Missionari di «frontiera» Aperta la nuova missione Imc in provincia di Tete

Sono tre. Un italiano, veterano del Mozambico, un colombiano
e un tanzaniano. Tre continenti. Tre culture. Un solo approccio: stare con gli
ultimi, i più isolati e lontani. Condividendo
il più possibile. Nello spirito dell’Allamano. E nel ricordo dei primi
missionari della Consolata giunti a Tete nel lontano 1925. Prima «fotografia»
da Finguè.

Venti anni dopo gli accordi di pace di Roma, il Mozambico
sta vivendo ancora la ricostruzione post-bellica. Dopo la guerra civile, il paese si trovò in una precaria situazione economica,
con quasi tutte le infrastrutture distrutte. In passato si colpevolizzava la
guerra, ora sembra quasi tutto tranquillo e pacifico, nonostante ogni tanto ci
sia qualche atto di guerriglia. La bomba a orologeria è il divario sempre più
crescente tra la classe borghese dominante e la povera gente. I poveri lasciano
le campagne e si riversano in città alla ricerca di un lavoro che non trovano.
Chi soccombe in tutto questo sono sempre vecchi, bambini e ammalati.

Il
governo sembra schiavo delle multinazionali e delle donazioni dell’estero.
Fondi che non sono mai disinteressati, così si rischia una dipendenza cronica,
illudendosi di risolvere i problemi.

Per
farsi un’idea basta pensare che la paga minima legale mensile è di 3.000 meticais
(moneta locale) al mese (circa 77 euro).

Il
governo ha dichiarato «guerra alla povertà». L’intenzione è ottima, ma la realtà
è ben diversa, e sono numerose le persone che sopravvivono con un reddito di un
dollaro Usa al giorno.

A
livello sanitario esiste un’organizzazione ben strutturata e abbastanza
funzionale, specie nelle città. Non altrettanto nelle periferie e nei villaggi,
dove le difficoltà si moltiplicano e le
strutture sono paurosamente carenti. Le malattie più frequenti sono malaria e
Aids.

L’educazione, in generale, lascia molto a desiderare,
anche se le università si moltiplicano. Le iscrizioni alla scuola all’inizio
dell’anno sono moltissime, ma passando i mesi, il numero dei frequentanti si
riduce, cosicché molti non finiscono l’anno scolastico. Il risultato è che
molti ragazzi non terminano neppure la scuola di base. Il fenomeno coinvolge
soprattutto le bambine.

Il livello d’insegnamento resta molto basso: dopo anni
di scuola talvolta si stenta a leggere e scrivere. Nonostante le molte denunce
di questo problema sembra non esserci soluzione. Il miraggio è sempre la città,
ma purtroppo molti vi soccombono. In questa lotta per la sopravvivenza è
favorita la prostituzione e il formarsi di gruppi sbandati di giovani.

In generale, la Chiesa ha un fascino morale rilevante.
Non ha grandi strutture perché nel periodo marxista-leninista ha subito una
purificazione che le ha fatto bene. A quel tempo si è sviluppata una Chiesa
molto viva in cui veramente si «camminava assieme». Con il passare degli anni
forse la freschezza iniziale si è affievolita, ma è senza dubbio una Chiesa
piena di ministeri (servizi alla comunità da parte di laici), con un ruolo
importante nella storia del Mozambico.  

Verso Tete

La provincia di Tete conta circa due milioni
di abitanti sparsi in un’area di 100.715 Km quadrati (un terzo dell’Italia, ndr),
ed è suddivisa in 12 distretti. Il territorio è molto vario: vi si trova una
zona fertile, molto popolata, l’altipiano di Agonia, e una zona secca e arida,
lungo il rio Zambesi e il lago artificiale di Cahora Bassa. Centro propulsore
di tutta la provincia è la città di Tete.

Le popolazioni appartengono alla stessa etnia bantu, ma
sono differenti per lingua e tradizioni. Vi sono due strade asfaltate che
portano al confine con Malawi e Zambia. La gente vive di agricoltura
tradizionale e, quando può, di commercio informale, con bancarelle lungo la
strada. L’altipiano di Angonia ha un livello di vita superiore alle altre parti
della provincia.

A 170 Km da Tete si trova la diga idroelettrica di Cahora Bassa,
che potrebbe dare energia a quasi tutta l’Africa australe. L’elettricità arriva
quasi ovunque, dando una potenzialità grande di sviluppo.

A 20 Km da Tete, a Moatize, è stato trovato
un enorme giacimento di carbone. Altrettanto pare stia accadendo nei distretti
di Magoè, Zumbo e Changara. Per questo fatto tutta la provincia di Tete sta
vivendo un momento di esplosione economica e di «occupazione» da parte delle
grandi compagnie minerarie, soprattutto quella del carbone.

Le enormi potenzialità energetiche e minerarie della zona hanno
attirato qui le multinazionali. La gente locale è costretta a lasciare le terre
per cedere posto alle miniere. Viene in qualche modo indennizzata, ma perde il
suo habitat naturale che gli garantiva una vita dignitosa. Ci si trova così
immersi in un flusso caotico di gente che si sta spostando, con i prezzi che
crescono vertiginosamente. A questo si deve aggiungere l’invasione di tecnici e
di personale delle grandi compagnie minerarie, come la Vale e la Rio Tinto, che
arrivano dall’estero con l’unico scopo del profitto e completamente estranei al
mondo africano. Nei loro insediamenti vivono isolati e allergici a tutto ciò
che capita attorno, chiusi e aggrappati alla propria sicurezza culturale.

Una missione lontana

Dalla città di Tete parte una strada che va alla frontiera con lo
Zambia. Percorsi 163 Km, si apre a sinistra una strada sterrata che si snoda in
mezzo alla foresta fino al rio Capoce, da dove inizia il distretto di Marávia.
Di qui la strada incomincia a salire con un continuo saliscendi fino ad
arrivare, dopo 115 Km, alla cittadina di Finguè (scritto anche Fingoè o Fingwè).

Situata in un anfiteatro molto bello e con alte colline che le
fanno da corona, Finguè si presenta con un susseguirsi di capanne e casette e
offre un clima fresco e salubre, molto diverso dalla calura della città di
Tete. Lungo la strada incontriamo il mercato, ciò che vi si trova viene in gran
parte dallo Zambia e Zimbabwe, molto vicini. Finguè è la sede amministrativa
del distretto di Marávia (99.000 abitanti, dati 2007) e ha una popolazione di
circa 20.000 persone.

In Finguè è in costruzione un grande ospedale e in attività una
scuola secondaria che nei prossimi anni porterà gli alunni fino all’università.
Queste strutture servono tutto il distretto. Le ragazze e i ragazzi che vengono
dai villaggi vivono in continua precarietà. Sono sempre alla ricerca di un
alloggio o di una casa di parenti o amici, a fine settimana ritornano alle
proprie case per rifoirsi di cibo.

I missionari della Consolata sono arrivati
nel distretto e nella cittadina di Finguè il 16 febbraio 2013. Siamo venuti qui
per rispondere all’invito del nuovo vescovo di Tete, mons. Inácio Saure, anche
lui missionario della Consolata, che si è trovato con un territorio immenso
senza personale. Siamo arrivati in tre: i padri Hyacinth Mwallongo tanzaniano,
Eduardo Reyes colombiano e il sottoscritto Franco Gioda.

C’è anche un collegamento in spirito ai primi missionari della
Consolata, che nel lontano 1925, arrivarono nel distretto di Zumbo, confinante
proprio con quello di Marávia.

In questa grande area abbiamo trovato una realtà molto complessa.
Ci sono tre centri, Finguè, Unkanha e Malowera, attorno cui convergono molte
comunità e popolazioni con caratteristiche proprie, quindi con
l’esigenza di una pastorale diversificata.

A Finguè si trovano molti nuovi villaggi, ma le comunità
cattoliche sono poche, è il regno delle diverse chiese pentecostali. Unkanha,
sede di un’antica missione spagnola, è una zona molto abitata con varie comunità
cattoliche, ma lasciate a se stesse da decenni. A Malowera troviamo molte
comunità che in passato erano fuggite nello Zambia, e ora sono ritornate in
Mozambico, ma vivono molto isolate.

Un po’ di storia

La cittadina di Finguè, e la sua zona, sono state toccate
dall’annuncio del Vangelo negli anni ’50 con i missionari spagnoli di Burgos
che iniziarono una missione a Unkanha, a circa 80 km. A quel tempo Fingoè era
un’area poco popolata, ma già un luogo strategico per il controllo della zona.
C’era un quartiere militare e dei commercianti che di qui partivano per le zone
dell’interno molto popolose. Dicono che allora l’ambiente non fosse molto
accogliente e abbastanza corrotto. I missionari intensificarono la loro attività
altrove. A Finguè fecero una cappella salone, ancora esistente, che serviva da
punto di appoggio per le attività missionarie, ma l’evangelizzazione rimase
molto superficiale e limitata a due o tre comunità.

I missionari furono costretti, a causa della
guerra d’indipendenza, a lasciare Unkanha nel 1971 e da allora non ci fu più
una presenza in tutto il distretto di Marávia. Ci si limitava a tenere contatti
sporadici con qualche messa, poi tutte le attività erano lasciate agli
animatori. In questi quattro decenni sono passate due guerre e un governo che
soffocava ogni dimensione spirituale. Ciò nonostante, la fede è continuata, le
comunità sono aumentate. Oggi ne stiamo trovando alcune aggrappate alla
preghiera, alla parola di Dio, alla carità. La presenza dello Spirito è
palpabile.

In questi anni nell’area di Finguè stanno sorgendo numerosi
villaggi, specie ai lati della strada. Ne contiamo una trentina, nei quali sono
presenti una quindicina di comunità cattoliche. Nella cittadina i cattolici non
sono molti. Possiamo dire che sia il regno delle religioni più disparate che si
rifanno in qualche modo alla Bibbia. I gruppi pentecostali pullulano. La
presenza dei Testimoni di Geova è la più numerosa e meglio organizzata, si fa
sentire con la sua tipica aggressività e con una struttura molto efficiente.
Ogni villaggio importante ha la «Sala del Regno», centro della loro attività.

Il marasma di fedi in questa zona, è dovuto senza dubbio
all’abbandono in cui furono lasciate le comunità e all’invasione di gruppi
religiosi provenienti dai paesi vicini: Malawi, Zambia e Zimbabwe.

Unkanha

La strada che passa a Finguè continua
inerpicandosi su una salita ripidissima, impossibile per i camion, per
diventare una spericolata discesa. Si prosegue poi in una valle per
un’ottantina di chilometri, per arrivare così a Unkanha. Questa era la sede
della missione degli spagnoli. Vi si trovava l’abitazione dei missionari e
delle missionarie, la chiesa, gli inteati (per 150 ragazzi e ragazze), un
posto sanitario e una mateità. Era il centro propulsore di tutto, anche se
l’amministrazione civile era in Finguè.

Ad Unkanha tutto è andato distrutto: restano
solo ruderi. Le popolazioni si sono stanziate a distanza di alcuni chilometri,
ritornano in questo luogo solo per qualche riunione che loro stessi organizzano
per sostenersi nella fede. Si adattano, servendosi di quanto è rimasto
dell’antica missione.

Accanto alla vecchia missione abbandonata, troviamo 34 comunità
molto vive: qui i cattolici sono numerosi e vivono in profonda comunione tra di
loro. Nel tempo della guerra civile molti fuggirono nello Zimbabwe, e al
ritorno hanno vivacizzato le comunità rimaste. Molte di esse ancora vivono
isolate per parecchi mesi all’anno, perché durante la stagione delle piogge è
impossibile ogni comunicazione.

Stiamo facendo una mappa della zona, ma non siamo ancora riusciti
a raggiungere tutte le comunità e speriamo di farlo prima di dicembre. Delle
comunità visitate, alcuni non vedevano da anni un missionario, o mai avevano
partecipato a una messa.

Prima di arrivare alla missione di Unkanha, lungo la strada si
apre un cammino che ci porta, dopo 75 km, alla frontiera con lo Zambia. Una
strada pessima, impossibile durante il periodo delle piogge. Qui c’è un centro
molto importante: la cittadina di Malowera. Attoo a essa si aprono a raggiera
alcune strade che ci portano a diverse comunità cristiane vissute, fin dalla
loro nascita, aggrappandosi alla diocesi di Chipata (Zambia). Qui si vive sotto
l’influsso del paese vicino, compresa la lingua (inglese) e il denaro (kwacha).

Ritoo alle origini

L’idea iniziale dei missionari della Consolata che hanno scelto di
venire nella diocesi di Tete, era quella di andare nel distretto di Zumbo, e
raccogliere in qualche modo l’eredità dei primi confratelli e consorelle giunti
in questa zona, precisamente a Miruru, una località vicina al fiume Zambesi a
una settantina di chilometri da Zumbo. Si fermarono per due anni poi, per
motivi politici e religiosi, furono costretti a lasciare quel luogo per andare
nel Niassa e a Porto Amelia (attuale Pemba). Finguè si trova a metà strada, per
noi è quasi un trampolino di lancio per quella zona, dove ci sono ancora una
ventina di comunità cristiane che sopravvivono, nonostante quaranta e più anni
d’abbandono. Sentiamo un dovere morale di essere presenti a Zumbo e Miruru. Lo
faremo nei prossimi mesi nel nome della Consolata.

A Finguè le uniche strutture sono 
tre capanne di fango con tetto in paglia. C’è anche una piccola chiesa
costruita dai padri spagnoli di Burgos tanti anni fa per la minuscola comunità
cristiana che stava nascendo. Adesso ce ne serviamo per la preghiera, per
momenti di formazione e come punto d’incontro della comunità.

Si vuole fare il cammino con la gente in uno
stile comunitario e partecipativo e con strutture ridotte all’essenziale. In
questo momento la gente sta facendo i mattoni per offrire una mini struttura
per i missionari. Questo stile di presenza esige pazienza, ma garantisce una
partecipazione costante e attiva della comunità alla vita della missione.
Vorremmo andare avanti così rispettando i tempi e i metodi perché la gente
possa sentire sua la missione che iniziamo.

Presenza e formazione

La nostra azione si basa su due linee orientative: presenza e
formazione. Come presenza intendiamo visitare sistematicamente tutte le comunità.
Come formazione, invece, intendiamo: fare incontri, riunioni «sonkhano»
e un cammino formativo per gli animatori e catechisti delle comunità e avere
per loro un’attenzione particolare. Ci interessano tre settori: formazione
umana, biblica/catechetica e liturgica.

Si parte dunque da una sola missione, Finguè, ma con tre aree
molto distanti l’una dall’altra, con caratteristiche e cammini di fede diversi,
con idiomi differenti. La stessa lingua portoghese non è molto conosciuta,
mentre in molte zone di frontiera si parla inglese. La moneta è differente, si
compra difatti con la kwacha zambiana. Tenendo presente questa
situazione e volendo conoscere bene gli animatori, si crede opportuno che,
perlomeno per questi primi anni, la formazione sia fatta separatamente nelle
tre aree: Finguè, Unkanha e Malowera. Ci si limiterà a un incontro assembleare una
volta all’anno per tutta la parrocchia. Per attuare questo abbiamo bisogno il
più presto possibile di alcune strutture essenziali nei tre centri di cui è
composta questa missione.

Franco Gioda

 
      Il progetto sonkhano (incontro)                        
Parola d’ordine: «partecipazione»


Una missione senza grosse infrastrutture. Con materiali e
tecnologia locali. Affinché non si crei distacco con la gente. E i parrocchiani
la sentano «loro». Ecco come inizia la missione di Finguè.

Se il nostro programma è riassumibile in due parole «presenza
e formazione», la metodologia per attuarlo è riducibile a una parola sola: «partecipazione»
cioè condivisione e corresponsabilità sempre e in tutto. Questo esige pazienza
e nello stesso tempo strutture semplici, a volte anche provvisorie. Vorremmo
che non si vedesse la nostra presenza come l’intervento di persone che fanno
tutto perché hanno denaro, ma fratelli di fede che camminano con semplicità con
loro. Quanto si sta facendo deve essere sentito come «cosa propria» dalla
comunità locale, non donazione che viene da fuori. Tutto ciò sarà forse utopia,
ma… lasciateci sognare!

Per l’andamento dei corsi di formazione: ogni comunità
provvederà il cibo per le persone che invierà. Per l’arredamento (coperte e
stuoie): ogni centro provvederà la quantità di cui si ha bisogno con il nostro
appoggio.

La mano d’opera in buona parte sarà soddisfatta dall’apporto
locale. La gente parteciperà alle costruzioni in tutto quello che potrà. I
nostri interventi riguarderanno solo quello che, di fatto, concretamente la
gente non è in grado di fare.

A Finguè vorremmo per questo primo periodo mantenere la
struttura attuale. In questo momento la gente è impegnata a preparare il
materiale per la casa in mattoni dei missionari. La partecipazione dei
parrocchiani continuerà a tutti i livelli, ma a un ritmo che rispetti le
esigenze delle famiglie e della comunità stessa. Il volere subito una casa
efficiente per i missionari ci sembra inopportuno. Così non ci pare il momento
di prospettare strutture grandi e definitive per la formazione degli animatori,
ci pare che il rispettare la semplicità e l’accoglienza della tradizione locale
sia la cosa migliore.

Vorremmo dunque costruire due case di tipo tradizionale per
gli animatori e animatrici a Finguè e Malowera.

Si vogliono poi realizzare tre «alpendre» nei tre centri. Si
tratta di una grande capanna circolare senza pareti con dei pali o colonne che
sorreggono il tetto. Nella circonferenza intea si possono fare anche due o
tre gradini per sedersi, è una specie di piccolo anfiteatro che può contenere
fino a 80 e più persone. Sostituisce molto bene un saloncino con il vantaggio
della frescura.

A Unkanha si possono riabilitare gli edifici della vecchia
missione per avere un complesso di costruzioni degne e confortevoli. Questo
servirà sia per gli incontri di formazione degli animatori, sia per dare
un’abitazione funzionale e tranquilla ai missionari che sistematicamente per
prolungati periodi vengono ad abitarci. In questa zona difatti si trova la
maggior parte delle comunità della missione di Finguè. 

A Malowera fino all’anno scorso, oltre a un salone
polivalente che serve ancora adesso da chiesa, non c’era niente altro.

Le attuali strutture dove abitano i missionari sono molto
precarie, sembrerebbe logico intervenire innanzitutto in questo settore, ma la
scelta di stare con la gente e camminare con essa, comporta anche questo. Si
accetta tutto serenamente e con gioia. Si tenga presente del resto che questo
progetto contempla per i missionari la sistemazione a Unkanha di una casa
abbandonata.

Crediamo inoltre che si rimanga perplessi nel pensare di
intervenire in alcuni casi con materiale locale e quindi in qualche modo
provvisorio. Si vorrebbero costruzioni stabili e definitive. Siamo del parere
che, in questo momento e in questo luogo ciò sia sconveniente, sia perché la
missione inizia solo adesso sia perché ci si trova in comunità che hanno atteso
anni e anni l’arrivo dei missionari. Perdere altro tempo in attesa di strutture
efficienti ci pare un venir meno al nostro dovere e un deludere l’attesa della
gente.

Il progetto presentato sembra alquanto dispersivo perché gli
interventi che proponiamo si dirigono in tre centri distanti tra loro,
riguardano però un settore di capitale importanza per la realtà di queste
popolazioni, soprattutto per i cristiani per decenni abbandonati a se stessi.
Senza la formazione degli animatori il nostro lavoro non può riprendere e
andare avanti. Da troppi anni sono vissuti aggrappati solo alla fede e alla
loro buona volontà, senza momenti formativi e senza l’aiuto di sussidi per la
catechesi.

Franco Gioda

Franco Gioda




40 anni: ma è solo l’inizio Cisv di Torino: anniversario della presenza in Africa

Anni Sessanta.
Un prete e un gruppo di volontari laici. Operano nel sociale a Torino. Poi il
salto. Un vescovo del continente «nero» chiede aiuto. E loro non si tirano indietro.
Inizia così l’avventura della Cisv in Burundi. Che si allarga in seguito ad
Africa dell’Ovest, America Latina, Caraibi. Oggi in 12 paesi di tre continenti.

«Polvere. Rossa e ovunque. Nelle
scarpe, nei capelli e nella tosse. Spesso sotto i denti. Nella stagione delle
piogge diventa fango, nei giorni di vento brucia gli occhi. Non riuscivo mai a
lavarmela via di dosso…». Donatella Barberis, infermiera di Chieri (To),
ricorda così il primo impatto con il Burundi, dove approdò nel 1986 come
cornoperante dell’associazione Cisv (www.cisvto.org). «Cosa mi ha spinto ad
andarci? All’epoca, poco più che 20enne, sintetizzavo così: “gli ideali non
sono mortadella, bisogna viverli fino in fondo!”. La verità è che sentivo il
bisogno di fare qualcosa di grande, di aiutare i poveri, ma soprattutto di
scappare. Dal reparto di bambini leucemici in cui lavoravo e in cui moriva
anche la mia giovinezza». Così, dopo un periodo in Kenya con le suore della
Consolata, sentendosi più matura e consapevole Donatella ha deciso di tornare
in Africa per una nuova esperienza. Stavolta «per due anni senza rientri, in un
progetto sperduto sulle colline di un paese a forma di cuore».

L’avventura
Cisv in Burundi è però iniziata ben prima, quando – il 4 agosto 1973 – un
manipolo di volontari passati alla storia come i «magnifici sette» lasciarono
tutto per mettersi al servizio dei più poveri tra i poveri. Questi primi
volontari – donne e uomini di varia provenienza, operai, sarte, infermiere, meccanici…
– partirono senza appoggi, senza un progetto definito, armati solo «della fede
in Dio, di fiducia e buona volontà, forti della generosità degli amici rimasti
in Italia e pronti a sostenerci a costo di grandi sacrifici» ricorda Mario
Foero, esperto falegname, oggi 81enne.

L’occasione
per questa «avventura burundese» arrivò su stimolo dell’arcivescovo di Torino
Michele Pellegrino, che da tempo – sull’onda del Concilio Vaticano II –
auspicava una missione animata anche da laici, ritenuti in grado di creare
maggior vicinanza con la gente. Monsignor Pellegrino aveva rilanciato l’appello
del vescovo burundese di Gitega, mons. Makarakiza, preoccupato per le gravi
condizioni economico-sociali del suo paese. Facendo proprio questo appello, don
Giuseppe Riva, fondatore della Cisv, di cui ricorrono 10 anni dalla scomparsa,
scriveva: «Si è operata la scelta del Burundi perché è uno dei popoli con
reddito più basso del mondo dei poveri […] si è preferito vivere e lavorare
in comunità, mettendo tutto in comune per superare l’isolamento,
l’individualismo…».

Così
i volontari ruppero gli indugi dando il via all’impegno dell’associazione nel
Sud del mondo, che oggi si concretizza in dodici paesi tra Africa e America
Latina.

Lunghi anni di guerra

Il Burundi, con i suoi 9 milioni di abitanti, è ancora tra i paesi
più poveri al mondo, al 185° posto su 187 nell’Indice di sviluppo umano (dati
2012). Qui Cisv lavora per garantire i diritti essenziali – cibo, acqua,
istruzione, salute… – ormai da 40 anni. Un aspetto da sottolineare è lo sforzo
di continuità degli interventi, per cui la Cisv ha messo più radici in alcune
località del paese, come la provincia di Karusi. Un impegno riconosciuto e
apprezzato dalla popolazione stessa, come ricorda Anacleto Gahene, un infermiere
locale: «Mi torna spesso in mente la scena del gran numero di donne che, con i
bambini gonfi per il kwashiorkor (marasma infantile, malnutrizione
accompagnata da addome gonfio) iniziavano a frequentare il Centro di Nyabikere
in cui si foivano lezioni di alimentazione. Le mamme hanno acquisito la
capacità di salvare la vita dei propri figli senza ricorrere a stregoni e
amuleti. Dopo un po’ molte non dovevano più essere seguite a casa dagli
animatori, tanto bene avevano capito l’importanza di un’alimentazione adeguata».

L’opera dei volontari è continuata anche negli anni più bui della
guerra civile, dal ‘93 al 2005, che ha mietuto numerose vittime tra gli stessi
amici e collaboratori locali più stretti della Cisv.

