Cinquantamila reietti della società?

Introduzione

In Italia e nel mondo la situazione carceraria vive una perenne emergenza, lasciando trasparire un’immagine opaca della nostra società e suscitando reazioni sovente contraddittorie, dettate più dall’impulso emotivo che da un’analisi attenta e ponderata del problema. Nel nostro Paese vi sono circa 50.000 detenuti, ma erano 63.000 (per 43.000 posti regolamentari) prima dell’ultimo indulto del luglio 2006, soglia che sarà comunque nuovamente presto raggiunta e superata procedendo al ritmo di 1.000 nuovi detenuti al mese.
Parlare di carcere significa tuttavia riflettere anche sul significato del reato, della pena, della colpa, significa inevitabilmente parlare di società.

Le prigioni sono nate e cresciute parallelamente con la storia dell’umanità. Strutture carcerarie con un significato simile a quello odierno si menzionano già nella Bibbia, nonché nella Grecia e nella Roma antica. Il termine prigione deriva infatti dal latino «prehensio», mentre la parola carcere deriverebbe da «carcer», recinto, inteso come luogo ove si restringe, si rinchiude e si punisce. Viene così sottolineata la sua funzione primaria che consiste nell’allontanare dalla vita attiva e separare dalla comunità quei soggetti ritenuti un pericolo per la società stessa.   
I sistemi penitenziari hanno attraversato i secoli, variando da Stato a Stato in base alla concezione della pena vigente nelle diverse legislazioni. Tuttavia, nonostante  molteplici trasformazioni e continui adeguamenti, il mondo carcerario vive ancora oggi una condizione fatta di luci e di ombre, di problemi irrisolti e forse irrisolvibili.
Un miglioramento complessivo delle condizioni di vita, della tutela dei diritti e del rispetto della dignità umana, almeno in una parte dell’Occidente, è stato indubbiamente attuato, ma nella sostanza il nucleo della vita detentiva è rimasto immodificato.

Il sovraffollamento in strutture talvolta fatiscenti,  le condizioni sanitarie precarie, l’aumento dei minori (oltre 400 nel 2006), la presenza sempre più cospicua degli stranieri (circa il 30% dei detenuti), sono soltanto alcuni dei problemi che ciclicamente trovano spazio nelle cronache. L’alto numero di suicidi, oltre mille dal 2000 al 2007, è la testimonianza tangibile e forse più eclatante di un profondo ed inespresso disagio esistenziale. A ciò si aggiungono inevitabilmente i problemi del recupero e del reinserimento nella società civile.
Al fine di trattare una tematica così complessa, in questo dossier diamo voce a coloro  che vivono quotidianamente la realtà carceraria.

di Enrico Larghero

Enrico Larghero




Dov’è finito «Il principio della legalità»?

Reati e disvalori: com’è cambiata la società

Voltaire valutava il grado di civiltà di una nazione dalle sue galere. Indubbiamente il sistema giustizia (nella teoria e nella pratica) è una buona cartina di tornasole di un paese e dei suoi abitanti. Tuttavia, non basta. Per esempio, nel tempo è cambiato il sentire dei cittadini italiani nei confronti di alcuni reati. Un cambiamento, ma non per il meglio…

Parlando di giustizia penale, mi ritorna in mente la frase rivolta da Voltaire a chi, accompagnandolo in visita in un Paese per lui straniero, gli rammostrava le bellezze artistiche: «Non dirmi degli archi, dimmi delle galere».
Credo di non esprimere un pensiero particolarmente originale se a mia volta dico che il tipo di sistema giustizia, in particolare penale, adottato nella teoria (i codici) ma soprattutto praticato (le aule di Tribunale, le celle del carcere) rappresenti una delle cartine di tornasole più significative della natura di una nazione e dello spirito di coloro che lo abitano (1). Ciò detto, entriamo in media re.
Ed al proposito confesso che è con grande imbarazzo che mi accingo a parlare dell’esperienza che vive colui/colei il quale/la quale viene indagato/a – imputato/a in un procedimento penale e financo finisce in carcere.
Imbarazzo che mi deriva dal fatto che si tratta di accadimento che non ho vissuto in prima persona.
Per cui potrei dunque solo riportare quella parte di impressioni, sensazioni, emozioni e sentimenti che ho tratto affiancando, nel mio mestiere di avvocato penalista, la persona che viveva e vive invece direttamente sulla propria pelle questa/e esperienza/e.
Anche in questo caso credo che alcune premesse si rendano peraltro necessarie.
La prima innanzitutto. Sarà forse banale ma ogni situazione ed ogni persona sono uniche ed irripetibili. Ne deriva, tra l’altro, che ogni generalizzazione rischia di essere sciocca.
Esistono una verità storica (ciò che è accaduto realmente) ed una verità processuale (quella che si forma nel corso del procedimento). Le due possono alla fine non coincidere.
L’avvocato difensore non sempre (nell’esperienza di chi scrive spesso e volentieri) viene portato a conoscenza dal suo assistito della verità storica.
Presumere che la persona sottoposta a procedimento penale sia innocente è la regola di normale civiltà (spesso tuttavia così non mi pare accada). Il processo è comunque pena,  diceva Calamandrei.
Anche in questo caso, come a proposito delle opere e degli autori, si potrebbero elencare ancora parecchi altri principi generali ed astratti (validi ovviamente dal punto di vista di chi scrive).
Non esageriamo tuttavia e vediamo invece se sia possibile, ferme le premesse di cui sopra, registrare alcune distinzioni di massima e trovare dei minimi comuni denominatori con riferimento alle vicende penali.
Una prima grande distinzione può così essere fatta, con i distinguo di cui sopra naturalmente ripeto, tra coloro i quali si trovano per la prima volta coinvolti in una vicenda penale e coloro che invece ne hanno già fatto esperienza in precedenza.

Una seconda distinzione, che mi pare di cogliere sempre più fortemente con il passare del tempo, è tra gli «onesti» (che possono anche aver sbagliato, ma che di per sé sono onesti) ed i «disonesti».
Cerco di spiegare meglio il concetto. Ho la sensazione che vi siano persone e generazioni (tra queste penso in particolare a quelle più avanti negli anni) più rispettose del principio di legalità. E che altre lo siano di meno.
Se i primi vivono di norma in senso drammatico il solo fatto di essere sottoposti ad indagine penale (quand’anche si trattasse di un fatto per niente grave e, nella peggiore delle ipotesi, risolvibile senza grandi conseguenze), i secondi assumono piuttosto un senso di fastidio nei confronti della giustizia, esprimono rivendicazioni del tipo «Sono tutte calunnie, denunciamo chi mi ha denunciato», tirano in ballo teorie complottistiche ai loro danni, negano financo l’innegabile (2).
Un’altra distinzione, di forte incidenza, è data dalla circostanza che la persona venga tratta in arresto ovvero viva il procedimento penale in libertà.
Non si dimentichi infatti, se mai ce ne fosse bisogno, che l’incarcerazione è uno dei maggiori fattori di stress (3).
 
Per concludere due considerazioni ancora. La prima: mi pare si vada tristemente diffondendo in Italia, giacché incontra terreno fertile in una mentalità sempre più diffusamente incurante del rispetto del principio di legalità, il fenomeno culturale secondo il quale vi sono reati (tra i quali alcuni considerati invece assai gravi nella maggior parte dei paesi cosiddetti civili) ritenuti pressoché privi di disvalore sociale da una parte significativa del Paese (si pensi all’evasione fiscale ma non solo) (4) (5). La seconda: il carcere si sta trasformando sempre più in luogo di discarica sociale.
Ivi trovano accoglienza persone prive di risorse economiche, culturali e famigliari; affette da malattie e da dipendenze, autrici di fatti anche di non particolare offensività ma non più sopportabili e supportabili da uno Stato sociale in grave crisi. In tale contesto, sempre più, il precetto costituzionale sulla pena, diventa lettera morta. 

Di Davide Mosso

Davide Mosso




Un paese senza giustizia

La crisi del sistema giuridico-penale

Non esiste la «certezza della pena»: il 93 per cento dei reati rimane impunito. Chi è in carcere appartiene a due sole categorie: quella dei tossicodipendenti e quella degli extracomunitari. Le strutture detentive (sovraffollate e inadeguate) non rieducano. E la società sembra più interessata all’emergenza (si pensi allo slogan della «tolleranza zero») che alla soluzione dei problemi.

Attualmente in Italia i temi inerenti la giustizia non solo sono caratterizzati da una complessità intricata, ma sono segnati da una crisi evidente profonda e di difficile soluzione.
Prima di tutto esiste una frattura sempre più divaricata tra morale, giustizia e prassi o, per specificarla in altri termini, una frattura tra valori, diritti, doveri, norme e usi.
Esiste, inoltre, nell’amministrazione della giustizia una discordanza notevole tra le concezioni teoriche, le norme comminate e ratificate, la loro applicazione e le pene effettivamente irrogate e vissute; in altri termini tra le pene teorizzate, comminate e esistenzialmente sofferte esiste un divario iperbolico e spropositato.
La percentuale di autori di reato condannati segnala lo sconcertante dato del 7%: se il 93% dei reati complessivamente resta impunito ogni riferimento alla certezza della pena e al suo potere di intimidazione assume una valutazione paradossale e piuttosto eccentrica.
La concezione retributiva della pena risulta compromessa non tanto per giustificate considerazioni psicologiche e soggettive, quanto per il disorientamento e la confusione ingenerati dalla pletora di norme che prevedono la pena detentiva (circa 35.000) e dalla adozione di sanzioni stabilite per tacitare risposte dettate dall’emergenza.
Le vittime, considerate finora come epifenomeno del reato (M. Bouchard), costituiscono pretesto occasionale da utilizzare a sostegno di mozioni per proporre la «tolleranza zero», campagne di «profilassi sociale», di aggravamento delle pene, di abbassamento dell’età cronologica e dell’inizio della responsabilità penale dei minorenni autori di reato. Durante il processo, e anche dopo, le vittime sono accreditate come «parte lesa e parte offesa» del reato senza essere riconosciute in sé indipendentemente e ontologicamente come persone.
Gli autori di reato condannati tipologicamente sono rappresentati dagli extracomunitari o neocomunitari (49% in Piemonte) e dai tossicodipendenti (34% in Piemonte). Più dell’80% delle persone detenute risentono dell’incidenza di fattori strutturali.

L’EVOLUZIONE DEL REATO
E L’INDULTO

Il reato con le sue implicazioni, come ogni altro fatto sociale, è attualmente in continuo e veloce divenire: di fronte ai cambiamenti così rapidi anche le modalità di analisi e interpretazione ancorate alle passate teorizzazioni risultano superate dalla realtà effettuale, come, ad esempio, la spiegazione dei reati contro il patrimonio (furti, rapine, scippi, appropriazioni indebite, …) connessi al disagio economico dell’autore del reato. Nella spiegazione delle cause la ricerca è condotta sul passato («la causa precede e produce l’effetto»): da qualche tempo assume importanza nell’interpretazione la mancanza di futuro e prospettive, introducendo nell’analisi la convinzione che il reato più che nel passato trova la sua motivazione nella problematicità del futuro.
Talvolta l’analisi è pregiudiziale e marcata da «indesiderabili differenze», riscontrabili come stigmi visibili nell’asociale e nell’antisociale. Il giudizio del passato diventa pregiudizio esistenziale che predetermina il futuro e consolida la contrapposizione in termini duali.
L’indulto (provvedimento di clemenza adottato recentemente dallo Stato e giustificato per ridurre il sovraffollamento nelle carceri ritenuto intollerabile rispetto alla capienza) ha determinato la scarcerazione di 26.731 detenuti (16.460 italiani e 10.271 stranieri) ma è stato giudicato in realtà non solo inefficace perché completamente estemporaneo ed estraneo ad una concertata programmazione e pianificazione di opportunità concrete, sufficienti, coerenti, fruibili ma anche controproducente, perché l’opinione pubblica l’ha recepito come rinuncia da parte dello Stato a garantire la certezza dell’esecuzione della pena, perché i beneficiari dell’indulto sono stati collocati nelle stesse condizioni nelle quali si trovavano quando avevano commesso il precedente reato, perché i beneficiari non hanno fatto nulla per rendersene meritevoli.

