110 anni di missione, fedeli cambiando / Conclusioni

Piccola introduzione alla missione di domani

Yonas nel cortile

Yonas Ashenafi, nato in Etiopia, ha 33 anni. È, a tutti gli effetti, un missionario giovane e, da un certo punto di vista, anche un missionario simbolo di una missione che sta cambiando e che cerca di adeguarsi a un mondo in continua mutazione. Parlo di lui perché l’ho conosciuto personalmente nel Cauca, in Colombia, dove veniva a fare esperienze pastorali mentre studiava nel seminario di Bogotà. Si arrangiava con lo spagnolo, e con un po’ di altre lingue che aveva appreso negli anni precedenti, anche in Kenya, dove aveva fatto il noviziato. L’ho incontrato nuovamente anni dopo in Italia, mentre si preparava per essere missionario in… Polonia, dove oggi si trova. E domani, dove andrai ad annunciare il Vangelo, Yonas Ashenafi?
Una delle immagini usate per definire il mondo in cui viviamo, e in cui ci troviamo ad operare come missionari, è quella del cortile, spazio – in un passato neppure troppo remoto – condiviso tanto dalla gente di campagna quanto da quella di città. Nel cortile i bambini giocavano, i genitori lavoravano o «se la contavano» tirando tardi nelle sere d’estate. La missione odiea è chiamata a far parte di questo grande cortile dove si riuniscono le persone che credono e quelle che non credono, per vivere, lavorare e condividere valori e tradizioni. Le sfide missionarie superano oggi le barriere locali e richiedono la capacità di formulare nuove risposte che tengano conto di contesti territoriali, sociali e culturali più ampi.
La storia di Yonas rivela anche la grande complessità culturale in cui si dibatte la missione contemporanea. Venendo a contatto con persone e popoli di cultura diversa il missionario, da sempre, sa che deve imparare a interagire con la cultura locale, conoscendola e valorizzandola. Ma oggi c’è un fatto nuovo: la sfida dell’interculturalità è dentro le nostre comunità con confratelli provenienti da diverse nazioni e culture che vivono la stessa missione, bevono alla medesima fonte carismatica, riconoscono il beato Allamano come fondatore e padre. Nati come un gruppo di missionari piemontesi, oggi i missionari della Consolata sono una realtà multietnica e multiculturale.
Il vasto peregrinare di Yonas evidenzia però anche l’esigenza di mettere a punto la nostra organizzazione per adeguarla maggiormente alle sfide del presente. Oggi, l’Istituto dispiega le sue forze su un territorio molto ampio e differenziato, con un personale che, pur mantenendosi da qualche anno numericamente stabile (siamo circa un migliaio), rappresenta pur sempre un drappello molto piccolo di missionari in confronto ad una realtà enorme e complessa. Se vorrà venire in aiuto delle esigenze di Yonas, il Capitolo che i missionari della Consolata stanno celebrando dovrà obbligatoriamente affrontare anche una ri-organizzazione strutturale, possibilmente a base continentale e meno centralizzata, per dare delle risposte più flessibili a situazioni nuove e originali di specifiche aree geografiche.
Sarà questa la missione che ci attende? Ce lo diranno il tempo, le circostanze e, perché no, ce lo potranno anche suggerire gli altri agenti della missione. Oggi, infatti, non si può più fare missione «da soli», in questo mondo globalizzato non c’è spazio per i «lupi solitari». La missione appartiene alla Chiesa intera e occorre «fare rete» con tutti coloro che, a diversi livelli, condividono il nostro carisma, la nostra passione per la salvezza integrale di ogni essere umano.
Innanzi tutto le nostre sorelle, le suore missionarie della Consolata. L’esperienza missionaria in Mongolia e la comunità di vita a Nabasanuka, fra gli indios Warao del Venezuela, sono forse gli esempi più radicali di questa volontà di lavorare insieme, offrendo alla missione due interpretazioni complementari dello stesso carisma.
In questi ultimi anni è cresciuta anche l’esperienza dei Laici missionari della Consolata (Lmc), persone che si sono avvicinate alle nostre case e collaborano con l’Istituto perché si identificano con il nostro carisma missionario, vogliono abbeverarsi alla stessa fonte e incarnare nella loro vita l’ispirazione che viene dal nostro fondatore. Alcuni di essi sono partiti dedicando anni della loro vita ad esperienze missionarie sul campo. Altri non hanno in questo momento la possibilità di partire, ma cercano attraverso scelte spirituali concrete e un impegno nel quotidiano di testimoniare il loro entusiasmo missionario “consolatino”.
Non può però mancare una collaborazione anche con le forze della società apparentemente più lontane, ma con cui si condividono battaglie in favore della promozione della giustizia, della pace e della salvaguardia dell’ambiente. Sono i cosiddetti “uomini di buona volontà”, coloro che a vario titolo e in nome dell’umanità, si impegnano concretamente per dimostrare che un mondo differente, più sobrio, solidale e giusto, è davvero possibile.
Insomma, vai Yonas, che non sei solo. Insieme a noi e a tutti quelli che con noi collaborano c’è sempre il Signore a dirci quella che sarà la missione che ci attende domani.

Ugo Pozzoli

Ugo Pozzoli




«Santo subito»

Presentazione Dossier

Lo slogan gridato e scritto su striscioni innalzati da un folto gruppo di fedeli, soprattutto giovani, in Piazza San Pietro l’8 aprile 2005, durante il funerale del papa Giovanni Paolo II, non è stato solo folklore: 20 giorni dopo, in deroga alla legge del 1983, papa Benedetto XVI concedeva la dispensa dai cinque anni di attesa dopo la morte di Karol Wojtyla prima di iniziare il processo di canonizzazione. Il 28 giugno dello stesso anno veniva aperta ufficialmente la causa di beatificazione, conclusa dallo stesso papa il 14 gennaio 2011, fissando la data della celebrazione: dal 1° maggio Karol Wojtyla è il beato Giovanni Paolo II.
«Papa santo» non è l’unica qualifica usata da ammiratori e «papa boys» per descrivere la personalità di Giovanni Paolo II; molti altri titoli, espressioni e aggettivi sono stati usati per sottolineare la ricchezza della sua figura e la complessità dell’esercizio del suo pontificato: Karol il Grande, papa carismatico e mediatico, homo viator, papa pellegrino, parroco del mondo, apostolo della giustizia e della pace, papa operaio, poeta e filosofo; alcuni hanno cercato di ingabbiarlo in definizioni contrastanti, come moderno o nostalgico, conservatore o progressista, anticomunista o anticapitalista, di destra o di sinistra… a seconda del punto di vista ideologico da cui veniva guardato. Tutte queste categorie e dimensioni egli le ha comprese, attraversate e superate, lasciando un’immagine non univoca e una eredità ancora aperta.
C’è tuttavia un denominatore comune che qualifica tutti i 27 anni di pontificato di Giovanni Paolo II, un aspetto non sempre evidenziato dai media, ma che ci sta particolarmente a cuore: la sua missionarietà. «Egli ha fatto del suo servizio alla missione e all’evangelizzazione il fondamento e l’asse portante del suo ministero: il suo infaticabile impegno nell’autentica missionarietà e il suo costante magistero sulla missione hanno contribuito a fare acquistare una nuova comprensione dell’identità missionaria della Chiesa, a suscitare un nuovo slancio nell’azione evangelizzatrice, a chiarire principi e criteri per meglio delineare la missione e l’attività missionaria» (Giuseppe Cavallotto).
In occasione della sua beatificazione, sentiamo il dovere, come missionari, di sottolineare questa dimensione fondamentale del suo ministero pastorale, sottolineando l’eredità di pensiero e il dinamismo impresso alla chiesa in 27 anni di pontificato. Il beato Giovanni Paolo è stato e rimane ancora oggi il papa della Redemptoris missio e dei viaggi in giro per il mondo; il papa che ha dato impulso alla realizzazione di molte intuizioni del Concilio, come l’inculturazione, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso, il protagonismo missionario della chiesa locale, la giustizia e la pace, la solidarietà tra i popoli e la salvaguardia del creato… Sono tutte facce della stessa missione, sfide che attendono ancora di essere affrontate e portate a soluzione. In tutti i continenti i problemi ancora aperti sono molti e l’eredità lasciata da Giovanni Paolo è già una strada da seguire, uno stimolo a tutta la Chiesa per pensare e ripensare nuove forme di annuncio e testimonianza della Buona Notizia di Cristo.
Sarebbe illusorio pensare che siamo già arrivati là dove il papa ha voluto condurci. Traghettando la Chiesa nel terzo millennio, Giovanni Paolo II l’ha esortata a prendere il largo (Duc in altum); la sua beatificazione rilancia tale invito ad allargare sempre più gli orizzonti. Arrendersi alla difficoltà, rassegnarsi alla mentalità diffusa che favorisce il disimpegno personale, chiudersi nel passato e vivere di rendita sono atteggiamenti non solo poco evangelici, ma il modo peggiore di onorae la memoria e la santità.
L’ammirazione non basta. Per questo, oltre a rievocare la sua figura e i suoi viaggi apostolici per incontrare e incoraggiare i discepoli di Cristo sparsi in tutto il mondo, vogliamo dare spazio alla sua voce sui temi che riguardano «questo dovere supremo: annunziare Cristo a tutti i popoli» (RM 3).
«La missione è ancora agli inizi» afferma Giovanni Paolo II, rimarcandone la sua costante urgenza, sottolineando al tempo stesso i benefici che lo slancio missionario riversa sulla fede e la vita cristiana, nella convinzione che «la missione rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede e l’identità cristiana, dà nuovo entusiasmo e nuove motivazioni. La fede si rafforza donandola!» (RM 2).

Benedetto Bellesi

Benedetto Bellesi




Papa planetario

Missione e missionarietà in Giovanni Paolo II

«Papa missionario» è il titolo che meglio definisce personalità e ministero di Giovanni Paolo II; se l’è meritato sul campo, con il ricco magistero missionario e innumerevoli viaggi in tutti i continenti per incoraggiare le comunità cattoliche, dialogare con esponenti delle confessioni cristiane e leaders di altre religioni, lanciare sfide contro la violenza e la guerra e invocare la giustizia e la pace tra tutti i popoli.

