EBRAISMO

Il sentirnero di Isaia

Negli anni ‘50, Giorgio La Pira (sindaco di Firenze tra gli anni ‘60 e ‘70) girava il mondo avvertendo che tutte le guerre erano vecchi aesi, perché il terzo millennio sarebbe stato il millennio dei bambini, dei monaci, dei poeti, dei poveri, degli artigiani… Lo diceva a tutti i potenti dell’epoca e proponeva la profezia del «sentirnero di Isaia» (Is. 2,2-5). In essa Israele, per diritto e per grazia, ha il ruolo di guida dei popoli verso il monte del Signore: perché tutti imparino la Torah e disimparino l’arte della guerra, convertendosi a relazioni di pace.
In realtà tutto sembra andare al contrario. La guerra contro il terrorismo lo alimenta e ingrassa. Le elezioni, che avrebbero dovuto condurre i palestinesi alla democrazia, portano un estremista a essee il capo. Si vuole la pace in Medio Oriente e Hamas ha nei suoi programmi la distruzione dello stato d’Israele che, per difendersi dagli attacchi, finisce per costruire un muro. Crescono violenza, illegalità e ingiustizia. La paura domina i giorni e le notti. Ma è solo la polvere che copre la superficie. Scendendo a un livello più intimo ci accorgeremo che i «segni dei tempi», i tempi di Dio che parla e ci chiede di essere segno visibile della sua immagine e somiglianza nel mondo, sono nell’ordine della profezia. Per capire come coglierli occorre intendersi sul significato delle parole che usiamo.
Il termine oggi più abusato e malinteso è «religione». La religione nasce dalla paura del limite umano, della morte: sentimento profondamente umano, che accomuna tutte le religioni. La divinità è percepita contemporaneamente come causa del proprio limite e come meta del proprio desiderio.
Spazi (templi/chiese) e tempi (sacrifici/liturgie) sacri sono il pedaggio che l’uomo paga in cambio della protezione divina. L’uomo religioso crede in un Dio, reale o immaginario, con cui viene a patti, pur di avere protezione, assistenza, sicurezza, garanzia. La forza della religione risiede nella tradizione, per sua natura ripetitiva, immobile, immodificabile e per questo rassicurante.
Fede è il contrario di religione. Nasce da un incontro personale e fisico con qualcuno con cui si instaura un rapporto di conoscenza e di sentimenti, che diventano comunione e scambio di vita. Non espressione di paura, ma atto di amore, la fede non è legata al tempo e allo spazio; quindi non ha bisogno di liturgie o di tradizioni e può essere vissuta ovunque, perché si fonda sull’esperienza personale. L’orizzonte dell’incontro non è più il cielo da scalare, ma la terra/umanità.

In questo senso ebraismo e cristianesimo si differenziano da ogni altra religione, perché presuppongono una fede in un Dio incarnato nella storia d’Israele e nella carne del Figlio di Maria.
Infatti, sul Monte Sinai Israele riceve non la legge, ma la Torah, cioè la persona stessa di Dio, che non si esaurisce nelle norme. Israele non riceve semplicemente una rivelazione, ma dialoga con Dio e la sua unicità consiste nell’identificazione del popolo con la propria religione. Risposero gli ebrei a una sola voce: «Tutto quanto il Signore ha detto noi faremo e ubbidiremo». In questo sta la grandezza di Israele: si fida ciecamente di Dio; ed è questo Dio che deve annunciare al mondo, se questo mondo deve salvare.
Nel giorno dello Yom Kippur (giorno dell’espiazione), il sommo sacerdote entrava nel santo dei santi del tempio di Gerusalemme con gli abiti sacerdotali della solennità: sulla fronte portava la vite d’oro, simbolo dell’unità del popolo d’Israele; sul petto teneva l’efod, una stoffa rigida a forma di rettangolo su cui brillavano 12 pietre preziose, simbolo delle 12 tribù d’Israele; sulle spalle un mantello nel cui orlo inferiore erano cuciti 72 campanelli, simbolo dei popoli che abitavano la terra.
La liturgia nel tempio di Gerusalemme aveva queste tre caratteristiche: richiamava l’unità (vite d’oro), esprimeva la diversità (efod) e assumeva l’universalità, includendo anche i popoli pagani (campanelli). È tempo di riprendere questi temi e viverli nel nostro oggi.

Don Paolo Farinella

Più vicini a dio, più luce ci sarà

L’ebraismo ha così tanti precetti, positivi e negativi, rivolti a Dio e al prossimo, che essere ebrei non è solamente una concezione religiosa, bensì un modo di vivere molto difficile. Suo fondamento è la Torah, già in sé un paradosso. È particolare, perché vi è scritta la storia del popolo ebraico, da Abramo fino alla morte di Mosè, e contiene i precetti; ma è universale, perché riguarda tutte le creature del mondo. Se Dio avesse voluto dare la bibbia solo a Israele, l’avrebbe iniziata con la sua storia e non con la creazione! Noè non era ebreo, eppure è scritto che un uomo giusto era nella sua generazione. Non è necessario essere ebrei per essere giusti e degni di entrare in paradiso vicino a Dio benedetto, ma bisogna essere persone rette.
I comandamenti che Dio ha dato all’umanità fondano la morale del mondo in cui ci riconosciamo. La morale ebraica viene dalla Torah, perciò è divina e immutabile. Dio sa dove l’uomo sbaglia, perché l’ha fatto lui, perciò gli ha posto degli argini. Esiste però anche la morale del mondo contemporaneo che cambia con le esigenze delle generazioni e dei popoli. Se fossimo veramente religiosi, cioè capaci di percepire la santità di Dio in ogni azione e creatura vicino a noi, il nostro rapporto con Dio e col prossimo sarebbe totalmente diverso. La pace sarebbe una conseguenza scontata.
Si guardano spesso i punti in comune tra le varie religioni, ed è davvero importante. Ma bisogna anche guardare le differenze, conoscendole si abbattono i pregiudizi. Sono la paura e la non conoscenza che ci fanno fare cose non giuste; quindi bisogna ampliare la conoscenza: è fondamentale.
A Milano abbiamo appena fondato il Forum delle religioni. Un traguardo enorme, con tutti i rappresentanti delle religioni: cristiani, ebrei, musulmani, buddisti, scintornisti. Ma è solo l’inizio di una reciproca conoscenza, da estendere alla base e non limitare ai vertici.
I l popolo di Israele è chiamato a essere popolo «eletto». Traduzione imprecisa. La radice della parola ebraica vuol dire «capace»… di distinguersi dagli altri popoli per l’osservanza dei precetti divini della Torah ed essere d’esempio.
Però siamo esseri umani e sbagliamo. In Israele si dice: la vita non è un pic-nic! Sarebbe bello se lo fosse, invece è spesso sofferenza. Che fa crescere e capire certe cose. Ci rendiamo conto dell’importanza di un bene o di una persona solo quando le perdiamo.
È così anche per la pace: dovremmo apprezzarla di più quando l’abbiamo, quando viviamo in un momento di pace. La pace biblica è una pace «completa». In ebraico le parole saluto, essere completi e Gerusalemme hanno la stessa radice, quindi c’è un legame fra di esse. Quando si incontra qualcuno in Israele il saluto, shalom, è augurio di poter essere completo, di non avere nessuna mancanza.
Tra gli esseri umani, quando due persone fanno pace, uno dei due ci rimette sempre. Nella bibbia non è così: nello shalom biblico entrambe sono complete e soddisfatte. Quindi l’augurio che bisogna farsi è quello di arrivare veramente a questo.
Riuscirci dipende da noi. Dio ha creato il mondo e poi ce l’ha dato, con le qualità per fare o distruggere. Il problema è che siamo sulla terra solo di passaggio, ma spesso ce ne dimentichiamo, pensando di essere eterni. Anche per chi vive a lungo la vita vola in un batter d’occhio. Non sta a noi finire il lavoro, sta a noi iniziarlo!
Il Talmud dice che chi salva una vita salva un mondo intero. È importante il contributo individuale: se accendiamo una luce, ciascuno ne accenderà altre e più vicini a Dio saremo, più luce ci sarà!

Rabbino David Sciunnach

DOMANDA

Dio è unico, le religioni sono tante, cosa sono ed a cosa servono?
La diversità fa anche la qualità, esistono tante vie per arrivare a Dio quante sono le persone.
Le religioni sono aspetti della realtà umana, tradizioni che Dio ha dato. Un racconto descrive le relazioni fra gli uomini, significativo anche per le religioni: «Se tutti stanno sulla tolda della nave non c’è problema; non è così se qualcuno viene lasciato senz’acqua da bere nella stiva. Per liberarsi non si preoccuperà di forare lo scafo, facendo affondare anche chi, sul ponte, si sente sicuro e vuole proteggere i propri privilegi».
Rabbino Sciunnach

Paolo Farinella, biblista, giornalista e scrittore, ben noto ai lettori di Missioni Consolata per la rubrica biblica «Così sta scritto» da lui curata e per altri articoli di attualità, ha grande esperienza dei rapporti fra le tre grandi religioni monoteiste e della realtà socio politica nella quale sono inserite per aver vissuto a Gerusalemme dal 1998 al 2003.
Rabbino David Sciunnach, nato a Roma, si è trasferito in Israele, dove ha frequentato la scuola rabbinica. Nel 2000 è arrivato a Milano dove opera presso l’Ufficio rabbinico. Attualmente è assistente per il Tribunale rabbinico e per l’Assemblea Rabbinica Italiana. Ha pubblicato articoli e testi di preghiere ed è assistente dell’attuale rabbino capo di Milano, Arbib.

Paolo Farinella e David Sciunnach




PROTESTANTI E ORTODOSSI

Troppa religione  crea conflitti

Per affrontare correttamente il tema proposto è indispensabile distinguere fra fede e religione che, pur strettamente implicate l’una all’altra, restano distinte e non sovrapponibili.
La religione rimanda a una dottrina, a un itinerario etico e ascetico da percorrere per raggiungere una meta: è un movimento dal basso verso l’alto, che ha come protagonista l’homo religiosus.
La fede implica invece l’annuncio di un evento da accogliere, un’iniziativa divina che ci precede e che suscita una risposta: è un movimento dall’alto verso il basso, di un Dio che viene.
Religione sono le opere messe in atto da un’istituzione ecclesiale. Fede è ascolto di una verità donata per grazia da Dio.
Questo significa che la religione è deputata alla gestione terrena di una verità trascendente. Come tale crea istituzioni, comportamenti, appartenenze. Dona identità individuale e collettiva: ci dice chi siamo noi, come credenti, rispetto ai non credenti o a chi crede in altro.
La fede, invece, come totale accoglimento di una Parola divina non in nostro possesso, può arrivare a cancellare la nostra identità, per farci donne e uomini nuovi, guidati dallo Spirito di Dio.
Oggi le religioni sono entrate come attori primari nel teatro di un mondo segnato dal pluralismo che, proprio in quanto incrocio di culture diverse, mette in crisi le identità acquisite. In assenza di ideologie laiche forti, oggi le religioni diventano veicoli di identità collettiva: foiscono simboli e categorie di pensiero per rappresentare se stessi, per differenziarsi dagli altri e dominarli.
Fondate sulla convinzione di detenere verità assolute, le religioni diventano fattori di identificazione culturale per grandi collettività umane; di conseguenza possono legittimare conflitti, contrapposizioni politiche e guerre.
In tutto il racconto biblico si ritrovano i guasti della religione e una sua forte critica condotta sulla base della fede (Cfr Michea 6,6-8). Nessuna religione è immune da questa deriva.

