Malaria: meglio, ma non basta


Il 25 aprile è la giornata mondiale della malaria, malattia che, nei primi due mesi del 2023, ha già provocato la morte di circa 65mila persone. La pandemia da Covid-19 ha peggiorato le cose ma, anche dopo il ritorno dei servizi sanitari alla normalità, il mondo rischia di mancare l’obiettivo che si era dato per il 2030: ridurre i casi di malaria dagli attuali 60 a 6 ogni mille persone a rischio.

Secondo l’ultimo rapporto sulla malaria dell’Organizzazione mondiale della sanità, i decessi causati da questa malattia nel mondo non sono aumentati nell’ultimo anno considerato (2021): sono anzi diminuiti a circa 619mila, contro i 624mila del 2020@.

Il risultato non era scontato, perché la pandemia da Covid-19 ha determinato fra il 2020 e il 2021 l’interruzione di servizi di diagnosi, cura e prevenzione contro l’infezione, facendo tornare i decessi ai livelli del 2012, e interrompendo così un ventennio di decremento quasi ininterrotto che aveva visto il suo dato migliore nel 2018, anno in cui morirono per questa malattia poco meno di 567mila persone.

I casi di malaria, si legge ancora nel rapporto, sono continuati ad aumentare tra il 2020 e il 2021, anche se a un ritmo molto più lento rispetto al 2019-2020 e si sono attestati a circa 247 milioni nel 2021, rispetto ai 245 milioni nel 2020 e ai 232 milioni nel 2019.

Quasi la metà delle infezioni sono avvenute in soli quattro paesi: Nigeria (26,6%), Repubblica democratica del Congo (12,3%), Uganda (5,1%) e Mozambico (4,1%). Sempre quattro paesi hanno avuto poco più della metà delle morti per malaria a livello globale: ogni cento decessi, 31 sono avvenuti in Nigeria, 13 in Congo Rd, 4 in Tanzania e altrettanti in Niger.

Dei decessi globali fra i bambini di età inferiore ai 5 anni, 2 su 5 sono avvenuti in Nigeria.

A causare la malaria è un parassita trasmesso attraverso la puntura di zanzare del genere Anopheles (vedi box sul fondo). Un motivo di preoccupazione che il rapporto Oms segnala è la diffusione anche in Africa, negli ultimi dieci anni, della Anopheles stephensi, zanzara capace di adattarsi e diffondersi nei contesti urbani. Originaria dell’Asia meridionale e della penisola arabica, è in grado di trasmettere sia i parassiti P. falciparum che P. vivax e ed è resistente a molti degli insetticidi utilizzati nella prevenzione della malaria.

da www.paginemediche.it

Covid e cambiamento climatico

Secondo il rapporto dell’Oms, le interruzioni dei servizi essenziali contro la malaria durante la pandemia di Covid-19 hanno riguardato soprattutto la distribuzione delle zanzariere trattate con insetticida e il numero di diagnosi e di trattamenti della malattia.

Nel 2020, nei 46 paesi nei quali erano state pianificate campagne di distribuzione, i sistemi sanitari nazionali e i loro partner sono riusciti a distribuire solo poco più di 200 milioni di reti protettive contro i 270 milioni previsti.
In Congo Rd, Eritrea e India, la percentuale non ha raggiunto il 60%; in Kenya non ha superato il 2%, mentre Costa d’Avorio e eSwatini non hanno effettuato alcuna distribuzione.

Nel 2021, i paesi che avevano in programma tali distribuzioni erano 43 e le zanzariere da distribuire 171 milioni. Ne sono state distribuite 128 milioni, cioè solo tre quarti: otto paesi non hanno raggiunto il 60% (Benin, Eritrea, Indonesia, Nigeria, Isole Salomone, Thailandia, Uganda e Vanuatu) e sette paesi (Botswana, Repubblica Centrafricana, Ciad, Haiti, India, Pakistan e Sierra Leone) non hanno distribuito nessuna delle zanzariere previste.

Quanto alle mancate diagnosi, se nel 2018 e 2019 i test effettuati nei paesi dove la malaria è endemica erano stati rispettivamente 392 e 450 milioni, nel 2020 sono diminuiti a 398 milioni e nel 2021 si sono fermanti a 435.

Il calo registrato nel 2020, precisa il rapporto, è stato dovuto principalmente al minor numero di test effettuati nella regione africana (10,5 milioni in meno) e nella regione del sud est asiatico (38 milioni in meno, di cui 37 milioni in India).

Un altro elemento di preoccupazione, rileva il rapporto, è l’effetto potenziale del cambiamento climatico sulla diffusione della malattia. «Nonostante le incertezze su come inciderà sulla malaria, è certo che il cambiamento climatico avrà un effetto sulla distribuzione geografica e sull’intensità e stagionalità delle malattie trasportate da un vettore», come appunto le zanzare.

Lo scorso febbraio, il New York Times riportava uno studio realizzato dagli studiosi del «Centro per le scienze della salute globale e della sicurezza» dell’Università di Georgetown, negli Stati Uniti, secondo il quale «nel secolo scorso le zanzare che trasmettono la malaria nell’Africa subsahariana si sono spostate ad altitudini più elevate di circa 6,5 metri all’anno e si sono allontanate dall’Equatore di 4,7 chilometri all’anno»@.

Un ecologo dell’università della California a Los Angeles, intervistato nell’articolo, ha sottolineato l’importanza di raccogliere dati per capire esattamente come e quanto velocemente le zanzare e altri animali portatori di malattie si stiano muovendo nel mondo. Ci si aspetta che i climi più caldi siano vantaggiosi per le zanzare perché esse, così come i parassiti che trasportano si riproducono più velocemente a temperature più elevate.

© Yofre Morales – disinfestazione contro malaria

Malaria e anemia, la banca del sangue di Dianra

La malaria porta con sé diverse complicanze, che sono più gravi nei bambini e neonati, nelle donne incinte e nelle persone anziane. Fra queste c’è l’ipoglicemia, una riduzione patologica dei livelli di glucosio nel sangue, che dà sintomi come sudorazione, tremori, debolezza e, quando è grave, anche confusione, convulsioni e coma@.

C’è poi l’anemia che si manifesta perché il parassita invade i globuli rossi per riprodursi e ne provoca la distruzione. Nei casi di anemia grave, spiega il dottor Stéphane Gnanago – medico del centro di salute Joseph Allamano gestito dai Missionari della Consolata a Dianra, in Costa d’Avorio – la distruzione dei globuli rossi determina un ridotto «apporto di ossigeno agli organi e ai muscoli e può portare a insufficienza respiratoria, collasso cardiocircolatorio e arresto cardiaco». In contesti come quello di Dianra, uno dei motivi dell’aggravarsi degli effetti della malaria, come l’anemia, è la reazione tardiva da parte dei pazienti: «Le famiglie portano i bambini al centro di salute solo all’ultimo minuto», spiega il dottor Gnanago, «dopo aver tentato di curarli con rimedi tradizionali. E quando arrivano qui, i bambini sono già in condizioni gravi».

Il programma nazionale di lotta alla malaria in Costa d’Avorio, commenta padre Matteo Pettinari, missionario della Consolata responsabile del centro di salute di Dianra, fornisce test e trattamenti per la malaria in modo gratuito. Ma se i pazienti aspettano troppo prima di andare al centro, le terapie di base non sono più sufficienti. Per questo, continua padre Matteo, «avere a disposizione le sacche di sangue e poter effettuare trasfusioni ci permette di salvare vite: delle 579 sacche di sangue di cui il nostro centro ha potuto disporre nel 2022, solo 9 sono state usate per le donne ricoverate in maternità mentre 570 sono andate ai pazienti del dispensario. Di queste, 556 sono state usate per curare bambini in anemia severa: un’enormità».

© AfMC / Dianrà, Costa D’Avorio

Neisu, ordinaria emergenza

Nel 2021 l’ospedale Nôtre Dame de la Consolata di Neisu, nella Repubblica democratica del Congo, ha effettuato 2.778 test per la malaria, una media di oltre 7 al giorno. La malattia è risultata la prima voce fra le patologie diagnosticate sia in consultazione esterna – 2.482 casi su 4.885 pazienti, il 50,8% dei pazienti visitati – che in medicina interna: 220 pazienti ricoverati su 1.139, il 19%, dati 2021.

In pediatria, la malaria grave e la malaria grave anemica sono di gran lunga la principale causa di ricovero, con, rispettivamente, 732 casi (il 34%) e 520 (24%) su 2.155 bambini ospedalizzati. Su 30 bambini deceduti in pediatria nel 2021, per due la causa è stata la malaria grave e per 15 la malaria anemica grave. Circa tre donne su dieci fra quelle accolte in maternità avevano la malaria.

«L’ospedale», spiega il responsabile Ivo Lazzaroni, missionario laico della Consolata, «è integrato nella sanità pubblica congolese dal 2007, e aderisce ai programmi di prevenzione del sistema sanitario nazionale.

Ogni mese, i 12 infermieri titolari degli altrettanti centri di salute sul territorio vanno a Isiro, capoluogo della provincia dell’Alto Uélé, consegnano i dati sulla malaria e sulle altre patologie monitorate ai funzionari della zona di salute (zone de santé, in francese, articolazione territoriale del Ssn congolese, ndr) e ricevono zanzariere e farmaci (ad esempio il Coartem, a base di artemisina) da portare a Neisu per l’ospedale e i centri».

Le zanzariere sono destinate alle donne incinte, che le ricevono nel corso delle formazioni loro offerte durante le consultazioni prenatali, in cui le ostetriche spiegano alle donne che questi oggetti «non devono venire regalati ai bambini per farci le reti delle porte di calcio», scherza Ivo, «ma sono fondamentali per la loro salute».

E queste formazioni purtroppo non bastano: «Anche noi – spiega Ivo – siamo alle prese, come Matteo, con famiglie che vengono molto tardi a portare i bambini in anemia severa. Purtroppo non abbiamo l’autorizzazione dalla zone de santé a fare le trasfusioni direttamente nei centri e posti periferici, quindi le donne devono portare il bambino all’ospedale. Ma le distanze sono grandi: il nostro centre de santé più lontano è a oltre 60 chilometri dall’ospedale e non è facile per queste madri trovare un passaggio in moto per venire di corsa. Per questo accade a volte che il bambino muoia nel tragitto o poco dopo l’arrivo in ospedale».

Ikonda, restare comunque in guardia

«Qui nella regione di Njombe la malaria non è endemica», spiega padre Marco Turra, responsabile del Consolata Ikonda Hospital, in Tanzania. «I pochi pazienti che abbiamo affetti da questa malattia vengono dalle zone calde, soprattutto da Mbeya e Morogoro. L’anno scorso abbiamo fatto il test a 4.660 pazienti e solo 134 sono risultati positivi», meno del 3%. «Ora che ci troviamo nella stagione delle piogge», continua padre Marco, «solo il mese scorso abbiamo avuto 14 casi: è una malattia molto legata a fattori climatici».

Non essendo Njombe una regione endemica, spesso il problema viene sottovalutato: «Si pensa prima ad altre malattie, poi, se la febbre non passa, si considera anche l’ipotesi di malaria. A volte invece non ci si fida dei test e, in presenza di sintomi compatibili vengono somministrate le terapie. Di recente abbiamo avuto un paziente con una patologia polmonare proveniente da questa regione. All’inizio non si è pensato alla malaria, poi invece è risultato positivo. Ora è guarito».

© AfMC – prelievo di sangue per test malaria al Catrimani, Roraima, Brasile

Aumento dei casi in Amazzonia

La malaria è fra le malattie protagoniste anche del peggioramento delle condizioni di vita del popolo indigeno yanomami, che vive nell’Amazzonia brasiliana e con il quale i Missionari della Consolata lavorano da metà degli anni Sessanta. Durante un’intervista con un’emittente televisiva brasiliana@ padre Corrado Dalmonego, missionario della Consolata che lavora nella missione di Catrimani, nella Terra indigena yanomami da quindici anni, ha ricordato che «nel 2022 si sono registrati 21mila casi di malaria fra gli indigeni yanomami, e l’anno prima erano circa 20mila. Ma nel 2013-2014 i casi erano duemila: sono decuplicati. E alla malaria vanno aggiunte le malattie respiratorie e gastrointestinali».

Fattori responsabili di questa emergenza sanitaria, così definita lo scorso 20 gennaio dal nuovo governo basiliano guidato da
Inacio Lula da Silva, sono l’invasione delle terre indigene da parte dei cercatori d’oro e la corruzione, che ha distratto le risorse finanziarie destinate ai servizi sanitari per le terre indigene: entrambi fenomeni favoriti dal disinteresse e dall’aperta ostilità del governo di Jair Bolsonaro nei confronti delle comunità originarie dell’Amazzonia brasiliana.

Chiara Giovetti

© AfMC / Trasfusioni di sangue a bambini affetti da conseguenze della malaria


Che cos’è la malaria e come la affrontiamo

La malaria è una malattia umana febbrile acuta causata dal parassita Plasmodium che viene trasmesso attraverso le punture delle zanzare femmine infette del genere Anopheles. Due delle cinque specie di plasmodi responsabili della malaria sono particolarmente pericolose: Plasmodium falciparum, il parassita che causa più morti e anche il più diffuso nel continente africano, e Plasmodium vivax, la specie dominante nella maggior parte dei paesi al di fuori dell’Africa subsahariana.

I primi sintomi – febbre, mal di testa e brividi – di solito compaiono da 10 a 15 giorni dopo la puntura infetta; possono essere lievi e per questo difficili da riconoscere. Senza trattamento, la malaria da P. falciparum può progredire in malattia grave o perfino causare la morte entro 24 ore.

La diagnosi avviene con l’individuazione al microscopio dei parassiti nel sangue del paziente (la cosiddetta goccia spessa) oppure, ove il microscopio non sia disponibile, attraverso test antigenici rapidi, che individuano appunto un antigene, cioè una sostanza estranea al nostro organismo – in questo caso una specifica proteina – prodotta dal parassita nel nostro sangue.

La prevenzione avviene attraverso la profilassi comportamentale, che mira a evitare il contatto con la zanzara vettore del parassita e che si basa sull’utilizzo di zanzariere trattate con insetticida e di insetticidi da spruzzare negli ambienti. C’è poi la profilassi con farmaci antimalarici, che prevede l’assunzione di un ciclo completo di questi farmaci nei momenti di maggiore esposizione al rischio di contrarre la malattia, che si sia o meno già infetti.

Infine, dall’ottobre 2021, l’Oms ha anche raccomandato l’uso del vaccino contro la malaria Rts, S/AS01 per i bambini nelle aree con trasmissione da moderata ad alta della malaria da P. falciparum. La prima parte della sperimentazione di fase 3 (2009-2014) del vaccino ha mostrato una diminuzione di oltre la metà dei casi di malaria nel primo anno dopo la vaccinazione e una riduzione del 40% nei 4 anni successivi. Nella seconda parte della sperimentazione di fase 3 (2017-2020) i partecipanti hanno ricevuto il vaccino appena prima del picco della stagione della malaria: la sua efficacia nel prevenire la malattia è stata intorno al 75%.

Il miglior trattamento disponibile indicato dall’Oms, in particolare per la malaria da P. falciparum, è la terapia combinata a base di artemisinina (Act). Altri principi attivi usati sono la clorochina, la meflochina e numerosi altri di cui l’Oms tiene una lista aggiornata nella quale indica anche quali sono consigliati nelle diverse regioni del mondo.

I motivi di preoccupazione relativi alla malaria – resistenze delle zanzare agli insetticidi e del parassita ai principi attivi nelle terapie, mutazioni genetiche nel parassita che inficiano l’affidabilità dei test e la diffusione delle zanzare Anopheles in zone in cui non erano presenti – sono monitorati dall’Oms e consultabili nella «mappa delle minacce»@.

Chi.Gio.