Piazza San Pietro, 22 ottobre 1978. Gladioli rossi e bianchi circondano l’altare sul quale Giovanni Paolo II celebra la messa inaugurale del suo ministero di Pastore Universale; durante l’omelia, davanti a più di 300 mila partecipanti e a milioni di persone che seguono il rito dalla Tv, il papa fa risuonare forte e incisivo il suo grido missionario: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!». Lo stesso invito accorato, qualche anno dopo, risuona nella sua enciclica missionaria, Redemptoris missio: «Popoli tutti, aprite le porte a Cristo!» (RM 3 e 39).
Dal primo giorno del suo pontificato, quindi, Giovanni Paolo II rivela il suo slancio missionario e traccia anche gli ambiti in cui vuole esercitare il suo ministero di evangelizzazione, invitando ad aprire a Cristo e «alla sua potenza salvatrice i confini degli Stati, i sistemi economici e politici, i vasti campi della cultura, della civiltà e del progresso. Non temete. Cristo sa che cosa c’è nell’uomo. Egli solo lo sa… Vi chiedo, vi prego con umiltà e fiducia, lasciate che Cristo parli all’uomo. Egli solo ha parole di vita, sì, di vita eterna».
Per aprire le porte a Cristo papa Wojtyla ha calzato i sandali di Pietro e si è fatto missionario itinerante, maestro di fede, testimone del Vangelo.
missionario itinerante
Dopo solo tre mesi dall’inizio del suo ministero, eccolo proiettare la sua missione universale ai quattro punti cardinali: verso il Sud del mondo con il viaggio in Messico (25 gennaio – 1° febbraio 1979), verso Est con il trionfale «ritorno in patria» (2-10 giugno), verso il Nord e l’Ovest con la missione congiunta in Irlanda e negli Usa (29 settembre – 8 ottobre). Appena compiuto un anno di pontificato, già inizia il suo primo viaggio ecumenico: in Turchia (28-30 novembre 1979) incontra il presidente del paese musulmano e il patriarca ortodosso Demetrio I, lanciando così i primi approcci al mondo dell’ortodossia e a quello dell’islam, che tanto spazio occuperanno nello sviluppo del suo pontificato.
Sono «viaggi di fede», come spiega ai giornalisti prima di partire per il Messico: «Il papa va in alcune zone del Nuovo Mondo come messaggero del Vangelo per milioni di fratelli e di sorelle che credono in Cristo; li vuole conoscere, abbracciare tutti e dire a tutti – bambini, giovani, uomini, donne, operai, contadini, professionisti – che Dio li ama, che la Chiesa li ama». «Fin dal giorno dell’elezione a vescovo di Roma, il 16 ottobre 1978 – confessa nell’allocuzione per celebrare il centesimo viaggio (13-6-2003) – è risuonato nel mio intimo con particolare intensità e urgenza il comando di Gesù: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura”. Mi sono sentito in dovere di imitare l’apostolo Pietro che “andava a far visita a tutti”, per confermare e consolidare la vitalità della Chiesa nella fedeltà alla Parola e nel servizio della verità; per dire a tutti che Dio li ama, che la Chiesa li ama, che il Papa li ama; e per ricevere, altresì, da essi l’incoraggiamento e l’esempio della loro bontà, della loro fede».
«Il papa non può rimanere prigioniero del Vaticano -confida in uno dei primi viaggi ai giornalisti che lo accompagnano -. Voglio andare da tutti, da tutti coloro che pregano, dove essi pregano, dal beduino nella steppa, dalla carmelitana o dal monaco cistercense nei loro conventi, dal malato al suo letto di sofferenza, dall’uomo attivo nel pieno della sua vita, dagli oppressi, dagli umiliati… dappertutto… vorrei oltrepassare la soglia di tutte le case».
«Già dall’inizio del mio pontificato ho scelto di viaggiare fino agli estremi confini della terra per manifestare la sollecitudine missionaria» scriverà nella sua enciclica missionaria. Il continuo viaggiare, anche quando gli diviene faticoso, è certamente l’aspetto più vistoso e originale del pontificato di Giovanni Paolo II, un pontificato missionario, con forte proiezione planetaria, messianica e apocalittica, come rivela nel suo viaggio in Canada nel 1984. Egli si scaglia con furore profetico contro un mondo segnato dal male, sganciato da Dio, gonfio di presunzione e orgoglio, pieno di adoratori del potere e del denaro. «La spaccatura tra il Vangelo e la cultura è il dramma della nostra epoca» afferma a Winnipeg. A Montreal papa Wojtyla rivela inconsciamente le ragioni del suo pontificato itinerante, identificandosi con la missione di Mosè: «Dio si rivela a Mosè per affidargli una missione. Deve far uscire Israele dalla schiavitù dei faraoni d’Egitto»; anch’egli, sommo pontefice e rappresentante di Dio, deve percorrere in lungo e in largo questa terra, «possesso di Dio» e quindi «terra santa», per richiamarla alla salvezza, per richiamare l’umanità sulle strade del cielo, per traghettare la Chiesa e il mondo in una nuova epoca, nel «nuovo» millennio.
Per rispondere alla sua triplice responsabilità di vescovo di Roma, primate d’Italia e pastore universale, papa Wojtyla si propone di visitare tutte le parrocchie dell’urbe, tutte le diocesi italiane e tutte le nazioni della terra. Scherzosamente afferma che non gli basta essere Pietro, ma vuole essere anche Paolo, l’apostolo delle genti. Concetto ribadito nel 1980 nel suo primo viaggio in Africa: «In Europa c’è chi pensa che il papa non dovrebbe viaggiare, che dovrebbe stare a Roma, come ha sempre fatto. Così leggo sui giornali e ricevo consigli in proposito. Io dico, invece, che è una grazia di Dio essere venuto tra voi, perché posso conoscervi. Diversamente, come potrei capire chi siete e come vivete? Ciò mi conferma nella convinzione che è giunto il tempo in cui i vescovi di Roma, cioè i papi, non debbano considerarsi solamente i successori di Pietro, ma debbano ritenersi anche eredi di Paolo che, come sappiamo bene, non si è mai fermato, che era sempre in viaggio. E ciò che è vero per il papa vale anche per i suoi collaboratori di Roma».
Una chiesa tutta missionaria
Secondo l’impostazione data nella Redemptoris missio, l’evangelizzazione è fondamentalmente sempre la stessa, ma assume accentuazioni diverse a seconda delle situazioni in cui si svolge: si chiama attività pastorale quando si rivolge a comunità cristiane vive e solide; nuova evangelizzazione o rievangelizzazione quando riguarda ambienti di tradizione cristiana scristianizzati; prima evangelizzazione o attività missionaria in senso specifico quella destinata a popoli che ancora ignorano Cristo (cfr RM 33).
Quest’ultima modalità, la missione ad gentes, nel magistero di Giovanni Paolo II riveste caratteristiche di priorità e urgenza. Dopo due mila anni di evangelizzazione, egli lamenta, «la missione ad gentes è ancora agli inizi». C’è bisogno di un colpo di reni. «Gli uomini che attendono Cristo sono ancora in numero immenso: gli spazi umani e culturali, non ancora raggiunti dall’annunzio evangelico o nei quali la chiesa è scarsamente presente, sono tanto ampi da richiedere l’unità di tutte le sue forze… Non possiamo restarcene tranquilli, pensando ai milioni di nostri fratelli e sorelle, anch’essi redenti dal sangue di Cristo, che vivono ignari dell’amore di Dio. Per il singolo credente, come per l’intera chiesa, la causa missionaria deve essere la prima, perché riguarda il destino eterno degli uomini e risponde al disegno misterioso e misericordioso di Dio» (cfr RM 86). Guidando la Chiesa nel terzo millennio, papa Wojtyla vuole che essa sia animata dallo «stesso entusiasmo che fu proprio dei cristiani della prima ora… Il nostro passo, all’inizio di questo nuovo secolo, deve farsi più spedito nel ripercorrere le strade del mondo» (Novo Millennio Ineunte 58).
Egli è convinto che l’attività ad gentes è la cartina al tornasole delle altre due dimensioni missionarie, cura pastorale e nuova evangelizzazione, via obbligata per superare i sintomi di crisi che percorre la Chiesa tutta. «La missione specifica ad gentes sembra in fase di rallentamento… Difficoltà intee ed estee hanno indebolito lo slancio della Chiesa verso i non cristiani… La missione rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede, dà nuovo entusiasmo e nuove motivazioni. La fede si rafforza donandola!» (RM 2). Slogan che è tutto un programma.
Il suo entusiasmo missionario lo trasfonde con foga, quasi gridando, come nella Giornata mondiale della gioventù, a Manila nel 1995: «A ciascuno di voi Cristo dice: “Io mando voi… Vi mando nelle vostre famiglie, nelle vostre parrocchie, nei vostri movimenti e associazioni, nei vostri Paesi, nelle antiche culture e nella civiltà modea, affinché proclamiate la dignità di ogni essere umano, come è stata rivelata da me, il Figlio dell’uomo”» (vedi riquadro pag. 35).
La stessa trasfusione di entusiasmo è destinata alle «giovani chiese», per le quali Giovanni Paolo II scrive: «Siete voi, oggi, la speranza di questa nostra chiesa, che ha duemila anni: essendo giovani nella fede, dovete essere come i primi cristiani e irradiare entusiasmo e coraggio, in generosa dedizione a Dio e al prossimo… E sarete anche fermento di spirito missionario per le chiese più antiche» (RM 91).
Antiche e giovani chiese, in tutti i continenti, devono partecipare alla stessa missione ad gentes, fuori dei propri confini. «La chiesa in America» esorta papa Wojtyla, deve «rimanere aperta alla missione ad gentes… non può limitarsi a rivitalizzare la fede dei credenti abitudinari, ma deve cercare anche di annunciare Cristo negli ambienti nei quali è sconosciuto… estendere lo slancio evangelizzatore oltre le frontiere continentali… Sarebbe un errore non favorire un’attività evangelizzatrice fuori del Continente con il pretesto che c’è ancora molto da fare in America o nell’attesa di giungere prima a una situazione, in fondo utopica, di piena realizzazione della chiesa in America» (Ecclesia in America 74).
La stessa esortazione è rivolta alle giovani chiese nel continente asiatico. «Nel contesto della comunione della Chiesa universale, non posso non invitare la chiesa in Asia a inviare missionari, anche se essa stessa ha bisogno di operai nella vigna. Sono lieto di constatare che sono stati recentemente fondati istituti missionari di vita apostolica in diversi paesi dell’Asia come riconoscimento del carattere missionario della chiesa e della responsabilità delle chiese particolari in Asia di annunciare il Vangelo in tutto il mondo» (Ecclesia in Asia 44).
«Guardare e andare al largo»
A metà degli anni ‘80, Giovanni Paolo II intraprende una serie d’iniziative ispirate, allo scopo di allargare sempre più gli orizzonti della sua missione alle genti, come scrive nell’enciclica Dominum et vivificantem: «Nella prospettiva del terzo millennio, dobbiamo anche guardare più ampiamente e andare al largo, sapendo che il vento soffia dove vuole» (53).
Alcuni gesti sono eclatanti, come la visita alla sinagoga di Roma nell’aprile 1986 e la giornata di preghiera e di digiuno per la pace che si tiene ad Assisi nell’ottobre 1986, con la partecipazione di tutte le principali religioni del mondo. Ricordando quell’evento, 13 anni dopo, ne sottolinea il significato: «Il memorabile incontro ad Assisi, la città di san Francesco, il 27 ottobre 1986, tra la Chiesa cattolica e i rappresentanti delle altre religioni mondiali dimostra che gli uomini e le donne di religione, senza abbandonare le rispettive tradizioni, possono tuttavia impegnarsi nella preghiera e operare per la pace e il bene dell’umanità» (Ecclesia in Asia 31).
«Il dialogo interreligioso fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa» scrive nella Redemptoris missio (55); egli è fermamente convinto che la Chiesa è istituita per stabilire non solo la «comunione tra Dio e l’umanità, ma anche tra tutti gli esseri umani»; essa è chiamata a promuovere l’unità e la concordia tra tutti i popoli e tale «spirito di unità e di comunione» si rafforza con «il dialogo di vita e cuore» con tutte le religioni (Ecclesia in Asia 13.31).
L’invito a guardare lontano e navigare al largo non si limita alle parole, ma è accompagnato da gesti audaci, come l’abbraccio con l’ebraismo culminato nel suo pellegrinaggio in Terra Santa (2000) e la solidarietà con l’«islam autentico», culminata nella visita, per la prima volta, a una moschea a Damasco (2001).
Riportando il suo pellegrinaggio in Terra Santa, un settimanale inglese definisce Giovanni Paolo II «un Papa per tutti i popoli, capace di portare messaggi distinti alla Terra Santa per i suoi inquieti ascoltatori ebrei, musulmani e cristiani e tutti sono stati lieti di ascoltarlo» (The Economist 25/3/2000).
Sulla stessa lunghezza d’onda è il concerto organizzato in Vaticano il 17 gennaio 2004, dedicato alla «Riconciliazione tra ebrei, cristiani e musulmani»; un incontro, come spiega il Papa stesso «per dare concreta espressione a questo impegno di riconciliazione, affidandolo all’universale messaggio della musica… Non possiamo accettare che la terra sia afflitta dall’odio» (Osservatore Romano 18/1/2004).
Una spinta verso il largo è pure l’invito alla purificazione evangelica della memoria che il papa Wojtyla ha rivolto a tutti i cristiani in preparazione del Giubileo del 2000. Il percorso è culminato con il celebre «mea culpa» pronunciato in San Pietro il 12 marzo del 2000, con le 7 richieste di perdono per gli errori compiuti da cristiani e da uomini di chiesa anche rappresentativi, nella persecuzione degli eretici, nei rapporti con gli ebrei, contro la pace e i diritti dei popoli, contro la donna e l’unità del genere umano, contro i diritti fondamentali della persona. È noto come non tutti i suoi collaboratori fossero d’accordo con un simile gesto, quasi che fare atto di pentimento significasse «dare ragione agli avversari della religione». Ma Giovanni Paolo II ha proseguito tenacemente lungo la via imboccata, nella convinzione che la purificazione della memoria è indispensabile per rendere credibile l’annuncio del Vangelo e proseguire il cammino di unità nella Chiesa e di pace tra i popoli.
dialogo ecumenico
L’«andare al largo» comprende naturalmente anche un nuovo slancio ecumenico. Poiché la divisione tra i cristiani è un ostacolo all’evangelizzazione, il dialogo ecumenico «è una sfida e una chiamata alla conversione per tutta la Chiesa» (Ecclesia in Asia 30) e deve caratterizzarsi come «andare insieme verso Cristo… il procedere l’uno verso l’altro e il procedere insieme da cristiani» (RM 55).
Primo sogno ecumenico di papa Wojtyla è la riconciliazione tra la chiesa cattolica e quella ortodossa, che formano «i due polmoni dell’Europa». In occasione delle celebrazioni del millennio del battesimo della Russia (giugno 1988) papa Wojtyla invia come suoi rappresentanti 10 cardinali, insieme a una lettera indirizzata a tutti i cristiani della Russia, che termina con queste parole: «La comunità cattolica, invia alla millenaria chiesa sorella, mediante il vescovo di Roma, il bacio di pace, come manifestazione dell’ardente desiderio di quella perfetta comunione che è voluta da Cristo». Nella stessa occasione, il card. Casaroli realizza un capolavoro diplomatico: prepara la venuta di Gorbaciov a Roma e ottiene dal Cremlino l’invito per il Papa a visitare l’Urss. Paradossalmente la visita di Giovanni Paolo II a Mosca incappa nel veto della «chiesa sorella».
Altro gesto coraggioso, nel 1989, è la sua uscita verso le chiese luterane della Scandinavia. Purtroppo tanto slancio ecumenico non trova rispondenza nei fatti, né a Oriente né a Occidente. Contrariamente alle sue speranze, la caduta del comunismo non facilita l’incontro con le chiese dell’ortodossia; anzi diventa più difficile per la ripresa dei nazionalismi. Altre difficoltà raffreddano il dialogo in Occidente, come l’ordinazione delle donne nelle chiese anglicane.
Sconfitte ecumeniche e ansia apostolica inducono papa Wojtyla a fare passi inauditi, come mettere in questione il primato petrino, pur di raggiungere «la comunione piena e visibile di tutte le comunità»; egli auspica di «trovare una forma di esercizio del primato che, senza danneggiare la sua missione, sia aperta a situazioni nuove», ispirandosi all’unità dei cristiani del primo millennio, che chiedevano l’intervento della «sede romana, qualora fossero sorti fra loro dissensi circa la fede o la disciplina» (cfr Ut unum sint 95).
costruttore di pace
«Giovanni Paolo II: grande apostolo della giustizia e della pace»; la definizione è di Pax Christi Inteational. Nessun papa ha mai predicato la pace con tanta forza né si è opposto alla guerra con inflessibile fermezza come papa Wojtyla. Costruire la pace è una priorità della sua missione e un’urgenza per tutti, non solo per quelli che hanno responsabilità politiche mondiali; per questo egli sprona tutti a compiere «gesti di pace» e ne dà l’esempio, come quando perdona e visita in carcere il suo attentatore, Mahmet Ali Agca.
Magistero dottrinale e azione pratica sono le due dimensioni dei suoi interventi per risolvere i conflitti e promuovere la pace. Il primo aspetto, il magistero del papa, è immenso e multiforme, espresso soprattutto nei 27 messaggi per la Giornata mondiale della pace e negli annuali discorsi al corpo diplomatico presso la Santa Sede. Nei messaggi il papa svolge i grandi temi legati alla costruzione della pace (giustizia, libertà, verità, coscienza, diritti umani, persona, minoranze etniche…); quello del 2002 è «rivoluzionario»: «Non c’è pace senza giustizia; non c’è giustizia senza perdono». Ai due filoni del magistero e interventi diretti, si aggiungono i moniti e appelli alla pace disseminati nelle encicliche e nei discorsi pronunciati durante i suoi viaggi, specie nei luoghi di conflitto, come nel 1979 durante le visita in Irlanda: «Rivolgo un appello ai giovani appartenenti a organizzazioni che fanno ricorso alla violenza. Non ascoltate le voci che parlano la lingua dell’odio, della vendetta, della rappresaglia».
Nell’intero anno 1991 interviene ben 37 volte nella crisi iugoslava, definendo «inutile catastrofe» un eventuale scontro etnico. Il mattino del primo giorno della guerra nel Golfo (17 gennaio 1991) ammonisce: «In queste ore di grandi pericoli, vorrei ripetere con forza che la guerra non può essere un mezzo adeguato per risolvere completamente i problemi esistenti tra le nazioni. Non lo è mai stato e non lo sarà mai». Lo stesso concetto ripeterà ai diplomatici il 13 gennaio 2003, prima della guerra in Iraq: «No alla guerra! La guerra non è sempre inevitabile. È sempre una sconfitta per l’umanità. La guerra non è mai semplicemente un’opzione tra le altre cui far ricorso per risolvere una controversia tra le nazioni». Lo stesso anno, condanna «ogni atto terrorista» in Medio Oriente e afferma con forza che «non di muri ha bisogno la Terra Santa, ma di ponti».
In seguito alle guerre del Golfo e del Kosovo (1991 e 1999) papa Wojtyla matura alcune novità in proposito: egli rafforza la condanna della guerra «totale» (già contenuta nella Gaudium et spes) e la estende alla guerra convenzionale; nella sua dottrina non esiste nessuna «guerra giusta»; parla invece di «ingerenza umanitaria», cioè del dovere della comunità internazionale di fermare le guerre in atto disarmando l’aggressore; ingerenza decisa da «un’autorità superiore» (non da singoli stati), in base a «regole inteazionali certe», «nelle situazioni che compromettono gravemente la sopravvivenza di popoli e interi gruppi etnici» (cfr Messaggio GMP 2000).
Oltre ai gravi focolai di guerra in Terra Santa, Balcani, Africa centrale, Iraq, durante i 27 anni di pontificato di Giovanni Paolo II sono scoppiati una ventina di conflitti preoccupanti nei vari continenti, che noi e altre riviste cattoliche abbiamo presentato come «guerre dimenticate»; dimenticate dall’opinione pubblica, ma non da papa Wojtyla, che ha continuato a proporre a tutti «la civiltà dell’amore» per sconfiggere lo «scontro di civiltà».
gesù cristo al centro
L’asse attorno al quale ruota tutta l’attività e magistero di papa Wojtyla è Gesù Cristo. Egli parla di Lui non in modo distaccato, quasi fosse una dottrina da trasmettere, ma come di una persona viva che egli ha incontrato e di cui si è profondamente innamorato. Come missionario itinerante, egli ama paragonarsi spesso a san Paolo, che diceva: «L’amore di Cristo ci spinge»; non è tanto, spiegano i biblisti, l’amore di Paolo per Cristo, quanto l’amore di Cristo in Paolo a spingerlo. Questo amore è il fuoco, il motore di papa Wojtyla: «L’amore è più forte» grida spesso come un ritornello.
Le sue convinzioni non ammettono dubbi o compromessi: «Cristo è l’unico salvatore di tutti, colui che solo è in grado di rivelare Dio e di condurre a Dio… Per tutti… la salvezza non può venire che da Gesù Cristo… Cristo è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini… altre mediazioni partecipate di vario tipo e ordine non sono escluse, esse tuttavia attingono significato e valore unicamente da quella di Cristo e non possono essere intese come parallele e complementari» (RM 5). Da questa convinzione scaturiscono il grido iniziale del suo pontificato («Aprite, spalancate le porte a Cristo!») e i suoi messaggi di fede e gli appelli alla conversione, come quello lanciato a Parigi nel 1980: «Uomini, pentitevi dei vostri peccati e convertitevi a Gesù Cristo». Tali messaggi non sono puramente «spirituali», richiami all’intimismo, ma spinte a trasformare dall’interno persone, famiglie, società, nazioni, per realizzare un modello di sviluppo più umano per tutti.
Nel 1979, il presidente americano Jimmy Carter, ricevendolo alla Casa Bianca, gli dice: «Lei ci ha costretti a riesaminare noi stessi. Ci ha ricordato il valore della vita umana e che la forza spirituale è la risorsa più vitale delle persone e delle nazioni… L’aver cura degli altri ci rende più forti e ci dà coraggio, mentre la cieca corsa dietro fini egoistici, avere di più anziché essere di più, ci lascia vuoti, pessimisti, solitari, timorosi». E l’insospettabile New York Times scrive: «Quest’uomo ha un potere carismatico sconosciuto a tutti gli altri capi del mondo. È come se Cristo fosse tornato fra noi». Non c’è elogio più bello per il successore di Pietro. Tale identificazione con Cristo caratterizza tutto il suo pontificato, fino all’estremo della resistenza fisica, fino all’ultimo respiro.
Negli ultimi anni, la salute del papa Wojtyla registra una lunga serie di sofferenze, non solo per l’avanzare dell’età, ma per una patologia già rilevata nel 1997 come «malattia neurologica, di tipo parkinsoniano», morbo che avanza vistosamente. Spesso i media inquadrano cinicamente insopportabili dettagli: mani tremanti all’elevazione, labbra con un filo di bava, volto contratto. A quanti gli consigliano di ritirarsi, argomentando che la Chiesa ha bisogno di un capo in buona salute, Giovanni Paolo II risponde che è disposto a «servire la Chiesa quanto a lungo Cristo vorrà»; la motivazione è chiara e disarmante: «Gesù è forse sceso dalla croce?».