Le chiese protestanti storiche sono consapevoli dei problemi che possono derivare da un eccesso di religione. In Italia sono fautrici di una netta distinzione fra chiese e stato e critiche verso le nuove ideologie (atei devoti), che rivendicano un’identità cristiana europea e un’identità cattolica italiana come radice e fondamento di un’appartenenza collettiva in contrapposizione ad altre civiltà.
Negli Usa, al contrario, la destra religiosa (protestante ndr) costituisce un fronte politico e teologico conservatore, centrato su valori tradizionali che attribuiscono all’America cristiana un ruolo di guida nel mondo in campo etico, politico e militare.
Quanto alle chiese ortodosse, proprio per il fatto di essere autocefale (indipendenti per vita e organizzazione intea), sono storicamente divenute «etniche» e quindi deputate a preservare e difendere l’identità collettiva di un popolo. In quanto (letteralmente) «custodi della vera fede» sono anche tradizionaliste e critiche nei confronti di una netta separazione fra chiesa e stato.
In definitiva, dunque, l’intreccio fra religione e fede è inestricabile. Nelle attuali condizioni storiche non si può mirare a una fede pura che faccia a meno della religione. Ma è sempre possibile attuare una forte critica delle religioni a partire dalla fede. Non si può pretendere di essere gli unici custodi dell’unica fede vera, relegando tutti gli altri nell’errore. L’unica via che le religioni possono percorrere verso la pace è quella di un dialogo ecumenico e interreligioso, condividendo la consapevolezza che l’eccesso di religione è fonte di conflitti.

Giampiero Comolli

La fede…non è mai troppa

Il cristianesimo deve mantenere distinte fede e religione. In tutti i vangeli Gesù polemizza duramente con coloro che ne mescolano i piani. Con Karl Barth, andrei oltre la distinzione arrivando a contrapporle. Nella visione, assai «protestante», di questo importante teologo del xx secolo, «l’uomo religioso» diventa il peccatore per antonomasia. «Peccato» è proprio il «tentativo religioso» di raggiungere Dio: che Gesù denunzia come illusione e «giogo», al quale la religione (di scribi e farisei) vuole sottoporre la gente del suo tempo.
Una denunzia radicale da comprendere con intelligenza. Anche nella bibbia è sempre estremamente difficile, direi impossibile, distinguere fra la rivelazione di Dio e il modo in cui gli esseri umani l’hanno ricevuta.
Come cristiani dobbiamo vigilare sulle possibili confusioni tra fede e religione, pericolosissime e foriere di tragedie: le crociate, il colonialismo perpetrato nel nome di Dio, il «Dio è con noi» riportato sulle fibbie dei cinturoni dei soldati nazisti… Bisogna mantenere una netta discontinuità fra Dio e l’uomo, affinché neppure l’autorità della chiesa si sostituisca a quella del vangelo.
La fede, invece, non è mai «troppa», poiché è la condizione di chi è afferrato da Dio; non è mai una virtù, né un privilegio di qualcuno. È piuttosto una vocazione.

Oggi si assiste a una sindrome da ripiegamento identitario pericolosissima, in gran parte veicolata dalle religioni. In nome della distinzione fra religione e fede non dobbiamo lasciarci strumentalizzare da chi vuole terrorizzare gli altri evocando lo scontro fra cristianesimo ed islam.
Io non credo sia in atto uno scontro fra civiltà. A scontrarsi sono teocrazia e fondamentalismo da una parte; tolleranza e dialogo dall’altra. La posizione integralista e quella del dialogo sono presenti in tutte le religioni, bisogna lavorare perché si diffonda e affermi la seconda.
Mi pare inaccettabile, per esempio, la convinzione di chi, in Italia, pone il discorso dei diritti e della libertà (di coscienza, di fede, di espressione) sul piano della reciprocità. Concedere questi diritti solo nella misura in cui anche gli altri stati (Arabia Saudita, Sudan…) li concederanno, significa declassare il vangelo, che è gratuito, a merce di scambio. Dobbiamo invece favorire la convivenza pacifica di culture e religioni diverse, iniziando dal nostro paese e seguendo l’esempio di Gesù nel suo incontro con la samaritana (Giovanni 4).
Un incontro vietato: giudei e samaritani non si parlavano da generazioni; il disprezzo dei giudei per i samaritani era assoluto; e la donna, avendo avuto molti mariti e compagni, aveva una pessima reputazione. Ma Gesù parla e fa parlare. Questo dovrebbero essere le chiese «cristiane»: luoghi di un dialogo possibile con chi è diverso. Chiedendole poi da bere Gesù si pone in una condizione di dipendenza dalla donna. Ci dice che ognuno di noi ha bisogno degli altri. Viviamo tutti in una situazione di interdipendenza reciproca, che troppo spesso dimentichiamo. Il dialogo, la mutua comprensione e la convivenza sono possibili solo su queste basi.
Infine, Gesù pronunzia le famose parole: «L’ora viene che né su questo monte, né a Gerusalemme, adorerete il Padre. I veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità». Non vi sono più luoghi sacri o templi, semplicemente una relazione diretta con Dio, che prescinde dalle istituzioni, dalle tradizioni, dalle norme religiose. È il superamento della religione, che porta con sé l’espressione di una fede libera e liberante.

 Giovanni Genre

DOMANDA

Quella che avete presentato non è un’eccessiva demonizzazione della religione?
Ho enfatizzato la distinzione fra religione e fede, perché oggi la religione è troppo forte e la fede troppo debole; è necessario un maggior riequilibrio ma religione e identità non sono valori da abolire.
Comolli

L’appartenenza alla chiesa aiuta; la chiesa è necessariamente comunitaria. Ho bisogno di confrontarmi con gli altri, di pregare assieme. Non può esistere un mondo a-religioso. D’altra parte è vero che in occasione dei conflitti le religioni sono strumentalizzate, ma sono anche convinto che le chiese hanno un po’ lasciato fare e non hanno denunciato a sufficienza i genocidi.
Genre

Giampiero Comolli, studioso dei mutamenti religiosi nel mondo contemporaneo, giornalista, saggista e scrittore, collabora con diverse testate per le quali scrive resoconti di viaggio e ha pubblicato diversi saggi, tra i quali: Buddisti d’Italia, viaggio tra i nuovi movimenti spirituali; I pellegrini dell’Assoluto, storie di fede e spiritualità raccolte tra Oriente e Occidente.
Giovanni Genre, originario del Piemonte, laureato presso la Facoltà valdese di Roma, con studi in Scozia e Germania, nel 1984 è stato consacrato pastore della chiesa valdese e ha esercitato il suo ministero a Torino, in Calabria, Ivrea, Biella, Val Pellice. Eletto moderatore della Tavola nel 2000, dal settembre 2005 è pastore della chiesa valdese di Milano.

Giampiero Comolli e Giovanni Genre




CATTOLICESIMO

 

La pace: riposo di dio nell’uomo

Nelle parole di Gesù raccolte dai vangeli, la pace assume un significato particolare: esprime un’integrità dell’uomo, effetto della grazia di Dio.
È la sua forma intatta, così come il Signore la concede: per questo «pace» non appare tanto come antitesi di «guerra» (in senso militare), quanto di «peccato» (lo stato di inimicizia interiore dell’uomo).
Del resto, «in pace» è l’espressione ebraica tipica di chi esce incolume da un incidente che avrebbe potuto causargli seri danni fisici.
Anche nel Primo Testamento era assente il riferimento alla pace come interruzione di un conflitto armato: Dio è anche il «Dio degli eserciti» del popolo di Israele.
Anche nella massima «vita militia est», che sintetizza l’impegno del cristiano nel mondo, il combattimento è certo spirituale, ma non per questo perde le sue caratteristiche di battaglia.
Il cristianesimo delle origini non sceglie la pace come opzione culturale o esistenziale, piuttosto la chiede come dono ricevuto gratuitamente da Dio. Le parole di Gesù erano chiare al proposito: «Vi do la mia pace… non come la dà il mondo».
La pace cristiana non è dunque la classica eirené, il rilassamento del saggio, bensì una tensione dell’inquieto cuore alla meta, poiché essa sola è pacifica. Consiste nella carità, cioè nell’amore di Dio: nel doppio senso di amore che il credente prova per Dio e che Dio manifesta al credente.
La storia della spiritualità cattolica successiva è anche la storia delle forme che la pace assume nella vita degli uomini e delle società, dopo che le comunità si sono espanse nell’ecumene romana.
In pieno medioevo, il padre della chiesa san Beardo di Chiaravalle era «doctor mellifluus», cantore estasiato di Maria Vergine e delle dolcezze della vita contemplativa, ciò non gli impediva di farsi anche predicatore della crociata.
Prima di lui, da sant’Agostino («il mio cuore è inquieto finché non riposa in te») a sant’Ambrogio («Dio trova riposo nell’uomo»), la pace è stata vista e vissuta come dono di Dio all’uomo, che vive nelle vicissitudini terrene, ma rientra nell’alveo della fiducia (preghiera, lode, sacrificio…).
Sempre in tempi medievali, la pace è pace dell’anima e appartiene all’altra vita: qui gli esempi maggiori, e più noti, sono il Cantico delle creature di san Francesco d’Assisi e la sua preghiera «O Signore, fa’ di me un istrumento della tua pace». Se ne ricorderà Dante, raffigurando l’inferno come assenza di pace, in quanto assenza di Dio dall’anima dell’uomo (dannato), e il paradiso come luogo di coloro che hanno fatto già in vita spazio al Creatore: «e ‘n la sua volontade è nostra pace» (Piccarda, Par. III,85).
Petrarca è invece il prototipo dell’ambivalenza umanistica e poi modea, nel suo sonetto «Pace non trovo et non ò da far guerra».
Nel Cinquecento spagnolo, il grande mistico carmelitano san Giovanni della Croce, nel Cantico Spirituale, pone il quesito all’anima modea: si va al Dio della pace attraverso la «notte oscura» della tribolazione.
La pace cattolica dopo le rivoluzioni scientifica e illuminista è rappresentata dal Manzoni nella «notte dell’Innominato» e anche nel viaggio di Renzo verso l’Adda, in fuga dalla Milano appestata: è una pace temporanea, ma radicata nel mistero della vita dopo la morte.
Un romanziere contemporaneo, Eugenio Corti, rappresenta la condizione dell’uomo in guerra ne «Gli ultimi soldati del re»: la pace è l’amore per Dio e i fratelli, anche in circostanze estreme, anche in guerra, non odiare mai! La pace cattolica si condensa nell’amore verso il prossimo, che è specchio e sostanza purissima dell’amore per Dio; dicono i padri: «Hai visto il tuo fratello, hai visto il tuo Dio».

Andrea Sciffo


Il papa: risorsa formidabile per la pace

Oggi sono invitato a parlare come «testimone». Ruolo inedito per un prete, che sempre rischia di scadere a fare il predicatore! Ma noi cristiani siamo chiamati «a rendere ragione della speranza che è in noi», a essere proprio e solo questo: testimoni! Anch’io, «prima di essere prete per voi, sono cristiano con voi» (s. Agostino). E ho accettato, prima come cristiano e poi come cattolico! Non per tradire la mia identità, ma per valorizzarla!
La chiesa cattolica (nel senso di universale) nasce con la controriforma nel xvi secolo, in contrapposizione a Lutero: quindi per differenza, per guerra!
Gesù l’aveva detto: «Non sono venuto a portare la pace, ma la spada, a mettere figli contro padri, uomo contro donna…». La pace non è quieto vivere e non è cristiana, se confusa con il buonismo.
Il cattolicesimo immediatamente richiama papato e Vaticano: formidabili risorse. Disporre di un’unica autorità ci conferisce, all’interno, unitarietà nella fede, garanzia di messaggio e di verità, perché il pericolo della dispersione è tremendo. All’esterno ci rafforza «politicamente» (in senso alto, non partitico) nella società internazionale, e ci libera dai poteri forti, economici e politici.
I veri padroni del mondo, 200 famiglie ricche quanto 2 miliardi di uomini, fanno molta paura agli Usa e agli arabi, ma non intimoriscono la chiesa cattolica!
Il rappresentante vaticano all’Onu subisce le stesse pressioni di tutte le altre religioni, eppure è libero di parlare nell’interesse di tutta l’umanità senza timori reverenziali verso alcuno. Giovanni Paolo ii, pur inascoltato, ha detto chiaro a Bush: «Non fare questa guerra». La pace che la chiesa cattolica porta si fonda sulla forza della pulizia e della libertà… non sulle armi.
Potere esprimere questa autorevolezza col volto del papa è una fortuna mediatica, che le altre religioni non hanno.
Osama Bin Laden è il volto degli islamici, ma non ne rappresenta che il 2%. Il buddismo ha il Dalai Lama, ma non tutti quelli del passato avevano la stessa comunicativa dell’attuale.
Il papato ha anche evitato ai cattolici di avere chiese nazionali come, purtroppo, hanno gli ortodossi. Le loro chiese: greca, russa, rumena… sono distinte fra loro e tutte rischiano pericolose identificazioni politiche ed etniche con i propri stati.
Quanto a quelle protestanti, alcune (specie le più americane: battisti, mormoni e altri) spesso si piegano agli interessi delle multinazionali. Nessuno ha l’autorevolezza del papato nel porsi come primo ostacolo alle guerre «per la democrazia» o «del sottosviluppo».

