Haiti


Nel Nord Ovest di Haiti, un braccio di mare cristallino separa la terraferma dall’isola dei bucanieri. Siamo a Port-de-Paix, il capoluogo del dipartimento più povero e arido del paese. A capo della diocesi omologa c’è un vescovo molto impegnato per la pace sociale, anche a livello nazionale.

Monsignor Pierre-Antornine Paulo, haitiano, è un religioso degli oblati di Maria Immacolata. Ha studiato negli Stati Uniti e a Roma ed è poi stato formatore di futuri missionari nel suo paese. Nato nel 1944, dal 2001 è vescovo coadiutore della diocesi di Port-de-Paix (dipartimento del Nord Ovest) e titolare dal 2008. È stato superiore regionale del suo ordine e dal 2011 è vice presidente della Conferenza episcopale haitiana (Ceh). Un fisico alto e asciutto, mons. Paulo ha un’agenda fitta d’impegni, ma è sempre molto disponibile. Arriviamo da lui un po’ all’improvviso, nella nuova sede del vescovado che deve ancora essere ultimata.

Ricostruzione?

Sono passati più di sei anni dal disastroso terremoto del 12 gennaio 2010, che non ha toccato il Nord del paese, ma la zona della capitale e parte del Sud. Monsignor Paulo ci parla della ricostruzione e ne evidenzia alcuni aspetti: «Positivo è stato l’interesse generale, mondiale, che l’umanità ha manifestato per Haiti. Le chiese in particolare. Interesse in parte finalizzato alla ricostruzione degli edifici, ma più in generale a tutto quanto concee le vittime, ovvero l’assistenza, l’apertura delle frontiere per i profughi, ecc.». C’è stata una grande generosità: molti paesi hanno contribuito e i loro popoli hanno dato denaro, ricorda il prelato, che però è critico: «Ma di tutto quello che è stato raccolto è arrivato ad Haiti, direi, un quarto. Gli altri tre quarti sono andati a degli intermediari, che hanno intercettato questi soldi prima che arrivassero sul terreno. Dei fondi, inoltre, gli attori haitiani, religiosi o politici, a seconda dei casi, non hanno avuto la gestione».

Anche i fondi per la chiesa non sono stati gestiti dalla Conferenza episcopale locale, ma dalle chiese sorelle di Usa, Francia e Germania tramite la struttura Proximité Catholique avec Haiti et son église, «Proche», in sigla, che in francese significa «vicino». In questo modo i tempi delle realizzazioni sono diventati molto lunghi, perché per qualsiasi operazione occorre l’approvazione delle conferenze episcopali straniere. «Quello che si sarebbe dovuto fare secondo me sarebbe stato porsi la domanda: perché c’è stato un così grande crollo di case? Forse c’è qualche problema nel modo in cui costruiamo. La mia idea era quella di formare i professionisti della costruzione, dai muratori agli ingegneri, nei metodi della costruzione antisismica». Il vescovo sta infatti lavorando per mettere in piedi nella sua diocesi una cellula di persone con competenze nella costruzione antisismica.

Un altro aspetto importante, che solo in parte è stato realizzato è il decentramento dei servizi, dalla capitale Port-au-Prince ai dipartimenti.

«A livello educativo il ministero dell’Educazione ha fondato università pubbliche in molti dipartimenti. E questo aiuta il decentramento accademico. Lo stato ha utilizzato le risorse della chiesa, perché molto spesso i rettori di queste università sono preti. È successo a Port-de-Paix, Gonaives, Les Cayes».

Ma purtroppo alcune misure importanti non sono state prese, a cominciare dalla creazione di possibilità abitative in provincia. «Costruire villaggi nei dipartimenti avrebbe aiutato la gente a fermarsi nei luoghi in cui era sfollata. Ma purtroppo è successo il contrario. Sono stati fatti annunci di ricostruzioni a Port-au-Prince. Così chi aveva lasciato la capitale vi è tornato in cerca di abitazione, e addirittura chi non ci viveva prima ci è andato in cerca di fortuna. Il terremoto ha quindi contribuito a sovrappopolare ancora di più Port-au-Prince. E questo per mancanza di visione dei politici. Costruire in provincia avrebbe anche creato lavoro».

Una chiesa «mediatrice»

La chiesa cattolica ha avuto un ruolo molto importante per fare uscire il paese dalla crisi politica del 2013 e accompagnarlo verso le elezioni del 2015, seppure queste non siano andate poi a buon fine ed è oggi in corso una transizione verso nuove elezioni (cfr. MC aprile 16).

Monsignor Paulo, in veste di vice presidente della Ceh, ha partecipato agli incontri sul dialogo inter haitiano detti di «El Rancho», dal nome dell’hotel dove si sono tenuti nel gennaio 2014. «C’è qualcosa di fondamentale nelle relazioni tra haitiani – ci spiega il monsignore -, sia tra governanti e governati, sia tra gli stessi partiti politici, che ci impedisce di andare avanti: una mancanza profonda di fiducia. È la storia di un popolo che è sempre stato deluso da chi lo governava».

La chiesa, cosciente del problema, ha voluto provare a mettere gli haitiani uno di fronte all’altro, per sanare tutti i rancori, con un’«operazione verità». «Per gestire il nostro paese, cosa si deve fare? Si sente che c’è qualcosa che non va. Tutti chiedono il cosiddetto dialogo, sedersi intorno a un tavolo e dire le cose come stanno tra di noi haitiani. Ma se non ci sarà l’occasione di fare questo chiarimento, i problemi saranno sempre gli stessi. Lo abbiamo visto sotto i regimi precedenti e poi con Aristide, Préval, Martelly e ancora con Privert. Questi è il presidente provvisorio appena nominato, con il quale ci sono già dei problemi. Sono questioni ricorrenti, strutturali, non congiunturali».

A inizio 2014 la chiesa ha dunque accettato di giocare il ruolo di mediatrice. Si trattava di sbloccare la creazione del Consiglio elettorale provvisorio e di organizzare le elezioni generali, in ritardo di anni. Le consultazioni avvenute il 9 agosto e poi il 25 ottobre 2015, si sono nuovamente incagliate in quanto contestate da una parte dei partiti.

Mons. Paulo ricorda: «È stato straordinario lo spirito che si era creato, molto positivo, entusiasta. Cosa che ci dice che possiamo sederci e prendere decisioni per andare lontano. Ma poi si sono verificate delle complicazioni che non siamo riusciti a controllare e hanno fatto sì che il processo fallisse. Un aspetto molto positivo è stato vedere che c’era la volontà di conoscersi meglio, condividere le nostre idee».

Ma fuori dalla sala, poi, qualcosa non ha funzionato: «Altre idee hanno condizionato la situazione, con i supporter di certi partiti esclusi dall’incontro. Anche alcuni responsabili di partito, presenti al dialogo si sono chiesti: come possiamo concretizzare quello che abbiamo detto?

A mio parere il successo è stato quello di avere iniziato questo dialogo inter haitiano, di aver vissuto un certo spirito, che fa desiderare di rivivere momenti simili, ma con la volontà di realizzare sul terreno tutto quello che si decide nella sala dell’incontro».

Un dialogo necessario

Si parla di dialogo nazionale, ma ad Haiti la comunità internazionale, in particolare Stati Uniti, Canada e, in misura minore, Francia, e ora anche il Brasile, hanno sempre esercitato una grande influenza. «Il paese si è messo nella condizione di dovere utilizzare l’aiuto della comunità internazionale. Se gli haitiani non arrivano a capirsi tra di loro, su chi ha torto e chi ha ragione, accettandosi, si ha sempre bisogno dell’arbitraggio internazionale. Questo interviene per portare gli haitiani a regolare i conflitti tra di loro».

Se l’incontro di El Rancho era focalizzato sulle elezioni, è stato un incubatore di quello che monsignor Paulo vede come lavoro più approfondito da realizzare, un dialogo inter haitiano. «Avevo sperato che nel corso della transizione in atto, prima di arrivare alle elezioni presidenziali, si fosse potuto istituire un dialogo nazionale, anche prolungando nel periodo della transizione. Un dialogo più allargato, che coinvolgesse più settori della società. È il momento opportuno».

L’impunità è uno dei grandi problemi, così come la corruzione. «Ne abbiamo parlato a El Ranchio. Sono grandi sfide. Tutti noi ne siamo coinvolti; è una questione profonda, radicata nel nostro sistema politico-sociale. Dobbiamo bonificare il tessuto sociale».

Una società civile in difficoltà

La società civile ha avuto nella storia recente di Haiti una grande importanza. Ha però subito attacchi dai diversi regimi ed è molto divisa. Il vescovo di Port-de-Paix è noto per essere vicino ai movimenti contadini della sua diocesi. Durante le elezioni presidenziali e legislative di ottobre 2015 la partecipazione al voto è stata scarsa, e poi manifestazioni di piazza, a volte violente, hanno fatto rimandare e infine annullare il secondo tuo. Da questo impasse è nato l’attuale periodo, con presidente e governo provvisori. «Per quanto riguarda la reazione alle elezioni del mese di ottobre, posso dire che c’è stata una manipolazione di certi partiti politici. Non erano manifestazioni spontanee del popolo. Anche se è vero che la gente non è contenta. Ma osservo l’assenza di una società civile ben strutturata e motivata. Sarebbe il ruolo della società civile quello di fare il contrappeso alla politica. Va bene manifestare per far capire agli attori politici certe posizioni. È giusto gridare e rivendicare, ma senza scivolare nella violenza». E continua: «La società civile ad Haiti è molto debole, quando non è assente del tutto. È un punto sul quale occorre lavorare molto, per attivarla dappertutto, in tutti i dipartimenti. È un bisogno urgente. Abbiamo, inoltre, una certa tendenza che porta ad avere troppi partiti politici: un centinaio hanno corso per la presidenza. È anormale. Ci sono associazioni che si trasformano in movimenti politici e poi candidano qualcuno. Tutto ciò avviene senza preparazione, organizzazione e strutturazione. Credo che quello che ci vorrebbe per i partiti politici è che possano organizzarsi e federarsi, per avee 5 anziché 50, in rappresentanza delle diverse tendenze. Così il popolo avrà più facilità a scegliere».

Scuole «di fede»

La diocesi di Port-de-Paix coincide con il territorio amministrativo del Dipartimento Nord Ovest di Haiti. È l’area più povera del paese, e meno collegata con la capitale, in quanto le due strade di accesso sono sterrate e impervie. La parte più a Ovest viene anche definita Far West sia a causa della difficoltà di accesso, sia del paesaggio semidesertico e punteggiato di enormi cactus. Qui la malnutrizione infantile è una realtà.

«Ho partecipato all’incontro di Aparecida nel 2007 (V Conferenza dell’episcopato latinoamericano, 13-31 maggio), dove ci siamo resi conto di alcuni aspetti, sul piano pastorale. La fede, per noi cattolici, necessita di un approfondimento continuo, affinché diventi adulta. Ci sono cattolici coraggiosi, ma con una fede non molto profonda. È una delle ragioni che portano alcuni a scivolare verso altre religioni, o altre confessioni cristiane. Questo fatto è anche associato a una mancanza di formazione. La dottrina cristiana è una delle più complicate. Abbiamo la trinità, l’incarnazione, l’immacolata concezione, l’assunzione, la redenzione, cose difficili da spiegare. Ero a Miami recentemente, e ho incontrato dei latinoamericani molto attratti dall’islam, perché è una religione facile. Da qui sorge la domanda: come dare una formazione ai nostri cristiani, in modo umano e diretto?

Nella mia diocesi, in tutte le parrocchie, abbiamo creato quello che in creolo chiamiamo scuole “konnessans lafwa” (conoscenza della fede). Otto moduli di formazione, per conoscere la fede: da dove viene, come viverla, le grandi verità. Se fosse stato un uomo a fondare la religione sarebbe a taglia umana, e più facile da spiegare. Gesù è venuto per salvarci, per portare una buona notizia, non per fondare una religione. Ma questa, se è rivelata, diventa difficile abbordarla umanamente».

Un altro aspetto molto caro al prelato è la «chiesa comunità»: «Promuoviamo le cellule parrocchiali di evangelizzazione. Ce ne sono in Italia, a Milano. Papa Francesco ne ha parlato. Si tratta di una replica delle comunità ecclesiali di base (Ceb) dell’America Latina. Io ci credo molto, perché rispondono a una grande questione: tra i cattolici abbiamo una pastorale più funzionale che relazionale. Voglio dire: si va in chiesa ma poi nella comunità non ci si conosce, non c’è una condivisione di fede. È funzionale, nel senso che il prete ha la sua funzione, ci sono i sacramenti, ma poi la relazione di fede tra vicini non c’è.

La pastorale relazionale è qualcosa della chiesa primitiva. Si va a messa e si crea un gruppo che continua a incontrarsi dopo. Queste vogliono essere le cellule, una nuova espressione delle ceb, che noi chiamiamo in creolo «ti fanmi legliz» (piccola famiglia della chiesa). In questo modo vogliamo rinforzare la fede dei nostri cattolici qui nel Nord Ovest».

Marco Bello

 




Marocco la spoglia essenzialità


Anche la stabilità delle antiche cittadine fortificate è fatta di elementi precari come la terra mista a paglia. Mentre la precarietà delle tende berbere offre un sentimento di sicurezza, di contatto con le cose essenziali. E al termine di un breve viaggio si possono avere «incontri» inaspettati: da Charles de Foucauld al «gladiatore».

Partiamo di nuovo e abbandoniamo la strada principale per risalire il fiume, fino alle Gole del Todra: impressionanti muraglie che superano i trecento metri e si innalzano come pilastri di una porta monumentale. Poi, tornati indietro, riprendiamo la strada. Attraversiamo palmeti e villaggi in cui sorgono numerose kasbah. Con questo nome i berberi indicano le fortezze in cui risiedevano un tempo i signori locali con le loro corti e i loro armati. Ce ne sono moltissime, testimonianza della società feudale e tribale di un tempo. A Tinejdad (nella regione di Meknès-Tafilalet, ndr) lasciamo di nuovo la via principale, inoltrandoci nel deserto che, dopo Touroug, diventa sabbioso. Lungo una pista che solo l’autista riesce a scorgere in questa immensa e uniforme distesa, raggiungiamo Merzouga, dove si trova l’albergo. Lì ci attendono i dromedari, a dorso dei quali, dopo circa un’ora tra dune di sabbia altissime su cui saliamo e discendiamo mettendo a dura prova la schiena e i nostri addominali poco allenati per mantenerci in sella, arriviamo in un campo berbero. È circondato da dune alte decine e decine di metri. Nel silenzio interrotto solo dal vento della sera e da qualche verso dei dromedari, ci sistemiamo nelle tende. Sono tende di nomadi, prive delle comodità per turisti che abbiamo trovato in altri viaggi. Poi, sotto un cielo così terso che si possono vedere brillare le stelle nonostante la luna, ceniamo seduti attorno al fuoco. Si riconoscono benissimo Marte, grande e rosso, e la Croce del Sud. Ma lo spettacolo più affascinante è quello del mattino. Ci svegliano presto. Scalata la duna orientale, ci sediamo assistendo all’alba. Dal deserto sorge una luce bianchissima che si fa rapidamente sempre più luminosa ed estesa, finché un sole bianco e splendente si mostra come un’apparizione. Tra le (poche) albe e i moltissimi tramonti cui abbiamo assistito, questa è la più emozionante, per l’esperienza dell’intensa, pura gioia della vita che rinasce, di una natura essenziale, buona e bellissima.

Una bussola tuareg

Quando torniamo, di nuovo sui dromedari, all’albergo di Merzouga, troviamo il giovane Abdullah pronto a condurci nel fantastico giro del deserto da cui è iniziato questo racconto (cfr MC giugno, ndr). Al termine, ci fermiamo in albergo. Abbiamo mezza giornata di riposo. Il giorno dopo riprendiamo il viaggio con Hassan, il fratello di Abdullah, che ci porta a Erfoud e, più in là, a Rissani. Qui sono coinvolto in un’altra notevole contrattazione. Hassan, infatti, ci porta nel negozio di Mohammed, che vende un po’ di tutto ma in particolare giornielli in argento. La trattativa è lunga e paziente, con lui che scrive il prezzo richiesto su un foglio e io che vi aggiungo sotto la mia offerta. Secondo la consuetudine, domande e offerte debbono essere tre, dopo di che si dovrebbe raggiungere l’accordo. Ma non è così. Continuiamo a trattare senza più scrivere le cifre, finché raggiungiamo un prezzo che va bene a tutti e due. Non è una grande cifra. «Tu contratti come un berbero», mi dice Mohammed alla fine mentre, rilassati e sorridenti, sorbiamo l’ottimo tè che ci ha fatto preparare. Forse la cosa, che si è protratta molto, ha affaticato anche lui. Non nascondo di essere compiaciuto, anche se si tratta solo di un cortese complimento. Ci lasciamo andare pure questa volta a discorsi più intimi. Mohammed racconta dei suoi viaggi, con le carovane berbere e tuareg che si muovono tra il Sud del Marocco, l’Algeria, la Libia, fino alla Mauritania e al Mali, in cerca di bracciali, collane, tappeti, e ogni altro bene che possa poi rivendere nel suo bazar. Mi mostra un oggetto d’argento dalla vaga forma a croce, che mi incuriosisce. È una «bussola» tuareg. Si infila il pollice in un’apertura centrale e la si accosta agli occhi. Puntandolo sulla Croce del Sud si possono individuare i punti cardinali e, quindi, orientarsi nel deserto. Con un gesto d’amicizia che mi colpisce, me ne fa dono. Poi mi mostra delle bellissime monete romane. Mi spiega da dove provengono, ma non capisco il nome della località, forse pronunciato in arabo o forse in berbero. Provo a chiedergli, per scherzo, quanto vuole per una di esse, che mi pare di Augusto. Subito, di fronte al paventato riaprirsi di una nuova estenuante trattativa, ci mettiamo a ridere e lasciamo perdere.

«Chiavi in mano»

Salutiamo Mohammed e riprendiamo il nostro viaggio inoltrandoci nella città di Rissani. È giorno di mercato e molta gente vi è confluita dalla campagna. Il mezzo di trasporto, a parte qualche motorino, è l’asino. Così, all’ingresso della città, c’è un grande parcheggio in cui vengono lasciati mentre il padrone va a fare i suoi acquisti. È uno spettacolo vedere quei miti animali allineati in gran numero, legati per un piede a una lunga corda a sua volta fissata con dei picchetti al terreno perché non se ne vadano, mentre mangiano guardandosi ogni tanto intorno. Di fronte al parcheggio, in un altro grande spiazzo, vi sono altri asini, perfettamente bardati. Chiedo se anche quelli sono lì parcheggiati. «Sono in vendita», mi spiega Hassan. «Già tutti bardati?», domando sorridendo. «Come dite voi?», mi risponde la guida, «si comprano “chiavi in mano”».