Benedetto Bellesi

I NUMERI DI UNA MISSIONE:
146    visite pastorali in Italia (come vescovo di Roma, 317 visite a 333 parrocchie romane attualmente esistenti)
104    viaggi apostolici in 129 differenti paesi e territori e 620 località diverse
1.247.613 km percorsi in tutto (3,24 volte la distanza tra la terra e la luna)
822    giorni (più di due anni) passati fuori dal Vaticano
20.000 e più discorsi e saluti pronunciati
100 e più documenti principali, di cui: 14 encicliche, 15 esortazioni apostoliche, 11 costituzioni apostoliche e 44 lettere apostoliche
147    cerimonie di beatificazione celebrate, dichiarando 1.338 beati
51    canonizzazioni per un totale di 482 santi
9    concistori con 231 cardinali creati (più uno in pectore, noto solo al papa)
6    riunioni plenarie dei cardinali presiedute
15    assemblee del Sinodo dei vescovi convocate
17,6    milioni di pellegrini incontrati in oltre 1.160 udienze del mercoledì a Roma
8 milioni di pellegrini incontrati nel Giubileo del 2000
737    udienze o incontri con capi di stato
245    udienze e incontri con primi ministri

Wojtyla e i giovani
Tra i vari titoli dati a Giovanni Paolo II vi è pure quello di «papa dei giovani». Fin dal 23 novembre 1978, in una delle sue prime udienze nella Basilica vaticana, egli stabilì un rapporto speciale con i giovani, parlando a braccio: «Quanto chiasso! Mi date la parola? – li rimbrottò scherzosamente -. Quando sento questo chiasso penso a San Pietro che sta qui sotto: mi chiedo se sarà contento; ma penso proprio di sì».
Le immagini più spettacolari del suo pontificato, se non le più belle, vengono dagli incontri con i giovani che hanno ritmato non solo i suoi viaggi inteazionali, ma anche la sua vita in Vaticano, le uscite domenicali nelle parrocchie romane, le visite alle diocesi italiane. «Mi piace sempre incontrare i giovani… i giovani mi ringiovaniscono» confessava sinceramente a Catania nel 1994. E ai parroci romani nel 1995 diceva: «Si deve puntare sui giovani. Io lo penso sempre. A loro appartiene il Terzo Millennio. E il nostro compito è di prepararli a questa prospettiva».
È in tale prospettiva che la domenica delle Palme del 1984 Giovanni Paolo II lanciò la Giornata mondiale della gioventù (Gmg), incontro con cadenza biennale tra il Papa e i giovani cattolici di tutto il mondo; l’iniziativa si rivelò un successo straordinario, oltre ogni aspettativa, fino a raggiungere la cifra record di 4 milioni di persone a Manila, nelle Filippine, nel gennaio 1995. 
Se i giovani accorrevano numerosi ed entusiasti, non è certo perché papa Wojtyla li blandisse; egli non ha mai   pronunciato discorsi facili, accomodanti. Tutt’altro. Ha proposto loro traguardi alti, comportamenti controcorrente, impegni coraggiosi e militanti, come ai due milioni di giovani della Gmg 2000 a Tor Vergata, Roma: «Voi difenderete la pace, pagando anche di persona se necessario. Voi non vi rassegnerete a un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti».
In ogni viaggio piazze, stadi, ippodromi… si riempivano di giovani, che lo acclamavano come star, soprattutto quelli ben presto chiamati «Wojtyla boys & girls»; e Lui stava al gioco: un passo di danza accennato a Sidney, l’acclamazione di «campeon del mundo» a Caracas e «atleta di Dio» al velodromo di Parigi; il mondo sud americano, appassionato di calcio, lo proclamava «Goleador de la Iglesia», «Maradona de la fé», «Trotamundo de la paz»; il mondo nordamericano hollyvudianamente lo definiva «Wojtyla superstar», «Wojtyla superman». Indimenticabile è il botta-e-risposta a Manila: «We kiss you», «Anch’io vi bacio, tutti! Niente gelosie!». Così pure gli scherzi intrecciati con i giovani a Trento nel 1995: «Giovani, oggi bagnati; domani, forse raffreddati… chissà se i padri del Concilio di Trento sapevano sciare».
Un amore reciproco coltivato fino all’ultimo respiro. Con ogni probabilità, le ultime parole di Giovanni Paolo II, pronunciate con gran fatica, sono rivolte ai ragazzi che vegliavano in piazza sotto le sue finestre: «Vi ho cercato, adesso voi siete venuti da me e per questo vi ringrazio».

Benedetto Bellesi




Una Chiesa a due polmoni

L’ecumenismo nel ministero di Giovanni Paolo II

«L’impegno della Chiesa cattolica nel movimento ecumenico è irreversibile… è una delle priorità pastorali» del suo pontificato: lo ha detto spesso Giovanni Paolo II e lo ha realizzato concretamente con l’attività magisteriale, pastorale, spirituale.

