Noi e Voi, dialogo lettori e missionari


Mille e duecento km a piedi

Gentile Redazione,
siamo tre amici di Cherasco (Cn) che hanno scritto nel 2022 il libro «Padre Giuseppe Alessandria, 1.200 chilometri a piedi», di 156 pagine, corredato di fotografie.

Padre Giuseppe è stato un missionario della Consolata che ha dedicato la sua vita alle missioni in Mozambico, a propagare la fede e a fornire aiuto, non solo spirituale, agli abitanti di quelle terre.

Molti sono i motivi che ci hanno spinti a scrivere il libro, tra i quali uno molto importante e insolito: nella famiglia di padre Giuseppe ci sono state ben 16 vocazioni religiose: nove sacerdoti, sei suore e una terziaria francescana.

Il testo contiene materiale che il nipote Giovanni aveva ricevuto da padre Giuseppe prima di partire per l’ultima volta per il Mozambico: due album fotografici e alcuni scritti, tra cui un diario giornaliero dei primi sei mesi di vita sacerdotale, del suo viaggio in Portogallo per imparare il portoghese e del viaggio che lo ha condotto a Maputo, capitale del Mozambico, dove è stato missionario per 13 anni, fino al drammatico racconto del sequestro.

Padre Giuseppe è stato ordinato sacerdote nel 1964 e qualche anno dopo, nel 1969, è stato inviato in Mozambico, dove nel luglio del 1982 è stato fatto prigioniero dai guerriglieri della Frelimo, dai quali è stato costretto a percorrere 1.200 chilometri a piedi attraverso la savana, con quattro suore e un altro confratello, e liberati solo dopo quattro mesi di prigionia.

Tornato in Italia, la sua volontà sarebbe stata di ripartire al più presto per tornare a «casa sua», come chiamava la terra di missione. Dopo varie richieste, riuscì a ripartire per il Mozambico solo nel 1996, dove rimase per poco tempo a causa di un incidente stradale che provocò la sua morte, il 30 luglio 1998.

Con il nostro scritto desideriamo ricordarlo a 25 anni dalla sua morte e far conoscere la dura realtà dei missionari che spendono tutta la loro vita per gli altri.

Padre Alessandria è stato un missionario autentico, un lavoratore instancabile e generoso, sia in terra di missione, che in Italia e in Portogallo, con tutti quelli che lo hanno conosciuto e amato.

Giovanni Tarabra, Giuseppe Capra e Agostino Borra
Cherasco, 21/01/2023


Nomadelfia è in Tanzania

Egregio direttore,
mi presento subito: sono Mina di Nomadelfia.

Le riviste missionarie sono sempre state attraenti e interessanti ma, da un po’ di tempo, è più viva la mia curiosità di sapere di più della Tanzania sul cui territorio sta muovendo i primi passi Nomadelfia. Abbiamo letto con interesse la pagina di padre Bernardi sulla rivista di luglio 2022 in cui parla la presidente del Tanzania. Le notizie che ci riferiva fanno capire che c’è tanto bisogno di una presenza costruttiva di vita vera fraterna e lieta.

Nomadelfia è a Mvimwa, nelle vicinanze del monastero benedettino.

I rapporti con i benedettini di questo monastero sono iniziati nel 2016 con l’abate Denis Udomba in visita a Nomadelfia. Rimasto fortemente colpito dall’esperienza vissuta con noi, ha invitato i nomadelfi ad una collaborazione fattiva con i monaci per portare la proposta di una vita fraterna tra le famiglie legate al monastero.

Spero tanto che, tramite la rivista Missioni Consolata, venga conosciuto questo piccolo popolo di volontari cattolici che papa Francesco ha definito «una realtà profetica» e che san Giovanni Paolo II ha dichiarato: «Un seme piccolo che deve crescere e diventare grande e forse formare la civiltà del mondo futuro. Se siamo vocati ad essere figli di Dio e tra noi fratelli, allora la regola che si chiama Nomadelfia (nomos + adelfos = legge di fraternità) è un preavviso, un preannuncio di questo mondo futuro dove siamo chiamati tutti».

Sempre nella stessa rivista del luglio 2022, il giornalista Marco Labbate parla, nell’articolo «Tu non uccidere», di don Milani, di don Primo Mazzolari, di Aldo Capitini, di La Pira, padre Ernesto Balducci, don Bosco … mi aspettavo che parlasse anche di don Zeno (Saltini, fondatore di Nomadelfia, ndr) che con i figli ha buttato giù i muri del campo di concentramento di Fossoli (frazione di Carpi, Modena).

Caro direttore, preghiamo che lo Spirito Santo ci illumini nel nostro apostolato. La Madonna ci sia vicina, ci insegni a muoverci con delicatezza e costanza.

Gesù non può lasciarci soli, in fondo è lui che deve fare con noi.

Grazie per le informazioni che ci date dei nostri fratelli vicini e lontani.

Mina di Nomadelfia
23/12/2022


Complimenti

Gentilissimi,
mi è gradito trasmettervi questa breve nota.

Nel numero 10, ottobre 2022 di Missioni Consolata: leggo la nota di un lettore (a pag. 7) sul decaduto interesse per la carta e per la rivista. Ne rimango allibito: MC è a mio avviso una delle poche riviste che affronta seriamente temi molto attuali di varia natura con una visione di sintesi, ma anche etica e sovente, sulla base dell’esperienza diretta su territori poco vissuti da noi «benestanti del mondo», ne derivano articoli di rara qualità e reperibilità. Sono invece, diversamente da tale lettore, molto positivamente colpito dalla capacità degli autori di MC di affrontare temi anche tecnici, presumibilmente non facenti parte delle loro quotidianità (penso ad uno recente sui veicoli elettrici, ad idrogeno, ecc.), con una limpidezza ed intelligenza, oltre che cuore, assai ardui da trovare negli scritti e nelle persone «moderne». Un lettore che non apprezzi tutto ciò merita comprensione, possibilmente per altri stati di disagio che non quello di sfogliare una rivista stampata, il cui eventuale danno ambientale è veramente tutto da provare.

Complimenti per il Vs. operato.

Bruno dalla Chiara
22/02/2023


Una lettera dal passato

Carissimi,
mi è tornata tra le mani questa lettera, inviata alla mia nonna, nel lontano 1931 dalla missione di Kaheti dalla vostra suora missionaria suor Luigia, con tanto di numero di protocollo n. 908.

La suora ringraziava per un’offerta inviata dalla mia nonna Rossetti Grosso Maria e raccontava del battesimo effettuato a un uomo in punto di morte, con il nome di Luigi Francesco, che era quello del figlio ventunenne (mio padre),

Dai racconti della famiglia, sapevo che mio padre, nel gennaio del 1931, era scampato dalla tragedia che aveva coinvolto gli Alpini in servizio militare nell’alta Valle di Susa, e precisamente nel Vallone di Rochemolles. C’erano stati una ventina di morti (esattamente 21, ndr) travolti dalla valanga e alcuni anche del mio paese (Cumiana). Penso quindi che mia nonna, devota della Madonna Consolata, abbia voluto ringraziare Maria per il ritorno sano e salvo del proprio figlio.

È un ricordo che volevo condividere con Voi con tutta la stima per quanto continuate a fare in terra di missione. Con stima

Eva Rossetti
23/01/2023

Ecco il testo di quella preziosa lettera nell’italiano del tempo.

Pregiatissima Signora,
capitò, ieri, qui un uomo sulla cinquantina, il quale giunto nel bel prato adiacente alla nostra Missione cadde a terra. Fu visto da alcuni pastori di greggi e venne avvicinato, ma non gli poterono recare alcun aiuto poiché non dava alcun segno di vita. Alcuni di questi fanciulli corsero ad avvertirci del caso e mi portai colà. Lo sollevarono, gli diedi a bere un po’ di cordiale e dopo poco parve riaversi, ma ricadde al suolo dicendo lasciatemi dormire. Dopo un quarto d’ora si destò e ci diede sue notizie.

Egli tornava dalla vicina Regione del Meru ove s’era recato per comperare un bue, ma poi al ritorno fu assalito da certo malore che non sapeva definire accompagnato da vomiti di sangue nerastro. (I Neri dicono che egli sia stato avvelenato, poiché quei popoli sono avvelenatori astuti assai). Il bue, si sa, gli sfuggì e non poté rincorrerlo perché assalito appunto in quel momento da eccessivo vomito. Poveretto!

Diceva questo e fu riappreso dal più grave eccesso di vomito sanguigno ed in meno di un quarto d’ora era ridotto in fin di vita. Visto il caso disperato lo disposi a ricevere la grande grazia del S. Battesimo. Accettò di gran cuore e quasi subito dopo spirava. Ora il nostro Luigi Francesco è già in cielo a pregare per lei. Gradisca i miei riconoscenti ossequi

Dev. Suor Luigia,
 M. d. Consolata
Kaheti 06/08/1931

 

Grazie per questa condivisione di vita di altri tempi. Il racconto di suor Luigia è di una vivezza speciale, e in me, che nei miei primi giorni di missione ho dovuto seppellire una adolescente che era stata avvelenata, suscita un’emozione profonda.


Devozione ai piedi di Gesù

Carissimo padre Gigi,
ti mando questo materiale, caso mai riuscissi a fare un po’ di pubblicità. Avevo già provato a pubblicare un libro, ma era stato come vendere verdure in un negozio di fiori. Adesso ho trovato un editore. Per me è la prima volta che pubblico un libro. Pensa che ho venduto la bellezza di … 39 copie. Insomma, io ti butto tutto addosso ma tu fa come vuoi. L’importante è che Gesù faccia bella figura. Ciao e buona festa del Fondatore.

Ecco qui una breve presentazione del libro che ho appena pubblicato.

«Chi non conosce Maria Maddalena? La grande santa, la grande apostola, la grande convertita. Ma lo sapevate che è anche una grande maestra di vita spirituale? Con il cammino finora inesplorato della devozione ai piedi di Gesù, Maria di Magdala ci aiuta a crescere nella fede. Ogni volta che nei Vangeli incontriamo questa grande donna in relazione con i piedi di Gesù, entriamo in una scuola di vita e di spiritualità. Una scuola che, più che da una lunga riflessione, nasce dall’esperienza concreta e immediata dell’incontro tra l’umanità peccatrice e il Cristo Salvatore!

Sulla rivista «Testimoni» di giugno 2022, a pagina 33, c’è un articolo di Elsa Antoniazzi. Riguarda una mostra d’arte a Forlì. L’autrice sottolinea come le rappresentazioni della Maddalena vanno dalla «Penitente» alla «sessualità redenta», alla sequela ma ancora con l’accento sul fascino della femminilità. Se questo fosse vero anche per la produzione letteraria, allora questo libro sulla «Devozione ai piedi di Gesù» potrebbe essere il primo caso in cui la Maddalena viene rappresentata come maestra di spiritualità, come discepola e apostola per sé, senza sottolineare altri elementi, che pur rilevanti, rischiano di adombrare il grande cammino ed esempio di fede di questa donna. Se qualcuno ci mostra la strada per arrivare a Dio, non importa il sesso, la nazionalità, l’età, lo stato sociale. Dio importa. E non sono molti quelli che ci hanno “dato” Dio come ha fatto la nostra Maria».

padre Gian Paolo Lamberto
Daejeon, Corea, 16/02/2023


Qui la situazione è dura

Carissimo padre,
ieri, 2 marzo 2023, sono andata nel villaggio di Longetei, non molto distante da Baragoi, Kenya, dove vivo. Ho dato una mano a cucinare una specie di porridge per i bambini che vedi nella foto. Qui la situazione è molto dura e la siccità è grande, sono diverse stagioni che non piove. Questo ha anche aumentato le tensioni tra le diverse comunità, e le razzie e gli scontri armati sono cosa ordinaria. Più di una volta sono stata svegliata dagli spari nella notte. Che il Signore e la Consolata ci aiutino.

Alishe E.
Baragoi, Kenya, 02/03/2023
(sintesi di messaggi Whatsapp)




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Rivista scomoda

Buonasera, quest’anno ho voluto aggiungere al bonifico per il vostro progetto natalizio (la cardiologia di Neisu) un secondo bonifico specifico per la vostra rivista, perché la vostra rivista è «scomoda».

La ritiro dalla buca delle lettere, la poso sul tavolino, la ignoro per un po’, voglio rimanere nel mio guscio di «sicurezze», non voglio sentire di altri guai, non voglio pensare (ci sono già le mille preoccupazioni del lavoro, figli, genitori anziani…), voglio solo pensieri leggeri. E poi?

Passa qualche giorno, faccio uno sforzo e riprendo in mano la rivista e poi la leggo dalla prima all’ultima pagina, mi appassiono perfino all’economia che, spiegata da Francesco Gesualdi, ha tutto un altro sapore! E quindi questa mail per dirvi grazie perché la vostra «scomoda» rivista rompe la cappa di comodità in cui vuole rifugiarsi la mia mente e vuole nascondersi il mio cuore, grazie perché mi portate lontano dal mio rassicurante piccolo mondo, mi fate conoscere realtà di cui l’informazione di massa si disinteressa come non esistessero, grazie e un incoraggiamento a continuare, sotto gli occhi amorevoli della Consolata, nonostante tutte le difficoltà che incontrate.

Manuela Pogliano
23/12/2022

 Trent’anni di penna

Nel febbraio del 1993, esattamente 30 anni fa, veniva pubblicato il mio primo articolo. Si trattava in realtà di due pezzi, la storia di una mia esperienza diretta, vissuta con l’amico Roberto Minetti, in alcune favelas di Rio de Janeiro, e una piccola riflessione personale sullo stesso tema.

Io e Roberto, nel 1992, eravamo in viaggio in Sudamerica e, in quel periodo, eravamo stati accolti da padre Claudio Fattor, missionario della Consolata, alla missione nel quartiere Benfica, area di Rio de Janeiro nel mezzo delle favelas (foto qui in basso): la famosa Mangueira, Morro do Telegrafo, Arará, Tuiutí e altre. Nonostante fossimo in viaggio già da mesi (avevamo attraversato la Patagonia in autostop, arrivando fino alla Terra del Fuoco), in quei giorni entrammo in contatto con una realtà assolutamente nuova per noi, scioccante, scomoda, che ci metteva in discussione. Una realtà che, decidemmo, si doveva raccontare, meglio, denunciare. E così fu.

Rientrati in Italia, Roberto mi portò alla Casa Madre dei missionari, in corso Ferrucci a Torino. Era la fine del 1992. Qui incontrammo per primo padre Franco Cellana, all’epoca superiore della comunità. Fu molto accogliente e, dopo i nostri racconti, non esitò ad alzare il telefono e chiamare il direttore della rivista Missioni Consolata, padre Francesco Bernardi.

