DOSSIER CINEMA AFRICANO Presentazione

L’Africa c’è, è viva, anche culturalmente. E lo dimostra la straordinaria produzione cinematografica, fiction e documentari, lungo e cortometraggi, video per la tv e serie televisive.
La settima arte si confronta sul continente ai problemi di finanziamenti, scarsa presenza di centri di formazione e, soprattutto, difficile o inesistente distribuzione
(i film africani hanno difficoltà a essere presentati nelle sale africane). Ma gli addetti ai lavori vedono queste piuttosto come sfide per il futuro.
Così, ogni due anni, si incontrano al Festival panafricano del cinema
e della televisione di Ouagadougou (Fespaco) per mostrare il meglio della produzione, per scambiare, per fare progetti.
Una settimana di delirio cinematografico, che ha visto quest’anno un’elevata qualità
nelle diverse competizioni.
I temi sono quelli cari a questa cinematografia, fatta di registi e attori impegnati. Un cinema spesso sociale, talvolta di denuncia. Tematiche come i conflitti e la loro risoluzione, i problemi del dopo guerra e della riconciliazione nazionale. Ma anche il dovere della memoria, la riflessione sul passato dell’Africa e sulla colonizzazione.

Spesso presente è il rapporto tra Africa ed Europa: il dialogo cercato, l’incontro e lo scontro tra le culture, inteso come il capirsi o non capirsi affatto. Il tema del potere, la famiglia (soprattutto il rapporto genitori-figli), l’infanzia e l’Aids.
Dal Maghreb al Sudafrica, passando per l’Africa dell’Ovest (che con
il Senegal e il Burkina Faso è un po’ la culla della cinematografia africana), il Congo, l’Angola.
E il Fespaco del 2005 sancisce che è giunto il grande momento del cinema anglofono, soprattutto sudafricano, che mostra una buona maturità.
È del Sudafrica il grande vincitore del Festival, Zola Maseko, con il suo Drum, sull’apartheid degli anni ’50 nel suo paese.
Per molti esperti il 2005 è anche il cinquantenario della nascita del cinema dell’Africa nera. Così organizzatori del Fespaco hanno offerto al pubblico una preziosa retrospettiva con la proiezione di opere difficilmente rintracciabili.
Un’Africa che parla di sé, si racconta. Un’Africa culturale, spesso trascurata in Europa, dove la si associa solo a sanguinosi conflitti e a genocidi. Un continente culturale che si mette in scena e potrebbe, grazie al grande schermo, smantellare almeno un po’ quegli stereotipi così forti con i quali la caratterizziamo.

Marco Bello




DOSSIER CINEMA AFRICANO L’Africa va in scena

«Il dialogo tra l’Africa e il resto del mondo è un dovere. Dobbiamo riconciliarci. Siamo in grado di parlarci e avere ognuno il proprio posto». Queste parole del principe Kouma N’Dumbe, professore camerunese alle università di Berlino e Yaoundé, riassumono la forza del messaggio del 19° Festival panafricano del cinema e della televisione di Ouagadougou (Fespaco).
Il «principe» è uno dei protagonisti del film Il malinteso coloniale di Jean Marie Teno. Un messaggio che sembra dire: ci siamo anche noi come popoli, come culture, sappiamo esprimerci, comunicare. Abbiamo il dovere di dialogare con gli altri continenti. Il cinema e l’audiovisivo sono eccellenti mezzi per farlo e noi li sappiamo usare. Guardateci.
Ogni due anni, dal 1973, Ouagadougou, capitale di uno dei paesi più poveri del mondo, il Burkina Faso, accoglie per una settimana l’evento cinematografico più importante del continente. Per questa edizione sono state circa 170 le opere proiettate, di cui 20 lungometraggi e 20 cortometraggi nelle competizioni ufficiali, 6 nella categoria dedicata alla diaspora africana e 22 film nella sezione Tv e video (18 fiction/documentari e 4 serie televisive). Fuori competizione corto e lungometraggi di Africa, Caraibi, Pacifico, ma anche una sezione dedicata ai film del mondo, con lo Sguardo sul cinema tedesco, che ha riproposto alcune pellicole di Margarethe Von Trotta.
Il 2005 è, secondo molti, il 50° anniversario del cinema africano, che avrebbe origine con Afrique sur seine (1955) del senegalese Paulin Soumanou Vieyra. Proprio per questo, gli organizzatori del Fespaco hanno presentato una «Retrospettiva sui 50 anni del cinema dell’Africa nera». I fortunati festivalieri hanno avuto a disposizione una selezione di 22 titoli storici, come lo stesso film di Vieyra, alcune opere di Sembène Ousmane (l’ultra ottuagenario senegalese, presente al festival, sempre impassibile con la sua pipa), Oumarou Ganda, Ababacar Samb Makharam, Gaston Kaboré, solo per citae alcuni.
Nell’insieme, un cartello non solo di quantità, ma di particolare qualità, assicurano i critici. «Abbiamo trovato un livello molto alto di qualità e una ricchezza eccezionale in questi film» dichiara Souheil Benbarka (vincitore del Fespaco 1973), presidente della giuria lungometraggi.
Ma il Fespaco è anche uno straordinario momento di incontro per tutti coloro che lavorano o si interessano al settore. Registi, attori, produttori, critici e semplici fans hanno la possibilità di incontrarsi, scambiare, prendere contatti per progetti futuri. È in qualche modo il termometro del cinema africano: cosa c’è sul mercato, cosa si è fatto in questi due anni, dove stiamo andando, quale crescita? Ma anche occasione di rilancio, costruzione e progettazione.

Atmosfera da Cinema

Il salone dello storico Hotel Independence di Ouagadougou è gremito di gente: cineasti, produttori, attori e cinefili, venuti dall’Africa e dall’Europa. A guardarli bene hanno tutti qualcosa di particolare. Neri, bianchi, mulatti, vestiti in modo stravagante o appariscente, con elaborate acconciature. Un gigante con la barba bianca indossa il costume tradizionale dei dogon, popolo del Mali di antiche origini.
Si parlano, si ritrovano, si filmano. Qualcuno riesce a incontrare il suo attore preferito, a fotografarlo, a ottenere un’intervista. Sullo sfondo di decine di cartelloni di film, africani e non, grandi o piccoli appiccicati sulle pareti in ogni spazio libero.
Fuori, il caldo del Sahel è ormai arrivato e supera i 40 gradi all’ombra nelle ore di punta (il salone ha l’aria condizionata). Ma i festivalieri si incontrano un po’ ovunque in città: si spostano, spesso a piedi, da un cinema all’altro, da una sala quasi climatizzata alla successiva. Accaldati, sudati, con i volti arrossati (gli europei), ma impavidi del sole battente, si difendono ingurgitando acqua da bottiglie di plastica.
La capitale del Burkina Faso si colora e si anima nella settimana della festa del cinema, e anche quest’anno si sono stimate dalle 4 alle 5 mila presenze.
Anche al Centro culturale francese si incontrano attori e registi e si può visitare il Mica (Mercato internazionale del cinema e televisione africani), un’esposizione di operatori nel settore video e cinema, giunta alla sua 12a edizione.
Ma sono le sale cinematografiche il cuore pulsante della manifestazione. Due grandi sale con aria condizionata (che fatica, vista la quantità di pubblico), due cinema all’aperto e due allestimenti temporanei, anch’essi estei, per godersi i 35 gradi serali. La partecipazione è alta, sia di burkinabé che di stranieri e i cinema sono spesso stracolmi.
Alla sua 19a edizione, il Fespaco è stato, per la prima volta, segnato dal lutto: due ragazze sono morte nella ressa allo stadio per assistere alla cerimonia di apertura. Oltre una decina sono stati i feriti: schiacciati, soffocati. Il caldo ha fatto la sua parte. Un fatto drammatico che dà la dimensione della partecipazione popolare, ma anche della difficoltà o talvolta della leggerezza delle autorità, sorprese a gestire un evento dall’eccezionale afflusso.

I protagonisti

Ma quali sono i film che i festivalieri si raccontano e si consigliano l’un l’altro di andare a vedere in un tour de force cinematografico? L’edizione ha mostrato una forte partecipazione, in quantità e qualità, del cinema anglofono, in particolare sudafricano.
«Questo premio è un enorme onore per il cinema sudafricano, e per il suo popolo, per la sua bellezza, forza, resistenza nella lotta e vittoria di uno dei più brutali regimi del xx secolo» afferma commosso Zola Maseko, regista di Drum e vincitore assoluto del Fespaco 2005, pochi istanti dopo aver ritirato lo Stallone d’oro di Yennenga in uno stadio stracolmo.
Ex militante del braccio armato dell’African National Congress (Anc), Maseko è riuscito a fare un film forte ed emotivo, sulla storia vera del giornale Drum e del giornalista Henry Nxumalo. Ambientato nel Sudafrica degli anni ’50, quando il regime di apartheid si inaspriva, il film racconta una società stratificata e la presa di coscienza di alcune persone contro l’ingiustizia.
I film sudafricani, presenti con quattro titoli nella sezione lungometraggi, hanno anche fatto il pieno di premi. «È un giusto riconoscimento per un cinema che è molto avanzato – dice Idrissa Ouedraogo, il più noto regista e produttore burkinabé -. Noi, in Africa dell’Ovest, dobbiamo metterci al passo e migliorare il nostro livello se vogliamo competere con loro».
Drum conquista anche il premio della migliore scenografia, mentre Zulu love letter di Ramadan Souleman ottiene il premio speciale Unione europea, perché «ben rappresenta i valori dell’Ue» e la miglior interpretazione femminile, con la brava Pamela Monvete Marimbe.
Il film di Souleman presenta un Sudafrica dopo apartheid, alle prese con il suo passato che ritorna, la voglia di riconciliazione, ma anche di verità sui crimini commessi e la difficile convivenza tra vittime e carnefici di un tempo. Ma è anche la storia del rapporto, difficile, tra madre e figlia. «Questo film è un ringraziamento alle donne, che in Sudafrica hanno sempre continuato a tenere in piedi le famiglie. A loro dobbiamo un contributo notevole nella lotta di liberazione» dichiara il regista.
Lo scanzonato Max and Mona di Teddy Mattera (vedi riquadro) si aggiudica il premio Oumarou Ganda, con un film allegro, tecnicamente ben fatto, che mostra in modo grottesco le differenze tra la campagna e la città, e come la tradizione trovi il posto nella modeità. Mattera, con un’aria di giovinetto ribelle, urla al pubblico: «Respect Africa! Il miglior premio è essere qui».
Beat the Drum, sul tema dell’Aids, di David Hickson, da qualcuno dato per favorito, si è dovuto accontentare di un paio di premi speciali (erano in tutto 22 assegnati da istituzioni di ogni genere) tra cui quello dell’Associazione cattolica mondiale per la comunicazione (Signis).

Il Maghreb in forze

Ma sui grandi schermi di questa settimana fantastica di Ouagadougou si sono rincorse senza sosta, come di consueto, immagini di realizzatori dell’Africa dell’Ovest (Burkina Faso in testa) e del Centro, senza dimenticare il grande contributo del cinema maghrebino (film tunisini, algerini e marocchini sono in cartellone).
Di questi ultimi, ben rappresentati nelle competizioni ufficiali, con 6 lungometraggi e 8 cortometraggi, è Hassan Benjelloum, marocchino, con La camera nera, che si piazza meglio, aggiudicandosi il secondo posto assoluto: Stallone d’argento di Yennenga. Anche in questo caso, il tema è quello del dovere della memoria e della riconciliazione.
Il contesto sono le repressioni del regime marocchino degli anni ’70, sulle quali, oggi, c’è molto dibattito politico nello stesso Marocco. «Abbiamo svolto un’inchiesta, intervistando ex detenuti, ex torturatori, famiglie di detenuti e responsabili del regime dell’epoca. Poi abbiamo fatto un adattamento libero per il film – spiega il regista -. La reazione del pubblico in Marocco è stata positiva. La nuova generazione è rimasta sorpresa. Ignoravano tutto ciò. Non fa ancora parte della storia ufficiale del paese».
E continua: «Queste cose sono successe anche in Algeria, Europa, Africa. E succedono oggi a detenuti in prigioni segrete del mondo». È un film scottante quello di Benjelloum, ma attuale, «universale», sottolinea il regista.

La guerra, e dopo?

Il conflitto e postconflitto sono altri due temi principali del cinema africano di oggi. Un ottimo esempio è il film dell’angolano Zezé Gamboa, con Un eroe, unica opera lusofona nella competizione ufficiale, che si aggiudica il premio della migliore immagine (vedi riquadro).
Nella Luanda del dopo guerra, Vitorio è un militare smobilitato; dopo 15 anni sotto le armi, senza una gamba persa su una mina, si ritrova a dormire in strada e nell’infruttuosa ricerca della famiglia dispersa e di un lavoro. Si muove in una Luanda di bambini di strada, di gente disperata alla ricerca dei parenti.
«Il mio è un cinema sociale – dice Gamboa -, non necessariamente di denuncia, ma che vuole presentare situazioni reali». Egli vuole suggerire ai politici del suo paese che bisogna fare di più: «La guerra è finita da due anni e il potere deve arrivare a dare alla gente l’accesso all’acqua e altri servizi di base».
E deve fare di tutto per reintegrare i reduci portatori di handicap. «Vitorio è doppiamente eroe: è stato eroe di guerra; ora è eroica la lotta quotidiana per sopravvivere e reinserirsi nella società. La sua storia rappresenta quella di tantissimi angolani di oggi». Gamboa non solo fa riflettere sul malessere che ha portato la guerra nel suo paese, e le guerre in generale, ma cerca di fornire delle piste di soluzioni.
La regista burkinabé, Fanta Regina Nacro, in La notte della verità mette in scena la propria idea sulla risoluzione dei conflitti (vedi riquadro). In un paese qualsiasi, due etnie dai nomi di fantasia si combattono. Da una parte il presidente, dall’altra il colonnello capo delle forze ribelli. La guerra è stata dura, le atrocità molte. La gente è stanca. I due capi organizzano, allora, un incontro per suggellare la pace. Incontro che avviene in un’unica notte, nella quale il passato recente riaffiora, con storie personali e vendette: la pace sembra compromessa a più riprese. Anche qui è forte il tema della riconciliazione nazionale.
Una storia che è un suggerimento perfetto alla vicina Costa d’Avorio, ma calza a pennello anche per il Burundi, l’Uganda e ogni conflitto che devasta il continente. La giuria è sensibile al tema della pace e La notte della verità vince il premio per la miglior sceneggiatura (oltre a un paio di premi speciali).