Tra i milioni di persone accorse a Roma per dare l’ultimo saluto a Giovanni Paolo II (2-8 aprile 2005) c’erano anche migliaia di persone di varie confessioni cristiane e capi di differenti fedi religiose: non c’è dubbio che, agli occhi del mondo, in papa Wojtyla era scomparso un uomo che aveva speso la sua vita per promuovere l’unità e la pace.
Se il suo messaggio di unità era evidente al momento della morte, non era stato altrettanto compreso mentre il papa era ancora vivo. In realtà, Giovanni Paolo II era guardato con opposti sentimenti in fatto di ecumenismo, cioè l’impegno per portare tutte le chiese cristiane all’unità piena e visibile. Alcuni considerano negativamente i suoi 27 anni di cammino ecumenico, caratterizzato, secondo loro da crisi, ritardi, lentezze e immobilità.
Da parte sua, conoscendo bene la critica di coloro che, forse troppo ingenui, si aspettavano una facile riunificazione mediante compromessi, Giovanni Paolo II parlava di fiducia, pazienza, perseveranza, dialogo e speranza che devono caratterizzare il movimento ecumenico. Queste sono le parole chiave della sua enciclica Ut unum sint, destinata a mantenere salda la Chiesa cattolica nel suo cammino e nel suo impegno verso l’unità piena e visibile con le altre chiese cristiane. In tale enciclica egli insegna con chiarezza: «Il movimento a favore dell’unità dei cristiani, non è soltanto una qualche “appendice”, che s’aggiunge all’attività tradizionale della Chiesa. Al contrario, esso appartiene organicamente alla sua vita e alla sua azione e deve, di conseguenza, pervadere questo insieme ed essere come il frutto di un albero che, sano e rigoglioso, cresce fino a raggiungere il suo pieno sviluppo» (Uus 20).
Contributi all’ecumenismo
Giovanni Paolo II riprese gli impegni ecumenici da dove li aveva lasciati Paolo VI e li sviluppò ulteriormente. Nella costituzione apostolica Pastor bonus (28 giugno 1988), papa Wojtyla cambiò il Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani (stabilito da Paolo VI subito dopo il Concilio) in Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani (Pcpuc), conferendogli maggiore stabilità e responsabilità, entrato in vigore il 1° marzo del 1989.
Nelle sue intenzioni, il Pontificio consiglio doveva avere un duplice ruolo: prima di tutto il compito di promuovere nella Chiesa cattolica un autentico spirito ecumenico, in linea con il decreto Unitatis redintegratio del Concilio Vaticano II. A tale scopo era stato pubblicato un Direttorio ecumenico nel 1967-1970; aggiornato nel 1993 col titolo Direttorio per l’applicazione dei principi e delle norme sull’ecumenismo; nel 1995 fu promulgata l’enciclica Ut unum sint per tenere fermamente la Chiesa cattolica sul sentirnero dell’unità cristiana piena e visibile.
In secondo luogo, il Pontifico consiglio, secondo il volere del papa Wojtyla, aveva lo scopo di sviluppare il dialogo e la collaborazione con le altre Chiese cristiane nel mondo. Fin dalla sua creazione, il Pontificio consiglio stabilì anche una cordiale cooperazione con il Consiglio mondiale delle chiese (Cmc), il cui quartiere generale è a Ginevra. Dal 1968, 12 teologi cattolici sono stati membri della Commissione «Fede e ordine», dipartimento teologico del Cmc; così come ci sono membri incaricati di partecipare ufficialmente nelle varie commissioni per il dialogo bilaterale o multilaterale.
Giovanni Paolo II sostenne e incoraggiò dialoghi teologici inteazionali, che continuano con le seguenti chiese e comunioni cristiane mondiali: Chiesa apostolica armena, Chiesa ortodossa, Chiesa ortodossa copta, Chiese malabariche, Comunione anglicana, Federazione luterana mondiale, Alleanza mondiale delle chiese riformate, Consiglio metodista mondiale, Alleanza battista mondiale, Chiesa cristiana Discepoli di Cristo, Alcuni gruppi pentecostali.
I risultati di questi dialoghi sono stati variegati, spaziando dagli accordi dottrinali di vario grado su questioni controverse fino allo stadio finale dell’unione piena e visibile.
Con la Chiesa apostolica armena (che conta circa 3,5 milioni di fedeli), assente al concilio di Calcedonia (451) e per ciò divisa sulla dottrina cristologica, lo sforzo di unificazione è in uno stadio molto avanzato. Il credo cristologico comune è stato professato e sottoscritto; il Papa visitò l’Armenia nel 2001.
Sforzi ufficiali verso l’unità con la Comunione anglicana cominciarono subito dopo il Vaticano II con l’istituzione della Commissione internazionale anglicana-cattolica romana (Arcic). La prima commissione produsse i testi dell’accordo su Eucaristia e ministero ordinato. Tuttavia ci sono altre aree importanti non ancora sottoposte a studio e discussione. Nel 1982 Giovanni Paolo II e l’arcivescovo Robert Runcie stabilirono la seconda commissione «per esaminare, specialmente alla luce dei nostri rispettivi giudizi, le rilevanti differenze dottrinali che ancora ci separano» (La dichiarazione comune, Canterbury 29-5-1982).
Dal 1983 in poi l’Arcic 2 lavorò sulle rimanenti questioni riguardanti l’autorità e altri temi di vita ecclesiale, producendo i testi degli accordi su Salvezza e Chiesa (1986), Chiesa come comunione (1990), Vita in Cristo (1993) e Il dono dell’autorità (1998). Tuttavia, il processo verso l’unità piena e visibile con la Comunione anglicana si è scontrato con reali ostacoli, come l’ordinazione delle donne al presbiterato ed episcopato e in seguito di persone con unioni omosessuali.
Intenso fu pure il dialogo con le chiese luterane, sia negli Stati Uniti che in Europa, che produsse testi di vari accordi reciproci. L’ultimo e più importante è la Dichiarazione congiunta della Chiesa Cattolica e della Federazione Luterana Mondiale sulla dottrina della giustificazione, firmata ad Augusta il 31 ottobre 1999 dalle autorità di entrambe le chiese.
Il dialogo con le chiese ortodosse proseguì con l’aiuto della Commissione internazionale. Nell’ultimo decennio il dialogo continuò a trattare importanti questioni di attualità e produsse nel 1993 a Balamand in Libano il documento: «L’uniatismo, metodo d’unione del passato, e la ricerca attuale della piena comunione». L’uniatismo come via per raggiungere l’unità oggi è stato rigettato, mentre è stata riconosciuta l’esistenza delle Chiese cattoliche orientali come parte della Chiesa cattolica. Papa Wojtyla aveva sperato ardentemente nella piena unità visibile con le Chiese ortodosse per il Giubileo del 2000. Ma non avvenne. Sperava di visitare la Russia, patria della più forte e grande ortodossia, ma neanche questo gli riuscì.
Il dialogo con le chiese riformate è stato particolarmente creativo, in ambiti come la missione, l’ermeneutica, la giustificazione, la riconciliazione della memoria e la revisione storica di certi periodi dolorosi del passato, l’identificazione della Chiesa come sacramento e creatura del mondo. Il frutto del primo dialogo è il documento La presenza di Cristo nella Chiesa e nel mondo (1977); il secondo stadio di tale dialogo ha prodotto la dichiarazione: Verso una comune comprensione della chiesa (1990).
Giovanni Paolo II
apostolo di unità  
Papa Wojtyla è certamente un apostolo dell’unità; cercò e incoraggò l’unità tra le chiese cristiane; la convinzione dell’unità già esistente sia tra i cristiani, in quanto accolgono Cristo come Signore e salvatore, sia tra gli esseri umani, in quanto figli dello stesso Dio creatore, lo spingeva a cercare i leaders di altre religioni nei suoi giri attorno al mondo. In ogni visita pastorale inevitabilmente incontrava i capi religiosi locali. Parlò agli ebrei nel 1986 nella sinagoga di Roma: primo papa a rivolgersi agli ebrei nella loro sinagoga dopo la rottura nel primo secolo; pregò al Muro del pianto a Gerusalemme durante il Giubileo del 2000; visitò la moschea di Damasco nel 2001, spiegando concretamente la comune fede nel Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Con questi gesti simbolici ha impresso un chiaro orientamento al cammino ecumenico. L’unità che cerchiamo come cattolici non è un’unione superficiale o semplicemente di lavoro a spese della verità. Infatti, non c’è salvatore all’infuori di Cristo e la pienezza della fede cristiana si trova solo nella chiesa cattolica. Tutto ciò è insegnato è ribadito in modo netto nella dichiarazione Dominus Iesus. L’unità che la chiesa cerca non è un falso «irenismo», ma scaturisce da un onesto desiderio e impegno per la pienezza di fede e verità. Il compromesso, quindi, non è la strada per l’ecumenismo; mentre la ricerca sincera e il dialogo è la via da percorrere.
Il Papa ha evidenziato che l’unità delle Chiese non può essere forzata. I cristiani credono che la piena unità visibile delle Chiese nell’unica Chiesa di Dio è dono di Dio e non può essere imposta solo con sforzi umani. Con tale convinzione, il credente si sente ancorato alla ricchezza spirituale della propria tradizione e, al tempo stesso, sganciato da qualsiasi indebito attaccamento a propri sforzi. Questo ci fa fare maggiore affidamento nella preghiera, così che il dono dell’unità possa essere concesso alle chiese (cf Uus 21-27). Per questo ogni anno a gennaio si celebra la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

Venerdì 8 aprile 2005, quando il mondo si riunì per seppellire il tanto amato e apprezzato apostolo dell’unità e della pace, assistemmo alla recita di preghiere funebri, dopo la celebrazione eucaristica, da parte dei cardinali cattolici delle chiese orientali. Questo commovente rito come pure la presenza di numerosissimi leaders di altre comunità cristiane mostrò al mondo che l’unità delle Chiese è una possibilità reale.
Forse ciò per cui Giovanni Paolo II aveva tanto sperato, desiderato e pregato – la piena unità visibile delle chiese a Est e a Ovest – diventerà una realtà grazie alle sue benedizioni e preghiere in cielo, così che la Chiesa di Cristo respiri con tutti e due i polmoni, quello orientale e quello occidentale.
Più tardi, secondo i tempi di Dio, la piena unità visibile dell’unica Chiesa sarà resa visibile con l’abbraccio dei cristiani delle comunità della riforma e post-riforma. Intanto, continuiamo a pregare con Gesù «perché siano tutti una sola cosa come tu sei in me e io sono in te» (Gv 17,21), e proseguiamo con «fiducia, pazienza, costanza, dialogo e speranza», parole chiave del nostro cammino ecumenico, lasciateci dal beato Giovanni Paolo II.

George Kocholickal sdb
Professore di ecclesiologia ed ecumenismo
Tangaza College (Nairobi)

George Kocholickal




Giovanni Paolo l’Africano

Papa Wojtyla e il Continente Nero

Papa Wojtyla ha dedicato all’Africa una grandissima e appassionata attenzione, tanto che il cardinale senegalese Hyacinthe Thiandoum (1921-2004) lo ha definito: «Giovanni Paolo l’Africano». L’appellativo è ripreso da mons. Giovanni Tonucci in questo articolo, scritto per la nostra rivista The Seed, quando era nunzio apostolico per il Kenya e firmato con lo pseudonimo di Mzee Mwenda (l’amato, in kemeru).

I libri di storia parlano di personaggi importanti definiti con titoli corrispondenti alle loro imprese o al modo con cui le hanno realizzate. Ai tempi di Roma uno fu chiamato il «Temporeggiatore» perché era calmo e prudente nel prendere le decisioni; un altro il «Censore» perché criticava la condotta altrui; il generale che conquistò l’Emilia fu detto «l’Emiliano» e un altro generale che vinse un’importante battaglia in Nord Africa, nell’attuale Tunisia, fu soprannominato «l’Africano».
Quest’ultimo titolo mi è venuto in mente riflettendo sulla morte di papa Giovanni Paolo II; egli ha visitato tante volte l’Africa e ha impresso la sua impronta nella chiesa di questo continente: ha aumentato il numero di vescovi e diocesi, così pure quello di cardinali africani; ha incoraggiato l’intera Chiesa africana a ricercare una specifica identità africana.
Naturalmente ogni tipo di definizione è limitata e limitante. Chiamando Giovanni Paolo II «l’Africano» non si intende negare l’importanza del ruolo da lui giocato per la Chiesa nell’America latina o in qualsiasi altro continente o subcontinente. Ma fermiamoci su questo appellativo e guardiamo a papa Wojtyla da una prospettiva africana senza togliere niente alle altre. Lo chiamiamo «Santo Padre» e l’amore di un padre non è limitato dal numero dei figli che condividono tale amore. Anzi, in questo modo esso è aumentato e fatto anche più forte.
Una considerazione mi viene da fare quando studio le statistiche: in 27 anni di pontificato Giovanni Paolo II ha visitato tutti i continenti e moltissime nazioni; ma il primato spetta all’Africa, con 42 stati visitati, cinque dei quali due volte e, altri due, tre volte. Voglio ricordare che Nairobi lo ha accolto tre volte.
In una delle mie prime udienze in Vaticano, dissi al Papa che avevamo fatto alcune riparazioni nella sua casa, la residenza della nunziatura, perché fosse più adatta per riceverlo; e che quindi sarebbe potuto tornare per riposarvi qualche giorno se avesse voluto. Egli sorrise e sollevò lo sguardo come per dire: «Mi piacerebbe, ma solo Dio sa se sarà possibile».
Durante i primi anni del suo pontificato ero a Roma e ricordo bene ciò che avvenne quando toò da un viaggio africano: insieme al piccolo gruppo che lo accompagnava, il Papa si recò nella basilica di San Pietro per pregare sulla tomba del primo apostolo. Tutti gli altri sembravano stanchi ed esausti, lui invece era pieno di energia, il volto abbronzato dal sole africano, ringiovanito come se fosse ritornato da un periodo di riposo.