Francesco ci ricevette subito. Ci ascoltò, e con i suoi occhi vispi, un mezzo sorriso incorniciato dalla barba che all’epoca aveva, manipolando una penna, ci disse che poteva pubblicare qualcosa, se gli avessimo proposto un testo.

Radunate le idee, di getto, iniziai a scrivere. In quei mesi mi capitava spesso di scrivere delle riflessioni, ero ancora pieno di immagini del Sudamerica e di sentimenti contrastanti. Mi sentivo un disadattato in Italia ed ero particolarmente ispirato. Roberto, invece, non mi seguì in questa iniziativa.

Fu così che nacquero quei due primi articoli, quasi spontaneamente, mentre dentro di me cresceva qualcosa, lo stimolo per un mio nuovo ruolo nella vita. Da un lato, occorreva fare qualcosa per ridurre le disuguaglianze di cui ero stato testimone e, dall’altro, bisognava far sapere alla gente di questa parte del Mondo che quelle situazioni esistevano.

A Rio avevo incontrato altri due personaggi particolari. Il primo era il giornalista Giuseppe Nava, che all’epoca lavorava per Missões Consolata, la rivista dei missionari in Brasile. Un giornalista che si occupava di temi sociali, in particolare di popoli indigeni, che affascinò me e Roberto con i suoi racconti e con il tipo di lavoro che faceva, dandomi sicuramente diversi stimoli.

E poi, monsignor Aldo Mongiano, vescovo di Boa Vista, di passaggio a Rio per andare in Italia, con il quale visitammo i cantieri preparatori della conferenza di Rio92. Lui ci parlò molto della sua missione e dei popoli indigeni. Ma ci fece anche riflettere sul nostro futuro. Voglio ricordare che eravamo neolaureati in ingegneria elettronica, con il massimo dei voti, e avevamo preso un periodo per visitare, in economia massima, il Sudamerica. Al nostro rientro tutte, o quasi, le strade ci erano aperte.

Questa è la storia del mio primo articolo con le prime foto pubblicate, per combinazione o per genesi, proprio su Missioni Consolata. In seguito, pubblicai su diverse testate italiane, e alcune estere.

Quindi iniziai a mettermi in testa l’idea di continuare a scrivere e a produrre immagini. Ma sempre con l’obiettivo di far conoscere e di denunciare realtà difficili.

La fotografia, che mi aveva appassionato fino dall’infanzia, la vedevo ora come il più potente mezzo per comunicare queste realtà. Il testo scritto avrebbe contribuito a descriverle.

Incontrai il mio primo giornalista in Italia, Sante Altizio, nella stanza della nostra comune amica Gabriella Roux, nel collegio femminile di via delle Rosine a Torino. Sante mi spiegò come funzionavano le cose per la professione giornalistica nel nostro paese.

Poi cercai altre storie, altri soggetti. Andai in Centro America e incontrai il movimento civile dei guatemaltechi, in particolare le Comunità di popolazioni in resistenza. Documentai la loro lotta.

In seguito, in Italia, mi presentarono il fotogiornalista Paolo Siccardi, il quale mi diede diversi consigli che si sarebbero rivelati preziosi.

Nel 1996 mi iscrissi all’Ordine dei Giornalisti, grazie a diverse collaborazioni che avevo messo in piedi negli anni precedenti. Fu per me un primo traguardo: ero ufficialmente giornalista.

Era deciso, avrei continuato anche su questa strada (intanto vivevo facendo il ricercatore nel settore delle telecomunicazioni), ma non sapevo ancora quanto spazio avrebbe preso nella mia vita.

Marco Bello
Torino, febbraio 2023

Energia e soffio vitale

Caro padre,
ho già scritto altre volte su queste pagine. In particolare, in uno dei miei scritti parlavo di Dio come fonte di energia. «Allora, il Signore Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7). E commentavo: «Come non interpretare quel soffio come Energia?».

Ebbene, nella vostra rivista di novembre, ho apprezzato molto l’articolo su Albert Einstein e qui mi ha fatto ricordare la famosa formula: E=mc2. Da qualche tempo questa formula mi ronza nelle orecchie cercando di andare oltre la materia rappresentata in poche lettere per descrivere tutto l’universo. Pensavo: ma non è anche divina questa Energia che impregna tutta la materia?

Un giorno, in un «lampo» intravvidi qualcosa che va oltre la materia: «ED=mc2+F2».

Mi spiego: alla E di energia ho aggiunto la D di divino, alla mc2 ho aggiunto la F di fede col 2 inteso come fede al quadrato, ossia grande fede. Badi che non intendo dire che la formula di Einstein sia errata, assolutamente no! È solo un tentativo di comprendere l’universo per coloro che credono in qualcosa che va oltre la materia (e qui sono comprese tutte le forme di religione).

Lei cosa ne pensa? Mi piacerebbe segnalarla a Piergiorgio Pescali autore dell’articolo, ma non so come fare. La ringrazio anticipatamente per l’interessamento. Un cordiale saluto.

Angelo Brugnoni
14/12/2022

Ho passato questa email al nostro Piergiorgio Pescali, ovviamente. Ecco qui la sua breve email di risposta quasi immediata.

Gent.mo sig. Brugnoni,
capisco che il verso biblico da lei citato possa indurre a interpretazioni scientifiche; personalmente, però, ho sempre interpretato che il soffio vitale che Dio ha instillato nell’uomo sia l’unicità che Dio stesso ha voluto per l’essere umano, concedendogli un dono unico che altri esseri non hanno. Quel soffio divino, quindi, è assai diverso dalla materia.

Le formule scientifiche hanno significato perché utilizzano parametri matematicamente riconducibili a realtà concrete. Nella fattispecie, la formula di Einstein ha avuto conferme e continua ad averle nel nostro mondo fisico. Inserire in questa formula (ma il discorso vale anche per tutte le altre) indici non quantificabili dal punto di vista matematico, non avrebbe senso dal punto di vista scientifico. «E», «m» e «c» sono grandezze fisiche ben determinate, che trovano riscontro nelle sperimentazioni fisiche.

Quali valori e quale unità di misura si potrebbero dare a D e F? Penso che chi ha il dono della fede non abbia bisogno di formule matematiche per spiegare il mondo in cui viviamo, la sua natura, la sua genesi e il suo termine.

Con cordialità.

Piergiorgio Pescali
15/12/2022

Unità: cantiere di fraternità

A fine gennaio, come di consueto, si celebra la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Da noi in Italia, dove si è in gran parte cattolici, non si avverte il problema della divisione tra cristiani. Né si mostra grande sensibilità. Ma in terra d’Africa o d’Asia, dove sono stato come missionario, suonava invece come uno scandalo. «Portateci il Cristo e non le vostre divisioni!», sentivo implorare. Riunirsi in nome dello stesso Cristo da una parte protestanti e dall’altra cattolici – quasi due mondi separati – era, infatti, una ben triste testimonianza.

Ora i tempi stanno cambiando… In Marocco si è perfino costituita nel 2012 a Rabat, insieme, in corresponsabilità tra protestanti e cattolici, una originale Università di teologia, unica al mondo, dal nome «Almowafaqa» (significa accordo). Rappresenta una vera novità nel panorama teologico, includendo persino professori musulmani. La Chiesa cattolica in Marocco, d’altronde, accoglie fraternamente nei suoi luoghi di culto o di accoglienza comunità protestanti. Per gli ortodossi, ricordo quando qualcuno chiedeva a père Michel, cattolico, di celebrare la Pasqua ortodossa. Ma di fronte all’imbarazzo del sacerdote, si mostrava rassicurante. «Non si preoccupi, padre, faccia come il solito, metta solo un po’ più di candele sull’altare!». Gli ortodossi, infatti, nel celebrare adorano la luce, segno vivo del Risorto.

Come missionario ho avuto l’occasione di accompagnare comunità di migranti italiani a Londra, nel mondo anglicano e nella città di Ginevra, definita la «Roma di Calvino». Ricordo quando con due ragazze italiane siamo stati al culto nella centralissima St. Martin in the Fields a Londra e la loro viva sorpresa di vedere officiare una donna pastore in talare romana. Il sermone, poi, fu di una brevità, un’efficacia e un’ispirazione esemplari. La sorpresa più grande, alla fine, quando la donna pastore alla porta d’uscita saluta come sempre ad uno ad uno tutti i presenti. Arrivato il loro turno, sapendo che non erano anglicane ma italiane, con un sorriso inesprimibile le invitava a un caffè nel bar della cripta! Sì, distanza e prossimità, allo stesso tempo, sorprendenti.

A Ginevra, invece, ci venne l’idea di invitare alla preparazione della cresima dei nostri giovani, Philippe, il pastore calvinista della parrocchia accanto. Venne con tutta la preparazione dotta della Parola di Dio, con l’esperienza di padre di famiglia di ben cinque figli e con l’amabilità sorridente del vicino di casa. Il campo da trattare era precisato, anche se sconfinato: lo Spirito Santo nella Bibbia.

Quale, però, fu la nostra sorpresa nel vedere, alla fine del lungo incontro, i nostri ragazzi pronunciare disinvoltamente termini in greco o in ebraico come «pneuma», «ruah» dopo un bel percorso filologico! Ma entusiasti, soprattutto, della loro ultima scoperta: la creazione dell’uomo. Fu un bacio in bocca dato ad Adamo da Dio. È così che Dio stesso trasmise il suo soffio di vita. Evidentemente, il pastore era ricorso alla scioltezza di linguaggio dei suoi figli, ottenendo un vero e insperato successo!

In altra occasione, in una celebrazione funebre, ci si era divisi i momenti con un pastore calvinista: a lui la spiegazione della Parola e il percorso di vita di un migrante italiano che conosceva, a me i gesti del rito e il loro commento simbolico (che i protestanti non contemplano). Alla fine, non posso dimenticare come la moglie stessa del pastore, raggiante, ci venne incontro per ringraziare entrambi. La complementarità dei nostri interventi pare aver dato alla celebrazione senso, interiorità, fede convinta e condivisa. Anche allora il pastore aveva fatto brillare due qualità della tradizione protestante: l’essenzialità e l’efficacia della parola.

Un altro giorno, alla messa per una defunta italiana, notavo la presenza di un pastore protestante nell’assemblea. Durante il corteo verso il camposanto, allora, discretamente avvicinandomi gli chiedevo di improvvisare la preghiera al cimitero. Mi rispondeva con un’occhiata indecifrabile. Ma, poi, in quel luogo sacro che sembrava un giardino, mentre scendeva lentamente la bara nella terra, incominciava forte: «Tu ci hai fatti di terra, Signore, e alla terra noi ritorniamo…», improvvisando così una commossa preghiera finale. Con il suo linguaggio biblico ci inchiodò alla terra. Ci fece sentire tutti semplice argilla. E ci depose, allo stesso tempo, nelle palme accoglienti delle mani di Dio. Per i presenti fu un momento forte, indimenticabile, di speranza.

Per me sono occasioni incredibili di fraternità con pastori protestanti, da sempre appassionati della Parola di Dio. Parola che essi hanno conosciuto, elaborato e interiorizzato non da sessant’anni come noi, ma da ben cinque secoli!

Ecumenismo è costruire dei ponti, lanciare delle passerelle con quelli dell’altra riva. Sapendo che, un giorno, Dio stesso prosciugherà il mare che ci separa.

Renato Zilio, missionario scalabriniano
 a Casablanca, Marocco, autore di  «Dio attende alla frontiera», EMI, 30ª ristampa
11/01/2023

 




Noi e voi: dialogo lettori e missionari


Un Grazie dall’Ucraina

Sia lodato Gesù Cristo.
Carissimi fratelli e sorelle
consentitemi, sotto il suono della sirena, che invita a nascondersi nel rifugio anitaereo, di esprimere a voi e alle vostre famiglie la mia più profonda gratitudine e una preghiera di riconoscenza per il vostro cuore aperto, per il vostro sostegno e la vostra solidarietà verso il popolo ucraino, che sta attraversando ore difficili, a causa della guerra e delle manifestazioni di odio umano da parte della federazione russa.

Il giorno 8 novembre 2022 la nostra organizzazione, Caritas Spes di Lutsk (Ucraina), ha ricevuto da parte del padre Luca
Bovio Imc un aiuto materiale della somma di 4mila dollari Usa. Per noi questo aiuto è tanto importante e necessario da rendere impossibile esprimere quanto senza lacrime di gioia. Infatti, la nostra organizzazione si prende cura di diverse categorie della popolazione: rifugiati, indigenti, anziani, ma un’attenzione particolare è riservata ai bambini orfani, bambini con sindrome di Down e invalidi. Con estrema sofferenza, i bambini, che rappresentano il nostro futuro, sono diventati testimoni della guerra, dell’odio e della violenza. La risata infantile si è mutata in pianto, la gioia in dolore, le voci allegre dei bambini nel suono delle sirene e delle bombe. Grazie al vostro sostegno e aiuto, però, la nostra organizzazione ha potuto regalare un momento di gioia e felicità a 150 bambini invalidi della regione di Volyn. Grazie al vostro sostegno abbiamo potuto comperare e distribuire generi alimentari e prodotti igienici per questi bambini.

Con i fondi devolutici abbiamo comperato 150 pacchi di generi alimentari e prodotti igienici, nella fattispecie: zucchero, riso, pasta, grano saraceno, paté, conserve di pesce e di carne, tè verde e nero, olio, farina, shampoo, sapone liquido per la doccia, sapone solido, dentifricio e spazzolino, carta igienica. Tutto ciò è il minimo necessario per una famiglia, ma per questi bambini rappresenta un aiuto straordinario (vedi foto). Queste famiglie, infatti, godono di introiti minimali e non sono sempre in grado di assicurare a se stesse e ai propri figli i prodotti di prima necessità.

Cogliendo l’occasione, pertanto, desidero esprimere, a nome mio e a nome di tutti i bambini che hanno ricevuto un aiuto così importante e necessario, parole di gratitudine per il Vostro cuore aperto e il vostro sostegno.

Il Signore ricompensi tutti i benefattori col centuplo e con abbondanti benedizioni! Che Maria, Vergine santissima e Regina della pace, conservi le vostre famiglie nella tranquillità e nell’armonia, affinché sulle vostre case riposi un cielo di pace! Con sentita riconoscenza

Ks. Pawel (Paolo) Chomiak
direttore Caritas Spes di Lutsk, Ucraina, 14/11/2022

Da Isiro con amore

Dal Nord del Congo vi giunga il mio saluto e il mio grazie per il vostro cuore missionario!
Grazie per la vostra generosità verso i nostri piccoli e differenti progetti che realizziamo con il vostro sostegno.
La mia salute è abbastanza buona, tolta qualche malarietta che ogni tanto arriva, ma ci si cura e tutto passa.

