La nuova via Birmana – 2

A colloquio con Aung San Suu Kyi

 

Idee e progetti della «Signora»

 

Nell’autunno 2013 Aung San Suu Kyi ha concluso il suo tour europeo in Italia, da cui mancava da quarant’anni. L’abbiamo incontrata prima
della sua partenza per il rientro nel Myanmar. Nel 2015 sarà lei il nuovo presidente del paese?


Signora San Suu Kyi, può fare un bilancio del suo viaggio in Europa?

«Ogni viaggio porta con sé dei ricordi indelebili. Sono stata in paesi in cui non ero mai stata, come la Polonia, e in altri, come il vostro, da cui mancavo da decenni. Ho incontrato persone meravigliose, persone che per anni si sono prodigate affinché in Birmania tornasse la democrazia, e persone da profondi principi umani e spirituali».

Quando parla di uomini dai profondi principi umani e spirituali pensa a qualcuno in particolare?

«Sicuramente esistono persone che ti colpiscono per la gentilezza e la spiritualità che sprigionano con la loro voce, il loro sguardo, le loro parole. Il papa, ad esempio, mi ha colpito molto. Con lui mi sono trovata subito in sintonia, in particolare sulla necessità di valorizzare sentimenti come amore e comprensione per fugare le paure che dividono i popoli. Purtroppo non abbiamo avuto molto tempo per approfondire la conversazione, ma gli argomenti toccati, il suo acume e la sua semplicità mi sono rimasti impressi. È una persona con cui mi sono sentita immediatamente in sintonia. Mi piacerebbe incontrarlo ancora».

Lei ha ricevuto tantissime promesse durante la sua visita, specialmente dai parlamentari. Penso sappia che i politici italiani non hanno la fama di mantenere le promesse fatte e l’Italia ha brillato più per la sua assenza piuttosto che per la sua presenza nelle vicende asiatiche. Non vorrei essere pessimista, ma pensa che una volta tornata in Myanmar ci si ricorderà del suo paese nel parlamento italiano?

«Spero vivamente di sì. L’Italia ha appoggiato con forza il movimento democratico e numerose personalità del mondo dello spettacolo, della cultura, della politica si sono esposte in primo piano nella difesa dei diritti umani in Birmania».

A proposito di diritti umani: a che punto siamo nel processo di pacificazione con i gruppi etnici?

«Ci sono alti e bassi: il governo insiste affinché sia il parlamento a discutere la questione etnica. In effetti ci sono diversi membri che rappresentano le etnie nel nostro parlamento ed è per questo che, in questa sede, il dialogo sta già avvenendo. Da parte loro, i gruppi etnici chiedono che la questione sia discussa al di fuori del parlamento e con terze parti che facciano da garanti. Ciò che è venuto a mancare durante gli anni della dittatura militare è la capacità del dialogo e del compromesso. Nessuno vuole cedere sulle sue richieste e questo porta inevitabilmente a uno stallo dei negoziati».

È ciò che sta avvenendo anche nello stato Rakhine tra musulmani e buddisti?

«In un certo senso sì, anche se lì non direi che si tratti di un conflitto etnico. È un contrasto completamente differente da quello in atto nelle altre parti del paese, alimentato da un senso di terrore che serpeggia in entrambe le comunità».

La paura è, quindi, secondo lei, una delle ragioni per cui nello stato Rakhine la comunità buddista e quella Rohingya musulmana si stanno fronteggiando violentemente. Nega, quindi, che vi siano ragioni più profonde nel conflitto etnico-religioso?

«Prima di tutto vorrei specificare che non siamo di fronte ad un conflitto etnico».

Su questo, organizzazioni che si occupano di diritti umani e di sviluppo umanitario non sono assolutamente d’accordo con  lei e l’hanno anche duramente criticata.

«Ribadisco che è la paura la causa delle violenze in atto tra buddisti e musulmani e non la differenza etnica. La comunità internazionale punta il dito accusatore solo verso i buddisti, ma anche loro hanno subito violenze. Ci sono migliaia di buddisti che sono dovuti fuggire durante il regime militare e ancora oggi vivono in campi profughi».

Associazioni e movimenti che si occupano della questione all’interno dello stato Rakhine l’hanno accusata di non voler difendere i diritti della comunità islamica per un puro calcolo elettorale in vista delle elezioni presidenziali del 2015.

«Posso rispondere dicendo anch’io che le loro accuse sono un’assurdità. Io e il mio partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, abbiamo sempre sostenuto che il governo avrebbe dovuto controllare e far rispettare il confine tra Birmania e Bangladesh. Per anni nessuno se n’è occupato con il risultato che migliaia d’immigrati clandestini oggi sono in territorio birmano. La radice del problema è tutta qui, oltre al fatto che in Birmania c’è la paura che elementi estei possano destabilizzare il paese».

È, però, un dato di fatto che vi sono movimenti buddisti, come il Movimento 969, che istigano alla xenofobia, se non addirittura alla violenza.

«Io condanno ogni tipo di violenza, ma se vuole che condanni solo la violenza dei buddisti contro i musulmani, allora non lo farò. Condannare una sola comunità serve solo a istigare altra violenza e se le mie parole fossero fraintese chi ne farebbe le spese sarebbe il popolo, non io che le ho pronunciate».

 

Qual è, quindi, la soluzione che propone?

«Il primo punto del mio programma politico è far rispettare le regole. In Birmania, come in altri paesi del mondo, si ha la percezione e la paura che vi sia un potere musulmano globale che possa destabilizzare i paesi in cui questo potere si insinua. Ciò significa che il problema di cui stiamo discutendo non è solo un problema birmano, ma internazionale. Lei mi chiede quale soluzione propongo. È semplice: io la chiamo rispetto della legge e della giustizia. Io e il mio partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, abbiamo sempre sostenuto che il governo avrebbe dovuto controllare e far rispettare il confine tra Birmania e Bangladesh. Per decenni i regimi militari birmani non hanno controllato il confine con il Bangladesh lasciando che questo diventasse estremamente poroso e permettendo a migliaia di persone di entrare illegalmente in Birmania. Ora, io chiedo che si rispetti la legge di cittadinanza: chi ha la facoltà di diventare cittadino birmano, deve far valere questo diritto. Il governo, da parte sua, deve porre fine a questa immigrazione illegale e garantire la cittadinanza a chi ne ha diritto».

Lei sa bene che è difficile dimostrare, per chi non ha documenti, che risiede in Birmania da più generazioni. Inoltre il governo non riconosce a priori i Rohingya come gruppo etnico, ma li considera bengalesi, quindi cittadini del Bangladesh. Come vede, è una strada a vicolo chiuso.

«È per questo che chiediamo che ci sia un confronto non solo all’interno della Birmania, ma anche con il Bangladesh».

I discorsi enunciati in questo tour sono tutti focalizzati alla necessità di emendare la costituzione del 2008 che vieta a cittadini come lei, che ha parenti con passaporto straniero, di candidarsi alle presidenziali del 2015. Non pensa che ci siano punti ben più importanti da emendare, come il 25% dei seggi riservati ai militari nel parlamento o come la possibilità che il comandante delle Forze Armate possa, in caso di necessità, prendere il comando del governo?

«Sì e no. Per la percentuale dei seggi riservati ai militari non penso che sia un problema. Ho sempre detto che i militari devono essere inseriti nel contesto esecutivo e legislativo del paese. Nei limiti di una democrazia, naturalmente. Non mi preoccupa il 25% dei seggi riservati ai militari nel parlamento quanto, piuttosto, il pericolo che il comandante delle Forze Armate possa arrogarsi il diritto di amministrare l’intero governo; ebbene, quello, invece, è sicuramente un punto di pericolo che rischia di arrestare le riforme. Così come la mancanza di un potere giudiziario indipendente dal potere legislativo ed esecutivo. Capisco anche che la mia insistenza sull’emendamento per la candidatura presidenziale possa essere intesa come una battaglia personale. Ma non sono io che l’ho iniziata: è stata la precedente giunta militare che ha disegnato una costituzione nazionale prendendo come misura la necessità di allontanare la mia persona da ogni forma di governo. Io mi batto non per la mia candidatura, ma perché il popolo abbia il diritto costituzionale di scegliere liberamente la persona che andrà a rappresentarlo.

Mi permetta anche di evidenziare che l’emendamento della costituzione è solo il terzo punto del mio programma dopo il rispetto delle leggi e la fine delle guerre civili. Sono una politica e come tale ho degli obiettivi. Uno di questi è dare al mio popolo la democrazia. Questo è il senso dell’emendamento da me richiesto: permettere al popolo di decidere chi lo rappresenta».

 

Quale sarà il suo programma nel caso possa candidarsi?

«Non voglio fare promesse che non posso mantenere. Non voglio dire che, se diverrò presidente, il mio partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (Lnd), porterà pace e benessere per tutti. Abbiamo sempre detto che faremo del nostro meglio e ciò che prometto è esattamente il meglio che posso offrire. I tre punti principali del mio programma sono tre: far rispettare le leggi, porre fine alle guerre civili ed emendare la Costituzione».

Il secondo punto sarà sicuramente il più impegnativo. Neppure il cosiddetto governo democratico che ha retto la Birmania tra il 1947 e il 1962 è riuscito a porre termine alle guerre etniche.

«Il grosso problema è che i regimi militari ci hanno fatto perdere la capacità di dialogare e di mediare. Sotto lo Slorc (State Law and Order Restoration Council, ndr) prima e l’Spdc (State Peace and Development Council, ndr) dopo, non c’è mai stata libertà di parola o di scelta. Tutto veniva imposto dall’alto, anzi, direi da una ristretta cerchia di persone. Oggi, con le riforme in atto, dobbiamo riacquistare la capacità di dialogare. Ma questo significa anche sapere che non si potrà mai ottenere il 100% di ciò che si chiede».

Le riforme in atto dal 2010 hanno già portato a notevoli cambiamenti in Myanmar. Oggi ci sono meno di 100 prigionieri politici nelle prigioni birmane, quando solo tre anni fa erano più di 2.000. Secondo lei c’è ancora la possibilità che i militari possano riprendere il potere e arrestare il processo democratico?

«Certamente. È per questo che ho chiesto anche all’Italia di appoggiarci nella strada verso la democrazia. Penso che vi siano frange all’interno del Tatmadaw (le Forze armate, ndr) che si oppongono alle riforme».

Chi potrebbe essere un partner fidato in questa transizione democratica? La Cina, gli Stati Uniti, l’India, l’Asean?

«La Birmania ha sempre avuto rapporti molto stretti ed amichevoli con la Cina e, personalmente, vedo gli investimenti cinesi come un’opportunità per il mio paese. Naturalmente, come ho sempre detto, bisogna che siano investimenti non finalizzati a esclusivo vantaggio di un solo paese o di una classe sociale. Penso sia questa la sfida che andremo ad affrontare nel futuro».

Lei, sin dal primo comizio tenuto alla Shwedagon nel 1988 (a cui io ero presente), ha sempre dichiarato di avere un immenso affetto per i militari, sostenendo che è indispensabile che il Tatmadaw entri a far parte della vita sociale della nazione. Queste sue dichiarazioni, ripetute oggi, sconvolgono non poche persone che l’hanno sostenuta. Sono loro che non hanno capito nulla delle sue idee o è lei che ha cambiato le idee?

«Direi che siamo più vicini alla prima risposta. Sono sempre stata convinta che i militari devono lavorare stretto contatto con la legislatura e l’esecutivo. Io ho sempre avuto un sentimento particolare per i militari e chi si scandalizza quando mi sente dire questo, rispondo che non ha capito nulla del mio pensiero. Non ho mai cambiato idee nei confronti dei militari e anch’io mi stupisco di come molta gente inorridisca quando affermo di avere grande affetto per loro. Ma dico semplicemente ciò che ho sempre detto da 25 anni a questa parte. Lo ripeto, ho sempre avuto molto rispetto per chi indossa una divisa. Tranne, ovviamente, per alcune persone. Ma sono un’esigua minoranza».

Piergiorgio Pescali




Terra di pescatori e migranti (3)

1. Padre Gliozzo: un dialogo su emarginati e
chiesa

Giù le mani da San Berillo
2. 
L’angelo dei rifugiati
Incontriamo Abba Mussie Zerai, eritreo,
arrivato in Italia nel 1992 come richiedente asilo, ora sacerdote in Svizzera,
e candidato al Nobel per la pace 2015 per la sua opera di denuncia delle
condizioni dei migranti africani.

Padre Gliozzo: un dialogo su emarginati e
chiesa

Giù le mani da San Berillo

Un quartiere di Catania oggetto di politiche
di risanamento fin dagli anni Venti del Novecento. Un «porto di mare» che da
decenni accoglie l’umanità più emarginata, dalle prostitute alle trans, dai
tossicodipendenti ai migranti, raccontato da chi lo vive, e da chi, come padre
Giuseppe Gliozzo, parroco del Crocifisso della Buona Morte dal ‘72, lì spende
la sua vita per gli altri.


Oggetto
di scellerati piani di sventramento e risanamento dal «degrado», lo storico
quartiere di San Berillo, a Catania, è invece uno straordinario esempio di come
la convivenza con l’altro non solo è possibile, ma è già una realtà. Come
testimonia padre Giuseppe Gliozzo, parroco della chiesa del Crocifisso della
Buona Morte.

Una volta conosciuto l’esito della domanda di asilo, gli
immigrati sono invitati a lasciare i centri d’accoglienza, perdendo i benefici
che il sistema di protezione dovrebbe aver garantito loro almeno per tutto il
periodo di attesa: vitto, alloggio e un pocket money giornaliero. Da
quel momento entrano in un altro limbo, costretti ad aggirarsi come fantasmi
nelle nostre città.

A Catania c’è un luogo dove in tanti hanno trovato
ospitalità, o almeno un rifugio temporaneo, prima di riprendere il viaggio
verso Nord: il quartiere di San Berillo.

Berillo, originario di Antiochia, città dell’allora
provincia romana della Siria, avrebbe portato, secondo la tradizione, il
Cristianesimo in Sicilia, divenendo il primo vescovo della città etnea.

Mentre camminiamo per le vie del quartiere, veniamo
fermati da un uomo distinto che ci avverte, con garbata gentilezza e affabilità
tipicamente siciliane: «Qui ci sono le cocotte». Poi ci prende sotto
braccio, con l’intento di allontanarci da quella zona «poco raccomandabile».
Insiste per offrirci un caffè. Ci sediamo al bar di Piazza Beini, davanti al
Teatro Massimo che è in sciopero: «Un paese senza teatro è un paese morto», c’è
scritto sugli striscioni appesi a un coicione.

Scopriamo così, di fronte a un caffè, la storia del
quartiere più centrale e antico di Catania, oggetto di una serie di piani «sventramento»
e «risanamento» sin dagli anni Venti del secolo scorso, quando la fiorente industria
dello zolfo indirizzava i notabili catanesi verso l’ipotesi della demolizione
radicale: il collegamento del quartiere popolare, caratterizzato da una
urbanizzazione caotica e fittissima, con la stazione e il porto era troppo
angusto per una città che aspirava a diventare la «Milano del Sud». La II
Guerra Mondiale bloccò il progetto, ripreso nel 1957, quando lo sventramento
venne effettivamente realizzato: i 30.000 abitanti furono deportati a San
Leone, che da quel momento diventò San Berillo Nuovo, e del quartiere
originario rimase solo un pezzetto.

In questi vicoli stretti da cui non si vede il mare e
nei quali non entra mai il sole, gli immigrati arrivati di recente, o quelli
storici come i senegalesi e i tunisini, convivono pacificamente con un’altra
umanità emarginata: nel 1958, anno della Legge Merlin, si riversarono infatti a
San Berillo le prostitute di tutta Italia, trasformando la zona in uno dei
quartieri a luci rosse più importanti del Mediterraneo. Solo nel 2000 fu
affrontata la questione: un blitz della polizia «ripulì» la zona, e le case
furono murate. Restarono solo le trans e le prostitute residenti.

Da qualche tempo si parla di un ennesimo piano di «risanamento».


Un emblema della diversità

Entrando nel quartiere, incontriamo Franchina che vive a
San Berillo dai primi anni ’80 – quando il «reato di travestimento» era ancora
punito con il carcere -. È l’intellettuale della zona, forse la persona che più
ha coscienza della vita e del futuro di San Berillo. «Risanare vuol dire
inserire il quartiere alla città, farlo uguale, identico, dargli la stessa
faccia… mentre questo quartiere è stato sempre diverso dagli altri e sarebbe
giusto lasciarlo così com’è: San Berillo è come l’elefante in piazza Duomo, un
emblema di Catania».

In Piazza delle Belle c’è un’edicola dove il Cristo
dipinto sul muro ha sembianze femminili. «Ci sentiamo rifiutati dalla gente, ma
amati da Dio. La gente non immagina che anche noi possiamo pregare. Ogni
mercoledì ci riuniamo a casa mia, per recitare il rosario», conclude Franchina.

La messa della domenica alla parrocchia del Crocifisso della Buona Morte, celebrata da Don Giuseppe Gliozzo, è molto
partecipata dalla comunità locale.

