Cinquant’anni di relazioni Italia Vietnam. Stabilità e crescita


Le relazioni con l’Italia risalgono ai primi missionari. Ma l’amicizia è stata rinnovata durante la Guerra contro gli Usa. E poi si è sviluppata sui piani economico e culturale. Ce ne parla la console a Torino.

Civiltà quadrimillenaria, «paese del mito», il Vietnam è rimasto nel cuore e nelle coscienze di più di una generazione di italiani che, al tempo dell’invasione Usa, sono scesi nelle piazze e hanno manifestato per l’indipendenza di quel piccolo, lontano Paese aggredito dalla maggior potenza militare del mondo. Al Vietnam del resto, tutti noi siamo debitori perché il suo popolo ci ha insegnato che «indipendenza e libertà non sono mai merci barattabili».

L’evangelizzazione, primi contatti

Le relazioni dell’Italia con il Paese del Sud Est asiatico hanno radici antichissime. Dal XVII secolo, periodo in cui la Chiesa romana estese l’opera di evangelizzazione al Vietnam meridionale, in particolare, presero avvio rapporti sempre più intensi: nel 1695, Francesco Buzomi, religioso italiano della Compagnia di Gesù, residente nella concessione di Macao, dopo aver udito le impressioni di un viaggiatore portoghese di ritorno dal Vietnam, chiese e ottenne il permesso di stabilirsi in quel luogo per diffondervi le parole del Vangelo.

Nacque così la «Missione cocincinese», la cui data di fondazione può essere identificata con il giorno in cui Buzomi e il suo confratello portoghese, Diego Carvalho, sbarcarono al Porto di Kean, nella regione di Da Nang e celebrarono la loro prima messa. Undici anni dopo, sarebbe sorta, nel Nord del Paese, la «Missione del Tonchino» per opera di un altro italiano, padre Giuliano Baldinotti e di un francese, Alexandre de Rhodes che sarebbe diventato in seguito una figura di grande rilievo nella storia del Vietnam.

A differenza del suo confratello portoghese, che rimase in Vietnam per un solo anno, Buzomi visse nel Paese per oltre vent’anni; fondò numerose parrocchie e si dedicò all’opera di conversione ottenendo la fiducia degli Nguyen, i signori del Sud.

Sebbene all’epoca i religiosi stranieri presenti nell’area fossero per la maggior parte portoghesi – in ragione di una precisa ripartizione della sfera di influenza ecclesiastica che assegnava come territorio di evangelizzazione l’emisfero orientale al Portogallo – Alexandre de Rhodes individuò proprio in padre Buzomi, «il vero apostolo della Cocincina».

Nei primi dieci anni di attività della missione cocincinese, fra i ventuno componenti del clero presenti, si potevano contare dieci portoghesi e cinque italiani. Essi «inventarono» e diedero forma ad una nuova scrittura, il Quoc ngu, trascrizione fonetica della lingua vietnamita in caratteri latini, ancora oggi scrittura nazionale del Vietnam unificato, libero e indipendente.

Tra le figure di maggior spicco nel panorama ecclesiastico troviamo: Francesco de Pina, portoghese giunto nel Sud Vietnam nel 1617, il già citato Alexandre de Rhodes, francese, giunto nel 1624 – che apprese la lingua vietnamita proprio da de Pina – e l’italiano Cristoforo Borri (1583-1632), originario di Milano, che si stabilì nel Paese nel 1618 e visse prevalentemente a Nuoc Man (Regione di Binh Dinh).

A quanto pare, quest’ultimo aveva una particolare attitudine allo studio delle lingue. Contrariamente a de Rhodes che confessava di essere particolarmente scoraggiato di fronte alla complessità della fonetica vietnamita, simile al «cinguettio degli uccellini», Borri entrò in immediata sintonia con i toni e le ricche sonorità della lingua locale. Scriveva infatti: «La lingua vietnamita, con le sue numerose vocali, è soave e dolce ed essendo altresì ricca di toni e suoni, è melodiosa e armoniosa. Ritengo che, per tutti coloro che possiedono orecchio musicale e riescono a distinguere la differenza di toni e suoni, la lingua vietnamita sia in assoluto la più facile da apprendere».

Evidentemente, i missionari occidentali, nell’inventare il Quoc ngu, perseguivano il fine dell’evangelizzazione; tuttavia questa scrittura in caratteri latini avrebbe assunto un ruolo determinante nella storia e nella vita culturale del Vietnam. Ancora oggi, a oltre quattro secoli dal suo impiego in seno alla comunità vietnamita, non ci si è ancora resi pienamente conto del grande significato e della portata storica di tale evento. Occorre dire che, nel momento in cui la Chiesa portoghese non poté più assicurare la «propaganda» religiosa in Asia orientale, in seguito alla creazione della Société des missions étrangères, sorta nel 1668, furono i missionari francesi a concentrare nelle proprie mani la gestione dell’evangelizzazione in Vietnam, opera che assunse di fatto il significato di attività preliminare alla dominazione coloniale francese.