Festa di santa Cecilia a Somana

Sono ora nella parrocchia di Samana, a Isiro, capitale dell’Alto Uélé. La vita, malgrado le diverse difficoltà, è sana e bella e i nostri laici (mamme, papà, giovani, ragazzi) sono molto impegnati. La domenica celebriamo due messe e stiamo pensando d’ingrandire la chiesa perché c’è sempre molta più gente fuori che dentro. Sogniamo anche la costruzione di una scuola, lasciando che le attuali aule diventino sale parrocchiali, visto il crescere di tante attività.

Seguiamo con preoccupazione quello che succede in Ucraina e insieme ai nostri cristiani preghiamo ogni giorno per la pace. Purtroppo, questa guerra ha «offuscato» la situazione tragica del nostro paese.

Sulla frontiera con il Rwanda e l’Uganda i criminali del movimento M23 e altri gruppi (se ne contano una cinquantina) continuano a uccidere, bruciare persone e saccheggiare i villaggi, creando ogni giorno migliaia di profughi. Da trent’anni non c’è pace in Congo: questa terra è troppo ricca in materie forestali, agricole e minerarie che fanno gola a molti paesi in Asia, Europa e America, i quali poi si servono del lungo braccio del Rwanda e altri paesi confinanti per sfruttare la situazione.

Quando potranno i nostri bimbi e giovani giocare, studiare, e preparare il loro futuro? Quando i nostri papà e mamme potranno dormire tranquilli e sognare un Congo nuovo?

Le responsabilità internazionali sono grandi, ma anche i nostri politici e amministratori congolesi hanno le loro responsabilità: corruzione, potere sporco, collaborazionismo con forze esterne, interessi personali, conti all’estero. Purtroppo, si continua così vedendo che solo il Signore non ci abbandona e non ci imbroglia. Con gioia aspettiamo papa Francesco!

Per questo con tutta la Chiesa continuiamo a donare e ricevere speranza e coraggio alle e dalle nostre comunità con la Parola di Dio, i sacramenti, la scuola, pozzi, centri di salute e ospedali, progetti di sviluppo. Quanto bene fa la Chiesa.

Vi giunga il mio augurio per il nuovo anno 2023. Vi assicuro la nostra preghiera, certo della vostra. Un arrivederci quotidiano nella santa messa. Vi voglio bene.

padre Rinaldo Do
Isiro, Natale 2022

Padre Rinando con alcuni ragazzi di Somana

Un grande amico: padre Franco Bertolo

Il 16 ottobre 2022 è morto, improvvisamente, a Torino, nella Casa Madre dei Missionari della Consolata, padre Franco Bertolo, legato a me da profonda e lunghissima amicizia. Pur nel profondo dolore, voglio ricordarne alcuni momenti.

Anni di formazione 1961-1966

Frequentammo assieme il liceo classico presso il seminario della Consolata di Varallo Sesia (Vc). Franco ed io facevamo l’articolo «il», in quanto lui era basso di statura e io alto. Uno degli aspetti che ci univa era il fatto che entrambi non amavamo giocare al pallone. C’erano i due capitani che sceglievano le due squadre. Io ero sempre l’ultimo ad essere scelto, Franco il penultimo. Ci mettevamo in un angolo del campo a chiacchierare e, quando il pallone si avvicinava, gridavamo e facevamo finta di giocare. Qualche volta, quando c’era la possibilità di scegliere tra «pallone» e «passeggio», cercavamo di gridare forte per ottenere di andare a passeggio. Raramente riuscivamo ad averla vinta.

Dopo l’anno di noviziato che io feci a Bedizzole (Bs), mentre Franco lo fece alla Certosa di
Pesio (Cn), trascorremmo un anno assieme a Rosignano Monferrato (Al) per lo studio della filosofia. Dopo ci separammo. Franco andò a studiare teologia negli Stati Uniti, mentre io andai in Inghilterra. Fummo ordinati sacerdoti lo stesso anno, io il 7/08/1971 e padre Franco il 18/09/1971. Tutti e due fummo destinati al Tanzania.

Missione in Tanzania: 1972-1979

Il periodo in Tanzania fu il più intenso. I superiori chiesero a Franco, a me e a padre Virgilio
Panero (già in paradiso dal 24/04/2020), di formare un team pastorale nella missione di Wasa, per iniziare un modo diverso di fare missione. Io, ufficialmente, ero il parroco, ma Virgilio e Franco non erano viceparroci, bensì membri del team. Mettevamo tutto in comune: offerte, decisioni, azioni, preghiera. La nostra comunicazione era continua e prendevamo insieme tutte le decisioni. Affrontammo molti problemi, ma sempre con una linea di azione comune.

C’era una profonda amicizia tra noi tre. Il fatto che fossimo così bene in armonia fu un’esperienza bellissima, anche se contrasti e problemi con altri non mancavano. Questi contrasti cementarono ancor di più la nostra unione.

Da Roma a Londra: 1979-1987

Lasciai il Tanzania nel 1977 e andai a studiare Bibbia a Roma. Franco mi raggiunse nel 1979 e studiò Teologia Morale. Eravamo entrambi destinati a Londra, per cui pianificavamo il futuro assieme. Io andai nel seminario di Teologia di Totteridge, lui invece nella casa provinciale di Camden Town.

Ogni volta che mi era possibile, ci trovavamo. Franco divenne vicesuperiore del gruppo e io consigliere. Ci consultavamo e aiutavamo in vari modi. Poi le nostre strade si separarono. Franco andò in Casa Madre a Torino e si fermò lì per servire come cappellano all’Ospedale Koelliker e aiutare i confratelli a sbrigare le pratiche per i loro documenti anagrafici, mentre io andai in Israele, in Etiopia e in Kenya.

Torino: 1987-2022

Ci siamo trovati molte volte a Torino, quando io ci andavo per vacanze e/o cure mediche. Franco mi ha sempre accolto con grande gioia. L’anno scorso abbiamo celebrato assieme 50 anni di sacerdozio. Spesso abbiamo camminato assieme fino al Santuario della Consolata. Ora il Signore ha preso Franco con sé.

Il giorno in cui ricevetti la terribile notizia della sua morte, avevo meditato su questo tratto del Vangelo di Luca: «Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!» (Lc 12,35).

Questo brano del Vangelo si applica molto bene a Franco. Quel mattino si stava preparando per andare a servire il Signore celebrando la santa messa per i malati all’ospedale. Il Signore lo ha chiamato a sé improvvisamente.  Adesso è il Signore a servire Franco. Mi piace immaginare la scena in cui Gesù gli dice: «Vieni, Franco. Siediti qui nel posto di onore. Ti preparo una pizza che è formidabile. Avrai del salame buonissimo, come quello dei Panero. Beviti un bel bicchiere di Bonarda. Gustati un tiramisù favoloso. Te lo sei meritato!».

Arrivederci, Franco. Arrivederci, Virgilio. Un giorno, presto, staremo tutti assieme.

padre Ottone Cantore
Allamano House, Nairobi, 11/11/2022

 




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari


«Ace olleng’ lpateri» Egidio

In questo triste e difficile momento, avendo ricevuto la notizia della sua malattia e morte improvvisa, vorremmo salutare e ringraziare un grande missionario della Consolata, carissimo amico. Uomo determinato, con voce grossa, cuore grande e lacrime facili. Quest’uomo si chiama padre (lpateri in samburu) Egidio Pedenzini.

A me, Edi, ma non solo a me, ha cambiato la vita, dal momento in cui ho iniziato a condividere con lui le gioie e le preoccupazioni tra i suoi tanto amati pastori Samburu, coi quali ha camminato per decenni, donando loro fiducia e speranza, fino ad immedesimarsi totalmente con loro.

La prima volta che sono arrivato in Kenya era il 6 gennaio 1982, ad Archer’s Post, in occasione della benedizione dell’ampliamento della chiesa. Per due anni ho seguito le sue attività ad Archer’s Post, poi, proprio come i nomadi, l’ho seguito a Wamba, dove ho conosciuto tanta gente: suore meravigliose e dottori venuti in ospedale da varie parti del mondo, per dare il loro contributo medico e non solo.

Dopo Wamba, padre Egidio è stato destinato a South Horr, dove è rimasto tantissimi anni. In questa missione ai piedi del Monte Njro, ho condiviso con lui ben 17 intensi anni. Là, l’8 febbraio 1998, lui ha celebrato – alla sua maniera e soprattutto alla maniera dei Samburu – il matrimonio di me e Liliana (detta Lilly). Un giorno assolutamente indimenticabile per noi, in cui, fra l’altro, la tantissima gente presente ci ha regalato emozioni indescrivibili, con testimonianze di affetto e gioia autentica, con i canti e le danze dei moran (guerrieri), e la toccante benedizione finale degli anziani a conclusione della celebrazione durata ben quattro ore. Sapete tutti che le cerimonie del caro padre Egidio non avevano tempo, ed anche in questa occasione ne ha dato dimostrazione fra un sorriso ed una lacrima.

 

La lunga e intensa permanenza a Souh Horr, dove sovente gli faceva visita l’allora vescovo di Marsabit mons. Ambrogio Ravasi, è finita quando l’amico mons. Virgilio Pante (vescovo di Maralal dal 2002 al 2022) ha pensato bene di affidargli la costruzione e la nascita della nuova missione di Sereolipi (all’estremo Nord Est della diocesi). Per padre Pedenzini lasciare South Horr è stata una prova difficilissima e ne ha sofferto molto, per il gran bene che ha voluto a tutta quella gente. Ma l’obbedienza e lo spirito di servizio hanno prevalso, e quindi si è aperto un altro capitolo, per lui ed anche per noi, che lo abbiamo seguito.

Alla fine del 2008 il nostro missionario ha cominciato rimboccandosi subito le maniche per dare vita a quel nuovo progetto di chiesa e comunità. Il primo anno ha condiviso tutto con i suoi collaboratori, trasformando l’ampia sacrestia dietro la vecchia chiesa, tuttora esistente, in cucina, sala da pranzo e dormitorio. Nel 2009 siamo arrivati per la prima volta a Sereolipi e nella misura in cui abbiamo potuto, abbiamo contribuito a realizzare la nuova missione e altre strutture. Sono seguiti altri 13 anni condivisi con quest’uomo meraviglioso che, dopo aver asciugato qualche lacrima, diceva: «Dobbiamo andare avanti, perché siamo qui per loro: sono nostri fratelli che hanno diritto ad una vita dignitosa».

Quante volte si sentiva bussare alla porta, peraltro sempre aperta, e, sentendo bisbigliare timidamente, si intuiva la richiesta di soddisfare una necessità che sarebbe altrimenti rimasta inascoltata. Posso assicurare che ogni volta il grande cuore di padre Egidio si apriva e, con il suo passo recentemente barcollante, andava in camera e soddisfaceva la richiesta salutando con una benedizione. Identico atteggiamento lo aveva quando rilevava ingiustizie, torti o scorrettezze. Mai si è girato dall’altra parte o ha fatto finta di non sentire o non vedere. Tutti ricordiamo la sua voce tonante che denunciava pubblicamente qualsiasi malaffare.

Non possiamo dimenticare le sante messe celebrate nelle out station, nel cuore delle comunità samburu, ove sapeva esprimere il meglio di sé con le parole, l’atteggiamento, i gesti e l’inseparabile bastone da anziano che sempre portava con sé in quelle occasioni.

Abbiamo percorso tanti chilometri insieme su quelle strade e piste polverose, a volte cantando le nostre canzoni popolari o ascoltando i canti delle donne Samburu sedute nella parte posteriore della Land Rover prima, e poi della Toyota. Non è mai stato un grande autista, ma la Provvidenza e il rosario appeso allo specchietto retrovisore ci hanno sempre accompagnati a casa.

Ora concludo questo racconto parziale di quanto abbiamo condiviso.

Caro Egidio, il mezzo che ti porta in questo ultimo viaggio è guidato da Dio e ti farà arrivare, seduto in prima fila, in quel luogo privilegiato riservato alle persone che hanno donato tutta la propria vita e se stessi ai bisognosi. Samburu, Turkana, Rendille, Pokot e tutti gli abitanti della savana e dei monti del Nord del Kenya ti sono grati e ti ricorderanno sempre per il bene che hai fatto e dato loro.

Ace olleng’ lpateri Egidio, grazie di tutto cuore per quello che sei stato e sarai sempre per noi. Lesere, ciao.

Edi e Lilly Martinelli, 17/11/2022

Ecco qui di seguito una breve biografia di padre Egidio Pedenzini che ho conosciuto bene nei miei anni di Kenya e sono andato a visitare a Sereolipi proprio poco prima di rientrare in Italia. È anche il mio modo di dirgli grazie per una simpatica gentilezza che aveva per me: il dono, di tanto in tanto, di un vasetto di polvere di peperoncino rosso (pilipili) che lui stesso coltivava e che andava a ruba qui a Torino tra i confratelli nostalgici di Africa.

«Nato l’8 giugno 1939 a Mezzacorona (Tn), entra tra i Missionari della Consolata e fa la prima professione a fine noviziato in Certosa di Pesio (Cn) il 2 ottobre 1961. Studia teologia a Torino e riceve l’ordinazione sacerdotale a Mori (Tn) il 17 dicembre 1966.

Dopo un anno passato a Londra per l’inglese, nel 1968 arriva in Kenya ed è inviato nella diocesi di Marsabit dove si inserisce come aiutante prima ad Archer’s Post, poi a South Horr e Baragoi, per tornare in seguito ad Archer’s come parroco. Dal 1974 al 1978 va negli Stati Uniti per studi, da dove ritorna in Kenya diventando il responsabile diocesano dell’educazione nel Samburu dal ’79 all’81, quando è nominato di nuovo parroco di Archer’s Post, fino all’87. Da lì è trasferito a Wamba e nel 1990 va a South Horr di cui diventa parroco fino al 2008, quando il vescovo, mons. Virgilio Pante, gli chiede, a quasi settant’anni, di andare a iniziare da zero la nuova missione di Sereolipi».

In tutti questi anni lui è il punto di riferimento, l’enciclopedia, per tutti i missionari per la conoscenza e l’approfondimento della cultura samburu. Là riceve l’ultima irresistibile chiamata, e dopo una brevissima malattia, va nei giardini del cielo, dove acqua, latte e miele scorrono in abbondanza.


Perché ricordate solo alcuni?

