento era Cristo, ma il tuo terreno di gioco è sempre stato il quotidiano, le ventiquattro ore della giornata, cui dare un senso, giorno dopo giorno, con l’Eucaristia a fare da metronomo: preparazione, celebrazione e ringraziamento; e così via, in una serie continua di istanti in cui la vita dell’uomo si fonde in quella di Dio.

Il santo è la persona che vive in profondità questa unione di Dio con la sua storia passata, presente e futura; è colui o colei che permette a Dio di incarnarsi nel suo vissuto, di vivere nella sua famiglia, di frequentare la stessa scuola o di interessarsi degli stessi problemi di lavoro degli altri. Il santo è la persona della porta accanto, quella capace di praticare iniezioni di bene con la sua presenza discreta e silenziosa, che permette a Dio di essere Dio, e lo fa lasciando che questi entri nella propria vita, concedendogli spazio e diventando a sua volta strumento di salvezza.

Caro don Giuseppe, tu sei stato questo tipo di persona per molti tuoi contemporanei, che istantaneamente hanno riconosciuto in te i segni di una presenza più grande. Il tuo spirito di preghiera, l’amore per l’eucaristia, la relazione cuore a cuore con Maria Consolata. Tuttavia, la tua santità ha assunto dei connotati speciali che restano un’eredità unica per noi missionari e per tutti gli amici che, a vario titolo e in varie occasioni, si sono avvicinati al nostro carisma e ne sono rimasti affascinati.

Innanzitutto, la tua è stata una santità extra large; hai guardato oltre i confini di Torino, dell’Italia, più in là sempre e comunque. Sicuramente più in là dei tuoi comodi – avresti potuto infatti vivere un’esistenza decisamente tranquilla e rilassata invece di perdere pace, salute e soldi nel correre dietro all’ideale missionario – a cui hai però volentieri rinunciato per rispondere all’imperativo che sentivi dentro di te di annunciare a tutti la consolazione del Vangelo. In questo momento storico in cui la chiesa è invitata a uscire, ad andare alle periferie, a essere lì dove la gente si trova, a non perdere la voglia di annunciare, ci offri un modello di santità molto attuale. Dà coraggio pensare che hai vissuto in maniera totale la tua missionarietà senza mai allontanarti, se non per brevi viaggi, dal tuo amato Santuario della Consolata. Sei un invito vivente per tante persone e famiglie che forse non ce la fanno proprio a trovare tempo e risorse per «partire» e vivere la loro vocazione missionaria in terre lontane. C’è chi dona partendo e chi parte donando. Da sempre la missione si è nutrita del dono del tempo, dei beni materiali, della preghiera di tanti benefattori che pur senza oltrepassare l’uscio di casa hanno reso l’attività dei missionari possibile, partecipando a tutti gli effetti, pienamente, della missione della chiesa.

Inoltre la tua è stata una santità «inclusiva», che si è nutrita e arricchita dei contributi di culture nuove e lontane, di cui leggevi attraverso i racconti dei tuoi missionari. Il senso di vicinanza all’altro che hai trasmesso ai tuoi, l’enfasi posta sulla necessità di imparare, e imparare bene, le lingue straniere per meglio comunicare con le persone, la passione di capire l’altro per entrare nel profondo della sua cultura, con rispetto, in punta di piedi… sono elementi che hanno caratterizzato il tuo insegnamento e restano parte di quello spirito che sempre hai voluto trasmettere personalmente ai tuoi missionari. I nostri confratelli che lavorano in Asia sempre ripetono l’importanza di essere sul posto, presenti, sussurrando il Vangelo, con tatto, rispetto e discrezione, senza imporre, ma proponendo coraggiosamente la buona notizia di Gesù.

In questo mondo così controverso e contraddittorio, alla cui tensione verso la globalità rispondono movimenti di chiusura e intolleranza assolutamente non evangelici, la ferma delicatezza della tua parola è garanzia di un messaggio di accoglienza e di fraternità che rincuora e dà coraggio.

Grazie caro Padre per quest’ultima tua pillola che, in fondo, contempla tutte le altre. Siate santi missionari; anzi, «prima santi, poi missionari», come ripetevi instancabilmente allora e continui a ripetere anche a noi oggi. Ai nostri giorni il tuo appello assume una valenza particolarmente pregnante perché immettersi in un cammino di santità significa andare due volte contro corrente. Mentre noi missionari e missionarie della Consolata desideriamo profondamente che tu, già beato, possa essere riconosciuto finalmente santo, tu vuoi soprattutto che siamo noi a santificarci, anche senza riconoscimento ufficiale da parte della chiesa. Ci chiedi soltanto di condurre una vita evangelicamente certificata e di testimoniare con coerenza i valori del Vangelo attraverso il carisma speciale che ci hai lasciato.

Penso che, corroborati da un anno di pillole ricostituenti da te fornite, possiamo tentare di metterci su questo cammino chiedendoti, ancora una volta, di essere padre e guida dei tuoi missionari e degli amici fraterni che ne accompagnano le iniziative apostoliche. Siamo convinti che, diventando più santi, noi spianeremo anche a te la strada per il riconoscimento universale della tua santità. Prendi questo nostro impegno come un piccolo regalo di Natale. E ancora tanti auguri.

Ugo Pozzoli


Tutte le 10 parole

Per finire con gioia

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Pillole «Allamano» /9. Non dire mai non tocca a me


Ho visto di recente, insieme ad altri missionari che lavorano in Europa, il film «Terraferma» di Emanuele Crialese, premio della giuria al Festival del cinema di Venezia 2011. Racconta la storia di una famiglia di pescatori che vive in un’isola al largo della Sicilia e che, insieme alla comunità del posto, si trova a vivere un conflitto fra tradizione e modernità. Gli abitanti sono infatti intrappolati nel dilemma: continuare con una vita di pesca o aprirsi al turismo e, di conseguenza, al consumismo di marca occidentale? Quello che si preannuncia all’inizio del film come un conflitto generazionale (c’è un’eco dei Malavoglia nella storia narrata) assume connotati nuovi con l’irruzione dell’emergenza migranti che viene a sconvolgere la vita degli abitanti e il loro rapporto con il mare.

Non tutti gli isolani sono inclini a sopportare passivamente la marea umana che si abbatte sulle loro spiagge. Il turismo, la nuova dimensione appena scoperta e che apre le porte a un futuro di minori sacrifici e stenti, viene messo a dura prova da questa ennesima sfida che arriva dal mare. Eppure, in mezzo a tutto il marasma che sconvolge la placida esistenza della gente del posto, si viene a creare uno spazio favorevole per la solidarietà e l’altruismo. Tanto il codice del mare, che non prevede di lasciar morire un uomo in balia delle onde, come il senso di fraternità che tocca l’animo dei protagonisti investono gli abitanti dell’isola di un imprevedibile e nuovo senso di responsabilità.

È inutile dire che la storia fittizia di «Terraferma» ricalca quella purtroppo vera e sofferta di Lampedusa. Come non ricordare del resto i gesti di accoglienza dei lampedusani, per altro lodati anche dal Papa? Si tratta di gesti compiuti da gente semplice, sovente povera, messa in crisi da una situazione diventata ingestibile. Nonostante tutto, di fronte all’emergenza per molti di loro è impossibile dire: «Non tocca a me».

Per la (nostra) generazione cresciuta a pane e Alberto Sordi è costato rinunciare al mito dell’italiano «tutto sommato brava gente», sempre pronto a redimersi da una vita da brigante grazie a un atto di eroismo finale e catartico con cui prende finalmente e responsabilmente in mano la propria vita. Basta avere la possibilità di andare un po’ in giro per il mondo, oppure la magnanimità di incontrare chi da fuori viene a vivere nel nostro paese, per capire che non siamo più buoni o meno buoni di tanta altra gente. Anche qui in Italia c’è chi incassa la testa fra le spalle e tira diritto senza voltarsi, lasciando che l’altrui persona badi a se stessa, risolva i suoi problemi da sola. Anche qui c’è chi pensa: «Chissenefrega, io cosa c’entro … non ho tempo, non mi sento, non sono capace e, alla fine della fiera, non sono problemi miei!». Se così non fosse, e non fosse sempre stato, Giuseppe Allamano non avrebbe avuto bisogno di dare, all’epoca, una pillola dei cui effetti benefici si sente il bisogno anche oggi.

Certamente l’ambito a cui preferibilmente l’Allamano si riferiva era quello formativo dei missionari della Consolata. Tante sono le volte in cui ricorreva questa espressione, segno dell’importanza che egli dava all’aspetto della partecipazione alla vita comunitaria ai fini della missione e alla dimensione della responsabilità personale. «Non dire mai non tocca a me» è infatti più di una raccomandazione, è un appello alla responsabilità e alla vocazione cristiana, prima ancora che religiosa e missionaria. Anzi, proprio perché indirizzato alla compartecipazione nella vita sociale e alla creazione di migliori relazioni fra le persone, questo appello puntava a una crescita che doveva essere innanzi tutto umana.

In un mondo dove si considera etico chi osserva il principio di reciprocità, la radicalità di questa pillola è un elemento che spariglia le carte, confonde, mette in crisi. Il do-ut-des è un regolatore sociale potente. «Io do perché tu mi hai dato» oppure «do perché aspetto di ricevere». Se contravvengo a questa consuetudine vengo punito. In questo contesto, io dirò «tocca a me» soltanto quando sarà il mio turno, aspettando che tu abbia fatto il tuo e Tizio il suo; in caso contrario mi sentirò autorizzato, e giustamente, a non fare assolutamente niente. Se tu vuoi che io faccia, inizia tu a fare quanto ti compete. Meglio che nulla, verrebbe da dire; meglio che l’inazione dovuta a pigrizia (non ne ho voglia), a ignoranza non contrastata (non sono capace), alla pretesa di un diritto acquisito (non l’ho mai fatto, non vedo perché dovrei farlo ora, non mi compete), ecc. La lista potrebbe essere lunga. Quante meravigliose ragioni per dire: «Non tocca a me!».

Kenya, quattro che hanno preso sul serio il loro compito: padre Giacomino Camisassa, uno dei primi catechisti, suor Irene (ora beata) e mons Filippo Perlo

Nel mondo del lavoro, dove relazioni e competenze sono regolate da un contratto, diventa più difficile uscire da schemi di reciprocità che stanno normalmente alla base di un qualsiasi accordo fra le parti. Non mancano per fortuna esempi, anche se pochi, di circoli virtuosi operati in alcuni luoghi in cui il datore di lavoro fa un po’ più di quello che gli spetta e il dipendente non si tira indietro nei momenti del bisogno. Questi pochi, ma illuminati esempi ci dicono che rifiutare «il non tocca a me» può diventare persino eversivo se ci si crede, se si entra in una dinamica differente, se si spezza il vincolo del do-ut-des.

Non sfuggono elementi abbastanza contraddittori che caratterizzano il momento attuale e lo rendono complesso, articolato, difficile da decifrare. Da una parte sembra evidente che la gratuità stenta a imporsi nelle relazioni fra le persone. Tutto va pagato, retribuito, tutto ha un prezzo: ti do se mi dai o, al massimo, darai. Se non s’intravedono possibilità di guadagno, gratificazione, crescita, ci si sgancia: «Non tocca a me, sorry». Questo, verrebbe da dire, capita anche nelle migliori famiglie!