Lungo 50 anni di storia

Nel nostro incontro, padre Gliozzo ripercorre i suoi
cinquant’anni di sacerdozio, di cui più di quaranta passati come parroco a San
Berillo.

I primi anni del suo lungo apostolato li trascorre a
Bronte, suo paese natale, nel seminario minore, dove ricopre il ruolo di
assistente spirituale dell’Azione cattolica. «Feci un’esperienza che non
esisteva: far uscire i ragazzi dal seminario». Nel 1970, passa al seminario
maggiore di Catania dove cerca di applicare quella stessa politica: vuole che i
giovani seminaristi vadano a studiare nei licei, che abbiano la possibilità di
conoscere la vita fuori dal seminario.

L’azione di padre Gliozzo suscita però critiche da parte
delle gerarchie ecclesiastiche locali e non solo. «Aizzarono i ragazzi contro
di me; quando mi incontravano, cambiavano strada. Poi fecero una raccolta firme
e fui costretto a lasciare. Di quel gruppo di 150 seminaristi pochi
intrapresero la strada del sacerdozio, e di quelli che continuarono, molti
l’abbandonarono qualche anno più tardi».


Cosa è successo dopo?

«Nel 1972 mi proposero di prendere in mano la parrocchia
del Crocifisso della Buona Morte, così chiamata perché nella zona sorgeva il
vecchio carcere borbonico, dove i condannati a morte, prima di essere
giustiziati, ricevevano la visita di un cappellano che gli porgeva un
crocifisso affinché, baciandolo, ricevessero l’ultima assoluzione. Lo
sventramento del quartiere di San Berillo si era concluso alcuni anni prima del
mio arrivo, e, quando vi fui mandato, trovai il vuoto, perché i vecchi abitanti
erano stati deportati in altre zone. Corso Sicilia tagliava in due la città e i
borghesi insediatisi nella nuova via signorile non interagivano con la
parrocchia. C’erano solo contrabbandieri di sigarette e prostitute. La chiesa
era in dismissione, trasformata in una specie di bisca dove gli uomini si
riunivano a giocare a carte. Con loro misi su un gruppo di preghiera al sabato
sera: sbadigliavano di continuo e mi chiedevano quanto tempo mancasse alla
fine.

Appena arrivato ridussi le messe da sei a tre, poi ne
lasciai solo una, quella della domenica alle 10 del mattino. Nella cappella
adiacente, dedicata a Sant’Agata martire, si celebra la liturgia con rito
ortodosso: ho voluto fare un passo verso chi ha un altro credo. La numerosa
comunità rumena presente a Catania non aveva ancora un luogo di culto. È venuto
anche il patriarca da Bucarest, ed è rimasto sorpreso da questa accoglienza,
visto che in Romania la chiesa cattolica ha fatto fatica a trovare spazi.

Negli anni ’80 abbiamo iniziato a lavorare con i
tossicodipendenti, e sono arrivato a pensare di aprire una comunità. Ne parlai
anche con Don Ciotti, che mi disse: “O fai il parroco, o dirigi una comunità”.
Ma io volevo restare aperto a tutti, non volevo limitarmi a una tematica
specifica.

Vedi, qui è sempre stato un porto di mare. Le
prostitute, i trans più anziani del quartiere, venivano da me spontaneamente, e
cominciai a lavorare anche con loro. Non conoscevo ancora la realtà della
prostituzione.

Dal 1990 la parrocchia diventa punto di riferimento di
un gruppo di omosessuali credenti, i “fratelli d’Elpìs”.

Adesso alla nostra messa partecipano anche tante persone
di altri quartieri, che non trovano risposte nelle parrocchie di appartenenza».

Cosa
ispirava la vostra azione?

«Lo spirito del Concilio. Quell’idea dell’Eucarestia per
tutti. Prima le prostitute non si avvicinavano per rispetto: non si sentivano
degne, in quanto peccatrici. Invece è proprio questo senso di indegnità che le
avvicina a Dio.

Abbiamo adottato una pastorale essenziale fondata sulla
gratuità dei Sacramenti, sull’accoglienza e l’attenzione riguardo alle persone
e alle situazioni più diverse».

Ha
conosciuto direttamente la realtà dell’immigrazione?

«Tra il 1988 e il 1989, sono arrivati i primi senegalesi.
Qui, nella nostra casa, ne abbiamo ospitati una trentina. Era una prima
“emergenza”. Poi sensibilizzammo gli abitanti perché affittassero le loro case
agli stranieri, in città o in campagna. Realizzammo la prima festa degli
immigrati. Molti di loro sono andati via quasi subito, mentre quattro sono
rimasti con noi per un po’. Poi abbiamo inserito anche loro al Nord: uno lavora
in un caseificio in Emilia Romagna e mi manda sempre il parmigiano. Ogni tanto
mi scrive: “Prego per te ogni giorno, per quello che hai fatto per me”. Sposato
con un’italiana, è venuto a trovarmi con i figli.

Una comunità musulmana del Senegal mi ha mandato una
lettera in arabo, per ringraziarmi di aver accolto in quegli anni tanti suoi
membri».

Come
vede questi nuovi arrivi, la situazione dei nuovi migranti?

«È una questione delicata che deve essere gestita dalle
istituzioni. Io sono stanco, non me la sento più di stare in prima linea. A noi
spetta preparare agenti moltiplicatori, sensibilizzare la cittadinanza ad
attivarsi, come facemmo quando arrivarono i senegalesi».

Ha
mai pensato di mettere per iscritto la sua esperienza, per farla conoscere di
più?

«No, Gesù non scriveva. Mi piace raccontare e ascoltare
storie. Spesso mi invitano a parlare sul tema delle tossicodipendenze o
dell’omosessualità come esperto. Ma io non ho competenze specifiche. Tutto
quello che so lo devo all’incontro, all’ascolto. Per me non c’è il
“tossicodipendente”, l’“immigrato”, c’è Francesco e c’è Tarik».

Come
immagina la Chiesa del futuro?

«Come una comunità dove la figura del sacerdote non sarà
più necessaria. Una comunità auto-gestita, che si riunisce per leggere e
ascoltare la parola, come accadeva prima della Chiesa-istituzione. Non siamo più
una minoranza, ma occorre una “maggioranza qualificata”. C’è qualcuno che
ancora resiste. I cambiamenti nella Chiesa oggi sono possibili grazie al lavoro
che noi abbiamo iniziato. Siamo andati avanti come esploratori in
perlustrazione, in avanscoperta, siamo stati un’avanguardia che ha aperto e
illuminato il percorso che ora sta emergendo. Non a caso il Papa si è scagliato
contro la politica dei seminari attuali che formano “piccoli mostri”1.
Abbiamo lavorato in silenzio e poi ci siamo messi a guardare, in attesa di
quello che sta succedendo oggi, perché doveva succedere».

Accolti anche senza essere stati invitati

Non ha fatto carriera, padre Gliozzo. Non gli piace
apparire o fare proclami, e non ama le etichette. Anche quella di «prete di
frontiera» lo lascia perplesso.

Preferisce continuare a fare il suo lavoro nell’ombra,
mischiandosi tra la gente, soprattutto tra i poveri, gli afflitti e i
diseredati.

Prima di salutarci, ci mostra le fotografie che
tappezzano le pareti del parlatorio: sono le tappe più significative del suo
lungo sacerdozio, è un viaggio nel tempo, uno scorcio di storia d’Italia,
attraverso i suoi segmenti più emarginati. Fino a quelle più recenti, scattate
nella sua casa di campagna a Bronte, dove c’è pure Franchina, e dove si è
accolti anche senza essere stati invitati.

Note alle pagine 48-51:

1  Cfr.
La civiltà Cattolica, 3/1/2014. Svegliate il mondo. Colloquio di Papa Francesco
con i Superiori generali.

 


L’angelo dei rifugiati

Incontriamo Abba Mussie Zerai, eritreo,
arrivato in Italia nel 1992 come richiedente asilo, ora sacerdote in Svizzera,
e candidato al Nobel per la pace 2015 per la sua opera di denuncia delle
condizioni dei migranti africani.

A bba Mussie Zerai, noto anche come «angelo dei
rifugiati», è stato candidato al Nobel per la pace 2015. Eritreo di nascita, è
arrivato in Italia come richiedente asilo nel 1992. Nel nostro paese ha
frequentato l’università e, nel 2010, è stato ordinato sacerdote. Da anni
denuncia le condizioni disumane che i richiedenti asilo affrontano sul loro
cammino. In particolare dei profughi provenienti dal Coo d’Africa. È grazie
alle sue denunce (e a quelle della suora comboniana Azezet Kidane) che l’azione
dei trafficanti di uomini nel Sinai è divenuta di dominio pubblico e, in parte,
è stata affrontata dall’Egitto. Più volte sentito dall’Alto Commissariato
dell’Onu per i rifugiati, nel 2012 è stato ricevuto dall’allora Segretario di
Stato Usa, Hillary Clinton. Oggi vive in Svizzera dove segue le 14 comunità
eritree sparse nei vari cantoni.

Abba Mussie Zerai da dove provengono i
migranti che dalla Libia cercano di partire verso l’Europa?

«Arrivano dall’Africa orientale (Eritrea, Etiopia,
Somalia, Sudan) e dall’Africa occidentale (Mali, Niger, Nigeria, Ghana, Costa
d’Avorio). I primi passano dal Sudan, i secondi dal Niger».

Una volta entrati in Libia dove si spostano?

«Solitamente convergono verso Tripoli per poi tentare di
imbarcarsi verso Lampedusa. Ma non è così scontato che arrivino a Tripoli.
Alcuni gruppi finiscono in Cirenaica (la regione al confine con l’Egitto).
Difficile dire come arrivino laggiù. Di solito però le guide, per evitare i
posti di blocco organizzati dalle milizie, fanno fare giri molto lunghi ai
gruppi di migranti. Alla fine però vengono presi lo stesso dai miliziani».

Chi gestisce il traffico
dell’immigrazione?

«I trafficanti di uomini portano i migranti dal Sudan o
dal Niger in Libia. Qui entrano in contatto con i libici. I libici, uomini
legati alle milizie, prendono i migranti mettendoli in centri di detenzione e
si fanno pagare un migliaio di dollari a persona per rilasciarli. Una volta
rilasciati i migranti possono continuare il viaggio. Ma se sul loro cammino
trovano altre milizie che li imprigionano, sono costretti a pagare di nuovo».

Quanto costa un
viaggio dall’Eritrea a Lampedusa?

«Costa in media 6-7mila dollari. È una cifra consistente
che si può permettere solo chi ha parenti all’estero disposti a pagare per lui.
Chi non ha parenti all’estero si ferma in tappe intermedie (in Sudan e in
Libia) per lavorare e raccogliere il denaro necessario ad affrontare la tappa
successiva. Per chi ha i soldi, il viaggio può durare anche solo un mese. Chi
non ne ha ci può impiegare cinque o sei anni».

In quali condizioni
vengono tenuti i migranti in Libia?

«I migranti vengono stipati in capannoni industriali,
senza luce, acqua corrente, servizi igienici e, soprattutto, senza la
possibilità di uscire. Dopo pochi giorni le persone sono costrette a vivere tra
i loro escrementi, con un caldo insopportabile e senza potersi lavare. I
miliziani poi sono persone crudeli. Per spaventare i migranti sparano in aria,
li percuotono. Le donne sono vittime di violenze sessuali».

La situazione attuale
è peggiore di quella dei tempi di Gheddafi…

«In passato le violenze erano le stesse. L’unico
vantaggio rispetto a oggi era il fatto che esisteva un’autorità costituita e
centri di detenzione statali. Quindi era possibile, in casi particolari,
inviare i commissari dell’Acnur (Alto commissariato delle Nazioni unite per i
rifugiati) a fare ispezioni. Oggi invece le milizie sono moltissime e chi vuole
aiutare i migranti non hai mai un punto di riferimento. Anche l’attraversata
del mare è durissima. Ai tempi di Gheddafi, i profughi sceglievano di partire
quando volevano e solitamente lo facevano nella stagione migliore. Adesso le
milizie li costringono a partire quando vogliono loro: anche con il mare
tempestoso e in condizioni climatiche terribili. Da qui gli affondamenti e i
molti morti».

Enrico Casale
 

Per seguire Abba Zerai:
http://habeshia.blogspot.it/ voce della Agenzia Habeshia per la Cooperazione
allo Sviluppo (Ahcs) da lui fondata.
Abba Zerai era stato intervistato da MC per il dossier «2014:
Fuga dall’Eritrea», marzo 2014

 

Silvia Zaccaria e Enrico Casale




Eritrea. Dal paese senza diritti ai campi di tortura

Fuga dall’Eritrea




 

Prigione a cielo aperto

Venti
anni fa l’Eritrea diventa il cinquantatreesimo stato dell’Africa. Dopo una
lunga guerra d’indipendenza dall’Etiopia. Le speranze sono tante. C’è il
fermento di una nascita, un popolo che anela un futuro di libertà e
autodeterminazione. Ma ben presto il regime dell’ex guerrigliero Isaias
Afewerki diventa il più duro e repressivo del continente. Ogni libertà è
negata. Anche quella fisica. Solo una ristrettissima élite politica e militare
può fare tutto ciò che vuole. E controlla il paese. Così i giovani iniziano a
fuggire, e padri e madri vogliono portare i propri bambini lontano dalla «prigione
a cielo aperto».

Ma il diavolo è anche oltre confine. Nasce e fiorisce un
lucrosissimo commercio di «carne umana». Bambine, bambini, donne, uomini in
fuga dal regime sono rapiti, poi venduti e rivenduti. Fino ad arrivare nei «campi
di tortura» nel Sinai, e altrove. Qui subiscono trattamenti «disumanizzanti».
Perché tutto questo? Per soldi. Un giro d’affari di 622 milioni di euro dal
2009 a oggi. Nel silenzio quasi assoluto dei mezzi di informazione e dei
governi del mondo. Non fa audience, non fa spettacolo. Neppure quando i
sopravvissuti al traffico muoiono a un passo dalla terra promessa: l’Europa.

Marco Bello



Perché oggi si fugge dall’Eritrea

 

Giovane paese senza diritti

Nel 1993 l’Eritrea festeggia l’indipendenza dall’Etiopia. Ma
il suo regime si trasforma nella più feroce dittatura del continente. Un’intera
generazione è piegata e senza speranze. Meglio tentare la fuga, anche se ad
alto rischio.

«La
dittatura ci toglie anche l’aria», è questa la frase che si sente ripetere più
spesso dai ragazzi eritrei che arrivano sulle nostre coste. E niente come
questa espressione racconta meglio l’Eritrea, un paese tenuto in ostaggio da un
presidente-padrone, Isaias Afewerki, che l’ha trasformato in una sorta di
carcere a cielo aperto.

I prodromi

Colonia italiana dal 1899 al 1941 (ma il primo
insediamento italiano ad Assab risale al 1869), diventa quindi protettorato
britannico e poi regione federata all’Etiopia, alla quale viene annessa nel 1962.
Già nel 1961 però il Fronte di liberazione eritreo (Elf) rivendica
l’indipendenza e dà il via alla guerra di liberazione che durerà fino al 1991.
Negli anni Sessanta il movimento indipendentista si spacca e un gruppo di suoi
membri dà vita al Fronte popolare di liberazione eritreo (Eplf), di impronta
socialista. In pochi anni l’Eplf acquisisce forza (anche grazie all’aiuto dei
paesi socialisti) e, nel 1982, affronta e sconfigge sul campo l’Elf.

Nel 1991, il regime etiope di Menghistu cade e Meles
Zenawi, divenuto presidente dell’Etiopia, dà l’assenso a un referendum per
l’autodeterminazione dell’Eritrea. Nella consultazione gli eritrei votano per
il di- stacco dall’Etiopia. Così, il 24 maggio 1993 il paese diventa
indipendente. È in questi anni che Isaias Afeworki, il capo carismatico
dell’Eplf, emerge come leader indiscusso. Sono in molti a pensare che sia
l’uomo adatto per aprire una stagione di democrazia e prosperità per il piccolo
paese sul Mar Rosso. In realtà, Isaias è un capo guerrigliero poco incline ai
metodi democratici che ha gestito con pugno di ferro l’Eplf: nessuna pietà per
i nemici, intransigente con gli oppositori interni. Quando diventa capo dello
Stato non cambia atteggiamento.

Verso la dittatura

Nei primi anni dopo l’indipendenza, l’Eplf si trasforma
in Fronte popolare per la democrazia e la giustizia (Pfdj) e, tra il 1994 e il
1997, dà vita a piccole riforme. Il governo promette anche di promulgare una
Costituzione democratica e multipartitica.

Nel 1997 il testo della carta è
pronto, però non entra in vigore e non vengono neppure indette elezioni.
Isaias, si autonomina capo dello stato e comandante supremo delle forze armate,
centralizza i processi decisionali. Il Pfdj diventa l’unico partito ammesso, i
suoi membri devono assicurare fedeltà assoluta al presidente il quale, a sua
volta, utilizza gli iscritti al partito per controllare ogni snodo vitale dello
stato. Anche il sistema giudiziario viene smantellato. I giudici non sono
indipendenti e decidono non in base ai codici (che esistono), ma in base ai
decreti presidenziali. Nel 1996 nasce la Corte speciale, un tribunale composto
da militari che giudicano in udienze segrete e con criteri «politici» chiunque
osi criticare
il regime.