Passando dalla diplomazia alla nostra realtà quotidiana, io ringrazio gli immigrati! Venendo da noi e portando con sé le proprie convinzioni, stanno sconquassando la nostra società svuotata di valori e passioni. Risvegliano nei cattolici incolori l’esigenza di una più consapevole e sana identità, di scelte coerenti, e la capacità di argomentare le ragioni della propria fede: la pace non va confusa con l’inerzia! E favoriscono il dialogo interreligioso che definisco come: confronto e arricchimento reciproco. È bello quando mi parla di Dio, col secchio in mano, il muratore musulmano che lavora nella mia chiesa!
Quanto alla reciprocità dobbiamo rivendicare la nostra libertà di non averla. È giusto che la chiedano i politici e governanti… Ma i cristiani no! Gesù ci ha insegnato a porgere l’altra guancia ed è morto per tutti, lui solo!
Nella chiesa i laici devono contare di più, ma essere più sanamente laici, consapevoli delle proprie ricchezze culturali, orgogliosi di un maestro come Cristo, ma non «più papisti del papa» e integralisti, ovvero pericolosamente ignoranti…

 Don Armando Cattaneo


DOMANDA

Pace come riposo in Dio, bello… ma se uno non crede? E non chiedere reciprocità non è vergognarsi di Dio?
Il riposo del cuore non deve arrivare troppo presto: la fede è ricerca e fatica; spesso è difficile da trovare. La pace cristiana è una ricerca esistenziale, non intellettuale, ma non è mai disperata. Ad Auschwitz si chiedeva: «Dov’è Dio adesso?». «È là, impiccato con le altre vittime» fu la risposta. Nelle difficoltà il mio prete di paese mi raccontava sempre questa storia: «Quanto è alta la burrasca? Anche la burrasca più alta non supera i 40-50 metri; ma il mare è profondo migliaia di metri… e sotto la burrasca c’è la pace».
Vergogna? No, solo chi accetta il dialogo ha forza e la dimostra; più si è insicuri e più ci si irrigidisce. L’incontro interreligioso di Assisi nel 1986 è stato un segno di grande forza di papa Wojtyla.
Don Cattaneo

Andrea Sciffo, insegnante di lettere, giornalista e scrittore, studioso di letteratura e costume, ha frequentato la scuola di teologia per laici del decanato di Monza e la facoltà di teologia al Pontificio ateneo della Santa Croce in Roma. Collaboratore del centro culturale Talamoni di Monza, ha pubblicato saggi e prose e scrive per vari mensili (Studi cattolici, Fogli, Il Testimone).
Armando Cattaneo, parroco a Cinisello Balsamo (MI), giornalista e scrittore, fondatore e direttore per vari anni del Circuito Marconi (network radiofonico di 25 radio private cattoliche in tutta Italia), ha di recente fondato il sito www.jesus1.it, di cui è direttore. Collabora con la rivista Famiglia Cristiana.

Andrea Sciffo e Armando Cattaneo




Le nostre Afriche

Giro dell’Africa su due ruote

Un viaggio di oltre due anni attraverso mezza Africa, due passaporti, una moto arancione, una macchina fotografica, un telefonino e migliaia di occhi africani: sono gli ingredienti per raccontare il “Continente nero”, il cui futuro per forza nero non è.
Nei prossimi mesi raccoglieremo le storie e le immagini delle mille afriche che popolano i confini zeppi di militari corrotti, i palazzi governativi delle capitali, gli Inteet point della foresta pluviale, le montagne e i villaggi dove un dollaro al giorno non serve, perché non si usa il denaro.
Cercheremo persone disposte a raccontarsi, si tratti di africani – in primo luogo -, di missionari, operatori umanitari, uomini d’affari o semplici viaggiatori.
Non ci concentreremo solo sulle cattive notizie: l’Africa è spesso trattata dai media italiani solo per i suoi drammi e le sue tragedie, ma c’è molto più di questo. Ci sono università dove studiano i leader di domani, progetti di sviluppo ben riusciti, artisti, cantastorie, popoli antichi e meraviglie naturali. Anche di questo vale la pena parlare; e chissà che non aiuti a spazzare via qualche luogo comune su quell’Africa che, sempre di più, è in mezzo a noi, vicina come non mai.
Non saremo sempre sulla notizia. Non correremo dietro le guerre, le catastrofi umanitarie e le conferenze inteazionali che decidono i destini del continente. Per fare la cronaca in tempo reale ci vogliono aerei, telefoni satellitari e jeep ben equipaggiate. Noi abbiamo una moto. Mezzo con tanti difetti, ma ideale per andare in profondità e per prendersi il tempo necessario a guardare con attenzione.
Di più. La moto costringe ad avere bisogno degli altri: per un riparo dalla pioggia, per trovare acqua da bere, per aggiustare un pneumatico che si buca. E questo bisogno favorisce lo scambio, lo studio o anche solo l’inizio di una chiacchierata, in cui ci si rivela e si guarda rivelarsi. Oppure si discute e ci si scontra, non ci si capisce e si ricomincia tutto daccapo.
È il tempo, in fondo, la chiave per cercare di capire l’Africa: nel Continente nero non è mai tardi, non c’è mai fretta e nessuno ti dice quello che pensa, se non hai tempo da dedicargli, per raccontargli da dove vieni e come sei arrivato fin lì.
Senza la pretesa di capire tutto, perché dall’Africa si torna quasi sempre con alcune risposte e con molte nuove domande, proveremo a spiegare quello che vediamo con le parole di chi lo vive tutti i giorni, ma anche con un occhio sempre vigile sull’attualità e sul più ampio contesto nazionale e internazionale.

In questa puntata vi racconteremo, tanto per fare un esempio, la storia della farmacista marocchina che ha aperto il suo negozio in un villaggio sperduto e antico sulle montagne dell’Atlante, ma vi mostreremo un assaggio di com’è il Marocco moderno del 2006, di cui la farmacia è una delle innumerevoli sfaccettature.
Nel corso del viaggio, ci avvarremo della collaborazione e della disponibilità dei missionari, del personale delle organizzazioni inteazionali e non governative e di tutti gli amici e conoscenti che ci ospiteranno e ci metteranno a disposizione la loro esperienza e le loro informazioni.
In particolare, l’inizio di questo viaggio è stato possibile grazie all’appoggio dei Missionari della Consolata e al sostegno del Caaf – Cgil del Nordest.

Alessio Antonini
Chiara Giovetti
www.afriscope.net

Alessio Antonini e Chiara Govetti




Sessanta chilometri a piedi per un antidepressivo

Un mondo contrapposto: modeità e arretratezza secolare

Le donne non escono di casa senza marito. È la tradizione rurale che le confina nelle loro abitazioni mentre tutto intorno il Marocco cambia e si modeizza. La campagna è ferma a 100 anni fa e la gente va ancora dal farmacista a piedi o a dorso d’asino. E non compra antibiotici. Va a comprare antidepressivi. Perché il mal di vivere non è solo un lusso europeo.

Il sole rosso sparisce dietro le montagne e decine di fari si accendono all’improvviso, illuminando l’imponente lama di cemento che taglia a metà le acque del fiume Za raccolte in un enorme lago artificiale. Poco lontano dalla diga, la luce mette in risalto la scritta “Allah, Al Watan, Al Malik” ( Dio, Patria e Re), costruita con i sassi bianchi provenienti dalle montagne del Medio Atlante.
Oltre il lago, più nulla: le acque dello Za, affluente principale dell’oued Moulouya, sono sparite dal letto del fiume, per essere incanalate nei tubi che portano i rifoimenti idrici a tutta la regione orientale del Marocco, al confine con l’Algeria. Inaugurata da re Mohammed vi nel 2000, la diga è solo una delle tante opere pubbliche volute dall’attuale sovrano e da suo padre, re Hassan ii, per portare acqua e elettricità nelle città e tenere il Marocco al passo con la vicina Europa.

LA MODERNIZZAZIONE

“Negli ultimi cinque anni sono cambiate molte cose – spiega Mounir, attore e regista teatrale di Oujda, capoluogo della regione – e la distribuzione capillare di elettricità e acqua in tutta la città ha permesso la nascita di nuove attività commerciali”. Gli internet café sono sempre più numerosi e frequentati, e il viale Mohammed v di Oujda, con i suoi palazzi modei ricostruiti dopo le tante distruzioni dovute alla guerra con l’Algeria, è costellato da tavolini dei caffè, insegne al neon e maxi-schermi, dove gli uomini guardano le partite di calcio, sorseggiando l’immancabile tè alla menta molto zuccherato.
Poco più in là, davanti alle moschee, la gente si ferma a chiacchierare sotto le luci dei lampioni. “Le téléboutiques – continua Mounir – sono l’esempio più lampante di questa ondata di modeità, perché hanno anche profonde conseguenze sul tessuto sociale: per la maggior parte, infatti, sono gestiti da donne che, per la prima volta, sono uscite dalle case e hanno intrapreso attività commerciali senza nulla da invidiare a quelle dei mariti”.
L’energia elettrica e la progressiva modeizzazione hanno chiamato investimenti stranieri e in quasi tutto il paese sono comparsi i callcenter delle compagnie telefoniche francesi, che sfruttano i costi più bassi della manodopera senza bisogno di fare corsi di formazione linguistica, visto che qui il francese si parla per eredità coloniale.
“Il regno alawita ospita centri assistenza, clienti di tante aziende – spiega il professor Said Belghazi, docente di economia dell’Istituto nazionale di statistica di Rabat -, ma non solo. Grazie alle riforme degli ultimi 10 anni il mercato del lavoro si sta trasformando e richiede sempre di più manodopera qualificata. Questo dà impulso anche alla crescita e al miglioramento dei servizi scolastici e universitari perché sono le aziende stesse ad investire nella formazione”.

VERSO IL 2010

La sensazione costante è che tutto sia in movimento: il nuovissimo porto internazionale di Tangeri, la tratta ferroviaria Oujda-Tangeri, la ristrutturazione urbanistica di Rabat, la tratta autostradale Casablanca-El Jadida, il ramo Fés-Rabat e la gigantesca centrale elettrica di Afourer sono solo alcune delle grandi opere che danno lavoro a migliaia di marocchini.
“Le infrastrutture stanno cambiando il volto del paese – scrive Abdelwahed Rmiche sul quotidiano marocchino Le Matin -. Attualmente la rete autostradale conta 611 chilometri percorribili, ma se si considerano i cantieri aperti sarà possibile raggiungere la meta dei 1.420 chilometri per il 2010”.
Il 2010 sarà una data importante anche per il turismo: secondo le stime del governo, infatti, i visitatori richiamati dalle bellezze del regno alawita saranno più di 10 milioni. “C’è tanto da fare qui da noi – aggiunge Hassan che fa l’apicoltore di Séfrou, vicino alla città imperiale di Fès -. Non si tratta solo dei cantieri delle grandi opere pubbliche: le associazioni e le cornoperative per la valorizzazione del territorio e dei prodotti agricoli stanno sorgendo come funghi, ma abbiamo bisogno di investitori stranieri che sostengano le nostre iniziative e ci permettano di fare il salto di qualità, da un’economia rurale informale a quella d’impresa secondo gli standard europei”.