La valle del Draa

Dopo aver visitato anche noi il mercato, torniamo all’auto. Ci aspetta un lungo trasferimento fino a Zagora (nella regione di Souss-Massa-Draâ, ndr). I colori del paesaggio cambiano. Lo avevamo già notato nei giorni scorsi, ma qui il deserto si trasforma in modo stupefacente: dal rosso vivo, uguale a quello dei nostri campi da tennis, al nero, al verde delle pietre che lo costellano e delle rocce dei monti sullo sfondo. L’aria è tersa e il cielo, anche quando si annuvola, facendo cadere un po’ di pioggia sottile, rimane luminoso. Incrociamo dromedari e pecore che brucano i radi cespugli, e qualche pastore che cammina solitario in lontananza. In alcuni punti si alzano rocce levigate dai venti che ricordano quelle dell’Arizona. Infine entriamo nella valle del Draa, il fiume più lungo e importante del Marocco, formato dalla confluenza del Dadès, che abbiamo incontrato nei giorni precedenti, e dell’Imini. È verdissima e ricca di palmeti. Gli abitanti possiedono appezzamenti, che coltivano per la propria sussistenza. Raccolgono i datteri, producono ortaggi e frutta. Ma le proprietà sono piccole e non bastano a soddisfare le esigenze di famiglie numerose. Da anni, quindi, almeno un membro della famiglia emigra, nelle città del Nord e in Europa. Con le rimesse che manda a casa, si riesce a tirare avanti. Questa agricoltura di sussistenza crea però un serio problema. Per irrigare i propri appezzamenti, i contadini hanno installato pompe che prendono l’acqua dal fiume. Sono talmente tante che ormai l’acqua comincia a scarseggiare. Il governo ha posto limiti severi al consumo, ma non è facile farli rispettare, anche perché, al momento, non paiono esserci alternative.

La kasbah Oulad Othmane

Prima di arrivare all’albergo visitiamo la kasbah Oulad Othmane, una delle più antiche e caratteristiche tra le oltre 200 che costellano la valle del Draa. Costruita nel Settecento da un potente pascià, è abitata ora dai suoi discendenti, ridotti quasi in povertà. È affascinante nella sua spoglia essenzialità. Non ci sono decorazioni, né marmi, né altri materiali che siamo abituati a vedere nelle dimore signorili. È completamente nuda, tutta di terra e paglia. Solo un quadro, di ingenua fattura, mostra lo splendore di un tempo: il pascià, attorniato dalla sua corte, mentre riceve sudditi e vassalli, in una sala che oggi appare povera e buia. Eppure questo palazzo è importante dal punto di vista storico e architettonico: non è stato rimaneggiato, e si conserva quindi perfettamente integro nella sua struttura.

Attraversiamo Zagora, che è una città modea, costruita nel modo di tutte le città del Sud del Marocco, con case di qualche piano, del consueto colore ocra, attraversata da una grande via centrale e immersa nel verde della valle del Draa. L’albergo, come tutti gli altri, è molto accogliente. È ricavato da una grande abitazione tradizionale e ha un giardino lussureggiante e verdissimo.

Charles de Foucauld…

L’indomani è l’ultima tappa del viaggio. Dopo alcune ore ci coglie una nuova sorpresa. In un posto di ristoro lungo la strada, dove ci siamo fermati per bere qualcosa, scopriamo, appeso alla parete, un quadretto in cui è incoiciato uno scritto. Ricorda che qui è passato Charles de Foucauld quando, tra il 1883 e il 1884, ha percorso il Marocco, allora interdetto ai cristiani, facendosi passare per un rabbino ebreo. Aveva lasciato la precedente vita militare dissipata ed era alla ricerca di se stesso: quella che lo avrebbe portato, qualche anno dopo, alla scelta religiosa. Da qui ha attraversato il Jebel Sarho, di cui si intravedono le propaggini, visitando villaggi e zone mai esplorati da un europeo. Volendo, mi dice Hassan, si può ripetere il suo viaggio e, in alcuni giorni, raggiungere la valle del Dadès e la città di Boumalne. Egli è disposto ad accompagnarci. È una proposta molto attraente: le zone sono intatte, non ancora raggiunte dal turismo. In futuro, chissà…

… e «Il gladiatore»

Quando arriviamo a Ouarzazate completiamo il giro che, come un grande anello, ci ha fatto conoscere una parte delle terre berbere. La città è sede di studi cinematografici importanti, dove sono stati girati molti film ambientati nell’antico Egitto e anche il «Lawrence d’Arabia» di David Lean.

Riprendiamo a salire lungo i tortuosi tornanti del Grande Atlante e ci accorgiamo che ha piovuto abbondantemente nei giorni scorsi. I prati e le montagne sono di un verde smeraldo che non avevamo visto passando di qui all’andata. Deviamo dalla strada principale per raggiungere lo Ksar ait-ben Haddu: borgo fortificato sulle pendici di un monte, in cima al quale sorge una torre di avvistamento e difesa. È un luogo ben noto agli operatori turistici, molto bello ma ampiamente rimaneggiato. La parte più bassa, infatti, è stata costruita recentemente, rispettando per fortuna l’architettura tradizionale in mattoni e paglia, per girarvi dei film, tra cui scene del «Gladiatore». È ben visibile l’arena in cui Russell Crowe mostra, in un momento dell’improbabile storia hollywoodiana, le sue capacità combattenti.

La scalata alla torre si rivela un’impresa: è l’una, c’è un sole davvero africano, e non abbiamo ancora mangiato niente. Ci aiuta, per fortuna, il vento fresco e delizioso offerto dagli 800 metri d’altezza del luogo. Una volta in cima, comunque, la vista è spettacolare. Si individuano ancora bene, a qualche chilometro di distanza, le sorgenti dove gli abitanti della città si recavano con gli asini per rifoirsi d’acqua. Oggi c’è l’acquedotto che ha eliminato questa dura incombenza.

Percorriamo il tratto di strada che ci separa da Marrakech tra i paesaggi montani già visti all’andata. In città ritroviamo il nostro delizioso e fresco riad (abitazione urbana tradizionale, ndr). È una bella serata e ceniamo sul terrazzo da cui si gode un grande panorama. Una cicogna, che si avvicina e, quando ci ha quasi raggiunto, compie un’ampia virata, allontanandosi, è l’ultimo spettacolo di questo viaggio.

Paolo Bertezzolo

 




Singapore sovrano regna l’ordine


Stretto tra la Malesia e l’Indonesia, Singapore è uno degli stati del pianeta con più alti redditi, efficienza sociale ed economica, bassissima corruzione. Goveato per oltre 30 anni da Lee Kwan Yew e oggi da suo figlio Lee Hsien Loong, è un paese in cui patealismo, dispotismo e confucianesimo hanno prodotto una limitazione dei diritti civili a cui la popolazione (5,5 milioni di persone appartenenti a tre etnie) pare assuefatta. Sull’immediato futuro incombono poi altri due problemi molto concreti: l’aumento demografico e la mancanza di spazi.

Per sopravvivere bisogna essere eccezionali, ha detto lo scorso maggio Lee Hsien Loong, primo ministro di Singapore. E ammirando al crepuscolo le luci che iniziano a illuminare la piccola città stato asiatica dall’alto del Marina Bay Sands1, non si può fare a meno di convenire che Singapore è una nazione eccezionale. Non per niente l’aggettivo è uno dei vocaboli più utilizzati nella retorica politica cittadina.

Dallo Sky Park2 o dall’Infinity Pool3 la vista spazia a 360 gradi tra cantieri navali, enormi distese di verde e la downtown. Cerco di individuare, inutilmente, il punto in cui, due secoli fa, Sir Thomas Raffles, l’inglese ritenuto essere il fondatore della modea Singapore, sbarcò dall’Indiana, la nave comandata dal capitano James Pearl. Chissà cosa direbbe vedendo come si è trasformato il minuscolo e insignificante porticciolo di poche centinaia di abitanti in cui, nel 1819, era arrivato.

La sua statua, un tempo punto obbligato delle visite turistiche, oggi è pressoché ignorata, schiacciata e umiliata dai grattacieli a cui porge la schiena, quasi a significare l’incomprensione verso quegli alberi di cemento che hanno preso il posto delle palme. Lo sguardo di Raffles si dirige, invece, verso il parlamento e il museo della Civilizzazione asiatica. Il suo nome, del resto, per la maggior parte degli stranieri che scorrazzano per le vie della città, è associato più al candido ed elegante albergo di lusso (il Raffles Hotel) che si affaccia a pochi isolati dal Boat Quay4 piuttosto che al governatore britannico.

Agosto 1965: via dalla Malesia

Colonia britannica dal 1867 al 1962, è la storia stessa ad aver reso Singapore eccezionale, a partire da quel drammatico giorno del 9 agosto 1965, quando il leader Lee Kuan Yew con le lacrime agli occhi annunciò al mondo la separazione del territorio dalla Federazione malese dopo soli due anni. Allora furono in molti a prospettare un futuro di miserie e tribolazioni per la neonata nazione. Priva di risorse naturali e dipendente quasi totalmente dalla Malesia per il rifoimento idrico, il governo dell’isola si trovava in balìa di ritorsioni dall’esterno, nel caso la sua politica avesse irritato Kuala Lumpur.

Nel libro autobiografico The Singapore Story, Lee Kuan Yew denunciava la minaccia dell’allora primo ministro malese Tunku Abdul Rahman di chiudere i rubinetti del canale che da Johor portava l’acqua a Singapore se il governo di questo paese avesse adottato azioni aggressive nei confronti della Malesia.

Inoltre la città si trovava a punzecchiare, come una punta di spillo, un altro colosso asiatico: quell’Indonesia che si accingeva a epurare Sukao e il movimento comunista, particolarmente radicato anche a Singapore. Suharto, che prese il potere con un sanguinoso colpo di stato, era pronto a intervenire nel caso i comunisti fossero andati al potere nella neonata nazione.

Ma, cosa ben più allarmante per uno stato multirazziale, la vigilia dell’indipendenza era stata funestata da manifestazioni sfociate in violenti disordini etnici che, se non sedati, avrebbero potuto far piombare la repubblica in un caos difficilmente controllabile e decretae la fine ancor prima della nascita. La comunità cinese di Singapore si sentiva seriamente minacciata da quella malay, mentre, da parte sua, l’Umno (United Malays National Organisation), il partito di governo malese, temeva che la forza economica di Singapore deviasse il baricentro politico da Kuala Lumpur.

Sviluppo e pugno di ferro

Eppure cinquant’anni dopo Singapore continua a rimanere uno degli stati più benestanti del pianeta, con un reddito pro capite doppio rispetto a quello della Gran Bretagna, la nazione che per due secoli ha colonizzato la città asiatica, accompagnato da indici di sviluppo umani tra i più alti al mondo, una corruzione bassissima e un’efficienza sociale ed economica elevata. Insomma, un’eccezione del mondo asiatico che si traduce in un mercato affidabile per gli investimenti stranieri, che nel 2015 hanno raggiunto il 22% del Pil.

A trainare lo sviluppo è stato lo stesso Lee Kwan Yew, padre-padrone di Singapore, che ha governato con un misto di patealismo, dispotismo e confucianesimo. Opposizioni imbavagliate, censura, restrizioni nelle assemblee pubbliche che coinvolgono più di dieci persone, sono i mezzi che il governo ha utilizzato e utilizza ancora oggi per mantenere l’ordine cittadino in nome dell’armonia e della pacifica convivenza. Il pugno di ferro è servito per mantenere unite le diverse comunità etniche di cui è composta la nazione e a evitare la disgregazione sociale e politica. Le differenze culturali, linguistiche e religiose tra le principali etnie (cinesi, malay, indiani) si ripercuotono, anche se in misura meno evidente di quanto avvenga in Malesia, sulle condizioni economiche. Lavoratori sfruttati con la complicità di diritti sindacali inesistenti hanno nutrito le recriminazioni delle varie comunità, in particolare quella indiana. Nel 2013 a Little India, uno dei quartieri più disagiati di Singapore, vi sono stati violenti scontri.

Di padre in figlio

La scomparsa di Lee Kwan Yew, avvenuta nel marzo del 2015, è stato un colpo emotivo per tutti gli abitanti, ma soprattutto per i partiti dell’opposizione parlamentare che, dopo il calo di voti nelle elezioni del 2011 del «Partito di azione popolare» (Pap), il partito che domina incontrastato la scena politica della Repubblica dal 1959, speravano di incrementare la loro già misera schiera di deputati nel parlamento. Così non è stato: anche se dalla politica si era ritirato ufficialmente sin dal 1990, la dipartita di Lee Kwan Yew ha trascinato ad una nuova schiacciante vittoria il Pap, che nelle votazioni del settembre 2015 ha ottenuto il 70% delle preferenze occupando 83 seggi su 89.

L’immensa folla di persone che ha partecipato alle esequie e ha sfilato per ore davanti alla salma, è stata la dimostrazione del successo della retorica nazionalista adottata dal fondatore di Singapore sin dal giorno della sua indipendenza.

Prima di morire, da buon autocrate, Kwan Yew si è assicurato che il potere restasse saldamente nelle mani della famiglia, manovrando affinché il posto di primo ministro passasse al figlio, Lee Hsien Loong, sin dal 2004, anno in cui il reddito pro capite del paese superò addirittura quello degli Stati Uniti.

Questa mancanza di alternanza al potere ha causato una pericolosa assuefazione al totalitarismo e al rifiuto, anche di parte della popolazione più anziana, di aperture democratiche nel sistema.

Oggi, però, Singapore deve cominciare a fare i conti con il proprio futuro: il sistema scolastico, giudicato tra i migliori in Asia, ha formato una classe di nuovi cittadini più colta e attenta ai mutamenti culturali e politici inteazionali che difficilmente accetterà la politica assolutistica e dispotica del governo.

Immigrazione e spazi

La scarsa dimestichezza con il pluralismo rappresenterà una delle principali sfide per la nazione assieme ad altri due temi scottanti e strettamente correlati tra loro: l’immigrazione e la mancanza di spazio per una popolazione in continua crescita.

Ai ritmi attuali e con una politica di attenta e severa pianificazione dei flussi migratori, la popolazione di Singapore potrebbe, già nel 2030, subire una rivoluzione demografica. Attualmente, secondo il dipartimento di Statistica, il 74,3% della popolazione singaporeana è di etnia cinese, seguita da quella malay (13,3%) e indiana (9,1%). Nel giro di tre lustri, però, metà della popolazione potrebbe essere composta da immigrati, il che ha generato forti preoccupazioni, specie nella comunità cinese, sfociate in manifestazioni di protesta contro la politica immigratoria imposta dal governo. Ad aumentare le tensioni ci sono state le dichiarazioni del ministro dell’Inteo, Kasiviswanathan Shanmugam, il quale, commentando i recenti attacchi terroristici di Bruxelles, ha detto che, per quanto riguarda Singapore, non è più questione se ci sarà o meno un attacco terroristico, ma quando questo avverrà. Il segretariato per la Sicurezza nazionale, l’organismo creato per combattere il terrorismo in città, ha smantellato con successo diverse cellule locali di Jemaah Islamiah, il movimento legato a Abu Sayyaf responsabile dell’attentato di Bali nel 2002 che causò la morte di 202 persone, ma ha anche fatto sapere che altri militanti sono attivi in diversi paesi del Sud Est asiatico.

Infine c’è il pressante e costante dilemma dell’aumento di popolazione e del continuo bisogno di spazio. Nel 1965, all’atto dell’indipendenza, Singapore aveva 1,9 milioni di abitanti e una superficie di 581 kmq. Oggi, a cinquant’anni di distanza, la popolazione ha raggiunto i 5.535.000 di abitanti, di cui solo il 61% (3,37 milioni) sono cittadini della repubblica. Per far fronte all’aumento demografico, principalmente dovuto all’immigrazione, il governo ha avviato una imponente opera di bonifica, accrescendo le aree abitabili del 23% sino a raggiungere l’attuale superficie di 720 kmq e progettando un ulteriore allargamento di 100 kmq entro il 2030. Al tempo stesso, le rigide leggi ambientali autornimposte dal governo, assegnano il 10% del territorio a parchi e riserve naturali.

Nazione minuscola, ma ben armata

Per economizzare l’utilizzo degli spazi, anche le forze aeree del paese hanno istituito sette basi in tre nazioni alleate (una in Francia, quattro negli Stati Uniti e due in Australia). E proprio sulle forze armate Singapore ha puntato, sin dalla sua estromissione dalla Federazione malese, per garantire la propria indipendenza dal pericolo malese e indonesiano. Nonostante che la nazione sia minuscola in confronto con i vicini, la sua capacità militare è tra le più organizzate e preparate della regione, anche grazie alla stretta collaborazione instaurata con Israele, scelto come principale consulente in materia militare. Nel 2015 Singapore ha aumentato del 5,7% il bilancio per la Difesa, raggiungendo i 13,12 miliardi di dollari (il doppio di quanti ne spenda la Malesia), pari al 3,3% del Pil.

Pochi, in verità, a Singapore si lamentano dell’ingente flusso di denaro che viene incanalato nel ministero della Difesa, anche perché molte industrie presenti sul territorio collaborano, direttamente o indirettamente, con i militari.

Singapore è una città eccezionale, ma nella sua unicità ha anche molte sfaccettature che aprono molti interrogativi sulla sostenibilità di uno sviluppo così avanzato in un territorio ristretto. Il governo, inoltre, a fronte del massiccio impiego di forza lavoro da altri paesi, dovrà anche rivedere il concetto di singaporeanità.

Le aperture democratiche che inevitabilmente dovranno essere messe in atto nei prossimi anni, produrranno terreno fertile per la nascita di organizzazioni e individui che chiederanno il rispetto dei diritti civili, ma rappresenteranno anche uno spiraglio verso quei movimenti meno pacifici che da tempo cercano di sfruttare la perfetta logistica del paese asiatico al fine di trarre vantaggio per le loro azioni propagandistiche.

Su questi temi da tempo Singapore sta chiedendo la collaborazione delle nazioni dell’Asean (l’Associazione degli stati del Sud Est asiatico) senza, però, trovare intese.