«A distanza di anni, faccio ancora fatica a parlare di quel
periodo» dice Mariangela Rapetti, cornoperante in Burundi negli anni ’93-’94. «Era
ottobre, a Gitega mancava la corrente elettrica, dicevano che i contadini
avevano danneggiato un traliccio. Forse c’erano dei segnali, ma noi non avevamo
l’esperienza per interpretarli. Fino al fatidico mattino del colpo di stato. In
capitale tutto si risolse in una notte, ma da noi uccisioni e sparatorie non
diedero tregua. Ricordo gli occhi delle persone, grandi, pieni di terrore o di
odio, il rumore degli spari, il latrare dei cani e le lunghe notti buie». I
volontari iniziarono allora a mobilitarsi per accogliere le persone in fuga. «Godance,
direttrice della scuola per sordomuti, con i suoi collaboratori e 40 bambini
furono accompagnati nel centro dell’arcivescovado, alcuni trovarono rifugio a
casa nostra, e nelle case Cisv di Rabiro dove i volontari diedero ospitalità a
200 persone. In 48 ore si radunarono 2.000 persone all’arcivescovado, molte
ferite, lascio immaginare le condizioni igieniche e… cosa dare da mangiare?
Ogni giorno andavamo lì, ognuno faceva quel che sapeva e poteva, avevamo così
poco».

«La gente ci chiedeva di non andarcene, volevano che restassimo a
vedere quel che succedeva. Per loro eravamo un po’ come sentinelle, la nostra
presenza li faceva sentire più sicuri» ricorda Alessandra Casu, veterinaria,
che è stata in Burundi dal ’91 al ’96, e oggi è responsabile dei progetti Cisv
nel paese.

«Durante la guerra era difficile lavorare,
occorreva stare attenti a dove si andava e a cosa si faceva, si rischiava la
propria incolumità» dice Marco Bello, volontario nel paese africano dal ’98 al
2000. Marco, ricorda che all’epoca furono uccisi diversi amici religiosi (vedi
MC marzo 2001
), «testimoni scomodi che lavorando a fianco della popolazione
più abbandonata erano tra i pochi a sapere e, a volte, a denunciare». In
effetti «la Chiesa, le parrocchie, le missioni erano riferimenti importanti per
la gente; su quel territorio privo di strutture industriali e commerciali,
erano sedi di potere reale» racconta Francesco De Falchi, cornoperante Cisv in
Burundi dal ’94 al ’99, ricordando anche lui «la tragedia della Chiesa locale
così compromessa nella contrapposizione etnica e con il suo tributo di morti
ammazzati». Francesco ha un po’ di nostalgia della religiosità burundese: «Ricordo la messa della domenica. Da quella
dei centri minori come Muyinga, dove il ritmo dei tamburi esaltava i canti
tradizionali, a quella della cattedrale di Bujumbura, trasmessa per radio, a quella
più di élite nel chiostro della Nunziatura. Testimonianze di una grande
tensione religiosa, lontana dal tiepido clima delle nostre parrocchie».

Burundi oggi

Ma qual è adesso, dopo le devastazioni della guerra civile, la
situazione del Burundi, alle prese con i problemi endemici di fame, scarsità di
terre, isolamento, difficoltà di scambi? «Oggi il paese inizia finalmente a
vivere in pace, anche se non mancano le tensioni, e a sperimentare nuove
pratiche democratiche» spiega Federico Perotti, presidente Cisv e cornoperante in
Burundi a inizio anni ’90 (vedi box). «Quanto ai nostri 40 anni di lavoro,
posso dire con una punta d’orgoglio che quanto Cisv ha fatto è rimasto, dimostrandosi
sostenibile nel tempo». Ne sono un esempio non solo le decine di scuole
primarie, le 13 cornoperative agricole, i centri di salute, gli impianti per
l’acqua costruiti grazie alla collaborazione tra l’Ong e le associazioni
locali, ma anche il contributo alla ricostruzione del tessuto sociale del
paese: dai progetti per garantire la partecipazione democratica della
popolazione a quelli per il rientro dei profughi rimasti senza terre. «I
risultati del lavoro Cisv hanno un impatto anche visivo» aggiunge Alessandra
Casu. «Ad esempio a Rabiro, il primo luogo in cui sono stata, all’inizio non
c’era nulla, solo capanne sparse. Adesso ci sono le scuole, l’ospedale, strade
più curate, c’è un centro per la trasformazione del caffè. E i tetti delle
abitazioni, prima in lamiera, sono oggi tutti in cotto».

«Questi risultati sono stati possibili perché, oltre alle
competenze tecniche, i volontari ci hanno messo il cuore» tiene a precisare
Perotti, «mantenendo questo stile anche in Italia». Degli oltre 70 espatriati
in Burundi, infatti, molti hanno costruito reti di solidarietà e sviluppo anche
al rientro nel nostro paese: come Mario Foero e la moglie Maria, che hanno
animato due comunità laiche, o Gabriella Ambrosi, che si occupa di accoglienza
a profughi e senza fissa dimora, o ancora Sara Fischetti, giovane veterinaria
impegnata per il diritto al cibo e l’agricoltura biologica e sostenibile.

40 anni e non sentirli

Ognuno di questi volontari ha lasciato in
Burundi un segno, ricevendone a sua volta un ricordo indelebile, come Donatella
Barberis: «Non sono malata di mal d’Africa, ho sempre avuto chiaro in mente che
le mie radici sono qui e che ogni terra appartiene al suo popolo. Ma non potrò
mai dimenticare… Si è volontari per sempre, legati a una terra e a un popolo da
legami di solidarietà inestricabili. Non so se ho fatto e dato qualcosa di
buono al Burundi, ma lui ha dato e insegnato moltissimo a me. Ho spesso pensato
che prima o poi avrei dovuto dire grazie, e forse questa ricorrenza dei 40 anni
Cisv nel paese è l’occasione giusta. Urakoze, grazie».

I volontari hanno festeggiato la ricorrenza a cominciare da
Bujumbura, capitale del paese, dove il 4 agosto, giorno del «compleanno», si è
organizzata una serata di riflessioni e cena condivisa con i collaboratori vecchi
e nuovi. Per l’occasione sono state realizzate magliette e striscioni che, con
le loro tinte patriottiche, hanno evidenziato i legami tra Italia e Burundi:
verde bianco e rosso sono infatti i colori delle bandiere di entrambi i paesi.
Mentre i cooperanti giunti da tutta Italia (qualcuno anche da più lontano) si
sono incontrati a Torino a fine settembre per una giornata di festa dove, tra
gioia e commozione, è stato riconfermato l’impegno Cisv a continuare il cammino
con il popolo burundese. Perché, come dice Mariangela Rapetti, «lì abbiamo
ricevuto un grande insegnamento: l’importanza di condividere. Indipendentemente
da quello che sai o puoi fare, condividere è l’unica cosa che conta».

Stefania
Garini



       Burundesi? Gente di montagna                                 

Federico Perotti è presidente Cisv dall’aprile di
quest’anno (2013). Ingegnere idraulico, all’inizio del suo percorso fu anche
volontario in Burundi. E da sempre è buon amico dei missionari della Consolata.
Ecco la sua visione del paese.


Tu sei stato la prima volta in Burundi a inizio anni
Novanta. Com’era allora il paese?

«Al mio arrivo, nel gennaio ’91, era in corso il
processo di democratizzazione avviato dal leader Buyoya. Fu approvata
tra l’altro la Carta di unità nazionale che doveva evitare scontri e tensioni
tra le etnie. Nel giugno ’93 le elezioni presidenziali si conclusero con la
vittoria di Ndadaye. Fu un momento di grandi speranze, anche per l’andamento
dei nostri progetti, che stavano avendo impatti significativi con
collaborazioni importanti con i municipi e i servizi tecnici. Ma, poche
settimane dopo il suo incarico, Ndadaye fu assassinato e il colpo di stato
infranse tutte le speranze. La distinzione etnica tra hutu e tutsi
non fu la sola causa del conflitto, ma fu usata come pretesto per mascherare
interessi politico-economici».

Quanto ha pesato la guerra civile sul lavoro dei volontari?

«La guerra, con il suo corredo di morti, tensioni e
instabilità ha avuto forti ripercussioni per oltre una decina d’anni: nel 2005
il Burundi si trovava nelle stesse condizioni del 1993; di fatto una grossa
retromarcia da tutti i punti di vista: economico, sociale, delle relazioni.
Diversi nostri collaboratori burundesi furono uccisi. I volontari però, a parte
un brevissimo periodo in cui furono evacuati per motivi di sicurezza,
continuarono a lavorare durante gli scontri e anche in seguito, intervenendo su
più fronti: dai progetti di sviluppo per la produzione e l’autosufficienza
alimentare, agli interventi per la ricostruzione di quanto era andato
distrutto, scuole, ospedali, case. È anche merito dei nostri volontari se circa
30.000 rifugiati hanno potuto rientrare in patria trovando un tetto ad
accoglierli. L’anno scorso a Bujumbura ho incontrato monsignor Simon Ntamwana,
arcivescovo di Gitega; lui ha seguito Cisv in tutti questi anni e mi ha
confermato la sua stima, ci considera “amici e fratelli del suo popolo, fedeli
fino in fondo in tutti questi anni travagliati”».

Il popolo burundese è piuttosto schivo e riservato. Che
rapporti si sono creati tra i volontari e la gente?

«I burundesi sono gente di
montagna, o meglio, di collina, un po’ chiusi e diffidenti. A differenza di
altre popolazioni africane non vivono riuniti in villaggi ma sparsi sul
territorio, ognuno nella sua capanna. La dimensione è quella delle famiglie e
dei clan, si creano relazioni solo in occasioni particolari, come al mercato. È
solo di recente che hanno iniziato a formarsi alcuni villaggi, per esigenze di
elettrificazione. In questo contesto lavorare per lo sviluppo è più faticoso,
ci va più tempo. Malgrado ciò, soprattutto con alcuni volontari, si sono creati
buoni legami personali. Io stesso, dopo oltre 20 anni, sono ancora in contatto
con alcuni amici burundesi, con cui mi sento regolarmente».

Qual è la situazione attuale del paese?

«L’economista Paul Collier nel libro L’ultimo
miliardo cita, tra le caratteristiche che rendono i paesi a rischio di
ricadere in spirali di miseria e instabilità, la povertà, il problema delle
risorse naturali, la corruzione, i conflitti. Il Burundi presenta questi
tratti, cui va aggiunta la fortissima pressione demografica: quasi nove milioni
di abitanti su un territorio pari a Piemonte e Valle d’Aosta, concentrati
soprattutto nelle aree rurali dove i fazzoletti di terra sono sempre più
esigui. Qui è molto difficile intervenire, stimolando iniziative autonome che
poi procedano sulle proprie gambe. Noi però proviamo a raccogliere la sfida,
confidando nei risultati del processo di stabilizzazione appoggiato anche
dall’Onu, che ha favorito le nuove istituzioni democratiche del paese in cerca,
faticosamente, della propria strada».

Sapresti fare un bilancio di questi 40 anni Cisv in
Burundi?

«Dal ’73 a oggi si sono realizzati molti interventi:
scuole, ospedali, magazzini, sorgenti d’acqua, centri di formazione. Ma la cosa
importante è che la maggior parte di queste infrastrutture e servizi continuano
a funzionare bene, mostrandosi sostenibili nel tempo, e con una gestione
totalmente locale. Un po’ meno soddisfacente il lavoro per promuovere la
federazione delle cornoperative, proprio per la cultura individualista cui
accennavamo prima. In generale, si è rivelata vincente la strategia di
lavorare con le istituzioni e le cornoperative locali favorendo i processi nati
dalla base, senza imporre nulla dall’alto. Poi, come sempre, molto dipende
dall’impegno delle persone e delle istituzioni nel continuare e valorizzare ciò
che è stato messo a loro disposizione».

Quali sono le vostre prospettive per il futuro?

«Continuare a lavorare nel settore agricolo, promuovendo
la sovranità alimentare e migliorando l’organizzazione dei contadini. L’idea è
di focalizzarsi sulla produzione locale (riso, patate, mais) e di sostenere il
ruolo produttivo e commerciale delle donne, che sono pilastri della società e
dell’economia burundese. Da sempre puntiamo a realizzare progetti pilota,
visibili e facilmente replicabili, che possano servire da modello anche per
altri. E sempre più ci stiamo dedicando alle tematiche dei diritti umani e
della partecipazione democratica».

Stefania
Garini

Per sapee di più:

www.cisvto.org
http://cisvto.wordpress.com (racconti dei volontari)
http://www.flickr.com/photos/cisvto (album fotografico)



Stefania Garini




Mama Fatuma, una donna musulmana alle prese con la poligamia

Fatuma è
musulmana, madre di dodici figli e moglie di Said, che dopo 25 anni di matrimonio
sposa una seconda donna. Padre Francesco Beardi ci offre un suggestivo ed
emblematico racconto tratto liberamente da un romanzo della scrittrice
senegalese Mariama Ba. Ci ha detto l’autore di queste pagine: «Ho scritto
l’articolo perché è interessante l’approccio verso l’islam nell’Africa francofona,
espresso da una scrittrice africana. Il romanzo, essendo stato tradotto in
swahili, parla anche al Tanzania, Kenya, Uganda, Congo».

È una musulmana piacevole,
intelligente e pia. Tutti i venerdì prega in moschea e ogni giorno legge il
Corano. Si chiama Fatuma, sposata con Said, una figura di spicco nella società
locale africana. Nonostante cognate e suocera «Voglio molto bene a mio marito – confida Fatuma -, tanto da
ridimensionare la mia antipatia verso la sua famiglia, specialmente le donne…».

Fatuma pazienta con le sorelle di Said, che invadono la sua casa
mangiando a sbafo. I loro bambini, maleducati, ballano sui sofà indossando le
scarpe, e le mamme non dicono «beh». Sopporta persino gli sputi con cui
insudiciano i tappeti. Per non parlare della madre di Said. La suocera spesso
visita la nuora, accompagnata sempre da amiche diverse: entra in casa per
mostrare loro il successo del figlio Said, e si vanta della bellezza
dell’abitazione, quasi fosse sua. Nonostante tutto Fatuma ama e rispetta Said.
Da 25 anni vive con lui, e gli ha partorito ben 12 figli.

Una delle figlie, Aisha, mentre si sta preparando per l’esame di
maturità liceale, sovente rincasa con delle compagne di classe. Una di loro è
Amina, tacitua, scontrosa, ma bella. Un giorno Amina incomincia ad indossare
abiti costosi. Sorridendo ironicamente dichiara ad Aisha: «Questi vestiti me li
ha comprati un vecchio». Poco dopo, la notizia-bomba: Amina sposa il vecchio.
Specialmente i genitori bramano il matrimonio della figlia, perché il vecchio è
ricco. Il cuore umano, insondabile da sempre sotto molti aspetti, ora si misura
con il parametro denaro! Fatuma domanda ad Aisha: «Quando sarà il matrimonio?».
«Domenica prossima, ma senza festa, perché Amina non può reggere la derisione
delle amiche».

Come seconda moglie

«La sera del matrimonio di Amina – racconta Fatuma – mi sorprende
il fatto che tante persone vengano a casa mia, senza essere state invitate…».
Tra loro c’è l’iman della moschea e Shukuru, il fratello maggiore di Said.
«Dov’è tuo marito Said?».
«È uscito questa mattina e non è ancora rientrato».

L’imam e il cognato sogghignano, mentre cresce il disagio di
Fatuma. Dopo aver sorseggiato il tè, l’iman annuncia: «Oggi, signora Fatuma, suo
marito Said ha sposato una seconda moglie. Veniamo proprio ora dalla moschea,
dove si è celebrato il rito».

Subito Shukuru aggiunge: «Sorella Fatuma, Said ti ringrazia molto.
Allah gli ha donato una seconda moglie, e non può certo rifiutare tale regalo.
Said si congratula con te, poiché hai vissuto con lui 25 anni con la deferenza
che una moglie deve al marito. Tutta la parentela ti ringrazia, specialmente
io, fratello maggiore di Said».

Fatuma resta di sasso. Ma cela il suo imbarazzo, nonché la sua
collera. Abbozza persino un sorriso e prega di salutare Said, «il marito
diventato amico». E lei, la seconda moglie, chi è? Amina, la ragazza spigolosa,
ma affascinante.

«Mamma, piantalo!»

La figlia Aisha è più adirata della madre, alla quale non fa
sconti: «Mamma, piantalo subito, separati! Non voglio che tu litighi con un
uomo e con una ragazza della mia età».
Al che Fatuma replica: «Devo proprio romperla con il marito, dopo
aver vissuto con lui un quarto di secolo e aver partorito 12 figli? Devo poi
allontanarmi dal tradimento subito?».

Dopo una lunga e dolorosa riflessione, Fatuma decide di restare
dov’è, perché… «Non ho mai pensato che si possa trovare gioia al di fuori del
matrimonio».
I figli contestano la decisione della madre, e Aisha rincara la
dose: «Mamma, i tuoi guai non sono ancora finiti, vedrai!».
Ma tant’è. Intanto gli sforzi degli amici stretti di Said di farlo
ritornare a casa, almeno per un po’, falliscono. Ogni volta che Said menziona
Fatuma ed esprime il desiderio di rivedere i suoi 12 figli, quella ragazza-moglie
sviene seduta stante. Said scompare per sempre. Così l’esistenza di Fatuma muta
radicalmente. Secondo la legge islamica, è obbligata a vivere nella poligamia e
a dipendere economicamente da «ciò che resta».
Ma per lei non resta mai nulla. «Non è facile la poligamia! Le donne che vivono nel matrimonio
poligamico ne conoscono le amare conseguenze: falsità e martirio. Tutto ciò
indurisce il cuore».

«Non sono un giocattolo»

«Taxi, taxi, in fretta!». La gola di Fatuma è secca come una
foglia morta. Il cuore è impazzito e la fa sussultare. «Taxista, più veloce!
Corri, corri…».

Arriva all’ospedale, ma il marito Said è già morto. Il dottore
spiega: «È stato un infarto fulmineo, mentre era in ufficio. I massaggi al
cuore e la respirazione artificiale sono state armi inefficaci contro la volontà
di Dio…».

La morte di Said gremisce la casa di Fatuma di molti conoscenti.
Lei indossa un velo nero sul capo e sopporta l’andirivieni della gente. Grida e
lamenti funebri eccessivi acuiscono il dolore della vedova. Secondo i costumi
locali, Amina, da cinque anni con Said, partecipa al funerale. La presenza
della seconda moglie irrita la prima. Dopo la sepoltura, i partecipanti al rito
salutano i familiari del morto, porgono condoglianze alle vedove e tessono le
lodi del marito: «Said, amico dei giovani e dei vecchi. Said, vero fratello,
marito premuroso, musulmano fedele. Allah abbia misericordia di lui!».

Il lutto dura 40 giorni. Però Shukuru, il fratello maggiore di
Said, è già nella stanza di Fatuma per dichiarare: «Appena terminato il lutto
ti sposerò. Voglio proprio che tu sia mia moglie».

Fatuma da 30 anni è avvezza al silenzio di fronte agli uomini. Ma
quel giorno la sua voce esplode rabbiosa e carica di scherno. «Shukuru, tu
dimentichi che anch’io ho un cuore e un’intelligenza. Io non sono un giocattolo
da passare da una mano all’altra. Tu non capisci che cosa significhi per me
“sposarsi”. È un atto di fiducia e di amore. È un dono reciproco tra chi
sceglie e chi è scelto». Fatuma sottolinea con forza la parola «scelta». Shukuru
ammutolisce. Se ne va colmo di rancore.

Il ladro della figlia

Aisatu, un’altra figlia di Fatuma, è rimasta incinta fuori del
matrimonio. All’inizio non lo ammette.

«Come immaginare che mia figlia giochi
licenziosamente con un ragazzo? Come accettare questa realtà che mi colpisce
come un fulmine a ciel sereno?».

Fatuma è affranta. La domanda è: «Chi? Chi è
il ladro? Perché un giovane di condotta lasciva è un ladro!».

Delusa, la mamma scruta la figlia, sempre
dolce e pronta ad aiutarla in casa. Alla fine Aisatu rivela il nome del suo
amante: è Iba, studente universitario. Si sono conosciuti durante la
festicciola di compleanno di un amico. Poi Iba ha cercato Aisatu a scuola, e
quel giorno la figlia non è tornata dalla madre per mezzogiorno. Il ragazzo ha
accolto la ragazza con gioia e gentilezza nella sua stanza dell’università… Iba
ha saputo che Aisatu è incinta. Però ha rifiutato l’aiuto di chi si prestava a
farla abortire.

«Mamma – dichiara Aisatu -, Iba verrà a
spiegarti tutto ciò che desideri sapere».

Ed eccolo Iba a tu per tu con Fatuma. È un
ragazzo che veste normalmente. Ma i suoi occhi sono un fascino. Il sorriso
riscalda il cuore. Questo giovane, tentatore di Aisatu, incanta la madre
dicendo: «Signora Fatuma, da tempo desideravo incontrarla. Aisatu mi ha
raccontato molte cose di lei e dei suoi parenti. Sua figlia è il mio primo
amore, e sarà l’unico. Chiedo scusa per quanto è capitato. Se lei è d’accordo,
sposerò Aisatu. Mia madre si prenderà cura di nostro figlio, mentre noi
proseguiremo gli studi. Grazie di tutto…».

Davanti agli occhi di Fatuma, madre
intelligente, premurosa e credente, sta nascendo una nuova famiglia. «Allah
benedica il cammino che Aisatu e Iba hanno intrapreso insieme. Salaam
aleikum
! La pace sia con voi!».

Francesco Beardi

Ndr: il titolo originale del
romanzo di Mariama Ba in lingua francese è Une si longue lettre. In
Swahili: Barua ndefu kama hii. In Italiano: Cuore Africano (Edito
da Sei nel 1981). Mariama Ba (1929-1981) è stata una figura di spicco tra gli
intellettuali africani che hanno sviluppato il dibattito sulla condizione
femminile nel continente.

Francesco Beardi




Serve anche la pipì. Huaycán, il centro di medicina olistica «Anna Margottini»

Il diritto alla salute in Perù / 1:
Siamo stati a
Huaycán, una delle periferie di Lima, per visitare il «Centro medico Anna
Margottini» gestito dalla suora italiana Goretta Favero. Abbiamo scoperto un
modo diverso di curarsi, al di là dei dettami della medicina ufficiale e delle
imposizioni delle multinazionali farmaceutiche…

Huaycán. A circa 20
chilometri da Lima, sorge Huaycán, tipico esempio di pueblo joven,
espressione con cui in Perú si indica un centro urbano di recente costituzione.
In realtà, il termine è un eufemismo per indicare un insediamento cresciuto in
luoghi inospitali e senza servizi primari per mano di gente povera o poverissima,
di solito emigrata dall’interno del paese.

In 30 anni – la sua fondazione risale al 1984 – la città
di Huaycán è cresciuta e migliorata, ma rimane un luogo dove vivere è
difficile. Soprattutto se si abita una casa di esteras1 (o di altri materiali
poveri: lamiera ondulata, cartoni, teloni) costruita in alto, sulle aridissime
pendici della montagna. Eppure è in luoghi come questi che la speranza può
prendere forma e concretezza, anche in modi inusuali. Lo testimonia la «Casa naturista
peruano-italiana Anna Margottini», un centro di medicina nato e cresciuto sulle
sabbie desertiche della città2.

Nella parte bassa di Huaycán la concentrazione di
abitazioni – cresciute una a ridosso dell’altra – è altissima ma, grazie al suo
colore bianco, la Casa Margottini s’individua facilmente. È una struttura a tre
piani, modea e semplice ad un tempo. L’ingresso per il pubblico si trova
accanto all’omonimo negozio di prodotti naturali ed erboristici. Varcata la
soglia, ecco il banco dell’accettazione e, davanti a esso, una serie di sedute
per la gente in attesa. Sulla parete di fronte al bancone una targa ricorda il
giorno dell’inaugurazione ufficiale – era l’11 gennaio del 2008 -, avvenuta
alla presenza del presidente della Camera dei deputati italiana e
dell’ambasciatore in Perú.

L’ambiente è accogliente e rilassante, pur
nell’andirivieni delle persone. Pannelli e poster colorati raccontano a
pazienti e visitatori filosofia e pratica della Casa Margottini: le consulenze
mediche e le terapie (dall’agopuntura all’odontologia) sono fatte nell’ottica
dei saperi naturali e della metodologia olistica3. Visite e terapie sono
a pagamento ma i prezzi sono bassi o comunque accessibili.

Nel Centro di Huaycán la medicina vuole essere naturale,
alternativa, semplice, ma anche popolare, economica e solidale ovvero l’esatto
contrario di quella che conosciamo. Siamo curiosi di scoprirla.