DOVE LA STORIA SI è FERMATA

“Il Marocco non è solo questo – interviene padre Joseph Lepine, parroco diocesano di Oujda -. A sud di Oujda ci sono zone dove l’acqua e l’elettricità faticano ad arrivare e le scuole sono a volte troppo distanti per essere raggiunte dagli studenti”.
Ne è un esempio Sidi Lahcen, comune rurale a pochi chilometri a sud della diga Hassan ii. La costruzione dello sbarramento l’ha isolato, rendendo la sua terra ancora più arida e quindi difficilmente coltivabile. La sua piazza principale si anima solo il giorno di mercato, quando gli abitanti delle zone isolate arrivano per acquistare e vendere le loro merci, disposte ordinatamente sulle bancarelle.
“Molti partono di notte – spiega Nadia, giovane farmacista del villaggio – e percorrono fino a 60 chilometri a piedi o a dorso d’asino per arrivare qui di mattina. Approfittano del souq per andare anche in comune, dal medico e in farmacia. Poi toeranno a casa e resteranno isolati di nuovo per un’altra settimana”.
A Sidi Lahcen si ha l’impressione che la storia abbia già deciso. Il paesaggio e l’atmosfera della campagna, rimasti identici per secoli, non sopravvivranno al moltiplicarsi delle costruzioni quasi avveniristiche disseminate nel paese: gli abitanti di questa zona sono rimasti isolati e le iniziative modeizzatrici del governo faticano a far sentire i loro effetti. Spesso sono berberi che non sanno né il francese né lo spagnolo e alcuni non parlano nemmeno l’arabo.
“È difficile anche comunicare con questa gente – scuote la testa il medico del villaggio -. Alcune volte mi scontro con credenze popolari perse nel passato e non riesco nemmeno a visitare i pazienti: basti pensare che le donne di qui vogliono partorire in piedi e più di una volta i neonati sono caduti battendo la testa”.
“Molti vengono da me senza una ricetta medica – aggiunge Nadia – ed è davvero difficile capire di quale medicinale hanno bisogno. Gli uomini vengono a comprare farmaci per le loro sorelle o per le madri che, come vuole la tradizione contadina, escono raramente di casa se non sono accompagnate dal marito. Spesso sono io che devo fare le domande per capire di che malattia si tratta e, quando non sono sicura di aver indovinato, finisce che non ci dormo la notte”.

MEDICINE PIù RICHIESTE:
GLI ANTIDEPRESSIVI

Il senso di esclusione dal futuro è ormai talmente radicato nella testa degli abitanti di Sidi Lahcen che oltre al diabete e alle complicazioni cardiache, dovute alle frequenti riproduzioni tra consanguinei, nella maggior parte dei casi i farmaci più richiesti dai pazienti sono antidepressivi.
“In una zona dove le prospettive sono così limitate – continua Nadia, mentre dispensa scatole di medicinali ai clienti accalcati al bancone – l’emigrazione verso la Spagna ha portato via gran parte dei giovani, lasciando nei villaggi qui intorno vecchi, donne e bambini. E finisce che le donne si chiudono in casa e i ragazzini si dedicano alla pastorizia”.
Non stupisce, dunque, che il cosiddetto mal di vivere sia così diffuso. Perfino l’autista dell’unica ambulanza a disposizione della zona, che si estende su più di 800 chilometri quadrati di montagna insidiata dal deserto, ha lasciato il volante e la sirena per correre in Spagna a cercare lavoro.

E alla fine del mercato, anche per i clienti della farmacia è ora di tornare nelle loro case e sparire nel buio. In pochi attimi arriva la sera e il sole tramonta di nuovo per lasciare posto, qualche chilometro più a nord, ai fari della diga, che si riaccendono per illuminare il progresso. La luce mette di nuovo in risalto la scritta “Allah, Al Watan, Al Malik” (Dio, Patria, Re), ma in questa zona saranno pochi a saperlo leggere.

Alessio Antonini e Chiara Giovetti

Alessio Antonini e Chiara Giovetti




Rientro da superstar

Quando gli espatriati marocchini tornano in patria

Arrivano a migliaia, con le Mercedes targate Spagna, Francia o Italia, gli occhiali da sole ultimo grido e le camicie firmate. Vanno nelle case che si sono fatti costruire con i soldi che hanno guadagnato lavorando in Europa, oppure tornano al paese a trovare mammà. Sono i marocchini che ce l’hanno fatta: gli ammiratissimi e invidiatissimi “zmagria” (espatriati), il cui mito si contrappone alla disperazione di chi ci sta ancora provando e che non ha nulla da perdere.

L’alba fresca di Sidi Lahcen trova i mercanti berberi pronti ad aspettarla. Sono arrivati nella notte percorrendo decine di chilometri a piedi o a dorso d’asino. Sui loro vestiti c’è ancora la polvere ocra che il vento solleva dalle piste ghiaiose delle montagne dell’Atlante. È giorno di souq, di mercato: l’unico avvenimento che anima questo villaggio tra le montagne marocchine, strappato al deserto, dove tutto è silenzio.
Le donne avvolte nei loro veli colorati devono ancora arrivare. Poi saranno le voci delle contrattazioni a invadere la piazza del paese. Solo un rumore rompe la quiete e fa innervosire le bestie: il crepitio dei pneumatici di una grossa berlina grigia con targa spagnola che avanza sui sassi della sterrata. “Macchine così da queste parti se ne vedono solo in luglio e agosto – dice Omar, il medico del villaggio, indicando l’auto parcheggiata accanto ai muli – sono quelle dei marocchini residenti all’estero che tornano qui in ferie a trovare le famiglie”.
Dalla vettura scende un uomo sui quaranta, ben vestito. Ha una camicia di marca, perfettamente stirata, occhiali da sole e jeans in netto contrasto con le tuniche tradizionali dei contadini, che lo guardano di sfuggita. Attraversa velocemente le bancarelle del souq, scambiando qualche rapido saluto con i più anziani. Gli altri li ignora. È venuto a comprare solo le sigarette e non si sofferma sui cesti di spezie o sui servizi da tè esposti al mercato. Lui, la spesa, la fa al Marjane: “Il primo centro commerciale del Marocco”, come recita lo slogan pubblicitario. Esattamente come farebbe un europeo in Europa. E come fanno i quasi due milioni di marocchini che ogni estate invadono i lungomare della costa atlantica e mediterranea con in tasca un salario da occidentale.

Il rientro dei marocchini vacanzieri inizia a partire dalla seconda metà di giugno. I porti di Tangeri e Nador e l’aeroporto Mohammed v di Casablanca vengono presi d’assalto e gli zmagria (termine dispregiativo che indica gli espatriati) diventano l’oggetto preferito di discussione dei giornali e delle televisioni locali.
L’amministrazione li chiama Mre: Marocchini residenti all’estero. Il loro contributo all’economia del paese è a dir poco determinante. Secondo le statistiche dell’Office des changes, nel 2005 gli emigrati hanno inviato rimesse per 4 miliardi di euro; con le vacanze estive, poi, nelle casse dello stato e dei commercianti locali arriva un’altra pioggia di dirham, la moneta marocchina.
Anche per questo re Mohammed vi, sovrano del Marocco, ha voluto creare un ministero per i residenti all’estero, con il compito di agevolare i rientri estivi e facilitare eventuali ritorni definitivi. “Mohammed vi – spiega Hussein El Bouziani, aggiustandosi la sua cravatta sul vestito grigio da banchiere – sta mettendo a punto una strategia per recuperare competenze ed euro sulla base dell’esperienza delle tre “i”: Italia, Irlanda e Israele, paesi che si sono sviluppati proprio grazie alle loro diaspore”.
Ma se il governo considera gli Mre elemento fondamentale della ripresa economica, i marocchini continuano a descriverli come “persone senza educazione, che sono scappati dalle zone più povere del paese e oggi cercano la rivalsa”. “Quando senti una macchina che sgomma e uno stereo a tutto volume – commenta caustico Ahmed, sorseggiando una coca ai tavolini del Jour et Nuit di Agadir – non c’è nemmeno bisogno di guardare: è sicuramente uno zmagria. In Europa rispettano la legge, perché hanno paura e non sono nessuno, qui fanno le superstar, perché sanno che con un euro di bakshish (mancia) la polizia lascia correre. Chi ha già un lavoro qualificato preferisce stare in Marocco, dove è qualcuno tutto l’anno, non soltanto in agosto”.

Il giudizio dei marocchini sui loro connazionali espatriati, però, è raramente oggettivo: o è viziato dall’invidia di chi vorrebbe partire, ma non ci è ancora riuscito, oppure dal disprezzo di chi non ha bisogno di emigrare per mantenere la famiglia perché ha un reddito più che adeguato per vivere nel suo paese. Che si tratti di immigrati di prima generazione, come quelli arrivati negli ultimi anni in Italia e Spagna, o di figli di espatriati di vecchia data, come i franco-marocchini, l’effetto sugli zmagria è sempre lo stesso: quello di sentirsi isolati.
Come tutte le superstar, sono al tempo stesso amati e ammirati o odiati e incompresi. “Ogni estate è la stessa storia – sbuffa accaldato uno dei passeggeri in attesa di varcare i cancelli del porto di Nador -. La realtà è che i nostri connazionali ci invidiano perché vorrebbero essere al nostro posto e, quando non ci odiano, ci considerano vacche da mungere. Il problema è che siamo marocchini in Europa e turisti a casa nostra”.
L’amarezza del primo impatto, però, è presto dimenticata: basta una passeggiata sul lungomare di Saidia, Essaouira o Agadir, o più semplicemente il tajin preparato dalla mamma alla maniera tradizionale per riportare il buonumore. E per le loro serate, i turisti marocchini possono scegliere tra decine di festival, concerti e spettacoli che animano le grandi città, eventi capaci di radunare centinaia di migliaia di persone intorno a un palcoscenico, su cui si alternano artisti di fama internazionale, come Khaled, Yossou N’Dour e Shaggy.
Spesso, dopo il concerto, la festa continua in spiaggia, con il classico falò e le chitarre intorno al fuoco, o in una delle tante discoteche della costa. “Quest’anno ho deciso di rimanere in Marocco tutta l’estate – sorride Abdul, giocando con il suo lettore mp3 appeso al collo -. Mi piace tornare a casa perché qui tutto costa meno e posso andare al mare senza che la polizia mi fermi per la strada perché sono un arabo. Non mi importa se mi chiamano zmagria; io qui sto bene e le ragazze non sono arroganti come le francesi”.  

Di fatto, l’emigrazione viene ancora considerata una prova di virilità. “Chi parla male degli zmagria non ha abbastanza fegato per lasciare tutto e partire – dice Mounir in uno spagnolo elementare imparato per la strada -. Io sono stato due anni a Ibiza senza documenti e posso dire di essermi messo alla prova. Mi sono anche divertito parecchio in giro per le discoteche dell’isola, a bere con gli amici e a guardare le ragazze. Adesso mi sono sposato e sto qui in Marocco, ma domani chissà”.
Racconti come questo contribuiscono ad alimentare il mito dell’emigrato di successo e della bella vita al di là dello stretto di Gibilterra. Nessuno parla di quanto ha sofferto per attraversare il mare e fare l’operaio in Europa, nessuno accenna alle umiliazioni e alla fatica.
“Nella regione di Beni Mellal – spiega Khalid Zerouali, portavoce della Afvic, l’Associazione dei familiari delle vittime dell’immigrazione clandestina – quasi tutti hanno un amico, un parente o fidanzato morto affogato nel tentativo di superare lo stretto o in quello di attraversare a piedi il deserto libico. Nonostante ciò, tutte le iniziative intraprese per scoraggiare l’immigrazione clandestina si infrangono sulla leggenda di chi ce l’ha fatta e sul fatto che le famiglie degli espatriati considerano i loro figli o fratelli degli eroi, perché mandano i soldi a casa”.
Tuttavia, grazie alla tv satellitare che ha portato nelle case le immagini degli scontri nella banlieue parigina, degli scioperi sindacali e del dibattito sulle vignette su Maometto, tra i giovani marocchini istruiti il mito dell’Europa si sta ridimensionando e con esso anche l’amore-odio per gli zmagria.
Le politiche miranti alla selezione degli immigrati, come quelle proposte dal ministro degli esteri francese Sarkozy, suonano ai marocchini come un tentativo deliberato dell’Europa di privare i paesi in via di sviluppo delle loro risorse più qualificate. “L’Europa vuole i nostri cervelli e le nostre braccia migliori a prezzo scontato – racconta Hafid, che ha passato in Francia sei mesi di stage come studente di agronomia -. Quello che non capisce la gran parte di quelli che vogliono emigrare è che anche qui si può avere un futuro”.

