Lavorare nella cooperazione: miraggio o realtà?


Sono tanti i ragazzi che, freschi di laurea o in procinto di ottenere il titolo, avanzano candidature spontanee inviando email e curriculum alle organizzazioni che operano nella cooperazione. E, d’altro canto, l’offerta formativa delle università italiane negli ultimi quindici anni si è arricchita di corsi di laurea e master in cooperazione e solidarietà internazionale proprio per rispondere alla richiesta crescente di figure professionali adatte al lavoro nelle Ong o negli enti pubblici che si occupano di sviluppo. In questo numero vi proponiamo una panoramica sul fenomeno.

«Buongiorno, mi sono appena laureato e sarei interessato a un’esperienza di qualche settimana in Africa». È più o meno così che cominciano molte delle mail che giovani neolaureati o laureandi inviano alle Ong come la nostra per proporsi in qualità di volontari e collaboratori. La laurea – o il master – può essere in cooperazione, ma anche in medicina, scienze politiche, antropologia, scienze infermieristiche, ingegneria civile o altre discipline, e a scrivere sono ragazzi alla ricerca di esperienze sul campo che permettano loro di mettere in pratica quanto hanno appreso nel corso di studi. E, il che non guasta, consentano di aggiungere al curriculum una preziosa riga sotto la voce «esperienze lavorative», aumentando così le possibilità di assunzione da parte degli enti che richiedono, appunto, esperienza pregressa.

In molti casi, i ragazzi sembrano preferire una permanenza sul campo di qualche settimana, e magari il loro intento è quello di trascorrere un periodo nel Sud del mondo per chiarirsi le idee su che cosa scegliere per specializzarsi ulteriormente, una volta rientrati dal campo. Non sono rare, tuttavia, le manifestazioni di disponibilità per esperienze più lunghe, di mesi o anche anni.

La cooperazione, almeno dai primi anni Duemila, è entrata in modo piuttosto deciso all’interno delle aule universitarie: i master su questo tema sono ormai numerosi e la loro offerta formativa spesso si completa con la possibilità di fare tirocini sul campo presso organizzazioni convenzionate con le università. In questi casi l’entrata nel mondo del lavoro è, se non più facile, almeno più regolata.

I numeri: chi lavora nella cooperazione

Ma vediamo un po’ di numeri sul lavoro nella cooperazione. Secondo il più recente censimento Industria e Servizi dell’Istat, nel 2011 la cooperazione e solidarietà internazionale – inteso dall’Istituto di Statistica come sotto settore del non profit – poteva contare su oltre 3.500 istituzioni attive con circa 1.800 dipendenti, quasi tremila collaboratori e poco meno di ottantamila volontari. Sempre secondo lo stesso studio, rispetto a dieci anni prima la cooperazione ha visto raddoppiare gli addetti del settore, più che raddoppiare i volontari e aumentare del 148% – da 1.400 a 3.500 circa – il numero di enti attivi.

Altri dati indicativi si possono ottenere da Siscos – Servizi per la cooperazione, un’associazione senza fini di lucro che fornisce a chi si occupa di cooperazione internazionale assistenza, informazione e consulenza per quanto riguarda la gestione delle risorse umane. Fra i servizi che Siscos offre c’è quello delle coperture assicurative per gli operatori delle Ong, buon indicatore del movimento di addetti che gravita nel mondo nella cooperazione per quanto riguarda le assegnazioni a incarichi all’estero. Fra le pubblicazioni Siscos c’è Un mestiere difficile, dossier dedicato appunto lavoro del cooperante. Confrontando il numero di operatori assicurati annualmente da Siscos dal 2006 al 2014 emerge che a partire sono circa seimila persone all’anno, sebbene con una lieve flessione negli ultimi anni (nel 2014 gli assicurati Siscos sono stati 5.773, mentre nel 2011 erano 6.392).

Il primo dei dossier, relativo ai dati 2006, riportava l’incremento degli operatori per anno: dai 601 operatori del 1976 si era passati agli oltre cinquemila del 2006 e fra il 1996 e il 2006 si era registrato un incremento nell’ordine del 150%, dato che sembra confermare il trend emerso dai dati Istat visti sopra.

La professione si è, nel frattempo, specializzata, poiché se negli anni Settanta a partire erano solo volontari «generici», un trentennio dopo a essere assegnati sul campo erano collaboratori e cooperanti, cioè figure professionali definite, e volontari, non più «generici», inquadrati insieme ai cooperanti nella vecchia legge sulla cooperazione (la 49/87), regolarmente stipendiati.

Nel dossier 2014, la suddivisone in fasce d’età vede prevalere gli operatori fra i 31 e i 40 anni, pari a poco meno di un terzo del totale. La fascia fra i 19 e i 25 include tredici su cento degli assicurati e quella dai 26 ai 30 il 17 per cento. La suddivisone fra maschi e femmine è quasi alla pari, con una leggera prevalenza delle donne.

I numeri: chi cerca di entrare nel settore

Vediamo ora il versante del primo ingresso nella cooperazione, a partire dagli studi e cominciando dall’offerta formativa disponibile nelle Università per chi desidera studiare cooperazione.

Universitaly, il portale del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur), elenca otto corsi di laurea di primo livello (triennale) in altrettanti atenei, e quindici corsi di secondo livello (biennale) in tredici Università. Quanto ai master, uno studio del ministero degli Affari esteri del 2007 ne contava oltre sessanta.

L’anagrafe nazionale studenti del Miur per il 2013/2014 riporta 408 laureati al corso di secondo livello in Scienze per la cooperazione allo sviluppo. Quattro anni prima erano 151. Il consorzio interuniversitario Almalaurea, che rappresenta circa il novanta per cento dei laureati italiani, effettua regolari indagini sulla loro condizione occupazionale. Per quanto riguarda chi ha completato il percorso di studi di secondo livello in cooperazione, dal campione di laureati analizzato per il 2014, a un anno dalla laurea, risulta che 114 su 254 intervistati hanno un impiego. Il non profit assorbe un quarto degli occupati, mentre oltre il 60% lavora nel privato e circa uno su dieci nel pubblico. Uno su quattro degli intervistati dice di usare molto, nel suo attuale lavoro, le competenze acquisite con gli studi mentre il 44 per cento non le utilizza per niente. Uno su tre giudica utile la propria laurea magistrale nello svolgere la propria attività lavorativa, mentre il 77 per cento sostiene che era sufficiente una laurea di primo livello o anche un titolo non universitario. Lo stipendio medio è poco meno di 1000 euro, con un divario notevole fra uomini e donne. I primi infatti percepiscono circa 1.300 euro contro i meno di novecento delle colleghe.

Per i giovani intervistati sempre nel 2014, ma laureati da cinque anni, la situazione appare meno difficile: a lavorare è il 70 per cento; la quota di chi lavora nel non profit rimane praticamente invariata (quasi il 27%), mentre il venti è impiegato nel settore pubblico e oltre il cinquanta nel privato. Si dimezza, inoltre, la percentuale di persone che non usa per niente le conoscenze ottenute grazie alla laurea e lo stipendio aumenta a poco meno di 1.300 euro: 1.479 per i maschi e 1.184 per le femmine.

Questi dati sono ovviamente molto parziali poiché si concentrano solo su chi ha scelto la cooperazione come percorso di studi specialistici e non tiene in considerazione chi invece arriva a lavorare in questo ambito per altre vie. Basta pensare a quanti medici, infermieri, economisti, antropologi, ingegneri sono attivi nei progetti realizzati sul campo – quindi a tutti gli effetti operatori del settore – per capire che gli studi in cooperazione non sono certo l’unico canale di entrata nel mondo dello sviluppo.

Emerge tuttavia un quadro nel quale i ragazzi che hanno via via scelto la cooperazione per il loro percorso di formazione è aumentato più o meno con gli stessi ritmi di crescita degli enti che si occupano di questo tema. Purtroppo l’entrata di questi laureati nel mercato del lavoro appare non impossibile ma certamente non immediata.

In rete sono molti i siti che cercano di fornire indicazioni utili per chi intende intraprendere da professionista la strada della solidarietà internazionale: dalle federazioni di Ong – che propongono spesso loro stesse master e percorsi formativi – alle università, ai blog individuali di cooperanti e addetti ai lavori, non è difficile farsi un’idea delle caratteristiche e delle difficoltà di questo lavoro. La prima di queste indicazioni è molto chiara: essere buoni non basta, occorre avere un’elevata professionalità e dotarsi di conoscenze tecniche precise. Queste conoscenze hanno a che fare con la gestione del ciclo di progetto, ma è bene tenere in considerazione anche tutta quella serie di competenze delle quali qualunque organizzazione necessita a prescindere dal settore in cui opera: amministratori, logisti, informatici, non hanno meno probabilità di venire reclutati da una Ong, anzi. Per rendersene conto basta dare un’occhiata alle offerte di lavoro sulla bacheca Volint  – da anni punto di riferimento in Italia per chi cerca lavoro nella cooperazione – o sulla pagina della vacancy di Lavorare nel mondo. Altro aspetto importante è ovviamente quello delle lingue, indispensabili per lavorare in un ambito come quello dello sviluppo che è per sua stessa natura internazionale. L’inglese prima di tutto, certo, ma senza dimenticare le altre lingue parlate nei paesi in cui si fa cooperazione, comprese quelle locali.

Chiara Giovetti


Che cosa non fare: avventurieri e improvvisatori

The Volontourist è un documentario uscito quest’anno per far riflettere sul fenomeno del «volonturismo» – termine nato dall’unione di «volontariato» e «turismo» -, sul business creatosi intorno a esso e sui danni che rischia di generare nei luoghi in cui arriva.

La campagna di raccolta fondi della Ong francese Solidarité Inteationale presenta in tre video i colloqui con potenziali volontari (interpretati da attori) che danno voce ai peggiori stereotipi legati alla cooperazione. «Non ho esperienza nell’umanitario», dice una ragazza con abiti e gioielli etnici che si offre come volontaria, «ma ne ho già parlato con mia cugina, ho fatto tantissimo la baby sitter e poi un bambino che muore di fame è come un bambino normale, ha bisogno d’amore. Qui ho un cuore e il cuore è fatto per dare amore alla gente». «Posso aiutare a fare delle iniezioni», propone invece un pensionato in un altro dei tre video, «non le ho mai fatte, ma ci posso provare». (Ch.Gio.)




Errata corrige: Quando i progetti non bastano

Dopo gli anni
Settanta e Ottanta in cui «cornoperare» significava fondi a pioggia e tanto
mattone, il mondo missionario ha vissuto – come tutta la cooperazione – una
sorta di panico da «cattedrale nel deserto», che ha tentato di superare con un
metodo di lavoro diverso capace di mettere al centro le comunità locali e la
loro capacità di trovare soluzioni. E i termini empowerment, capacity building, local ownership* sono diventati
protagonisti dei dibattiti e dei progetti. Ma i risultati non sempre sono
arrivati.

«Nel nostro quartiere, dove il 43 per cento della popolazione non va a
scuola, un progetto di formazione sarebbe anche utile. Per le ragazze che hanno
frequentato la scuola possiamo ipotizzare una specializzazione
nell’informatica, perché anche quelle che lavorano nel commerciale non vedono
mai un computer, fatta eccezione per quelle che hanno frequentato qualche
scuola seria, che però è verso il centro città (e non è accessibile a tutte);
molte a scuola si sono formate usando due o tre macchine da scrivere per
classe. Per le ragazze che hanno lasciato gli studi o non sono andate a scuola,
proporrei dei corsi di alfabetizzazione: è quello che già facciamo in piccolo
in parrocchia. Ma non basta fare studiare le persone: bisogna chiedersi quali
sono poi le effettive opportunità di lavoro. Altrimenti specializziamo la
disoccupazione».

Così padre Santino Zanchetta, missionario della
Consolata, riassume la situazione del quartiere di Saint Hilaire a Kinshasa,
Repubblica Democratica del Congo, nel quale da oltre vent’anni vive e lavora. Specializzare la disoccupazione: può sembrare una battuta, ma è anche un’istantanea
della situazione nella quale molti missionari si trovano a lavorare. Contesti
che, pur non mancando una scuola o un pozzo o un dispensario – quelli magari ci
sono e funzionano -, sono inseriti in un ambiente sociale e soprattutto
economico che non cambia, o cambia lentissimamente e non offre opportunità
diverse dal semplice sopravvivere giorno per giorno.

Così, formare un gruppo di donne in attività di
sartoria, inserendo nel corso anche sessioni di formazione igienico-sanitaria e
di gestione di micro-attività imprenditoriali, è indubbiamente un’iniziativa
che ha un’utilità a prescindere, ma si scontra con fenomeni più ampi su cui la
comunità locale non ha controllo.

«Le donne erano fortemente interessate a partecipare»,
spiega Suor Darlene Lima, delle Suore catechiste francescane, responsabile di
un corso di taglio e cucito a Boroma (Tete, Mozambico), «ma non è stato
semplice mantenere sempre alta la motivazione. Quando è il tempo della semina
nella machamba, il campo, molte donne saltano le lezioni per dedicarsi
alla terra, perché la fonte principale di sostentamento rimane l’agricoltura».
Insieme alle beneficiarie, suor Darlene e le animatrici hanno trovato una
soluzione dividendo le donne in due gruppi in modo che, a tuo, uno potesse
occuparsi della machamba e l’altro frequentare i corsi. Il corso era
stato concepito per consentire a queste donne di avviare poi attività
generatrici di reddito in ambito sartoriale per integrare i magri proventi che
l’agricoltura permette. Gli accordi presi con le scuole locali per l’acquisto
delle uniformi confezionate dalle corsiste hanno permesso alle donne di vedere
i risultati del loro sforzo. Ma le difficoltà non sono venute meno.

«Il prezzo di mercato di un’uniforme cucita dalle donne
del corso non sempre riesce a competere con quello delle uniformi importate già
disponibili sul mercato, spesso di fabbricazione cinese». Lo stesso vale per
gli abiti comuni: i mercati africani sono invasi di indumenti di seconda mano
arrivati dall’Europa e Stati Uniti e venduti a cifre tutto sommato accessibili
anche per il potere d’acquisto locale.

Anche in una realtà con un’economia più reattiva, com’è
il Kenya, è necessario a volte aggiustare il tiro: «Negli ultimi anni c’è stato
un cambio sostanziale nella formazione che il nostro istituto tecnico propone»,
spiega suor Rosa Waeni, una missionaria della Consolata direttrice della Irene
Technical Training Institute
di Maralal nella Samburu County dove si
è appena concluso un intervento finanziato dalla Conferenza episcopale
italiana, «perché i corsi di sartoria hanno sempre meno richiesta, mentre
moltissimi studenti si avvicinano alla nostra scuola attirati dalla possibilità
di specializzarsi in informatica o elettronica, le materie che danno loro un più
immediato accesso al mondo del lavoro di oggi in Kenya. Meglio allora
potenziare questi due corsi attrezzando i relativi laboratori».

Le comunità locali
alla prova della globalizzazione

In paesi come il Mozambico, in piena espansione
economica, l’esigenza che le comunità manifestano è quella di poter beneficiare
delle nuove opportunità economiche, locali o straniere che siano. Basta passare
la mattina presto nei pressi del ponte sullo Zambesi, a Tete, per vedere
schiere di operai mozambicani in tuta e casco in attesa del bus che li porterà
al lavoro nelle miniere della multinazionale brasiliana Vale (vincitrice nel
2012 dell’Oscar della vergogna – «Public Eye award» – come compagnia più
inquinatrice del mondo). Cambiando paese, basta guidare verso Nord Est sulla
Thika Road fra Thika e Sagana, in Kenya, e osservare le distese di ananas che,
a perdita d’occhio, si allungano sul lato destro della strada nella fattoria
Del Monte, o le palme da olio che hanno letteralmente invaso i campi nella zona
di Maria La Baja e Cordoba, sulla costa caraibica colombiana. Queste opportunità
economiche portano posti di lavoro ma anche salari bassi, rischi per la salute
dei lavoratori, abuso delle risorse naturali – acqua, suoli, foreste – e
conflitti legati ad esempio all’accaparramento delle terre (land grabbing, vedi articolo pag. 29) e alla distruzione della biodiversità.