Modernità

Oggi, nel centro del Sud Est asiatico, il Vietnam è in rapido sviluppo economico. Uno sviluppo, anche culturale e umano, che il Paese vuole durevole e sostenibile. Prosegue un’esperienza sociale ed economica di grande interesse, con la crescita delle sue variabili macroeconomiche (dai flussi di import export all’attrazione di investimenti stranieri). A fronte di un avanzamento della sua popolazione, è divenuto un partner ambito e affidabile dell’Occidente. Ha senso pertanto oggi avvicinarsi, conoscere e visitare questo Paese per cercare di cogliere la sempre più articolata complessità di questo universo in transizione, poiché le impressioni vaghe e talvolta pregiudizievoli – di cui, da sempre, questo Paese è oggetto -, non si addicono al Vietnam, né alla sua gente, un popolo, come recita un antico adagio vietnamita, «che non smette di crescere». E, per avvicinarci a questo affascinante e orgoglioso Paese è inevitabile risalire al passato, per scovare le radici lontane di quella realtà che, di mutamento in mutamento, ha costituito, seppure sotto diverse denominazioni, l’odierno Vietnam.

Il cinquantenario

Quest’anno si celebra il 50° anniversario delle relazioni Italia-Vietnam. La ricorrenza segna un nuovo, importante tassello nella storia del rapporto fra i due Paesi. Le relazioni diplomatiche vivono oggi una stagione di grande intensità. L’Italia fu uno dei primi Paesi europei a stabilire relazioni diplomatiche ufficiali con il Vietnam (23 marzo 1973), nonostante l’orientamento della politica americana – volta allora a isolarlo dal contesto internazionale -, così come, nei lunghi anni dell’embargo statunitense, fu tra i primi Paesi a fornire aiuti.

Negli anni della cosiddetta «guerra americana», l’Italia fu protagonista di una vasta ondata di solidarietà a favore della popolazione vietnamita; il sostegno di quel tempo ha forgiato i sentimenti di amicizia e la volontà di scambio e cooperazione che ancora oggi legano la penisola italiana al Vietnam.

Nel corso dei cinquant’anni trascorsi, le relazioni si sono costantemente sviluppate e sono giunte oggi al culmine del consolidamento. Il partenariato strategico siglato nel 2013, ha sancito una nuova fase del comune percorso e ha determinato non solo il punto d’arrivo di un rapporto antico e fecondo, ma altresì l’esordio di nuovi scenari nelle relazioni bilaterali. Nel quadro della cooperazione economico-commerciale bilaterale, le istituzioni vietnamite hanno avviato efficaci collaborazioni con vari ministeri, enti e istituzioni italiane.

Accanto all’intensificazione delle relazioni diplomatiche ed economiche, nel corso di questi 50 anni, si è assistito, inoltre, allo sviluppo delle relazioni culturali e scientifiche fra i due Paesi.

In questo contesto, nel 2013, furono siglati memorandum d’intesa e programmi di azione in materia di cooperazione tra i due governi, nell’ambito dell’istruzione, della formazione e della ricerca scientifica. Negli ultimi anni, questi settori, hanno registrato importanti sviluppi e lo scambio in ambito accademico, scientifico e culturale, si è fortemente incrementato.

Tali risultati sono frutto di visite istituzionali, missioni ufficiali e tavoli di lavoro che i due Paesi hanno messo in atto dando prova di una cooperazione ad ampio raggio e di un dialogo costruttivo.

Gli aspetti più importanti di questo comune percorso hanno riguardato altresì la sicurezza: la collaborazione tra i rispettivi ministeri della Difesa, ad esempio, si è incentrata anche sull’elaborazione di strategie per garantire la sicurezza marittima, mantenere la pace e la stabilità nella regione Asean (Associazione delle nazioni del Sud Est asiatico).

Si tratta, per il Vietnam, di una questione antica, ma di grandissima attualità dal punto di vista geopolitico, strategico, e giuridico. Il Mare orientale (Mar cinese meridionale, ndr) – quel «Mediterraneo d’Oriente» su cui si affaccia il Vietnam – è divenuto infatti uno dei grandi polmoni dell’economia mondiale.