Africa-Europa

Il tema del rapporto tra Africa ed Europa, o l’incontro-scontro tra culture, è una costante nella cinematografia africana: anche quest’anno è ben rappresentato al Fespaco.
La nigeriana Branwen Okpako lo presenta in Valle degli innocenti, mettendo in scena africani immigrati in Europa o afro-europei.
Zéka Laplaine, della Repubblica democratica del Congo, con il suo Il giardino di papà preferisce raccontare gli stereotipi delle paure che gli europei hanno dell’Africa e degli africani, attraverso un film opprimente, ma talvolta comico, interamente girato di notte: una coppia di sposi francesi va in viaggio di nozze in Congo, dove lui è cresciuto, ma con il quale ha ormai perso il contatto. Lui si comporta goffamente, mettendo in luce un atteggiamento quasi razzista. Lei, a contatto per la prima volta con la realtà africana, alla fine di innumerevoli disavventure arriverà a capirla meglio.
Jean Marie Teno, documentarista affermato, ma anche regista di fiction, vuole approfondire questo tema in chiave storica con il suo Il malinteso coloniale (vedi intervista). Documentario di 87 minuti, girato tra Germania, Sudafrica, Namibia e Camerun, è quasi un’inchiesta volta a dimostrare la storica influenza negativa delle missioni cristiane (in questo caso i protestanti tedeschi in Namibia) nello sviluppo dell’Africa di oggi. Una serie interminabile di interviste a professori e ricercatori, ma anche a uomini di chiesa, come il vescovo anglicano di Swakopmund, il vecchissimo archivista della diocesi, memoria vivente di quasi un secolo di missione.
Interviste in tedesco, inglese, francese, il film è impegnativo e vuole condurre lo spettatore all’assunzione della tesi del regista. Mancano di fatto argomenti contraddittori e resta debole la voce della chiesa africana. «È un lavoro di memoria sul continente – spiega il regista – e la gente vuole questo. Penso che il cinema sia un buon mezzo per raggiungere il grande pubblico, anche su tematiche difficili».

Il più amato

Ma qual è il film che più è piaciuto al popolo del Fespaco? Il Premio del pubblico se l’è aggiudicato Tasuma (il fuoco) del burkinabé Daniel Kollo Sanou, che si aggiudica anche il terzo premio assoluto, lo Stallone di bronzo di Yennenga, oltre a due premi speciali (Onu e Cedeao).
Tasuma è la storia di Sogo Sanon, 65enne, ex combattente nell’esercito francese in Indocina e Algeria. Tornato in patria, lotta per ottenere la pensione militare dall’amministrazione francese; ma si scontra con una burocrazia pesante e una lunghissima attesa. Il tema è molto sentito tra gli anziani combattenti dell’Africa Occidentale, che dopo aver servito la Francia in epoca coloniale sui fronti del mondo (spesso contro patrioti che cercavano l’indipendenza, ma anche per liberare paesi occupati durante la prima e seconda guerra mondiale), si vedono discriminati rispetto ai loro colleghi francesi.
Tasuma, che aveva già ricevuto l’apprezzamento del pubblico burkinabé, ha così conosciuto una consacrazione internazionale. Farcito di humor tipico dei registi del Burkina, presenta uno spaccato di vita di questo paese.
«Gli ex combattenti sono dei pionieri delle indipendenze. Sono i primi che sono usciti dal sistema coloniale e hanno visto altre realtà. Sul campo non erano discriminati. C’è stata una certa presa di coscienza da parte loro. Hanno contribuito allo sviluppo economico del paese. Sono molto considerati nei loro villaggi» spiega il regista, lui stesso figlio di un ex combattente. Il film sembra chiedere giustizia per questi vecchietti, che a volte si incontrano nei villaggi più sperduti, fieri delle loro medaglie sempre attaccate alla casacca.
«Non è stato mio obiettivo fare del cinema di rivendicazione o di contestazione. Ho voluto, innanzitutto, rendere omaggio a questi eroi dell’Africa che, anche se sono stati al servizio di un’amministrazione coloniale, hanno pure servito cause nobili, come la liberazione della Francia dal nazismo».
Kollo Sanou ci ha messo 15 anni a fare questo film; un mese per girarlo. Si è scontrato con il maggior problema del cinema africano: i finanziamenti: «Non è facile trovare i fondi per fare un film. Il Burkina è un po’ un’eccezione: abbiamo il Fespaco, le autorità sono disponibili ad appoggiare i nostri progetti. Abbiamo attrezzature professionali, ma i soldi mancano sempre. Negli anni ’70 fino al ‘90, esisteva un fondo di promozione all’attività cinematografica, finanziato con una tassa presa su ogni biglietto venduto. Ora non esiste più.
Cerchiamo i soldi al Nord: Unione europea, Goveo francese, Agenzia della francofonia, e altre istituzioni. Ma è necessario avere un produttore basato al Nord. Dieci anni fa il produttore gestiva il finanziamento accordato. Talvolta questi fondi subiscono malversazioni: ho conosciuto due casi in cui i soldi sono stati utilizzati in altro modo. Il fatto è che non c’è troppa fiducia nei registi africani. Purtroppo a ragione, talvolta».
Adesso le cose stanno un po’ cambiando: «Ora c’è più fiducia. I finanziatori inviano i soldi direttamente nei nostri paesi. Si sono resi conto che è bene incoraggiare i cineasti in Africa, non solo quelli immigrati».

Ma chi li vede?

Un’altra grossa difficoltà che incontrano i film africani è la distribuzione. «Sì, questo è un vero problema – spiega Zezé Gamboa -. Arriviamo alla fine del film e non abbiamo i soldi per la promozione. Essa è cara; ma un film esiste grazie anche a essa. Altrimenti restiamo in un ghetto: veniamo nei festival, ma ci si ferma qui. A mio avviso, il film deve avere una vita molto più larga: deve circolare in Africa e poi nel resto del mondo. Ma questo è oggi molto difficile».
Anche Teddy Mattera è di questa opinione, sebbene la situazione del Sudafrica sia differente: «Abbiamo lo stesso problema nei paesi anglofoni, non ci sono i distributori presenti in Europa. Nel nostro paese solo la South African Broadcasting Corporation (Sabc) fa distribuzione. Dobbiamo trovare agenti di vendita per entrare nel mercato britannico o nord americano. E questo è possibile».

I l tema del Fespaco di quest’anno è stato «Formazione e questione della professionalizzazione». Molti cineasti africani impiegano nei loro film parenti e amici. Questo non fa bene al cinema dice Gamboa: «Il cinema è una questione tecnica; bisogna saperlo fare, non si può improvvisare. Servono persone competenti. Si può essere formati a scuola o sul campo. In Angola, dato che non abbiamo abbastanza cinema, è difficile imparare sul campo. Servono le scuole. La formazione è fondamentale. In Africa i professionisti ci sono, attori e tecnici, lavorano bene, occorre impiegarli. È molto difficile fare del cinema in Africa: se i nostri professionisti non hanno possibilità, di cosa potrebbero vivere? In Burkina è stata fondata una scuola, ma in Africa lusofona non l’abbiamo ancora. È con iniziative del genere che possiamo dare voglia ai giovani di fare cinema».
Allude a Imagine, centro polivalente fondato a Ouagadougou dal cineasta burkinabé Gaston Kaboré, che offre la possibilità di formazione e perfezionamento nei mestieri legati al cinema, televisione e multimediale.
Lo storico cinema Oubri nel centro di Ouagadougou non si può dire che abbia un’acustica ultra modea. Talvolta si fa fatica a seguire i dialoghi. Qualche zanzara può infastidire durante la proiezione sotto il cielo saheliano.
Una scala ripidissima ci porta nella cabina di proiezione. Qui, due proiettori un po’ antiquati, accuditi da due simpatici tecnici, fanno girare grosse bobine di pellicola. «È Drum, è stato premiato poche ore fa» dice uno di loro.
È l’ultima proiezione del Fespaco 2005, quella dei film che hanno vinto. In questa cabina, con queste persone e queste macchine, ci sentiamo un po’ dentro la storia del cinema.

BOX 1

L’uomo che faceva piangere

Cresciuto in uno sperduto villaggio sudafricano Max Bua è mandato dalla famiglia a Johannesburg, per studiare e diventare un «dottore bianco». Arriva nella megalopoli con una capra, Mona, e i soldi faticosamente raccolti per iscriversi all’università. Ingenuo e impreparato alle regole di quella società, è fagocitato dalla città multiforme.
Max, però, ha una dote magica particolare: sa far piangere la gente a comando. Lo zio, un poco di buono, sempre alle prese con i gangsters, fiuta l’affare e lo fa diventare un «piangitore professionista»; diventa suo manager e ne vende i servizi ai più svariati funerali della città. Dopo una serie di successi, Max fallisce il funerale più importante: quello del fratello del gangster. Una fuga rocambolesca porterà al lieto fine: Max non solo si salva, ma riesce a recuperare i soldi per l’università, che si erano volatilizzati dopo il suo primo incontro con lo zio.
Con una buona dose di autornironia, il regista presenta uno spaccato di Sudafrica di oggi e delle sue contraddizioni: «Ho scelto di mostrare tre ambienti molto diversi: campagna, città e township, per far capire allo spettatore la psicologia di Max, che attraversa questa società, ma alla fine si integra nella nuova realtà». Ci racconta Mattera.
Il film mescola modeità e tradizione, spiritualità e materialismo. «Penso siano i migliori strumenti per creare contraddizione. C’è pure il fatto che vivo in una città con molto materialismo, ma che resta profondamente spirituale e caratterizzata da molteplici sfaccettature. Per esempio, i gangsters a Johannesburg sono vegetariani».
Ma perché questa idea dei funerali? «Penso che ci sia ancora un po’ di speranza per l’umanità. Con la morte di qualcuno abbiamo la possibilità di riscoprire la nostra propria mortalità».
Teddy Mattera sembra lui stesso uscito da un suo film. Giovanile e trasgressivo, ma non più giovane, è quasi timido di fronte al microfono. Dopo gli studi di cinema in Usa ed Europa, ha esordito con il film Hoop Dreams, che ha ricevuto una nomination agli Oscar del ’93. Lavora molto su documentari e cortometraggi. Sul cinema sudafricano, a confronto con le altre produzioni del continente, dice: «Spero che il nostro ruolo non sia quello di diventare imperialisti culturali, perché il pericolo c’è, ma piuttosto catalizzatori importanti, per rigenerare questo settore. Abbiamo la possibilità di offrire formazione e strutture ben organizzate. Abbiamo più mezzi degli altri paesi dell’Africa e siamo arrivati al livello commerciale con i nostri film».

Max and Mona, di Teddy Mattera – Sudafrica 2004 – 98 minuti.

BOX 2

Cos’è FESPACO

Il Festival panafricano del cinema e della televisione di Ouagadougou (Fespaco) nasce nel 1969 nella capitale del Burkina Faso, per iniziativa di un gruppo di cinefili. È poi istituzionalizzato il 7 gennaio 1972 come struttura pubblica nell’ambito del ministero burkinabé della Cultura.
A partire dalla 6a edizione diventa biennale: un appuntamento fisso dell’ultima settimana di febbraio degli anni dispari. È il più importante evento del suo genere sul continente africano.
Gli obiettivi principali del Festival sono favorire la diffusione delle opere del cinema africano, permettere contatti e scambi tra i professionisti del settore e contribuire al progresso e alla salvaguardia del cinema in quanto mezzo di espressione, educazione e coscientizzazione.
Oltre al festival biennale le altre attività principali sono la cinemateca africana (archivio di film, base dati e cinema mobile) e varie pubblicazioni sul tema. Il Fespaco organizza anche il Mica (Mercato internazionale del Cinema e della televisione africani), una borsa di programmi audiovisivi africani e sull’Africa, in concomitanza con il festival.
Le altre attività sono proiezioni a scopo non lucrativo nelle zone rurali, in partenariato con ng (organizzazioni non governative), associazioni, scuole. Il Fespaco promuove il cinema africano nelle manifestazioni e sedi inteazionali.

BOX 3

DOPPIO EROISMO

Il regista angolano Zezé Gamboa presenta uno spaccato di quello che è il suo paese, in particolare la capitale Luanda, a due anni dalla fine di una guerra lunghissima e fratricida. Un eroe è un film «sociale», spiega, «perché si interessa di problemi sociali» e non «di denuncia»; vuole inviare un messaggio forte, soprattutto ai politici dell’Angola: «Il potere in carica deve riuscire a dare l’accesso all’acqua e altri servizi di base a tutta la popolazione. Inoltre la reinserzione dei combattenti è un dovere dei politici».
Vitorio ha passato 15 anni in guerra e ora si ritrova senza una gamba (persa su una mina), senza famiglia né lavoro. Vivacchia nella Luanda dei disperati, bambini di strada, mutilati, uomini e donne in cerca dei parenti dispersi. Lui è un uomo integro e cerca di reinserirsi nella società. Una notte gli rubano addirittura la protesi. Nel tentativo di ritrovarla, dopo una serie di incontri sfortunati, approda in una trasmissione della radio nazionale, a colloquio con il ministro, a rappresentare le altre migliaia di ex combattenti. È con questo mezzo che il regista manda il suo messaggio.
Secondo Gamboa, Vitorio è doppiamente eroe: è stato decorato in guerra, e poi «rappresenta i molti angolani che si battono tutti i giorni per sopravvivere. In Angola c’è gente che vive con meno di un dollaro al giorno. Riuscire a vivere così è già talmente difficile, che trovo eroico qualcuno che torna dalla guerra, cerca lavoro, dorme nella strada e nonostante questo conserva una certa integrità: questo è eroismo».

Il tema del dopo guerra riguarda la ricostruzione, non solo delle case, ma delle vite umane. «Quello di Vitorio – continua il regista – non è solo un caso angolano, ma ha una dimensione universale, può succedere ovunque e a chiunque dopo la guerra: la gente è distrutta psicologicamente. È ciò che capita in Cecenia e che capiterà in Iraq, dopo quello che sta succedendo».
Gamboa è particolarmente attento alla problematica dei mutilati di guerra: «Bisogna fare scuole di mestieri, impiegarli nei lavori. Anche se sono portatori di handicap possono fare molto per la società. Ci sono molti lavori adatti. Ma il problema è che la maggioranza di questa gente è partita molto giovane per la guerra e quando ritornano sono già uomini, ma non sanno fare nulla. Bisogna quindi insegnare loro, dare loro degli strumenti affinché si possano sentire integrati nella società». E il primo responsabile di tutto ciò è il governo, non gli aiuti inteazionali.
E a Vitorio capita proprio questo. Dopo la sua trasmissione radiofonica in cui chiede giustizia e la sua gamba di plastica, il ministro si muove e gli trova un lavoro: diventa addirittura autista. «Questo è un film, una fiction – dice Gamboa -. In realtà, se avessi fatto un documentario, il protagonista continuerebbe a dormire in strada e non avrebbe la possibilità di lavorare. Con il cinema possiamo anche sognare».

O Heroi, di Zezé Gamboa – Angola 2004 – 97 minuti.