IL DETENUTO:
FUORI DALLA SOCIETÀ?

Che senso ha la pena detentiva nella nostra società?
Intanto la pena deve essere la risposta istituzionale al comportamento creato accertato; deve essere l’ultima ratio alla quale si fa ricorso, adoperando ogni mezzo per riuscire ad intercettare i segni precursori e indicatori dello stato di disagio e di devianza per interpretarli e per predisporre risposte attinenti, praticabili, immediate, concrete prima che il comportamento acquisisca la caratterizzazione di antisocialità e di violazione della legge.
Durante la pena da parte delle Istituzioni, della società non deve essere espresso un mandato di delega ampia o addirittura di rinuncia a continuare a prendersi carico della persona in carcere. Il detenuto, anche quando è affidato all’Istituzione penitenziaria perché sia «controllato, privato della libertà e rieducato», continua a far parte della società e la dialettica tra individuo e società non solo non deve interrompersi, ma deve diventare più continua e intensa perché il processo di formazione e di educazione possa essere attivato e realizzato.
La pena detentiva è di fatto una parentesi più o meno lunga della vita della persona: prima e dopo la carcerazione la persona è inserita nel proprio contesto familiare, lavorativo, sociale; tra il prima e il dopo più che una cesura, deve esserci un collegamento mettendo in moto un’azione per il recupero del passato che risulta ancora positivo e costruttivo per la realizzazione del progetto di vita futura.
La condanna e la pena (inclusa la detenzione) sono necessarie ma debbono essere giuste: necessarie per la società, per la vittima, per l’autore del reato; giuste perché la pena non può essere contro la persona in quanto ne rispetta la dignità ed è occasione per mettere in moto azioni contestuali (soggettive e socio-ambientali).
La pena costituisce un patrimonio conoscitivo ed esperienziale utilizzabile come fattore di prevenzione secondaria per se stessi in quanto autori di reato e come prevenzione primaria per gli altri perché le esperienze esistenzialmente sono individuali ma conoscitivamente sono universali, trasferibili, condivisibili.
La pena non deve essere un tempo vuoto e insignificante ma una esperienza per ricomprendere e rimodulare il passato e per elaborare un progetto di ricollocazione nel contesto esterno al carcere e di riproposizione di ruoli (familiare, genitoriale, sociale, lavorativo,…). Non è superfluo ribadire che per i detenuti, come per ognuno di noi, il presupposto per riuscire nella realizzazione di un progetto è costituito dalla combinazione simultanea e contestuale di condizioni soggettive o individuali e di condizioni oggettive o socio-ambientali.
Anche in merito a questo tema la bioetica e l’etica, secondo l’approccio del personalismo, offrono spunti di riflessione attinenti perché esse dichiarano e assicurano che dal concepimento alla morte l’essere umano ontologicamente ed essenzialmente è persona e mantiene la sua dignità, unità, identità e continuità di persona non solo se è genio, eroe, santo ma anche se è autore di reato.
L’ordinamento penitenziario, art.1, afferma che «il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona».
Tuttavia le affermazioni di principio possono restare solo mere enunciazioni quando tra la funzione (gestione, controllo, trattamento durante la pena) e la persona (dell’operatore, dell’utente, del detenuto) non esiste una correlazione stretta e dinamica.

CARCERE: NON-LUOGO, NON-SPAZIO, NON-RELAZIONE

Il carcere è un non-luogo, non-spazio, non-relazione dove si sperimenta «l’etnologia della solitudine» (M. Augè) e dell’individualismo: non conviene fidarsi di alcuno e si teme che l’operatore (educatore, assistente sociale, psicologo) tenti di accreditare un profilo che possa danneggiare il detenuto.
La pena è una dimensione di assenza di tempo non solo perché si sperimenta il vuoto, ma perché si vanifica facilmente la prospettiva del tempo-risorsa e del tempo-meta: la pena detentiva può diventare un contenitore di azioni e reazioni senza senso formativo.
Il lavoro, che pure costituisce l’elemento più concreto del trattamento penitenziario, è di fatto una chimera perché al massimo riesce a coinvolgere il 15-18% dei detenuti, impegnati peraltro generalmente in lavori scarsamente qualificati e nei lavori cosiddetti domestici negli Istituti.
La contrapposizione tra esclusi ed inclusi si consolida nel pregiudizio fino a stravolgere il principio costituzionale e ad esprimersi nella presunzione di colpevolezza.
La rinuncia a trovare e a rinforzare ponti di comunicazione e di relazione tra inclusi ed esclusi si riflette anche in carcere fino ad interiorizzarsi come disagio esistenziale che esplode con reazioni psicosomatiche, autolesionistiche, tentativi di suicidio.
Si constata scarsa attenzione e disponibilità da parte di enti pubblici a programmare iniziative e interventi rivolti alla prevenzione, all’educazione alla legalità, al contrasto di comportamenti devianti e criminali.
Dedicare tempo e risorse alla prevenzione è estremamente utile non solo per apprendere dalle esperienze degli altri (detenuto, tossicodipendente, clandestino, vittima di reati, …) ed evitare possibili ed analoghe conseguenze, ma anche perché nei processi di inclusione o integrazione devono esserci persone disponibili a relazionarsi, ad accogliere, a promuovere la cultura del dialogo e dell’interazione.
Il carcere certifica lo stato di svantaggio sociale e di persona svantaggiata quando ormai la persona è giunta al capolinea: un intervento promosso e pianificato prima sarebbe meno oneroso, più efficace e socialmente più utile.
Lo stato e gli enti pubblici locali concedono delega ampia riproponendo una concezione carcero-centrica secondo la quale è l’Istituzione penitenziaria che conosce e si occupa dei problemi del carcere e, pertanto, ha titolo di programmare e utilizzare gli interventi, i contenuti e la metodologia più funzionali per il trattamento dei detenuti. In realtà non esistono nei processi pedagogici e formativi posizioni di monopolio; e, inoltre, la formazione è un processo che dura tutta la vita, la quale è più lunga della parentesi esistenziale vissuta in carcere.
Per attivare percorsi di (re)inserimento lavorativo di detenuti si valutino contestualmente i requisiti giuridici e i requisiti professionali: se si tratta di inserimento lavorativo, non si può prescindere dal presupposto che la persona detenuta possegga la competenza professionale, le abilità sociali e le motivazioni individuali a svolgere le mansioni lavorative richieste.

SE IL CARCERE:
È UN CONTENITORE

Usare il carcere come un contenitore nel quale collocare tipologie di persone con bisogni e domande diverse significa creare i presupposti per la deriva della giustizia.
I reati, i processi, le condanne attirano l’attenzione dei media che da qualche anno dedicano risorse, tempo, mezzi ed impegnano operatori in modo sconveniente per istituire processi paralleli negli studi televisivi anticipando il dibattimento nelle aule dei tribunali.
In queste messinscene il risultato che si ottiene è davvero mortificante perché ingenera confusione, inquietudine, impossibilità di acquisire conoscenza e di avere consapevolezza per riflettere sulle questioni fondamentali che caratterizzano il comportamento-reato.
Da alcuni anni si continua a ridurre il budget per il funzionamento delle attività collegate al sistema della giustizia con l’intento dichiarato di contenere le spese. Questa tendenza, a conti fatti, diventa, però, più onerosa per i costi umani e sociali conseguenti ai reati commessi e perché limita le risposte alle pressioni dell’emergenza e non piuttosto ad una seria e ponderata progettualità che programmi e pianifichi interventi mirati. 

di Antonio de Salvia

Antonio de Salvia




L’università entra in carcere

Alla Casa circondariale di Torino

Viene spesso definito «scuola di crimine». L’esperienza in carcere dell’Università di Torino dimostra che è possibile uscire da questo vicolo cieco. Chi ha deviato potrà tornare nella società più consapevole e più preparato. E il tempo della pena non sarà stato tempo perso.

Il Polo universitario per studenti detenuti presso la Casa circondariale «Le Vallette» (dal 2003 «Lorusso-Cutugno») è nato da un Protocollo d’intesa del 27 luglio 1998 stipulato fra l’Università di Torino, il Tribunale di sorveglianza, il Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria di Torino e la direzione della Casa circondariale. Con il Polo universitario si offre la possibilità a un certo numero di studenti provenienti dalle carceri di tutta l’Italia (alle quali viene inviato il bando per l’ammissione al Polo universitario) e in possesso di diploma di istruzione secondaria, di iscriversi all’Università di Torino o di continuare gli studi se già iscritti in altre sedi.
Il Polo universitario trova le sue premesse nell’attività di volontariato compiuta in passato da alcuni docenti della Facoltà di scienze politiche, che si recavano nelle carceri del Piemonte per fare attività di tutorato e per far sostenere gli esami agli studenti carcerati, che negli anni ’80 e nei primi anni ’90 erano prevalentemente detenuti «politici». Questa attività didattica era stata accompagnata da una ricerca – teorica e sul campo – svolta da docenti e da detenuti, col supporto delle autorità carcerarie, e aveva portato alla pubblicazione di un volume di vari autori curato da Luigi Berzano, «La pena del non lavoro» (Franco Angeli, Milano 1994).
L’iniziativa di un intervento di sostegno alle attività di risocializzazione dei detenuti è stata quindi ripresa nel 1997 su iniziativa di alcuni docenti della Facoltà che già avevano partecipato alla precedente esperienza (1).
Il progetto del Polo è sostenuto dalla Compagnia di San Paolo, la quale finanzia il pagamento della prima rata delle tasse universitarie degli studenti (mentre per la seconda rata sono esonerati dall’Università), l’acquisto dei testi e del materiale didattico, e il contratto di una persona per il cornordinamento della didattica. L’Ufficio Pio della Compagnia di San Paolo, in collaborazione con il comune di Torino, mette a disposizione borse-lavoro per gli studenti che sono in regime di semilibertà per permettere loro di frequentare le lezioni all’Università, di studiare e di lavorare e di iniziare così un percorso di reinserimento sociale.
La sezione del Polo universitario (padiglione B) è composta da 22 celle singole, aperte dalle 7 alle 21 per permettere agli studenti di seguire le lezioni e di studiare insieme; di un’aula dove si tengono le lezioni, e di due aulette per i colloqui; un’aula con i computer e la biblioteca con i testi relativi alle materie d’esame.
Le due Facoltà organizzano ogni anno i corsi relativi ai piani di studio previsti: i docenti e i ricercatori (tutti volontari) svolgono le lezioni (in media 10, ognuna di circa 3 ore) direttamente nella sezione, dove si sostengono anche gli esami. Sono attualmente impegnati circa 40 docenti afferenti alle due Facoltà, affiancati da altrettanti assistenti e collaboratori e da un tutor che si occupa del cornordinamento organizzativo e didattico. I corsi di laurea attivati sono: corso di laurea triennale in scienze politiche; corso di laurea triennale in scienze giuridiche; un corso di laurea specialistica in scienze politiche; un corso di laurea magistrale in giurisprudenza (2).
Il numero ridottissimo delle detenute (e in genere la brevità della loro pena) non consentono l’istituzione del Polo femminile, ma per l’unica donna (la seconda) iscritta alla Facoltà di giurisprudenza del Polo, e che non può seguire le lezioni nella sezione maschile, i docenti svolgono attività di tutorato nella sezione femminile della Casa circondariale. Gli studenti sono attualmente 16, dei quali 13 italiani e 3 stranieri (dal 1998 gli iscritti sono stati circa 70). A questi si aggiungono altri 4 studenti iscritti al Polo, ma non presenti in sezione.
I laureati finora sono stati 11, di cui 9 in scienze politiche (uno con il vecchio ordinamento); 2 in giurisprudenza (entrambi vecchio ordinamento). Uno degli studenti, laureatosi in scienze politiche con 110 e lode ha vinto il Premio Optime istituito dall’Unione Industriale e ha ottenuto un permesso speciale per andarlo a ritirare.
Le motivazioni che hanno spinto l’Università ad interessarsi del carcere sono di carattere sociale e civile da un lato, in quanto si ritiene che il carcere sia un luogo di ricupero, riabilitazione e reinserimento sociale; scientifico e didattico dall’altro (Dora Marucco in Convegno Carcere e società, pp.49-51).
L’istituzione del Polo risponde all’esigenza di garantire a tutti  il diritto allo studio (sancito dalla Costituzione), anche ai livelli più elevati, in qualsiasi condizione della loro esistenza, purché sussistano le premesse per aspirarvi. L’Università, che svolge un compito di formazione e di cultura nei confronti dell’intera società, si impegna affinché i detenuti iscritti alle due Facoltà possano effettivamente studiare, completando il loro iter scolastico. L’attività didattica rivolta agli studenti detenuti parte dalla consapevolezza che tutte le istituzioni, nel momento stesso in cui ha inizio l’espiazione della pena, devono operare per far sì che chi affronta questa dolorosa esperienza non sia isolato e separato dalla società in cui dovrà rientrare.
Tutti i docenti che collaborano a questa iniziativa sono convinti, inoltre, che la cultura è libertà, impegno, fatica che richiede senso del dovere, momento di dialogo, e che la crescita culturale sia un patrimonio sociale da incrementare a beneficio di tutti; il possesso di maggiori capacità critiche favorisce certamente una collocazione più consapevole all’interno della società, con cognizione dei diritti e dei doveri e senso di responsabilità nei confronti dei cittadini e delle istituzioni.
Se tutto ciò ha un peso nel processo di risocializzazione del detenuto, lo ha anche per l’interesse scientifico che l’Università esprime verso ogni forma di manifestazione umana e nei confronti degli ordinamenti e delle istituzioni che la società appronta per governare i comportamenti. Sul piano didattico per l’Università il Polo è una sfida continua a creare e a sperimentare metodi di insegnamento diversi (rivolti a studenti lontani dalle sedi universitarie), a realizzare una preparazione culturale in condizioni sottoposte a costanti mutamenti e tenendo conto del fatto che gli studenti sono eterogenei sia per età, cultura, lingua, diversità delle esperienze di vita, sia per la distanza temporale dalle esperienze di studio precedenti.
Claudio Sarzotti ha messo in evidenza (Carcere e società, pag.100) che l’esperienza del Polo è utile non solo per gli studenti detenuti ma anche in direzione opposta, poiché ha segnato una maggior sensibilità da parte dell’Università ai problemi del carcere e al ruolo che essa deve svolgere nei confronti dei cittadini che stanno pagando il loro debito con la società. Questa iniziativa è utile anche per molti docenti che, con il loro bagaglio di inevitabili pregiudizi, si sono recati in carcere e si sono forse sorpresi del mondo che vi hanno trovato. Si impara molto di più a riguardo della pena e della giustizia dall’impatto emotivo che si subisce entrando in un carcere che dalla lettura di tanti libri. Quanti luoghi comuni sul carcere vengono sfatati appena si faccia esperienza, anche sommaria della realtà materiale di un istituto penitenziario, dei vincoli, condizionamenti, impedimenti, regolamentazione dei tempi…, quelli che l’ex direttore della Casa circondariale Lorusso-Cutugno, Pietro Buffa, ha definito i «supplementi di pena», cioè i riti, le mortificazioni, le situazioni frustranti a cui sono sottoposti i detenuti (3).