Nazione in crescita

In un contesto di crisi globali, sfide climatiche e ambientali, epidemie e guerre, il Vietnam continua a mantenere la sua crescita grazie al rispetto dei principi essenziali del diritto internazionale, della carta delle Nazioni Unite, degli interessi nazionali e del suo popolo. È oggi un paese che mantiene una certa stabilità macroeconomica e promuove la crescita della nazione, aumentando le esportazioni e sostenendo nel contempo lo sviluppo a lungo termine.

Il Vietnam intende oggi preservare un ambiente pacifico, proteggere la sua indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale e migliorare la sua posizione internazionale.

Il 2022 è stato un altro anno di successo per il Vietnam che, negli ultimi trent’anni, ha ottenuto notevoli risultati, permettendogli di costruire una rete diversificata di partenariati globali e strategici per mantenere un alto livello di sviluppo socio-economico e guadagnare prestigio a livello regionale e internazionale. Fra questi, il partenariato siglato dall’Italia e altre nazioni. Oggi il Vietnam continua a promuovere la sua partecipazione attiva e responsabile e a offrire i suoi contributi a importanti organizzazioni multilaterali come le Nazioni Unite, l’Asean, l’Apec (Asia-Pacific economic cooperation).

Nel corso del 2022, il Paese è stato eletto a molti incarichi da importanti organizzazioni internazionali, tra cui quelli di vicepresidente della 77a sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e di membro del Comitato intergovernativo dell’Unesco per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale per il mandato 2022-2026.

La diplomazia economica da parte del Vietnam ha contribuito a mantenere la stabilità macroeconomica promuovendo la crescita economica della nazione, aumentando le esportazioni e attingendo a varie risorse esterne, sostenendo nel contempo la riforma economica e lo sviluppo a lungo termine.

La società vietnamita del terzo Millennio

Il Vietnam è poco più grande dell’Italia ma ha una popolazione di circa cento milioni di abitanti. Un popolo giovane, colto e laborioso. La società vietnamita è estremamente aperta e ricettiva al cambiamento; è inoltre la più ottimista del mondo (secondo la Gallup international). Sono oggi emerse nuove classi e nuovi ceti e il contrasto tra città e campagna ha assunto moderni connotati. Nonostante i risultati raggiunti, sono numerose le sfide che il Paese deve ancora affrontare, come ad esempio nel campo della qualificazione professionale. È pur vero che il partito comunista vietnamita, evitando di contrapporre modernità e tradizione ed evocando la società civile in ragione della sua conclamata coesione, insiste su temi come la «socializzazione culturale», la solidarietà, il comune interesse nel contesto dello sviluppo economico della nazione e, così facendo, per certi aspetti, solletica l’orgoglio nazionale.

I principali tratti del discorso ufficiale, pur nell’interesse della collettività, puntano sulla promozione dell’individuo e sulla sua unicità: per mantenere l’alto grado di fiducia che la popolazione gli riserva, lo stato-partito deve oramai recepire e adattarsi alle nuove aspettative e alle nuove costruzioni identitarie e simboliche della comunità nel suo insieme. Il Paese è destinato a divenire il centro di gravità nell’Asia del sud est, hub strategico per commercio e business nonché punto nevralgico delle relazioni internazionali. Posta di fronte a precise scelte, pur nell’attuale prosperità, la nazione vietnamita (che con l’adozione della politica del Doi Moi ha mostrato di saper affrontare le incognite dello sviluppo), deve inoltre confrontarsi con una congiuntura mondiale particolarmente complessa. Del resto, è difficile mettere in discussione la leadership del partito che è riuscito a ridare dignità internazionale, indipendenza, unità e crescita al paese.

Prospettive di cooperazione

La salda amicizia che lega Italia e Vietnam è cresciuta sia sul piano della cooperazione sia sul piano istituzionale, sino alla ratifica del partenariato strategico nel 2013. Essa si è via via intensificata sino a coprire, accanto ai tradizionali ambiti economici, turistici e culturali, nuovi settori: dall’economia verde a quella digitale e altro ancora. Nel corso di questi cinquant’anni sono stati raggiunti numerosi traguardi al punto che, oggi, il Vietnam è il principale partner commerciale dell’Italia tra i Paesi dell’Asean mentre l’Italia è il quarto partner commerciale del Vietnam tra i Paesi Ue. Basti soltanto considerare che nel 2022, nonostante le difficoltà dovute alla pandemia, l’interscambio commerciale bilaterale ha raggiunto quota 6,2 miliardi di dollari, in crescita dell’11% rispetto all’anno precedente.