Curarsi (rompendo schemi, preconcetti e
tabù)

Ci viene incontro una donna tutta verve ed entusiasmo.
Sorride con la bocca ma soprattutto con gli occhi. Lei si chiama suor Goretta
Favero Miotti, padovana, infermiera, cofondatrice e attuale responsabile della
Casa Margottini.

Il percorso peruviano di suor Goretta inizia nel 1980.
Dieci anni dopo è a Huaycán. «Dal 1991 abbiamo lavorato a San Andres4, la parrocchia di Huaycán,
per formare promotrici di salute con le quali rispondere alle esigenze di
attenzione medica primaria. Con attenzione particolare per la prevenzione di
diarree, bronchiti, disidratazione, le patologie più diffuse». Suor Goretta e
le promotrici davano aiuto, ma allo stesso tempo ricevevano, scoprendo ad
esempio la medicina ancestrale della gente che veniva dalle Ande. «Abbiamo
recuperato e riscattato la fitoterapia, le cure con l’argilla e con l’urina».
Forse non abbiamo sentito bene. «Con l’urina?», chiediamo, facendo finta di non
essere troppo sorpresi. «Sì – spiega la suora -, bere la propria urina è una
chiave per rivoluzionare la nostra salute e la nostra vita. È una terapia
applicabile a tutte le età e per quasi tutte le malattie. È economica e
inesauribile»5.

Premesso che la medicina «ufficiale» è geneticamente
scettica (perlomeno) rispetto a qualsiasi strada alternativa, secondo la
medicina olistica le malattie vanno affrontate guardando all’uomo nella sua
globalità. Dunque, non soltanto nei suoi aspetti fisici. «Siamo convinti che
dietro ogni malattia, anche grave come un tumore, ci sia sempre un problema
emozionale e spirituale su cui occorre lavorare».

Diversa la ricerca delle cause, diversa la ricerca delle
soluzioni. «Tutti noi dentro il nostro organismo abbiamo le risorse per
curarci, per autosanarci. Basta dare al corpo un aiuto». Chiediamo in cosa
dovrebbe consistere questo aiuto. «Ad esempio, cambiando gli stili di vita,
seguendo un’alimentazione più organica e naturale, eliminando tutti gli
alimenti sofisticati e trattati (come lo zucchero, il pane bianco, il riso
bianco), facendo più movimento, adeguando la respirazione, aprendosi a
relazioni nuove, avendo più rispetto per i propri bioritmi».

È sempre
una questione di fegato

La struttura di Casa Margottini è divisa in tre aree
distinte. Nella prima ci sono la reception e gli ambulatori medici; nella
seconda, collegata da un elegante patio fiorito, ci sono gli ambienti per i
corsi e per i ritiri disintossicanti; nella terza, infine, c’è il laboratorio
erboristico.

Guidati da suor Goretta, sbirciamo nell’ambulatorio di
agopuntura dove quasi tutti i lettini sono occupati da pazienti in terapia.
Bussiamo quindi all’ambulatorio della dottoressa Yolanda Anco Torres, che è
anche direttore medico del centro. Pur essendo occupata con una donna e i suoi
due bambini piccoli, ci invita a entrare. Lei lavora qui da 4 anni ed è
convinta che la medicina naturale sia la migliore. «Mi sono convinta vedendo i
risultati ottenuti con i pazienti», ci dice.

Saliamo al piano superiore dove c’è l’ambulatorio di
odontologia. Ferruccio Fasanelli, di Conegliano Veneto (Treviso),
dentista italiano di 62 anni, si è trasferito a Huaycán con la moglie
peruviana. Due figli minori qui e ben sei in Italia. Il dottor Fasanelli segue
una odontologia olistica, escludendo l’uso di prodotti potenzialmente dannosi
per l’organismo. È molto felice della scelta di vita e professionale che ha
fatto. «La Casa è molto attenta agli aspetti umani, fa un ottimo lavoro medico
e la gente mi pare contenta. E poi si cerca di portare la salute dove ci sono
gli ultimi».

Lasciamo il dottor Fasanelli ai suoi pazienti
e proseguiamo lungo il corridoio del secondo piano. Ecco l’ambulatorio degli
psicologi. «Dietro a una malattia c’è spesso depressione, paura, collera. È
essenziale – ci spiega suor Goretta – sostenere la gente dal punto di vista
emozionale. Non soltanto il malato ma anche la sua famiglia».

Vicino c’è l’ambulatorio della massoterapia
dove Ines sta trattando un paziente. Accanto c’è la sala per la riflessologia
plantare, tecnica olistica tra le più note. Infine, l’ambulatorio della
idrocolonterapia, nella quale suor Goretta ripone molta fiducia. «Si fa con
acqua e ozono. Per noi è fondamentale perché con essa si previene e si cura.
Quando si fa una pulizia accurata del colon, l’organismo ha più difese»,
spiega. Corridoi, sale d’attesa, ambulatori: tutto è ordinato e lindo come si
conviene a una struttura sanitaria. Ma l’aria che si respira è rilassata «per
favorire – racconta la religiosa – un’attitudine mentale positiva».

In un’altra ala dell’edificio, accanto alla
cappella e alla ariosa sala dei corsi (biodanza, reiki), ci sono le stanze per
gli ospiti. La struttura può accogliere fino a 60 persone. «Non c’è una vera e
propria degenza. Facciamo inteamenti soltanto per i ritiri depurativi,
digiuni e massaggi, e soprattutto per motivi di prevenzione. La
disintossicazione del fegato e delle vie biliari è un trattamento a cui
attribuiamo molta importanza. Abbiamo infatti notato che la maggioranza delle
malattie viene a causa di un fegato sporco. Così, dopo un mese di preparazione,
alle persone in cura chiediamo di intearsi per tre giorni».

I sapori della vita

Terminato il tour conoscitivo della Casa
Margottini, lasciata momentaneamente suor Goretta ai suoi impegni lavorativi,
andiamo al piano dove si trova il ristorante naturista «Sapori della vita».
Nome italiano come italiana è la volontaria che lavora con le cuoche peruviane.
Il menù è (ovviamente) coerente con la filosofia del luogo, perché
un’alimentazione sana è essa stessa una medicina. Mangiamo una minestra di quinua6, un
tortello di zucchini e, come bevanda, un bicchiere di chicha morada7.

Dopo il pranzo, messi da parte lo
scetticismo, il recondito senso di superiorità (o forse la banale spocchia
occidentale) e una certa sudditanza al determinismo scientifico, siamo pronti
per sottoporci alla visita medica. Ci accoglie la dottoressa Heliana Febres.

Usciamo dopo oltre un’ora di colloquio con in
mano il nostro «Manuale pratico di orientamento per una vita sana». Per
iniziare il nostro nuovo corso, come a tutti, ci è stata suggerita una fase di
disintossicazione: 15 giorni di dieta rigorosa (soltanto verdure crude e
frutta), una serie di piante medicinali e anche la prescrizione più temuta
(…).

Il primo passo: decidere di cambiare

Toa suor Goretta per mostrarci l’ultima
parte del progetto. Lei e i suoi collaboratori non si limitano infatti a offrire
un servizio di cure mediche. In coerenza con una visione dell’uomo nella sua
globalità, davanti al centro Margottini funziona anche una struttura
assistenziale di stampo (apparentemente) più convenzionale: la Casa hogar Niños
esperanza de Huaycán
. L’edificio ospita una casa famiglia (casa hogar)
con una decina di bambine, un piccolo istituto educativo per il doposcuola, una
mensa per bambini ma anche un’aula dove si insegna agli adulti a produrre
saponi naturali e una grande cucina dove alcune donne (comprese mamme con
bambini al seguito) sfoano pane e torte. «Con soia e farine integrali», ci
spiega suor Goretta.

Prima di lasciare Casa Margottini ci fermiamo
nella bottega dei prodotti naturali, in gran parte usciti dal laboratorio
interno. Le erbe sono contenute in sacchettini di carta con un’etichetta bianca
che ne descrive il contenuto; i prodotti liquidi sono in piccole boccette
scure. Yolanda, la signora addetta alla vendita, ci prende dagli scaffali
quanto richiesto. Quando ci saluta, suor Goretta ci ricorda che «la prima cosa,
la più importante, è decidere di cambiare». Poi il cammino da seguire sarà
identico in Perú come in Italia o in qualsiasi altro paese del mondo.

Paolo Moiola
Note
1 – Le esteras sono stuoie e canne di bambù intrecciate.
2 – Occorre ricordare che, dopo Il Cairo, Lima è la seconda città
più grande del mondo nata e cresciuta su un deserto.
3 – Dal greco όλος = totalità. Un sistema – e dunque anche
un corpo umano – non va mai visto come una semplice sommatoria delle parti che
lo compongono.
4 – Su Huaycán e la sua parrocchia MC ha pubblicato: Paolo Moiola, Enmanuel Radio 100,5 FM, gennaio 1998.
5 – Dopo la visita al Centro Anna Margottini, abbiamo scoperto che
esistono molti libri dedicati all’urinoterapia.
6 – Coltivata sulle Ande da tempi antichissimi, la quinua è uno pseudocereale ad
alto valore nutritivo. Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2013 anno
internazionale della quinua.
7 – La chica morada è una tipica bevanda peruviana risalente all’epoca inca. È fatta
con una varietà di mais di colore viola scuro.
 

Nella
prossima puntata:

racconteremo di Tablada del Lurín,
un’altra periferia di Lima metropolitana; a Tablada abbiamo visitato il centro
medico «Jampi Wasi».

 
Videoreportage:

suor Goretta Favero ci guida all’interno del «Centro
medico Anna Margottini» di Huaycán.

La scheda
Il Centro di medicina olistica Anna Margottini

Luogo: Huaycán, distretto di Ate (Lima
est).
Nome completo: «Casa naturista peruano-italiana
Anna Margottini».
Inizio attività: gennaio 2008.
Responsabile: suor Goretta Favero Miotti.
Responsabile medico: dott.ssa Yolanda Anco Torres.
Servizi principali: medicina naturale, psicologia,
odontologia, ecografia, agopuntura, idrocolonterapia, terapie energetiche e
massaggi, neuralterapia, bagni di ipertermia alle erbe, zapper, biodanza, soggiorni
per disintossicazione epatobiliare.
Altri servizi: laboratorio e bottega di prodotti
fitoterapici, ristorante naturista.
Personale e
collaboratori:
Yolanda Anco,
Heliana Febres, Ferruccio Fasanelli, Carolina Morillo (medici); Violeta
Carranza, Maggie Palacios, Carola (psicologhe); Carlos Luyando (agopunturista);
Ines (massoterapista); addetti al laboratorio erboristico; personale
amministrativo e di pulizia; volontari provenienti dall’Italia. 

Siti web:
• www.centroholisticoperuano.com (*)
• www.fondoitaloperuano.org

(*) Il sito fornisce un’idea del
Centro Margottini, ma – all’ottobre 2013 – non risulta adeguatamente
aggiornato.

Vivere in salute e curarsi in Perù


Quando avere soldi è «salutare»




Come in troppi paesi del mondo, anche in Perù la salute è un
diritto più teorico che effettivo. Da anni il paese registra una elevata
crescita economica e un livello di povertà in diminuzione. Tuttavia, ai dati
macroeconomici positivi non sempre corrisponde un identico miglioramento della
sanità. In Perù, come altrove, per vivere in salute e curarsi disporre di
denaro rimane un prerequisito essenziale.

Lima. La
lunghissima Avenida Arequipa collega il centro con San Isidro e Miraflores, due
tra i quartieri più esclusivi della capitale peruviana. La via, sempre
trafficatissima e inquinata, è un susseguirsi di scuole e istituti educativi
privati, che cercano di accaparrarsi i clienti-studenti con giganteschi e
coloratissimi cartelloni pubblicitari. A San Isidro e Miraflores le scuole
private lasciano il posto alle cliniche private, dove i clienti-pazienti
vengono attratti anche aggiungendo al nome una provenienza extranazionale
(clinica svizzera, angloamericana, italiana e via così), come se l’aggettivo in
questione fosse garanzia di maggiore serietà.

Per curarsi, il cittadino di Miraflores
o San Isidro ha dunque un ampio ventaglio di scelte. Ma siamo in quartieri
ricchi. Usciti da questi ambiti territoriali, la situazione è diversa.

A parte i militari e le forze di
polizia (che hanno strutture sanitarie proprie), ogni cittadino peruviano può
farsi curare in strutture pubbliche. Ci sono gli ospedali del ministero della
salute (Minsa) e quelli di EsSalud. Negli ospedali del Minsa
tutto è a pagamento e la qualità del servizio è molto variabile. Agli ospedali
di EsSalud possono accedere soltanto i cittadini che hanno un regolare
contratto lavorativo (e dunque pagano i contributi) o che si sono affiliati su
base volontaria (da 64 soles al mese). Gli unici utenti esentati dal
pagamento sono quelli che rientrano nel «Seguro integral de salud» (Sis)1,
servizio creato dallo stato per la popolazione più povera (e aperto agli altri
tramite affiliazione volontaria: circa 15 soles al mese). Per gli
affiliati al Sis la qualità delle cure è sovente molto scarsa e non vengono
coperte tutte le patologie.




In questo quadro variegato, dal
2004 a Lima è entrato in funzione il «Sistema metropolitano de la
solidaridad» (Sisol). Negli Ospedali della solidarietà – sono 20 nella
capitale e pochi altri nel resto del paese – gli utenti hanno un buon servizio
a un costo abbordabile. Ma comunque, anche in questo caso, visite mediche,
esami e medicine si pagano.

Da anni il Perù è in crescita economica. Anche la povertà,
pur rimanendo alta (27,8%), si è ridotta notevolmente (vedi riquadro).
Tuttavia, nonostante questi dati positivi, il sistema sanitario peruviano non è
cresciuto in maniera equivalente. In generale, fuori dalle città e nelle
regioni di montagna (sierra) e di foresta (selva) curarsi è
complicato e a volte impossibile.

«La diseguaglianza, la esclusione e
la povertà – scriveva la rivista peruviana Otra Mirada in un’ottima
monografia del 20092 – sono fattori che rendono le persone più vulnerabili
ai problemi di salute e, a loro volta, diventano barriere all’accesso a servizi
sanitari adeguati. (…) Il diritto alla salute, identicamente al diritto
all’istruzione e altri diritti sociali, non è stato attivamente protetto dallo
stato negli ultimi decenni».

In Perù il diritto alla salute è riconosciuto (senza
enfasi) dalla Costituzione del 1993, una carta di netta impronta neoliberista.
Se è vero che la protezione della salute è un diritto riconosciuto a tutti
(art.7), è altrettanto vero che lo stato si limita a garantire il libero
accesso alle prestazioni attraverso entità pubbliche, private e miste (art.11).
Il risultato è che troppo spesso il diritto alla salute rimane teorico per la
maggioranza della popolazione. Difficile dunque negare l’esistenza
dell’equazione «più denaro, più salute». Un’equazione valida – magari in gradi
diversi – in moltissimi paesi, soprattutto in quelli dove lo stato sociale non è
mai arrivato o è stato schiacciato dall’avvento del modello neoliberista.



Paolo Moiola


Note



1 – Per maggiori informazioni,
di seguito riportiamo i siti delle varie organizzazioni: www.minsa.gob.pe; www.essalud.gob.pe;
www.sis.gob.pe; www.sisol.gob.pe.
2 – Otra Mirada, La democracia no goza de buena salud, novembre 2009: www.otramirada.pe.



La salute dei peruviani


Dati economici:



•  
Tasso di crescita annuale (stima 2013): 5,9%.
•  
Tasso di povertà (2011): 27,8% (era 48,7 nel 2005).





Dati sanitari:



•  
Spesa sanitaria (pubblica+privata) (2010): 5,08% del Pil  (media dei paesi latinoamericani: 7%; in
Italia, sempre nel 2010: 9,2%, di cui 7,3% pubblica).
•  
Spesa sanitaria annuale procapite:circa 400 dollari (suddivisi a metà tra pubblici e privati).
•  
Mortalità infantile (ogni 1.000 nati vivi, 2010): 17,0 (era 75 nel 1990;
in Italia, nel 2010: 3,3).
•  
Mortalità matea (ogni 100.000 nati vivi, 2011): 92,7 (in Italia: 3
ogni 100.000 nati vivi).
•   Denutrizione cronica infantile (2012): 19,5%
(era 30% nel 2000).
•   Principali cause di mortalità prima dei 5
anni di vita (2013): infezioni vie respiratorie (40,5%), infezioni intestinali
(7,7%), denutrizione (5,2%).
•   Principale causa di morte da agente
infettivo dopo l’Aids: tubercolosi, 96 casi ogni 100.000 abitanti nel 2013
(erano 198 nel 1990; in Italia: 10 ogni 100.000).

Fonti: Banco mondial,  Organización Panamericana de la Salud, Minsa,
Instituto Nacional de Estadística e Informática (Inei), Oms, Istat (Italia).

Paolo Moiola




Zimbabwe: Il paese baciato da Dio

Il racconto di
un’esperienza di vita vissuta, al di là degli stereotipi.
Il paese
dell’esproprio terriero, dell’iperinflazione e della crisi alimentare. Della
discriminazione razziale e del diritto di parola soffocato. Ma anche delle
scuole di ottimo livello, della gentilezza delle persone e delle città ben
pianificate. Un paese tutto da scoprire, visto in queste pagine con occhi africani.

L’aeroplano atterrò una mattina di
inizio gennaio, portando me e la mia famiglia ad Harare. Non sapevamo cosa
aspettarci, data tutta la pubblicità negativa che questo paese aveva avuto sui
mass media di tutto il mondo. L’anno era il 2010 e lo Zimbabwe stava ancora
barcollando sotto gli effetti paralizzanti di una catastrofe economica che
aveva portato ad abbandonare la moneta nazionale, il dollaro zimbabwano,
nell’aprile 2009. Moneta che entrò nel Guinness dei primati l’anno successivo
per aver avuto il maggior numero di zeri su un biglietto di banca, con la cifra
di 100.000.000.000 (100 miliardi) di dollari. Ma il mio
obiettivo non è qui fare un’analisi, bensì raccontarvi alcune osservazioni personali.

Arrivati
da un paese dell’Africa dell’Est ci installammo ad Harare e iniziò la routine
quotidiana: trovare le scuole per i nostri figli, avere degli amici. Ma ancora
oggi, anche se questo paese ha i suoi punti deboli, continuiamo a essere stupiti
delle meraviglie che Dio gli ha regalato.

Scuole e fughe di cervelli

Quello che mi ha impressionato maggiormente in Zimbabwe sono state
le sue scuole. Molte sono state toccate dalla crisi economica e hanno subito la
fuga di cervelli (tanti professionisti hanno lasciato il paese in cerca di
occasioni migliori, oppure un gran numero di professori hanno abbandonato
l’insegnamento). Un insegnante mi disse che era diventato troppo caro «perfino
recarsi a scuola». Nonostante questi problemi, la scuola segue un curriculum
olistico, ereditato dai giorni della colonia, che normalmente include molto
sport, musica e teatro, attività artistiche per i giovani. Molte scuole private
seguono il programma del certificato di Cambridge del Regno Unito, con sette
anni di scuola primaria, seguita da quattro anni di secondaria e ulteriori due
anni di superiore (high school, nell’ordinamento anglofono, ndr).
Arrivati a conclusione dell’iter scolastico gli studenti sono normalmente alla
pari con ogni altro allievo del Regno Unito. Tuttavia questo apprendimento
privilegiato resta appannaggio di alcuni ragazzi fortunati, sia di famiglie
benestanti, che sono in grado di mandarli in costose scuole private, sia quelli
che sono abbastanza bravi per essere ammessi grazie ai loro risultati.

Come in molti altri paesi africani, la Chiesa Cattolica
contribuisce a portare avanti la qualità dell’educazione in Zimbabwe. Ma essere
ammessi nelle scuole è talmente competitivo che spesso i genitori devono
prenotare il posto per i figli con tre anni di anticipo.

Così la maggioranza frequenta le poche scuole pubbliche
disponibili, dove, anche se c’è una ricca eredità lasciata dai tempi coloniali,
si lotta con la penuria di libri di testo e il limitato numero di insegnanti.

A ogni famiglia, in questo caso, è richiesto di pagare per
l’educazione dei propri figli, anche se la quota è normalmente molto inferiore
nelle scuole pubbliche che in quelle private.

Quasi il 90% degli studenti privilegiati che completano la scuola
superiore, scelgono di continuare fuori dallo Zimbabwe. La maggioranza parte
per Regno Unito e Sud Africa, mentre altri vanno verso Est: Cina, Singapore,
Malesia in particolare.

L’Università dello Zimbabwe ammette un gran numero di studenti
dalla scuola pubblica locale anche se ci sono state denunce della maggior parte
delle facoltà rimaste senza docenti. Ancora una volta questo fatto è dovuto
all’elevata fuga dei cervelli causata principalmente dalle difficili condizioni
economiche e dal basso livello di inquadramento che prevale nel paese. Ci sono
cinque università pubbliche e altrettante università private che offrono corsi
rilevanti principalmente nel settore commerciale.

Buona educazione

Impressionante è anche l’educazione della gente dello Zimbabwe,
inculcata fin dalla tenera età. Come straniera l’ho trovata inizialmente
opprimente, perché nel mio paese in questi casi diciamo che: «troppa familiarità
con tutti è sospetta». Abbinata con questa educazione le persone hanno un
raffinato senso di correttezza e serietà.

La rete stradale del paese, in particolare delle città di Harare e
Bulawayo, sono ben studiate. I semafori ad Harare sono stati un positivo
cambiamento rispetto al traffico della mia città. Vie e strade sono molto
larghe e tutto è ben segnalato e chiaro. Naturalmente si vede l’effetto della
crisi economica, e della mancanza di investitori: mentre molte strade sono
ancora in buono stato, diverse altre sono piene di buche. Le vie della
capitale, e di altre città, sono costeggiate da alberi che danno uno
straordinario colore quando fioriscono, dalle purpuree jacaranda, alle altre
varietà che portano le vie a tonalità dal fiammante arancione, rosso, bianco e
rosa.

Tendenze preoccupanti

In ogni città si trovano aspetti impressionanti ma anche tendenze
preoccupanti. C’è un elevato livello di disoccupazione che ha portato molte
persone a lasciare il paese in cerca di lavoro. Esiste tuttavia un lato
positivo in questo, perché molti altri sono riusciti a portare avanti piccoli business
per sostenere le proprie famiglie.

La tendenza di molti di creare o seguire una «chiesa profetica» è
preoccupante. Ma è ovvio che persone disperate le seguono sperando in miracoli
che possano rendere le loro vite migliori o più prospere.

L’Hiv/Aids continua a essere il problema principale. Ho incontrato
molte vedove che hanno perso il loro marito a causa di questo flagello. La
Chiesa Cattolica continua a portare avanti sforzi e fornire soccorsi a chi ne è
colpito.

Lingua e culture

Dal mio punto di vista di straniera, ho trovato interessanti
alcuni nomi molto comuni. Ho conosciuto diversi zimbabwani con nomi come:
Medicina, Psicologia, Rimpianto, Geloso, Comunque, Dimentica, Benedici e altri.
Indagando ho scoperto che questi nomi sono normalmente un tentativo di tradurre
nella lingua locale shona nomi in inglese, o talvolta di mettere in
relazione le circostanze della nascita con i nomi. Tuttavia la tendenza sembra
cambiare, con molti genitori che danno ai loro bambini un nome cristiano
seguito da un nome shona.

Interessante per me è la sorprendente somiglianza tra lo shona,
diffusamente parlato ad Harare e la mia lingua. Ci sono due gruppi etnici
principali in Zimbabwe: shona e ndebele, entrambi di origine
bantu. Bantu è un grosso gruppo di tribù distribuite in Africa centrale e del
Sud – Est. Il tratto comune di questi popoli è il riferimento di base «munhu,
mundu o mtu», un termine che si riferisce all’uomo. Ci sono poi molte altre
comunanze linguistiche che rimandano a una origine comune. Oltre che all’ovvio
riferimento a una persona, la radice della parola bantu «utu» identifica uno
stato di essere, la disposizione di vedere l’altro come un essere umano e di
considerarlo con rispetto e considerazione. Il movimento «Ubuntu» che si sta
risvegliando in Sudafrica è un tentativo di rivitalizzare queste antiche
usanze.