Oggi, purtroppo, si avverte infatti un crescente disimpegno a vari livelli. La persona ne accusa le conseguenze, senza però rendersi conto del ruolo che lei stessa potrebbe positivamente giocare, o senza forse avere il coraggio di fare il primo passo per dare alle relazioni un indirizzo differente. La famiglia è il primo ambito in cui tale disimpegno appare evidente e tale fenomeno assume aspetti devastanti, per le ripercussioni che si hanno in molti altri ambiti. La scuola sente il disimpegno della famiglia, così come la comunità cristiana, ecc. Tutti gli ambiti educativi sono coinvolti e ciascuno reclama un’attenzione maggiore dell’altro, mettendo a nudo un circolo, questa volta decisamente vizioso, da cui sembra impossibile uscire.

Per contro, bisogna anche sottolineare una certa reazione a questo modo diffuso di interpretare la vita. Da poco l’Istat ha pubblicato uno studio sul volontariato oggi in Italia, evidenziando come, nonostante notevoli differenze fra una zona e l’altra del paese, il tasso percentuale di persone impegnate in attività di volontariato sia oggi aumentato notevolmente. Sono più di 6 milioni gli italiani di età superiore ai 14 anni che hanno svolto nel 2013 un’attività di volontariato. Oltre 4 milioni di essi lo ha fatto in collaborazione con organizzazioni di vario tipo, mentre i restanti hanno prestato servizio direttamente, in maniera indipendente, a favore di altre persone, di comunità o dell’ambiente. Il tasso di volontariato è oggi pari al 12,6 per cento della popolazione, ovvero un italiano su 8. Dà speranza a pensare che nel 1993 il tasso era del 6,9 per cento e raggiungeva il 10% nel 2011.

Dati incoraggianti che ci dicono che esiste dunque una via per interpretare la realtà in modo differente; il cristiano dovrebbe esserne innanzitutto cosciente e saperla indicare a tutti in modo chiaro e luminoso. Nel Vangelo, infatti, la logica del rapporto padrone–dipendente viene spezzata per sempre. L’uomo è figlio, non servo. Partecipa degli utili «chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna», Mt 19, 29, ma è anche chiamato a farsi carico degli oneri. In particolare, deve condividere la «politica aziendale» ed essere pronto a sacrificarsi per i beni di famiglia («se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua», Lc 9, 23). Il cristiano è invitato a essere coerede del creato di cui è parte, ma di cui è anche custode responsabile, project manager del lavoro di redenzione di Dio.

Ciò significa imparare a dire dei sì e dei no, significa assumere delle responsabilità sentendosi piloti e non passeggeri della propria vita e di quanto ci circonda. Le famiglie (o le comunità religiose, a cui Giuseppe Allamano si rivolgeva direttamente) sono ottimi banchi di prova per vedere se uno cresce in questa dimensione o se rimane fermo a mercificare diritti e doveri cercando di farli quadrare in bilancio, riuscendo magari pure a guadagnarci qualche cosa.

«Non dire mai non tocca a me, perché tocca a tutti». L’Allamano lo raccomandava anche ai missionari partenti, come un lascito importante, una di quelle cose da mettere in valigia, magari all’ultimo momento, ma da non dimenticare assolutamente. «Dobbiamo essere tutti uniti fra noi», interessandoci delle cose comuni, superando la mentalità di chi si vede realizzato solo ed esclusivamente nel compito che gli viene dato. Parafrasando un esempio da lui fatto: il gas lasciato acceso è un pericolo per la casa, forse nessuno è stato incaricato di spegnerlo, e allora che cosa si fa? Ci si adopera in un’azione preventiva o si aspettano i pompieri perché tanto «tocca a loro»?

Oggi, sta purtroppo diventando stereotipata l’immagine del religioso accomodato nella sua vita e, proprio per questo motivo, accomodante nei confronti di tutto ciò che minaccia la vita del Regno. Il ripetere «non tocca a me» ammazza lo spirito stesso della vita religiosa che presuppone la sequela di qualcuno, Cristo, che ha rifiutato la tentazione del «passi da me questo calice» per farsi carico, responsabile fino in fondo della missione affidatagli. Giuseppe Allamano, che vedeva nella vocazione missionaria la perfezione di quella religiosa e sacerdotale, non tollerava spiriti tiepidi, non desiderosi di dare il 101% alla causa del Vangelo.

Non si può non leggere nella pillola di questo mese il desiderio profondo di vedere una cristianità con le maniche rivoltate, pronta a offrire impegno, creatività e testimonianza in tutti gli aspetti della vita in comune. «Tocca a me» partecipare della vita politica del mio paese, contribuire a migliorare l’educazione dei figli, creare modelli di convivenza pacifici e solidali sul territorio, inventare strategie di economia sostenibile o scegliere che tipo di ambiente voglio lasciare a chi verrà dopo di me.

È un’illusione pensare che il girare la testa dall’altra parte lasci le cose come stanno. Sul lungo termine le cose peggiorano e s’incancreniscono, così come i cuori diventano più aridi, incapaci di dare, di aprirsi all’altro, di creare qualcosa di nuovo.

Nella sua famosa «Lettera ai giudici», Don Milani ricordava questo come uno dei principi fondanti della sua pedagogia: «Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande I care. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. È il contrario del motto fascista “Me ne frego”». Di sicuro, per il priore di Barbiana il principio era irrinunciabile e rimaneva valido anche di fronte alla tentazione di una vita più comoda, ma meno realizzante: «Stasera ho provato a mettere un disco di Beethoven per vedere se posso ritornare al mio mondo e alla mia razza e sabato far dire a Rino: – Il priore non riceve perché sta ascoltando un disco –. Volevo anche scrivere sulla porta – I don’t care più –, ma invece me ne care ancora, molto.» (Lettera di Don Milani a Francuccio Gesualdi, 4 aprile 1967).

Ugo Pozzoli


Tutte le 10 parole




Pillole «Allamano» 8: Fare bene il bene … e senza rumore


«I miei anni sono più pochi, ma fossero pur molti, voglio spenderli in fare il bene e farlo bene: io ho l’idea del Ven. Cafasso, che il bene bi sogna farlo bene, e non rumorosamente» (Conferenze IMC, I, 116).

Un tempo si usava portare a scuola un quaderno, lasciarlo nelle mani dei compagni affinché ciascuno a turno potesse scrivere un messaggio, un augurio o fare semplicemente una decorazione come ricordo. Ovvia mente anche l’insegnante era chiamata in causa e doveva corredare le pagine di tutti gli alunni con un saluto, un disegno, una massima beneaugurante. Ricordo a questo proposito una storiella che si raccontava in casa, forse proprio nel pe riodo in cui era iniziato questo scambio di diari anche con i compagni miei e di mio fratello. La maestra di non ricordo più quale membro della nostra famiglia aveva restituito il quaderno al mio povero parente con tre o quattro pagine strappate e diverse cancellature ancora visibili, segno evidente che l’operazione le era costata fatica e si era dimostrata più complicata del previsto. Il risultato di tanto sforzo, condensato in una massima scritta a incoraggiamento morale del mio congiunto, prendeva forma alla fine di tutta quella devastazione. Era una sorta di testamento spirituale che potesse rimanere a imperitura memoria del corpo docente (cosa che di fatto avvenne), il cui testo recitava: «Fai bene ciò che fai!». Era chiaro l’intento educativo che sottolineava l’importanza di mettere impegno nel fare le cose, agendo in modo consapevole e non trasandato. Peccato che in quell’occasione alla predica non fosse seguita un’applicazione adeguata. Sulla necessità di fare il bene, in effetti, vi sono poche controversie. Il problema, semmai, è riuscire a farlo bene.

Il primo articolo della «Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo» recita: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratel lanza». Mi sembra interessante il fatto che prima di elencare e affermare i diritti inalienabili dell’essere umano, il testo dica ciò l’essere umano è (libero, uguale agli altri in fatto di dignità e diritti, razionale e dotato di coscienza…), ed esprima il mandato uni versale ad agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. L’articolo termina dunque con un appello a costruire il bene comune, a «fare il bene» perché valore condiviso, di tutti, universale. «Fare il bene» è un’attività che appartiene alla sfera dell’umano, alla legge naturale che regola l’ordine delle cose di questo mondo. Il bene non è soltanto un’idea tra scendente che va al di là del quotidiano, la realtà dove l’individuo vive ed agisce, ma anche ciò che l’uomo mette in pratica per vivere in maniera armonica la sua vita sociale e politica. Quella di questo mese è dunque una pillola che può essere assunta da chiunque, credente o non cre dente, per il solo fatto che punta alla felicità del l’uomo nella sua dimensione personale e sociale, in dipendentemente dalle convinzioni di carattere filosofico, culturale o religioso. Del resto, chi non vorrebbe poter condurre una vita armonica, felice e se rena?

Chiaramente, letto in ottica cristiana, il consiglio di Giuseppe Allamano assume una profondità ulte riore. Il precetto di fare il bene si radica nella mis sione propria dell’uomo di continuare l’opera crea trice e redentiva di Dio. Dio crea, e vede che quanto creato è buono. Questa bontà deve essere preservata perché il disegno di Dio non comprende il male, se non come frutto di un esercizio improprio della libertà dell’uomo. Anzi, nel progetto originale, l’uomo viene nominato il custode della creazione, creato a immagine e somiglianza di Dio, creato buono per fare il bene.

Tuttavia, basta poco per rendersi conto come le cose non funzionino esattamente così. Anzi, basta vivere in maniera cosciente per costatare come il male imponga spesso la sua presenza, una presenza misteriosa che non si può comprendere fino in fondo e, per questa ragione, tanto più angosciante. Fiumi di parole si sono scritte e si scrivono sul problema del male; ma anche lì dove pare che una scintilla di ragione riesca a imporsi sul buio, un’ingiusti zia, un lutto, un atto di cattiveria gratuita, una malattia fanno improvvisamente piombare nel buio del mistero chi cerca di capire.

Cristo è la risposta di Dio all’esistenza del male. Gesù non spiega, ma carica sulle sue spalle la croce e assume su di sé il male del mondo, esprimendo con la sua azione la massima espressione di bene: dare la vita per i propri fratelli. Fare il bene sempre e comunque è la risposta di Dio all’esistenza del male. Lasciarsi vincere dal risentimento o dalla disperazione di fronte a una situazione di dolore significa, per quanto umanamente comprensibile, fare il gioco del male, lasciarsi avvolgere dalle sue spire, restarne imprigionato. Rispondere con il bene dà un senso nuovo alla nostra vita. È la logica dell’a more incondizionato, del perdono e della riconcilia zione con se stessi, gli altri, il mondo ciò che costruisce e conserva il bene.