Buongiorno,
sono un vostro assiduo lettore, ho vissuto per quattro anni a Dar Es Salaam dove ho conosciuto, tra gli altri, padre Mario Biestra. Siamo diventati amici e ci siamo frequentati anche dopo il mio e suo rientro in Italia. Purtroppo padre Mario ci ha lasciati qualche tempo fa (+12/05/2021). Leggo regolarmente la rivista e ho notato che c’è sempre un ricordo per i padri che vengono a mancare. Purtroppo non tutti i numeri della rivista vengono recapitati regolarmente, qualche volta le poste italiane smarriscono qualche numero. Ma, per quanto abbia cercato attentamente, non ho trovato nessun accenno a padre Mario. Mi è sfuggito? Era in un numero della rivista che non ho ricevuto? Grazie

Giuseppe De Cecco
20/10/2022

Caro Sig. Giuseppe,
grazie per il suo ricordo di padre Mario Biestra. Non ne abbiamo parlato nei numeri precedenti e la sua lettera ci permette di farlo.

Il ricordo dei nostri confratelli dipende proprio dai lettori che ci scrivono, come lei. Ci piacerebbe ricordarli tutti di nostra iniziativa, ma, se lo facessimo, dovremmo occupare buona parte della rivista ogni mese. Nel solo 2022, ad esempio, sono già 14 i missionari tornati alla casa del Padre, 26 nel 2021 e ben 30 nel 2020.

«Padre Mario Biestra nasce a Torino il 1° luglio 1932, nel 1944 comincia il cammino con i Missionari della Consolata e viene ordinato sacerdote nel 1959. Dopo alcuni anni di servizio in Italia, nel 1965 parte per il Tanzania dove rimane fino al 2003, con un intervallo in Italia dal ‘76 all’86. Rientrato in Italia nel 2004, va in cielo il 21/05/2021».

Qui (sotto) un ricordo di padre Mario, in una foto che gli ho scatto nel dicembre 1988 sotto il cielo delle saline vicino alla missione di Sanza in Tanzania.




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Uccisa Ambasciatrice di pace

Il 24 settembre, in un remotissimo angolo del Kenya, nel Turkana Est, nelle zone semiaride della Suguta Valley, un centinaio di chilometri a Sud del Lago Turkana, nelle savane di Kamuge, sono state massacrate una decina di persone, tra cui sette soldati, un autista, un chief e una mamma di famiglia, Mary Kanyaman Ekai. Il massacro, ad opera di Pokot razziatori di bestiame, è indice dell’alto grado di insicurezza che esiste nella regione in cui, nel 1981, era stato ucciso anche padre Luigi Graiff (vedi MC 12/2021, p. 6).

Perché riportarvi questo fatto che non ha toccato i nostri giornali e che ha fatto notizia in Kenya, dove gli scontri tribali nel Nord semidesertico non interessano molto il resto del paese, solo perché la giovane signora ammazzata aveva una qualche notorietà?

Racconto qui questa vicenda perché Mary era una ragazza turkana che ha potuto studiare solo grazie al nostro programma di sostegno a distanza. La famiglia di Mary era arrivata a Loikas, lo slum turkana di Maralal, nel 1992, quando aveva più o meno dieci anni. La sua famiglia era dovuta fuggire dalla Suguta Valley a causa di un attacco di Pokot che aveva ucciso ben dieci persone del villaggio e rubato tutti gli animali. Aiutata dalla missione, ha studiato nella scuola secondaria santa Teresa di Wamba, diretta allora dalle Missionarie della Consolata, ed è arrivata a laurearsi in biochimica.

Si era poi impegnata a migliorare l’ambiente, promuovere le condizioni della sua gente, entrando nel governo della contea Samburu (lei, turkana, in una contea dominata dai Samburu) come responsabile del comitato esecutivo centrale per la salute, dove si era impegnata molto per elevare lo standard dei servizi medici. Finito il suo mandato, si era buttata nella promozione della donna e nel costruire la pace e la cooperazione tra i vari gruppi etnici della regione. Memore dell’aiuto ricevuto, lei stessa sosteneva ragazzi poveri per la scuola. Aveva anche aiutato la sua famiglia a tornare nelle terre ancestrali da dove erano fuggiti tanti anni prima.

Trent’anni dopo quel massacro, quel villaggio è stato assalito ancora una volta. Mary, che era tornata a visitare suo padre, è stata uccisa con i giovani soldati, nel tentativo di recuperare il bestiame rubato, così essenziale per la vita in quelle terre. Lascia quattro figli e un grande ricordo. Sui social la chiamano «ambasciatrice di pace» e «campionessa della giustizia, dell’armonia e della coesistenza pacifica».

Per me, Mary è stata un motivo di gioia, perché splendido risultato del programma di sostegno a distanza che ha come scopo fondamentale quello di costruire persone più che strutture. Persone che, come Mary, diventino soggetti del loro stesso riscatto e aiutino la loro gente per uno sviluppo di giustizia e pace.
(nella foto, Mary è la prima in piedi da destra, era il 1998, studiava alla St. Teresa’s Secondary a Wamba, Kenya)

padre Gigi Anataloni
Torino, 29/09/2022

La diga in Etiopia

Si sente parlare troppo poco della diga che si sta costruendo in Etiopia e che cambierà l’economia anche di Egitto e Sudan. Non è nemmeno chiaro chi presta i soldi (penso la Cina). Se ne sa molto poco, però gli etiopici stanno cominciando a riempire il loro invaso e i cinesi stanno facendo importanti progetti agricoli nel paese. Non è nemmeno chiaro se la diga di Assuan (in Egitto, ndr) sia ancora operativa o se sia troppo piena di sabbia. Quel che è certo è che toglie l’acqua del Nilo all’Egitto che supera i 100 milioni di abitanti e sarà una catastrofe, peraltro ben meritata dal loro regime militare. Mentre il Sudan, poco popolato e subito dopo l’Etiopia nel corso del Nilo non dovrebbe avere dei grandi problemi. Non mi è nemmeno chiaro se l’Egitto ha accesso a pozzi di petrolio nel Mediterraneo. Ma certo che la nostra politica estera dovrà occuparsi seriamente di questo imminente problema. Sarei anche curioso di sapere come la vedono gli Israeliani, che hanno un ottimo rapporto con l’Etiopia, da cui hanno trasferito parecchia popolazione, perchè Israele ha bisogno di gente in qualche modo collegabile con l’ebraismo. Insomma si direbbe che i cinesi sono meglio informati e più attivi degli europei.

Claudio Bellavita
24/08/2022

I problemi elencati sono tutti di grande interesse, anche se in Italia li si guarda da lontano e con una certa indifferenza, perché apparentemente non ci toccano.

 

Esplosione demografica in Africa

Gentile direttore,
vi seguo da molti anni e cerco anche di sostenervi con qualche offerta liberale.

Ho veramente una grande ammirazione per le vostre idealità, per quanto avete fatto e continuate a fare, per l’impegno a trasmettere ai vostri sostenitori notizie sui progetti realizzati e preziose informazioni su tanti paesi del Terzo Mondo (si dice ancora così?).

Credo che la vostra rivista costituisca un prezioso canale di conoscenza su tanti problemi in genere ignorati dalla stampa e altre fonti «ufficiali».

Penso che in tutti voi sia presente un impegno personale veramente bellissimo.

Ciò premesso – e avendo io ormai raggiunto un’età ragguardevole – vorrei citare un argomento fondamentale che è sostanzialmente assente dalla pubblicistica sull’Africa: non solo quella vostra, ma anche di tutte le altre Onlus e Ong, dalla stampa e dai dibattiti di ogni genere.

Il tema è l’esplosione demografica, in tutto il continente.

I motivi sono i più svariati, e non devo certo elencarli a voi: tradizioni locali, timore di urtare presunti precetti religiosi per i cristiani e per gli islamici, paura di attirare critiche di stampo ideologico/politico, e così via. Ma questo silenzio è veramente assordante.

Riflettiamo un attimo, senza preconcetti o paraocchi.

Mentre da noi si assiste ad un triste e inarrestabile calo delle nascite, in Africa la popolazione – in soli ottant’anni – si è moltiplicata per cinque o sei volte! E continua così, come se ci trovassimo di fronte a risorse illimitate.

In questa situazione si incrementano azioni meritorie e doverose per curare, sfamare, costruire, come fate voi e gli infiniti gruppi di provenienza «occidentale».

Ma nel contempo – oltre alle fughe disperate verso l’Europa – dilagano le guerre locali, il terrorismo e le bande armate, la rapina e la svendita dei beni ambientali, l’ignoranza e la corruzione, la disoccupazione e l’assistenzialismo di intere popolazioni.

I meritevoli sforzi delle Ong cadono come gocce solitarie nell’oceano. Le belle fotografie di torme di bambini sorridenti rallegrano lo spirito, ma quale sarà il loro futuro tra qualche anno?

Di fronte a queste realtà numeriche è fisicamente impossibile che una crescita realistica dell’economia locale riesca a farvi fronte, ed allora ciascuno cerca una via d’uscita personale, persino di tipo criminale.

Questi sono ragionamenti puramente matematici, non collegati ad alcuna ideologia. Perché ne scrivo a voi?

Perché su questi temi cala il silenzio, o al massimo compare qualche vaghissimo accenno.

Meglio fare finta di nulla.

Paura di toccare un tema scottante? Sensazione di impotenza? Rischio di essere fraintesi?

La regolazione delle nascite dovrebbe diventare invece il tema n.1, se vogliamo immaginare un possibile futuro per questi disgraziati fratelli!

Sarà un’impresa immane che richiederà l’azione concorde di organizzazioni di ogni tipo, origine e dimensione: ma qualcuno, anche una realtà minore, deve lanciare la prima pietra e cercare di far rumore, sperimentando metodi efficaci e dedicando una parte delle proprie (e scarse!) risorse a questo aspetto vitale.

Ho cercato di sintetizzare al massimo quanto penso.

Vi invio i saluti più cari e gli auguri per il successo delle vostre attività. Cordialmente.

Giorgio Berutti
12/09/2022

Caro signor Giorgio,
grazie della lettera e della lunga amicizia e supporto. Il tema che ci sottopone è di grande attualità, anche se probabilmente non concordiamo nell’analisi delle cause e dei rimedi. Non è questa rubrica il luogo per affrontare questo tema così vasto, ma accettiamo la sua provocazione e le prometto che ci torneremo.

Intanto mi permetto solo di dire che non è con la regolazione delle nascite che si risolve questo problema, ma anzitutto con un cambio di mentalità e con una maggiore giustizia ambientale ed economica. Fino a quando il 10% della popolazione mondiale produce il 48% delle emissioni di carbonio (indice chiaro del livello di consumo delle risorse del nostro pianeta), un’altro 40% ne produce il 40%, e il restante 50% solo il 12%, (3,6% prodotto dall’Africa) non si aiuteranno certo i più poveri a migliorare la qualità della loro vita, e a convincerli che il loro futuro non sarà assicurato soltanto dal numero di figli.




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari


Cartine e mappe

Sono una lettrice ed estimatrice della vostra rivista che leggo con piacere perché interessante, ricca di notizie, aggiornata, con immagini ma soprattutto apprezzo che ogni articolo sia corredato di cartine geografiche che invece difettano in altre riviste.

Vi scrivo perché vorrei che manteneste quest’ultima caratteristica che ritengo utile e istruttiva. Nell’ultimo numero di Missioni Consolata 8-9 scarseggiano. Cordiali saluti.

Carla Guidi
13/08/2022

Grazie dell’apprezzamento e dell’invito all’uso regolare di cartine. A dire la verità qualche volta ci sembra di stancarvi riproponendovele numero dopo numero. Cercheremo di fare del nostro meglio.

Baba Camillo

Spett.le Redazione,
purtroppo baba Camillo ci ha lasciati. Ha trascorso molti anni (40?) in Tanzania, soprattutto
a Kipengere. Mi auguro di leggere presto, sulla vostra rivista, un articolo a lui dedicato che renda merito alla sua persona e alle opere compiute. Ringraziando, cordiali saluti.

B. Panebianco
29/07/2022

Padre Aldo Pellizzari e padre Cammillo Calliari (Baba Camillo), alle prese con l’acquedotto della missione

Baba Camillo (padre Camillo Calliari nato a Romeno, Trento) è tornato alla casa del Padre lo scorso 25 luglio all’ospedale di Ikonda. Aveva 83 anni, di cui 53 passati in Tanzania. Di questi, ben 34 nella missione di Kipengere.

Su di lui ha scritto un appassionante libro Giorgio Torelli (Baba Camillo, Istituto geografico De Agostini, Novara 1986).

L’ho conosciuto personalmente nel 1985 a Matembwe, dove sono stato alcuni giorni di passaggio anche per incontrare Luciano e Pia, due volontari che venivano da Torino, con il gruppo del campo di lavoro Kisinga ‘85, la missione dove c’erano padre Remo Villa (+ 20/02/2022 a Tura) e padre Masino Barbero (+ 16/09/2021) .

Nella foto scattata allora, baba Camillo (con la barba) sta controllando con padre Aldo Pellizzari (+ 23/08/2003 a Makambako) l’impianto da lui costruito per provvedere l’acqua alla missione situata sulla collina almeno cento metri più in alto. Fornire l’acqua alla gente era una delle sue passioni, come ha scritto Vita Trentina: «Molti i suoi campi di azione, con un’attenzione speciale per quanto riguarda l’acqua: ha costruito vari acquedotti nelle varie realtà dove si è trovato ad operare per agevolare la vita delle persone».

Il desiderio di scrivere di lui (e non solo queste poche righe) c’è, come anche quello di ricordare un altro grande missionario che ci ha appena lasciato, monsignor Luis Augusto Castro Quiroga, vescovo di San Vicente prima e arcivescovo di Tunja in Colombia poi, andato in cielo a 80 anni il 3 agosto 2022, pochi giorni dopo baba Camillo (vedi p. 9 e p. 12). È una promessa.

Taiwan

Sono un dilettante e certamente Lamperti ne sa molto più di me. Però non mi sembra che Taiwan sia il problema più importante per la Cina popolare che da quando Deng Tsiao Ping ha sconfitto la «banda dei 4» ha dato largo spazio all’iniziativa privata e probabilmente agli investimenti in Cina da parte dei loro emigrati arricchitisi in occidente. Se la Cina ha interessi di espansione geografica, sicuramente riguardano l’accesso diretto alla rotta polare resa libera dal disgelo e che dimezza (almeno) il percorso dalla Cina al mare del Nord, che resta il centro dello sviluppo industriale europeo. E per avere un accesso diretto la Cina deve prenderlo, con le buone o con le cattive, alla Russia, che peraltro sta rendendosi militarmente ridicola di fronte al mondo con un esercito potente sulla carta che non riesce a imporsi a quattro gatti male armati di Ucraini.