Il Vietnam è un Paese che non evoca più soltanto la memoria di una lunga guerra ma si compone di una realtà complessa, affascinante e dinamica.

Sandra Scagliotti*

 *Docente di storia e letteratura del Vietnam all’Università di Torino, e visiting professor presso università in Canada, Francia e Vietnam; cofondatrice del «Centro studi vietnamiti», cofondatrice della «Camera di commercio Italia-Vietnam»; cofondatrice della «biblioteca di studi vietnamiti Enrica Collotti Pischel»; è console onorario del Vietnam a Torino.


Nota: in un prossimo numero, approfondiremo con il contributo di un collaboratore dal Paese.

 

 




«La fotografia della Consolata»


Dal bollettino del santuario condividiamo – nello stile originale – il racconto di come sia stata realizzata la prima «esatta riproduzione» del quadro della Madonna tanto amata a Torino e poi considerata fondatrice dei missionari e missionarie che da lei prendono il nome.

Coll’animo pieno di gioia diamo ai nostri lettori la bella notizia, e la stampiamo in capo al periodico: ben presto, fra una quindicina di giorni al più, i divoti di Maria potranno contemplare, ammirare, possedere la vera fotografia della Madonna della Consolata.

– Oh come mai! – chiederà taluno stupito a quest’annunzio – non esisteva già la riproduzione esatta della cara e venerata Immagine? A centinaia, a migliaia corrono tuttodì i lavori litografici, eliotipici, fotografici con l’epiteto di vera effigie di Maria SS. della Consolata: tra tutti questi non avremo la copia genuina del quadro miracoloso? –

Domanda naturalissima, alla quale rispondiamo: – Esisteva e non esisteva. – Un po’ di storia spiegherà per noi. Il desiderio di avere riprodotta, di portar via con sé la soave figura della Vergine Consolatrice è antico, crediamo, quanto antica è la divozione alla Celeste Patrona di Torino e del Piemonte. Ma parecchi erano gli ostacoli che si opponevano al compimento del pio desiderio. L’antichità del quadro, il conseguente affievolimento dei colori, la sua posizione, la gelosa custodia in che era tenuto, tutto si opponeva, tutto concorreva a renderne difficile, quasi impossibile la esatta riproduzione a mano libera. Ma non per questo ristavano i divoti dal provare e riprovare. L’invenzione ed il primo perfezionarsi dell’arte fotografica parvero schiudere finalmente l’adito alle speranze più fondate, e non mancò chi tosto s’accingesse all’opera.

Nel 1872 il Direttore dell’Ospizio delle Suore Cieche di S. Paolo a Parigi, ottenuta una grazia segnalatissima ad intercessione di Maria Consolatrice (Vedi N. 6 del Periodico), ne fa fotografare, col permesso dell’Arcivescovo di Torino, la divota Immagine dall’avv. Pietro Ferdinando Giani; porta una copia della fotografia con sé a Parigi; un’altra è umiliata ai piedi di S. S. Pio IX, che, graditala, di suo pugno vi scrive su parole di benedizione e di lode agli autori. Di questa prima prova, quantunque infelicissima, a migliaia andarono a ruba le copie.

Nel 1879 il Rettore del Santuario, Canonico Bartolomeo Roetti di v. m., per ottenere un risultato migliore, dà incarico di un nuovo tentativo di riproduzione al fotografo distintissimo signor Berra, che, quantunque armato di apparecchi buoni e di migliore volontà e valore artistico, non riesce purtroppo nell’intento. L’antichità, come dicemmo, del quadro, la debolezza delle tinte, i colori antifotogenici che abbondano nel dipinto, il poco o nessun distacco dei panneggiamenti dallo sfondo, fecero sì che nel fototipo (lastra negativa) non si ebbe che una figura molto indeterminata, disturbata da una grande quantità di macchie e macchiette tanto da parere, diremmo una ragnatela. Furono perciò necessari molti ritocchi, i quali resero la riproduzione fotografica, che è quella attualmente in commercio, molto lontana dal vero.

Il desiderio dei divoti rimaneva perciò vivissimo ed a soddisfarlo finalmente ha pensato e provvisto l’attuale Rettore, invitando a ritrarre la taumaturga effigie l’egregio avvocato Secondo Pia, che i numerosi e insuperabili lavori artistici e l’insperata riproduzione della SS. Sindone resero conosciutissimo ed ammirato dagli intelligenti e dal popolo.

Ed egli vi si accinse con tutto l’amoroso zelo e l’accurato studio che la nobiltà e la difficoltà dell’impresa richiedevano, e, come già per la SS. Sindone, senza altro corrispettivo che la riconoscenza dei divoti, le cui preghiere gli attireranno, siam certi, le più elette benedizioni della Consolata.

