Il santo che non faceva rumore

 

La notizia era nell’aria. C’era chi diceva entro l’anno. Ci si aspettava una conferma per il 20 giugno, la festa della Consolata. E invece, ieri 23 maggio, il Papa ha approvato il miracolo del beato Giuseppe Allamano. È stata una grande gioia, anche se, per molti di noi, il fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, santo lo era già da un pezzo.

Adesso c’è l’ufficializzazione e «l’onore delle cronache». Ma Giuseppe Allamano, pur essendo un precursore nella stampa cattolica – aveva fondato «La Consolata» (1899), che ha dato origine alla nostra testata, «Missioni Consolata» -, non amava essere messo in prima pagina.

«Fai bene il bene e senza fare rumore», quindi senza mettersi in evidenza, era infatti il settimo dei suoi dieci «comandamenti». Ma un altro comandamento, il nono, era proprio: «Dai il primo posto alla santità». Realizzato, oggi, più che mai.

La redazione

Riportiamo qui parte dell’articolo di Jaime Patias, direttore del Segretariato generale per la comunicazione, pubblicato integralmente su consolata.org.

Nell’udienza concessa questo giovedì 23 maggio 2024 al cardinale Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del Decreto che attesta un miracolo attribuito all’intercessione del beato Giuseppe Allamano, Fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata.

Il Papa nello stesso tempo ha deciso di convocare un Concistoro, che riguarderà la canonizzazione dell’Allamano, insieme a Marie-Léonie Paradis, Elena Guerra e Carlo Acutis.

La missione, il sogno di Giuseppe Allamano

l miracolo che porterà alla canonizzazione il beato Giuseppe Allamano, è successo in Brasile, nello stato di Roraima, in piena foresta amazzonica, una delle frontiere della missione, dove dal 1948 i missionari e le missionarie della Consolata lavorano con la gente e annunciano il Vangelo, realizzando il sogno dell’Allamano, che dalla Consolata li aveva inviati nel mondo intero.

Nato a Castelnuovo Don Bosco (Torino) il 21 gennaio 1851 l’Allamano muore a Torino il 16 febbraio 1926.  Da ragazzino Giuseppe è cresciuto fra i salesiani, a 22 anni è sacerdote coltiva il sogno di partire in missione, ma la salute cagionevole non glielo permette. Alla età di 29 anni lo mandano a dirigere il più grande Santuario mariano di Torino dedicato alla Madonna Consolata che riporta agli splendori di un tempo. Il fuoco per la missione, ancora vivo nel suo cuore, l’Allamano lo trasmette a giovani preti che dovutamente formati alla scuola del loro rettore si preparano a salpare per le terre lontane.

Ai piedi della Consolata, in questo modo, l’Allamano getta le basi per una grande opera, l’Istituto Missioni Consolata (Imc), che fonda nel 1901 e su richiesta di Pio X ne costituisce anche un ramo femminile con le Suore Missionarie della Consolata (Mc) nel 1910.

Il miracolo dell’indigeno Sorino Yanomami

Il miracolo attribuita alla intercessione di Giuseppe Allamano riguarda la guarigione miracolosa dell’indigeno Sorino Yanomami, popolo della foresta amazzonica nello stato di Roraima, Nord del Brasile. Sorino il 7 febbraio 1996 viene aggredito da un giaguaro che gli causa la frattura della scatola cranica. Sorino rimane in questa gravissima condizione per otto ore senza cure adeguate, finché un piccolo aereo bimotore riesce a trasportarlo all’ospedale di Boa Vista, la capitale dello Stato.

La scena per i medici è terrificante, l’indigeno viene operato di urgenza e poi ricoverato in terapia intensiva. Accanto a lui, oltre alla moglie, ci sono sei suore della Consolata, un sacerdote e un fratello missionario sempre della Consolata. Tutti invocano il beato Allamano e mettono una sua reliquia sotto il cuscino del letto di Sorino. Proprio in quel giorno inizia la novena del Beato. Sorino si risveglia dieci giorni dopo l’intervento senza mostrare nessuna conseguenza di carattere neurologico. Il 4 marzo viene trasferito presso una casa di cura e quattro giorni dopo è in grado di rientrare al suo villaggio completamente guarito, riprendendo la sua vita di un abitante della foresta, A tutt’oggi non ci sono conseguenze delle gravi lesioni subite.

Jaime C. Patias

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Congo Rd. Il missionario medico

Nella missione di Neisu a una trentina di chilometri da Isiro nel Nord Est della Repubblica democratica del Congo, il 18 maggio scorso, si è celebrato il venticinquesimo anniversario della morte di padre Oscar José Goapper Pascual, giovane missionario della Consolata e medico. Un missionario che «ha lasciato il segno».

Padre Oscar era figlio di José Elgasto e di Nelly Terma ed era nato il 25 settembre 1951 a Venado Tuerto, nella provincia di Santa Fé in Argentina.
Dopo le scuole secondarie, Oscar sente la chiamata a essere missionario e domanda di entrare dai missionari della Consolata presenti nella sua città. Viene accolto e inviato in Italia per continuare il cammino formativo. Terminato il cammino di formazione è ordinato sacerdote a Torino il 19 giugno 1976. Viene subito inviato in Argentina per essere animatore missionario e poi anche formatore. Nel 1981 scrive al superiore generale per chiedergli di poter finalmente andare in missione, anche se aggiunge: «Seguire il Signore fedelmente e senza mettere condizioni è vitale per me», manifestando la disponibilità che lo avrà sempre caratterizzato. Pensando che gli sarebbe stato utile in missione aveva seguito il corso per infermieri professionali. Diceva: «Aspetto con impazienza il giorno della partenza, ma sono cosciente che non si può improvvisare la missione».