La realtà è che egli si trovò a suo agio in Africa e con gli africani. Lo si poteva sentire e capire ogni volta che il Papa parlava agli africani o parlava dell’Africa; in essa trovava alcuni dei grandi valori che gli stavano più a cuore: egli seppe capire i valori della cultura e delle tradizioni africane e vedervi la loro apertura al vangelo e riconoscervi l’amore per la vita. «Queste tradizioni – disse nella sua omelia per l’inaugurazione del Sinodo per l’Africa – sono ancora l’eredità della maggioranza degli abitanti dell’Africa. Sono tradizioni aperte al vangelo, aperte alla verità»; e più avanti: «I figli e le figlie dell’Africa amano la vita».
Questo rispetto sincero per le tradizioni locali era tipico di Giovanni Paolo II e può essere apprezzato a pieno se pensiamo alla sue radici culturali. Era nato e cresciuto in Polonia, in tempi veramente difficili per il suo paese; costretto a fronteggiare le sfide lanciate in molti modi dalle più crudeli e più inumane dittature sperimentate nel secolo scorso: nazismo e comunismo; entrambe imbevute della cultura dell’oppressione e della morte. Proprio perché fedele alle sue radici polacche, papa Wojtyla riuscì a diventare il pastore universale della chiesa universale, totalmente dedicato a proclamare un vangelo universale di salvezza.
Molti cercano di sottolineare il fatto che egli era di nazionalità polacca, come se questo elemento fosse un limite alla sua personalità. Egli era veramente polacco, ma tale aspetto non costituiva un motivo di chiusura ad altre esperienze; anzi, la sua nazionalità fu uno strumento che lo rese capace di aprirsi a differenti culture e tradizioni. L’orgoglio per le sue radici lo fece capace di capire l’importanza vitale delle radici di altre tradizioni.
Proprio questo egli voleva vedere in Africa: apertura all’universalità, ma a partire dalle radici profonde delle secolari tradizioni religiose, che egli giudicò in modo positivo, riconoscendo in esse il «seme della parola di Dio», come afferma il Concilio Vaticano II. E ciò che gli piaceva dell’Africa era «l’amore per la vita», che egli sperimentò in tantissime manifestazioni di gioia e di rispetto, nell’entusiasmo e nell’accoglienza espressi in modo così lontano dall’«egoismo dei ricchi»; un egoismo contagioso, che potrebbe portare l’Africa ad accettare e favorire pratiche ostili alla vita.

Un concetto questo ribadito spesso e riportato anche nella lettera apostolica Ecclesia in Africa: «Io vi lancio una sfida oggi, una sfida che consiste nel rigettare un modo di vivere che non corrisponde al meglio delle vostre tradizioni locali e della fede cristiana. Molte persone in Africa guardano al di là dell’Africa, verso la cosiddetta “libertà del modo di vivere moderno”. Oggi io vi raccomando caldamente di guardare in voi stessi. Guardate alle ricchezze delle vostre tradizioni, guardate alla fede che abbiamo celebrato in questa assemblea. Là voi troverete la vera libertà, là troverete il Cristo che vi condurrà alla verità» (48).
Verso la fine della sua omelia per l’apertura del Sinodo, il Papa concluse con questa esortazione: «Africa, giornisci nel Signore». Nell’omelia per la chiusura del Sinodo egli menzionò ancora «la gioia del popolo di Dio, che porta freschezza così vivace in ogni celebrazione liturgica», e finì con questa acclamazione: «Africa, l’eterno Padre ti ama; Cristo ti ama! Rimani in questo amore».
Come non riconoscere lo spirito africano in queste frasi? Bisogna essere orgogliosi di essere figli e figlie di questa generosa madre, il continente africano. So che lo siete e so che insieme a voi il Santo Padre è stato orgoglioso e felice di essere «Giovanni Paolo l’Africano».

Mzee Mwenda

Mzee Mwenda




Nel deserto a 50 gradi

Introduzione

Ero già stata in Senegal nel 2007, coinvolta in un progetto di contrasto all’immigrazione clandestina. Avevo girato per le periferie di Dakar, conoscendo amici e realtà africane immaginabili e non. Fui sorpresa nel vedere come l’Africa dell’ovest fosse differente da quella orientale; fin dall’ora compresi come sia sbagliato parlare dell’Africa come di una realtà monolitica: tradizioni, cultura, lingue sono totalmente diverse tra est e ovest.
Reincontro la mia amica Rosalie, che ancora sorride nel ricordare l’espressione che feci quando mi portò in uno dei più noti locali senegalesi in cui mi fu servita carne di montone su un foglio di carta usato al posto del piatto, da mangiare con le sole mani… A me che ero una fervente vegetariana!
Rosalie, cristiana cattolica, in un Senegal al 90% musulmano, mi racconta come sia difficile portare avanti e far accettare alla mamma e ad altri famigliari la sua relazione con un ragazzo cattolico del Togo di cui non conoscono la cultura e la lingua. Rosalie, cresciuta ed educata nelle scuole delle Suore missionarie di Maria, è decisa a sposare un ragazzo cattolico. «Non sai quanto è difficile trovare un ragazzo senegalese cattolico. E io non voglio essere la seconda o terza moglie di qualcuno che magari dall’oggi al domani mi butta fuori di casa senza se e senza ma. Ecco perché, nonostante i miei 35 anni non mi sono ancora sposata. Non voglio accontentarmi di un marito che abbia più mogli. Per non parlare del fatto che gli uomini senegalesi, nonostante si sposino, sono ossessionati dal desiderio di diventare mariti di anziane donne bianche che li mantengano. Questa situazione puoi ben capire come abbia stravolto le aspettative, la cultura e i modi di vivere dei giovani senegalesi».
Mi sembra inconcepibile tutto ciò, in un paese di ferventi musulmani. Mi immergerò in una realtà schizofrenica: dalla città santa dell’islam, Touba, al turismo sessuale senza freni; dall’intervista al «grande marabut», i cui uomini gli siedono ai piedi come cagnolini, alla movida nottua dei locali in cui incontrerò gente di tutte le età e orientamenti.
Ma sto accorciando troppo il mio reportage, direbbe Karen Blixen. Andiamo per ordine. Sono andata in Senegal nel maggio del 2010, per realizzare un libro fotografico per conto dell’associazione «Karibu Insieme Per Crescere», una Onlus di Cervia che da anni opera in Tanzania e in Senegal, costruendo pozzi in luoghi remoti e isolati. Dopo aver visto I Care Tanzania, il mio libro per le missionarie della Consolata, hanno voluto fae uno anche loro per raccogliere fondi e mostrare cosa siano riusciti a realizzare nonostante le esigue risorse.

Arrivo all’aeroporto di Dakar con il presidente dell’associazione Antonio Pescini e sua moglie Patrizia che è già buio. Una ventata di caldo umido mi si appiccica addosso mentre aspetto che l’impiegato si decida a mettere un timbro sul passaporto. Non faccio in tempo a girarmi che già due «guardie del corpo», sorridendomi dall’alto dei loro due metri, afferrano il carrello con i miei bagagli… Li lascio fare. È inutile dire loro che non ne ho bisogno, che non voglio, sarebbe solo l’inizio di un’estenuante trattativa che in quel momento il mio fisico, impegnato a lottare con quell’umidità asfissiante, non potrebbe affrontare. È sempre così quando arrivo in Africa, anche se il caldo del Senegal mi ha messo a dura prova più che in altri paesi.
Ad aspettarci fuori dall’aeroporto c’è Paco, un giovane senegalese dalle mille risorse, che ci accompagnerà nelle prossime settimane. Carichi di valige e borse, entriamo nella sua macchina diretti a Saly, una località costiera, conosciuta dai turisti non solo per il mare. L’indomani, davanti a uno straordinario oceano, non possiamo fare altro che godercelo.
Il giorno seguente partiamo per l’entroterra, per inaugurare tre pozzi e fotografare i progetti realizzati. E inizia l’avventura! Paco ci viene a prendere con un ibrido di Peugeot, una crasi di quattro modelli di macchine diverse, troppo bassa per attraversare strade sterrate e deserto; ma, più che prepararci al divertimento non possiamo fare!
Dopo esserci incastrati nella macchina, prima a vicenda e poi con le valigie, partiamo alla volta di Mbar, nella regione di Kaolack. In queste settimane macineremo chilometri e chilometri attraversando in lungo e in largo le tre regioni di Kaolack, Diourbel e Fatick, nei villaggi dove l’associazione ha realizzato pozzi e un dispensario di ginecologia.

Il deserto ci avvolge a perdita d’occhio. La solitudine del paesaggio viene rotta da concentrazioni di maestosi baobab e di tanto in tanto da villaggi. La temperatura inizia a salire, supera facilmente i 35°, poi i 45° fino ad arrivare a 52° nei giorni successivi. L’umidità è così spessa da rendere il cielo dello stesso colore della sabbia. Polvere, sabbia e ancora sabbia.  
Mi perdo a osservare un deserto ricoperto di buste di plastica, lattine e bottiglie. È impressionante vedere chilometri e chilometri di sabbia nuda, ricoperta di così tanta spazzatura che cerca di sciogliersi. Ma è inutile farsi domande sul perché non si riesca a sviluppare una coscienza ecologica in Africa: è certamente un problema che, fino ad oggi, non è mai interessato a nessun partito politico o associazione presente nel paese.

Romina Remigio

Romina Remigio




Muridismo: «Islam nero»

Incontro con il «gran marabut»

Un ufficiale coloniale francese lo definì «islam nero»: è il muridismo, nato nel cuore del Senegal alla fine del secolo XIX, ispirato agli insegnamenti coranici, ma interpretati in senso mistico; esso consiste in un insieme di pratiche di culto e regole di vita basate sull’amore, la tolleranza, il lavoro e la venerazione del «gran marabut», la guida suprema della confrateita muride. Lo abbiamo incontrato a Touba, la città santa con la sua sfarzosa moschea, una delle più belle d’Africa, ma in stridente contrasto con la circostante situazione che desta più di una perplessità.

Siamo a Touba, la città santa del Senegal, con la sua maestosa moschea: il più grande monumento musulmano dell’Africa nera. È situata nel bel mezzo del deserto senegalese, a 193 km da Dakar, voluta e fondata nel 1887 da Cheikh Ahmadou Bamba, il cui progetto era di realizzare un centro capace di conciliare l’aspetto spirituale e quello temporale in conformità con i dettami del Profeta. La stessa parola Touba significa «il grande bene».

«la mecca» senegalese
Un grande arco dà il benvenuto nella città santa; o meglio, esso separa la libertà di comportamenti dal rispetto rigoroso dei dogmi musulmani. Mi viene subito detto di coprirmi e non solo con un velo, ma con un vestito lungo fino ai piedi. Patrizia e io iniziamo i travestimenti. Riciclo un abito formato extra large che mi avevano gentilmente regalato le donne all’inaugurazione di un pozzo, pensando alla loro stazza e soprattutto altezza. La casacca è talmente larga che la scollatura mi scende sulle spalle; mi copro con un kanga; cerco di legarmene un altro alla vita, fermandolo come meglio posso. La cosa più sconvolgente è che riuscirò a ottenere un’intervista esclusiva con il grande marabut di Touba, presentandomi con tale acconciatura: mi viene da ridere solo a pensarci.  
Scendiamo dall’auto e troviamo subito due guide disposte ad accompagnarci nella moschea. Dobbiamo toglierci le scarpe. Attraversare scalzi i chilometri quadrati di marmo rovente, che ci portano all’entrata della moschea, è già una prova notevole. Sembra che la pelle si sciolga, ma, piuttosto che tornare indietro, riporterò delle ustioni ai piedi che curerò con un uso industriale di crema di aloe.
Sebbene Patrizia e io siamo coperte fino ai piedi, ci è permesso visitare solo alcune parti della moschea. Ma non sono arrivata fin qui per non fare nemmeno una foto; quindi, nonostante le ammonizioni e il borbottare continuo degli uomini palesemente urtati, scatto foto con la complicità della guida, che spera in una lauta offerta.
La costruzione di questo monumento religioso è durata 32 anni, ha richiesto 1.800.000 ore di lavoro, secondo una stima, e 4.800 tonnellate di pietre, di sabbia e d’acciaio. Con i suoi quattro minareti agli angoli alti 66 metri e uno al centro di 86 metri (chiamato Lamp Fall in onore di Cheikh Ibra Fall), sormontata da tre grandi cupole, la moschea offre una vista incantevole già a 10 km di distanza, da qualsiasi direzione si provenga.
Tonnellate e tonnellate di marmo bianco di Carrara e marmo rosa proveniente dall’Egitto rivestono la moschea. Che non abbiano badato a spese è evidente. Dai lampadari ai marmi, agli intarsi delle porte, tutto è straordinariamente maestoso. Mi sorprende, però, il contrasto tra lo sfarzo smisurato di questa costruzione e le case di paglia attorno alla moschea e nei villaggi in periferia della citta santa, che rispecchiano una realtà di povertà diffusa e tanto forte. Ci dicono che ogni sala è stata donata da un paese musulmano e dalle offerte costanti dei senegalesi muridi sparsi nel mondo.