Piergiorgio Pescali




La maledizione del petrolio


Siamo andati a visitare le due città dell’Amazzonia ecuadoriana – Francisco de Orellana (Coca) e Nueva Loja (Lago Agrio) – cresciute sull’onda dello sfruttamento petrolifero. Oggi, con il crollo del prezzo del greggio, le luci della ribalta si sono affievolite. Rimangono invece i problemi ambientali, sociali e culturali, che la difficile congiuntura economica ha reso più evidenti. Abbiamo parlato con alcuni esponenti delle associazioni che, tra mille difficoltà, si battono contro l’arroganza delle compagnie petrolifere e la connivenza del governo. In difesa dell’Amazzonia, dei popoli indigeni e delle famiglie campesine.

Francisco de Orellana. Fuori della stazione degli autobus è in attesa una fila di taxi gialli. Francisco de Orellana – nota come El Coca (o semplicemente Coca) – è una città dell’Amazzonia ecuadoriana cresciuta attorno a tre fiumi: il Napo, il Coca e il Payamino. Capoluogo della provincia di Orellana, essa è considerata la seconda città petrolifera dell’Ecuador dopo Nueva Loja.

All’autista che ci conduce in hotel chiediamo come vadano gli affari. «Tanti taxisti, poco lavoro», sintetizza lui. «Ci sono sempre i turisti», ribattiamo. «Quelli non si fermano qui neppure un’ora. Arrivano in aereo da Quito e subito s’imbarcano su una lancia che li porterà in qualche lodge della foresta».

Quella del taxista non è la solita lamentela. Il crollo dei prezzi del greggio ha dato un duro colpo all’economia locale. Ce lo conferma anche Carlos Zabala, proprietario dell’Hotel Río Napo: «Andate a vedere la zona industriale che sta tra l’aeroporto e Sacha».

È la zona dove si trovano le imprese che offrono beni e servizi alle compagnie petrolifere, il cui lavoro di trivellamento e d’estrazione è molto complesso. Ci sono i capannoni d’industrie meccaniche, edili, chimiche, di trasporti e logistica. Tra esse c’è anche la statunitense Halliburton, divenuta mondialmente famosa durante la guerra in Iraq1. C’è la cinese Hilong, certamente meno nota ma probabilmente più importante dato che la Cina è oggi il primo partner petrolifero e soprattutto il primo creditore del paese.

Tutto pare però andare al rallentatore, quando non è addirittura fermo. Notiamo anche alberghi e ristoranti chiusi o in vendita. Fuori dai cancelli qualcuno accetta di dire due parole, confermando che l’attività è crollata assieme al crollo del prezzo del greggio.

Le autorità parlano di 30 mila persone (su una popolazione totale di 150 mila) che, nel corso dell’ultimo anno, hanno lasciato la provincia di Orellana per mancanza di lavoro. La governatrice Mónica Guevara ha dovuto varare misure di sostegno per i commercianti.

Viene da chiedersi: valeva la pena fondare l’economia di Coca (e di Orellana) sullo sfruttamento petrolifero?

Se i campesinos diventano attivisti

Andiamo a cercare una risposta nella sede della Asociación de Líderes Comunitarios Red Ángel Shingre. L’associazione è dedicata a Ángel Shingre, un contadino e attivista ambientale assassinato con tre colpi d’arma da fuoco a Coca il 4 novembre del 2003.

«I suoi assassini non sono mai stati identificati», ci spiega Diocles Antonio Zambrano, fondatore e responsabile dell’associazione. Come lo era Ángel anche Diocles è un campesino. Con cinque figli e 58 anni ben portati: «Quando negli anni Settanta arrivai qui dalla regione della costa, il verde era impressionante, i fiumi pieni di pesce, la foresta ricchissima di fauna. Tutta questa esuberanza della natura è stata uccisa prima dalla industria della palma africana2 e poi dal petrolio». L’Amazzonia non è stata la sola vittima.

«Prima del petrolio questo territorio era considerato disabitato. Invece era abitato da gente autoctona – Quichua, Shuar, Huaorani – che era parte di questa meraviglia. Avevano tanto territorio perché erano popolazioni da sempre nomadi, vivendo di caccia, pesca, raccolta di prodotti della foresta e qualche piccola coltivazione nella chacra (piccolo terreno rurale, ndr) per l’autosostentamento. Tutto in forma sostenibile. A poco a poco, la situazione degli indigeni è cambiata. Una parte di loro è andata a lavorare per le imprese petrolifere, sempre in cerca di manodopera a basso costo. Nel frattempo, sono iniziate le morti per cancro o per malattie rare, nonostante le compagnie e lo stesso stato facessero pubblicità sull’assenza di rischio in quelle attività».

Il gruppo di attivisti della Rete Ángel Shingre cerca di informare la popolazione che il petrolio è una miscela impressionante di composti chimici e di metalli pesanti, molti dei quali soggetti a bioaccumulo3. E tuttavia l’arroganza delle compagnie arrivava a livelli inauditi. «Veniva detto – racconta Diocles – che il petrolio era medicina, che era concime, che conteneva vitamine, proteine, finanche latte. E c’erano molti che ci cascavano tanto da seminare yucca, platanos, frijoles dove c’erano stati sversamenti di petrolio». Poi il castello di bugie è crollato sotto le evidenze degli studi scientifici.

«È stato dimostrato che la popolazione che vive vicino ai luoghi petroliferi ha il 200-230% di probabilità in più rispetto alla norma di contrarre il cancro (in particolare, al fegato, all’utero, alla prostata) e di avere aborti spontanei. Senza dire dei danni alle attività economiche dei contadini con morte di galline, cavalli, maiali. E poi – pare incredibile considerando dove siamo – nessuno dispone di acqua potabile perché gli idrocarburi hanno inquinato ogni fonte: fiumi, lagune, terreni».

Enormi cartelloni pubblicitari, posti dal governo ai lati delle strade, magnificano il petrolio. Chiediamo a Diocles se qualcosa di positivo è stato raggiunto e soprattutto se natura e petrolio possano coesistere. «Grazie al petrolio, c’è stato un certo “sviluppo” (però scrivetelo tra virgolette): costruzione di strade, ponti, strutture varie. Tuttavia, gli effetti negativi sono dieci volte più di quelli positivi. Per questo io dico: no, definitivamente no, non ci può essere una convivenza tra ambiente e petrolio. Sono incompatibili».

Lungo la via Auca

Le parole non bastano. Diocles ci offre un giro sui luoghi di estrazione, lungo la via Auca, qualche chilometro fuori della città. Lui li chiama «toxitour», e presto capiremo il perché. Il giorno seguente ci viene a prendere in hotel con un vecchissimo fuoristrada guidato dal figlio.

La strada è brutta e anche pericolosa. Ci sono curve e ponti strettissimi e senza alcuna protezione. Lungo tutto il percorso stradale, senza soluzione di continuità, tubazioni di varie dimensioni seguono l’andamento del terreno.

Ci fermiamo in una casa a lato della strada. «Signora Leonila, qui vicino c’è stato uno sversamento, vero?». «Sì, dalla tubazione qui davanti, ma il petrolio è arrivato fino alla nostra finca», risponde lei e ci fa accompagnare dal figlio. Scendiamo a piedi lungo una strada sterrata. C’è una povera casa di legno su palafitte. I panni stesi sotto la tettornia. Un uomo, una donna, un paio di bambini, che ci accolgono con curiosità. Il colono prende un badile e si dirige verso un rivolo d’acqua che sta a pochi passi dall’abitazione, seminascosto dalla vegetazione. Poche badilate e subito viene allo scoperto terra nera come il bitume. Puzzolente come il bitume. «Vi hanno risarcito?», domandiamo al figlio di Leonila. «No, nulla», risponde sconsolato.

Riprendiamo il cammino lungo la via Auca, la via del petrolio. Ci fermiamo per qualche foto (discreta) davanti a un campo di Petroamazonas, la compagnia dello stato ecuadoriano. Ci sono due alti mecheros4, che sputano fuoco e fumo sopra gli alberi. E, in mezzo, un grande contenitore di metallo con la scritta agua de formación5. A lato del campo sale una strada, su cui vanno e vengono camion pesanti. Un cartellone dice che Petroamazonas sta costruendo una centrale. Risaliamo in auto per proseguire, ma la vecchia jeep non ne vuole proprio sapere di ripartire. Ci passano accanto i grossi e lussuosi fuoristrada delle compagnie petrolifere. Le persone a bordo ci guardano con facce che paiono di commiserazione. Passano anche fuoristrada delle forze dell’ordine, presenti in forza a difesa delle installazioni petrolifere. «Mettete via le macchine fotografiche», consiglia Diocles.

Dopo un paio d’ore arriva il meccanico e finalmente possiamo tornare verso Coca. Ripercorriamo a ritroso la strada del mattino, attraversando El Dorado e Dayuma, villaggi anonimi, cresciuti dal nulla e adibiti a dormitori per i lavoratori petroliferi. Sono fatti di case approssimative, ma insegne ammiccanti e luci sgargianti evidenziano la presenza di bar e di bordelli, come sempre capita in zone dove si concentrano quasi esclusivamente uomini.

Diocles non la manda a dire: «Adesso che è arrivata la crisi, tutti dicono che bisogna puntare sul turismo e sull’agricoltura. Anche coloro che fino a ieri si sono riempiti le tasche con il denaro del petrolio. Per questa regione il petrolio è stata una vera maledizione. La maledizione della ricchezza».

Difficile, per noi, aggiungere qualcosa. Salutiamo con un abbraccio d’ammirazione Diocles, piccolo campesino e attivista ambientale che, anche a costo di apparire un po’ retorici, ci piace considerare un eroe solitario dei nostri giorni.

Ferite e colpi mortali

In Coca abbiamo toccato con mano i danni – ambientali e umani – prodotti dall’estrazione petrolifera. Abbiamo anche visto le conseguenze di un’economia di mercato incentrata sui prezzi del petrolio. Domani, percorrendo il Rio Napo, andremo verso il Parque Yasuní e poi ci sposteremo nella provincia di Sucumbíos, dove c’è l’altra capitale petrolifera: Nueva Loja-Lago Agrio. Forse la città simbolo della maledizione del petrolio. Quella dove la multinazionale statunitense Texaco-Chevron ha compiuto disastri inimmaginabili per i quali è stata condannata. Ma per i quali nulla ha pagato.

Paolo Moiola
(fine terza puntata – continua)

Note

1 – La Hulliburton è stata l’azienda di Dick Cheney, vicepresidente Usa durante l’amministrazione di George W. Bush e la Guerra del Golfo (2003), durante la quale si dice che la multinazionale sia stata favorita.

2 – La palma africana (Elaeis guineensis) si è diffusa in tutto il mondo in quanto il suo olio è molto richiesto, soprattutto dalle industrie alimentari e cosmetiche. La sua coltivazione su larga scala ha effetti nefasti sull’ambiente e sul clima.

3 – Il «bioaccumulo» è il processo attraverso cui sostanze tossiche persistenti si accumulano all’interno di un organismo, in concentrazioni superiori a quelle riscontrate nell’ambiente circostante. Questo accumulo può avvenire attraverso qualsiasi via: respirazione, ingestione o semplice contatto, in relazione alle caratteristiche delle sostanze.

4 – Vengono chiamati mecheros i camini attraverso i quali si brucia il gas che esce quando si estrae petrolio. Si tratta di un gas che contiene vari elementi contaminanti: metano, butano, etano, propano, acido solfidrico.

5 – In un giacimento petrolifero, il petrolio si trova in sospensione su uno strato di acqua  definita «acqua di formazione». Durante le attività di trivellamento ed estrazione si ha come effetto collaterale una grande produzione di acqua contaminata detta «acqua di produzione». Oltre all’olio, nell’acqua di produzione sono presenti inquinanti quali metalli pesanti, solidi sospesi e disciolti e elementi radioattivi.


Ecuador: l’economia del petrolio e le critiche

Petrolio e ambiente sono incompatibili

In Ecuador, l’economia del petrolio riveste un ruolo preponderante. Tuttavia, i costi che essa – inevitabilmente – comporta superano i benefici. Nomi e dati per orientarsi nella questione.

  • Zone petrolifere – Regione della costa (penisola di Santa Elena). A partire dal 1967, la regione dell’Amazzonia ecuadoriana – in particolare, le province di Orellana e Sucumbíos (Nord Est del paese) – è diventata la principale zona di produzione. Sono in corso nuove esplorazioni in altre province.
  • Città petrolifere – Francisco de Orellana-Coca (Orellana) e Nueva Loja-Lago Agrio (Sucumbíos), quest’ultima è la città più popolata dell’Amazzonia ecuadoriana.
  • Compagnie petrolifere statali – Le compagnie petrolifere di proprietà della stato ecuadoriano sono la Petroecuador e la Petroamazonas EP. Nell’aprile 2016 quest’ultima ha annunciato – tra la sorpresa e i dubbi di molti – il record storico di produzione: 366.754 barili al giorno (nonostante il prezzo internazionale del greggio sia sceso a quotazioni molto basse). Della raffinazione, immagazzinamento, trasporto e commercializzazione si occupa invece Petroecuador.
  • Compagnie petrolifere straniere – Stanno assumendo sempre più importanza le compagnie petrolifere della Cina: PetroChina, Andes Petroleum, Petroriental, Sinopec, Cnpc. Tra le altre si segnalano: Repsol, Agip, Petrosud, Enap, Pegaso, Petrobell, Pacipetrol, Tecpetrol, Consorcio Interpec, Consorcio DGC, Consorcio Marañón. Hanno lasciato il paese la Petrobras (Brasile), la Perenco (anglofrancese), nonché le statunitensi Oxy (Occidental) e Texaco-Chevron. Tra le aziende di servizi per le compagnie petrolifere primeggiano la Halliburton (Stati Uniti), la Hilong (Cina), la Weatherford (Stati Uniti) e la Mkp Petroleum (Stati Uniti).
  • Sistema contrattuale – Con la riforma della Legge sugli idrocarburi, approvata nel 2010, tra stato ecuadoriano e compagnie petrolifere si è passati dal contratto di partecipazione al contratto di prestazione di servizi. In questo secondo caso, lo stato garantisce alle singole compagnie petrolifere un prezzo fisso per barile estratto. Se il prezzo internazionale del greggio è alto, lo stato guadagna. Se il prezzo è basso o molto basso (come in questo momento), allora lo stato ecuadoriano può anche rimetterci.
  • Economia e petrolio – Negli ultimi 10 anni il petrolio ecuadoriano ha generato: tra il 43 e il 66 per cento del totale delle esportazioni; tra il 43 e il 59 per cento del bilancio statale.
  • Costi economia petrolifera – Difficile quantificare i costi ambientali, umani e sociali provocati dall’economia del petrolio. Universalmente conosciuto – per la sua entità e per le vicende processuali – il disastro provocato dalla Texaco-Chevron nell’Amazzonia ecuadoriana (dove operò dal 1964 al 1990).
  • Principali gruppi oppositori – Contro l’economia petrolifera ecuadoriana sono attive alcune organizzazioni di cittadini, soprattutto nella regione amazzonica:

1) «Union de Afectados y Afectadas por las Operaciones Petroleras de?Texaco» (Udapt), Nueva Loja (Sucumbíos); responsabili: Donald Moncayo, avv. Pablo Fajardo Mendoza, Luiz Yanza;

2) «Frente de Defensa de la Amazonía» (Fda), Nueva Loja (Sucumbíos); responsabili: Carlos Guamán, Carmen Aguilar;

3) «Asociación de Líderes Comunitarios Red Ángel Shingre», che opera a Coca (Orellana); responsabile: Diocles Zambrano;

4) «Fundación Regional de Asesoría en Derechos Humanos» (Inredh), che si occupa di diritti umani in senso ampio;

5) «Yasunidos», organizzazione nata principalmente per salvare dalle perforazioni petrolifere il Parco nazionale Yasuní, paradiso amazzonico della biodiversità.

(a cura di Paolo Moiola)


Incontro con monsignor Jesús Esteban Sádaba Pérez

Nell’Amazzonia assediata di Alejandro Labaka

Cappuccino di origine basca, mons. Esteban è responsabile del vicariato apostolico di Aguarico, provincia amazzonica di Orellana, dal lontano 1990. È il successore di mons. Alejandro Labaka, ucciso in un agguato nel 1987. Lo abbiamo incontrato nel capoluogo della provincia.

Francisco de Orellana. Ogni tanto, tra gli alberi e i fiori dello splendido giardino del Vicariato apostolico di Aguarico, s’intravvedono i tiranti del moderno ponte sul fiume Napo, inaugurato nell’aprile del 2012. Per la sua costruzione non si è badato certo al risparmio, come d’altra parte sul suo nome. È infatti conosciuto come Puente Majestuoso Río Napo.

Siamo qui per incontrare mons. Jesús Esteban Sádaba Pérez, dell’ordine dei Cappuccini, vicario apostolico di Aguarico dal 1990. Sorridente e pacato, parla uno spagnolo influenzato dall’accento basco (è di Pamplona).

Iniziamo la conversazione con uno sbaglio mettendo un «san» davanti al nome di Francisco de Orellana. «Beh, tanto santo non fu», risponde il vescovo senza riuscire a trattenere un sorriso. In effetti, Francisco de Orellana è il nome del conquistatore ed esploratore spagnolo, che navigò il Napo e il Rio delle Amazzoni, fino a raggiungee le foci. Era il 1542.

 

Mons. Esteban, lei arrivò qui, a Francisco de Orellana, nel 1990 in circostanze particolari: per sostituire mons. Alejandro Labaka, suo connazionale, che era rimasto ucciso in una storia di sangue.

«Direi piuttosto una storia di martirio. Mons. Labaka fu ucciso – insieme a suor Inés Arango – da lance indigene il 21 luglio del 1987. Le lance appartenevano a un gruppo di Tagaeri che i due missionari volevano proteggere dall’imminente arrivo degli uomini di una compagnia petrolifera (la Braspetro, ndr). Alejandro Labaka, cappuccino, era in Ecuador dal 1954. Quando, nel 1965, arrivò in questa regione decise subito di avvicinarsi agli indigeni e in particolare al gruppo più numeroso, quello degli Huaorani, conosciuti per l’indole guerriera (e un tempo noti con il termine dispregiativo di Aucas)».

Può ricordarci i nomi dei gruppi di indigeni che vivono in questa regione?

«In questa parte dell’Amazzonia ecuadoriana vivono tre nazionalità indigene: i citati Huaorani, i Quichuas dell’Oriente e gli Shuar. I più vulnerabili sono quelli che arrivano in città, perché perdono la loro cultura e dunque pagano un prezzo molto alto. Rimangono molte comunità che vivono nella foresta, vicino ai fiumi».

Esistono anche gruppi di indigeni non contattati o, come a volte si preferisce dire, in isolamento volontario?

«Sì, ci sono (almeno) due gruppi non contattati: i Tagaeri e i Taromenane».

Con l’arrivo delle attività petrolifere com’è stato modificato il paesaggio umano?