A giudicare dalle centinaia di cantieri aperti e dagli investimenti delle imprese marocchine, europee e americane in tutto il regno, il futuro di cui parla Hafid non è più così lontano.
Lo scorso luglio, alla conferenza di Rabat sull’immigrazione le autorità europee non hanno quasi parlato di espatriati marocchini, mentre hanno discusso a lungo del ruolo tampone del Marocco come paese di transito degli emigranti sub-sahariani, che aspettano il momento propizio per passare lo stretto di Gibilterra. “Intoo a Oujda, al confine con l’Algeria – racconta Araj Jalloul, dell’associazione umanitaria marocchina Homme et Environnement -, centinaia di africani sub-sahariani hanno fatto della foresta la propria casa. Vivono come animali, in condizioni igieniche e alimentari tremende, volutamente ignorati dal governo marocchino e dalle autorità europee. Con fiducia cieca, restano ad aspettare che la mafia ghanese che li ha fatti arrivare fin qui vada a stanarli sulle montagne per dire che è arrivato il loro tuo di saltare le barriere di Melilla o di imbarcarsi su due assi inchiodate per attraversare il Mediterraneo. Non c’è modo di convincerli a tornare a casa: sarebbe troppa la vergogna nei confronti della famiglia che ha scommesso su di loro”.

Sono questi gli immigrati delle immagini trasmesse dai telegiornali: il carico dei barconi di disperati che durante l’estate arrivano sulle spiagge della costa mediterranea o sulle isole italiane e spagnole.
Visto l’intensificarsi dei controlli dei militari locali e delle guardie costiere di tutta Europa, il breve tratto che separa la città marocchina di Laayoune dalle Canarie è stato di fatto bloccato e le nuove direttrici della disperazione partono dalla Mauritania attraverso l’oceano Atlantico, solcando oltre mille miglia di acque impetuose che travolgono un terzo delle barche di passaggio e i loro occupanti. Ma la speranza di aiutare la propria famiglia, il sogno di comprare un auto di lusso, di indossare vestiti firmati e occhiali da sole valgono evidentemente una vita intera.
La reazione di chi queste cose le ha già sono sempre le stesse e sfiorano il paradosso: oggi in Marocco, gli immigrati dell’Africa nera sono oggetto dello stesso astio subito dai marocchini appena arrivati in Europa: “Non ci si può fidare di questi negri. Sono qui solo per rubare e creare problemi” avverte il gestore di un caffè nella medina di Casablanca, mentre un avventore si rivolge a due giovani del Mali gridando: “Rentrez chez vous, tornatevene a casa vostra: qui non c’è posto per voi”.
Ma a casa, insegnano gli zmagria, ci torna solo chi può farlo da vincitore.

Alessio Antonini e Chiara Giovetti

Alessio Antonini e Chiara Giovetti




Il limbo degli emigrati

La disperazione degli emigranti sub-sahariani

Intervista ad Araj Jelloul, esperto di immigrazione clandestina e cornordinatore dell’organizzazione Homme et Environnement.

Oujda. Araj Jelloul sta seduto alla scrivania del suo ufficio nei locali della parrocchia di Saint Louis. È un marocchino corpulento, con spessi occhiali da vista e un viso bonario. Veste la tunica tipica dei musulmani e mastica tabacco. Una volta fumava. Ha smesso durante i sei anni passati nelle prigioni del defunto re del Marocco, Hassan ii: militava in un sindacato e un giorno scrisse su un quotidiano un articolo troppo critico nei confronti del regime.
Oggi Araj cornordina l’associazione Homme et environnement, che raccoglie cristiani, musulmani e atei, per assistere gli immigrati che tentano di raggiungere l’Europa e rimangono incastrati in Marocco. L’associazione sostenuta dal parroco di Saint Louis, padre Joseph Lepine, e da Medicins Sans Frontières, fornisce assistenza medica di primo soccorso, procura abiti e cibo per gli immigrati e fornisce consulenze legali gratuite ai richiedenti asilo.

Noi conosciamo il fenomeno dell’immigrazione attraverso le centinaia di disperati che sbarcano sulle coste europee in cerca dell’eldorado. Chi sono quelli che non ce la fanno? E perché rimangono in Marocco?
Sono i cosiddetti immigrati di passaggio: si tratta di persone che fanno tappa in Marocco per prepararsi a passare in Europa. Spesso però non ce la fanno perché passare il confine è sempre più difficile e si trovano intrappolati qui: l’Europa è loro preclusa ma, al tempo stesso, non hanno né il denaro né le forze per tornare nei loro paesi.
Ad aggravare gli impedimenti materiali, inoltre, c’è anche il fatto che rientrare a casa sarebbe per loro motivo di vergogna nei confronti delle loro famiglie e comunità. E non è solo una questione psicologica perché a volte sono le stesse tribù a cui appartengono che hanno finanziato il viaggio di due o tre elementi del villaggio. Di solito li scelgono tra i più forti, preferibilmente con competenze professionali di qualche tipo, e procurano loro il denaro per pagare il viaggio, nella speranza che una volta arrivati in Europa aiutino tutti inviando del denaro. L’immigrazione è una specie di investimento.

Chi è che emigra?
Di solito si tratta di sub-sahariani tra i 19 e i 34 anni, in buone condizioni di salute, di livello culturale medio o, più raramente, alto. Vengono dalle aree più povere del loro paese, a eccezione della Nigeria, i cui emigranti vengono da tutto lo stato. Il loro sogno è quello di potersi comprare un’automobile e solo qualcuno desidera tornare a casa.

Chi organizza i viaggi della speranza?
Spesso sono mafie locali, magari collegate ai gruppi criminali che operano in Europa. Ma noi non veniamo in contatto con queste organizzazioni se non tramite i racconti delle persone che soccorriamo. Le mafie sono molto ben organizzate e hanno punti di raccolta nascosti ovunque, per ogni tappa del viaggio.
Io stesso sono venuto a conoscenza dell’esistenza di queste reti mafiose accidentalmente, quando due persone vennero ad avvertirci che c’era una donna che stava per partorire e che aveva urgente bisogno di cure mediche. Noi ci precipitammo sul posto che ci era stato indicato e nel bagno trovammo la donna, ormai cadavere, riversa in un lago di sangue e con la neonata accanto. All’interno dell’appartamento c’erano, stipate, almeno altre 50 persone, ma quando uscimmo, per portare la bambina in ospedale e chiamare la polizia, sparirono tutti.
Al nostro ritorno, nell’edificio non c’era più nessuno. Fu allora che capimmo che i due che ci avevano avvertiti non erano soli: ci avevano detto di essere nigeriani, vestivano firmato e avevano dei cellulari ultimo grido. Era evidente che si trattava dei mafiosi che organizzavano il traffico.

I mercanti di schiavi appartengono a un paese in particolare?
Immagino che ci siano diverse varianti; ma secondo le informazioni in mio possesso, per la maggior parte provengono dal Ghana. È da là che vengono organizzate la maggior parte delle traversate del deserto. Ed è nel deserto che muoiono la maggior parte degli immigrati. Quando qualcosa va storto i trafficanti abbandonano gli immigrati a se stessi e quando non riescono a farli arrivare in Europa li portano sulle montagne intorno a Oujda, promettendo che toeranno a chiamarli quando le condizioni saranno più favorevoli.
Mi è capitato di conoscere alcuni di quelli che vivono nei boschi e di rimproverarli per la loro ingenuità; ma la loro fiducia, alimentata dalla disperazione, è cieca e irrazionale. Spesso, nella rete mafiosa cade chi ha già un parente in Europa in grado di trovare il denaro per pagare il biglietto.

Quanto pagano questi disperati per emigrare?
Dipende. Esistono varie forme di pagamento. Posso citare la storia di una ragazza nigeriana che abbiamo assistito qui a Oujda. Nel suo caso, simile a quello di molte altre, la prima parte del viaggio lo ha pagato la famiglia, in contanti.
La seconda tranche l’ha dovuta pagare lei, prostituendosi lungo la strada. In alcuni casi, le ragazze che rimangono incinte devono cedere il neonato a organizzazioni che procurano bambini per le adozioni illegali.
Il saldo della terza parte del biglietto avviene in Europa, dove le ragazze sono inserite nelle reti della prostituzione. Gli uomini invece spesso pagano in contanti. Pagano circa 500 euro per attraversare l’Algeria o il Marocco e altri 4-6 mila euro per arrivare in Europa.

Ma sono un sacco di soldi per vivere in Africa! Perché gli immigrati non scelgono di usare quel denaro per fare altro, ad esempio aprire un’attività commerciale nel loro paese?
Per tanti motivi. In primo luogo, l’Europa è il sogno di una vita per molti. Poi bisogna aggiungere che intraprendere un’attività in Africa non è così semplice. Basta vedere l’esempio delle téléboutique, in cui si trovano i servizi telefonici e internet: se qualcuno ne apre una e inizia a guadagnare, in poco tempo ne apriranno altre dieci nello spazio di poche centinaia di metri e nessuno riuscirà più a sbarcare il lunario.
Questo è dovuto alla mancata applicazione delle leggi che regolano l’economia e la concorrenza. La totale mancanza di regole è uno dei più gravi problemi di tutto il continente.

Ma allora non c’è proprio futuro?
Un futuro c’è. Sono ottimista. Noi africani abbiamo le carte in regola e le potenzialità per avere un domani più roseo, anche se siamo lontani dal risolvere il problema della corruzione delle élite e delle lotte tra le tribù per la spartizione del potere e del denaro.

Quale ruolo può avere l’Europa nello sviluppo africano?
L’Europa è un punto di riferimento per quanto riguarda democrazia e diritti umani. Nonostante gli abusi e la corruzione che esistono dappertutto, in Europa le regole vengono applicate e i cittadini sono uguali davanti alla legge.
In Africa non si può nemmeno parlare di cittadini, ma di sudditi, che hanno doveri ma non diritti.
Ma non è così semplice. L’Europa è in parte responsabile della condizione in cui versa l’Africa oggi: se lavorasse più attivamente ed efficacemente per contribuire allo sviluppo dei paesi africani, ci sarebbero dei risvolti positivi anche sull’immigrazione verso il vecchio continente.

Ma a voler essere cinici, si potrebbe dire che a noi europei conviene tenere l’Africa nelle condizioni in cui si trova oggi. Un grande supermercato a cielo aperto e un bacino di manodopera a basso costo è meglio di un concorrente, o no?
Forse. Ma allora l’Europa dovrà rassegnarsi a sopportare anche i costi che comporteranno il terrorismo, l’immigrazione selvaggia, le orde di disperati che cercano e cercheranno di raggiungere le coste spagnole, francesi, italiane. Credo invece che, grazie alla prossimità geografica, l’Europa sarebbe la prima a beneficiare di un’Africa più sviluppata e stabile.
Da che mondo è mondo, gli esseri umani si sono spostati da una parte all’altra del globo e la mondializzazione è ormai un dato di fatto. Non si può pensare che i problemi dell’Africa non coinvolgano il resto del pianeta. Le conseguenze di questi problemi, piaccia o non piaccia, pesano sulle spalle di ognuno. Il sottosviluppo dell’Africa è un problema per tutti e a tutti è richiesto un piccolo sacrificio.

Alessio Antonini e Chiara Giovetti




Il kif del rif

Coltivazione e commercio della cannabis

Sono semplici coltivatori. Raccolgono i frutti della terra e li vendono in Europa. Con quello che guadagnano mantengono figli e famiglie. Sono i circa 500 mila agricoltori che vivono nel Rif e che oggi si oppongono alla distruzione delle loro coltivazioni, ordinata dal governo marocchino. Ma perché il regno alawita vuole impedire ai contadini di lavorare la terra? Perché quello che producono è marijuana. Droga, per chi non la conoscesse.

Il caldo inizia a farsi insopportabile e gli animali diventano nervosi, ma i mercanti del souq di Mizan el Harara non si muovono dai loro banchetti. Nell’arco di un’intera mattinata non hanno venduto quasi nulla: frutta e verdura sono rimaste a marcire sotto il sole.
I clienti abituali di questo paesino, incastrato nelle montagne tra Ouezzane e Ksar el Kebir, nella regione di Larache, non si sono fatti vedere: la loro unica fonte di reddito è stata distrutta dai militari marocchini e oggi non hanno più denaro per fare acquisti. “L’anno scorso – spiegano amareggiati gli uomini del mercato – aerei carichi di agenti chimici e quasi 100 trattori agli ordini dei gendarmes hanno raso al suolo tutte le coltivazioni di cannabis e sono entrati nelle case dei contadini per distruggere le riserve di hashish”.
L’operazione è stata ordinata dall’inflessibile governatore di Larache, Maoulainine Ben Khellihenna, che negli ultimi due anni ha fatto distruggere oltre 4 mila ettari di kif, nome locale della cannabis, nel quadro della campagna contro il narcotraffico, voluta dal governo marocchino, in accordo con le autorità europee e statunitensi.
“Il progetto di sradicamento delle colture di cannabis è stato fatto in accordo con i contadini – ha puntualizzato Khellihenna in una conferenza stampa – e oggi i locali hanno ritrovato la pace e la dignità. I coltivatori, inoltre, non hanno subito alcun danno, perché con i fondi del governo marocchino abbiamo compensato le perdite, facendo piantare oltre 50 mila olivi. Abbiamo anche donato 523 capre e 200 alveari per dare impulso all’apicoltura”.