Il muridismo
I muridi sono i seguaci degli insegnamenti di Cheikh Ahmadou Bamba. Il muridismo è un insieme di pratiche di culto e regole di condotta, basate sull’amore e l’imitazione del profeta Muhammad, il cui fine è il perfezionamento spirituale. È una forma di sufismo, che non costituisce un movimento confessionale come il sunnismo o lo sciismo, ma piuttosto uno stile di vita e un insieme di credenze e pratiche di culto che traggono le loro origini dal Profeta.  «Per Cheikh Ahmadou Bamba – spiega la nostra guida – sarebbe illusorio e anche pericoloso gettarsi nel misticismo senza soddisfare certe condizioni. Bisogna prima di tutto istruirsi nella religione e fare propri i principi islamici fondamentali e regolare la propria condotta in base alla shari’a e alla sunna (atti e detti del Profeta). Conformemente allo spirito di pietà e di devozione ad Allah che ha guidato Cheikh Ahmadou Bamba nella fondazione di Touba, il sacro Corano vi è letto, ogni giorno 28 volte».
Nonostante la proclamata volontà di aiuto, sostegno e amore reciproco, secondo il muridismo spiegato dalla nostra guida, nella moschea siamo spesso circondati da bambini di strada che chiedono insistentemente qualche spicciolo per mangiare, venendo redarguiti dalle nostre guide.
Incontriamo anche i famosi bambini del marabut di cui i senegalesi non vogliono parlare: non sono solo ragazzi orfani, abbandonati, di strada a cui il marabut dà un tetto, facendoli in cambio «lavorare» per lui. Sono letteralmente un esercito di piccoli accattoni, vestiti malamente e con una ciotola in mano per chiedere disperatamente l’elemosina per le strade senegalesi.  

venerazione… esagerata
In Senegal non c’è bus, taxi o macchina che non abbia sul cruscotto o appiccicato al vetro la benedizione del marabut di Touba. Non riesco a spiegarmi come mai quasi tutti i senegalesi siano così ossessionati per Touba e il suo marabut.
Paco cerca di azzerare le mie perplessità, dicendo che Touba è il loro Vaticano e il marabut è il loro papa. Accetto la spiegazione; ma è l’ossessione che mi intriga e gli spiego che i cattolici, nonostante le migliaia di pellegrini che quotidianamente visitano il Vaticano, non sono così esagerati, anzi.
Quando un senegalese parla del marabut abbassa anche il tono della voce, perché dice di non essere degno di parlare di lui. «Il marabut può tutto. Lui può permettersi qualsiasi cosa e noi seguiamo alla lettera i suoi comandamenti, in quanto lui è la voce del Profeta» mi sento ripetere da più parti.
Sono sempre più curiosa di conoscere questo marabut, allora comincio a solleticare la curiosità delle guide che ci girano attorno. Mi spaccio per una famosissima giornalista italiana estremamente interessata alla storia di Touba, del muridismo e della sua guida suprema. I nostri amici iniziano a telefonare e ritelefonare, discutere e parlare tra loro. Mi dicono che il marabut è molto malato, quindi sarà difficile vederlo. Insisto che non gli ruberò molto tempo. Alla fine mi dicono che il suo primo figlio, già suo sostituto e destinato a diventare il «grande» marabut di Touba, è disposto a incontrarmi.
La nostra guida è letteralmente fuori di sé dalla gioia. Inizia a baciare il telefono, mi prega di farlo entrare con noi. Siamo tutti un po’ storditi dal fatto di essere riusciti a ottenere un’intervista da quello che sembra essere l’uomo più potente e inavvicinabile del Senegal. Con noi ci sono anche due suore della missione di Mbar che sembrano sorprese più delle guide.
Immediatamente i nostri amici fermano un tassista, che non si fa pagare per il solo fatto di accompagnarli davanti alla casa del marabut; li seguiamo e dopo una decina di minuti arriviamo alla sua villa. Una fila interminabile e ordinata di donne, bambini e anziani aspetta pazientemente il proprio tuo per chiedergli un favore, che ripagheranno con soldi, frutta, pesce secco e addirittura con un proprio figlio.
Arriviamo alla cancellata della villa del marabut e i guardiani, evidentemente già avvertiti, ci fanno segno di seguirli. Entriamo. All’ombra in una zona del giardino, accerchiato da guardie del corpo e una schiera di assistenti, il marabut ascolta una donna.
Ci fanno accomodare in quello che dovrebbe essere un salotto. Un grande tappeto dozzinale riempie la stanza, il cui arredamento è decisamente di cattivo gusto; la stanza trabocca di oggetti di ogni tipo; quadri e condizionatori appoggiati per terra e alle pareti; televisori a schermo piatto ancora nella scatola e tanti divani tutti diversi.
Dopo pochi minuti vediamo dalle immense vetrate della stanza, arrivare il marabut circondato dai suoi collaboratori. Serigne Abdoul Karim Mbacké Fallilou: due metri di altezza con una mole imponente. Un babou (vestito tipico senegalese) bianco e larghissimo lo rende ancora più imponente. Saluta: «Salaam alekum»; e io prontamente: «Alekum salaam». E ci invita a sedere.

a quattr’occhi con il marabut
I suoi collaboratori si siedono sul tappeto ai suoi piedi, come fedelissimi cagnolini, facendoci capire che dovremmo fare altrettanto. Io occupo la prima sedia di fronte al marabut. Sedermi per terra sarebbe un’impresa con quella specie di sacco che mi avvolge; e poi, va bene coprirsi, ma stare ai piedi di un uomo proprio non l’accetto. Quindi con grande sorpresa dei suoi cortigiani, anche le suore e gli altri accompagnatori si siedono sui divani. Lui non ne sembra sorpreso; ci offre prima dell’acqua e poi delle bibite analcoliche, che un suo collaboratore ci porge stando sempre in ginocchio sul tappeto.
Inizio a fare le mie domande, che il mio traduttore pronuncerà in wolof, senza mai guardare il marabut negli occhi. Lui risponde solo dopo aver intervistato me: chi sono, che faccio, se sono sposata, dove lavoro, cosa ci facciamo in Senegal…
Il marabut si mostra soddisfatto del lavoro che sta facendo il dottor Antonio e la sua «Associazione Karibu insieme per crescere» e, pur capendo che io voglio risposte sul suo ruolo, su Touba, sul muridismo e sulla sua vita, lui, come prevedevo, non risponde alle mie domande. Inizia il suo sermone sulla bontà del muridismo, i cui seguaci sono persone che lavorano per Dio e per gli altri. Il suo lavoro è estremamente intenso. Accoglie centinaia e centinaia di persone che vengono a chiedergli aiuto, in cambio di un’offerta. Mi dice che ricevono milioni di franchi sefa ogni giorno, che poi vengono reinvestiti nell’aiuto ai più bisognosi.
Egli non è mai uscito dal Senegal, quindi non mi è difficile solleticare la sua curiosità sull’Italia di cui tanto ha sentito parlare. E mi sorprende il suo apparente imbarazzo nel sostenere il mio sguardo, mentre racconta e mi ascolta. È evidente che non è abituato a guardare negli occhi una donna o essere guardato mentre parla.
Dalla mia intervista viene fuori solo un suo encomio dei musulmani muridi, di Touba, importante non solo come meta di pellegrinaggio, ma anche dal punto di vista sociale. Su tutti i problemi del Senegal, dalla povertà alle squadre di bambini di strada, alla condizione delle donne, di estrema sottomissione agli uomini, Karim Mbacké Fallilou sorvola, rispondendomi che sono argomenti di cui non deve e non può parlare la «seconda» guida suprema di Touba.
Gli racconto (anche se nutro qualche dubbio che il mio interprete stia traducendo esattamente ciò che dico) di come sia rimasta impressionata dalla bellezza della moschea di Touba, ma altrettanto sconcertata nel vedere la precarietà della vita e le difficoltà delle persone visitate nei villaggi nel deserto, dove l’acqua è ancora prerogativa del solo Grande Allah e dove sopravvivere è davvero un miracolo.
Spiego al marabut che stiamo realizzando un libro fotografico sul Senegal e che mi piacerebbe invitarlo in Italia per presentarlo. Solo più tardi mi renderò conto della mia incoscienza nel fare tale invito: la facilità con cui ci ha ricevuto mi ha fatto dimenticare il ruolo e l’importanza di questo personaggio per i senegalesi di tutto il mondo.

quasi onnipotente
Il marabut di Touba ha un potere davvero assoluto in Senegal. Non esiste politico o presidente che possa ostacolarlo. Anzi, questi non possono che assecondarlo, in quanto egli è l’unico in grado di smuovere, convincere o «obbligare» masse di centinaia di migliaia di senegalesi a fare quello che lui crede sia giusto. È l’unico uomo che può vantarsi di decidere in maniera esclusiva e assoluta di vita, carriera, futuro e morte di una persona.
Verrò in seguito a sapere che qualsiasi senegalese che sia uscito o che voglia uscire dal paese in maniera legale o illegale, prima di partire e di iniziare la documentazione per il rilascio del passaporto ha bisogno di una lettera del marabut. Il suo potere assoluto quindi è legale sotto tutti gli effetti.
Non è un segreto, anche se nessun senegalese potrà mai ammetterlo chiaramente a un giornalista, che il primo stipendio di un emigrato andrà al marabut e non alla propria famiglia, per non parlare dei finanziamenti che i senegalesi continueranno a mandare a Touba «spontaneamente». Il marabut decide perfino quando un emigrato debba tornare a casa e quale tipo di attività aprire.
Alcuni amici senegalesi mi hanno raccontato che non è semplice tornare a casa. Prima di tutto bisogna riportare tanti soldi poiché, oltre a parenti e amici, si presenta a casa tutto il villaggio per mangiare tranquillamente e per chiedere ogni sorta di aiuto. «Il problema o, meglio, lo sbaglio della maggior parte dei senegalesi che tornano in patria è che non hanno il coraggio di raccontare le difficoltà, la fatica e i sacrifici fatti per guadagnare e risparmiare i soldi spediti alle proprie famiglie».
«La vita dell’emigrato è dura – continua un altro amico senegalese – ma quella nei nostri nostri villaggi è ancora peggiore, per cui si affrontano tutti i sacrifici richiesti. Ma quando si ritorna, lo si deve fare alla grande: vestiti firmati, cellulari di ultima generazione, lussuosi orologi e occhiali da sole… Si riportano regali per tutti e soldi da distribuire ai parenti. Così si continua a far credere che in Europa tutto sia semplice, che i bianchi sono tutti ricchi… Per cui l’importante è arrivare in Europa; se non si trova lavoro, si spera di trovare qualche donna più o meno anziana che, in cambio di una relazione, darà soldi senza fare storie».

Romina Remigio

Romina Remigio




Turismo «irresponsabile»

Un primato non invidiabile

Da alcuni anni il Senegal è diventato la meta preferita del turismo sessuale femminile: nel paese africano è in continuo aumento il numero di donne europee e americane che scelgono di «divertirsi» con prestanti «accompagnatori» del posto.

Il sermone sulla bontà del muridismo fatto dal «grande marabut» di Touba ha soddisfatto varie mie curiosità, ma non ha fugato affatto alcune mie perplessità sulla società islamica in generale e su quella senegalese in particolare. Mi domando soprattutto come sia ancora possibile tollerare certe pratiche barbare come l’infibulazione, il matrimonio di bambine con vecchi e altre tradizioni che negano i diritti basilari della donna, destinata ad assolvere quattro compiti: servire e assecondare il marito, mettere al mondo e crescere i figli seguendo i dettami del marito.
Ancora più intrigante è il fatto che di fronte all’indottrinamento islamico di massa (non me ne vogliano i musulmani senegalesi), in una realtà così chiusa in se stessa, si possa concepire un turismo sessuale sfrenato come quello che si registra in Senegal!
La situazione del Senegal mi richiama alla mente quella dell’Iran, paese ogni giorno alla ribalta di giornali e telegiornali di tutto il mondo per la negazione dei diritti umani, violenze, soprusi e rigidità di ogni genere; eppure è uno dei paesi dove c’è il più alto tasso di ricostruzione dell’imene, di chirurgia plastica in generale, per non parlare della libertà sessuale, sperimentata solo nelle feste private, di nascosto dai pasdaran, i guardiani del popolo.
Sono convinta che le imposizioni dell’integralismo islamico, che vuole regolare ogni aspetto e comportamento della vita delle persone, non può che portare a realtà schizofreniche. Con ciò non voglio generalizzare: ho amiche di entrambi i paesi, i cui genitori non le hanno sottoposte a certi obblighi o violenze, ma ho potuto constatare quanto sia complicato per esse vivere in tali ambienti.
Ho sperimentato di persona come in Senegal sia impossibile per una donna bianca e sola, girare senza essere soffocata da continue richieste. Nell’Africa occidentale, a differenza che in Africa orientale, ho dovuto sempre trovare qualche persona che girasse insieme a me, non tanto perché fosse pericoloso stare da sola, ma semplicemente perché è impossibile fare il proprio lavoro. Girare per un mercato significa incontrare nugoli di ragazzi che vogliono venderti di tutto, e questo è normale, ma insistono e insistono, ti chiamano, ti bloccano, ti tirano, ti seguono per ore e ore, lamentandosi con esasperante logorrea.
Cerco di giustificare tale comportamento con l’errata concezione del bianco che si sono costruita, come colui che ha sempre tutto o che comunque possiede più di loro; sembra inutile tentare di convincerli del contrario. D’altronde ragazzi che nascono in una società dove devono sempre ubbidire a qualcuno senza se e senza ma, indottrinati da imam o marabut del proprio villaggio, che ascoltano i racconti di senegalesi emigrati e ritornati «ricchi» ai loro occhi, e magari all’età di 18-20 anni si ritrovano a Saly come «accompagnatori» di denarose donne bianche, più e meno vecchie, è normale che ci vedano solo in un certo modo.