Il 27 Aprile 1982 arriva finalmente nella missione di Neisu nel Nord Est dello Zaire. Padre Oscar si accorge subito della necessità di avere un luogo adatto per curare tanta gente ammalata. In un primo tempo trova aiuto occasionale da parte del dottor Leta direttore della clinica del Est a Isiro. Con l’accordo dei suoi confratelli, i padri Antonello Rossi e Richard Larose e con l’aiuto di fratel Domenico Bugatti decide di seguire la costruzione di un ospedale, ma ci vorrà un medico che sempre presente. Allora dice al suo superiore: «Se non ci sono dei medici laici che vogliano venire a Neisu, diventerò io stesso medico». Con il permesso del superiore generale si iscrive alla facoltà di medicina dell’Università di Milano. Cominciano lunghi anni e padre Oscar divide il suo tempo, le sue energie e le fatiche tra Europa e Zaire. Finalmente dottore, resta definitivamente a Neisu tra i suoi ammalati.
A quei tempi mi trovavo a Kisangani, piuttosto distante da Neisu ma ho avuto modo di incontrarlo alcune volte in occasione di qualche viaggio a Isiro e ancora meglio quando venne a Kisangani assieme a suor Cristina per partecipare a giornate di formazione per dottori. Come tante persone, anch’io fui colpito dalla sua giovialità, apertura e capacità di instaurare subito bella amicizia.

Duilio Plazzotta

tratto da consolata.org . Continua a leggere qui.




Georgia. Dal sogno all’incubo

Si chiama «Sogno georgiano» ed è il principale partito della Georgia, piccolo stato del Caucaso meridionale con una sponda sul Mar Nero. Il nome del partito è sicuramente azzeccato ma, studiando con più attenzione la situazione dell’ex paese dell’Unione Sovietica, si cambia facilmente idea. Sogno georgiano è, infatti, proprietà di Bidzina Ivanishvili, oligarca che ha fatto fortuna in Russia e che la rivista Forbes colloca al posto 644 nella classifica 2024 dei miliardari del mondo.

Nonostante settimane di proteste di piazza, lo scorso 14 maggio il parlamento di Tbilisi ha approvato la legge che, per limitare l’influenza degli «agenti stranieri» sulla società civile georgiana, obbliga qualsiasi organizzazione – in primis, quelle non governative e i media – a registrarsi in un database pubblico e a rendere note le sue fonti di finanziamento. Qualora donazioni e fondi provenienti dall’estero superino il 20% del totale, l’associazione è equiparabile a un agente straniero. Insomma, si spaccia per ricerca della trasparenza una norma che metterà sotto il controllo del potere qualsiasi ente.

La presidente georgiana Salomé Zurabishvili, europeista, ha subito posto il veto sulla «legge russa». Tuttavia, Sogno georgiano, il partito dell’oligarca Bidzina Ivanishvili, potrà cancellarlo e proseguire sulla strada che conduce nelle braccia di Mosca.

La presidente georgiana Salomé Zurabishvili – da sempre contraria alla norma – ha subito posto il veto bloccando la promulgazione della legge. Il partito di governo ha però una maggioranza tale da poter annullare il veto presidenziale. La norma è stata ribattezzata «legge russa» perché formulata sul modello di quella con la quale Mosca ha, di fatto, azzerato il dissenso interno. In generale, lo schema politico pare quello a cui gli osservatori esterni sono ormai abituati: da una parte un paese ex sovietico che vorrebbe avvicinarsi all’Occidente, dall’altra la Russia che si oppone con ogni mezzo.

La Georgia è indipendente dal 1991. Le sue relazioni con il potente vicino sono segnate soprattutto dalla guerra del 2008, quando Mosca decise di aiutare le regioni dell’Abcasia e dell’Ossezia del Sud – dagli anni Novanta in lotta con il governo di Tbilisi – a separarsi dal resto del paese. Quella guerra mostrò alla comunità internazionale l’obiettivo perseguito dal Cremlino: espandere la propria sfera d’influenza a qualsiasi costo. Come, infatti, ha dimostrato la storia successiva: dall’annessione della Crimea (nel 2014) all’aggressione dell’Ucraina (nel 2022).

A dicembre 2023 il Consiglio europeo ha concesso alla Georgia lo status di candidato per entrare nell’Unione europea. Il processo è però molto lungo e tutt’altro che scontato. La Russia, infatti, oltre a mantenere migliaia di soldati nei suoi protettorati dell’Abcasia e dell’Ossezia del Sud, pochi mesi fa ha concordato con il presidente de facto dell’Abcasia, Aslan Bzhania, di aprire una base navale nel porto di Ochamchire, sul Mar Nero.

La Chiesa ortodossa georgiana, seguita dalla maggior parte dei cittadini, è considerata un possibile intermediario nella crisi del Paese. Tuttavia, fino a questo momento il suo apporto è stato negativo. Il patriarca Ilia II, eletto nel 1977, ha scelto la stessa strada del patriarca russo Kirill: a fianco del potere.

Paolo Moiola




Ucraina. Faccia a faccia con la guerra


30 aprile-5 maggio. Approfittando delle feste nazionali polacche, con don Leszek Krzyża, direttore dell’ufficio di aiuto per le chiese dell’Est presso la conferenza episcopale polacca, e di Rika Itozawa, ci mettiamo di nuovo in macchina per visitare alcune città al Sud dell’Ucraina e portare aiuti. Il nostro viaggio ci porta da Varsavia a Kiev e poi Odessa, Mikolajow e Cherson, con ritorno a Kiew e quindi a Varsavia. Dopo esserci fermati a Kiev per una sola notte, ci dirigiamo verso Odessa.