Fonte: Oms

 

 




Davos in calo, diseguaglianze in aumento


Il 53° Forum economico mondiale di Davos si è svolto dal 16 al 20 gennaio scorsi. Il titolo di quest’anno, «Cooperazione in un mondo frammentato», suggeriva una maggior attenzione ai temi dello sviluppo e della cooperazione. Ma, al di là di qualche iniziativa isolata e limitata, i risultati non sono incoraggianti, specialmente in un tempo in cui le diseguaglianze aumentano ancora.

Nella sua più recente edizione, il Forum di Davos sembra essere tornato alle origini, quando era un evento per manager concentrato sull’economia e sulla finanza e non un vertice su temi geopolitici a cui partecipavano anche capi di stato e di governo. Lo ha scritto Liz Hoffman, ex cronista del Wall Street Journal che oggi scrive per Semafor, la newsletter di notizie fondata da Ben Smith e Justin Smith, due noti giornalisti statunitensi ed ex direttori rispettivamente del sito Buzzfeed e del gruppo di media Bloomberg.

L’European management forum, come si chiamava all’inizio, fu fondato nel 1971 su iniziativa dell’ingegnere ed economista tedesco Klaus Schwab per aiutare le aziende europee a mettersi al passo con le tecniche di gestione usate negli Stati Uniti. Nel 1987 cambiò nome in Forum economico mondiale (in inglese: World economic forum, Wef) e cominciò ad assumere un ruolo sempre più rilevante come evento di politica internazionale: «I leader greci e turchi qui hanno firmato l’accordo del 1988 che ha evitato una guerra», scrive sempre Hoffman su Semafor@.

«I ministri della Corea del Nord e della Corea del Sud si sono incontrati di persona per la prima volta dalla fine del loro conflitto. Shimon Perez e Yasser Arafat si sono dati la mano per una foto. In poco tempo, Davos è diventato il luogo in cui discutere della scarsità d’acqua e della disparità di reddito, un’era che ha raggiunto l’apice con la marcia per il clima di Greta Thunberg nel 2020».

Lo scorso gennaio, a Davos erano assenti molti dei leader mondiali: per gli stati del G7 era presente solo il cancelliere tedesco Olaf Scholz, mentre mancavano sia il presidente Usa, Joe Biden, che quello cinese Xi Jinping. La lista dei partecipanti, riportava Euronews a gennaio@, contava «2.700 persone, tra le quali 52 capi di stato o di governo, 19 governatori di banche centrali, e 116 miliardari, il 40 per cento in più rispetto a dieci anni fa». Fra questi ultimi, tuttavia, non figuravano quest’anno Bill Gates e George Soros, e l’Italia ha mandato solo il ministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara.

Le iniziative lanciate a Davos

Negli anni, i dibattiti e gli incontri del Forum di Davos hanno anche portato al lancio di iniziative rilevanti nello sviluppo e nella cooperazione, come la nascita dell’Alleanza globale per i vaccini (Global alliance for vaccines and immunisation, o Gavi), che ha contribuito a vaccinare centinaia di milioni di bambini nel mondo.

Anche quest’anno, riporta il sito di approfondimento sui temi della cooperazione, Devex@, sono state avviate alcune iniziative di interesse per lo sviluppo. Una di queste è stata annunciata durante un evento dal titolo: «Sbloccare gli investimenti, non l’aiuto, per i mercati frontiera», cioè i mercati degli stati con sistemi economici più stabili rispetto ai paesi meno sviluppati, ma comunque più a rischio per gli investitori rispetto alle cosiddette economie emergenti.
Costa d’Avorio, Kenya e Tanzania sono tre esempi di mercati frontiera, mentre Sudafrica, Messico e Indonesia lo sono di mercati emergenti.

In questo evento, Samantha Power, che dirige l’agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale, Usaid, ha annunciato@ il lancio di un fondo del settore privato che si chiamerà Enterprises for development, growth and empowerment fund (Edge) e che verrà finanziato dal governo Usa con 50 milioni di dollari.

Un’altra iniziativa emersa al Forum è la Coalizione dei ministri del commercio sul clima@, che è composta da 50 ministri di 27 giurisdizioni, con quattro capofila – Ecuador, Unione Europea, Kenya e Nuova Zelanda – e dovrebbe promuovere politiche commerciali utili a far fronte ai cambiamenti climatici attraverso iniziative locali e mondiali.

Grafico tratto dal rapporto di Oxfam sui trucchi dei ricchi per diventare più ricchi.
1. Compra un bene (asset), una compagnia che aumenti di valore e che non sia tassata almeno fino a quando non la vendi.
2. Usa la tua ricchezza per influenzare i politici e i media a tuo vantaggio.
3. Ignora le leggi sulle tasse, tanto le autorità non hanno la capacità di sfidarti.
4. Nascondi le tue entrate e ricchezze in paradisi fiscali.
5. Evita le tasse sull’eredità, ci sono tanti modi per passare senza imposte le tue ricchezze agli eredi.

Il rapporto Oxfam sulle diseguaglianze

Il 16 gennaio 2023, giorno dell’apertura dei lavori a Davos, la confederazione di organizzazioni non profit Oxfam ha pubblicato il rapporto Survival of the richest@ (Sopravvivenza dei più ricchi, ma nella sua versione italiana il titolo è La diseguaglianza non conosce crisi) e Gabriela Bucher, direttrice esecutiva di Oxfam international, il segretariato con sede a Nairobi che coordina la confederazione, ne ha presentato alcuni dei dati salienti proprio al Wef, durante la tavola rotonda dal titolo Reversing the tide of global inequality (Invertire l’ondata di disuguaglianza globale)@.

Il mondo sta assistendo a un’esplosione delle ineguaglianze, ha detto Bucher, la pandemia ha colpito un mondo già molto iniquo, ne ha esposto le fratture e le ha amplificate. Durante la pandemia c’è stata un’accelerazione nell’accumulazione nelle mani di quell’1% dell’umanità – ottanta milioni su otto miliardi – che detiene il 45,6% della ricchezza globale. Questa accelerazione si vede nella redistribuzione della nuova ricchezza creata nel biennio 2021-2022, in cui l’1% più ricco ha ottenuto il 63% di quella nuova ricchezza e il restante 99% della popolazione mondiale il 37%. Prima della pandemia, la proporzione era di circa metà ciascuno.

La soluzione non può venire solo dalla crescita economica, se la redistribuzione rimane così ineguale: «Che cos’è la prosperità e come la misuriamo? Ha a che fare con il Pil oppure con la vita delle persone? A San Paolo del Brasile, per esempio, due persone che vivono a pochi isolati di distanza possono avere un’aspettativa di vita di 22 anni diversa l’una dall’altra».

Occorre un intervento di tipo fiscale: un’imposta patrimoniale fino al 5% sui multimilionari e miliardari del mondo, si legge nel rapporto, permetterebbe di raccogliere 1.700 miliardi di dollari all’anno, sufficienti per far uscire dalla povertà due miliardi di persone e finanziare un piano globale per porre fine alla fame. E i super ricchi continuerebbero comunque ad arricchirsi: il tasso di accumulazione della ricchezza di cui hanno goduto, specialmente negli ultimi tre anni, è talmente elevato che l’aumento dei loro patrimoni sarebbe di gran lunga superiore alla quota che perderebbero per un prelievo del 5%.

Prendendo la lista dei miliardari del mondo stilata ogni anno dalla rivista Forbes e che quest’anno conta 2.668 nomi, Oxfam ha infatti calcolato due possibili scenari da oggi al 2030: nel primo, attraverso interventi fiscali e altre misure redistributive, la ricchezza totale dei super ricchi tornerebbe ai livelli del 2012, cioè a circa 5mila miliardi di dollari. Viceversa, se l’accumulazione dovesse continuare ai ritmi attuali, nel 2030 i membri della lista di Forbes controllerebbe un patrimonio netto complessivo pari a circa 30mila miliardi di dollari: il doppio di quello che, secondo le proiezioni dell’Ocse@, sarà il prodotto interno lordo dell’Unione europea fra sette anni. Già oggi, ricorda il rapporto, 81 uomini detengono più ricchezza del 50% più povero del pianeta e i 10 più ricchi fra loro possiedono di più di 228 milioni di donne africane messe insieme@.

Chiara Giovetti

 

Davos 2023, panel per sblocacre gli investimenti (da screenshot)

Davos 2023, panel sul ridurre le diseguagiianze (da screenshot)


28 marzo, Giornata mondiale della Tubercolosi

Il più recente rapporto sulla tubercolosi pubblicato dall’Organizzazione mondiale della sanità stima che nel 2021 si siano ammalate di tubercolosi (Tbc) 10,6 milioni di persone, +4,5% rispetto al 2020. I decessi sono stati 1,6 milioni, di cui 187mila tra le persone sieropositive all’Hiv. È stata la prima volta in diversi anni che i casi di tubercolosi sono aumentati, dopo una diminuzione costante fra il 2005 e il 2020. La pandemia da Covid-19 ha ridotto i servizi sanitari per molte malattie, ma il suo impatto sulla risposta alla tubercolosi è stato particolarmente grave. La conseguenza più ovvia e immediata, si legge nel rapporto, è stata un forte calo globale del numero riportato di persone con nuova diagnosi di Tbc. Con la malattia non diagnosticata e non trattata, più persone sono morte e sono aumentate le nuove infezioni.

La tubercolosi è una malattia trasmissibile che fino alla pandemia da Covid-19 era la principale causa di morte nel mondo provocata da un singolo agente infettivo, anche più dell’Hiv/Aids. La Tbc è causata dal bacillo Mycobacterium tuberculosis, che si diffonde quando le persone malate espellono i batteri nell’aria, ad esempio con la tosse. Si stima che circa un quarto della popolazione mondiale sia stata infettata, ma la maggior parte delle persone non svilupperà la malattia. Senza trattamento, che consiste nell’assunzione di antibiotici, il tasso di mortalità è del 50%. Esiste una forma di Tbc resistente ai farmaci caratterizzata da batteri che sono resistenti almeno all’isoniazide e alla rifampicina, i due farmaci più potenti contro la malattia@. Oggi esiste un solo vaccino autorizzato, il Bcg: permette di prevenire le forme gravi di tubercolosi nei neonati e nei bambini piccoli, ma non protegge abbastanza gli adolescenti e gli adulti, che rappresentano quasi il 90% delle trasmissioni di tubercolosi a livello globale. A settembre 2022, c’erano 16 vaccini candidati nei trial clinici: 4 in fase I, 8 in fase II e 4 in fase III.

La Tbc, ha detto Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, al Forum di Davos lo scorso gennaio@, è la malattia dei poveri, non è più un problema di salute pubblica nei paesi ricchi, dai quali però vengono le risorse necessarie a finanziare gli studi su vaccini e terapie.

Lo schema che vediamo spesso all’opera, ha ricordato Tedros, è quello osservato, ad esempio, con Ebola nel 2014: è bastato che un solo caso arrivasse in un paese ad alto reddito perché anche i paesi ricchi cominciassero a preoccuparsi, tanto che nel 2018, quando vi è stata un’altra ondata di infezioni in Repubblica democratica del Congo, l’impegno per contenerla e trovare un vaccino è stato immediato. Quanto alla pandemia da Covid-19, che fin da subito ha interessato paesi emergenti o ad alto reddito, lo sforzo per contrastarla è stato senza precedenti. Occorre suscitare anche per la lotta alla tubercolosi un simile livello di impegno: per questo il direttore dell’Oms ha annunciato a Davos l’intenzione di istituire un nuovo Consiglio per l’accelerazione della ricerca, cercando di coinvolgere «finanziatori, agenzie globali, governi e utenti finali nell’identificazione e nel superamento degli ostacoli allo sviluppo del vaccino contro la tubercolosi».

Per cercare di creare la volontà politica necessaria a rendere più rapida ed efficace la lotta alla malattia, il direttore del Fondo globale per la lotta contro Aids, tubercolosi e malaria, Peter Sands, ha suggerito alcuni punti di discussione. Il primo è fare leva con i paesi donatori sull’«argomento morale»: anche la tubercolosi è una pandemia; eppure, le risorse investite per contrastarla sono pochissime. Le persone colpite da Tbc non valgono il denaro che andrebbe speso esattamente come quelle colpite da Covid? Un’altra strategia, ha aggiunto Sands, è quella della paura: la tubercolosi ha dei tassi di mortalità che fanno sembrare il Covid una malattia moderata e, anche se la sua trasmissibilità non è nemmeno lontanamente comparabile a quella del coronavirus, l’esperienza di questi ultimi anni ci ha insegnato proprio che non si può contare sul fatto che la trasmissibilità rimanga sempre uguale. Per questo occorre accelerare i tempi per eradicare questa malattia il prima possibile.

Chi.Gio.

Tedros Ghebremesyos direttore generale dell’OMS intervine a Davos 2023 sulla tubercolosi (da screenshot)




Cop27, un passo avanti necessario ma insufficiente


La 27ª Conferenza delle parti di Sharm el-Sheikh si è conclusa con un accordo per compensare i paesi del Sud del mondo, i meno responsabili delle emissioni, per i danni che il cambiamento climatico sta causando nei loro territori. Ma sulla mitigazione non si è andati oltre la Cop26 di Glasgow, che era stata troppo debole sull’eliminazione dei combustibili fossili.

Una sintesi efficace di questa Cop27 l’ha tracciata Manuel Pulgar-Vidal, che aveva presieduto l’edizione 2014 del vertice, la Cop20, e ora è il responsabile del clima per il World wide fund for nature, Wwf (già World wildlife fund): «L’accordo su perdite e danni è un passo avanti», ha detto Pulgar-Vidal al New York Times, ma il fondo di compensazione che l’accordo crea «rischia di diventare un “fondo per la fine del mondo” se i paesi non si muovono più veloci per ridurre drasticamente le emissioni. Non possiamo permetterci un altro vertice sul clima come questo»@.

L’accordo su perdite e danni (loss and damage, in inglese)@ prevede l’istituzione di un fondo che compensi i paesi più poveri e vulnerabili per i danni provocati da disastri climatici che le emissioni dei paesi ricchi e il conseguente aumento delle temperature hanno contribuito a rendere più frequenti e intensi.

L’accordo rappresenta una svolta nel lungo e duro scontro fra gli stati del Sud del mondo, che da decenni sollecitano i paesi industrializzati a pagare per i danni causati al clima dalle loro economie, e le potenze come Usa e Ue, decise a evitare che queste compensazioni vengano viste come un’ammissione di responsabilità e per questo dovute per decenni a venire.

Un comitato di transizione, composto dai rappresentati di 14 paesi in via di sviluppo e 10 paesi sviluppati, avrà dunque l’incarico di preparare nel corso del 2023 tutte le raccomandazioni per creare il fondo e regolarne la gestione, in modo che possano essere discusse e adottate durante la Cop28 e che il fondo stesso diventi operativo nel giro di un paio di anni. Le risorse necessarie per le compensazioni, riportava Ferdinando Cotugno su Domani del 21 novembre 2022, «potrebbero essere tra i 300 e i 500 miliardi di dollari all’anno già entro la fine di questo decennio»@.

foto da screenshot della Cop27

I paesi già colpiti

Sherry Rehman – foto da screenshot della Cop27

«Abbiamo lottato per 30 anni su questa strada», ha detto la ministra per il clima del Pakistan, Sherry Rehman, rivolgendosi al presidente della Conferenza, il diplomatico egiziano Sameh Shoukry, nella plenaria conclusiva, «e oggi a Sharm el-Sheikh questo viaggio ha raggiunto il suo primo traguardo positivo. Signor presidente, lei ci ha promesso una Cop di implementazione e ce l’ha data. Per questo mi congratulo con lei e con tutti noi»@.