Il successo della hamla, l’operazione di sradicamento, è stato anche lodato dall’ultimo congresso delle Nazioni Unite sul traffico di droga, che ha messo in luce come in meno di due anni la produzione nazionale di hashish sia diminuita sensibilmente.
A sentire i contadini del luogo, però, le cose sono andate diversamente: il governatore non avrebbe preso alcun accordo; anzi, avrebbe imposto la distruzione delle coltivazioni con la forza. “Gli imam e i funzionari pubblici hanno iniziato a dire che la coltivazione della cannabis era proibita – dice un contadino della zona -, ma noi pensavamo fosse l’ennesimo trucco per spillarci denaro”. “Invece questa volta i militari sono arrivati davvero – aggiunge un altro – e in 60 giorni hanno distrutto le riserve e incendiato le coltivazioni. Ci hanno anche costretto a fornire il cibo per gli operai che stavano devastando i campi e chi si rifiutava veniva minacciato con le armi”.
Per il momento i risultati dell’operazione “Larache région sans cannabis”, sono una campagna non coltivabile e sinistrata, incapace di attirare le centinaia di stagionali che nei mesi autunnali venivano a dare una mano per la raccolta. “Il governatore parla di dignità – dice un contadino che fino all’anno scorso coltivava cannabis -, ma non capisco che dignità possa avere uno che non ha più un dirham in tasca”.
Non avendo ricevuto compensazioni sufficienti, molti coltivatori sono emigrati nelle periferie delle città, dove vivono in condizioni di povertà e sono più soggetti al richiamo delle ideologie islamiche estremiste: alcuni addirittura hanno smesso di mandare i figli a scuola, perché non sono in grado di far fronte alla retta o perché non sono riusciti a saldare i debiti che avevano contratto durante il periodo della semina.
“La hamla contro la droga così come è stata organizzata è l’ennesima ipocrisia – scrive secco sul settimanale marocchino Tel Quel Driss Bennani -. Si è deciso di colpire i contadini, che sono l’anello più debole della catena del narcotraffico e il resto è rimasto invariato: nessun accenno ai consumatori europei e i processi contro i trafficanti vanno a rilento”.
Bennani non ha tutti i torti. Anzi. Dei proventi del commercio di cannabis, infatti, ai contadini arrivano poco più delle briciole: i passaggi dell’hashish arricchiscono ogni giorno molti ufficiali della gendarmeria e alti funzionari dell’amministrazione pubblica, i cui nomi appaiono all’inizio dei processi per poi sparire nel dimenticatornio.
“Ogni famiglia – dice senza mezzi termini Mohammed, che ha una piccola coltivazione vicino ad Akchur – scrive sui pani di hashish le proprie iniziali così la polizia sa a chi appartiene la droga e la fa passare alla dogana solo se i contadini hanno pagato il pizzo”.

Nei recenti processi ai trafficanti, però, per la prima volta le autorità marocchine hanno ammesso che esiste un legame tra il commercio di droga e il mondo politico. Tra il 2005 e il 2006 sono stati indagati l’ex capo della Securité Royale, Abdelaziz Izzou, e l’ex capo della sicurezza del palazzo reale, Mohamed Mediouri. Nei processi sono anche spuntati i nomi del figlio di Meyer Michel Azeroual, ricchissimo magnate degli acciai, legato alla corte del precedente sovrano, Hassan ii, e di altri importanti protagonisti della vita economica e politica di Tangeri.
Recentemente, inoltre, le indagini della polizia parigina hanno rivelato che alti funzionari del governo marocchino sono attivi nel riciclaggio del denaro sporco, proveniente dalla vendita di hashish e che alcuni uomini d’affari in vista nel regno alawita traggono dalla droga la maggior parte dei loro guadagni.
Tra i meglio organizzati ci sarebbero i membri della famiglia Chaabani, che fanno la spola tra il Nord del Marocco e Parigi. Originari di Nador, hanno il loro quartier generale in una stazione di servizio e usano alcuni negozi di tessuti e cybercafé come appoggio. Nel retro delle loro botteghe i Chaabani danno istruzioni ai loro intermediari europei e franco-marocchini nel vecchio continente su come piazzare l’hashish e trasportarlo a bordo di 4×4, camionette e autobus diretti in Belgio, Germania e Olanda. Al ritorno gli stessi mezzi portano denaro o addirittura lingotti d’oro. Parte dei soldi vengono poi investiti nel settore immobiliare in Marocco e in Europa e ovviamente in nuove colture di kif.

Eppure, almeno ufficialmente, il governo marocchino appare molto impegnato nella lotta alla produzione di cannabis, ed è il solo paese produttore che ha finora apparentemente collaborato con l’Ufficio sulla droga e il crimine delle Nazioni Unite (Unodc), stilando statistiche e censimenti sullo stato delle coltivazioni in Marocco.
Questa generale volontà nazionale che sta dietro all’operazione antidroga di Larache risulta però quantomeno ambigua, se si pensa che nella dirimpettaia regione di Chefchaouen, peraltro la zona di produzione del kif per antonomasia, si continua a coltivare cannabis senza troppe preoccupazioni.
Secondo l’Unodc, Larache fornisce solo il 12% del kif marocchino, contro il 62% di Chefchaouen. Inoltre, la qualità è quasi sempre nettamente inferiore e per questo il kif di Larache entra in scena solo quando i coltivatori di Chefchaouen e del resto delle montagne del Rif non riescono a far fronte da soli alle richieste del mercato interno e internazionale.
Secondo le autorità marocchine, però, la hamla di Larache è una campagna preliminare, alla quale ne seguiranno molte altre. La scelta di cominciare da qui nascerebbe dal fatto che la coltivazione di cannabis è stata introdotta più recentemente e ha avuto meno tempo per radicarsi, “anche se è noto a tutti – aggiunge un militante di un’associazione anti-hamla – che in queste zone ci venivano i Rolling Stones negli anni ‘60, perché c’erano grandi musicisti e erba a volontà”.
Il problema è che sono milioni le persone che vivono di questo tipo di coltivazioni e nessun paese al mondo può permettersi di togliere il lavoro a così tanti cittadini. Qualunque sia la fonte di reddito.

A una manciata di chilometri da Larache, infatti, nella zona di Chefchaouen, il commercio del fumo continua fiorente e i clienti europei non mancano. “Ho pakistano, cioccolato e caramello – dice uno dei tanti che cercano di piazzare i loro prodotti in giro per la città di Ketama, vero e proprio cuore pulsante del narcotraffico -. Se non fumi non è un problema: tanti italiani comprano un po’ di hashish per rivenderlo una volta tornati a casa e rientrare delle spese della vacanza”.
Non bisogna aspettare molto perché qualche capetto della malavita locale si avvicini per proporre un affare. “Questi – afferma Jean, un francese che viene in vacanza nel Rif da una ventina d’anni – è uno di quelli che non coltivano. Vendono e basta, come si vede dalle macchine di lusso con cui vanno in giro. Non stanno certamente in campagna a zappare la terra”.
Quelli che stanno nei campi a curare le piante di kif, i coltivatori veri e propri, sono lontani anni luce dai giochi di potere e dalle partnership tra lo stato marocchino e le Nazioni Unite. Lavorano la terra esattamente come se stessero coltivando patate, barbabietole o pomodori, come Youssef, che con il kif mantiene la sua famiglia. Non ha i fuoristrada di lusso dei trafficanti, ma una vecchia auto e, con i guadagni dello scorso raccolto, ha fatto piastrellare la sua veranda e montare i sanitari nel bagno.
Youssef fa questo lavoro da 30 anni; suo padre lo faceva prima di lui e i suoi figli stanno imparando il mestiere. Quando parla di tossicodipendenza si riferisce alla sua ossessione per il caffè, che ha imparato ad apprezzare grazie ad alcuni amici italiani che gli hanno regalato una moka. Non parla né di hashish né di marijuana. Qui fumano tutti nella pipa tradizionale, la sebsa.
Sebbene la hamla non sia arrivata fin qui, le cose stanno cambiando anche per i coltivatori come Youssef. La continua richiesta di droga da parte dei giovani europei ha fatto espandere il mercato e i trafficanti si sono fatti più aggressivi e meglio organizzati. Insomma, sempre più malavitosi con la macchina di lusso che hanno altre priorità e altri metodi rispetto ai contadini.
Non solo. Da un paio di anni a questa parte i trafficanti usano gli stessi canali dell’hashish per distribuire la cocaina: nel porto di Agadir o in Mauritania, infatti, i due prodotti si incontrano e viaggiano insieme attraverso la Galizia per invadere il mercato europeo.
E la polvere bianca ha fatto il suo ingresso anche in Marocco, dove ha cominciato a diffondersi tra i giovani che, stando alle analisi dei sociologi marocchini, sono sempre meno inclini a rispettare il divieto coranico di assumere alcol e droghe.

Alessio Antonini e Chiara Giovetti

Alessio Antonini e Chiara Giovetti




GIOCHI DI GUERRA …PERMANENTE

INTRODUZIONE

"Al passaggio dei marines le donne si toglieranno il burqa e gli uomini si taglieranno la barba" si diceva quando il presidente degli Stati Uniti lanciò contro il regime dei taleban la campagna militare "giustizia infinita", poi ribattezzata "libertà duratura".
A 5 anni dalla fine della guerra, in Afghanistan si continua a combattere e morire; il terrorista Osama bin Laden non è stato catturato; il Mullah Omar è diventato una primula rossa; il paese è diviso in zone di influenza, controllate dai "signori della guerra" delle varie etnie; la libertà religiosa è apostasia condannata con la pena capitale; la pace un miraggio… Le donne continuano a indossare il burqa e gli uomini a coltivare le loro barbe.
Dopo 10 anni di guerra contro i russi e altrettanti di guerra civile tra le varie fazioni religiose ed etniche, l’Afghanistan continua a essere uno dei paesi più poveri del mondo, che sopravvive solo grazie agli aiuti inteazionali; la popolazione non sa più in chi sperare e, le donne soprattutto, continuano ad essere discriminate e vittime di ogni tipo di violenza.
Quale futuro per l’Afghanistan? Con questo dossier non intendiamo dare risposte risolutive, anche perché non ne abbiamo. Vogliamo offrire alcune testimonianze, raccolte prima del famigerato 11 settembre, per aiutare a comprendere il groviglio di "giochi" strategici e geopolitici, economici e finanziari che, sommati alle componenti storiche, etniche e religiose della società afghana, continuano ad alimentare nel paese un clima di paura.

Giochi di guerra … permanente

Uno dei paesi più poveri al mondo: 652 mila chilometri quadrati di aridi deserti, intervallati da aspre montagne che raggiungono i 7.500 metri, nessuno sbocco al mare. I suoi 26 milioni di abitanti rappresentano un mosaico di una decina di diverse etnie tra cui prevalgono i pashtun (38% della popolazione), i tagiki (25%), gli hazari (19%) e gli uzbeki (6%). Quattro bambini su cento non raggiungono l’anno di vita e, se la fame, le malattie, la guerra, le mine antiuomo permetteranno loro di superare i 45 anni, si possono considerare fortunati, perché vuol dire che hanno già superato il limite medio di vita nel loro paese (in Italia possiamo sperare di vivere fino a 78 anni).