Odessa, città storica e strategica

foto 1

Ritorniamo in questa bella città costruita sul Mar Nero dopo circa un anno per una breve visita. Odessa oltre a essere una città storica e artisticamente ricca, è soprattutto il luogo da cui partono decine di navi che trasportano in tutto il mondo i raccolti di frumento e mais del Paese (foto 1). Per questo motivo strategico è una città presa di mira dall’esercito russo (foto 2). Nelle ultime settimane gli attacchi provenienti dalla vicina Crimea o dalle navi russe sono aumentati.

foto 2

Ci incontriamo con il cancelliere della diocesi, don Cristoforo. Ci racconta che gli aiuti sono diminuiti del 60% dall’inizio della guerra.

Mentre conversiamo, seduti in un ristorante tartaro accanto alla Cattedrale, le sirene iniziano a suonare. Non c’è alcuna reazione tra i clienti e i passanti. Questo può sorprendere, tuttavia occorre ricordare che da oltre due anni le sirene suonano quotidianamente. Dopo pochi minuti, si spengono.

Vediamo da un punto panoramico la città e il porto con i grandi silos. Ci sono almeno tre grandi navi nelle vicinanze. Ci raccontano che attualmente gli ucraini hanno un corridoio che permette alle imbarcazioni di dirigersi verso Istanbul e da lì proseguire per il canale di Suez.

Andiamo brevemente sulla spiaggia in una zona residenziale, una delle poche accessibili, e vediamo una casa, chiamata il castello di Potter a motivo della sua somiglianza con il castello del famoso film, con il tetto distrutto. Pochi giorni fa un missile dal mare ha colpito l’edificio causando delle vittime (foto 3 e 4).

foto 3

foto 4

foto 5

 

 

La chiesa distrutta di Koszeliwka

Prima di sera ci rimettiamo in macchina per dirigerci verso la vicina Mykolaïv dove abita don Alessandro, presso il Santuario di san Giuseppe. Dopo esserci riposati, al mattino visitiamo il villaggio di Koszeliwka, a distanza di circa un anno dall’ultima volta. La chiesa in questo villaggio è stata distrutta e oggi rimangono solo le macerie (foto 5). Da poco don Alessandro ha acquistato due container dal porto di Odessa e li ha posti nei pressi della chiesa distrutta. Un container serve come cappella, l’altro come centro medico.

foto 6

Il progetto per il futuro è quello di ricostruire la chiesa accanto a quella precedente, lasciando le rovine a ricordo. Anche le case duramente colpite iniziano a essere ricostituite dalle famiglie che lentamente provano a ritornare (Foto 6).

Cherson, sulla linea dei combattimenti

Nel pomeriggio ci viene a prendere, dalla vicina Cherson, don Massimo, il parroco, e ci guida attraverso i posti di blocco dei soldati fino alla sua parrocchia che si trova in prima linea in città.

Le nuove procedure impongono a noi stranieri di firmare una dichiarazione di responsabilità per poter entrare. La parrocchia del Sacro cuore di Gesù è l’unica romano-cattolica della città, e si trova vicina al fiume Dnepr in una zona abbandonata quasi da tutti. Se Cherson contava circa 300mila abitanti prima dell’invasione russa, oggi si stima abbia una popolazione di soli 20mila.

foto 7

È la terza volta che visitiamo questo luogo e, nonostante il lungo tempo trascorso, non si vedono cambiamenti. Le strade sono deserte e continui colpi, rompono il silenzio che qui avvolge tutto.

Il fiume Dnepr, in questo momento, è la linea di confine tra i due eserciti che occupano le rispettive rive: a Est i russi, a Ovest gli ucraini che si scambiano colpi giorno e notte in tutta la regione (foto 7).

foto 8

La città è fortemente segnata da questa situazione. Anche la parrocchia, il primo sabato di quaresima, è stata colpita per la seconda volta: quando, nel primo pomeriggio, un razzo è finito ai piedi della statua della Madonna che si trova davanti alla chiesa (foto 8).

Come la prima volta, quando un razzo entrò dal tetto della chiesa, anche questa volta non ci è stata l’esplosione. Le schegge dell’impatto hanno colpito la facciata della chiesa senza ferire nessuno nelle vicinanze.

Dopo qualche settimana, i soldati hanno messo in sicurezza il razzo che usciva dal terreno. Don Massimo vive qui con il vicario don Sergio e un aiutante, anche lui di nome Sergio. Senza nessuna costrizione, hanno scelto di restare per poter essere un segno di speranza non solo per le poche famiglie che qui sono rimaste ma anche per i tanti villaggi della regione che quotidianamente visitano portando aiuti, amministrando il sacramento della confessione e portando la santa comunione.

L’ospedale di Bilozerka

foto 9

La mattina successiva visitiamo Bilozerka, un villaggio a Sud lungo il fiume. Arriviamo nel piccolo ospedale che serve tutta la zona. Ci dà il benvenuto la giovane dottoressa chirurga Natalia che qui lavora (foto 9). Mentre ci mostra il primo piano di questo semplice edificio, ci racconta che, a motivo delle continue esplosioni, gli ammalati sono stati trasferiti dal primo piano al piano terreno.

foto 10

Tutte le finestre delle camere che vediamo sono state danneggiate dagli scoppi. L’unica attività rimasta al primo piano è quella della stanza operatoria che visitiamo notando i sacchi di sabbia a protezione dei vetri delle due stanze (foto 10).