In molti si aspettavano in realtà una Cop di transizione e il fatto che sia stata presa una decisione come quella sulle compensazioni è in effetti un successo inatteso. La posizione del

Pakistan era quest’anno più dura e significativa, poiché il paese ha subito una delle peggiori catastrofi naturali della sua storia, con alluvioni che hanno sommerso un terzo del territorio, causato oltre 1.100 morti e provocato danni per circa 30 miliardi di dollari. Come presidente di turno della coalizione G77, che riunisce dal 1964 i paesi in via di sviluppo e ha il sostegno della Cina, il Pakistan ha guidato con successo lo sforzo negoziale affermando che riconoscere e risarcire le «perdite e i danni non è beneficenza, ma giustizia climatica»@. Gli scienziati che si occupano di clima e che hanno analizzato gli eventi estremi che hanno colpito il Pakistan si stanno mostrando abbastanza concordi nell’affermare che il riscaldamento globale ha avuto un ruolo non nel determinare il fenomeno – i monsoni, e le piogge abbondanti che questi portano, sono ricorrenti in Pakistan e la loro intensità subisce notevoli variazioni di anno in anno – ma nell’aumentarne la portata, incrementando la quantità di acqua evaporata dall’oceano che si è poi accumulata nell’atmosfera e ha intensificato le precipitazioni. Carbon Brief, un sito web britannico che si occupa di riscaldamento globale e temi connessi, ha una mappa del pianeta interattiva che mostra gli eventi meteorologici estremi legati al cambiamento climatico, quelli che non hanno con questo nessuna connessione e quelli per i quali i dati sono insufficienti per stabilire o escludere un legame@.

Mitigazione, pochi progressi

Al momento, il mondo si trova  su una traiettoria che lo porterà a un riscaldamento fra i 2,1 e i 2,9 gradi celsius entro la fine di questo secolo. Ogni frazione di grado in più rischia di esporre ulteriori milioni di persone a ondate di caldo, scarsità di acqua e inondazioni costiere dagli effetti potenzialmente letali@. Mantenere il riscaldamento del pianeta non oltre 1,5 gradi significa evitare che aumenti la frequenza con cui si presentano i fenomeni più estremi. Mezzo grado può sembrare poco, ma secondo le stime sarebbe sufficiente perché la quota di popolazione mondiale colpita da ondate di caldo estremo almeno una volta ogni cinque anni passi dall’attuale 14% al 37%@.

Per mitigare il cambiamento climatico, cioè prevenirne gli effetti e non solo limitarsi ad adattarsi a essi, il solo modo efficace è ridurre le emissioni. Ma su questo punto la Cop27 non è andata oltre i risultati ottenuti a Glasgow nella conferenza precedente. Anzi, come ha commentato durante la plenaria conclusiva un deluso Frans Timmermans, vicepresidente dell’Unione europea@, durante le negoziazioni ci sono stati troppi tentativi di tornare indietro rispetto alla già poco incisiva Cop26@.

In Egitto, i paesi membri non hanno raggiunto un accordo sulla riduzione dei combustibili fossili appoggiata da un blocco di paesi guidati dall’Unione europea, e il testo finale dell’accordo di Sharm el-Sheikh@ promuove accanto alle rinnovabili anche «fonti di energia a basse emissioni». «Dimmi che stai parlando di gas senza dirmi che parli di gas», commentano con ironia sui loro profili Instagram l’organizzazione ambientalista ZeroCo2 e l’illustratrice e attivista Alessia Iotti@.

L’Ue ha ottenuto il solo risultato di imporre il mantenimento della soglia di 1,5 gradi come limite accettabile per il riscaldamento globale. «Viviamo già in un mondo con un cambiamento di 1,2 gradi e questo mondo è già invivibile per molti», ha concluso Timmermans, «non possiamo fallire di nuovo nel tentativo di evitare il peggio».

foto da screenshot della Cop27

Il ruolo dell’Egitto

Un dato che rischia di non apparire in tutto il suo peso a chi osserva questi vertici dall’esterno è il ruolo decisivo degli aspetti organizzativi e logistici, a cominciare dal ruolo centrale del paese ospitante, che guida le negoziazioni e determina l’agenda.

Se alla Cop27 si è parlato tanto di perdite e danni, fino a raggiungere un importante accordo, è perché questo tema è molto sentito dai paesi a medio e basso reddito, e l’Egitto e uno di essi. Per questo la presidenza egiziana della Cop27 ha dedicato tempo e sforzi a raggiungere un obiettivo condiviso con altri paesi del Sud del mondo, mentre ha messo in secondo piano la mitigazione e la riduzione dei combustibili fossili.

L’Egitto ha fatto di più che trascurare la mitigazione: ha portato avanti la propria agenda di paese esportatore di gas. «Sotto diversi punti di vista», scriveva Ferdinando Cotugno su Domani il 13 novembre scorso, «la Cop27 per l’Egitto sta andando benissimo: partnership energetiche, affari d’oro e incontri bilaterali di prestigio»@.

La prossima Conferenza delle parti, Cop28, si svolgerà a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, uno dei dieci più grandi produttori mondiali di petrolio, e molti stanno già ipotizzando che sarà un’altra conferenza non abbastanza incisiva per la riduzione delle emissioni.

Chiara Giovetti


Come cooperavamo cinquant’anni fa

Negli anni Settanta la rivista Missioni Consolata aveva una rubrica che si chiamava «Appelli dal fronte», attraverso la quale presentava ai benefattori una realtà in missione e chiedeva il loro sostegno per risolvere un problema.

Cinquant’anni fa, nel gennaio del 1973, «Appelli dal fronte» era dedicata a Materi, villaggio nella centrale regione del Meru, ai piedi del monte Kenya. Padre Maggiorino Botta chiedeva ai suoi benefattori di aiutarlo a comprare una pompa, il motore, le tubature e i serbatoi per pompare l’acqua dal fiume Mutunga visto che nella zona, «arida e torrida», non c’era alcuna sorgente. Costo dell’iniziativa: due milioni di lire.

Oggi Matiri (pronunciato Materi ma scritto Matiri secondo la dizione inglese, ndr), gode ancora della presenza dei Missionari della Consolata. Vi prestano servizio due missionari keniani, i padri Stephen Murungi e Matthew Kirema, che seguono la comunità parrocchiale e trenta comunità periferiche.

Scrive Naomi Mwingi, dell’ufficio progetti dei Consolata fathers a Nairobi: «La maggior parte delle attività missionarie sono tuttora di prima evangelizzazione: le persone di questa zona sono ancora profondamente radicate nelle loro credenze e tradizioni culturali, che includono la stregoneria, le mutilazioni genitali femminili e la poligamia.

Il centro sanitario Matiri è sotto la gestione della diocesi di Meru, mentre la scuola elementare e la scuola tecnica sono gestite dalla parrocchia di Matiri; vi sono inoltre altre scuole private. La siccità, che colpisce buona parte del Kenya (20 contee, soprattutto del Nord, su 47), sta peggiorando la situazione in tutta la contea di Tharaka Nithi dove si trova Matiri: i fiumi si prosciugano e i residenti vanno a dormire a stomaco vuoto.

Per questo, la Chiesa cattolica di Matiri ha un programma di emergenza alimentare per sostenere le famiglie più colpite dalla siccità.

L’orto esiste ancora, ma data l’aridità della zona richiede costantemente acqua, che arriva ancora oggi alla missione e alla comunità circostante dal fiume Mutunga, oltre un centinaio di metri più in basso. Non ci sono pozzi d’acqua nella missione che è riuscita ultimamente a sostituire la vecchia pompa a motore con una a energia solare, ma questa pompa ha avuto qualche problema, che ora i missionari stanno cercando di risolvere».

Chi.Gio.

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2023, anno del miglio

Su proposta del governo dell’India, le Nazioni Unite hanno proclamato il 2023 anno internazionale del miglio. Anzi, dei vari tipi di miglio: caratterizzati da un alto valore nutritivo, si legge sul sito delle notizie delle Nazioni Unite. Essi sono un gruppo di graminacee a seme piccolo coltivate principalmente nelle zone aride dell’Asia e dell’Africa. Includono sorgo, miglio perlato, miglio indiano, fonio, panìco, teff e altre varietà più piccole.

L’Onu porta quest’anno il miglio al centro dell’attenzione per il ruolo che potrebbe giocare nell’attuale crisi climatica: si tratta infatti di un cereale che, rispetto ai più noti frumento, riso o mais, è in grado di crescere in condizioni più difficili, di siccità e di precipitazioni molto scarse, e ha una bassa impronta idrica.

Può, inoltre, contribuire a soddisfare i bisogni nutrizionali di un pianeta che, nel 2030, avrà 8,5 miliardi di abitanti e 9,7 miliardi nel 2050: è infatti ricco di vitamine e minerali, tra cui ferro e calcio, di proteine, di fibre, di amido resistente e ha un basso indice glicemico, che può aiutare a prevenire o gestire il diabete@.

Chi.Gio.

Spighe di teff in Etiopia – AfMC/Brusa Domenico

 




La crisi dell’acqua ora è globale


I fiumi dell’Amazzonia sono inquinati dal mercurio, in Africa orientale quattro stagioni delle piogge consecutive non hanno avuto precipitazioni sufficienti. Di siccità e di lotta agli sprechi idrici si parla da almeno sessant’anni, ma ora la crisi è davvero planetaria.

«L’Africa orientale è in agonia, flagellata dalla più avara siccità degli ultimi 15 anni. Da Gibuti attraverso l’Etiopia fino al Sudan meridionale, lungo la Somalia, il Kenya e l’Uganda, la terra è una fornace bianca, come ossa decrepite». E ancora: «L’inclemenza delle stagioni che, da qualche anno in Kenya e da due anni in Tanganyika non accenna a finire, ha gettato intere popolazioni nella terribile condizione di non potersi sfamare. Lunghi periodi di siccità hanno bruciato i raccolti; successive piogge torrenziali hanno travolto ogni cosa nella loro furia. […] le stagioni hanno perso quella regolarità propria dei paesi tropicali».

Ognuno di questi virgolettati potrebbe riferirsi alla difficile situazione in cui si trova l’Africa orientale in questo momento; invece, il primo è preso da un articolo del Newsweek, The grim famine of 1980, apparso nell’agosto del 1980 e pubblicato in una libera traduzione su Missioni Consolata nel dicembre dello stesso anno, mentre il secondo viene da un articolo pubblicato su Missioni Consolata nell’aprile del 1962, sessanta anni fa.

Ma le assonanze con l’oggi non si limitano al Corno d’Africa: anche in Italia, chi ha almeno quarant’anni potrebbe avere avuto un déjà vu ascoltando le raccomandazioni diffuse dal ministero della Transizione ecologica su come evitare lo spreco di acqua@  nei mesi della scorsa estate, in cui l’Europa ha vissuto la più grave siccità degli ultimi 500 anni.

Le indicazioni, infatti, ricordavano quelle delle campagne degli anni Ottanta, che erano spesso promosse dagli enti locali: «Potabile, non sprecabile», recitavano ad esempio i poster affissi lungo le strade di una città emiliana. Addirittura del 1977 era la campagna di Pubblicità progresso «A difesa dell’acqua»@ che mostrava – proprio come l’articolo su MC del 1962 – i due opposti volti della crisi idrica: l’eccesso e la scarsità di acqua.

Questi precedenti non servono a ridimensionare il problema, al contrario: danno la misura del suo aggravarsi dopo decenni di azioni poco incisive. Se le emergenze idriche erano già tali decenni fa, quando il cambiamento climatico non era, come ora, un fenomeno conclamato con effetti planetari e la popolazione mondiale era la metà di quella odierna, è chiaro il motivo per cui oggi tante fonti istituzionali, accademiche e giornalistiche parlano senza mezzi termini di crisi idrica globale.

Siccità in Kenya, dove anche gli elefanti muoiono di sete. Nei dintorni d Isiolo, Nord del Kenya.

I numeri della crisi

Secondo il più recente rapporto di UNWater, il meccanismo di coordinamento delle agenzie Onu che si occupa di acqua e sanificazione, sono 2,3 miliardi gli abitanti del pianeta che vivono in zone con stress idrico, nelle quali cioè si estrae il 25% o più delle risorse rinnovabili di acqua dolce. Di questi, 733 milioni abitano in territori in cui lo stress idrico è alto (fra il 75 e il 100% delle risorse rinnovabili estratte) o critico (oltre il 100%). Le persone che vivono in aree dove si registra una grave scarsità fisica di acqua per almeno un mese all’anno sono quattro miliardi, poco meno di metà della popolazione mondiale@.

Il rapporto cita le stime di Acquastat, il portale statistico dell’agenzia Onu per l’alimentazione e l’agricoltura, Fao, secondo le quali «il prelievo globale di acqua dolce era probabilmente di circa 600 chilometri cubi all’anno nel 1900 ed è aumentato a 3.880 chilometri cubi all’anno nel 2017. Il tasso di aumento è stato particolarmente elevato (circa il 3% all’anno) durante il periodo dal 1950 al 1980, in parte a causa di un maggiore tasso di crescita della popolazione e in parte per il rapido aumento dello sfruttamento delle acque sotterranee, in particolare per l’irrigazione. Il tasso di incremento è oggi di circa l’1% annuo, in sintonia con l’attuale tasso di crescita della popolazione» mondiale e, mentre esso si è stabilizzato nei paesi sviluppati, continua ad aumentare nelle economie emergenti e nei paesi a medio e basso reddito.

UNWater raccoglie anche i risultati dei monitoraggi sull’obiettivo di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite che riguarda l’acqua, cioè l’Obiettivo 6, che mira a garantire a tutti l’accessibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e dei servizi igienico sanitari@.

Secondo questi monitoraggi@, sul pianeta una persona su quattro non ha accesso a servizi di acqua potabile gestiti in maniera sicura e 2,3 miliardi di persone non hanno a casa propria servizi ai quali lavarsi le mani con acqua e sapone.

Inoltre, mancano dati sulla qualità dell’acqua a cui accedono tre miliardi di esseri umani: questo significa che tutte queste persone sono potenzialmente a rischio, poiché la salubrità dei fiumi, laghi e bacini sotterranei da cui attingono l’acqua che usano non è verificata e l’utilizzo di queste risorse idriche potrebbe esporle a inquinanti come batteri fecali, metalli pesanti, pesticidi, solventi e altre sostanze chimiche contaminanti.

Garimpo Rio Madeira / © Alberto César Araújo – Amazonia Real

Il mercurio nei fiumi dell’Amazzonia

Fra i metalli pesanti responsabili dell’inquinamento di laghi e fiumi vi è il mercurio utilizzato nell’estrazione dell’oro: esso si amalgama all’oro separandolo dalla pietra e viene poi vaporizzato per lasciare libera la pepita.

Secondo il rapporto del 2018 dell’agenzia Onu per l’ambiente, Unep@, le attività artigianali e su piccola scala di estrazione dell’oro erano nel 2015 a livello globale il settore da cui derivava la quota più ampia delle immissioni di mercurio nell’aria (838 tonnellate su 2.220, il 37,7%). In America Latina, la quota era più che doppia: sul totale di 409 tonnellate per il continente, 340 tonellate venivano dalle attività minerarie artigianali su piccola scala, raggiungendo l’83%@.

L’Amazzonia vive una situazione particolarmente difficile da questo punto di vista: nel giugno 2021, le Nazioni Unite condannavano in un comunicato stampa@ gli attacchi dei minatori abusivi alle comunità indigene Munduruku, nel Pará, e Yanomami di Palimiú, in Roraima, ed esprimevano preoccupazione per gli alti livelli di contaminazione da mercurio registrati nella zona, specialmente nel pesce, che fornisce l’80% delle proteine nell’alimentazione delle popolazioni locali@.