DI GUERRA IN GUERRA

Questi semplici dati mostrano quanto l’Afghanistan sia marginale nella vita economica della regione centroasiatica. Eppure la sua posizione geografica, posta strategicamente al centro di una rete di passaggi obbligati, che dall’Asia sudorientale si dirigono in Medio Oriente e poi in Europa, ha imposto il controllo di questo stato per garantire la stabilità di un’intera regione che, espandendosi dall’India, raggiunge le coste mediterranee dell’Asia occidentale passando per le regioni turcofone del Centro Asia, un tempo appartenenti all’Unione Sovietica e ancora oggi considerate sotto l’influsso politico ed economico di Mosca.
Gran Bretagna e Russia zarista combatterono per tutto il xix secolo una guerra per il controllo del territorio afghano, conclusasi con il ritiro degli eserciti di entrambe le potenze, incapaci di fronteggiare le tribù che difendevano i loro territori. Nel gennaio 1842, il comandante delle truppe afghane, Akbar Khan, sterminò un’intera divisione di 28.500 soldati della Corona, lasciando in vita solo un soldato di sua maestà perché riferisse alla regina la terribile sconfitta.
Ma anche l’Afghanistan, da quel conflitto, ironicamente chiamato "grande gioco", uscì menomato: dopo aver perso Peshawar nel 1834 a opera dei Sikh, nel 1859 anche il Belucistan, l’unica regione che permetteva allo stato di avere uno sbocco al mare, passò sotto controllo britannico.
L’indipendenza, avvenuta nel 1919 e la successiva ascesa al trono del re Zahir Shah nel 1933 permise al paese di ritrovare una relativa stabilità, scoprendo una nuova fonte di guadagno economico: il turismo alternativo. Negli anni Sessanta, dall’Europa e dagli Stati Uniti giungevano a migliaia i "figli dei fiori", attirati dal commercio semilegalizzato di oppiacei e marijuana, comprati nei bazar di qualsiasi villaggio a prezzi irrisori.

GLI INTRIGHI DELLA GUERRA FREDDA

La situazione afghana, così come oggi la stiamo vivendo, comincia a delinearsi nel 1973, quando Daud, cugino del re, compie un colpo di stato e proclama la repubblica. Il progressivo avvicinamento di Kabul a Teheran, allora filoamericana, convince Mosca che Daud deve essere sostituito: nel 1978 il comunista Taraki prende il potere.
I successivi mesi vedono il rapido deterioramento della situazione: le lotte intee tra le fazioni del Partito comunista afghano, l’uccisione di Taraki, la crescente espansione islamica che minacciava, anche dal suo interno, le repubbliche centroasiatiche sovietiche, indussero l’Armata rossa a varcare, il 27 dicembre 1979, il fiume Amur Dharya, portando una nazione, sino ad allora semisconosciuta all’opinione pubblica europea, al centro dell’attenzione mondiale.
Il territorio afghano si trasformò, in breve tempo in un grande campo di azioni militari nel contesto della guerra fredda. I due giocatori, Usa e Urss, manovravano le pedine (i mujahedeen e il governo di Kabul) a seconda delle loro convenienze.
È in questo periodo che Osama bin Laden, un miliardario saudita di origine yemenita, aderisce al movimento dei mujahedeen afghani contro l’Armata rossa. Con la consulenza militare e l’appoggio finanziario degli Stati Uniti, della Cia e del Pakistan, costituisce una formazione militare composta esclusivamente da arabi che lottano in nome della jihad. Ad addestrare questi volontari, chiamati arabi afghani, sono i Sas britannici. È il primo nucleo di quello che, anni dopo, diventerà il gruppo noto come al-Qa’ida.
Il 15 febbraio 1989, a seguito degli accordi di pace, l’Armata rossa abbandona l’Afghanistan, lasciandosi alle spalle 40-50.000 propri soldati morti, ma portando con sé il germe della dissoluzione dell’Unione Sovietica, che giungerà nel giro di un paio d’anni.

DAI MUJAHEDEEN AI TALEBANI

Appare subito chiaro che la forte divisione all’interno della guerriglia afghana farà ripiombare la nazione in una nuova, sanguinosa, guerra civile. E così è. Sparito il nemico esterno, ora le fazioni si combattono tra loro e solo il 15 aprile 1992 i mujahedeen raggiungono Kabul, destituendo il governo comunista di Najibullah e innalzando a presidente Burhannudin Rabbani, leader della Jamiat-i-Islami. Accanto a lui c’è Ahmed Shah Massud, il "leone del Panshir". I due sono legati da un rapporto di parentela, il miglior sigillo per rendere un’alleanza tra afghani indistruttibile: Rabbani, infatti, ha sposato la sorella di Massud.
Il governo non ha l’appoggio dell’etnia maggioritaria afghana, quella dei pashtun, e neppure del Pakistan, che non ha mai accettato Massud, e tantomeno degli Usa, dove il presidente Bush padre è particolarmente sensibile alle questioni petrolifere. Nel 1991, un anno prima della presa di Kabul da parte di Massud, Bush aveva lanciato la guerra contro l’Iraq, camuffandola come conflitto morale e definendola più volte una "crociata".
Ed è proprio il petrolio la causa prima della nascita dei taleban. I giacimenti del Mar Caspio, tra i più ricchi al mondo, fanno gola a molti; ma sono inutilizzabili se non si porta il greggio al mare, dove può essere stivato nelle superpetroliere. Non solo, ma gli oleodotti, passando in uno stato piuttosto che in un altro, possono determinare il peso geopolitico dei singoli governi.
L’Iran degli ayatollah rappresentava la soluzione più ovvia e meno costosa, ma la profonda avversione statunitense verso il governo di Teheran, faceva preferire l’opzione afghana. C’era un solo problema: il governo Rabbani-Massud, rifiutando ogni accordo con le fazioni dei mujahedeen, manteneva il paese in uno stato di guerra permanente, che impediva alle compagnie petrolifere di mettere in pratica i loro progetti.
Kabul, che durante il periodo sovietico era stata risparmiata dai bombardamenti, nonostante fosse ora ridotta a un ammasso di macerie dagli attacchi di Gulbuddin Hekmatyar, armato dal Pakistan e dagli Usa, resisteva. Occorreva trovare un’altra soluzione, che non si fece attendere.
Nel sud del paese esisteva da tempo un movimento di studenti delle madrase islamiche, i cosiddetti taleban (da taleb, studente), di etnia pashtun, che avevano già dato prova di abilità militare, conquistando la città di Kandahar alla fine del 1994. Per il Pakistan rappresentavano una valida alternativa all’impasse della lotta intea dei mujahedeen, mentre la Casa Bianca li allevava in funzione antiRabbani.
Una delegazione taleban giunse anche negli Stati Uniti per discutere sul futuro governo afghano e i loro rappresentanti ebbero colloqui con i dirigenti della Unocal, la compagnia petrolifera Usa che aveva vinto l’appalto per l’oleodotto, sconfiggendo i concorrenti argentini della Bribas.
Dapprima il principale finanziatore dei taleban fu il petroliere saudita Turki bin Faisal (in ottimi rapporti con Osama bin Laden), attratto dalla prospettiva dell’oleodotto; ma verso la metà del 1996, l’impasse militare cui Massud costrinse gli studenti islamici, convinse bin Faisal a chiudere i rubinetti verso l’Afghanistan. E nell’agosto 1996 a Faisal subentrò Osama bin Laden, che accettò di prendersi cura del movimento, il quale, da quel momento, non ebbe più l’appoggio della Casa Bianca.
Il 27 settembre 1996, i 3 milioni di dollari concessi da bin Laden ottennero i loro frutti: Kabul, oramai distrutta da 4 anni di guerra civile, cadde nelle mani degli studenti islamici. Massud e Rabbani si ritirarono al nord, dove vive la maggioranza dell’etnia tajika, controllando il 15% del territorio.
I taleban, dal canto loro, ricostruirono la società modellandola su leggi coraniche. La vita degli afghani venne scandita dai proclami del Ministero della Promozione e della Virtù, il quale si assicurava che tutti gli aspetti del vivere quotidiano fossero coerenti con le affermazioni del Corano.

"BUONI" E "CATTIVI"

Al tempo stesso questo stereotipo che dipingeva i taleban come dei rozzi trogloditi invasati di Dio (o "drogati" di religione, riferendo la famosa frase di Marx), veniva a cadere una volta che ci si allontanava dalla città. Come accade nei regimi assolutistici, la capitale rappresenta la vetrina dell’ideologia di regime che si vuole offrire al mondo e il dogmatismo teocratico dell’Emirato islamico, a Kabul, diviene legge assoluta.
Eppure, almeno al sud, tra le popolazioni pashtun gli studenti trovavano ampi consensi e, ancora oggi, la conquista di Kabul da parte delle forze dell’Alleanza, non ha risolto le questioni aperte da anni: la profonda divisione etnica che separa le varie componenti della nazione, la facilità con cui i diversi comandanti militari cambiano campo da un giorno all’altro, il vivo ricordo delle violazioni dei diritti umani e degli stupri commessi dai militari di Massud su donne e bambine, pende come una spada di Damocle sulla pax afghana.
I media hanno mostrato una guerra i cui contendenti sono sempre stati divisi da una linea netta: da una parte i "buoni" (l’Alleanza settentrionale), dall’altra i "cattivi" (i taleban), conniventi col terrorismo, odiati dal popolo e dalle donne, barbari incivili che hanno riportato la società ai tempi del medioevo.
La realtà è assai diversa; non esistono "buoni", non esistono "cattivi". Ci sono solo afghani che devono fare i conti con la loro storia, la loro cultura, la loro tradizione. Ed è anche per questo che le donne, pur nella loro libertà, continueranno a portare il burqa.

Piergiorgio Pescali

Scheda storica

II millennio a.C.: il territorio dell’Afghanistan diventa un "carosello" di popoli migratori, soprattutto ariani.
VI secolo a.C: buona parte del territorio è annesso all’impero persiano di Ciro il Grande.
328 a.C: Alessandro Magno conquista Bactria (attuale Balkh); alla sua morte passa alla dinastia seleucide.
250-180 a.C: nasce e si espande il regno greco-bactriano, poi passato all’impero nord-indiano Maurya.
I-III secolo d.C: tribù scite creano il regno di Kusana, con importanti centri culturali; la "via della seta" favorisce il commercio tra Roma, India e Cina.
240-VIII sec.: Kusana sotto l’impero persiano sassanide.
642-1747: conquista araba e islamizzazione dell’Afghanistan, governato da varie dinastie locali.
1219-1227: invasione e distruzioni di Gengis Khan.
1360: l’Afghanistan è conquistato da Tamerlano.
XVI-XVIII sec.: Afghanistan diviso in tre parti: nord sotto i discendenti uzbeki di Tamerlano; ovest sotto la Persia; est sotto l’impero Moghul.
1719-1729: Khan Nasher, dei pashtun ghilzai, sconfigge i persiani e controllano l’intera Persia.
1730: afghani ricacciati dal persiano Nadir Shah; i pashtun durrani principali dominatori dell’Afghanistan.
1747: re Ahmed Durrani unifica il paese, che comprende anche Kashmir, Belucistan e Panjab.
1808: trattato anglo-afghano; inizia il "grande gioco" tra la Russia zarista e la Gran Bretagna in Asia Centrale.
1839-1842: prima guerra anglo-afghana, conlusa con la distruzione di un’intera armata britannica.
1844-1901: regno dell’emiro Abdur Rahman Khan.
1878-1880: seconda guerra anglo-afghana, conclusa con il trattato di Gandomak: Abdur si occupa di affari interni; l’Inghilterra controlla la politica estera.
1880-1901: russi e britannici fissano i confini del moderno Afghanistan; metà dei pashtun rimangono nell’attuale Pakistan. Abdur Rahman è assassinato; gli succede il figlio Habibullah.
1919: assassinio di Habibullah (troppo filo-britannico); il successore Amanullah scatena la terza guerra anglo-afghana; nel trattato di Rawalpindi, l’Afghanistan ottiene l’indipendenza e esce dall’isolamento.
1927: Amanullah introduce riforme sociali per modeizzare il paese, sull’esempio di Ataturk in Turchia.
1929: capi tribali e religiosi conservatori costringono il re ad abdicare. Il cugino Muhammed Nadir Shah avvia riforme più graduali; ma è assassinato nel 1933.
1933-1973: regno di Mohammed Zahir Shah, 19ne figlio di Nadir, che concede alcune libertà politiche e promulga una costituzione più liberale e democratica (1964). Nasce il Pdpa (Partito democratico popolare dell’Afghanistan), comunista e legato all’Urss.
1973: colpo di stato di Mohammed Daud (cugino e cognato del re), abolizione della monarchia e proclamazione della repubblica. Re Zahir si rifugia in Italia.
1978: Daud è deposto e assassinato; il Pdpa instaura un regime militare-socialista, che scatena la rivolta popolare.
1979: intervento russo occupa militarmente tutto il territorio e installa un nuovo governo. Inizia l’opposizione armata dell’Unione islamica, composta da varie fazioni di guerriglieri islamici (mujahedeen), sostenuti da Usa, Pakistan, Cina, Iran, Arabia Saudita.
1988: accordi di pace tra Afghanistan, Usa, Urss e Pakistan. Osama bin Laden organizza al-Qa’ida.
1989: l’Armata rossa si ritira; ma continua la guerra civile dei mujahedeen contro Najibullah.
1992: Abdul Rashid Dostum si allea con Ahmad Shah Massud e proclamata la Repubblica Islamica, presieduta dal moderato Burhanuddin Rabbani, rifiutato dagli integralisti guidati da Gulbuddin Hekmatyar.
1994-1996: i Taleban (studenti islamici) insorgono contro l’anarchia e assenza di pashtun nel governo; in pochi anni controllano il 90% del paese e instaurano un governo integralista: una vera dittatura islamica.
1998: Rabbani e il generale Massud si ritirano nella valle del Panjshir e danno vita all’Alleanza del Nord (An), riconosciuta dall’Onu come governo legittimo.
2001: 3 settembre, Massud è assassinato; 11 settembre attacco terroristico alle Torri Gemelle a New York; 7 ottobre Usa e coalizione di alleati invadono l’Afghanistan; 13 novembre l’An entra a Kabul e pone fine al regime Taleban.
27 nov.- 5 dic., conferenza interafghana a Bonn, affida ad Hamid Karzai la presidenza dell’amministrazione provvisoria.
2002: l’ex re Zahir Shah convoca una Loya Jirga, che elegge presidente Karzai, non riconosciuto dai "signori della guerra" che controllano quasi tutto il paese.
2004: approvazione della nuova Costituzione (gennaio); prime elezioni dirette della storia dell’Afghanistan (ottobre): Karzai è riconfermato capo dello stato, ma controlla appena la capitale; il resto del paese è diviso in zone di influenza dei vari "signori della guerra".