Di due sorta erano le difficoltà che gli stavano di fronte: l’illuminazione conveniente del quadro; le tinte poco fotografabili.

A vincere la prima, col permesso di S. E. l’Arcivescovo, rotti i sigilli alla presenza dei testimoni, la miracolosa effigie fu tolta dalla sua cornice d’argento e posta in un ambiente ad arte illuminato, inondato di luce gialla. Chi non è dentro le segrete cose dell’arte fotografica non potrà mai immaginarsi quante cure e minuziose attenzioni siano richieste per evitare su di un quadro antico da ritrarre i riflessi, le luci false, la disuguaglianza d’illuminazione che si deve produrre sulle sue diverse parti.

A vincere la seconda, invece delle lastre fotografiche ordinarie (sulle quali certi colori producono effetti esagerati, altri troppo deboli, altri contrari affatto all’impressione che fanno nell’occhio) furono adottate quelle di invenzione recentissima dette ortocromatiche, le quali ricevono l’impressione delle tinte con la stessa intensità graduale e con la stessa tonalità con cui l’occhio le percepisce, non dànno assolutamente, per questo lato, effetti falsi, non richiedono ritocchi lunghi e delicati sul fototipo.

Con la stessa macchina che servì per la SS. Sindone, producente fotografie di cm. 60 x 50, si fecero parecchie pose, nessuna delle quali richiese meno di quattro ore di esposizione; e finalmente, dopo un assiduo lavoro di più giorni, si riuscì ad ottenere una copia fotografica così buona da superare le aspettative degli intelligenti. L’avvocato Secondo Pia, fotografo della Sindone, sarà anche d’ora innanzi il fotografo della Consolata!

Tra l’una posa e l’altra la cara effigie venne sempre ricollocata alla venerazione dei fedeli, che con le loro preghiere, senza saperlo, hanno certamente concorso alla felice riuscita del difficile lavoro.

Ed ora, data la bella notizia, non ci rimane che coronarla con un augurio.

La figura, fedelmente ritratta della nostra dolce e soave Consolata, presto entri in tutte le case, in tutti gli istituti, in tutte le famiglie, in tutte le camere della città e della campagna, nel Piemonte, nell’Italia, e porti seco la benedizione materna di Maria. Affissandosi in Lei ritrovi ciascuno la forza del bene, la consolazione nel dolore, la speranza vivace del Paradiso!

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Abbiamo riportato alla lettera il testo come pubblicato sul periodico «La Consolata» nel numero di dicembre del suo primo anno di vita, il 1899.
È una pagina davvero speciale di storia della fotografia, ma soprattutto di amore alla
Consolata.

Il testo non è firmato, ma il direttore della rivista è il canonico Giacomo Camisassa, con l’aiuto di Gilardi Antonio, gerente responsabile.

a cura di Gigi Anataloni

 




Un missionario medico per amore


Dopo due anni di attesa e rinvii a causa della pandemia, il missionario comboniano è stato finalmente riconosciuto beato il 20 novembre scorso, durante una celebrazione eucaristica nella sua missione di Kalongo, nel nord dell’Uganda. Il suo nome compare ora nella schiera di Santi e di Beati che la Chiesa già venera.

Medico missionario comboniano, spese la sua vita a servizio degli ultimi facendosi interprete del Mandatum novum conferito da Nostro Signore agli Apostoli duemila anni fa. Fonte inesauribile di idee e di iniziative, padre Giuseppe Ambrosoli (1923-1987), oltre che interlocutore mai banale e generoso di spunti e suggestioni, non temeva di parlare della morte, ma lottava per tenerla lontana dai suoi pazienti, sfidando ogni sorta di malattia. Per lui la medicina era un modo concreto per rendere intelligibile la Buona Notizia e, da questo punto di vista, la testimonianza da lui manifestata in sala operatoria o in corsia era, a dir poco, strabordante.

Appassionato del Regno di Dio, era pienamente consapevole delle proprie responsabilità. Emblematico è quanto egli scrisse ai suoi cari: «Le persone devono sentire l’influsso di Gesù che porto con me; devono sentire che in me c’è una vita soprannaturale espansiva ed irradiantesi per sua natura».

Il servizio agli ammalati per lui era una modalità di annuncio altrettanto nobile e necessaria quanto quella della predicazione. Come ha scritto pertinentemente di lui padre Arnaldo Baritussio, postulatore della sua causa: «Padre Ambrosoli ha certamente contribuito a inserire a pieno titolo il servizio medico nella prassi evangelizzatrice, che allora era soprattutto intesa come annuncio attraverso la Parola e i sacramenti in vista della fondazione di una Chiesa locale. Pur senza mettere in discussione questa opzione di fondo, ha contribuito con l’offerta della sua professionalità medica ad allargare il concetto e la realtà dell’annuncio. Il servizio agli ammalati è una modalità di annuncio altrettanto nobile e necessaria quanto quella della predicazione».