La popolazione di lingua shona e che parla i suoi vari
dialetti costituisce la maggioranza degli zimbabweani ed è dominante nei
settori del commercio, educazione e politica. Il secondo gruppo etnico sono i ndebele,
discendenti di un gruppo di guerrieri zulu (un’etnia sudafricana di fieri
combattenti) che si installarono nel Sud dello Zimbabwe alla fine degli anni
1830, sotto la leadership del capo militare Mzilikazi. Essendo una minoranza, i ndebele sono stati
spinti in periferia e molti di loro sono poveri. Il colonialismo ha perturbato
le loro comunità tradizionali molto ben organizzate, così oggi questo gruppo è
escluso da molti privilegi politici. C’era una rivalità tradizionale tra shona
e ndebele maggiormente dovuta al fatto che i primi hanno sempre accusato
i secondi di averli spinti fuori dalle loro terre. I politici utilizzarono per
i loro fini questa rivalità fin dopo l’indipendenza del 1980, ed essa perdura
ancora attraverso modalità sottili.

In effetti, il massacro di Gukurahundi del 1983, nel quale
centinaia di ndebele furono brutalmente uccisi dalle forze governative,
rimane vivo nelle menti di molti. Questo è un punto dolente che non è stato
risolto e una vera riconciliazione tra le due comunità non potrà esserci,
fintanto che esso non sia affrontato serenamente. Non ci sono scontri etnici,
ma un risentimento profondo che può venire in superficie, in particolare in
tempo di elezioni.

Sicurezza

Vivere e viaggiare in Zimbabwe continua a essere relativamente
sicuro, se confrontato, ad esempio, con il vicino Sudafrica, dove crimini
violenti sono frequenti, anche dovuti alla xenofobia. Tuttavia, come risultato
della crisi economica, arrivata dopo la sistematica e forzata cacciata dei
proprietari terrieri bianchi, c’è stato un aumento dell’attività criminale.

Ogni discussione sullo Zimbabwe è incompleta se non si parla della
cosiddetta «tribù bianca». Rimangono nel paese un gran numero di bianchi zimbabwani
di terza e quarta generazione. Tra il 1998 e il 2000 ci fu una cacciata di
massa dei proprietari di origine europea dalle loro fattorie. Scene terribili
che portarono il paese e il suo presidente in cattiva luce a livello
internazionale. È importante guardare alle cause e ai risultati di questi
sfratti. In primo luogo gli zimbabwani «indigeni» si sentivano emarginati negli
anni da una minoranza bianca che aveva imposto una politica simile all’apartheid
sudafricano.

Per questo ci furono maltrattamenti di chi
osava andare contro le regole. Gli africani venivano relegati in piccole aree
riservate, mentre appezzamenti grandi e fertili erano posseduti dai proprietari
bianchi. I leader politici sostenevano che ci fosse stato un negoziato
in cui i coloni avevano promesso di tenere parte delle terre per un periodo
massimo di 10 anni dopo l’indipendenza. Ma pare che abbiano cambiato idea poco
a poco. Gli africani neri credevano inoltre che alcuni proprietari bianchi
ricavassero diamanti e altri minerali di nascosto dalle loro proprietà.

Questi sono alcuni dei motivi che portarono il presidente Robert
Mugabe e i suoi a forzare l’esproprio terriero alla minoranza di fattori
bianchi.

Lo sfratto violento dei bianchi e l’esproprio forzato dopo anni di
investimenti non furono né legali né azioni umanitarie, nonostante le ragioni
che portarono a esso.

Ci furono anche questioni rispetto alla redistribuzione della
terra ottenuta con gli sfratti dei bianchi, ed è chiaro che i maggiori
beneficiari furono quelli legati alle alte sfere politiche. C’è anche stato un
generale vandalismo delle proprietà, che erano state rese produttive ed
efficienti in anni di lavoro e fatiche dei coloni e i loro discendenti. Questo
ha portato al problema dell’insicurezza alimentare, un tempo inesistente nel
paese.

Solo il dialogo tra il governo e le famiglie coinvolte, rivolto
alla riconciliazione e compensazione, può farla finita con le enormi
conseguenze negative degli espropri.

Turismo possibile?

In Zimbabwe ci sono molti siti storici e naturalistici da
visitare: il più famoso è quello delle cascate Vittoria, le seconde maggiori
nel mondo (per portata, ndr), situate al confine tra Zimbabwe e Zambia.
Questa visita è una reale esperienza.

Il percorso da Harare alle cascate è già un bel viaggio perché si
ha la possibilità di vedere la favolosa varietà di specie animali che ci sono
ancora in Zimbabwe. In particolare i molti elefanti di Hwange game park.

Vicino alla capitale, a 30 minuti, c’è il
monumento Domboshawa, una collina che ospita una cavea con pitture dell’uomo
preistorico. Un bel sito anche per pregare. Un altro posto da vedere è una
piccola bellissima chiesa nella periferia di Harare, costruita nel 1902. Il
pezzo più bello è la statua di Nostra Signora che rompe il diavolo del commercio
degli schiavi. Un altro sito è il Great Dzimbabwe in cui sono presenti antiche
costruzioni bantu complete di manufatti.

Lo Zimbabwe è anche classificato come un paese con il miglior
clima nel mondo durante l’anno. Un’idea di business è quella di costruire
pensionati per anziani come investimento nazionale.

Bellezza e potenziale, disperazione politica e resilienza
(resistenza e reazione positiva, ndr) che ancora fa camminare gli
zimbabwani a testa alta. Tutto questo è visibile in Zimbabwe. Come si dice: «Ogni
nuvola ha un rivestimento d’argento».

Josephine Msafiri

 
       Ancora il «Grande Vecchio»                             
Lo Zimbabwe dopo le elezioni di luglio

Dall’indipendenza del 1980 al nuovo governo (settembre
2013), il paese continua ad avere un solo unico capo: Robert Mugabe. Odiato
all’estero (dagli occidentali) e amato (in parte) in patria. Il padre padrone
dello Zimbabwe ha spesso utilizzato concetti di giustizia per favorire il suo
gruppo di potere.

Robert Mugabe è sempre il
capo. Le elezioni generali del 31 luglio scorso l’hanno confermato presidente
con il 61% dei voti, contro il 34% del rivale Morgan Tsvangirai. Mugabe, 89
anni, al potere dall’indipendenza (1980) ha così giurato il 22 agosto per il
suo sesto mandato di cinque anni come presidente della Repubblica. Allo stesso
tempo in parlamento il suo partito, lo Zanu-Pf (Unione nazionale africana –
Fronte patriottico), ha ottenuto oltre i due terzi dei seggi, mentre secondo è
il Mdc (Movimento per il cambiamento democratico) di Tsvangirai. Questo vuol
anche dire che la nuova Costituzione (del marzo di quest’anno) potrebbe essere
facilmente modificata.

Nelle precedenti elezioni del 2008, Morgan Tsvangirai
era in vantaggio, ma aveva dovuto cedere a pressioni e violenze nei confronti
dei suoi, e accettare, grazie a una mediazione dei paesi africani, una «coabitazione»
coatta: Mugabe presidente e lui primo ministro.

Ora Mugabe può fare da solo e il 10 settembre ha creato
il nuovo governo, rigorosamente monopartitico Zanu-Pf. Tutti i ministri sono
dei suoi fedelissimi, alcuni della vecchia guardia, già ministri dopo
l’indipendenza.

Le
ultime elezioni sono state vivamente criticate da Tsvangirai che le ha definite
una «enorme farsa». Secondo il Mdc, infatti, migliaia di votanti delle città
(più inclini a votare Tsvangirai) non hanno trovato il loro nome sulle liste
elettorali, mentre altre «decine di migliaia» di elettori sarebbero stati «aiutati»
a votare da partigiani di Mugabe presenti nei seggi. Anche gli osservatori
indipendenti occidentali hanno accusato un elevato numero di brogli durante lo
scrutinio. Non così gli osservatori dei paesi africani, per i quali il voto è
stato sostanzialmente corretto.

Il grande capo, fondatore della patria, ha favorito gli
espropri violenti da metà anni ’90 a tutta la decade 2000. Migliaia di fattori
bianchi (zimbabwani discendenti dei coloni) sono stati cacciati a forza dalle
loro proprietà, spesso senza alcun indennizzo dello stato. La terra è stata
ridistribuita agli zimbabwani neri e il più delle volte presa con la forza. Se
la redistribuzione delle risorse ha un forte fondamento di giustizia sociale,
il modo con cui è stata fatta non ha per nulla rispettato i diritti di tutti.
Inoltre: «Spesso hanno beneficiato delle terre espropriate le persone vicine al
presidente o al potere» ci confida una fonte che chiede l’anonimato.

Gli
espropri hanno avuto anche l’effetto di portare il paese in una crisi economica
mai vista. Da esportatore di cereali per tutta l’area in passato lo Zimbabwe
vive oggi una profonda crisi alimentare. Con il crollo dell’economia si è
creata una situazione di iperinflazione e nel 2009 è stato consentito l’uso di
valute straniere anche nella vita di ogni giorno (le più comuni sono il dollaro
Usa e il rand sudafricano) con il progressivo abbandonato dell’uso del dollaro zimbabwano.

Anche il rispetto dei diritti umani non è dei migliori e
in particolare la libertà di stampa e di espressione subisce grandi
restrizioni, media privati chiusi a forza e operatori incarcerati.

Con il nuovo governo Mugabe vuole procedere nella
politica di «indigenizzazione», in particolare garantendo che la maggioranza
del capitale delle filiali locali di aziende e gruppi multinazionali, passi in
mano di zimbabwani (neri). Per questo è stato creato un ministero ad hoc
(ministero dell’Indigenizzazione) e sarà guidato da Francis Nhema, già ministro
dell’Ambiente.

Il paese resta di fatto diviso in due: pro e contro
Mugabe, tra chi è legato alla concezione africana del capo «a vita» e chi
invece anela un cambiamento.

Marco Bello

Josephine Msafiri e Marco Bello




Cent’anni donati di cuore Le Missionarie della Consolata in Kenya

Il passaggio
del testimone: è un attimo di concentrazione, di precisione, di passione.
Mentre scrivo, sento di essere io chiamata al passaggio di testimone alle
giovani generazioni, per due motivi. Primo: molto di quello che scrivo l’ho sentito
dalla viva voce di madre Margherita De Maria, la missionaria della prima ora
che nelle belle serate di ricreazione a Sanfré ci raccontava, vibrante di
passione, le prime ore, i primi giorni, le prime spedizioni delle suore
missionarie della Consolata in Africa, in Kenya.

Secondo motivo è quello di
contribuire alla celebrazione del centenario dell’arrivo delle nostre sorelle
in Kenya, io che per anni ho chiamato quella terra «mia patria di adozione».
Con
queste righe voglio rendere omaggio alle tante sorelle conosciute e amate che
ora riposano nei cimiteri di quella terra benedetta.

L’evento

In questa foto (l’originale in bianco e nero è stato
rielaborato da Fraser) ci sono le prime 15 suore missionarie della Consolata
accolte dai missionari della Consolata, dalle suore del Cottolengo (tre,
riconoscibili dalla loro mantellina bianca e lunga) e dai primi cristiani, lavoratori
e bambini della missione di Limuru (probabilmente). Eccole (da sinistra): sr. Rosa Margarino (Portacomaro, At), sr. Filomena Moresco (Barge, Cn), sr. Agnese Gallo (Caramagna, To),
sr. Teresa Grosso (Buttigliera d’Asti, At), sr. Caterina Gemello
(Candiolo, To), sr. Domenica Drudi (Misano, Forlì), sr. Candida
Sandretto (Sparone, To), sr. Margherita De Maria (Dronero, Cn), sr.
Serafina Drudi (Misano, Forlì), sr. Paolina Bertino (Montevideo,
Uruguay), sr. Cristina Moresco (Barge, Cn), sr. Carolina Crespi
(Pogliano, Mi), sr. Costanza Golzio (Castiglione, To), sr. Cecilia
Pachner (Torino), sr. Lucia Monti (Almenno S. B., Bg).

______________________________________________________________________

1913

L’Istituto ha tre anni di
vita. Le suore professe sono 18, le novizie 24, le postulanti 12. Dall’Africa,
e precisamente dal Kenya dove oramai da dieci anni i missionari della Consolata
lavorano, si fa pressione sul Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano, nostro
comune Padre, perché mandi le missionarie. Così ecco il 1913 con l’incalzare di
eventi per il giovane Istituto: vestizioni religiose a gennaio, ad aprile, a
maggio, a settembre. In aprile, il giorno 5, le prime professioni religiose
nell’Istituto. «Questo giorno, dice il Fondatore nella conferenza, è da
scriversi a caratteri d’oro».

Dieci sorelle, all’altare,
emettono la loro professione religiosa. Sono le pietre angolari sulle quali si è
innalzato l’edificio delle missionarie della Consolata.

1913, l’anno scorre veloce. Dopo
il traguardo delle prime professioni, il Fondatore annuncia la partenza per le
missioni. Da questo momento, nel Fondatore c’è un solo desiderio: formare le
sue figlie più direttamente a quello spirito missionario di cui Lui aveva tutto
acceso il suo grande cuore.

Madre Margherita De Maria viene
scelta come superiora del primo gruppo delle partenti. Il tempo vola: corsi speciali di
medicina, di inglese, di gekoyo (la lingua dei Kikuyu, come si scriveva
allora, ndr.), di musica; le sorelle visitano regolarmente gli ospedali
della città e non mancano di fare lunghe camminate per allenarsi alla vita
missionaria.

1913, 28 ottobre, le prime 15
missionarie della Consolata destinate al vicariato del Kenya, ricevono
solennemente il Crocifisso, il Compagno del loro pellegrinare in missione,
dalle mani del cardinale Agostino Richelmy, assistito dal Fondatore e dal
Canonico Camisassa. È il momento dell’invio, del mandato «ad gentes» da parte
della diocesi e della Chiesa. Da quel giorno in poi, le missionarie partiranno
dalla Consolata e andranno in tutto il mondo. «Ricevi la Croce di Gesù Cristo.
Ti sia sostegno nelle fatiche
dell’apostolato». È la voce del Vescovo che «manda» i nuovi operai nella messe.

Sono pronte per partire. Eccole:
suor Agnese Gallo, suor Candida Sandretto, suor Carolina Crespi, suor Caterina
Gemello, suor Cecilia Pachner, suor Costanza Golzio, suor Cristina Moresco,
suor Domenica Drudi, suor Filomena Moresco, suor Lucia Monti, suor Margherita
De Maria, suor Paolina Bertino, suor Rosa Margarino, suor Serafina Drudi, suor
Teresa Grosso.

Le prime Missionarie della Consolata nel 1913. Tra loro le suore professe (col crocifisso), le novizie (con la medaglia) e le postulanti (velo nero)

Le prime impressioni

L’Africa. Il Kenya. Un mondo
nuovo per le nostre sorelle. L’immensità dello spazio che si apre davanti a
loro, il cammino difficile, povero, sacrificato; il pericolo dell’isolamento,
la lontananza, lo scoraggiamento, potrebbero intaccare la generosità e la
serenità delle figlie dell’Allamano.

Ma davanti ai loro occhi la
figura del Cristo missionario del Padre, della Consolata, che quale madre
dolcissima le seguiva, il ricordo del Fondatore, il suo sorriso, il suo «Coraggio,
avanti!» diventano il sostegno nei duri inizi.

Partono. Sono 15 e provengono da
otto diocesi: Torino, Saluzzo, Ivrea, Asti, Bergamo, Milano, Rimini e
Montevideo. Alla stazione di Porta Nuova a Torino, il Fondatore commosso dà
loro la sua benedizione.

Partono. Dà loro grande fiducia
il sapere che andranno a lavorare accanto ai missionari della Consolata, figli
dello stesso Fondatore, espressione di uno stesso carisma. Le sorelle ripongono
altrettanta fiducia nel fatto che in Kenya da una decina d’anni lavorano le
Cottolenghine (le suore del Cottolengo) della Piccola Casa di Torino; sotto la
loro guida il tirocinio missionario sarà più facile e sicuro.

Partono. Non hanno con sé il
biglietto di ritorno, hanno salutato tutti, per sempre. Vanno. Quando il
bastimento «Catania» leva le ancore da Genova e le coste della patria si
allontanano, le 15 si stringono l’una all’altra: piangono, sorridono e pregano.
Vanno verso l’ignoto piene di fiducia, sorrette dalla benedizione del
Fondatore. Con sé portano una lettera del
Padre Allamano, da leggersi durante il viaggio: è
un prezioso compendio di quanto era stato loro insegnato durante la
preparazione.

Gruppo di Missionarie della Consolata in Kenya attorno a madre Margherita Maria, la lor superiora.

Da Limuru a Nyeri

Dopo un lungo viaggio, le
missionarie raggiungono il porto di Mombasa in Kenya e il piccolo treno a
scartamento ridotto che porta in Uganda le lascia alla stazione di Limuru: è il
28 novembre 1913. A Limuru, una ventina di km oltre Nairobi, i missionari
avevano posto la loro casa procura da cui poi mandare, attraverso le valli
dell’Aberdare, i rifoimenti alle missioni di Muranga (allora Fort Hall), di
Nyeri e di Meru.

Il cuore è pieno di gioia:
finalmente le missionarie sono nella terra dei loro sogni. Alla stazione sono
ad attenderle monsignor Perlo Filippo, vicario apostolico di Nyeri, le suore
Cottolenghine, vari missionari della Consolata, alcuni dei primi cristiani e i
catecumeni.

Il giorno successivo molti
vengono a salutarle e chiedere notizie del papa, dei superiori, degli italiani.
Il terzo giorno le missionarie iniziano un «corso di orientamento» con le suore
del Cottolengo visitando i villaggi attorno a Limuru e un corso intensivo di
lingua kikuyu in modo di rendersi capaci di comunicare in modo diretto con la
gente.

Il rodaggio dura solo pochi mesi,
poi inizia l’avventura. Le nuove missionarie lasciano Limuru e partono in
carovana per raggiungere Nyeri. I buoi trascinano carri carichi di tutto: le
tende per ripararsi durante le notti del lungo viaggio di quattordici giorni,
il cibo, gli attrezzi e il necessario per mettere su casa una volta arrivate a
destinazione. Dopo la lunga camminata le suore raggiungono Nyeri senza essere
accolte da speciali cerimonie di benvenuto. Solo i circa 75 bambini
dell’orfanatrofio (raccolti dai missionari e dalle suore del Cottolengo perché
abbandonati alle iene nella foresta) le guardano con gli occhi sgranati.

Così ha inizio la nuova missione
Nyeri-Mathari (dove i missionari sono presenti dal 1904). Lo stile di vita è
veramente povero a livello materiale, ma ricco di ogni sorta di attività. Tutti
i giorni riservano il tempo per il catechismo agli operai della grande fattoria
agricola. Con loro lavorano, per produrre il necessario per se stesse e le varie
missioni già aperte dai missionari della Consolata.

È un’avventura anche il ritmo di
lavoro dalla domenica alla domenica. Scuola per tutti quelli che giungono alla
missione dai villaggi intorno; attenzione particolare per le giovani che sono
educate e vivono alla missione; visita agli ammalati nell’ospedale governativo,
cura di quelli che arrivano all’improvvisato dispensario della missione
collocato sotto un albero o in una capanna per proteggere il paziente e la
suora dal sole implacabile; visite regolari ai vicini villaggi, in cerca di
malati da curare; e la cura dei 75 orfani, che vivono ancora in costruzioni
molto provvisorie. E il lavoro massacrante nella immensa piantagione di caffè e
in quella di orchidee; l’attendere agli oltre 500 buoi e mucche (la fattoria
aveva moltissimi buoi per tirare i carri usati nel trasporto del caffè da Nyeri
a Nairobi e per le carovane da una missione all’altra; ndr.) che bisogna
contare al sorgere e al tramonto del sole e accudire giorno dopo giorno.

Missionarie della Consolata impegnate nella visita ai villaggi.

Ma per tutto questo lavoro non
tutte le 15 missionarie rimangono a Nyeri: quattro partono immediatamente per
Tuthu (la prima missione fondata nel 1902 dai missionari nelle valli
dell’Aberdare a oltre 2300 m), dove giungono dopo tre giorni di cammino (il
viaggio oggi richiede poche ore di macchina!). Suor Agnese è la superiora, suor
Paolina Bertino è destinata alla visita ai villaggi e all’insegnamento
nell’incipiente scuola, suor Serafina Drudi per la visita ai villaggi e suor
Rosa Margarino per la cucina di tutta la comunità maschile e femminile della
missione. Così le missionarie iniziano la seconda missione.

Avventure di tempi eroici!
Aggiungiamo quella di inserirsi nell’ambiente vincendo la sfida della lingua,
dei lunghi viaggi, delle malattie come la malaria, le piaghe, la dissenteria,
del cibo scarso: tutto contribuisce a rendere difficile la vita. Ma il Signore è
loro accanto, e interviene anche con i miracoli.

Le sorelle rimaste a Torino,
seguono con amore fraterno le loro missionarie, nell’attesa di raggiungerle, e
pregano:

«Vergine, piena d’amore,
consolatrice d’ogni nostro pianto.
Reggili sugli oceani,
nell’orror delle foreste
e dei deserti ardenti,
Quando spira la furia
dei torrenti,
quando spossati cadono per via,
quando li assale stanchezza e nostalgia,
posati loro accanto!».

E
davvero, come per altre volte a molte di noi, il cielo si fa vicino.

Suore Serafina Drudi in visita a capanne attorno al villaggio di Thusu.

Avventura e grazia

Ed è un’avventura anche uno dei
tanti viaggi fra Tetu (missione fondata nel 1903) e Nyeri. Protagoniste suor
Teresa e suor Candida, le quali, dopo una mattinata spesa nella funzione dei
battesimi, nel pomeriggio si incamminano in carovana per il ritorno alla
missione. La notte si avvicina: vescovo, padri, suore, cristiani e non, tutti
in fila ritornano al Mathari. Tra loro suor Candida, appena giunta in missione,
non allenata alle lunghe marce. A poco a poco tutti sorpassano le due sorelle
che alla fine si trovano isolate, nella solitudine e nel silenzio della notte
africana senza luna. Hanno perso il sentirnero. La paura si fa strada. Un
improvviso fruscio le allarma ancor più. Un serpente, una iena, un leone?
Invece ecco un giovane con una bianca tunica si avvicina e le invita a seguirlo
per raggiungere la carovana. Nel dialogo con suor Teresa si presenta e dice il
suo nome: «Wa Ngai» (di/da Dio). Suor Teresa ribatte che tutti veniamo
da Dio e insiste per sapere il suo nome: «Wa Ngai – dice -, e vengo da molto
lontano». Della giornata dei battesimi il giovane dice che è stata molto bella
ed è piaciuta anche a Dio. Egli precede le sorelle mentre il camminare si fa più
facile e anche suor Candida ha la sensazione che la stanchezza sia scomparsa.
Finalmente, a discesa terminata (perché c’è una valle tra Tetu e Mathari e
bisogna scendere al fiume e risalire), il paesaggio si allarga, si cominciano a
sentire le voci del gruppo. Sono salve! Suor Teresa chiede ancora: «Vuoi dirmi
il tuo nome?». Dopo un istante di sospensione, con voce chiara il giovane
risponde: «Sono Raffaele. Vengo da Dio». E scompare.

In senso orario: suora della Consolata e del Cottolengo tra i bambini orfani dell’orfanotrofio di Nyeri; suora con giovani mamme;
bambini dell’orfanotrofio di Nyeri e la stessa foto ritoccata con al presenza delle suore.

Avventure missionarie: quante! Di
quanti piccoli miracoli in questi cento anni di Kenya, siamo testimoni! Le
piccole scatole-case, le capanne, i primitivi improvvisati dispensari, poco a
poco hanno lasciato il posto a case vere, scuole, ospedali, orfanotrofi,
dispensari. Cento anni per seminare l’Amore, la Consolata e il Padre Fondatore
nel cuore della nostra gente del Kenya, obbedendo all’invito dell’Allamano: «Coraggio
e vanti!».

Gesù, il missionario del Padre ci
ha sempre precedute e ci ha rese anche capaci di cedere nelle mani responsabili
della Chiesa locale quello che con tanto sacrificio è stato costruito (la
maggior parte degli ospedali, scuole e altre attività iniziate nelle missioni
della Consolata, sono ora nelle mani delle Chiesa locale, avendo i missionari e
le missionarie finito il loro compito da dare inizio ad una nuova comunità ndr.).

Ora abbiamo raggiunto il deserto,
di nuovo come agli inizi, forse con meno fatica. Tocca sempre a noi andare e
partire per testimoniare, per passare il testimone ad altre sorelle, alle
giovani di oggi, anche a nome delle 157 missionarie che riposano nei cimiteri
del Kenya: 47 al Mathari-Nyeri, 8 a Meru, 95 al Nazareth Hospital-Nairobi e 7
in altri cimiteri.