Claudio Bellavita
30/06/2022

Un cardinale ora, poi Allamano Santo?

Penso che il postulatore della beatificazione del canonico
Allamano abbia quasi finito il suo lavoro. Quale maggior miracolo dell’elevazione a cardinale di un giovane responsabile della più piccola e sperduta missione della Consolata, che vive e celebra sotto una tenda mongola?

Claudio Bellavita
04/07/2022

Lo speriamo anche noi. Se venisse presto anche la notizia della canonizzazione, sarebbe proprio un grande dono!

Scrivete di Pietro di Brazzà

Gentilissima Redazione,
penso che sarebbe interessante e bello far conoscere ai lettori della rivista MC l’esempio umano in Africa di Pietro Savorgnan di Brazzà. Grazie per la vostra attenzione.  Pax et bonum.

Giorgio de Francesco
Torino, 24/06/2022

Pietro Savorgnan di Brazzà (1852-1905) è un esploratore italiano che ha dato il nome alla città di Brazzaville, da lui fondata nella Repubblica del Congo. Il suo stile era tutto il contrario di quello usato dal contemporaneo re Leopoldo del Belgio nel colonizzare il Congo Zaire. Grazie del suggerimento, è una persona che vale la spesa conoscere meglio.

Di Cambogia e Don Mazzolari

Buongiorno,
leggendo la rivista di luglio, fra gli altri interessanti come l’Iraq, trovo due articoli a me particolarmente cari: Cambogia e Obiezione di coscienza con una citazione relativa a don Primo Mazzolari. Circa la Cambogia avevate già pubblicato una mia testimonianza a fine 2018 (MC 12/2018).

Aggiungo solo che in quell’occasione visitai una missione in una zona periferica di Phnom Penh molto difficile da trovare anche per il tassista poiché non c’erano nomi delle vie. Ero stato incaricato da amici del missionario di cui allego la foto (sotto), ma non ricordo il nome. La Chiesa non era enorme, ma sicuramente molto dignitosa. Circa don Primo Mazzolari, allego una testimonianza che mi era stata richiesta per ricordarlo. Avevo avuto l’opportunità di conoscerlo a 11 anni. Era stato per me un incontro sconvolgente poiché nella sua omelia, sentii parole mai udite prima. Cordiali saluti

Mario Beltrami 
09/07/2022

Don Primo Mazzolari, un personaggio scomodo

«Ma come fa a scrivere queste bestialità, gente che dovrebbe invece fargli un monumento…». Non riesco a capire dove voglia andare a parare mio fratello. Sta leggendo un settimanale che entrava in casa mia negli anni ’40-50 e che trattava prevalentemente cronache di vita parrocchiale. Buttando sul tavolo il giornale, mi indica un titolo ben evidenziato in cui riesco a leggere solo un nome: Don Mazzolari. Senza darmi il tempo di leggere altro, comincia a parlare di uno straordinario sacerdote, osteggiato soprattutto da chi avrebbe dovuto essere dalla sua parte. Eravamo a Cremona nel 1951, periodo in cui l’Italia era spaccata in due: democristiani da una parte, comunisti e socialisti dall’altra. Questo sacerdote era in pratica accusato di fare prediche troppo sinistrorse, troppo vicine all’area socialista.

A me, poco più che undicenne, chierichetto, cresciuto in una famiglia molto religiosa, frequentante solo ambienti oratoriani, queste parole sembravano abbastanza forti, ma ero troppo legato al mio fratellone, ormai uomo, di 16 anni più vecchio, per metterle in discussione.

Mio fratello era nato nel 1924, ancora giovanissimo era stato chiamato alle armi da cui aveva poi disertato per unirsi ai partigiani. Aveva presumibilmente sentito parlare di Don Mazzolari proprio in quel periodo.

Una domenica di primavera, forse maggio, mi chiama mentre stavo finendo i compiti:

«Dai, prendi la bicicletta, andiamo a fare un bel giro, devo incontrare amici in un paese a una trentina di chilometri».

Parlare di macchine allora era quasi fantascienza e i 30+30 chilometri, fra andata e ritorno, era cosa normalissima in una zona piatta come il tagliere della polenta, dove il ciclismo era lo sport più popolare. Senza quasi rendermene conto, dopo aver attraversato diversi paesi: «Ci siamo», mi dice. Il cartello all’entrata del paese indicava Bozzolo, località che non avevo mai sentito prima. Davanti a un bar, in prossimità della chiesa, un gruppo di giovani ci saluta calorosamente. Uno in particolare si rivolge a me:

«Benvenuto campione. Sei bartaliano o coppiano?». Il dualismo Bartali-Coppi era allora più sentito di qualsiasi derby calcistico.

Mio fratello, dopo aver dato la mano a tutti, mi invita a fare un giro perché dovevano parlare. Mi avrebbe raggiunto più tardi per la messa direttamente in chiesa.

Fu una messa per me straordinaria che mi fece conoscere
una faccia nuova della Chiesa di Cristo. Nell’omelia di questo sacerdote udii parole semplici ma capaci di arrivare a tutti. Parole che non avevo mai sentito in centinaia di prediche. Si rivolgeva alla gente come stesse parlando a tu per tu con ognuno di loro. Ebbi persino l’impressione che, ogni volta che si girava dalla mia parte, mi sorridesse e, rivolgendosi direttamente a me, cercasse di farmi capire le brutture, le disuguaglianze, le incongruenze che governavano il mondo affinché io mi dessi da fare per migliorarle (questo ovviamente nella mia fantasia).

«Quello è Don Primo, uno che ha aiutato tanta gente e ha ricevuto solo pedate. Dai suoi superiori in particolare, vescovo compreso».

Il giovane che mi aveva dato il benvenuto mi avvicinò all’uscita della Chiesa dicendomi, quasi sottovoce, parole che il mio condizionamento di allora rifiutava di credere. Continuò creandomi un certo fastidio:

«Figurati che vive qui confinato come se fosse in galera. Non può nemmeno andare a predicare in altre chiese».

Seppi più tardi da mio fratello, a cui avevo riferito la cosa, che quel giovane era stato uno dei più convinti partigiani (come lo erano tutti gli altri), ora era iscritto al Partito comunista, e, purtroppo, tutto ciò che aveva detto su Don Mazzolari corrispondeva al vero.

Il mio più grande rammarico è stato per anni quello di non essere riuscito a parlare direttamente con lui, soprattutto quando ho cercato di conoscerlo meglio attraverso i suoi scritti. Quando ho cercato di capire meglio chi fosse Don Primo Mazzolari e la grandezza di ciò che aveva fatto ma, purtroppo, era ormai scaduto il tempo.

Ebbi tuttavia la grande soddisfazione, qualche anno più tardi, nel vedere questo povero prete di campagna ma grandissimo uomo, riconosciuto come tale anche dai più autorevoli rappresentanti del Cattolicesimo. Rivalutato da due fra i personaggi che cambiarono radicalmente il volto della Chiesa di quegli anni.

Nel 1957, infatti, il Cardinal Montini, futuro Paolo VI, lo volle come predicatore alla Missione di Milano e nel 1959 Papa Giovanni XXIII lo ricevette in Vaticano con tutti gli onori definendolo «La tromba dello Spirito Santo in terra padana».

Mario Beltrami


Risparmio carta

Buongiorno, prego depennare dalle vostre liste di invio la signora G. M. […] La signora è deceduta 13 anni fa e la vostra rivista non interessa più a nessuno, quindi, per evitare a voi spese d’invio inutili, spese di stampa, carta buttata, lavoro per il postino, etc, etc, etc, prego non inviare più la vostra rivista, grazie.

16/08/2022

Come vi ho già comunicato in passato (la prima volta molti anni fa) la signora M. P. Anna, mia madre, è purtroppo deceduta nel 2009. Quindi risparmiate una copia e non inviate più la rivista.

11/07/2022

Spett. Redazione,
sono la figlia di Alessandra B. M. abbonata alla vostra rivista. Vi informo che, poiché la mamma non è più in grado di leggere e non risiede più al solito indirizzo, intende disdire l’abbonamento alla vostra rivista.

Ringrazio per l’attenzione e porgo cordiali saluti anche a nome della mamma.

L. M. 08/07/2022

Ho riportato qui alcuni messaggi ricevuti che chiedono la cancellazione dell’invio della rivista. Purtroppo, non tutte le richieste sono gentili come quella della signora Alessandra che ringraziamo di cuore. Altre volte hanno un tono accusatorio, come se noi avessimo per anni approfittato della bontà dei nostri lettori per spillare i loro soldi.

Fateci sapere comunque in tempo, che non volete più la rivista. Non è nostra intenzione invadere la vostra privacy.

Colgo anche l’occasione per ringraziare di cuore quei vicini di casa che ci avvisano del decesso o del trasferimento di uno dei nostri lettori. Grazie.

Una parola sul tema del risparmio di carta, in questi tempi in cui il suo prezzo è andato alle stelle e la cura dell’ambiente ci sta a cuore.

Primo: il vero spreco della carta avviene con gli imballaggi, sempre più invadenti, e con i milioni di copie di stampe pubblicitarie che riempiono le cassette postali, non certo con i giornali o le riviste di informazione che fanno fatica a trovare la carta necessaria.

Secondo: «il depennamento» di un indirizzo fa risparmiare i soldi della spedizione, ma la copia viene comunque stampata, almeno fino a quando non si fa un nuovo contratto con la tipografia che deve provvedere con ampio
anticipo la carta necessaria alla stampa.

Da ultimo un invito a far conoscere la nostra rivista ai vostri amici, anche nelle scuole. Contribuirebbe a aggiungere sempre nuovi lettori.

MC non rifugge dai nuovi mezzi di comunicazione su cui sta investendo cercando di mantenere la qualità dell’informazione senza cedere alla banalizzazione. Ma crediamo ancora con forza nella carta stampata come mezzo di conoscenza, riflessione e approfondimento. Siamo convinti che i temi legati alla «missione» non debbano essere bruciati nell’usa e getta del consumismo informatico.




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari


Versi di amore e di scienza

Mi è capitato di rileggere un articolo su un vecchio numero di
Missioni Consolata di aprile 2021. L’articolo riguardava un libro di poesie «Versi di amore e scienza». Interessante per alcuni aspetti però nell’articolo, a mio modesto parere, si confonde l’amore umano con l’amore divino. Si sostiene che l’amore non lascia scampo alla sua perdita con prima o poi la morte della persona amata. Perdita che l’autore ha direttamente sperimentato. [l’amore] divino è il Bene e non possiamo mai perderlo perché è dentro di noi. Un pezzetto di Bene c’è in ognuno, in qualche angolo del cuore anche solo in un ricordo materno. Il Bene c’è sempre in noi anche quando non lo pensiamo. Lo possiamo far rinascere quando compiamo azioni di bene. Ogni giorno dobbiamo scegliere tra fare bene o male. Se scegliamo il Bene, questo lo rendiamo presente in noi e in chi ci circonda. Il Bene non muore mai. Il Bene è verità, giustizia sociale, fratellanza, comprensione, laboriosità, sobrietà, sincerità, buona volontà, fare pace. Se ci fosse più giustizia più sincerità, ci sarebbe più pace in famiglia, sul lavoro, nella società ecc. Tante volte è difficile capire ciò che è veramente bene per noi ed anche per gli altri. Solo la preghiera, l’Eucarestia e l’insegnamento del Vangelo ci aiutano a capire ciò che è veramente Bene. Ci illuminano il cammino, se lo vogliamo, se li seguiamo sinceramente e con costanza. Gesù è il vero Bene, le sue parole, il suo insegnamento. In una parabola molto bella Gesù dice: «Io sono la luce del mondo». Nelle omelie durante la messa si parla tanto di amore, quasi in modo inflazionato mentre si parla poco del Bene. L’amore evangelico è il Bene. Il Bene è più forte del male e più bello del male. Ricevere e fare del bene ci fa star meglio.
Cordiali saluti

Enrica B., 24/05/2022

Buongiorno Enrica e grazie per la sua lettera che esprime una profonda fede. Il libro di poesie «Versi di amore e scienza» cerca di esprimere il vuoto e il dolore lasciato dalla perdita di una persona che si è stimata e amata e che, per la natura umana, non può essere colmato neppure con la consapevolezza (o speranza) di un ricongiungimento futuro. È l’amore umano, come giustamente osserva lei, che fisicamente trova espressione nel mondo quotidiano, nella percezione che due persone si trovino insieme contemporaneamente e fisicamente. Perché, alla fine, in questo mondo noi tutti abbiamo bisogno di tangibilità. Galileo, che era un fervente cristiano, affermava che: «È intenzione dello Spirito Santo d’insegnarci come si vada in cielo e non come vada il cielo».

Allo stesso modo nel libro non ho affrontato l’amore divino, perché, come si deduce anche dal titolo, ho voluto coniugare un sentimento astratto e insondabile della natura umana, con la scienza. Non tutti abbiamo il dono della fede e sull’eterna lotta tra Bene e Male si sono spese milioni di parole, sia di autori atei, che agnostici o religiosi. E penso convenga con me che è obiettivamente difficile per noi umani consolarci di una perdita fisica, sentimentale ed emotiva, rifugiandoci o sperando in qualcosa di astratto come il Bene. Ho usato il termine “astratto” non in senso dispregiativo, ma perché è da millenni che si proclamano buone intenzioni raggruppate nella parola Bene, ma è da altrettanti millenni che nessuna società ha mai portato il Bene a sconfiggere definitivamente il Male. E se è vero che ricevere e fare del bene ci fa stare meglio, è altrettanto vero che il bene non potrà mai colmare l’assenza fisica.

Piergiorgio Pescali, 31/05/2022

A-t salùt, Gabiàn!

Ieri, 6 giugno, ci ha lasciato Ermes Rinaldi, da quasi sessant’anni gestore, con la moglie Bruna, dell’omonima trattoria di via Ganaceto a Modena. Su quel locale si è scritto tanto, come anche di Ermes, della Bruna, e delle tante specialità della loro cucina, rigorosamente modenese, dispensate ai clienti amici, che ogni giorno provavano a entrare. Sì, perché il posto era piccolissimo, ed Ermes chiudeva il sabato sera e la domenica.

Tante volte invitò a pranzo me e mia moglie Marisa (naturalmente chiarì subito che avremmo poi pagato…). Però, noi lavoravamo fino alle 14.30, compreso il sabato, e lui non accettava prenotazioni, men che meno telefoniche. E allora gli dicevo: Ermes, può mai essere che per venire a magiare da te dobbiamo prendere un giorno di ferie? E allora ci spiegò il perché di quello strano orario: quando negli anni ‘50 iniziò a lavorare come garzone, la trattoria che poi diventò sua, era frequentata esclusivamente da operai e da povera gente, che di sera, e di domenica, mangiavano a casa. E lui ha mantenuto la tradizione. Questo lo raccontò in Kenya, durante un viaggio fatto con Romolo Levoni (vedi MC 1-2/2017, p. 5) e altri amici per portare un po’ d’aiuto, di solidarietà e di amicizia ai Missionari della Consolata di Torino, che da oltre un secolo si occupano delle tante povertà di quel paese.