Medico e missionario

Nato il 25 luglio 1923 a Ronago, in provincia di Como, era uno dei figli del fondatore dell’omonima azienda del miele. Dal 1942 al 1950, il giovane Ambrosoli completò la sua formazione classica e professionale e pose le basi di una solida spiritualità che aveva già avuto modo di manifestarsi nell’apostolato tra i giovani dell’Azione Cattolica.

Con grande zelo, si iscrisse alla facoltà di medicina con il desiderio di partire per la missione: «Dio è amore, c’è un prossimo che soffre ed io sono il suo servitore»,  spiegò ai propri familiari.

Nel 1949 fece visita al superiore dei Comboniani di Rebbio (Como) con l’intento di mettere a servizio della missione ad gentes la sua qualifica di medico. Ricevuto l’assenso, chiese un periodo di riflessione prima di decidere definitivamente di entrare nella congregazione. Conseguita la specializzazione in medicina tropicale al «Tropical Hygiene» di Londra, con entusiasmo e senza rimpianti, si lasciò alle spalle l’agio della condizione familiare e una carriera medica che si prospettava brillante in patria.

Fece il suo ingresso nel noviziato comboniano di Gozzano, in provincia di Novara, il 18 ottobre 1951, e quattro anni dopo, il 17 dicembre 1955, venne ordinato sacerdote dall’allora arcivescovo di Milano e futuro papa Giovanni Battista Montini. Questo periodo segnò propriamente il completamento della formazione religiosa e teologica di padre Ambrosoli.

Uganda

Il 10 febbraio del 1956 partì per l’Uganda, con destinazione Gulu, capoluogo dei territori nord del Paese. Da qui si trasferì a Kalongo nell’East-Acholi, mentre seguiva e terminava gli studi dell’ultimo anno di teologia al seminario intervicariale di Lachor a Gulu. Il suo servizio missionario si svolse in quella porzione del popolo Acholi che occupava l’estremo Est dell’attuale arcidiocesi di Gulu.

La geografia di quelle terre, è bene rammentarlo, è anni luce distante dal nostro immaginario non foss’altro perché rappresenta un unicum all’interno della stessa Africa subsahariana. Stiamo parlando dell’Uganda settentrionale, un’immensa pianura ondulata, con un’estensione di circa 50mila chilometri quadrati, rotta di quando in quando da qualche boscaglia e da montagne rocciose che si ergono maestosamente e danno un’immagine plastica a un paesaggio in cui il cielo equatoriale sembra abbracciare tutto ciò su cui veglia.

L’altitudine media di questo territorio si aggira attorno ai mille metri sul livello del mare, ma questo non impedisce che sia una delle zone più calde dell’Uganda. A settentrione la pianura s’innalza leggermente verso le montagne di Ogoro e di Paloga, che servono come confine naturale con il Sudan meridionale; si tratta di alture che un tempo venivano utilizzate come rifugio dai ribelli. Il paesaggio è comunque seducente agli occhi di qualunque viaggiatore. Vi sono immense savane, nella stagione delle piogge, dall’erba altissima, con qualche boscaglia in cui è possibile trovare refrigerio quando il sole è allo zenit.

Kalongo

È proprio nel settore orientale di questo territorio, a valle di un’enorme e suggestiva spina vulcanica di granito con un dislivello di 500 metri, il monte Oret, che si erge la piccola e ospitale cittadina di Kalongo. è qui che padre Ambrosoli trascorse il resto della sua vita, esattamente 31 anni, dal 19 febbraio 1956 al 13 febbraio 1987.

Quando vi giunse, trovò un piccolo centro di maternità e un dispensario che trasformò in un vero e proprio ospedale. Nel 1959 fondò, sempre a Kalongo, con l’aiuto della consorella comboniana suor Eletta Mantiero, la Scuola per ostetriche e infermiere. Nel 1972 poi, si fece carico anche dei lebbrosari di Alito e Morulèm.