Tutte le forme di dissenso vengono duramente represse.
Il caso più eclatante (e conosciuto) è l’arresto avvenuto il 18 settembre 2001
di un gruppo di ministri e funzionari, rei di aver chiesto l’applicazione della
Costituzione e delle libertà politiche e civili. Tra essi eroi della guerra di
liberazione dell’Etiopia, amici e compagni di Isaias, come Petros Solomon (capo
dell’intelligence, poi ministro degli Esteri e, infine, ministro delle Risorse
marittime), Hailè Woldensaye (ministro degli Esteri), Mohamud Ahmed Sharifo
(ministro dell’Inteo), Ogbe Abraha (Capo di stato maggiore). Di loro non si
saprà più nulla.

Secondo Amnesty Inteational, il governo del
presidente Isaias Afewerki ricorre «sistematicamente ad arresti e detenzioni
arbitrarie per reprimere tutta l’opposizione, mettere a tacere i dissidenti, e
punire chiunque si rifiuti di accettare il sistema repressivo. Migliaia di
prigionieri politici e di coscienza sono scomparsi mentre erano detenuti in
segreto e in isolamento, senza accusa né processo e senza avere contatti con il
mondo esterno. Tra i detenuti ci sono oppositori e critici – reali o sospetti –
del governo, politici, giornalisti, membri di gruppi religiosi registrati e
non, persone che cercavano di sfuggire o disertare il servizio nazionale
obbligatorio a tempo indeterminato o di scappare dal paese».

Chiese e giornalisti

Nella classifica sulla libertà di stampa stilata ogni
anno dall’organizzazione Reporter senza Frontiere, l’Eritrea è
all’ultimo posto. Nel paese non esistono media indipendenti. Televisione e
giornali sono di proprietà dello stato e anche i servers che permettono
il collegamento all’Inteet sono rigidamente controllati dall’autorità
statale.

Il regime non si accanisce solo contro oppositori e
giornalisti. Come molte dittature, non tollera un ruolo attivo delle fedi. A partire
dai copti ortodossi, la Chiesa maggioritaria. Nei primi anni dall’indipendenza,
ai copti viene garantita una certa autonomia di azione, ma quando abuna
Antonio, un prelato critico nei confronti della deriva dittatoriale, viene
nominato Patriarca, il regime reagisce. Dopo varie intimidazioni, nel 2005 abuna
Antonio viene deposto, arrestato e sostituito con abuna Dioscoro. Anche
l’Islam, pur essendo una delle confessioni ammesse dallo stato (oltre alla
Chiesa copta, a quelle cattolica e luterana), sta conoscendo continue
persecuzioni. Il regime si accanisce in particolare contro i musulmani
wahabiti, sospettati di avere contatti con le formazioni fondamentaliste e
dell’opposizione eritrea all’estero. La Chiesa cattolica, che nel paese conta
quattro diocesi, non è indenne dalla repressione. Il governo non vede di buon
occhio un’organizzazione religiosa che opera nel settore sociale e tenta, in
tutti i modi, di limitae i campi di azione. I missionari sono stati espulsi e
il clero eritreo rimasto, oltre a dover adempiere agli obblighi di leva,
subisce controlli e vessazioni continue. Le confessioni più perseguitate sono
però quelle non riconosciute: testimoni di Geova, pentecostali, ecc. Secondo Amnesty
attualmente sarebbero detenuti 1.750 musulmani e cristiani di Chiese non
riconosciute senza alcuna accusa.

Un paese in grigioverde

Solo le forze armate, come osserva il rapporto di Inteational
Crisis Group
dal titolo Eritrea: Scenarios for Future Transition
(2013), mantengono un certo grado di autonomia, poiché Isaias fa peo sui
militari per gestire la nazione: il paese infatti è diviso in cinque regioni,
ciascuna retta da un generale con pieni poteri sul territorio di competenza che
risponde solo al presidente. Per assicurarsi la fedeltà dei militari, Isaias
garantisce loro privilegi economici e materiali e tollera alti livelli di
corruzione. Anche se è proprio in seno all’esercito che è nato il misterioso
tentativo di golpe del 21 gennaio 2013 culminato con l’occupazione del
ministero dell’Informazione e poi subito rientrato.

Da anni Isaias continua a giustificare il mancato
passaggio a un sistema democratico con il permanere dello stato di guerra. Il
dittatore si è infatti circondato di nemici. Nel 1999, a soli cinque anni
dall’indipendenza, è scoppiata una nuova guerra contro l’Etiopia per dispute di
confine che ha fatto decine di migliaia di morti. Ufficialmente le ostilità
sono cessate nel 2000, ma i due paesi vivono una situazione di tensione
latente. Negli anni successivi l’Eritrea ha poi avuto scontri con il Sudan,
accusato di sostenere le milizie islamiche eritree, e con Gibuti, per questioni
di confine.

Per sostenere questo interventismo, Isaias ha dato vita
a un servizio militare a tempo indeterminato. Ragazzi e ragazze vengono
arruolati a 17 anni e non conoscono la data del loro congedo. La leva permette
di controllare le nuove generazioni e di fornire manodopera gratuita nella
costruzione delle infrastrutture pubbliche. Le testimonianze dei giovani
denunciano una disciplina dura, vessazioni da parte degli ufficiali e,
soprattutto, l’impossibilità di continuare gli studi.

Questo sistema di arruolamento sta drenando le migliori
risorse del paese che si sta gradualmente impoverendo. Oggi più del 50% della
popolazione vive al di sotto del livello di povertà. Di fronte a un regime così
duro e intransigente, molti eritrei fuggono. Oggi la diaspora conta circa un
milione e mezzo di persone, quasi un quarto dell’intera popolazione eritrea.
Una cifra enorme se pensiamo che «solo» un sesto dei somali si sono rifugiati
all’estero, nonostante la Somalia sia un paese che vive da più di vent’anni una
terribile guerra civile.

Enrico Casale

 

Enrico Casali, Marco Bello




Eritrea 2: Regime succhia soldi e… 12 ceste di speranza

La tassa sulla diaspora


Si chiama
«diaspora tax». È il controverso tributo che il governo eritreo impone agli
emigrati sui redditi che producono all’estero (e che si aggiunge alle imposte
dovute agli stati che li ospitano).

Questa imposta è stata introdotta nel 1995 con la legge
n. 67 (Diaspora Income Tax Proclamation), ma in realtà ha una storia che
affonda le radici nella lotta per l’indipendenza contro l’Etiopia. Per
sostenere i guerriglieri contro l’esercito etiope, i movimenti indipendentisti
chiedono un sostegno economico agli emigrati. Gli espatriati rispondono con
entusiasmo. Ai ribelli arrivano così flussi importanti di denaro. Nel 1993,
raggiunta l’indipendenza, l’Eritrea è un paese distrutto che va ricostruito
dalle fondamenta. Asmara fa un nuovo appello agli emigranti affinché donino il
2% dei loro redditi. Ancora una volta la risposta è generosa.

Nel 1999 però scoppia una nuova guerra contro l’Etiopia.
Di fronte all’emergenza, Asmara chiede alla diaspora, oltre al 2%, una una
tantum
di un milione di lire italiane e un versamento mensile di 50 mila
lire. Il peso di questi contributi inizia a diventare elevato e negli emigrati
sorgono i primi dubbi sull’opportunità di pagare. Il sistema politico si sta
infatti trasformando in una dittatura e nasce il sospetto che i fondi servano
al rafforzamento del regime. Anche perché Asmara non rende conto di come
vengano utilizzati i soldi.

 

Gruppi di
eritrei iniziano così a chiedere di ridurre i contributi. Il regime non cede.
Gli eritrei che non pagano si vedono negata la possibilità di rinnovare i
documenti, compiere atti giuridici in patria (acquistare e vendere immobili,
partecipare alla successione testamentaria, ecc.), inviare aiuti ai familiari,
rientrare nel loro paese. Chi non ha redditi o lavora «in nero» deve dimostrare
la sua condizione con documenti dello stato ospitante o attraverso la
testimonianza di persone di fiducia di ambasciate o consolati.

Per Asmara l’imposta è una fonte di valuta estera che
fluisce nelle sue casse in contanti. Questo flusso di denaro insospettisce
l’Onu. Tanto che, con la risoluzione n. 1907/2009, il Consiglio di sicurezza
indica l’imposta come possibile fonte di finanziamento ai fondamentalisti
islamici somali. Sull’onda di questa risoluzione, Canada, Svezia, Svizzera e
Germania avviano indagini. Anche in Italia qualcosa si muove. Il 4 giugno 2013
l’associazione Eritrean Youth Solidarity for National Salvation invia
una lettera al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e il 26 luglio
l’onorevole Lia Quartapelle Procopio (Pd) presenta un’interpellanza al
ministero dell’Economia e delle Finanze per chiedere come l’Italia possa
intervenire per bloccare la riscossione. Ma per il momento nessuna iniziativa è
stata ancora assunta.

E.C.

       Storia di un’associazione di cattolici ed
evangelici uniti per l’Eritrea              

12 ceste di speranza ecumenica

L’associazione
Dodiciceste nasce nel 2004 dalla volontà comune di evangelici e cattolici, da
un pastore valdese, Bruno Giaccone, e un sacerdote cattolico, don Gianni Pavin
che ogni anno riunivano i loro fedeli per la preghiera ecumenica. Marilena
Terzuolo, tessitrice, moglie del pastore, ci racconta la genesi: «Un giorno
un’associazione di Padova mi cerca: volevano aiuto per un progetto di tessitura
in Eritrea. Io andai con loro un mese a insegnare alle donne eritree. Ma al
ritorno mi dissi: “facciamo qualcosa, diamo continuità. Fondiamo
un’associazione con i nostri amici cattolici”. E loro si dichiararono subito
disponibili».

L’associazione parte con due motivazioni: portare avanti
un cammino ecumenico e creare lavoro per persone che ne hanno bisogno. «Dodiciceste
è un’associazione ecumenica nata proprio per essere segno di comunione tra
cristiani di confessioni diverse che si riconoscono fratelli tra di loro nel
momento in cui c’è bisogno di mettere insieme quel poco che ognuno ha portato
con sé per condividerlo, dopo aver ascoltato gli insegnamenti del maestro di
Nazaret». Da qui il nome: dalle dodici ceste di avanzi della moltiplicazione
dei pani e dei pesci.

In un villaggio chiamato Segheneiti esisteva già una
scuola di tessitura gestita dalle suore cappuccine.

«Il primo obiettivo era creare dei piccoli gruppi di
lavoro – racconta Marilena -. Tra le donne che terminavano la scuola di
tessitura, a quelle che lo desideravano, l’associazione procurava un locale
dove lavorare pagando l’affitto per un anno, l’acquisto dei telai e un po’ di
materia prima e l’accompagnamento tecnico per i primi mesi».

Un’intuizione
socio-economica vincente: in Eritrea, dopo la lunga guerra con l’Etiopia,
mancavano i Netzelà, il vestito tradizionale indossato da tutte le donne
eritree. Questi erano infatti prodotti solo in Etiopia. Ma era difficile
iniziare un’attività, a causa della mancanza di fondi e di competenze.

Con 5.000 euro si riusciva ad avviare un gruppo di cinque
donne alla produzione di Netzelà, foendo i telai necessari.

«Tutti i gruppi che abbiamo aiutato a partire continuano
a lavorare. Tutto quello che producono lo vendono subito sul mercato locale.
Viene lavorato cotone coltivato nel paese nei telai costruiti localmente» dice
con orgoglio Marilena. «Lavorano senza padroni, senza inquinare l’aria e
l’acqua, senza bisogno di energie che non siano le loro braccia e la loro
intelligenza, senza sfruttamento da parte di nessuno. Ora queste donne possono
procurare un onesto e dignitoso futuro alle loro famiglie numerose».

Sono i gruppi stessi che dopo un anno di affitto
sovvenzionato dicono: «Ce la facciamo da sole, andate ad aiutare altre donne».
E questo è un risultato strabiliante. I gruppi si moltiplicano. A Segheneiti
diventano un centinaio le donne coinvolte.

Le suore
foiscono un valido appoggio logistico e culturale, aiutano Dodiciceste nella
gestione pratica e finanziaria quotidiana. L’associazione le appoggia pagando i
salari delle formatrici delle loro scuole di tessitura.

L’accompagnamento oltre che tecnico è anche
organizzativo. Ad esempio in ogni gruppo si mette in piedi un fondo di
solidarietà, che può servire in caso di necessità a una delle donne.

«Essendo un’associazione ecumenica siamo andati a vedere
cosa facevano gli evangelici in Eritrea. Ad Asmara avevano anche loro una
scuola di tessitura che ospitava ragazze prese dalla strada. Lì il contesto è
molto diverso. Ma non avevano quasi nulla». Dodiciceste fa quindi partire un
progetto anche ad Asmara insieme alla Chiesa evangelica. «Poi ci hanno detto
che a Keren esisteva l’unica scuola di sordi di tutto il paese, gestita dalla
Chiesa evangelica. Anche lì c’era un tentativo corsi di tessitura».

A Keren le suore cappuccine stavano aprendo in quel
momento una nuova casa, e gli evangelici avevano scarsità di insegnanti di
tessitura. «La superiora ha subito detto “possono venire da noi a imparare”. Si
sono impegnate a dare priorità agli insegnanti della scuola evangelica, i quali
in questo modo non si devono spostare in altri villaggi». La collaborazione tra
le due chiese diventa realtà.

«Anche
quando abbiamo lavorato con gli evangelici le suore sono sempre state con noi,
e ci sono stati dei momenti belli e significativi anche dal punto di vista
spirituale, con le preghiere in comune. I pastori della Chiesa evangelica e le
suore non si conoscevano neppure prima e la nostra associazione li ha portati a
collaborare».

Dodiciceste finanzia i progetti grazie ad alcune
fondazioni italiane, all’8×1000 della Chiesa valdese e a donazioni private. I
soci sono una trentina tra cattolici ed evangelici e vivono sparpagliati tra
Asti e Acqui Terme (Al). Continua Marilena: «Poi abbiamo lavorato qualche anno
in Mozambico con un frate cappuccino, appoggiando una falegnameria di base a
Quelimane». Un’esperienza che si è chiusa ma ha dato i suoi frutti perché la
falegnameria funziona e fornisce pure banchi alle scuole. In Eritrea
Dodiciceste lavora con altre due scuole di suore cappuccine nei villaggi di Adi
Quala e Eden: «Diamo un sostegno alla scuola di tessitura, pagando lo stipendio
delle insegnanti o comprando dei materiali».

Marilena
ricorda l’importanza della presenza: «Per la gente con cui realizziamo i
progetti è importante che andiamo in Eritrea. Ci chiedono sempre di andare
lavorare con loro. È una questione di esserci, di contatto, di amicizia. Oltre
che una trasmissione di competenze dal punto di vista tecnico». Ma diventa
sempre più difficile ottenere il visto per viaggiare nel paese africano: «Tempo
fa andavamo anche tre volte all’anno, poi sono passati tre anni prima che
riuscissimo a tornare nel 2013». Mentre è quasi impossibile mandare eritrei a
studiare all’estero, sia per la difficoltà di avere il permesso, e soprattutto
per il timore che non toerebbero più in patria.

La riconoscenza della gente è grande: «Nel luglio scorso
alla riunione a Segheneiti con il vescovo e gli amministratori dell’ospedale ci
hanno detto “ci siete solo voi come associazione che ci sostenete”. Qualche
anno fa c’è stata una carestia, allora abbiamo raccolto fondi per dare da
mangiare ai bambini dell’asilo delle suore, ma anche della scuola pubblica. Così
poi hanno fatto la festa dei bambini, l’8 dicembre, tutti insieme».
L’associazione ha un principio: lavorare con tutti, chiese, pubblico, privato.

Oltre al valore sociale ed economico delle attività di
Dodiciceste, è importante anche il risvolto culturale. Ricorda Marilena: «Se
fossero scomparsi i Netzelà sarebbe finita una tradizione, un modo di
essere, di esistere, che apparteneva proprio a loro e a tutte le donne che le
avevano precedute».

Marco Bello

Marco Bello




Eritrea 3: Inferno Sinai

Storie sconvolgenti di migrazione e
mercanti di carne umana.
In questa storia la realtà supera la
fantasia più perversa di un film dell’orrore. Donne, uomini, bambine, bambini
sono rapiti, venduti, torturati. Molti muoiono. Nel silenzio internazionale.
Eppure i dati ci sono, le testimonianze pure. Qualche associazione combatte per
salvae alcuni. E far conoscere le loro storie.