Sono stata una settimana a Saly, la più famosa delle stazioni balneari del Senegal. Ho affittato un alloggio sulla spiaggia, proprio per capire come mai il Senegal, tra i paesi dell’Africa nera, sia la meta preferita del turismo sessuale soprattutto delle donne.
Un tipo di turismo ormai presente in varie località dell’Africa. Ne avevo già avuto sentore a Zanzibar alcuni anni fa, dove mi ero recata per godermi un po’ di mare, dopo sei mesi intensi di missione. Nell’albergo in cui alloggiavo, lavorava un ragazzo di nome Robert, che ogni giorno, in maniera molto garbata, mi chiedeva se volessi le fragole, se volessi fare un giro per i vicoli di Zanzibar. All’inizio scambiai la sua estrema cortesia con la gentilezza tipica dei tanzaniani, anche se mi chiedevo come mai, ai tropici, con l’abbondanza di frutta locale, avesse voluto offrirmi proprio le fragole.
Dopo qualche giorno, a colazione, assorta nel contemplare l’oceano, notai una signora americana, mia vicina di stanza, mano nella mano con un giovanissimo tanzaniano: riflettendo su quel particolare, cominciai a rivalutare gli atteggiamenti di Robert. Il Tanzania è così discreto su queste cose che mi sembrava troppo strano. Ma alla fine invitai Robert a sedersi al mio tavolo per fargli delle domande. E lui, imbarazzato, iniziò a rivelarmi che era venuto da Njombe a Zanzibar per lavorare, che l’albergo offriva ai clienti, compreso nel prezzo, anche un particolare extra, ossia un compagno o compagna. Ecco le fragole, mi dissi! Robert non sapeva più come farmi comprendere che lui era lì a mia disposizione e non riusciva a capire come mai una giovane ragazza bianca fosse venuta lì solo per il mare e per il sole. Dalla mia accettazione o meno dipendeva parte del suo stipendio, poiché gli albergatori, convinti che gli inservienti arrotondassero con le turiste, li pagavano pochissimo.  

In Senegal invece quest’attività è molto meno riservata, per non dire spesso ai limiti del ridicolo. A Saly, ogni albergo o spiaggia privata ha una schiera di bagnini che non aspettano altro che arrivi la prima anziana. Paco mi racconta come tantissimi ragazzi siano sposati con delle nonne bianche.
Una mattina scendo in spiaggia sotto casa e mi ritrovo accerchiata da una decina di anziane signore, che con i libri sotto braccio e audacissimi bikini, non danno affatto l’impressione di essere lì per abbronzarsi. Nel giro di pochi minuti ecco l’assalto di frotte di giovani senegalesi altissimi, i corpi cosparsi di olio che evidenzia i loro fisici scultorei.
Cerco di trattenermi dal ridere quando vedo la mia vicina di camera, abbronzatissima e in topless, 60 anni passati da un pezzo, rossetto vermiglio sui denti più che sulle labbra, andare incontro a suo marito, un diciottenne, baciandolo appassionatamente. Una scena davvero imbarazzante.
Altrettanto comico è vedere i ragazzi discutere tra loro per conquistare l’ambita preda. Come trattenersi dal ridere quando li ascolti lanciarsi in frasi del tipo: «Ma che bella pelle; come sei carina; che begli occhi… » e magari la donna ha gli occhiali da sole? E tutto questo indirizzato ad anziane che cercano in tutti modi di vestirsi e muoversi come ragazzine.
La sera, passeggiando per la lunga spiaggia, è un continuo susseguirsi di ragazzi che si avvicinano per chiedermi se voglio compagnia, mentre osservo tante coppie di «nonne e nipoti», mano nella mano.
Parlando seriamente con Paco, vengo a scoprire come la realtà del turismo sessuale sia tutt’altro che comica, soprattutto per i danni che esso provoca nelle nuove generazioni. «Ci si può sposare con donne senegalesi, farsi una famiglia; ma anziché lavorare, ci si fa mantenere da donne che vengono in Senegal a divertirsi per qualche mese e, con un po’ di fortuna, ci si fa mantenere tutto l’anno».
Paco mi racconta che anche lui è stato sposato con una donna svizzera che aveva l’età di sua madre. Si erano conosciuti quando lui era molto giovane. E per qualche anno è stato il suo giocattolo, da usare come e quanto lei voleva. Alla fine la convivenza era diventata impossibile e Paco l’ha lasciata. Lei ha iniziato a tormentarlo, minacciando di suicidarsi, finché Paco è riuscito farle conoscere un suo amico.
La sera facciamo un giro anche per i vari locali di ritrovo e posso constatare come ce ne siano davvero per tutti: locali per omosessuali, locali per uomini in cerca di donne e per donne in cerca di uomini. Osservo quelli che potrebbero essere miei nonni e nonne. E tanti italiani. La chiamano trasgressione semplice. Con pochi dollari fai quello che vuoi. Fuori dai locali molti ragazzini, non avendo soldi per entrare, cercano di imitare i loro «modelli», provando a sedurre chiunque passi.
Generazioni di ragazzi e ragazze crescono seguendo questi modelli come dei valori. «Il Senegal non era così. Non c’è nemmeno voglia di sacrificio, di lavoro – mi spiega Rosalie -. Il pensiero dominante è farsi mantenere da parenti all’estero o da donne e uomini bianchi. Certo, non siamo tutti così, ma credimi, le percentuali sono diventate altissime, soprattutto nelle grandi città. Questa concezione del gigolo senegalese poi, non fa che rafforzare il potere dell’uomo in generale».

Non voglio concludere questa mia esperienza descrivendo solo realtà negative: il Senegal, come l’Africa in generale, è sinonimo di luce, musica, arte, spiagge, isole bellissime, gente cordiale. Tale genere di turismo non è affatto da generalizzare. Sono innumerevoli le organizzazioni e le inziative che promuovono il turismo responsabile in molte parti del Senegal. Iniziative che, unite a politiche e campagne del governo riescono a promuovere lo sviluppo del paese e ad arginare certi drammi come la diffusione dell’aids, diventato una pandemia in altri stati africani.
L’economia progredisce. Grazie alla creazione di infrastrutture, banche inteazionali, autostrada… il Senegal continua ad attirare molti investitori: con l’augurio che non siano tutti cinesi.

Romina Remigio

Romina Remigio




Occhi di bimbi da sognare

Dakar: visita alla pouponniere

«Al servizio della vita in una delle sue forme più amabili, l’accoglienza e l’accompagnamento dei neonati, la Pouponnière delle Francescane Missionarie di Maria si presenta quale risposta a diversi appelli, giunti da famiglie o istituzioni civili del paese. Essa manifesta la stima rivolta all’essere umano sin dalle prime tappe della sua esistenza (Giovanni Paolo II, 22 febbraio 1992).

Arrivo alla Pouponnière dopo aver attraversato gran parte della Medina, il quartiere musulmano di Dakar. Il nostro taxi gira e rigira tra i vicoli stretti e saturi di gente. Sembra di essere in un labirinto, con strade e case tutte uguali, come le persone. Donne coperte fino ai piedi e uomini con il loro tipico babou. Nonostante siano passate le tre pomeridiane il caldo è ancora intenso; l’umidità non ha mai smesso di soffocare i miei polmoni, per non dire dell’effetto sui miei capelli, così increspati che mi sembra di avere un cespuglio in testa.
Il muezzin chiama alla preghiera. Il nostro tassista continua a sostenere di conoscere la strada, ma non facciamo altro che girare e rigirare, immergendoci sempre più nel cuore della Medina. Sono stanca. Stiamo viaggiando dalla mattina presto. Scopro tanti occhi che mi fissano. Sono convinta che non avranno mai visto una bianca con dei capelli così sconvolti in testa! O mi fissano perché le donne senegalesi amano le parrucche! Sembra che non abbiano folte criniere. I miei occhi fotografano ogni angolo, ogni sguardo e ogni attività di questo non troppo agitato quartiere.
C’è tanta gente, ma i movimenti sono lenti. Uomini seduti sotto ombrelloni giocano a dama. Un chiacchiericcio di sottofondo riempie l’aria. Ovunque gruppi che discutono e leggono il corano. Le donne vendono frutta, pesce e chincaglierie varie, sempre chiacchierando. Cerco di immergermi nei loro pensieri e discorsi, pur non capendone la lingua. Si racconteranno della preoccupazione per il futuro dei figli, dei mariti sempre più pesanti nel loro religioso maschilismo.
Inevitabilmente mi tornano alla mente le parole di amici che mi spiegavano come la religione stia diventando incompatibile con la società attuale. Propone e impone comportamenti retrò per un paese che cerca quotidianamente di metabolizzare la globalizzazione.
Dakar è la metafora della schizofrenia del Senegal. Una grande città dove confusione e modeità, povertà e ostentazione, integralismo religioso e comportamenti estrosi si fondono, cercando una dimensione di equilibrio. Ma ho imparato che il concetto di equilibrio ha un significato semantico diverso per gli africani rispetto al mio.

un nido tutto speciale
Finalmente arriviamo davanti al grande cancello della Pouponnière. Ci accoglie un uomo intento a dissetare i fiori e le piante di un giardino arso dal sole e da una temperatura proibitiva anche per una pianta. Operai al lavoro continuano nella costruzione di un’altra casa per gli ospiti. Il compound è grande, ma si nota come gli edifici siano stati aggiunti nel corso degli anni.
La Pouponnière è stata fondata il 5 agosto 1955 dalle suore Francescane Missionarie di Maria e tuttora gestita da loro, sebbene aiutate da una dozzina di mame africane e dipendenti vari. È una sorta di orfanotrofio perché accoglie bambini orfani, abbandonati e malati; vi si respira un clima di calore e affetto.
La Pouponnière è stata creata come struttura parallela agli ospedali per quei servizi che gli stessi ospedali, già sovraccarichi di lavoro, non riuscivano a svolgere. Tra le problematiche maggiori: bambini denutriti o malnutriti che devono seguire per mesi una determinata alimentazione, neonati le cui mamme sono morte di parto e neonati abbandonati perché figli illegittimi o nati fuori dal matrimonio, figli di genitori di etnie diverse e bambini abbandonati per le vie della città.
Dal 1955 a oggi la Pouponnière ha accolto 4.150 bambini, da zero a 12 mesi: 3.496 di essi erano orfani e/o casi sociali, 550 sono stati adottati o stanno seguendo le procedure di adozione e solo 104 non ce l’hanno fatta. Attualmente i bambini sono 87 da zero a 12 mesi. Al secondo piano ci sono i bambini più piccoli da zero a 4 mesi. Attraverso i corridoi ordinati, con lettini, culle, scaffali carichi di vestitini e peluches mandati da ogni parte del mondo.
Mi accolgono mame senegalesi intente nella pulizia degli spazi e dei bambini. Grandi occhi neri spuntano dalle culle. Mi sorridono e tutti vogliono saltarmi in braccio. Osservo le donne correre da una culla all’altra. Nelle stanze vicine c’è quella del bagnetto. Una decina di bambini vengono lavati, profumati e vestiti. Sembra una catena di montaggio! Mani che disinfettano, girano, toccano, premono quei corpicini per accertarsi che vada tutto bene.
Molti bimbi vengono da situazioni davvero estreme. Tanti sono visibilmente denutriti e hanno bisogno di cure continue, sono piccolissimi.

bisognosi di coccole
Nel giro di un quarto d’ora mi ritrovo a dondolare con il mio piede destro, un bimbo urlante in un ovetto, un altro in braccio che mi si aggrappa al collo e un altro che gattonando sta lottando per alzarsi in piedi avvinghiato a un ginocchio. Vedendomi in panne, mi viene incontro una donna; per lei è una situazione normale: le donne africane riescono ad allevare sei, sette bambini insieme. Le vedo gestire una stanza di bambini con movimenti continui ma rilassati. Uno viene dondolato mentre l’altro vuole venire in braccio; nel mentre c’è quello che morde il vicino, il quale inizia a piangere; allora bisogna spostarlo, quello che inizia a gattonare titubante sembra geloso e si aggrappa alle gambe. Se inizia a piangere uno, partono tutti come allarmi impazziti.
Dopo mezz’ora le ragazze se la ridono, guardandomi seduta su una sedia con l’aria sconfortata. Me ne fanno scivolare in braccio uno così piccolo che quasi ho paura a tenerlo. Sembra un bambolotto. Si vedono solo gli occhi grandi e nerissimi, che mi fissano terrorizzati. È indeciso se piangere davanti a questa bianca dai tanti capelli o rilassarsi perché comunque è in braccio. Forse avverte la paura delle mie braccia, allora da solo si posiziona come meglio crede e si rigira senza mai staccarmi gli occhi di dosso.
Verrò a sapere poi dalla suora che quel bimbo ha appena una settimana ed è stato abbandonato davanti al cancello della Pouponnière; la madre, secondo voci di quartiere, era una ragazzina molto giovane di Gorèe, l’isola di fronte a Dakar. È denutrito e spaventato. Marì mi dice che all’inizio non voleva nemmeno mangiare, piangeva tutto il giorno; poi, piano piano, sono riuscite a tranquillizzarlo. Nella sua tutina troppo lunga sembra ancora più piccolo. Si stende, sbadiglia, mantenendo sempre gli occhi incollati ai miei.
Altri bambini si avvicinano perché sono abituati a vedere volontari che vengono per brevi periodi e che li coccolano esageratamente. Ma non si può fare diversamente. Le stesse mame li sbaciucchiano, li accarezzano! E io giro per la stanza con questo fagottino, che mi si è così raggomitolato stringendosi al collo, che quasi trattengo il respiro per paura di svegliarlo. E quando meno me l’aspetto, si sveglia, si gira ancora traballante e mi fa un sorriso che mi scioglie. Inevitabilmente mi chiedo cosa debba aver provato la mamma ad abbandonarlo. Sarà stata una sua scelta oppure è stata obbligata! E la vita, il futuro di questo piccino come sarà?
Entro nella stanza dei giochi: su un enorme materassino mi trovo davanti a una scena simile alle cartoline di Anne Geddes: una decina di bambini messi in cerchio dormono l’uno accanto all’altro.
impossibili istantanee  
Al secondo piano della Pouponnière invece ci accolgono bambini dai sei ai dodici mesi che gattonano a più non posso. Stessa struttura: lungo i corridoi con culle a destra e a sinistra e i piccoli che si arrampicano e alzano le braccia cercando la mia attenzione.
Entro nella stanza dei giochi. C’è un enorme materassino come al primo piano; qui, però, i bambini non dormono, ma sfrecciano gattonando a una velocità pazzesca. Mi tolgo le scarpe e assisto a una maratona di quattro bimbi che mi corrono incontro quasi scavalcando gli altri pur di arrivare per primi ai miei piedi.
Sul materassino c’è chi dorme, chi infila le dita negli occhi dell’altro, chi si trascina per rubare il pupazzo al vicino: uno spettacolo! Sono tutti curiosi di toccare da vicino quello strano giocattolo che ho al collo: la macchina fotografica. In un baleno me ne trovo uno sulle ginocchia, un altro si aggrappa alle gambe; stendendo il braccio in altezza, cerco di allontanare la macchina fotografica dalle loro vivacissime mani, più veloci anche degli occhi. Sono letteralmente assaltata da questi bellissimi bambini che tra enormi sorrisi, baci e morsi cercano di convincermi a prenderli in braccio, per riuscire nell’intento di toccare il mio giocattolo.
Quando penso che si siano arresi, inizio a fare le foto, piegandomi per meglio sistemare l’inquadratura e subito me ne corrono incontro dieci come cagnolini che nel giro di dieci secondi, alitano, leccano, baciano, toccano me e l’obiettivo, ormai oscurato da così tanto «affetto».
Pur di fermarli per qualche minuto, faccio vedere loro dal monitor della macchina le foto già scattate, provocando un coro di grandi sorrisi, come se capissero le facce curiose delle foto. Hanno solo otto, nove, dieci mesi, ma sembrano bimbi di un paio di anni.