UN’ESPERIENZA
CHE NASCE DALLA STORIA

Anche se esistono Poli universitari in altre carceri, quello di Torino è l’unico nel contesto italiano in cui i docenti tengono i corsi, esaminano gli studenti, organizzano le commissioni per la discussione delle tesi di laurea all’interno della struttura carceraria.
Forse si può spiegare come mai è sorta proprio a Torino l’esperienza del Polo universitario se si richiamano alla memoria due precedenti illustri, contemporanei della notevole  attività di assistenza e di conforto dei carcerati e dei condannati a morte svolta da San Giuseppe Cafasso.
Nel 1833 Carlo Alberto, che intendeva mutare la funzione del carcere da semplice luogo di reclusione e di pena in un’istituzione tesa alla rieducazione civile del detenuto, aveva affidato a Cesare Alfieri di Sostegno e a Cesare Balbo l’incarico di proporre uno schema di riforme e di miglioramento da introdursi nelle carceri. Insieme elaborarono, dopo aver condotto frequenti visite alle varie strutture carcerarie, un progetto per la costruzione di una prigione modello capace di contenere 400 detenuti, che avrebbe dovuto rispondere a requisiti di sicurezza, igiene e solidità. Il progetto fu poi abbandonato, ma ripreso da Vittorio Emanuele II con l’edificazione del carcere «Le Nuove» nel 1869.
Ben più efficace, concreta e modea era stata già nel 1821 l’attività di Giulia di Barolo in favore delle carcerate. Non potendo, durante le sue visite, parlare apertamente con le detenute, perché era obbligatoria la presenza del custode, Giulia di Barolo ottenne di farsi chiudere a chiave in cella come se fosse anch’essa prigioniera, per conoscere più a fondo le condizioni di vita delle carcerate e i loro problemi. Fra i molti risultati da lei ottenuti vale la pena poi ricordare che si adoperò personalmente perché venissero istituite carceri solamente femminili, organizzò corsi di alfabetizzazione e foì i mezzi perché le detenute avessero un’occupazione retribuita. Giulia scrisse, nelle sue Memorie sulle carceri, che la detenzione non deve essere soltanto punitiva ma anche rieducativa, che «mai l’orrore del crimine faccia trattare con disprezzo il criminale».
Non vorrei che il confronto sembrasse improprio o presuntuoso, ma non c’è dubbio che vi è una grande differenza, anche a livello culturale e formativo, tra il permettere ai detenuti di essere iscritti all’Università e di sostenere gli esami nelle sedi universitarie, come avviene in altre carceri italiane, o invece recarsi in carcere e seguire direttamente e in modo continuativo la formazione degli studenti, anche attraverso il dialogo e la conoscenza personale. È per questa ragione che tutti coloro che sono coinvolti in questa esperienza credono fermamente di poter realizzare quel percorso che gli studenti detenuti, in un documento presentato alcuni anni fa, avevano dichiarato di voler seguire: detenuto; detenuto-studente; studente-detenuto; libero-laureato.
Alcuni risultati, pur tra molte difficoltà, li abbiamo già ottenuti con 10 laureati e il reinserimento di alcuni nella società e nel mondo del lavoro.

«C’È QUALCUNO
CHE TI ASCOLTA»

«Il Polo universitario – hanno scritto alcuni studenti carcerati -, prima di essere una sezione all’interno di un carcere, è un gruppo di persone. Tra queste persone ci sono studenti, professori universitari, volontari, scrittori, artisti, giornalisti, educatori, direttori, pochi agenti penitenziari, mi piacerebbe pensare per assurdo che non ci sono detenuti. Perché il progetto Polo universitario permette alla cultura di entrare in carcere quotidianamente, di aprire le porte. Cultura significa libertà, comunicazione soprattutto, analisi critica. La comunicazione è la sacra scintilla che si trasmette da uomo a uomo, essa è l’essenza della libertà… Il Polo universitario permette al detenuto di spogliarsi dell’etichetta che gli hanno affibbiato, e al di là della maschera ritrovarsi, come persona, libera di parlare.
Cultura non significa stare sui libri dalla mattina alla sera. Essa ha bisogno di spazio, d’incontro, di confronto, di attività. E il Polo universitario svolge un ruolo attivo e allo stesso tempo difficile in questo senso. Al suo interno le persone s’incontrano al di là dei muri e delle finestre a sbarre e dei 14 cancelli che dividono le persone di dentro dalle persone di fuori. Si creano così le basi per imparare e mettere in pratica valori come l’amicizia e la solidarietà, valori importanti per rompere lo stato di costante isolamento a cui è sottoposto un individuo detenuto. Ma la cosa più bella della sezione Polo universitario è che lì qualcuno, qualsiasi cosa tu dica, ti sta ad ascoltare, indipendentemente dal reato, dal passato, dalla posizione sociale e da ogni altra sovrastruttura che maschera.
Come sezione all’interno del carcere, il Polo consente ai detenuti di migliorare non solo le proprie condizioni di vita ma altresì la propria considerazione di sé. La maggior parte delle persone ospitate sono state condannate a pene di reclusione della durata di alcuni anni, e la possibilità di usufruire di celle singole e di computer, l’opportunità di incontrare quasi ogni giorno professori universitari, dottorandi, i ragazzi del servizio civile, nonché l’eventualità di conseguire una laurea, sono senz’altro il migliore stimolo per non buttare via il tempo della pena. Oltre ai corsi di laurea in scienze politiche e in giurisprudenza, si svolgono incontri con musicisti, scrittori, giornalisti, attori di teatro, che sono occasione di confronto fra storie personali profondamente diverse e che consentono di sviluppare un senso di autocritica, necessario per la vita al di là delle sbarre».

RICORDANDO
CESARE BECCARIA

La Costituzione parla di rieducazione all’interno del carcere. Ma il carcere è una struttura totale, che allontana la persona dalla propria famiglia, dai propri amici, dalla sicurezza della vita quotidiana, da quelle piccole cose come l’essere chiamato per nome. Impedire all’individuo di prendere decisioni sull’organizzazione della propria vita, sorvegliarlo costantemente e costringerlo ad abituarsi a uno stile di vita coatto, non significa rieducare ma «prigionizzare». E la prigione, si sa, è una «scuola del crimine».
Foucault ha scritto che «la prigione è la vendetta della società contro la giustizia». Noi diciamo che il Polo universitario, così come ogni altro serio progetto in grado di aprire le porte del carcere e le menti dei detenuti, è la vendetta della cultura contro l’ingiustizia, o addirittura contro la prigione.
Per concludere vorrei nuovamente sottolineare, con le parole di Gian Mario Bravo, che il Polo universitario per studenti detenuti apre il carcere all’esterno, crea un contatto con la società, nella convinzione che chi ha deviato debba ritornare in essa più consapevole, più preparato ad affrontae i rischi, dotato di qualche strumento in più. Per questo motivo apporta un contributo, forse non elevato da un punto di vista numerico, ma sicuramente significativo per l’impatto con la società civile, per il recupero, la riabilitazione, la risocializzazione di persone che in qualche modo hanno «sbagliato» ma non per questo devono vedere sminuiti i loro diritti di uomini e cancellate le loro potenziali capacità intellettuali. Il Polo dunque porta un contributo affinché il mondo del carcere, in un settore di decisiva rilevanza quale è quello della formazione, dell’educazione e qualificazione permanenti, possa venir visto non solo in funzione della pena, ma anche e soprattutto per la riabilitazione, come già sostenne più di due secoli fa Cesare Beccaria. 

Di Maria Teresa Pichetto

Maria Teresa Pichetto




La salute non è di casa

I carcerati e la salute

In carcere, anche i rapporti tra medico e paziente sono diversi. Il detenuto non può scegliere e d’altra parte egli vede «la malattia come una risorsa», perché potrebbe aiutarlo ad uscire di prigione. Eppure qualcosa si può fare…

Il medico penitenziario è un medico «impertinente», non da intendersi quale insolente, ma come da etimologia cioè «non appartenente». Non appartiene di fatto al ministero della salute, ma a quello della giustizia, da cui il ruolo primario che gli si chiede non è il mantenimento del benessere del recluso ma una attività correlata a ragioni di sicurezza: più sono assicurate cure puntuali ed adeguate intramurarie minore sarà la necessità di trasferimento nei nosocomi cittadini, evento sempre connesso a rischio di evasioni funamboliche durante il tragitto o ad atti di violenza.
Il penitenziario infatti, applicando la teoria di Edwing Goffman (filosofo ed insegnante di sociologia), è una  «istituzione totale» che serve a proteggere la società da ciò che si rivela come un pericolo intenzionale nei suoi confronti, nel qual caso il benessere delle persone segregate non risulta la finalità immediata dell’istituzione che li segrega: i reclusi sono sottoposti ad un processo di «spoliazione del sé», separati come sono dal loro ambiente originario e da ogni altro elemento costitutivo della loro identità. Anche il rapporto medico paziente non è fiduciario, in quanto il paziente detenuto non può scegliere il clinico dell’équipe da cui farsi seguire ed anzi se trasferito da una sezione di un padiglione ad un’altra, pur nella stessa sede, dovrà ogni volta instaurare un nuovo rapporto spesso conflittuale. Anche la patologia più o meno grave e manifesta assurge in questo ambiente un significato sconosciuto all’esterno: la «malattia come risorsa». Da cui la simulazione di malattia, la scarsa aderenza ai consigli medici in modo da peggiorare il corteo di sintomi ed ottenere l’ambita «incompatibilità» con il regime detentivo ovvero benefici di legge ottenuti quando l’infermità non possa essere adeguatamente curata oltre le sbarre.