«Quando agli inizi degli anni Settanta arrivò l’industria petrolifera, qui c’erano il 90% di indigeni e il 10% di bianchi o meticci. In questo momento le percentuali sono invertite perché sono venuti migranti da tutte le parti del paese».

I grandi cartelloni pubblicitari ai margini delle strade dicono: «Il petrolio unisce le comunità amazzoniche!»; «Il petrolio migliora la tua comunità». Che ne pensa, mons. Esteban?

«Lo sfruttamento del petrolio ha portato – direttamente e indirettamente – distruzione della foresta e inquinamento dei fiumi che infatti oggi danno poca pesca. Per non parlare delle tensioni razziali e culturali. In questa situazione mantenere un equilibrio ambientale e umano è difficile, anche se non impossibile, come suggerisce papa Francesco».

In questo momento l’economia basata sul petrolio sembra però in forte crisi. In città tutti gli alberghi sono vuoti. Fuori città abbiamo visto decine di imprese – piccole e grandi (come la Halliburton e la Hilong) – che foiscono materiali e servizi alle compagnie petrolifere, ma pare che tutto si sia fermato.

«È così. Attualmente ci sono grandi difficoltà causate dalla caduta dei prezzi del petrolio. Si parla di 15.000 posti di lavoro perduti. Una parte di queste persone sono tornate ai luoghi da cui provenivano. In ogni caso si è generato un problema sociale molto grave».

Il Parque Yasuní è a pochi chilometri da qui. Monsignore, cosa comporta (comporterà) l’apertura di campi petroliferi al suo interno?

«Certamente lo sfruttamento del petrolio del Parque Yasuní porterà a una diminuzione della sua ricchissima biodiversità. Anche mettendo in campo le migliori condizioni tecnologiche e organizzative, difficile combinare obiettivi economici e difesa della natura, i cui diritti sono peraltro sanciti anche dalla Costituzione ecuadoriana. Occorrerebbe capire quale sia il modello appropriato non solo per la difesa della natura, ma di quella “casa comune” di cui parla il papa Francisco nella sua Laudato si’».

Mons. Esteban, ci dica due parole anche sul presidente Rafael Correa.

«È arrivato al potere per cambiare le cose. Poi, in questi anni, sono sopraggiunte anche delle difficoltà. Soprattutto, secondo me, quella di non saper dialogare. Inoltre, trovo che quando presenta le sue proposte lo fa sempre con un tono piuttosto aggressivo. Non penso sia una buona cosa per un governante che deve trasmettere speranza. Con lui ci sono molte cose che sono migliorate (le strutture, per esempio), ma altre situazioni che sono peggiorate. Io credo che abbiamo più cose ma che, in generale, abbiamo meno libertà».

Intende libertà d’espressione?

«Libertà in generale. D’altra parte, questo è l’anno della misericordia. Tutti ne abbiamo bisogno».

Paolo Moiola




Rd Congo Kinshasa la bella


Kinshasa è un paese nel paese. Vi si trovano grandi bidonville e città super lusso. Case di latta e grattacieli. Aumenta al ritmo 390mila abitanti all’anno. Mentre mancano i servizi di base, come l’acqua potabile e le fogne. Viaggio nei quartieri simbolo della capitale congolese.

Kinshasa. Da oltre 25 anni, Christian si prende cura sia dei vivi che dei morti. Ai primi taglia i capelli, ai secondi scava la fossa. La sua sede di lavoro è sempre la stessa: il cimitero di Kinsuka, all’estrema periferia occidentale di Kinshasa, la capitale della Repubblica democratica del Congo (Rdc). Kinsuka in lingala, la principale lingua del paese, significa letteralmente «la fine di Kinshasa»: un nome apparentemente calzante per un quartiere noto per il suo cimitero.

Le donne stendono i panni tra i rami degli alberi del cimitero, o trascinano i secchi colmi d’acqua raccolta dai pozzi. Dicono che quell’acqua abbia un sapore stranamente acido. Eppure a ispirare ansia non è né il rischio di contaminazione della falda acquifera né lo spirito dei morti. Ben più oscura e minacciosa è la burocrazia congolese. Soprattutto in uno spazio conteso come il cimitero di Kinsuka.

Baracche di lamiera spuntano accanto alle tombe. Alcune sono fantasmi di case in muratura che esistevano a poca distanza. I proprietari conservano gelosamente gli atti di proprietà, per i quali hanno pagato i funzionari locali. Il likasu è un piccolo frutto dal sapore dolciastro, ma anche il nome usato in Congo per il denaro fatto scivolare furtivamente nelle mani di ufficiali e amministratori per aprire porte o ottenere permessi.

È così che centinaia di famiglie hanno avuto l’autorizzazione per costruire nel cimitero. Ma con nuovi arrivi ogni giorno, il valore dello spazio del cimitero continua a salire e i likasu non sono mai abbastanza. Delle case vengono demolite, altre vengono erette, mentre nuove tombe si aggiungono alle precedenti.

Il cimitero di Kinsuka è lo specchio di una città in cui la crescita vertiginosa di popolazione travolge anche i muri tra i vivi e i morti.

Inurbamento selvaggio

I nuovi kinois, come sono chiamati gli abitanti di Kinshasa, arrivano dalle province orientali lacerate da una miriade di guerriglie, dalle province centrali, dove le miniere traboccanti di diamanti sono ormai solo un ricordo, dal Nord, dove il recente conflitto nella Repubblica Centrafricana ha costretto alla fuga i profughi di guerre precedenti. Dal Kivu, dal Kasai, dall’Equateur: in migliaia, ogni settimana, discendono la corrente del fiume Congo viaggiando per giorni su barconi che assomigliano a villaggi galleggianti, finché il corso d’acqua si allarga in un’ansa e, sulla riva meridionale, appaiono, velati da un sipario di vapore acqueo, gli svettanti edifici di Gombe, il distretto degli affari che nell’era coloniale era interdetto ai nativi.

Secondo le stime di Un-Habitat, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di sviluppo urbano sostenibile, 390mila persone, ogni anno, si riversano a Kinshasa, per sfuggire alla guerra o alla povertà, ma anche per studiare o inseguire una speranza.

È come se, ogni anno, la capitale congolese fagocitasse una città di medie dimensioni, digerendola nel suo tessuto urbano che pulsa al momento di oltre 12 milioni di anime.

Nell’annuale rapporto The State of African Cities, Kinshasa è entrata proprio quest’anno nella tea delle megacittà africane, dopo il Cairo (Egitto) e Lagos (Nigeria), al di sopra della media di un continente che pure rappresenta la regione al mondo col maggior tasso di urbanizzazione. Secondo le previsioni, entro il 2035 la metà della popolazione africana vivrà in aree urbane. Eppure, ancora oggi, nelle città africane due abitanti su tre vivono in baraccopoli. Una situazione a cui l’agenda d’azione redatta nella conferenza di Addis Abeba per i finanziamenti allo sviluppo del 2015 dedica ampio spazio: un boom demografico troppo rapido può avere effetti devastanti su spazi urbani particolarmente fragili, soprattutto sulle infrastrutture idriche e i servizi di gestione dei rifiuti, aumentando il rischio di epidemie.

Nel 2012, WaterAid, una Ong britannica che si occupa di progetti sull’acqua, ha avviato un programma per studiare soluzioni sostenibili per le infrastrutture idriche di Maputo, in Mozambico, Lusaka, in Zambia, Lagos, in Nigeria, e, per l’appunto, Kinshasa. Secondo John Garrett, analista di WaterAid che si occupa dell’iniziativa, il caso di Kinshasa è particolarmente drammatico. «La città manca di una rete fognaria pubblica e solo i quartieri benestanti dispongono di fosse settiche», dice. «In alcune zone esistono latrine comuni di cui si occupa la Ratpk, la società pubblica che gestisce la distribuzione idrica, alcune Ong e operatori privati. Ma la massa di rifiuti organici prodotti quotidianamente è talmente elevata che la maggior parte viene dispersa nell’ambiente».

Un grande immondezzaio

Un tempo la chiamavano Kin la Belle; oggi, per i kinois, è Kin la Poubelle, ovvero l’immondizia in francese, per l’enorme quantità di rifiuti prodotti e l’incapacità del governo di gestirli.

L’Unione europea, l’agenzia statunitense per la cooperazione Usaid e alcune altre, soprattutto francese e giapponese, hanno avviato dei programmi d’intervento sulle infrastrutture urbane. Ma per la maggior parte delle organizzazioni inteazionali Kinshasa è solo una base d’appoggio per le operazioni nell’Est del paese, dove la guerra civile continua ad uccidere.

I maggiori partner economici della Repubblica democratica del Congo, la Cina su tutti, hanno rimesso in sesto le principali strade della capitale in cambio di concessioni minerarie, ma rimangono ampie zone d’ombra anche a pochi chilometri dal palazzo in cui il presidente Joseph Kabila governa dal 2001, e dal quale sembra di non volersene andare (vedi Box).

Assenti all’interno delle baraccopoli, le forze di sicurezza ne controllano però l’accesso. «Gli stranieri potrebbero dare un’immagine negativa del paese», ci dice un funzionario di polizia, riferendosi a Pakadjuma, un insediamento illegale che si snoda lungo la ferrovia che unisce Kinshasa a Matadi, il maggiore porto fluviale del sud del Congo, a ridosso del bacino in cui vengono riversati gli scarichi delle fosse settiche della città.

Il torrente Kaluma taglia la baraccopoli, attraversa il bacino e prosegue oltre per affluire nel fiume Congo. Pur essendo un agglomerato di baracche, Pakadjuma è una delle aree di Kinshasa abitate ininterrottamente da più tempo.

La posizione strategica lungo la ferrovia e a poca distanza dalle rive del fiume ne ha fatto fin dall’inizio del ventesimo secolo uno snodo cruciale per i sudditi del Congo belga prima, e quindi per i cittadini dello Zaire e della Rdc che confluivano nella capitale per lavorare e commerciare, anche nel mercato del sesso. Fattori scatenanti, secondo uno studio delle università di Oxford e di Lovanio, della «tempesta perfetta» da cui probabilmente prese il via negli anni ‘20 l’epidema globale di Hiv esplosa poi negli anni ‘80.

Quando si riesce ad accedere al quartiere, ci si rende conto che la situazione non è molto diversa da quella di un secolo fa. Pakadjuma resta il distretto della prostituzione a basso costo, praticata nei cosiddetti kuzu, postriboli dove ci si prostituisce anche per mezzo dollaro o in cambio del pesce che i pescatori del quartiere non riescono a vendere al mercato.

Come racconta Nicolas Muembe, l’infermiere che gestisce l’unico presidio sanitario della baraccopoli, un terzo degli utenti dell’ambulatorio è sieropositivo. La maggior parte dei suoi pazienti sono donne. Il virus si propaga rapidamente in corpi già debilitati. «Molti dei sieropositivi che abbiamo in cura hanno già avuto il colera in passato e sono esposti a dissenteria cronica e a nuove infezioni che si diffondono a causa delle condizioni igieniche precarie».

Ci sono solo due latrine in muratura per una popolazione di diverse migliaia di abitanti. Le fogne sono un reticolato di rivoli d’acqua nera che strabordano nella stagione delle piogge, facilitando la diffusione di diarrea e vermi intestinali. Sui pochi letti dell’ambulatorio creato da Nicolas con l’aiuto dei Caschi Blu tunisini del contingente internazionale Monusco (Missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione del Congo, nrd) si alternano partorienti e malati gravi. Il materiale sanitario è fornito da una Ong statunitense. Solo dopo l’epidemia di colera che nel 2013 ha fatto centinaia di vittime, il ministero della Salute congolese ha stabilito un altro presidio sanitario nella zona. Al momento, però, la struttura è dedicata alle decine di migliaia di nuovi arrivati nell’ultimo anno dal vicino Congo Brazzaville: anche loro congolesi, ma rifugiati di un conflitto mai finito.

I veterani di Pakadjuma arrivarono a Kinshasa dalla provincia settentrionale di Equateur lungo il fiume ai tempi dell’ex dittatore Mobuto Sese Seko, salito al potere con un colpo di stato nel 1965 e deposto solo nel 1997 da Laurent-Désiré Kabila, padre dell’attuale presidente. I nuovi arrivano perché l’Equateur continua a essere una delle province più emarginate del paese. Molti abitanti di Pakadjuma sono Ngbandi, il gruppo etnico maggioritario nel Nord della Rdc, da dove proveniva Mobuto, e leggono la mancanza di infrastrutture attraverso una lente politica: l’abbandono da parte dello stato sarebbe una punizione verso i sostenitori del regime precedente, dicono in tanti.

Un’enorme disuguaglianza

Non esistono dati certi sulla popolazione delle baraccopoli, gli unici spazi in cui i nuovi arrivati possono permettersi un tetto in una megalopoli che, secondo Mercer, un’agenzia di consulting, è la 13ª città più cara del mondo, subito dopo Londra. È un paradosso nel paradosso, quello di un paese in cui lo stato, come ha detto recentemente l’esperto di Congo Pierre Englebert, è troppo debole per fornire servizi ai propri cittadini ma abbastanza forte per tenerli soggiogati. L’élite congolese e i dipendenti stranieri di multinazionali godono di servizi di standard internazionale in quartieri fortificati che si stanno moltiplicando qui come in altre aree urbane in Africa e America Latina, prefigurando un futuro di disuguaglianze crescenti.

A Kinshasa, questa distopia sta prendendo forma sulle rive del fiume che ha plasmato la storia del paese. Cité du Fleuve, quartiere di lusso, è la vetrina della Kinshasa di domani, un’area residenziale tuttora in fase di completamento su una penisola affacciata sul Congo. Dietro il progetto c’è la Hawkwood Properties, una società d’investimenti con sede a Lusaka, in Zambia, che ha dato forma ai sogni di un’alta borghesia che si ritrova alla «settimana della moda di Kinshasa» o nei ristoranti di lusso di Gombe. Condomini e case unifamiliari dagli stili più diversi si affacciano su ampi viali con lampioni. Un Hummer limousine bianco è parcheggiato in uno dei viali principali. Affittarlo per un’ora costa 350 dollari e un meccanico che ne sta revisionando il motore ci informa che le prenotazioni sono complete per i mesi a venire. Molte abitazioni sono ancora vuote, ma le previsioni sono rosee, e presto apriranno anche negozi e supermercati. L’idea alla base di Citè du Fleuve è fae una comunità autonoma dal resto di Kinshasa, un frammento di Europa sul fiume Congo, lontano dalle immagini stereotipate di miseria e malattie del paese.

Eppure queste immagini incombono a poche centinaia di metri, al di là della ringhiera di protezione e di un ramo del fiume su cui le piroghe scivolano lentamente. Migliaia di pescatori risiedono in un agglomerato di baracche concentrate in un fazzoletto di terra sul livello dell’acqua, esposto alle periodiche esondazioni. Non possono allontanarsi perché dalla pesca ricavano l’unica forma di sostentamento ma, dicono, dall’inizio della costruzione di Cité du Fleuve, nel 2008, la loro situazione è peggiorata: «I sistemi di sbarramento per proteggere il quartiere residenziale impediscono il riflusso del fiume», dice Vincent, un leader comunitario del villaggio dei pescatori. «L’acqua ristagna. E così il colera ritorna regolarmente».

Il sito web di Cité du Fleuve specifica che la costruzione del quartiere è stata preceduta da un accurato studio idrogeologico, ma la nostra richiesta alla società finanziatrice di un commento alle accuse dei pescatori non ha ricevuto risposta. Intanto, gli abitanti del villaggio si proteggono dalle esondazioni del fiume come possono, costruendo su palafitte o creando degli argini. Non abbastanza, secondo Florence, una madre di quattro figli che ha sistemato sacchi di sabbia attorno alla propria abitazione, per impedire che l’acqua entri in casa, trasportando con sé feci e rifiuti organici. Lei è uno dei pochi abitanti ad avere costruito una latrina, e spera che altri seguano il suo esempio. La latrina sorge proprio sulla sponda del fiume, sul lato opposto di Cité du Fleuve, la Kinshasa del futuro.

Ma, a Kinshasa, il futuro, come i servizi igienici, è un lusso che non tutti possono permettersi.

Gianluca Iazzolino

Questo reportage è parte del progetto «Toilet for all» realizzato con il contributo dell’Innovation in Development Reporting Grant programme dello European Joualism Centre. La prima parte «India. A mani nude», è stato pubblicato su MC marzo 2016.


Il presidente Kabila tenta di mantenersi al potere

Per seguire le orme di Mobutu

Si preannuncia un autunno caldo per la Repubblica democratica del Congo. Il secondo, e ultimo, secondo la Costituzione congolese, mandato del presidente Joseph Kabila termina quest’anno, ma la situazione politica in atto sembra ricalcare tristemente un copione comune a tanti stati africani: il tentativo del presidente in carica di estendere il proprio mandato, cambiando la Costituzione o rinviando le elezioni a data da destinarsi. Joseph Kabila ha preso in mano le redini del Congo nel 2001, subito dopo l’assassinio del padre, Laurent-Désiré, il leader guerrigliero d’ispirazione marxista (negli anni Sessanta ricevette anche l’aiuto di Che Guevara, che però, nei sui scritti, ne lascia un ricordo poco lusinghiero1) che, nel 1997, mise fine al governo trentennale di Mobutu Sese Seko per poi replicarne gli aspetti più autoritari, incluso il culto della personalità. Secondo le teorie più accreditate, dietro l’assassinio di Kabila padre, organizzato da uomini d’affari libanesi e portato a termine da una delle sue guardie del corpo, ci sarebbe stato il Rwanda, piccola ma aggressiva potenza regionale e precedente sponsor della scalata al potere dello stesso Désiré Kabila.

Il figlio ereditò un paese impelagato in una guerra sanguinosa, la cosiddetta «seconda guerra del Congo», o anche «guerra mondiale africana», che almeno nove stati e diverse decine di gruppi guerriglieri contribuirono a rendere il conflitto il più sanguinoso dalla fine della Seconda guerra mondiale, facendo oltre cinque milioni di morti. A capo del governo di transizione Joseph negoziò la ritirata, perlomeno ufficiale, delle truppe ruandesi di Paul Kagame dalle regioni dell’Est e fece incetta di voti alle elezioni del 2006, la prima consultazione elettorale nel paese in 41 anni. Replicò il successo nel 2011, nonostante le numerose accuse di brogli da parte sia di oppositori interni che di osservatori inteazionali, e puntellò il suo governo comprando la fedeltà delle élite locali grazie al boom delle esportazioni di materie prime. Ma la fame di minerali della Cina ha rimpinguato i conti personali, più che le casse dello stato, e i risultati sono evidenti a Kinshasa.