Sr. Pier Rosa Campi

Pier Rosa Campi




Bellesi: Un uomo fatto Parola

Padre Benedetto Bellesi: l’uomo,
il missionario, il giornalista

Piccole «dediche» a un missionario schivo e dalla risata
coinvolgente, innamorato della Parola di Dio e della verità. Abbiamo sentito il
bisogno di dedicare queste pagine al nostro fratello, amico e collega padre
Benedetto Bellesi, chiamato alla casa del Padre lo scorso 3 luglio. Per l’uomo
e per il missionario che ha donato 26 lunghi anni a servizio della Parola nella
stampa missionaria, è il minimo che possiamo fare.

Maestro di «cucina redazionale»
di Ugo Pozzoli

Carissimo Benedetto,
soltanto poche ore fa mi è arrivato un sms da Torino in cui era scritto che
mancava veramente poco al grande passo. Ho realizzato in quel momento, caro
Benedetto, che su questa terra non ci saremmo più rivisti. Adesso, che ne ho
avuto purtroppo la conferma, sono sicuro che nel momento in cui ho letto il
messaggio avevi già iniziato il cammino di rientro verso la casa del Padre,
l’ultimo grande viaggio, per il quale ti sei preparato a lungo e con una
meticolosità che non avevi mai messo nelle tante occasioni in cui, per lavoro,
ti era toccato fare la valigia e partire.

Ho
una grande pena nel cuore, perché ti sto scrivendo da un posto in cui avevamo
combinato di venire insieme. Ti ricordi? Subito dopo la mia elezione a
Consigliere, sapendo che mi sarei occupato anche della missione nel continente
asiatico, mi avevi detto: «Il giorno che andrai in Mongolia dimmelo, che ti
vengo a portare la borsa». Al che ti avevo risposto che di sicuro avrei dovuto
portarla io a te, dato che soltanto in apparecchi fotografici avremmo avuto
bisogno di un mulo da soma.

Purtroppo
questa carogna di una malattia ti ha portato via troppo presto, dandoti appena
il tempo di finire il tuo ultimo «Dossier» per Missioni Consolata,
proprio sull’evangelizzazione della Chiesa in Mongolia.

Stamattina
abbiamo pregato per te con p. Giorgio, sr. Lucia e sr. Gertrude, i tre
missionari che lavorano ad Arvaiheer, immersi in mezzo alla steppa mongola, a
poca distanza dall’inizio del grande deserto del Gobi. Ti abbiamo ricordato
nella Messa, proprio all’ora in cui mettevi l’ultimo bollo sul tuo passaporto,
quello per il Paradiso.

Ciao
Benedetto, ti saluto di qui, da lontano. Non ci potrò essere al tuo funerale,
ma so che da lassù mi capirai e non te ne avrai a male. Mi manca pure un
bicchiere di quello buono con cui farti un brindisi, come i tanti condivisi
dopo le vittorie (e anche le sconfitte) della nostra amata Juventus. Ti dico grazie con tutto il cuore per averti
conosciuto e per avermi fatto conoscere quell’anima buona e sensibile che
tendevi a nascondere dietro a una scorza da orso marsicano. Ti dico grazie per
avermi insegnato il mestiere di giornalista missionario e averlo fatto con
quello spirito socratico che tende a fare emergere e valorizzare quelle
conoscenze che, inconsapevolmente, l’altra persona già possiede. Sei sempre
stato quello che di noi scriveva meglio di tutti, con quell’italiano pulito,
ricco e semplice allo stesso tempo, un vero maestro di quella che in gergo noi
chiamiamo «cucina redazionale», ovvero, colui che fa il «lavoro sporco» di
sistemare gli articoli altrui per renderli belli e presentabili. L’hai fatto
sovente anche con me. Le ultime meditazioni spirituali che hai condiviso con il
sottoscritto erano sul Libro dell’Apocalisse, che racconta una fine che non è
la fine; ti mando allora idealmente una cartolina da questo paese dove sembra
che all’orizzonte la terra si attacchi al cielo in una linea perfetta, come se
fosse un’anticipazione dei cieli nuovi e della terra nuova che troverai al tuo
arrivo. Fai un buon ritorno a casa,

Ugo da Arvaiheer (Mongolia),
3 luglio 2013


«Capo mio»


di Francesco Beardi

Carissimo «capo mio», ricordi? Ti
ho sempre chiamato così: «Capo mio». E tu mi rispondevi con le stesse parole.

Io
ero «capo», perché direttore della rivista, però riconoscevo in te una
autorevolezza culturale e missionaria indiscutibile. Un’autorevolezza anche
linguistica, giacché eri laureato in Lettere classiche alla Cattolica di
Milano. Davvero «capo mio».

Entrasti
nella redazione di «Missioni Consolata» nel 1987, dopo che l’anno precedente ci
eravamo incontrati in Sudafrica, dove tu operavi e… mi cucinasti persino una
gustosa spaghettata ai funghi da te raccolti.

Di
tanto in tanto rievocavi le parole che ti dissi alla stazione di Porta Nuova a
Torino, quando venni a prelevarti per entrare nella redazione della rivista, e
cioè: «Se anche tu te ne andrai dalla redazione, ce ne andremo in due: tu ed
io!». Invece lavorammo insieme per 15 anni, senza alcun screzio. Eppure eravamo
molto diversi: tu, roccioso, metodico, anche burbero; io, più morbido, talvolta
improvvisatore, poco amante delle regole.

Ci
concedevamo delle sane risate: la tua era una lunga e possente cascata di
scrosci fragorosi e accattivanti.

Un
altro punto su cui collimavamo al 100 per cento era rappresentato
dall’espressione: «Nella vita temi specialmente chi si reputa un genio, mentre è
solo un rompiscatole!».

Capo
mio, eri pure tifoso della Juventus, mentre io ero estraneo a ogni cultura
pallonara. Tuttavia, dopo qualche stagione, mi ritrovai a tifare Juve, solidale
e «ammagliato» dal… «capo mio».

Tu,
roccioso di carattere, trascorrevi le giornate appoggiandoti continuamente e
senza riserve sulla «roccia» della Parola di Vita. Fu una fede che ti accompagnò
e sorresse sempre, specialmente i giorni oscuri, dolorosi e interminabili del
cancro. La passione per la «Parola» ti spinse a Nazareth, a Gerico, a
Gerusalemme e dintorni, dove camminasti come pellegrino per diversi mesi e a più
riprese. La Parola ti consentì di dettare meditazioni profonde e toccanti. Come
dimenticare, ad esempio, un tuo quaresimale sul Libro di Giona? Il fascino
della Parola di Dio contagiò pure «Missioni Consolata». Infatti la rubrica
biblica mensile della rivista «Così sta scritto», curata da don Paolo
Farinella, fu merito tuo.

Fosti
redattore e direttore di «Missioni Consolata», come nessun altro. Alcuni numeri
speciali monografici della rivista vennero poi ristampati anche come libri. «Allah
akbar», ad esempio, interamente dedicato all’Islam.

Capo
mio, Benedetto! Un capo tosto, convinto e sereno. Ora, mentre passeggi in
compagnia di tanti amici attraverso le galassie luminose del Paradiso, facci
ancora sentire la tua possente risata. Sarà una garanzia che la nostra povera
preghiera è stata accolta dal Padre celeste. Vero, che continuerai a ridere,
capo mio?

p. Francesco Beardi,
missionario in Tanzania

 

L’orso
gentile

di
Paolo Moiola

Incontrai padre Benedetto per la
prima volta nel giugno del 1994. Padre Francesco Beardi, allora direttore
della rivista, mi aveva convocato a Torino per capire se la mia collaborazione
giornalistica (iniziata nel 1989) potesse diventare più stabile. Il direttore
chiamò padre Bellesi per presentarci. Lui mi strinse la mano, disse poche
parole e toò nel suo ufficio. Mi colpì la sua voce, forte e chiara, ma anche
il suo aspetto con la faccia tonda e un fisico ben piantato a terra. Senza
capie esattamente i motivi, provai però una sorta d’immediato timore
reverenziale, che non sarebbe mai sparito completamente. Come dimostra la
circostanza che, nei suoi confronti, io sempre utilizzai il «lei».

Nella
vecchia redazione il suo ufficio confinava con il mio. E non era una fortuna!
Perché padre Bellesi fumava e fumava forte. L’aria appestata dalla nicotina
superava porte e muri, insinuandosi per ogni dove. Fumò per molti anni finché
non venne l’aut aut (probabilmente tardivo) dei medici.

Quando padre Beardi lasciò la rivista (dicembre 2002),
padre Bellesi fu nominato direttore. Si aprì allora una stagione in cui, come
redattori stabili, eravamo soltanto noi due. Non fu un periodo facile perché,
per far uscire la rivista, si dovevano fare i salti mortali. E l’attualità non
aiutava. Erano infatti i tempi della guerra in Iraq. Dopo mesi di preparativi,
nel marzo 2003 George W. Bush aveva ordinato l’attacco al paese mediorientale. Missioni
Consolata
si schierò – ancora una volta – contro la guerra in maniera
chiara e argomentata. Arrivarono moltissime lettere (via posta e dunque più
impegnative – non fosse altro per i tempi necessari a scriverle e spedirle –
rispetto alle attuali email), di plauso e di critica. Queste ultime erano
particolarmente dure e con toni accusatori, a volte insultanti. Padre Bellesi
non perse mai la testa, non scelse mai la strada facile di dare ragione a tutti
per non scontentare alcuno. Nelle Lettere dava spazio a tutti,
rispondendo in maniera meditata ma senza accondiscendenza, anche a rischio di
perdere un abbonato (la minaccia di gran lunga più diffusa). Poi, quando
arrivavano lettere elogiative, le pubblicava con soddisfazione ma senza enfasi,
anzi quasi con pudore: «La vostra rivista entra mensilmente in casa mia e mi
rinfranca nello squallore giornalistico che ci circonda. Davanti
all’aggressione cui siete sottoposti, vi domando di resistere forti delle
vostre idee».

Sì,
furono tempi duri ma anche densi di soddisfazioni, come testimonia il grande
successo dei numeri monografici (alcuni dei quali – tra cui La guerra, le
guerre e Il prezzo del mercato – divennero altrettanti libri
editi dalla Emi).

Padre
Bellesi aveva le sue letture (laiche) preferite. Ogni venerdì, all’arrivo della
posta, l’Espresso doveva andare direttamente sulla sua scrivania. Lo leggeva
per intero e poi lo riponeva nella sala delle riviste. Ricordo questo per dire
che era molto aperto, certamente anche in campo politico.

Ecco,
questo era padre Bellesi: una persona all’apparenza burbera ma, sotto la
scorza, buona; ferma nelle sue idee, ma accogliente e comprensiva. Un «orso
gentile» che mi mancherà.

Paolo Moiola
 

Il prete in
clergyman

di Giacomo
Mazzotti

Ero da poco entrato in seminario,
a Bevera: un bimbetto sprovveduto, 12 anni, arrivato dalla campagna e con la voglia
di diventare missionario. Fu lì, sotto il porticato, che lo incontrai per la
prima volta e fu per me un piccolo shock: un prete alto, giovane, con
rari capelli, una grossa valigia in mano ma, soprattutto… in clergyman!
Il primo pensiero che mi frullò in testa fu: «Un protestante tra noi!». Non ero
ancora abituato a vedere gente in quella tenuta e quell’incontro mi scombussolò
non poco. Salutai timidamente e venni poi a sapere che quel «prete protestante»
sarebbe stato il nostro futuro professore di lettere: padre Benedetto Bellesi,
appunto! E il suo abbigliamento era dovuto al fatto che rientrava da un breve
soggiorno in Inghilterra dove, da tempo, le sottane dei preti non erano più di
moda.

Lo
apprezzavamo molto, perché ci sapeva davvero fare. Riusciva a trasmetterci la
sua vasta cultura con brio ed eleganza. Rivedo ancora nei temi d’italiano, in
margine a qualche mia frase particolarmente… brillante, la sua benevola e
ironica annotazione: «Ma è farina del tuo sacco?». Poi non ci incontrammo più
mentre proseguiva il mio viaggio verso il sacerdozio e la missione. Me lo
ritrovai, inaspettatamente, a Wamba (nell’allora Zaire), dove da qualche anno
stavo assaporando la prima esperienza africana: l’inseparabile macchina
fotografica, il bloc-notes per gli appunti e la sua cordiale curiosità
nell’inseguirci nei vari posti, con domande e osservazioni. Era già entrato
nella redazione di «Missioni Consolata» e seppi che, ogni anno, programmava un
viaggio nei vari paesi per documentarsi sul campo. Frutto di questi giri per il
mondo, i suoi «pezzi» coloriti e godibili alla lettura.

Gennaio 1990: il sole pallido di Torino non riusciva
proprio a rallegrarmi il cuore, mentre pensavo con nostalgia a quello caldo e
luminoso dell’Africa che, poco più di un mese prima, avevo lasciato. Ero stato
destinato a lavorare per le nostre riviste e fu proprio in redazione che
ritrovai padre Benedetto, assieme al direttore, padre Francesco Beardi. Con
un’esplosione di gioia (forse perché mi aspettavano da tempo) accolsero il
novellino che arrivava fresco fresco per mettersi alla loro scuola.

Ricordo che si cominciava allora a usare i primi
computer (enormi, ingombranti) e fu proprio padre Benedetto ad accompagnare i
passi incerti di chi, fino ad allora, aveva vissuto in foresta, senza telefoni,
né corrente elettrica, né giornali; se ne intendeva un po’ più di noi tutti e
fu grazie a lui che l’informatica trasformò rapidamente il nostro sistema di
lavoro, rendendo le riviste più attraenti e modee.

Gli anni scivolavano veloci, numerosi; ero felice di
trovarmi in compagnia di Francesco e Benedetto: progetti, nuove idee, ricerche,
viaggi, preoccupazioni per i costi sempre in crescita, incontri di redazione…
Ognuno di noi con il suo stile, le sue «specialità». Lui, padre Benedetto,
aveva soprattutto la passione della storia, le biografie dei grandi missionari,
i reportages dai vari paesi, le interviste… il tutto sempre curato con
eleganza e precisione. I suoi articoli erano sempre apprezzati, letti con gusto
e anche ricercati, come i famosi «Numeri speciali», che il suo contributo
rendeva davvero preziosi.

Lasciai
gli amici della redazione nel 2005 per
l’amato Congo. Avevo rivisto padre Benedetto poco più di un anno fa. Era già
segnato dal male, ma sempre tenacemente attaccato alla sua rivista, al suo
lavoro, alle sue ricerche. Mi aveva fatto dono di un po’ di materiale biblico,
pazientemente raccolto negli anni e che conservava, con ordine, nel computer.

Un
gesto che mi rivelò ancora di più come lui non fosse soltanto un brillante
giornalista, ma anche un predicatore sapiente, una persona attenta ai problemi
del nostro tempo, un missionario felice della sua vocazione, pur severo nella
fedeltà ad essa, vissuta senza leggerezze, né sconti.

Ho
imparato molto da lui: non solo a usare il computer o a scrivere articoli, ma
soprattutto a servire la missione con competenza, serietà e gusto di fare le
cose bene. Lui ci è riuscito e ce ne ha dato l’esempio.

 
Giacomo Mazzotti
 

Un «dabar»
del nostro tempo

di
Paolo Farinella, prete

Ho conosciuto padre
Benedetto Bellesi nel mese di novembre del 2004. Al mio rientro da Gerusalemme,
Paolo Moiola mi contattò per chiedermi se fossi interessato a collaborare con
la rivista. Mi mise in contatto con il direttore, padre Benedetto Bellesi, il
quale fu contento di avere una rubrica specificamente «biblica». Decidemmo di
cominciare con il numero di febbraio dell’anno 2005. Il titolo della rubrica «Così
sta scritto» fu suggerito da Paolo Moiola e fu accettato sia da me che da padre
Benedetto, il quale mi lasciò piena libertà di parola e di scrittura.

Nella prima puntata, la numero «0» del febbraio 2005, che
fungeva da introduzione alla rubrica, concludevo con queste parole: «Spetta a
ciascuno di noi, “oggi”, decidere di essere «dabàr», parola/fatto che
resta scritto nella carne dell’umanità. Parola e sigillo di verità». Alla
notizia della morte di padre Benedetto, queste parole mi
tornarono alla mente e oggi penso di poterle applicare all’intera vita di padre
Benedetto per come l’ho conosciuto. L’ho visto l’ultima volta il 18 maggio
2013, un mese prima che salpasse per il suo esodo verso la terra promessa della
Gerusalemme celeste. Il volto era scaificato e si vedevano i segni del
compimento perché ormai il frutto «Benedetto» aveva raggiunto la sua piena
maturità.

Nel ritorno a Genova, insieme alla dott.ssa Maria Cristina
Pantone, si rifletteva sulla sua serenità e pacificazione: ci aveva raccontato
la sua malattia come se stesse parlando di una sorella o di una persona cara.
Era già immerso nel cuore di Dio e io sono convinto che lo sapesse, ma non
voleva dare preoccupazioni agli altri. Sono felice di averlo aiutato a trovare
la via per il suo lungo soggiorno a Gerusalemme, di cui mi fu sempre grato e
riconoscente e sono certo che da quel viaggio nella città del destino di Dio e
dell’uomo, egli ritoò con in bocca e nel cuore le parole di Simeone il
profeta: «Ora puoi lasciare, Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la
tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza» (Lc 2,29-30).

Dopo
avere servito il Regno di Dio in missione per tutta la sua vita, sostò al pozzo
di Giacobbe per bere l’acqua della vita e mangiare il pane di Elia per
prepararsi all’esodo più importante della sua vita, dopo avere attraversato il
deserto della malattia e della consumazione del corpo con il fuoco
dell’immolazione. Il Signore ha visitato il suo cuore e ha voluto consolarlo
facendolo «abitare» per sei mesi nella Città santa, quasi una predilezione
prima del rapimento sul carro di fuoco, come il profeta Elia.

Sì!
Padre Bellesi fu un «dabàr» che in ebraico significa contemporaneamente «parola»
e «fatto/evento». Fu parola perché parlò e scrisse dal pulpito della rivista MC
che sentiva come sua creatura e che curava con amore e passione; fu anche
fatto/evento perché parlò con la sua vita trasparente e il suo comportamento
che non contraddisse mai la parola che scriveva. La sua amicizia è stata per me
preziosa e lodo Dio per la sua vita e la sua morte, ma anche perché mi ha
ritenuto degno di essere suo amico.

Non
piango la morte di un giusto che è sempre una grazia per chi crede, ma lodo il
Signore che ha liberato padre Benedetto dalla sofferenza legata al tempo e allo
spazio, per trasfigurarlo nell’immagine perfetta del «Lògos» che egli
servì per tutta la vita. Dio è più credibile perché padre Benedetto l’ha reso
più visibile e sperimentabile con la sua vita, con la sua parola. Parola e
vita, cioè «dabàr». Grazie, padre Benedetto per chi sei stato, per come
sei stato e per continuare a essere per noi che ti abbiamo conosciuto e amato
benedizione, memoriale senza fine del Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e
di Gesù Cristo. Ora che sei andato avanti, non dimenticare di preparare il
posto anche per noi, accanto a te nella Gloria di Dio Padre e Figlio e Spirito
Santo. 

Paolo Farinella

Direttore al servizio


di Marco Bello

La tristezza ci coglie questa mattina (3
luglio 2013). Ce l’aspettavamo, ma nel cuore c’era ancora la speranza che padre
Bellesi sarebbe tornato a solcare con passo fermo il corridoio della redazione.
Perdiamo un pilastro della rivista, per il suo italiano pulito, ma anche per il
grande lavoro in termini di quantità, oltre che di qualità. Mi ricordo quando è
stato nostro direttore, ruolo che non gli piaceva troppo e che immagino accettò
per spirito di servizio. Non dimenticherò mai il suo atteggiamento di
difesa dei «suoi» redattori. Lo avevo conosciuto nei primi anni ‘90 quando ho
iniziato la collaborazione come esterno e il nostro terreno d’incontro furono
subito le macchine fotografiche. Anche lui «canonista» convinto, ci
consigliavamo a vicenda le ultime autofocus uscite. Lo abbiamo visto cambiare
fisicamente in questi ultimi mesi, ma il suo spirito era sempre lo stesso. Si
crea un grande «buco» in redazione, che sarà difficile colmare. E poi a chi
regalerò i francobolli adesso?

 
Marco Bello

______________________________________
Una vita essenziale

Nato a Montegranaro (Fermo) il 12 ottobre 1937, figlio di
Pasquale e Maulo Maria, a 21 anni (1958) emette la prima professione religiosa
come Missionario della Consolata. Ordinato sacerdote nel 1963, dall’ottobre
1964 al 1972 insegna nel seminario minore di Bevera di Castello Brianza, mentre
studia all’Università Cattolica di Milano dove si laurea in Lettere nel 1971.
Il 1973 è dedicato allo studio dell’inglese a Londra. Nel ’74 completa i suoi
studi in Sudafrica per qualificarsi all’insegnamento nel mondo inglese. Rimane
in Sudafrica fino al 1986: vice parroco di Ermelo, parroco a Piet Retief e poi
responsabile del Centro Pastorale di Damesfontein, dopo l’anno sabbatico di
approfondimento pastorale al Gaba Institute presso Eldoret in Kenya nel 1983.

Il primo luglio 1986 è ufficialmente destinato a lavorare
nella rivista a Torino, dove, liberatosi dagli impegni in Sudafrica, arriva
all’inizio del 1987 per dare il cambio all’attuale direttore in partenza allora
per il Kenya via Inghilterra per l’inglese. Il suo primo lavoro è completare la
serie dei quaranta numeri di «Missione come», la mini enciclopedia missionaria
della rivista Amico. Redattore e anche direttore per un breve periodo, durante
il suo servizio alla rivista visita il mondo consolatino in lungo e in largo.
Forse l’unico posto dove non va è l’Asia, soprattutto la Mongolia, dove sogna
tanto di andare. è stato inoltre autore e curatore di numerosi saggi.

Colpito da un tumore al maxillo facciale, è operato con successo
una prima volta nel 2007, tornando al suo posto di lavoro come se niente fosse,
o quasi. Tra settembre 2009 e giugno 2010 realizza il suo desiderio di vivere
un anno in Terra Santa totalmente dedicato agli studi biblici che tanto ama.
Rientrato in redazione, accolto a braccia aperte, nel luglio 2012 ha una
ricaduta del tumore da cui non si è più ripreso nonostante i massicci
interventi. Cosciente della sua condizione fa di tutto per non farla pesare.
Continua a lavorare come sempre fino a quel 18 giugno, quando una grave
emorragia lo costringe in ospedale da cui esce alle prime ore del 3 luglio
passando per la «porta stretta» che conduce in cielo. Ora il suo corpo riposa
nel suo paese nativo.

Gigi Anataloni
 

a cura di Gigi Anataloni




’Īsā e Mohammed (nella Siria in guerra)

Padre Paolo Dall’Oglio

Questa conversazione con padre (abuna)
Paolo Dall’Oglio – avvenuta prima della sua sparizione in Siria (a fine luglio)
– è incentrata sul dialogo tra la Chiesa cattolica e l’Islam. Fondatore della
comunità monastica di Deir Mar Musa, allontanato dal paese mediorientale nel
giugno 2012, il gesuita è noto per la sua posizione nettamente contraria al regime
di Assad. Lo raccontiamo attraverso alcuni suoi scritti, mentre a oggi
(settembre 2013) di lui non si hanno ancora notizie certe.

Padre Paolo Dall’Oglio, gesuita, classe 1954, è stato
rapito in Siria da un gruppo islamista a fine luglio. Su di lui sono girate le
voci più disparate, finanche quella della sua morte. Dall’Oglio – conosciuto
per aver fondato, nel 1991, la comunità monastica Deir Mar Musa, nel deserto
roccioso della Siria, a 90 chilometri da Damasco – si era dovuto allontanare
dal paese nel giugno 2012. Le autorità ecclesiastiche avevano preso questa
decisione dopo che il governo di Assad l’aveva minacciato di espulsione per le
sue posizioni rispetto alla guerra civile siriana.

Qualche mese fa avevamo raggiunto Abuna
(«Padre», in arabo, lingua che lui parla fluentemente) Paolo, come viene
chiamato in Medio Oriente, a Suleymania, nel Kurdistan iracheno, dove era
ospite di una comunità cristiana. La chiacchierata si era incentrata sul suo
percorso spirituale e religioso. Ne è uscito il quadro di una persona senza
compromessi, disposto a mettersi in gioco per una causa davvero grande: il
dialogo islamo-cristiano, tra i seguaci di Mohammed e quelli di ’Īsā (che è il nome di Gesù
tra i musulmani).