È con questi fenomeni che si deve misurare oggi chi
lavora nello sviluppo. E anche quando se ne è consapevoli e si interviene con
l’intenzione di limitae gli aspetti dannosi, di estendere l’accesso a servizi
di base o di creare alternative economiche eque e sostenibili, il successo è
tutt’altro che garantito. Ne è un esempio il progetto Maji Matone (Gocce
d’acqua), realizzato da una Ong tanzaniana, Daraja (il Ponte), che ne
spiega il fallimento sul proprio blog in un articolo dal titolo «Maji Matone
non ha dato risultati. È tempo di accettare il fallimento, imparare e andare
avanti». Il progetto, concentrato su un distretto della Tanzania meridionale,
mirava a creare un sistema che foisse informazioni ai cittadini sui problemi
di approvvigionamento idrico rurale, permettesse loro di segnalare via sms i
guasti ai punti di distribuzione dell’acqua e inoltrasse le informazioni alle
autorità competenti perché potessero provvedere alle riparazioni. C’era poi un
accordo con i media locali perché dessero visibilità ai problemi segnalati in
modo da fare pressione mediatica sulle autorità per accelerae la reazione. «Perché
abbiamo fallito?», si chiedono i responsabili di Daraja. «Beh, non
abbiamo ancora raggiunto una conclusione definitiva, ma ci siamo fatti un’idea.
Motivare le persone ad agire è difficile, soprattutto quando si promette un
beneficio lontano nel tempo e poco chiaro. Forse avremmo potuto lavorare di più
sulla promozione del progetto, ma concentrandoci sulle aree rurali implica
avere a che fare con gruppi di persone più povere, meno istruite e meno
politicamente impegnate delle loro controparti che vivono nelle aree urbane. Può
esserci anche una questione di genere: nelle zone rurali della Tanzania sono le
donne a occuparsi della raccolta dell’acqua; ma hanno davvero sufficiente
accesso ai telefoni cellulari?». Nei casi in cui la segnalazione del guasto c’è
stata, le riparazioni sono effettivamente avvenute nel quaranta per cento dei
casi; ma mentre Daraja aveva ipotizzato il coinvolgimento di circa
tremila persone, di fatto sono arrivati solo 53 sms.

Per cominciare, continua l’auto-analisi di Daraja, ci siamo
concentrati troppo sugli aspetti tecnologici hi-tech del come scegliere
la piattaforma informatica adeguata per canalizzare tutte le informazioni da
condividere, e troppo poco sui problemi low-tech, cioè sul fatto che
nelle aree rurali il tasso di analfabetismo, la difficoltà ad accedere alla
rete cellulare, la mancanza di elettricità per caricare il telefonino sarebbero
stati ostacoli molto più seri. Inoltre non abbiamo affrontato in modo adeguato
le conseguenze della divisione delle responsabilità stabilita dalle istituzioni
per la gestione dell’acqua: riparare le fonti, stabilisce il ministero
tanzaniano dell’acqua, è responsabilità delle comunità locali. Questo, insieme
a una generalizzata mancanza di fiducia da parte dei cittadini nell’operato delle
autorità pubbliche, ha probabilmente portato la maggioranza dei beneficiari a
pensare che non valeva la pena mandare un sms, tanto non sarebbe servito a
nulla.

Ammettere i
fallimenti

A raccogliere esperienze simili a quella di Daraja
c’è Admitting Failure (Ammettere il fallimento), un sito lanciato dalla
sezione canadese di «Ingegneri Senza Frontiere» dove cooperanti appartenenti a
diverse organizzazioni raccontano la loro esperienza di progetti che non hanno
funzionato. Si trovano storie come quella del volontario dei Peace Corps
che in Benin avvia con quattro donne una piccola produzione di pane: 100
dollari procurati dal cornoperante e 20 da loro sono il capitale iniziale per
comprare il materiale di base. Tutto funziona molto bene, i soldi entrano: su richiesta
delle donne stesse è lui a gestire la cassa. Ma a un certo punto il volontario
decide che è il momento di cedere responsabilità alle donne, cassa compresa, e
di continuare ad affiancarle solo come supervisore della contabilità. È allora
che le donne si dividono i fondi in cassa e smettono di fare il pane, restando
senza risorse per continuare.

«Il motivo del fallimento», spiega l’operatore, «è che
avrei dovuto essere più paziente, aspettando che le donne fossero in grado di
mettere oltre il 75% del proprio capitale nel progetto; avremmo anche dovuto
iniziare con più fondi, 300 invece di 120 dollari. In questo modo, le donne
avrebbero potuto comprare subito tutto il materiale necessario e cominciare a
pagarsi invece di vedere i soldi accumularsi per i successivi acquisti di
attrezzature. Il capitale sarebbe stato in beni non liquidi, loro avrebbero
sviluppato un maggior attaccamento al progetto e non avrebbero avuto contanti
che non sapevano dove conservare senza che mariti e figli li vedessero e li chiedessero».

L’unico vero fallimento «cattivo» è quello che si ripete,
conclude Admitting Failure. E il britannico Overseas Development
Institute
(Odi), che è entrato nel dibattito sugli «Obiettivi Sostenibili
del Millennio» con uno studio dal titolo Adattare lo sviluppo, sembra
essere d’accordo: «Non bisogna aver paura di provare, fallire e riprovare», si
legge nel documento. Secondo l’Odi, che si rivolge ai governi, a chi fa le
riforme nei paesi in via di sviluppo, ai donatori inteazionali e alle Ong, i
fallimenti sono spesso dovuti al fatto che ci si concentra più su modelli
ideali che sui problemi concreti. Ad esempio, l’Uganda ha ottime leggi su
gestione dei fondi pubblici e lotta alla corruzione ma poi, nella pratica, le
leggi sono applicate pochissimo. Bisogna allora chiedersi prima di tutto che
cosa è fattibile e che cosa no in contesti politici difficili come quelli dei
paesi in via di sviluppo e sostenere i cambiamenti che nascono dentro questi
contesti per iniziativa dei diretti interessati: politici, società civile,
comunità e imprese locali.

Una tesi non dissimile era emersa chiaramente anche al
convegno «Africa, continente in cammino», organizzato dai missionari e
missionarie Comboniani nel marzo scorso: «Deve essere l’Africa a salvare
l’Africa», si era detto in quell’occasione. Il ruolo di chi fa sviluppo – non
solo in Africa – è quello di favorire, non dirigere (o peggio, ostacolare), il
cambiamento.

Chiara Giovetti

Tags: cooperazione, sviluppo, progetti

Chiara Giovetti




5×1000, la lunga strada verso la chiarezza

A un mese dalle scadenze
per la presentazione della dichiarazione dei redditi proviamo a fare il punto
sul «cinque per mille» partendo dalla deliberazione della Corte dei Conti, che
non risparmia critiche al meccanismo attuale.

Troppi enti beneficiari e poca chiarezza su quello che davvero fanno,
otto amministrazioni pubbliche coinvolte fra Agenzia delle entrate e ministeri
per gestire conteggio e erogazioni dei fondi, ritardi cronici, elevati costi
per le procedure, contribuenti esclusi dalla possibilità di scegliere e «scippi»
da parte del governo, che trattiene una parte del denaro destinato dai
contribuenti declassando il cinque per mille a un effettivo quattro. Sono delle
vere bordate quelle che la Corte dei Conti, la magistratura che vigila sul
corretto uso dei fondi pubblici, riserva alla quota dell’imposta Irpef per
finalità di interesse sociale nella deliberazione 14/2014 dell’ottobre scorso.
In essa sono riportati i risultati della richiesta di chiarimenti alle
amministrazioni governative competenti chiamate in causa dalla stessa Corte,
con una precedente deliberazione del 2013.

Elementi di debolezza

A onor del vero, una prima «correzione» fra quelle
raccomandate dai magistrati contabili è stata fatta: con la legge di stabilità
2015 (articolo 1, comma 154), l’istituto del cinque per mille non è più «precario»,
cioè non deve essere rinnovato di anno in anno con una legge ad hoc, ma
entra stabilmente nel panorama normativo italiano. Tuttavia gli «elementi di
debolezza», come li definisce la Corte, sono ancora molti. A cominciare dal
fatto – è il primo punto della deliberazione – che i beneficiari sono troppi:
cinquantamila fra enti di volontariato, ricerca scientifica, ricerca sanitaria,
Comuni, associazioni sportive dilettantistiche e di tutela dei beni culturali e
paesaggistici. Quest’ultimo ambito presenta fra l’altro un’anomalia rispetto
agli altri: chi vuole dare il proprio cinque per mille alla cultura non ha la
possibilità di scegliere un ente riportandone il codice fiscale. Deve
semplicemente limitarsi ad apporre la firma nel riquadro relativo e sarà poi il
ministero dei Beni e delle Attività culturali (Mibac) a decidere a chi
destinare i fondi per le attività culturali, assegnandoli agli enti che hanno
fatto domanda al ministero e che hanno presentato un programma di attività e
interventi.

«Ciò suscita perplessità», rilevava la Corte già nella
deliberazione del 2013, poiché non permettere al contribuente di scegliere
l’ente «è in contrasto con la ratio stessa dell’istituto del cinque per mille»,
che mira a introdurre «una forma di democrazia fiscale all’interno
dell’ordinamento italiano».

Scarsa trasparenza

In contrasto con il principio di trasparenza e lealtà
nei confronti di chi paga le tasse sono, invece, gli ostacoli che impediscono
ai cittadini di acquisire rapidamente informazioni che consentano loro una
scelta consapevole: solo dal 2014 l’Agenzia delle entrate ha cominciato a
pubblicare gli elenchi degli ammessi e degli esclusi in forma aggregata, cioè
tutti insieme in un solo documento con importi e numero di scelte. Questo, fra
le altre cose, permette anche di vedere facilmente quali enti accedono al
cinque per mille in più di una categoria, ovvero, ad esempio, sia nella ricerca
medica che nel volontariato.

Farraginosità

Quanto alla farraginosità del meccanismo di conteggio,
attribuzione ed erogazione dei fondi, basti pensare che nel 2014 le quote
ripartite sono state quelle relative alle dichiarazioni Irpef del 2012,
riferite ai redditi dell’anno precedente. Le procedure amministrative connesse
al cinque per mille – iscrizione degli enti beneficiari agli elenchi, vaglio
delle rendicontazioni, mandati di tesoreria da approntare per procedere
all’erogazione, eccetera – sono troppo complesse, si legge nel rapporto, e le
amministrazioni stanno fra loro in un rapporto di scarso cornordinamento,
aggravato dalle disfunzioni intee di ciascuna di esse. Tutto questo ha ovviamente
un costo in termini di risorse umane e materiali impegnate da Agenzia e
ministeri.

Altra disfunzione rilevata dai guardiani contabili è
quella del rischio che intermediari e consulenti, assistendo il contribuente
nel fare la dichiarazione dei redditi, tentino di influenzae la scelta. Fra i
potenziali conflitti di interesse da tenere d’occhio ci sarebbero, secondo la
Corte, i Caf (centri di assistenza fiscale) appartenenti a enti che sono anche
beneficiari del cinque per mille o che hanno chiari legami con associazioni
beneficiarie e che potrebbero fare da «suggeritori» non disinteressati.

Tagli arbitrari

Vi è poi la questione del tetto di spesa, cioè la cifra
massima che lo stato si impegna a sborsare dopo il conteggio delle effettive
scelte dei contribuenti. Un esempio, riportato nella deliberazione del 2013:
per l’anno finanziario 2011, il totale dei fondi del cinque per mille destinati
dai contribuenti era di quasi 488 milioni di euro; di questi, lo stato ne ha
stanziati 395 poiché quello era il tetto stabilito nella legge finanziaria, cioè
la cifra per cui lo stato poteva impegnarsi data la situazione delle sue
finanze. Risultato: 93 milioni di euro che pure i cittadini avevano deciso di
destinare a enti o categorie di loro scelta non sono, di fatto, stati sborsati
ma utilizzati per altri fini. Ecco come, rifacendo i conti, il cinque per mille
era diventato un quattro e qualcosa.

La legge di stabilità 2015 ha aumentato il tetto di
spesa a 500 milioni di euro, provvedimento salutato dagli enti del no profit
con reazioni molto positive; l’eliminazione del tetto, tuttavia, rimane
l’auspicio della Corte che, in alternativa suggerisce: se non è possibile
eliminare il limite, almeno non si chiami l’istituto cinque per mille ma lo si «ribattezzi»
con la reale percentuale. «E? grave», si legge nella deliberazione, «che il
patto tra lo stato e i contribuenti venga sistematicamente violato,
analogamente a quanto accade per la quota dell’8 per mille di competenza
statale, che viene, spesso, dirottato su altre finalità rispetto a quelle
indicate».

I contribuenti

Il grosso delle destinazioni del cinque per mille viene
dai 730, i modelli presentati da dipendenti e pensionati: secondo gli
ultimi dati disponibili (2010), il 70% di questi contribuenti fanno una scelta in
merito al cinque per mille, contro il 26% di chi presenta l’Unico, per
lo più liberi professionisti. Quanto a chi usa il Cud, meno di un
contribuente su cento esprime la propria preferenza. Chi, invece, ha imposta
netta pari a zero, solo in un caso su cinque appone la firma mentre fra chi non
presenta la dichiarazione dei redditi la quota di optanti scende di nuovo sotto
l’un per cento. Secondo la Corte, questo quadro mostra che «risulta
disincentivata la partecipazione all’opzione di una rilevante quota di
cittadini, generalmente quelli più a basso reddito» e che c’è, rispetto
all’accesso alla scelta del cinque per mille, una differenza di trattamento fra
questi contribuenti e coloro che presentano 730 o Unico.

Le soglie

La deliberazione da un rilievo particolare al problema
delle soglie: secondo i magistrati contabili, distribuire le somme a quegli
enti che hanno ottenuto importi minimi non aiuta nessuno e meglio sarebbe
stabilire una quota sotto la quale il cinque per mille non viene sborsato
all’ente beneficiario ma ridistribuito fra chi ha ottenuto preferenze oltre la
soglia minima. Attualmente quest’ultima è 12 euro, una cifra – a detta della
Corte – che non fa alcuna differenza sulle finanze dell’ente e quindi sui suoi
eventuali assistiti, ma la cui distribuzione appesantisce la macchina
amministrativa: anche per erogare una somma così piccola occorrono calcoli e
procedure che impegnano impiegati e risorse dell’Agenzia e dei ministeri. Al
tempo stesso potrebbe essere opportuno stabilire una soglia verso l’alto. Gli
enti che ottengono già tanto con il cinque per mille dai sostenitori
potrebbero, suggerisce la Corte, essere esclusi dalla seconda distribuzione di
fondi, quella cioè che deriva dal cinque per mille dei contribuenti che non
scelgono un ente preciso ma solo la categoria.

Ultime, dolenti note sono secondo la Corte quelle
relative alle rendicontazioni: lenta, laboriosa e costosa la procedura per
verificare i rendiconti, cioè i documenti che i beneficiari presentano per
dimostrare come hanno usato i fondi ricevuti.

Focus sul
volontariato: frammentazione e dispersione

Gli organismi di volontariato fra cui il contribuente può
scegliere sono più di quarantamila, il doppio rispetto al 2006, anno di
introduzione del cinque per mille. A voler fare un conto della serva, dividendo
la popolazione italiana per il numero di enti si ottiene che c’è
un’organizzazione ogni 1.500 abitanti. È vero che questo costante aumento
degli enti senza fini di lucro rispecchia la
frammentazione dei bisogni della nostra società, dice la Corte, ma resta il
fatto che alcuni di questi «non producono alcun tipo di valore sociale», e cita
ad esempio le fondazioni politiche – oggi più che mai al centro di un dibattito
su come si finanzia la politica in vista della fine del finanziamento pubblico
ai partiti – o le associazioni di categorie professionali di avvocati, notai,
militari eccetera. A volte capita che un’organizzazione che può contare su
contribuenti con un alto reddito ottenga cifre alte pur avendo poche firme.