adozioni inteazionali
Qui alla Pouponnière permettono le adozioni inteazionali. Ma prima di affidare un bimbo ad altri, cercano parenti vicini o lontani che se ne possano occupare. Non tutti sono orfani o abbandonati; molti sono semplicemente nella struttura per ristabilirsi da casi di denutrizione o malnutrizione e dopo un anno, quando i bambini stanno bene, vengono reinseriti nelle proprie famiglie.
Mi spiega una suora che il loro fine principale, come quello degli assistenti sociali, è di aiutare i genitori e i bambini in difficoltà, cercando di non sradicarli dalla loro realtà familiare, neppure nei casi di crisi. Infatti i bambini mantengono i contatti con la famiglia che può visitarli di solito la domenica pomeriggio. Anche una volta reintrodotti in famiglia, la Pouponnière continua a sostenere i bambini fino ai due anni, attraverso razioni mensili di cibo e latte.
Nella Pouponnière c’è una casa riservata agli ospiti e ai numerosi volontari. Molte camere sono riservate alle coppie sposate che vengono a Dakar per adottare un bimbo.
Il Senegal non ha ancora ratificato la Convenzione dell’Aia (29-5-1993) sulla tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozioni inteazionali. Ma è dotato di una legge intea che disciplina la materia attraverso il Codice di famiglia e il Codice di nazionalità; le condizioni per concedere un bambino in adozione sono alquanto rigorose: una di esse richiede ai genitori adottivi la permanenza di almeno tre settimane in Senegal, non solo per conoscere il bimbo da adottivo, ma anche la cultura e tradizioni del paese.

sogno realizzato
Mentre mi preparo un caffè nella cucina in comune, entrano Pedro e Maria salutando gentilissimi; mi basta guardare i loro occhi raggianti per capire: Maria mi dice subito che hanno realizzato il loro sogno; dopo aver fatto tutta la trafila per l’adozione, sono stati finalmente chiamati e da una settimana sono in Senegal. C’è una bambina per loro! Si parlano amorevolmente e si abbracciano continuamente. Hanno 34 anni lui e 32 lei. Stanno insieme da sempre, da quando avevano dodici anni, praticamente sono cresciuti insieme. Sono di un paesino vicino Malaga, in Spagna.
Dico loro che sono una fotogiornalista, interessata alla loro storia e che vorrei raccontarla. Loro sono così felici che non hanno remore a rispondere alle mie domande.
Preparo tre tazzine di caffè e inizio delicatamente ad affrontare l’argomento. Dall’inizio alla fine della nostra chiacchierata essi si terranno per mano, sorridendosi e sostenendosi continuamente anche nei momenti più delicati. Maria ha avuto da giovanissima un tumore da cui è uscita bene, nonostante mesi e mesi di chemioterapia. Ma la conseguenza finale è stata il non poter avere figli. Pedro mi racconta che hanno girato tutta la Spagna, provato vari interventi e anche l’inseminazione artificiale, ma sembra che l’utero di Maria non riesca ad accogliere un bambino.
«Sono stati mesi e anni duri. Tristi! Tutti i nostri amici si facevano una famiglia – racconta Pedro -. Nella nostra cittadina un matrimonio senza bambini non è un matrimonio. Non è vita. Gli anni passavano e la depressione aumentava. Abbiamo scoperto che Maria non riusciva a concepire perché aveva un problema alle ovaie, sembrava una ciste, invece era un tumore. Subito la paura di non poter avere bambini. Eravamo troppo giovani. Ci siamo sposati a vent’anni, perché ci sembrava di perdere tempo. Io volevo diventare padre. Insegnare a mio figlio a pescare, a giocare a calcio o se fosse stata una bimba, farla diventare la principessa di casa. Maria aveva ventidue anni quando l’abbiamo scoperto. Una volta operata ci avevano detto che non era stato toccato l’utero e che, seppure con difficoltà, sarebbe stato possibile avere un bambino. Invece non è stato così. Quanti medici, visite, ospedali, tentativi e, soprattutto, preghiere, ma nostro figlio non è arrivato. Siamo una famiglia di tradizione molto credente e devo assolutamente dire che l’unica cosa che ci ha tenuti insieme e che non ci ha mai fatto perdere la speranza è stata la fede. Sono momenti così difficili che non fai altro che domandarti perché! Perché a me? Perché a noi? Ci siamo fatti seguire dal nostro parroco, un carissimo amico, ma abbiamo seguito anche sedute di psicologi. Alla fine dopo un viaggio in Africa, in una missione, ci siamo detti: perché non aiutare uno di questi straordinari bimbi che potrebbe darci la serenità e la felicità che sogniamo? Una missionaria ci aveva parlato del Senegal e della Pouponnière e, poiché non siamo poi tanto lontani, siamo venuti a informarci».
«Quando siamo entrati in quella stanza – continua Maria – e abbiamo visto così tanti angioletti che ci chiedevano solo di essere felici, è bastato guardarci per convincerci che nostro figlio era lì. Sarebbe stato uno di loro. E così abbiamo iniziato subito tutte le pratiche di adozione e finalmente dopo un anno e mezzo ci hanno chiamato dicendoci di venire per conoscere la nostra bambina. Ha quattro mesi. È stata portata qui dalla polizia, dicendo di averla trovata dietro un albergo. Forse è figlia di qualche ragazza che lavora lì. Quello che ci importa è che sta bene ed è serena. Poi è bellissima!».
Maria interrompe il racconto perché è l’ora in cui possono andare a prendere la bambina. La chiameranno Angela. Quando rientrerò dal mio giro per Dakar, li troverò fuori in terrazzo assorti nell’osservare Angela che si gode tutto il loro affetto. Mi basta guardarli per capire davvero cosa sia la felicità.

Romina Remigio

Romina Remigio




Squali senza pinne

Rientro dei pescatori e crisi del mercato ittico

In Senegal la pesca occupa più di 600 mila persone, di cui 400 mila impegnate nella pesca tradizionale; ma la quantità di pesce è diminuita dell’80% rispetto a dieci anni fa. La crisi è iniziata quando pescherecci europei e asiatici hanno avuto licenza di depredare le acque africane, con sistemi che mettono a rischio la riproduzione ittica.

Il giorno prima di lasciare il Senegal, la mattina, Rosalie mi guida in un giro nel porto di Dakar, il più importante dell’Africa dell’Ovest. Accanto a enormi navi cariche di container in attesa di essere sdoganati, tante piroghe di legno e relitti che ancora escono in mare per la pesca. Coloratissime, slanciate nella loro lunghezza, le piroghe sono in grado di stare in mare per settimane di pesca. Sembrano esili e quasi traballanti, eppure con quelle barchette, mi assicura Rosalie, i pescatori senegalesi si spingono fino nelle acque della Guinea Bissau. Ne vedo arrivare una che sembra scivoli sulle onde e sia sempre in procinto di ribaltarsi: un movimento precario che per i pescatori è normale, ma non per me.
Più tardi, spinta dalla curiosità, chiederò a un pescatore di fare un giro nella sua piroga; ma non usciamo nemmeno dal porto che il mio stomaco in ebollizione e il mio colorito verde costringe il gentile pescatore a fare subito marcia indietro.
I pescherecci, anche quelli più grandi, non hanno sistemi di conservazione del pesce. Caricano le stive di ghiaccio riuscendo a conservare il pesce anche per una settimana. Non cerco nemmeno di spiegarmi come facciano; ormai ho la consapevolezza che quello che per noi sembra impossibile per loro è la normalità.
Incontro il signor Antonio, un armatore italiano in Senegal da quasi 20 anni, pur non parlando una parola di wolof né di francese. È Rosalie che si occupa di tutto per lui. Egli mi racconta come il mercato ittico in Senegal fosse diverso fino a qualche anno fa: «Qui si pescano tonnellate di pesce perché l’oceano è ricco di plancton. Una volta bastava calare le reti e in poco tempo si riempivano. Riempivamo container di pesce e li spedivamo in Italia. Da quando l’Unione europea ha fatto certi accordi bilaterali con il Senegal, la pesca non è più un settore redditizio, poiché barche da tutta l’Europa possono pescare liberamente al largo delle coste senegalesi».
«In cambio del permesso di pesca in acque africane, l’Unione europea offre cifre irrisorie, almeno a parer mio – continua il signor Antonio -. Due anni fa, il Marocco è stato il primo a contestare questa politica europea. Ora anche il Senegal chiede che i negoziati con Bruxelles tengano conto dell’impatto che la pesca tradizionale ha sulla gente, dato che coinvolge direttamente almeno 80 mila senegalesi e indirettamente altri 500 mila. Troppa gente rischia la rovina a causa delle modee pratiche industriali di pesca, ma l’Unione europea sembra preoccuparsi solo di riconfermare la possibilità di pescare in acque senegalesi. Inoltre, la sospensione dell’accordo tra Ue e Marocco non ha fatto altro che aumentare la pressione sulle risorse ittiche senegalesi. L’economia legata alla pesca tradizionale è in forte crisi. Cresce la disoccupazione tra i giovani e i meno giovani che erano già impegnati in questo settore. L’Ue insiste su pratiche di pesca dannose per i fondali: la “pesca pelagica”, cioè quella effettuata con reti lunghe anche un paio di chilometri, che raschiano i fondali e aggrediscono tanti tipi di pesci, impedendone la riproduzione, la pesca “da traino” e la pesca del tonno, tutte tecniche notevolmente invasive per i pesci».

Osservo i pescatori che passano da una barca all’altra parlando e interrogando. Rosalie mi dice che cercano lavoro, per una settimana piuttosto che per un giorno. L’immagine del rientro di centinaia di piroghe dall’oceano, con le donne ansiose sulla riva che aspettano i mariti e i figli, sarà la foto del Senegal che mi porterò dietro.
Arriviamo quando il sole non è più così alto. Iniziamo lo zig zag tra decine e decine di piroghe. Bambini le svuotano dall’acqua accumulata, come pescatori esperti. A destra e a sinistra sedute sulla sabbia, le donne chiacchierano mentre puliscono il pesce e lo preparano per i vari mercati. Una moltitudine di colori impressiona l’esposimetro della mia macchina fotografica che non sa più cosa mettere a fuoco. Bimbetti seguono le mamme intente nella trattativa. Schiere di donne ordinate come in una perfetta fila militare, aspettano i mariti a riva, pronte per scappare a vendere il pesce.
Rosalie mi spiega che la vendita del pesce spetta alle donne. Gli uomini si «limitano» a pescarlo. Saranno le mani esperte e veloci delle donne a sistemarlo esteticamente e a venderlo, seguendo le logiche di un marketing senegalese.
Nelle reti tantissimi piccoli squali sono rimasti impigliati; i pescatori ne tirano fuori a decine e decine dalle reti e li buttano sulla sabbia. Osservandoli per bene, si nota che moltissimi non hanno più le pinne. Sono stati i pescatori cinesi a catturarli, mutilarli, per le loro famose zuppe di «pinne di squalo», e a ributtarli in mare, condannandoli a una morte certa.  
Io sembro una bambina all’acquario. Non ho mai visto così tante specie di pesci. Enormi, colorati e dalle espressioni più strane. Anche i cetacei sono tanti, così pure i molluschi racchiusi in bellissime conchiglie.

Per salutarci, Paco decide di mostrarci come anche gli uomini senegalesi sappiano cucinare. Sarà che l’ho talmente punzecchiato con la storia del turismo sessuale, delle donne che a parer mio, non suo, sono ancora troppo sottomesse, che vuole lasciarmi un ricordo indimenticabile del Senegal e della sua gente. E da che mondo è mondo, come si può sfuggire al piacere della gola? Prenderà del pesce al mercato e ci preparerà dei piatti tipici senegalesi. Dopo un paio di ore di lavoro, è fatta. E il risultato sono piatti squisiti che ci lasceranno la voglia di tornare in Senegal.

Romina Remigio

Romina Remigio