Decembre 1902, partenza delsecondo gruppo di missionari per il Kenya

Fare il bene …e farlo bene

Tuttavia, il bene è fragile e va trattato con cura. Non solo: il confine tra bene e ciò che non lo è risulta essere molto più labile di quanto si possa pensare. Sul fatto che sia ne cessario, anzi imperativo, fare il bene ci possiamo trovare quasi tutti d’accordo. Più difficile è stabilire confini di quando il bene è di fatto tale, o di quanto non lo è. Il bene imperfetto non è un bene. L’unico bene è quello fatto bene e perché sia veramente tale occorre farlo con prudenza e con sapienza. Un atto può essere buono o cattivo in sé, ma vi sono al tri fattori importanti, che vanno tenuti in conto. L’intenzione di chi compie l’atto non inficia la bontà dell’atto, che in sé continua a essere buono o cattivo, ma un’intenzione non retta fa indubbiamente perdere punti morali alla mia azione. Il narcotrafficante colombiano Pablo Escobar è stato in sé un grande benefattore e molti poveri hanno beneficiato del suo aiuto. Tuttavia, sebbene migliaia di persone ne scortarono il feretro il giorno del suo funerale, le biografie non lo ricordano esattamente come un angelo della carità. Parimenti, inutile dirlo, una buona intenzione non può convertire un atto cattivo in qualcosa di diverso. Rubare, ammazzare, giurare il falso sono sempre atti in sé non buoni, in dipendentemente dalle intenzioni di chi li compie. Detto questo, salta immediatamente all’occhio l’im portanza di un terzo elemento: quello delle circo stanze. La lettura sapiente di queste ultime è ciò che ci aiuta ad avere tutti gli elementi affinché si possa fare il bene e farlo davvero bene. Atti buoni, sostenuti da intenzioni altrettanto buone e gene rose, possono diventare occasione di un bene non fatto bene e creare situazioni di dipendenza nelle persone che vorremmo fare oggetto del nostro bene, oppure non rispondere agli effettivi bisogni della situazione su cui si vuole intervenire. O ancora, si può fare una buona azione, con rettissima intenzione, ma farlo con tale malagrazia, prepotenza, sufficienza, arroganza, paternalismo, ecc. da far risultare il nostro bene un completo fallimento. È chiaro che sull’argomento si potrebbero spendere fiumi di inchiostro. Pensiamo a quante esperienze si potrebbero raccogliere facendo raccontare episodi di vita vissuta in cui il bene non è stato fatto bene. Genitori, insegnanti, religiosi… Chiunque nella sua vita ha avuto modo di relazionarsi con gli altri potrebbe, raccontandosi, arricchire il campionario di errori, più o meno involontari, commessi nel tenta tivo di fare del bene.

Giuseppe Allamano desiderava che i suoi missionari potessero salvaguardarsi da questo rischio. Da uomo pratico qual’era, si dimostrava cosciente del fatto che la perfezione non apparteneva a questo mondo, ma allo stesso tempo cercava di preparare i suoi alle esigenze della missione, che richiedeva, perché molto impegnativa, delle risposte eccellenti.

Giuseppe Allamano, vero innamorato della preghiera, era anche cosciente che quest’ultima dovesse essere «aiutata» dalla persona stessa ad incarnarsi nelle situazioni che avevano bisogno di essere toccate e illuminate. Alcune sue insistenze di ventano per noi un insegnamento importante per poter fare bene il bene da compiere.

La prima è l’attenzione che egli vuole i suoi missionari mettano nel conoscere la realtà che li circonda. Conoscere bene lingua, cultura, storia, usi e costumi di un posto aiuta ad analizzare le circostanze e prevedere le conseguenze dei nostri atti. Fare il bene bene presuppone conoscere l’altro. Per fare ciò bisogna innanzitutto essere presenti, stare con l’altro lì dove egli vive. Questo vale per un genitore con i figli, così come per un educatore con le persone che gli sono affidate o per un prete con la sua comunità. Le relazioni «toccata e fuga» si nutrono di buone in tenzioni, ma nella maggior parte dei casi non sanno esprimere un bene ben fatto. Anche lo studio aiuta e Giuseppe Allamano era oltremodo esigente in merito con i suoi missionari a conoscere il contesto e a operare bene. La lunga permanenza dell’Allamano in confessionale, esercizio in cui era pignolo con i preti a lui affidati, lo aveva poi reso esperto nell’arte dell’ascolto. Chi l’ha conosciuto e ne ha dato testimonianza ha ricordato come si fosse sentito da lui ascoltato e, per questo motivo, capito. Fare il bene costa: fatica, tempo, energie e a volte anche denaro. Eppure, quante risorse e quante opportunità sono andate sprecate per aver semplicemente equivocato il bisogno vero dell’altro, per non averlo saputo ascoltare.

Vi sono poi due consigli specifici per fare bene il bene che Giuseppe Allamano trae da suo zio San Giuseppe Cafasso, a cui deve molto della sua ricchezza spirituale, e sono diretti a migliorare la persona in quanto tale, affinché questa ponga attenzione ai dettagli del proprio agire, per permettere al bene di rendersi evidente togliendo spazio al male. Oggi, usando un termine a noi più familiare, potremmo dire che l’Allamano consigliava la pratica del discernimento: mettersi davanti a Gesù e chiedersi come lui si sarebbe comportato in una determinata situazione, arricchendo così la lettura della realtà con quell’abbandono nella fede che dovrebbe guidare ogni azione del buon cristiano. Dopodiché, una volta identificato il come agire, buttarsi a capofitto, «come se quell’azione fosse l’ultima della vostra vita», affinché la mancanza di determinazione o di energia non debba successivamente penalizzare i buoni effetti del nostro fare il bene.

Si capisce che per Giuseppe Allamano «fare il bene bene» significa soprattutto «essere bene». Formarsi al bene permette di dare agli altri ciò che si è, con naturalezza, spontaneità, competenza… amore. Essere bene vuole anche dire volere il bene dell’altro in quanto altro, escludendo o non considerando i benefici, le grazie, i favori che ne potrei conseguire come agente del bene. Escludere i secondi fini per mette di vivere il bene con la vera umiltà di chi vuole farlo perché l’altro e soltanto l’altro ne possa beneficiare. Forse è vero che il bene non lo si fa: il bene in quanto tale è, e noi lo possiamo soltanto rappresentare, convertendolo magari anche in un qualcosa di concreto. Nel nostro delirio di occidentali tutti dediti al fare, il non essere protagonisti del bene che facciamo, ma lasciare diventare gli altri protagonisti del bene che noi semplicemente testimoniamo, sarebbe una rivoluzione copernicana, di quelle di cui sono capaci i Santi, come Giuseppe Al lamano.

Una volta stabilito questo si capisce perfettamente che il bene deve essere «silenzioso», deve sapersi presentare alla ribalta senza pompa e senza trombe. pubblicizzare incessantemente ciò che facciamo non aiuta a essere migliori di ciò che siamo, anzi! Il bene fa fatto bene… e senza rumore.

Ugo Pozzoli

Tutte le 10 parole




L’ecologia profonda


Il filosofo e alpinista norvegese Arne Dekke Eide Næss è il padre della riflessione ecologista del Novecento. Ha contribuito a comprendere che «tutto è collegato» e che ciascuno, con il proprio stile di vita, può affrontare la crisi ecologica e, allo stesso tempo, vivere meglio.

«Introduzione all’ecologia» è un’antologia di scritti del noto filosofo (e alpinista) norvegese Arne Dekke Eide Næss (Oslo, 1912-2009).

«Arne Næss – si legge sul sito delle edizioni Ets – è stato il fondatore del movimento dell’ecologia profonda e il padre della filosofia dell’ecologia, ed è riconosciuto come il più importante filosofo norvegese. […] Personaggio eccentrico e geniale, ha alternato la sua attività accademica all’alpinismo (ha guidato la prima ascensione al Tirich Mir, 7708 metri slm in Pakistan) e alla passione per il pianoforte. Già membro del Circolo di Vienna, ha approfondito diversi ambiti filosofici, dall’epistemologia, alla psicologia, all’etica, alla metafisica, alla filosofia del linguaggio, sviluppando un’originale filosofia della vita («ecosofia T») ispirata ad un tempo alla tradizione occidentale (Spinoza, in particolare) e orientale (Gandhi e il buddismo)».

La visione di Næss s’identifica con l’ontologia della Gestalt, per la quale «tutto è collegato» (traduzione dell’inglese «everything hangs together»), «tutto dipende da tutto»: il primo principio dell’ecologia.

Næss invita il lettore a considerare le connessioni tra il pensiero del filosofo olandese del XVII secolo, Baruch Spinoza, e quello ecologico. Lo fa per 36 pagine fitte fitte, dalla 127 alla 163.

Ci aiutano un utile Indice analitico, l’Elenco delle fonti e una specie di condensato dei fondamenti dell’ecologia profonda proposto in otto punti a pagina 46 nel capitolo intitolato I fondamenti del movimento dell’ecologia profonda.

  1. Version 1.0.0

    La prosperità della vita umana e non umana sulla Terra ha un valore intrinseco. Il valore delle forme di vita non umana è indipendente dall’utilità del mondo non umano.

  2. La ricchezza e la diversità delle forme di vita sono anch’esse valori in se stessi.
  3. Gli uomini non hanno il diritto di ridurre tale ricchezza e diversità, tranne che per soddisfare i loro bisogni reali.
  4. L’attuale interferenza umana nei confronti del mondo non-umano è eccessiva.
  5. Le politiche devono essere modificate.
  6. La situazione risultante sarà profondamente differente da quella odierna e renderà possibile un’esperienza più gioiosa della connessione di tutte le cose.
  7. Il cambiamento ideologico è principalmente quello di apprezzare la qualità della vita piuttosto che cercare un tenore di vita sempre più alto.
  8. Ci sarà una consapevolezza profonda della differenza tra il grande e l’intenso.

L’uomo Arne

Il filosofo è ben raccontato nella sua dimensione umana in un’intervista del 10 febbraio 2015 a Kit-Fai Næss, la sua terza moglie.

Sull’amore di Arne Næss per la montagna e per la musica: «Era un grande pianista», dice la moglie, e quando dovette scegliere se proseguire con la musica o con la filosofia, da giovane esclamò: «Non posso portare ovunque il pianoforte. Mentre, se faccio il filosofo, posso continuare a fare alpinismo».

Per quanto riguarda il futuro dell’ecologia, Arne ricordava spesso che ci sono tre tematiche da approfondire, che fanno capo a tre grandi movimenti: il movimento della giustizia sociale, il movimento dell’ecologia profonda e il movimento pacifista.

In riferimento all’ecologia profonda, per Arne è necessario modificare i nostri comportamenti, per poter cambiare il mondo. Una volta modificati, sarà più facile – quasi naturale – cambiare anche stile di vita. L’ecologia profonda si rivolge più a noi e a come viviamo che ai mezzi tecnologici che usiamo.

In merito alla crisi ecologica, Arne Næss, in alcuni suoi scritti, sembra essere alquanto pessimista sulle possibilità umane di affrontarla e risolverla. Sicuramente, però, per lui l’umanità non è il cancro del pianeta. Probabilmente la sua idea di uomo si avvicina a quella di Aldo Leopold per il quale siamo destinati a essere i custodi della Terra.

Di fondo, però, il filosofo era una persona generalmente molto ottimista: sosteneva che nel XXII secolo l’uomo avrebbe cambiato i propri comportamenti.

Tuttavia, per ora, le cose vanno male, e devono andare male, affinché l’umanità possa modificare il suo modo di vivere.

Essere positivi

L’invito di Næss all’ottimismo emerge anche dalle parole dell’amico Alan Drengson, la cui intervista del 2015 si trova in appendice dopo quella già citata alla moglie. Dal momento che il filosofo norvegese si esprimeva spesso tramite slogan, l’intervistatore domanda all’amico come sintetizzare in una frase, in una sorta di «messaggio in bottiglia», l’eredità filosofica e culturale di Næss.

«Sii positivo in ogni circostanza – è la risposta -; riconosci la tua innata capacità creativa, quella dei tuoi amici e di ogni altra persona, in tutti gli esseri viventi e nella natura. Ama il contatto con la natura e con le sue forme di vita: dedicale del tempo. Allontana ogni mezzo tecnologico e riposati nella natura. Rispetta ogni persona e ogni essere vivente che incontri sul tuo cammino».