A questo si aggiunge che su quarantamila enti, oltre
novemila ottengono meno di cinquecento euro, e più di mille non hanno ottenuto
nemmeno una firma, segno che nemmeno il presidente sceglie la sua stessa onlus.
Questa situazione indica che le risorse del cinque per mille si disperdono in
tanti rivoli e che, in alcuni casi, non è nemmeno chiaro come e perché
un’organizzazione continui a sopravvivere. Occorrono controlli rigorosi che
misurino la reale utilità sociale degli enti ma, rilevano i magistrati
contabili, già su questo c’è un primo incaglio: il ministero del Lavoro e delle
Politiche sociali, l’amministrazione che meglio conosce il mondo
dell’associazionismo e le sue attività, non ha competenza nella compilazione
della lista dei beneficiari del cinque per mille, che è invece redatta
dall’Agenzia delle entrate, la quale si limita a verificare che le carte siano
in ordine.

Altro elemento rilevato dalla Corte già nel 2013 è che «attraverso
le attuali modalità di iscrizione e riparto, vengono agevolati, di fatto, gli
organismi di maggiori dimensioni e più strutturati», che possono investire in
promozione pubblicitaria e ottenere maggior visibilità. Risultato: «i primi 40
beneficiari si aggiudicano, costantemente negli anni, una percentuale di circa
il 30% del totale dei contributi» della categoria volontariato; la percentuale «sale
ad oltre il 90% per la ricerca scientifica e supera costantemente il 97% per
quella sanitaria».

Fra gli enti di volontariato esclusi dal cinque per
mille ci sono gli enti di natura pubblica. Ecco che, sottolinea la
magistratura, resta fuori dai beneficiari un’organizzazione come la Croce Rossa
Italiana, «pure percepita da molti contribuenti meritevole di sovvenzionamento».

Chiara Giovetti



I numeri del cinque
per mille

Contribuenti che
esprimono la preferenza:
oltre 16 milioni (55% del totale).

Categorie beneficiarie:
volontariato, ricerca scientifica, ricerca medica, beni culturali e
paesaggistici, Comuni, associazioni sportive dilettantistiche.

Enti beneficiari:
circa 50 mila, di cui 40 mila enti del volontariato.

Cifre erogate
(ultimi dati disponibili: 2012, redditi 2011): 393 milioni di euro, di cui 264
milioni al volontariato.

Media nazionale:
intorno ai 25 euro a contribuente (ma cambia molto a seconda del reddito; media
MCOnlus 33 ca.).

Principali differenze
con l’otto per mille
: l’otto per mille va allo stato o a una confessione
religiosa, il cinque per mille a una delle sei categorie o a uno dei
cinquantamila enti sopra; inoltre, l’otto per mille non destinato viene
comunque distribuito fra stato e confessioni, mentre il cinque per mille non
destinato rimane allo stato.

Come funziona:
quando si fa la dichiarazione dei redditi, nell’apposito formulario si riporta
il codice fiscale dell’ente che si vuole sostenere e si appone la firma, oppure
si appone solo la firma scegliendo così non uno specifico ente ma una categoria.
Questo secondo tipo di scelta fa sì che i fondi siano ripartiti per i membri di
quella categoria.

_____________

Destinare il cinque per mille non ha alcun costo per il
contribuente; per contro, non destinarlo non significa tenerlo per sé perché
comunque verrà trattenuto dallo stato per le spese destinate alla produzione e
al funzionamento dei servizi pubblici.

TaG: volontariato, 5×1000, cinque per mille, tasse, stato, cooperazione

Chiara Giovetti




Roma e i migranti / 2

Nella prima puntata
di questo reportage abbiamo raccontato delle origini dell’accoglienza nella
capitale, della situazione dei migranti dal punto di vista sanitario e di
baraccopoli e occupazioni, introducendo il tema dei rifugiati. Riprendiamo da
qui, allargando la prospettiva anche alla condizione dei Rom.

 


«È impossibile essere precisi sul numero totale di rifugiati che
attualmente vivono a Roma: le stime dicono fra le otto e le diecimila unità». A
parlare è Berardino Guarino, responsabile dei progetti della Fondazione Centro
Astalli. «I percorsi che richiedenti asilo e rifugiati seguono per trovare un
posto dove stare sono tipicamente quattro: in primo luogo, ci sono i 2.500
posti gestiti congiuntamente da Comune e Servizio di Protezione dei richiedenti
asilo e rifugiati (Sprar), che hanno liste d’attesa di due o tre mesi e un tempo
di permanenza limitato. A questo primo canale si affiancano poi il circuito
degli eventuali amici e parenti, i posti messi in campo direttamente dalle
Prefetture e, infine, gli insediamenti informali, come gli stabili occupati e
le baraccopoli». In totale, gli abitanti di questi ultimi sono stimati in circa
sei-settemila, dislocati nei quattro grossi edifici come il Selam Palace (vedi
articolo precedente, ndr) e in diverse altre realtà di dimensioni più
piccole. La stragrande maggioranza degli occupanti sono migranti, quasi tutti
in possesso di permesso di soggiorno.

L’associazione Centro Astalli – sede italiana del
Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, di cui la Fondazione è la «sorella»
impegnata nel campo della formazione e sensibilizzazione – gestisce una
pluralità di attività fra le quali la mensa, che distribuisce circa ottomila
pasti al mese, i centri di accoglienza, che ospitano annualmente circa duecento
persone, il centro notturno, il cui dormitorio ha ricevuto nel 2013 oltre
duecento persone, e l’ambulatorio, con più di duemila accessi l’anno. «Anche
l’accettazione, presso la sede di Via degli Astalli, ha un’importanza
fondamentale: per presentare domanda d’asilo, i migranti devono infatti
dimostrare di essere reperibili e nel 2013 sono stati oltre seimila i
richiedenti asilo e rifugiati che si sono domiciliati da noi».

Oltre al Centro Astalli, in città sono attivi
nell’accoglienza ai migranti forzati altre organizzazioni fra cui la Caritas,
la Comunità di Sant’Egidio, l’Arci. Il cornordinamento cittadino, prosegue
Guarino, è buono, ma se la situazione rimane problematica sia nella fase
dell’accoglienza che in quelle successive è perché «a monte, l’Italia non ha
mai avuto un piano per l’integrazione. Abbiamo integrato cinque milioni di
stranieri a prescindere dallo stato». E gli errori non si limitano a questo: è
stato un errore firmare la convenzione di Dublino, è un errore pensare che
Triton, l’operazione dell’agenzia europea di controllo delle frontiere Frontex
subentrata lo scorso novembre alla missione italiana Mare Nostrum, sia la
soluzione. «Nei primi due mesi del 2015 sono sbarcati tremila migranti in più
rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Dovrebbe riflettere su questo
chi diceva che Mare Nostrum era un incentivo alle partenze in quanto missione
di salvataggio e non, come Triton, di protezione dei confini».

L’Europa ci lascia da soli a gestire l’emergenza? «Sì»,
conclude Guarino, «ci lascia soli nel senso che su diritti umani e immigrazione
non v’è certamente lo stesso cornordinamento che vediamo per le politiche
economiche. Inoltre, gli stati europei con gli standard di accoglienza più
elevati, come la Germania, temono che i paesi con meno coscienza civile non
rispettino gli impegni eventualmente presi in sede europea», facendo a scaricabarile
per non accollarsi i costi della gestione dei flussi migratori. La Germania
alla fine del 2013 ospitava circa trecentomila fra rifugiati e richiedenti
asilo a fronte dei nostri novantamila e aveva 126 mila nuove richieste d’asilo
contro le 26 mila in Italia.

La
popolazione romanì: Rom e Sinti a Roma

In Via Anicia, a due passi dalla Basilica di Santa
Cecilia in Trastevere, una ventina di persone aspetta fuori dalla porta del
Centro «Genti di Pace» della Comunità di Sant’Egidio. Un centinaio sono invece
già all’interno del centro: sono Rom e Sinti di tutte le età. Ogni venerdì
arrivano dai campi per parlare con i consulenti per l’orientamento
amministrativo e legale o per fare una visita medica presso l’ambulatorio.
Altri sono in attesa di usare le docce, di ricevere provviste alimentari, di
ritirare la loro biancheria lavata e asciugata nella lavanderia del Centro o di
prendere un indumento dagli scaffali della sala dove, impilati e divisi per
tipo, sono sistemati i capi frutto delle raccolte di vestiti usati. «Si
registrano all’accettazione», spiega Paolo Ciani, il responsabile delle attività
di Sant’Egidio con i Rom e i Sinti, «ricevono gratuitamente la tessera del
centro e da quel momento possono accedere ai servizi». Grazie anche alla
registrazione, il Centro è diventato un osservatorio sui nuovi arrivi: i più
recenti sono quelli delle comunità bulgare, da circa cinque anni a questa
parte, mentre le prime presenze delle comunità rumene risalgono al decennio fra
il 1990 e il duemila, precedute di vent’anni dai Rom della ex Jugoslavia.

«Fra campi autorizzati e campi spontanei», precisa
Ciani, «vivono a Roma fra le sei e le settemila persone». Circa il doppio del
totale dei rom e sinti in città – gli altri vivono nelle case  – e più o meno un sesto del dato nazionale,
che stima in quarantamila gli abitanti dei campi. L’assegnazione delle case
popolari a questi rom è stata, fino a tre anni fa, impraticabile: il punteggio
nelle graduatorie per chi richiede l’alloggio aumenta infatti per chi ha subito
sfratti e vive in emergenza abitativa, ma lo sgombero non era parificato allo
sfratto né i campi erano considerati luoghi a emergenza abitativa. Ora i
criteri per le graduatorie sono cambiati e il tempo dirà se lo saranno anche i
risultati.

I Rom della ex Jugoslavia sono il gruppo che più di tutti
ha vissuto in ghetti ai margini della città: molti sono nati qui, figli o
nipoti di persone che lasciarono la Jugoslavia durante la guerra e che non
hanno poi acquisito la cittadinanza di uno dei paesi nati dalla dissoluzione
del paese balcanico. «Vivono perciò in un limbo giuridico nel quale sono
apolidi de facto ma non de jure e non possono chiedere per i
propri figli il riconoscimento della nazionalità italiana».

Ma anche per chi ha una situazione giuridica meno
complicata l’uscita dalla condizione di marginalità è difficile. Uno dei banchi
di prova è quello della scuola. È «sintomatico di come lo stato ha trattato
queste comunità. Ci sono stati diversi passaggi: nel primo, le istituzioni non
erano sicure nemmeno del fatto che fosse opportuno scolarizzare i bambini rom e
i dubbi nascevano a volte da pregiudizi culturali “al contrario”, cioè di
malintesa difesa della cultura rom da quella gagé (non rom). Poi è
cominciato un percorso in cui si chiedeva alle famiglie almeno di iscrivere i
figli a scuola e dopo di iscriverli e mandarli almeno qualche volta. E a questa
sequela di “almeno” si è affiancato l’uso della scuola come “merce di scambio”
fra Rom e istituzioni: mando i miei figli a scuola se mi dai un campo
attrezzato, non ti caccio dal campo se mandi i bambini a scuola».

A questo poi poteva aggiungersi un problema legato a una
presa in carico che non coinvolgeva abbastanza le famiglie: i bambini
diventavano quasi figli delle associazioni per l’assistenza ai Rom, che si
occupavano di andare ai ricevimenti con gli insegnanti e di ritirare le pagelle
mentre i genitori stavano al campo, completamente deresponsabilizzati.

Ma senza scuola non si fanno progressi. «In questi
decenni di lavoro con i Rom abbiamo visto che dove si è riusciti a scolarizzare
una generazione, questa poi a sua volta ha mandato a scuola i propri figli e si
è innescato un circolo virtuoso». Secondo il rapporto conclusivo dell’indagine
sulla condizione di Rom, Sinti e Camminanti della Commissione diritti umani del
Senato, pubblicata a febbraio 2011, a Roma sono circa 2.200 i bambini rom
iscritti a scuola: la maggioranza, ma i dati cambiano di parecchio a seconda
che i bambini vivano o meno in campi attrezzati e raggiunti da interventi
sociali.

Quanto al modo di procurarsi denaro, gli operatori non
si stancano di ripetere che il ricorso al furto o ad altre attività criminali
interessa gruppi minoritari e diminuisce all’aumentare dell’inclusione sociale.
In una città come Roma, dove il clan dei Casamonica – Rom italiani di antico
insediamento – è nota per attività quali usura, rapine, estorsioni,
sfruttamento della prostituzione, traffico di armi e stupefacenti specialmente
nel settore Est della Capitale, è difficile evitare che chi ne legge le «gesta»
nelle cronache locali faccia poi l’equazione: zingaro uguale criminale. «Eppure»,
riprende Ciani «se ora chiedessimo ai rom qui al Centro che cosa ne pensano dei
Casamonica, molti non capirebbero nemmeno di chi stiamo parlando».

La popolazione romanì cerca di garantirsi la
sussistenza con diversi mezzi: secondo il quadro delineato da Sant’Egidio,
all’elemosina ricorrono più che altro quelli arrivati di recente. Ci sono poi i
cosiddetti rovistatori, quelli che cercano nei cassonetti dell’immondizia,
attività che crea una serie di problemi: innanzitutto, contribuisce a
diffondere la percezione che i Rom sporcano la città. Poi c’è la questione di
come e dove rivendere quanto raccolto e il timore del proliferare di mercatini
informali. Infine c’è chi la mette in termini di danno al decoro urbano, «come
se il fatto che sia brutto vedere qualcuno che rovista nell’immondizia»,
puntualizza ancora Ciani, «fosse più importante che capire perché lo sta
facendo o evitare che sia costretto a farlo». A Roma l’idea del decoro urbano
appare peraltro un po’ contraddittoria, considerando che legare una bicicletta
alla staccionata di un parco pubblico rischia di attirare l’attenzione della
polizia municipale mentre macchine in doppia fila e motorini sui marciapiedi
hanno maggiori probabilità di passare in cavalleria, quasi fossero un male
necessario.

La frase dell’assessore alle Politiche sociali del
Comune di Roma, Francesca Danese, circa la possibilità di impiegare i Rom nella
raccolta dei rifiuti ha scatenato lo scorso febbraio una tempesta di polemiche.
Secondo Paolo Ciani, la frase dell’assessore è stata recepita dai media e dal
mondo politico nel peggiore dei modi: «È ovvio che un Comune non può demandare
la differenziata ai rom. Ma ragionare su un possibile inserimento lavorativo
che valorizzi le competenze specifiche delle persone non è certo sbagliato».

E le competenze non si fermano al riciclo: la raccolta e
la lavorazione dei metalli è da sempre un altro campo nel quale i rom sono
piuttosto esperti. In diversi casi hanno aperto partite Iva e svolgono
l’attività in modo non meno regolare di altri. Hanno anche gli stessi
grattacapi dei colleghi gagé per via delle direttive Ue sulla
tracciabilità dei metalli: se i documenti non sono in ordine, i commercianti si
vedono il camion sequestrato e l’attività sospesa. Quanto ai famigerati roghi
alla diossina che si alzano dai campi e che esasperano gli abitanti dei
quartieri circostanti, in alcuni casi sono fuochi per bruciare l’immondizia, in
altri un modo per separare il rame dagli altri materiali. «E allora perché non
pensare a creare foi appositi e in regola con le normative, costruendoli
grazie a una colletta a cui partecipino i Rom stessi, piuttosto che impedire e
reprimere un lavoro, come quello della raccolta del metallo, ben avviato,
remunerativo e utile?». Ma, come Mafia Capitale ha dimostrato, l’anarchia e gli
sgomberi senza ricollocazione, che poi creavano altri insediamenti informali
pochi chilometri più in là o che foivano nuovi «clienti» ai campi gestiti
dalla cupola romana, facevano comodo a chi lucrava sulle situazioni
emergenziali, vere o presunte.