Piergiorgio Pescali




Solo cattivi «studenti»?

Presentati all’opinione pubblica come l’incarnazione del "male", i taleban sono cresciuti grazie all’addestramento dei servizi segreti pakistani, agli armamenti americani e ai finanziamenti sauditi.


Nella seconda metà degli anni Novanta, dalle zone meridionali dell’Afghanistan, cominciò a farsi conoscere un movimento chiamato con il nome di taleban, forma plurale della parola persiana taleb, studente. Secondo molti osservatori questi guerriglieri, armati oltre che di kalashnikov anche di una ferrea fede islamica, nacquero all’improvviso, senza avere un apparente background storico e senza possedere una profonda cultura politica.
Questa tesi, sposata dalla maggior parte dei media occidentali e che ha indotto la maggior parte dei commentatori a dipingere il gruppo islamico come una banda di terroristi senza arte né parte, viene smentita da alcuni documenti resi noti recentemente dalla Cia e dai servizi segreti russi, nonché da testimonianze di ex agenti dell’Isi, i servizi segreti pakistani.
In base alle prove raccolte, l’origine dei taleban si dovrebbe far risalire ai primi anni Ottanta, quando Sultan "Imam" Amir, un agente dell’Isi addestrato dai Berretti Verdi statunitensi a Fort Bragg, nella Carolina del Nord, iniziò a organizzare, con i finanziamenti della Cia, la resistenza ai sovietici. Per assoldare il maggior numero di guerriglieri, Amir attinse anche studenti di teologia islamica nelle madrase, ottenendo immediatamente la loro incondizionata fedeltà e garantendosi quell’appellativo di imam, che lo elevava a un rango di rispettabilità assoluta.
I cospicui aiuti militari e finanziari da parte dell’Occidente, che per l’intero decennio degli anni Ottanta fecero rifiorire l’economia pakistana, cessarono quasi completamente nel 1989, anno in cui Mosca concluse il ritiro delle proprie truppe dal territorio afghano.
L’allora presidente del Pakistan, Benazir Bhutto, al fine di evitare un tracollo economico che avrebbe inevitabilmente portato il caos sociale e politico nel paese, cercò di inventarsi la carta della riapertura della Via della Seta che, dal Pakistan collegasse le repubbliche dell’Asia Centrale attraverso l’Afghanistan.

Il primo convoglio di trenta camions, carichi di medicinali e di alimenti, partì il 29 ottobre 1994 dal Pakistan diretto alla volta del Turkmenistan. Lo guidava Sultan "Imam" Amir, ma una volta entrato in territorio afghano, un signore della guerra locale, Niyaz Wayand, attaccò la carovana catturando Amir. Fu questa la svolta che fece scatenare la reazione a catena che portò, quattro anni più tardi i taleban a scacciare il governo Rabbani da Kabul.
Per liberare il loro protettore, gli studenti si organizzarono sotto la direzione di un veterano della guerra contro i sovietici: il mullah Omar. In pochi giorni riuscirono a sconfiggere Niyaz Wayand e a liberare Amir. L’esaltazione del successo e la convinzione di lottare per una giusta causa, il ripristino della legge islamica in un paese devastato dalla guerra civile, convinsero i taleban a non abbassare le armi.
Kandahar fu la prima vera prova del fuoco e la città cadde ben presto nelle loro mani. Il Pakistan, che fino ad allora sovvenzionava senza grossi risultati Hekmatyar contro le forze di Massud e Rabbani, si accorse che questi studentelli, se adeguatamente appoggiati e addestrati, avrebbero potuto risolvere la questione afghana a suo favore.
Infatti, la dirigenza del presidente Rabbani al potere a Kabul, era formata principalmente da funzionari di etnia tagika (Massud stesso è tagiko) e questo, sommato allo stato di perenne conflitto in cui versava l’Afghanistan, impediva alle classi pashtun di commercializzare le loro merci con i coetnici oltrefrontiera, paralizzando l’economia del Pashtunistan pakistano.
Al tempo stesso, la compagnia multinazionale petrolifera statunitense Unocal, che dal 1992 cercava di convincere il riluttante Rabbani a concedere il passaggio sul territorio afghano dell’oleodotto per trasportare il petrolio dal Mar Caspio ai porti pakistani, vide nel nuovo movimento studentesco una valida alternativa per raggirare l’impasse frapposta da Kabul.
La Casa Bianca, allettata dalla prospettiva di ridurre l’importanza geopolitica dell’Iran nella regione, diede il pieno appoggio affinché mullah Omar riuscisse a potenziare il suo esercito. Islamabad spedì Sultan Amir a Herat sotto la copertura diplomatica di console generale. In realtà Amir aveva il compito di fungere da tramite tra l’Isi, governo pakistano e Unocal.

Perché Rabbani non abbia espulso Amir dal paese, quando i taleban non erano ancora quel movimento di massa che avrebbe conquistato il potere a Kabul, non è ancora chiaro.
In una recente intervista Massud mi ha dato una sua spiegazione, a sette anni di distanza: "Avevo più volte suggerito a Ismail Khan (allora comandante della regione di Herat, ndr) di espellere Amir da Herat, ma lui non mi ha mai ascoltato, credendo fino alla fine che Sultan Amir fosse un sant’uomo, dedito alla causa dell’islam. Non credette a una sola parola di ciò che gli dicevo".
L’ubriacatura di successi ottenuti dai taleban, convinsero la dirigenza, nel marzo 1995, che fosse giunto il momento di sferrare l’attacco finale a Kabul, ignorando i consigli dell’Isi, che non considerava maturi i tempi. La disubbidienza di Omar costò al movimento degli studenti il loro quasi totale annientamento: le truppe di Massud distrussero le avanguardie taleban a Kabul (8 e 16 marzo 1995) e successivamente a Herat (23 marzo 1995).

Fu in questa fase che entrarono in gioco Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti (Eau). Dapprima il principale nuovo finanziatore dei taleban fu il petroliere saudita Turki bin Faisal, attratto dalla prospettiva dell’oleodotto, ma verso la metà del 1996, l’impasse militare convinse bin Faisal a chiudere i rubinetti verso l’Afghanistan.
I taleban si trovarono, per la seconda volta nel giro di poco più di un anno, a lottare per la loro stessa sussistenza. Fu solo nell’agosto 1996 che Osama bin Laden accettò di prendersi cura del movimento, il quale, da quel momento, non ebbe più l’appoggio della Casa Bianca.
Il 27 settembre 1996, i 3 milioni di dollari concessi da bin Laden ottennero i loro frutti: Kabul, oramai distrutta da quattro anni di guerra civile, cadde nelle mani degli studenti islamici. Pakistan, Emirati Arabi Uniti e la stessa Arabia Saudita furono i soli paesi che riconobbero il nuovo governo afghano.
Ironia della sorte, l’Arabia Saudita si è trovata per 5 anni ad appoggiare un governo che ospitava Osama bin Laden, un cittadino saudita a cui Ryad ha tolto il passaporto. Giochi afghani.

Piergiorgio Pescali

Osama bin Laden

Osama bin Laden è nato nel 1957 in Arabia Saudita. La sua carriera militare inizia nel 1979, quando aderisce al movimento dei mujahedeen afghani contro l’Armata rossa. Con l’aiuto degli Stati Uniti, della Cia e del Pakistan, costituisce una formazione militare composta esclusivamente da arabi che lottano in nome della jihad. È il primo nucleo di quella che, anni dopo, diventerà il gruppo noto come al-Qa’ida (la base), responsabile secondo Washington degli attentati a obiettivi militari e diplomatici in Africa e Medio Oriente.
Dopo una serie di successi militari contro i sovietici, Osama bin Laden torna in Arabia Saudita, dove inizia a denunciare la corruzione politica, finanziaria e religiosa della casa reale. La definitiva rottura con il mondo occidentale e con il regime di re Fahd, avviene nel 1990, quando Riyad acconsente alle truppe alleate di stanziarsi in Arabia Saudita per lanciare i loro attacchi contro l’Iraq.
Non che bin Laden appoggiasse Saddam Hussein, che, anzi, annovera come uno dei suoi nemici, ma il dispiegamento di una forza militare straniera in territorio islamico per attaccare altre popolazioni musulmane, viene visto come un tradimento religioso imperdonabile.
Così, nel 1991, è costretto a fuggire in Sudan assieme a un gruppo di fedelissimi reduci dalla guerra dell’Afghanistan, i cosiddetti "arabi afghani". In Sudan riorganizza il suo impero economico, commercia con paesi europei, tra cui l’Italia. Per la sua inflessibile denuncia alla famiglia reale saudita, perde il passaporto e, nel maggio 1996, dopo essere stato il principale artefice finanziario della vittoria taleban, si trasferisce in Afghanistan da dove lancia la sua fatwa antiamericana.
In Afghanistan Osama gestisce diversi campi di addestramento interdetti perfino ai taleban, in cui vengono istruiti elementi destinati chi a combattere contro l’opposizione afghana di Massud, chi a esportare la jihad nel mondo. Da questi "non luoghi", veri e propri stati nello stato, sarebbero stati organizzati i più spettacolari attacchi contro basi militari e diplomatiche americane: le esplosioni alle ambasciate Usa di Kenya e Tanzania nel 1998, che causarono 224 morti, l’attacco del 12 ottobre 2000 contro la nave da guerra Cole nello Yemen e, naturalmente, gli attacchi simultanei dell’11 settembre 2001.
Nonostante l’Fbi abbia posto sulla testa di bin Laden una taglia plurimilionaria e il Pentagono abbia condotto diverse incursioni aeree in territorio afghano con la speranza di colpirlo, Osama rimane una primula rossa. La sua inafferrabilità contribuisce a creare un alone di mistero "religioso" attorno alla sua figura.
C’è chi dice che sia già morto da anni, a causa delle sue precarie condizioni di salute; c’è chi invece afferma che continua a nascondersi tra le montagne pakistane; e chi, infine, afferma che bin Laden abbia un accordo con il governo statunitense.

Piergiorgio Pescali