D’altra parte, due personalità come Ermes e Romolo erano destinate a incontrarsi e collaborare. Siamo stati con loro in «giro» per il Kenya nel 2009 e nel 2011, e posso assicurarvi che ognuno era un vulcano d’idee e d’iniziative. Ricordo solamente le migliaia di pezzi di gnocco, fritti e venduti da Ermes e dai suoi amici, in piazza della Pomposa, il cui ricavato era interamente versato all’associazione G.R.G. (Gruppo Resurrection Garden), fondata da Romolo
Levoni nel 1991 col compianto padre Ottavio Santoro per portare aiuto ai bambini del Kenya.

Penso di avere scattato decine di fotografie di Ermes attorniato da bambini, che per lui era inconcepibile, soffrissero ancora la fame, la miseria, la mancanza di medicine e di scuolain questo mondo così progredito. Come aveva sofferto lui quando era bambino. Insomma, un omone col cuore d’oro, innamorato della sua Bruna. Così lo ricordo e lo saluto, con quel nome «Gabiàn» che affibbiava a tutti quelli che frequentavano il suo locale. Ma, attenzione, se gabiàn nel gergo modenese indica una persona scimunita, sciocca, per lui era esattamente il contrario: Gabìan erano i suoi migliori amici, quelli a cui più teneva. E allora caro Ermes, ti saluto, «a-t salùt, Gabiàn».

Marco Ghibellini, a nome del Grg, Modena, 18/06/2022

Abba Paolo con noi

Celebrazione a Riva di Vallarsa nel primo anniversario della morte di abba Paolo Angheben con eucarestia presieduta da padre Daniele Giolitti

Otto maggio 2021. Quanto lontano era da noi abba (padre) Paolo Angheben, missionario della Consolata in Etiopia, quando la sua vita terrena nulla poté contro la malattia, mentre quanto vicino a noi oggi, riuniti nella celebrazione ad un anno dalla sua morte, l’abbiamo sentito; presenza viva, non solamente spirituale all’aprirsi delle testimonianze, spontanea linfa che sorreggeva una narrazione di vita dedicata agli altri, alle sue missioni, all’Africa. La santa messa domenicale, nel giorno della ricorrenza del patrono di Riva di Vallarsa (Trento), è stata il contenitore nonché il motore per quanti hanno dovuto attendere un anno per esternare la personale vicinanza alla persona che tutto aveva dedicato agli altri: più di 40 anni in Etiopia, costruttore ispirato, consigliere sagace, supporto spirituale e materiale, trascinatore di uomini e donne, profondo conoscitore del mondo africano, in particolare di quello giovanile.

Un po’ alla volta questi aspetti, che uscivano dalle interviste che venivano riprodotte, costruivano e materializzavano la sua figura, animavano la voce che entrava nei cuori dei presenti, che ne veniva assimilata, cullata dalle musiche africane del coro Sacra Famiglia, per l’occasione intervenuto in forze.

Ognuno dei presenti aveva mantenuto un rapporto personale con lui: fosse un gesto, una parola, una discussione, un segreto, una confessione, un religioso ma anche laico confronto; un rapporto mai sopito, mai dimenticato, ma accantonato, nell’intesa, anche certezza, di poterne intraprendere la naturale prosecuzione al momento del suo ritorno in Italia.

Padre Daniele Giolitti, confratello di abba Paolo e concelebrante quel giorno, nel parlare di lui ha mosso i ricordi e le testimonianze che, scritte da più mani, hanno reso palesi le sue opere, la sua umanità e la vicinanza assoluta alle parole del Vangelo, primaria fonte di ispirazione delle Lectio Divinae da lui curate.

Le testimonianze rimbalzavano nel cuore dei presenti, colmavano quella sorta di vuoto fra noi e lui; parole che hanno quasi evocato la sua ieratica figura e che, impersonate in più voci, hanno trasmesso all’assemblea la serenità e umana accettazione della sua dipartita, nel rimpianto però di non averlo potuto salutare, di non averne assimilata tutta la sua carica spirituale, di non aver compreso a fondo quanto la sua presenza fisica ci mantenesse sulla retta via.

Lo stralcio di testimonianza che segue, esprime quanto abba Paolo avesse toccato il cuore di chi ricorreva a lui per una parola, un consiglio, un parere disinteressato. Un po’ quello che è stato per noi.

«Quando padre Paolo è partito per l’Etiopia, nel 2001, ho pianto tanto.
Non mi davo pace.
Ho cercato, senza trovarlo, un sostituto.
Dopo la sua morte ho di nuovo pianto tanto, ma senza la disperazione del primo distacco.
Penso che abbia compiuto la sua missione. Penso che abbia dato tutto ciò che poteva dare, fino alla fine.
Ringrazio per averlo conosciuto e frequentato».

Ciao abba Paolo.

Lucio Angheben e gli altri fratelli di padre Paolo

Celebrazione a Riva di Vallarsa nel primo anniversario della morte di abba Paolo Angheben con eucarestia presieduta da padre Daniele Giolitti

 




Noi e voi, dialogo lettori e missionari

Ucraina

Gentile redazione,
riguardo all’articolo a pag. 64 del numero di aprile 2022 vorrei sì ringraziare per aver affrontato l’argomento (non mi stupisce in realtà), ma anche far notare che l’argomentazione portata per spiegare il tentativo d’avvicinamento dell’Ucraina alla Ue sia in realtà tendenzioso. Capisco la ristrettezza degli spazi e non si può raccontare tutto in tre pagine, ma se non si dice che ai tempi del rifiuto di Janukovyc di sottoscrivere l’accordo di scambio in realtà si trattò di una scelta tra due proposte, una della Ue e Fmi (è fondamentale dirlo per capire correttamente) e l’altra della Russia, che poi lei dice non aver sborsato neanche un rublo per l’Ucraina. La scelta per la proposta russa fu spiegata dal governo ed era proprio dovuta alle richieste del Fmi… Mi stupirebbe se lei non sapesse di cosa si tratta. La proposta russa, la cui economia non è così potente come quella occidentale, puntava su un accordo con condizioni di favore. La Russia sapeva benissimo come era la situazione ucraina e non stupisce che il Fmi poi si lamentò dell’utilizzo dei fondi e credo anche che li sospese. Nell’articolo, oltre a dare per scontato il solito noiosissimo pregiudizio che la Russia sia sempre brutta e cattiva e dalla parte del torto, e che la Eu sia sempre e solo buona e il faro di ogni paese, sembra insinuare una sorta di disonestà congenita nella Russia.

Sarebbe auspicabile che nei prossimi articoli non si facesse come si fa su tutti i giornali e cioè, dicendo che c’è un aggressore e un aggredito (certo, se si guarda solo il 24 febbraio è cosi) si stabilisce a priori chi è il buono e chi è il cattivo, e ciò diventa un alibi per non analizzare tutte le vere cause di questo bruttissimo conflitto.

La Russia e la Gb-Usa (via Nato, perché la Eu purtroppo non conta nulla, soprattutto con una Von der Layen completamente supina al volere Usa), si contendono l’Ucraina da un bel po’, e se Putin ora non vuole più sentire ragioni e si siederà al tavolo di un negoziato solo quando lo riterrà conveniente, dall’altro lato abbiamo gli Usa con la Gb che vogliono solo prolungare più che si può questo conflitto. Degli interessi degli ucraini, quelli sfollati per intenderci, non interessa a nessuno, anzi forse un po’ più interessa alla Russia, non certamente agli Usa-Gb.

Cordiali saluti

Andrea Sari 
17/05/2022

Caro signor Andrea,
rispondo a nome della redazione che lei interpella.

Comincio sottolieando che l’articolo in questione è breve di sua natura e quindi non ha né la pretesa né lo spazio fisico per poter approfondire ogni aspetto della complicatissima situazione dell’Ucraina e neppure offrire un’analisi storica completa (fatta poi in MC 05/2022). Per questo, ad esempio, il prestito del Fmi è stato solo accennato in collegamento con l’accordo Ue del 2013, senza entrare in tutti i dettagli.

Poi vorrei far notare come non ci sia da parte nostra l’intenzione di demonizzare la Russia in quanto tale. Di fatto il testo condanna gli atteggiamenti di prepotenza da qualsiasi parte provengano e propone il superamento della logica dei blocchi, in modo da spezzare la spirale dell’inimicizia che porta inevitabilmente alla guerra. Da ultimo l’articolo reclama la pace per porre fine alle sofferenze di chi sta morendo sotto le bombe.

L’autore del testo, il nostro Francesco Gesualdi, se è partigiano, lo è dalla parte della pace, «che si prepara con la pace» non con il «para bellum».

Questa rivista, anche ospitando con libertà opinioni diverse, non intende essere spazio di scontro, ma luogo di incontro per persone che sono capaci di «piangere»    (cfr. Mt 5,4) con l’umanità che soffre, sia essa nell’Ucraina devastata dalla violenza che nelle famiglie di tanti giovani russi, specialmente provenienti dalle zone più povere e remote del paese, sacrificati al moloch della guerra. Vuole essere spazio per persone che, convinte che la guerra non costruisce la pace, diventano ogni giorno costruttori di pace, attenti alle persone concrete, a ogni persona, senza applicare etichette, senza dividere il mondo in buoni e cattivi, ispirati dall’esempio del buon samaritano (cfr. Lc 10,30-37).

Un cammino di libertà

Egr. Signori,
leggo con interesse e soddisfazione, anche se non sempre concordo o capisco, la rubrica «Un cammino di libertà» e chiedo a tal proposito se l’insieme delle puntate verrà raccolto in un unico documento leggibile nel futuro in Internet. Grazie per la risposta e buon cammino.

Saverio Compostella
17/05/2022

Caro signor Saverio,
sarà nostra cura raccogliere tutti i capitoli dedicati al cammino di libertà del popolo d’Israele e nostro. L’abbiamo già fatto con altri testi apparsi sulla nostra rivista, facilmente scaricabili dal nostro sito. Nel caso, se ce ne fosse richiesta, potremmo anche fare delle stampe cartacee delle stesse raccolte (costi da studiare) per chi preferisce leggere ancora su un buon vecchio libro.

Grazie, Annalisa Vandelli

Cara Annalisa,
io ti conosco solo un po’ per aver letto, tempo addietro, quanto hai scritto su padre Giuseppe Richetti (1933-1993), tuo zio e missionario della Consolata in Kenya.

Ora sei venuta alla ribalta con «Acqua in Bocca», un volume poderoso su fratel Peppino Argese (1932-2018), il missionario della Consolata che raccoglieva «le lacrime della foresta» del Nyambene (Meru, Kenya) e le incanalava in uno stupefacente acquedotto, portatore di vita per una marea di gente assetata.

Annalisa, hai composto un’opera con un protagonista «silenzioso», coadiuvato da altri personaggi di notevole spessore umano. L’ultimo è padre Daniele Giolitti, laureatosi in ingegneria al Politecnico di Torino proprio con una tesi sull’acquedotto del «silenzioso». Tuttavia, protagonista «ultimissima» sei tu, Annalisa, con la tua penna faconda.

A me «Acqua in Bocca» affascina perché è «un balcone spalancato sul mondo». Da tale balcone, puoi scorgere pure l’assassinio di Robert Kennedy, fratello del presidente statunitense John (anche lui ucciso), come anche il martirio della volontaria missionaria Annalena Tonelli (Somalia) e quello di padre Giuseppe Bertaina (Kenya). Inoltre, deplori la guerra americana in Vietnam. Non manca papa Francesco tra i profughi a Lampedusa.

E moltissimo altro. Per esempio, Regina, la domestica di fratel Peppino. Un giorno la donna apre la porta a tre individui che esigono dal «silenzioso» (prossimo alla morte) privilegi danarosi nella gestione dell’acquedotto nella foresta. Gli si sono presentati con il dono di alcune uova marce. Regina li caccia furiosa.

Che regina… quella Regina! Il «silenzioso» le sussurra: «Grazie, Regina. Però non avventarti contro le tenebre. Pensa piuttosto a tenere accesa la tua lampada».

«Acqua in Bocca» non è un racconto né una biografia. È una corale o un poema, un poema impregnato dalla sacralità della foresta del Nyambene. Il «silenzioso» vi «si inginocchia, perché lì c’è Dio. Questa è la sua chiesa». Ha concesso a fratel Peppino Argese di entrare, di ascoltare la sua parola appesa ai rami.

Cara Annalisa, ti ho scritto queste righe per dirti semplicemente: grazie.

padre Francesco Bernardi,
missionario della Consolata in Tanzania, 26/05/2022

Padre Francesco ricorda anche Regina, che ha servito fratel Mukiri con tanta dedizione (vedi la foto del 2012 con i figli e fratel Mukiri) . Regina ora è insieme lui nelle splendide foreste del Paradiso dove il Signore l’ha chiamata il 12 maggio 2022, dopo una breve e improvvisa malattia. Aveva cinquant’anni.

Ricordo che il «poderoso» libro «Acqua in bocca, storia di fratel Peppino Argese, il silenzioso che raccoglieva le lacrime della foresta» (368 pagine di cui 48 fotografiche) è disponibile su richiesta anche all’indirizzo della rivista con contributo minimo di 15€.

 

Monsignor Giorgio Marengo cardinale

«Il Papa ha annunciato la creazione dei nuovi porporati: tra di essi tre capi di dicastero della Curia. Sedici gli elettori, cinque ultraottantenni. Cinque italiani, tra cui il vescovo di Como Cantoni, l’emerito di Cagliari Miglio e il professor Ghirlanda. Il più giovane con i suoi 48 anni è Marengo, prefetto apostolico di Ulan Bator, capitale della Mongolia». (Vatican News 28/05/2022)

Missionari carissimi,
il Signore continua a benedire il nostro Istituto con il suo immenso amore.

Oggi il papa Francesco ha nominato il nostro caro monsignor Giorgio Marengo cardinale. È il primo cardinale dell’Istituto, è un dono di Dio e un riconoscimento per il nostro Istituto, è un dono del nostro amato Fondatore il beato Giuseppe Allamano.

Mi trovo a Boa Vista, precisamente all’aeroporto pronto per partire per San Paolo: ho letto la notizia nel mio cellulare che è stato riempito di messaggi e di auguri. Che bello sentire e vedere tanta vicinanza e affetto, tanta gente che ama la Consolata nei suoi figli e figlie.