I contraccolpi dell’inchiesta sul Mondo di Mezzo per ora
non si sono avvertiti nel concreto dell’accoglienza e della gestione del
disagio, fatta eccezione per il ritardo nel piano per l’emergenza freddo
dell’inverno scorso. Ma i contraccolpi culturali sono stati pesanti:
soprattutto per il diffondersi dell’idea che non vale la pena di spendere
denari per migranti e rom, perché tanto finiscono «mangiati» dalle associazioni
che campano sul business dei poveri. Queste spesso finiscono tutte nello stesso
calderone, anche chi lavora seriamente. Per quanto riguarda i rom in
particolare, conclude il rappresentante della Comunità di Sant’Egidio, Mafia
Capitale ha anche fatto aumentare il disprezzo verso i gagé: fanno
affari sulla nostra pelle, dicono i Rom, con una generalizzazione eguale e
contraria a quella applicata a loro. E così crescono anche «il vittimismo a cui
tanti rom finiscono per abbandonarsi e la rassegnazione, che investe sia la
popolazione romanì che le istituzioni che con essa si rapportano».

È già buio, un altro autobus raccoglie il suo carico di
umanità per portarlo dalle arcate di travertino del Teatro di Marcello ai
casermoni della Magliana. Sull’autobus, tutti fanno smorfie e si tengono il
naso fra due dita per non respirare l’odore acre che ammorba l’aria. Un ragazzo
con lunghe ciocche bionde di capelli infeltriti è nell’ultimo sedile, con la
fronte pallida posata sullo schienale davanti, forse svenuto. L’orlo slabbrato
dei pantaloni lascia vedere i piedi scalzi, sudici. «Non si può vivere così»,
dice un uomo non più giovane con accento dell’Est Europa seduto accanto alla
moglie, «bisogna lavarsi! Vedi?, oggi sono stato a Via Anicia, ho vestiti
puliti, io, ho fatto la doccia».

Roma trova tanti modi per dirti che sotto alla crosta
fragile della grande bellezza i ruoli si invertono in un attimo, e quasi niente
è quello che sembra.

Chiara Giovetti

Tags: Migranti, Roma, Rom e Sinti, Rifugiati, Centro Astalli

Chiara Giovetti




Roma e i migranti / 1

Il ciclo di reportage
su periferie delle grandi città, disagio e migranti, ci porta questa volta a
Roma, ancora scossa per le rivelazioni dell’inchiesta «Mafia Capitale» e per i
tumulti di Tor Sapienza.

L’autobus 105 è fermo al capolinea di Piazzale
dei Cinquecento, di fronte alla stazione di Roma Termini. Attraverso le sue
quattro porte aperte, persone avvolte in sciarpe e giacconi guadagnano un
sedile o più probabilmente un posto in piedi e aspettano che lo scatolone di
plastica e metallo lungo diciotto metri cominci la sua corsa nell’aria fredda
delle sere del febbraio romano. Qualcuno scenderà dalle parti del Pigneto, per
raggiungere gli amici in qualche bar dell’isola pedonale e partecipare al rito
importato dell’aperitivo. Molti altri, invece, proseguiranno verso Tor
Pignattara, Centocelle e oltre, fino a quella Tor Bella Monaca che nel
quotidiano capitolino è da anni sinonimo di luogo della marginalità e del
degrado. L’umanità del 105 è un fedele spaccato della pancia di una città che
cerca, o semplicemente non può evitare, di scoprirsi multietnica: signore
dell’Est europeo con buste di plastica gonfie posate sulle ginocchia e i tratti
stanchi di chi ha fatto pulizie in qualche appartamento del centro, bengalesi
con in mano i bastoni per selfie che non sono riusciti a vendere ai turisti,
ragazzi cinesi con un libro fra le mani e gli auricolari alle orecchie, giovani
africani carichi di grossi sacchi che lasciano intravedere borse con le griffe
dell’alta moda. Quelle stesse borse che poche ore prima erano disposte in bella
mostra sui sampietrini a due passi dal Colonnato o dalla scalinata di Trinità
dei Monti, poi agguantate per i manici e portate via di corsa, lontano dalla
vista della polizia arrivata di soppiatto a scompigliare l’improvvisato
mercato.

Un bengalese parla al telefono, a voce alta. «Ma che
urla quello? Certo che ’sti immigrati fanno proprio come je pare…» commenta
spazientita una donna. «Che vuole, signo’, non siamo manco più padroni a casa
nostra, ormai», le risponde un’altra, un sedile più avanti. Questa non è l’aria
che tira a Roma, è solo una delle sue correnti. Ma è la corrente che fischia più
forte, che fa svolazzare i giornali, che scoperchia i tetti e rompe i vetri
nelle periferie.

Tor Sapienza, con le immagini degli scontri e delle
proteste anti-immigrati dello scorso novembre, è sempre lì, nello stesso
spicchio di città che il 105 attraversa, in quella Roma Est che secondo la
rivista online Vice era fino a pochi anni fa «poco meno che un mistero»
per i giornali e per gli altri abitanti dell’Urbe. Ma Tor Sapienza è, nella
recente memoria collettiva romana, dove rimarrà impressa per molto tempo, anche
quella frase pronunciata in una intercettazione dal presidente della Cooperativa
29 Giugno
, Salvatore Buzzi, oggi detenuto nel carcere nuorese di massima
sicurezza di Badu ’e Carros dopo che l’operazione Mondo di Mezzo
condotta dai Ros, ha portato alla luce nel dicembre scorso il suo ruolo chiave
nella vasta rete criminale di stampo mafioso facente capo all’ex Nar Massimo
Carminati: «Tu c’hai idea di quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di
droga rende di meno».

Spetterà a nuove indagini e ai successivi processi
chiarire le responsabilità della vicenda di Mafia Capitale, comprese le
ipotesi di manipolazione della protesta di novembre proprio da parte della
cupola romana di Carminati e Buzzi. Ma che la mala gestione del fenomeno
migratorio e, più in generale, del disagio, accenda le micce in quella che i
media hanno chiamato la «polveriera delle periferie» è evidente, da tempo.

A Corcolle – zona del VI Municipio a venti chilometri da
Termini, estremo brandello orientale della città – basta un nubifragio perché
le strade e le case siano sommerse dall’acqua. Il manto stradale è in
condizioni pessime, l’Adsl non arriva, e solo lo scorso ottobre l’Asl ha
approvato l’apertura di un servizio di pediatria, finora assente nonostante la
presenza di un migliaio di bambini. Anche Corcolle, prima di Tor Sapienza, ha
vissuto giorni di tensione fra residenti e migranti. Ma, se la presenza degli
stranieri è stata la goccia, pronto a traboccare c’era tutto un vaso.

Gli inizi
dell’accoglienza

Eppure, la città non si è certo accorta ieri del
fenomeno migratorio: «Il centro di ascolto stranieri di via delle Zoccolette»,
racconta Lorenzo Chialastri, responsabile del Centro Ascolto Stranieri
di Via delle Zoccolette dal 2003 e dell’Area Immigrazione della Caritas
di Roma dal 2013, «ha aperto nel 1981, probabilmente fra i primi in Italia.
All’epoca, i migranti in città erano eritrei, filippini e capoverdiani che
andavano via via sostituendo gli italiani come lavoratori domestici.
Probabilmente nella percezione nazionale lo spartiacque è stato il 1991, anno
dell’arrivo in Puglia dei barconi con i ventisettemila migranti albanesi.
L’anno successivo, il comune di Roma ha aperto l’Ufficio Speciale per
l’Immigrazione
».

Dal 1981, il centro di ascolto della Caritas ha
registrato oltre 250 mila schede personali, ogni anno conta seimila nuovi
utenti che effettuano più di venticinquemila richieste di servizi allo
sportello. Offre ascolto dei bisogni, orientamento nella ricerca di alloggio e
di lavoro, corsi di italiano e assistenza legale, con particolare attenzione
agli utenti più vulnerabili come i rifugiati e le vittime di tratta.

Nove assistiti su dieci sono immigrati regolari; quanto
alla presenza di immigrati irregolari in città, come per i dati nazionali, è
difficile azzardare una stima. Lo scorso anno a fronte di 170 mila arrivi in
Italia sono state avanzate solo sessantamila richieste d’asilo. Che fine hanno
fatto gli altri? Quanti sono rimasti in Italia? Molti rifiutano di farsi
prendere le impronte digitali perché vogliono potersi spostare in altri paesi
europei senza rischiare di essere «dublinati», cioè rimandati in Italia sulla
base del Regolamento di Dublino, il quale stabilisce che i migranti
richiedenti asilo devono risiedere nel paese competente a esaminare la loro
domanda, cioè quello di prima accoglienza, dove è avvenuta l’identificazione. è chiaro che al rifiuto dei migranti di
farsi registrare si accompagna un equivalente lasciar correre delle autorità
italiane, atteggiamento che gli altri paesi europei hanno bacchettato,
accusando l’Italia di utilizzare questo metodo per «liberarsi» dei migranti.

«Abbiamo visto questa dinamica all’opera ad esempio con
l’arrivo di quindici migranti trasferiti da Augusta, in Sicilia, a
Civitavecchia, e da lì al nostro centro d’accoglienza a Roma», spiega
Chialastri. «Sono arrivati con in mano un numero scritto su un foglietto, non
erano state prese loro le impronte digitali. Due sono spariti nel nulla nel
giro di pochi giorni».

 

La salute,
tema su cui ci si incontra

In
via Marsala, la strada che costeggia la stazione Termini, la Caritas di Roma
gestisce un poliambulatorio (attivo già dal 1983) del quale Salvatore Geraci,
laureato in Medicina e Chirurgia alla Sapienza, è responsabile dal 1991. Geraci
non si stanca di insistere sull’importanza dei quattro pilastri su cui si regge
l’operato dell’ambulatorio: «I servizi sanitari sono ovviamente fondamentali»,
precisa il medico, «ma dobbiamo dedicarci con lo stesso impegno alla conoscenza
dei fenomeni, alla formazione degli operatori sanitari e al nesso fra salute e
diritti dei migranti. Altrimenti si fa solo assistenzialismo».

Il poliambulatorio ha assistito in un trentennio più di
centomila pazienti, specialmente migranti irregolari e persone senza fissa
dimora; annualmente eroga fra le dodici e le ventimila prestazioni sanitarie a
una media di seimila pazienti, e ha registrato nel 2014 un aumento di assistiti
pari a 1.200 unità. Fra gli utenti sono in aumento gli italiani, che si
rivolgono al poliambulatorio soprattutto per ottenere gratuitamente i farmaci
di fascia C, quelli per cui non è possibile ottenere esenzioni. Le malattie più
frequenti sono quelle che il responsabile indica come tipiche della povertà e
cioè quelle dell’apparato respiratorio, del sistema osternomuscolare,
dell’apparato digerente e della pelle. «Ma non dimentichiamo le ferite
invisibili», precisa Salvatore Geraci, «quelle generate dai traumi psicologici
subiti dalle persone vittime del conflitto, della tratta, della violenza
intenzionale e delle torture» al centro di un progetto nel quale un’équipe di
operatori specializzati offre un servizio di ascolto e di psicoterapia
transculturale.

Il poliambulatorio, oltre che sul personale dedicato, si
regge sul lavoro di 380 volontari. Qualcuno è un ex paziente. «Mi viene in
mente il caso di una coppia di cinesi che avevamo curato qui al poliambulatorio»,
ricorda con un sorriso il dottor Geraci. «L’idea di prestare lavoro senza
ricevere un compenso – cioè il volontariato – 
è inconcepibile per i cinesi, non è nelle loro cornordinate culturali. La
gratitudine nei confronti di chi li ha aiutati però lo è. Per questo, quando i
coniugi sono riusciti tramite il ricongiungimento familiare a far venire a Roma
il figlio, lo hanno praticamente obbligato a venire a dare una mano».

 
I rifugiati

A pochi passi dal poliambulatorio c’è la sede di Prime
Italia
, un’associazione di volontariato che si occupa di promuovere
l’integrazione dei richiedenti asilo e dei titolari di protezione
internazionale (www.prime-italia.org). Fra le sue attività ci sono i corsi di
scuola guida gratuiti e a prezzo agevolato per rifugiati finanziati grazie ai
fondi dell’otto per mille della Tavola valdese e dell’Automobile Club
Roma
.

Da Termini, in venti minuti di metropolitana, si
raggiunge Ponte Mammolo dove dal 2003, all’interno di un più vasto insediamento
spontaneo abitato da famiglie rom, ne esiste uno più piccolo dove vivono
rifugiati in prevalenza eritrei, un’ottantina in tutto, suddivisi in una
cinquantina di piccole abitazioni di un vano. Alcune sono in muratura, altre in
lamiera, cartone, plastica. Due generatori alimentano le aree comuni adibite a
cucina e spazio ricreativo, ma le «case» mancano dei mezzi per scaldarsi e
conservare il cibo.

«A partire dal 2013» spiega Guglielmo Micucci,
presidente di Prime, «dopo aver gradualmente cercato di creare un rapporto
di fiducia con i rifugiati, abbiamo avviato una serie di attività nel campo»:
fra queste, la distribuzione di sacchi a pelo e una collaborazione con Leroy
Merlin Italia
che ha permesso la riqualificazione dei servizi sanitari.
Fabiola Zanetti, responsabile delle attività Prime a Ponte Mammolo,
racconta soddisfatta un lieto risvolto inatteso del progetto con Leroy
Merlin
: «Augusto, uno dei ragazzi del campo, ha dato una mano nella
ristrutturazione dei bagni. Notando il suo impegno, Leroy Merlin gli ha
offerto un tirocinio: ha iniziato a metà gennaio 2015».

Quello di Ponte Mammolo è il più piccolo dei principali
insediamenti e occupazioni informali nei quali vivono richiedenti e titolari di
protezione internazionale. Gli altri sono il Selam Palace (ex Enasarco)
di Anagnina – Romanina, che ospita circa 700 persone prevalentemente di
nazionalità etiope, eritrea, somala e sudanese, e l’edificio di via Collatina
385, sette piani per un numero di etiopi ed eritrei che varia da 400 a 600. Al centro
Ararat
in zona Testaccio vivono poi un’ottantina di curdi e, se
l’insediamento di Stazione Ostiense è stato sgomberato nel 2012, l’anno
successivo è stato occupato uno stabile di cinque piani in piazza Indipendenza,
a due passi da Termini, dove abitano circa 500 rifugiati in maggioranza
eritrei. Sono circa duemila persone in gran parte uomini, ma non mancano le
donne e i bambini.

Chiara Giovetti

(1 –
continua)

tags: migranti, accoglienza, Centro Astalli, rom, integrazionediritti umani

Chiara Giovetti




Cooperazione: coi soldi di chi?

Chi finanzia lo
sviluppo? E chi la cooperazione allo sviluppo? Un’istantanea sul flusso dei
finanziamenti ai paesi del Sud del mondo e una panoramica sull’Italia. Con uno
zoom sul ruolo – in crescita – dei fondi privati e un cameo sulle Ong italiane
e l’otto per mille.

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Aiuto pubblico allo sviluppo: quanto aiuta?

Centotrentaquattro miliardi di dollari, ecco la cifra che i paesi donatori hanno speso nel 2013 - ultimo dato disponibile - per aiuto pubblico allo sviluppo (Aps): la più alta mai raggiunta. L’incremento, precisa l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), è stato di sei punti percentuali rispetto all’anno precedente e la tendenza all’aumento potrebbe essere confermata anche dai dati 2014.

Ma quanto sono 134 miliardi di dollari? Non poco, constata l’Ocse, se si considera che la maggior parte delle economie dei paesi è alle prese con sempre più severi tagli alla spesa imposti dalla difficile congiuntura economica internazionale. Pochino, invece, se li si confronta con i 1.700 miliardi che il mondo destina annualmente alle spese di difesa, o con le altre voci che compongono i flussi di risorse economiche verso i paesi in via di sviluppo. Bisogna moltiplicare per almeno quattro i 134 miliardi di aiuto, ad esempio, per ottenere il totale degli investimenti stranieri diretti nei paesi del Sud del mondo, quelli cioè che sono puri investimenti senza agevolazioni e che vanno rimborsati fino in fondo con gli interessi. Quanto alle rimesse dei migranti, cioè il denaro che i lavoratori immigrati inviano nei loro paesi d’origine, ammontano a più di tre volte l’aiuto pubblico: nel 2014 hanno raggiunto i 435 miliardi di dollari.