«Per i popoli indigeni dell’Amazzonia», spiegava padre Jean-Claude Bafutanga, missionario della Consolata che lavora a Baixo Cotingo, Roraima, in un articolo sulla rivista Missões lo scorso marzo@, «la sopravvivenza stessa dipende dall’acqua dei fiumi e degli igarapé», cioè i piccoli corsi d’acqua tributari del Rio delle Amazzoni. Negli ultimi tempi, si legge nell’articolo, con l’invasione dei minatori in Amazzonia, l’acqua del fiume Catrimani e degli altri fiumi della regione si è inquinata, creando problemi di salute alle popolazioni autoctone che bevono continuamente le acque di questi fiumi e mangiano il pesce che in essi vive. Si registrano oggi nei villaggi indigeni malattie e condizioni prima molto più rare: «Cancro, dolori di stomaco continui, impotenza, bambini nati con malformazioni, morti premature per cause non chiare».

Per questo, conclude il missionario, le comunità della zona tengono così tanto a raccogliere fondi per scavare pozzi artesiani, che garantiscono un’acqua più pulita di quella dei fiumi.

In cerca di acqua nel Baxio Cotingo, Roraima, Brasile

Il Kenya e la sua siccità pluriennale

L’Integrated food security phase classification (Ipc) è un’iniziativa che riunisce agenzie governative, agenzie Onu, Ong e altri partner per monitorare le crisi alimentari sul pianeta. Per indicare la gravità della situazione Ipc usa una scala con cinque fasi che descrivono la difficoltà dei nuclei famigliari a soddisfare il proprio bisogno di cibo.

La scala va dalla fase 1, in cui la difficoltà è minima o non c’è, alla fase 5, denominata «catastrofe», in cui è impossibile per le famiglie procurarsi cibo sufficiente. Le fasi intermedie sono:
– la 2, fase di stress,
– la 3, di crisi, e
– la 4, di emergenza.

Secondo Ipc, lo scorso settembre in Kenya 3,5 milioni di persone si trovavano in una condizione di insicurezza alimentare acuta, con 2,7 milioni di persone in fase 3 e poco meno di 800mila in fase 4. (Vedi su Nigrizia  il testo «Kenya: alla Cop 27 l’eco del dramma climatico»).

L’insicurezza alimentare, si legge nell’analisi pubblicata da Reliefweb, il servizio informazioni dell’Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari@, è causata da un combinarsi di diversi shock, primo fra tutti la quarta stagione delle piogge consecutiva con precipitazioni insufficienti. Si aggiungono poi i conflitti locali per le risorse e l’aumento dei costi del cibo a causa della guerra in Ucraina. Le contee più colpite sono Isiolo, Turkana, Garissa, Mandera, Marsabit, Samburu, Wajir e Baringo, zone in cui vivono prevalentemente popolazioni che si dedicano alla pastorizia. Per i mesi da ottobre a dicembre, Ipc prevede un ulteriore peggioramento, con una proiezione che stima a 4,4 milioni le persone in fase di crisi, emergenza o catastrofe.

«Gli ultimi due anni sono stati pessimi», riporta da Isiolo, nel centro del Kenya, padre Joseph Kihwaga, missionario della Consolata, «non ha piovuto per niente. Molti animali sono morti, le persone hanno fame. Anche gli animali selvatici soffrono per questa situazione. Abbiamo dovuto allontanare degli elefanti che, attirati dall’acqua del nostro pozzo, sono arrivati dentro al complesso della missione distruggendo recinto e campi coltivati. Finora sono due le persone uccise da elefanti che vagavano fuori dal parco di notte. C’è paura anche per i bambini, che escono quando è ancora buio per andare a scuola e rischiano di incontrarli».

Loyangallani, El Molo Bay, Ol Molo Village. L’isola di Komote nel 2009.

Padre Mark Githonga, missionario della Consolata a Loyiangalani, sul lago Turkana (Nord del Kenya), scrive confermando che il governo ha imposto il coprifuoco a causa dei conflitti tribali locali. «Qui non piove da quattro anni», riferisce, «eppure il lago Turkana si è ingrandito@, inondando le zone costiere dalle quali le comunità locali, specialmente di etnia El Molo, erano solite pescare».

Sullo sfondo l’isola di Komote come è oggi, 2022

Il cibo, continua padre Mark, arriva qui portato da commercianti provenienti dalla zona centrale del paese. I prezzi però sono proibitivi a causa dei costi di trasporto e di stoccaggio e per le condizioni di insicurezza legate ai conflitti tribali. Le comunità che vivono sull’isola di Komote (nelle due foto qui sotto del 2009 e del 2022, ndr) sono fra quelle più in difficoltà, perché non c’è più abbastanza acqua pulita da incanalare negli impianti idrici che raggiungono l’isola dalla terraferma.

Non va meglio ad Adu, vicino a Malindi, città costiera bagnata dall’Oceano Indiano: «Nei sei anni dal 2016 a oggi, solo nel 2018 abbiamo avuto precipitazioni sufficienti», scrive padre Urbanus Mutunga. Le soluzioni tentate dal governo e da diverse Ong non sono bastate: ci sono vasche per raccogliere l’acqua piovana, ma sono vuote dal 2018, mentre il programma nutrizionale nelle scuole non esiste più, e così i tassi di abbandono scolastico aumentano. «C’è una migrazione di massa dai villaggi verso le città di Malindi, Lamu e Mombasa, le persone vanno a cercare lavoro e cibo ma spesso si trovano costrette a fare lavori umili o a prostituirsi per sopravvivere».

Chiara Giovetti


Acqua dolce

Sulla terra ci sono in totale 1,4 miliardi di chilometri cubi di acqua: un volume che possiamo immaginarci come una sfera dal diametro di 1.400 chilometri, la lunghezza del Madagascar.

Di quest’acqua il 97,5% è salata, il 2,5% è acqua dolce.

Solo l’1,2% di questa acqua dolce è facilmente fruibile (in superficie) per l’uomo, il resto è sottoterra (30,1%) oppure in forma di ghiaccio (68,7%).

Il 70% dell’acqua dolce disponibile è usata per l’agricoltura, il 19% per l’industria e l’11% per l’uso domestico.

Vedi il video, in inglese con sottotitoli in italiano, realizzato dal World water assessment programme (Wwap)@, programma dell’Unesco finanziato dal Governo italiano e con sede a Perugia@.

 

 




Terzo settore e media, un rapporto in costruzione


La relazione fra mezzi di comunicazione e non profit è stata un argomento della presentazione del rapporto dell’«OsservatorioTerzjus», avvenuta lo scorso 21 settembre a Roma. Ne è emersa l’immagine di un notevole potenziale che, per il momento, appare sfruttato solo in parte.

Il Terzo settore fa audience o no? È questa la domanda che Sara Vinciguerra, responsabile comunicazione dell’Osservatorio giuridico del Terzo settore «Terzjus», ha rivolto ai partecipanti della tavola rotonda di cui era moderatrice, durante l’evento di presentazione del secondo rapporto sul tema che l’Osservatorio ha organizzato a Roma lo scorso 21 settembre@.

Indifferenza?

Stefano Arduini, direttore di Vita, mensile dedicato al mondo no profit, ha risposto sì con convinzione@: facciamo questo da trent’anni, ha spiegato, e ora Vita è anche un’impresa sociale che non starebbe sul mercato se non avesse pubblico. Tuttavia, ha detto Arduini, l’audience da sola non basta, almeno non per provocare effetti concreti nella realtà. La pandemia ha generato picchi inediti di attenzione per il Terzo settore e per il suo operato nell’assistere le persone più in difficoltà a causa delle restrizioni; ora quell’attenzione è diminuita, ma è tutto sommato rimasta alta, eppure i media generalisti non sembrano aver raccolto questo spunto per tradurlo in una maggiore e più stabile copertura delle notizie nell’ambito sociale.

Il Terzo settore, ha commentato Arduini, «ha il vento in poppa, ma naviga contro corrente»: vale il 5% del Pil, ha 900mila occupati diretti e altri 400mila indiretti, eppure sia la politica che l’opinione pubblica sembrano rimanere nel complesso indifferenti rispetto a eventi e pratiche che rischiano di danneggiare le organizzazioni attive nel sociale.

Fra questi eventi e pratiche, Arduino ne cita tre:

  • la tentata riforma del servizio civile proposta lo scorso marzo dalla allora ministra per le politiche giovanili del governo Draghi, Fabiana Dadone, in un disegno di legge poi accantonato, ma inizialmente elaborato senza coinvolgere i diretti interessati, cioè gli enti e i giovani@;
  • il persistere dei bandi al massimo ribasso per la fornitura di servizi socia-assistenziali@ ai quali il mondo della cooperazione sociale si oppone con decisione;
  • il rientro di alcuni enti del Terzo settore (Ets) nel campo di applicazione dell’Iva in seguito alla procedura di infrazione n. 2008/2010, avviata dalla Commissione europea nei confronti dell’Italia per garantire il rispetto delle normative sulla concorrenza e che prevede per gli Ets non più l’esclusione dall’imposta sul valore aggiunto ma solo l’esenzione@.

Effetti concreti e produzione di senso

In parziale dissenso da Arduini si è espressa Maria Carla De Cesari, caporedattrice del Sole 24ore per la sezione «Norme e tributi»@. Proprio sulla questione Iva, ha detto De Cesari, i media sono stati capaci di rappresentare le esigenze e le posizioni del Terzo settore e, anche grazie a questa visibilità, «nel giro di poco tempo il legislatore ha preso una pausa», cioè ha inserito nella legge di bilancio 2021 un emendamento che rinvia al 2024 l’entrata in vigore della norma che riporta gli Ets nell’alveo Iva.

Il Sole24 Ore, ha concluso De Cesari, ha creduto nel racconto delle norme perché è il racconto di un mondo che cambia, ma anche nel valore economico di questo racconti. Il Terzo settore «movimenta professionisti che nel cambiamento devono accompagnare gli enti: creare conoscenza e competenza fa parte della mission del Sole, e di Norme e Tributi in particolare».

Di opinione molto diversa è invece Marco Girardo, responsabile dell’inserto di Avvenire «Economia Civile»@, che alla domanda della moderatrice ha risposto con un secco no: «Il Terzo settore non fa audience nell’attuale panorama dell’informazione, perché il “software” di questo panorama è la polarizzazione, che da un lato cerca di assecondare i consumatori per renderli sempre più soddisfatti e dall’altro sobilla cittadini sempre più arrabbiati».

Il Terzo settore sta in mezzo fra questi due poli e i suoi punti di forza sono l’autenticità e la capacità di creare relazioni. Su cento lettori generici di Avvenire, riferisce Girardo, quelli attivi – cioè i lettori che cercano un’interazione, fanno domande e creano una comunità di lettura – sono fra i venti e i trenta. Per il Terzo settore questo numero sale a sessantacinque o settanta su cento, segnando una richiesta di interazione molto più alta, da soddisfare poi attraverso i media più adatti: nel caso di Avvenire, la radio InBlu e i social network.

Nella sua rappresentazione da parte di un media, il Terzo settore in questo momento chiede «un orizzonte di approfondimento culturale forte»: un tempo di cambiamento e di difficoltà come quello attuale genera una forte domanda di senso e, conclude Girardo, «dove c’è una produzione forte di contenuti di senso c’è una riposta» in termini di audience.

Il rapporto con il servizio pubblico

Roberto Natale è intervenuto alla tavola rotonda@ a nome della neonata direzione Rai per la sostenibilità – Esg (= Environment, Social, Governance, ndr), che ha raccolto l’eredità di Rai per il sociale. Il Terzo settore, ha spiegato Natale, fa coesione sociale e questo già sarebbe sufficiente per giustificare l’attenzione da parte del servizio pubblico. A seconda di come viene trattato, poi, può anche fare audience, ma il racconto del Terzo settore è, a prescindere, un tratto costituivo dell’impegno di Rai per la sostenibilità. Quello che manca, constata Natale, è piuttosto il riconoscimento del ruolo politico del soggetto sociale.

Un esempio di questa mancanza è stato la copertura Rai delle consultazioni per la formazione del governo di Mario Draghi nel febbraio 2021, quando per la prima volta un presidente incaricato ha incontrato non solo le forze politiche ma anche i soggetti sociali. La Rai, ricorda Natale, ha seguito con varie dirette le consultazioni con i partiti, ma non quelle con sindacati, rappresentanze ambientaliste e forze sociali. Quella decisione su chi includere e chi escludere dalle dirette è stata indicativa di una sensibilità e la Rai ha bisogno che il Terzo settore la «aiuti a maturare questa sensibilità».

A questo proposito, il Forum del Terzo settore e il ministero del Lavoro, d’intesa con la direzione Rai, stanno cercando di costituire un tavolo di confronto proprio su servizio pubblico e Terzo settore. «Nell’attuale contratto di servizio – il testo che regola gli impegni Rai nei confronti dello Stato e in base al quale la Rai percepisce il canone – è rimasto solo il tema della disabilità e dell’accessibilità, un tema certamente importante ma che non può esaurire il significato del termine “sociale”».

Andare oltre l’immagine di «buoni»

Elisabetta Soglio, responsabile dell’inserto Buone Notizie in edicola il martedì con il Corriere della Sera, è più in linea con Stefano Arduini: se il Terzo settore non facesse audience, se al martedì non avessimo un aumento di copie vendute, ha detto la giornalista, Corriere Buone Notizie non esisterebbe. Si tratta anche di un’audience significativa, come ha dimostrato la presentazione, lo scorso 12 settembre, del libro di Claudia Fiaschi a conclusione del suo mandato come portavoce del Forum Terzo Settore@: nello stesso giorno del dibattito su Corriere TV fra la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni e il segretario del Pd Enrico Letta, nei giorni della grande attenzione verso il Regno Unito per la morte di Elisabetta II, a seguire lo streaming sul libro di Fiaschi sono state 398mila persone. «Questo vuol dire che se proponi bene il prodotto, se lo spieghi e lo motivi, le persone ti seguono».

Corriere Buone Notizie, ha ricordato Soglio, è nato nel 2017 anche per andare oltre l’idea che il Terzo settore è quello dei «buoni a cui tirare la giacchetta quando c’è bisogno. Non parliamo solo di buone pratiche, ma proponiamo anche temi: questi temi arrivano poi anche sul quotidiano e prima non c’erano».

Cosa fa notizia e come comunicare

Sara Vinciguerra ha poi chiesto ai partecipanti quali aspetti del rapporto Terzjus si prestano a diventare notizie da pubblicare sulle varie testate.

De Cesari e Arduino hanno citato la sentenza della Corte costituzionale n. 131 del 26 giugno 2020, che rappresenta una rivoluzione nel rapporto fra Ets e amministrazioni pubbliche. In quella sentenza, infatti, la Corte dà piena applicazione al principio di sussidiarietà contenuto nell’articolo 118 della Costituzione, affermando che gli enti riconosciuti come Ets hanno titolo a coprogrammare e coprogettare insieme alle amministrazioni pubbliche, cioè a partecipare alla definizione e realizzazione delle politiche pubbliche e non solo a fornire servizi in cambio di un corrispettivo, come era previsto dal Codice degli appalti@.

Girardo di Avvenire ha invece sottolineato che una notizia rilevante è emersa proprio durante la presentazione del rapporto, quando il presidente di Terzjus, Luigi Bobba, ha letto il messaggio del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, Andrea Orlando, che annunciava l’avvio «dell’interlocuzione con la Commissione europea finalizzata all’invio della notifica delle norme fiscali soggette ad autorizzazione» da parte dell’Ue, autorizzazione necessaria per completare la disciplina fiscale introdotta dalla riforma@.

Roberto Natale della Rai ha individuato come elemento più interessante il valore economico del Terzo settore e il suo ruolo di pilastro dell’economia italiana. Ha poi sottolineato il bisogno di formazione dei giornalisti su temi del sociale: «Vi sento parlare con grande sicurezza, che ammiro, della coppia concettuale coprogrammazione e coprogettazione», ha scherzato: «Ma fermate due giornalisti, uno sono io, e chiedete loro che vi spieghino la differenza». Natale ha fatto presente che da alcuni anni i giornalisti hanno l’obbligo di seguire dei corsi che permettano loro di ottenere crediti formativi: anche per questo, ha sostenuto Natale, se il Terzo settore propone occasioni di formazione i giornalisti le coglieranno.