Abuna
Paolo, quando e dove è arrivata la vocazione?

Era il 12 maggio 1974. Una data storica,
perché è stato il giorno del referendum sul divorzio in Italia, alla cui
campagna io avevo partecipato. Mi trovavo a Roma, a casa di un amico: la
chiamata è arrivata in modo molto intimo, essenziale, collegata all’universalità
del vangelo. A ciò è seguito un percorso molto profondo, fatto di esercizi
spirituali, noviziato, e nel frattempo di un progressivo avvicinamento al mondo
musulmano, che mi ha incuriosito da subito. Sono diventato gesuita nel 1975,
poco tempo dopo ho fatto i primi viaggi studio, in particolare a Beirut, dove
ho imparato l’arabo.

Che impatto ha avuto con la religione
musulmana?

«Il mio percorso sta tutto nel racconto di un fatto: nel
1978 mi trovavo di passaggio a Bosra, città della Siria, diretto verso
l’Egitto, che volevo conoscere. La sera, entrai nel cortile della moschea, dove
mi vennero incontro due giovani, a cui dissi di essere sporco, e che volevo
esprimere il mio rispetto per la moschea, la casa di Dio, facendo le abluzioni.
Mi diedero una brocca d’acqua e mi indicarono i bagni. Quando tornai, giunta
l’ora della preghiera della sera, la moschea si riempì di uomini e bambini, e
fui invitato a unirmi. Sentii allora una forte attrazione, ma anche il dovere
di non ingannare i miei ospiti. Come avrebbero potuto capire quello che io già
sentivo come una duplice appartenenza? Il mio andare incontro al mondo
musulmano ha origine anche negli esercizi spirituali ignaziani, che seguono la
promessa del Signore a non nascondersi, ad andare in cerca del dialogo con
l’altro. Poi c’è il grande insegnamento del Concilio Vaticano II,
l’inculturazione della fede e la necessità di aprirsi all’ecumenismo.

Quali sono i modelli che segue nel suo
approccio con l’Islam?

Tutti i teologi orientalisti sono di grande
importanza, uno su tutti è Louis Massignon, la cui opera mi guida fin
dall’inizio, così come quella dei suoi allievi. Io come altri, appartengo alla
terza generazione, quella che più di tutte, nonostante il fallimento dello
stesso Concilio Vaticano II, vuole ricominciare da lì per fomentare il dialogo
islamo-cristiano.

In che fase si trova ora l’Islam, agli occhi di
un missionario cristiano?

È in continua evoluzione, con una società
che cerca in vari modi un’emancipazione che spesso risulta contraddittoria,
perché da un lato è fertile, dall’altro è fonte di sofferenze. Non è facile per
un cristiano avvicinarsi all’Islam, ma come prima cosa bisogna togliersi dalla
testa l’idea che si possa disprezzare perché differente: capita invece di
scoprire, con il tempo, cose molto belle, e quando entri in relazioni significative
ci rimani tutta la vita, come sta accadendo a me. È chiaro che a volte le cose
non vanno come dovrebbero, vedi la tragica guerra civile in Siria, oggi in
preda a una crisi tremenda dalla quale io sono dovuto venire via mio malgrado.
Nel rapporto con il mondo musulmano, la chiave sta nell’incontro e nell’evento
sacramentale della relazione, un fatto pentecostale che ci trasforma tutti, ci
rende fratelli. Tre fratelli, allargando il tema ovvero comprendendo gli ebrei.
Massignon dedicava le tre grandi preghiere giornaliere di Abramo a ciascuno di
essi: una per Isacco, simbolo del mondo ebraico, una per Ismaele, ovvero
l’Islam, la terza per Sodoma, la città inospitale in cui Gesù ha portato il suo
messaggio.

Il monastero di Deir Mar Musa, durante la guerra
civile in corso, ha perso la sua guida, il suo fondatore. L’esperienza cosa le
ha lasciato?

Un’enorme spinta a credere nel dialogo. Al monastero
sono arrivati negli anni per devozione cristiani locali (in Siria prima della
guerra erano l’8% del totale, ndr) di diversi riti: cattolici,
ortodossi, protestanti, armeni, di rito greco, siriaco, maronita.

Inoltre c’è la popolazione musulmana, che
visita il monastero come atto culturale, turistico e spirituale. Un monastero
cristiano in un ambiente musulmano tradizionale è un luogo religioso
riconosciuto. Infine Deir Mar Musa riceveva anche il turismo internazionale,
culturale e ambientale, ed era sede di convegni nazionali, meta di giovani che
venivano a studiare l’arabo. Stiamo parlando di tante, tantissime persone. Un
anno abbiamo contato i bicchieri di plastica utilizzati: erano 50mila. Poi ci
hanno criticato per i bicchieri, che sono stati via via sostituiti con quelli
di coccio… l’aspetto importante era la rete che si è venuta creando, e il fatto
che si scambiassero idee e esperienze di vita persone provenienti da tutto il
mondo e di tutte le fedi.

Come vede l’arrivo di papa Francesco?

Parto dalla scelta del suo predecessore,
Benedetto XVI: un atto di forte coraggio, la testimonianza di un grande signore
che a un certo punto decide di farsi da parte per il bene della Chiesa,
stimolandola a migliorarsi. L’ho accompagnato nelle mie preghiere e merita
molta gratitudine, perché in questo modo porta freschezza all’ambiente,
tagliando le gambe a una sorta di “corte” che avrebbe danneggiato tutto il
sistema. Ora con l’avvento di Mario Bergoglio, l’auspicio è che si riporti il
potere alla sinodalità della Chiesa, ovvero che lui si metta a capo di un
collegio che con responsabilità porti avanti relazioni positive con le altre
confessioni, in particolare si ponga con un’attitudine positiva verso il mondo
musulmano.

Cosa risponde a chi in Italia, politici ma non
solo, rifiuta l’offrire spazi per luoghi di culto a persone di fede musulmana
argomentando che «là non ci fanno costruire le chiese»?

Che è una frase falsa frutto di un luogo
comune: esistono chiese in tutto il mondo musulmano, eccetto l’Arabia Saudita
dove non sono presenti in modo istituzionale. La regola è quindi che le chiese
ci sono, quello che mi scandalizza quando vengo in Italia è vedere moschee
assolutamente non degne delle città in cui sono. Io dico questo: con moschee da
scantinato si fanno musulmani da scantinato, più arrabbiati e meno inseriti nel
contesto in cui vivono.

Quanto torna in Italia cosa nota del nostro
paese?

Ci sono tante reti di persone che si danno
da fare, ma in generale vedo una società narcisista, sempre più chiusa su sé
stessa, in cui tutto è un prodotto da supermercato e il sacro perde il proprio
valore. Invece non bisogna lasciarsi andare nonostante i tempi difficili di
crisi, e ripartire proprio dalle differenze viste come ricchezze, cominciando
con il riconoscimento dell’alterità come parte integrante e non oppositiva del
proprio mondo.

Lasciamo il discorso sul dialogo interreligioso
e ci dica qualcosa sulla sua Siria…

Oggi sono tutti divisi: da una parte chi non
vuole più l’attuale regime, soprattutto giovani che chiedono più libertà.
Dall’altra chi non vuole il cambiamento, perché è sicuro che il dopo sarà
peggio o perché ragiona con logiche patriottiche, contro il complotto
internazionale.

Lei vede questo complotto?

No, ma vedo che nella violenza attuale pesa
in modo sconvolgente l’immobilismo delle forze inteazionali. Come si fa a
lasciare sprofondare questo paese senza fare nulla? Obama non fa seguire fatti
alle parole per non mettere in crisi la sua rielezione? C’è poi da considerare
un altro fattore oggi all’apparenza fuori controllo: chi finanzia e decide le
azioni terroristiche? La verità è che oggi la Siria è il ring di pugilato del
mondo: Iran contro Turchia, Sunniti contro Sciiti, Nato contro Russia. E
l’arbitro, l’Onu, che rimane impotente a causa del diritto di veto.

Come uscire dalla grave situazione attuale?

Io ho due proposte concrete per
riappacificare la Siria dalle divisioni. Una: inviare nelle strade siriane
almeno 50mila corpi civili e nonviolenti inteazionali, che si interpongano
tra le parti in conflitto, soprattutto ora che violenza e armi sembrano essere
l’unica risposta. Queste figure ci sono, e vanno impiegate con un ruolo
riconosciuto da tutti i belligeranti, per ridare ai siriani il loro diritto
all’autodeterminazione. L’altra idea è quella di creare, fin da subito,
laboratori, punti di incontro tra i milioni di siriani all’estero per
convincerli a trovare una soluzione comune e smetterla di darsi addosso. Se
loro recuperano il dialogo, poi anche in patria potranno farlo.

Non è tardi per il dialogo, viste anche le
atrocità commesse dal regime?

Le torture sono abominevoli, ma ricordiamoci che non è
niente di nuovo. Fino a poco fa era la stessa Cia, l’intelligence statunitense,
a sponsorizzare i paesi arabi che ne facevano uso contro l’integralismo
islamico. Comunque, la possibilità di risolvere il conflitto con il dialogo c’è
ancora: lo testimoniano le centinaia di giovani che mi fermano per strada
dicendomi che loro rifiutano la logica della guerra civile. Nonostante le
vessazioni, nel paese sono migliaia quelli che non vogliono imbracciare le
armi. Il problema è che con il passare dei giorni sono sempre meno, soprattutto
se nessuno dà loro segni di speranza.

Daniele
Biella

Date
1954 – Nasce a Roma.
1975 – Entra nella Compagnia di Gesù.
1991 – Fonda nel deserto siriano la comunità monastica di
Deir Mar Musa.
2012 – È costretto a lasciare la Siria a causa delle sue
posizioni sulla guerra civile.
2013 – luglio – Rientrato in Siria, scompare, probabilmente rapito.
2013 – agosto – Dalla Siria giungono notizie contraddittorie
sulla sua sorte.
2013 – settembre – Esce il suo ultimo lavoro, Collera e
luce. Un prete nella rivoluzione siriana, Emi, Bologna.
 
I libri di padre Dall’Oglio

Collera e luce, un prete nella rivoluzione siriana,
Edizioni Emi, Bologna, settembre 2013.
La sete di Ismaele. Siria, diario monastico
islamo-cristiano
, Il Segno dei Gabrielli, San Pietro in Cariano 2011.
Innamorato dell’Islam, credente in Gesù, Edizioni Jaca
Book, Milano 2011.
Speranza nell’Islam, Casa editrice Marietti, 1992.

 
L’inutilità della storia

Kosovo (1999), Afghanistan (2001), Iraq (2003), Libia
(2011), Siria (2013?). La storia non insegna nulla, soprattutto a chi non ha
interesse a imparare. Nell’era dell’iperinformazione prevale sempre e comunque
la disinformazione.

Mentre la galassia dei ribelli siriani è in evidente difficoltà,
Assad viene accusato di aver usato armi chimiche, in quartieri periferici di
Damasco (21 agosto). «L’utilizzo delle bombe chimiche è tutto da provare. Se
sono state utilizzate, non è certo chi le abbia gettate» (mons. Giuseppe
Nazaro).

Ieri erano Bush, Blair e Aznar. Oggi sono Obama, Cameron e
Hollande. Dicono che occorre intervenire per porre fine ai massacri del regime
di Damasco. Papa Francesco twitta: «Mai più la guerra!» (2 settembre). «Quando
si utilizzano le vittime per giustificare una guerra non lo si fa per amore
delle vittime ma per amore dei propri affari e dei propri interessi» (don
Renato Sacco). Come storia insegna.

Paolo Moiola

    Il Medio Oriente e la Siria secondo padre Paolo
Dall’Oglio                      

«Perché sono contro Assad»

In Siria i cristiani sono divisi in due schieramenti:
quelli che difendono il presidente Assad e quelli che stanno con i ribelli. In
questa lunghissima lettera pubblica – da noi ampiamente stralciata e riassunta
– padre Dall’Oglio spiega le sue posizioni sul Medio Oriente e perché si è
schierato con i ribelli anti-Assad. Considerazioni poi sviluppate in «Collera e
luce», il suo ultimo lavoro, dove tra l’altro scrive: «La mia coscienza
cristiana è chiaramente lacerata».

Cari amici
della Siria, si è molto
insistito sul fatto che avrei profittato per i miei comodi della situazione
siriana, del regime siriano, e che ora darei prova di poca gratitudine tradendo
innanzitutto i cristiani siriani, mi limiterò ad una serie di considerazioni in
ordine cronologico per render conto dell’evoluzione della mia posizione.

1973 Ho visitato la Siria degli Assad una prima volta nel 1973, appena
prima della Guerra di ottobre (il conflitto tra Israele e la coalizione
composta da Siria ed Egitto, ndr). Ne riportai l’impressione di un
popolo sottomesso ad una macchina di propaganda nazionalista possente
mobilitata al massimo in senso anti israeliano. I paesi arabi subivano
l’occupazione di vasti territori da parte di Israele, c’era la Guerra fredda.
Per tanti motivi ero solidale, come lo sono oggi, con le sofferenze del popolo
palestinese e degli arabi in generale. Ma quell’attitudine di manipolazione
totalitaria dell’informazione già mi ripugnava. Sapevo che si trattava di una
dittatura e non nutrivo illusioni sul rispetto dei diritti dell’uomo in quel
paese.

1978 Ero a Beirut durante il terribile assedio dei quartieri cristiani di
Achrafiye da parte dell’esercito siriano (la guerra civile libanese era
scoppiata nel 1975 e la Siria ne prese subito parte, ndr). Il regime
siriano si è comportato da padrone senza scrupoli sfruttando il Libano in tutti
i modi e nascondendosi dietro una serie di maschere ideologiche venute poi
meno, le une dopo le altre, di fronte all’eroica resistenza del popolo libanese
democratico.

1980/’81 Ero a Damasco per lo studio dell’arabo, delle Chiese orientali e
dell’Islam. Venni in contatto e a conoscenza dei metodi di sistematica tortura
repressiva utilizzati dal regime. Se volevo restare nel paese dovevo
assoggettarmi come tutti. Ma non ero obbligato ad assoggettarmi in coscienza.
Moltissimi cristiani già lasciavano allora il paese visto il perdurare della
situazione di incertezza nella società locale e nella regione. Alcuni erano pro
regime, altri contro, ma tutti cercavano di partire per il futuro dei loro figli.
Bisogna ricordare che allora la solidarietà del regime con il mondo sovietico
era evidente, anche riguardo alle libertà democratiche criticate come borghesi
e asservite alle logiche neo imperialiste. Io cercai sempre di avere buoni
rapporti con lo stato  – anche se
sottomesso al regime dittatoriale – in quanto proprietà dei cittadini. Ero per
la legittima lotta di liberazione contro l’occupante israeliano, ma evitavo
sistematicamente di cedere ai toni della propaganda di regime.

1982 In quell’anno ero studente di
teologia a Roma quando avvenne il terribile massacro della popolazione civile
di Hama (città della Siria centrale a grande maggioranza sunnita, ndr)
durante l’insurrezione dei Fratelli musulmani. Ne soffrii tanto da ammalarmi.
Non se ne poteva parlare pubblicamente altrimenti mi scordavo la possibilità di
rientrare in Siria dove mi sentivo chiamato a servire l’armonia
islamo-cristiana. Tuttavia ero perfettamente cosciente che un continuo,
silenzioso massacro avveniva nelle carceri, nei lagher, nei gulag siriani. Ne
avevo ricevuto in diverse occasioni delle testimonianze dirette e sapevo che
molti cristiani, anche tra le autorità ecclesiastiche, si erano abituati a
questo stato di cose come naturale e necessario rendendosene a volte
direttamente complici. Questo mi addolorava profondamente e vi vedevo un
rischio pesantissimo per il futuro della Chiesa in Siria. La stessa cosa
avveniva d’altronde in Iraq e in Egitto.

In questo
spirito, con questi sentimenti contrastanti, eppure con molta speranza ed
entusiasmo, ho vissuto nella Siria degli Assad per più di trent’anni. A causa
dell’ampio impatto internazionale del mio impegno di restauro, di accoglienza e
di dialogo al Monastero di Mar Musa, godetti indubbiamente di uno spazio di
parola e di una libertà di opinione incomparabilmente più largo dei normali
cittadini, obbligati a portare fin dalla più tenera infanzia il cervello
all’ammasso della manipolazione di regime. Fui presto oggetto di critiche aspre
e di accuse ingiuste proprio perché la mia libertà di parola sembrava
impossibile ai più, anche se era sempre limitatissima e molto auto controllata
se paragonata alla situazione, per esempio, europea. Era un gioco in fondo
leale: io offrivo un volto che illustrava inteazionalmente l’apertura e il
pluralismo almeno programmatico del potere siriano e loro accettavano ch’io mi
comportassi come se la democrazia, seppur non perfetta, fosse già almeno in
fieri
.

Ho lavorato continuativamente nella prospettiva del successo dei
negoziati di pace nella visione di un Medio Oriente riconciliato nella
giustizia. Ho sempre dichiarato che l’islamismo politico è una grande realtà
regionale e che non è immaginabile che si debba rinunciare alla democrazia, ai
diritti civili e all’autodeterminazione dei popoli per continuare a sopprimere
il programma islamista, sia esso salafita o dei Fratelli musulmani o di gruppi
più o meno moderati. Si tratta di un soggetto politico plurale non aggirabile
ma tuttavia esposto ad evoluzione, spesso rapida. Per questo ho sempre curato
la relazione coi leader naturali, scelti e seguiti dalla piazza e dal popolo
delle moschee dei musulmani siriani, rifiutandomi di appiattirmi sulle autorità
approvate e nominate dal regime.

1991 In quell’anno la Siria partecipò
alla coalizione contro l’Iraq di Saddam che aveva invaso il Kuwait. Trovai
giusto in quell’occasione che si salvassero i curdi dall’attacco di Saddam e
proteggendoli con una no fly zone. Rimasi poi scandalizzato
profondamente quando gli sciiti iracheni furono cinicamente abbandonati alla
repressione del dittatore di Baghdad, e così pure i libanesi abbandonati allo
strapotere siriano.

È evidente che la guerra è raramente una soluzione e comunque è una
soluzione cattiva e claudicante. Tuttavia, con l’insegnamento tradizionale
della Chiesa dichiaro, nonostante i rischi di equivoci stridenti e di ipocrisie
criminali, la legittimità della guerra giusta, il diritto alla difesa
armata, il dovere di proteggere i paesi e le popolazioni vittime di aggressioni
violente intee e o estee. Nonostante questo incoraggio e mi impegno per la
pratica e il successo delle azioni nonviolente. Penso alla non-violenza attiva,
politica, come ad una trascendenza dei conflitti. Non è essa sempre
un’alternativa praticabile di per sé, ma essa è sempre necessaria. Molto più di
un correttivo integrativo, prima durante e dopo i conflitti armati, la
non-violenza dialoga, testimonia, critica, assiste, apre vie di
riconciliazione. Va oltre!

2000 Quando il dottor Bashar el-Assad, figlio del presidente Hafez, prese il
potere, si riaccesero le speranze per un cambiamento democratico incruento che
potesse riconciliare la società siriana profondamente divisa e sofferente
dietro la facciata delle realizzazioni gloriose del regime. Anche la visita del
Papa nel 2001 aveva la valenza di un segno di speranza, benché l’anno
precedente la visita a Gerusalemme era stato l’ultimo momento di calma prima
dell’inizio della seconda tragica intifada palestinese. La breve Primavera di
Damasco fu soffocata da una repressione il più dolce possibile per evitare di
perdere quel credito che la società aveva accordato a Bashar, per non perdere
speranza nel futuro.

2003 In quell’anno mi opposi con un
digiuno pubblico all’invasione dell’Iraq da parte delle armate del presidente
Bush. D’altronde ero sempre stato fortemente critico delle crudeli e inutili
sanzioni economiche.

La crisi
irachena fu gestita dalla Siria come occasione di un gioco d’azzardo che
mostrava il desiderio di affermarsi come potenza regionale, in combutta con
l’Iran.

Da tutto il contesto, e da molte prove, era chiaro che lo stato
israeliano aveva già fatto la scelta di gestire il regime degli Assad come un
male minore, un’ipotesi tattica favorevole. In fondo per Israele la mancanza
d’unità dei suoi nemici restava la vera priorità, unita alle necessarie
operazioni chirurgiche per evitare l’acquisizione dell’arma nucleare con
operazioni puntuali e limitate, in Iraq e poi in Siria e forse presto in Iran.
Anche la concorrenza tra musulmani sciiti e sunniti nell’uso della retorica
anti israeliana più rozza consentiva a Israele di dichiarare l’intenzione
genocidaria degli arabi e dei musulmani giustificando così il muro,
l’espansione delle colonie e le pratiche di discriminazione sistematiche.

2005/’06/’09 Il 2005 è l’anno in cui molti nodi
vengono al pettine con l’assassinio del premier libanese Hariri. La Siria deve
fare la schiena d’asino per evitare l’intervento occidentale ed è costretta a
evacuare il Libano. Un’altra occasione d’oro per Bashar el-Assad di esautorare
la vecchia guardia e iniziare un cammino di riforme a marce forzate verso la
democrazia è persa miseramente e la speranza dei siriani si restringe. Certo
nel 2006, la guerra tra Israele e Hezbollah fa della coppia Bashar – Nasrallah
gli eroi della riscossa arabo- islamica. Molti musulmani sunniti optano per i
paladini anti-israeliani. Perfino i Fratelli musulmani sarebbero disposti a
riconciliarsi col regime che riuscirà addirittura nell’intento, lungo gli anni
successivi, di diventare un partner privilegiato della Turchia neo-islamica,
allontanandola dalla vecchia alleanza militare con Israele. Questa situazione
matura ulteriormente con la guerra di Gaza del 2009.

Lungo tutto
il decennio la mia azione si è giocata nel provare e riprovare a favorire la
riforma democratica cercando di salvare ciò che era salvabile della liceità
della posizione anti-imperialista della Siria di fronte alla grossolanità delle
attitudini dell’America di Bush e delle destre israeliane al potere. Io
insistevo sulla necessità di essere morali e coerenti: avanzare nella
prosecuzione del lavoro di inchiesta e giudizio sui crimini, specie in Libano,
nei quali il regime siriano era (è) coinvolto. Si è fatto invece il contrario:
si è rinunciato ad andare fino in fondo sul piano giudiziario, mentre si è
riammessa la Siria degli Assad nel cerchio della rispettabilità internazionale.
Così il regime si è convinto che la forza bruta è il vero motore della storia e
che la democrazia è una buffonata di facciata.

2010/’11 Dal 2010 la decisione di regime è presa: l’attività di dialogo è
vietata, le conferenze sono impossibili, il turismo ipercontrollato. Alla fine
il mio permesso di residenza è ritirato. Resto in Siria senza documenti di
residenza e quindi non posso più viaggiare. Ma intanto la Primavera araba è
iniziata. Si spera ancora che Bashar, magari con l’aiuto della bella e
sensibile consorte, possa mettersi alla testa di una riforma radicale del suo
paese. Nulla da fare, da marzo 2011 è chiaro che la scelta della repressione
incondizionata è la scelta strategica. Tutto il resto, quanto a dialogo e
riforme cosmetiche, non è altro che prender tempo per evitare l’intervento
internazionale e fumo negli occhi dell’opinione pubblica. La versione ufficiale
è pronta: non c’è nessuna rivoluzione, ma solo l’azione dei terroristi
islamisti radicali finanziati dal grande complotto internazionale (Israele,
Usa, la Francia, vassalli europei, massoni, ebrei, sauditi, Qatar, al Qayda, i
Fratelli musulmani, tutti insieme appassionatamente) per distruggere il paese,
la Siria, avanguardia della resistenza anti imperialista e anti radicalismo
musulmano. Le autorità cristiane, le suore e i frati, sono mobilitati per dare
credibilità alla versione di regime e lo fanno con entusiasmo e con l’aiuto
attivo di centri di manipolazione mercenaria dell’informazione come il famoso Réseau
Voltaire
(il cui corrispondente italiano è: www.voltairenet.org, ndr).

2011 Per due volte scrivo ai massimi rappresentanti della Chiesa cattolica,
spiegando che la guerra civile è già iniziata sul territorio siriano e che
occorre attivare una iniziativa internazionale per uscire dalla
contrapposizione Russia versus Nato e Iran versus arabi sunniti e
turchi. Fino a oggi la Chiesa non si è pronunciata sul diritto dei siriani (di
tutti i siriani, anche gli esiliati lungo i terribili ultimi quarant’anni)
all’autodeterminazione e a una democrazia diversa da una pagliacciata di
regime; e paesi che la Chiesa può incoraggiare ad agire mostrano una
insensibilità impressionante!