BOX 3

La pace viene da dentro

Un film forte, sulla risoluzione dei conflitti, quello della regista burkinabé Fanta Regina Nacro. In un paese africano senza nome, due etnie si sono combattute in una guerra atroce, finché la stanchezza sembra prevalere. I due capi, il presidente della repubblica e il colonnello ribelle, decidono di finirla con la guerra fratricida e d’incontrarsi, con le loro truppe, per discutere della pace. Ma non è facile: nell’arco della notte la pace viene messa più volte in pericolo da odi e vendette personali, che hanno origine nello stesso conflitto.
«La notte della verità è l’istante in cui ci si guarda allo specchio e si vede la profondità di se stessi. Nella quotidianità questo si perde». Eccolo, secondo la regista, il senso del film e il motivo per l’impostazione. «Tutto si svolge in un luogo chiuso, la caserma, con una storia lenta, volutamente, perché è così che si preparano le cose più atroci».
E di scene truculente se ne vedono, come l’assassinio, alla fine del film, del colonnello, che diventa uno dei tanti montoni rosolati su un gigantesco spiedo. Uccisione tramata e voluta dalla moglie del presidente, che ha perso il figlio a causa della guerra. Ma la saggezza del capo di stato e della consorte del colonnello prevale. Una raffica di mitra liberatoria abbatte la prima donna e afferma la pace.
Primo lungometraggio fiction di Fanta Regina Nacro, il film è un’opera impegnata e presenta un personale modello di risoluzione dei conflitti: «Non ho voluto situare il film in un paese reale, affinché fosse una storia universale, specchio di altre situazioni. Vorrei che ogni individuo faccia uno sforzo personale e si preoccupi della pace. Se siamo arrivati a certe atrocità, in Africa come in Europa, è ora di riflettere su come non caderci più».
Nel film, i militari, compreso il colonnello, sono veri soldati burkinabé, non attori professionisti. Questo mostra una volontà politica oltre che un esempio quasi unico nel suo genere. «Il colonnello Teo è nella realtà il comandante Moussa Cissé, che ha servito come volontario delle Nazioni Unite in Burundi. In quel paese ha visto cose orribili e quando gli raccontai la storia mi disse: “Ho bisogno di fare questo film”. Era un po’ preoccupato per la sua performance e anche per la scena finale della morte. Ma il desiderio di recitare e portare qualcosa di suo gli ha fatto vincere la paura».
L e donne hanno un ruolo determinante nella storia. La moglie del presidente rischia seriamente di compromettere la pace, mentre quella del colonnello lo appoggia nella sua scelta. «La donna ha grande responsabilità – spiega la regista -. Deve essere cosciente del potere che ha nelle sue mani e della possibilità di orientare e far cambiare le cose. La moglie del colonnello suggerisce cosa bisogna fare affinché le atrocità cessino. È un ruolo forte, che simbolizza quello delle donne del mondo. Danno la vita, ma sono le prime vittime del conflitto, nel quale perdono i figli. Ma la donna è forte: sa quello che vuole ottenere e come ottenerlo».
In quanto a geopolitica, Fanta Regina ha deciso di non considerare le complesse influenze inteazionali che spesso caratterizzano i conflitti: «Ogni volta che c’è una guerra è sempre la geopolitica che prende il sopravvento. Io vorrei portare il popolo ad appropriarsi del conflitto, per prendere esso stesso la decisione di mettervi fine, senza dover sempre aspettare che la politica prenda la decisione».
Per questo tutti noi siamo come le pecore di un gregge, manipolati dall’alto; e il film finisce quando il matto del villaggio Tamoto, «che rappresenta la nostra coscienza», libera le pecore, che scappano in tutte le direzioni. È un altro invito dell’autrice alla società civile a essere più presente e incisiva in materia di risoluzione di conflitti e promozione della pace.

A proposito del Fespaco, Fanta Regina Nacro afferma che, per il pubblico è un’opportunità di vedere immagini che vengono d’altrove, per i registi è l’occasione di incontrare altri professionisti del settore, ma, soprattutto, «offre la possibilità di far passare idee forti, che abbiamo da comunicare. Oggi, malgrado le difficoltà di produzione e di distribuzione, noi africani riusciamo a far nostro questo mestiere. Sono più ottimista che in passato, perché vedo che anche con pochi mezzi, abbiamo colto la sfida di fare cinema e ci riusciamo».
Sulla risoluzione dei conflitti? «Non ho delle risposte. Abbiamo voluto dare qualche pista di speranza, ma non abbiamo la verità dentro di noi. Io e il mio sceneggiatore siamo entrambi cristiani: da qui l’idea di un sacrificio forte (quello del colonnello, ndr) per trovare la strada dell’ottimismo e di una nuova speranza per gli esseri umani».

BOX 4

Drammatico metissage

Un giovane cornoperante francese, Patrik, torna in un villaggio sperduto del Burkina Faso. È accompagnato da sua figlia Martine, bimba meticcia di 7 anni. La scusa del ritorno è la riparazione di un pozzo artesiano, installato da Patrik proprio 7 anni prima. La gente del villaggio lo accoglie freddamente. Ma c’è qualcosa in più: mentre è al lavoro, una giovane sordomuta, Kaya, rapisce la bimba e fugge nella savana.
Il film diventa la storia di questa fuga disperata e dell’inseguimento da parte di Patrik, aiutato da un gruppo di uomini del villaggio. Il rapporto tra Kaya, che rappresenta la tradizione e i costumi africani, e Martine, con la sua educazione e abitudini europee, che lo spettatore scoprirà essere la figlia della donna. Patrik aveva avuto una relazione con Kaya, decidendo poi unilateralmente di strappare la figlia appena nata alla madre per portarla in Francia. Dal trauma la donna aveva perso la parola. Un bellissimo dialogo madre-figlia (anche se Kaya è muta), che si crea poco a poco, così come Martine si spoglia del suo essere europea per africanizzarsi.
Nel frattempo Patrik è costretto a vivere nella boscaglia con il gruppo di africani, con l’obiettivo comune di trovare le fuggitive.
L’epilogo, in una notte di luna piena, è drammatico. Martine, affetta da un male incurabile dalla nascita, muore tra le braccia di Kaya incredula.
Per riparare alla sua azione del passato, Patrik è convinto dal vecchio saggio Tonkolo a compiere un rito che assicurerà a Kaya nuovamente un posto al villaggio. In caso contrario sarà cacciata. Patrik riesce, e il film termina con la sua partenza, in un’atmosfera rilassata, come se un vecchio problema avesse trovato soluzione.

«Non ho utilizzato la morte per risolvere la storia: ho giocato sul fatto che la piccola era malata fin dall’inizio, ma sua madre non lo sapeva. Volevo mostrare come le conseguenze degli atti degli adulti si possono ripercuotere su degli innocenti – specifica la regista Apolline Traoré -. Il padre e la madre hanno fatto i loro sbagli, e poi chi paga è la bambina. Anche negli altri miei film gli attori principali muoiono, io ho una certa sensibilità verso la morte stessa, legata alla spiritualità. Dopo una morte resta qualcosa di presente, non lo si può vedere né toccare, ma influenza il nostro mondo materiale nel quale ci battiamo ogni giorno. Abbiamo tutti paura della morte e cosa viene dopo. È un sentimento che può essere una cosa molto importante che noi esseri umani di oggi abbiamo tendenza a dimenticare».
Nel film è continuo il tema del rapporto tra europei e africani. Abbiamo chiesto alla regista se pensa a un incontro o a uno scontro tra culture. «Le due cose: incontro di due culture che finalmente si capiscono, madre e figlia, hanno conflitti, ma poi si ritrovano. Rispetto a padre e madre, sono due culture che cercano di capirsi, ma non ci sono riuscite, si sono separate e c’è stato un dramma. I due casi sono possibili».
Anche nel gruppo degli inseguitori, gli africani parlano tra loro criticando i bianchi. «È una caricatura di qualcosa di reale, rispetto a come pensano certi africani degli europei. Volevo mostrare questi pensieri. Anche se alcuni pensano così e certi europei, come lo stesso Patrik, hanno preconcetti sugli africani, ci può essere una unione d’intenti: di fronte a qualsiasi problema si possano trovare, i personaggi riescono a lavorare insieme».
Allora la bambina può essere vista come anello di congiungimento tra le due culture? «Martine si africanizza con la madre, perché non ha scelta, è obbligata, è un adattamento. La cosa importante è che la piccola non aveva mai avuto l’influenza di una donna: è cresciuta con il padre. Se una donna le dà attenzione, lei la accoglie, perché ha bisogno di presenza femminile».
Perché Sotto il chiaro di luna? «Dalle mie parti esiste un mito: è nelle notti di luna piena che escono e si manifestano i geni, gli spiriti. Così solo in una notte di luna piena sono rivelati i segreti di questa storia».

Sous la clarté de la lune, di Apolline Traoré – Burkina Faso 2004, 90 minuti.

Marco Bello




DOSSIER CINEMA AFRICANO Il malineteso coloniale

Incontro con Jean Marie Teno 

Jean Marie Teno è un noto documentarista che ha pure realizzato diversi film fiction. Il malinteso coloniale, girato nel 2004 tra Germania, Sudafrica, Namibia e Camerun vuole indagare sull’influenza della missione cristiana, avamposto di colonizzazione, sullo sviluppo dell’Africa.
Il malinteso è proprio questo legame ambiguo che ha portato il continente alla deriva.
Camerunese, ma vive da tempo in Europa, Teno vuole mostrare che il rapporto tra Africa ed Europa ha bisogno di essere rinnovato.
E per farlo occorre tornare indietro nella storia e fare quello che lui chiama «dovere di memoria».

Perché ha fatto un film su missione e colonialismo?

Il mondo è totalmente globalizzato e il rapporto Africa-Europa condiziona enormemente la situazione odiea del continente. Fare un film su questo tema è chiedersi qual è il posto dell’Africa nel mondo. Posto non invidiabile, quasi un vicolo cieco. Bisogna interrogarsi sulle ragioni che l’hanno portata a questa situazione. Penso che l’incontro tra Europa e Africa, avvenuto anche attraverso la religione e i missionari, sia in parte responsabile dell’impasse in cui ci troviamo oggi. Volevo mostrarlo nel film.

Lei ha parlato di un «dovere di memoria» per il continente.

Sono successe in Africa cose gravi, atroci. C’è stata la tratta negriera, la colonizzazione, e tutte le volte che sono finite, si è detto: bravi è finito, non lo facciamo più, dimentichiamo tutto. Senza mai pensare alle cause. Come possiamo andare avanti senza guardare, esaminare ciò che è successo? È come preparare dei crimini futuri: giriamo pagina senza dire nulla. Il dovere di memoria è necessario, affinché gli africani possano trovare il rispetto in loro stessi, e cominciare ad avere un vero rapporto, più sano, con gli altri.

È una questione di riconciliazione o di restituzione di qualcosa che l’Europa ha preso agli africani?

No, per nulla. Perché il dovere di memoria è importante per qualcuno e non per gli altri? In Europa se ne parla sempre, per esempio per l’olocausto. Intanto è l’Africa che continua a soffrire, chiusa nella sua miseria. In Europa il razzismo tocca sempre più gli africani. Il dovere di memoria è importante perché la gente si renda conto di quello che l’Africa ha attraversato da lungo tempo. Aiuta a capire perché la gente ha certe attitudini e comportamenti e a metterli in questione. Quando si sa quello che è successo, si può vedere il ridicolo delle proprie azioni, cambiare attitudine, raggiungere un dialogo paritario, in modo che la gente possa guardarsi in faccia senza che ci siano complessi di superiorità o inferiorità.

Secondo lei gli europei hanno paura dell’Africa?

Molti lo dicono: hanno una cattiva coscienza rispetto a tante cose che immaginano ma non possono capire. Così la paura dell’Africa viene da tale memoria soffocata. L’Africa è stata saccheggiata e violentata, ma una parte della storia non è per nulla stata assunta. Se la gente non si riconosce in questa storia e non dice: siamo spiacenti, le stesse cose continueranno, magari in modo più nascosto con le istituzioni inteazionali. Finché non lo avremo riconosciuto, continueremo ad avere rapporti molto falsi con l’Africa.

Lei vive da molto tempo in Europa.

E allora?

Come si trova?

Bene. Vivo anche nello sguardo degli altri l’immagine dell’Africa. Non si è discriminati 24 ore su 24; ma in Francia la discriminazione esiste: è dappertutto. Non nei testi ufficiali, ma nelle istituzioni. E gli africani la subiscono. A livello politico pochissimi neri arrivano in alto. C’è un «soffitto di vetro» che fa sì che un nero sia sempre l’ultimo a essere promosso, anche se ha competenza. C’è sempre un razzismo strisciante.

Nel film si parla di «colonizzazione delle menti» oltre che delle terre. Le chiese africane che si formano dopo le chiese missionarie, possono avere un ruolo in tale decolonizzazione spirituale?

Non ho pensato a questo. Nella chiesa della Namibia per esempio, qualcuno parla di rivendicazioni e lotte, ma allo stesso tempo restano molto attaccati alla chiesa come istituzione. Non so se può avere questo ruolo, perché credo che si debbano rimettere in questione un certo numero di concetti, e non sono sicuro che l’istituzione lo faccia. Ma la chiesa nella sua lotta per la dignità dell’uomo ha fatto molto. Le chiese della Namibia e del Sudafrica hanno fatto un lavoro enorme per la lotta contro l’apartheid. Non so se si possono decolonizzare le menti, perché la chiesa resta un luogo di formattazione del pensiero. E il modello è quello occidentale. Ma almeno la parola di Dio non è più uno strumento di oppressione.

Nel film lei dice che i missionari furono identificati come i migliori «civilizzatori», nel momento in cui si voleva civilizzare per occupare le terre degli africani. Vede dei lati positivi della missione?

Non sono uno specialista della missione. Cerco di mettere in fila gli elementi di una riflessione. Quando i missionari sono visti come i vettori della colonizzazione, in quanto i migliori civilizzatori, possono esserci aspetti positivi, ma il risultato finale resta negativo e non abbiamo bisogno di cercare. In qualche modo hanno contribuito ad affondare l’Africa dov’è oggi. Ad esempio hanno imparato le nostre lingue. Ma grazie a questo hanno aiutato la penetrazione coloniale che è stata alla fine una catastrofe per noi.

Vede differenze tra la missione protestante e quella cattolica? E la penetrazione dell’Islam?

Non mi preoccupo dell’impatto dell’Islam, non faccio uno studio comparato dell’impatto delle differenti religioni sull’Africa. I missionari cristiani (cattolici e protestanti) hanno avuto un’influenza reale, duratura e profonda nella vita in Africa. E vediamo gli effetti oggi, che di fatto sono definitivi. Tutta la civiltà europea diceva che la cristianizzazione e la civilizzazione europea andavano insieme. Guardate quello che c’è qui: è grazie all’Europa che siamo dove siamo.

Come immaginate un’Africa senza missione cristiana?

Non serve a nulla. Sono cose che esistono. La domanda è: cosa fare per uscie? Ma non ho risposte. Sono solo un cineasta. Ci son altri che possono trovare soluzioni, come il professore Kumou e altri che intervengono nel film. Io posso solo prendere le parole della gente e darle al grande pubblico per una riflessione sulla storia.

Perché la Namibia?