Cinzia Picchioni


Piccola bibliografia

Bruno Bignami, Terra, aria, acqua e fuoco. Riscrivere l’etica ecologica, EDB, Edizioni Dehoniane Bologna 2012, pp. 214, 20,50 €.

Franco Nasi e Luca Valera (a cura di), Arne Næss, Quodlibet, Macerata 2023, pp. 376, 24 €.

Fritjof Capra et al., La cura della casa comune, Fondazione italiana di bioarchitettura (a cura di), Libreria editrice Fiorentina, Firenze 2020, pp. 258, 18 €.

Leo Hickman, La vita ridotta all’osso. Un anno senza sprechi: le disavventure di un consumatore coscienzioso, Ponte alle Grazie, Milano 2007, pp. 268, 12 €.

Bill Devall e George Sessions, Ecologia profonda. Vivere come se la natura fosse importante, Nanni Salio (a cura di), Castelvecchi, Roma 2022, pp. 354, 20 €.

Gary Snyder, La grana delle cose, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1987, pp. 270.

Mathis Wackernagel e Bert Beyers, Impronta ecologica. Usare la biocapacità del pianeta senza distruggerla, Edizioni Ambiente, Milano 2020, pp. 312, 20 €.

 




Un banchetto di nozze


C’è una festa oggi. Un banchetto di nozze. Dio si è invaghito dell’umanità e la chiama per condividere ciò che è suo, ciò che è.

Ha sentito il grido delle sue creature levarsi dalla Terra. Le ha guardate e le ha amate.

E ha mandato i suoi testimoni attraverso i secoli e i confini, per parlare al loro cuore e cambiare il pianto in danza, mostrare che la morte ha perduto il suo veleno, e la vita è viva per sempre.

Giuseppe Allamano è uno di loro. Ha sentito il Signore stare alla porta e bussare. Bussava da dentro perché gli si aprisse per uscire incontro ai popoli*. E quando Giuseppe ha aperto, molti uomini e donne si sono sparsi fino ai confini della Terra per invitare tutti alle nozze, e dire che Egli è con noi ogni giorno, fino alla fine del mondo.

Quei missionari sono andati in Africa, Americhe, Asia, Europa e, con Maria Consolata, ancora oggi rinnovano il segno dell’acqua mutata in vino.

Sono giunti fin nel cuore dell’Amazzonia, dove hanno incontrato e affiancato i popoli nativi che si oppongono al male della storia che li travolge.

Anche lì, come in tutti gli altri luoghi geografici ed esistenziali nei quali vivono, hanno portato la notizia delle nozze, e hanno celebrando la cena del Signore che realizza «il radunarsi escatologico del popolo di Dio»*.

Anche lì, dove la guarigione di un uomo in fin di vita ha mostrato in modo tangibile che la morte non ha l’ultima parola, che la vita non muore, l’umanità oggi può sentire di non essere abbandonata, ma consolata, sposata.

C’è una festa oggi. Una festa che non legge le sofferenze individuali e di interi popoli come incidenti da tralasciare, la croce come una parentesi da scordare. Ma come vita amata da trasfigurare, già qui e ora.

Grati per le opere che il Signore ha compiuto e compie,
buon mese missionario in questo ottobre che celebra Giuseppe Allamano santo

da amico, Luca Lorusso

*Cfr. Messaggio di papa Francesco per la giornata missionaria mondiale (Gmm) del 20 ottobre 2024, data della canonizzazione di Giuseppe Allamano, uno dei principali promotori dell’istituzione della Gmm stessa.

 




Sviluppo e IA, molte incognite


L’intelligenza artificiale potrebbe aiutarci a raggiungere gli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 e a contrastare il cambiamento climatico. A patto, però, che l’energia e l’acqua necessarie per farla funzionare non peggiorino il problema più di quanto lo risolvano.

L’intelligenza artificiale (Ia) può aiutare a prevedere carestie e inondazioni, a usare l’acqua in modo più efficiente, a monitorare e tagliare le emissioni di gas serra, a ridurre la mortalità materna e infantile e le disparità di genere, a colmare le lacune nella raccolta dei dati a livello globale e a fare molte altre cose utili al raggiungimento degli obiettivi si sviluppo sostenibile (acronimo inglese: Sdg) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

A patto, però, di trovare modi efficaci per renderla sicura, inclusiva e sostenibile.

Lo hanno affermato lo scorso maggio a Ginevra al vertice mondiale Ai for Good@ sia il segretario generale Onu António Guterres – l’intelligenza artificiale può «mettere il turbo allo sviluppo sostenibile» -, sia Doreen Bogdan-Martin, la segretaria generale dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Itu, nell’acronimo inglese), l’agenzia Onu per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Bogdan-Martin ha riconosciuto il ruolo potenziale dell’Ia nel «salvare gli Sdg», ma ha anche ricordato che un terzo degli abitanti del mondo, cioè 2,6 miliardi di persone, rimane privo di connessione ed «escluso dalla rivoluzione dell’Ia».

L’intelligenza artificiale è affamata di elettricità e assetata di acqua, ha poi spiegato nel suo intervento Tomas Lamanauskas, il vice di Bogdan-Martin: quando si parla di clima, si è chiesto Lamanauskas, le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale sono parte del problema o ci aiuteranno a trovare una soluzione?@

Progetto eolico, sulla strada per Loyangalani. e lago Turkana.

L’Ia per clima e sviluppo

Queste tecnologie, ha detto Lamanauskas, hanno un potenziale evidente nel contribuire a identificare soluzioni per affrontare la crisi climatica: possono, ad esempio, rilevare e analizzare cambiamenti anche minimi degli ecosistemi, e aiutare a pianificare le attività per la loro conservazione, monitorare le aree danneggiate dalla deforestazione, aumentare l’efficienza energetica e ridurre gli sprechi.

Secondo uno studio del Boston consulting group, società di consulenza con sede a Boston, Usa, l’uso dell’Ia potrebbe aiutare a realizzare un taglio delle emissioni di anidride carbonica fra il 5 e il 10%. Per dare una misura, si tratta di una quota non lontana da quella prodotta oggi dall’Unione europea. Anche nell’adattamento ai cambiamenti climatici le tecnologie basate sull’Ia potrebbero aiutare le città a individuare meglio le aree vulnerabili e a fornire stime realistiche sui costi che le amministrazioni cittadine dovrebbero affrontare se non agiscono in tempo.

Ad esempio, lo scorso aprile Preventionweb, un servizio dell’Ufficio Onu per la riduzione del rischio di disastri, riportava@ i risultati promettenti ottenuti da alcuni studiosi del California institute of technology nel prevedere con un anticipo fra i 10 e i 30 giorni le piogge monsoniche dell’Asia meridionale. I ricercatori hanno affiancato l’apprendimento automatico alla più tradizionale modellistica numerica (l’uso cioè di modelli matematici per simulare ciò che avviene nell’atmosfera), ottenendo un modello che si è mostrato più preciso e attendibile. Capire e prevedere meglio il comportamento dei monsoni è importante per i contadini di Paesi come India, Pakistan, Bangladesh, che devono programmare il raccolto, e per le autorità locali, che possono prepararsi per tempo a eventuali inondazioni. Ma anche per chi studia i fenomeni climatici a livello globale, poiché i monsoni hanno un’influenza sul clima del pianeta. Quanto al contributo potenziale dell’intelligenza artificiale allo sviluppo sostenibile, proprio l’Unione internazionale delle telecomunicazioni ha pubblicato di recente una lista di casi d’uso in cui l’Ia viene testata per capire quanto efficace può essere nel raggiungere gli Sdg. La selezione finale – 53 casi da 19 Paesi, scelti fra 219 casi da 38 Paesi – include progetti che usano l’Ia per fornire servizi di telemedicina in Cambogia, ottimizzare l’uso dell’acqua in agricoltura e ridurre la corruzione negli appalti pubblici in Tanzania, migliorare la salute e il benessere degli animali negli allevamenti avicoli in Rwanda e prevenire gli incendi nei terreni torbosi della Malaysia.

L’Ia ha fame di energia

Il consumo di energia da parte di centri dati (data centre) per l’Ia e il settore delle criptovalute potrebbe raddoppiare entro il 2026, passando dai circa 460 terawattora (TWh) nel 2022 a oltre mille. È un consumo di elettricità che equivale più o meno a quello del Giappone. Lo scrive nel rapporto Electricity 2024@ la Iea, Agenzia internazionale dell’energia, che riferisce anche che ci sono oggi circa 8mila centri dati nel mondo, di cui un terzo negli Stati Uniti, il 16% in Europa e il 10% in Cina. Negli Usa, 15 Stati ne ospitano l’80%, mentre in Europa si fa notare il caso dell’Irlanda che, anche grazie a un regime fiscale molto favorevole per le imprese, ha visto il settore espandersi rapidamente e oggi i centri dati hanno un consumo di energia pari a quello di tutti gli edifici residenziali urbani del Paese.

Ma che cos’è un centro dati? È uno spazio fisico dove vengono collocati i computer e i dispositivi hardware che servono per elaborare, archiviare e comunicare dati. L’intelligenza artificiale funziona e si «allena» proprio grazie alla enorme mole di dati elaborati in questi entri (necessari per internet a prescindere della Ia, che però ne aumenterà il numero, ndr). Il 40% dell’energia che usano, continua il rapporto Iea, serve per l’elaborazione dei dati, un altro 40% per il raffreddamento degli impianti e il 20% fa funzionare altre apparecchiature.

Lichinga. Villaggio con capanne di paglia e antenna relevisiva

Più efficienza e regole

Il consumo di elettricità dell’intelligenza artificiale rappresenta oggi una frazione del consumo energetico del settore tecnologico mondiale, a sua volta stimato intorno al 2-3% delle emissioni globali totali.@

Ma, ricordava a marzo sul Financial Times@ la giornalista, politica e consulente della Commissione europea, Marietje Schaake, molti esperti del settore, a cominciare dall’amministratore delegato del laboratorio di ricerca OpenAI, Sam Altman, sono convinti che il futuro dell’intelligenza artificiale dipenda da una svolta energetica. Anche per questo, continua Schaake, le aziende tecnologiche sono diventate grandi investitrici nel settore dell’energia: «Meta scommette sulle batterie, Google punta sulle fonti di energia geotermica, Microsoft afferma di poter mantenere il suo impegno a raggiungere emissioni zero e diventare autosufficiente dal punto di vista idrico entro la fine del decennio». Tuttavia, conclude la giornalista citando Christopher Wellise, vicepresidente dell’azienda di data center Equinix, la tecnologia si sta muovendo più velocemente di quanto si sia evoluta la nostra infrastruttura.

È presto per dire quale strada prenderà il settore tecnologico per garantirsi l’energia che gli serve, ma, sottolinea il rapporto Iea, per contenere il consumo dei centri dati sarà fondamentale sia migliorare l’efficienza energetica sia promuovere una legislazione che vincoli lo sviluppo tecnologico agli obiettivi climatici.

Il dibattito oggi sembra muoversi intorno a questi aspetti: le fonti rinnovabili possono dare un grande contributo alla produzione dell’energia necessaria, ma fonti come il sole e il vento hanno il limite di essere intermittenti e di non poter garantire da sole la continuità che i centri dati richiedono. Per garantire questa continuità servono soluzioni nuove che evitino di gravare sulle reti elettriche locali e di ricorrere alle fonti fossili, e c’è anche chi, come la Svezia, ipotizza la costruzione di centri dati alimentati a energia nucleare. L’Ia, poi, può e deve avere un ruolo sia nel migliorare l’efficienza dei centri dati da cui dipende sia nel trovare soluzioni utili alla decarbonizzazione globale.