ETNO-MEDICINA
ED ETNO-PSICHIATRIA

Il medico impertinente di cui sopra ha sempre presente che gli strumenti diagnostici, prognostici e terapeutici di esclusiva derivazione biologica o psicologica sono solo funzionalmente adeguati se si ignora la natura culturale dei problemi dei soggetti, siano essi individui singoli o gruppi etnici in quanto la nostra crescita, malattia, salute, moralità, devianza sono sempre connotate culturalmente e fanno parte di un sistema sociale dentro il quale l’individuo deve essere considerato.
Questo si può descrivere con la differenza che corre tra il significato dei termini «disease» e «illness» nella letteratura anglosassone: il primo indica la malattia secondo la conoscenza medica, mentre con illness si intende l’insieme di sensazioni, emozioni, pensieri e comportamenti correlati, propri della percezione soggettiva dell’essere ammalato del paziente. Nella medicina tradizionale occidentale l’attenzione è tutta concentrata sulla disease, cosicché la illness del paziente viene generalmente trascurata; così non può essere nella medicina penitenziaria. Medico e paziente devono percorrere contemporaneamente due percorsi paralleli impegnandosi entrambi a negoziare la loro relazione con l’altro all’interno del nuovo spazio interculturale, attraverso una esplorazione del loro mondo comune, in un cammino di pari dignità alla ricerca della salute, collaborando tra di loro.
L’elevata presenza di detenuti stranieri costituisce poi il vasto e complesso campo della etno-medicina ed etno-psichiatria con valenze sue proprie.
Il paziente straniero, infatti, pone il medico penitenziario di fronte ai suoi limiti – anche linguistici – se si creano impedimenti culturali specifici, ma questi può superarle traendo indicazioni sia dalle competenze del paziente, sia dalle proprie «risorse terapeutiche». Gli operatori sono come in mezzo a un guado, disposti a riformulare la propria identità professionale, permettendo ai propri parametri di divenire duttili, così da non rimanere arroccati nel sapere acquisito, né di rinunciarvi, ma capaci di aprirsi a «nuove prospettive», rispecchiandosi in qualche modo nel recluso che li ha messi più in difficoltà.

PSICOTICO, TOSSICODIPENDENTE
O DEVIANTE?

Il pluralismo culturale ed ideologico della attuale popolazione reclusa impone strategie nuove: perché in carcere sempre più frequentemente finisce oggi una popolazione che si fa fatica a definire con vecchie categorie nosografiche, così com’è difficile applicare categorie rigide nei Servizi di diagnosi e cura, nelle strade. È sempre più difficoltoso trovare un paziente che possa essere classificato come psicotico in modo pulito; è molto difficile trovare un soggetto che possa essere definito tossicodipendente; è laborioso trovare un paziente portatore di un puro disturbo di personalità; è molto raro trovare un soggetto che possa essere classificato «deviante e criminale» senza che vi siano inferenze anche di queste altre due categorie dello spirito.
Ci troviamo di fronte a quello che, con una provocazione, visto che gli acronimi vanno di moda, potrebbe definirsi un PTE, uno psico-tossi-emarginato, cioè un soggetto che ha problemi psicopatologici, assume sostanze, e che produce azioni che inevitabilmente ad un certo punto finiscono col collidere col sistema di norme della società e quindi lo portano nella zona dell’anomia e, quindi, verso i tribunali e poi verso il carcere. Le nuove droghe stanno ampiamente contribuendo al nuovo scenario a causa dei devastanti effetti a livello cerebrale: non è raro ormai constatare quadri di demenza precoce da extasy o cocaina in trentenni.
Allora, di fronte a questa visione delle cose, il carcere, così com’è, rappresenta rispetto alla devianza in un certo senso l’esatto opposto di quello che servirebbe. Laddove occorrerebbe ricostruire legami e relazioni che diano sensazioni di confidenza, di affidabilità e di progettualità, il carcere fa, per ovvie ragioni, esattamente l’opposto.

IL TRAUMA 
DELLA PRIMA VOLTA

L’esperienza insegna che frequentemente provengono dalla libertà soggetti giovanissimi o anziani, tossicodipendenti, soggetti in condizioni fisiche o psichiche non buone o comunque di particolare fragilità, tutti soggetti ai quali la privazione della libertà, specie se sofferta per la prima volta, può arrecare sofferenze e traumi accentuati, tali da determinare in essi dinamiche autolesionistiche o suicide. Dunque, onde intervenire tempestivamente, è stato istituito un particolare servizio per i detenuti e gli inteati nuovi giunti dalla libertà, consistente in un presidio psicologico, che si affianca  alla prima visita medica generale ed al colloquio di primo ingresso.
Altro dramma correlato è il numero impressionante di detenuti affetti da malattie croniche che hanno trasformato gli Istituti di pena dotati di centro diagnostico terapeutico (ovvero piccoli ospedali intramurari) in un vero luogo di cura: notevolissimo il numero di soggetti affetti da malattie cardiovascolari e polmonari favorite dalla mancanza assoluta di igiene di vita. Esorbitante il numero di individui affetti da malattie infettive croniche soprattutto correlate alla tossicodipendenza ed alla vita «di strada»; soprattutto per i soggetti HIV – HCV positivi l’ordinamento penitenziario appare obsoleto: la vetusta possibilità di scarcerazione legata ad una grave immunodepressione stride con la realtà attuale.Le terapie che tanto hanno migliorato la sopravvivenza dei sieropositivi sono purtroppo epatotossiche e controindicano spesso la contemporanea assunzione di farmaci  per il virus dell’epatite C: la causa di morte non è dunque più per Aids conclamato, ma per cirrosi o tumore epatico. Cambia la statistica, ma non il tragico finale.

LA REALTÀ NON È
INELUTTABILE

Che dire poi dei malati di mente che, abbandonati a sé stessi, affollano le celle? La stessa legge Basaglia (più nota come «legge 180») ha dimenticato i cosiddetti «manicomi criminali», come se il matto delinquente non avesse ragion d’essere in quanto persona.
Molti sono, infine, i reclusi portatori di grave handicap motorio e poche le strutture che possano accoglierli: questi ultimi vagano allora in celle inadeguate con barriere architettoniche che rendono impossibile anche il solo lavarsi: da qui la figura del «piantone» in realtà un altro recluso di buona volontà che si presta a soddisfare le esigenze primarie quale il lavarsi il vestirsi e quant’altro. Il quadro sovra descritto meriterebbe un adeguato sforzo anche economico ma la sanità penitenziaria ad onta di una richiesta di salute sempre più accentuata si scontra con tagli di spesa ogni anno più marcati tanto che nelle piccole carceri è miracoloso raggiungere i livelli minimi di assistenza. Il medico penitenziario è allora il dottore degli ultimi , dei poveri di risorse personali ed ambientali: se la salute è definita come «completo benessere psico-fisico mentale e sociale e non soltanto assenza di malattia…» allora i nostri sforzi si scontrano con realtà ineluttabili. Ma non per questo bisogna scorarsi: presso il carcere di Torino sono presenti da anni importanti proposte che hanno importato una realtà «altra» basata sulla valorizzazione dei talenti pur in un ambiente degradato: sono i progetti Arcobaleno, Prometerno, Sestante e Sad.
È presente la comunità Arcobaleno (leggere a pagina 46) organizzata come una comunità terapeutica, pur dietro le sbarre, collegata a strutture estee dove proseguire un percorso riabilitativo lavorativo. Ai malati di Aids è dedicata la sezione «Prometerno» con un programma dedicato ed una attenta vigilanza infettivologica. La ASL 3 attraverso il progetto «Il Sestante» si occupa della osservazione e del trattamento dei pazienti psichiatrici. Importanti progetti coinvolgono poi la prevenzione delle patologie oncologiche ed infettive per le quali il carcere costituisce un fondamentale osservatore epidemiologico nazionale (il numero esponenziale di casi di TBC sta raggiungendo l’allarme sociale). Completa il quadro delle iniziative un progetto pilota sulla dipendenza patologica da sostanze denominato Sad Asl3 (dal nome della Asl competente), che ha già preso in carico centinaia di utenti (tra cui molti etilisti) soprattutto in giovane età.
Il rapporto tra sanità penitenziaria ed utenza allora travalica il rapporto «farmaco-guarigione» ma è dettato dall’incontro. E l’incontro può avvenire solo se si riconoscono queste dinamiche, ponendo l’attenzione su quanto accade qui e adesso nel dialogo, al di là delle differenze culturali, e portando alla consapevolezza quanto avviene in modo implicito nel percorso parallelo di cura, per superare gli inevitabili momenti di stallo.

«ERO IN CATENE, MA NON MI AVETE ACCOLTO»

Dal Discorso della montagna discendono i temi della salvezza citati nel vangelo di Luca. «Andate, maledetti, nella dannazione, perché ero affamato e non mi avete dato da mangiare, ero assetato e non mi avete dato da bere, ero ignudo e non mi avete rivestito, ero ammalato e non mi avete curato, ero carcerato e non mi avete visitato».
Ovvero: ero carcerato e non mi avete accolto, ero in catene e mi avete rifiutato. Ma altre domande sono senza risposta: accolto dove?, accolto come?. Questa dovrebbe essere la questione aperta, l’oggetto del nostro interrogarci, cioè quali sono le alternative concrete e possibili all’istituzione carceraria. 

Di Maria Letizia Primo

Maria Letizia Primo




Qui Benin City: reportage

Introduzione

In quasi tutto il mondo, l’8 marzo è la «festa della donna», una giornata per celebrare le conquiste sociali, politiche, economiche delle donne e, al tempo stesso, sensibilizzare la pubblica opinione sui problemi che pesano ancora oggi sulla condizione femminile. Milioni di donne, infatti, non hanno nulla da festeggiare, né possono rivendicare alcun diritto, soprattutto le vittime della prostituzione coatta, la peggiore schiavitù. Il dossier di questo mese, vuole richiamare l’attenzione su queste vittime, in particolare le nigeriane, trafficate e prostituite sulle strade italiane.
Missioni Consolata si è già occupata del problema con un numero speciale di ottobre-novembre 2005, «Prezzo di Mercato», poi pubblicato come libro dalla Emi nel 2006, e ritorna ad occuparsene in questo dossier, poiché il fenomeno della tratta delle nigeriane è in crescita; la situazione delle vittime sempre più tragica; l’indifferenza più scandalosa che mai.

Il dossier è frutto di una ricerca sul campo e viene pubblicato in contemporanea, tutto o in parte, dalle altre riviste Fesmi (Federazione stampa missionaria italiana). Autrice e fotografa (che hanno accompagnato in Nigeria un gruppo di religiose e laiche impegnate nella lotta allo sfruttamento di donne e minori) raccontano quanto hanno visto: complessità del problema, storie di donne liberate da tale schiavitù, impegno di chiesa e stato per prevenire l’esodo delle vittime della tratta e soccorrerle in caso di rimpatrio.
La seconda parte descrive la situazione delle nigeriane in Italia, particolarmente nell’area milanese, e le iniziative in corso, soprattutto da parte delle congregazioni religiose femminili, per aiutarle a uscire dall’inferno dei marciapiedi e guarire le ferite inflitte alla loro dignità. Il lavoro già fatto contiene segni di speranza.
Per richiamare l’attenzione e la responsabilità di tutti, è in fase di allestimento una mostra fotografica, che visualizza la tragedia delle nigeriane in Italia e nel loro paese di origine. (BB)

Qui Benin City: reportage

Sono oltre 30 mila le ragazze nigeriane costrette a prostituirsi sulle strade italiane. All’origine del dramma c’è un intreccio perverso fatto di affari e corruzione, inganni e ricatti, violenze e ignoranza, stregoneria e… tanta miseria. Una sfida immane, a cui qualcuno sta rispondendo con iniziative di prevenzione, sensibilizzazione e accoglienza
delle ragazze che tornano a casa.