Questi paesi, insomma, crescono più grazie ai soldi dei loro migranti e degli investitori stranieri che alla cooperazione bi/multilaterale. Ma è anche vero, notano vari osservatori, che i flussi in sé non inducono automaticamente miglioramenti a infrastrutture, sanità, sistema educativo. Sempre l’Ocse, nel rapporto 2014 sulla cooperazione allo sviluppo, sottolinea ad esempio come le rimesse siano «tradizionalmente percepite come risorse da utilizzare per i consumi diretti (medicine, cibo, automobili, ecc.) più che per investimenti produttivi, e questo può generare dipendenza da ulteriori rimesse». Accanto a casi positivi in cui una correlazione fra rimesse e salute o rimesse e investimenti si è effettivamente registrata, ce ne sono altri nei quali questi flussi di denaro hanno anche creato sperequazioni nella distribuzione del reddito. Evidentemente molto dipende dalle decisioni politiche locali nei paesi beneficiari e dal grado di consapevolezza e responsabilità con cui questa fonte di ricchezza viene gestita. L’aiuto pubblico allo sviluppo ha invece in questi miglioramenti sistemici il proprio principale obiettivo; il dibattito semmai è su quanto efficacemente lo raggiunga.

I primi dieci paesi beneficiari dell’aiuto pubblico allo sviluppo sono l’Afghanistan, con cinque miliardi di dollari, seguito da Myanmar, Viet Nam, India, Indonesia, Kenya, Tanzania, Costa d’Avorio, Etiopia e Pakistan. I dieci principali donatori sono gli Stati Uniti, con 31 miliardi di dollari, seguiti da Regno Unito, Germania, Giappone, Francia, Svezia, Norvegia, Paesi Bassi, Canada e Australia; ma a superare la soglia dello 0,7 per cento del prodotto interno lordo destinato all’aiuto (fissata dalle Nazioni Unite nella Dichiarazione del millennio come impegno da realizzare entro il 2015) sono solo Norvegia, Svezia, Lussemburgo, Danimarca e Regno Unito.

Un discorso a parte meritano poi i paesi cosiddetti non Dac, cioè non membri del comitato per l’assistenza allo sviluppo dell’Ocse (il cui acronimo in inglese è, appunto, Dac) a cui invece si riferiscono i dati sin qui riportati. Si tratta dei cosiddetti paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) e di una ventina di altri stati fra cui Emirati arabi uniti, Turchia, Israele, Kuwait. La loro quota d’interventi assimilabili all’aiuto pubblico allo sviluppo perché i criteri per definirlo in questi paesi sono diversi da quelli dell’Ocse - ammonterebbe a quasi 17 miliardi di dollari. L’aiuto fornito da questi stati sembra essere in aumento e il principale donatore è la Cina, con cinque miliardi e mezzo di dollari.

Aiuto privato: a quanto ammonta?

Una fonte di finanziamento per lo sviluppo in forte crescita è data dai fondi privati: organizzazioni non governative, fondazioni, aziende, associazioni non profit. Secondo le stime dell’Ocse, nel 2011 questi fondi erano pari a 45 miliardi di dollari, due terzi dei quali provenienti dagli Stati Uniti, il cui aiuto privato allo sviluppo eguaglia quello pubblico. Oltre la metà dei fondi provengono dalle organizzazioni non governative, mentre il resto è diviso abbastanza equamente fra fondazioni e donazioni da parte di aziende. Questo tipo di finanziamento sta ricevendo crescente attenzione da parte dell’Ocse e degli altri enti che si occupano di misurare il polso della cooperazione allo sviluppo. Questo perché, se è vero che la quantità di fondi è relativamente limitata a confronto con i flussi di cui abbiamo parlato prima, è anche vero che - come l’aiuto pubblico e a differenza di rimesse e investimenti - ha come scopo dichiarato proprio lo sviluppo e ha quindi un potenziale molto più elevato di incidere su quello rispetto ad altri tipi di risorse in entrata nei paesi beneficiari.

Si tratta però di una categoria della quale è difficile tracciare contorni chiari sia per quanto riguarda i soggetti, che vanno da colossi come la Bill & Melinda Gates Foundation alle piccole realtà associative, sia relativamente all’impatto e alla tracciabilità dei fondi erogati, cioè a quanto e come questi fondi arrivano ai beneficiari finali. In mancanza di dati certi, è molto difficile inserire questa risorsa nella programmazione degli interventi di cooperazione: se si tratta di un ente come la Gates Foundation, infatti, il suo contributo ai programmi di cooperazione è noto e spesso cornordinato con quello dei partner pubblici. Ma nel caso del volontariato, delle piccole associazioni, delle realtà meno strutturate, la presenza di forme di cornordinamento è molto più episodica. Anche per questo tipo di fondi occorre tener conto dei flussi privati dai paesi non Dac, che ammonterebbero a trentacinque miliardi di dollari.

Il caso dell’Italia

L’Italia ha destinato in aiuto pubblico allo sviluppo 3,4 miliardi di dollari nel 2013, pari allo 0,17 per cento del proprio Pil e al 2,5 per cento del totale dei paesi donatori. Al contrario della media degli altri paesi donatori, la maggior parte dell’aiuto italiano raggiunge i paesi beneficiari tramite il canale multilaterale: oltre il settanta per cento, infatti, consiste in fondi girati dal governo italiano alle istituzioni inteazionali, specialmente all’Unione europea. L’Italia è il quarto maggior contribuente al budget della cooperazione allo sviluppo comunitaria dopo Germania, Francia e Regno Unito.

Per la parte bilaterale, cioè di rapporti diretti fra il governo italiano e i paesi riceventi, una parte consistente degli 850 milioni di dollari totali è data dall’assistenza ai rifugiati in Italia, pari a 403 milioni. La cancellazione del debito ai paesi beneficiari, anche questa considerata parte dell’aiuto pubblico allo sviluppo, si è ridotta a poco più di tre milioni di dollari ma nel 2011 era un’altra delle voci più «pesanti»: 648 milioni, il 37% del totale. Tentiamo un’analisi di questo quadro. L’Italia ha certamente fatto passi avanti nel dare credibilità al proprio impegno per lo sviluppo. Come conferma l’esame effettuato dall’Ocse nel 2014, il nostro paese ha invertito la tendenza aumentando il volume dell’aiuto. Ma la limitatezza del canale bilaterale dà l’impressione di un paese al traino, che non ha una propria strategia chiara e si affida più alle agenzie multilaterali che a una propria pianificazione diretta con i paesi beneficiari. Non solo. Assistenza ai rifugiati e cancellazione del debito sono certamente voci fondamentali, tanto più che la seconda vincola in teoria i paesi altamente indebitati a impegnarsi in politiche di riduzione della povertà in cambio della cancellazione. Ma, come sottolineava lo scorso giugno nel sul blog ZeroVirgolaSette il consigliere del Ministero degli esteri Iacopo Viciani, «in passato varie Ong, da ActionAid alla piattaforma Concord, avevano contestato che le operazioni di cancellazione del debito o le spese per sensibilizzare il pubblico ai problemi dello sviluppo globale o quelle per accogliere i rifugiati nel paese donatore o le spese amministrative e di gestione dei progetti fossero registrate come Aps. Non costituirebbero infatti un trasferimento effettivo di risorse al paese». Sarebbe, cioè, una forma di aiuto «passiva» non in grado di incidere sulle cause della povertà e non basata su una effettiva concertazione fra paesi donatori e beneficiari per individuare e realizzare interventi che portino ad esempio a un miglioramento dei sistemi sanitari ed educativi, a un potenziamento delle infrastrutture, a un rafforzamento del tessuto economico dei paesi che ricevono i flussi di aiuti.

L’aiuto italiano e le Ong

In Italia, riporta l’esame (peer review) Ocse 2014, il settanta per cento dell’aiuto pubblico allo sviluppo è gestito dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e riguarda la cooperazione multilaterale, mentre al Ministero per gli affari esteri e la cooperazione internazionale (Maeci), che si occupa di cooperazione bilaterale compresi i finanziamenti a dono, resta un dieci-quindici per cento, il resto essendo gestito dalla Presidenza del Consiglio e da altri enti, fra cui le amministrazioni locali.

È da questi fondi che vengono i finanziamenti per i cosiddetti progetti promossi dalle Ong. Secondo i dati Ocse, l’Italia gestisce attraverso le Ong circa un decimo dell’aiuto pubblico allo sviluppo e la più ampia fetta di questi fondi va a progetti decisi dal donatore istituzionale (ministero) e affidati alle Ong per la realizzazione; meno del dieci per cento resta per i progetti che nascono dall’iniziativa delle Ong.

Per avere un’idea della situazione, basta pensare che la previsione per il 2015 è che il Maeci destini ai progetti delle Ong circa dieci milioni di euro, la stessa cifra che la Chiesa valdese mette a disposizione per la cooperazione allo sviluppo grazie alle entrate che le derivano dall’otto per mille. La Chiesa cattolica, attraverso la Conferenza episcopale italiana, nel 2014 ha allocato 85 milioni di euro alla voce «interventi caritativi nei paesi del Terzo Mondo» (contabilizzati comunque come aiuto pubblico allo sviluppo nei dati che l’Italia fornisce all’Ocse), mentre la Caritas Italiana ha distribuito fondi per dieci milioni di euro di cui otto milioni in programmi di sviluppo e il resto in aiuti d’emergenza e micro-progetti. Quanto alla quota di otto per mille Irpef assegnata allo stato italiano e teoricamente destinata a «fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati e conservazione di beni culturali», il governo l’ha utilizzata nel 2013 per coprire altre voci di bilancio, mentre nel 2014 ha finanziato quattro progetti per un totale di quattrocento mila euro su 170 milioni di entrata totale dall’Irpef.

La Corte dei Conti ha di recente pubblicato uno studio nel quale si sottolinea che allo stato attuale il meccanismo dell’otto per mille non permette una vera scelta da parte del contribuente: la maggior parte dei fondi derivano di fatto dalla quota inespressa di preferenze, cioè dal denaro dei contribuenti che non hanno messo la croce né sullo stato né su una delle dieci confessioni religiose nella loro dichiarazione dei redditi, ma che vedono comunque la loro quota di otto per mille trattenuta e ripartita secondo le proporzioni determinate dai contribuenti che invece hanno espresso la preferenza. Il profilo che emerge dallo studio è di uno sbilanciamento dei fondi in favore delle confessioni (un miliardo e cento milioni di euro, di cui un miliardo e cinquanta alla Chiesa cattolica) e di uno stato che si disinteressa completamente della propria quota di otto per mille e tradisce così il «patto» con i contribuenti. Ma, al netto del dibattito sulla necessità di ripensare l’otto per mille e di quello sull’utilizzo effettivo dei circa 350 milioni di euro che le Ong gestiscono fra (pochi) fondi pubblici italiani, fondi pubblici europei e donazioni dei sostenitori - questa rivista ha affrontato l’argomento in Carità? Per carità!, MC giugno 2013 -, l’impressione di massima che emerge è quella di una cooperazione italiana che si è sin qui limitata, peraltro con altei successi, a «fare i compiti» abdicando completamente alla possibilità di avere autorevolezza e prestigio sulla scena internazionale attraverso una relazione diretta e costante con i paesi beneficiari e una valorizzazione più decisa della propria società civile.

Chiara Giovetti
Tags: Cooperazione, aiuto pubblico, aiuto privato, finanziamento sviluppo
Chiara Giovetti




Milano e i migranti /2 Il valore aggiunto oltre il bisogno

Continuando la nostra
passeggiata milanese, arriviamo in via Padova, nella zona più multietnica della
città. Di seguito, visitiamo Baranzate, comune nato nel 2004 e situato proprio
a ridosso dell’area dell’Expo 2015, che oggi conta la maggiore concentrazione
di stranieri. Don
Paolo Steffano, il parroco della chiesa di Sant’Arialdo, che si trova nel
quartiere più densamente abitato del comune, ci aiuta a capire la situazione
con i suoi  problemi e i suoi segni di
speranza.

Il XXIII rapporto di immigrazione di Caritas e Migrantes (2013)
riporta una notizia apparsa sul quotidiano la Repubblica nell’agosto
dell’anno scorso: nella classifica dei cognomi più frequenti fra i residenti di
Milano, Rossi e Hu sono quasi alla pari: 4.345 i Rossi e 4.101 gli Hu. Al terzo
posto vengono i Colombo, poi Ferrari, Bianchi e Russo. All’ottavo posto si
classificano Chen e al nono Zhou che, con oltre milleseicento ricorrenze,
superano il cognome milanese per antonomasia, Brambilla, al decimo posto.
All’undicesimo posto si trova Esposito, seguito da Sala, Romano e Cattaneo. Al
ventitreesimo c’è Mohamed e al quarantacinquesimo Ahmed.

Al di là delle statistiche, in via Padova le vetrine dei
negozi parlano di un quartiere dove almeno il commercio ha in parte già
superato i confini etnici: «Alimentari africani, asiatici e sudamericani», si
legge sulle insegne di esercizi che espongono sacchetti di derrate con scritte
in quattro, cinque lingue. Dopo una camminata, verso Nord, in una delle vie più
etnicamente variegate e animate della città, fare due passi nei pochi metri del
quieto borghetto medievale di via Domenico Berra, traversa di via Padova, ha un
che di irreale. Proprio dall’altra parte dell’incrocio si imbocca via Adriano
e, dopo una manciata di passi, si comincia a intravedere la facciata gialla
della Casa della carità, un’istituzione «pensata e voluta dal cardinal
Martini proprio in questa zona di migranti per dare un chiaro segno di
accoglienza», come spiega il responsabile dell’ufficio stampa Paolo Riva.

Attualmente alla Casa della carità, che dal 2004
ha ospitato oltre millesettecento persone, risiedono gratuitamente 135 ospiti
mentre altri 138 vivono in trentuno appartamenti estei. Una giornata di
accoglienza ha un costo medio di circa quaranta euro. Presso la struttura sono
disponibili un centro d’ascolto, che l’anno scorso ha ricevuto oltre settecento
richieste d’aiuto, un servizio docce e guardaroba per le persone che non è
possibile ospitare, un centro medico e di assistenza psicologica, un’area di
assistenza legale, i servizi di formazione e avviamento al lavoro, una
biblioteca e un centro anziani. Gli utenti ai quali, in dieci anni di attività,
la Casa si è rivolta sono membri delle comunità rom, migranti, persone
senza dimora, detenuti ed ex detenuti, anziani e pazienti affetti da problemi
di salute mentale.

Ma oltre all’accoglienza e assistenza quotidiane, la
fondazione che gestisce la Casa, promuove un lavoro di riflessione sui
temi e i problemi che emergono nella realtà metropolitana. Don Virginio
Colmegna, presidente della Fondazione Casa della carità dal 2004,
sceglie Hannah Arendt, Marc Augé e Zygmunt Bauman per guidare l’interlocutore
nel percorso di approfondimento che la Fondazione sta portando avanti:
parla di «diritto di difendere i diritti» e di «vite di scarto», le vite di
coloro che il processo di globalizzazione ha spinto ai margini e ridotto a
rifiuti umani. «Serve una diversa visione strategica delle periferie», dice don
Colmegna, «che vanno guardate non come i nonluoghi dove si manifesta il
bisogno, ma come spazi di complessità e conoscenza. Il fenomeno migratorio ci
sta cambiando e, insieme all’impegno quotidiano dell’accoglienza, il lavoro
culturale è fondamentale».

Don Colmegna si sofferma su un tema particolare: su
cento persone assistite dalla Casa, quaranta sono passate dai servizi di
salute mentale. «Le sofferenze patite durante il tragitto migratorio, le esperienze
– vissute specialmente dalle donne – di devastazione nel corpo, i traumi legati
all’impatto religioso e culturale sono le principali cause dei problemi mentali
delle persone che accogliamo».

A poche decine di metri dalla Casa della carità,
via Padova comincia ad animarsi per il traffico dell’ora di punta serale; la
luce rosa di uno dei primi tramonti primaverili si diffonde sui muri della
galleria T12 Lab di via dei Transiti, dove gli artisti maliani Ousmane
Garba Kounta, Aboubakar Fofana e Sidiki Traoré espongono i loro lavori
nell’ambito della piattaforma Nomad Extreme, «un’iniziativa visionaria
dedicata ai designers che si trovano ai confini del mondo».