La dottoressa Natalia ci racconta che per molti giorni l’ascensore è stata fuori servizio. Così le infermiere dovevano scendere le scale portando il paziente sdraiato sul letto. Oggi per fortuna l’ascensore è tornato in funzione. Raccontiamo che i prossimi giorni riceveremo dei farmaci dall’Italia e stabiliamo con la dottoressa quali sono quelli più necessari da far arrivare.

foto 11

Nello stesso villaggio incontriamo il signor Władek, 94 anni, di origini polacche. Ci racconta la sua storia e manda anche un video di saluti ai suoi connazionali (foto 11).

foto 12

Poi don Massimo ci accompagna dalla signora Lena che è paralizzata a letto da ben 29 anni (foto 12). Ci sorprende la sua vitalità e la sua energia. È molto contenta di accoglierci nella sua casa insieme al marito. Ci racconta che i due figli con le loro famiglie sono riusciti a scappare dal villaggio prima che venisse occupato dai soldati russi per alcuni mesi. Oggi ritornano spesso a visitare i genitori, ma le piccole nipoti hanno paura delle esplosioni che qui si sentono di continuo. Per questo le visite sono sempre brevi.

Ci raccontano che il tempo dell’occupazione è stato quello più difficile: i soldati passavo di casa in casa. Sono stati anche qui. C’era sempre paura, soprattutto quando erano visibilmente ubriachi.

Ci colpisce la vitalità del racconto di questa donna, che nonostante viva paralizzata a letto, nel mezzo di una guerra, trasmette la forza di vivere e un coraggio non comune. Spesso sorride e ha un timbro di voce forte e sicuro. Usciamo da questa casa edificati, e ringraziamo il Signore per questi esempi che ci pone di fronte.

Charkiv e le sue ferite

foto 13

La seconda parte della giornata la trascorriamo ritornando a Charkiv, dove siamo stati diverse volte nei mesi scorsi, per visitare alcuni quartieri della città. Passeggiamo per il parco giochi dei bambini completamente abbandonato. Forte è il profumo delle acacie e dei castagni in fiore che ci abbraccia. Per terra si trovano i resti dei razzi esplosi.

Incontriamo alcune donne che ci invitano a seguirle. Ci mostrano la cantina in cui vivono nei sotterranei del loro palazzo distrutto dopo tre giorni incessanti di bombardamenti.

foto 14

Ci fanno vedere i loro appartamenti dal cortile: i balconi sono devastati dalle esplosioni; penzolano i serramenti delle porte e delle finestre e i condizionatori appesi ai fili (foto 13-14).

Una improvvisa esplosione non lontana interrompe la nostra visita.

foto 15

Ci rechiamo per brevemente a Nord della città per vedere i resti del ponte Antonov, uno dei pochi che collegavano le due sponde. Il ponte è stato fatto saltare dai russi durante l’abbandono della città (foto 15).

 

foto 16

Don Massimo scrive una lettera di ringraziamento ai benefattori, molti sono tra voi lettori di Missioni Consolata. Con parte delle offerte raccolte abbiamo potuto finanziare il trasporto di aiuti giunti fino a qui (Foto 16).

I due giorni successivi sono impegnati per il ritorno a Varsavia passando da Kiev.

Gli aiuti che diminuiscono sono sempre più necessari. Per questo occorre non stancarsi e continuare a venire di persona per incontrare abitanti di questo Paese, ascoltare le loro storie, condividere del tempo e incoraggiare i confratelli sacerdoti, pregare con loro.

Luca Bovio

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Grazie da Cherson

A nome dei parrocchiani della Parrocchia del Sacratissimo Cuore di Gesù a Cherson, ringrazio i benefattori della Rivista Missioni Consolata per aver finanziato il costo del trasporto di aiuti umanitari.
Grazie al vostro aiuto e stato possibile ricevere materiale per pulizie e di igiene personale distribuito per i più bisognosi della città e dei villaggi.
Grazie per laiuto e la generosità. Un ricordo nella preghiera

don Massimo Padlewski
parroco

 

 


I viaggi precedenti su MC

 

 




Le università per Gaza

 

In Palestina le morti hanno superato le 35.000, c’è una generazione che non vuole più stare a guardare. Decine di migliaia di studenti in tutto il mondo stanno portando avanti proteste sempre più agguerrite per chiedere un cambio di rotta.

Il movimento globale è partito, nella sua forma più riconoscibile, dagli Stati Uniti dove le proteste stanno avendo modalità e risvolti che a molti ricordano quelle del ‘68 contro la guerra in Vietnam. I cortili dei campus universitari si sono riempiti di tende degli studenti che chiedono a gran voce un cambio di approccio nei confronti della questione palestinese. Si chiede il cessate il fuoco, la fine dei massacri, lo stop alle forniture di armamenti che l’amministrazione Biden continua a minacciare nei confronti del premier israeliano Benjamin Netanyahu ma senza poi tradurla in realtà.

Ma le richieste riguardano anche, e soprattutto, le stesse università. Disinvestire e fermare le collaborazioni, è questo che viene chiesto. Le amministrazioni degli atenei sono chiamate dagli studenti in protesta a rompere legami, chiudere progetti e fermare finanziamenti che le legano a Israele.