<!-- /* Font Definitions */ @font-face {Cambria Math"; panose-1:2 4 5 3 5 4 6 3 2 4; mso-font-charset:0; mso-generic- mso-font-pitch:variable; mso-font-signature:-536870145 1107305727 0 0 415 0;} @font-face { mso-font-charset:0; mso-generic- mso-font-pitch:variable; mso-font-signature:3 0 0 0 1 0;} @font-face { panose-1:2 0 5 3 4 0 0 2 0 4; mso-font-charset:0; mso-generic- mso-font-pitch:variable; mso-font-signature:131 0 0 0 9 0;} /* Style Definitions */ p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal {mso-style-unhide:no; mso-style-qformat:yes; mso-style-parent:""; margin:0cm; margin-bottom:.0001pt; mso-pagination:none; mso-layout-grid-align:none; text-autospace:none; font-size:6.0pt; mso-fareast-Times New Roman"; mso-bidi- color:black;} .MsoChpDefault {mso-style-type:export-only; mso-default-props:yes; font-size:10.0pt; mso-ansi-font-size:10.0pt; mso-bidi-font-size:10.0pt;} .MsoPapDefault {mso-style-type:export-only;} @page WordSection1 {size:612.0pt 792.0pt; margin:70.85pt 2.0cm 2.0cm 2.0cm; mso-header-margin:36.0pt; mso-footer-margin:36.0pt; mso-paper-source:0;} div.WordSection1 {page:WordSection1;} --

Il naufragio dei migranti a Lampedusa, il 3 ottobre 2013, con i suoi 396 morti, ha commosso l’Italia. Molti di loro erano eritrei. Ma per quasi tutti quello era solo l’ultimo passaggio di un viaggio terribile iniziato nel loro paese. Un percorso che ha avuto una tappa dolorosa nei «campi di tortura» del Sinai. Dai quali molti altri non sono usciti vivi.

Piccolo migrante

«Ho 11 anni e vivo al Cairo. Non sono egiziano. Non ho né papà né mamma qui. Vivo con mio fratello di 8 anni e le mie sorelle di 13 e 15 anni. Eravamo insieme nel campo di tortura. Ah sì, c’è anche il mio fratello maggiore con noi. Nel mio paese devi fare l’ultimo anno di scuola al servizio militare. Se non vai ti vengono a prendere. Ma i miei genitori avevano sentito brutte cose sul servizio. Così mio padre decise di portarci via, in un luogo sicuro.

Lasciammo mia madre e partimmo nascosti dietro a un pick up. Arrivammo in un altro paese. Non capivo la lingua, ma c’erano molte persone del mio paese. Mio padre andò in una grande città. Ci avrebbe aiutati da laggiù. Quando fummo soli nel campo vennero alcuni uomini e ci obbligarono a partire con loro. Eravamo di nuovo su un’auto e fu un viaggio molto lungo. Il mio fratello maggiore ci disse di stare nella macchina, così non ci avrebbero uccisi. Lui sarebbe scappato per cercare aiuto. Penso che sarebbe stato meglio se fossimo scappati tutti. Nel luogo in cui arrivammo ci picchiarono e ci fecero molto male. Eravamo tutti doloranti. Fecero delle cose con le mie sorelle, ma non posso parlare di questo. Alla fine non potevo neppure piangere, ero troppo stanco.

Poi, un giorno, ci dissero di andare. Mio fratello ci aspettava al Cairo. Si era procurato molto denaro.

Qui adesso abbiamo diversi problemi. Non abbiamo un buon posto dove stare e la gente è sempre arrabbiata con noi. Vengono e prendono le nostre cose.

Abbiamo parlato con mio padre al telefono e ci ha detto di essere coraggiosi. Gli ho chiesto perché non può venire. Mi ha detto che ci vuole tempo per i documenti.  Non capisco, voglio vederlo.

Ho parlato anche con mia madre. Ringraziava Dio che mi stava parlando. Non so perché fosse così contenta. Voglio andare a casa».

Nella rete dei mercanti di uomini

Eritrea. Paese definito «Una grande prigione a cielo aperto», dalla quale tutti cercano di scappare. E sono infatti in maggioranza eritrei coloro che, lasciato il paese a rischio della vita, finiscono nella rete dei trafficanti di esseri umani, venendo venduti da un gruppo all’altro fino ad arrivare nel Sinai. Qui si trovano i «campi di tortura» vergogna dell’umanità.

Quella riportata sopra è solo una delle terribili testimonianze raccolte nel rapporto The human trafficking Cycle: Sinai and Beyond realizzato da due ricercatrici olandesi e da una giornalista eritrea (vedi box). Il rapporto  descrive i meccanismi del traffico, le persone implicate, i luoghi, i numeri. Il 3 dicembre scorso è finito sul tavolo di Cecilia Malmström, commissario europeo per gli Affari interni, e una settimana dopo è stato presentato alla Camera dei deputati a Roma.

I numeri del business dei mercanti di uomini sono impensabili. Il rapporto calcola in 25-30.000 le persone trafficate dal 2009 a oggi, con un «giro d’affari», perché di affari si tratta, dovuto ai riscatti, di oltre 622 milioni di dollari. Ma circa il 25% di chi è finito nei campi di tortura del Sinai non ce l’ha fatta, e sarebbero 5-10.000 persone uccise o morte di torture e maltrattamenti nel periodo considerato. La lista di torture inflitte secondo le testimonianze è agghiacciante. «La mercificazione dell’essere umano, dell’ostaggio, si ottiene anche con atti di violenza che lo “spogliano delle sue qualità umane”» scrivono le ricercatrici.

Un passo indietro

«Negli ultimi 13 anni in Eritrea non è cambiato nulla. È un paese completamente militarizzato che non dà spazio, soprattutto ai giovani che possono sognare un futuro diverso da quello che il regime ha prospettato per loro, ovvero la vita militare fino a 50 anni. L’assenza totale di una prospettiva diversa, di una possibilità di realizzare i propri sogni, come poter continuare gli studi o lavorare dove si desidera, è inaccettabile. In aggiunta c’è totale assenza di qualsiasi libertà, di qualsiasi diritto. I giovani non vogliono essere trattati da schiavi di fatto, perché il servizio militare è diventato una schiavitù legalizzata. Ecco perché fuggono, vogliono avere un futuro diverso, senza rischiare la vita ogni giorno per qualcosa in cui non credono più». Chi parla è don Mussie Zerai, responsabile della pastorale degli immigrati eritrei ed etiopi in Svizzera e fondatore della Ong Agenzia Habeshia (vedi box). Don Zerai, che vive tra Roma e la Svizzera, è diventato un riferimento per i migranti eritrei, che gli telefonano dalle situazioni più difficili.

L’inizio della «via del Sinai»

«I primi a contattarci sono state persone respinte dall’Italia verso la Libia. Era il 2009, l’epoca dei respingimenti. Quei migranti avevano cercato un altro percorso, volevano passare da Israele, e sono stati i primi a essere sequestrati nel Sinai. Erano un’ottantina. Quando, sotto tortura, hanno detto loro di chiamare i famigliari per il riscatto, hanno chiamato me, perché eravamo in contatto quando erano in Libia. Così abbiamo scoperto un traffico immane: in quel periodo c’erano più di 1.500 ostaggi in quella zona». I prigionieri sono incatenati nei sotterranei di ville e case delle città del Nord del Sinai, Al Arish, Al Rafah e altre. Qui avvengono violenze, stupri di gruppo e torture. Queste prigioni sono spesso costruite con i soldi del traffico.

«Abbiamo cercato di aiutare le famiglie di quei sequestrati, per salvare soprattutto donne e ragazzine incinte, o che rischiavano di essere vendute nei paesi arabi e finire nel giro della prostituzione o usate come schiave. Abbiamo raccolto fondi ma le richieste sono presto aumentate da 8.000 a 40-50.000 dollari a persona (da 6.000 a 40.000 euro, ndr). Abbiamo aiutato una quarantina di persone a salvarsi.  Ci ha dato una mano anche un beduino contrario al traffico, che di notte faceva fuggire gli ostaggi e noi pagavamo loro il trasporto».

Ma come inizia il terribile viaggio del migrante eritreo? «È una catena che parte dall’Eritrea, al confine con il Sudan, nella regione di Kassala: il primo sequestro avviene lì. Se paghi immediatamente e sei fortunato, ti rilasciano e puoi continuare verso Khartum, se invece non puoi pagare, ma talvolta anche se paghi, ti vendono ad altri gruppi, così il viaggio prosegue verso l’Egitto» continua don Zerai.

Molti rapimenti avvengono nei tre campi profughi di Shagarab, nella provincia di Kassala. L’Unhcr ha registrato 114.500 rifugiati eritrei in Sudan. Senza contare quelli non registrati. Per arrivare lì i migranti hanno già dovuto pagare 2-3.000 dollari ai «contrabbandieri» di esseri umani per farsi portare fuori dall’Eritrea. Altri vengono rapiti nei campi profughi in Etiopia, dove sono presenti oltre 70.000 eritrei.

Ma il rapporto delle ricercatrici racconta anche di sequestri avvenuti  in territorio eritreo, nelle città di confine, come Teseney e Golij, e addirittura in capitale, ad Asmara. Spesso i sequestri di giovani avvengono negli stessi campi militari eritrei e sono auto ufficiali a portarli oltre confine. Nell’ottobre 2013 si sono verificati 211 rapimenti di minori nel campo militare Sawa, per ognuno dei quali è stato richiesto un riscatto di 10.000 dollari. Racconta don Zerai: «Stando alle testimonianze di molti ragazzi ci sono militari eritrei coinvolti negli attraversamenti dei confini: basta pagare e vieni accompagnato con auto di stato fino alla frontiera, in alcuni casi addirittura in territorio sudanese. C’è un business, e qualcuno dei pezzi grossi militari ci sta guadagnando. Questa migrazione, inoltre, viene usata come valvola di sfogo dal regime: tenere tutti i giovani in casa senza cambiamento e prospettive si rischierebbero delle rivolte, come le primavere arabe in Nord Africa».

Esseri umani contro esseri umani

Elementi dell’Unità di controllo dei confini (Border surveillance unit, Bsu) sono coinvolti nel «contrabbando» di persone. I rapporti di monitoraggio delle Nazioni Unite citano il coinvolgimento del governo eritreo e di alti ufficiali nel traffico. In particolare il generale Teklai Kifle (detto Manjus), comandante della Bsu, e il colonnello Fitsum Yishak sono stati identificati dalle Nazioni Unite come i vertici del traffico in Eritrea.

In Sudan i trafficanti sono elementi delle tribù Rashaida e Hidarib, spesso accompagnati da loschi individui eritrei. Queste tribù sono imparentate a livello linguistico ed etnico con i beduini del Sinai ed è con loro che è nata l’intesa per il traffico. I Rashaida rapiscono i migranti eritrei in Sudan (anche dentro i campi profughi gestiti dall’Unhcr) e li trasportano in Egitto dove li vendono ad altri gruppi che li portano nelle prigioni clandestine (i campi di tortura) nel Sinai. Qui i beduini applicano le torture più atroci e obbligano i prigionieri a chiamare parenti e amici per chiedere di mandare i soldi del riscatto. I trasferimenti avvengono tramite Money Transfer verso intermediari in paesi terzi (ad esempio Arabia Saudita) senza alcuna tracciabilità. Nonostante il pagamento talvolta i prigionieri non vengono liberati, ma venduti ad altri trafficanti. Gli ostaggi liberati cercano di andare verso la Libia e poi tentano di attraversare il Mediterraneo con i barconi. Come molti dei morti del 3 ottobre. Altri ancora vanno verso l’Etiopia. In alcuni casi il riscatto viene pagato dai parenti direttamente in Eritrea, e questo fa pensare a coperture altolocate, in un paese dove nulla si muove senza che i servizi segreti lo sappiano.

Negli ultimi mesi del 2013 l’Egitto ha bombardato la zona dei campi di tortura per questioni di sicurezza con Israele. Questo ha fatto sì che alcuni trafficanti li spostassero altrove: «Le nuove “prigioni” sono a Sud dell’Egitto, nel triangolo Libia, Egitto, Sudan ma anche verso il Ciad. I testimoni ci dicono che sono passati di lì, da quell’inferno. Tenuti in container roventi dove venivano torturati per richiedere il riscatto con il solito sistema. Se non paghi ti vendono verso il Ciad. A novembre un somalo è stato arrestato a Lampedusa perché riconosciuto dagli eritrei come collaboratore dei trafficanti che li tenevano prigionieri. Lui li picchiava e abusava delle donne. E questo avveniva al confine Libia-Ciad. Adesso hanno vari punti di prigionia, anche verso il Niger. In Sinai i campi di tortura continuano a funzionare, ma non più come prima». «Sono circa 400 gli eritrei tenuti in ostaggio, oggi in Sinai. Alcuni sono incatenati nelle cantine delle case dei beduini, altri in case e altri ancora in tende nel deserto, ma è difficile localizzarli con esattezza. I metodi di tortura sono sempre gli stessi». Chi parla è Meron Estefanos, giovane giornalista eritrea che ha curato il rapporto citato insieme alle due ricercatrici olandesi.

Perché eritrei?

Il traffico pare molto più redditizio con gli eritrei che con etiopi, somali, sudanesi. Si stima che il 95% degli ostaggi in Sinai siano eritrei. Questo è dovuto a diversi fattori. Intanto la fuga di massa dal paese. Sono circa 5.000 gli eritrei che lasciano il paese ogni mese (4.000 per Unhcr). In secondo luogo i legami famigliari e sociali in Eritrea sono molto forti e la famiglia rimasta in patria mobilita interi villaggi per racimolare i soldi del riscatto. Vengono poi presi di mira figli e parenti di eritrei della diaspora, per la maggiore
disponibilità economica. Molte vittime del traffico sono minori, si contano anche bambini e bambine
piccoli e molti adolescenti in fuga dal servizio militare eritreo. Le ragazzine subiscono i traumi maggiori e spesso restano incinte.

La lotta al traffico di esseri umani non sembra essere prioritaria per i paesi di transito. «Non si può fare affidamento sui governi di Sudan ed Egitto, perché il
sistema è totalmente corrotto». Nel 2010 e 2011 l’Ong di don Zerai raccoglieva indicazioni precise sulle localizzazioni delle prigioni clandestine e le segnalavano alla polizia egiziana: «I militari sapevano dove stavano le prigioni clandestine ma non intervenivano, erano spesso a libro paga dei trafficanti. Inoltre questi ultimi sono molto armati, ed è successo che assaltassero le stazioni di polizia per prendere gli eritrei, profughi arrestati dai militari egiziani mentre cercavano di attraversare illegalmente la frontiera con Israele».

«Gli interessi militari egiziani in Sinai - continua Meron Estefanos - riguardano solo la caccia agli islamisti. Molte case prigioni sono state distrutte e 150 eritrei liberati. Purtroppo gli stessi sono stati poi arrestati dalla polizia egiziana. Il Sudan sta facendo molte promesse di lotta al traffico, ma esso è invece in forte aumento nel paese».

Deboli le voci di Ue e Italia

L’Unione europea e l’Italia non sembrano intervenire. Continua don Zerai: «È dal 2010 che bussiamo alla porta della Ue. All’inizio fecero una risoluzione affinché le autorità egiziane intervenissero contro questi campi di tortura nel loro territorio, ma l’Egitto negava l’esistenza del problema, anzi ci accusava di denigrare l’immagine del paese. Poi ha riconosciuto i fatti, quando Cnn e Bbc hanno documentato corpi martoriati e ferite dei sopravvissuti del Sinai, ma non ha fatto niente. Non vediamo i risultati delle pressioni diplomatiche della Ue. Anche in Italia è lo stesso: ci hanno promesso una commissione d’inchiesta sull’Eritrea. Ma, finora, è una delusione». Rincara Meron: «Non abbiamo avuto reazioni né dalla Ue né dall’Italia. L’unica notizia positiva è che la Svezia, a fine dicembre, ha dato asilo a 54 donne e un bimbo vittime del traffico in Sinai».

L’Italia è uno dei paesi che continua a mantenere contatti con il regime Afewerki. Denuncia ancora don Zerai: «Ue e Usa chiedono all’Italia di non rompere le relazioni, per essere un canale di contatto. Ma secondo quello che ci dicono alla Faesina (ministero degli Esteri italiano, ndr) il rapporto è piuttosto conflittuale. Poi ci sono degli affari loschi tra i due paesi. L’ultimo rapporto dell’inviato speciale dell’Onu accusa l’Italia di aver violato l’embargo sulle armi. Ci sono state vendite strane da parte di aziende e personaggi italiani all’Eritrea. Inoltre, i pezzi grossi del regime sono di casa in Italia quando invece non dovrebbero ricevere i visti. Questo rapporto non è ancora approvato, perché uno dei paesi che ha messo il veto è l’Italia».

Marco Bello

 
       La testimone                               
Interviste che lasciano il segno

«Quello che è duro in questo lavoro è parlare con gli ostaggi, l’attaccamento con loro. Diventano parte della mia famiglia. Sono molto colpita quando qualcuno con cui ho parlato muore. O quando magari sono io che devo comunicarlo alla famiglia. Una donna alla quale mi ero legata morì, e questo mi toccò moltissimo. Piango sempre quando sento il suo nome. Lei era stata rapita con suo figlio ed è stato difficile per me accettare la sua morte. Adesso sto cercando di adottare il suo bimbo. In questo senso la parte più dura del lavoro sono le loro storie. Continuerò a monitorare il traffico finché non finirà».