«Il riciclo e la valorizzazione della cultura maliana
sono alla base del mio lavoro», spiega Ousmane mentre mostra ai visitatori le
sue opere, sedie e poltrone fatte con coa bovine recuperate presso i macelli.
I lavori di Ousmane, insieme alle sculture di metallo riciclato di Sidiki e ai
manufatti di tessuti e colori naturali realizzati da Aboubakar con le tecniche
dei maestri della tradizione tessile del Mali, proiettano scorci di Sahel e di
Sahara sullo sfondo di cemento, asfalto e metallo di una metropoli del Nord del
mondo. Milano e il suo cammino multiculturale passano anche da qui.

Chiara Giovetti


Due passi a Baranzate
con don Paolo Steffano

Don Paolo Steffano è il parroco di Sant’Arialdo, la
chiesa del quartiere Gorizia a Baranzate, comune della prima cintura milanese.
Da dieci anni vive e lavora qui, nel comune d’Italia a più alta concentrazione
di stranieri. Risponde alle mie domande mentre mi fa da guida nel quartiere e
si ferma a salutare le persone, ad accordarsi con qualcuno per appuntamenti e
attività in programma, ad ascoltare storie e notizie.

Don Paolo, a
Baranzate cercavo una periferia degradata, ma a guardare la bacheca con le
attività organizzate dalla parrocchia, i murales con la scritta «Il mondo nel
quartiere», le strutture sportive e le sedi delle associazioni come Quadrivium,
non sembra poi così male. E ora io che cosa scrivo?

Don Paolo ride mentre mi fa strada nel prato vicino alla
chiesa dove gli operai stanno ultimando i lavori della parte da pavimentare: «Immaginati
come sarà questo prato nelle sere d’estate, tutto pieno di candele e di gente
che chiacchiera. Questa qui è la Svizzera di Baranzate!». Poi torna serio
mentre percorriamo la strada che costeggia la piazzetta del quartiere: «Vedi?»,
e indica le serrande abbassate dei negozi, «questi hanno tutti chiuso, non ce
la facevano ad andare avanti. Le difficoltà ci sono, e anche tante, ma tutti
insieme stiamo cercando di trovare delle soluzioni».

«Tutti insieme» significa la parrocchia, le associazioni
di quartiere, il comune, che ha regalato una macchina perché le associazioni
potessero svolgere le proprie attività, e i privati, uno dei quali ha donato
una sala da cento posti. Per mostrarmi un esempio di collaborazione
interculturale mi porta a visitare il negozio di usato per bambini gestito da
due mamme, una boliviana e una italiana.

«Non è un quartiere facile, addirittura passa per essere
invivibile. La situazione è questa: nel quartiere, che ospita una settantina di
etnie, vivono 3.800 persone su 11.800 abitanti totali di Baranzate: la
sproporzione abitativa c’è e si vede. Molti palazzi non hanno il riscaldamento,
chi può se lo fa autonomo, gli altri usano le stufette, con tutti i rischi
connessi. Il centro psicosociale segue una marea di casi, il tasso di natalità è
davvero alto ma non c’è nemmeno un pediatra. Lo spaccio di droga, specialmente
hashish e cocaina, è florido. Ora, in vista dell’Expo, hanno sgomberato un
campo nomadi e distribuito venti famiglie rom nel quartiere, il che ha
provocato parecchi scompensi».

Don Paolo,
quanto tempo ci vorrà perché io non debba più venire qui a farle tutte queste
domande per scrivere un articolo su migranti, disagio e periferie?

«Senti, mettiamola così: io sono milanese di Sant’Ambroeus,
ho il pedigree», scherza. «Quando andavo a scuola, mio padre leggeva la
lista dei miei compagni di classe e, trovando un cognome del Sud, alzava la
testa e diceva: questo qua è un terùn. Lui lo notava, com’era ovvio che
fosse, da milanese che aveva visto la sua città cambiata dai flussi migratori
dal Sud Italia. Ma per me quel nome corrispondeva semplicemente a un compagno
di giochi, non mi importava che fosse di Bari o di Palermo. Ecco, io credo che
succederà la stessa cosa. Anzi, a camminare per le strade di questo quartiere,
forse anche tu hai avuto l’impressione che sia già successo».

Chiara Giovetti

Per aiutare i progetti di MCO:

Chiara Giovetti




Milano e i migranti / 1 Il valore aggiunto oltre il bisogno

Secondo il rapporto Caritas
Migrantes
del 2013, la sola provincia di
Milano conta poco meno di 360mila stranieri residenti, un numero appena
inferiore al totale di quelli che risiedono nell’intero Piemonte. La Lombardia è,
nel suo insieme, la prima regione in Italia per numero di stranieri residenti:
un milione e ventottomila persone.
Il gruppo più numeroso è rappresentato dai rumeni (137mila), seguiti da
marocchini, albanesi, egiziani, cinesi, indiani e altri. In questo numero, MC
racconta un percorso di quarantacinque chilometri fra centro e periferie della
Milano multiculturale.

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Milano, uscita della metropolitana, fermata Duomo. A metà delle scale che portano in superficie, un uomo - dai tratti potrebbe essere originario dell’Asia centrale - sta seduto con un bicchiere di carta in mano, in attesa che qualcuno vi depositi qualche spicciolo. Alle sue spalle, un maxischermo sulla facciata di marmo bianco del Duomo riproduce la pubblicità di uno smartphone. Per un attimo, un effetto prospettico crea l’illusione che l’uomo col bicchiere e il telefonino siano parte della stessa proiezione. Salendo la scale l’illusione scompare, ma la suggestione ci mette un po’ a dissolversi. La tentazione di pensare che quell’immagine sia un emblema è forte, ma Milano si muove troppo velocemente e in troppe direzioni per lasciarsi incastrare in una generalizzazione.

Tra la Fiera del Mobile, quasi una prova generale dell’Expo 2015, e la Chinatown di via Paolo Sarpi, a nemmeno un chilometro dalla storica sede del Corriere della Sera in via Solferino; fra i manifesti della Lega contro «Bruxelles che uccide» accanto alla stazione centrale, e i fogli con la scritta «Via i leghisti da San Siro» attaccati sui nomi delle vie intorno a piazzale Selinunte; fra questi frammenti di città e molti altri, c’è «la piazza»: ecco il luogo dell’incontro, delle reti di solidarietà e dei tentativi di condivisione. Ma anche lo spazio delle quotidiane tensioni, degli stili di vita difficili da conciliare, del costante viavai di persone e di culture che a volte non si fermano abbastanza per osservarsi e poi riconoscersi.

Una panoramica sulla città vista dall’Ufficio per la pastorale dei migranti

«“Fate incontrare la gente”: questo è il mio incoraggiamento per i sacerdoti che delle parrocchie». A parlare è don Alberto Vitali, dell’Ufficio per la pastorale dei migranti (Upm) della Diocesi di Milano. Quando le persone si accorgono di avere problemi comuni, come crescere i figli, trovare un lavoro, accudire un malato, continua don Vitali, diventa meno difficile capirsi e venirsi incontro. La Caritas ambrosiana si occupa della promozione umana e del sociale. «Noi ci concentriamo sul fatto che un migrante è un credente», spiega don Alberto, «e partiamo da questo presupposto per organizzare il lavoro della cappellania generale, che conta trenta realtà etniche diverse».

Il sacerdote traccia un quadro molto chiaro delle generazioni di migranti con i quali svolge il proprio lavoro: la prima generazione ha fra le sue caratteristiche un forte legame identitario con il paese d’origine, e vive nel mito del ritorno, anche se spesso è costretta a rassegnarsi al fatto che tale ritorno non avverrà mai a causa della mancanza di risorse economiche. La seconda generazione, invece, è quella della piena crisi di identità. Quest’ultima, che rimane sopita nei bambini, affiora nell’adolescenza, quando magari arrivano le prime «cotte» per un coetaneo e ci si sente rifiutati perché stranieri. Sentirsi improvvisamente diversi genera nei ragazzi un trauma non semplice da superare, e spesso si innesca una ricerca del gruppo di «uguali» nel quale sentirsi accettati. In alcuni casi, che rimangono comunque limitati, questi gruppi di uguali finiscono per essere le gang criminali giovanili di cui si sente ogni tanto parlare. «È paradossale», aggiunge don Vitali, «che in questi casi la voglia di essere “uguali” porti di fatto a unirsi a altri “diversi”». Quanto alla terza generazione, si tratta di persone completamente integrate.

A Milano, spiega Simona Beretta, anche lei in forze all’Upm e curatrice, oltre che ideatrice, del concorso di scrittura Immicreando, sono tre i tipi di enti che si occupano di migranti: il comune, la Chiesa e le associazioni e onlus, ad esempio il Naga. Non c’è una rete strutturata che unisca queste entità. Nonostante ciò, il cornordinamento funziona grazie a costanti contatti e incontri. Nelle singole realtà di quartiere, poi, la presenza di una situazione di difficoltà viene spesso gestita grazie alla comunicazione fra associazioni, parrocchie, uffici pubblici presenti in loco che si segnalano gli uni gli altri i casi di disagio e si cornordinano per dare una risposta. Quanto all’idea di periferia, a Milano occorre tenee in considerazione due tipi: quella dei comuni della prima cintura, e poi il cosiddetto hinterland. «Ma anche per Milano, come per Torino», chiarisce Simona, «la corrispondenza fra migranti e margine geografico non è automatica: basta pensare a posti come via Padova, una delle strade più multietniche della città, che comincia da piazzale Loreto, una zona tutt’altro che periferica». Che la marginalità e il disagio siano, almeno in parte, un effetto di un fallimento urbanistico è un’ipotesi che Simona non rifiuta: «Non si può dire che ci sia stato un vero e proprio progetto di ghettizzazione, ma nemmeno c’è mai stato un progetto per spezzare queste catene urbanistiche. Il resto, poi, lo ha fatto il mercato immobiliare: i prezzi più bassi nelle zone più disagiate hanno attirato, a loro volta, persone alle quali le difficoltà economiche non permettevano di vivere in zone più costose».

Caritas ambrosiana: il valore di un percorso

Il Servizio accoglienza immigrati (Sai) di Caritas ambrosiana nasce nel 2002 per fornire consulenza e orientamento a immigrati e datori di lavoro a seguito della sanatoria prevista dalla legge 189/2002 (Bossi - Fini). Si consolida poi come più ampia risposta alle problematiche migratorie a Milano, in linea con la sensibilità e le priorità dell’allora arcivescovo di Milano, cardinal Carlo Maria Martini, confermato e sostenuto poi dai suoi successori, cardinali Dionigi Tettamanzi e Angelo Scola. Al Sai, che vede la presenza continuativa e operativa di assistenti sociali, avvocati, consulenti di area legale, operatrici dell’area orientamento al lavoro e della segreteria, e la preziosa collaborazione di venticinque volontari, accedono oggi fra le sei e le settemila persone all’anno. Il Servizio offre ascolto, accoglienza temporanea, accompagnamento sociale, consulenza legale. Nelle situazioni di particolare vulnerabilità è previsto un intervento di sostegno diretto. «Ma il soddisfacimento immediato di un bisogno attraverso l’elargizione di denaro per pagare un debito o un servizio necessari all’immigrato», sottolinea il responsabile del Servizio, Pedro
Di Iorio, «è qualcosa a cui ricorriamo il meno possibile. Cerchiamo piuttosto di leggere il bisogno e condividere con la persona che si rivolge a noi l’idea di un piccolo progetto finalizzato a una possibile maggiore autonomia e miglioramento della propria situazione, un percorso durante il quale, ovviamente, ci impegniamo con possibili azioni di accoglienza, accompagnamento ai servizi territoriali e anche di piccolo sostegno economico». Pedro ci tiene molto a dare rilievo a questo aspetto: ciò che gli sta a cuore è scongiurare per quanto possibile il rischio che «il viandante, così come l’operatore sociale che fornisce il servizio, finiscano per fare del bisogno il solo codice di identificazione relazionale, tralasciando invece il valore aggiunto». Un migrante, cioè, non è solo un bisognoso, ma qualcuno cui proporre, nel territorio, percorsi di socializzazione e conoscenza.

«Nei confronti di chi cerca lavoro, Caritas non può intervenire direttamente come fosse un’agenzia interinale: il nostro ruolo è quello di aiutare la persona per un miglior posizionamento nella ricerca attiva del lavoro. Gli strumenti disponibili sono di natura formativa, di base e professionalizzante, di orientamento e informazione che la “piazza” spesso non è in grado di dare».

«Piazza» è un termine che Pedro usa spesso: la definisce il luogo del passaparola, dei network etnici, dove i migranti hanno notizia dei servizi, come quelli offerti dalla Caritas; ma è anche uno spazio frammentato, dove non sempre i canali da percorrere per far fronte alle proprie necessità sono chiari: «Per questo diventa ancora più importante far attenzione a non creare aspettative ingiustificate rispetto a qualunque bisogno che ci viene esposto e fornire ai migranti informazioni che alla gratuità uniscano la qualità».

La mole di lavoro per il cosiddetto front-office, che si occupa fra l’altro di codificare il bisogno il più rapidamente possibile, è ragguardevole: sono quindicimila all’anno le telefonate a cui gli operatori rispondono, una media di quaranta al giorno. «I richiedenti asilo/titolari di protezione internazionale rappresentano il quindici per cento del flusso complessivo di richieste che riceviamo; per il medesimo target di riferimento (protezione internazionale), a Milano il comune svolge azioni di accoglienza e accompagnamento affidate, attraverso una convenzione, alla cornoperativa Farsi Prossimo che gestisce quattro centri d’accoglienza per uomini e uno per donne. I “migranti economici” sono circa l’ottantacinque per cento: l’Italia sta diventando meno appetibile come meta per chi cerca un impiego e anche i migranti della prima ora, quelli che erano stati protagonisti di storie di successo e che oggi si trovano sempre più spesso in condizioni di precarietà, con quel che ne consegue in termini di sgretolamento delle famiglie e di impatto devastante dal punto di vista psicologico».

Oltre due terzi degli utenti del Sai hanno una situazione abitativa che nella migliore delle ipotesi consiste in un posto letto (oneroso) in coabitazione con altri connazionali. Altre volte si tratta di persone ospitate nei centri di accoglienza, come il rifugio Caritas vicino alla Stazione Centrale, o nei centri di accoglienza gestiti dal comune o da istituzioni religiose. Spesso l’alternativa è la strada o l’area dismessa. Lo scalo della stazione di Porta Romana è un esempio di quest’ultimo tipo di sistemazioni: «Dal ponte sulla ferrovia in Corso Lodi si vedono solo le passerelle dove i passeggeri aspettano i treni», racconta Pedro, «ma se cammini lungo i binari arriverai a intravedere, di notte, i fuochi accesi dalle decine, a volte centinaia, di persone che passano la notte nelle strutture dismesse dello scalo».

Quanto all’ipotesi di rientrare nei paesi di provenienza, Pedro ribadisce che nella maggior parte dei casi «da sconfitti a casa non si torna». Qualcuno sceglie comunque il recupero degli affetti anche se il prezzo è ammettere il fallimento, ma molto dipende anche dalle condizioni messe in campo dal paese di provenienza. «Ad esempio, in Perù sono attivi progetti di reinserimento degli emigrati che rientrano e questo aiuta a creare le condizioni per i rimpatri».

Via Padova, le declinazioni dell’accoglienza

Via Padova è un’arteria di oltre quattro chilometri che collega piazzale Loreto a Crescenzago. Quattro anni fa la zona fu al centro dell’attenzione dei media per l’assassinio di un giovane egiziano a opera di una banda di latinos.

Nel quartiere che si estende intorno alla chiesa di San Gabriele, nella parte di via Padova vicina a piazzale Loreto, la popolazione straniera è al quaranta per cento. «La maggioranza degli immigrati» spiega don Davide Caldirola, «proviene dall’America Latina, specialmente Ecuador e Perù, e dall’Egitto. Raramente si tratta di famiglie, spesso sono assembramenti di persone, ed è più difficile stabilire un contatto con loro».

Qui molte sono case di ringhiera, dove il contatto diretto fra condomini è inevitabile, ma gli avvicendamenti sono frequenti: gli affitti sono alti e la gente non si ferma molto. «Qualche giorno fa», riporta don Davide, «una signora mi ha detto che se fosse per lei sarebbe ben contenta di conoscere i vicini di casa, ma cambiano ogni tre settimane...».