Alleato chiave di Joseph Kabila, in questo periodo di crescita tumultuosa, è stato Moïse Katumbi Chapwe, uomo d’affari nel settore minerario e soprattutto a lungo governatore del Katanga, la regione più ricca del paese grazie alle abbondanti riserve di rame e uranio. Figlio di un ebreo greco e di una congolese, e proprietario del TP Mazembe, la principale squadra di calcio congolese e una delle più premiate d’Africa, questo politico e imprenditore ha abilmente usato i proventi delle concessioni minerarie per dotare il Katanga di infrastrutture inesistenti nel resto del Congo, e così costruire il proprio consenso tra la popolazione e conquistarsi le simpatie delle compagnie straniere nella zona.

Il rallentamento della domanda cinese e la flessione nel prezzo delle materie prime, però, ha coinciso con la fine dell’alleanza tra Kabila e Katumbi. Il primo ha fatto capire sempre più chiaramente di non avere alcuna intenzione di lasciare il suo posto, tagliando i fondi alla commissione elettorale, e così rendendo inevitabile che la Corte suprema giudicasse irrealistica la prospettiva di andare alle ue a novembre 2016, come precedentemente stabilito, e inasprendo la repressione dell’opposizione. Il secondo è ufficialmente entrato nell’agone politico nazionale a marzo, assurgendo immediatamente a leader incontrastato dell’opposizione e perciò finendo nel mirino del presidente. La risposta di Kabila non si è fatta attendere: a maggio, Katumbi è stato accusato di aver assunto dei mercenari per organizzare un colpo di stato. Pochi giorni dopo, Katumbi è stato ricoverato in un ospedale di Lumunbashi, la capitale del Katanga, e da lì è fuggito in Sudafrica. L’ultimo colpo di scena in una saga che si annuncia lunga e complessa.

Gianluca Iazzolino

  1. 1. «L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte. Il diario di Eesto “Che” Guevara in Africa», P. I. Taibo II, F. Escobar, F. Guerra, Il ponte delle Grazie, 1994.



America Latina indigeni vita a buon mercato


Dal Messico all’Argentina gli indigeni, oggi come in passato, subiscono violenze e umiliazioni. Certamente c’è un substrato di razzismo, ma il movente principale è economico: impossessarsi delle risorse che stanno nelle loro terre. E poi, da ultimo, non manca un aspetto culturale: cercare l’omologazione di chi vorrebbe continuare a vivere diversamente.

Vitor Pinto aveva due anni ed era un piccolo Kaingang. Vitor è stato ucciso il 30 dicembre 2015 davanti alla stazione dei bus di Imbituba, città situata sul litorale dello stato brasiliano di Santa Catarina. Come ogni giorno la famiglia di Vitor era arrivata in città per vendere i prodotti del proprio artigianato sulle frequentate spiagge dell’oceano. In Brasile, la violenza contro gli indigeni è parte della quotidianità e non fa quasi notizia. Dell’assassinio di Vitor si è parlato (ma senza mostrare sincera indignazione) soprattutto a causa della sua giovanissima età.

L’omicidio – per il quale la polizia ha preso un giovane – è l’ennesimo sintomo di una malattia che pare aggravarsi giorno dopo giorno. Gli indigeni (in Brasile meno di un milione di persone divise in almeno 246 popoli) sono accusati – dai media, dalle imprese minerarie e agricole, dai politici del Congresso e del governo (tutti soggetti formalmente indipendenti, ma in realtà tra loro intimamente uniti da reciproci interessi) – di rallentare o addirittura fermare il progresso e lo sviluppo del paese a causa dei loro diritti, peraltro sanciti dalla Costituzione federale.

Nella sua ultima relazione il Consiglio indigenista missionario (Cimi) ricorda che in Brasile, nel 2014, 138 indigeni sono stati assassinati, sempre per motivi legati alla terra.

Da Berta a Edwin, voci troppo scomode

In un altro stato latinoamericano, in Honduras, anche Berta Cáceres lottava per difendere la propria terra ancestrale e il fiume Gualcarque dalla distruzione prodotta dal progetto idroelettrico Agua Zarca. Anche lei era un’indigena, una leader del popolo Lenca, conosciuta pure a livello internazionale perché vincitrice, nel 2015, del premio Goldman, forse il più prestigioso riconoscimento ambientalista al mondo. Berta, madre di quattro ragazzi, è stata assassinata nella sua casa da persone armate lo scorso 3 marzo. Va ricordato che decine di assemblee indigene avevano respinto la costruzione della diga Agua Zarca e questo sulla base del «diritto alla consultazione preventiva, libera e informata», diritto introdotto per la prima volta dalla Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) nel 1989. Capita che i bianchi facciano delle leggi – a volte delle ottime leggi -, ma che, all’atto pratico, siano i primi a non rispettarle.

Per le stesse ragioni – la difesa ambientale dei territori indigeni – nel settembre 2014, in Perú, era stato assassinato Edwin Chota e tre suoi compagni, tutti di etnia Asháninka. Chota, le cui battaglie ambientaliste erano note anche fuori del proprio paese, da anni lottava contro il disboscamento illegale della foresta amazzonica della regione dell’Ucayali, abitata da diverse etnie indigene tra cui gli Shipibo e, appunto, gli Asháninka.

La storia si ripete in Ecuador per il progetto minerario Mirador (anche qui, come in Honduras, con la partecipazione di imprese cinesi) sulla Cordillera del Condor – nella provincia di Zamora Chinchipe, al confine con il Perú -, una zona caratterizzata da grande biodiversità. Nel dicembre 2014 è stato trovato ammazzato José Tendetza, leader degli indigeni Shuar e intransigente oppositore del progetto.

Quando non ci sono le miniere o le grandi opere, la minaccia per i territori indigeni arriva dall’espansione della frontiera agricola (frontera agropecuaria). E non si tratta di quella fatta da piccoli coltivatori (campesinos), che ormai sono in via d’estinzione perché rimasti senza terra, ma dall’agroindustria (agronegocios), in particolare da quella della soia e dell’allevamento. Ciò avviene, ad esempio, in Argentina. Nel 2013, l’incorporazione di nuove terre ha ucciso Florentín Díaz, Juan Daniel Asijak, Imer Flores, tutti indigeni di etnia Qom (Toba). Il risvolto di queste politiche economiche è tragico: nel 2015, nel solo Chaco (Nord Est argentino), sono morti per denutrizione sei bambini indigeni.

Una questione di visioni

Le risposte pubbliche (che sono politiche e mediatiche) sono sempre le stesse: questi megaprogetti sono indispensabili per il progresso della collettività nazionale. Anche le contestazioni degli ambientalisti e dei sostenitori della causa indigena sono ogni volta le stesse: i danni prodotti sono maggiori dei possibili benefici e, comunque, ci sono anche altre strade da percorrere per il cosiddetto progresso.

D’altra parte, la risposta più realmente indigena è un’altra e parte da una visione del mondo e dell’esistenza (cosmovisione) propria e unica, una visione che prevede un’intima relazione tra la loro identità, le modalità di vita e le terre da loro abitate. Concetto che, detto in altre parole, diventa: non c’è identità né cultura indigena senza la terra.

Di solito, stati e imprese coinvolte ricercano il consenso con la «politica delle compensazioni» (cioè delle opere «regalate» alle comunità che ne subiscono l’impatto ambientale e culturale), anche per dividere il fronte degli oppositori. Alcuni dei quali possono venire irretiti pure con il meno nobile sistema della corruzione. D’altra parte, la logica oggi dominante ha sempre una risposta all’apparenza accattivante: «Why be poor when we can be rich?»1. Già, perché essere poveri quando possiamo essere ricchi?

La Conquista non è mai terminata

Premesso che l’etnocidio prodotto dalla Conquista – dal 1492 in poi – uccise il 90% degli indigeni (secondo l’antropologo Darcy Ribeiro al momento dell’arrivo dei conquistatori europei gli aborigeni delle Americhe erano 70 milioni; secondo un altro studioso, il filosofo Todorov, degli 80 milioni di indios nel 1600 ne erano rimasti soltanto 10), ancora oggi risulta difficile dare cifre sicure sugli indigeni. Anche perché una parte di essi, per vergogna o per timore di essere rifiutati, esclusi o maltrattati, negano il loro essere indigeni. Ecco perché i numeri sulle popolazioni aborigene sono ballerini e possono variare a seconda della fonte, anche di quelle ufficiali come possono essere i censimenti o le indagini degli organismi inteazionali (Nazioni Unite, Banca Mondiale, ecc.).

Fatte queste precisazioni, nel mondo si contano circa 400 milioni di indigeni. Di essi 42-45 milioni vivono in America Latina, divisi in oltre 500 popoli, pari a circa l’8 per cento della popolazione latinoamericana.

«Nel continente la vita indigena è sempre stata quella più a buon mercato». L’affermazione, attribuita al compianto Eduardo Galeano, rimane ancora oggi una certezza. Come la morte, verrebbe da chiosare.

Paolo Moiola

Note:

1 – Cfr. articolo della rivista Resources Policy, giugno 2012.

Suggerimenti bibliografici

  • Gruppo Banca Mondiale, Latinoamérica Indígena en el Siglo XXI, agosto 2015;
  • Iwgia, El mundo indígena 2015, Copenaghen 2015;
  • Nazioni Unite-Cepal, Los pueblos indígenas en América Latina, novembre 2014;
  • Cimi, Relatório. Violência contra os povos indígenas no Brasil, Datos de 2014, Brasilia, aprile 2015;
  • Cvetan Todorov, La conquista dell’America. Il problema dell’«altro», 1982;
  • Eduardo Galeano, Le vene aperte dell’America Latina, 1971.



Viaggio in Ecuador: l’alunno e il professore


Sempre alternativo in forza di una grande preparazione culturale, padre François Houtart, sociologo e professore, analizza quella che lui definisce la «crisi multidimensionale» (economica, ambientale, di valori) del mondo odierno. L’ambizione è quella di arrivare a una «Dichiarazione universale del bene comune dell’umanità». Lo abbiamo incontrato a Quito, dove vive in  una stanza di pochi metri quadrati. Una scelta di vita sobria all’insegna della coerenza con quanto da sempre insegna. Anche a Rafael Correa, suo ex alunno, oggi presidente dell’Ecuador, del quale dice…

Quito. François Houtart – sacerdote, sociologo, professore – è un personaggio affascinante: per quello che ha fatto, per quello che dice, per l’energia che sprigiona a dispetto dei suoi 91 anni. Oggi vive a Quito, alloggiando in una stanzetta di pochi metri quadrati con un letto e molti libri. E sulle pareti alcuni poster di personaggi latinoamericani.

Nato in Belgio, François Houtart conosce l’Ecuador dagli anni Settanta, ma vi risiede stabilmente soltanto dal 2010. Attualmente è professore (principal, come lui stesso sottolinea) all’«Instituto de Altos Estudios Nacionales» (Iaen), un’istituzione universitaria pubblica di specializzazione postlaurea.

«Libero dagli impegni all’Università di Lovanio e del Cetri (Centro Tricontinentale), ho accettato volentieri. Questo è un paese geograficamente molto ben collocato. Da qui posso andare facilmente in tutti i paesi latinoamericani. Quito inoltre è una città culturalmente straordinaria con varie università (la Flacso1, l’Università andina, e molte altre) e istituzioni come la Unasur2. Oltre che insegnare, posso scrivere e pubblicare».

E poi – osserviamo – l’Ecuador è un paese che si è dotato di una Costituzione realmente innovativa. Il professor Houtart conferma, pur con qualche distinguo: «Forse contiene troppi articoli, ma è realmente all’avanguardia. In essa si sono introdotti i concetti di paese plurinazionale e pluriculturale. E poi, unica al mondo, i diritti della natura. Certamente, una cosa è scrivere una Costituzione e altra cosa è applicarla. E in questo senso, anche qui in Ecuador, c’è un abisso tra il testo e ciò che accade nella realtà. In altre parole, l’applicazione di una carta costituzionale non è un dettaglio! Come mi commentava con ironia un amico boliviano: “In Bolivia abbiamo una Costituzione magnifica, però tutte le leggi sono anti-costituzionali”. Questa è ovviamente un’esagerazione, ma il problema esiste».

La Costituzione è stata varata durante il primo mandato del presidente Rafael Correa del quale il professor Houtart racconta: «Fu un mio alunno all’Università di Lovanio e al Cetri. Io gli diedi soltanto un corso di sociologia della religione, perché lui era un economista. Però ebbi occasione di conoscerlo abbastanza bene. Poi, divenuto politico e presidente, Correa mi invitò in varie occasioni. Oggi abbiamo una corrispondenza abbastanza frequente. Anche se non ci troviamo d’accordo su varie cose».

Questa crisi non si cura con più neoliberismo

Nel mondo sono evidenti sia il fallimento distruttivo del sistema economico neoliberalista che il rapido aggravarsi della questione ambientale. Per questo François Houtart parla di una «crisi multidimensionale», una crisi che è al tempo stesso finanziaria, economica, alimentare, energetica, climatica, una crisi di sistema, valori e civilizzazione.

«Eppure – spiega il professore – in Asia il neoliberalismo3 appare come un’opportunità di sviluppo. Identicamente in Africa, in Medio Oriente e nella stessa Europa, dove le misure contro la crisi sono, semplicemente, aumentare il neoliberismo».

«Non dico che si debba arrivare subito a un nuovo paradigma, a quello che io chiamo “il bene comune dell’umanità”. Sarebbe utopico e illusorio. Ma si potrebbero fare passi in questa direzione. Finora invece ci sono stati soltanto adattamenti del sistema alle nuove domande sociali e culturali».

Fino a poco tempo fa – osserviamo -, l’America Latina sembrava il luogo della sperimentazione e dell’alternativa, poi anche qui tutto ha iniziato a crollare. Dal Venezuela all’Argentina, passando per le sconfitte (pur diverse) di Dilma in Brasile e di Evo Morales in Bolivia. «Però – obietta Houtart -, l’America Latina è stato l’unico luogo dove un cambiamento si è tentato. Com’è avvenuto in Ecuador. Qui è stato fatto qualcosa di notevole: ricostruire lo stato e i cittadini; dare più importanza ai servizi pubblici come la salute e l’istruzione. Il modello di Correa è sì un modello post-neoliberista, ma non ancora post-capitalista. Come d’altra parte lui stesso riconosce».

«Il problema è che la maggior parte dei leader politici stanno ancora nell’antica visione dello sviluppo inteso come sfruttamento della natura e all’interno di una modeità vista come non accettazione delle tradizioni e delle culture diverse. Non sono entrati in questa nuova prospettiva dove la natura e la cultura sono elementi fondamentali dello sviluppo umano. Occorre formare nuovi leader ma senza troppi indugi perché questa situazione può tramutarsi in un disastro».

La natura e i suoi diritti

Natura come risorsa da sfruttare versus natura come fondamento di sviluppo. La Costituzione dell’Ecuador ha fatto una scelta chiara dedicando quattro articoli ai «diritti della natura»4.

«La prima difficoltà – spiega Houtart – sta nel definire cosa significhi diritto della natura. Soltanto nella cosmovisione indigena la natura è un essere vivente che prova sensazioni. Alberi, fiumi, animali sono nostri fratelli e sorelle. Questa visione è magnifica ma non si adatta alla mentalità della maggioranza della gente d’oggi».

Houtart ricorda la Conferenza mondiale per i diritti della Madre Terra tenuta a Cochabamba, in Bolivia, nel 2010. «C’erano oltre 30mila indigeni a parlare di cosmovisione, cambio climatico e diritti della Madre Terra, della Pachamama (in lingua quechua). Si tentò di imporre un testo che però trovò l’opposizione, ad esempio, di Via Campesina5».

«Qual è il problema? È l’integrazione dei diritti della natura in una prospettiva giuridica. Perché la natura, come risulta evidente, non può difendere le sue prerogative. Sono soltanto gli esseri umani che possono riconoscerle e quindi difenderle. O, al contrario, violarle o distruggerle. Dunque, il diritto della natura è – com’è stato detto – un “diritto vicario” di cui cioè non si può parlare senza la intermediazione dell’uomo. E qui entra in campo la coscienza e la responsabilità umana davanti alla natura».

E su questo punto la fiducia di padre Houtart sembra vacillare: «Sto lavorano sul settore agrario e vedo un’agricoltura campesina e indigena completamente abbandonata. Sto visitando l’Amazzonia in vari paesi e sono rimasto impressionato dalla sua distruzione sistematica e dalle conseguenze che ciò comporta. Dei temi ambientali parla anche l’enciclica di Francesco, ma non so quanti l’abbiano veramente letta».

Indigeni: popoli o semplici cittadini?

La Costituzione dell’Ecuador dedica uno spazio importante ai popoli indigeni6. Com’è la loro situazione?

«C’è stato – risponde Houtart – un rinascimento dell’identità indigena. La loro cultura è uscita dalla clandestinità. Per esempio, oggi gli sciamani sono riconosciuti. Io ho partecipato assieme a loro a una cerimonia pubblica in veste di sacerdote cattolico. La loro partecipazione alle ultime elezioni è stata massiccia. In questo sono evidenti i meriti di mons. Proaño»7.

Gli ricordiamo che, stando agli ultimi dati, in Ecuador gli indigeni sarebbero non più di un milione di persone. «Ma questo non corrisponde alla realtà – obietta Houtart -. Dipende dalle domande che vengono fatte durante il censimento. C’è sempre una certa manipolazione. Io penso che in realtà gli indigeni possano arrivare al 30% del totale. In questa società essi hanno un peso importante. Anche se, negli ultimi 30 anni, c’è stato un cambio strutturale importante con la crescita di una classe media, specialmente con Correa che ha potuto usufruire di molte entrate».

I cambi strutturali nella società ecuadoriana di cui parla il professor Houtart hanno prodotto effetti anche sulle popolazioni indigene.

«C’è stata – spiega – una crescente urbanizzazione e al contempo un abbandono delle campagne e specialmente dell’agricoltura campesina. Questo significa che una gran parte della popolazione indigena adesso è urbana. E qui i giovani si interessano certamente più dei cellulari che delle loro origini. È un processo di cambio culturale. Le organizzazioni hanno quindi perso una parte della loro base sociale e della loro forza politica».

In tutto questo entra il progetto che Correa e il suo governo hanno chiamato Revolución Ciudadana.

«Che non è – precisa Houtart – un progetto socialista. Rafael Correa e Alianza País – una coalizione tra una parte della sinistra e una parte della destra – parlano di un capitalismo moderno. Vogliono avere tutti cittadini con stessi diritti e stressi doveri all’interno di un società modeizzata».