La sete dell’Ia

L’intelligenza artificiale, riferivano tre studiosi dell’Università di Amsterdam sul sito The Conversation a marzo scorso@, consuma anche molta acqua. Questa serve sia per raffreddare i server che ne sostengono la potenza di calcolo sia per produrre l’energia che li alimenta. Una stima che è circolata molto negli ultimi mesi è quella indicata nello studio di Shaloei Ren, professore di Ingegneria elettrica e informatica presso l’Università della California, Riverside, e dei suoi colleghi@, secondo cui Gpt-3 – il modello computazionale alla base del software ChatGpt – deve «bere» (cioè consumare) una bottiglia d’acqua da mezzo litro per un numero di risposte che varia fra le 10 e le 50 a seconda delle condizioni: una tradizionale ricerca su Google consuma circa mezzo millilitro di acqua.

Sempre secondo Ren, il consumo idrico nei centri dati di Google nel 2022 è aumentato del 20% rispetto all’anno precedente, mentre quelli di Microsoft hanno registrato un incremento del 34% nello stesso periodo ed è molto probabile che sia proprio l’intelligenza artificiale la causa di questi aumenti.

Il prelievo complessivo di acqua da parte di Google, Microsoft e Meta, si legge nello studio, è stimato in 2,2 miliardi di metri cubi nel 2022, equivalente a due volte il prelievo totale annuo di acqua della Danimarca e, nel 2027, potrebbe collocarsi fra i 4,2 e i 6,6 miliardi di metri cubi, pari a metà del prelievo del Regno Unito. Un altro dato che colpisce nel rapporto è quello secondo cui circa 0,18 miliardi di metri cubi sono stati persi a causa dell’evaporazione: una quantità che supera il totale prelevato in un anno dalla Liberia per i suoi 5,3 milioni di abitanti.

Proteste di chi ha sete

Diversi investitori si stanno orientando proprio verso l’Africa subsahariana@: in Kenya, ad esempio, si prevede una espansione del settore dei centri dati dai 190 milioni di dollari di valore del 2021 ai 434 milioni previsti per il 2027. L’Africa, ricorda il rapporto 2024 delle Nazioni Unite sullo sviluppo delle risorse idriche, è però anche il continente in cui circa mezzo miliardo di persone vive in condizioni di insicurezza idrica@.

In America Latina, poi, il progetto di Google di costruire un data center in Uruguay ha scatenato forti proteste: il consumo di acqua per raffreddare i server sarebbe di 7,6 milioni di litri di acqua al giorno, pari all’uso domestico quotidiano di 55mila persone. Nel 2023 il Paese ha avuto la peggiore siccità degli ultimi 74 anni. Le autorità pubbliche hanno cercato di affrontarla prelevando acqua dall’estuario del Rio de la Plata, acqua che però ha un sapore salato ed è sconsigliata a donne incinte e persone fragili. In un’intervista al Guardian, Carmen Sosa, della Commissione uruguaiana per la difesa dell’acqua e della vita, ha detto che la siccità ha evidenziato i limiti di un modello economico dove l’80% dell’acqua va all’industria e le risorse sono concentrate in poche mani.

Non stupisce che il progetto di Google non sia stato accolto con grande entusiasmo.

Raccolta di acqua nel letto di un fiume in secca a Baragoi, Kenya

Altri rischi da tenere d’occhio

Ci sono anche altri modi in cui l’intelligenza artificiale rischia di rallentare il cammino verso gli obiettivi dell’agenda 2030. A riassumerli è un documento@ del consorzio internazionale di statistica Paris 21, fondato da Nazioni Unite, Ocse, Fondo monetario internazionale e Banca mondiale.

Il primo rischio è che le infrastrutture inadeguate e le minori competenze nei Paesi del Sud globale portino a un ulteriore aumento del divario digitale con il Nord del mondo. Vi è poi il problema dei pregiudizi che l’intelligenza artificiale potrebbe contribuire a propagare: gli algoritmi alla base dei modelli di Ia, infatti, «imparano» e si «allenano» su dati che spesso riflettono le diseguaglianze e gli stereotipi della società e tendono a riprodurli quando vengono utilizzati, ad esempio, per la selezione del personale o per assegnare priorità nell’assistenza ai pazienti in una struttura sanitaria.

Vi sono infine i rischi legati alla violazione della privacy e dei diritti umani, come nel caso dell’uso di droni per la raccolta di immagini o delle app di riconoscimento facciale.

Al summit Ai for Good, Sage Lenier, un’attivista per il clima, ha poi avanzato un’altra interessante osservazione@. La catena di fast fashion Zara, ha spiegato Lenier, è sotto accusa da anni per la sua sovrapproduzione di vestiti, le condizioni disumane delle sue fabbriche e l’enorme impronta di carbonio. Zara aggiunge 2mila nuovi capi al suo sito web ogni mese.

Da qualche anno, però, c’è una nuova catena che commercia online, la cinese Shein, che aggiunge 60mila nuovi articoli al mese e nel 2023 ha generato circa 32,5 miliardi di dollari di fatturato. Shein sembra a sua volta destinata a essere superata da Temu, piattaforma cinese di e-commerce nata a settembre 2022 e capace di generare, già nel 2023, 27 miliardi di fatturato. Shein e Temu, ha detto Lenier, sono ciò che accade quando lasciamo che l’intelligenza artificiale sia applicata a settori che stanno già distruggendo il pianeta e sfruttando le persone nelle loro catene di produzione: l’Ia permette a queste aziende di analizzare rapidamente le tendenze della moda e le preferenze dei consumatori, creare strategie di marketing iper-personalizzate e ottimizzare cicli di produzione accelerati.

Queste aziende non potrebbero produrre a un ritmo così veloce e a basso costo senza lo sfruttamento del lavoro, incluso il lavoro minorile e quello assimilabile alla schiavitù. La pressione resa possibile dall’intelligenza artificiale acuisce queste condizioni di sfruttamento.

Chiara Giovetti




«Mi nutro di vita»


Anoressia, bulimia, disturbo da alimentazione selettiva, ortoressia nervosa, vigoressia. I Dca sono tanti e in crescita, soprattutto tra le ragazze. Si tratta di patologie legate alla condizione psicologica delle persone che richiedono cure specifiche e tanta pazienza.

Sono sempre più numerosi, a livello mondiale, i casi di «Disturbi del comportamento alimentare» (Dca). Aumentati in modo preoccupante durante i lockdown legati alla pandemia da Covid-19, queste patologie non sono più tornate ai livelli pre-pandemici.

Si stima che, nel mondo, i casi di Dca siano oltre 55 milioni, di cui tre milioni solo in Italia. L’8-10% colpisce le ragazze e lo 0,5-1% i ragazzi di età compresa tra i 10-25 anni.

A causa del numero sempre maggiore di nuovi casi, i Dca stanno diventando un’emergenza sanitaria, anche per le limitate risorse economiche messe a disposizione dal Servizio sanitario nazionale (Ssn) per fronteggiarle. A complicare la situazione, l’esordio dei Dca è sempre più precoce. Vengono, infatti, riscontrati casi già tra i bambini di 6-7 anni, che vanno seguiti da personale sanitario specifico per questa fascia d’età.

Nei più piccoli si osserva sempre più spesso l’Arfid, un particolare «disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione del cibo», senza che vi siano preoccupazioni legate al peso, come avviene invece nell’anoressia nervosa.

Questo disturbo può diventare causa di ricovero poiché i bambini, smettendo di mangiare o comunque nutrendosi in modo insufficiente, vanno incontro a un arresto della crescita e ad alterazioni a livello organico, come la comparsa dello scorbuto per mancanza di un adeguato apporto di vitamina C.

I motivi che portano certi bambini a rifiutare il cibo possono essere i più disparati, ad esempio un trauma vissuto in prima persona o osservato in altri (cibo andato di traverso, paura di vomitare, ecc.).

La diagnosi

I «Disturbi del comportamento alimentare» (Dca) sono sempre più diffusi. Foto Nancy Mure – Pixabay.

La diagnosi dei Dca si basa su criteri stabiliti nel Dsm-5, il «Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali», curato dall’Associazione degli psichiatri americani e giunto alla quinta edizione.

In questo manuale si trovano standard internazionali per la classificazione dei disturbi mentali ed è un punto di riferimento per la definizione diagnostica dei Dca.

In Italia, per sensibilizzare la popolazione sul tema, dal 2012, il 15 marzo è la «Giornata nazionale del Fiocchetto lilla» (simbolo internazionale dei Dca). La ricorrenza è stata promossa da Mi nutro di vita, associazione nata per volontà di Stefano Tavilla, padre di Giulia, una ragazza deceduta a causa della bulimia il 15 marzo del 2011, a soli 17 anni.

La pandemia da Covid-19 ha avuto gravi ripercussioni sull’andamento dei Dca, con un forte aumento dei ricoveri ospedalieri già nella prima fase di isolamento e, in generale, un aumento dei sintomi da Dca, da ansia e depressione e variazioni del Bmi (Body mass index) nei pazienti. Secondo molti studi qualitativi, durante il periodo pandemico c’è stato un deterioramento della sintomatologia dei Dca legato al ridotto accesso alle cure e al trattamento, ai cambiamenti nella routine giornaliera, all’isolamento sociale e all’influenza esercitata dai media. L’aumento del numero dei ricoveri ospedalieri per Dca durante la pandemia è stato del 48% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con un aumento rispettivamente dell’83% e del 16% nei ricoveri pediatrici e degli adulti.

Tra l’altro, le persone affette da Dca presentano un aumentato rischio di contrarre infezioni, tra cui il Covid-19, per l’impatto che i Dca hanno sul fisico.

L’aspetto psicologico

I principali tipi di Dca sono: l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa, il disturbo da alimentazione selettiva (Das), l’ortoressia e la vigoressia.

In tutti i casi, la condizione psicologica delle persone ha un ruolo cruciale e influenza sia l’insorgenza che la persistenza di questi disturbi.

Nei Dca, oltre alla percezione distorta della propria immagine e alla preoccupazione eccessiva per il peso e la forma corporea, un altro elemento comune è il desiderio di controllo, attraverso il cibo, su aspetti della propria vita difficilmente controllabili.

Le persone con Dca pensano cioè di potere esercitare forme di controllo attraverso restrizioni alimentari estreme o comportamenti di purificazione, come il vomito autoindotto o con l’esercizio fisico portato all’eccesso. Il desiderio di controllo è spesso associato all’ansia.

Inoltre, i Dca possono rappresentare un meccanismo di coping per fronteggiare situazioni di stress, traumi o altri disagi psicologici. In pratica la relazione con il cibo diventa un modo per esprimere emozioni difficili o controllare situazioni sgradevoli.

Purtroppo, le ripetute restrizioni alimentari presenti nei Dca hanno una influenza negativa sui neurotrasmettitori, contribuendo così all’insorgenza della depressione, che è spesso collegata a queste patologie.

Inoltre, come già visto, i Dca sono sovente associati all’isolamento personale, perché le persone colpite tendono ad allontanarsi dalle situazioni sociali che coinvolgono il cibo, per nascondere i loro comportamenti e non essere sottoposte al giudizio altrui.