È stato uno degli elementi essenziali nel dispositivo. Parliamo dell’Europa, come se la storia iniziasse a Auschwitz. C’è una continuità nella storia, ma c’è una tendenza a tagliare quello che è avvenuto prima. Volevo ritornare al fatto che i primi campi di concentramento sono stati in Africa (contro gli herero, ndr) e anche al ruolo che i missionari hanno giocato nel paese. Ho lavorato sulla missione di Renania. Ho potuto mostrare che c’è stata una rivolta, il ruolo dei missionari in questa guerra, durante e dopo e nell’installazione dell’amministrazione tedesca. È rappresentativo di quello che i francesi e gli inglesi hanno fatto in altri paesi. Ma la colonizzazione tedesca è stata la più corta. Possiamo dire che con gli altri è stato peggio. Inoltre la Germania ha fatto un lavoro su se stessa, ci sono documenti. Cosa che gli altri paesi non hanno fatto, e continuano a vivere come se nulla sia successo. •

Marco Bello




DOSSIER CINEMA AFRICANO Film

Cinquant’anni di cinema a sud del Sahara

All’inizio furono film di propaganda coloniale. Poi, negli anni che preparano le indipendenze, nascono le prime pellicole autenticamente africane. Che mostrano l’identità culturale e le profonde aspirazioni dei pionieri. Con un unico obiettivo: la decolonizzazione degli schermi.

La storia del cinema d’Africa nera è allo stesso tempo antica e recente. Molto antica se ci si riferisce ai film d’ispirazione africana, ovvero girati in Africa e aventi il continente come tema. A 10 anni dalla nascita della cinematografia (1895), inizia il cinema coloniale (1905) e in seguito quello «etnografico».
Attraverso questi tipi di cinema gli occidentali hanno impostato il loro sguardo sulla rappresentazione dell’Africa a partire dagli africani. Per il colonizzatore gli africani hanno iniziato a fare cinema nel 1929 con il film Samba, qualificato dalla stampa dell’epoca come il primo film francese fatto da neri.

Le origini
Il secondo periodo, più recente, inizia negli anni ’50 con la crisi coloniale e il movimento per l’indipendenza. Il 1955 è un momento fondamentale per la storia dei rapporti tra i popoli colonizzati di Africa e Asia. La conferenza di Bandoeng (Indonesia) permette ai popoli di rivendicare i propri diritti all’emancipazione e valorizzazione della loro immagine.
Gli intellettuali africani, in particolare gli scrittori, non sono rimasti al margine di questa rivendicazione e hanno fatto sentire la loro voce. Un gruppo di studenti dell’Africa subsahariana, amanti del cinema, fondò nel ’52 il «Gruppo africano del cinema». Ne facevano parte Paulin Soumanou Vieyra (1925-1987), Jaques Mélo Kane, Robert Cristan e Mamadou Sarr (1926- 1990). Per loro «non c’era dubbio che solo la sovranità nazionale dei paesi africani avrebbe permesso l’espressione cinematografica della realtà autenticamente africana».
In questo spirito e contesto fu realizzato da Paulin Soumanou Vieyra e i suoi amici il primo film dell’Africa nera: Afrique sur Seine (Africa sulla Senna), interamente girato e montato da africani su una realtà africana: la vita dei neri a Parigi. Tale data è legittimamente considerata l’inizio di una vera appropriazione della propria immagine da parte degli africani.
Alcune fonti considerano il 1937 come anno del primo film africano, con il documentario La morte di Rasalama del malgascio Raberono; altri citano il 1953 con la realizzazione di Mouramani del guineano Mamdi Touré, come anno di nascita del cinema africano. Queste opere sono oggi introvabili e non si sa se le équipes di realizzazione erano interamente africane.
Ciononostante, gli storici del cinema ammettono che il 1955 segna veramente l’inizio della storia del cinema africano. «Il cinema dell’Africa nera non ha cominciato la sua vera crescita che sotto il sole delle indipendenze» e si è particolarmente sviluppato nel corso degli anni ’70. Mentre negli anni ’80, una tendenza al rinnovo delle forme estetiche e narrative si manifesta e contribuisce al riconoscimento internazionale verso questo cinema.

Il grande vecchio
I due primi decenni sono segnati dai film girati in Senegal e il realizzatore Sembène Ousmane impone il suo stile. Sviluppa temi come le difficoltà della gente del popolo in Borrom sarret (1963), considerato come il primo cortometraggio autenticamente africano; denuncia il neocolonialismo in La noire (1966), considerato come il primo lungometraggio di fiction, denuncia la nuova borghesia africana in Xala (1974).
Il contrasto tra tradizione e modeità è trattato in Kodou di Ababacar Samb Makharam (1971) e in Muna moto (1975) di Dikongué Pipa del Camerun, mentre in Concerto per un esilio di Désiré Ecaré della Costa d’Avorio (1968) descrive gli strascichi della decolonizzazione.
Dalla fine degli anni ’60 fino all’inizio degli ’80, i cineasti liberano la loro immaginazione per proporre al pubblico altri generi e altre forme narrative: parodia weste in Le retour d’un aventurier (1966) di Oumarou Ganda del Niger; commedia in Boubou cravate (1973) e Pousse-pousse di Daniel Kamwa, Camerun; melodramma in Love brewed in the african pot di Kwah Ansah del Ghana (1980); film d’azione con Cameroun connection di Alphonse Béni (Camerun, 1985); film musicali come Naitou di Moussa Kiémoko Diakité della Guinea (1982) e Adjan ogun di Ola Balogun della Nigeria (1975). Solo per citae alcuni.

Nuove tendenze
La rottura con una forma narrativa classica per una ricerca formale arriva con Touki Bouki di Djibril Diop Mambéty nel 1974. Questa tendenza alla quale sembra identificarsi la nuova generazione di cineasti dell’Africa nera, che emerge poi dagli anni ’90, non rimette in causa la caratteristica fondamentale di un cinema in presa diretta con le realtà quotidiane degli africani.
I cineasti di tutte le generazioni che continuano a raccontare l’Africa nonostante le crescenti difficoltà di finanziamento, restano animati da un’ambizione vecchia di 50 anni: decolonizzare la cultura dell’immagine. •

*Clément Tapsoba, burkinabé, è giornalista e critico cinematografico al Fespaco e presidente della Federazione africana dei critici di cinema (Facc). (Articolo liberamente tradotto da M. Bello).

Marco Bello




DOSSIER ZAMBIAPaese di contrasti

Un ricco passato grazie alle miniere di rame, un povero presente a seguito di scelte politiche sbagliate, un futuro reso incerto dall’incidenza dell’Hiv: questo è lo Zambia, la cui capitale, Lusaka, è tutto e il contrario di tutto. Ville circondate da alte mura vivono accanto alle casupole dal tetto di lamiera. A separarle, le strade sterrate e piene di solchi dei compound, le bidonvilles africane, che i pulmini affrontano con sussulti e rigurgiti. Di là le belle case, con portico e giardino e norme igieniche adeguate. Di qua, una realtà fatta di privazioni: niente acqua potabile, niente luce elettrica, niente scuole, niente presidi sanitari. I bambini giocano con i piedi nelle fogne.
Non siamo nella periferia, siamo nel centro della città. La povertà dei quartieri di Matero, Lilanda, Kalingalinga… convive con la ricchezza di via dell’Indipendenza. Un’indipendenza doppia, perché questa parte si è affrancata prima dalla colonizzazione poi dalla miseria.
Ai lati delle strade la maggior parte della gente va a piedi, portando in testa un fagotto con l’essenziale. Povera umanità che percorre chilometri per andare al mercato; chilometri la mattina presto per andare a messa.
Uomini, donne e bambini sfilano silenziosi davanti alle vetrine delle concessionarie, che tengono in bella mostra gli ultimi modelli della Mercedes. Ma nessuno potrà mai permettersi un’automobile con l’economia informale: pochi frutti della terra venduti dietro a banchetti improvvisati o seduti sui marciapiedi. Il governo chiude un occhio sulle norme igieniche non rispettate, sulle licenze inesistenti. Le tasse nell’erario dello stato entrano grazie ai due enormi centri commerciali situati poco più in là. Vendono proprio di tutto. Uno shampoo costa sugli 8 euro; una famiglia del compound vive con meno di un euro al giorno.

Lo Zambia è un paese dove esiste la corruzione, ma esiste anche la denuncia. È un paese dove il gran numero di nascite non riesce a compensare la mortalità infantile; dove i bisogni minimi non sono assicurati. L’educazione pubblica si affianca a quella delle scuole parrocchiali; gli 8 euro all’anno a testa stanziati dal Ministero della salute sono un’inezia. Per fortuna ci sono i missionari e le organizzazioni inteazionali che cercano di garantire un minimo di assistenza sanitaria a tutti. I volontari suppliscono alla carenza di personale medico.
Prevenire l’Hiv è la parola d’ordine dei manifesti lungo le strade, ma non tutta la gente è in grado di leggere. Lo sanno bene i pubblicitari di professione; così, accanto, i cartelli che promuovono coca-cola e telefonini, utilizzano le immagini: donne fascinose dagli abiti eleganti. Anche questo stride.
Nei locali di ritrovo i ballerini coinvolgono il pubblico con i loro movimenti sensuali. Gli zambiani la musica ce l’hanno dentro. E la portano anche nelle chiese dove, con chitarre e maracas animano le messe. Al ritmo degli spiritual, esprimono la loro interiorità. Ecco che il profano ha lasciato il posto al sacro.

È calda l’estate zambiana, la terra inaridisce, la vegetazione appassisce. Fino a che sopravvengono le piogge torrenziali. Acqua, benedetta o maledetta. Quell’acqua, elemento primordiale che da sempre porta la vita, qui porta la morte, porta il colera.
Non c’è molto turismo in questo paese, ma non si può dire che non ci sia scelta. Chi va in ostello e chi all’Hotel Continental, solo 400 stanze e un ingresso fiabesco. E per chi ancora non si accontenta, basta scendere a Livingston: 600 chilometri ben vengano per dormire all’Hotel Royal, 600 euro a notte, naturalmente sempre a un passo dal compound. Nell’hotel i bianchi, nel compound i neri.
Lo Zambia è un paese complesso. Secondo un missionario servono almeno tre anni per raccapezzarsi: il primo si impara a respirare; il secondo a capire; il terzo si può cominciare a fare qualcosa.

Romina Gobbo




DOSSIER ZAMBIAPaese dei balocchi

A pochi passi dal centro di Lusaka, sorgono quasi una di fronte all’altra due imponenti costruzioni, circondate da un mare di automobili. Sono Shoprite e Arcades due centri commerciali più esclusivi della capitale. Accolgono nelle loro modee strutture negozi di ogni genere, farmacie, supermercati e persino, nel caso di Arcades, l’unica pista da bowling di tutta la città. Un autentico «paese dei balocchi».
Shoprite, catena sudafricana di supermercati che ha invaso lo Zambia, è una brillante espressione di quella che viene definita «economia formale», ovvero l’economia delle imprese, banche, negozi, liberi professionisti, lontana anni luce dall’economia «informale», fatta di mercati sulla strada e di prezzi improvvisati, cui si affidano la maggior parte degli zambiani.
Jeep, berline, auto sportive affollano i parcheggi. Sono le auto della «Lusaka bene»: politici, uomini dell’alta finanza, funzionari di ambasciate e Ong, medici affermati e banchieri. A Shoprite possono trovare di tutto, dal pacchetto di caramelle alla villa con piscina nel verde della savana, dal set da golf alle vitamine per il cane. Arrivano con i loro fuoristrada, parcheggiano e si affrettano all’interno del centro commerciale.
Fuori dal parcheggio, alcuni fra i venditori di strada li seguono con lo sguardo finché varcano le porte dello Shoprite. È la loro presenza, non i cartelli luminosi, a indicare la vicinanza del centro commerciale. Più ci si avvicina alla struttura più il numero di tali venditori diventa consistente. Arrivano a piedi o a bordo dei tipici furgoncini blu e si appostano in fila lungo la strada di accesso al parcheggio.
Stanno al loro posto, mai si azzarderebbero a entrare in quel paradiso dello shopping. Costretti a vivere con 40 euro al mese e schiacciati da un’inflazione al 20%, si concedono almeno il «lusso quotidiano» di osservare: guardano chi entra e chi esce, al momento opportuno si avvicinano a turisti e uomini d’affari. Propongono giornali, frutta, occhiali da sole, un passaggio in taxi, una coca cola, vestiti e accessori. Se va bene intascano pochi spiccioli e la sicurezza che «anche oggi si mangerà qualcosa»; se va male si preparano a rincorrere il prossimo cliente.

Se non fosse per i prezzi in kwacha, entrando a Shoprite ci si dimenticherebbe di essere in Zambia. Tutto ricorda i grandi centri commerciali europei. I turisti lo frequentano volentieri, perché vi trovano tutti i prodotti a loro familiari.
Tra i numerosi negozi presenti troviamo una delle farmacie più foite e costose di tutto lo Zambia. Qui possiamo trovare qualsiasi tipo di medicinale, non solo per gli uomini ma anche per gli animali: su uno scaffale di legno troviamo vitamine, confezioni di shampoo, balsamo e lozioni per cani e gatti. Accanto scopriamo tutto il necessario per gli atleti: integratori, sali minerali, persino pastiglie di creatina e aminoacidi. Non mancano cosmetici e prodotti di bellezza.
Una confezione di crema solare costa 95 mila kwacha, circa 16 euro, tanto quanto guadagna mediamente un operaio in 6 giorni. Tutto questo in una regione dove è presente un solo ospedale distrettuale statale situato nella vicina città di Kafue che da solo deve rispondere alle esigenze di 240 mila persone.
Percorrendo il corridoio principale del centro commerciale, sorvegliato da guardie armate, scorgiamo un negozio di elettrodomestici, un bar, una giornielleria, alcuni negozi di vestiti, un centro per l’abbonamento alla tv satellitare e una banca. Alcuni dei «miti» che fanno ormai parte della fantasia dei bambini dei paesi ricchi sono sbarcati anche qui: l’uomo ragno e tutti i suoi gadget fanno la loro bella figura nel reparto giocattoli. I bambini più «fortunati» possono persino aspirare a una Ferrari telecomandata. Un «lusso» da 470 mila kwacha, circa 78 euro.
Alla cassa una signora bionda sistema le borse nel carrello ed esce dal supermarket. Sale sulla sua auto e si dirige velocemente verso l’uscita. Passa accanto ai venditori che gli porgono i loro prodotti e si immette nella strada principale, inconsapevole di aver varcato ancora una volta il confine tra due mondi.

Per trovare un po’ d’Africa non resta che andare nel negozio di Cd (a onor del vero, vende più cassette che compact disc): tanta musica tradizionale e tanti artisti locali. Fra tanti nomi per noi semisconosciuti spuntano i Beatles e, a sorpresa, Andrea Bocelli.
Poco distante, il centro scommesse richiama curiosi e affezionati: sul muro, un manifesto invita a partecipare al concorso che sceglierà il volto della campagna pubblicitaria di una nota marca di cellulari. Al negozio di articoli sportivi si possono trovare le magliette dei più famosi club sportivi inglesi, accanto a palloni da rugby e mazze da cricket. Proprio di fronte, l’agenzia immobiliare promette ville da sogno appena fuori città. Piscina, ampi giardini, in un caso persino la dependance per la servitù.
Michele Luppi – Roberta Voltan

Michele Luppi – Roberta Voltan




DOSSIER ZAMBIAIl treno della globalizzazione

La business community zambiana, formata da uomini e donne d’affari, dipinge il paese come un cantiere aperto, dove le possibilità sono molte e i progressi tangibili. Ma dietro al 5% di crescita del Pil, si impongono altri numeri, con cui 9 milioni di zambiani su 10 devono fare i conti.