Negli Usa il fenomeno ha già coinvolto oltre 60 università e, secondo il «New York Times», oltre 2.800 studenti sono già stati arrestati dalla polizia che in molti casi ha cercato di reprimere le proteste con maniere definite spesso violente. Il caso più eclatante è avvenuto alla Columbia University di New York, dove i manifestanti avevano occupato uno degli edifici dell’ateneo dichiarando di voler continuare le proteste fino a quando l’amministrazione dell’università non avesse esaudito le loro richieste: interrompere il sostegno a Israele, annullare i provvedimenti disciplinari nei confronti degli studenti e migliorare la trasparenza finanziaria. Nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio la polizia ha sgomberato gli occupanti arrestando oltre 200 studenti.

Ben presto università di tutto il mondo hanno iniziato ad imitare il modello statunitense, le proteste sono arrivate in Europa, Canada, Australia, India, Libano e non solo. In ogni luogo con caratteristiche e risposte diverse, ma sempre chiedendo la stessa cosa: il disinvestimento e l’interruzione delle collaborazioni con Israele.

In Europa la prima contestazione ad attirare attenzione è stata quella alla Sciences Po di Parigi, università che ha formato un gran numero dei leader francesi, dove le proteste sono state stroncate in fretta da un dispiegamento delle forze di polizia definito da molti come esagerato.

Le reazioni istituzionali sono state molto variegate, tra le più dure vi sono state quelle di Amsterdam e Berlino, dove la polizia ha sgomberato con la forza accampamenti e proteste, e i governi hanno avanzato forti critiche ai movimenti pro Palestina. In altri paesi le risposte sono state più positive nei confronti degli studenti, il primo ministro belga De Croo si è detto solidale con gli studenti in rivolta e l’amministrazione del Trinity College di Dublino ha promesso di accogliere le richieste e disinvestire i fondi legati ad aziende nei territori palestinesi occupati.

In Italia le prime tende nelle università sono state piantate a Bologna, per poi diffondersi a Roma e in altre città. Ma i movimenti pro Palestina italiani si sono attivati già da tempo e al centro delle contestazioni c’è il bando di cooperazione scientifica Maeci (ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale) che comprende collaborazioni con lo stato di Israele per lo sviluppo di tecnologie definite dual-use, ossia che possono avere un doppio uso, sia civile ma che militare, rischiando quindi di sostenere la campagna militare israeliana dentro Gaza.

L’università di Torino è stata la prima ad accogliere, già a marzo, la richiesta di sospendere la partecipazione a questo bando, e nelle ultime settimane stanno unendo altri atenei come quello di Pisa e quello di Firenze.

Mattia Gisola




Israele-Palestina. Quando il dolore unisce due padri in lutto

Due padri, uno israeliano e uno palestinese, hanno perso entrambi una figlia nel conflitto. Ora testimoniano che l’unica via è quella dell’amicizia e del dialogo. Lo hanno detto anche in un incontro in Vaticano con Papa Francesco.

C’è un grande dolore a unire un padre israeliano e uno palestinese: la perdita di una figlia nel conflitto. Uno strazio che li ha portati a tramutare l’odio in testimonianza.

Sono Rami Elhanan, israeliano, e Bassam Aramin, palestinese. Li incontriamo in Vaticano dove sono stati ricevuti da Papa Francesco. La giornata è piovosa, cercano riparo sotto lo stesso ombrello, si stringono, come fanno da anni per gridare al mondo che nella loro terra si può vivere insieme.

«Volevamo raccontargli che anche noi possiamo vivere in pace, da fratelli nella stessa terra. È stato un incontro straordinario», dicono parlando del Pontefice.

Gli hanno mostrato le fotografie delle loro amate figlie cadute in questa guerra israelo-palestinese che da decenni sembra non trovare via d’uscita. «Io sono ebreo, lui – dice Rami indicando l’amico Bassam – è musulmano, il Papa è cristiano. Ma in fondo siamo tutti umani e possiamo essere fratelli invece di continuare a ucciderci a vicenda». E questo Bassam e Rami lo mettono in pratica non solo nell’amicizia personale ma anche nel loro impegno in due associazioni che nella dilaniata terra del Medio Oriente perseguono la via del dialogo: Il Parents Circle-Families Forum, l’organizzazione di famiglie palestinesi e israeliane che hanno perso i propri familiari a causa del conflitto, e i Combatants for Peace. «Combattenti, sì, perché, una volta, io e lui combattevamo su fronti opposti», dice Bassam. Lui nella milizia palestinese, Rami nell’esercito israeliano. Ora «combattono» invece dalla stessa parte.

Dal 7 ottobre dello scorso anno il loro impegno ha assunto un maggiore significato: «Noi conosciamo esattamente il sentimento delle altre famiglie, in Israele e a Gaza. Dobbiamo continuare a parlare, a incontrarci e ad agire insieme per una educazione alla non violenza. Significa fare eco in tutto il mondo e comprendere – dicono i due padri – che con questo spargimento di sangue non si andrà da nessuna parte, che il diritto all’autodifesa non dà il diritto alla vendetta».

Copertina del libro di Colum McCann, «Apeirogon»

La loro storia è stata raccontata in un libro, «Apeirogon», con cui l’autore irlandese Colum McCann ha vinto il Premio Terzani 2022.

Era il 1997 quando Smadar Elhanan, una ragazzina di 14 anni, fu uccisa durante un attacco suicida di Hamas a Gerusalemme. Qualche anno dopo, nel 2005, suo padre, Rami, conobbe Bassam Aramin in una manifestazione organizzata dal movimento Combattenti per la pace.

«Per i palestinesi non è un onore avere un amico israeliano, perché li considerano come occupanti, ma io mi sono subito affezionato a Rami e abbiamo scoperto di avere gli stessi valori, alla fine siamo tutti esseri umani», ribadisce Aramin.