E di conseguenza – diciamo inserendoci nel discorso – anche gli indigeni sono cittadini come tutti gli altri. «Sì, ma cittadini – come afferma il presidente – “arretrati”, che si debbono modeizzare. E?che non vengono riconosciuti come popoli. Mai è stata applicata la Costituzione che, nel suo articolo 1, parla di plurinazionalità. Mai c’è stata la definizione e il riconoscimento dei territori indigeni. Gli indigeni più coscienti – quelli riuniti nella Conaie – soffrono molto questa situazione come un’aggressione culturale e politica. Per questo dopo aver appoggiato Correa, poco a poco ne hanno preso le distanze8. Le ultime leggi – quelle sull’acqua (giugno 2014, ndr) e sulla terra (gennaio 2016, ndr), per esempio – escludono i gruppi indigeni, a dispetto di un vocabolario che appare in loro favore. Si favorisce un’agricoltura per l’esportazione, fatta di monocolture, facendo sparire i piccoli produttori sia indigeni che contadini. In questo modo la frattura con il governo si è ampliata sempre più. Il rischio è che, a causa del conflitto con Correa, una parte del movimento indigeno possa cercare un accordo con la destra. Una destra che mai li difenderà, ma che vuole soltanto utilizzarli».

Una frattura che si è approfondita anche a causa del modo di esprimersi del presidente. Houtart conferma: «Sì, il linguaggio utilizzato da Correa nei confronti degli indigeni è spesso volgare. Ed è un vero peccato perché Rafael Correa è l’unico leader politico che parla quechua».

Parco Yasuní: biodiversità o petrolio?

Dalla bellissima (ma spesso inattuata) Costituzione alla bellissima promessa di Correa (era il marzo del 2007) di non toccare il Parque nacional Yasuní, vero scrigno mondiale della biodiversità, ma anche importante riserva petrolifera. A quanto pare siamo davanti a una promessa non mantenuta, professor Houtart.

«L’Ecuador – racconta lui – decise di fare una proposta alla comunità internazionale e cioè di non toccare quel petrolio se la stessa comunità avesse aiutato pagando, per un certo numero di anni, la metà di quello che il paese avrebbe potuto guadagnare con lo sfruttamento di quei giacimenti. Ci furono risposte positive in particolare della Germania. Poi tutto decadde con l’arrivo al potere della signora Merkel. A quel punto il presidente Correa disse che la comunità internazionale non aveva risposto alla proposta dell’Ecuador e che dunque avrebbero iniziato a sfruttare il petrolio. Detto questo, il piano “b” già esisteva perché c’erano interessi economici locali che spingevano a sfruttare quei giacimenti. Il governo disse: andremo a sfruttare soltanto poco più dell’1 per cento del parco, utilizzando le migliori tecnologie. Dalle mie informazioni risulta invece che la distruzione locale è assai più grande di quanto il governo asserisce».

Nel parco e nelle immediate vicinanze vivono almeno tre differenti gruppi indigeni: gli Shuar, i Quichua e soprattutto gli Huaorani. Contro la decisione di iniziare lo sfruttamento petrolifero dello Yasuní ci sono state proteste indigene, ma non con voce unisona.

«Il governo – racconta Houtart – è riuscito a ottenere l’appoggio della maggior parte dei sindaci del territorio – una quarantina, gran parte dei quali indigeni -, promettendo loro che una parte sostanziosa dei guadagni sarebbero andati alle municipalità».

A sorpresa l’opposizione è arrivata dalla società civile. «C’è stata una reazione molto forte della gioventù, specialmente di quella urbana. Si è creato il movimento Yasunidos. E ha avuto un successo straordinario, riuscendo a raccogliere più di 700 mila firme contro lo sfruttamento petrolifero. La verifica governativa ha però ridotto le firme valide a meno di 300 mila».

Si è così riusciti a impedire il referendum popolare. E Correa ha mostrato il suo lato più negativo, non perdendo occasione per apostrofare con sarcasmo gli oppositori: «Gringuitos con la panza bien llena», «indios infantiles». Adesso tutto è in mano al mercato: con i prezzi del petrolio così bassi, l’estrazione nello Yasuní non è conveniente. Per altro verso, gli immani disastri compiuti dalla Chevron in altre zone del paese (ne parleremo, ndr) rimangono come monito indelebile.

L’ex alunno: ottimo sì, pessimo pure

A conclusione della lunga conversazione, torniamo a parlare dell’ex alunno, del presidente Rafael Correa. «Felicemente – spiega il suo ex professore – egli ha rinunciato alla rielezione9. Forse per ragioni più familiari che politiche. Però, dato che è giovane, potrebbe prendersi quattro anni di riposo e poi ripresentarsi nuovamente. Non ho obiezioni al riguardo, ma spero che lui approfitti di questo periodo per leggere, incontrare gente, per viaggiare e soprattutto per trasformare la sua visione adattandola alla realtà del mondo attuale. È un uomo sincero. A volte troppo sincero. E a volte anche un po’ prepotente, perché non accetta consigli. Ma è un uomo di valore e un gran lavoratore».

Insistiamo perché il professore dia un voto al suo ex alunno. «Il voto a Correa – risponde dopo qualche esitazione – dipende dal punto di vista. Se è da quello della modeizzazione della società ecuadoriana, il voto è 8 o 9. Se è dal punto di vista dello sviluppo umano fondamentale, allora diventa 2 o 3». E un sorriso si apre sul suo volto gentile.

Paolo Moiola
(fine seconda puntata)

Note

1 – La Flacso è la «Facultad Latinoamericana de Ciencias Sociales» presente in una quindicina di paesi del continente.
2 – L’Unasur – «Unión de Naciones Suramericanas» – è un’organizzazione di cooperazione che include 12 paesi latinoamericani.
3 – Neoliberalismo e neoliberismo sono termini molto spesso usati come sinonimi. In realtà, il primo si riferisce più alla politica, il secondo all’economia.
4 – Si veda Derechos de la naturaleza in Titolo secondo, Capitolo settimo, art. 71-74.
5 – Via Campesina è il movimento internazionale dei piccoli produttori e lavoratori della terra.
6 – Si veda Titolo secondo, Capitolo quarto, articoli 56-60.
7 – Di mons. Proaño abbiamo parlato nella prima puntata di questa serie, in MC di maggio.
8 – Ricordiamo la marcia indigena di protesta dal Sud fino a Quito dell’agosto 2015 e le proteste del marzo 2016.
9 – Della questione abbiamo scritto nella prima puntata, MC maggio.


Passato e presente della chiesa cattolica

«Quando l’amico Wojtyla uccise la teologia della liberazione»

Le visioni differenti di papa Giovanni Paolo II?e papa Francesco; le differenze ontologiche tra dottrina sociale della chiesa e teologia della liberazione; la situazione in Ecuador: le risposte di François Houtart.

Padre Houtart, quando ha incontrato per la prima volta la chiesa dell’Ecuador?

«Negli anni Settanta, ai tempi di mons. Proaño, il vescovo di Riobamba, ma soprattutto il vescovo degli indios. Varie volte egli mi invitò qui per tenere corsi di sociologia della religione nell’istituto di pastorale del Celam».

A luglio 2015, durante la visita di papa Francesco all’Ecuador, il presidente appariva più entusiasta degli esponenti della gerarchia cattolica locale.

«La dimensione religiosa è molto forte in America Latina. Rafael Correa, per esempio, è un uomo profondamente credente. È un uomo della dottrina sociale della chiesa, ma non della teologia della liberazione. Per questo s’intende molto bene con Francesco, che appunto è un papa della dottrina sociale della chiesa».

Che differenza passa tra l’analisi della realtà fatta dalla dottrina sociale e quella fatta dalla teologia della liberazione?

«Con la prima si condanna il capitalismo per i suoi effetti, ma non per la sua logica. Al contrario, la teologia della liberazione analizza la realtà in termini di struttura sociale, ovvero di classi sociali. Insomma, si tratta di due letture diverse».

 

Lei ha vissuto la teologia della liberazione fin dagli inizi. Ha conosciuto tutti i suoi principali esponenti. Com’è morta?

«È stata fermata, specialmente da Giovanni Paolo II, con il quale peraltro fui amico durante 30 anni. Ma è stato il papa che ha ucciso la teologia della liberazione e le comunità di base. E che ha spinto verso l’emarginazione tutti i vescovi progressisti all’episcopato latinoamericano».

Professore, è giusto dire che la teologia della liberazione sia stata ripudiata e poi affossata perché utilizzava strumenti di analisi propri della sinistra?

«È così. La Tdl ha incontrato nel marxismo un metodo di analisi della società più adeguato alla situazione reale, alla oppressione dei popoli e alla distruzione della natura».

Anche sotto questo aspetto lo stile improntato da papa Francesco pare però molto diverso.

«Il modo di comportarsi del papa attuale ha creato una nuova speranza e un nuovo clima. Per esempio, recentemente l’arcivescovo di Cali, mons. Darío de Jesús Monsalve, ha parlato (il 15 novembre 2015, ndr) della necessità di una riabilitazione di Camilo Torres come cristiano e come sacerdote. Questo non sarebbe stato possibile senza papa Francesco».

Ci rimane da fare un commento sulla chiesa cattolica dell’Ecuador.

«In Ecuador, purtroppo, abbiamo una chiesa gerarchica completamente conservatrice e sotto l’influenza dell’Opus Dei. Mentre la tradizione di mons. Proaño è stata completamente cancellata».

Paolo Moiola

 

 




Italia-Congo: La lunga marcia per la pace


Lui è un rifugiato congolese in Italia. Dove ha vissuto metà della sua vita. Ha il suo lavoro, vive bene. Ma un giorno succede qualcosa. Il Congo chiama e John sente di dover agire. Ma come? La strada si presenterà da sola, e lui dovrà fare delle scelte. E avere molto coraggio.

John Mpaliza porta con sé un entusiasmo dirompente. Quando lo incontri per la prima volta percepisci intorno a lui un’energia positiva. E ti diventa subito simpatico. È tipico di chi sta a suo agio nella propria pelle. Detto in altre parole, ha trovato la sua strada. Lo conosciamo grazie a una serie di incontri organizzati per lui dall’Ong Cisv di Torino.

Nato a Bukavu, in Kivu, nell’Est dello Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo), 46 anni fa, all’età di 11 anni John va a vivere a Kinshasa da sua sorella maggiore che si è sposata in capitale. Qui frequenta il liceo scientifico Boboto, gestito dai gesuiti, «una delle migliori scuole in Africa centrale», dice, e poi si iscrive all’università a ingegneria. È il 1988-89, anno in cui cade il muro di Berlino. Non c’è né Inteet né tv satellitare. «Ascoltavamo la radio sulle onde corte – ci racconta John -. All’università si riuscivano a creare momenti di confronto». Proprio in quegli anni nascono dei movimenti di dissenso, molto legati a un partito clandestino, l’Udps (Unione per la democrazia e il progresso sociale) di Etienne Tshisekedi, l’attuale maggiore partito di opposizione.

«Una volta fui contattato da qualcuno che mi portò a un incontro segreto e fu così che aderii a questo partito». John inizia a fare attività di propaganda, distribuendo volantini clandestinamente. «Non avevamo computer, si scrivevano a mano e si buttavano nei mercati».

Nel 1990 Mobutu fa un discorso importante: «Comprendete la mia emozione». Permette la creazione di altri partiti. È il multipartitismo. Il momento storico è quello del discorso di La Boule di François Mitterrand, nel quale il presidente francese sancisce che ormai è giunto il momento del multipartitismo per gli stati africani. «Lui diceva che non sarebbe mai stato chiamato “ex presidente”» ricorda John.

«Studiavo e manifestavo. Andai avanti fino al ’91. In quell’anno furono uccisi molti studenti a Kinshasa, Lubumbashi e Kisangani. Io fui tra i fortunati».

Congo addio

Incarcerato con alcuni compagni John rischia grosso, ma viene salvato dalla famiglia. «Vista la corruzione che ormai si era installata, pagando si veniva rilasciati. Da noi, in Congo, si dice: “Un figlio nasce da una madre e un padre, ma viene cresciuto da una società”. Così la mia famiglia allargata è riuscita a fare una colletta per tirarmi fuori e aiutarmi a scappare all’estero».

Il giovane John lascia il Congo proprio nel 1991. «Il mio viaggio è stato di lusso, in aereo, non è paragonabile alle traversate dei migranti di oggi».

John tocca diverse capitali africane, per arrivare a Orano, in Algeria, dove ha degli amici che stanno studiando. «Avevo iniziato gli studi a Kinshasa, così mi sono riscritto all’università, per studiare telecomunicazioni. È stata dura perché nel 1992 il Fis (Fronte islamico di salvezza, gruppo radicale, nda) vinse le elezioni, e la Francia disse che non potevano governare». Sono gli anni in cui infuria il terrorismo algerino, con attentati e bombe nelle città. Il presidente Mohamed Boudiaf viene ucciso in diretta tv: «Io l’ho visto e sono rimasto scioccato».

Così John, nel 1993 decide di fare un viaggio in Europa per andare a visitare degli amici a Parigi, Bruxelles e Roma. In Francia passa anche dalla comunità ecumenica di Taizé, in Borgogna.

«Sulla via del rientro in Algeria, a Roma, dovevo prendere l’aereo ma lo persi. Allo stesso tempo ci fu un attentato all’aeroporto di Algeri. Decisi allora di restare in Italia, anche perché in Algeria c’erano manifestazioni e se la prendevano ancora con gli studenti universitari». Così John Mpaliza chiede asilo politico in Italia e per lui inizia una nuova vita. «Una vita difficile, anche se non posso confrontare quei tempi alla situazione di emergenza attuale. Perché i numeri dei migranti erano diversi, così come la percezione che ne aveva la gente. Anche se la normativa non è cambiata molto».

Una nuova vita

Mpaliza si stabilisce nel Sud Italia dove svolge svariati lavori. Dalla raccolta di pomodori in Puglia, a quella delle arance a Rosao e a Castel Voltuo. Vive pure nella terra dei fuochi. «A Giuliano (in Campania) ho conosciuto gente meravigliosa che mi ha cambiato la vita. Avevo un permesso di soggiorno con divieto di studio e di lavoro. Ma non ricevevo sovvenzioni. Facevo dunque dei lavoretti per sopravvivere. In quel periodo ero presso una famiglia di Giuliano. Ci fu una sanatoria nel ’96. La padrona di casa decise di aiutarmi, mettendomi in regola per farmi avere il permesso di soggiorno. Da lì sono andato a Bologna e poi a Reggio Emilia».

Qui, finalmente, John può tornare a studiare e consegue la laurea breve in ingegneria informatica. Poi inizia a lavorare in comune. Un lavoro che svolgerà per 12 anni.

«Nel 1996 appresi dai media l’invasione dell’esercito ruandese in Congo, con a capo Desiré Kabila (che diventerà presidente del Rdc, nda) e subito telefonai a mia madre. Quando le dissi dove ero, replicò: “Cosa fai in Italia?”. Lo stupore era dovuto al fatto che l’Italia non gode di ottima fama, esporta troppi stereotipi, come la criminalità. In quell’occasione mi dissero che mio padre era morto durante l’ingresso dei soldati ruandesi a Bukavu, perché durante una crisi ipoglicemica, a causa della guerra non si era trovata l’insulina».

Ritoo all’inferno

Nel 2009 finalmente John decide di tornare in Congo, a Kinshasa, per una visita. Non è più tornato in patria dalla sua partenza, anche se ha sempre tenuto i contatti con la famiglia.

Quello che vede lo fa stare male: «Era come un paradiso trasformato in inferno. Il mio paese è un paradiso per le risorse che possiede. Terra fertile, acqua dolce, foresta, ecc. Quando ero piccolo, negli anni ’80, si viveva bene in Congo. Ho trovato tutto distrutto. Forse anche perché ero abituato a vivere in Europa.

Ho saputo di una sorella dispersa nell’Est, stessa sorte per molte cugine. Ho ritrovato mia madre, che si era trasferita a Kinshasa».

Nella guerra in Kivu è stato usato, e lo è tuttora, lo stupro come arma di guerra. Le donne inoltre sono rapite e ridotte in semi schiavitù alla mercé dei miliziani.

«Mia madre allora mi confidò: “Ogni sera prego Dio perché vostra sorella sia morta. È meglio così, piuttosto che soffra troppo”».

Si parla di 8 milioni di vittime in otre 20 anni di conflitto nell’Est del Congo. «Un genocidio dimenticato, ci ricorda John».

Tornato in Italia, dopo tre settimane di Congo, va in crisi.

«Ho vissuto 23 anni in Congo e 23 anni in Italia. Mi sento europeo, ma anche africano. Ritrovarti nelle tue radici e trovare questa situazione è stato un disastro. Avevo gli incubi tutte le notti. Ho provato a scrivere un articolo ma non sono stato considerato dai media». John inizia a maturare l’idea che deve provare a fare qualcosa per il suo paese. Ma cosa? Si chiede. «Qualcosa che desti curiosità, perché l’Africa non fa notizia».

L’ispirazione gli viene proprio dalla sua visita a Taizé di molti anni prima.

«Premetto che io non sono camminatore. Ma a Taizé una ragazza polacca mi aveva detto: se ti piace tanto questo posto, un giorno devi andare a Santiago di Compostela».

Pellegrino per caso

«Decisi di andare a incontrare i pellegrini. Nel 2010, per combinazione, c’era il Giubileo di Santiago. Ho parlato con circa 1.000 persone, di 27 lingue diverse, da 30 paesi. E lì ho capito che camminando e parlando la gente si ferma ad ascoltare». John parla di Congo, guerra, stupri, saccheggio delle risorse. Ma non ha ancora le idee chiare. È il raccontare quello che ha vissuto nel suo recente viaggio a Kinshasa.

«Nel frattempo, in Italia, avevo preparato una documentazione, e i miei dirigenti al lavoro volevano aiutarmi presentandomi a un politico. Ma in quel momento c’era crisi quindi non successe a nulla».

Ancora un altro segnale. «Nel febbraio 2011, una ragazza da Sidney mi chiamò su skype. L’avevo conosciuta al Cammino di Santiago. Era arrabbiata perché io non avevo fatto ancora nulla per il Congo, mi disse. Era un’insegnante e al suo rientro dalla Spagna aveva fatto lavorare i suoi studenti sul tema dello sfruttamento dei minerali del Congo.

Una persona su 1.000 si era attivata a causa di quello che le avevo raccontato. Forse qualcosa poteva cambiare. Decisi di organizzare una marcia da Reggio Emilia a Roma e portare la documentazione ai palazzi del potere. Avevo coinvolto la città: comune, provincia, la scuola di pace di Reggio, il centro missionario. La gente seguiva. Ero andato a parlare su Tele Reggio. Feci una marcia di 21 giorni e mi ricevettero alcuni deputati e senatori».