Accanto agli stranieri, nel quartiere vivono parecchie persone anziane che si sono stabilite qui da anni e le difficoltà a conciliare le loro esigenze con quelle dei nuovi abitanti non è sempre semplice. «Non si può chiedere a un anziano di imparare l’egiziano per poter stabilire un rapporto con i vicini e a volte anche le forme un po’ chiassose di convivialità di alcuni gruppi di migranti creano disagio in persone che desidererebbero un po’ più di quiete». Sui principi della condivisione e dell’accoglienza, dice don Davide, non si può che essere tutti d’accordo; spesso, però, nel concreto, la partita della multiculturalità non si gioca sui principi ma su tanti piccoli episodi quotidiani che creano tensioni.

Come parrocchia, a San Gabriele si è scommesso su quello che don Caldirola definisce un «puntare alla normalità», assecondando cioè l’incontro che già sta avvenendo nelle nuove generazioni. «All’oratorio uno su tre dei bambini che ricevono i sacramenti ha genitori stranieri. La nostra struttura accoglie tutti i bambini, cristiani o non cristiani, perché crescano insieme e sostituiscano all’appartenenza etnica i valori dell’amicizia».

Chiara Giovetti
(1 - continua)

Tags:
migranti, accoglienza, Milano, Caritas, pastorale migranti, periferie, Via Padova
Chiara Giovetti




Luce e speranza a Marandallah

Dopo una guerra civile e dieci anni di conflitto latente la Costa
d’Avorio, ex perla dell’Africa occidentale, conosce oggi una crescita economica
sostenuta. Ma la riconciliazione nazionale e il miglioramento delle condizioni
di vita della popolazione avanzano lentamente. Mentre l’ex presidente Laurent
Gbagbo resta in carcere all’Aja e l’attuale capo di stato Alassane Ouattara
affronta in patria accuse di parzialità e inefficienza, il paese si prepara a
tornare alle ue l’anno prossimo.
I missionari della Consolata lavorano a Marandallah, nel Nordovest. Attraverso
progetti di sanità e alfabetizzazione cercano di sostenere lo sforzo di un
paese che vuole rimettersi in piedi.

Zoppicando verso le
elezioni

Laurent Gbagbo resta in prigione. È questa la decisione
della prima camera preliminare della Corte penale internazionale (Cpi)
dell’Aja lo scorso 12 marzo, in risposta alla richiesta di scarcerazione
avanzata dalla difesa del ex capo di stato della Costa d’Avorio. Gbagbo,
presidente ivoriano dal 2000 al 2010, era stato arrestato nell’aprile del 2011
insieme alla moglie Simone Ehivet Gbagbo, anche lei in seguito perseguita dalla
Cpi, dopo aver dato avvio a un’ondata di violenze per il rifiuto di lasciare il
potere al suo oppositore Alassane Dramane Ouattara, detto Ado, vincitore delle
lelezioni di fine 2010. Le violenze avevano causato la morte di circa tremila
persone e la fuga di poco meno di un milione d’ivoriani che trovarono rifugio
nei paesi limitrofi o si spostarono in aree del paese meno turbolente.

La Costa d’Avorio aveva già sperimentato un quinquennio
di conflitto fra il 2002 e il 2007, durante il quale i ribelli controllavano il
Nord del paese mentre il Sud era dominato dalle forze governative. Fra i
principali motivi del contendere c’erano il controllo del mercato del cacao e i
diritti della popolazione di origine straniera insediata da decenni nel paese (vedi
dossier sulla Costa d’Avorio in MC, marzo 2007 e febbraio 2011
). Le
elezioni del 2010 dovevano mettere fine a questa situazione di tensione dopo
che il presidente e il capo dei ribelli, Guillaume Soro, avevano accettato di
convivere in un governo di transizione – con Gbagbo presidente e Soro primo
ministro – per traghettare la Costa d’Avorio fuori dall’impasse politica. Ma
subito dopo il voto, il popolo ivoriano si è visto ripiombare nell’incubo della
guerra civile.


Rifugiati, sfollati,
apolidi, stranieri: l’eterno rompicapo della politica ivoriana

A oggi, sebbene si siano registrati diversi ritorni dei
rifugiati e degli sfollati alle loro case, la situazione rimane tutt’altro che
risolta. Secondo l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, a metà 2013 i
rifugiati ivoriani erano ancora centomila, due terzi dei quali nella sola
Liberia. Il timore di subire rappresaglie e vendette una volta rientrati in
patria resta il principale motivo che spinge i rifugiati ivoriani a ritardare
il loro ritorno.

Inoltre, circa settecentomila persone risultano apolidi,
cioè prive di nazionalità. Quello della nazionalità è un problema di vecchia
data nel paese, dove poco meno di sei milioni di persone, cioè oltre un quarto
della popolazione, sono immigrati provenienti dai paesi limitrofi. Una gran
parte di questi immigrati si sono stabiliti in Costa d’Avorio molti anni fa,
attirati dalle opportunità di lavoro nelle piantagioni di cacao e in altri
settori ai tempi – erano gli anni Settanta – in cui l’economia ivoriana era il
motore della sub-regione e Abidjan, la capitale economica del paese con i suoi
grattacieli e le sue tangenziali sopraelevate, era chiamata la Manhattan dei
tropici. L’esodo dai paesi confinanti è proseguito anche negli anni successivi
al periodo d’oro, ma in moltissimi casi i migranti hanno continuato fino a oggi
a vivere in un limbo giuridico che non permette loro di godere di una serie di
diritti, fra cui quello alla terra e al voto.

Nel 2013 l’annuale studio dell’autorevole Fondazione
Mo Ibrahim
, creata dal magnate delle comunicazioni anglo-sudanese Mohamed
Ibrahim per incoraggiare il buon governo in Africa, ha collocato la Costa
d’Avorio fra i dieci stati africani che hanno avuto i risultati peggiori in
campi come i diritti umani, lo sviluppo, la sostenibilità economica e la
legalità. Diversi osservatori, inoltre, cominciano ad avanzare preoccupazione
rispetto all’imminenza delle nuove elezioni, previste per l’anno prossimo: la
pacificazione fra i gruppi in conflitto sembra ancora lontana e gli oppositori
criticano il presidente Ado accusandolo di parzialità soprattutto verso i
perpetratori dei crimini del 2010-2011, dato che in prigione ci sono solo i
sostenitori dell’ex presidente Gbagbo. La commissione indipendente che dovrebbe
aggioare le liste elettorali è stata sciolta dopo le elezioni del 2010 e non è
ancora stata ricostituita.

Nonostante un altro conflitto sembri per ora scongiurato
e la crescita del Pil sia stata pari al 8,7 per cento nel 2013, la Costa
d’Avorio conserva nelle città grosse sacche di povertà, mentre nelle zone
rurali della parte occidentale del paese il conflitto e la violenza rimangono
elementi del quotidiano.

La sanità in Costa d’Avorio

Fra le presenze dei missionari della Consolata in Costa
d’Avorio c’è quella di Marandallah, un villaggio di circa quattromila abitanti
che di fatto è il punto di riferimento per oltre trentamila persone dei
dintorni. Si trova nella regione di Worodougou, nella parte centro
settentrionale del paese, a poco meno di cinquecento chilometri da Abidjan. Con
il Nord della Costa d’Avorio, Marandallah condivide un maggior svantaggio
economico rispetto al Sud del paese e una mancanza di infrastrutture che
rendono molto difficili gli spostamenti e le comunicazioni. «La situazione dei
trasporti qui è veramente critica», scrive padre João Nascimento, uno dei
missionari. «Ci si muove quasi esclusivamente su piste sterrate piene di buche
e crepe e durante le piogge tutto si complica ulteriormente». Anche energia
elettrica e acqua potabile scarseggiano, soprattutto dopo gli scontri del
decennio 2002-2011 che hanno gravemente danneggiato gli impianti di
distribuzione e le infrastrutture.

Uno studio del 2012, effettuato su un campione nazionale
di circa diecimila famiglie dal ministero della sanità e dall’istituto di
statistica ivoriani in collaborazione con diverse agenzie ed enti inteazionali,
descrive la situazione sanitaria della zona come peggiore della media
nazionale. Per quanto riguarda la salute matea, ad esempio, se nella città di
Abidjan 97 donne su cento ricevono cure e assistenza durante la gravidanza,
nella regione Nordovest, solo 75 ne beneficiano. I parti assistiti da personale
sanitario qualificato sono l’88% a Abidjan mentre nella regione di Worodougou
ad assistere le partorienti sono le levatrici tradizionali o i familiari in
almeno un caso su due. Inoltre, la pratica delle mutilazioni genitali
femminili, con tutte le sue conseguenze dannose per la salute della donna, è
presente nel Nord e nell’Ovest del paese molto di più che nelle altre zone e
tocca circa sette donne su dieci.

Il dispensario di Marandallah

Le testimonianze dei missionari sono in linea con i dati
del rapporto: «È molto difficile trovare il personale sanitario», conferma
padre Ramón Lázaro Esnaola, responsabile del Centro sanitario cattolico Notre
Dame de la Consolata (Cscndc) di Marandallah, fondato nel 2007, «perché in
pochi sono disposti a venire a vivere in un luogo dove mancano acqua e
elettricità. Mancando la corrente, poi, diventa molto più complicato anche
offrire servizi di base come le vaccinazioni: per ottenere i vaccini occorre
infatti andare a Mankono, una città che si trova a quasi settanta chilometri da
qui e, viste le condizioni delle piste sterrate, è facile immaginare quanto
tempo, energie e denaro se ne vadano per fornire un servizio così fondamentale».

Il centro è nato per sopperire alla mancanza di copertura
sanitaria nella zona: la struttura più vicina, infatti, si trova a circa
novanta chilometri, una distanza proibitiva per la maggior parte della
popolazione locale. Il Cscndc offre servizi di medicina generale, ha una
mateità ed esegue analisi di laboratorio avvalendosi del lavoro di un medico,
un infermiere, due biotecnici, un’assistente sociale, due aiuto infermiere, tre
agenti sanitari comunitari, tre addetti alle pulizie e due guardiani nottui.
Ha dodici posti letto più altri sei nella mateità e effettua oltre tremila
consultazioni all’anno, mentre la mateità segue circa 170 parti e il reparto
chirurgia esegue più di duecento operazioni l’anno. Dal 2008 le attività
relative alla lotta all’Hiv/Aids si svolgono con il sostegno tecnico di
Icap-Costa d’Avorio, l’Inteational Centre for Aids Care and Treatment
Programs
gestito dalla statunitense Columbia University e dal
governo Usa. La cura della malnutrizione avviene con il supporto della
statunitense Father Norman Gies Foudation.

Più energia alla
salute e gli altri progetti sanitari

Nel 2013, con il sostegno di Caritas microprogetti, è
stato avviato «Più energia alla salute», un intervento per l’installazione di
un sistema fotovoltaico: «A lavori ultimati», spiega padre Ramon, «grazie
all’energia prodotta con i pannelli solari non dovremo più temere i tagli di
corrente frequenti nella zona e avremo una affidabile catena del freddo:
potremo cioè far funzionare regolarmente il frigo che ci è stato donato dal
sistema sanitario nazionale ivoriano per conservare i vaccini – senza doversi
spostare sempre fino a Mankono – e anche il sangue per le trasfusioni».

Un’altra componente dell’intervento è quella di
informatizzare la farmacia del dispensario in modo da avere un controllo più
dettagliato sullo stock e prevedere meglio i tempi e le necessità per i nuovi
acquisti. «Per procurarci i farmaci dobbiamo andare fino ad Abidjan», continua
padre Ramon. «Per questo è importante programmare il viaggio sapendo con precisione
quali farmaci devono essere reintegrati. Fare i conteggi “a vista” e segnarli
su una lista cartacea non è impossibile e lo si è sempre fatto, ma il margine
di errore e il dispendio di tempo sono molto maggiori. L’uso del computer
dovrebbe ridurre il numero di viaggi e, di conseguenza, i costi per il
mantenimento del centro».

Anche a Dianra, altro centro a una cinquantina di
chilometri da Marandallah, i missionari fanno funzionare un piccolo
dispensario. L’obiettivo per il futuro è costruire anche presso il centro
sanitario di Dianra una mateità, che per ora manca. Sono invece già attivi i
servizi di formazione del personale sanitario, svolta in cornordinamento con il
centro di Marandallah, e le missioni di visita ai villaggi che hanno
un’importanza fondamentale nella prevenzione delle malattie più comuni.

L’alfabetizzazione,
strumento per superare l’odio

Secondo lo studio a campione citato prima, la situazione
della regione di Nordovest rispetto all’alfabetizzazione è problematica tanto
quanto quella sanitaria: delle persone intervistate per la raccolta dei dati
statistici, sessantasei uomini e ottantotto donne su cento non sanno leggere né
scrivere mentre ad Abidjan – presa ancora una volta come esempio «virtuoso» –
le donne e gli uomini in questa condizione sono rispettivamente il quaranta e
il diciotto per cento. Tre quarti delle donne intervistate e circa metà degli
uomini hanno dichiarato di non avere alcun titolo di studio e di non leggere
giornali né utilizzare altre fonti di informazione. I bambini che frequentano
la scuola elementare a livello nazionale sono 68 su cento, ma nel Nordovest
sono mediamente dodici in meno.

«È vero», conferma padre João, «qui l’analfabetismo è più
diffuso che altrove. È un insieme di fattori che crea questa situazione:
l’isolamento, il fatto che la popolazione locale sia in parte di origine
straniera e mai integrata e anche, a volte, un senso di apatia e di
rassegnazione».

Grazie a fondi dell’Opera di promozione
dell’alfabetizzazione nel mondo
(Opam), padre João ha realizzato il
progetto A scuola di pace all’apatam, un intervento che prevedeva la
costruzione di sei strutture tipicamente africane note anche come paillotes,
in altrettante località intorno alla missione. Ora negli apatam si
stanno svolgendo i corsi di alfabetizzazione per gli adulti e per i bambini non
scolarizzati. La prossima tappa del progetto sarà fornire alle piccole
strutture l’illuminazione con impianti fotovoltaici, perché i corsi si tengono
quasi sempre di sera, dopo la giornata lavorativa, e un’illuminazione adeguata è
indispensabile per la buona riuscita della formazione. È previsto anche
l’acquisto di una moto che permetta all’équipe di cornordinamento di visitare le
comunità.

Oltre che all’alfabetizzazione vera e propria i corsi
serviranno anche a sensibilizzare e informare su temi come diritti umani,
diritto alla terra e riconciliazione fra comunità. «Leggere e scrivere non è
indispensabile solo per poter affrontare le attività quotidiane che comportano
la lettura o la compilazione di documenti amministrativi, ma anche per essere
in grado di comprendere meglio ciò che sta accadendo nel paese», conclude padre
João. Essere più consapevoli e più informati aiuta a sentirsi parte delle
dinamiche sociali, economiche e politiche della società in cui si vive.
L’obiettivo è dissolvere a poco a poco la paura, la diffidenza e il
risentimento e ridurre l’isolamento non solo geografico ma anche culturale in
cui la popolazione di Marandallah si trova a vivere.

Chiara Giovetti




Tags: sanità, salute, dispensario, Marandallah

Chaira Giovetti




Torino, gli strumenti per non avere paura

Reportage periferie /
1

Erano gli anni
Sessanta quando cartelli affissi sulle porte degli edifici del capoluogo
piemontese avvertivano: «Non si affitta a meridionali». Nel 2014 sono ancora
tanti i torinesi che ricordano quegli anni e citano quelle scritte quasi a
sottintendere che la città ha già affrontato massicci flussi migratori e ha
saputo reagire, accogliere e integrare. Oggi basta salire su un tram come il 16
o spingersi nel quartiere Barriera di Milano per toccare con mano una città che
resta fedele alla sua lunga tradizione di accoglienza e, pur nelle difficoltà e
nelle contraddizioni, continua a cambiare volto.