Gli atteggiamenti rigidi dei familiari e le pressioni o le critiche legate all’aspetto fisico possono innescare lo sviluppo di un Dca. È necessario tenere presente che l’autovalutazione e l’autostima sono profondamente coinvolti nei Dca, cioè le persone colpite misurano spesso il loro valore sulla base del loro aspetto fisico e la loro capacità di tenere il peso sotto controllo.

Guarire è possibile

È importante sapere che i Dca, se trascurati, possono portare a mortalità elevata sia per le complicazioni fisiche (alcune delle quali come l’osteoporosi e i danni cardiaci possono permanere anche dopo il recupero), sia per le elevate tendenze suicidarie dei soggetti colpiti. Sono, pertanto, necessari una valutazione del caso e un intervento tempestivo da parte di un team multidisciplinare comprendente medici, professionisti della salute mentale e nutrizionisti.

Tutti i Dca sono recuperabili, purché si intervenga al più presto. Inoltre, risulta di grande aiuto il coinvolgimento della famiglia nell’approccio terapeutico globale.

I genitori possono essere educati sui Dca dal personale sanitario, soprattutto riguardo ai segnali d’allarme e alle strategie di supporto. Il coinvolgimento della famiglia è importante per facilitare la comprensione reciproca e affrontare eventuali schemi disfunzionali, che possono avere contribuito all’insorgenza del Dca.

Rosanna Novara Topino

 


DCa 1 / L’ANORESSIA

I «Disturbi del comportamento alimentare» (Dca) sono sempre più diffusi. Foto Franckin Japan – Pixabay.

L’anoressia nervosa è caratterizzata dalla paura di guadagnare peso, che porta a un’estrema restrizione calorica. La persona colpita ha un’immagine corporea distorta, quindi si percepisce sempre in sovrappeso, pur non essendolo. Questa condizione patologica può avere gravi ripercussioni sulla salute fisica e mentale. Sul piano fisico possono, infatti, esserci gravi complicanze come la debolezza muscolare, le disfunzioni ormonali, l’osteoporosi, problemi cardiaci, gastrointestinali, riproduttivi e compromissione del sistema immunitario fino ad arrivare, nei casi estremi, alla morte per insufficienza organica.

Sul piano psicologico, l’anoressia nervosa è legata ad ansia, depressione, isolamento sociale, bassa autostima, elevato timore di perdere il controllo sul proprio corpo, essendo quest’ultima la caratteristica psicologica saliente di questa patologia. Ne risultano compromesse la vita quotidiana, le relazioni interpersonali e spesso il funzionamento generale.

Esistono due varianti dell’anoressia nervosa: il tipo restrittivo, caratterizzato da restrizione calorica che porta a una drastica riduzione del peso e il tipo binge-eating/purging o Bed (Binge-eating disorders), in cui il soggetto alterna episodi di abbuffate al vomito autoindotto (che può portare a lesioni esofagee) o all’eccessivo uso di lassativi, per eliminare il cibo appena assunto.

Tra i fattori di rischio dell’anoressia nervosa abbiamo una combinazione di predisposizione genetica, pressioni socioculturali legate all’aspetto fisico, influenze ambientali ed eventi traumatici nella vita del soggetto. Un grande impatto sull’insorgenza dell’anoressia nervosa è dato dai media come riviste, cinema e televisione e più recentemente dai social network, che nel mondo occidentale veicolano modelli femminili caratterizzati dalla magrezza, dall’adeguatezza a determinati canoni di bellezza e dalla giovinezza.

Il mito della magrezza si è affacciato nella società occidentale a partire dagli anni ’60-’70 del Novecento, costringendo le donne a grossi sacrifici. In quegli anni, il cambiamento di ruolo sociale della donna, rispetto al passato, ebbe un grande peso sulla pressione sociale verso la magrezza. Per molte ragazze, la magrezza divenne il simbolo di alcune caratteristiche di alto valore sociale, tra cui l’autocontrollo, l’indipendenza, il fascino, l’accettabilità sociale e il successo. Il peso corporeo delle miss e delle modelle è andato progressivamente abbassandosi nel corso degli anni ed è sempre stato significativamente inferiore a quello indicato nelle tabelle del peso ideale e sia riviste che maison di alta moda non hanno fatto altro che idealizzare la magrezza femminile, così come la bambola più famosa del mondo, la Barbie.

La diagnosi di anoressia nervosa viene posta dopo una valutazione clinica dettagliata a opera di professionisti della salute fisica e mentale, mediante esami fisici, analisi del comportamento alimentare e colloqui approfonditi uniti a strumenti standardizzati, per conoscere la percezione del paziente per quanto riguarda il cibo, il peso e l’immagine corporea.

RNT

 


DCa 2 / LA BULIMIA

La bulimia nervosa, che spesso porta all’obesità, è tipica delle persone che tendono a percepire le emozioni attraverso la fame. Mentre la persona anoressica fa di tutto per resistere alla fame, ne è assillata se non addirittura terrorizzata e vuole arrivare a un cambiamento deliberato del corpo, la persona bulimica arriva al cambiamento del corpo cioè all’obesità in modo non intenzionale. Semplicemente viene abbandonata la gestione del cibo e si assiste a una perdita di controllo, che si manifesta con abbuffate ricorrenti, in cui vengono ingerite grandi quantità di cibo in poco tempo. A questi episodi possono seguire tentativi di compensazione sotto forma di vomito autoindotto, uso di lassativi, digiuni prolungati, esercizi fisici praticati in modo eccessivo. Il bulimico è spesso ansioso, depresso, con bassa autostima e con sensi di colpa e vergogna per il proprio comportamento alimentare.

Tra i fattori di rischio, anche in questo caso vi sono le pressioni socioculturali, i disturbi dell’umore, storie di abusi o traumi, disturbi alimentari precedenti e la predisposizione genetica. Tra le complicanze della bulimia possono esserci problemi dentali dovuti all’acidità del vomito, squilibri elettrolitici, disturbi gastrointestinali, cardiaci e renali. Inoltre, può essere necessario il ricorso agli antidepressivi. Anche in questi casi, come già per l’anoressia nervosa, diventa essenziale il monitoraggio costante dei parametri fisici per scongiurare le possibili complicanze.

Sia l’anoressia che la bulimia evidenziano la capacità del comportamento di alterare il corpo. Inoltre, va ricordato che l’attività fisica e la sedentarietà modulano il controllo dell’appetito. Anche in questo caso è cruciale la collaborazione tra professionisti della salute fisica e mentale.

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DCa 3 / IL DISTURBO DA ALIMENTAZIONE SELETTIVA

Il Disturbo da alimentazione selettiva (Das), detto anche Selettività alimentare, è una condizione diversa da quella che può essere presente nell’infanzia. È infatti abbastanza comune che i bambini in fase di crescita esercitino una certa selettività alimentare, che però superano crescendo. Nel caso del Das, la selettività alimentare permane in età adulta e va ben oltre le preferenze alimentari che ciascuno può avere. Tra le cause possono esserci: una componente neurobiologica, con alterazioni nella percezione sensoriale dei cibi e conseguente rifiuto; esperienze traumatiche legate al cibo durante l’infanzia, come un rischio di soffocamento o un episodio di malessere legato al cibo; una percezione sensoriale distorta dei sapori, degli odori o della consistenza degli alimenti, che porta al loro rifiuto; una predisposizione genetica al Das.

In questa condizione patologica sono presenti limitazioni alimentari estreme, che persistono nel tempo e che possono avere un notevole impatto sulla qualità della vita, influenzando le interazioni sociali, le attività quotidiane e la salute generale per le carenze nutrizionali a cui il soggetto va incontro.

Il Das può essere associato ad altri disturbi psicologici o neuropsichiatrici come l’ansia, il disturbo ossessivo-compulsivo (Doc) o il disturbo dello spettro autistico (Asd). Le persone con Das spesso provano ansia all’idea di ingerire cibi nuovi o che percepiscono come «non sicuri».

Tra gli approcci terapeutici per i Das vi sono la terapia comportamentale, che può servire a ridurre gradualmente l’ansia legata all’alimentazione, migliorando la disposizione ad assaggiare nuovi alimenti; gli interventi che mirano a ridurre la sensibilità sensoriale, migliorando la tolleranza a nuovi cibi; il supporto psicologico, cruciale per ridurre l’ansia ed esplorare eventuali problemi psicologici sottostanti.

L’approccio terapeutico dovrebbe essere personalizzato, considerando le esigenze specifiche di ciascuno e la complessità della condizione.

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I «Disturbi del comportamento alimentare» (Dca) sono sempre più diffusi. Foto Natalia Lopez – Pixabay.


DCA 4 / L’ORTORESSIA NERVOSA

L’ortoressia nervosa è un disturbo alimentare caratterizzato da un’eccessiva preoccupazione per la qualità del cibo, che è stato incluso nel Dsm-5 come «Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione del cibo». Tra i sintomi ci sono l’eliminazione del cibo considerato «malsano» e un’estrema attenzione riguardo la qualità degli alimenti, che vengono classificati nelle categorie dicotomiche «pericolosi» e «sani». Si tratta di un vero e proprio fanatismo alimentare, che porta il soggetto a sentirsi in colpa se consuma alimenti diversi da quelli che considera sani. Inoltre, egli tende a sviluppare un senso di superiorità basato sul cibo nei confronti di chi non ha la sua stessa selettività alimentare, che mette in atto spendendo moltissimo tempo nella scelta dei cibi, nel modo di prepararli, nella pianificazione dei pasti e nell’evitare vivande che ritiene nocive.

L’inflessibilità delle regole alimentari si traduce ben presto in isolamento, poiché vengono progressivamente evitati tutti i momenti di condivisione dei pasti con altre persone, nel timore di trovarsi in presenza di cibi e bevande malsani.

L’ortoressia diventa con il tempo un rischio per la salute perché quasi sempre porta alla deprivazione di alcuni nutrienti essenziali, causando così degli squilibri significativi che richiedono l’intervento medico. Tra le persone più a rischio di ortoressia ci sono i professionisti sanitari, gli studenti di medicina, le donne, gli adolescenti e le persone che praticano sport.

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DCa 5 / LA VIGORESSIA

La vigoressia – detta anche bigoressia o dismorfofobia muscolare – è un disturbo caratterizzato dall’eccessiva preoccupazione che il proprio corpo non sia sufficientemente muscoloso. Questo disturbo, in cui si ha una distorsione dell’im-

magine corporea non riferito al peso, bensì al proprio sviluppo muscolare è caratteristico dei giovani adulti, soprattutto ma non esclusivamente di genere maschile e di età compresa tra i 15-23 anni. Il vigoressico, non percependosi adeguato, spende buona parte del suo tempo in allenamenti estenuanti che lo portano a evitare ogni attività sociale e lavorativa, e conduce a un regime dietetico molto rigido e sbilanciato, in cui c’è una prevalenza di cibi altamente proteici e poveri di grassi. Molto spesso il tutto si associa al consumo di sostanze anabolizzanti. La vigoressia e l’ortoressia sono entrambe forme di controllo sul proprio corpo, l’una mediante allenamenti portati all’eccesso e l’altra mediante il cibo che si introduce. In entrambi i casi, a farne le spese è la salute sia fisica che mentale.

RNT




Per non bruciarsi le ali


La transizione «verde» può aiutare a risolvere un problema ambientale ma crearne altri. La soluzione non sta nelle nuove tecnologie, ma nell’accettazione dei limiti.