Elisabetta Soglio di Corriere Buone Notizie ha invece indicato l’impresa sociale come tema «più notiziabile», ma ha anche ricordato il commento, nella tavola rotonda precedente, di Chiara Tommasini della rete CsvNet, che unisce i centri di servizio per il volontariato in Italia. Tommasini ha insistito sull’importanza di dare attenzione agli enti più piccoli e alle difficoltà che si trovano ad affrontare a causa della riforma e anche alla necessità di chiedersi che cosa significhi davvero «piccolo», dal momento che ci sono organizzazioni di dimensioni molto ridotte che hanno però un ruolo fondamentale nel loro territorio.

Comunicare meglio

In chiusura, la moderatrice ha riferito che molti enti si chiedono come fare per comunicare meglio e ha girato la domanda ai partecipanti al dibattito. Fra le risposte, quella di Natale ha sottolineato l’importanza di una comunicazione unitaria da parte degli Ets e ha aggiunto che in questi mesi si definisce il nuovo contratto di servizio Rai, perciò è opportuno che gli «enti si facciano sentire in modo da poter contare negli assetti del servizio pubblico».

Arduini di Vita ha invece ricordato che le oltre 360mila organizzazione del Terzo settore possono aprire profili social a costo zero e ha esortato tutti a immaginare che potenza comunicativa emergerebbe se anche solo un decimo di queste organizzazioni agisse in modo coordinato su un tema al mese.

Chiara Giovetti

 




Siccità, fame e guerra: il mondo a un bivio


Dal punto di vista climatico, l’estate 2022 è stata complicata. La siccità si è aggiunta alla guerra in Ucraina, spingendo quasi 50 milioni di persone, specialmente nel Corno d’Africa, sull’orlo della carestia. Intanto, le negoziazioni per il clima in vista della Cop27 non fanno progressi e il Programma alimentare mondiale fatica a trovare i fondi per assistere chi è in difficoltà.

La Cop27, o Conferenza delle parti aderenti alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, si svolgerà a Sharm El-Sheikh, in Egitto, dall’8 al 17 di novembre@. Purtroppo, le premesse non sembrano per il momento incoraggianti.

Qualcosa di più potrebbe uscire dai lavori preparatori della Pre-Cop27 previsti questo mese, magari sulla spinta dei dati pubblicati a settembre dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (Ipcc, nell’acronimo inglese) nel Rapporto di sintesi del suo sesto ciclo di valutazione@, ma anche la Conferenza sul clima di Bonn dello scorso giugno si era conclusa con pochi progressi.

Quella di Bonn è stata la prima occasione di incontro per le parti dopo la Cop26 di Glasgow del 2021. Uno dei suoi obiettivi principali era quello di definire un programma concreto per realizzare i tagli alle emissioni decisi dai paesi del mondo a Glasgow. Invece, riferiscono diverse fonti, fra cui la Bbc, la negoziazione ha subito uno stallo: sul tema delle perdite e dei danni, infatti, le parti non hanno trovato un accordo.

I paesi in via di sviluppo chiedono che Unione europea e Stati Uniti mettano loro a disposizione i fondi necessari a contrastare i danni che il cambiamento climatico sta già provocando nei loro territori. Essi ritengono le due potenze mondiali le principali responsabili delle emissioni che hanno portato all’attuale situazione. Dal canto loro, Usa e Ue respingono queste richieste, temendo che se accettassero di pagare per le emissioni storiche, potrebbero trovarsi costretti a farlo per decenni, se non secoli@.

A complicare il quadro vi è poi la posizione della Cina, oggi principale responsabile delle emissioni con dieci miliardi di tonnellate all’anno, un quarto del totale globale@. La Cina, infatti – ricorda Ferdinando Cotugno sul quotidiano Domani -, per la Convenzione Onu per i cambiamenti climatici, risulta ancora nell’elenco dei paesi in via di sviluppo, come nel 1992, e da quella posizione conduce le trattative sul clima «come (presunto) campione dei paesi in via di sviluppo».

Hunger map 2020 del World food programme

Il cambiamento climatico è già qui

«Il sistema», riporta il pezzo di Cotugno citando le parole dell’esperto della rete Climate action network, Harjeet Singh, «ha i soldi per te, paese in via di sviluppo, se vuoi mettere i pannelli solari, ha i soldi per te se vuoi migliorare l’efficienza termica della tua casa, ma non ha i soldi per te se invece i cambiamenti climatici distruggono la tua casa. Parliamo di azione per il clima, ma le persone stanno soffrendo già oggi, stanno annegando, e noi gli diciamo: non vi possiamo aiutare, ma se sopravviverete, forse vi aiuteremo a prepararvi meglio per la prossima volta»@.

Oggi, a essere distrutte, sono sempre più anche le «case» europee e statunitensi: nel nostro continente, l’estate scorsa è stata la più calda degli ultimi 500 anni@, mentre uno studio della rivista Nature, già a febbraio scorso, indicava il ventennio 2000 – 2021 come il più secco da 1.200 anni a oggi per gli stati sudoccidentali degli Usa@.

Quanto all’Africa, fra Etiopia, Kenya e Somalia, lo scorso agosto erano 22 milioni le persone che avevano difficoltà a trovare sufficiente cibo. Un numero quasi doppio rispetto ai 13 milioni in difficoltà a inizio anno, mentre le persone che non avevano accesso ad acqua pulita erano passati dai 9,5 milioni di febbraio ai 16,2 milioni di agosto.

La maggior parte degli abitanti del Corno d’Africa, riporta Unicef@, dipende dall’acqua fornita da venditori che la trasportano su camion o carretti trainati da asini, e nelle zone più duramente colpite dalla siccità molte famiglie non possono più permettersi di comprarla: ad esempio, il prezzo dell’acqua in Kenya ha subito fra gennaio 2021 e lo scorso agosto aumenti fino al 400% a Mandera, nel Nord del paese, e del 260% a Garissa, città a poco meno di 400 chilometri a Est della capitale Nairobi.

Angola, nel territorio di Luacano

Le difficoltà del Wfp

La regione del Corno d’Africa sta sperimentando la peggiore siccità degli ultimi quarant’anni perché, per quattro volte consecutive, la stagione delle piogge è stata troppo scarsa di precipitazioni e, secondo le previsioni, sarà così anche la prossima. «Ancora non si vede la fine di questa crisi», ha avvertito lo scorso agosto David Beasley, direttore esecutivo del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (World food programme, Wfp), «perciò dobbiamo trovare le risorse che servono per salvare vite umane e impedire alle persone di arrivare a livelli di fame catastrofici».

Le risorse che servono sarebbero circa 418 milioni di dollari per i prossimi sei mesi, ma ottenerli è più difficile anche a causa della guerra in Ucraina, che sta avendo conseguenze dirette sulla capacità del Wfp stesso di ottenere il cibo da distribuire nelle emergenze umanitarie, innanzitutto, in termini di forniture. Nel rapporto sull’approvvigionamento di cibo del 2021@, infatti, si legge che sia Ucraina che Federazione Russa erano fra i primi dieci fornitori dell’agenzia Onu: su 4,4 milioni di tonnellate di cibo, quasi un quinto – principalmente grano e piselli – venivano dalla prima e il 5,5% dalla seconda, che forniva grano, farina di grano, olio vegetale e legumi.

Inoltre, il Wfp prevedeva a marzo scorso che l’incremento dei prezzi del grano causati dalla guerra avrebbero determinato su base mensile un aumento di circa 23 milioni di dollari nei propri costi di approvvigionamento, che si aggiungevano ai +6 milioni di dollari al mese per maggiori costi di trasporto e ai +42 milioni di dollari di costi in più che l’agenzia già stava registrando rispetto al 2019, per un totale di 71 milioni di dollari al mese di aumento@.

Per questo la partenza dal porto di Odessa della prima nave con 23mila tonnellate di grano diretta in Etiopia, resa possibile dall’accordo Black sea grain
initiative sottoscritto da Ucraina e Russia con la mediazione di Turchia e Nazioni Unite, è stata accolta con sollievo@.

«Per fermare la fame nel mondo non basterà l’uscita delle navi dall’Ucraina – dice Beasley -, ma con il grano ucraino di nuovo sul mercato globale abbiamo la possibilità di impedire a questa crisi di aggravarsi ancora».

Borodjanka

La guerra in Ucraina e l’insicurezza alimentare

Ma le conseguenze della guerra in Ucraina vanno oltre le difficoltà del Wfp, e si traducono in insicurezza alimentare per molti paesi in via di sviluppo. Alcuni di questi, riportava l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, Fao, in una nota informativa di giugno@, hanno una significativa dipendenza dal grano russo e ucraino. L’Eritrea, ad esempio, importa tutto il proprio grano dai due paesi, la Somalia dipende da questi per circa il 93%, il Pakistan importa circa la metà del suo grano dall’Ucraina e circa un quinto dalla Russia.

Al di là della dipendenza diretta dalle importazioni di cibo, che peraltro alcuni commentatori come Ibrahima Coulibaly, della Rete coltivatori dell’Africa occidentale (Roppa), giudicano irrilevanti@, le conseguenze del conflitto riguardano l’aumento dei prezzi e l’inflazione in generale.

La riduzione della produzione agricola e i blocchi nella zona del Mar Nero, si legge in un aggiornamento pubblicato dal Wfp a giugno@, insieme alle restrizioni commerciali, hanno portato a una ridotta disponibilità di prodotti essenziali e a un forte aumento dei prezzi globali dei cereali: rispetto ai prezzi di gennaio 2022, a maggio l’incremento era stato del 48,6% per il grano, del 28,7% per il mais e del 9,3% per il riso, con implicazioni sui prezzi in tutta l’Africa orientale.

L’aumento dei prezzi del carburante e dei generi alimentari ha, inoltre, spinto al rialzo il tasso di inflazione, riducendo il potere d’acquisto delle famiglie, soprattutto di quelle più povere.

Sempre a causa di sanzioni e aumenti dei costi di produzione, i prezzi globali dei fertilizzanti sono aumentati di quasi il 30% dall’inizio del 2022. Si è così ridotta la quota di fertilizzanti importati in Africa orientale, in coincidenza, fra l’altro, con il picco della principale stagione di semina, quella di marzo-aprile-maggio. Secondo le stime del Wfp, questo potrebbe determinare una diminuzione dei raccolti del 16% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

La pandemia da Covid-19 aveva già fatto aumentare di 161 milioni il numero di persone che soffrivano la fame e, secondo la Hunger Map 2020 (mappa della fame) del Wfp, se l’attuale tendenza continua, nel 2030 le persone affamate saranno 840 milioni@.

Questi calcoli non tengono però in considerazione la guerra, il cui impatto può essere per ora solo stimato: nelle simulazioni della Fao, considerando il calo nelle esportazioni previsto dall’Ucraina e dalla Federazione Russa nel 2022 e 2023 e ipotizzando che la disponibilità globale di cibo non verrà compensata con derrate prodotte altrove, nel 2023 il numero di persone denutrite nel mondo potrebbe aumentare di quasi 19 milioni@.

Funerale di tre fratelli uccisi dalla guerriglia in Colombia

Clima e guerre, un nodo sempre più stretto

La guerra in Ucraina, spiega Champa Patel, che si occupa del futuro del conflitto con il gruppo di ricerca International crisis group, nel suo podcast War & peace@, spiega che la guerra ha anche un impatto negativo sulla lotta al cambiamento climatico, perché il ritorno parziale di molti paesi occidentali a fonti di energia fossili per liberarsi dalla dipendenza dal gas russo, rallenta il cammino verso il raggiungimento degli obiettivi climatici, a cominciare dalla riduzione delle emissioni.

Raggiungere questi obiettivi, spiega Patel, è a sua volta «necessario per evitare che il cambiamento climatico abbia effetti catastrofici, soprattutto in quei paesi che sono già fragili o in conflitto». Il clima non provoca le guerre in modo diretto, ma agisce da «moltiplicatore della minaccia e contribuisce al conflitto esacerbando tensioni che esistono già».

C’è poi un aspetto della guerra e del suo incidere sul clima che a oggi è misurato in modo impreciso: le emissioni del settore militare. Axel Michaelowa, fondatore dell’agenzia di consulenze tedesca Perspectives climate group, ha spiegato all’emittente pubblica Deutsche Welle che le emissioni militari possono raggiungere centinaia di milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno. «Le emissioni annuali dirette dei comparti militari in grandi paesi come Stati Uniti e Regno Unito raggiungono l’1% del totale nazionale», la maggior parte per il funzionamento di aerei da combattimento. Altre derivano anche dalla distruzione delle riserve di carbonio durante le guerre, mentre le emissioni indirette per ricostruire città e infrastrutture dopo un conflitto possono facilmente superare i 100 milioni di tonnellate di CO2: circa un quarto dei gas serra emessi dall’Italia@.

Chiara Giovetti

Campo di girasoli in Ucraina




Conferenza cooperazione:

non c’è pace senza sviluppo


Nei giorni 23 e 24 di giugno scorsi, si è svolta a Roma la seconda Conferenza nazionale della cooperazione. Appuntamento fissato per legge, la due giorni ha restituito un’immagine della cooperazione e dei suoi attori profondamente cambiata dagli eventi epocali degli ultimi tre anni.

Pace, persone, prosperità, pianeta e partnership: sono le cinque P dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, quella che contiene gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Cinque parole chiave che hanno dato il nome ad altrettante tavole rotonde di Coopera, la seconda Conferenza nazionale della cooperazione allo sviluppo, che si è svolta a Roma lo scorso giugno@.

La precedente Coopera si era tenuta nel gennaio del 2018 e, facendo un confronto anche solo superficiale fra i programmi, alcune differenza saltano all’occhio: tre anni e mezzo fa, la comunità della cooperazione aveva dato grande risalto al dibattito sulla collaborazione con il settore privato, sulla comunicazione e sulla migrazione, mentre aveva parlato meno di pace e di clima@.

Quest’anno, anche se il tema della migrazione è rimasto centrale – anche per via della recente aggressione russa all’Ucraina e dei cinque milioni di profughi che ha causato -, si è parlato molto di più di pace, di ambiente e di crisi climatica, mentre la collaborazione con il mondo profit è stata trattata come elemento che integra la cooperazione.

L’impressione è che, se Coopera 2018@ sottolineava l’importanza della cooperazione in sè – forse per tentare di arginare l’ostilità verso l’aiuto allo sviluppo alimentata dal clima politico dell’epoca -, la conferenza di quest’anno abbia insistito piuttosto sull’argomento che da soli non ci si salva, come la crisi climatica, la pandemia e la guerra in Ucraina stanno dimostrando.

La sensazione di un mondo interconnesso in modo non reversibile e di un’urgenza non rimandabile è emersa in modo più potente rispetto al 2018 e ha ripreso forza il dibattito sull’impegno ad aumentare la percentuale di Pil da destinare alla cooperazione, per portarlo dall’attuale 0,28% allo 0,70% richiesto dalle Nazioni Unite già cinquant’anni fa, come ha ricordato la portavoce della campagna 070 e presidente della Focsiv, Ivana Borsotto@.

Intervento del Cardinal Parolin

Pace@

La prima tavola rotonda della Conferenza è iniziata con un omaggio all’ambasciatore Luca Attanasio, ucciso nel febbraio del 2021 insieme al carabiniere della scorta, Vittorio Iacovacci, e all’autista del convoglio, Mustapha Milambo, in un agguato nei pressi di Goma, Repubblica democratica del Congo.

La viceministra Marina Sereni ha sottolineato il legame fra intervento umanitario e sviluppo nelle emergenze e nei conflitti. «Dobbiamo avere un’ottica di medio periodo», ha detto Sereni, «e indirizzare gli aiuti in modo da portare assistenza alla popolazione, ma anche rafforzarne la resilienza».