«S iamo qui a Benin City per lottare contro il traffico vergognoso di migliaia di ragazze che vengono portate via con l’inganno e sono costrette a prostituirsi sulle strade italiane. Ragazze ridotte in schiavitù. Ragazze usate e abusate…». «Dai vostri uomini!».
Suor Eugenia Bonetti denuncia; l’Oba contrattacca. Lei è una missionaria della Consolata, cornordinatrice dell’Ufficio contro la tratta di esseri umani dell’Unione delle superiore maggiori italiane (Usmi). Lui è il re di Benin City, discendente di uno dei regni più potenti dell’Africa occidentale, che ancora oggi conserva un’autorità enorme su questa fetta di Nigeria, dove gli uomini della politica e dell’amministrazione nulla possono senza il suo accordo. Quello dell’Oba è un potere tradizionale e reale, si nutre di occulto e s’impone su questioni molto concrete. Compresa quella delle donne trafficate in Italia per essere sfruttate sessualmente.
VERGOGNA GLOBALE
Nello scambio di battute tra lui e suor Eugenia c’è la sintesi di questo vergognoso business fatto sulla pelle di ragazze spesso giovanissime. Un business che si regge su un meccanismo consolidato di domanda e offerta. E che si snoda tra la Nigeria e l’Italia lungo le vie della tratta, gestite da mafie inteazionali ben organizzate ed efficienti, spesso non adeguatamente perseguite.
Oggi il «commercio» di donne a fini di sfruttamento sessuale è, secondo l’Onu, la terza attività illegale più redditizia al mondo (dopo il traffico di armi e di droga), con un giro di affari stimato attorno ai 12 miliardi di dollari l’anno.
Merce di consumo di una società edonista e mercantile, la donna diventa, da un lato, «capitale» finanziario da sfruttare da parte di organizzazioni malavitose senza scrupoli, dall’altro, oggetto di soddisfazione di desideri e perversioni.
Le chiamano prostitute, quando va bene. Più spesso sono additate con i vocaboli più dispregiativi. In Liguria sono ancora le bagasce, come lo scarto della lavorazione della canna da zucchero. Peggio dei rifiuti, in un immaginario collettivo che ipocritamente getta loro addosso disprezzo e pregiudizio. Come se fosse una libera scelta quella di vendere il proprio corpo. Per molte di loro è una vera e propria schiavitù. Vittime della povertà e dell’ingiustizia, di una vita che non è degna di essere vissuta, innanzitutto nei loro luoghi d’origine, molte di queste ragazze si ritrovano ingannate da promesse fittizie, dal miraggio di un’esistenza migliore, di un altrove fatto di benessere e felicità: finiscono col ritrovarsi schiave sessuali, in una situazione di vulnerabilità e povertà ancora peggiore di quella da cui vengono, sradicate in un paese straniero, clandestine, senza identità né dignità.
Le chiamano prostitute, ma sarebbe meglio dire prostituite. Costrette a vendere se stesse, corpi-merce di un traffico che ha preso la forma intollerabile di una delle peggiori schiavitù contemporanee.
DONNE CORAGGIO
Suor Eugenia, 69 anni, originaria di Bubbiano, in provincia di Milano, si occupa del problema da molti anni. Eppure non finisce mai di indignarsi e scandalizzarsi. Il grido d’aiuto di una ragazza nigeriana, 15 anni fa a Torino, le ha aperto uno squarcio su un abisso di miseria, sfruttamento e violazione della dignità della donna. «Sister, help me! Suora, aiutami!». Quel grido ha continuato ad accompagnarla anche quando è diventata, nel 2000, responsabile dell’Ufficio tratta dell’Usmi e ha cominciato a lottare senza risparmiarsi per mettere in rete tutti coloro che si battono contro questo «commercio» di esseri umani al fine di promuovere un’azione più concordata ed efficace.
Oggi, suor Eugenia è un punto di riferimento importante di una rete di realtà inteazionali. E non è un caso se, nel corso della visita di stato nel giugno del 2007, Laura Bush, moglie del presidente Usa, ha voluto incontrare a Roma questa religiosa, che pochi mesi prima, in marzo, aveva ricevuto dal Dipartimento di stato americano il premio «Donna Coraggio».
«Ci sono ancora circa 30 mila ragazze nigeriane sulle strade italiane – denuncia suor Eugenia davanti all’Oba e ai notabili di Benin City – costrette a prostituirsi per pagare un debito assurdo: 50, 60, anche 80 mila euro. A volte, anche di più! Ci vogliono anni prima che riescano a riscattarlo. Alcune muoiono, altre vengono uccise. E in molte di loro si spezza qualcosa dentro. Per sempre. Dobbiamo dire basta a questo sfruttamento inumano. Ma dobbiamo farlo tutti insieme».
L’Oba annuisce. Lui sa e potrebbe fare molto, perché sta nel cuore del cuore del problema. È infatti la massima autorità tradizionale di Benin City, la città da cui proviene la stragrande maggioranza delle ragazze trafficate in Italia. È qui il centro di quell’intricato intreccio di business e traffici, di azioni legali e riti tradizionali, di finanza e stregoneria, che ne è all’origine: un giro di favori e minacce, ricatti e doni, troppo vasto e complesso perché anche chi sa possa o voglia fare davvero qualcosa.
Qualcuno però ci sta provando. Come sister Florence Nwaonuma delle suore del Sacro Cuore, una congregazione diocesana di Benin City, responsabile del Comitato per il sostegno della dignità della donna (Cosodow), un’organizzazione voluta dalla Conferenza delle religiose nigeriane. Fondato nel 1999, insieme a due avvocati e altri volontari, il Comitato svolge un importante e delicato lavoro di prevenzione, sensibilizzazione e accoglienza delle ragazze che ritornano. Non senza difficoltà.
La prima è parlarne. Lo ammette la stessa sister Florence, che peraltro ha sia la stazza che il carattere di chi non si lascia facilmente mettere a tacere. Pure lei è avvocato, ed è venuta a Benin City per occuparsi del problema proprio là dove ha origine.
«Facciamo moltissima sensibilizzazione, a tutti i livelli – dice suor Florence -: parrocchie, scuole, amministratori, affinché si sappia innanzitutto cosa sta succedendo.  Dopo tutti questi anni, dopo migliaia di ragazze trafficate, non si può più far finta di niente, come se questo fenomeno non esistesse. Eppure c’è ancora molta omertà, a volte per paura, a volte per interesse. Noi lavoriamo soprattutto per creare una coscienza del problema e per provare a cambiare i comportamenti».
SPECCHIO DI CONTRADDIZIONI
Una bella sfida, in un contesto che certamente non aiuta. La Nigeria in generale, e Benin City in particolare, sono oggi lo specchio di un’Africa che sta cambiando in maniera impressionante e caotica. Un’Africa dove restano forti alcuni riferimenti tradizionali – la famiglia, il villaggio, valori e norme di comportamento, ma anche superstizioni e stregoneria – e dove sempre più si impongono stili di vita e modelli culturali di tipo occidentale, spesso legati a logiche consumistiche e materialiste. Il connubio talvolta è un ibrido inquietante. Come a Benin City, città di più di un milione di abitanti a circa 350 chilometri a est di Lagos, dove la povertà diffusa ed evidente stride in maniera sconcertante con alcuni simboli di ricchezza e potere ben esibiti: Suv americani ultimo modello, campi da golf col prato all’inglese, ville sontuose protette come fortezze. E lì accanto, il degrado di una città decadente, sporca, le strade disseminate di buche grandi come voragini, le case troppo spesso simili a baracche fatiscenti…
La vita qui costa poco e non vale quasi niente. Bastano pochi spiccioli per mangiare il solito piatto di riso e pesce secco, ma per pochi spiccioli una famiglia può «vendere» il proprio bimbo come domestico nelle case di chi sta un po’ meglio. Di lavoro non ce n’è ed è difficile capire come la gente riesca a cavarsela. C’è sempre un gran via vai di persone in strada, nei mercati, ovunque. Una miriade di attività «informali», ma di lavoro vero e proprio poco o nulla.
Forse nell’amministrazione pubblica, che finisce tuttavia col diventare il ricettacolo di amici, parenti, persone a cui si deve un favore. Come al Museo nazionale, dove almeno cinque persone «lavorano» all’ingresso, tra la cassa e l’albo delle presenze, non facendo praticamente nulla. Del resto, siamo gli unici visitatori da chissà quanto tempo. Una rarità. Peccato che anche le rarità che sono nelle teche, oggetti preziosissimi e antichi, risalenti al prestigioso regno di Benin, siano praticamente invisibili perché la maggior parte delle luci non funziona.
Che funzionano, invece, a qualsiasi ora del giorno, sono i cybercafé, ovunque affollati di giovani. È il business che va per la maggiore e infatti se ne trovano ovunque e sono sempre pieni, nonostante la connessione lentissima e precaria. Taluni sono veramente angusti e i ragazzi stanno ammassati l’uno accanto all’altro. Alcuni cercano una scuola o un lavoro all’estero; le ragazze chattano con «fidanzati» che sperano di raggiungere in Europa, altri – i cosiddetti yahoo-boy – si sono specializzati in truffe telematiche e trafficano con migliaia di indirizzi… Tutti paiono proiettati verso l’estero, l’altrove, il paradiso immaginato, inseguito, voluto a ogni costo.
FUGA DALLA DISPERAZIONE
«Oibo! Oibo!». In strada è un continuo chiamare lo straniero che passa. «Ehi, bianco, perché non mi porti in Europa con te?». Un po’ per scherzo, un po’ sul serio, sono in molti a chiederlo.
Non sfuggono a questo meccanismo le ragazze che vengono trafficate in Europa. All’inizio venivano quasi tutte da Benin City. Ora le madame, le donne che gestiscono i traffici, e i loro corrieri rastrellano sempre di più i villaggi limitrofi, facendo balenare il sogno di un lavoro ben retribuito all’estero a famiglie estremamente povere e senza strumenti culturali per valutare il rischio a cui espongono le loro figlie. Quanto a loro, ragazze giovanissime e spesso analfabete, non aspettano altro: l’Europa, la bella vita, i soldi per loro e per le loro famiglie. Un sogno. Per il quale sarebbero disposte a tutto: a sottoporsi a un rito voudou – il ju ju (vedi riquadro) – ad affrontare viaggi spaventosi, talvolta via terra, ad accettare di pagare un debito spropositato.
«Fino a che punto queste ragazze siano coscienti di dove finiranno e a fare cosa è difficile dirlo», spiega don Vincenzo Marrone, salesiano, da 25 anni in Nigeria. È lui che ha costruito a Benin City la casa di accoglienza per quelle che rientrano volontariamente o che vengono rimpatriate.
«Questa città – spiega – vive in bilico tra l’orgoglio per un passato grandioso e un presente di decadenza e mancanza di speranza. La sua popolazione è fiera e volitiva, vuole a tutti i costi farsi un futuro, desidera una vita migliore. Sono convinto che molti sappiano dove finiscono le ragazze. Le ragazze stesse, almeno quelle della città, ne sono consapevoli; ma molte pensano che quello che è successo alle altre non potrà mai succedere a loro: e così finiscono in una trappola da cui faticano poi a liberarsi».
«Perché proprio Benin City?» si interroga padre Jude Oidaga, gesuita originario di questa città, ma che ha studiato in mezzo mondo. Il suo è uno sguardo, al tempo stesso, dall’interno e dall’esterno. «Bisognerebbe fare l’esperienza di alzarsi la mattina e non avere cibo, arrivare a sera e non avere cibo; e non avere un lavoro, né benzina, né sapone per lavarsi… Bisognerebbe fare l’esperienza di chi lotta per sopravvivere, per capire a fondo cosa spinge queste ragazze a partire a ogni costo. Ma la responsabilità della loro fuga va ricercata a un livello più alto: quello delle istituzioni e dei governi – locali, federali, inteazionali -, corrotti e inetti; quello delle politiche inteazionali ingiuste e discriminatorie, che non fanno altro che ampliare la frattura tra ricchi e poveri. E allora non andrebbero biasimate in prima istanza queste ragazze, ma innanzitutto coloro che sono responsabili della sperequazione e ingiustizia distributiva che condanna tanta gente a vivere una vita indegna».
Benin City, con il suo disordine e la sua decadenza, la sua miseria e le sue ville milionarie, è un po’ l’archetipo di molti angoli di un mondo che funziona a velocità diverse, che corre sulle autostrade di uno sviluppo accessibile a pochi e lascia indietro grosse fette della popolazione mondiale, abbandonate alle periferie di una globalizzazione che non è poi così globale. E le ragazze di Benin City – trafficate, sfruttate, abusate – sono un po’ il simbolo di questa vergogna. Che va gettata in faccia a chi le ha gettate in strada.