Due anni dopo quel primo incontro, il 16 gennaio 2007, anche Bassam avrebbe scoperto il dolore per la perdita della propria bambina: Abir aveva 10 anni, quando un agente di frontiera israeliano le sparò alla nuca. Rami corse al capezzale della figlia dell’amico e ci restò per i due giorni nei quali lei lottò tra la vita e la morte: «È stato come perdere mia figlia una seconda volta», commenta con gli occhi, ancora oggi, velati dalla commozione. «È stato doloroso – spiega Bassam – vedere il senso di colpa sul viso di Rami perché israeliano».

Da quel giorno, Rami e Bassam raccontano la loro storia e l’hanno voluta far conoscere anche a Papa Francesco. Il motivo? «Lanciare il messaggio che c’è un’altra possibilità, un’altra strada. E che questo conflitto non finirà mai se continuiamo a non parlarci».

Manuela Tulli




Accordo UK-Rwanda: deportare i richiedenti asilo

 

Dopo mesi di scontri politici, il 22 aprile il Parlamento britannico ha approvato una legge che permette la deportazione in Rwanda dei richiedenti asilo. Il provvedimento riguarda chi è giunto illegalmente nel Regno Unito dopo il primo gennaio 2022 (secondo la Bbc, circa 52mila persone di origine asiatica e africana).

Il primo accordo tra i due Paesi era stato siglato ad aprile 2022, ma nessun volo era mai decollato alla volta di Kigali a causa dei numerosi ricorsi delle organizzazioni per i diritti umani. Nel giugno 2022, la Corte europea per i diritti dell’uomo (Cedu), garante della Convenzione europea per i diritti umani di cui il Regno Unito è firmatario, era riuscita a bloccare all’ultimo il primo volo in partenza per il Rwanda.

Dopo la giustizia europea, a novembre 2023, anche quella britannica aveva rigettato il provvedimento. Secondo i giudici, lo Stato africano non poteva essere considerato un «Paese terzo sicuro» a causa di autoritarismo, repressione del dissenso e continue violazioni dei diritti umani. Infatti, il testo della sentenza riportava: «Il Rwanda ha fatto grandi progressi sul piano economico e sociale […] ed è un importante partner del Regno Unito. Tuttavia, la situazione del rispetto dei diritti umani nel Paese è molto controversa».

Mandare i richiedenti asilo in Rwanda sarebbe stata una violazione della Cedu perché li avrebbe esposti al rischio di torture e trattamenti disumani.

Nel frattempo, l’Unhcr (agenzia Onu per i rifugiati) aveva ricordato di aver documentato maltrattamenti delle autorità rwandesi nei confronti di richiedenti asilo provenienti da Siria, Yemen e Afghanistan. I migranti erano arrivati a Kigali a seguito di un accordo di trasferimento firmato da Rwanda e Israele nel 2018.

Dopo la sentenza della Corte suprema, il governo britannico ha promosso un nuovo provvedimento – quello approvato a fine aprile – che stabilisce che, per il Regno Unito, il Rwanda è un «Paese sicuro».

La legge ha spianato la strada al progetto di deportazione. Giunti a Kigali, i migranti potranno chiedere asilo in Rwanda. Nel caso in cui la richiesta sarà accettata, otterranno lo status di rifugiati e il permesso di restare nel Paese. In caso contrario, potrebbero chiedere di rimanere in territorio rwandese per altri motivi o domandare asilo in un altro «Paese terzo sicuro». In nessun caso potranno tornare nel Regno Unito.

Subito dopo l’approvazione del provvedimento, numerose organizzazioni per i diritti umani (tra cui Amnesty international) e l’Unhcr hanno chiesto a Londra di riconsiderare il piano. Freedom from torture, Amnesty international e Liberty hanno definito la legge una «disgrazia nazionale che minaccia significativamente lo stato di diritto». Inoltre, hanno denunciato che la disposizione viola alcuni diritti fondamentali dei richiedenti asilo contenuti in documenti nazionali e internazionali (come la garanzia di non respingimento assicurata dalla Convenzione di Ginevra).

Nel frattempo, il premier britannico, Rishi Sunak, ha comunicato che i primi voli per Kigali partiranno entro luglio.

Di fronte all’annuncio di ricorsi da parte delle organizzazioni umanitarie alla Corte europea per i diritti dell’uomo, Sunak ha rincarato la dose: «Questa è una svolta destinata a cambiare l’equazione globale dell’immigrazione e nessun tribunale fermerà i trasferimenti». La legge addirittura prevede che il Governo possa ignorare eventuali sentenze della Corte europea.

Nei fatti, il piano è già operativoa. Il governo britannico ha affittato gli aerei charter per deportare le prime 350 persone: uomini di più di 40 anni, entrati illegalmente nel Paese. Molti sono già in detenzione preventiva dal 29 aprile. A Kigali invece è già arrivata la prima tranche di ricompense: 290 milioni di euro. Altri 140 milioni saranno versati una volta che il Rwanda avrà ricevuto i primi 300 richiedenti asilo.

A dispetto di quanto sostiene il Governo britannico, per il quale il piano sarà economicamente vantaggioso per il Regno Unito, l’Institute for public policy research (un ente di ricerca indipendente) ne ha denunciato i costi elevati. Secondo i ricercatori, infatti, potrebbero servire fino a 4,6 miliardi di euro per deportare le sole 20mila persone arrivate illegalmente tra luglio e dicembre 2023. Tra il 2022 e il 2023, invece, il sistema di asilo britannico era costato meno di 4,5 miliardi di euro.