Stimolo, questo, subito raccolto da Fatima Gailani, negoziatrice di pace ed ex presidente della Mezzaluna rossa afghana, che si è fatta portavoce del timore della popolazione afghana che la comunità internazionale abbandoni il paese per ostilità verso l’attuale regime dei talebani, al quale gli aiuti danno sollievo. «È una scelta difficile, ma fatela pensando ai 35 milioni di persone che non sopravviverebbero un solo giorno senza quegli aiuti».

La Ong Emergency, ha poi affermato la sua presidente Rossella Miccio, non solo non ha abbandonato il paese, ma ha ampliato la sua presenza, introducendo fra l’altro una scuola di specializzazione per medici nella quale il 20% degli studenti è costituito da ragazze. L’anno scorso il mondo ha sborsato 2.113 miliardi in spese militari, ha ricordato Miccio, e solo 175 miliardi in aiuti allo sviluppo. Raggiungere lo 0,70% del Pil in cooperazione è davvero «l’obiettivo minimo», e per farlo occorre una volontà politica chiara che scelga questa strada e la porti avanti con la collaborazione di tutti.

L’Africa, ha poi spiegato il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo, è il continente con più conflitti e con il maggior numero di paesi nei quali la democrazia regredisce: si registrano infatti numerosi colpi di stato e l’espandersi del jihadismo, che nella provincia mozambicana di Cabo Delgado ha già provocato 850mila sfollati. Chiederci a che cosa serve la cooperazione, ha detto Impagliazzo, equivale a chiedersi a che cosa serve l’Italia.

Intervento di Suor Alessandra Smerill

Persone@

Il panel sul tema Persone ha messo al centro la migrazione, con l’intervento della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese che ha ricordato l’accordo raggiunto al Consiglio affari interni dell’Unione Europea lo scorso 10 giugno: su 28 paesi presenti al Consiglio, 18 paesi membri e tre dei quattro cosiddetti associati (cioè non membri Ue ma aderenti al trattato di Schengen) hanno deciso di aderire al meccanismo per il ricollocamento dei migranti, introducendo così accanto al principio di responsabilità anche il principio di solidarietà fra stati europei, con un impegno ad aiutare i paesi di primo ingresso come l’Italia.

Sul nesso fra accoglienza e integrazione si è invece soffermato padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli: «Non dobbiamo pensare all’accoglienza solo in termini di spazio, di quante persone possiamo accogliere», ha spiegato il gesuita, «dobbiamo vederla come la faccia di una medaglia di cui l’altra faccia è l’integrazione». Per la legge attuale, ad esempio, i richiedenti asilo non possono accedere a corsi di formazione professionale. Eppure i dati ci dicono che la loro permanenza in Italia dura anni e allora varrebbe la pena pensarli da subito come nuovi residenti.

La seconda parte della tavola rotonda ha affrontato temi sanitari legati alla pandemia e all’aumento delle diseguaglianze che questa ha causato, ma anche problemi noti da tempo, come l’antibiotico-resistenza che ha reso inefficaci un’ampia fascia di antimicrobici. È fondamentale investire in vaccini e tecnologie, ha precisato la direttrice del Centro della regione Toscana per la salute globale, Maria José Caldés Pinilla: nel Sud del mondo la popolazione vaccinata è fra il 16 e il 20% e questo è preoccupante. Ma è altrettanto fondamentale investire per rafforzare i sistemi sanitari pubblici nel mondo, affinché possano non solo rispondere a future pandemie, ma anche garantire alle donne un parto sicuro.

Intervento di Walter Ricciardi, consulente del Ministro della Sanità.

Pianeta, Prosperità, Partnership

La tavola rotonda sulla Prosperità ha visto la partecipazione del ministro dell’Economia e delle finanze Daniele Franco e, fra gli altri, l’intervento di suor Alessandra Smerilli, religiosa salesiana a capo del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale della Santa Sede@. A causa degli stravolgimenti degli ultimi anni, ha detto suor Alessandra, alcuni dogmi economici sono crollati e modelli alternativi di sviluppo considerati prima un po’ esotici ora non appaiono più come tali. Citando l’economista britannica Kate Raworth, suor Smerilli ha parlato dell’economia della ciambella@: «Finora abbiamo pensato che tutto può essere rappresentato da un grafico su assi cartesiani dove “buono” è ciò che va verso destra e verso l’alto. Immaginiamo invece il sistema economico come un grafico a forma di ciambella, nel cui buco stanno tutti coloro che non si vedono garantiti nemmeno i diritti fondamentali, mentre fuori dalla ciambella stanno quanti vivono senza rispettare i limiti del pianeta. Una finanza per lo sviluppo dovrebbe avere il compito di aiutarci a rimanere tutti dentro quei limiti», ha concluso suor Alessandra, cioè nello spazio delimitato dalla ciambella.

Quanto al panel sul Pianeta@, il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha sottolineato che è indispensabile rimuovere le diseguaglianze globali perché la transizione ecologica abbia successo e che «la sobrietà è la forma più sofisticata di resilienza». Francesco La Camera, presidente dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (Irena), ha poi affermato che la crisi attuale dovuta alla guerra in Ucraina avrà nel breve periodo un effetto negativo sulla transizione energetica, per via del ricorso temporaneo a fonti tradizionali per produrre elettricità; tuttavia, nel medio-lungo periodo la crisi potrebbe determinare addirittura un’accelerazione della transizione. Per i paesi che hanno bisogno di trovare alternative al gas russo, infatti, passare al carbone nell’immediato è un modo per non vincolarsi ad altri fornitori di gas firmando con questi contratti a lungo termine, il rispetto dei quali poi allungherebbe i tempi per il definitivo passaggio alle fonti di energia pulita.

L’ultima tavola rotonda sulla Partnership@ ha riguardato la costruzione dei partenariati multi-attore per lo sviluppo sostenibile e ha visto fra gli altri l’intervento in collegamento di Elly Schlein, vicepresidente della Regione Emilia-Romagna. Schlein ha raccontato di aver partecipato in giugno all’incontro dei 70 direttori nazionali della federazione di Ong ActionAid e di averli visti convergere su un punto: «Serve partecipazione per fare partenariati solidi, ma bisogna soprattutto mettere le fasce più deboli delle nostre popolazioni in condizioni di partecipare».

Chiara Giovetti

Intervento di Mattarella, presidente della Repubblica


Italia in Africa

Il XII Convegno SpeRA

Lo scorso maggio, nei giorni 26 e 27, si è svolto in modalità ibrida – in parte online e in parte in presenza al ministero degli Affari esteri e della Cooperazione interazionale, Maeci – il convegno Italia e Africa@.

Organizzatore ne è stato il consorzio SpeRA, un coordinamento che riunisce diverse associazioni di volontariato attive nella cooperazione in Africa e che ha l’obiettivo di favorire la collaborazione e lo scambio di informazioni fra organizzazioni impegnate nel Continente@.

Le due giornate di tavole rotonde hanno permesso il confronto tra una ventina di partecipanti appartenenti a quattro articolazioni della società: l’università, la chiesta missionaria, l’imprenditoria e il volontariato, inteso quest’ultimo – nelle parole del direttore centrale  per l’Africa subsahariana al Maeci, ambasciatore Giuseppe Mistretta – come cooperazione spontanea, cioè non istituzionale.

A rappresentare la chiesa missionaria sono stati i tre interventi di suor Paola Moggi, direttrice di «Combonifem», la rivista del Centro di comunicazione delle Suore missionarie comboniane, di padre Matteo Pettinari, missionario della Consolata in Costa d’Avorio e di chi scrive, in qualità di responsabile dell’ufficio progetti di Missioni Consolata Onlus e collaboratrice di MC.

La sessione del 26 maggio mattina ha affrontato il tema dei progetti e delle opere italiane nei paesi africani. In questo contesto, la chiesa missionaria ha presentato tre iniziative: una scuola nella contea di Foya, Nord Ovest della Liberia, illustrata con un video inviato da padre Lorenzo Snider, missionario della Società delle missioni africane (Sma) responsabile della scuola; il progetto educativo delle Suore missionarie comboniane a Butembo, Nord Kivu, Rd Congo, presentato nel video inviato dalla superiora regionale suor Cinzia Trotta; il Consolata hospital Ikonda, descritto attraverso il video ufficiale visualizzabile online sul sito dell’ospedale@.

Il 26 pomeriggio il convegno ha affrontato il tema «La società civile e religiosa italiana: processi di integrazione in Africa», mentre la mattina del 27 è stata dedicata alle sinergie per la salute globale, o «OneHealth», ossia «un modello sanitario basato sull’integrazione di discipline diverse» e «sul riconoscimento che la salute umana, la salute animale e la salute dell’ecosistema sono legate indissolubilmente»@.

La sessione finale del pomeriggio del 27, dedicata agli interventi istituzionali e alla sintesi dei lavori, ha visto l’emergere di un dibattito in corso da tempo nel mondo del volontariato: per molte piccole associazioni è impossibile operare gli adeguamenti – principalmente tecnici, di personale e di bilancio – necessari per essere riconosciute come attori della cooperazione istituzionale. Nonostante questo, con grande impegno e spesso sopportando costi anche notevoli, svolgono numerose attività in Africa e nel mondo, sono a tutti gli effetti una parte della cooperazione dell’Italia e vorrebbero vedere riconosciuto dalle istituzioni il loro ruolo.

Intervento della viceministro Marina Sereni

La risposta delle istituzioni – affidata alla viceministra degli Esteri Marina Sereni – è stata di voler certamente valorizzare il mondo delle piccole associazioni e della cooperazione spontanea, ma di volerlo e doverlo fare nel contesto indicato dalla legge 125/2014 sulla cooperazione, a sua volta frutto di un adeguamento legislativo alle modalità di cooperazione adottate dagli altri paesi europei. Se non possiamo costringere nessuno a adattarsi a un modello unico, ha detto la viceministra riferendosi al modello della cooperazione istituzionale, non possiamo nemmeno pensare che questo modello si adatti alle piccole organizzazioni. L’Italia è sottoposta alla valutazione dell’Ocse-Dac, il comitato di controllo sull’aiuto pubblico allo sviluppo dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, e certe procedure che per le piccole associazioni appaiono come rigidità sono tuttavia necessarie per rispettare gli impegni che l’Italia ha preso a livello internazionale.

È legittimo e giusto, ha concluso, che la piccola organizzazione non si iscriva al Registro del Terzo settore, non abbia la forza di partecipare ai bandi, non voglia stare all’interno di regole rigide, così come è giusto che questo tipo di volontariato venga riconosciuto e valorizzato sia dalla rete diplomatica italiana che dalla cooperazione istituzionale, in modi che volontariato e istituzioni devono cercare di definire insieme.

Chi.Gio.




Più cuore e più spazio


L’ospedale di Neisu, in Congo, si è arricchito di un reparto di cardiologia, mentre in Costa d’Avorio il centro di salute di Marandallah avrà presto una nuova farmacia e il centro di Dianra potrà contare su un reparto per il ricovero di pazienti.

Le malattie cardiovascolari (Mcv) sono la principale causa di morte sul pianeta: secondo i dati riferiti al 2019 dello studio Global burden of disease (Gbd) dell’Institute for health metrics and evaluation (Ihme) dell’Università di Washington (Usa). Queste patologie hanno, infatti, provocato 18,5 milioni di decessi su un totale mondiale di 56,5 milioni, un decesso su tre. Si tratta di cardiopatie ischemiche nella metà dei casi, di ictus in un caso su tre e di altre patologie nel restante 17% dei casi. Oltre l’80% di queste morti avvengono in paesi a basso e medio reddito.

Il paese numericamente più colpito è la Cina, con oltre 4,5 milioni di decessi, che rappresentano però il 43% del totale dei decessi nel paese. Ad avere il primato in termini percentuali è l’Ucraina, le cui 449mila morti causate da malattie cardiovascolari sono il 64% del totale nazionale@.

In Africa subsahariana, nel 2019 le morti per Mcv sono state un milione, quasi raddoppiate rispetto alle 564mila del 1990. Anche a livello globale si è verificato un aumento, ma è pari a circa il 50%, dai 12 milioni del 1990 a 18,5 milioni attuali, mentre nell’Unione europea vi è stata una lieve diminuzione, passando da 2,3 milioni a due.

Un rapporto pubblicato nel 2014 dall’Organizzazione mondiale della sanità sottolineava come una delle cause dell’aumento di queste patologie in Africa subsahariana fosse l’invecchiamento della popolazione. La regione aveva anche la più alta prevalenza – cioè persone malate sul totale della popolazione – di ipertensione al mondo: 38,1% tra i maschi, 35,5% tra le femmine con alcuni paesi – Capo Verde, Mozambico, Niger, São Tomé e Principe – che riportavano tassi di prevalenza del 50% o superiori.

C’erano circa 80 milioni di adulti con ipertensione nell’Africa sub-sahariana nel 2000, si legge ancora nel rapporto, e le proiezioni del 2014 suggerivano che questa cifra salirà a 150 milioni entro il 2025. Fra le cause che il rapporto indicava, vi era la frequente assunzione di sale a dosi elevate: il sale viene infatti utilizzato per conservare gli alimenti ma anche aggiunto per rendere più gustosi i cibi@.

La situazione in Congo

Nel 2019 in Repubblica democratica del Congo sono morte 564mila persone, di cui quasi 90mila – il 16% – per malattie cardiovascolari. Per 31mila e settecento persone – circa una su tre – si è trattato di cardiopatie ischemiche e 33mila – di nuovo un terzo – sono state colpite da ictus, mentre delle restanti 25mila, oltre la metà è deceduta a causa di una cardiopatia ipertensiva.

Vale per la Rd Congo la stessa tendenza segnalata sopra per l’Africa subsahariana: le morti da malattie cardiovascolari sono raddoppiate, da poco più di 45mila del 1990 alle attuali 90mila.

A complicare le cose vi è la scarsa disponibilità di personale sanitario nel paese che conta 30.768 medici generalisti e 778 specialisti per una popolazione di quasi 90 milioni di persone, un rapporto di 0,4 medici ogni mille abitanti, che sale a 1,5 ogni mille se si considera anche il personale infermieristico@. Per avere un termine di paragone, secondo i dati Istat più recenti, del 2019, in Italia il rapporto è di 4 medici ogni mille abitanti considerando generalisti e specialisti insieme, e sale a 10 ogni mille abitanti se si aggiunge il personale infermieristico@.

All’ospedale Notre Dame della Consolata (Hndc) che i missionari Imc gestiscono a Neisu, provincia dell’Alto Uélé, Nordest della Rd Congo, nel 2020 le malattie cardiovascolari sono state la causa di otto su 49 decessi (16%) fra i ricoverati in terapia intensiva, sette per insufficienza cardiaca e uno per ipertensione, mentre in medicina generale 20 delle 39 morti (51%) sono state causate da insufficienza cardiaca.

Quanto ai ricoverati, sui 908 ricoveri in medicina interna, 193 avevano patologie cardiovascolari – circa un paziente su cinque – nella maggior parte dei casi (174) un’insufficienza cardiaca, mentre in terapia intensiva, su 309 ammessi, 32 avevano una Mcv, circa uno su dieci. In 29 casi si trattava ancora una volta di insufficienza cardiaca.

Un reparto cardiologia per Neisu

L’ospedale Notre Dame de la Consolata di Neisu è nato all’inizio degli anni Ottanta come dispensario, per iniziativa di padre Oscar Goapper, medico e missionario poi scomparso nel 1999. Oggi la struttura sanitaria consiste di un ospedale centrale e 12 centri periferici, di cui il più lontano si trova a 55 chilometri dalla struttura centrale, in una zona che può richiedere un’intera giornata per essere raggiunta perché le strade non sono asfaltate e spesso sono dissestate: durante la stagione delle piogge, infatti, acqua e fango le rendono impraticabili.