Nell’inverno 2014 gli enti locali torinesi hanno siglato diversi accordi
il cui tema di fondo era la relazione con le comunità di migranti. Solo per
citare alcuni esempi, sono dello scorso febbraio l’adesione della Provincia di
Torino al protocollo d’intesa sulla prevenzione e il contrasto della tratta degli
esseri umani, e la formalizzazione della collaborazione fra la polizia
municipale e la comunità marocchina per la prevenzione dell’abbandono
scolastico, per la mediazione nei casi di conflitti tra i giovani immigrati e
per l’assistenza alle vittime di violenza domestica.

I temi relativi ai migranti hanno certamente un peso
notevole nel dibattito e nell’agenda politica della città che, sia attraverso
le istituzioni pubbliche sia con l’apporto del cosiddetto «privato sociale», si
attiva per cercare soluzioni ai problemi legati all’accoglienza e
all’integrazione delle comunità straniere. Non mancano ovviamente le polemiche
e le accuse a enti pubblici e associazioni di dare precedenza ai bisogni degli
stranieri rispetto a quelli dei torinesi. Ma in una città dove sono già
presenti le seconde generazioni, dove la crisi economica si fa sentire con tale
forza da spingere talvolta gli immigrati stessi ad abbandonare l’Italia per
rientrare nei paesi d’origine o per spostarsi in altre nazioni europee, dove le
scuole sono da anni laboratori di interculturalità, la rassicurante divisione
noi/loro è un semplicismo che fatica ogni giorno di più a descrivere la realtà.

Il lavoro dell’Upm

L’ufficio per la pastorale migranti (Upm) della diocesi
di Torino è un punto di riferimento fondamentale per le comunità straniere.
Offre numerosi servizi fra i quali lo sportello per il lavoro, le consulenze
legali, l’insegnamento dell’italiano e molti altri. Sergio Durando, direttore
dell’Upm, traccia una sintesi della situazione: «Metà dei 385 mila immigrati
del Piemonte vivono a Torino: sono 200 mila nella provincia di cui 150 mila nel
territorio comunale». Secondo il XXIII Rapporto immigrazione 2013 (vedi
articolo pag. 28) di Caritas e Migrantes, nella regione la comunità più nutrita
è quella rumena, con 137 mila presenze, seguita dalle comunità marocchina,
albanese, cinese e peruviana. Un punto di partenza per provare a mettere ordine
nel complesso insieme di fenomeni legato ai migranti, suggerisce Sergio, può
essere il tema del lavoro: il Piemonte è la regione con il più alto tasso di
disoccupazione al Nord (9,8% nel 2013); l’agricoltura dà ancora lavoro ma
ovviamente non nel contesto urbano del capoluogo piemontese, dove i settori
colpiti dalla crisi sono l’edilizia, in cui tendono a concentrarsi i lavoratori
di origine rumena, l’industria e il settore manifatturiero, nei quali le
comunità di migranti maggiormente rappresentate sono quella marocchina e quella
albanese. «Il problema occupazionale», continua Durando, «si traduce facilmente
in un problema abitativo sia per i cittadini di origine italiana che per gli
stranieri, e per i migranti la marginalità economica diventa anche giuridica,
con la perdita dei permessi di soggiorno: nel 2012 i permessi persi sono stati
maggiori dei permessi di ingresso».

Categorie speciali: rifugiati
e titolari di protezione internazionale

All’interno della comunità dei migranti ci sono poi
delle categorie speciali: i rifugiati e i titolari di protezione
internazionale. Per quanto riguarda i rifugiati, il ministero dell’interno
guidato da Angelino Alfano, nel 2013, aveva aumentato da tremila a diciottomila
il numero dei richiedenti asilo che potevano essere accolti. Ma i tempi di
accoglienza, l’arretrato, l’accumulo di richieste e la difficoltà di reale
inserimento lavorativo rendono di fatto molto difficile approfittare
dell’aumento effettuato. «A Torino le strutture occupate da rifugiati, profughi
e titolari di protezione internazionale, sono sette più una casa di religiosi»,
interviene don Claudio Curcetti, sacerdote assegnato dalla diocesi all’Upm, «e
la situazione più esplosiva è forse quella del ex Moi, il villaggio olimpico
costruito nel 2006 e attualmente occupato da circa quattrocento persone» (vedi MC
8-9/2013, pp. 59-63
). Si tratta di uomini, donne e bambini giunti in Italia
a causa della cosiddetta emergenza Nord Africa, cioè l’arrivo in massa di
migranti in fuga dai paesi del Maghreb interessati dalla guerra, a partire da
quella libica.

L’accoglienza dei rifugiati su tutto il territorio nazionale
è costata mediamente ventitremila euro a persona per circa ventimila persone,
ma gli interventi sono stati disorganizzati e approssimativi: i fondi – a
partire dal rimborso di 40 euro al giorno per rifugiato – hanno raggiunto solo
in minima parte i beneficiari, che si sono spesso trovati abbandonati, relegati
a spazi abitativi degradati e privati di un piano di rientro alla fine
dell’emergenza.

«Uno dei problemi è che le politiche nazionali in
materia di migranti sono più preoccupate della sicurezza che dell’accoglienza», continua don Claudio, «ma questo
genera enormi storture che oltretutto aumentano la tensione e l’insicurezza».
Per non parlare di costi: un «centro di identificazione e espulsione» (Cie)
costa circa 45 euro al giorno per singolo individuo trattenuto; un rimpatrio
arriva a seimila euro. Le periferie e il degrado, conclude Curcetti, sono in
fondo il fallimento di una società la cui amministrazione e la cui urbanistica
non sono state in grado di distribuire il disagio in modo da «diluirlo» nel
tessuto urbano, ma lo hanno concentrato e, in questo modo, amplificato. «Se in
un condominio o in un quartiere ci sono settanta famiglie in condizioni
economiche dignitose e trenta disagiate, le prime possono più facilmente
cercare di andare incontro ai bisogni delle seconde e aiutarle a uscire dal
disagio. Ma se le proporzioni sono invertite, come si può pensare che un trenta
per cento di persone si faccia carico dei bisogni del settanta per cento? È
ovviamente impossibile».

I Rom

La corrispondenza fra periferia e disagio si è andata
allentando negli ultimi decenni, ma resta attuale nel caso dei Rom. Dagli anni
Settanta a oggi la provenienza delle popolazioni rom presenti a Torino è
cambiata, ma le aree in cui risiedono sono rimaste le stesse: baraccopoli ai
margini della città. Gli insediamenti abusivi di Lungo Stura Lazio hanno visto,
a partire dai primi mesi del 2014, un processo di graduale sgombero nell’ambito
di un progetto che mira a coinvolgere le famiglie stesse nello smantellamento
delle baracche attraverso l’autodemolizione. Del programma fanno poi parte la
sottoscrizione da parte dei Rom di un patto di emersione, l’accettazione delle
regole di convivenza e legalità, la compartecipazione alle spese e
l’inserimento in complessi di social housing, cioè soluzioni pensate per
le categorie che, prevalentemente per motivi economici, non sono in grado di
rispondere da sole ai propri bisogni abitativi.

L’intervento di Lungo Stura Lazio, oltre ad aver
provocato le ire degli esponenti della Lega («ai Rom le case popolari, ai
torinesi la mini-imu», ha commentato un esponente torinese), suscita qualche
apprensione anche fra gli addetti ai lavori. Finora lo sgombero di un campo,
avverte uno di loro che preferisce restare anonimo, ha spesso innescato un
processo simile alla mitosi cellulare, ha portato cioè alla formazione di più
campi sparsi. Inoltre occorrerebbe sfatare alcuni miti: ad esempio il fatto che
i Rom vivono nei campi per una questione culturale quando in realtà sono i
primi a non volerli; oppure il pregiudizio per cui l’avversione al lavoro è un
tratto caratteristico dei Rom quando invece ci sono, ad esempio, casi di
ragazze assunte come badanti o colf, le quali, fra l’altro, si guardano bene
dal rivelare che vivono in un campo. In questi casi, l’inserimento lavorativo è
avvenuto al prezzo del rinnegamento della propria origine.

Molto difficoltoso appare infine ridare vigore al patto
scolastico in base al quale i Rom si erano impegnati a mandare i loro figli a
scuola: molti Rom sembrano pensare che dopo quarant’anni di presenza in Italia,
e nonostante la scolarizzazione dei bambini, per loro nulla è cambiato, perché
continuare a impegnarsi?

Imparare per non
avere paura

Se si guarda al settore dell’istruzione, la situazione
appare non meno articolata. In una scuola come la Gabelli di Barriera di
Milano, sempre a Torino, gli alunni con genitori di origine straniera sono il
settanta per cento e salgono al novanta per cento nelle prime classi. Siamo in
un borgo storico caratterizzato dalle cosiddette case di ringhiera, dove gli
affitti sono meno cari e per questo attirano famiglie a basso reddito, come
spesso sono quelle dei migranti. Lavorare in scuole come la Gabelli o la vicina
Pestalozzi richiede competenze specifiche e una professionalità avanzata che
permettano di gestire situazioni complesse come i casi delle iscrizioni ad anno
iniziato, di livelli diversi di conoscenza della lingua italiana e di
situazioni familiari molto difficili. A volte i bambini mostrano chiaramente di
non voler rientrare a casa dopo la scuola, segno questo della presenza di un
ambiente familiare teso, o spiegano di non aver fatto i compiti perché non sono
riusciti a leggere e scrivere a lume di candela, oppure ancora perché nel lungo
e freddo inverno torinese il problema principale della sera è quello di trovare
un modo di scaldarsi sotto le coperte in assenza di riscaldamento. I doveri
scolastici passano così in secondo piano anche a causa dei tagli delle utenze
elettrice, spesso abusive, che rendono ostile perfino l’ambiente domestico.

Ma i lati positivi dell’interculturalità in scuole come
queste non mancano: innanzitutto, i figli di stranieri hanno spesso sviluppato
un grado di autonomia e maturità maggiore e si rivelano più rispettosi delle
regole e più attentamente monitorati dai genitori che non i bambini italiani, i
quali vivono in quelle stesse aree degradate perché spesso appartengono a
famiglie disagiate e problematiche. I pochi italiani che decidono liberamente
di portare i figli in queste scuole, inoltre, lo fanno per una precisa volontà
di preparare i loro bambini a vivere nella Torino che verrà e sono generalmente
entusiasti dell’esperienza che i ragazzi, e loro stessi – spesso attivamente
impegnati nei consigli d’istituto – stanno vivendo.

Per quanto riguarda il doposcuola, molto attiva è
l’Associazione animazione interculturale (Asai), già protagonista fin dagli
anni Novanta dei primi e fruttuosi esperimenti di interculturalità a San
Salvario. Nella sede di via Gené, a Porta Palazzo, il «Cantiere S.O.S.» (Scuola
oltre la Scuola) offre, grazie ai suoi operatori e ai volontari, un servizio di
doposcuola ad almeno un centinaio di bambini delle elementari e medie, corsi di
italiano per minori e adulti e laboratori artistici. Un progetto in corso, spiegano
Fabrizio e Roberto, due degli educatori, è quello di giustizia riparativa (sul
tema, dossier MC 12/2013) che nasce da una collaborazione fra Asai,
Polizia municipale e Tribunale dei minori. «Nei casi di bullismo e reati minori»,
spiega Fabrizio, «la collaborazione consente l’inserimento dei ragazzi in un
percorso di servizio di riparazione alla comunità, mentre la Polizia municipale si occupa
della mediazione con la vittima». «Quello che si cerca di fare qui, attraverso
il progetto di giustizia riparativa come in tutte le altre attività con i
ragazzi» gli fa eco Roberto, «è di dare loro più strumenti per avere meno paura
di ciò che vivono giorno per giorno. Abbiamo visto miglioramenti oggettivi in
diversi casi di adolescenti problematici: se si liberano della paura cominciano
piano piano a liberarsi anche della rabbia».

Il lavoro con gli adolescenti si estende poi a quello
con la comunità. Riccardo, anche lui educatore Asai, racconta delle esperienze
di coinvolgimento dei cittadini in quartieri come San Salvario ma non solo.
L’obiettivo è creare una rete sul territorio che metta insieme le famiglie, i
commercianti, chiunque voglia spendersi per il quartiere, conoscere altre
persone e vivere una realtà più integrata. Riccardo cornordina un collettivo
interculturale di giovani musicisti che si chiama Barriera Republic: «Anche
un quartiere non facile come questo», spiega Riccardo, «è capace di generare
senso di appartenenza. Ci sono ragazzi con grandi capacità come musicisti,
videomaker, attori… Bisogna solo incanalare queste loro abilità in modo che
creino condivisione, confronto, inclusione».

Quanto agli immigrati adulti, è a loro che si rivolge
l’offerta formativa (che comprende anche corsi di italiano) del «Centro
territoriale permanente» per l’istruzione e la formazione in età adulta di
Porta Palazzo (Ctp Parini). «Stiamo sperimentando una vera e propria emergenza
alfabetizzazione che, combinata con leggi complesse e con l’aumento della
burocratizzazione, genera sempre maggior esclusione per tutti coloro, e sono davvero
tanti, che non sanno leggere e scrivere, non sono in grado di compilare moduli
o di acquisire informazioni», avverte Rocco, uno degli operatori del centro. Il
Ctp Parini ha circa duemila utenti di cui un migliaio sono frequentanti. A un
analfabeta occorrono tre o quattro anni per arrivare al livello di
alfabetizzazione A1 del quadro europeo (livello base). Molti, dopo aver
raggiunto quel livello si rendono conto di quanto importante sia lo strumento
che prima non possedevano e decidono di continuare a frequentare.

Chiara Giovetti

I missionari della
Consolata e i migranti

Dal 2013
il lavoro dei missionari della Consolata con migranti di Torino si è
intensificato: padre Antonio Rovelli, responsabile della cooperazione di Mco,
fa ora parte del team di cornordinamento dell’Upm, e padre Godfrey Msumange,
coadiuvato dai viceparroci padre Nicholas Muthoka e padre Francesco Discepoli,
è parroco di Maria Speranza Nostra, una vasta parrocchia nel cuore di Barriera
di Milano a Torino.
I missionari vi hanno iniziato il loro servizio il 20 ottobre del 2013,
giornata missionaria mondiale, e hanno cominciato ad ascoltare, osservare,
visitare le famiglie e programmare. «È un quartiere molto vario», spiega padre
Nicholas, «che ha accolto immigrati del Sud Italia e del Veneto in passato e
che ora ha visto l’arrivo di rumeni, albanesi, nigeriani, polacchi, eritrei,
marocchini, tunisini e diversi latinoamericani». «Per il momento» aggiunge
padre Godfrey «stiamo attivando, o prevediamo di attivare, servizi come lo
sportello lavoro, la distribuzione di cibo e il centro d’ascolto, oltre
all’oratorio che adesso è dedicato all’aggregazione. Ma vorremmo sviluppare
anche attività di doposcuola, corsi e laboratori».

Altra
realtà è quella di San Gioacchino a Porta Palazzo, una parrocchia con sacerdoti
nigeriani, in cui padre José Jesus Ossa Tamayo, missionario della Consolata
colombiano, segue la comunità dei latinos, i migranti provenienti
dall’America Latina. «I latinos sono ventimila in Piemonte, seimila
nella sola Torino», spiega padre Jesus, «e per guadagnarsi da vivere lavorano
spesso come badanti o facendo le pulizie. Hanno una grande fame di Dio e, al di
là della messa, si rivolgono al parroco come a un punto di riferimento per
tante cose: farsi accompagnare a un colloquio di lavoro, chiedere consigli sui
problemi di coppia». A volte le situazioni familiari e le condizioni abitative
sono molto difficili: padre Jesus racconta dell’esperienza di un’anziana che è
stata portata in Italia dai figli perché non restasse sola in patria, ma ha
problemi di mobilità che le impediscono di fare le scale e la costringono in
casa dove «piange, piange e piange, tutto il giorno. Con persone come lei»,
conclude padre Jesus «il ruolo di noi missionari è la presenza: andare e
“piangere” con lei. Ultimamente i parrocchiani si sono offerti di far costruire
un bell’altare: per loro è molto importante, è un segno di appartenenza. Lo
faremo, certo, ma ho detto loro che il primo altare a cui devono pensare è la
vecchietta che piange, o il fratello che non lavora e non ha di che nutrirsi».

Chiara Giovetti

Chiara Giovetti