La ragione per cui l’umanità ha optato per la transizione energetica è la volontà di rallentare i cambiamenti climatici. In altre parole, è legata a motivi ambientali. Tuttavia, se non è attuata in maniera avveduta, la transizione segnerà solo il passaggio da un problema ambientale a un altro. Anzi, ad altri.

Come è noto, per ottenere energia libera da anidride carbonica servono tecnologie basate sull’uso di una trentina di minerali che, oltre a essere presenti sulla Terra in quantità limitata, comportano numerose problematiche ambientali sia nella fase estrattiva che di lavorazione.

Gli impatti dell’estrazione

Uno dei problemi più gravi che si riscontra nei luoghi di estrazione è l’impatto sul suolo. Le zone toccate dalle attività minerarie si presentano come paesaggi lunari a causa delle voragini provocate dal materiale prelevato e delle montagne artificiali create dagli scarti accumulati. I minerali utili, infatti, difficilmente si trovano in natura allo stato puro. Molto più spesso sono incorporati in rocce che contengono molti altri minerali dai quali devono essere separati. Ad esempio, per ottenere una tonnellata di alluminio servono 3,5-4 tonnellate di bauxite, la roccia grezza da cui il metallo proviene. In altre parole, ogni tonnellata di alluminio lascia dietro di sé 2-3 tonnellate di detriti, fra cui abbondanti quantità di fango rosso, un residuo che deve il suo colore all’alto contenuto di ferro e altri metalli pesanti. Secondo l’Aluminium institute, nel 2017 sono stati generati a livello mondiale 159 milioni di tonnellate di residui di bauxite, per un totale di depositi accumulati pari a 3 miliardi di tonnellate.

Le previsioni dicono che la produzione di alluminia (alluminio grezzo) passerà da 140 milioni di tonnellate del 2022 a 178 milioni nel 2040, con una produzione di 220 milioni tonnellate di detriti all’anno, per un accumulo complessivo di residui di bauxite stimati al 2050 in 8 miliardi di tonnellate.

Il fango rosso è considerato un rifiuto altamente pericoloso a causa della sua elevata alcalinità e delle numerose sostanze tossiche che contiene. Veleni che possono propagarsi nell’ambiente circostante, danneggiando la salute delle persone oltre all’integrità di fiumi, falde acquifere, foreste e terreni agricoli. In Malaysia, l’estrazione di bauxite avviene dall’inizio del nuovo millennio, ma attorno al 2015 c’è stata un’intensificazione che ha provocato problemi ambientali e sanitari così seri da indurre le autorità a sospenderla per alcuni mesi.

La transizione «verde» richiede minerali di difficile reperimento e gestione. Foto Miningwatch Portugal – Unsplash.

Dall’Ungheria all’Indonesia

Se in Malaysia la preoccupazione principale è per le falde acquifere, in Australia le miniere di bauxite generano problemi soprattutto all’aria. Il vento trasporta la polvere rossa, contaminando strade, terreni e fiumi per chilometri attorno alle miniere. Ma l’incidente più serio si è avuto in Ungheria il 4 ottobre 2010, allorché un grande bacino di decantazione contenente circa 30 milioni di metri cubi di fanghi di scarto di una fabbrica di alluminio nei pressi della cittadina di Ajka, collassò improvvisamente originando una colata di fanghi rossi di quasi un milione di metri cubi. L’impatto violento dell’acqua e del fango uccise dieci persone e fece crollare numerosi ponti e abitazioni. Complessivamente 40 chilometri quadrati di territorio vennero allagati, avvelenando terreni agricoli e fiumi. Lo stesso Danubio venne investito dall’onda rossa registrando una massiccia moria di pesci.

In Indonesia, il minerale che sta mettendo a soqquadro l’arcipelago è il nichel, di cui l’Indonesia detiene le maggiori riserve mondiali. Da quando questo minerale si è dimostrato particolarmente importante per la costruzione di batterie, la sua estrazione in Indonesia è passata da 6,5 milioni di tonnellate nel 2013 a 98 milioni nel 2022. Il 90% circa dei depositi accertati sono localizzati nelle isole di Sulawesi e Maluku, dove si trovano non solo miniere, ma anche industrie di raffinazione. In queste isole, ricche di vegetazione, l’apertura delle miniere avviene a spese delle foreste, evidenziando così il primo danno ambientale provocato dell’estrazione del minerale.

L’associazione ambientalista statunitense Mighty earth sostiene che, in Indonesia, l’estrazione di nickel ha già comportato la distruzione di oltre 75mila ettari di foreste, mentre altri 500mila ettari potrebbero venire distrutti qualora fossero messi in atto tutti i propositi di apertura di nuove miniere dichiarati dal governo.

Foreste e anidride carbonica

Quando si dice foreste, si dice non solo biodiversità, ma anche riserve di anidride carbonica. Le foreste, infatti, sono grandi serbatoi di carbonio, che si combina con l’ossigeno diventando anidride carbonica, che si disperde in atmosfera nel momento in cui le foreste sono distrutte. Così si arriva all’assurdo di aumentare le emissioni di anidride carbonica per sviluppare una tecnologia tesa a non produrne più. Una situazione aggravata dal fatto che, oltre a estrarre nickel, l’Indonesia lo raffina pure, consumando una grande quantità di energia elettrica ottenuta da centrali alimentate a carbone. Basti dire che il solo complesso minerario di Morowali sta pianificando centrali a carbone della potenza di 5 Giga watt, tanta quanta ne ottiene l’intero Messico dallo stesso tipo di combustibile.

Non a caso il consumo di carbone in Indonesia è cresciuto da 20 milioni di tonnellate nel 2021 a 86 milioni nel 2022, quattro volte tanto. Così l’Indonesia compare fra i primi dieci produttori mondiali di anidride carbonica. I problemi del nickel sono legati anche ai suoi rifiuti. Ogni tonnellata di minerale raffinato lascia sul terreno una tonnellata e mezzo di detriti carichi di sostanze tossiche che inquinano il terreno e le acque circostanti fino al mare. Ad andarci di mezzo è la salute della popolazione e non solo. I pescatori lamentano una grande moria di pesci che li rende sempre più poveri: «Prima dell’apertura delle miniere le acque erano chiare e il pesce abbondante. Ma ora il mare è sporco e caldo a causa degli scarichi delle miniere e delle sue industrie. Il pesce si è assottigliato e quello rimasto è tossico». Così si lamenta Max Sigoro, un vecchio pescatore dell’isola di Sawai, durante un’intervista rilasciata all’associazione Climate rights international.

Il litio o l’acqua?

Un altro minerale portato in auge dalla transizione energetica è il litio, anch’esso determinante per la produzione di batterie. Un’area del mondo particolarmente ricca è il così detto «Triangolo del litio» che si estende fra Cile, Argentina e Bolivia. In quest’area, il litio si trova disciolto in depositi sotterranei di liquido salmastro che viene pompato in superficie e immesso in grandi piscine contenenti acqua dolce. Nel corso di alcuni mesi, sotto l’effetto del sole, l’acqua evapora e lascia sul fondo magnesio, calcio, potassio, sodio e, appunto, litio.

In definitiva si tratta di una tecnologia relativamente semplice, ma che richiede immense quantità di acqua.

Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, ci vogliono 330 tonnellate di acqua per ottenerne una di litio. Secondo altri studi, invece, ce ne vorrebbero duemila tonnellate. Ma al di là della guerra dei numeri, rimane il fatto che le zone del Triangolo ricche di litio sono fra quelle più aride del mondo. Una di queste è il Salar d’Atacam, una vasta zona salina a 2.500 metri sul livello del mare. Qui le piogge non arrivano a dieci litri per metro quadrato all’anno. L’acqua c’è solo perché è fornita dalle montagne circostanti ma in maniera contenuta e la popolazione lamenta che quella a propria disposizione è sempre minore.

Karen Luza, residente a San Pedro de Atacama e attivista per la difesa dell’acqua, in un’intervista rilasciata nel 2022 all’associazione catalana Odg (Osservatorio sui debiti della globalizzazione), ha dichiarato che «mentre nelle miniere si utilizzano migliaia di litri d’acqua al giorno, i contadini devono aspettare anche un mese per poter irrigare i propri campi». L’Agenzia internazionale dell’energia conferma che metà della produzione di litio e rame avviene in aree ad alto stress idrico con forte opposizione delle comunità locali che rivendicano l’acqua per bere, lavare e irrigare.

La transizione «verde» richiede minerali di difficile reperimento e gestione. Foto Dominik Vanyi – Unsplash.

I costi umani dell’estrazione

Al costo ambientale si associa spesso quello umano, pagato non solo dalle popolazioni indigene estromesse dalle loro terre, ma anche dai lavoratori che sono privati dei loro diritti. Una ricerca condotta nel 2022 dal centro indonesiano Inkrispena, ha messo in evidenza una grande quantità di abusi e di irregolarità all’interno delle miniere e delle fabbriche di nickel presenti in Indonesia. Ma in ambito minerario, le peggiori condizioni di lavoro si trovano nella Repubblica democratica del Congo, nelle miniere di cobalto, altro minerale strategico per la transizione verde.

In questo settore è molto sviluppato il fenomeno dei minatori artigianali, persone che non sapendo come sbarcare il lunario, si improvvisano minatori che a fine giornata vendono per pochi spiccioli quanto hanno trovato.

Prima di tutto devono individuare un sito promettente e dopo avere ottenuto il permesso di sfruttamento da parte del proprietario del terreno iniziano l’estrazione avvalendosi della collaborazione di persone altrettanto povere che pur di avere un lavoro sono disposte a correre qualsiasi rischio per qualsiasi salario.

Amnesty International ha più volte denunciato che fra loro vi sono molti bambini. Nella sola regione del Katanga, i minori impiegati nelle miniere di cobalto in condizioni indicibili sarebbero tra i 20mila e i 40mila. Il minerale portato in superficie dai loro esili corpi finisce nella filiera dei metalli utili a costruire le batterie che alimentano i nostri computer e i nostri smartphone, nel più assoluto silenzio.

La fine di Icaro

I diritti umani sono una questione di volontà collettiva. Basterebbero più regole, più controlli, più investimenti sociali per tutelarli. Anche la tutela ambientale passa attraverso regole e controlli più stringenti, ma da soli non bastano. Serve anche la disponibilità ad accontentarsi di meno in modo da ridurre il nostro impatto sulla natura. Un obiettivo che si raggiunge assumendo un altro concetto di sviluppo e di benessere. Negli ultimi due secoli abbiamo coltivato l’idea che il nostro solo interesse è produrre e consumare sempre di più ed abbiamo finito per sconvolgere molti equilibri su cui si regge la natura: i meccanismi climatici, la diversità biologica, la vitalità dei suoli, i cicli idrici. I segnali di una natura violata a causa dei nostri eccessi sono ormai all’ordine del giorno, ma non bastano per fermarci. Dall’alto della nostra superbia pensiamo che la tecnologia risolverà tutto, per cui non dobbiamo produrre di meno, ma addirittura di più per avere le risorse e l’energia necessarie a sviluppare le nuove tecnologie. Ma la non accettazione dei limiti imposti dalla natura può farci fare la stessa fine di Icaro che, per fuggire dal labirinto, usò delle ali fatte di cera. Ma si avvicinò troppo al sole, la cera si sciolse e Icaro precipitò nel vuoto.