Meron Estefanos

Meron Estefanos è una giovane giornalista eritrea che vive in Svezia. Attivista dei diritti umani, fin dall’inizio ha lavorato sul traffico di esseri umani in Sinai. È coautrice di Human trafficking in the Sinai: refugees between life and death, e di The human trafficking cycle: Sinai and beyond, insieme a Mirjiam van Reisen e Conny Rijken (entrambe docenti alla Tilburg University, Paesi Bassi) e di numerosi articoli. Meron è cofondatrice della Inteational Commission on Eritrean Refugees in Stoccolma e nel 2011 ha ricevuto il Dawit Isaac Award.

       L’Ong Agenzia Habeshia                     


Una goccia di solidarietà

L’associazione fondata da don Mussie Zerai si chiama Agenzia
Habeshia. È costituita da eritrei e italiani. Oltre alla missione di informare,
fare conoscere le traversie dei migranti eritrei e la situazione dei diritti in
patria, l’associazione è diventata riferimento per rifugiati e richiedenti
asilo.

Dopo aver aiutato a salvarsi diversi migranti finiti nella
rete dei trafficanti del Sinai, oggi concentra le sue attività in progetti di
educazione. Offre borse di studio a giovani eritrei, in particolare donne, nei
campi profughi dell’Etiopia. Lo scopo è permettere loro di studiare per cercare
di costruirsi un futuro.

Don Zerai: «È un tentativo di frenare i giovani che spesso
fanno scelte dettate dalla disperazione. Vivere nei campi profughi vuol dire
stare fermi, senza speranze per il futuro. Più della metà dei morti del 3
ottobre sono partiti dai campi profughi degli eritrei in Etiopia. I giovani
dicono: “Sappiamo che c’è il rischio, ma tra morire lentamente qui e morire
tentando la sorte preferisco questa seconda opzione”».

Facendo visita ai campi don Zerai nota diverse tombe. Gli
dicono che sono ragazze morte di parto all’interno del campo, perché, oltre a
subire le violenze, poi non hanno nemmeno strutture sanitarie a disposizione:
«In un campo di 14.000 persone c’è una sola ambulanza. Perché non formare
infermiere e ostetriche che poi possano tornare nei campi a lavorare? Abbiamo
scelto donne che hanno subito violenze sessuali e abbiamo proposto loro di
studiare tre o quattro anni. Occorrono circa 3.000 euro all’anno per far
studiare una ragazza. «Siamo una goccia» conclude il sacerdote.

Ma.Bel.

Marco Bello




Eritrea 4: Gentili, discreti, educati, disponibili

Asmara: il ricordo di un’italiana.


Un viaggio nel tempo. Una città pulita e
pacifica. Persone oneste, lavoratori. Ma tante storie di sofferenza, di cui
poche a lieto fine. Sono questi i ricordi di una funzionaria delle Nazioni
Unite che ha vissuto e lavorato nel paese per alcuni anni.

Ho
avuto il privilegio di vivere e lavorare in Eritrea dal 2000 al 2004. Arrivai
subito dopo la tregua e la firma degli accordi di pace tra Eritrea ed Etiopia,
a seguito del precedente lungo conflitto per l’indipendenza. Fu un’esperienza
umana e professionale travolgente.

Si respirava e viveva un’atmosfera
unica, con grandi aspettative che rimasero poi purtroppo disattese.

Ricordo ancora, come fosse adesso,
il mio arrivo all’aeroporto di Asmara, i profumi e sentori di quei primi
giorni. L’effervescenza e le nuove iniziative.

L’Eritrea: una giovane nazione
abbastanza atipica rispetto al contesto africano. Asmara: una capitale unica in
Africa, dove puoi tranquillamente camminare per strada, anche di notte, senza
essere infastidito da mendicanti in ogni dove. Molto diverso quindi da quanto
accade dalle nazioni confinanti. Una povertà esistente ma vissuta con molta
dignità e riservatezza.

Asmara: una città dotata di un clima fantastico di
eterna primavera, di una salubrità eccezionale, a meno che si soffra di altitudine
trovandosi a oltre 2000 metri sul livello del mare, e di un’architettura unica.
Senza poi dimenticare gli asmarini: sempre gentili, discreti, educati e
disponibili.

Viaggio nel tempo

La mia prima impressione fu quella di avere fatto un
viaggio nel tempo. Un’incredibile somiglianza con una tipica cittadina
dell’Italia meridionale fotografata a metà degli anni ’60. Vecchie auto e
autocarri Fiat ancora in circolazione, tranquilla atmosfera lavorativa,
impressionante architettura coloniale e post coloniale di evidente stampo
italiano, cucina italiana, parole italiane nel gergo comune. Tutto eredità
della nostra presenza coloniale, certamente da valutare con tutti i pro e
contro. Presenza iniziata durante il periodo coloniale nel 1890, e terminata
nel 1941 con l’arrivo degli inglesi, ma poi protrattasi con le migliaia di
italiani (o meglio «talian», parola tigrina per indicare gli stranieri
in genere) che decisero di rimanere in Eritrea (e analogamente in Etiopia e in
Somalia) sino al 1974. Poche decine, e non con poco coraggio, rimasero dopo
l’ascesa del dittatore etiopico Menghistu che poi requisì le loro attività
industriali e commerciali messe in piedi con tanta fatica e sacrifici. Ho
conosciuto gli ultimi «coloniali» italiani, alcuni dei quali nati e vissuti ad
Asmara. Figli di vecchi imprenditori, oggi morti, che costruirono grandi
fortune. Veri pionieri in un contesto operativo molto difficile.

Gente onesta e lavoratrice

Durante la mia esperienza professionale, ho avuto modo
di affrontare diverse situazioni, di operare con diverse istituzioni, reclutare
e collaborare con personale locale a vari livelli. Mi sono confrontata anche
con difficili situazioni professionali e umanamente coinvolgenti, soprattutto
quando si trattava di famiglie geograficamente separate a causa del lungo
conflitto, famigliari deceduti o detenuti o dispersi durante la guerra.

Il recente episodio di Lampedusa ha attirato
l’attenzione internazionale sui profughi eritrei, ma già nei primi anni 2000
erano numerosi i ragazzi e le ragazze che per evitare il servizio militare
lasciavano clandestinamente il paese. Ne ho conosciuti parecchi. Uno di questi
era un mio collaboratore che, in occasione di una missione di lavoro in
prossimità dell’Etiopia, ne approfittò per dileguarsi oltre il confine. Ora
vive in Germania, dove con l’aiuto di una Ong è riuscito a frequentare
l’università e a ricostruirsi un futuro professionale. Quanto coraggio, ma
anche quanta fortuna. Non tutti sono stati similmente premiati dalla loro
audacia.

Confermo con piacere che mantengo, ancora a distanza di
anni, numerosi contatti con eritrei ai quali sono legata non solo da un
rapporto di amicizia, ma soprattutto di reciproca fiducia e solidarietà.

Forti legami sociali

La cosa che più mi colpì ai tempi e continua a stupirmi è
l’incredibile solidarietà tra gli eritrei espatriati e i residenti che
sopravvivono grazie agli aiuti inviati dai primi. La diaspora eritrea (che
conta più di un milione di persone) è rappresentata da forti e solide comunità
all’estero, che ho avuto modo di conoscere e apprezzare. Queste comunità
mantengono strettissimi rapporti col paese d’origine e, per fare una
similitudine, hanno una grande affinità e somiglianza con le analoghe comunità
di italiani all’estero.

In Eritrea nei mesi di luglio e agosto si raccolgono e
consumano i fichi d’india che si chiamano in tigrino beles. Ed è proprio
con questo appellativo curioso e «stagionale» che sono soprannominati gli
espatriati che rientrano brevemente in vacanza ad Asmara.

Mi ha sempre sorpreso la serietà, onestà, compostezza e
riservatezza del popolo eritreo. Non ho mai sentito uno dei miei collaboratori
lamentarsi o rifiutare un incarico in qualsiasi condizione di lavoro, incluse
quelle spesso proibitive e disagiate lontano dalla ridente e ospitale capitale.

Il coraggio non manca ai giovani eritrei, ma il clima di
terrore artificialmente creato dai primi anni 2000 ha schiacciato e condannato
quasi un’intera generazione.

Un contesto multietnico unico quello eritreo:
linguistico, tribale e religioso. Qui hanno sempre convissuto pacificamente
cristiani (prevalentemente di rito copto) e musulmani. I matrimoni
interreligiosi non sono frequenti ma esistono e sono ben tollerati. Non si
conoscono e non sono concepibili guerre di religione. Un grande esempio di
civilizzazione e tolleranza a livello mondiale.

Barbara Mina
 

CONSIGLI BIBLIOGRAFICI

• Mirjiam van Reisen, Meron Estefanos, Conny Rijken, Human trafficking in the Sinai: refugees
between life and death
, Wolf Legal Publishers, 2012.

• Mirjiam van Reisen, Meron Estefanos, Conny Rijken, The human trafficking cycle: Sinai and
beyond
, Wolf Legal Publishers, 2014.

• Sheila B. Keetharuth,
Report of Special Rapporteur on the situation for human rights in Eritrea
,
Onu, General Assembly, marzo 2013.

• Inteational Crisis Group, Eritrea: scenarios for future transitions, Africa Report n. 200,
marzo 2013.

• Matteo Guglielmo, Il
Coo d’Africa. Eritrea, Etiopia, Somalia
, Il Mulino, 2013.

• Il giornale «Avvenire» segue da tempo la tratta dei profughi
nel Sinai.

• Lettera pastorale dei Vescovi Eritrei, Dov’è tuo fratello?, Pasqua 2014

Ringraziamenti

Un ringraziamento per la disponibilità a don Mussie Zerai,
Meron Estefanos, Marilena Terzuolo, Francesca Giaccone e Barbara Mina.

Per le foto: un grazie speciale a Mattia Gisola e Francesca
Giaccone, Angela Lano e Cosimo Caridi.

Gli autori

• Enrico Casale – Gioalista professionista, africanista ed
esperto dell’area del Coo d’Africa.

• Barbara Mina – Funzionaria delle Nazioni Unite, ha
lavorato in diveri paesi africani.

• Marco Bello – 
Redattore MC, cornordinamento editoriale del dossier.

 

Barbara Mina




Giustizia riparativa 1 – Introduzione. Quando al centro c’è la persona

Rispondere ai delitti senza commettee altri.

Introduzione:
Quando al centro c’è la persona.

Venti pagine di dossier per
parlare poco di carceri (nonostante nel mondo siano ben 10,1 milioni le persone
detenute1) e molto di giustizia e dignità. In cerca di risposte alla
domanda che da millenni assilla l’uomo: «Come rispondere a un delitto senza
commettere un altro delitto?».

Normalmente, quando si
parla di giustizia, la prima immagine che viene in mente è quella del carcere.
I mass media in genere affrontano il tema «giustizia» contando gli anni «dati»
al colpevole di tuo.

Negli ultimi mesi si è parlato molto di carceri: a
maggio 2014 l’Italia verrà sanzionata dall’Europa se nel frattempo non rimedierà
alle condizioni disumane in cui vivono quasi 65mila persone, stipate in centri
detentivi che possono ospitae 47mila. Il nostro paese è stato condannato
dalla Corte di Strasburgo (quella che nel Consiglio d’Europa vigila sui diritti
umani) per violazione grave e sistematica del divieto di trattamenti inumani e
degradanti, divieto legato direttamente al diritto alla vita. Per scuotere il
Parlamento dall’inerzia, il presidente Napolitano, per la prima volta in 7
anni, l’8 ottobre scorso, ha inviato alle Camere un messaggio nel quale uno dei
passaggi più importanti era l’invito a «ricorrere il più possibile alle misure
alternative alla detenzione e a riorientare la politica penale verso il minimo
ricorso alla carcerazione». Purtroppo in quei giorni si è parlato quasi
esclusivamente, e in forma spesso oppositiva e strumentale, delle «misure
d’emergenza» (indulto e amnistia), e non del fatto che gran parte del problema
del sovraffollamento delle carceri dipende dalle scriteriate politiche
iper-carcerarie degli ultimi anni che, ancora oggi, fanno andare in galera
molte persone non pericolose.

Di giustizia, e non di carceri

In questo dossier parleremo di giustizia senza mettere
il fuoco dell’attenzione sul tema delle carceri, nonostante la sua grande
importanza e la sua urgenza. Riteniamo infatti fondamentale una riflessione più
ampia, che non dia per scontato che la parte più importante del «fare giustizia»
sia la punizione, che provi a mettere in dubbio l’idea di poter «educare al
bene attraverso il male» (rieducare, risocializzare un «delinquente» attraverso
la sofferenza dell’esclusione, della carcerazione).

Abbiamo ascoltato alcune voci di esperti che ci hanno
messo in questione: qual è la nostra idea di persona? È la persona al servizio
della legge, dell’ordine? Oppure è l’ordine al servizio della persona? Domanda
che assomiglia a quella evangelica: l’uomo è stato fatto per il sabato, o il
sabato per l’uomo (cf. Mc 2, 27)? La persona ha un suo valore, una sua dignità
in sé, oppure solo in relazione a ciò che fa (bene o male)?

Negli ultimi decenni una nuova idea e pratica di
giustizia ha iniziato a diffondersi nel mondo: la giustizia riparativa, o
restaurativa. Essa risponde alle domande poste sopra affermando che la persona
ha valore in sé, che non può essere lo strumento, ma il fine, come dicono la
Costituzione italiana e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Essa
esclude che il compito principale della giustizia sia quello di punire, e
afferma, al contrario, che debba restaurare la persona, vittima e colpevole,
insieme alla comunità, alla società (attraverso l’ascolto, l’inclusione, la
responsabilizzazione).

«Dov’è Abele, tuo fratello?»

Tra «gli esperti» interpellati, oltre all’ex magistrato
Gherardo Colombo e alla docente della Cattolica professoressa Claudia
Mazzucato, c’è anche padre Gianfranco Testa, missionario della Consolata, alle
cui parole affidiamo le ultime righe di questa introduzione: «“Il Signore
impose a Caino un segno, perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse”. La pagina
splendida della Genesi al capitolo 4, in una quindicina di righe ci offre
l’affresco più coinvolgente della storia dell’umanità. Non c’è campo per la
vendetta. Il Dio della vita si fà garante dell’assassino, ma non dimentica la
vittima, e ci dice, allora come oggi, che i fratelli sono due e di tutti e due
ci dobbiamo fare carico.

Se pensiamo solo al carcerato e ci interessiamo solo di
lui, potremmo fare la fine del medico che spera non finiscano mai gli ammalati
per non rimanere senza nulla da fare. Il primo compito di un vero operatore
sanitario è di prevenire la malattia. Così il compito principale della
giustizia è di prevenire la devianza. Per fare questo, tra le altre cose, si può
vedere se ci sono delle alternative al carcere.

Quando qualcuno commette un delitto, egli va
innanzitutto contro una persona, non contro una legge. E la riparazione avviene
quando le due persone tornano a incontrarsi in modo positivo.
Questo è impossibile? È un’utopia?
La persona, qualsiasi cosa faccia, anche azioni
distruttive, deve stare al centro del nostro interesse. E la persona ha due
volti: della vittima e del colpevole.

Lo scopo della società è quello di recuperare le persone
in quanto vittime ferite da una azione ingiusta, aiutandole a superare la
“schiavitù” del rancore e del desiderio di vendetta. Allo stesso tempo è quello
di fare in modo che la persona colpevole che ha provocato dei danni senta di
essere capace anche di azioni positive.

Allora la giustizia non serve per “salvare” la legge, ma
per ricostruire la persona. Di qui la giustizia restaurativa, che non è semplicemente
un’alternativa alla giustizia retributiva o rieducativa, ma una modalità di
intervento sulla conflittualità sociale».

Luca Lorusso
Note:

1 – Dato del maggio 2011 ricavato dalla nona
edizione della World Prison Population List dell’Inteational Centre
for Prison Studies
.


              BIBLIOGRAFIA                              
– G. Colombo, Il perdono responsabile, Ponte alle grazie, Milano 2011;
– C. Mazzucato, Appunti per una teoria ‘dignitosa’ del diritto penale a
partire dalla restorative
justice, in Dignità
e diritto. Prospettive interdisciplinari, Libellula edizioni, Tricase (Le) 2010;
– D. Garland, La
cultura del controllo (2001), Il Saggiatore,
Milano 2004;
– E. Wiesnet, Pena
e retribuzione: la riconciliazione tradita
(1960), Giuffrè, Milano 1987;
– M. Foucault, Sorvegliare
e punire (1975), Einaudi, Torino
1993;
– I. Marchetti e C. Mazzucato, La
pena in «castigo». Un’analisi critica su regole e sanzioni, Vita e Pensiero, Milano 2006;
– G. Mannozzi, La
giustizia senza spada, Giuffrè, Milano 2004;
– P. Massaro, Dalla
punizione alla riparazione, Franco Angeli, Milano
2012;
– Pena, riparazione e riconciliazione, Atti del convegno di studi. Como 2005, Insubria
University Press, Varese 2007;
– Howard Zehr, Changing
Lenses. A New Focus for Crime and Justice,
Herald Press, Scottsdale, 1990;
– C. M. Martini, G. Zagrebelsky, La domanda di giustizia, Einaudi, Torino 2003.
– Film: One Day After Peace, di Erez Laufer e Miri Laufer, Israele-Sudafrica
2012.
Hanno contribuito a questo dossier

Annalisa Zamburlini
Dottoranda in Sociologia e
metodologia della ricerca sociale presso l’Università Cattolica di Milano. Nel
2010 si è laureata con una tesi dal titolo «Il Parents
Circle – Families Forum israelo palestinese,
un’esperienza di giustizia riparativa?».