È la prima marcia di John Mpaliza per il Congo, che ne inaugura una lunga serie, in un crescendo di difficoltà. E, soprattutto, diventerà il modo di vivere e di lottare del congolese-italiano, dalla simpatia irresistibile.

On the road

Come si organizza una marcia per la pace in Congo?

«Si definisce la partenza e l’arrivo. Si prendono contatti con le istituzioni locali lungo il percorso, gli scout, le chiese, le scuole. Così nascono gli incontri. Le persone mi accompagnano per un pezzo della strada. Talvolta vengono ad accogliermi alle porte di una città al mio arrivo. Ma la marcia completa la faccio da solo.

A Roma, ad esempio, una quarantina di persone mi aspettarono fuori città e mi accompagnarono fino in Parlamento».

Segue nel 2012 la marcia Reggio Emilia – Bruxelles, di due mesi. John passa a Ginevra dove incontra l’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite. Va anche a Strasburgo dove è ricevuto da parlamentari italiani ed europei. Molti di loro sono promotori dell’emendamento del maggio 2015 sulla tracciabilità dei minerali (si veda il dossier su MC luglio 2015). «Per la prima volta abbiamo chiesto una regolamentazione. C’erano anche congolesi dal Belgio e italiani nella marcia».

Il grande salto

«All’inizio le marce le facevo in estate, durante le vacanze. Oppure, nel caso dovessero durare oltre un mese, prendevo aspettativa dal lavoro. I miei dirigenti erano comprensivi e mi appoggiavano».

Tornato casa dalla marcia di Bruxelles, John si trova sommerso dalle richieste di incontri e conferenze.

Nel novembre del 2012 decide di prendere un part time verticale: alcuni giorni della settimana lavora in ufficio, durante gli altri fa incontri sul Congo, i minerali della guerra, le vie della pace. La sua vita sta cambiando. «Cominciai a chiedermi se fosse questa la via che dovevo seguire. A dicembre 2013 mi sono ammalato e ho capito che questo sistema non reggeva. Così ho spiegato al dirigente che il mio futuro non era più con loro.

Inoltre, la notizia della marcia di Bruxelles era arrivata anche in Congo. I miei famigliari avevano fatto una veglia di preghiera nel paese. Si raccoglievano i primi frutti, perché ormai se ne stava parlando. Mollare, sarebbe stata la dimostrazione che noi (africani) non sappiamo costruire».

John decide di lasciare il lavoro il 31 maggio 2014 e di consacrarsi totalmente alla causa. A luglio parte la marcia Reggio Emilia – Reggio Calabria.

Da quando ha lascia il lavoro John non ha più un reddito. Organizza marce, cammina e fa incontri in scuole, università, parrocchie e istituzioni. Vive di accoglienza e provvidenza.

«Ho deciso di rinunciare a tutto – ricorda – ma devo vedere quando mi sento in forma e posso camminare, fare le cose a modo mio. Ho collaborato con tante organizzazioni, come Rete pace per il Congo, creata dai missionari Saveriani di Parma. Ora mi appoggia anche Libera Internazionale. Non ho ancora fondato un’associazione, ma ci stiamo arrivando. Potrebbe servire per gestire eventuali donazioni».

John approfondisce le rivendicazioni delle sue marce. «L’obiettivo principale è rompere il silenzio, fare breccia. Fare conoscere il dramma congolese, denunciare l’assenza di diritti umani, la guerra economica che produce morti, lo stupro come arma di guerra. I danni che creano i caschi blu dell’Onu, che costano due milioni di dollari al giorno».

I progetti

John ci parla degli incontri: «I giovani a cui parlo sono talmente tanti che tutto questo non può non produrre qualcosa!», ci dice con entusiasmo.

«Voglio spiegare il rapporto che c’è tra noi e quel mondo in Congo». Rapporto che passa dal telefonino che ognuno possiede. «Sì. Non c’è ragazzino che non sia coinvolto. Tutti abbiamo a che fare con i minerali come il cobalto. Per questo parlo della “guerra che abbiamo in tasca”».

I ragazzi si coinvolgono anche con azioni pratiche. «Abbiamo lanciato dei progetti – spiega John – con scuole in Trentino e nel padovano. I ragazzi fanno raccolte di telefonini, per il riciclo. In effetti si può recuperare parte del minerale dall’apparecchio dismesso. È una ricchezza che abbiamo in tasca, anche quando si rompe, senza saperlo. È una miniera d’oro. Ad esempio l’Arpa del Friuli Venezia Giulia collabora con un’azienda svizzera che recupera l’oro dai telefonini».

La normativa in stallo

Oltra alla testimonianza, ovvero «raccontare, spiegare la nostra responsabilità» per formare l’opinione pubblica, è molto importante anche il livello istituzionale.

«Perché comunque abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a far passare una legge sulla certificazione dell’origine dei minerali con i quali si produce l’elettronica di consumo».

Gli Stati Uniti si sono dotati di una legge, nel 2010, la Dodd-Frank Act (vedi dossier MC luglio 2015), mentre l’Unione europea è in una fase di «negoziazione».

«La situazione è complicata. Il Parlamento europeo si è espresso il 20 maggio 2015 rendendo più restrittiva la proposta della certificazione volontaria. In realtà quello è stato il primo round, ora gli stati devono ratificare. In Italia c’è la Focsiv che porta avanti la “Campagna europea sui minerali dei conflitti” (vedi box) e che collabora con Rete pace per il Congo ed Eurac del Belgio».

John è deluso anche del comportamento dell’Italia: «Ero certo, sulla base dei miei contatti, che l’Italia avrebbe subito ratificato. Ma ho appreso che mentre il ministero degli Affari esteri è d’accordo, il ministero dello Sviluppo economico è contrario. Inoltre a dicembre è iniziato un negoziato trilaterale tra Parlamento, Consiglio e Commissione europea. Io non sono un negoziatore, e ho paura che diventi un nulla di fatto».

Oltre l’importante questione normativa, John scende più in profondità, per eradicare le cause: «Non basta la legge sulla certificazione dei minerali. Serve la stabilità in questi paesi. Se ci fosse uno stato che mettesse delle regole, le compagnie dovrebbero rispettarle e il livello dei problemi sarebbe diverso. Nelle miniere potrebbero lavorare solo adulti, non i bambini, e in certe condizioni di sicurezza. E soprattutto queste risorse andrebbero a beneficio del popolo del Congo e non del Rwanda o dell’Uganda che le stanno sfruttando senza controllo. E si vivrebbe un po’ meglio in Congo».

Nel 2015 John realizza la marcia da Reggio Emilia a Helsinki. Percorre a piedi 3000 km attraversando l’Europa in cinque mesi, da maggio a ottobre. «In Finlandia sono stato ricevuto da funzionari del ministero degli Esteri.

La marcia, richiesta da cittadini finlandesi che avevo incontrato a Varsavia, aveva l’obiettivo di incontrare la Nokia, che nel frattempo, a causa della crisi, era stata comprata di Microsoft. Ai finlandesi interessano molto le tecnologie. Io ho detto loro che sarebbe importante far capire ai cittadini da dove vengono i materiali per produrre i dispositivi. Loro temono che una legge di certificazione porterebbe a un aumento dei prezzi per i cittadini».

Obiettivo Africa

John è tornato in Congo in segreto nel 2014, perché sua madre e sua sorella non stavano bene. Ormai la sua lotta è conosciuta e rischia per la sua sicurezza personale. Ha un altro grande sogno che sta diventando un progetto: una marcia panafricana, che lo porti nel suo paese.

«A fine ottobre vorrei fare Reggio Emilia – Roma. Qui parteciperei a degli incontri durante la settimana internazionale per i diritti umani. Da Roma volerei a Città del Capo in Sudafrica. Da lì voglio risalire verso il Mozambico, la Tanzania e Zanzibar. Per poi attraversare la Tanzania verso Ovest per arrivare nell’Est della Repubblica democratica del Congo. Se ci riusciamo! Occorre lavorare con i movimenti della società civile, le chiese, le associazioni europee e africane. Bisogna creare una specie di scudo, perché camminare in Africa è più difficile!».

Marco Bello




Cina la storia aiuta il dialogo


Il rapporto tra Cina e gesuiti è antico. Una società di produzione cinese realizza film sulla vita di alcuni gesuiti famosi. Il successo è grande: l’audience raggiunge numeri a 9 cifre. Dopo un decennio (di film) i tempi sono maturi per un progetto ambizioso. Che potrebbe contribuire a migliorare i rapporti Cina – Chiesa cattolica.

La Cina sta riscoprendo la sua storia. E lo sta facendo attraverso i gesuiti. Negli ultimi anni, i film televisivi su Paolo Xu Guangqi, Johann Adam Schall von Bell, Giuseppe Castiglione e Ferdinand Verbiest, tutti missionari gesuiti, sono diventati veri casi mediatici con audience che in Europa non riusciamo neppure a immaginare. Questa riscoperta è frutto di una collaborazione tra le autorità di Pechino e la stessa Compagnia di Gesù. Una collaborazione che va avanti da più di un decennio con risultati che, all’inizio, sembravano impensabili.

Produzioni orientali

Tutto ha inizio alla fine degli anni Cinquanta con la nascita della Kuangchi Program Service, la società di produzione cinematografica dei gesuiti a Taiwan. «La Kuangchi Program Service – spiega Emilio Zanetti, gesuita italiano, che vi lavora – è la più vecchia società di produzione televisiva di Taiwan. È stata creata dai gesuiti nel 1958 e, da sempre, produce programmi educativi e di valore sociale. Nel 2003 i vertici dell’azienda sono entrati in contatto con la Jiangsu Broadcasting Corporation, la più grande società pubblica di produzione televisiva della Cina continentale. Allora il Presidente di Kuangchi era un laico ed era amico della presidentessa della Jiangsu. Dall’incontro è nata l’idea di produrre una pellicola su Matteo Ricci (1552-1610), gesuita, figura molto nota e apprezzata in Cina. L’idea piaceva a tutti, però è apparsa subito irrealizzabile, non tanto per motivi tecnici, ma di opportunità politica. Le autorità di Pechino non avrebbero apprezzato un film su Ricci che era uno straniero e un missionario cattolico (sebbene fosse anche un apprezzato scienziato). Si è così deciso di girare una pellicola su Paolo Xu Guangqi, amico cinese e collaboratore di Ricci, che si era convertito al cristianesimo. In questo modo, si poteva parlare in indirettamente anche del più noto gesuita italiano».

Il governo siamo noi

All’inizio delle lavorazioni, il gesuita Jerry Martinson, allora vicepresidente della Kuangchi, si preoccupa della censura e chiede ai funzionari della Jiangsu: «Ma siete sicuri di voler parlare di cristiani? Che cosa dirà il governo?». Gli rispondono: «Padre, non ci sono problemi: il governo siamo noi». A sottolineare che la Jiangsu è una struttura pubblica che si muove in piena sintonia con le autorità di Pechino. E, se c’è l’avallo della Jiangsu, dal punto di vista politico non ci sono problemi perché loro sanno come scrivere la sceneggiatura, sanno quali punti possono essere affrontati e quali è meglio evitare. «Con il film su Paolo Xu Guangqi – continua Zanetti -, i gesuiti sono entrati nei media cinesi dalla porta principale, cosa che risulta impossibile per qualsiasi altra organizzazione religiosa. Il fatto di essere gesuiti ci ha certamente favoriti perché la Cina e la Compagnia di Gesù hanno una relazione storica, fatta di rispetto e apertura dell’uno verso l’altro».

Audience da capogiro

La pellicola su Paolo Xu Guangqi va in onda nel 2005 su Cctv (China Central Television), la radiotelevisione pubblica cinese. E qui c’è la prima grande sorpresa: l’audience supera i cento milioni di telespettatori. Un risultato insperato, che stimola i gesuiti di Taiwan a rilanciare. L’occasione arriva nel 2006. L’allora Presidente cinese Hu Jin Tao va in visita ufficiale in Germania e nel suo discorso cita Johann Adam Schall von Bell (1592-1666), un gesuita tedesco che, come Ricci, visse e lavorò alla corte degli imperatori cinesi e fu la personalità occidentale che riuscì a raggiungere il più alto grado nella gerarchia dei mandarini (funzionari imperiali). Quando la presidentessa di Jiangsu viene a sapere che Hu Jin Tao ha parlato di Schall von Bell, contatta la Kuangchi proponendo di realizzare un film sul gesuita tedesco. E anche questo film riscuote un ottimo successo di pubblico.

«I buoni risultati raggiunti con Xu Guangqi e Schall von Bell – ricorda Zanetti – hanno convinto Martinson che era possibile insistere su questa strada. Nel 2009, quindi, ha lanciato l’idea di produrre, sempre in collaborazione con la Jiangsu, un film su Giuseppe Castiglione.

In Occidente, Matteo Ricci, Johann Adam Schall von Bell e il belga Ferdinand Verbiest (1623-1688) sono molto conosciuti. Castiglione, invece, è sconosciuto non solo in Europa, ma nel suo stesso paese, l’Italia (a parte una ristretta cerchia di esperti di arte).

In Cina, è in assoluto il gesuita più noto. Anch’io pensavo che Castiglione fosse un artista minore che, grazie alla fortuna, si era fatto un nome in Cina. Mi sbagliavo. Castiglione, nato a Milano, è rimasto 51 anni nella Città proibita e, in quel periodo, ha dato vita a quasi 550 progetti artistici. Ha realizzato dipinti di imperatori, delle loro mogli e concubine e di animali (famosi i quadri sui cavalli). Ma ha anche progettato i padiglioni occidentali dell’antico palazzo d’estate dell’imperatore». Castiglione rappresenta una svolta per la storia dell’arte in Asia perché ha introdotto le tecniche del chiaro-scuro e della prospettiva. Tecniche che ha inserito in una tradizione artistica millenaria, miscelando elementi occidentali e orientali con un gusto e una sapienza unici. Ai suoi tempi, gli imperatori invitavano moltissimi artisti occidentali a corte, ma solo pochi riuscivano ad avere successo. La memoria di Castiglione è talmente viva nei cinesi che il film, e qui è la seconda grande sorpresa, ha un successo enorme: nell’aprile 2015 raggiunge un’audience di seicento milioni di telespettatori.

I tempi sono maturi

Grazie al successo ottenuto dal film su Castiglione, il governo di Pechino si convince a fare un passo avanti e a mettere in programma una serie televisiva su Matteo Ricci. «Stavamo realizzando il film sul pittore gesuita Castiglione – spiega Zanetti -, quando Martinson è andato a Nanchino a parlare con il direttore della divisione documentari della Jiangsu Broadcasting Corporation. E questi gli ha detto: “Adesso i tempi sono maturi per realizzare un film documentario su Matteo Ricci”. Martinson ha colto la palla al balzo e gli ha risposto: “Va bene, noi siamo pronti!”». Le restrizioni sulle tematiche che riguardano gli stranieri e i religiosi sono cadute ed è possibile affrontare anche un tema delicato come quello di Ricci, missionario cattolico, straniero.

Così, quando nel 2015 le riprese del film su Roberto Castiglione terminano, la Kuangchi Program Service inizia a raccogliere fondi per un film sul gesuita di Macerata. «Nel settembre dello scorso anno ho iniziato a raccogliere fondi in Italia e in Germania – ricorda Zanetti -, poi mi sono recato negli Stati Uniti, infine a Taiwan e nella Cina continentale. È stato un lavoro non facile, ma all’inizio del 2016 ho messo insieme il budget necessario. A febbraio il direttore della televisione di Nanchino mi ha dato il via libera per partire e a marzo, gli autori hanno iniziato a scrivere la sceneggiatura».

Quattro pilastri

La sceneggiatura seguirà quattro blocchi tematici, che sono i pilastri della vita e dell’azione di Ricci. Il primo, che si intitolerà «Stringendo amicizie», tratta dell’amicizia tra persone e tra culture, valore portante del messaggio ricciano. La seconda «Oriente che incontra Occidente», riguarda l’amicizia di Ricci con Xu Guangqi. La terza si intitolerà «Curando i mali della Cina», perché Ricci e Xu Guangqi hanno lottato per migliorare il sistema agricolo, per superare la malnutrizione, per difendere l’impero, per minimizzare le perdite provocate dai disastri naturali e per massimizzare le risorse. La quarta «Sincronizzati con il mondo», riguarderà lo sforzo di Ricci per modificare il calendario, semplificandolo e rendendolo conforme a quello occidentale; nel campo della geografia, famoso il planisfero di Ricci con la Cina al centro invece dell’Europa; e della matematica, con gli elementi delle geografia euclidea tradotti da Ricci in cinese.

«Il flusso narrativo – conclude Zanetti – dipenderà dalla sensibilità di Gao Wei, il regista che curerà la realizzazione del film. Probabilmente userà la tecnica del flashback: Ricci anziano ricorda alcuni momenti della sua vita. Ma molto dipenderà anche dalle decisioni che verranno prese in fase di montaggio. Le riprese prenderanno il via a fine giugno, inizio luglio. Il film parla di Matteo Ricci e dei gesuiti in Cina, sarebbe interessante se nel documentario ci fosse anche una testimonianza di Papa Francesco che è gesuita e ha espresso più volte la volontà di recarsi in Cina e di riprendere le relazioni diplomatiche con Pechino. Un sogno? Forse, ma ogni tanto anche i sogni diventano realtà…».

Enrico Casale

 




Disabilità: diritto e deboli


Circa 150 comunità sparse nel mondo. Persone con e senza disabilità condividono la vita quotidiana. L’idea di fondo è l’accoglienza reciproca, la promozione dei singoli. Far fruttare la ricchezza della debolezza. Una realtà nata in Francia nel 1964 da un’aspirazione evangelica del suo fondatore, cresce promuovendo anche il dialogo interreligioso e interculturale.

Nella Comunità dell’Arca (Arche in francese, ndr) tutto è pensato a misura delle persone con handicap. Tutti sono uguali e hanno lo stesso spazio.

Jean Vanier, il fondatore, insiste molto nelle sue conferenze e nei suoi scritti sulla ricchezza del «vivere con». Lui, che ha vissuto e lavorato per la maggior parte della sua vita con le persone con handicap, sostiene che una relazione fondata solo sull’assistenza non può portare a cambiamenti, né dal punto di vista sociale, né personale. Per favorire un cambiamento occorre creare legami che escludano la dipendenza. L’amore, la vulnerabilità, il perdono, dice, hanno infatti una capacità trasformante, sia nei confronti della persona accolta che in quelli dei volontari e degli operatori. L’ospite della Comunità dell’Arca non è una persona solo da assistere e curare, ma un mistero da scoprire. I disabili, spesso rifiutati e emarginati, desiderano vivere con degli amici, cioè con persone che li accolgano così come sono, non li giudichino, non li condannino quando vedono i loro limiti, la vulnerabilità, la fragilità.