Di Anna Pozzi

Anna Pozzi




Un «rifugio» per ricostruire il futuro

Casa di accoglienza a Benin City

I loro nomi spesso contengono un messaggio di speranza, un affidarsi a Dio: Blessed (Benedetta), Faith (Fede), ma anche Joy, Destiny… Eppure le loro storie parlano d’inferno. L’inferno della tratta di esseri umani, giovani donne, spesso poco più che bambine, comprate e vendute, sbattute sulle strade d’Italia, dove vengono usate e abusate per pochi euro. Sono loro, adesso, a riempire con le loro voci squillanti, i colori accesi dei loro abiti e un’immancabile e simpatica confusione, le stanze ancora tutte nuove dello shelter inaugurato l’11 luglio dello scorso anno a Benin City.
È qualcosa di più di una casa di accoglienza: è un rifugio e allo stesso tempo qualcosa di dirompente per il contesto di Benin City. Un luogo che dice che le ragazze possono tornare e devono essere accolte. Che quello della tratta non è un viaggio a senso unico. C’è, anche se raramente e spesso drammaticamente, un ritorno. È un luogo bello e difficile questo shelter, perché dice quello che le parole sin qui non hanno detto o hanno detto molto poco: la tratta esiste. Ecco queste ragazze, ecco le prove.
Il potere simbolico, si sa, in Africa è molto forte. E questa casa di accoglienza per donne vittime della tratta – rimpatriate volontariamente o espulse dall’Europa e specialmente dall’Italia – costruita proprio nel cuore della città che ne alimenta più di qualsiasi altra il traffico, ha il sapore intenso di una sfida: ai tabù, all’omertà, anche alla paura.
«Sono anni che lavoriamo a questo progetto e finalmente ne vediamo il compimento» dice suor Eugenia Bonetti, visitando lo shelter appena inaugurato. La religiosa ci ha davvero creduto molto e non si è fermata di fronte a nessun ostacolo. «Ci sono voluti quattro viaggi e una grande determinazione per realizzare questo progetto. Ma soprattutto c’è voluta la collaborazione di molte persone che hanno condiviso questo sogno».
Alcune di loro erano lì anche per l’inaugurazione. Lo scorso anno, infatti, una delegazione italiana si è recata sino a Benin City, per esprimere la propria vicinanza a questo progetto e rinsaldare i legami di cooperazione che già esistono tra Italia e Nigeria. Il gruppo era tutto al femminile (con un’unica eccezione): donne che con le ragazze trafficate hanno condiviso un pezzo di cammino, quello che dalla strada le ha condotte verso una vita nuova. Donne che lottano con coraggio, tenacia e amore per altre donne. Sono le suore delle molte case di accoglienza che in Italia ospitano e aiutano queste giovani nigeriane. Si sono recate sin lì per rendersi conto di persona del contesto da cui vengono le «loro» ragazze e per condividere la gioia dell’apertura di una casa che non è molto diversa da quelle in cui loro stesse operano, ma che è molto più vicina ai luoghi da cui provengono e a cui provano a ritornare.

I
nfatti, uno degli obiettivi fondamentali dello shelter è accogliere temporaneamente le ragazze che rientrano per preparare adeguatamente il loro ritorno in famiglia.
A questo scopo è fondamentale il lavoro che svolgono le suore nigeriane sul posto. «Loro stesse – spiega suor Eugenia – negli anni ‘90, hanno cominciato a rendersi conto del problema. Le abbiamo invitate in Italia, hanno visto con i loro occhi dove finivano le ragazze e si sono confrontate con le suore che lavorano qui da noi. Poi, hanno deciso di fare qualcosa».
«Sino ad ora – spiega sister Florence – accoglievamo le ragazze che tornavano in Nigeria nei nostri conventi. Ma non è facile, né per loro né per noi. Non sono più abituate a rispettare alcuna regola, sono disorientate, spesso disperate. Molte hanno disturbi mentali; alcune vengono rifiutate dalle famiglie. C’era bisogno di un luogo appropriato dove potessero stare per un po’ e che permettesse a noi di accompagnarle nel modo più adeguato».
Non sta ferma un momento sister Florence. È sempre impegnata su più fronti con inesauribile energia. Avvocato di formazione, ha fatto di questa lotta contro la tratta e per il recupero delle vittime la sua ragione di vita. Nel ’99, è stata tra le fondatrici del Cosodow (Comitato per il sostegno della dignità della donne), un’organizzazione voluta dalla Conferenza delle religiose nigeriane. Con lei lavorano altre suore, sia a Benin City che a Lagos (dove le ragazze vengono rimpatriate), oltre a due avvocati e molti volontari.
«Il nostro è un lavoro delicato e rischioso – ammette – perché, da un lato, si tratta di ricostruire la vita e la dignità di persone fortemente traumatizzate, sottoposte a una violenza disumanizzante; dall’altro, perché andiamo contro gli interessi di molte persone che su questa tratta vergognosa hanno costruito un enorme business».

La realizzazione di questo shelter è un passo incoraggiante, innanzitutto perché è il frutto della collaborazione di più enti e istituzioni della chiesa. Il terreno è stato acquistato da Caritas italiana, la costruzione è stata realizzata grazie a un finanziamento della Cei (dell’8 per mille), il cantiere è stato seguito da un salesiano, don Vincenzo Marrone. A ciò va aggiunto tutto il lavoro che è stato fatto sul posto dalle suore nigeriane, che non hanno mai smesso di accogliere le ragazze nei loro conventi, di collaborare con le famiglie e sensibilizzare la popolazione. Ora, questo lavoro di network ha un nuovo fondamentale punto di riferimento: la Casa di accoglienza di Benin City.
La struttura prevede l’ospitalità per un numero massimo di 18 ragazze. «Non di più – spiega sister Florence -, perché vorremmo creare il più possibile un clima di famiglia e perché le ragazze hanno bisogno di molte attenzioni specifiche e di tanto lavoro. Su di loro e sulle loro famiglie».
Molte si trovano davvero in una situazione di emergenza. Anche quelle che rientrano volontariamente (pochissime in verità), grazie ai programmi dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), spesso hanno enormi problemi a reinserirsi. Peggio ancora quelle espulse, che si ritrovano a casa loro senza un soldo e con addosso la vergogna di un fallimento.
Non poche presentano problemi psicologici, alcune vere e proprie patologie. «Spesso – spiega la religiosa -, specialmente all’inizio, vengono rifiutate dalle famiglie, non sanno dove andare, rischiano di finire nuovamente nelle mani di trafficanti o di persone senza scrupoli. Per questo hanno bisogno di una particolare attenzione e protezione».
Tra i primi ospiti dello shelter c’è Jody che segue sister Florence come un’ombra. È da poco rientrata nel suo paese, ma è come se fosse stata catapultata su un altro pianeta. È disorientata, un po’ assente… La sua famiglia, dice, è in un villaggio lì vicino, ma lei non può tornare. Abbassa gli occhi Jody, fatica a raccontare. E allora sister Florence si allontana e spiega: «Non può tornare perché non la vogliono. Sono arrabbiati, delusi. Jody rappresentava la loro unica fonte di reddito. Non so fino a che punto erano coscienti di quello che faceva in Italia. Sta di fatto che per loro significava un guadagno sicuro, ora invece è diventata solo un peso di cui farsi carico».
Sister Florence tuttavia non è pessimista. Sa che ci vuole tempo per tessere di nuovo dei legami. Intanto, aiuta Jody a imparare un mestiere e a cavarsela da sola. Almeno ora ha una casa. In futuro si vedrà…

Di Anna Pozzi

Anna Pozzi




Si è mosso anche lo stato

A Lagos: un centro di accoglienza governativo

Un gruppo di ragazze si intreccia reciprocamente i capelli. Lo spazio è un po’ angusto, manca luce, ma l’atmosfera non è cupa. Sono tutte giovanissime, certamente hanno meno di 20 anni. Una di loro, solo un poco più grande, cerca di dare qualche consiglio e mantenere un po’ d’ordine. Sono tutte vittime della tratta queste ragazzine che imparano a fare le parrucchiere. Intercettate all’interno della Nigeria o nei paesi limitrofi. La polizia le ha condotte in questo stabile, che assomiglia un po’ a una casa di accoglienza, un po’ a una prigione.
Si trova alla periferia di Lagos ed è stato aperto nel dicembre 2004, grazie alla collaborazione dei governi italiano e statunitense. È gestito dalla National agency for the prohibition of traffic in persons and other related matters (www.naptip.com), l’agenzia del governo nigeriano che opera contro il traffico – interno ed esterno – non solo di donne, ma anche di minori per scopi diversi: prostituzione, lavoro domestico, lavoro agricolo… Ha sei dipartimenti a Lagos, Benin City, Enugu e Sokoto.
Lo scopo è quello di accogliere, reintegrare e riabilitare le vittime, dar loro assistenza legale e sensibilizzare la popolazione sul problema. La grande sfida è quella di perseguire i trafficanti.
«Sono stata rimpatriata dal Burkina Faso – spiega Jessica, la ragazza che insegna alle alunne-parrucchiere. Ero stata portata lì con la promessa di continuare il viaggio, ma intanto ero costretta a lavorare. Io non volevo restare, così sono andata dalla polizia. Poi l’ambasciata mi ha fatta tornare in Nigeria». Dopo il periodo di counceling e riabilitazione, Jessica ha deciso di rimanere nella struttura del Naptip per aiutare le altre ragazze che hanno vissuto un’esperienza simile alla sua. Attualmente ce ne sono una trentina (ma può ospitae sino a 120), la maggior parte sono ragazze, ma c’è anche qualche ragazzino. Sono quasi tutti minorenni. Altre 10 sono state rimpatriate dal Burkina Faso, uno dei paesi-cerniera, lungo le rotte che, spesso via terra, portano verso il Nordafrica.

Dai loro racconti emerge uno spaccato sul mondo della tratta e le sue innumerevoli varianti. Una dice di avere 13 anni e che la mamma sta in Francia e lei stava cercando di raggiungerla. Un’altra racconta di essere partita insieme a un gruppo di amici, senza sapere esattamente per dove. Non aveva niente con sé, solo i vestiti che portava addosso. Sono giovani, sprovvedute, sognatrici. Fuggono da situazioni di miseria verso un vago miraggio, che spesso si trasforma in incubo.
I responsabili del centro raccontano di un altro gruppo di ragazze molto giovani; tutte sono state trafficate all’interno del paese, e portate a Lagos, la maggior parte per essere avviate alla prostituzione.
Ci sono anche tre bambini trafficati in Nigeria dal vicino Benin per lavorare come domestici. Il Naptip sta collaborando con l’ambasciata beninese per ricongiungerli alle loro famiglie. Spesso i genitori sono poverissimi e senza istruzione, e vengono facilmente aggirati e ingannati con promesse di soldi e d’istruzione per i loro figli, che invece si ritrovano rinchiusi dentro le case dei padroni in condizioni di vera e propria schiavitù.
«Da quando siamo aperti, abbiamo accolto circa 700 ragazzi e ragazze – spiega Godwin E. Morka, capo dell’ufficio Naptip di Lagos -. A tutti viene offerta la possibilità di un periodo di riabilitazione e una breve formazione. Per le ragazze si tratta spesso di un corso per parrucchiera. Mediamente restano dalle due alle sei settimane. Chi rimane di più è perché in tribunale ha in corso un processo contro i trafficanti».
«E se hanno problemi di salute – continua – facciamo anche un controllo medico. Se sono malate vengono trasferite al vicino reparto dell’ospedale militare». Morka non ne parla esplicitamente, ma il riferimento è chiaro. Molte, specialmente quelle che rientrano dall’estero, sono sieropositive o con Aids conclamato: una malattia-tabù, da queste parti, di cui si parla troppo poco e non si fa abbastanza per prevenirla e curarla.