Carolina Bedoya
Maya

Dottoressa in Scienze politiche e
relazioni inteazionali e in Scienze per il lavoro sociale e per le politiche
di welfare con una tesi dal titolo «Colombia: tentativi di porre fine al
conflitto tra Transitional
Justice e Restorative justice».

Gherardo
Colombo

Pubblico ministero presso la Procura
di Milano dal 1989 al 2005, poi giudice di Cassazione, ha lasciato la
magistratura nel 2007. È oggi presidente della casa editrice Garzanti.

Claudia
Mazzucato

Docente di Diritto penale e
penale minorile all’Università Cattolica. È stata co-fondatrice dell’Ufficio
per la Mediazione penale di Milano. Dal 2002 partecipa a vari progetti di
ricerca e programmi di formazione nazionali e inteazionali sulla giustizia
riparativa.

Gianfranco
Testa
Missionario della Consolata, ha
prestato il suo servizio missionario in diversi contesti dell’America Latina.
Attualmente è impegnato in Italia.

Coordinamento editoriale
Luca
Lorusso, redattore di MC.

 

Luca Lorusso e altri




Giustizia riparativa 2 – Il perdono responsabile

Un dialogo con Gherardo Colombo
Si può educare al bene
attraverso il male? Partendo da questa domandal’ex magistrato Gherardo
Colombo illustra l’inefficacia della risposta punitiva alle
trasgressioni. Per la difesa e la promozione della dignità della persona
(di chiunque, anche dei colpevoli e delle
loro vittime) sono più appropriati e più efficaci,
rispetto alla carcerazione, i programmi della cosiddetta giustizia
riparativa,
che prevedono l’incontro e la responsabilizzazione di rei, vittime e
società. Abbiamo chiesto a Colombo di
parlarci del suo attuale «lavoro» e del tema del perdono responsabile al
centro di uno dei suoi ultimi libri.
<!-- /* Font Definitions */ @font-face {Cambria Math"; panose-1:2 4 5 3 5 4 6 3 2 4; mso-font-charset:0; mso-generic- mso-font-pitch:variable; mso-font-signature:-536870145 1107305727 0 0 415 0;} @font-face { mso-font-charset:0; mso-generic- mso-font-pitch:variable; mso-font-signature:3 0 0 0 1 0;} @font-face {AUdimat Bold"; panose-1:2 0 8 6 0 0 0 2 0 4; mso-font-charset:0; mso-generic- mso-font-pitch:variable; mso-font-signature:3 0 0 0 1 0;} @font-face {AUdimat Regular"; panose-1:2 0 5 6 0 0 0 2 0 4; mso-font-charset:0; mso-generic- mso-font-pitch:variable; mso-font-signature:3 0 0 0 1 0;} @font-face { mso-font-charset:0; mso-generic- mso-font-pitch:variable; mso-font-signature:3 0 0 0 1 0;} @font-face { mso-font-charset:0; mso-generic- mso-font-pitch:variable; mso-font-signature:3 0 0 0 1 0;} @font-face {Florencesans Cond Bold"; panose-1:2 0 8 6 2 0 0 2 0 4; mso-font-charset:0; mso-generic- mso-font-pitch:variable; mso-font-signature:-2147483609 0 0 0 1 0;} /* Style Definitions */ p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal {mso-style-priority:99; mso-style-unhide:no; mso-style-qformat:yes; mso-style-parent:""; margin:0cm; margin-bottom:.0001pt; mso-pagination:none; mso-layout-grid-align:none; text-autospace:none; font-size:12.0pt; mso-bidi-font-size:6.0pt; mso-fareast-Times New Roman"; mso-bidi- color:black;} p.Fotografo, li.Fotografo, div.Fotografo {mso-style-name:Fotografo; mso-style-unhide:no; mso-style-parent:""; mso-style-next:Normale; margin:0cm; margin-bottom:.0001pt; mso-pagination:none; mso-layout-grid-align:none; text-autospace:none; font-size:6.0pt; mso-fareast-Times New Roman"; mso-bidi- color:black;} p.Dossierboxtitolo, li.Dossierboxtitolo, div.Dossierboxtitolo {mso-style-name:Dossier_box_titolo; mso-style-priority:99; mso-style-unhide:no; mso-style-parent:""; mso-style-next:Normale; margin-top:0cm; margin-right:0cm; margin-bottom:8.5pt; margin-left:0cm; line-height:20.0pt; mso-line-height-rule:exactly; mso-pagination:none; mso-layout-grid-align:none; text-autospace:none; font-size:12.0pt; Times New Roman"; mso-fareast-Times New Roman";} p.DossierFraseGrande, li.DossierFraseGrande, div.DossierFraseGrande {mso-style-name:Dossier_Frase_Grande; mso-style-priority:99; mso-style-unhide:no; mso-style-parent:""; margin:0cm; margin-bottom:.0001pt; text-align:justify; line-height:19.0pt; mso-line-height-rule:exactly; mso-pagination:none; mso-layout-grid-align:none; text-autospace:none; font-size:12.0pt; Times New Roman"; mso-fareast-Times New Roman";} p.DossierBoxTesto, li.DossierBoxTesto, div.DossierBoxTesto {mso-style-name:Dossier_Box_Testo; mso-style-priority:99; mso-style-unhide:no; mso-style-parent:""; mso-style-next:Normale; margin-top:0cm; margin-right:0cm; margin-bottom:5.65pt; margin-left:0cm; text-align:justify; line-height:10.5pt; mso-line-height-rule:exactly; mso-pagination:none; mso-layout-grid-align:none; text-autospace:none; font-size:12.0pt; Times New Roman"; mso-fareast-Times New Roman";} p.DossierTitoletto, li.DossierTitoletto, div.DossierTitoletto {mso-style-name:Dossier_Titoletto; mso-style-priority:99; mso-style-unhide:no; mso-style-parent:""; mso-style-next:Dossier_box_titolo; margin-top:8.5pt; margin-right:0cm; margin-bottom:0cm; margin-left:0cm; margin-bottom:.0001pt; line-height:10.0pt; mso-line-height-rule:exactly; mso-pagination:none; mso-layout-grid-align:none; text-autospace:none; font-size:12.0pt; Times New Roman"; mso-fareast-Times New Roman";} p.Dossiersommario, li.Dossiersommario, div.Dossiersommario {mso-style-name:Dossier_sommario; mso-style-priority:99; mso-style-unhide:no; mso-style-parent:""; mso-style-next:Dossier_Frase_Grande; margin:0cm; margin-bottom:.0001pt; line-height:12.0pt; mso-line-height-rule:exactly; mso-pagination:none; mso-layout-grid-align:none; text-autospace:none; font-size:12.0pt; Times New Roman"; mso-fareast-Times New Roman";} .MsoChpDefault {mso-style-type:export-only; mso-default-props:yes; font-size:10.0pt; mso-ansi-font-size:10.0pt; mso-bidi-font-size:10.0pt;} @page WordSection1 {size:612.0pt 792.0pt; margin:70.85pt 2.0cm 2.0cm 2.0cm; mso-header-margin:36.0pt; mso-footer-margin:36.0pt; mso-paper-source:0;} div.WordSection1 {page:WordSection1;} -

Lo contattiamo via telefono mentre viaggia in treno per raggiungere una scuola superiore in Liguria. Da quando si è dimesso dalla magistratura, Gherardo Colombo spende molte delle sue energie e giornate parlando con giovani e ragazzi di tutta Italia di «regole»1, di cittadinanza responsabile. Ogni tanto la voce cordiale che ci parla sparisce nelle gallerie insieme alla linea telefonica. Ma il messaggio è chiaro: non si può educare al bene attraverso il male. È necessario trovare una strada alternativa alla punizione e alle pene tradizionali, perché queste, la carcerazione in primis, in molti casi non sono condivisibili sul piano ideale e non sono efficaci sul piano pratico.

L’affabilità della voce di Colombo s’intona perfettamente col ricordo di quell’uomo alto e riccioluto, in abbigliamento casual, che nel maggio 2012 presentava il suo volume Il perdono responsabile al Salone del libro passeggiando tra il pubblico e cedendo il microfono a chiunque volesse intervenire. In quell’incontro, così come nelle pagine del libro, l’ex magistrato ha illustrato con semplicità l’opposizione tra due modalità di risposta ai reati, tra due tipi di giustizia: quella «retributiva» e quella «riparativa».

La prima è quella più comune, diffusa a ogni livello, dall’educazione dei figli alle relazioni inteazionali: la punizione è la giusta conseguenza della trasgressione. Alla base della giustizia retributiva c’è l’idea che la persona non ha valore in sé, ma solo in base ai suoi comportamenti «buoni» o «devianti»: se fa bene riceve il premio, se fa male la punizione. Nella visione retributiva, la sofferenza della pena viene inferta per insegnare al colpevole l’obbedienza. Ma chi obbedisce, sostiene Colombo, non è completamente responsabile delle proprie azioni. La pena quindi non crea responsabilità, ma al contrario la distrugge. Le persone seguono le regole non perché le condividano, ma per evitare la punizione, o meritare il premio. Se una regola non è interiorizzata, c’è il forte rischio che essa verrà violata non appena mancherà il controllo, cioè il timore di essere «beccati».

La giustizia «riparativa» fa capo, invece, a una cultura in cui la persona vale in quanto persona, ha dignità - anzi, è dignità - indipendentemente dai suoi comportamenti buoni o cattivi. È la cultura (cui s’ispira la Costituzione italiana e la Dichiarazione Onu sui diritti dell’uomo) per la quale non è la persona a essere finalizzata alla realizzazione dell’ordine, ma è l’ordine a essere finalizzato alla realizzazione della persona. Nella visione «riparativa» il centro è la persona, la sua dignità (che rimane integra anche dopo aver compiuto un crimine), la ricerca dell’inclusione, il recupero, la riconciliazione. E le esperienze di giustizia riparativa realizzate nel mondo dimostrano che l’alternativa al carcere è più efficace anche per la sicurezza sociale.

In più, nella prassi retributiva le vittime vengono in genere dimenticate, perché l’attenzione è esclusivamente sul reato, mentre nella visione riparativa la vittima, insieme alla comunità (anch’essa vittima) e al reo (anch’egli vittima di se stesso), viene coinvolta in prima persona e può davvero trovare un ristoro che non sia la semplice e svilente realizzazione dell’istinto di vendetta, che si esaurisce velocemente lasciando il vuoto ancora più ampio.

Come entra il tema del perdono in tutto questo? In una situazione di rottura di una relazione (tra il reo, la società e la vittima) il perdono, al contrario di ciò che si pensa generalmente, non è uno sgravio di responsabilità, ma al contrario richiama alla responsabilità. La vittima e la comunità hanno la responsabilità di ri-accogliere il reo, il reo ha la responsabilità di riparare in qualche modo la vittima e la comunità. Il perdono rovescia l’ostilità in reciprocità. Questo può avvenire concretamente, ad esempio, nella mediazione penale, una delle pratiche di giustizia riparativa più diffuse in tutto il mondo.

Siamo ancora alla legge del taglione

Proviamo a immaginare l’ex magistrato Gherardo Colombo alle prese con un’assemblea di duecento ragazzi di seconda superiore mentre parla di regole e responsabilità e propone il perdono e la riconciliazione al posto di carcere e punizione. Gli domandiamo se gli capita di trovare ragazzi scettici: «Sì, sì... si arrabbiano anche! Le risposte che le persone hanno a questo mio modo di vedere sono varie. Possiamo dire che più le persone conoscono il carcere (operatori, volontari…), più lo condividono. Mentre invece capita che persone informate sul carcere solo alla lontana, per sentito dire, assumano un atteggiamento di rifiuto. Un rifiuto viscerale di fronte al quale diventa a volte impossibile approfondire l’argomento. Io credo che sia molto comprensibile tutto questo, perché per millenni l’approccio al tema della sanzione è stato molto retributivo. Noi siamo ancora purtroppo alla legge del taglione come impostazione abituale generale. La giustizia retributiva ha come strumento l’eliminazione, l’espulsione, l’allontanamento, l’abbandono della persona che ha commesso il male. C’è in essa l’indisponibilità al recupero di una relazione, se non in modo oneroso. Invece la caratteristica della giustizia riparativa sta nel ritenere che al male commesso da una persona si rimedia attraverso il recupero della persona alla collettività. È un’impostazione inclusiva che si basa sul riconoscimento dell’altro. Solo riconoscendo l’altro, il reo può comprendere la sofferenza causata dalla sua azione, e quindi astenersi dal commettere altre azioni che procurino sofferenza».

La vittima abbandonata

A sentirlo parlare sembra che Colombo sia arrivato a sposare l’idea della giustizia riparativa non a partire dai ragionamenti, ma dall’osservazione della realtà carceraria e dei dati che la riguardano: «Sappiamo che in Italia il 68% delle persone che escono dal carcere commettono nuovi reati: c’è da chiedersi perché. Se fosse vero che il carcere serve a prevenire la commissione di reati il tasso di recidiva sarebbe molto più basso». In più il carcere non aiuta le vittime a superare il trauma, e a ricostruire la propria dignità violata dal reato, istigando, anzi, un istinto basso (e distruttivo per la vittima stessa) come la vendetta: «Nel sistema attuale le vittime sono abbandonate, forse peggio ancora che abbandonate. Alle vittime non si offre null’altro che il soddisfacimento di un desiderio di vendetta. E anzi, sovente, le vittime sono chiamate a rivivere a fini processuali il dolore che era stato loro inferto attraverso la commissione del reato. Ad esempio: una persona che avesse subito uno stupro, poi deve raccontare nei dettagli come sono andate le cose prima davanti alla polizia, poi davanti al pubblico ministero, poi ancora in aula davanti ai giudici e davanti agli imputati e ai loro avvocati, i quali faranno di tutto per metterla in imbarazzo e per contraddirla e screditare la sua versione. Questa è la prospettiva della vittima nel sistema attuale. Invece la giustizia riparativa ha come scopo da una parte quello di responsabilizzare colui che ha commesso il fatto, e dall’altra di riparare, per quanto possibile, la vittima, in modo che essa ricostruisca la dignità che era stata messa in crisi dalla commissione del reato».

Il perdono responsabile

La parola «responsabilizzare» ci fa tornare alla mente il titolo del libro di Colombo: Il perdono responsabile. E allora gli domandiamo: «In che modo si legano i due termini, perdono e responsabilità?». «Il perdono è la disponibilità a riallacciare una relazione interrotta sulla base di una duplice responsabilità. Il perdono in primo luogo non è amnesia, cancellazione del passato, ma anzi presuppone una consapevolezza sicura di ciò che è successo. Data questa consapevolezza il perdono è la disponibilità al recupero di una relazione che si era interrotta con la fiducia che anche dall’altra parte ci sia la medesima disponibilità. Non è uno scambio. Ciascuna delle due parti ha una disponibilità unilaterale. Quindi il perdono coinvolge la responsabilità della persona».

Leggendo la Bibbia

Colombo ci racconta che il suo percorso di avvicinamento al tema della giustizia riparativa è stato lungo: «Ho fatto per più di tre decenni il magistrato. All’inizio della mia attività la mia convinzione era che il carcere fosse utile per assolvere a una funzione educativa, in un quadro di rispetto per la persona. Poi però progressivamente ho riflettuto, ho letto, e ho avuto l’esperienza degli effetti del carcere. L’approfondimento teorico da una parte e l’osservazione della pratica dall’altra». Nel breve riassunto delle tappe del suo percorso, Colombo cita la lettura di Eugene Wiessnet, un gesuita che nel 1960 pubblicò un libro dal titolo Pena e retribuzione nel quale aveva fatto un’analisi del rapporto tra trasgressione e retribuzione nelle Scritture. Infatti, nel leggere il libro di Colombo, siamo rimasti molto colpiti dall’abbondanza dei riferimenti biblici: «Per me è molto importante vedere come ci sia stata un’evoluzione. L’idea retribuzionista parte dalla convinzione che Dio sia un giustiziere, che punisce. La credenza che questo sia il messaggio delle Scritture è piuttosto diffusa. Io penso che ce ne sia un altro. Non solo nel nuovo testamento, ma anche nel vecchio. Nella misura in cui Dio è un Dio amoroso».

Passi concreti, partendo da un’amnistia

Toiamo al piano pratico: nonostante alcune esperienze positive abbiano iniziato a diffondersi, soprattutto in ambito minorile, la giustizia riparativa in Italia è decisamente distante dalla sua realizzazione. Quali passi concreti si possono fare?