Nelle intenzioni di Londra, la minaccia di deportazione dovrebbe agire da deterrente per scoraggiare futuri arrivi illegali. Per il momento però i flussi non accennano a fermarsi: mentre i parlamentari approvavano la legge, nella Manica annegavano tre uomini, una donna e una bambina.

L’introduzione del piano costituisce senza dubbio un importante tassello per i conservatori inglesi. Con l’avvicinarsi delle elezioni – si voterà entro gennaio 2025 -, Sunak e il suo partito avevano bisogno di un successo da vantare di fronte all’elettorato, tanto più che i sondaggi danno i laburisti in testa. Ora i tory avranno qualcosa su cui puntare. Anche a costo di ignorare i diritti umani.

Aurora Guainazzi




Kenya. Sotto l’acqua

 

Da quando è iniziata la stagione delle piogge, nel marzo scorso, il Kenya ha subito diverse inondazioni, che hanno causato crolli di ponti, interruzioni di strade, e sfondamenti di dighe. Ad oggi il bilancio delle vittime è di 210 morti e 200mila sfollati. Al momento sono circa 90 i dispersi. Oltre la metà dei quali, a causa del cedimento della diga di Mai Mahiu, contea di Nakuru, nella notte tra il 28 e il 29 aprile, a un centinaio di chilometri a Nord della capitale Nairobi. Qui il conto provvisorio delle vittime è di 50.

Le piogge hanno riempito la diga fino a farla cedere. I villaggi a valle sono stati investiti da una massa d’acqua e fango che ha portato via tutto, comprese le abitazioni. Il presidente William Ruto, il primo maggio, in visita al sito, ha detto che è necessario evacuare gli abitanti rimasti. Diverse sono le dighe a rischio a causa delle violente piogge. Il ministro dell’Interno ha annunciato un’ispezione a 178 dighe per verificare il loro stato.

Particolarmente importante è stata l’inondazione causata dalle piogge iniziate lo scorso 24 aprile. Diverse località del Kenya e la capitale sono state allagate. A Nairobi i quartieri popolari di Kibera e Mathari hanno subito inondazioni, con diverse decine di vittime, mentre 60mila sarebbero le persone colpite. Si ricorda che molti di questi quartieri, noti come slum, non hanno sistemi fognari o di scarico delle acque.

L’oppositore Raila Odinga ha subito chiesto che fosse dichiarato lo «stato di emergenza» il che permetterebbe di usare misure eccezionali, come ad esempio l’intervento dell’esercito.

Gli abitanti dei quartieri, soprattutto poveri, se la prendono con il governo che non ha fornito loro aiuto e attrezzi per cercare i sopravvissuti e i cadaveri.

Il presidente William Ruto, accusato di inefficienza, il 3 maggio ha annunciato che interverrà con misure adeguate.

La causa delle volenti piogge è attribuita al fenomeno climatico conosciuto come «El niño», che si sviluppa nel Pacifico. Intanto, sabato 4 maggio era previsto l’arrivo del ciclone Hdaya a lambire le coste di Tanzania e Kenya, ma fortunatamente si è depotenziato all’avvicinarsi delle coste. Il governo aveva ordinato l’evacuazione di tutte le zone a rischio, comprese diverse aree della capitale. In alcuni quartieri popolari, lungo le rive dei fiumi, i bulldozer hanno raso al suolo le abitazioni per favorire il percorso delle acque. La popolazione, però, non è stata ricollocata e molte famiglie si sono trovate all’improvviso senza casa. Si parla di un migliaio di persone. I residenti protestano anche per non aver ricevuto nessun tipo di soccorso o di aiuto (come cibo o acqua) da parte delle autorità.

Secondo l’istituto nazionale meteorologico le piogge potrebbero continuare nei prossimi giorni. Intanto, le scuole restano chiuse fino a nuovo ordine, con evidente preoccupazione dei genitori.

Marco Bello




Brasile. Un indigeno in meno

Si chiamava Hariel Paliano ed era un indigeno di soli 26 anni. È stato assassinato nella Terra indigena Ibirama – abitata da Guarani, Kaingang e Xokleng – nello stato di Santa Catarina, nel Sud del Brasile, lo scorso 27 aprile. Il corpo del giovane è stato trovato ai margini di una strada e presentava segni di percosse e bruciature.

La notizia dell’omicidio è stata annunciata al termine della ventesima edizione di «Acampamento terra libre» (21-27 aprile), l’annuale incontro organizzato dall’«Articulação dos povos indígenas do Brasil» (Articolazione dei popoli indigeni del Brasile, Apib) sulla situazione dei diritti degli indigeni (1,7 milioni di persone, secondo il Censimento 2022). Quest’anno a Brasilia sono arrivati in ottomila in rappresentanza di oltre 200 popoli sui 305 totali. Un successo di partecipazione al quale non è corrisposto un successo politico. Tanto che Kleber Karipuna, coordinatore esecutivo di Apib, durante la marcia per le vie della capitale brasiliana ha gridato più volte: «Lula, creare semplicemente un ministero dei Popoli indigeni non risolve nulla».

Kleber Karipuna, coordinatore esecutivo di Apib, ha criticato il presidente Lula, ostaggio del Congresso.

La tragica fine di Hariel Paliano s’inserisce nell’infinita diatriba sulla legge del «marco temporal» (secondo la quale sono da considerare terre indigene soltanto quelle occupate fino al 1988) che, al momento, ha visto la vittoria della folta compagine anti indigena e l’umiliazione di Lula per mano del Congresso brasiliano.