L’ospedale ha oggi 210 posti letto e il personale è composto da 5 medici generalisti, 46 infermieri all’ospedale più 11 nei centri periferici, e 32 dipendenti tra impiegati dell’amministrazione, inservienti e addetti alla manutenzione. Nel 2021 i parti sono stati 599 e le visite esterne quasi 6.200.

La struttura, fino a pochi mesi fa, non disponeva di un reparto di cardiologia, né poteva riferire i pazienti ai centri sanitari del capoluogo provinciale, Isiro, non solo per le distanze, ma soprattutto perché nemmeno in città esisteva un reparto in cui assistere le persone con Mcv. «Ricoveriamo i malati in medicina interna o terapia intensiva», spiegava Ivo Lazzaroni, missionario laico responsabile dell’ospedale, «causando loro ulteriore stress e disagio alla vista di altri ammalati in condizioni difficili o, a volte, già in stato terminale. Era chiaro che serviva un nuovo padiglione solo per malati cardiaci, dove potessero essere loro garantite cure adeguate e riposo. Per questo abbiamo pensato di costruire un reparto con due stanze da dieci posti letto l’una, un ambulatorio e due stanze private con toilette».

Grazie alla generosità di diversi donatori privati e aziende, i lavori strutturali sono iniziati nella primavera del 2021 e si sono conclusi nei primi mesi di quest’anno, mentre è ora in corso l’acquisto di equipaggiamento, attrezzature e arredamento: ecografo o ecodoppler, letti e altro mobilio essenziale. Era inoltre necessario formare il personale sanitario in modo che si specializzasse sulle Mcv: grazie a un’altra donazione privata è stato possibile inviare la dottoressa Michèline e le infermiere Mariamo e Marie Noelle a Kinshasa, capitale del paese, a frequentare un corso di formazione di tre mesi.

Costa d’Avorio: piccoli centri, grandi servizi

In Costa d’Avorio i Missionari della Consolata gestiscono due centri sanitari nel Nord del paese: il Centre de santé Joseph Allamano (Csja) a Dianra e il Centre de santé Notre Dame de la Consolata (Csndc) a Marandallah.

A Dianra, ai servizi già presenti – dispensario, maternità, farmacia, laboratorio analisi – si sono aggiunti a partire dal 2019 un servizio odontoiatrico, un programma nutrizionale e un servizio di accompagnamento alle persone affette da patologie mentali. Grazie al sostegno di un donatore privato, si è poi avviato il servizio trasfusioni, con l’installazione di un frigo per la banca del sangue, portato avanti nel quadro della fruttuosa collaborazione con le autorità sanitarie locali.

Il servizio trasfusioni, rivolto specialmente a bambini affetti da anemia grave, ha ricevuto più richieste di quanto il responsabile del Csja, padre Matteo Pettinari, si aspettasse, e il numero di posti a disposizione nelle sale degenza si è presto rivelato troppo basso. Padre Matteo ha aggiunto materassi posati al suolo nelle sale degenza, ma è stato subito chiaro che non poteva trattarsi di una soluzione né sufficiente né definitiva. Per questo si sta ora completando la costruzione di un’ulteriore sala per l’ospedalizzazione, che permetterà di accogliere in spazi adeguati i pazienti che necessitano di una trasfusione tenendoli separati da quelli ospedalizzati.

Un altro intervento in corso a Dianra è quello della messa a norma del centro come richiesto dalle autorità sanitarie locali: si sta dunque provvedendo a tinteggiare o piastrellare le sale di visita e attesa, a dotare il centro di pattumiere a pedale, a sostituire le tende di stoffa con altre di un materiale plastificato per poterle più facilmente disinfettare e altri accorgimenti di questo tipo.

Presso il centro di salute di Marandallah, invece, grazie a diverse donazioni di privati e aziende, si sta procedendo alla costruzione di una farmacia più grande, poiché quella attuale – spiegava a inizio 2021 il responsabile padre Alex Likono – non aveva più spazio sufficiente né per lo stoccaggio dei medicinali né per permettere al personale di muoversi in modo agevole e trovare con rapidità i farmaci. Si stanno inoltre acquistando e installando ventilatori in ogni reparto – durante la stagione più calda, in questa zona della Costa d’Avorio si arriva a temperature intorno ai 40° – in modo da garantire una degenza il più possibile confortevole ai pazienti e un ambiente di lavoro gradevole al personale.

Chiara Giovetti


I numeri degli ospedali e dei centri sanitari:

Anno 2021                         consulti       parti         posti letto       personale

Hndc Neisu                       6.191            599          210                  94

Csja Dianra                       3.850           175           8                      25

Csndc Marandallah          3.286          91             18                     25


Vaccino malaria, a che punto siamo

Lo scorso aprile l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) riportava che era arrivato a un milione il numero di bambini fra Kenya, Malawi e Ghana che avevano ricevuto una o più dosi di RTS,S (noto come Mosquirix), il vaccino attivo contro il Plasmodium falciparum, il più letale dei parassiti che causano la malaria e quello più diffuso in Africa. Il vaccino non offre protezione contro il Plasmodium vivax, parassita diffuso invece in molti paesi non africani. L’efficacia del vaccino era stata confermata nello studio di fase 3 della sperimentazione clinica, avvenuta fra il 2014 e il 2019: tra i bambini di età compresa tra 5 e 17 mesi che hanno ricevuto tre dosi di RTS,S somministrate a intervalli di un mese, seguite da una quarta dose 18 mesi dopo, il vaccino ha ridotto la malaria del 39%, cioè l’aveva prevenuta in quasi quattro casi su dieci. Le quattro dosi hanno anche ridotto del 31,5% la malaria grave in questa fascia di età, riducendo i ricoveri e la necessità di trasfusioni di sangue. Tra i bambini che all’età di 5-17 mesi hanno ricevuto le prime tre dosi senza poi ricevere la quarta, il beneficio protettivo contro la malaria grave è andato perso, evidenziando l’importanza della quarta dose.
Tra i bambini più piccoli, invece, il vaccino contro la malaria non ha funzionato abbastanza bene da giustificarne l’ulteriore utilizzo in questa fascia di età.
Il programma vaccinale pilota è stato lanciato nell’aprile 2019 e si prevede finisca nel 2023: allora saranno disponibili i dati più consolidati sulla fattibilità della somministrazione, sul ruolo del vaccino nel ridurre le morti e sulla sua sicurezza nell’uso di routine. Questi risultati, spiega l’Oms, informeranno le future decisioni circa la possibilità di somministrazione su larga scala@.

Chi.Gi.




Rimesse e rifugiati


Il 16 giugno è la Giornata mondiale delle rimesse familiari, mentre il 20 giugno è la Giornata mondiale del rifugiato. Due occasioni per farsi un’idea dell’ampiezza di questi fenomeni e per riflettere sulla vita delle persone che vivono lontano da casa e sul contributo che danno alle comunità di origine e di soggiorno.

Secondo le proiezioni diffuse lo scorso novembre dalla Banca Mondiale, le rimesse dei lavoratori migranti verso i paesi a medio e basso reddito avrebbero raggiunto nel 2021 i 589 miliardi di dollari, con un incremento del 7,3% rispetto al 2020, quando si erano attestate sui 549 miliardi. La ripresa del 2021, sottolinea la Banca, fa seguito alla tenuta osservata nei flussi del 2020, quando le rimesse si erano ridotte solo dell’1,7% rispetto all’anno prima, nonostante il pianeta si trovasse, a causa della pandemia da coronavirus, in una delle più profonde recessioni di sempre e le prime stime avessero indicato un possibile calo delle rimesse del 19,7%@.

Il fenomeno, si legge sul sito ufficiale della Giornata mondiale delle rimesse familiari, interessa un miliardo di persone, cioè circa una persona ogni otto, il 14% della popolazione mondiale: sono infatti 200 milioni i lavoratori migranti che inviano risorse e 800 milioni i loro familiari che le ricevono. Le famiglie beneficiarie usano tre quarti del denaro ricevuto per soddisfare bisogni primari: cibo, istruzione, cure mediche@.

Sempre secondo i dati presenti sul sito, il totale delle rimesse mondiali – considerando quindi tutti i paesi del mondo e non solo quelli a basso e medio reddito – sarebbe pari a 859 miliardi di dollari. La metà dei fondi inviati va alle aree rurali e per ottanta paesi queste risorse rappresenterebbero oltre il 3% del Pil.

Secondo le stime, che saranno poi corrette o confermate nel corso di quest’anno, i primi dieci paesi riceventi nel 2021 sono stati India (87 miliardi di dollari), Cina e Messico (53), Filippine (36), Egitto e Pakistan (33), Bangladesh (12), Vietnam e Nigeria (18) e Ucraina (16). Per alcuni paesi il peso delle rimesse sull’economia nazionale è decisivo: per Tonga, rappresenta il 44% del Pil, per il Libano il 35%, il 30% per il Kirghizistan.

Nel 2021, secondo i dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), l’aiuto pubblico allo sviluppo a livello globale è stato di 178,9 miliardi di dollari: un terzo delle rimesse verso i paesi a medio e basso reddito@.

Difficoltà di misurazione

Non è facile quantificare con precisione i volumi delle rimesse familiari. La difficoltà emerge già dal confronto fra il dato riportato dal sito della Giornata mondiale circa il totale delle rimesse planetarie, gli 859 miliardi di dollari citati sopra, e il totale dei flussi di rimesse indicati dalla Banca Mondiale, secondo la quale sarebbero pari a 751 miliardi di dollari.

Come osserva uno studio del Migration data portal, un portale sulla migrazione curato dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) insieme ad altri partner, fra cui l’Agenzia per la cooperazione tedesca, occorre innanzitutto chiarire che Fondo monetario internazionale e Banca Mondiale usano, per determinare il volume delle rimesse, i dati statistici relativi alla bilancia dei pagamenti nazionale fornita dalle banche centrali dei vari paesi. In particolare, a comporre le rimesse contribuiscono due voci: da un lato, i compensi percepiti dai lavoratori dipendenti nel paese ospitante, a loro volta composti dai redditi dei lavoratori migranti temporanei e del personale di ambasciate, organizzazioni internazionali e società straniere; dall’altro, i trasferimenti personali da un paese all’altro, fatti da privati in favore di privati@.

La categoria «compensi dei dipendenti» può contribuire a «sovrastimare in modo significativo le rimesse dei migranti se un paese ha una grande presenza delle Nazioni Unite e/o di un’ambasciata e ospita fabbriche di società transnazionali che impiegano un gran numero di lavoratori. Questi dipendenti possono essere contati come “non residenti” o migranti nel paese e i loro stipendi essere registrati come rimesse».

Quanto ai trasferimenti personali, la categoria comprende le transazioni che vanno da un paese all’altro, a prescindere dal fatto che a inviare o ricevere denaro sia un migrante: per questo, l’invio di somme anche consistenti di denaro da parte di investitori privati o delle diaspore per effettuare investimenti, acquisti o altre transazioni finanziarie possono finire nel computo, anche se è difficile immaginare che queste operazioni siano rimesse familiari.

Se questi fattori portano a sovrastimare i volumi, ce ne sono altri che invece possono contribuire a sottostimarli: il Fondo monetario e la Banca Mondiale, spiega lo studio su Migration data portal, si concentrano sui fondi trasferiti attraverso i canali ufficiali, cioè le banche, mentre le piccole transazioni fatte tramite le agenzie come Western Union, le poste o i servizi via cellulare, come Sendwave legato a Mpesa per l’East Africa, non sempre sono inclusi, meno ancora lo sono i passaggi di fondi informali tramite parenti e amici. «Poiché questi trasferimenti non sistematicamente inclusi nella bilancia dei pagamenti possono avere volumi significativi, specialmente fra paesi del Sud del mondo, è possibile che i dati ufficiali sottostimino il fenomeno fino al 50%».

Nogales, Croci sul lato messicano del muro di confine con gli Usa in ricordo delle migliaia di morti nel disperato tentativo di passare il confine.

Costi alti per l’invio

Secondo quanto riportato da Ifad, il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo delle Nazioni Unite, in media i migranti inviano a casa una cifra compresa fra 200 e 300 dollari ogni mese o bimestre. Questa cifra, chiarisce Ifad, rappresenta solo il 15% di ciò che guadagnano, mentre l’85% rimane nei paesi ospitanti. Tuttavia, la cifra inviata può rappresentare fino al 60% del reddito familiare@.

I costi dell’invio dei fondi sono piuttosto elevati: in media il 6,4% della somma inviata nel secondo trimestre del 2021, con picchi fino all’8% nell’Africa subsahariana. Va un po’ meglio se si utilizzano i canali digitali, che nel primo trimestre dell’anno scorso hanno permesso di abbassare i costi fino al 5,1%. In entrambi i casi, comunque, i costi rimangono piuttosto lontani dalla soglia del 3% entro il 2030 indicata dall’obiettivo di sviluppo sostenibile 10c.

Le limitazioni di movimento imposte con i lockdown hanno fatto aumentare le transazioni digitali, che hanno raggiunto i 12,7 miliardi di dollari crescendo del 65% rispetto all’anno precedente.

Ma il principale ostacolo all’uso degli strumenti digitali continua a essere il fatto che questi necessitano di un conto corrente per essere attivati: moltissimi migranti e i loro familiari continuano a non avere conti correnti nei loro paesi d’origine.

Ai costi elevati si aggiungono poi in alcuni casi i rischi legati al mal funzionamento degli intermediari: lo scorso aprile il New York Times riportava una denuncia da parte dell’ufficio per la protezione finanziaria dei consumatori e del procuratore generale dello stato di New York ai danni della società di trasferimento fondi MoneyGram, accusata di aver danneggiato i consumatori ritardando inutilmente le transazioni, non effettuando i rimborsi delle commissioni richieste quando gli invii non venivano completati in tempo e omettendo di indagare e correggere gli errori commessi nei trasferimenti@.

Deep Sea slum, Nairobi. Punto Mpesa per trasferimento di soldi via cellulare.

Rifugiati in aumento

Secondo i dati aggiornati allo scorso novembre dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), c’erano nel 2021 nel mondo 48 milioni di sfollati interni, 26,6 milioni di rifugiati e 4,4 milioni di richiedenti asilo, per un totale di 84 milioni di persone: più o meno l’equivalente della popolazione della Germania.

Circa il 42%, cioè 35 milioni, sono bambini sotto i 18 anni. Due su tre di questi provenivano da cinque paesi: Siria, Venezuela, Afghanistan, Sud Sudan e Myanmar, mentre il 39% era ospitato in cinque paesi: Turchia (3,7 milioni), Colombia (1,7), Uganda (1,5), Pakistan (1,4) e Germania (1,2). Sono i paesi in via di sviluppo ad accogliere l’85% dei rifugiati e tre rifugiati su quattro sono ospitati nei paesi limitrofi a quelli di partenza.

Questi dati non potevano tenere conto della guerra e della relativa emergenza umanitaria e migratoria in Ucraina, che al numero dei profughi e richiedenti asilo ha aggiunto 5,3 milioni di persone fuggite nei paesi confinanti@ e 7,7 milioni di sfollati interni@ (dati del 19 aprile 2022, vedi sotto).

Un’altra grande crisi umanitaria del pianeta è quella dello Yemen, con 4,3 milioni di sfollati interni, dei quali il 79% sono donne e bambini, e oltre 23 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria. Nell’aggiornamento di aprile 2022, l’Alto commissariato riportava che per garantire assistenza a queste persone nell’anno in corso erano necessari 291,3 milioni di dollari, ma al 12 aprile solo 49,2 milioni erano stati messi a disposizione dai vari donatori dell’Unhcr@. Resta poi irrisolta anche la crisi siriana, con 6,7 milioni di sfollati interni e 6,6 milioni di rifugiati nel mondo, di cui 5,6 milioni accolti nei paesi confinanti con la Siria@.