2013 Posso assicurare che sono meno isolato tra i cristiani siriani di ciò
che si può immaginare. La mia voce però è una delle poche note che si siano
levate a dire che noi cristiani non possiamo rimanere col regime torturatore e
oppressore e neppure possiamo restare neutrali. La storia è a un punto di non
ritorno. Noi da che parte stiamo?

Paolo
Dall’Oglio

Daniele Biella




Amazzonia. Il Bianco che si fece Yanomami

Questione indigena / Incontro con fratel Carlo Zacquini

 

In Brasile i diritti dei popoli indigeni sono sotto
attacco. Un attacco molto insidioso perché messo in atto da istituzioni
pubbliche (governo e congresso). In queste pagine fratel Carlo Zacquini, una
vita trascorsa a lottare a fianco degli indigeni, e degli Yanomami in
particolare, racconta cosa sta accadendo e quanto grave sia la situazione.

I numeri sono schiaccianti. Le persone coinvolte sono «soltanto»
novecentomila su una popolazione di 201 milioni. Eppure la questione indigena nel Brasile
della crescita economica e delle proteste di piazza è un tema dirompente. È una
scelta tra la strada dell’omologazione al modello neoliberista e dello sviluppo
fondato sul saccheggio delle risorse naturali e quella della difesa di popoli
indigeni a volte ridotti a pochi individui.

«La situazione è molto grave e io mi sento in
un’angustia indicibile, perché non riesco a sensibilizzare un numero
sufficiente di persone che possano rovesciarla». A parlare così è Carlo Zacquini, missionario della
Consolata, da 48 anni in Brasile. Per motivi di salute fratel Carlo risiede a
Boa Vista, capitale dello stato amazzonico di Roraima, ma per tantissimi anni
ha vissuto nella foresta con gli indigeni.

«Pochi mesi dopo il mio arrivo in Brasile, era il primo
maggio del 1965, alla foce del Rio Apiaù, ebbi la fortuna di incontrare alcuni
indigeni che allora erano chiamati Vaikà. Oggi so che erano Yanomami del
villaggio Yõkositheri. Fu amore a prima vista. In seguito ebbi vari contatti
sempre con lo stesso gruppo, finché, per l’assentarsi del mio collega padre
Giovanni Calleri, ebbi l’occasione di cominciare a vivere tra gli Yanomami del
Rio Catrimani. Poco alla volta, mentre cercavo di sopravvivere in quel luogo,
molte volte senza il minimo necessario, imparai una delle loro lingue e, cominciai
a fare delle ricerche sulla loro cultura». Le attività di fratel Zacquini
furono interrotte nel 1974, dalle opere di una strada genocida – la Perimetral
Norte
o Br-210 – che il governo militare di allora aveva deciso di
costruire per andare dall’Atlantico al Pacifico. «Fu una tragedia che non
dimenticherò mai. Vari villaggi furono decimati da malattie sconosciute agli
Yanomami, portate dagli addetti alla costruzione della strada. Non si saprà mai
quanti morirono. Superata questa fase, ben presto la strada, incompleta, fu
risucchiata dalla foresta.  Nel frattempo
io avevo dovuto abbandonare le mie ricerche e dedicarmi quasi esclusivamente
alla medicina per cercare di salvare la vita almeno a quelli che erano più
vicini a me».

Alla fine è sempre la legge dei bianchi 

Fratel Carlo parla degli indigeni come fossero la sua famiglia. E
certamente lo sono, ieri come oggi, quando essi sono oggetto di attacchi ancora
più vergognosi del passato in quanto provenienti da rappresentanti del
Congresso nazionale (aderenti alla potente Bancada ruralista, la quale spesso
trova appoggio nella Bancada evangelica), intenti a svuotare la portata del
Capitolo VIII («Degli indios») della Costituzione del 1988. «Sono riconosciuti
agli indios – recita l’articolo 231 – la loro organizzazione sociale, i
costumi, le lingue, credenze e tradizioni, e i diritti originari sulle terre
che occupano tradizionalmente, spettando all’Unione la loro demarcazione, la
protezione e il rispetto di tutti i loro beni». I congressisti giocano su un
terreno favorevole. Oggi una parte importante dei brasiliani malsopporta gli
indigeni. «Cosa sono oggi, per il Brasile, questi popoli? La prima impressione è
che loro siano di intralcio. Scomodi. O peggio. Per molti “patrioti” essi sono
un disonore: “Come si può ammettere – dicono – che esistano ancora oggi dei
‘selvaggi’ nel nostro paese che sta primeggiando tra le grandi economie
mondiali?”». Fino al 10 luglio 2013, la presidente Dilma non aveva mai ricevuto
i rappresentanti dei popoli indigeni. Le foto dell’incontro, diffuse dal
Planalto (il palazzo sede della presidenza), non debbono trarre in inganno. I
sorrisi sono di circostanza, buoni per i media e per la piazza che ha bisogno
di messaggi tranquillizzanti. Dietro lo scenario le manovre sono ben diverse.

Dai tempi della dittatura militare il
governo di Dilma è quello che ha demarcato meno terre indigene, ma soprattutto è
quello che sta di fatto erodendo diritti che sembravano acquisiti (anche se
spesso non erano effettivi). La demolizione è sistematica e continua attraverso
ordinanze (portarias), progetti di revisione costituzionale (Pec),
decreti, leggi. Per citare i casi più recenti e clamorosi ricordiamo il Progetto
di legge complementare (Plp) 227/2012 e la Proposta di revisione costituzionale
(Pec) 215/2000. Il progetto 227 – presentato dal latifondista Homero Pereira
(la cui campagna elettorale è stata finanziata da grandi imprese con oltre un
milione di dollari) – vuole regolamentare il comma 6 dell’articolo 231 della
Costituzione. In particolare, esso mira a sottomettere le terre indigene al «rilevante
interesse pubblico dello stato brasiliano» (relevante interesse público da
União
), rendendone in pratica nullo il diritto al possesso e all’uso
esclusivo da parte dei popoli indigeni. Ciò significherebbe giustificare il
latifondo e aprire le porte a strade, condutture, centrali idroelettriche,
ferrovie, miniere, insediamenti umani.

La proposta 215 – presentata dal deputato
Almir Sá e giudicata incostituzionale dai giuristi – vuole invece porre sotto
il controllo del Congresso nazionale (e dunque della Bancada ruralista)
la demarcazione delle terre indigene, finora garantita dalla Costituzione.

«Un piccolo numero di “bianchi” – spiega
fratel Zacquini – si è impossessato di estensioni enormi di terre e domina il
governo nazionale attraverso i “suoi” rappresentanti. L’enorme estensione del
paese, la confusione nelle proprietà fondiarie e il potere economico hanno il
sopravvento sul buon senso e sulla legge. La quale legge, se è favorevole ai
popoli indigeni… la si cambia, come sta accadendo ora. In fin dei conti,
viene detto a mo’ di giustificazione, le leggi vigenti, chi le ha fatte – e
dunque chi le può modificare – non sono gli indigeni…».

«Troppa terra per pochi indigeni»

La Bancada ruralista («Frente parlamentar da agropecuária»),
i suoi potenti sostenitori («Confederação nacional da agricoltura», gruppi
imprenditoriali dell’agrobusiness e delle attività minerarie) e i media più
influenti sostengono che 113 milioni di ettari di territorio brasiliano (13,3%
del totale, dati Isa) in mano ai popoli indigeni sarebbero troppi.

Va detto – tra l’altro – che spesso si tratta di un
possesso teorico. Una parte considerevole delle terre indigene è infatti
soggetta a invasioni costanti e prolungate da parte di vari soggetti:
allevatori di bestiame, minatori, mercanti di legni pregiati, trafficanti di
biodiversità.

«Perché, anche nel caso dei popoli che hanno ottenuto il
riconoscimento delle loro terre, il governo non interviene con prontezza ed
efficienza contro gli invasori? In questo modo si alimenta la mentalità che
invadere terre indigene e distruggervi la natura non rappresenti un crimine.
Incentivati dall’impunità, le invasioni si moltiplicano. Se i contravventori
fossero gli indigeni, molto rapidamente sarebbero azionate le forze dell’ordine
per reprimerli, anche con la violenza».

Il problema è che spesso neppure lo Stato rispetta i
territori indigeni. Avviene, ad esempio, con le megaopere previste dal Programa
de aceleração do crescimento
(«Programma di accelerazione della crescita»,
Pac e Pac-2). Secondo la Fondazione per l’indio (Funai), ben 201 opere del Pac
interessano terre indigene. Le più impattanti sono le centrali idroelettriche,
in particolare Jirau e Santo Antonio sul fiume Madeira (Rondonia), Teles Pires
(Mato Grosso) e São Luiz (Pará) sul fiume Tapajós e la più grande in assoluto,
quella di Belo Monte, sul fiume Xingu (Pará). Opere devastanti per l’ambiente e
per l’esistenza di decine di popoli indigeni, esse testimoniano anche il
mancato rispetto della Convenzione 169 della Organizzazione internazionale del
lavoro (Oil), cui il Brasile aderisce.

Secondo l’articolo 16, «i popoli interessati non devono
essere trasferiti dalle terre che occupano. Qualora in via d’eccezione si
giudichino necessari il trasferimento e il reinsediamento di detti popoli,
questi non potranno avvenire se non col loro consenso liberamente espresso in
piena cognizione di causa». La sua violazione da parte del governo brasiliano è
palese.

«Perché – si chiede giustamente fratel Zacquini -, quando si pensa al “progresso”, non si pensa
quasi mai alle terre dei latifondisti, sovente incolte, ma sempre e soltanto a
quelle indigene?». L’affermazione è fondata su numeri chiari: in Brasile, circa
70mila persone sono proprietarie di 228 milioni di ettari di terre improduttive
(dati Ibge). «Insomma – conclude Carlo -, considerate le dimensioni
continentali del paese, nessuno potrà dire (in buona fede) che, demarcate le
terre indigene, gli altri abitanti non avranno terre per abitare, lavorare e
svolgere ogni possibile attività. E, a parte questo, va sempre ricordato che i
popoli indigeni non devastano natura e territori come invece fanno i “progrediti”
e “colti” non indigeni…».

Il coraggio di schierarsi a fianco degli indigeni

I popoli indigeni sanno difendersi. Dopo il genocidio e
l’etnocidio compiuti nei secoli passati e nel periodo della dittatura militare
(come testimonia il «Rapporto Figueiredo»), essi si sono organizzati. Tuttavia,
la loro condizione di minoranza fa sì che essi debbano essere difesi e aiutati.
Certamente non lo fanno i media brasiliani. «I mezzi di comunicazione – spiega
fratel Carlo – presentano la questione indigena sotto punti di vista
folcloristici o con sensazionalismo. Sovente le questioni sono trattate con
pregiudizi, o nascondendo interessi di agrobusinessmen, latifondisti, ditte di
estrazione mineraria, e altri ancora. C’è insomma una tendenza a camuffare
interessi di pochi, presentandoli come questioni di interesse nazionale, di
sicurezza, di progresso».

In questi ultimi decenni, a fianco dei popoli indigeni
del Brasile si è schierata la chiesa cattolica. Ben prima della fine della
dittatura militare (nel marzo 1985), ben prima delle rivolte di piazza di
giugno e luglio 2013, a lottare per un paese meno ingiusto c’erano due suoi
organismi: il Consiglio indigenista missionario (Conselho indigenista
missionário
, Cimi, fondato nel 1972) e la Commissione pastorale della terra
(Comissão pastoral da terra, Cpt, nata nel 1975).

«Nel passato – ammette fratel Carlo – la chiesa
cattolica ha causato grandi danni alle popolazioni indigene dell’America. Da
quando io sono qui tuttavia, e sono ormai quasi 50 anni, la Conferenza
episcopale brasiliana (Cnbb), è stata sempre a fianco dei popoli indigeni, ha
dato appoggio ai missionari che si sono dedicati a questa causa con nuove forme
di approccio, dovendo lottare controcorrente. Non conosco nessuna altra entità che
abbia offerto tanti individui totalmente dedicati alla causa indigena come la
chiesa cattolica, in questo mezzo secolo. Il modus operandi è cambiato
gradualmente e gli stessi indigeni riconoscono la grande importanza della
chiesa nelle loro conquiste. La chiesa è stata la prima a dare la parola agli
indigeni, ad aiutarli a organizzarsi, a incentivarli, a difenderli, anche con
avvocati generosi e competenti». Parallelamente sono sorte anche varie Ong
(inteazionali e brasiliane) che, il più delle volte, avevano la
collaborazione o l’appoggio della chiesa. Merita di essere citato il lavoro di Survival
e, per lo stato di Roraima, quello svolto dall’omonimo comitato (Co.Ro.).

I bianchi e la corsa al saccheggio

A Roraima, dove fratel Zacquini vive, ci sono la Terra
indigena degli Yanomami e la Terra Raposa Serra do Sol (di vari popoli: Makuxí,
Vapichana, Ingarikó e altri). Ma il riconoscimento non ha cancellato i
problemi. Una parte della Terra Yanomami è occupata clandestinamente da oltre
20 anni, mentre per Raposa sono state introdotte numerose restrizioni (Petição
3388 e Portaria 303).

«Sono decine – ricorda il missionario – le proposte di
legge presentate da congressisti, vari di Roraima (come Paulo Cesar Quartiero,
Romero Jucá, Almir Sá, Edio Lopes), per togliere o ridurre i diritti dei popoli
indigeni. Le nubi sembrano annunciare un uragano che si abbatterà senza
misericordia sui diritti dei popoli autoctoni».

Carlo Zacquini ha visto crescere e
affermarsi come leader degli Yanomami Davi Kopenawa, sciamano. Tra loro c’è una
grande stima e amicizia. «Appena tornato dall’incontro con la presidente Dilma,
Davi mi ha detto sconsolato: “Le persone che hanno il potere in questa terra
non sono dei nostri; sono degli estranei, vengono da un altro mondo”. Voleva in
questo modo dirmi che non riesce a capirli, che essi pensano solo ai
soldi…  Lui e molti altri indigeni sono
indignati per il modo in cui noi bianchi trattiamo non soltanto gli esseri
umani, ma anche la terra, l’acqua, l’aria. La natura insomma».

Sopra e sotto i territori indigeni ci sono
ricchezze naturali che fanno gola e davanti ad esse in tanti sono disposti a
tutto. Come testimonia un progetto di legge – presentato dal senatore Romero
Jucá – che vuole aprire allo sfruttamento dei minerali in terra indigena (mineração
em Terras indígenas, Projeto de Lei
nº 1610/96). Fratel Carlo non riesce a
farsene una ragione: «È necessario sfruttare queste risorse? La distruzione
dell’ambiente non causa più danni di quanto le risorse possano essere di aiuto?
Se poi si riconosce onestamente che queste risorse sono necessarie, non si
dovrebbe dare priorità allo stesso tipo di risorsa esistente in terre non
indigene? Da ultimo, in caso di sfruttamento di terre indigene, il minimo che
si dovrebbe fare sarebbe di dibattere la questione con i diretti interessati ed
elaborare con loro programmi e attività non estemporanee, per preparare la
popolazione e farla partecipe degli eventuali benefici».

Niente di tutto questo avviene: ai popoli
indigeni rimangono soltanto problemi e distruzioni. «La corsa al saccheggio
delle risorse naturali non rinnovabili – chiosa fratel Zacquini – non porta
nessun paese al vero progresso. Normalmente serve solo per arricchire qualcuno,
lasciando il debito da pagare alle future generazioni».

Parole sacrosante ma inascoltate in un
Brasile entrato negli ingranaggi perversi di una crescita economica insensata
che sta calpestando l’ambiente e l’esistenza o la stessa sopravvivenza dei suoi
popoli indigeni.

Paolo
Moiola

 
La cronologia

1910 Nasce il Servizio di protezione degli indigeni («Serviço
de Proteção aos Índios», Spi).
1967 Il ministro dell’Inteo brasiliano commissiona al
procuratore generale Jader de Figueiredo Correia un’indagine sulla condizione
indigena in Brasile. Il rapporto diventa la prova storica del genocidio
perpetrato ai danni degli indigeni.
1967 Lo Spi viene sostituito dalla Fondazione nazionale
per l’indio («Fundação Nacional do Índio», Funai).
1973 Viene promulgato lo Statuto dell’indio («Estatuto do
Índio», legge 6.001).
1988 Viene promulgata la nuova Costituzione brasiliana.
In essa il Capitolo VIII è dedicato ai
popoli indigeni. Il cuore è l’articolo 231.
2002 Il 19 giugno viene finalmente ratificata dal
parlamento brasiliano la Convenzione 169 dell’Oil sui popoli indigeni.
2007 Il presidente Lula vara il «Programa de Aceleração
do Crescimento» (Pac), che diverrà presto una grande minaccia per le terre
indigene.
2012
– Marzo. La Oil denuncia il Brasile per aver violato
l’Accordo 169 non consultando gli indigeni del Rio Xingú, per i lavori della
megacentrale di Belo Monte.
– Ottobre. Viene promulgato il nuovo Codice forestale
(«novo Código Florestal»), un grosso regalo ai latifondisti e all’agrobusiness,
nonostante alcuni veti posti dalla presidente Dilma Rousseff.
– Novembre. Il deputato (e latifondista) Homero Alves
Pereira presenta il Plp 227 per regolamentare in senso anti-indigeno il comma 6
dell’articolo 231 della Costituzione federale.
2013
– Maggio. La ministra Gleisi Hoffmann (Casa Civil)
chiede al ministero della Giustizia di sospendere gli studi della Funai sulla
demarcazione delle terre indigene nel Paraná. La presidente incontra la
senatrice Kátia Abreu, leader degli imprenditori agricoli.
– Maggio/giugno. Arriva alla Camera la Proposta di
revisione costituzionale (Pec) 215/2000 in chiave antindigena.
– 10 luglio. La presidente incontra i rappresentanti dei
popoli indigeni.
– 23-25 agosto. Ad Ater do Chao (Santarém, Pará), si
svolge l’incontro dei «popoli indigeni resistenti».
– 30 settembre – 5 ottobre. L’associazione dei popoli
indigeni del Brasile (Apib) prevede mobilitazioni contro i ripetuti attacchi ai
diritti indigeni.

(pa.mo.)

I numeri
• 305 popoli indigeni (alcuni composti da poche persone),
dei quali 37 in isolamento volontario
• 896.917 indigeni,così distribuiti:
         324.834 in città
         572.083 in aree rurali

• 433.363 delle 896.917 persone indigene vivono
nell’Amazzonia legale (9 stati: Acre, Amapá, Amazonas, Pará, Rondônia, Roraima,
Tocantins e parte di Mato Grosso e Maranhão)

• 847 terre indigene (a diversi livelli di
riconoscimento*)
• Estensioni delle terre:
851.196.500 ettari totali Brasile
112.983.625 ettari terre indigene
228.500.000 ettari privati incolti

• 54 indigeni assassinati in media ogni anno.
Durante il governo Cardoso vennero assassinati 167
indigeni, 20,8 per anno; durante il governo Lula gli indigeni assassinati
furono 452, con una media annuale di 56,5; nei primi due anni di governo
Rousseff, i morti sono stati 108.

(*) Iter di riconoscimento delle terre indigene:
i
dentificazione (Funai), demarcazione, omologazione (con decreto
presidenziale), registrazione fondiaria.

 Fonti: Censimento Ibge 2010, Cimi, Cpt, Isa, Funai.
Gli Yanomami
Numero – 36.000 persone.

Territorio – Brasile (Roraima: 21.000) e Venezuela
(Alto Orinoco: 15.000).

Cronologia

1900 – Primi contatti conosciuti tra uomini bianchi e
indigeni yanomami.
1965 – I missionari della Consolata fondano una
missione sul fiume Catrimani.
1973 – Il regime militare brasiliano inizia la
costruzione della strada Perimetral Norte o Br-210. L’opera ha un impatto
devastante sulle comunità yanomami.

1978 – Nasce la Commissione pro-Yanomami (Ccpy).
1986 – Migliaia di cercatori d’oro (garimpeiros)
invadono le terre yanomami, provocando disastri.
1992 – Viene omologata la riserva indigena yanomami.
2008 – Il 5 maggio un commando di uomini bianchi
spara a 10 indigeni. Il mandante sarebbe il fazendeiro locale Paulo César
Quartiero, che nel 2011 sarà eletto deputato.
2010 – Ancora problemi con i minatori illegali,
stimati in circa 3.000.
2013 – Davi Kopenawa, sciamano (xapuri), da anni
leader riconosciuto degli Yanomami, incontra la presidente Dilma Rousseff.
Siti consigliati:


www.cimi.org.br
•  www.cptnacional.org.br

www.adital.com.br


www.survival.it
• 
http://pib.socioambiental.org
(dell’Instituto Socioambiental, Isa)

Siti Yanomami:


www.hutukara.org

www.proyanomami.org.br

www.giemmegi.org (del Comitato Roraima Onlus)

Videointervista:

Dom Roque Paloschi, vescovo di Roraima, intervistato
(agosto 2013) sulla tematica indigena e sul Brasile. La videointervista è
visibile sul sito della rivista e su You Tube.

Paolo Moiola




RCA: Il cuore (malato) del continente

La
crisi dimenticata nel paese inesistente
Marzo
2013: i ribelli conquistano Bangui. Ennesimo colpo di stato nella Repubblica Centrafricana.
Ancora la popolazione subisce saccheggi, uccisioni, torture, stupri. Ma la
ribellione ha una connotazione confessionale ed etnica. E vi fanno parte molti
stranieri. Ci sono tutti gli ingredienti per l’infiltrazione della jihad
internazionale. Eppure sembra non interessare i potenti della Terra. Ma come si
è arrivati a questa crisi? E quali sono le prospettive?

«I
ribelli? Loro ti dicono chiaro che questa è una provincia del Ciad». Chi parla è
padre Aurelio Gazzera, missionario a Bozoum, Repubblica Centrafricana1. Carmelitano scalzo della provincia ligure,
lavora nel paese dal 1992 e da dieci anni opera in questa zona a Nord-Ovest.

La Rca è un paese dimenticato, isolato e senza particolari
interessi geo-strategici. Almeno per ora. Ex colonia francese, la sua
collocazione nel cuore del continente le impedisce l’accesso al mare. Vasto il
doppio dell’Italia conta circa 5 milioni di abitanti. Di fatto è diventato uno
stato cuscinetto tra la zona islamica a Nord, Ciad e Sudan, e quella cristiana
a Sud, Congo e Repubblica democratica del Congo. E l’attuale crisi politica e
umanitaria ha messo in evidenza tutta la delicatezza della sua posizione e la
fragilità dello stato.

È sgnificativo come nonostante il paese sia esportatore di
diamanti, oro e petrolio, gli indicatori della Rca sono scesi negli ultimi 30
anni: la speranza di vita è diminuita dal 1985 a oggi (49,8 a 49,1), così
come il reddito medio per abitante (da 909 a 722 Usd). La speranza
scolarizzazione
è invece aumentata di un solo anno da 5,8 a 6,8 (Pnud2).

La storia si ripete

Per capire la crisi odiea occorre fare un passo indietro.
Nel 2003 François Bozize aveva annullato, con un colpo di stato,
dieci anni di regime corrotto di Ange-Félix Patassé e si era insediato come
presidente della repubblica, poi confermato alle ue nel 2005 e nel 2011.
Accolto all’epoca come il cambiamento possibile, Bozize ha presto deluso le
aspettative mettendo in piedi una gestione del potere definita «etno-familiare».
Tutti i posti chiave, politici e militari, erano occupati da membri della sua
stretta cerchia famigliare o al più della sua etnia, gbaya (o baya)
della zona di Bossangoa. Un regime parassita e corrotto, che si permetteva però
di trascurare la gestione della sicurezza sul territorio nazionale. L’esercito,
allo sbando, ha lasciato intere parti del paese in mano a gruppi ribelli
nazionali ed esteri già dal 2005. È famoso il caso della Lord Resistence
Army
(Lra) di Joseph Kony (cfr. MC giugno 2012), che si è installata
nell’Est della Rca dal 2008, o di gruppi armati ciadiani e sudanesi arrivati
dal Nord. Bozize si è visto costretto a firmare diversi accordi di cessate il
fuoco con fazioni ribelli, soprattutto del Nord-Est, la regione più critica e
fuori controllo (2008, 2011).