«Benvenuti in Zambia, paradiso degli investitori. Lusaka Stock Exchange, un motore della crescita economica. Diventa azionista oggi!». La borsa di Lusaka vuole fare colpo su chi conta. Per questo ha comprato lo spazio pubblicitario sopra le casupole del controllo-passaporti all’aeroporto di Lusaka. Le valigie arrivano subito, i carrelli sono lì, pronti. Al tavolo dei finanzieri si aspetta pochissimo e la domanda «qualcosa da dichiarare?» è più che altro una formalità. Di militari, neanche l’ombra. Pochi e defilati i poliziotti.
Fuori, nel parcheggio e tra le aiuole, i taxi blu sono a disposizione per portarti in centro. Lungo il percorso dall’Airport road alle vie commerciali che sfociano nella centralissima Cairo road, c’è una sfilata di cartelloni pubblicitari. Fondi pensione, servizi finanziari e assicurazioni offrono alti rendimenti e un futuro tranquillo a chi rientra nell’esclusivo club di chi ha soldi.

PARADISO DEGLI INVESTITORI

E ci sono anche le pubblicità dei telefonini, della fresca birra Mosi e della Parmalat, mentre la Chilanga Cement esibisce un possente operaio culturista, pronto a cementificare tutto il paese. Questi cartelloni sono l’emblema di un’economia dinamica, in costruzione, di un’Africa che non vuole arrivare in ritardo, ma competere e sedersi al banchetto dell’economia globale.
Sono più di 10 anni che nel paese c’è un’economia di mercato. La business community zambiana, formata da uomini e donne d’affari, dipinge il paese come un cantiere aperto, dove le possibilità sono molte e i progressi sono tangibili. E anche remunerativi.
Girando il paese questa verità viene fuori, come la faccia luminosa della luna. Il prodotto interno lordo annuale è di oltre 4 miliardi di dollari. Secondo i calcoli dell’ultima legge finanziaria, nel 2004 il Pil ha quasi replicato la crescita dello scorso anno pari al 5%, un tasso che desterebbe l’invidia di molti governi del nord del mondo, e che non sembra destinato a scendere.
«Negli ultimi anni l’economia è migliorata. Stanno arrivando più investitori stranieri e prodotti di alta qualità, che competono con quelli locali» dice Sherry Thole, direttore generale della banca Intermarket, accogliendoci nella sala consigliare ovale al primo piano della Farmers House. Il palazzo è in pieno centro. La sala è piacevolmente climatizzata e attraverso il vetro fumé si intravvede scorrere il traffico polveroso.
È dal 1991 che in Zambia è stata introdotta un’economia di mercato, ci spiega. Prima c’era un sistema socialista. Poi le imprese statali sono state smantellate da un massiccio programma di privatizzazioni e i gruppi stranieri, sudafricani in primis, sono quelli che riescono a cogliere meglio le opportunità di investimento. Inoltre, i tassi di interesse sono scesi e ora consentono alle imprese di ottenere prestiti a costi ragionevoli.
Faustine Kabwe, fiscalista e consulente di livello internazionale, è ottimista circa le prospettive di crescita del suo paese e dell’Africa in generale. «Investire in Africa – dice – è estremamente profittevole». Ovviamente anche lui parla dell’economia emersa; di quella misurabile dalle statistiche. Di quella che si quota al Lusaka Stock Exchange (Luse).
I settori che oggi trainano l’economia sono il turismo (ne è un esempio il boom che sta attraversando la città di Livingstone, l’ex capitale che ora sembra rivivere una seconda primavera); l’agricoltura con il fiorente business dei fiori per l’esportazione; e anche le miniere di rame che beneficiano del recente recupero dei prezzi.
Stando alle classificazioni settoriali dell’ufficio di statistica, nel biennio 2003-2004, il settore costruzioni ha evidenziato una crescita di oltre il 30%, seguito dall’industria estrattiva e del cemento (+17%), dal comparto manufatturiero (+12,7%), mentre il settore turistico, alberghi, bar e ristoranti inclusi, è salito del 12%. Fanalino di coda, con un più 2,2%, sono i servizi sociali e alla persona.

L’ECONOMIA INFORMALE

Ma la luna ha anche una faccia oscura, che in questo caso è molto più grande di quella che brilla. Dietro a questo 5% di crescita del Pil, si impongono infatti altri numeri che danno presto l’idea della difficile realtà con cui 9 milioni di zambiani su 10 devono fare i conti.
Il tasso di disoccupazione oscilla tra il 60 e l’80% e il costo della vita raddoppia ogni 5 anni. I contrasti restano forti, perché l’economia di mercato è riuscita ad apportare i suoi benefici solo a pochi.
La Thole, sui quaranta, donna raffinata, studi universitari, una carriera che l’ha vista lavorare nella Banca centrale e nel colosso finanziario britannico Barclays, è tra questi pochi. Lo è anche Kabwe, con una vita tra Londra, Lusaka e New York. Entrambi fanno parte della classe dirigente del paese, di quelli che hanno un posto prenotato sul treno della globalizzazione.
Ma la gente comune sta fuori, aggrappata alle carrozze: per vivere si arrangia, giorno per giorno. Si chiama economia informale. Per incontrarla basta uscire da Farmers House e percorrere Cairo Road, la strada che nei disegni coloniali doveva unire Il Cairo a Città del Capo. A ogni angolo c’è qualche donna avvolta nel chitenge (il vestito tradizionale), che vende pomodori, manghi, o altre piccole cose.
Al City Market, il mercato coperto di Lusaka, sciami di giovani ragazzotti smerciano sacchetti di plastica, con su stampata l’effigie di Rambo. Mentre c’è anche chi passa la giornata in un colorato chiosco di legno, dove affitta il suo telefono cellulare. Vicino alla ferrovia o lungo le strade si incontrano le donne spaccasassi. Loro per vivere spaccano pietre per fare la ghiaia. Sono l’ultimo anello di quella catena che è la fiorente industria delle costruzioni.
Ma anche chi trova un posto di lavoro sicuro, non può stare tranquillo. Henry Mwango un tempo era impiegato all’Olivetti. Aggiustava macchine da scrivere ed era felice. Poi l’azienda ha chiuso i suoi uffici in Zambia e lui si è trovato solo a fronteggiare il grande salto tecnologico verso il personal computer. Non ce l’ha fatta. Da più di dieci anni è disoccupato.
La maggior parte delle famiglie vive con un reddito estremamente basso. I soldi che entrano sono spesi in gran parte per mangiare, poi viene il resto. E spesso i primi a fae le spese sono i bambini. «Non ho i soldi» è la risposta di Susan Mwandu per spiegarci perché non riesce a mandare a scuola tutti i suoi 9 figli. Lei deve occuparsi anche della madre malata, due nipoti e il marito disoccupato. I pochi euro al giorno della sua attività di venditrice di pomodori non bastano.

DAL SOGNO SOCIALISTA DI KAUNDA
ALLE PRIVATIZZAZIONI DI CHILUBA

La storia economica dello Zambia, come paese libero dal dominio coloniale britannico, comincia 40 anni fa. Le condizioni generali non potevano essere più favorevoli: lotta per l’indipendenza breve e poco cruenta, prezzi del rame altissimi, consistenti aiuti inteazionali.
In questa situazione il padre della nazione, Kenneth Kaunda, poté fare pesanti investimenti nell’educazione e nel sociale. Kafue con la sua industria chimica che garantiva occupazione per tutti era una città modello. Vivibile e ordinata. Le miniere statali nel Copperbelt, oltre a dare lavoro, costruivano ospedali, strade, e scuole per la popolazione.
Ma il «sogno socialista» di Kaunda non durò molto. Negli anni ‘70 i prezzi delle materie prime, tra cui il rame (vitale per lo Zambia), crollarono, mentre le tensioni geopolitiche inteazionali spingevano il petrolio alle stelle.
L’impatto fu devastante per tutti i paesi dell’Africa, impegnati in quegli anni nella titanica impresa di diversificare la propria economia, per coniugare l’indipendenza politica con quella economica. In Zambia, le politiche di spesa pubblica continuarono, alimentandosi con deficit sempre maggiori. Alla fine degli anni ‘80 il debito pubblico era salito a livelli insostenibili.
Nel 1991 con l’avvento del multi-partitismo, il nuovo presidente, il sindacalista Frederick Chiluba, diede avvio a un aggressivo e controverso piano di privatizzazioni. Il paese si è aperto così ai capitali e alle merci straniere. Sotto le pressioni del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, miniere, industria del cemento e altri pezzi dell’apparato parastatale furono ceduti ai privati. In qualche caso vi furono delle vere e proprie liquidazioni.
Quel che ne seguì fu un rapido aumento della disoccupazione e un allargamento del divario tra poveri e ricchi. Oggi gli impianti chimici di Kafue sono pressoché improduttivi, mentre nei compound di Ndola e Kitwe, nel Copperbelt, i servizi sociali e pubblici di una volta non sono che un miraggio.

PRIVATIZZAZIONI SOTTO LA LENTE

Nel 1992 nasceva la Zambian Privatisation Agency (Zpa), l’ente per le privatizzazioni. Da allora più di 250 società pubbliche sono state cedute. Ma l’attività della Zpa va avanti e rimane ancora un lungo elenco di aziende in vendita: telecom, azienda elettrica, poste, alcuni tratti di ferrovia, assicurazioni…
È la Zpa che dà il via libera a ogni transazione e che affida a esperti (avvocati o altri professionisti) i negoziati con i privati. Il governo decide invece quali società pubbliche vendere e in che tempi. Dopo i negoziati, il team di esperti fa una raccomandazione che la Zpa generalmente approva, tenendo conto del prezzo, competenze e altri fattori.
Finora il bilancio economico delle privatizzazioni è contrastato. Talvolta l’azienda da cedere era talmente malgestita che era difficile trovare un compratore, ma in altri casi la fretta ha portato a delle vere e proprie svendite. Il caso più eclatante di regalo fu quello del cemento: la Chilanga Cement. Ora l’industria cementifera è controllata dal colosso francese Lafarge, che comprò nel 2000 dalla CDC Capital Partners, che a sua volta aveva comprato a un prezzo stracciato. Ora Lafarge detiene un’importante fetta del settore cementifero dell’Africa australe. Altra svendita fu quella della compagnia dello zucchero. Adesso è in mano ai sudafricani.
Menzione a parte meritano le miniere di rame, pilastro dell’economia zambiana. Esse furono cedute in ritardo a causa delle loro implicazioni sociali, ma soprattutto per i delicati equilibri politici che celavano. Quando vennero vendute, però, era veramente il momento sbagliato. I prezzi del rame erano vicini ai minimi storici.
Anche i più convinti assertori dell’economia di mercato ora lo riconoscono e fanno luce sulle pressioni degli organismi inteazionali. La Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale erano creditori del governo e non avevano più intenzione di concedere ulteriori finanziamenti. Visto che il bilancio pubblico era in perdita, era necessario che il governo trovasse in fretta altre risorse per ripagare i propri debiti. La vendita dei giornielli di famiglia venne presentata come l’unica strada percorribile.

I PREZZI VOLANTI

I prezzi in Zambia sono un’entità fluttuante, sfuggente. Oggi con un’inflazione al 20% (in Italia è attorno al 2%) non può che essere così. Una decina di anni fa la situazione era anche peggiore.
La percezione del costo della vita dipende, però, da quanto si guadagna. Nel paese delle cascate e delle miniere, la gamma è molto ampia. Si va dalle diverse migliaia di euro al mese del funzionario dell’Unione europea ai 35 euro che un casual worker si deve far bastare per la moglie e i sei figli a carico. Un insegnante si prende 50 euro.
C’è poi una grande differenza tra chi guadagna in kwacha, la moneta nazionale, e chi in valuta estera. Chi ha dollari, euro o rand sudafricani non deve preoccuparsi più di tanto dell’inflazione.
Proprio l’incremento vertiginoso dei prezzi ha fatto diventare le monete di metallo una rarità: sono letteralmente sparite dalla circolazione. Di metallo sono rimasti solo i gettoni telefonici, ormai minacciati anch’essi di estinzione dal diffondersi dei cellulari. Gira soltanto carta, molta carta. Per comprarti un biglietto dell’autobus devi tirar fuori un malloppo di bigliettoni. Si va dal pezzo da venti ai tagli da cinquecento, mille, diecimila e cinquantamila kwacha. Un euro sono seimila kwacha, un dollaro circa quattromila.
Ma quanto costa la vita? Ancora una volta dipende. A Lusaka se hai la Visa, o l’American Express puoi andare nei centri commerciali Arcades o Shoprite. Altrimenti vai negli affollatissimi City Market e Soweto Market, per le strade o nei piccoli mercatini dei quartieri popolari. Qui si può contrattare.
La maggior parte delle persone in Zambia vive con quei 35-50 euro al mese, circa 200-250 mila kwacha. Con un reddito così, beni come un computer (20 mesi di lavoro), un set di mazze da golf (10 mesi), gioco della playstation (2 mesi), scarpe da calcio (1 mese), sono inaccessibili.
Quello che si può fare con un reddito così è affittarsi una casa in un compound. A Lusaka costa circa 50 mila kwacha al mese. Il resto viene speso per mangiare. Nshima (polenta) e fagioli sono l’alimento base. Con quello che avanza si possono mandare i figli a scuola. Ma non al prestigioso Baobab college, dove un trimestre costa oltre mille dollari. Ossia quattro milioni di kwacha. •

BOX 1
Spaccapietre

SPACCAPIETRE

Strade affollate, clacson che suonano, voci, e là, in mezzo alla gente, nella confusione, riesci a scorgere, quasi fossero celate da una tenda invisibile che le nasconde dallo sguardo dei curiosi, loro, quelle donne che con pazienza e dignità, ogni giorno, spezzano con un movimento sincronizzato le pietre che la loro terra regala o, a seconda dei punti di vista, loro sottraggono ad essa.
Sono centinaia le donne di Lusaka che si guadagnano il pane quotidiano con questo strano mestiere, spaccano pietre, in diversi formati, per venderle ai costruttori, 2.000 kwacha a sacchetto, (circa mezzo euro) così sfamano le loro famiglie, così passano le loro giornate, sotto un sole cocente, tra la polvere, colpendo ritmicamente con un martelletto le grandi pietre grigie, quel grigio che ricopre tutto e che contrasta con il colore della loro pelle, dei loro vestiti, dei loro sogni.