Dalla struttura del Naptip le ragazze non possono uscire né ricevere visite, perché in passato si sono presentati trafficanti o madame, spacciandosi per i loro parenti. Una donna è stata scoperta e arrestata. Ma complessivamente l’attività di investigazione e avvio di procedimenti penali contro i trafficanti è alquanto carente. Alcune ragazze, poi, hanno il terrore di essere avvelenate. Sanno che i loro «protettori» temono di essere denunciati e che è gente senza scrupoli, capace di tutto.
Ma le ragazze non si fidano neppure del governo nigeriano né di qualsiasi altra istituzione ad esso legata. E, dunque, anche la vita e gestione di questo centro sono alquanto complesse e problematiche.
Per non parlare poi dei problemi che si pongono quando vengono rimpatriate dall’estero. «I governi europei – spiega Morka – quando espellono le ragazze sono in contatto con l’immigrazione nigeriana, ma non specificano chi sono le vittime e chi i trafficanti. Specie dall’Italia spesso tornano in gruppo, ammanettate come criminali, mischiate a trafficanti di droga, clandestini, delinquenti veri… Sono rimpatriati tutti insieme. Talvolta il volo diventa l’occasione per intrecciare contatti e organizzare nuove partenze».
Gli operatori del Naptip, inoltre, non hanno accesso all’aeroporto per accogliere le ragazze. A volte ci sono le famiglie ad aspettarle, ma è raro, soprattutto se non rientrano con un rimpatrio volontario e sono senza soldi e dunque si vergognano di farsi vedere a mani vuote. Sempre, però, ci sono i trafficanti, pronti a offrire «assistenza» alle ragazze, per poi farle rientrare nel giro.
All’immigrazione – ci dicono – non sempre operano persone preparate e adatte a fare questo lavoro e spesso c’è molta corruzione. Non è raro, poi, che le madame e i trafficanti corrompano i poliziotti per rimettere le mani sulle ragazze. «La situazione non favorisce la collaborazione e la possibilità di avvicinarle per offrire aiuto – continua il responsabile del Naptip -. Il lavoro di cooperazione è estremamente difficile. Anche quando vengono rimpatriate volontariamente dall’Oim, a volte vengono portate nel nostro centro, altre volte vanno direttamente nelle loro città o si disperdono qui a Lagos. Le ragazze non si fidano di nessuno quando tornano, ma spesso non vogliono andare a casa a mani vuote e cercano nuovamente di arrangiarsi come possono. Così diventano estremamente vulnerabili e rischiano di ricadere facilmente nelle reti di gente senza scrupoli».

Di Anna Pozzi

Anna Pozzi




Donne in frantumi

Nigeria-Italia: storie di ragazze abusate e rimpatriate

Sono partite con un sogno; sono tornate svuotate del loro essere donna, rifiutate, giudicate, condannate…
con ferite profondissime, difficili da rimarginare. 

Joy lo ripete senza tregua. Con veemenza e desolazione. Con violenza, ma anche con le lacrime che le si affacciano agli occhi. «Mi dovete risarcire di tutto il male che mi avete fatto!». Sempre la stessa frase, ossessionante, che esonda dalla palude di sofferenza, paura, rabbia e dolore, che si porta dentro. Una ragazza spezzata. Come le altre. Ma lei continua a urlarlo fuori.
È stata rimpatriata a Lagos dall’Oim. Lo ha scelto lei quando forse non aveva più altra scelta. Prima era passata da Brescia e da Roma; l’hanno ospitata le suore di Nostra Signora degli Apostoli a Roma e l’hanno seguita al centro di ascolto Caritas della capitale. Aveva ottenuto il permesso di soggiorno a Brescia, ma non aveva futuro in Italia.
A suor Erma Marinelli, delle suore di Maria Riparatrice, non pare vero di rivederla lì, a Lagos. L’ha seguita per quasi sei mesi alla Caritas Roma. Una ragazza particolarmente problematica. Ha fatto impazzire tutti. «Quando veniva da noi, urlava, faceva scenate incredibili. L’abbiamo mandata da un medico e da uno psicologo. Ma lei ripeteva: “Non sono matta”. E già allora continuava a ripetere: “Mi dovete risarcire di tutto il male che mi avete fatto!”. Pensavamo che avesse subìto abusi e violenze in strada. Ma non sapevamo ancora tutto».
Joy racconta di aver fatto qualche lavoretto, la badante soprattutto. Ma non dice che resisteva a malapena un mese o poco più. Racconta di essere stata ospitata dalle suore e poi in un ostello Caritas. Ma non dice che anche lì aveva sempre problemi. Non dice soprattutto il dramma che ha rovinato la sua esistenza, ancor più della sua vita in strada, la vergogna che l’ha marchiata per sempre. «È probabile che le abbiano fatto girare un film poografico – racconta suor Erma -. Ogni tanto vi faceva allusione, urlando con rabbia frasi oscene, sbattendoci in faccia con violenza la peggiore delle violenze che aveva subìto. Un dramma da cui non si è più ripresa».
L’hanno convinta a rientrare in Nigeria, con un rimpatrio organizzato dall’Oim. Prima, però, ha chiesto alla famiglia se i soldi che le avrebbero dato (1.500 euro) erano sufficienti per essere di nuovo accettata a casa. «Hanno detto di sì – ricorda suor Erma -. E per lei è stata come una liberazione. Ha cambiato atteggiamento. Ha riacquisito un po’ di dignità. Non rientrava a mani vuote e sapeva che c’era qualcuno ad attenderla. Ma niente sarà mai abbastanza per risarcirla davvero di tutto il male che ha subìto».

Anche in Blessed si intuisce che c’è qualcosa di inesorabilmente infranto. Ha 37 anni ed è ancora una bella donna, alta e slanciata, avvolta in un elegante abito tradizionale. Ha un viso dolce, ma gli occhi sono spenti, persi.
È rientrata in Nigeria quattro anni fa, dopo avee passati undici in Italia. È tornata dai suoi figli, dice, che oggi hanno 23, 22 e 18 anni. Li aveva lasciati in Nigeria per andare in Italia a «lavorare». «Pensavo di andare a fare la cameriera o la parrucchiera – racconta – e invece…».
Della vita in strada non vuole ricordare nulla. Parla, con un italiano stentatissimo e lo sguardo un po’ assente, dei luoghi dove è stata e dei luoghi comuni: la gente che è simpatica, la pasta e la pizza che ora non mangia più. «Era un po’ dura in Italia – dice quasi scheendosi -, ma anche qui non è facile».
Da quando è tornata non ha più relazioni con i genitori. Le suore di Nostra Signora degli Apostoli hanno cercato di metterli in contatto, ma i suoi parenti non vogliono più sapee di lei. Neppure la figlia maggiore. Gli altri due le sono vicini e le suore l’hanno assunta per fare le pulizie in una biblioteca. Ma non è del tutto lucida e ha bisogno continuo di medicine.
«Quando vedo la disumanizzazione che comporta il fatto di vendere se stesse per sopravvivere dico che tutto questo non è giusto, e che dobbiamo lottare per mettere fine a questo traffico vergognoso». Eric Okoje, avvocato, è tra i fondatori del Cosodow, il Comitato per il sostegno della dignità della donna, creato dalle religiose nigeriane. E anche se da quasi dieci anni lavora in questo settore non smette di provare rabbia e indignazione.
«È un’ingiustizia intollerabile quella di ridurre una persona in schiavitù – denuncia -. Quando vedi che tante famiglie sono toccate direttamente o indirettamente da questo dramma, inevitabilmente ti interroghi. Sul loro futuro e sul futuro di questo paese. Perché dobbiamo permettere di rendere schiava una generazione di nostri giovani? È una generazione persa. Per questo dobbiamo lottare con tutti i mezzi per impedire che questo continui. Ma non è facile. Perché c’è un problema di povertà, di impunità e anche di perdita dei valori. Se non ci sono fondamenti non si può costruire nulla. Ma è difficile far passare un messaggio a una persona che ha fame. Non ascolta: ascolta il suo stomaco».

Faith viene da un villaggio poverissimo di Ondo State ed è tra quelle che ha ascoltato questo grido. Suo e della sua famiglia. E si è fidata, come molte, di un cugino, uno zio, un parente, che faceva promesse che non si potevano rifiutare.
Nel suo caso è stato lo zio che le ha detto che l’avrebbe portata in Europa. Erano un gruppo di 85 ragazze e 72 ragazzi; sono partiti via terra, attraversando il Niger e poi tutto il deserto del Sahara sino all’Algeria. Da qui in Marocco. «Non c’era niente da mangiare né da bere – ricorda Faith -. Siamo rimasti quattro mesi nel deserto e nove in Marocco. Tre di noi sono morte attraversando il Sahara, uno in Marocco. A quel punto sono voluta tornare indietro, ma so che altri tre sono morti nel Mediterraneo».
In Marocco, racconta, erano stati tutti rinchiusi in due stanze, una per i ragazzi e una per le ragazze.
«Non volevo fare la prostituta – dice -; ho detto che volevo tornare, ma non volevano lasciarmi andare. Sono riuscita a scappare e sono andata dalla polizia. Quelli mi hanno picchiata, ma poi mi hanno portata all’aeroporto e rispedita in Nigeria. Quando sono tornata ho trovato mio zio che stava preparando un altro viaggio. E voleva che partissi di nuovo. Ma questa volta ho detto di no».
Ora Faith è a Benin City dove sta cercando un lavoro. Ha conosciuto le suore che si occupano del problema della tratta e che la stanno aiutando a continuare gli studi. «Vorrei diplomarmi in business administration, trovare un buon lavoro e guadagnare un po’ di soldi per me e la mia famiglia che è rimasta al villaggio».
R ose, invece, è tornata ad Akure, ed è ospite di un convento, ma porta ancora addosso uno dei segni della vita che si è lasciata alle spalle in Italia: due lenti a contatto blu, che spiccano come due fanali sul suo volto scuro e un po’ triste. Voltare pagina non è facile, dicono le suore che l’hanno in custodia. Ha 21 anni ed è una ragazza alquanto problematica. I segni di quello che ha subìto non sono così evidenti come quelle lenti a contatto, ma sono scolpiti indelebilmente nella sua anima.
Rose è giovane e può ancora farcela. Soprattutto se le sarà offerta una qualche chance di riscatto. Come è successo a Kathy.

Kathy, oggi, ha 26 anni. È stata tra le prime a tornare a Benin City, nel 2000. Lei però la strada l’ha solo «sfiorata». Alla famiglia avevano detto che l’avrebbero portata in Europa. In Italia ci è arrivata passando dalla Francia. Poi è finita a Roma, ma lei non sapeva neppure dove fosse.
«Mi tenevano rinchiusa nella casa di una maman – racconta -. Poi, un giorno, mi hanno affidata a un’altra ragazza perché mi portasse al lavoro. Non mi avevano detto di cosa si trattasse esattamente, ma lo avevo intuito. E così, mentre eravamo sull’autobus, sono scappata e sono salita su un altro bus. Non sapevo dove stessi andando. Quando ho sentito una campana, sono scesa e ho cercato la chiesa e un prete. Due donne mi hanno aiutata a trovarlo. È stato gentile e mi ha accompagnata in ambasciata, ma era già chiusa. Allora mi ha portata in una casa di accoglienza delle suore. Io non parlavo italiano. Loro non parlavano inglese. Hanno chiamato suor Eugenia Bonetti». Da lì è partita tutta una serie di contatti e collegamenti che hanno riportato Kathy in Nigeria e che le hanno permesso di tornare a Benin City dove sister Florence e le sue consorelle l’hanno accolta. Kathy è una ragazza intelligente e volonterosa. Ha ripreso gli studi e si è diplomata in business economy. Lo scorso anno, poi, è riuscita a prendere una laurea in psicologia. «Ora vorrei aiutare le altre ragazze che hanno vissuto l’esperienza della tratta e che sono state meno fortunate di me». Il suo, almeno, non è stato un viaggio a senso unico.