«Se vogliamo parlare della situazione attuale, io credo che adesso, vista la condizione di vita delle persone che stanno in carcere, una prima soluzione sia quella di prevedere un’amnistia per i reati di minore gravità. Finché sono così tante le persone in carcere credo che sia impossibile che esse vivano in modo dignitoso, o comunque nei modi suggeriti dalla nostra Costituzione. Ci sono molte persone che stanno in carcere pur non essendo per niente pericolose. Poi credo che sarebbe necessario stimolare la creazione di un sistema di giustizia riparativa, come del resto ci è richiesto dall’Unione europea2: noi siamo inadempienti nei confronti dell’Ue sotto questo profilo. Bisognerebbe che si ricorresse, da parte di chi ha il potere di farlo, molto più frequentemente alle misure alternative piuttosto che non alla detenzione in carcere. Sarebbe però soprattutto necessario operare sul piano culturale, sul piano dell’educazione. Educazione diretta non all’obbedienza, come generalmente succede, ma diretta all’elaborazione di una capacità di gestire consapevolmente, responsabilmente la propria libertà».

Luca Lorusso

Note:

1 - «Quel che faccio più di tutto è girare per l’Italia, nelle scuole e nei circoli, a parlare di giustizia e della relazione tra regole e persone e di come questa relazione influisca sulla vita pratica di ciascuno di noi. […] Ho fatto il magistrato per oltre trentatré anni. […È] progressivamente maturata in me la convinzione che per far funzionare la giustizia fosse necessaria una profonda riflessione sulla relazione tra i cittadini e le regole».
www.sulleregole.it.

2 - È vincolante per gli stati membri dell’Ue la Decisione quadro 2001/220 GAI (sostituita dalla Direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del consiglio del 25 ottobre 2012) sull’uso della mediazione nelle cause penali.

 
        Il piano pratico. L’inutilità del sistema.                             

Testo tratto e adattato dai cap. 10 e 11 di G. Colombo, Il perdono Responsabile, in cui l’autore elenca alcuni luoghi comuni da sfatare.

1- I detenuti fanno una bella vita. I detenuti (64.758 al 30 settembre 2013, stipati in carceri con capienza di 47.615 posti, ndr.) vivono 22 ore al giorno in celle piccole e sovraffollate, insieme a persone non scelte, a volte arroganti, problematiche, violente. Solo il 13% di loro lavora. Il tempo non passa mai. Possono avere sei colloqui al mese, di un’ora ciascuno, coi famigliari, sotto gli occhi delle guardie, senza intimità alcuna. I colloqui con persone non famigliari sono rare eccezioni. Le condizioni disumane del carcere sono confermate dal numero annuale di suicidi: uno su mille (0,1%, mentre tra le persone libere è 1 su 200mila, lo 0,0005%), di tentati suicidi: uno su cento (1%), di atti di autolesionismo: uno su dieci (10%).

2- La certezza della pena: «Chi ha commesso un omicidio, dopo due giorni è fuori». Non bisogna fare confusione tra la custodia preventiva e la detenzione dopo la condanna. Prima della condanna non si può essere incarcerati senza motivi validi, senza comprovata pericolosità. Quando la condanna è definitiva, la pena si sconta secondo regole prestabilite: quindi è «certa». Le pene alternative sono concesse (dove le risorse lo consentono) solo a persone non pericolose e disposte alla rieducazione. Gli errori sono rari, tanto che fanno quasi sempre notizia. Non è frequente che torni a delinquere chi ha usufruito delle misure alternative al carcere: la recidiva di questi è del 20% contro il 68% di recidiva delle persone che hanno scontato la pena in cella. A giugno 2011: dei 67.394 detenuti, solo 17.582 usufruivano di misure alternative. La pena è certa, ma la certezza non serve ad aumentare la sicurezza dei cittadini perché in carcere si è spesso «dis-educati» a una vita sociale sana.

3- La pena è utile come deterrente. Se si vede che alla violazione segue la pena, per paura della sofferenza della punizione, ci si astiene dal violare la legge. Deterrenza e intimidazione sono inadeguate a stimolare il rispetto della dignità propria e altrui, e quindi delle regole. Incutere paura insegna a obbedire (ostacolando il discernimento e la libertà). L’obbedienza obbliga ma non convince, e se una regola è rispettata per obbligo, il suo rispetto viene meno appena manca il controllo. Quasi tutti rispettiamo le regole perché le condividiamo, non perché temiamo la sanzione. Un killer della mafia non si lascia intimidire. Un tossicodipendente che fa rapine nemmeno, perché ha bisogno della droga. Un omicida per raptus non si ferma per il timore del carcere. Infine la minaccia della pena non intimidisce anche perché la gran parte dei trasgressori sfuggono alla sanzione: solo l’8% delle denunce sono seguite da condanne.

4- Bisogna aumentare il sistema repressivo. Sarebbe un costo insostenibile: più polizia, magistrati, caserme, palazzi di giustizia, processi, carceri, ecc. E poi creerebbe un vero e proprio stato di polizia in cui tutti sarebbero sottoposti a esasperanti controlli. Tutta la vita sociale si bloccherebbe. Non bisogna aumentare la repressione ma diminuire la devianza.

5- I carcerati sono tutti pericolosi. Il carcere attualmente colpisce sia pericolosi che non. A fine 2009 i detenuti «comuni» erano 50mila contro i detenuti «pericolosi» che erano 9mila. A metà 2008 ben 14.743 detenuti sui 55.057 allora reclusi erano tossicodipendenti. Al 30 settembre 2013 solo il 62% dei detenuti aveva una condanna definitiva (il 19% erano in attesa di primo giudizio, un altro 19% erano condannati in primo e secondo grado). Questa iper-carcerazione è costata 29 miliardi di Euro tra il 2000 e il 2010. In più, la nostra cultura esclude non solo i carcerati, ma anche gli ex detenuti, i quali non trovano lavoro, casa, affetti, ecc. ricadendo in nuovi reati.

6- «Ci vorrebbe la pena di morte». Tutti i dati riguardanti la pena capitale mostrano in modo inequivocabile che è inefficace: prova ne sia che negli Usa, paese con popolazione 5,2 volte superiore all’Italia, gli omicidi sono 28 volte più numerosi.

7- «Col carcere almeno si fa giustizia e le vittime sono soddisfatte». Il sistema retributivo non ripara la dignità della vittima. La sofferenza imposta al reo con il carcere procura solo il soddisfacimento dell’istinto di vendetta. La vittima non viene aiutata a superare il trauma, a recuperare l’integrità perduta.

8- «Allora lasciamo circolare liberamente le persone pericolose?». No. Chi è pericoloso deve essere separato, ma la separazione dovrebbe essere mirata a prevenire l’effettiva pericolosità. Mentre solo una piccola percentuale dei detenuti oggi reclusi (circa il 20%) è effettivamente pericolosa. Non è logico, né utile ricorrere al carcere anche per chi non lo è. Nei confronti di chi è pericoloso, la limitazione della libertà di movimento deve però essere modellata caso per caso, e non deve essere accompagnata dalla limitazione, o addirittura esclusione, delle altre libertà fondamentali che non comportino pericoli per la società: il diritto allo spazio vitale, alla salute, all’affettività, all’informazione, al lavoro, all’istruzione.

Luca Lorusso
Il perdono responsabile

Ci può dire in sintesi qual è il contenuto del suo libro? «Il libro si muove su diversi livelli. Il primo è un approccio di tipo più “filosofico”: quali sono le incoerenze della pena rispetto al riconoscimento della vita e dignità della persona? Segue un breve excursus storico sulla cultura retributiva, per arrivare a un’analisi dell’inadeguatezza del carcere così com’è, e quindi della punizione, della sofferenza imposta, per raggiungere lo scopo. Il percorso del libro si conclude con la proposta di una possibile alternativa: quella della giustizia riparativa».

In sintesi, la pena:

• toglie o limita a chi la subisce diritti fondamentali connaturati alla dignità della
persona;
• non svolge funzioni di prevenzione generale (le persone
commettono reati anche se vengono minacciate pene elevate);
• non svolge funzioni di prevenzione speciale (non evita che
persone colpevoli di reati ne commettano altri);
• non serve a riabilitare i rei, visto l’alto tasso di
recidiva;
• ha un peso economico elevato (dal 2000 al 2010 il sistema
penitenziario è costato all’Italia 29 miliardi di Euro);
• non ha capacità riparative nei confronti della vittima.

Luca Lorusso




Giustizia riparativa 3 – Un’idea scandalosa di giustizia

Intervista a Claudia Mazzucato, docente alla Cattolica.

Autori e vittime di reato sono portatori di domande,
bisogni, speranze, aspettative. Com’è possibile che entrambi, e la società,
lavorino sul domani senza scordare il passato? La riparazione è qualcosa che
nasce dal dialogo libero e costruttivo sugli effetti distruttivi del reato. È
dirompente parlare di programmi liberi e consensuali dentro la giustizia penale
che in genere è invece il luogo della coercizione, della privazione della
libertà. La giustizia riparativa rimarrà sempre un’aspirazione, che però ha già
prodotto dei grandi risultati: nel Sudafrica dell’apartheid ad esempio.

Professore aggregato di
diritto penale all’Università cattolica di Milano, Claudia Mazzucato si occupa
di modelli alternativi di giustizia penale allo scopo di trovare una coerenza
tra la risposta al reato e i principi della democrazia. Nel corso dei suoi
studi si è imbattuta, nei primi anni ‘90, nel tema della giustizia riparativa,
della mediazione reo-vittima, e da allora ha dedicato la sua vita, non solo
professionale, a questo. È mediatrice volontaria per l’osservatorio del
ministero della Giustizia sulla giustizia riparativa. Ha occasione, quindi, non
solo di studiarla, ma anche di praticarla a titolo volontario. All’Università
segue la formazione degli studenti di giurisprudenza, di sociologia e di
scienze della formazione sui temi del diritto penale e della giustizia
minorile.

Nessuno sa cos’è la Giustizia

La giustizia riparativa suscita
interesse nei suoi studenti?

«Sì moltissimo. Questo tema suscita interesse in tutti.
Da anni io e un gruppo di altre persone teniamo incontri un po’ dappertutto:
scuole, parrocchie, quartieri difficili, fino al Consiglio superiore della
Magistratura. Incontriamo diversi “mondi”, e dovunque troviamo interesse.
Sempre. Anche perché la giustizia riparativa solleva la domanda più generale di
giustizia, che riguarda chiunque.

Il cardinal Martini diceva che nessuno sa bene cosa sia
la giustizia, ma tutti sappiamo molto bene cosa sono le ingiustizie. E la
giustizia riparativa è un itinerario in cerca della giustizia a partire dalle
ingiustizie. Lavora su quello che è andato storto per ripararlo.

Non è un lavoro campato in aria. È, anzi, con i piedi
saldamente per terra. Tanto da occuparsi della quotidianità materiale
dell’autore del reato e della vittima: ci capita negli incontri di mediazione
di dedicare ore a definire le regole di saluto, di distanza o di vicinanza, di
comportamento: “Cosa succede se domani vi incontrate per strada o
sull’autobus?”.

La giustizia riparativa ha anche quest’attenzione: da
domani che cosa succede?

Autori e vittime di reato sono portatori di domande,
bisogni, speranze, aspettative che intrecciano il passato prima del reato, il
momento del reato, il presente e il futuro. Allora noi chiediamo a vittime e
rei di esprimere che cosa c’è nel loro oggi e com’è possibile lavorare
costruttivamente sul domani, senza dimenticare ciò che c’era prima del reato, né
il fatto che un reato è stato commesso, che qualcuno lo ha agito e un altro lo
ha subito».

Risocializzare in gabbia?

«Questo lavoro sul futuro è una cosa che la giustizia
penale tradizionale non può fare perché è tutta retrospettiva: anche quando
condanna una persona all’ergastolo, cioè determina l’interezza del suo futuro, è
tutta ferma sul reato, sul passato. È solo dopo l’inizio della detenzione che
compare un educatore, un assistente sociale che dice: “Beh, adesso pensiamo
alla rieducazione”, che vuol dire ritorno in società. Ma qui spuntano le
incoerenze della giustizia: come parlare di rieducazione a uno che sta in una
gabbia, o di risocializzazione quando tra la persona condannata e la società ci
sono un muro di sei metri, un muro di cinta, uno di intercinta, il blindo, le
sbarre, eccetera? Come si può parlare di risocializzazione se la società è
esclusa dal contatto con il reo?

La riparazione è qualcosa che nasce dall’incontro e dal
dialogo costruttivo sugli effetti distruttivi del reato. Ha l’ambizione di
promuovere responsabilità individuali e collettive per reintegrare il colpevole
e la vittima. Sì, perché anche la vittima ha bisogno di essere risocializzata.
A volte addirittura di essere “rieducata”: può capitare, infatti, che la
vittima appartenga allo stesso mondo deviante del reo. Nell’opinione pubblica
in genere c’è l’immagine della vittima buona, onesta, che subisce
improvvisamente qualche cosa, mentre il reo è cattivo, ma raramente la realtà è
così netta».

Qualcosa di scandaloso

Nel suo saggio Appunti per una
teoria dignitosa del diritto penale
scrive: «La giustizia riparativa può
arrivare addirittura a ridisegnare una nuova geometria della giustizia». È
davvero così rivoluzionaria?

«La giustizia riparativa costringe a guardare al
problema del crimine e al tema della giustizia con occhi nuovi. Essa ha
qualcosa di scandaloso: “Ma come? Reo, vittima e comunità insieme dopo un
reato?”. Tutto l’itinerario millenario della giustizia fino a ora ha diviso il
reo dalla vittima, e ha ripetuto sul reo il male che egli aveva fatto alla
vittima. La giustizia riparativa invece propone: “Mettiamoci insieme,
volontariamente, per pensare a qualcosa di diverso”.

È dirompente parlare di un intervento libero, volontario
e consensuale dentro la giustizia penale, la quale in genere è invece il luogo
della coercizione legittimata, della privazione della libertà. È proprio un
prendere la giustizia così com’è oggi e rovesciarla».

Quali sono gli strumenti della
giustizia riparativa?

«La mediazione diretta, o indiretta, tra autori e
vittime di reati, i community circles, i family group conferences.
Sono programmi costruiti intorno all’incontro a tu per tu, oppure allargato ai
componenti delle famiglie dell’uno e dell’altra, alle comunità. Questi sono gli
strumenti. Ma la cosa fondamentale è che si possa chiamare giustizia riparativa
solo ciò che porta le persone a incontrarsi volontariamente e liberamente.
Quando un magistrato impone un lavoro di pubblica utilità, può fare una cosa
bellissima, ma non è un programma di giustizia riparativa, è una pena. Quando
una persona svolge un lavoro di pubblica utilità che corrisponde a un lavoro
fatto sulla sua dignità, in dialogo con le vittime, con la comunità, e quindi
il soggetto sente di ripararsi, e non solo di riparare, e lo sceglie liberamente
in dialogo con altri, questa è giustizia riparativa. Altro elemento è che gli
incontri sono liberi, aperti, quindi si costruiscono anche in base a ciò di cui
si sente il bisogno. La presenza di un mediatore è importantissima. Anche perché
il facilitatore rappresenta a sua volta la comunità, e fa sì che le persone non
siano sole, sta con loro, e accoglie entrambe le parti con dignità e rispetto,
anche se ha di fronte una persona gravemente colpevole».

Sudafrica: la verità è più importante della pena

Questa nuova idea di giustizia potrà mai realizzarsi?

«Non potremo mai mettere fine al problema della
giustizia. La giustizia riparativa rimarrà sempre un’aspirazione. Però ha già
prodotto dei grandi risultati: l’esperienza del Sudafrica, ad esempio. Nel
momento più drammatico in cui, finito l’apartheid, si sarebbe potuta
scatenare una vera guerra civile, Nelson Mandela, e poi Desmund Tutu e gli
altri che hanno costruito la Commissione verità e riconciliazione hanno
sostenuto a gran voce che se gli oppressi si fossero fatti giustizia in modo
“tradizionale” sugli oppressori, avrebbero riprodotto la stessa violenza che
avevano subito, impedendo l’unità del popolo arcobaleno. E quale giustizia
poteva affermare l’unità dopo la separazione e la segregazione dell’apartheid?
Una giustizia non retributiva dove la verità è più importante della pena.

La giustizia punitiva è reo-centrica, ed essendo
punitiva non può chiedere all’autore del reato di dire la verità. Il diritto
dice che l’accusato non è tenuto a dire la verità, perché se la dicesse
andrebbe incontro alla pena.

Il Sudafrica ha dovuto scardinare il meccanismo della
pena per chiedere la verità».

La verità è «terapeutica»?
Affermarla, riconoscere ciò che è accaduto, di per sé realizza la giustizia e
lenisce le ferite?

«Possiamo dire che la verità può fare molto più di una
pena. Poi probabilmente ci sono persone, vittime, comunità che sentono che
nelle sedute della Commissione la verità non è stata detta abbastanza, e che
non si sentono risanati da quella verità. Ciò che possiamo dire senz’altro è
che alle vittime e alle comunità vittimizzate, quel percorso non ha tolto
nulla. Ha aggiunto semmai qualcosa di positivo. Se ci fosse stato un percorso
di giustizia tradizionale quelle persone non avrebbero ottenuto di più. Anche
solo perché la giustizia penale tradizionale è molto selettiva: soprattutto
dove ci sono state delle atrocità massive non può arrivare a processare e a
punire tutti quelli che in una logica retributiva lo meriterebbero».