Elena Martelli

Danilo Masoni




DOSSIER ZAMBIAAids: generazione devastata

Nel 1999 il 20% della popolazione era infetta; solo l’1% può accedere alla cura antiretrovirale; 1 milione i bambini orfani a causa della malattia. La generazione tra i 25-40 anni è decimata.

Malata di tubercolosi, magrissima, Rose, 42 anni, non mangia perché non riesce a deglutire, spesso vomita. La figlia abita vicino, ma non va mai a trovarla. Si vergogna. Della tubercolosi? No! La tbc è probabilmente solo una complicazione dell’abbassamento delle difese immunitarie dovuto all’Hiv. In altre parole, dell’Aids, la nuova «peste» che sta devastando l’Africa meridionale, portandosi via piano piano tutte le risorse migliori.
Gli stati dell’Africa australe contano le più alte percentuali di infezioni da Hiv/Aids al mondo. Lo Zambia è uno dei paesi più colpiti. Il 42% delle donne in età fertile sono sieropositive, con alto rischio in caso di gravidanza. Il 90% dei bimbi sieropositivi contrae il virus dalla madre.
Fino al 1999 il 20% dell’intera popolazione dello Zambia era sieropositivo; oggi la percentuale è scesa al 16%: l’abbassamento è dovuto all’incremento dei morti, ma anche alla minore incidenza dell’infezione, grazie al molto lavoro di prevenzione fatto in questi anni, sia sul piano dell’informazione che su quello della prevenzione più strettamente medica.
Ma il rischio persiste, anche per tutti coloro che necessitano di sangue, perché i sistemi di trasfusione sono poco sicuri.

EMERGENZA SANITARIA

In Zambia la gente è abituata a convivere con la morte. L’età media della popolazione è 42 anni. Si muore per dissenteria, per un’eia, un’appendicite, di parto, per quelle che in Europa sono semplici indisposizioni e per complicazioni alle quali gli ospedali locali, per carenza di attrezzature o farmaci, non riescono a far fronte. La radiografia è rotta, il paziente muore. Il liquido della flebo entra in circolo troppo velocemente, il paziente muore.
Il 10% dei bambini non arriva a un anno; il 17% muore prima dei cinque, soprattutto per malaria (428 casi su mille) e tubercolosi (180 casi su mille). I bambini che riescono a sopravvivere spesso soffrono di patologie legate alla malnutrizione.
È l’emergenza sanitaria, alla quale lo Zambia deve fare fronte con 756 medici governativi (uno ogni 13.200 abitanti nelle città e uno ogni 40 mila nelle aree rurali; in Italia ce n’è uno ogni 100 abitanti) e 10.500 tra infermieri e paramedici (1 ogni 10 mila abitanti). Una delle tante conseguenze della povertà.
L’altissimo debito estero, oltre 7 miliardi di dollari, continua infatti a sottrarre fondi alle strutture sanitarie e sociali. Il bilancio del Ministero della salute per il 2003 è stato di circa 83 milioni di euro all’anno, 8 euro a persona.
Conseguenze sociali
Stigma e discriminazione non permettono a chi è sieropositivo di condurre una vita «normale». La generazione dei 25-40enni, quindi la fascia attiva e più colpita, è decimata, con conseguenze devastanti sui minori.
Negli ultimi anni il numero degli orfani in Zambia è aumentato a dismisura: oggi i minorenni che hanno perso uno o entrambi i genitori sono oltre un milione: il 10% del totale della popolazione. Di questi, circa 630 mila sono rimasti orfani a causa dell’Aids, che colpisce in particolar modo le persone fra i 25 e i 40 anni.
Più del 50% dei bambini senza genitori ha meno di 15 anni. Fra i bambini che frequentano la scuola, gli orfani sono il 48%.
Nel paese non esistono strutture destinate a ospitare i bambini che hanno perso i genitori: fino a pochi anni fa, erano i nonni o gli zii a farsi carico di loro, accogliendoli in famiglia. Oggi questo passaggio non è più «automatico»: il numero degli orfani continua a crescere e spesso le reti parentali non riescono a sostenere da sole tutti i bambini che si ritrovano senza genitori. Ci sono nonni che, ritrovandosi con cinque o più nipoti orfani, riescono ad accogliee in casa solo due o tre, lasciando «sulla strada» gli altri.
Le comunità parrocchiali si stanno interrogando sul «problema orfani» che si pone in questo momento con grave urgenza. Una delle risposte possibili è quella di affidare gli orfani a coppie o vedove che già hanno figli propri, ma che scelgono di «allargare» la loro famiglia. In cambio della loro disponibilità queste persone ricevono dalla parrocchia un contributo per poter sostenere i figli adottivi.

INIZIATIVE PROMOSSE

L’attenzione verso il problema dell’Aids è alta; numerose sono le iniziative sia da parte dello stato, per quanto riguarda le campagne di prevenzione, sia da parte della comunità sociale.
Tali programmi di prevenzione promuovono e incoraggiano l’apertura e il riconoscimento pubblico della malattia, ma c’è ancora molta strada da fare in tal senso. Non è raro che all’interno dello stesso nucleo familiare non si sia a conoscenza della malattia di uno dei membri. Soprattutto nelle zone rurali o nei compound, la malattia è tenuta ancora nascosta, sia per evitare di essere vittime di ghettizzazione, sia perché, dichiarando di essere infetti da tubercolosi (prima e quasi certa conseguenza dell’infezione) e non da Hiv, si è certi di accedere al programma nazionale almeno per la cura della Tbc.
Alle carenze dello stato tentano di supplire le organizzazioni di volontariato e i missionari. Si occupano degli orfani, organizzano scuole comunitarie per garantire l’istruzione di base, aprono ospedali, promuovono campagne di informazione contro l’Hiv, sostengono i care giver, i volontari locali che 2-3 volte a settimana percorrono chilometri a piedi per dare assistenza a domicilio ai malati cronici.
Per fortuna la Zambia ha i suoi angeli custodi (vedi riquadro). Ne abbiamo incontrati due: Astrid Paganini e suor Egidia Di Luca, francescana missionaria, infermiera, presente dal 1960.
Suor Egidia è la responsabile dell’unico ospedale ortopedico, situato nella capitale Lusaka. «Abbiamo cominciato nel ‘95 con 6 posti letto: ora sono 40 – spiega -. Dal 1995 a giugno 2004, sono state effettuate 5.500 operazioni. Ai malati diamo cibo e assistenza, a volte anche il trasporto per riportarli a casa. Per i bambini è tutto gratuito. Facciamo anche le protesi».
Astrid, medico, presente dal 2003 con il marito e i quattro figli, lavora volontariamente nell’ospedale distrettuale governativo di Kafue, a un’ora di strada da Lusaka. Le domandiamo come si difende il paese dall’Aids. «Si promuovono molte campagne di sensibilizzazione, anche le strade sono piene di cartelli informativi, ma non è facile, perché prima di tutto si tratta di un problema culturale. La gente sa che può evitare il contagio con il preservativo, ma lo usa troppo poco. Innanzitutto, perché impedisce la procreazione. Poi perché è difficile associare un atto con una malattia, che magari si manifesta molti anni dopo.
Le conseguenze non sono immediatamente evidenti. A volte chi decide per il test è già all’ultimo stadio e non possiamo fare più nulla. Ma anche verso il test c’è una certa disaffezione. Le donne temono le ire dei mariti che, in caso di sieropositività, le accuserebbero sicuramente di infedeltà coniugale. La morte, poi, in ogni caso, arriva in giovane età. La si accetta con serena rassegnazione. Per la gente sapere che è sopraggiunta a causa dell’Aids o di qualcos’altro è uguale. Anzi, a volte preferisce che l’Aids non venga diagnosticato, perché servirebbe solo a provocare depressione, viste le difficoltà di cura.
Nel paese solo 15 mila pazienti, l’1% di tutti i malati, sono curati con farmaci antiretrovirali, in grado di rallentare la progressione della malattia. Ogni ospedale aderisce a un programma per ridurre la trasmissione del virus da madre a figlio; questo tipo di cura nel 50% dei casi ha successo, ma è molto costosa. Un mese di cura per una persona costa 8 dollari, sempre troppo per una popolazione il cui 75% vive con meno di un euro al giorno.
I tre pilastri su cui si basano le campagne di prevenzione sono: ABC, ovvero A come astinenza; B come be faithful (fedeltà coniugale); in ultima istanza, C come condom. Bisognerebbe cominciare nelle scuole a insegnare la prevenzione; e bisognerebbe utilizzare maggiormente il counseling, servizio di consulenza per le coppie, visto che l’Hiv ha molte implicazioni, non solo legate alla salute, ma anche all’impatto sociale».
Il governo ha diviso lo Zambia in distretti sanitari, a ognuno dei quali destina mensilmente dei soldi. C’è un ufficio distrettuale dove sono situate la direzione generale e la logistica. In ogni distretto ci sono alcuni health centers, che funzionano come i medici di base. Rappresentano il primo gradino del sistema sanitario al quale ci si deve sottoporre obbligatoriamente. Solo se non si è riusciti a risolvere il problema lì, si ricorre all’ospedale.
Una «piaga» dello Zambia è la cosiddetta «fuga dei cervelli». Medici e infermieri sono attratti dagli stipendi più elevati offerti dai paesi circostanti e anche dall’Europa. Chi rimane, o è professionalmente meno bravo, o comunque è meno motivato.
L’ospedale dove opera Astrid è l’unico in un distretto di 240 mila abitanti. Vi lavorano 110 persone tra personale sanitario e non. La struttura è sorta nel settembre 2003 per volere di don Antonio Novazzi e della comunità. Accoglie, in quattro reparti distinti, uomini, donne, bambini e puerpere. Nonostante questo, il 50% delle donne ancora partorisce in casa con l’aiuto di altre donne. Ci sono: laboratorio, radiologia, sala operatoria, cappella per i funerali, perché sarebbe molto più oneroso per i familiari trasportare i morti altrove.
Facendo di necessità virtù, don Antonio ha avviato una falegnameria, dove vengono costruite bare e vendute a costo simbolico, così che tutti possano avere una sepoltura dignitosa. Lavorare in questa terra significa anche questo.

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WILLY AMISI

Il giorno della laurea erano in 84, ora in Zambia sono rimasti solo in 12. Gli altri colleghi hanno lasciato il paese, preferendo Europa e Stati Uniti.
Epidemiologo, 33 anni, madre congolese e padre zambiano, sorriso aperto, il dott. Amisi ha fatto gli studi superiori in Belgio, dove ha trascorso l’adolescenza al seguito del padre diplomatico. Ha una laurea in medicina, conseguita all’Università dello Zambia in 6 anni anziché nei 7 di corso, una specializzazione in epidemiologia, ottenuta in Giappone grazie a una borsa di studio.
«Dopo aver visto tanti paesi e conosciuto diverse realtà, ho deciso di tornare a esercitare la professione di medico in Zambia». Se gli si chiede il perché, il suo sorriso diventa più luminoso: «Devo essere onesto: questa è la mia patria e questo è il mio paese, mi sembra giusto stare qui. Ma soprattutto qui ho possibilità che altrove i miei colleghi non hanno».
Il suo stipendio è molto più basso di quello di un medico che eserciti in un ospedale europeo, ma qui egli ha la possibilità di fare ricerca. Inoltre è membro della Southen Africa Hiv Clinic and Society, associazione professionale che decide sui protocolli di trattamento dei malati di Aids, terapie e distribuzione delle medicine nella zona dell’Africa meridionale, membro di vari comitati e associazioni sanitarie nazionali.
«Lo so – dice sempre senza malizia -, forse un discorso del genere mi fa sembrare un imperatore. Una volta laureato ho fatto un anno di inteato presso l’ospedale universitario di Lusaka. Avevo scelto: avrei esercitato in una realtà statale o comunitaria. Volevo avere contatto con la gente che quotidianamente si rivolge a un ospedale. La situazione sanitaria dello Zambia è grave, moltissimi sono i malati di Aids e coloro che arrivano in ospedale quando è troppo tardi o che non arrivano affatto. Il mio lavoro vuole soprattutto basarsi sulla prevenzione. È mia ambizione portare la salute prima che la gente si ammali. In Africa non basta curare; bisoga fare in modo che sempre meno persone si ammalino».
Poi il volto di Willy Amisi si oscura un poco: «Ho scelto il mio paese perché credo fermamente che altrove non potrei stare bene come qui, perché credo che il mio destino mi voglia qui; ma vedo in Zambia tanti problemi che stentano a trovare una soluzione. Mancano farmaci, strutture, infermiere, ma si assiste a grandi sprechi. C’è chi ha grandi automobili e chi non può pagare le medicine, chi muore perché non c’è il farmaco che lo curi. Amo la politica privata e far sapere la mia opinione, ma non amo i partiti e la politica politicante, non è quella che farà il futuro dello Zambia».

Benedetta Musumeci

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Angeli custodi
Astrid Medema è nata in Olanda 38 anni fa. Sposata con il milanese Franco Paganini, madre di 4 figli, medico dal 1992, con un corso di formazione per lavorare negli ospedali rurali del Sud del mondo, è in Zambia dal settembre 2003, dopo una precedente esperienza nel 1995. Conta di fermarsi nel paese per 2-3 anni.
Un bell’impegno per una madre di quattro figli.
«Ancora prima di scegliere di fare medicina, sapevo di voler andare nel Sud del mondo. L’ho messo subito in chiaro quando ho incontrato mio marito. E lui mi ha capito. Ai figli qualche volta mancano l’Italia, i nonni, la televisione… ma si sono integrati bene. Vanno a scuola con i ragazzi del posto, hanno i loro amici».
Cosa significa essere medico in un paese del Sud del mondo?
«Mi piace molto il mio lavoro e sono convinta di essere molto più utile qui che in Europa. È dura, perché il carico di lavoro è enorme. Siamo solo due medici nell’ospedale e facciamo un po’ di tutto, dalla logistica alla contabilità. Poi c’è l’aspetto psicologico. Ci sono situazioni per le quali non ti senti all’altezza. Vedi persone che muoiono quando sai che in altri paesi si potrebbe salvarle. Allora ti senti addosso una grande responsabilità. A volte ti scoraggi, perché mancano i mezzi; tante volte mi è capitato di piangere perché non ce l’ho fatta. A forza di rapportarsi alla morte, si diventa più duri, più cinici. Altrimenti non si potrebbe continuare a lavorare. Ma se uno sceglie medicina, dovrebbe venire qui a svolgere il suo lavoro. Qui se non ci sei tu, non c’è nessun altro».