Gli unici intervalli in cui si assentò da Kalongo, furono i brevi periodi rappresentati dalle vacanze, spesso trasformate in autentici tour de force per accrescere le sue molteplici competenze nel campo chirurgico e procurare fondi per il complesso ospedaliero. La comboniana suor Caterina Marchetti descrive così una giornata di lavoro di padre Ambrosoli: «Incominciava con la sala operatoria verso le 7.30 del mattino e finiva alle 13.30 e a volte anche oltre. Rientrava per il pranzo; poi una breve pausa di riposo e quindi in dispensario a visitare gli ammalati fino alle 8 di sera. Subito dopo rivedeva gli operati della mattina e poi andava a cena. In seguito lo si vedeva recitare il rosario camminando nel cortile della missione, poi andava in chiesa dove rimaneva parecchio tempo. Prima di andare a letto rivedeva i conti o scriveva lettere. Le sue ore di sonno erano molto poche. Spesso di notte lo chiamavamo in maternità per emergenze di ostetricia. Uno si domanda come facesse, anche perché molto tempo lo dedicava alla preghiera».

Aneddoti

La fama di questo medico missionario si diffuse un po’ ovunque, non solo in territorio Acholi, ma anche tra altri gruppi etnici della regione come i Lango, i Kuman e i Teso. A questo proposito sono numerosi gli aneddoti che ne descrivono la popolarità.

Chi scrive, ad esempio, una volta ricevuta l’ordinazione diaconale, nel maggio del 1985, un giorno si recò per impartire i battesimi in un villaggio, nei pressi del lebbrosario di Alito, a un folto gruppo di catecumeni. Il primo di loro pretese di essere battezzato con il nome di «Doctor Ambrosoli». All’obiezione se non fosse più conveniente essere chiamato «Giuseppe», si oppose strenuamente perché era stato il «Doctor Ambrosoli» a salvargli la vita nel suo ospedale. Sta di fatto che da quelle parti sono molti coloro che portano quel nome.

Ciò che colpiva maggiormente i pazienti di Kalongo era la straordinaria capacità di padre Ambrosoli di infondere speranza. Non si trattava di semplice coerenza professionale, ma di una partecipazione totale, dal profondo del proprio essere, a quello che stava testimoniando, tanto da suscitare nella gente un religioso rispetto nei suoi confronti. D’altronde era un contemplativo con l’anima e con il cuore.

«Ajwaka Madid»

Inizialmente venne soprannominato «Ajwaka Madid», lo «stregone bianco». Poi, per la sua carica spirituale, venne chiamato «medico della carità».

Il servizio missionario di padre Ambrosoli venne scandito da diversi avvenimenti che segnarono positivamente e anche tragicamente la storia d’Uganda della seconda metà del Novecento. Visse infatti la parte finale della stagione coloniale britannica, a cui seguirono l’indipendenza, l’ascesa al potere di Milton Obote, l’avvento del dittatore Idi Amin Dada, il ritorno di Obote e l’ascesa dell’attuale presidente Yoweri Museveni.

Gli ultimi anni della sua vita furono segnati in particolare dalla guerriglia di cui ancor oggi il nord Uganda conserva profonde ferite.

Proprio in seguito ai ripetuti scontri tra forze governative e fazioni ribelli, il 13 febbraio 1987, fu costretto a evacuare l’ospedale di Kalongo. Si pose allora per lui la questione più spinosa: quella di trovare un posto conveniente alla sua creatura più amata: la scuola per ostetriche e infermiere. Sottopose così la sua salute, già gravemente compromessa, a sforzi enormi che, alla fine, lo condussero alla morte per insufficienza renale.

Il pomeriggio del 27 marzo 1987 si spense a Lira, 44 giorni dopo essere stato costretto ad abbandonare la sua Kalongo.

1958, Kalongo, padre Giuseppe Ambrosoli con le allive della scuola infermiere e suore Comboniane

Il miracolo

Com’è noto, per la beatificazione è necessario il miracolo, vale a dire il sigillo che la Chiesa affida a Dio per proporre il suo servo come intercessore ed esempio per la sua congregazione, per la Chiesa locale che l’ha visto nascere, e poi per quella comunità che l’ha accolto nell’adempimento della sua missione, l’ha visto morire e ne ha poi conservato il corpo e la memoria.

Di guarigioni e cure straordinarie padre Ambrosoli ne aveva ottenute in vita, ma quella che canonicamente è stata riconosciuta come un vero e proprio miracolo dalla Chiesa è quella avvenuta nel 2008 nell’ospedale di Matany, nella regione del Karamoja, nell’estremo nord est dell’Uganda, che ha coinvolto una giovane mamma di 20 anni, Lucia Lomokol di Iriir.

La donna, perso il figlio che portava in grembo, stava per morire di setticemia. Dal punto di vista clinico, non c’erano più speranze di salvarla. Ma il medico che la stava seguendo, Eric Dominic, di origini torinesi, le mise sul cuscino l’immagine di padre Ambrosoli e chiese ai familiari di invocare «il grande dottore». La mattina dopo Lucia apparve come rinata.