Francesco Gesualdi
(seconda parte-fine)

 




Volete andarvene anche voi? (Gv 6,59-71)


Nella scorsa puntata abbiamo interrotto la lettura del lunghissimo sesto capitolo del Vangelo secondo Giovanni al versetto 58. Ora la riprendiamo per vedere quanto lontano vuole portarci l’evangelista che ci aveva narrato la moltiplicazione dei pani, seguita da una lunga riflessione su quale sia il cibo che davvero ci fa vivere. Questo ha portato il discorso sul tema della centralità di Gesù, «io sono il pane vivente, disceso dal cielo» (Gv 6,51), autentico cibo e bevanda (v. 55) che chiede di affidarsi a lui solo, e di nutrirsi di lui.

La fatica di fidarsi (Gv 6,60-62)

Addomesticati da secoli di formule liturgiche, è possibile che a noi sfugga la portata rivoluzionaria e scandalosa di ciò che Gesù sosteneva e incentivava: al posto di sacrifici animali per chiedere perdono a Dio, Gesù proponeva solo un banchetto, incentrato sul nutrirsi del suo stesso corpo e sangue offerti come sacrificio, seguito dalla celebrazione della comunione con Lui. Ossia sanciva l’abolizione dei sacrifici animali (centrali per il culto nel tempio sostenuto dal Primo Testamento), sostituiti simbolicamente dal sacrificio del suo corpo (nella religione ebraica è sempre stato considerato un abominio toccare la vita umana) e dall’offerta del suo sangue come bevanda (cosa assolutamente vietata dalla legge, già da Gen 9,4)). Così facendo, Gesù metteva al centro del culto sé stesso, sostituendosi a Dio.

Non stupisce quindi che alcuni, anche tra i discepoli di Gesù, abbiano pensato che «questo discorso è duro» (Gv 6,60), ossia faticoso da capire e da fare proprio. Hanno mormorato tra loro, ma non l’hanno detto a Gesù.

A dire la verità, persino per noi oggi alcuni dettagli del discorso di Gesù risultano ostici, tanto che moltissimo inchiostro è stato usato per renderne ragione. Tra i molti tentativi di spiegazione, ne scegliamo uno che può forse sembrare più lineare. Tra l’altro, è un tentativo di spiegazione che si lascia guidare dal fluire del discorso evangelico.

È infatti Gesù a reagire all’obiezione che i suoi discepoli non gli fanno esplicitamente (possiamo immaginare che gli sia stata svelata dallo Spirito, o che Gesù fosse particolarmente attento e acuto riguardo a ciò che si muoveva intorno a lui). E dice, più o meno: «Ciò che ho detto vi fa inciampare (vi scandalizza), non vi aiuta a fidarvi? Figuratevi quando mi vedrete salire al cielo!».

Qui possiamo domandarci per quale motivo l’ascensione avrebbe dovuto causare scandalo. Non sarebbe stata la certificazione che Gesù aveva detto il vero?

Sì, la sarebbe stata, ma, nello stesso tempo e più in profondità, avrebbe attestato che il Padre voleva eliminare la divisione tra divino e umano, che è quindi coerente guardare a un uomo per guardare a Dio, e che fosse Dio stesso a suggerire qual è il volto umano più autentico. Quindi è coerente che, per guardare a Dio, si guardi a un uomo, e che sia Dio a suggerirci il volto umano più autentico. D’altronde, il divieto di cibarsi di sangue era dovuto alla convinzione che nel sangue risiedesse la vita, e che la vita appartenesse a Dio. Ma Dio può donare ciò che è suo. E, lo si noti, il Dio biblico è quello che, piuttosto che chiedere sacrifici agli altri, li fa in prima persona, già dalla relazione con Abramo.

Tutto, logicamente, può tornare. Ma per farlo occorre fidarsi di Gesù.

Spirito vivificatore (Gv 6,63-65)

A volte la logica del vangelo di Giovanni ci sembra strana, ma se ci lasciamo coinvolgere, spesso la troviamo più profonda e autentica di quanto non avessimo colto in prima battuta.

Ciò che segue, infatti, e che ci aspettiamo sia una spiegazione più approfondita, appare invece come un cambio di discorso: «Colui che dona la vita è lo Spirito, la carne non serve a niente» (v. 63). A molti è sembrata un’affermazione illogica e che, tra l’altro, sembra negare il valore dell’eucaristia («mangiate il mio corpo»). In realtà la contrapposizione non è tra la «carne» da una parte e l’«anima» o la «sapienza» o la «conoscenza» dall’altra, ma tra la «carne» e lo «Spirito». Non, quindi, tra una realtà tangibile e una non visibile, bensì tra ciò che dipende semplicemente da una sicurezza esteriore, formale, quella che san Paolo chiamerà la «lettera» (Rm 2,29; 2 Cor 3,6), e ciò che ha e garantisce il senso in profondità.

Qui siamo di nuovo pienamente nel flusso del pensiero di Gesù, che ci ha invitati a metterci in una relazione di fiducia con lui, a cibarci di lui e a lasciarci guidare solo da lui per arrivare al Padre. Non come chi segue una regola e quindi si sente «a posto» (si può anche mangiare il corpo di Cristo con questo stato d’animo…), ma come chi fà proprio un gesto simbolico fidandosi di ciò che significa, affidandosi alle parole di chi ha promesso di essere presente in quel segno. Gesù ci invita a credere che il valore autentico di quel cibarsi, ciò che ai gesti e alle parole umane può «donare vita», sta nella fiducia in lui, assistiti dallo Spirito. D’altronde, ogni forma di dedizione umana autentica si lega non in primo luogo a ciò che concretamente si fa, ma alle intenzioni che ci muovono. Gesù si pone al livello delle nostre intuizioni di vita più profonde, che ci chiedono di valutare e discernere con attenzione le opzioni che abbiamo di fronte, per arrivare alla fine a decidere di che cosa vogliamo fidarci. Se stiamo solo a misurare con il bilancino i pro e i contro, non ci muoveremo mai e non vivremo. Gesù invita ad affidarci a lui, a entrare in quella prospettiva di fiducia che promette che la separazione tra divino e umano non si farà più, come in lui già non esiste più.

E Gesù può dire che ciò è stato «dato dal Padre» perché Dio è davvero superiore a noi, e non possiamo essere noi ad abolire la separazione, ma solo Lui può donare la comunione.

Gesù non sta pensando a dei compiti che noi dobbiamo fare per essere all’altezza dell’esame divino, ma a un incontro di comunione. Questo però, siccome non è tra due pari, non può che partire dall’alto, dal Padre ed è, allo stesso tempo, affidato alla risposta umana, proprio perché avviene tra due libertà.

Volete andarvene? (Gv 6,66-71)

Si può però comprendere che «molti dei discepoli» (v. 66) rinuncino a seguire Gesù. È un discorso troppo «duro», è un discorso che non ci permette di sentirci «a posto» quando facciamo ciò che ci è richiesto (come succede agli schiavi disciplinati), ma ci chiede di entrare in una relazione personale profonda, di dedizione e fiducia. Una relazione che non lascerà mai comodi, perché mai potremo dire di aver fatto abbastanza né di avere in mano certezze. Nello stesso tempo, se si imposta così il discorso non saremo mai esclusi dalla comunione, perché ciò che è richiesto è di aprirsi e fidarsi, non di raggiungere un livello minimo di realizzazione pratica.

Siccome però stiamo parlando di un dialogo, persino Dio non può anticipare come andrà a finire. Da parte sua, Lui ha aperto un credito illimitato, come è chiaro da ogni pagina dei Vangeli: il Padre vuole la comunione con gli esseri umani. Non vuole essere servito, ma incontrato, scoperto e amato.

E l’amore non sopporta forzature, neppure da parte di Dio. Quindi, di fronte allo «scandalo» di molti discepoli (non estranei, ma gente che ha voluto seguirlo), Gesù fa la domanda diretta, che in tutti i Vangeli prima o poi arriva: «E tu? Che dici? Volete andarvene anche voi?» (v. 67). La domanda è ancora più sorprendente perché è fatta ai «dodici», che noi sappiamo chi sono, ma dei quali finora nel vangelo di Giovanni non si è mai parlato.

L’evangelista ci sorprende, ci costringe a ripensare se li aveva già presentati, e così ci fermiamo, rileggiamo, facciamo ancora più attenzione a quella che è una domanda fondamentale, diretta, che chiede coinvolgimento, che interroga sulla comunione possibile. Perché non si tratta di ubbidire a un ordine, ma di aderire a un’offerta.

E la risposta di Pietro è esemplare: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna!» (v. 68). È una reazione che si pone sullo stesso tono di Gesù. Non dice di avere le prove che Gesù sia chi pretende di essere, non introduce doveri o responsabilità. Parla invece di «parole di vita eterna». Ciò che Gesù dice, spiega, fa intuire, ha il gusto dell’eterno, prospetta e promette un senso. Non dà le soluzioni definitive, che nella vita, nelle questioni esistenziali più profonde, non esistono, perché nessuno può dire con certezza matematica di aver fatto bene a fidarsi di questa persona, di questo stile di vita, di questa vocazione. Ma può sentire che dentro a una certa situazione è già presente una promessa di vita autentica, una parola che chiama, che non dà certezze, ma offre una relazione.

E allora, da chi altri andare?

Una volta che si è iniziato a gustare quel profumo di senso, non se ne può più fare a meno. E nessun altro lo offre, anche se persino Pietro non può dire di aver capito tutto, di avere tutto chiaro. Però sai che quel gusto di senso, altrove non c’è.

E il Padre?

Sembrerebbe quasi che il Padre, questa volta, resti sullo sfondo.

Ma dopo tutti i discorsi già fatti è chiaro che Gesù non parla di sé senza coinvolgere anche il Padre, che si mostra e rivela in lui.

Riscopriamo ancora, quindi, un Padre che desidera una relazione di fiducia con gli esseri umani, che abbatte la separazione che esiste tra sé e l’umanità e la abolisce nella speranza, nella promessa, in attesa dell’ascensione al cielo. Come tutte le promesse, non si basa su una garanzia legale, su minacce di punizioni, ma sull’affidabilità della relazione, sulla fiducia: «Ti credo solo perché sei tu a promettermelo».

È una costante talmente regolare che potremmo non notarla più: il Padre di Gesù non imposta la sua relazione con l’uomo sulla base di regole e punizioni, come siamo abituati a veder fare dai potenti e come l’umanità solitamente immagina che faccia Dio, ma sulla base di una relazione personale di comunione e fiducia. Su promesse e affidabilità. E quindi sulla libertà.

Il Padre di Gesù vuole essere amato, e non sopporta quindi costrizione. Non esiste amore senza libertà di andarsene. «Volete andarvene? Andate, non vi trattengo». Non a caso, in questi tempi in cui ancora ci sono persone che ne mantengono altre legate a sé con ricatti morali, con catene economiche o con la violenza, non fatichiamo ad ammettere che quello che loro chiamano amore, amore proprio non è.

Il Padre di Gesù lascia libero chi vuole andarsene. Quando, nella storia della nostra Chiesa, non si sono lasciate le persone libere di scegliere, al di là delle ragioni storiche e culturali, si è tradito lo spirito del cristianesimo.

Come un innamorato, anche il Padre vuole lasciarci liberi di andarcene, sperando però che non vogliamo farlo, che restiamo assetati delle parole di vita eterna, che Lui continua a offrirci tramite Gesù.

Angelo Fracchia
(Il Volto del Padre 08 – continua)