Di Anna Pozzi

Anna Pozzi




Periferia della periferia

Qui Milano: reportage dalla capitale del «mercato»

Nella capitale economica e finanziaria italiana anche le nigeriane non sfuggono alla legge del mercato, che le relega in un ghetto di vessazioni e umiliazioni. La complessa organizzazione mafiosa che le gestisce rende difficile alle forze dell’ordine di comprendere il fenomeno e alle organizzazioni impegnate nella lotta al racket di aiutarle a liberarsi.

La Binasca di notte è il girone infeale delle ragazze nigeriane. Specialmente nel tratto Carpiano-Siziano, periferia sud di Milano. In gruppo, mezze nude, o nude del tutto, accanto a focherelli per strappare un po’ di calore nelle gelide notti d’inverno. Stanno alla periferia della periferia, ai margini di un mondo spietato, che seleziona e marginalizza anche gli ultimi tra gli ultimi. Anche chi è già così disperato da essere costretto a vendere il proprio corpo.
VECCHIE NUOVE MAFIE
La gerarchia della strada è crudele e spietata. Nella capitale economica e finanziaria italiana, neppure le ragazze sfuggono alla ferrea legge della domanda e della offerta. Al centro le più «redditizie», brasiliane soprattutto, ma anche italiane, est-europee, addirittura giapponesi, gestite da mafie potentissime. Lavorano sempre più negli appartamenti e nei club e prendono appuntamenti tramite siti specializzati. Lo scorso anno sono stati calcolati almeno 15 mila annunci del genere.
Poi, uscendo dalla città, lungo le strade provinciali che a raggiera si allontanano dal centro, si incontrano via via quelle più a «buon mercato»: moltissime est-europee e, sempre più lontane, le nigeriane. Tutte oggetto di violenza e mercificazione del corpo. Spesso in condizioni di vera e propria schiavitù.
A Milano, la mafia storica era quella sudamericana, scalzata poi da quella albanese e dell’Est europeo. Anche perché gestire i giri di prostituzione in città costa: richiede «investimenti» (soprattutto in appartamenti) che i nigeriani non fanno. In strada, tutto costa meno: il joint (il posto) come pure la ragazza. Una nigeriana è costretta a svendere il proprio corpo al massimo per 20 euro, spesso anche meno. Il debito che devono rimborsare, però, raggiunge cifre spaventose: mediamente dai 50 ai 60 mila euro, a volte anche di più. E inoltre devono pagare alla maman l’affitto, il cibo, gli abiti «da lavoro», nonché offrirle regali costosi, in cambio di un trattamento più umano. Altrimenti, finiscono col subire anche in casa i soprusi e violenze che già sopportano in strada.
E anche se la mafia nigeriana è ritenuta meno violenta di quella albanese o est-europea, non sono rari i racconti di stupri a opera dei trafficanti, di torture e violenze fisiche e verbali. Spesso le ragazze vengono obbligate a lavorare anche quando sono malate o in gravidanza o ad avere rapporti sessuali non protetti; se rimangono incinte vengono costrette ad abortire (alcune parlano addirittura di una dozzina di aborti!) o vengono sottratti loro i figli e usati come strumenti di ricatto.
«PICCOLE NIGERIE» ITALIANE
C hiuse in questo mondo di vessazioni e umiliazioni, vivono in Italia, ma per certi versi potrebbero essere ovunque. Sanno a malapena qualche parola di italiano; fuori dalla strada, vivono in una sorta di ghetto, mangiano il loro cibo, usano i loro prodotti per l’igiene, si procurano le medicine tradizionali, vanno persino nelle loro chiese… In alcune trovano conforto, in altre incontrano pastori, o sedicenti tali, coinvolti nella tratta, che danno giustificazioni «mistiche» o «spirituali» all’incubo che stanno vivendo. «È Dio che lo vuole!» si convincono.
Rinchiuse nelle loro «piccole Nigerie» italiane, non si mischiano, fanno vita a parte. L’unico fine sono i soldi: money, money, money. Un chiodo fisso, the big issue!
«Agli inizi degli anni Novanta – spiega Palma Felina, responsabile del settore donne vittime di tratta di Caritas ambrosiana -, era possibile trovare le ragazze nigeriane sulla circonvallazione intea di Milano. Ora sono sempre più fuori città. Questo per un insieme di fattori: per gli interventi della polizia, ma soprattutto in seguito alle lotte tra le diverse mafie che gestiscono le ragazze. Così le nigeriane sono state sempre più allontanate dal centro. Ora è possibile trovarle nelle zone industriali periferiche o in provincia. Sono lì soprattutto di notte, ma nell’hinterland sono costrette a lavorare anche di giorno. Alcune sono in strada da più anni, nonostante il tu-over. Oggi le spostano con più frequenza, per evitare che possano legare tra di loro o cercare rapporti particolari con qualche cliente».
La gestione del territorio è cruciale per chi sfrutta questo traffico aberrante. Soprattutto da quando è in atto un processo di «diversificazione» negli appartamenti e nei night-club. Le nigeriane, però, sono rimaste sempre in strada, in alcuni posti «storici» fuori città e sempre più nelle periferie e in provincia.
Secondo le ultime statistiche disponibili dell’Osservatorio permanente sulla prostituzione, risalenti al 2006, nelle case di accoglienza lombarde, il 35,2% delle ragazze ospitate sono rumene, il 33,3% nigeriane. In percentuali molto minori moldave, albanesi, uzbeke, ukraine e russe. Oltre la metà non ha alcun titolo di studio formale o ha il diploma di scuola elementare. Nei loro paesi d’origine erano disoccupate o svolgevano lavori saltuari in condizioni di grande precarietà. Il 70% è nubile, mentre il 30% ha uno o più figli.
«Circa l’80% – aggiunge suor Claudia Biondi, cornordinatrice del settore Aree di bisogno di Caritas ambrosiana – dice di non aver saputo che una volta in Italia sarebbe stata costretta a prostituirsi. Quasi tutte sono state ingannate o aggirate, mentre un 10% è stata vittima di violenza o rapimento. Negli ultimi anni è aumentato il numero delle ragazze nigeriane sempre più giovani, sia perché soddisfano le esigenze dei clienti sia perché sono più facilmente controllabili e manipolabili dai loro sfruttatori».

SEMPRE PIù GIOVANI,
PER BATTERE LA CONCORRENZA
In Lombardia la presenza delle nigeriane è piuttosto significativa e numericamente stabile, mentre è cresciuto negli ultimi anni il numero delle ragazze provenienti dall’Europa dell’Est e in particolar modo dalla Romania. Recentemente, è aumentata, sia sulla strada che in appartamento, la presenza di ragazze latinoamericane (e in particolare brasiliane). E, negli ultimi mesi, si cominciano a vedere in strada ragazze orientali e in particolare cinesi.
«Le ragazze nigeriane dicono tutte di avere 18 anni, ma moltissime hanno l’aria di ragazzine» fa notare Valerio Pedroni, responsabile del settore donne in condizioni di fragilità sociale di Segnavia, una struttura legate ai padri Somaschi. Gestisce cinque unità di strada, un drop in, un progetto in-door, case di prima e seconda accoglienza. Il tutto finalizzato a togliere le ragazze dalla strada e offrire percorsi di recupero che diano loro una nuova chance di vita.
«Molte di loro vivono tra Milano e Torino – continua – e si riversano la sera sulle strade della periferia milanese. È difficile stabilire un contatto con loro. Spesso sono in gruppo e non si riesce ad avere un rapporto personale; sono diffidenti, ed è difficile andare al di là di un contatto superficiale che può essere facilitato dalla loro esuberanza, ma che spesso non va molto in profondità. Inoltre, alcune maman che le gestiscono e le controllano, a volte sono in strada pure loro; le minacciano e le scoraggiano dall’avere contatti con persone che non siano i clienti. E poi loro stesse, essendo numerose e dunque dovendo lottare con una vasta “concorrenza”, non sono molto disponibili a “perdere tempo” con degli sconosciuti».

VINCERE LA DIFFIDENZA
«In passato – aggiunge Palma Felina -, a fronte di una presenza in strada significativa, erano poche le nigeriane nelle case di accoglienza. Avevano paura a denunciare, specialmente se non avevano ancora finito di pagare il loro debito. Quelle che decidevano di scappare non andavano nelle strutture di accoglienza, si aiutavano tra di loro. Non si fidavano di altri. Negli ultimi anni, invece, arrivano più numerose. Molte sono seguite in progetti territoriali. Alcune scappano, perché non ce la fanno più, prima di aver finito di pagare il debito. Dopo la denuncia, vengono portate lontano dai luoghi in cui hanno vissuto e lavorato. Ma spesso non dormono e si ammalano. Mostrano segni visibili di malessere e di traumi non solo fisici, ma anche psicologici».
In alcuni casi si allontanano dalla strada grazie a un ex-cliente che si è affezionato loro e che le aiuta. Ma i matrimoni di comodo non rappresentano la principale via d’uscita delle nigeriane; è molto più diffuso tra ragazze di altre nazionalità. In Italia molte sono state regolarizzate attraverso le sanatorie (comprese alcune madame!). Sempre di più sono quelle che denunciano i loro sfruttatori e che in base all’articolo 18 ottengono il permesso di soggiorno umanitario (cfr. p. 40).

STRUMENTI INADEGUATI
Tuttavia, gli strumenti legali paiono ancora inadeguati per combattere il problema alla radice. Sia perché in Italia le forze dell’ordine e le procure non hanno abbastanza mezzi per far fronte alla complessità della tratta, sia perché a livello nigeriano c’è una totale impunità.
«La mafia nigeriana – spiega Gianluca Epicoco, sostituto commissario della squadra mobile di Cremona, che da 12 anni svolge indagini e ricerche in questo ambito – è complessa e stratificata. Al livello più basso si trovano le maman, che rappresentano l’ultimo nodo di una rete che si dipana tra l’Italia e la Nigeria. A un livello intermedio, il potere passa agli uomini che gestiscono la logistica del traffico da Benin City a Lagos e da lì all’Europa, soprattutto Parigi, ma anche Amsterdam e Madrid per poi arrivare a Torino. Poi, a un livello più alto, troviamo i veri e propri trafficanti, che stanno in Nigeria: una struttura ben organizzata, potente, ramificata, con molti contatti, capace di corrompere ad alti livelli, con legami con governi e ambasciate, e addentellati in tutta Europa. Una vera e propria associazione a delinquere, in grado di trafficare documenti e visti, oltre che ragazze, su scala trans-nazionale. Di fronte a una simile organizzazione, spesso noi non abbiamo né le risorse umane né i mezzi necessari per fronteggiarla e combatterla adeguatamente». 
Un nuovo escamotage escogitato da qualche anno è quello della richiesta di asilo politico all’arrivo in Italia, magari spacciandosi per sierralionesi, liberiane o avoriane. Le ragazze vengono allora portate in appositi centri di prima accoglienza, da dove alcune scappano subito. Altre presentano la domanda alle questure, dove ottengono un foglio per richiedente asilo e da quel momento, sino al termine della valutazione della loro richiesta, non possono essere espulse.
Sempre di più, tuttavia, queste ragazze arrivano con storie molto plausibili, ma tutte uguali, che imparano a memoria e recitano davanti alle forze dell’ordine, facilmente smascherabili da chi ha un po’ di esperienza e conoscenza del problema, nonché dei luoghi di origine.

In Lombardia sono 34 le associazioni, i gruppi, gli enti che si occupano di queste donne e di tutte quelle che subiscono umiliazioni e violenze, vendendo il loro corpo. Oggi lavorano sempre più in rete per provare a restituire loro la dignità e riconsegnare il destino nelle loro mani.

di Anna Pozzi

Anna Pozzi