Nonostante la sentenza di incostituzionalità da parte del Supremo tribunale federale (settembre 2023) e il veto parziale del presidente Lula (ottobre 2023), il Congresso – dominato dalla «bancada ruralista» (Frente parlamentar da agropecuária, Fpa) legata ai latifondisti e all’ex presidente Bolsonaro – ha proseguito sulla propria strada approvando il «marco temporal» (dicembre 2023) con la legge 14.701/2023.

L’«Articolazione dei popoli indigeni del Brasile» ha presentato un’Azione diretta di incostituzionalità (Adi) al Supremo tribunale federale per chiedere l’annullamento della legge, da essa ribattezzata «Legge del genocidio indigeno». Finché l’Adi non sarà giudicata dai ministri del tribunale, i popoli indigeni si troveranno ad affrontare invasioni dei loro territori, omicidi e devastazione dell’ambiente.

Secondo il Conselho indigenista missionário (Consiglio indigenista missionario, Cimi), organizzazione da 52 anni in prima fila nella lotta a fianco dei popoli indigeni, le conseguenze derivanti dall’approvazione della legge saranno disastrose.

Per parte sua, il Fronte parlamentare dell’agricoltura (Fpa) ha gioito per la promulgazione della legge che – sostiene – difende il diritto di proprietà in Brasile e l’eguaglianza di tutti i brasiliani. Affermazioni incredibili da parte di chi, attraverso il latifondo, vuole soltanto mantenere i propri privilegi ai danni dei popoli indigeni e dell’intero paese.

In tutto questo, a oggi c’è una sola certezza: la legge del «marco temporal» è entrata in vigore e, come temuto, sta già facendo danni.

Paolo Moiola




Russia. Kirill non prega per Navalny


Dmitry Safronov è un prete della Chiesa ortodossa russa. Padre Safronov ha pregato più volte sulla tomba di Alexei Navalny, il principale oppositore di Vladimir Putin, morto (probabilmente assassinato) lo scorso 16 febbraio nella colonia penale artica in cui era stato rinchiuso. Il 26 marzo il sacerdote ha celebrato anche un servizio funebre in onore del defunto. La diocesi di Mosca non ha però gradito il comportamento di padre Safronov e lo ha, pertanto, punito con la sospensione dalle funzioni clericali e tre anni di penitenza.

Da tempo, e ancora di più dal febbraio 2022, data dell’aggressione della Russia all’Ucraina, la posizione della Chiesa ortodossa russa – dal 2009 guidata dal patriarca Kirill – è stata di totale allineamento con la politica di Putin, presidente di nome, ma dittatore di fatto. Ultimamente, essa è stata ribadita nero su bianco nel documento conclusivo («Presente e futuro del mondo russo») del XXV Consiglio mondiale del popolo russo (World russian people’s council), organizzazione presieduta dal patriarca di Mosca e di tutte le Russie.

Il primo punto del documento datato 27 marzo è dedicato proprio alla cosiddetta «Operazione militare speciale» in Ucraina e non lascia spazio a dubbi. «L’Operazione militare speciale – vi si legge – è una nuova fase della lotta di liberazione nazionale del popolo russo contro il regime criminale di Kiev e l’intero Occidente che lo sostiene, condotta nelle terre della Rus’ Sud occidentale dal 2014. Durante l’Operazione militare speciale, il popolo russo con le armi in mano difende la propria vita, libertà, statualità, identità civile, religiosa, nazionale e culturale, nonché il diritto di vivere sulla propria terra entro i confini dello Stato russo unito. Da un punto di vista spirituale e morale, l’operazione militare speciale è una guerra santa (“suyashennaya voyna”, nella traslitterazione dal russo, ndr)».

Il punto prosegue chiamando la Russia e il suo popolo a proteggersi dall’assalto del globalismo e dalla vittoria dell’Occidente caduto nel satanismo. La guerra santa – si afferma – finirà quando tutto il territorio della moderna Ucraina sarà entrato nella zona di influenza esclusiva della Russia. Il tono rimane identico anche nel resto del documento, vero concentrato di affermazioni ultra conservatrici e ultra nazionaliste, che incolpano l’Occidente di ogni male. Una citazione a mo’ di esempio: «I programmi educativi nazionali […] dovrebbero essere purificati da concetti e atteggiamenti ideologici distruttivi, principalmente occidentali, estranei al popolo russo e distruttivi per la società russa».

A inizio aprile, il Consiglio ecumenico delle Chiese (World Council of Churches), di cui la Chiesa ortodossa russa è parte, ha respinto il documento proprio a causa delle considerazioni sulla presunta «guerra santa». Difficile capire quanto la Chiesa russa sia compatta attorno alla posizione dettata dal patriarca. Quello che è certo è che essa utilizza gli stessi metodi del Cremlino: la repressione di chiunque non sia d’accordo.

Padre Alexey Uminsky, una delle tante vittime del patriarca Kirill. (Foto Meduza)

L’ultima vittima è stata padre Dmitry Safronov. Ma sono decine i sacerdoti ortodossi puniti per aver sfidato la linea della Chiesa sulla guerra. Lo scorso gennaio era stato destituito dal suo ministero sacerdotale padre Alexey Uminsky, mentre un anno prima era toccato a padre Yoann Koval. Kirill è un sodale e un patriarca fedele a Putin ai limiti dell’idolatria: nel febbraio del 2012, non esitò a definire i suoi primi dodici anni al Cremlino come un «miracolo di Dio». Una vicinanza ideologica che non può essere messa in discussione. Chiunque osi farlo è immediatamente invitato – per usare un eufemismo – a fare le valige.

Paolo Moiola