Suor Egidia Di Luca è in Zambia da 44 anni. È arrivata nel febbraio 1960 quando aveva appena 19 anni. È originaria di San Cipriano d’Aversa (CE) e dal 1958 appartiene alla congregazione delle suore francescane missionarie di Assisi. Partita da Venezia in nave con due consorelle, è giunta a Beira in Mozambico dopo 19 giorni di navigazione. Un viaggio lungo e disagevole e pochissime informazioni sulla destinazione.
L’impatto con l’Africa è stato duro?
«Non conoscevamo la lingua; eravamo in una casetta nella foresta, senza luce, con pochi farmaci e tantissima gente che veniva a farsi curare. Di giorno eravamo infermiere e di notte sarte, per vestire i bambini, quasi tutti nudi. Ci sono stati anche momenti brutti. In un periodo venivamo continuamente attaccate: rubavano, ci tagliavano i fili del telefono… Quella volta ho rischiato l’esaurimento e sono tornata in Italia per un po’. In Italia ho avuto un incidente gravissimo: quattro mesi di ospedale e un anno per riprendermi. Mi sconsigliavano di tornare in Africa, ma questa è la mia casa».
Grazie al diploma di infermiera, dal 1995 suor Egidia gestisce l’unico ospedale ortopedico dello Zambia, che si trova nella capitale. «Quando mi sono ripresa dall’incidente, sono ripartita. Arrivata qui, ha cominciato a farsi strada l’idea dell’ospedale. Abbiamo acquistato un edificio dell’ex presidente Kaunda e poi, un po’ alla volta, l’abbiamo fatto ristrutturare. Le prime operazioni i medici le facevano in ginocchio, per terra. Poi le cose sono migliorate. Abbiamo avuto molti contributi dall’estero».
Una vita lontana dal paese di origine e dai propri cari, mai pentita?
«Ora che sono anziana (64 anni, ndr) sento di più la fatica, ma non mi sono mai pentita della scelta. Quando ho deciso di partire avevo 19 anni e i miei genitori non erano d’accordo. Il distacco è stato difficile; ero molto legata a mamma e papà. Quando la nave si è staccata dal porto sembrava che mi si spezzasse il cuore. Mio padre mi guardava impietrito. Poi, nel tempo, è passata. Ho trascorso quasi tutta la vita in Zambia, con tanta soddisfazione, anche perché la gente mi ha sempre voluto bene. Questo ospedale è tutta la mia vita».
Ro.Go.

Romina Gobbo




DOSSIER ZAMBIASolidarietà – Carezze a domicilio

Il programma di lotta all’Aids, promosso dalla diocesi di Lusaka, coinvolge migliaia di volontari.

Legato il foulard rosso sulla testa, sistemata la grossa borsa grigia sulla spalla, Mami Monica saluta la nipotina e si incammina lungo la strada polverosa. Questa mattina percorrerà a piedi 10 km, sotto la canicola africana, per portare aiuto alle persone che assiste nel suo quartiere. Questo non è per lei un giorno eccezionale, ma la normalità. Ormai da anni ripete gli stessi gesti due o tre volte alla settimana.
Mami Monica è una delle 75 caregivers (assistenti volontari) che a Kafue partecipano al Community Home Based Care Program (programma di assistenza domiciliare comunitario). Vi collabora dal 1993, quando, dopo la morte del marito si è trasferita a Kafue, dove oggi vive con la famiglia. Abita nel Chawama compound, un quartiere povero ma dignitoso, con piccole case di mattoni, circondate dagli alberi di mango, non ammassate ma disposte ordinatamente.
I l Community Home Based Care Program dell’arcidiocesi di Lusaka nasce ufficialmente nel 1994 per dare una struttura di cornordinamento a tutti i progetti nati spontaneamente sul territorio per combattere il dilagante problema dell’Hiv. Già alla fine degli anni ’80, infatti, all’interno di alcune comunità erano nati i primi gruppi di volontari che nel 1992 iniziarono le prime attività assistenziali. Due anni dopo, i responsabili sentirono l’esigenza di unificare gli sforzi, dando vita ad un unico grande progetto.
Oggi il programma è una realtà consolidata che conta sessanta sedi e coinvolge circa 3.500 volontari, offrendo assistenza domiciliare a 12 mila persone.
Il Community Home Based Care Program prevede 5 aree d’intervento: assistenziale, medica, formativa, amministrativa e assistenza agli orfani. Ogni area ha un suo supervisore.
«Il nostro obiettivo – afferma Kennedy Mpandamwike, responsabile del programma – è quello di fornire alla persona un’assistenza olistica (holistic care), ovvero un intervento che non mira soltanto alla cura fisica e materiale della persona, ma anche a quella spirituale e psicologica».
Un aspetto importante del programma è quello della prevenzione. È stato infatti attivato un progetto sul cambiamento delle abitudini, che prevede una formazione sulla sessualità responsabile. Le varie sedi sono legate alle realtà parrocchiali dell’arcidiocesi e sono gestite da un manager agent e da un cornordinatore.
L’organizzazione opera sul territorio attraverso dei volontari, i «caregivers». Ogni volontario assiste tre o quattro pazienti che visita regolarmente due o tre volte alla settimana. I volontari devono necessariamente operare nella zona in cui abitano. «È bello pensare che una persona si prenda cura di chi gli vive accanto – afferma Kennedy Mpandamwike -; questo ci permette di contare su persone che conoscono approfonditamente le situazioni in cui sono chiamati ad operare».
Il programma prevede la distribuzione gratuita di cibo e di medicine: le medicine per i malati di Tbc sono finanziate dall’Organizzazione mondiale della sanità. I volontari sono seguiti nella loro attività dai vari responsabili che organizzano momenti periodici di verifica. Alcuni di questi incontri prevedono attività di formazione con psicologi e religiosi.
Il personale del programma non è interamente volontario ma vi sono anche medici e infermieri stipendiati. A loro, però, è chiesto, prima di essere assunti, di svolgere tre mesi di volontariato in modo da iniziare a conoscere le dinamiche dell’organizzazione. L’intero progetto è finanziato da donazioni provenienti da varie Ong, come Cafod, Cristian Aid, Comice Relief (Inghilterra), Misereor (Germania), Catholic Relief Service (Usa) e Irish Aid (Irlanda).

A rriviamo alla casa di Mami Monica percorrendo la strada principale che collega Lusaka a Kafue. Poche centinaia di metri dopo il centro della città svoltiamo a sinistra imboccando una strada sterrata.
Mami Monica ci attende davanti alla porta di casa e ci invita ad entrare. Insieme a lei c’è Moses, un altro volontario. Ci accomodiamo nel piccolo salotto. Alle pareti sono appese le foto della sua numerosa famiglia (3 figli, 6 figlie e 24 nipoti), accanto al poster di Ronaldo.
«Non è facile trovare il tempo di assistere queste persone e per noi donne è ancora più dura, ma è una cosa che sentiamo dentro» ci confida Monica. Lei infatti, come la maggior parte delle donne di Kafue, è costretta a lavorare per poter sfamare la famiglia. Gestisce un piccolo banchetto al mercato del compound, dove vende legumi e pomodori.
Moses ci racconta del particolare legame che con il tempo si riesce ad instaurare con il paziente e i suoi familiari. «Quando vai da loro, gli dai la luce» ripete.
Seguiamo i due caregivers lungo la strada che porta verso Cassengere, il compound vicino a Chawama, dove si trova la casa della prima assistita: si chiama Rosebanda. L’abitazione è formata da un’unica piccola stanza, coperta da un tetto di lamiera, che rende l’aria soffocante. Ad attenderci sulla porta troviamo il marito e una vicina di casa. Entriamo nella stanza e troviamo la paziente seduta sul letto. È malata di Tbc e da alcuni giorni non riesce a mangiare. La Tbc ha attecchito facilmente nel suo corpo debilitato dall’Aids.
Monica si siede accanto a lei e le tiene la mano. Ad un tratto la donna comincia a piangere: la sua unica figlia, che vive a Lusaka, si rifiuta di venirla a trovare. L’Aids è ancora troppo spesso visto come uno stigma, una colpa, un qualcosa di cui vergognarsi. Monica cerca di consolarla sussurrandogli alcune parole all’orecchio. Non comprendiamo il senso di queste parole, ma il suo sguardo e le carezze sono quelle di una madre che accudisce il proprio bambino.
Dopo alcuni minuti Monica afferra la borsa ed estrae un pacco di farina arricchita con vitamine e zuccheri e lo consegna al marito della donna. Prima di uscire sostiamo un attimo in silenzio e Moses pronuncia una preghiera per la donna. «Signore ti preghiamo aiuta questa donna, sappiamo che a te nulla è impossibile» sospira a bassa voce.
Oltre a portare cibo e medicinali, insieme al sostegno psicologico, i caregivers aiutano i familiari dei malati nelle faccende domestiche. «Il nostro ruolo – spiega Moses usciti dalla casa – è sempre quello di mettere in contatto queste persone lasciate sole con i parenti. Vedere la famiglia che si riavvicina al malato è una cosa meravigliosa».

R iprendiamo il cammino lungo la strada in salita e arriviamo alla casa del secondo paziente. È assistita da una delle figlie, anch’essa malata di Aids.
Mami Monica e Moses si siedono vicino alla donna e conversano con lei. Quindi la caregiver estrae dalla borsa farina, medicine e un unguento e consegna tutto alla figlia. Dopo aver invocato l’aiuto di Dio, usciamo per continuare il cammino e visitare l’ultima casa.
Vi arriviamo in pochi minuti, ma la donna che dovevamo incontrare sta riposando. Monica decide di proseguire verso casa; ci toerà più tardi. Imbocchiamo un sentirnero in discesa che dalla collina ci riporta verso il nostro pulmino. Salutiamo e ringraziamo Mami Monica e Moses. Prima di lasciarci chiediamo a Moses qual è il significato della parola Chawama. «Cosa buona» risponde sorridendo. Non poteva essere altrimenti.

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JOHN HOSPICE

Al John Hospice si va per morire, ma si va anche per imparare a vivere. Per 4 mesi, uomini, donne e bambini vengono accolti nell’ospedale per affrontare serenamente la malattia in ogni stadio della sua evoluzione. I pazienti vengono curati e assistiti nello spirito che anima il progetto Kara Counselling.
Nato inizialmente come consultorio, questo progetto, di cui John Hospice fa parte, si è espanso fino alla creazione di ospedali che danno la possibilità ai malati più gravi di ottenere le cure necessarie a una degna sopravvivenza, o a una morte dignitosa, quelle cure che l’home based care non può arrivare a fornire.
Grazie al sostegno di vari donatori, come le fondazioni Elthon John, Bill Clinton, Christian Aid e Comice Relief, possono essere effettuate analisi, come i Cd-4, e somministrate medicine costose, garantendo un miglioramento delle condizioni del paziente.
«Sta molto meglio grazie alle cure, prima di venire qui era irriconoscibile» dice Josef, mentre accarezza i capelli della sua bimba di soli 4 anni, che porta ancora intorno alla bocca i segni devastanti della malattia. Tanti bambini come lei hanno riavuto la possibilità di vivere una vita normale, almeno per un poco. «Ma tra qualche giorno dobbiamo andare via e non ho più soldi per curarla» continua il padre.
L’Aids colpisce senza guardare in faccia nessuno: lo sanno bene i malati, i medici e i volontari al John Hospice; ogni giorno lottano per ridare un volto sereno alla vita e alla morte.



Michele Luppi




DOSSIER ZAMBIAGuardando al futuro

Con i missionari fidei donum ambrosiani

Arrivati nel 1961 nello Zambia (allora Rhodesia del nord), per prestare assistenza religiosa agli italiani impegnati nella costruzione della diga di Kariba, i missionari fidei donum della diocesi si sono presto occupati della popolazione circostante. Oggi sono presenti in sei parrocchie: due nella diocesi di Lusaka e quattro in quella di Monze.

«Essere cristiani è una cosa buona, importante, perché è Dio che ti dà la forza per risolvere i problemi» dice Mary. «Ogni mattina alle 6 vado a messa; se parto senza essere andata prima a messa è come se mi mancasse qualcosa» dice Sherry.

FEDE VIVA ED ENTUSIASTA


Mary e Sherry: due persone molto diverse. La prima è una povera donna che vende pomodori al mercato; la seconda, una ricca banchiera. Sono accomunate dalla fede intensa.
Questo è abbastanza consueto nello Zambia, «dove la fede è una cosa viva, capace di fare sacrifici, una fede che si entusiasma – spiega Olinto Ballarini, prete fidei donum della diocesi di Milano, nel paese da 14 anni e da cinque procuratore dell’arcidiocesi di Lusaka -. Qui, quando si celebra l’eucaristia, si celebra la vita».
«Questa gente vive la fede come qualcosa che riempie loro la vita – incalza don Antonio Novazzi, responsabile della parrocchia di Kafue, a pochi chilometri da Lusaka -. Gli zambiani pregano assieme con grande profondità ed entusiasmo. Quando assistono a una celebrazione eucaristica lo fanno con forte coinvolgimento interiore, ma anche in maniera attiva: ballano e cantano a gran voce».
La gente crede sinceramente, ma a volte le omelie non bastano. D’altra parte, una chiesa giovane come quella zambiana ha bisogno di diffondere il più possibile il proprio messaggio. Ha bisogno di visibilità, anche per manifestare la propria vitalità alle altre religioni che stanno prendendo piede. Servono immagini, segni, simboli. E che cosa c’è di più significativo di una chiesa?

PUNTO DI RIFERIMENTO

Per questo, nell’arcidiocesi di Lusaka, in Pope Square, proprio nel centro della città, sta sorgendo una cattedrale dedicata al Bambin Gesù. Ce ne parla don Olinto. «La cattedrale celebrerà la gloria di Dio, sarà il luogo del dialogo tra Dio e l’uomo, il centro della comunione di tutti i cristiani con il vescovo. Sarà un punto di riferimento per la comunità, che giornisce con gli sposi che si apprestano a celebrare il matrimonio e piange con i familiari che stanno vivendo un lutto. Per me la chiesa è un luogo di consolazione per gente che ha bisogno di essere rincuorata, motivata. Sarà la casa di tutti; il povero e il bisognoso troveranno in questo luogo supporto e consolazione. Qui ci si potrà donare agli altri, dare la vita per i fratelli. L’edificio sarà bello, fatto per aprire il cuore».
Con 22 metri di altezza, una superficie coperta di 2.400 metri quadrati, un’arcata di 15 metri e 2.000 posti a sedere, sarà anche maestosa. «Certo – riprende don Olinto -. Si dovrà vedere da lontano, come un faro che indica la direzione. Per questo, sulla sommità della facciata, è stata issata una croce in ferro alta sette metri e mezzo. La chiesa sarà anche molto luminosa, con la luce che entrerà dall’alto e si espanderà in tutto l’edificio. La forma ricorda due mani in posizione orante».
I lavori procedono abbastanza speditamente. Al momento della nostra visita (novembre 2004) sono al 60% dell’intera opera: fondamenta e sovrastruttura sono complete; travature in acciaio e tetto quasi sistemati; sono iniziati i lavori in muratura e sta per essere installato l’impianto elettrico; poi toccherà alle rifiniture. Buona parte del materiale in metallo, comprese le lamiere per la copertura, provengono dal Sudafrica. I portali e lavori in legno, invece, vengono dalla falegnameria della Saint Ambrose training center, una scuola di formazione professionale di Kafue gestita da volontari italiani.
L’altare fu realizzato in occasione della venuta di Giovanni Paolo ii nel 1989. Al santo padre l’arcivescovo di Lusaka J. Medardo Mazombwe chiese di benedire la prima pietra della cattedrale, la cui costruzione è iniziata poi ufficialmente nel 2000, su disegno dell’architetto Ron Kirby.
Simbolo nel simbolo è il crocifisso in legno di rose, che sarà situato dietro l’altare. Vi sta lavorando un giovane scultore locale, Charles Chambata. Il corpo del Cristo, nero, è deposto su una croce alta quasi due metri. Sul capo del Salvatore la corona di spine è in metallo.
La conclusione dei lavori della cattedrale è attesa per l’estate 2005. Il tempio sacro costerà un milione e mezzo di dollari. Contributi sono arrivati da organizzazioni inteazionali inglesi, italiane, tedesche, olandesi e dalla Conferenza episcopale italiana. Anche le chiese sorelle, le organizzazioni cattoliche, le parrocchie della diocesi, la gente zambiana hanno collaborato molto.