Grazie a Dio non passano solo le notizie brutte di guerre e ingiustizie, ma vengono anche comunicate le notizie belle, buone e vere, quelle che riscaldano il cuore e fanno del bene.

La notizia della nomina di Giorgio è una buona notizia che fa bene a tutti: alla chiesa, al mondo, all’Istituto, all’Asia e a tutti noi. La nomina di Giorgio è per noi tutti un messaggio e un invito all’impegno, alla generosità, alla disponibilità alla volontà di Dio nella nostra vita.

È conferma che la missione non ci appartiene ma è opera di Dio e che noi siamo semplici strumenti nelle sue mani.

Che questa notizia, che questo nuovo servizio di Giorgio alla Chiesa sia per noi tutti benedizione, consolazione e ringraziamento. La Consolata benedica e accompagni Giorgio, sostenga e doni salute a sua madre e a sua sorella, doni a tutti noi più gioia nel servizio, più generosità nella missione e più speranza per il futuro.

Al caro Giorgio, nuovo cardinale, a tutti voi, coraggio e avanti in Domino!

padre Stefano Camerlengo
Boa Vista, 28/05/2022

Chi è il nuovo cardinale

Monsignor Giorgio Marengo è nato il 7 giugno 1974 a Cuneo. Dal 1993 al 1995 ha studiato filosofia presso la Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale e dal 1995 al 1998 teologia nella Pontificia Università Gregoriana (Roma). Dal 2000 al 2006 ha compiuto ulteriori studi presso la Pontificia Università Urbaniana, conseguendo la licenza e il dottorato in Missionologia. Ha emesso la professione perpetua il 24 giugno 2000 come membro dell’Istituto Missioni Consolata ed è stato ordinato sacerdote il 26 maggio 2001.

Dopo l’ordinazione sacerdotale è stato scelto come membro del primo gruppo di due missionari e due missionarie della Consolata destinati alla Mongolia. Ricevuto il mandato missionario nel santuario della Consolata il 19 maggio 2002, i quattro sono finalmente partiti il 20 luglio 2003 per la nuova missione nella capitale mongola. Nel 2007 hanno aperto Arvaiheer dedicata a Maria Madre della Misericordia, di cui padre Giorgio è stato parroco fino alla nomina a vescovo. Nel 2016 è nata la «Regione Asia» dell’Imc (Mongolia, Corea del Sud e Taiwan), di cui è diventato consigliere e responsabile per la sua nazione. Il 2 aprile 2020 il Santo Padre Francesco lo ha nominato Prefetto apostolico di Ulaanbaatar (Mongolia), con carattere vescovile assegnandogli la sede titolare di Castra Severiana. È stato consacrato dal cardinal Luis Antonio Tagle l’8 agosto 2020 in quello stesso santuario della Consolata in Torino dove aveva ricevuto il suo mandato missionario.





Noi e Voi, dialogo lettori e missionari


Verità e giustizia

Tutti noi abbiamo grande bisogno di verità, cioè capire ciò che è veramente bene e ciò che è male. Distinguere il falso bene da quello vero. Bisogno di verità in tutti gli ambiti: società, lavoro, famiglia. Quanti tradimenti, cioè inganni, bugie, false verità che portano malessere, sofferenze. La verità è importantissima nella vita di tutti i giorni. A Pilato, nell’interrogatorio prima della crocifissione, Gesù ha detto: «Per questo sono venuto al mondo per rendere testimonianza alla verità». Gesù è venuto a rendere testimonianza alla verità portando la parola di Dio.

Quando non sappiamo cos’è bene, non sappiamo più cosa dobbiamo fare, la parola del Vangelo ci illumina. Gesù ha testimoniato la verità delle sue parole con la vita fino a versare il sangue. Da soli non possiamo fare nulla. Non possiamo sempre capire qual è la verità, ci facciamo ingannare facilmente dalle false verità. Con la verità autentica nei dissidi tra nazioni si arriva a capire chi ha torto e chi ragione e quindi si giunge alla giustizia, condizione importante per la pace. Cordiali saluti.

E.B., 22/04/2022

Faraja House

Dalla Faraja House

Carissimi amici, capita di dormire male e sognare catastrofi. Oggi, primo aprile, mi sono svegliato con l’amaro in bocca. Prestissimo suona il telefono. Pesce d’aprile? È l’ufficio degli assistenti sociali. «Abbiamo da affidarti una bambina di sette anni». E così parto per la città e incontro Emma: è con due poliziotti, appena arrivata dall’ospedale. È stata violentata poche ore fa nella notte e in casa. Mentre tentava di scappare è stata picchiata in faccia ed è tutta gonfia.

La «risposta» di Dio ai brutti sogni: aiutare gli altri risolve molti dei nostri problemi! Provare per credere.

Capisco perché Guru ha due occhi splendenti e sempre un sorriso pronto: è abituata ad aiutare i fratellini e ora è sempre pronta ad aiutare i più piccoli con una gioiosa gentilezza, ed è una bimba di solo otto anni! È lei che sta vicina a Vau quando «va in crisi»: Vau è una bimba di quasi quattro anni. Abbandonata dalla mamma e allevata dal padre che fa l’oste in un kilabu (specie di bar dove vendono birra locale, il pombe). Per più di un anno ha vissuto sgambettando nell’osteria con gli avventori spesso ubriachi, che le davano pombe da bere quando piangeva.

Qui ogni bambino mi ricorda la cattiveria umana, ma anche le parole di Madre Teresa la prima volta che la vidi a Roma anni fa: «Dio ha bisogno di voi: siete le sue mani!».

Persino Ronaldo, il cane che fa parte della famiglia, ha da insegnarmi qualcosa: ogni mattina accompagna i quattro bambini dell’asilo fino a scuola, li guarda entrare in classe e ritorna a casa. Qui è sempre vigile e ringhioso se arriva qualcuno che non è di casa.

Il 1° maggio la Faraja compirà 25 anni! Su un fazzoletto di terreno è risuscitata, dopo la distruzione. Con la vostra fraterna assistenza abbiamo costruito parecchie casette che danno ospitalità a più di 60 bambini che hanno sperimentato la cattiveria umana. Tanti ne sono passati e hanno potuto ricostruirsi una vita più serena e indipendente. Tanti hanno imparato un mestiere, una trentina hanno finito il percorso universitario. Faraja vuol dire Consolazione e ne abbiamo distribuita tanta assieme a voi, amici che avete collaborato con noi per essere «le mani di Dio».

Grazie di cuore e auguri per la Festa di Resurrezione.

Padre Franco Sordella,
01/04/2022, Mgongo, Iringa, Tanzania

È possibile sostenere la Faraja House tramite MCO. Grazie.


Certosa di Pesio,un luogo unico

Un po’ di storia certosina

«Da quasi un millennio la Certosa di Pesio sta assisa a capo della valle omonima, fasciata da mistica atmosfera di austera serenità, di bellezza e di poesia, cullata dal murmure perenne del Pesio, quasi ritmo di preghiera sussurrata in sordina». Così don Giovanni Terreno, parroco di San Bartolomeo sino al 2007, definiva la Certosa di Pesio, ora casa di spiritualità missionaria dei Missionari della Consolata.

Fondata nel 1173 dai monaci certosini provenienti da Grenoble (Francia), la Certosa di Pesio è uno dei monumenti storici più insigni del Piemonte: fu per secoli un importante centro di vita religiosa, culturale e civile. Infatti, la comunità della Certosa sviluppò al suo esterno la piantagione di abeti, la coltura della vite, l’allevamento delle api e del bestiame. Sorse anche una vera scuola di intarsio che, insieme a studi scientifici e alla composizione/rilegatura di manuali e libri, furono messi al servizio della cultura, tramandataci fino ai giorni nostri.

Con alterne vicende di crescita e di difficoltà, la comunità monastica perseverò fino alla Rivoluzione francese (1800), quando Napoleone soppresse gli ordini monastici. L’adattamento a stabilimento idroterapico, nella seconda metà del XIX sec., ridonò al luogo un effimero periodo di notorietà in Italia e all’estero, fino all’inizio della Prima guerra mondiale (1914), periodo in cui la Certosa fu destinata a un temporaneo decadimento.

Visuale della chiesa abbaziale della Certosa dalla Correria – turbina

I Missionari della Consolata in Certosa

Nel 1934, giunsero i Missionari della Consolata che ridiedero vita alla Certosa, nella sua missione specifica di centro di irradiazione della luce di Cristo nel mondo: «I Missionari della Consolata però non si sono limitati al compito, anche se impegnativo e lodevole, di pietosi restauratori o rianimatori di un colosso in rovina o di benemeriti conservatori di un passato; ma, restaurata e resa funzionale, hanno dato alla Certosa di Santa Maria nuovo impulso di vita, realizzando e continuando a realizzare una serie di attività in ordine alle finalità della loro specifica missione» (don Giorgis, La Certosa in Valle Pesio, 1952).

È bello pensare che schiere di missionari qui si siano formate e da qui siano partite per i quattro continenti.

Dal 1934 al 1945, la Certosa fu casa di vacanza estiva per i giovani aspiranti missionari e missionari reduci dalle missioni e sede del seminario durante la guerra 1940-45. Dal 1945 al 1982 accolse il noviziato. Dal 1982 vi è una comunità missionaria che ha aperto la Certosa all’ospitalità per vacanze, incontri di studio e spiritualità e animazione missionaria, a sacerdoti, famiglie, gruppi parrocchiali e comunità di giovani e di anziani di varia provenienza. Dal 1996 ha preso la connotazione finale e precisa di «casa di spiritualità missionaria».

Casa di spiritualità missionaria

La comunità della Certosa di Pesio (composta attualmente da sei missionari: i padri Daniele Giolitti,  Beppe Cravero, Ermanno Savarino, Francesco Discepoli e Lino Tagliani, e fratel Gaetano Borgo) vuole continuare a essere un segno di presenza spirituale e di impegno nell’evangelizzazione. Per una missione in Europa fatta di testimonianza e profezia, pensiamo che oggi più che mai abbiamo bisogno di coltivare una spiritualità autentica, costituita sia da una ricerca costante di Dio nella preghiera e nella vita, sia dal desiderio e dal coraggio di scegliere uno stile di vita che ci permetta di vivere il Vangelo nella contemporaneità.

Nella prospettiva di coltivare e vivere una spiritualità missionaria, siamo convinti che la Certosa sia un luogo molto adatto e che possa offrire molto al servizio di noi missionari, dei laici, dei giovani e delle famiglie.

Come già detto, il luogo è unico e questo fa la differenza: paesaggi di boschi e alpeggi, l’abbraccio delle montagne tutt’intorno rendono la Certosa un luogo incantevole e particolarmente adatto all’immersione nello Spirito, a cammini di direzione spirituale e accompagnamento vocazionale.

La Certosa offre la possibilità di essere una «casa di scuola della Parola»: come missionari proponiamo cammini mensili di Lectio Divina, meditazioni, ritiri e annualmente turni di esercizi spirituali e settimane bibliche.

Nella natura

Per dare un taglio più spiccatamente missionario ai nostri programmi, in collaborazione con la diocesi di Mondovì, abbiamo proposto degli incontri itineranti sulla Laudato si’ nella natura, comprese alcune escursioni nel bellissimo Parco del Marguareis (con quest’ultimo stiamo intessendo una serie di collaborazioni soprattutto sull’integrità del creato, con relative mostre e concerti).

Quest’anno – come si può leggere nel programma qui accanto – abbiamo pensato, assieme ai centri missionari diocesani del Piemonte, di proporre una «3 giorni sulla missione» su temi sui temi dell’accoglienza e della mobilità umana, della giustizia e della pace, e del dialogo interreligioso. Infine, organizziamo dei cammini di conoscenza e approfondimento del carisma del nostro fondatore, il beato Giuseppe Allamano.

Le sfide

Ma ci sono anche delle sfide. La prima criticità che balza agli occhi è che la struttura è molto grande e di non facile gestione. Necessita di un lavoro continuo di manutenzione. Chi vive qui deve essere disposto a una vita all’insegna del motto «ora et labora». Il luogo è isolato, l’inverno lungo, la vita un po’ spartana. Tuttavia, la struttura, pur grande, va bene per la primavera e l’estate quando c’è maggiore richiesta di ospitalità (campi scuola di parrocchie, gruppi scout, associazioni, nei quali noi missionari offriamo incontri di lectio o testimonianze sulla missione).

Certo la gestione economica non è facile, anche se, in tempi normali, si è sempre riusciti a coprire le spese ordinarie. Il grande investimento della nuova turbina garantisce un’entrata annuale costante. In ordine alla manutenzione straordinaria si sta cercando di studiare forme di partnership: in questo senso si è creato di recente un comitato ad hoc in vista delle celebrazioni del 850° anniversario della fondazione della Certosa (nel 2023) coinvolgendo la regione Piemonte, provincia di Cuneo, il comune di Chiusa pesio, il Parco, la diocesi di Mondovì, associazioni e alcune banche e fondazioni private.

Il chiostro della Certosa di Pesio

Salire sul monte

Il Vangelo dice: «Dopo la giornata di Cafarnao, Gesù si ritirò in un luogo solitario […] salì sul monte» (cfr. Mc 1,35). C’è, oggi come ai tempi di Gesù, una necessità di ritirarsi in un luogo solitario, sul monte. Ci sono sacerdoti, laici, religiosi, che guardano alla Certosa proprio come a quel luogo solitario che avvertono già «abitato» da Dio, intuiscono che «qui c’è qualcosa!». La gente si sta allontanando sempre più da una chiesa troppo strutturata perché vuole incontrare Dio, un Dio che non riesce più a trovare nelle proposte ordinarie. La Certosa rappresenta un’offerta seria di spiritualità, anche al servizio della chiesa locale.

Dall’antico motto di san Bruno ai Certosini, «La croce resta salda mentre il mondo gira», all’attuale programma di vita del beato Allamano, fondatore dei Missionari della Consolata: «Essi annunzieranno la mia gloria alle nazioni» (Is 66,19).

padre Daniele Giolitti
02/05/2022, Certosa di Pesio –  www.certosadipesio.org

 




Noi e voi, spazio di dialogo lettori e missionari


Dov’è Dio quando gli uomini sono in guerra?