Una novità antica

La giustizia riparativa è una «scoperta»
recente o se ne conoscono esperienze in tempi e società del passato?

«È una scoperta, però è anche una riscoperta. Della
giustizia riparativa come la conosciamo oggi possiamo identificare l’origine
negli anni ‘70 in Canada con percorsi di incontro tra giovani autori di reato e
le loro vittime. La pratica, che aveva dato buoni risultati, si è poi espansa
nel mondo, a cominciare dagli Usa, dove però rimane una nicchia. Paesi come la
Nuova Zelanda e l’Australia, partendo da modelli riparativi, sono arrivati
addirittura a ricostruire la giustizia. Anche in Europa ci sono molti paesi che
hanno leggi sulla giustizia riparativa o sulla mediazione reo-vittima.

Dall’altro lato però la giustizia riparativa è una
riscoperta: se andiamo a studiare i modelli di giustizia di certe società
tradizionali, constatiamo che dove è necessario tenere unita la comunità
esistono forme di giustizia di tipo relazionale, dialogico, compositivo, e non
retributivo.

Si può supporre che pratiche di giustizia riparativa ci
fossero anche in tempi antichi: per esempio forme di giustizia riparativa si
trovano nella Sacra Scrittura. Nel Nuovo Testamento (amare i propri nemici,
porgere l’altra guancia, perdonare settanta volte sette…), ma anche nel Vecchio
Testamento (la lite dialogica per ricostruire l’alleanza). Ci sono studi
biblici stupendi su come, attraverso questo tipo di pratica di giustizia, si
possa leggere il rapporto di Dio con il popolo di Israele: un continuo
richiamare l’altro a rispondere del suo tradimento dell’alleanza in un dialogo
che è molto forte, anche violento a tratti, ma che ha sempre come obiettivo la
ricostruzione della relazione».

I casi di Nuova Zelanda e Australia
sono isolati o ci sono altri paesi che si stanno orientando alla giustizia
riparativa? In Italia cosa si fa?

«In Italia ci sono buone pratiche che si stanno
consolidando soprattutto nella giustizia minorile, la giustizia riparativa però
in generale è molto marginale. La Nuova Zelanda ha ripensato il suo sistema penale
usando moltissimo i programmi riparativi con una dimensione comunitaria come i communities
circles
che coinvolgono la comunità, il vicinato, la famiglia, le famiglie
del reo e della vittima. È stata importante la cultura nativa dei Maori.

Tra le altre esperienze, quella sudafricana è
emblematica. Io sento la presenza di una traiettoria culturale nel mondo. La
giustizia penale non è più ferma sulle risposte punitive tradizionali: è stata
scombussolata, movimentata dall’arrivo del tema della giustizia riparativa. E
un po’ dappertutto tra i paesi democratici sta cambiando qualcosa».

Mass Media e «tolleranza zero»

Come spiega questa crescita di
consenso per la giustizia riparativa in un clima globale in cui domina la «tolleranza
zero»?

«Il consenso globale sulla giustizia riparativa è al
livello di studiosi, di Nazioni unite, di Consiglio d’Europa. Quindi la
traiettoria positiva c’è, ma in un contesto generale che va ancora in
tutt’altra direzione. È vero, infatti, che chiunque oggi pensi alla giustizia
penale, pensa al carcere. Non perché il carcere sia una risposta più
realistica. I media, che hanno un ruolo importantissimo sulla giustizia,
purtroppo la banalizzano: ad esempio fanno pensare che quando una persona va in
carcere è tutto risolto, mentre in quel momento si aprono un’infinità di
problemi. Bisognerebbe fare un lavoro di formazione dei giornalisti. Ad esempio
si sentono chiedere alle vittime: “È di-sposto a perdonare?”. Io penso che una
domanda del genere sia inopportuna. Così come: “È soddisfatto dell’ergastolo?”.
Ma come fa la vittima, con il suo bisogno di sentire la propria dignità
reintegrata, a essere soddisfatta dalla sofferenza imposta al colpevole? Se c’è
una soddisfazione, è momentanea. Poi rimane il vuoto che si aggiunge a un altro
vuoto».

Ci mancano profeti

Ci sono esperienze di paesi che
abbiano dei tratti in comune con quella del Sudafrica?

«Il Sudafrica ha aperto una via perché è stata la prima
esperienza a mettersi in mezzo ai due modelli: quello del colpo di spugna con
le amnistie, e quello dei processi penali da Norimberga in giù. Altri paesi
hanno tentato di fare delle cose simili: in Perù con la Commissione verità e
riconciliazione del 2000, ad esempio. In Ruanda con i tribunali Gacaca per il
genocidio del 1994. Il punto è che nessun’altra esperienza è riuscita a
raggiungere il livello di quella sudafricana che è stata particolarissima per
una serie di situazioni convergenti. Il Sudafrica ha cambiato la Costituzione
alla luce dell’idea di Ubuntu (“Io sono perché noi siamo”), ha prodotto un
diritto nuovo. C’è stato un ruolo della Corte Suprema che credo sia l’unico
tribunale del mondo ad avere come logo un albero sotto al quale ci sono persone
bianche e nere intrecciate, invece della bilancia con la spada… E poi i
sudafricani avevano Mandela e Tutu, cioè due vittime esemplari. Mandela diceva:
“Non bisogna vendicarsi”, e Tutu: “Le persone possono cambiare, e noi dobbiamo
crederlo”. Erano dei pulpiti da cui non venivano delle prediche, ma delle
esperienze che avevano una forza di testimonianza pazzesca. Dove non ci sono
figure profetiche così, diventa molto difficile far passare queste idee a
livello pratico.

Ci vogliono dei profeti. Ed è quello che ci manca oggi.
Certamente nel nostro paese».

Luca Lorusso

        «… E BUTTIAMO VIA LA CHIAVE!»                            

Frasi dal web su carcere e giustizia all’indomani del
messaggio alle camere del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

«Credo che i lavori forzati nel senso vero della parola sia
l’unica soluzione per eliminare il problema del sovraffollamento. Anche perché
tu che sei stato vittima e vedi che il tuo aguzzino viene liberato non puoi
continuare a credere in un paese come questo. I lavori ci sono di svariati tipi
e modi con orario come dico io dal sorgere del sole al tramonto come facevano i
contadini».

«In Italia ormai da decenni si pensa solo a salvare ed
aiutare i cittadini disonesti e non quelli onesti e, ancora una volta, questo
viene confermato dalle dichiarazioni rilasciate dal capo dello Stato che
dovrebbe essere il garante della Costituzione nonché super partes e non il
difensore di indifendibili, condannati e delinquenti».

«Il carcere serve per lo sconto della pena, la rieducazione
casomai la fanno quando escono dal carcere e prima di inserirsi nella società.
Pene alternative? Come in Alabama ai primi del ‘900, incatenati a tagliare
l’erba sulle strade o rattoppare l’asfalto che ce n’è un gran bisogno!!! Prima
pensare ad aiutare i cittadini onesti e poi, se avanza tempo, si pensa a quelli
disonesti. […] Se l’Europa ci multa perché le nostre carceri non hanno celle
singole con internet e aria condizionata per il benessere dei criminali credo
che dovremmo mandare […a quel paese] l’Europa: non capisco perché dovremmo
avere a cuore i diritti umani di persone che di umano hanno solo la forma! Più
rispetto per le vittime!!!».

(Tre commenti scelti a caso tra i molti in calce a un
articolo sul blog di Beppe Grillo:
http://www.beppegrillo.it/2013/10/il_piano_carceri_del_m5s.html)

Luca Lorusso




Giustizia riparativa 4 – Si tratta di liberare l’uomo

Padre Gianfranco Testa.
Se il mondo missionario s’interessa della persona, il tema
della giustizia riparativa è importante. Si tratta di liberare l’uomo. Parola
di padre Gianfranco Testa, missionario della Consolata che da decenni si occupa
di perdono e riconciliazione.

Nato a Bra nel 1942,
ordinato nel ’67 a Torino, a 30 anni è partito per l’Argentina. Al tempo dei
generali ha fatto 4 anni di prigione. A 40 anni è andato in Nicaragua, tentando
l’avventura in un paese che in quel momento era per lui molto interessante per
la rivoluzione sandinista, «una rivoluzione cristiano marxista, chiamiamola così,
tanto per spaventare qualcuno», ci ha detto. E poi a 50 anni è partito per la
Colombia. «Adesso, a 70, vado di qua e di là. Sono stato in Albania, in
Palestina. Muovo i miei ultimi passi sempre cercando di riflettere». Di
recente, a Torino, è nata, grazie a lui, l’università del perdono:
www.universitadelperdono.org.

Che senso ha, secondo te, parlare
di giustizia riparativa su una rivista missionaria?

«Se una rivista missionaria s’interessa dell’uomo, della
persona, certamente il tema della giustizia riparativa è importante. Purtroppo
ancora poco dibattuto. Si tratta di liberare l’uomo. Nella giustizia riparativa
il centro di tutto è la persona umana. E mettere l’uomo al centro vuol dire
fare un buon servizio missionario».

Come si sposa la missione della
Chiesa con il tema della giustizia riparativa?

«Io preferisco la parola “restaurativa”. Perché
“riparare” vuol dire mettere le cose a posto, invece qui si tratta di
restaurare la persona, ridarle dignità. Credo che questo discorso sia una sfida
fondamentale per la Chiesa oggi. Un discorso che i politici non sanno fare o non
vogliono fare. È quello per cui l’uomo, nonostante i suoi errori, e anche
l’uomo vittima, viene riconosciuto come persona degna di rispetto, degna di
amore. Oggi, nel sistema di giustizia la vittima scompare, non è importante. La
giustizia cammina da sola senza ascoltare il dolore di chi ha sofferto. Allo
stesso tempo, il colpevole non viene ristabilito come persona. Io penso che la
funzione della giustizia non sia di castigare, ma neppure di essere
indifferente. La funzione della giustizia è di restaurare: la vittima, il
colpevole, la società. Certo, ci sono delle condizioni: se il colpevole non
riconosce quello che ha fatto, allora deve intervenire una giustizia che
diventa “retributiva”. Ma se il colpevole è capace di assumersi la
responsabilità di quello che ha fatto, allora si entra in un dialogo di umanità.
Non di castighi, di leggi, ma di umanità, dove le persone acquistano un rilievo
fondamentale, e ognuno assume le proprie responsabilità, trovando anche le
strade di riparazione».

La Chiesa si è mai espressa in
maniera ufficiale ed esplicita sul tema della giustizia restaurativa?

«No. Finora no. Sarebbe una bella sfida. Penso che
sarebbe bello se ci si sedesse un po’ di teologi, di filosofi, qualche giurista
a pensare, riflettere insieme. L’importante cos’è? È la persona umana! Sempre.
Il cuore della nostra fede non è Dio, di cui possiamo parlare molto poco, ma
siamo noi. Noi che entriamo in noi stessi in profondità, e poi nello spirito,
nella verità, riscopriamo Dio. E siamo capaci anche di perdonare, di restaurare
e di lasciarci restaurare.

Questo mi sembra che sarebbe per la Chiesa un “buon
campo di battaglia”. Aiutare la società ad affrontare la domanda che da 2.800
anni ci si pone: “Come castigare un crimine senza commettee un altro?”. Noi
normalmente perseguiamo i crimini facendo altri crimini. Basti pensare a come
sono gestite le prigioni. Basti guardare la carica di odio, di rancore che si
accumula con la nostra giustizia. Ma che giustizia stiamo facendo? Noi abbiamo,
come Chiesa, un’esperienza di fede, di vita, di sensibilità che è insuperabile.
Forse non abbiamo riflettuto ancora abbastanza su questo tema. Sarebbe un
annunciare un’umanità nuova. La famosa civiltà dell’amore, del rispetto per la
persona, anche per il colpevole, ancora di più per la vittima.

La giustizia restaurativa è, alla fine dei conti, una
prassi quotidiana. Faccio un esempio: in Colombia seguivo dei ragazzi che un
giorno sono entrati in una casa a rubare. Una volta scoperti abbiamo applicato,
in modo informale, tra noi, la giustizia restaurativa: ho proposto loro due
tipi di castighi, oppure di scegliere loro. Il mio castigo sarebbe stato di
farli tornare a casa e di non accettarli più, oppure di non dare loro la prima
comunione alla quale si stavano preparando. E loro, chiamati a partecipare alla
decisione, hanno scelto di lavorare per un certo tempo per la persona che
avevano derubato, di restituire quello che avevano preso. Non è stato un
castigo: quei ragazzi si sono restaurati, hanno assunto le loro responsabilità.
In più abbiamo guadagnato nella vittima un amico, che ha detto: “Questi ragazzi
sono dei disgraziati, dei delinquenti, però sono anche capaci di fare del bene.
Sono capaci di riconoscere il male che fanno”. I ragazzi lavoravano talmente
tanto per “la loro vittima” che doveva fermarli lui stesso. Così si sono
restaurati la vittima, i colpevoli e la comunità.

Ho raccontato questo aneddoto per dire che anche in casa
si può usare la giustizia riparativa. Anche a scuola. Questo è il punto di
arrivo: la giustizia restaurativa non è solo per i palazzi di giustizia, ma
anche per la vita quotidiana. Evitare di castigare. Allo stesso tempo non
lasciare passare mai niente di sbagliato: ogni errore deve essere corretto».

Nella tua vita missionaria sei
stato e vai in diversi paesi del mondo affrontando il tema del perdono e della
riconciliazione. Ci puoi raccontare qualcosa di queste tue esperienze?

«Ieri sono stato in un campo Rom a Collegno (To).
Sappiamo che gli immigrati sono mal visti, ma i Rom sono rifiutati. Certamente
hanno i loro limiti, però mi sono trovato benissimo. Sono stato in Albania a
incontrare cattolici e musulmani sul tema della violenza tradizionale. Tengo
dei corsi sul perdono. Sono dei semi gettati. Non è che si risolvano i
problemi. Ma cerco, insieme ad altri che collaborano con me, una pedagogia del
perdono. Il papa Giovanni Paolo II, per la Giornata mondiale della Pace del
2002, alla fine del suo messaggio chiedeva che si costruisse una pedagogia del
perdono. Noi parliamo sempre del perdono, ma non insegniamo come si fa. Ecco. È
importante tentare di balbettare qualcosa su questa pedagogia del perdono».

Luca Lorusso

SCHEMA COMPARATIVO*

GIUSTIZIA RETRIBUTIVA
GIUSTIZIA RESTAURATIVA
VALORI
Interesse dello STATO al primo posto
Interesse delle PERSONE COINVOLTE e della COMUNITÀ al primo posto
Fuoco sulla PUNIZIONE – prigionia o pene
alternative inefficaci (carità a terzi)
Fuoco sulla RESPONSABILITÀ e sulle
NECESSITÀ delle parti e della comunità

COLPEVOLEZZA
INDIVIDUALE

CORRESPONSABILITÀ
INDIVIDUALE e

COLLETTIVA

Uso
DOGMATICO del Diritto

Uso
CRITICO del Diritto

PROCEDURA
FORMALE, ritualistico / scenario di POTERE
INFORMALE, semplificato / scenario
extragiudiziale o COMUNITARIO

Linguaggio
e regole COMPLESSI

Linguaggio COMUNE e regole FLESSIBILI
Processo decisorio delle AUTORITÀ / operatori giuridici
Processo decisorio CONDIVISO con i coinvolti e la comunità
IMPATTO ED EFFETTI PER LA VITTIMA

MINIMA
PARTECIPAZIONE

VOCE e RUOLO ESSENZIALI nel processo
MINIMA assistenza PSICOSOCIALE e GIURIDICA
Risposta effettiva alle necessità PSICOSOCIALI e GIURIDICHE
INSODDISFAZIONE e FRUSTRAZIONE con il Sistema
SODDISFAZIONE e CONTROLLO sulla situazione, ricupero dell’autostima
IMPATTO ED EFFETTI PER L’ACCUSATO
ALIENATO dal processo, comunicazione tramite l’avvocato

PARTECIPAZIONE
RESPONSABILE nel processo

Necessità
praticamente dimenticate

Necessità
effettivamente considerate

INNACCESSIBILE
e senza interazione

ACCESSIBILE, interagisce con la vittima e la comunità
IMPATTO ED EFFETTI PER LA COMUNITÀ
Restaurazione del tessuto sociale
Reintegrazione dell’accusato e della vittima
Efficacia di un sistema multiporte
Potenziale di riduzione della reincidenza
Pace Sociale con dignità e senza tensioni

* Basato in comparativo schematico di
Renato Sócrates Gomes Pinto, presidente dell’Istituto di Diritto Comparato ed
Internazionale di Brasilia e pensionato dopo una carriera di avvocato,
difensore d’ufficio, promotore e procuratore di giustizia.

Luca Lorusso