In un mondo ossessionato dalla perfezione, dal bisogno di affermazione, di successo, di produttività, la debolezza spaventa. Proprio il contatto con persone disabili può aiutare a scoprire il diritto di essere deboli.

Secondo Jean Vanier la debolezza è un dono e un’opportunità, una forza che porta le persone a dare il meglio di sé.

Strutture semplici ma vitali

Esistono in Italia molte realtà che si occupano di persone con handicap fisico e mentale. Tra di esse, le comunità Papa Giovanni XXIII, le Case della Carità, le comunità di Sant’Egidio e numerose altre a carattere locale, sorte in tante città.

Avendo l’occasione di fare del volontariato in alcune di queste case, si conoscono strutture molto semplici ma vitali, gestite da équipe di operatori qualificati, a volte in collaborazione con religiosi. Si incontrano numerosi altri volontari che aiutano nei diversi servizi e nelle attività ludico-formative con l’intento di rispondere alle esigenze particolari di ciascuna persona accompagnata.

La comunità dell’Arca

Qualche tempo fa, durante una tappa formativa del mio cammino di vita religiosa nelle Suore Ausiliatrici1, ho vissuto quattro mesi in Francia prestando il mio servizio all’Arche di Lione. La Comunità dell’Arca è una realtà internazionale fondata nel 1964 a Trosly-Breuil, piccolo comune francese a circa 100 km a Nord di Parigi, da Jean Vanier. La Comunità dell’Arca si articola in singole case (i foyer) nelle quali vivono assieme persone con e senza disabilità. Alla base di ogni comunità c’è la condivisione della vita quotidiana, del lavoro e dell’amicizia.

La comunità di Lione si trova nella periferia Sud Est della città. È formata da tre foyer-focolari che accolgono in maniera stabile circa 30 persone con handicap fisico e mentale e da un Centro diuo con laboratori e spazi per le attività formative a cui partecipano, oltre alle persone ospitate stabilmente, circa 10 persone estee. Dei tre foyer, due sono nello stesso cortile, in due casette indipendenti accanto alla struttura del Centro diuo, in una zona residenziale della città, il terzo è in un appartamento di un palazzo in Centro città. Ogni foyer ospita una decina di persone, ciascuna delle quali ha la propria camera. Uno di essi è per le persone disabili più autonome che lavorano anche all’esterno e che sono più coinvolte nella gestione del foyer stesso. La suddivisione tra uomini e donne è circa del 50%, grossomodo hanno dai 30 ai 60 anni. Le loro famiglie sono generalmente presenti, ma spesso non riuscivano a occuparsi più di loro. Alcuni genitori sono già anziani. Diversi collaborano con la comunità come volontari. Una volta al mese o ogni due mesi gli ospiti passano un fine settimana nelle famiglie.

La quotidianità dei foyer

La vita quotidiana a L’Arche è molto semplice e molto ricca, con un programma uguale tutti i giorni, ma sempre variato dagli imprevisti inevitabili con persone con un handicap mentale.

Dopo la sveglia e la colazione, gli ospiti si ritrovano nella Cappella del Centro diuo per un tempo facoltativo di preghiera, che permette a ciascuno, secondo la propria fede religiosa, di donare un senso alla giornata che sta iniziando. La preghiera è prima in ebraico, in unione con i fratelli ebrei, poi in arabo, in unione con i fratelli musulmani e, infine, in francese, in unione con tutti i fratelli cristiani, accompagnata da un segno di croce, un gesto semplice che fa già respirare un senso di unità, di comunione.

Segue un ampio spazio comunitario, un tempo importante durante il quale gli ospiti dei differenti foyer raccontano aneddoti quotidiani. Ciascuno può prendere la parola e raccontare un vissuto, qualcuno stringe semplicemente la mano, dà un abbraccio, chiede attenzione.

Seguono i diversi laboratori: sport di gruppo, passeggiate, mosaico, lettura, attività con le perle, ricamo, teatro, cucina, cinema, giardinaggio, falegnameria. I responsabili, affiancati dai volontari, usano la creatività per inventare sempre nuove attività.

Il programma della giornata è segnato su una lavagna: di ogni partecipante c’è la foto, ogni laboratorio è rappresentato da un disegno, e il luogo in cui si svolge è identificato dal colore della porta della sala in cui ci si riunisce. In questo modo tutti sanno cosa faranno quel giorno.

Gli espedienti per favorire la partecipazione degli ospiti alla vita comunitaria sono molti. Anche durante il pranzo condiviso tra volontari e persone disabili ognuno ha un proprio compito: qualcuno intona la preghiera, qualcun’altro va a prendere in cucina le pietanze, altri sparecchiano o puliscono i tavoli o danno una mano a lavare i piatti.

Nel primo pomeriggio, dopo un tempo di attività libere, riprendono altri laboratori. Alle 17.00, dopo una merenda insieme, ciascuno dei residenti rientra nel proprio foyer, gli ospiti estei in famiglia.

La serata nei foyer è caratterizzata da uno stile semplice e familiare: si prepara la cena condivisa, anche con i volontari, e ci si aiuta nella preparazione per andare a letto. Infine, c’è un tempo di scambio e di distensione tra volontari, responsabili e assistenti (ragazzi, francesi e non, che vivono per un anno nei foyer, condividendo la vita con i disabili, una sorta di anno di Servizio Civile Volontario).

La vita insieme è attuabile

A L’Arche i disabili sono al centro e «invitano» altri a vivere con loro, creando relazioni nuove, luoghi di incontro tra persone diverse per religione, origine sociale, cultura, livelli intellettivi, e annunciano che l’unità, la riconciliazione, la vita insieme sono attuabili.

Nei Principi Fondatori della Comunità dell’Arca è scritto: «Le persone che hanno un handicap mentale spesso hanno qualità d’accoglienza, di meraviglia, di spontaneità, e di verità. Nella loro sobrietà e nella loro fragilità, hanno il dono di toccare i cuori e di chiamare all’unità. Per la società sono un richiamo vivo ai valori essenziali del cuore, senza i quali il sapere, il potere, e l’agire perdono il loro senso e sono sviati dal loro fine. La debolezza e la vulnerabilità della persona umana, lungi dall’essere un ostacolo alla sua unione con Dio, possono favorirla. In effetti è spesso attraverso la debolezza riconosciuta e accettata che si rivela l’amore liberatore di Dio».

Cristiana, ma non per soli cristiani

L’Arche è profondamente radicata nella fede cristiana, ma non è solo per i cristiani2. Ogni persona che vive nella comunità o la frequenta è invitato a scoprire e approfondire la sua vita spirituale, e a viverla secondo la fede e la tradizione che gli sono proprie. La comunità diventa così sia cristiana che interconfessionale e interreligiosa. I valori cristiani diventano valori umani su cui basare e fondare la comunità: al centro c’è il paradigma della lavanda dei piedi e l’esperienza pasquale, cioè la speranza nella vita che rinasce dalla ferita.

Chiara Selvatici*

* Suora Ausiliatrice (si veda nota 1) di voti temporanei, cresciuta nel mondo scout a Imola,
ha incontrato la spiritualità ignaziana negli anni di ingegneria a Bologna. Oggi vive a Roma.

 Note:

1- L’Istituto delle Suore Ausiliatrici delle Anime del Purgatorio è una congregazione religiosa femminile di diritto pontificio di spiritualità ignaziana, fondato nel 1856 a Parigi da Eugénie Smet. Oggi, a 160 anni dalla fondazione, le Ausiliatrici sono circa 500, presenti in 24 paesi in 4 continenti, con una missione molto diversificata che cerca di rispondere in modo creativo ai bisogni della Chiesa e delle diverse società. In particolare, cercano di farsi prossime a quanti sono nella prova e «vivono situazioni di passaggio», come migranti, persone senza dimora, vittime della tratta, ammalati, carcerati, anziani, ma sono anche impegnate nell’accompagnamento umano e spirituale, nella formazione e nella catechesi, nella pastorale giovanile, nei movimenti di promozione della persona e di lotta alle ingiustizie. (www.suoreausiliatrici.it)

2 – Nel 2006 e 2008 Christian Salenson, teologo e direttore dell’Istituto di scienze e di teologia delle religioni di Marsiglia, ha cercato di leggere i principi fondativi de L’Arche alla luce della fede cristiana: C. Salenson, L’Arche. Une spiritualité singulière et plurielle, L’Arche en France, 2009.


La storia de «L’Arche» e dei suoi fondatori

50 anni di accoglienza

«Prima per me non era vita: tutta la giornata in una sala, seduto. Non potevo fare niente, non potevo uscire, non c’erano impegni, occupazioni, niente».

La prima comunità dell’Arca nasce nel 1964 a Troly-Breuil, una piccola cittadina a Nord di Parigi, dove Jean Vanier, incoraggiato dal suo padre spirituale, padre Thomas Philippe, domenicano, invita Philippe e Raphaël, due persone con handicap, a vivere con lui in una piccola casa che chiamerà «L’Arche», l’Arca, nome che ricorda l’arca di Noè, la barca della salvezza, simbolo di sicurezza e di rinnovamento, della prima alleanza tra Dio e l’umanità, e che ricorda anche Maria, definita dai padri della Chiesa come Arca dell’alleanza.

La piccola comunità cresce velocemente accogliendo altre persone disabili, ma anche giovani di tutto il mondo che desiderano conoscere e condividere questa esperienza di vita. La Comunità dell’Arca, iniziata da Jean Vanier, si diffonde presto nel mondo. Già nel 1969, il desiderio di aprire nuove comunità si concretizza nella fondazione di una comunità a Daybreak, vicino a Toronto, in Canada, e in India, a Bangalore.

L’espansione, totalmente inaspettata per Jean, apre l’Arca a nuove culture, nuove lingue, nuove realtà sociali molto differenti da quella francese. Nel 1972 viene quindi creata la Federazione internazionale delle Comunità dell’Arca.

Sorte da un’ispirazione cattolica, dal desiderio di Jean di dare carne al suo percorso spirituale di incontro con il Signore delle beatitudini, le comunità diventano presto luoghi ecumenici e di dialogo interreligioso, luoghi di accoglienza e segni di speranza e di solidarietà.

Nel 2014, l’Arca festeggia i suoi primi 50 anni. Attualmente è presente nei cinque continenti con 149 comunità in 38 paesi1.

Jean Vanier.

Nasce il 10 settembre 1928 a Ginevra, in Svizzera, da una famiglia canadese. Vive la sua infanzia in Canada, nel Regno Unito e in Francia, dove suo padre viene inviato come diplomatico. Pochi giorni prima dell’occupazione nazista, insieme ai suoi quattro fratelli e a sua sorella, scappa da Parigi e, in previsione di una carriera da ufficiale della Marina, volendo seguire le orme del padre George, nel 1941 è ammesso all’accademia navale britannica. All’inizio del 1945 Jean visita Parigi dove suo padre era ambasciatore del Canada e, insieme a sua madre, si prende cura dei sopravvissuti dei campi di concentramento. Il contatto con queste persone, segno di un’umanità ferita, lo tocca profondamente. All’età di diciassette anni diventa ufficiale e si unisce alla Royal Navy. Tre anni più tardi viene trasferito alla Marina canadese, ma, nonostante una carriera promettente, nel 1950 lascia per studiare filosofia e teologia all’Istituto Cattolico di Parigi. Nel 1963 pubblica la sua tesi di dottorato su Aristotele e insegna filosofia all’Università di Toronto. Fondamentale per il cambiamento radicale della sua vita è l’incontro con la sua guida spirituale, padre Thomas Philippe, domenicano, cappellano di un centro per malati mentali a Trosly-Breuil, a Nord di Parigi. Tramite lui conosce la condizione di persone con grave disabilità, «ragazzi che […] si chiedevano “chi sono, perché sono così, perché nessuno mi crede, perché i miei genitori non sono felici che io esisto?”. Persone desiderose di sapere chi vuole loro veramente bene»2. Nel 1964 lascia il mondo accademico per proseguire la sua ricerca interiore e spirituale, compra una piccola casa a Trosly e invita a vivere con lui Raphaël e Philippe, due persone con handicap che vivevano nel Centro di Trosly-Breuil, ma che, abituati a vivere in famiglia, non riuscivano ad adeguarsi alla vita dell’Istituto. Mentre la comunità di Trosly cresce rapidamente, Jean inizia a viaggiare per tutto il mondo: partecipa a dibattiti, conferenze e ritiri, parlando della debolezza, del diritto di essere deboli, raccontando e testimoniando la sua esperienza, rivolgendosi soprattutto ai giovani.

Nel 1968, nell’Ontario, riunisce laici, religiosi e persone con handicap per il primo ritiro di «Foi et Partage», Fede e Condivisione, esperienza che dà origine a comunità, soprattutto in Canada, che si riuniscono e pregano insieme una volta al mese3. Nel 1971, dopo un pellegrinaggio a Lourdes con 12.000 persone, di cui 4.000 disabili, fonda, assieme a Marie Hélène Mathieu, «Foi et Lumière», Fede e Luce, un movimento che riunisce ogni mese gruppi di 20-40 persone con handicap, le loro famiglie e i loro amici, per momenti di amicizia, condivisione, preghiera e festa. Oggi esistono più di 1.500 gruppi di Fede e Luce in 82 paesi, tra cui una sessantina anche in Italia4.

Jean Vanier è molto impegnato anche nella vita della Chiesa e nel dialogo ecumenico: pronuncia il discorso di apertura dell’Assemblea generale del Consiglio ecumenico della Chiesa, a Vancouver, nel 1983, partecipa al Sinodo sulla laicità a Roma su invito del papa, nel 1998 partecipa al Comitato centrale del Consiglio ecumenico della Chiesa a Ginevra ed è invitato dall’Arcivescovo di Canterbury al consiglio dei vescovi della Chiesa anglicana durante la Conferenza di Lambeth.

Numerosi i riconoscimenti per la sua attività nell’ambito della difesa dei diritti umani e dello sviluppo dei popoli. Tra di essi riceve il Premio Internazionale Paolo VI nel 1997, il Pacem in Terris nel 2013, il Templeton nel 2015.

Nel 2000 fonda «Intercordia», un’associazione con lo scopo di offrire ai giovani universitari un anno di «formazione alla pace» mediante un’esperienza interculturale tra i poveri e gli emarginati nei paesi in via di sviluppo5.

Nonostante i suoi 87 anni, continua a fare conferenze e a dare ritiri, principalmente a Trosly. I suoi libri, diffusi in tutto il mondo, sono tradotti in più di 30 lingue6.

Raphaël Simi. Coetaneo di Jean Vanier, nasce nel 1928 a Marsiglia e cresce a Parigi con i suoi genitori, sua sorella e suo fratello. All’età di tre anni, a causa di una meningite e di altre complicanze, perde l’uso della parola e un’emiplegia gli causa problemi di deambulazione. Alla morte dei suoi genitori, nel 1962, viene mandato nella struttura per disabili di Trosly, dove si sente «rinchiuso». Cresce il suo malessere per il distacco dal mondo e dalle relazioni. Nel 1964 accetta l’invito di Jean Vanier ad andare a vivere con lui, insieme a Philippe. Resta in contatto con i suoi fratelli fino alla loro morte. Quando la comunità di Trosly si ingrandisce, nel 1988 chiede di andare a L’Arche di Verpillieres, a Nord di Parigi, per vivere in un ambiente più tranquillo. Fa il postino della comunità ed è sempre disponibile per piccoli servizi e nei laboratori fino alla sua morte, avvenuta il 24 marzo 2003.

Philippe Seux. Nasce nel 1941 a Casablanca, in Marocco. All’età di due anni contrae un’encefalite che gli procura danni cognitivi permanenti. Quando ha 20 anni, sua madre si ammala e, in cerca di cure, si trasferiscono in Francia. Due anni più tardi, nel 1963, alla morte della madre, viene mandato nel Centro per disabili di Trosly. Dopo un anno di sofferenza incontra Jean Vanier che lo invita a vivere con lui. Philippe si trasferisce il 4 agosto 1964. Racconta: «Quando sono arrivato a L’Arche, non c’era l’elettricità, non c’era niente. Si usavano candele per illuminare la casa, era divertente! Mancavano i sanitari e la doccia in bagno. Ho detto “Ok, non c’è problema!”, perché ero felice. Prima per me non era vita: tutta la giornata in una sala, seduto. Non potevo fare niente, non potevo uscire, non c’erano impegni, occupazioni, niente. Ho anche pianto. Non ero a mio agio. Poco a poco tutto poi si è messo in ordine a L’Arche». Nel 1975 si trasferisce a Compiègne, vicino a Trosly, continuando per 10 anni a frequentare i laboratori diui a Trosly. Oggi la sua salute e autonomia sono peggiorate, ma continua a vivere con gioia nella comunità.

C.S.

Note:

1- www.larche.org.
2- J. Vanier, Il sapore della felicità. Alle basi della morale con Aristotele, EDB, Bologna 2002.
3- http://foietpartage.net.
4- www.foietlumiere.org.
5- www.intercordia.org.
6- www.jean-vanier.org.

 


Due comunità crescono

L’Arca in Italia

Il Chicco, la prima comunità italiana, è nata nel 1981 quando Guenda e Anne hanno accolto in una piccola casa a Ciampino, vicino a Roma, Fabio e Maria, bambini con handicap. La storia della casa e della comunità è legata alle parole del Vangelo di Giovanni, 12,20-28: «Se il chicco di grano non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto».

Nel progetto iniziale Guenda e Anne avrebbero voluto accogliere la piccola Chicca che però morì poco prima del trasloco, e in suo ricordo la comunità ha preso il nome Il Chicco. In oltre 30 anni di vita la comunità si è ingrandita e attualmente è composta da tre foyer, Il Chicco, La Vigna e L’Ulivo, che ospitano circa 20 persone con handicap mentale, e un Centro di accoglienza diuo con quattro laboratori: Nido, Universo, Mulino e Natura.

L’Arcobaleno, la seconda comunità italiana, è nata nel 2001 a Quarto Inferiore, in provincia di Bologna, con l’accoglienza di Albertina e Cristina nel primo foyer chiamato Il Cedro. Dopo un anno è stato aperto il laboratorio La Formica per le attività diue, sia per i residenti nella comunità che per gli estei. Negli anni la comunità si è ingrandita con la costruzione di due nuovi foyer, Il Grano, nel 2007, e la Manna, nel 2013, con l’ampliamento del Centro diuo, con la creazione del laboratorio La Tartaruga e, nel 2012, del laboratorio La Civetta.

C.S.