La guerra è quanto di più tragico, disumano e folle possa accadere nel mondo. Lo possiamo constatare in questi giorni in cui
l’Ucraina è oggetto di occupazione e bombardamenti con innumerevoli morti tra i civili, fughe all’estero, ecc. Viene spontaneo chiedersi dove sia e che cosa faccia Dio di fronte alle ingiustizie e alle violenze a danno degli innocenti. Gli autori dell’Antico Testamento, per trascrivere l’esperienza del popolo d’Israele, hanno fatto ricorso al lessico e ai modelli culturali dell’ambiente mediorientale, compreso il fenomeno umano e storico della guerra; si trovano di frequente quindi episodi di eccidi, stermini e vendette senza limiti. Nella ricerca del volto di Dio è presente anche il titolo «Signore degli eserciti» (Is 10,24) e tra tutte le forme di conflitto vi è la «guerra santa» (Gl 4,9); si fa breccia, in ogni caso, la convinzione che Dio non corrisponda ai criteri elaborati dall’uomo, come avviene, ad esempio, nel libro di Giobbe, in cui si mette in dubbio l’idea che l’insuccesso sia dovuto all’abbandono divino, e nella letteratura profetica in cui si elabora l’idea che la giustizia di Dio non sia quella dei canoni umani. Il Nuovo Testamento rivela infatti un volto di Dio del tutto inatteso e, soprattutto, annuncia che Gesù, il Figlio, non rispondendo con la violenza alle accuse rivoltegli e accettando la morte, ha vinto definitivamente il male, in particolare il peccato. Dio non è all’origine del male e ha a cuore la vita (Gn 9,16), dinanzi alle gravissime derive causate dalle possibilità dell’uomo conseguenti alla sua libertà, interviene con l’incarnazione, la vita, la morte e resurrezione del Figlio Gesù, e propone un ideale (Mt 5,44), l’amore verso il nemico, che tanti martiri e santi hanno testimoniato nel corso dei secoli, non sminuendo in ogni caso il valore della lotta per la giustizia. Dio, che è vivo, sicuramente agisce con il suo Spirito ma in modo imperscrutabile; non interviene in modo magico e sostiene l’uomo che potenzia le sue «armi» quali l’impegno quotidiano nel superare i piccoli contrasti inevitabili, la pratica costante di azioni diplomatiche e politiche volte a mediare, la preghiera perseverante ed insistente. Dio soffre atrocemente per le vite interrotte con la violenza, i danni arrecati all’ambiente naturale e alle opere costruite dall’uomo, per l’uso delle armi sempre più sofisticate e l’incapacità di trovare intese durature, necessarie in quanto gli equilibri geopolitici non sono mai definitivamente risolti, è presente laddove si soffre, e «agisce» attraverso tutte le iniziative che l’uomo assume per porre rimedio ai conflitti, costruendo degli accordi, e attraverso coloro che, nella fede e nella grazia sacramentale, sono uniti intimamente a Cristo (Mc 11,24) nell’implorare la pace.

Milva Capoia
14/03/2022


Troppa popolazione?

In questi giorni sembra che sulla Terra abbiamo superato gli otto miliardi di abitanti. Eravamo 2.480 milioni a fine 1950, quindi in 71 anni siamo più che triplicati. È vero che in questi 71 anni non ci sono state guerre mondiali e neanche epidemie generalizzate: ma di una pandemia ci stiamo occupando adesso e sembra che Putin abbia voglia di trascinarci in una guerra mondiale per difendere il suo posto di padrone della Russia e magari diventarlo di tutto il mondo. In ogni modo, anche senza il suo aiuto non credo che la vecchia palla su cui viviamo sia in grado di reggere a lungo una popolazione che si triplica ogni 70 anni. Io ho avuto la possibilità di girarla tutta (e a forza di prendere sole mi son preso anche un tumore, ma tanto ho superato benissimo gli 80) e vi assicuro che è bellissima e che ha una popolazione meravigliosa che però si fa governare da troppi cialtroni e non pochi veri assassini.

Claudio Bellavita
24/03/2022

Grazie per le considerazioni e per l’amore alla nostra Terra. La questione della popolazione è ovviamente molto complessa e controversa. Di sicuro la soluzione non sta né nella pandemia né nella guerra, ma probabilmente neanche nelle «scelte di morte» che avvengono di fatto nel nostro mondo (figlio unico, aborto, messa in crisi della famiglia, esaltazione del gender, ecc.). Di fatto, e l’Italia ne è capofila, stiamo assistendo a un declino demografico preoccupante, come se non credessimo nel futuro. Invece la crisi che stiamo vivendo richiede un serio ripensamento degli stili di vita, dei consumi, dell’uso delle risorse del nostro pianeta e delle relazioni tra i popoli.


Tra guerriglia e sogni di pace

Carissimi amici,
riesco finalmente a raccontarvi un pezzo di vita della mia parrocchia in questi mesi del nuovo anno. Dopo la paura iniziale per il Covid-19, in questo ultimo periodo, qui a Solano la vita è ritornata quasi alla normalità.

In Colombia la distribuzione dei vaccini è iniziata dalle zone periferiche e ai confini con altri paesi come Perù ed Ecuador; quindi, possiamo dire che siamo stati privilegiati essendo stati tra i primi a essere vaccinati.

La situazione sociopolitica in Colombia è sempre più complicata nonostante l’accordo di pace avvenuto nel novembre 2016 tra il governo del presidente Santos e la Farc (guerriglia). Molti hanno lasciato le armi e, attraverso i programmi integrativi dello stato, si sono inseriti nella vita civile, ma molti altri hanno deciso di continuare la lotta armata ed è sorta la disidencia (dissidenza), mentre altri, dopo essersi consegnati, delusi per il mancato compimento delle promesse statali, sono ritornati alle armi.

Funerale di tre fratelli uccisi dalla guerriglia

Il 28 gennaio e 8 febbraio ho accompagnato tre giovani di Solano al seminario diocesano per un discernimento vocazionale: uno a San Vicente del Caguán, altri due a Florencia, il capoluogo della regione. Appena arrivato in canonica al mio rientro da Florencia, ricevo una chiamata: «Padre è tutto pronto». Mi reco al «Club Juvenil», punto d’incontro per le varie attività dei giovani costruito da padre Giuseppe Svanera, senza sapere perché richiedono la mia presenza. Entro e trovo davanti a me tre bare con i corpi di tre giovani fratelli che sono stati assassinati.

Viviamo in un territorio dove per sopravvivere si coltiva la pianta di coca da cui poi viene estratta la pasta basica per produrre la cocaina e, quindi, la violenza è fortissima.

Le bare. ancora aperte, sono poste sopra tavole di legno sostenute da casse vuote di birra. Attorno si brucia caffè per cercare di coprire l’intenso odore dovuto alla decomposizione dei corpi. Un giovane che è stato testimone dell’eccidio racconta la brutalità che i tre fratelli hanno subito: legati e uccisi con vari colpi alla testa e al torace da un gruppo di trafficanti di droga che si fa chiamare Sinaloa. Tutto risale al 5 febbraio.

I primi a parlare con me sono i padrini di battesimo di due dei giovani assassinati: sono molto addolorati e mi dicono che il papà sta sbrigando le pratiche con la giustizia. Hanno preso seriamente il loro impegno di padrini e sono una chiara testimonianza di fede per la gente del paese. Per questo li ringrazio. Mi presentano i genitori. La mamma già la conoscevo perché l’avevo aiutata economicamente comprando direttamente da lei alcuni dei suoi prodotti. Vive separata dal marito, e fa parte della «Iglesia evangelica pentecostal». Il papà, Pedro, desidera la messa cantata per il funerale dei figli.

Celebriamo il funerale in un ambiente militarizzato, con molta paura e tristezza. Durante l’omelia denuncio gli autori di questo assassinio, dicendo che non esiste nessun motivo per togliere la vita a qualsiasi persona: Dio dona la vita, non la toglie. Invito gli assassini a pentirsi del loro gesto e a non continuare con queste stragi che stanno colpendo molto duramente il nostro territorio, soprattutto contro i giovani.

Le tre salme sono caricate su tre mezzi e portate al cimitero in processione. Accompagno il corteo con la recita del rosario, benedico la tomba e durante la sepoltura alcuni giovani mettono musica colombiana, il «Vallenato», che esprime la disperazione che stanno vivendo.

Nel pomeriggio viene il papà dei tre giovani. È un antioqueño che ha lasciato la sua terra 36 anni fa in cerca di fortuna. È stato nel Caguán, a Remolino, dove ha conosciuto il padre Giacinto Franzoi, e ora si trova nel Yurilla, dove è proprietario di un piccolo negozio di alimentari e vende benzina. I figli vivevano in un villaggio più all’interno, nella foresta. Quando gli hanno comunicato della loro morte, superando il dolore con molta forza, ha coordinato tutto per portarli a Solano. Ha chiesto appoggio alle forze dell’ordine che gli hanno dato protezione e gli hanno consigliato di non ritornare da dove era venuto perché è a rischio la sua vita.

Gli chiedo: «Perché li hanno uccisi?», e lui ripete all’infinito: «Erano bravi ragazzi, non hanno fatto del male a nessuno. Io non posso lavorare perché sono anziano. Spesso andavo da loro e si chiacchierava e rideva, o loro venivano da me. Abbiamo passato momenti molto belli di amicizia, di fraternità e di gioia grande. Non mi spiego il perché».

Funerale di tre fratelli uccisi dalla guerriglia

Prosegue: «Sono stato interrogato dall’esercito per più di due ore, e ho ripetuto che non abbiamo mai collaborato con nessun gruppo. Ho detto che quando venivano i guerriglieri mi chiedevano di trasportarli con la canoa. Non potevo dire di no e così davo loro le chiavi e la benzina. Mai ho guidato io l’imbarcazione. Loro andavano e me la riportavano. Chiedevano cibo e compravano la benzina, mai a loro abbiamo creato problemi. Ho anche dato all’esercito le coordinate dove poterli trovare, anche se i militari sono qui da più di un anno e non fanno assolutamente nulla, stanno a guardare. Padre, ho anche denunciato che l’anno scorso, quando è stato ucciso un dissidente della Farc, vi è stata una grande mobilitazione militare con barche ed elicotteri fino ad arrivare nel mio villaggio. Erano presenti circa 80 uomini del gruppo Sinaloa, ma l’esercito ha sparato verso le canoe dove c’erano i contadini, non a quelle dei guerriglieri. Sono arrivato alla conclusione che vi è una alleanza tra l’esercito e i Sinaloa, e che forse questo gruppo è stato creato dallo stesso esercito con ex combattenti della Farc per combattere la dissidenza».

Qualche giorno dopo il signor Pedro viene a chiedermi il certificato di sepoltura dei suoi tre figli perché vuole denunciare lo stato. È intenzionato ad andare a Bogotá per parlare con i mezzi di comunicazione a livello nazionale e internazionale. È arrabbiato e triste. Mi dice: «Non voglio che muoiano altri giovani, molti ne sono stati già uccisi. Dobbiamo fermare questa strage. Oggi la barca di linea portava più di cento persone che scappavano dal territorio dopo aver visto trucidare i miei tre figli senza alcun motivo».

Lo avviso che oggi passerà a Solano la Croce Rossa internazionale e che sarebbe importante mettersi in contatto con loro perché appoggiano questi casi di violazione dei diritti umani.

Vedo che si fa sempre più urgente un lavoro con gli adolescenti e i giovani. Già in parrocchia lo stiamo attuando, non solo con attività religiose di catechismo e con gruppi giovanili, ma con una presenza a tappeto nelle varie scuole e collegi del territorio dove operiamo, attraverso un accompagnamento di formazione sul progetto di vita e sui valori in cui credere per costruire il proprio futuro.

Approfitto per ringraziare le varie associazioni e persone che hanno collaborato in questi anni nell’appoggio economico delle varie attività realizzate nella parrocchia e a livello del Vicariato apostolico di Puerto Leguizamo-Solano (come il progetto di Amico, luglio 2019). Qualche frutto lo abbiamo visto in giovani che si sono inseriti nella società come lideres. A livello ecclesiastico abbiamo quattro giovani nel seminario.

Da quando sono arrivato il 3 dicembre del 2017 abbiamo diviso questo immenso territorio in tre parrocchie e come zona ci troviamo una volta al mese qui nella parrocchia madre. Siamo un bel gruppo: tre sacerdoti, sette suore, due seminaristi e una laica Missionaria della Consolata. Un gruppo di missionari/e molto giovani che, guidati dalla forza dello Spirito del Signore, vogliamo accompagnare i vari popoli che vivono in questo territorio amazzonico minacciato dalla violenza e dalla distruzione per interessi di potere e di soldi.

Grazie per la vostra vicinanza, sempre vi ricordo nell’Eucaristia che sta al centro della mia giornata e della mia vita.

Il beato Giuseppe Allamano (oggi è la sua festa) e la nostra madre Consolata siano di appoggio nel nostro cammino missionario per le strade del mondo.

Padre Angelo Casadei
da Solano, Colombia, 16/02/2022


Nuovo ausiliare a Caracas

È con gioia, e ringraziando Dio e la Vergine, che i Missionari della Consolata (Imc) in generale, e quelli del Venezuela in particolare, hanno ricevuto, il 23 dicembre 2021, la bella notizia della nomina di padre Rivas Durán Lisandro Alirio, fino ad allora rettore del Pontificio collegio missionario internazionale «San Paolo apostolo» di Roma, come vescovo ausiliare di Caracas.

L’ordinazione episcopale di mons. Lisandro e mons. Carlos Márquez è stata conferita dal cardinal Baltazar Porras, amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Caracas, nella chiesa di san Giovanni Bosco nella capitale, con la partecipazione di molti vescovi del Venezuela, più alcuni vescovi di Rito greco e due vescovi Imc dalla Colombia.

Nella sua omelia, il cardinale, riferendosi al testo biblico del «Buon Pastore», ha ricordato ai vescovi eletti che sono «scelti, preferiti e sostenuti dal Signore» e che «il Signore li ha chiamati per nome perché sono di Dio» e li ha esortati a essere dei buoni pastori sull’esempio di Gesù.

Domenica 13 marzo 2022, monsignor Lisandro ha celebrato la sua prima messa come vescovo ausiliare nella parrocchia di San Joaquín e Santa Ana di Carapita, nell’area pastorale che è stato incaricato di accompagnare nella periferia della città.

Ha presentato il Vangelo come suo programma pastorale e ha sottolineato che sul suo emblema episcopale c’è la Bibbia aperta su cui sono incise A e Ω con il motto «Perché in Lui abbia vita». Ha espresso la volontà di dare il meglio di sé al servizio del popolo di Dio affidato alle sue cure.

adattato da «Vida nuestra», aprile 2022

Riportiamo in breve questa notizia, riservandoci di pubblicare quanto prima un’informazione più completa sull’avvenimento e sulla situazione pastorale di Caracas.

Foto di gruppo dopo la consacrazione episcopale di Rivas Durán Mons. Lisandro Alirio