Chiara Giovetti


Ucraina, rimesse e rifugiati

Secondo i dati disponibili sul sito dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, al 26 aprile erano 5.317.219 le persone che avevano lasciato l’Ucraina dallo scoppio della guerra, il 24 febbraio. Di questi, 2,9 milioni si erano spostati in Polonia, 793mila in Romania, 627mila in Russia, 507mila in Ungheria, 437mila in Moldavia, 360mila in Slovacchia e poco meno di 25mila in Bielorussia@.

Su una popolazione totale di 44 milioni di persone, a fine aprile 24 milioni avevano urgente bisogno di assistenza umanitaria e protezione. Secondo le proiezioni dell’Unhcr i rifugiati potrebbero arrivare a 8,3 milioni a dicembre 2022@.

A metà 2020 gli ucraini che vivevano al di fuori del paese erano 6.139.144, di cui 2.778.617 uomini e 3.360.527 donne, più o meno equamente divisi tra Europa e Federazione russa. L’Unione europea ne ospitava circa 833mila, di cui quasi 290mila in Germania, 272mila in Polonia e poco meno di 250mila in Italia@.

La Banca mondiale riporta i dati più recenti della banca nazionale ucraina, secondo i quali le rimesse dei lavoratori ucraini verso il paese avevano superato nel 2021 i 19 miliardi e rappresentavano il 12% del Pil, cioè tre volte tanto il valore dell’investimento diretto estero. La stima per il 2022 è che i trasferimenti aumentino dell’8%: è infatti probabile che la quota di rimesse dei lavoratori ucraini dalla Russia, già diminuita dal 27% al 5% negli ultimi sei anni, subisca un ulteriore, drastico calo a causa della guerra, ma venga più che compensata dalle rimesse provenienti dalla Polonia e dagli altri paesi che ospitano lavoratori ucraini@.

C.G.


Le giornate mondiali Onu, storia

La Giornata mondiale dei diritti umani è la prima delle giornate mondiali stabilite dalle Nazioni unite: si celebra il 10 dicembre e fu approvata dall’Assemblea generale Onu nel 1950, per commemorare la proclamazione, il 10 dicembre 1948, della Dichiarazione universale dei diritti umani. Tale Dichiarazione è a tutt’oggi il documento più tradotto nel mondo: oltre 500 lingue. Per capire il peso di questa giornata è forse utile ricordare che fu stabilita cinque anni dopo la fine di una guerra che aveva causato decine di milioni di morti e aveva visto, appunto, i diritti umani violati e negati con una sistematicità, un’ampiezza e una ferocia forse mai viste prima nella storia dell’umanità.

Queste giornate, precisa il Centro regionale di informazione delle Nazioni Unite, «sono un’occasione per informare le persone su questioni importanti, per mobilitare le forze politiche nell’incanalare le risorse per risolvere problemi globali e per celebrare e rafforzare i successi dell’umanità».

Le giornate mondiali vengono proclamate dall’Assemblea generale su proposta degli stati membri e, in alcuni casi, dalle agenzie specializzate dell’Onu che vogliono portare l’attenzione su un tema specifico di propria competenza: ad esempio, la giornata mondiale per la libertà di stampa (3 maggio) è stata introdotta dall’Unesco e in seguito adottata dall’Assemblea generale.

Di solito, per ogni giornata mondiale viene predisposto un sito, o almeno una pagina web, dai quali è possibile scaricare materiale informativo e di sensibilizzazione e anche trovare gli eventi organizzati nel proprio paese e nel mondo in occasione della ricorrenza.

Fra le giornate mondiali più note e celebrate vi sono la Giornata internazionale della donna, l’8 marzo, quella della Terra, il 22 aprile e la Giornata internazionale della pace il 21 settembre.

Vi sono, inoltre, giornate indette da altre organizzazioni: il 16 giugno, ad esempio, è la giornata del bambino africano, una ricorrenza osservata dall’Unione africana e dai suoi membri@.

 

 




Salute mentale, servono dati e risorse


Circa un miliardo di persone nel mondo soffre di disturbi di salute mentale o derivanti dall’uso di alcol e droghe. Eppure, solo una persona su quattro ha la possibilità di accedere a trattamenti adeguati. Il risultato è una perdita significativa di anni di vita in salute e un costo molto elevato per l’economia mondiale. MConlus affronta anche questo problema tramite le sue missioni in Costa d’Avorio, Messico e Kenya.

Secondo i dati elaborati Our world in data, il portale di divulgazione scientifica sviluppato dall’università di Oxford, nel 2019 erano 792 milioni le persone che convivevano con un disturbo di salute mentale. Il più comune era l’ansia, che toccava 284 milioni di persone, seguito dalla depressione per 264 milioni; 46 milioni di individui presentavano disturbi dello spettro bipolare, 20 milioni erano affetti da schizofrenia o altre psicosi e 16 milioni avevano disordini alimentari. A questi si aggiungevano poi 107 milioni di persone con disturbi derivanti dall’uso di alcol e 71 milioni dall’uso di droghe, per un totale di poco meno di un miliardo di persone@.

I dati, chiarisce il portale, vengono dall’Institute for health metrics and evaluation (Ihme) dell’Università di Washington, a Seattle (Usa), il cui studio Global burden of disease (Gbd) ha indagato gli effetti di 290 malattie e 67 fattori di rischio nel mondo. Il Gbd@ è uno dei principali punti di riferimento per gli studi sulla salute mentale, ampiamente citato e utilizzato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Tuttavia, gli stessi ricercatori che lo hanno realizzato segnalano che su questo tema i dati sono spesso lacunosi e raccolti in modo disomogeneo, specialmente quando riguardano i paesi a medio e basso reddito. Di conseguenza, in particolar modo in quei paesi, l’ampiezza del fenomeno è probabilmente sottostimata.

La pandemia da Covid-19, calcola inoltre l’Ihme, ha indotto un aumento dei casi di ansia (+76,2 milioni) e depressione grave (+53,2 milioni), colpendo in modo particolare le donne e i più giovani@.

Malato mentale chiuso in gabbia nelle Filippine.

Anni di vita persi e risorse insufficienti

Le persone con problemi di salute mentale gravi, sottolinea l’Oms sulla sua pagina dedicata alla salute mentale, muoiono prematuramente – anche con vent’anni di anticipo – a causa di malattie prevenibili e la depressione è una delle principali cause di disabilità.

L’aspetto della disabilità e degli anni vissuti in meno, precisa Our world in data, è molto importante, perché permette di cogliere l’impatto che questi disturbi hanno sulla salute in modo più dettagliato di quanto non sia possibile fare limitandosi solo ai decessi. In particolare, permette di cogliere il cosiddetto «carico di malattia» (disease burden) misurato in anni di vita corretta per disabilità (Daly, o Disability-adjusted life year), cioè la somma del numero di anni persi a causa di malattia o disabilità più quelli persi per morte prematura.

Utilizzando questo indicatore, i disturbi legati alla salute mentale rappresentano il 5% del carico globale di malattia e sono responsabili del 14% degli anni vissuti con malattia o disabilità@.

I problemi di salute mentale non risparmiano gli adolescenti: uno su cinque soffre di questi disturbi e il suicidio è la seconda causa di morte fra le persone fra i 15 e i 29 anni. Anche nelle situazioni post-conflitto la proporzione di persone con un problema di salute mentale è di una ogni cinque. Il costo per l’economia mondiale dei due disturbi più diffusi, l’ansia e la depressione, è quantificato in circa mille miliardi di dollari l’anno@.

Nonostante questi dati, la spesa media per la salute mentale è di circa il 2% al livello globale e anche nell’aiuto pubblico allo sviluppo la quota destinata ad affrontare questo tema non va oltre l’1% dell’aiuto destinato al settore sanitario (che a sua volta è una frazione di quello totale). Tre quarti delle persone affette da uno di questi disturbi non ricevono alcun trattamento e, anzi, si trovano spesso a vivere in contesti in cui pregiudizio, violazioni dei diritti umani, stigmatizzazione e leggi del tutto inadeguate rendono ancora più difficile la loro situazione.

Incontro di formazione a Guadalajara, Messico

La salute mentale e lo stigma

Diversi reportage negli ultimi anni hanno descritto le condizioni in cui sono spesso costrette a vivere le persone affette da questi disturbi nei paesi a basso reddito@: la pratica di incatenare i malati e di confinarli in luoghi come i prayer camps, i campi di preghiera, è una violazione dei diritti umani e peggiora la loro condizione. Anche questa rivista ha raccontato nel 2018 uno degli sforzi di fornire un’assistenza adeguata alle persone con disagio mentale e diffondere la conoscenza del problema in alcuni paesi dell’Africa Occidentale (vedi MC 8-9/2018, Disagio mentale, incontro con Grégoire Ahongbonon).

Priorità: salute mentale

Oggi, nel centro di salute Joseph Allamano di Dianra, in Costa d’Avorio, i missionari della Consolata hanno avviato un servizio di assistenza per le persone con disturbi di salute mentale che il responsabile, padre Matteo Pettinari, progetta di far diventare un giorno un vero e proprio centro diurno.

Uno dei vantaggi di un servizio come questo è poter distinguere fra disturbi di salute mentale, malattie neurologiche e patologie che non hanno nulla a che fare con le due condizioni precedenti. Operare questa distinzione è particolarmente importante nel caso di un disturbo cronico del cervello come l’epilessia@, la cui comprensione in paesi come quelli africani è tuttora inficiata da superstizioni e stigmatizzazione.

Padre Matteo riporta il caso di un giovane preso in carico dal centro di salute di Dianra: «Étienne ha l’epilessia, ma purtroppo qui non è stata subito riconosciuta come tale e, anzi, è stata interpretata come un problema di interferenza con il mondo degli spiriti e altre letture di questo genere, che affondano le proprie radici nella tradizione culturale e nella cosmovisione del popolo senoufo. Per questo la famiglia lo ha progressivamente ritirato dalla scuola e portato da diversi guaritori, che sono intervenuti sulla dieta togliendo la carne o i legumi, senza ovviamente ottenere miglioramenti. Il nostro centro di salute è riuscito a intercettare il suo bisogno di assistenza e inserirlo in un programma che prevede il trattamento farmacologico. Ora Étienne riesce a gestire il piccolo punto ristoro del centro sanitario e ad avere una vita comparabile con quella di persone non affette da questa malattia, ricavando anche un reddito che lo rende economicamente indipendente. Inoltre, adesso ha un contesto di relazioni che lo sostengono, liberandolo dall’isolamento al quale sono spesso condannate le persone nella sua situazione».

Il dispensario di Dianrà, in Costa D’Avorio

La salute mentale e il conflitto

Lo scorso 29 marzo padre Ramón Lázaro Esnaola condivideva via Telegram dal Messico una notizia apparsa in un articolo sul sito di una radio di Guadalajara: nei primi tre mesi del 2022, nello stato di Jalisco c’è stato un solo giorno senza omicidi, il 23 marzo. Le statistiche del governo federale, continuava l’articolo, rivelano che dal 1° gennaio al 27 marzo c’erano stati 364 omicidi dolosi, 4,23 al giorno in media@. In Italia, nello stesso periodo gli omicidi sono stati 67@.

Secondo un’indagine dell’Istituto nazionale di statistica del Messico (Inegi) effettuata su un campione di 27mila abitazioni, il 39,6% degli intervistati di 18 o più anni dichiara di aver sentito spari frequenti di arma da fuoco nei pressi della propria abitazione nell’ultimo trimestre del 2021@.

Servizio ai malati mentali nel dispensario di Dianrà, Costa D’Avorio

Alla tensione e violenza generalizzata si aggiunge poi la violenza domestica: sempre l’istituto nazionale di statistica riporta in uno studio del 2016 realizzato su oltre 142mila case che una donna su quattro di età superiore ai 15 anni aveva subito una forma di violenza – fisica, emotiva, sessuale – da parte del partner negli ultimi 12 mesi (il dato saliva al 43% considerando tutta la vita); oltre una su cinque riportava che le violenze avevano avuto luogo nell’ambiente di lavoro, il 17,4% in  ambito scolastico e il 10% in ambito familiare escludendo il compagno, quindi da parte di fratelli, sorelle, padri, madri, patrigni, matrigne e altri parenti@.

In un contesto come questo, gli interventi che i missionari della Consolata stanno mettendo in atto cercano di fornire alle persone alcuni strumenti che permettano loro di affrontare le situazioni di violenza e i lutti. In particolare, riporta padre Ramón nella relazione sul progetto finanziato dagli Amici di Missioni Consolata con la raccolta fondi del 2020@, nei laboratori proposti nel corso del progetto si è lavorato sull’identificare «situazioni che generano squilibri emotivi, modelli, convinzioni che hanno causato la perdita di autostima», incoraggiando la conoscenza di sé e lo sforzo di basare il proprio processo decisionale su motivazioni razionali e non impulsive, mentre i laboratori più specifici sulla perdita e sul lutto sono previsti entro la fine di quest’anno.

Quanto alla risposta delle autorità sanitarie pubbliche, riferisce sempre dal Messico padre Alex Conti, il Sistema nazionale per lo sviluppo integrale delle famiglie «è presente in ogni comune e fornisce assistenza psicologica a costi accettabili, anche se non pubblicizza molto il servizio. Un servizio di assistenza psicologica è presente anche in molte parrocchie».

Dal 2018 vi è poi una legge, la Nom 035, per la «prevenzione dei fattori di rischio psicosociale, ovvero quegli elementi in un ambiente di lavoro che possono rappresentare un rischio per la salute mentale delle persone, come orari lunghi, sovraccarico di lavoro, leadership negativa e mancanza di controllo sul lavoro, tra gli altri. Questo regolamento è obbligatorio per tutti i luoghi di lavoro», ma secondo il quotidiano El Economista solo un terzo delle imprese ha applicato la legge in tutti i suoi aspetti@.

«Gli psicologi professionisti privati forniscono assistenza a costi variabili che vanno dai 300 pesos (circa 13,54 euro) in periferia e dagli 800 ai 1.200 (36-54 euro) in città per le persone dei ceti più ricchi. Uno dei problemi è che gli assistiti spesso non hanno costanza e, nel caso di quelli meno abbienti, danno priorità ad altre spese».

Formazione di operatori per il nuovo servizio ai malati mentali nel dispensario di Dianrà, Costa D’Avorio

la cittadella psichiatrica a Nairobi

Lo scorso novembre il quotidiano Avvenire riportava la notizia della firma di un memorandum d’intesa fra il governo keniano del presidente Uhuru Kenyatta e Gksd, «una partecipata del Gruppo San Donato che gestisce in Italia 17 ospedali privati in convenzione col Servizio sanitario nazionale, tra cui eccellenze come il San Raffaele di Milano». L’intesa dovrebbe portare alla costruzione, su una superficie di 80 ettari, di un complesso per la salute mentale, il Mathari Mental Hub, in grado di ospitare fino 600 pazienti assistiti da 1.100 membri dello staff fra medici e tecnici. Si tratterebbe di un «polo d’eccellenza di salute mentale – pubblica e gratuita – non solo per il Kenya, ma per tutta l’Africa Centrale»@.

Anche solo dalla città di Nairobi non mancherebbero gli utenti: una ricerca sulle sex workers di Nairobi, disponibile sul sito della Cambridge University Press, ha riportato che su 1.039 persone, di età media pari a 33,7 anni, che hanno preso parte allo studio, circa una su quattro soffriva di depressione moderata/grave, una su dieci d’ansia moderata o grave, il 14% di disturbo da stress post traumatico e il 10,2% segnalava un comportamento suicidario recente: un tentativo di suicidio nel 2,6% dei casi e ideazione suicidaria nel 10%. Tra le donne con disturbi di salute mentale, circa due su tre hanno avuto anche un problema da abuso di alcol o droghe@.

Chiara Giovetti