SPERANZA NEI GIOVANI

Nell’area circostante la cattedrale, saranno realizzati la curia, un teatro, un centro giovanile per 400 ragazzi, alcuni alloggi per studenti e gli uffici pastorali. Ci saranno anche una casa per i preti e una per i volontari. In questo complesso si svilupperanno attività sociali e culturali.
La diocesi di Lusaka, 62 mila kmq e 2,6 milioni di abitanti, conta oltre 850 mila cattolici, 4 vescovi (titolare e ausiliare e due emeriti), 800 tra preti e religiosi, 2 mila laici e 3,5 mila volontari locali, distribuiti in 55 parrocchie.
A queste, presto se ne aggiungerà un’altra. «Si chiamerà Saint Moritz, in ricordo di Maurizio, un giovane geometra di Como – racconta don Olinto -. In occasione di un suo viaggio in Zambia, un padre missionario gli aveva chiesto di disegnargli una chiesa e lui aveva abbozzato un primo progetto. Qualche tempo dopo la tragedia: si è inaspettatamente tolto la vita. Ho incontrato la mamma, qualche tempo fa, mi ha espresso il desiderio di quella chiesa. La stiamo realizzando».
La collaborazione tra la mamma di Maurizio e don Olinto rispecchia, sul piano privato, quella assolutamente vitale per lo sviluppo del paese subsahariano tra istituzioni locali e inteazionali. «Tutte le iniziative di solidarietà sono buone – continua il sacerdote -, non solo la cancellazione del debito, ma anche gli scambi commerciali».
Don Olinto, come vede il futuro? «La vera speranza di questo paese sono i giovani. Anche per quanto riguarda la salute della popolazione. A partire dai giovani che sopravviveranno all’Aids, verrà fuori una nuova generazione, più forte. Questa è la vitalità dello Zambia. Un fervore di cui la nuova cattedrale vuole essere segno evidente».

ARTEFICI DEL PROPRIO FUTURO

Dal centro di Lusaka ci spostiamo a Lilanda compound, un polmone della capitale che vive e respira indipendentemente dalla città. Quanti bambini corrono, sorridono, quanta vita per le strade sterrate, le piccole abitazioni, i baracchini dove si vende di tutto! Nel bel mezzo di questo mondo una scuola, un’aula colorata e accogliente, allegra, banchi e sedie nuovi, quadei, penne, stoffe, pennelli e pittura.
All’interno di Lilanda abbiamo conosciuto suor Rita Serao: è tra questi bambini che lei, suora comboniana, ha iniziato il suo progetto di scuola professionale per ragazze orfane tra i 15 e i 18 anni. «Creare la possibilità di un lavoro è ciò che può dargli la spinta per continuare a lottare e ad andare avanti anche in mezzo a molte difficoltà» comincia suor Rita a spiegarci lo scopo del suo lavoro nel compound.
«Sono le ragazze che educheranno i figli: introdurle nella società significa educare un’intera famiglia – continua la suora -. Dobbiamo dare loro un’educazione di base e insegnare un mestiere con il quale, uscite dalla scuola, potranno vivere; cercheremo di rendere le ragazze capaci di gestire una piccola attività, in modo da diventare indipendenti economicamente».
Il progetto è partito nel mese di novembre 2004; le ragazze sono circa 50 e l’obiettivo è formarle a livello umano, spirituale e accademico, cercando di far emergere i talenti artistici e le proprie predisposizioni, inoltre si propongono di creare borse di studio per ragazze orfane che non hanno ancora l’età per frequentare la scuola secondaria.
«La situazione di queste ragazze è spesso drammatica, troppo spesso sono vittime di abusi sessuali – spiega suor Rita -. Noi cerchiamo di dare loro anche un’assistenza psicologica e conduciamo una formazione di prevenzione contro l’Hiv, inoltre provvediamo a fornire loro un pasto giornaliero. Alla fine del corso, che durerà due anni, le ragazze riceveranno un’assistenza di micro credito per poter iniziare concretamente un’attività commerciale».
Tale progetto nasce proprio all’interno del compound, a stretto contatto con la vita quotidiana delle ragazze, del loro mondo; non vengono sradicate dalla comunità, ma hanno la possibilità di crescere e di essere educate proprio all’interno, là dove porteranno i frutti del loro studio e successivamente del loro lavoro.
A qualche chilometro dalla capitale, a Kafue, ce n’è un altro molto simile, gestito anch’esso da italiani: il Saint Ambrose training center (scuola professionale). La prima cosa che colpisce arrivando al centro è il laboratorio di falegnameria, i lavori dei ragazzi sono eccezionali, mobili di altissima qualità, creati con legname pregiato di cui lo Zambia è ricco: teck, ebano, rosewood.
Pietro Radaelli, volontario del Celim (Centro laici italiani per le Missioni, Milano), ci racconta il progetto di scuola creato a Kafue, in cui ragazzi e ragazze sono avviati al lavoro attraverso corsi di cucito, informatica, falegnameria, elettricità e meccanica.
«Quello che cerchiamo di fare – racconta Pietro – è insegnare loro un mestiere per avere uno sbocco nel mondo del lavoro; tutti gli insegnanti sono zambiani, molti dei quali usciti proprio da questa scuola. Il nostro obiettivo è quello di consegnare loro la gestione dell’istituto, entro il 2007, perché diventino essi stessi gli artefici del proprio futuro».

SCUOLA COMUNITARIA

A Kafue e Mazabuka i preti fidei donum di Milano gestiscono due Community School. Con questo nome si intendono scuole gratuite per bambini e ragazzi che non hanno la possibilità di pagarsi l’istruzione e che spesso provengono da situazioni difficili, nella metà dei casi sono orfani di entrambi i genitori. Benché non siano sovvenzionate dallo stato, le Community School sono riconosciute a livello nazionale: alla fine della terza media gli alunni affrontano l’esame statale, ricevono il diploma e possono accedere alle classi superiori.
Il problema dell’istruzione sta diventando sempre più grave in Zambia. Durante la presidenza di Kaunda, cioè fino alla metà degli anni ‘90 l’istruzione era gratuita e garantita a tutti; ora, invece, le scuole statali sono diventate a pagamento; inoltre gli studenti devono pagarsi la divisa e il materiale scolastico. Molti in questi ultimi anni hanno abbandonato gli studi e sempre meno famiglie riescono a mandare i loro bambini a scuola.
Nella scuola di Mazabuka abbiamo incontrato Brian, un ragazzo che, accompagnandosi con la chitarra, ci fa ascoltare la canzone che ha scritto per la sua patria nel 40° anniversario dell’indipendenza. Nelle sue parole traspare il senso di tanti suoi sacrifici e sofferenze.
Brian ha 18 anni; è orfano e, come racconta padre Maurizio Canclini, è determinato e testardo nel pretendere per sé un futuro migliore. Lo sta cercando e ottenendo proprio a Mazabuka dove riceve un’istruzione e affina le sue grandi doti di artista. Infatti, oltre a comporre canzoni, Brian ha dipinto i murales che abbelliscono le aule della sua scuola.
La scuola comunitaria di Mazabuka, piccola città a circa 200 km a sud di Lusaka, è un progetto per ragazzi orfani, con abitazioni ed edifici scolastici, gestito dal Coe (Centro orientamento educativo), un’associazione milanese di laici volontari cristiani impegnati nella formazione integrale degli adolescenti.
«È proprio in questo periodo – spiega padre Maurizio – che i ragazzi devono essere educati, non solo nelle materie scolastiche, ma soprattutto sui problemi della vita; per questo abbiamo deciso di fare campagne per la prevenzione del virus Hiv e sensibilizzare i giovani su questa piaga che ha lasciato senza entrambi i genitori la metà di loro».
La scuola va dall’asilo alle nostre medie; poi i ragazzi hanno la possibilità di proseguire con corsi di pittura, scultura o informatica, a cui possono accedere anche gli estei con il pagamento di 50 mila kwacha a livello (circa 10 euro). «Questo ci permette di raccogliere un po’ di fondi per la scuola – spiega padre Maurizio – e pagare i 22 insegnanti, tutti zambiani. La vendita delle opere prodotte nei corsi di arte ci consentono di pagare gli artisti».
La scuola comunitaria di Kafue, dove vive da tanti anni padre Antonio Novazzi, è un’altra storia. Nata negli anni ‘70 come città industriale modello, ma soffocata dai problemi causati dal crollo economico e dalle nuove leggi di mercato, Kafue rimane solo un sogno del passato; tante persone non hanno più speranza in un futuro migliore.
Molti giovani gravitano intorno alla parrocchia di padre Antonio e tanti hanno la possibilità di studiare grazie proprio alla Community School. «Le liste di attesa per entrare in questa scuola sono lunghissime: quasi 400 ragazzi studiano da noi – racconta padre Antonio -. Ma ci vogliono fondi per mandare avanti un progetto come questo. Scuole come queste nascono soprattutto dall’esigenza di dare un’istruzione ai ragazzi orfani, quindi l’insegnamento è gratuito; chiediamo solo una collaborazione nella realizzazione e nel mantenimento degli edifici scolastici sia da parte dei genitori, quando ci sono, che dei ragazzi. Inoltre, è nata l’idea di fornire un servizio a pagamento di mulino, per macinare il grano e il mais: oltre ad aiutare la scuola rende la comunità partecipe e responsabile delle attività».
La Community School di Kafue è nata nel 1999, quando padre Antonio chiese ai ragazzi che avevano terminato la scuola superiore di aiutarlo nell’insegnamento, coniugando così il loro lavoro con la solidarietà nei riguardi della comunità e dei propri figli. «Abbiamo cominciato a riunire gli alunni sotto una pianta – racconta padre Antonio -, poi sotto le verande e, dopo due anni, abbiamo deciso di raccogliere fondi per costruire una vera scuola: così è partito il progetto».
Benché la vita sia difficile per tutti in Zambia, per bambini e adolescenti essa non è affatto spensierata. Anzi, proprio alla loro età vivono i drammi più grandi, come la morte dei genitori, la malattia, la fame. È qui che entrano in gioco persone come padre Maurizio e padre Antonio, persone che spendono la loro vita per aiutare questi giovani a emergere dalla situazione in cui si trovano, a crearsi un futuro che, grazie anche a loro, potrà essere migliore.

BOX 1

NON PIÙ ORFANI

Ha 48 anni e un sorriso che lascia il segno: è Theresa Chilesh. Quando ha saputo che la comunità di Kafue cercava persone disposte ad adottare bambini rimasti orfani a causa dell’Aids, si è subito offerta e, a ottobre 2004, è diventata la prima «abitante» del Children’s home village a Kafue: un villaggio destinato a ospitare coppie o vedove che scelgono di accogliere bambini rimasti senza famiglia e senza tetto. Altre coppie si preparano a occupare le altre case del villaggio in costruzione. Quando il progetto del villaggio sarà completato, ospiterà 50 bambini, distribuiti in 10 famiglie.
Nella sua casa, semplice, ma dignitosa, Theresa è la nuova mamma di Clifford, 11 anni, figlio di un suo fratello, e Maxwel, 9 anni, vissuto per un mese da solo nella foresta, rifiutato dai suoi nonni. A novembre è arrivato Gift, il più piccolo. È malato e la nuova mamma ne è molto preoccupata.
Theresa ci racconta pure la sua storia personale: sposata nel 1972, rimasta vedova nel 1992, si trasferì con i due figli a casa dei genitori. Quando il «pane» cominciò a scarseggiare, tentò la fortuna a Kafue. Qui è riuscita a sopravvivere raccogliendo il pesce che i pescatori spesso abbandonano lungo il fiume, per noncuranza o perché ubriachi. Non sempre la fortuna era benigna: a volte doveva pagare il pesce, soddisfacendo le voglie dei pescatori. Una brutta storia che Theresa ha lasciato alle spalle.
Ora la comunità parrocchiale si è stretta attorno alla sua nuova famiglia. Per sostenere i tre bambini, le viene garantito un piccolo assegno mensile.

A Mazabuka, 55 km a sud di Kafue, la comunità parrocchiale locale, affidata al fidei donum milanese don Maurizio Canclini, sta sperimentando da due anni un altro progetto a favore degli orfani, soprattutto adolescenti. Sono 5 casette, chiamate «Arche»; formano un piccolo villaggio su una proprietà della parrocchia; ogni Arca ospita una decina di ragazzi orfani. Nelle Arche i ragazzi imparano a convivere, gestire le piccole faccende domestiche, rispettare ciascuno i tempi degli altri. A volersi bene. Su di loro veglia lo «zio»: un ragazzo di qualche anno più grande degli altri, cui viene affidata dalla parrocchia la responsabilità di ogni casa.
La vita nelle Arche cerca a fatica di assumere colori e contorni della quotidianità. Durante il giorno i ragazzi vanno a scuola o al lavoro; alla sera si ritrovano tutti insieme. A volte la serata scorre serena, altre volte nascono attriti e piccoli litigi. Nell’Arca n. 3 è spesso la chitarra dell’energico Brian, che ha un grande talento di pittore e coltiva ambizioni di successo, ad accompagnare le serate degli altri ragazzi.
I giovani delle Arche sono ormai 52. Fra di loro, 13 ragazze, che condividono una delle cinque case. Fra gli «zii» che vegliano sui ragazzi ce n’è uno del tutto speciale: si chiama Celeste. Quando è arrivato dall’Italia, un anno fa, doveva fermarsi solo un mese. Invece «zio» Celeste è ancora lì, a fare da angelo custode ai «suoi» ragazzi. Mangia, dorme, vive con loro, in una delle cinque Arche. Condivide con loro le ristrettezze e la fatica del vivere insieme. Organizza la coltivazione dell’orto, la cura del pollaio e la gestione del barbershop, tre attività che la parrocchia ha affidato alle Arche con l’obiettivo di responsabilizzare i ragazzi.
Mentre parla della vita nelle Arche, arriva un ragazzo che gli racconta concitato di una piccola rissa in cui è stato coinvolto. Celeste lo ascolta, poi lo rimprovera. La scommessa di recuperare i ragazzi a una vita normale è un sentirnero in salita, ma lungo la strada già i primi fiori stanno sbocciando.

Roberta Voltan

Romina Gobbo e Elena Martelli