Ma è alla fine dell’anno scorso che i più importanti gruppi in
armi, spesso in lotta tra loro, si uniscono in una coalizione eterogenea e
diversificata: la Seleka. Si tratta di Ufdr (Unione delle forze democratiche
per la riunificazione) e Cpjp (Convenzione dei patrioti per la giustizia e la
pace), basati su etnie diverse, ai quali si unisce il Cpsk (Convenzione
patriottica di salvezza del Kodro) costola dissidente del Cpjp e l’Unione delle
forze repubblicane. Numerosi anche i combattenti sudanesi (originari del
Darfur) e ciadiani che si aggregano alla coalizione per approfittare dei
saccheggi. I ranghi della Seleka si gonfiano infine di giovani e minorenni
delle varie città, volontari o reclutati a forza, durante la discesa su Bangui
e nella capitale stessa.

«Ci sono tantissimi sudanesi e ciadiani – continua padre Aurelio –
sono tipi fisicamente diversi, si vede a colpo d’occhio. Non parlano né il sango
(lingua ufficiale e più diffusa, ndr) né il francese, ma solo l’arabo o
l’inglese. Interloquire e dialogare con queste persone è complicato. Altri sono
della zona centrale del paese da cui proviene il sedicente presidente Michel
Djotodia. Anche molti ministri non conoscono le due lingue nazionali». Fatto
grave, secondo molti osservatori, i posti di maggiore responsabilità, i
generali e i colonnelli che controllano le province, sono stranieri.

I «nuovi» ribelli

La Seleka, che si identifica per la prima volta il 10 dicembre
2012, conquista rapidamente diverse città e punta su Bangui. È la Comunità
economica degli stati dell’Africa centrale (Cesac) che interviene con una
mediazione che porta agli accordi di Libreville (Gabon) l’11 gennaio 2013.

I mediatori designati sono Denis Sassou Nguesso, presidente del
Congo, e Idriss Déby Itno del Ciad. Due vecchie volpi, che ottengono un accordo
di cessate il fuoco. Bozize resta al potere, ma deve formare un governo di unità
nazionale e «congelare» l’Assemblea Nazionale (il parlamento) che sarà rieletta
entro 12 mesi. Un comitato di monitoraggio degli accordi sarà messo in piedi.
Bozize, che deve rinunciare formalmente a ricandidarsi, nomina come primo
ministro di transizione Nicolas Tiangaye, avvocato, militante in diverse
istanze dell’opposizione. La Cesac mette a disposizione la Missione di
consolidazione della pace in Centrafrica (Micopax o Fomac), già presente in Rca
dal 2008, con 700 effettivi, per vegliare sulla parte militare dell’accordo,
proteggere gli organi di transizione e il lavoro umanitario.

Ma per la Seleka la fetta di torta è troppo piccola, solo 5
ministri su 33, con i principali in mano al clan Bozize. Il presidente dal
canto suo, afferma: «Je reste le patron» (Sono sempre il capo3). Così i ribelli, decidono di
farla finita e riprendono le ostilità. Il 24 marzo sono a Bangui, sbaragliando
le deboli Forze armate nazionali (Faca) e 400 militari Sud africani inviati in
aiuto a Bozize. La Micopax invece non reagisce. Il presidente fugge, e Michel
Djotodia, leader del Ufdr, si auto proclama capo dello stato. Djotodia, già
funzionario ministeriale durante i regimi di Patassé e Bozize, era stato
nominato da quest’ultimo ambasciatore in Darfur, per poi cadere in disgrazia ed
essere escluso dai giochi di potere.

Seleka controlla rapidamente tutto il paese. L’Unione africana
(Ua) non riconosce il nuovo regime, mentre la Cesac prende atto: convoca due
incontri a Ndjamena (capitale del Ciad), il 3 e il 18 aprile e arriva al
compromesso. Gli accordi di Libreville sono mantenuti validi (pur nella nuova
configurazione a Bangui) e la transizione dovrà durare 18 mesi.

Quindi tocca a Djotodia fare il «suo» governo: «Il 31 di marzo è
stato presentato un nuovo governo di transizione – racconta padre Aurelio – dove
20 ministri su 34 erano musulmani, in un paese dove gli islamici sono al
massimo il 15%. Molti erano della Seleka, tra questi 4-5 parenti stretti del
presidente. Ma i paesi della Cesac non erano molto contenti, e hanno chiesto la
presenza di tutte le parti, sia nei consigli di transizione, sia nel governo.
Così il presidente ha diminuito leggermente il numero dei ministri della Seleka».

Continua il missionario: «Il primo ministro è sempre Tiangaye:
sono obbligati, lui è il peo su cui gira tutto. Seleka dice che è il ministro
del dialogo di Libreville. Anche la Cesac si accontenta per tenere in piedi il
processo di pace. Il primo mese e mezzo gli incontri inteazionali erano
soprattutto con il primo ministro e non con il presidente, non sempre riconosciuto,
poi ha iniziato ad andare in giro pure lui».

Le sfide della transizione

«La transizione prevede disarmo e integrazione dei combattenti.
Questo è un problema, perché non ci sono i soldi nemmeno per l’esercito
regolare, e inserire altri elementi che non hanno nessuna disciplina, lo
indebolirebbe ancora di più. Poi ci sarebbero le elezioni, ma non ci sono
previsioni di date. Le prospettive non sono molto radiose, perché le
opposizioni si sono messe tutte con il vincitore Seleka e sono entrate nel
governo. Posizione questa assunta fin da dicembre».

Padre Aurelio va spesso a Bangui. Per arrivare oggi si passano
molti posti di blocco dei ribelli, dove miliziani improvvisati chiedono qualche
soldo. Dal diario del 4 agosto: «Il viaggio è andato bene, nonostante le 12
barriere che i ribelli hanno messo sulle strade: una media di una ogni 30 km!».

A Bangui è iniziato molto lentamente il disarmo dei ribelli, ma ci
sono poche speranze che funzioni, perché si parla di circa 5.000 unità e quando
si ritirano le armi occorre dar loro qualcosa, riconvertirli, ci vogliono
mezzi, soldi, volontà da tutte le parti. «La comunità internazionale, in
particolare gli stati africani, a inizio maggio avevano promesso un aumento
della forza multinazionale, però dei 2.000 militari previsti pare che siano
arrivati solo 150 carabinieri del Congo. Sono loro che si occupano del disarmo,
in teoria. L’esercito regolare si è disintegrato, non accenna a riprendersi. I
soldati hanno paura, quando ritornano nelle caserme le trovano occupate dai
ribelli che li mettono in prigione o li uccidono».

Dal primo agosto la Micopax cambia nome passando sotto l’egida
della Ua e diventando la Misca (Missione internazionale di sostegno al
Centrafrica). Gli effettivi diventeranno a regime 3.650 di cui 150 civili. La
Misca ha come compiti: protezione dei civili, riportare pace e stabilità,
riforma e ristrutturazione dell’esercito nazionale, ed è composta da uomini di
Camerun, Congo, Gabon e Ciad.

Diritti umani cercansi

Dopo la presa di Bangui, le tante fazioni della Seleka si
scatenano ai quattro angoli del Centrafrica e la popolazione ne paga le
conseguenze. Nella loro avanzata saccheggi, stupri, violenze di ogni genere e
uccisioni sono all’ordine del giorno. Human Rights Watch, Ong di difesa
dei diritti umani, ha pubblicato un rapporto sulla Rca4 a maggio nel quale denuncia: «un
gran numero di assassinii sono stati commessi dalla Seleka a Bangui dopo il
colpo di stato del 24 marzo, […] e altre uccisioni sono state perpetrate dalle
stesse truppe in tutto il paese tra il dicembre 2012 e aprile 2013».

Nel rapporto del segretario generale dell’Onu5 (3 maggio 2013), Ban Ki-moon, è
scritto: «Da quando la Seleka controlla Bangui, centinaia di cadaveri non
identificati sono stati trovati in diversi settori della capitale. Secondo la
Croce Rossa locale, almeno 119 persone sono state uccise […]. Si riporta che
602 feriti sono stati curati negli ospedali di Bangui». E ancora: «L’anarchia
che regna in Rca ha avuto conseguenze disastrose per le donne e le ragazze, e
il flusso di violenze sessuali, come stupri, stupri collettivi e atti di
schiavitù sessuale, sembra inarrestabile».

Intanto nella maggior parte del paese le scuole sono chiuse da
quattro mesi, così come le strutture sanitarie sono prive di farmaci e
disertate dagli operatori. Più in generale i funzionari sono fuggiti all’arrivo
dei ribelli e hanno paura a tornare sul posto di lavoro. Inoltre non ci sono più
i soldi per pagarli. Fonti Onu contano in 206.000 gli sfollati interni (di cui
la metà bambini) e oltre 60.000 i rifugiati nei paesi vicini. Mentre 1,6
milioni di centrafricani hanno bisogno di aiuto di emergenza.

«Qualcosa si muove, iniziano ad arrivare i prefetti nominati dal
governo centrale, nelle 16 prefetture in cui è diviso il paese» ricorda padre
Aurelio, senza troppo ottimismo.

«Questi ribelli, sono sempre in città, ma hanno ridotto abbastanza
le attività, perché ormai hanno razziato quasi tutto. Stanno andando nei
villaggi».

In effetti, mentre a Bangui la situazione sembra normalizzarsi
poco alla volta, violenze e saccheggi continuano nelle campagne. Ancora padre
Aurelio ne è testimone. Il giorno 7 agosto, sulla strada Bozoum – Bassangoa ha
contato almeno 14 villaggi deserti, raccolto testimonianze di esecuzioni
sommarie e saccheggi. Intanto 2.400 sfollati si sono presentati negli stessi
giorni alla missione di Bozoum: «Sono fuggiti da zone a 65-90 km da qui, dopo
che i ribelli hanno ucciso almeno 15 persone, ma temiamo che siano oltre 40. La
questione è che non c’è nessuna autorità a cui rivolgersi per fare giustizia.
Coloro che comandano sono della Seleka, ovvero sono gli stessi che fanno i
saccheggi, quindi c’è poco da sperare. Inoltre, oggi Seleka è una coalizione,
ma i gruppi continuano a dividersi, a moltiplicarsi. È tutto da vedere come si
sviluppa la situazione o come degenera».

Piccole pietre

L’altro grosso problema è che i ribelli si sono messi in tutti i
posti in cui circolano soldi, e tutte le entrate dello stato, come la dogana,
le intercettano loro. I ribelli hanno inoltre commesso razzie di ogni tipo, in
particolare hanno incamerato molte auto.

C’è poi un ruolo accertato dei trafficanti di diamanti nel
finanziamento della ribellione: «Il nipote di Bozize era ministro delle miniere
nel 2008 da un giorno all’altro aveva fatto chiudere le società di
esportazione, per controllare meglio il mercato, danneggiando così i
trafficanti. Il presidente attuale, inoltre, era console a Nyala in Darfour,
Sud Sudan, dove c’è un fiorente mercato nero di diamanti. Un altro canale di
finanziamento è quello di alcuni paesi arabi» ricorda padre Aurelio.

Ambiguo il ruolo giocato dal Ciad nella crisi. Oltre a essere uno
dei principali mediatori negli accordi, il Ciad avrebbe appoggiato la
ribellione. Alcuni leader della Seleka, ai domiciliari a Ndjamena, sono stati
rilasciati poco prima delle operazioni, mentre proprio Idriss Déby, presidente
del Ciad, avrebbe dato l’ok per l’offensiva finale di marzo6, fatto smentito ufficialmente da
Njamena. François Bozize ha invece 
dichiarato che dietro alla Seleka c’è proprio il paese confinante.

«È un ruolo importante – ricorda padre
Aurelio -. A Bozoum abbiamo il console del Ciad, e guarda caso qui ci sono
stati pochi problemi. Le voci dicono che la Francia abbia lasciato fare il Ciad
per avere mano libera in Mali. Là ha più interessi». La Francia ha mantenuto un
profilo molto basso, evacuando i propri espatriati tardivamente (quando molti
saccheggi si erano consumati) e mantenendo una forza militare minima, a protezione
di alcuni interessi strategici francesi nella capitale e dell’aeroporto.

Le mosse della Chiesa

La chiesa in Centrafrica è l’istituzione che, dopo lo stato, ha
subìto più danni dai saccheggi dei ribelli. Le missioni e altre opere sono
state sistematicamente prese di mira: «Razziavano macchine, soldi, carburante,
tutto quello che trovavano. Alcune diocesi sono state messe in ginocchio, come
Bambari, Bangassou, Kanga Bandaro, Bossangoa» racconta padre Aurelio.

C’è poi il rischio della connotazione religiosa del potere: «La
Chiesa si è mossa subito, prima di dicembre. È stata creata una piattaforma di
dialogo tra cattolici, protestanti e musulmani. Poi quando le cose sono
scoppiate il lavoro è continuato. Stiamo facendo diversi incontri. La
preoccupazione è evitare che ci sia un ritorno, una vendetta contro gli
islamici. Molti dei musulmani locali non sono d’accordo con questa ribellione.
L’altro motivo è di cercare di alzare la voce, farsi sentire a livello
internazionale, per avere qualche reazione.

Anche i vescovi hanno parlato, ce ne sono alcuni molto coraggiosi
(vedi intervista)».

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu, si è
finalmente riunito il 14 agosto sulla crisi in Rca, dichiarando che rappresenta
una grave minaccia per tutta la regione e che occorrono progressi rapidi per la
transizione politica. Intanto, il 18 agosto, Michel Djotodia ha prestato
giuramento sulla «Carta di transizione» (che sostituisce la Costituzione) di
fronte al Parlamento di transizione e ai presidenti di Congo e Ciad.

Padre Aurelio, che di crisi in Centrafrica
ne ha già vissute, dipinge un quadro poco rassicurante: «L’incertezza è
grandissima. Ora c’è una certa calma, ma è molto fragile, non illudiamoci che
sia risolta, può succedere di tutto. Un altro movimento ribelle che scende
sulla capitale, l’ex presidente che ritorna con un gruppo armato, come alcune
voci sostengono7. Non c’è nulla di sicuro. La scuola e la
sanità non funzionano, quindi l’instabilità è grande. Le prospettive, con i
ribelli che bloccano tutte le entrate dello stato, non sono allegre».

Marco Bello
 
Note
 

1 – Il nome ufficiale, Repubblica Centrafricana (République Centrafricaine), viene spesso
accorciato in Centrafrica, o Rca in sigla.
2 – Pnud, Human Development Report 2013, Explanatory note on Hdr composite indices,
Central African Republic.
3 – Il 15 marzo 2013, durante i festeggiamenti per i
suoi 10 anni al potere, François Bozize lascia intendere che si ricandiderà, in
contrasto con gli accordi di Libreville.
4 – République
centrafricaine: de nombreuses exactions ont été commises aprés le coup d’état
.
Rapporto Hrw, 9 maggio 2013.
5 – Rapport du
Secrétaire général sur la situation en République centrafricaine
, Consiglio
di Sicurezza Onu, 3 maggio 2013.
6 – République
centrafricaine: les urgences de la transition
, Inteational Crisis Group,
11 giugno 2013.
7 – L’ex presidente Bozize ha fondato il Frocca (Fronte per il ritorno all’ordine
costituzionale in Centrafrica).

 
 

La parola a monsignor
Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui

«Serve il consenso, no
al potere che esclude»

La Chiesa cattolica
centrafricana è nel mirino della ribellione.  Ma insieme a protestanti e musulmani ha subito
creato una piattaforma di dialogo interreligioso. Per scoprire che le tre
confessioni sono sulla stessa lunghezza d’onda. E allora chi vuole questa
guerra?

Monsignor Dieudonné
Nzapalainga, arcivescovo
di Bangui è un religioso spiritano. Giovane (46 anni), centrafricano e molto
attivo, è stato ordinato vescovo nel luglio 2012. È attualmente presidente
della Conferenza episcopale centrafricana e presidente della Caritas nazionale.
Lo abbiamo contattato telefonicamente.

Monsignor
Dieudonné, ci parli della crisi umanitaria nel paese e nella sua diocesi in
particolare.

La crisi umanitaria è anche dovuta
al fatto che con la guerra molte Ong hanno lasciato il paese. Inoltre la gente
ha abbandonato le città e si è nascosta nella foresta, dove si nutre di radici,
per paura dei ribelli della Seleka. Con le piogge è grave anche la situazione
sanitaria, perché la malaria si sta diffondendo. Non è stato creato un
corridoio umanitario necessario alle poche Ong rimaste a soccorrere la
popolazione. Sulle strade ci sono sempre dei militari della Seleka che
continuano a impedire ai mezzi non governativi di circolare, con posti di
blocco nei quali vengono chiesti dei soldi. Anche le nostre macchine della
Caritas vengono bloccate.

C’è il problema sanitario e quello
educativo: a Damara (città a 80 km da Bangui, ndr) da mesi è chiusa la
scuola. L’ospedale è stato saccheggiato, non ci sono più medicine. Ho parlato
con un medico che non può lavorare. Chi ha bisogno di cure deve andare a
Bangui. Ma il paese è tutto in questa situazione.

Anche l’agricoltura è bloccata. La
crisi politica è iniziata a marzo, quando la gente doveva seminare. La pioggia è
arrivata, gli uomini non potevano andare nei campi perché rischiavano di essere
catturati o uccisi. Senza raccolto la fame arriverà nei prossimi mesi. Le
sementi distribuite da organismi come Caritas e Fao sono state consumate perché
non c’era nulla da mangiare.

A livello
della sicurezza c’è un miglioramento?

La sicurezza è migliorata a
Bangui, dove è gestita dalla forza multinazionale Fomac. Ma le armi sono
dappertutto e alcuni quartieri, come Kina e Km5, sono delle vere polveriere.
Quando si tenterà di disarmarli ci potrà essere un effetto bomba.

Sono questi i sobborghi dove sono
stati reclutati i livelli bassi della Seleka. Gente che vendeva bibite per la
strada e da un giorno all’altro si è trovata con un’uniforme e un fucile
mitragliatore in mano, a scorrazzare sui pick up. E senza alcuna formazione.
Hanno iniziato così a chiedere soldi. Sarà difficile smobilitare queste
persone. Diventano dei banditi.

In provincia invece, sono i
giovani e i ragazzi delle città a essere reclutati dai ribelli, complice il
fatto che le scuole sono chiuse. Qui chiedono 50 franchi (7 cent, ndr) a
ogni ciclista che passa, o alla gente che torna dal campo con il proprio
materiale. C’è un racket quotidiano e capillare, ogni qualvolta ci si sposta,
si va al lavoro. Perché la Seleka non paga questi giovani che si rifanno sulla
popolazione.

Nella Seleka
qual è la componente religiosa o etnica?

Esiste una componente religiosa.
La gente che ha preso il potere sta utilizzando mercenari che vengono dal Ciad
e dal Sudan. Lo abbiamo scritto nella lettera dei vescovi. Li abbiamo
incontrati all’interno del paese e a Bangui. Non parlano né il sango
il francese, piuttosto inglese e arabo. Poi i tre quarti della Seleka sono
giovani musulmani delle regioni del Nord Est. Abbiamo denunciato che l’ex
presidente Bozize arruolava solo la gente della sua zona, ora sta succedendo lo
stesso.  Al potere non sono rappresentati
tutti i gruppi e i popoli della Rca. Inoltre dicono di essere composti al 90% da
musulmani e il restante 10% da cristiani.
Non c’è dogana, polizia né
gendarmeria. Sono i militari della Seleka che fanno tutto.
Lo stato non esiste. Solo a Bangui
c’è una parvenza grazie alla Fomac.
All’interno del paese non ci sono
più funzionari dello stato, né autorità statali (ufficiali), tutti sono fuggiti
in capitale perché venivano perseguitati dalla Seleka con l’accusa di essere
agenti dell’ex presidente.

Lei è stato
recentemente a Roma. Perché a livello internazionale si parla così poco della
Rca?

All’inizio della crisi se ne è parlato,
ma poi è caduto il silenzio. Come vescovi abbiamo scritto una lettera al
presidente (di transizione)1
. Il 25 giugno ero a Parigi in una
conferenza stampa affollata. Ho detto che la Repubblica Centroafricana è un
paese che muore a fuoco lento, che se nulla viene fatto diventerà il santuario
dei grandi banditi, dei narco trafficanti, dei gruppi ribelli, di tutti quelli
che vogliono destabilizzare. Sono andato al ministero degli Esteri e alla
presidenza della Repubblica francesi per parlare di Centrafrica per attirare
l’attenzione. Recentemente la ministro francese Yamina Benguigui ha dichiarato
che in settembre metteranno la Rca a livello delle priorità nell’Onu.

La risposta che ho avuto è che il
nostro paese, ogni volta che succede qualcosa, torna al punto di partenza.
Questo scoraggia la comunità internazionale. Quando ne ho parlato a Roma, il
Santo Padre ha citato la Rca all’angelus del 29 giugno. Poi ho incontrato il
cardinale Feando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione
dei Popoli. Per noi è una maniera di uscire dall’isolamento. Sono stato a Roma
in riunione con Caritas Inteationalis, con Fao e con l’ambasciatore francese
presso la Santa Sede, sempre per presentare la situazione e sollecitare un
impegno rapido per il paese. Diverse Caritas già ci aiutano per le questioni di
sanità pubblica e ora vorremmo fare qualcosa per le scuole.

A livello
nazionale cosa fa la Chiesa cattolica per il ritorno alla pace?

Concretamente la Chiesa cattolica
insieme a Chiesa protestante e confessione musulmana ha creato una piattaforma
di dialogo: facciamo delle riunioni nelle quali discutiamo. Ci ritroviamo per
fare l’analisi della situazione dal colpo di stato a oggi. Vogliamo fare delle
raccomandazioni ai principali attori. Utilizzeremo lo strumento Giustizia e
Pace per verificare se le raccomandazioni saranno prese in conto. È una maniera
per noi per spingere i vari settori a ritrovarsi e gettare il seme di una nuova
maniera di vivere insieme.

La Chiesa cattolica, inoltre,
attraverso i suoi elementi, ha chiesto che le scuole siano riaperte. Ci siamo
impegnati, attraverso Jrs (Jesuite refugee service, ndr) un
organismo di Chiesa, ad attivare alcune scuole in zone dove non c’erano.
Attraverso Caritas siamo intervenuti anche per nutrire gli sfollati che
fuggivano dalle zone di conflitto. Abbiamo nutrito medici, malati e rifugiati.
A livello reale e concreto, non solo teorico.

Cosa dicono i
musulmani centrafricani della ribellione?

Lavoriamo con gli alti
responsabili dell’Islam in Centrafrica e sono sulla stessa nostra lunghezza
d’onda. Ma ci sono degli imam che non sposano la stessa filosofia e
dicono cose diverse. L’imam attuale presidente della comunità musulmana è
andato all’interno del paese e ha condannato tutti quelli che rubano e
violentano, dicendo che non sono dei buoni musulmani. Così le autorità attuali,
quando sono entrate a Bangui non lo hanno cercato, ma hanno incontrato altri imam,
proprio perché lui li aveva criticati.

Nella Seleka i musulmani nazionali
sono meno numerosi che gli stranieri e questo disequilibrio pesa molto. Il
presidente della comunità islamica è centrafricano, ama la sua terra e agisce
come patriota, ma penso che se fosse straniero il discorso cambierebbe. Ma
riceve molte pressioni da parte delle autorità e di altri musulmani.

Secondo lei
qual è il cammino per uscire dalla crisi e riportare la Rca alla pace?

Penso che ci voglia una volontà
politica da parte di tutti quelli che fanno i politici: il presidente, gli
oppositori. Occorre che si punti all’interesse nazionale e smettano di cercare
il potere per il potere e di distruggere, prendere la gente in ostaggio.
Decidano di lavorare insieme per questo paese. Non è un solo gruppo che potrà
risolvere, occorre che ci sia davvero un’apertura. È necessaria una conferenza
nazionale in cui tutti possano parlare, perché quello che è successo interessa
tutto il paese. Serve un consenso: cercare delle soluzioni in modo non
unilaterale. Se non si accetta di associare tutti, gli esclusi si faranno un
giorno avanti per conquistare il potere. La soluzione è un albero sotto il
quale tutti parlano, dialogano. Chi ha torto riconoscerà i propri torti, chi ha
fatto degli errori potrà essere punito. Insieme e non con le armi. Si lasciano
le armi e a cuori disarmati sarà l’amore, la frateità, la giustizia, la
correttezza, la coesione. Sono questi i valori che dobbiamo cercare.                                                           

 Marco Bello

Marco Bello