L’allora vescovo di Moroto, monsignor Henry Apaloryamam Ssentongo, sotto la cui giurisdizione si trovava la parrocchia di Matany, venuto a conoscenza del fatto, volle che si raccogliesse tutta la documentazione per sottoporla allo studio della Congregazione delle cause dei santi.

Così il 17 settembre 2010 iniziò il processo del presunto miracolo. Vennero convocati i testimoni presenti al fatto, oltre a due medici specialisti e due periti. Raccolta anche tutta la documentazione clinica, il processo si concluse positivamente quasi un anno dopo a Moroto, il 21 giugno 2011. Successivamente, questa guarigione venne decretata come «straordinaria e inspiegabile» dalla commissione medica istituita dalla Congregazione per le cause dei santi.

Una scelta d’amore

Un medico che lavorò fianco a fianco con padre Ambrosoli, ha scritto questa testimonianza: «Egli può essere considerato una figura radicalmente esemplare: non tanto per la sua bravura e polivalenza chirurgica, né per la sua capacità organizzativa e gestionale, e neppure per la scelta degli “ultimi”, come si usa dire oggi. Nonostante tutto ciò rimanga innegabilmente vero, è soprattutto per aver fatto una scelta di servizio e quindi di amore, supportata da una forte capacità organizzativa, che la sua figura diviene esemplare. La sua fu una scelta operata non per vanagloria o smania ascetica e autorealizzativa, quanto invece per rispondere, in umiltà e ubbidienza, quindi “negando se stesso”, a un invito di amore e di servizio basato sulla fede che è come attuazione del comandamento divino di “amare il prossimo”». Questo è l’elemento fondamentale che, secondo il postulatore della causa, padre Baritussio, conferisce all’opera di padre Ambrosoli un significato universale: «Accessorio e accidentale è il fatto che tutto questo egli lo abbia realizzato in un ospedale della savana africana. Essenziale invece, è che tale scelta di servizio “tecnico”, basata sulla fede come adesione operativa al Padre celeste, egli l’abbia realizzata integrandola direttamente in una prospettiva pastorale: carità al servizio del Vangelo ossia al servizio di un “annuncio di salvezza”. Questa è la ragione per cui padre Ambrosoli, nel suo operare, non è rimasto succube di una contraddizione tra sacerdozio e professione, ma ha saputo utilizzare l’una a vantaggio dell’altra realizzando tra le due una perfetta integrazione al servizio dell’uomo in un’ottica di fede».

L’ospedale vive

L’opera del beato Ambrosoli ha trovato un felice prosieguo nell’impegno profuso da un altro medico missionario, padre Egidio Tocalli (che riaprì l’ospedale nel 1990) e dalla Fondazione Ambrosoli, costituita nel 1998 dai suoi familiari e dai comboniani. Motivo per cui ancora oggi i pazienti di Kalongo non possono fare a meno di dire: «Apwoyo, Brogioli», grazie padre Ambrosoli. Una testimonianza, la sua, di fedeltà all’ideale comboniano di «salvare l’Africa con l’Africa».

Giulio Albanese

Tomba del beato nel cimitero di Kalongo




Sud Sudan. È il tempo dei fatti


Dopo il Congo, papa Francesco è andato in Sud Sudan, insieme all’incaricato della Chiesa di Scozia, Iain Greenshields, e all’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby. Un viaggio progettato da tempo, ma che era stato rimandato per motivi di sicurezza.  Monsignor Carlassare, comboniano, vescovo di Rumbek, ci racconta le sue impressioni.

Monsignor Christian Carlassare, missionario comboniano, classe 1977, lavora in Sud Sudan dal 2005. È stato nominato vescovo di Rumbek da papa Francesco nel marzo 2021. Il 25 aprile dello stesso anno ha subito un attentato nel quale è stato ferito alle gambe. Ha potuto ricevere l’ordinazione vescovile solo un anno più tardi.

A Rumbek succede a monsignor Cesare Mazzolari, anche lui comboniano, molto amato dalla gente, deceduto nel 2011.

Monica Moser in Sud Sudan. Archvio M. Moser.

Monsignor Carlassare ci parli della sua diocesi di Rumbek. Quali sono le principali difficoltà, ma anche le sfide e i segni di speranza?

«La diocesi di Rumbek ha le stesse le stesse ferite che il Paese ha sofferto a causa della guerra e del conflitto che si è protratto anche dopo l’indipendenza (2011). La violenza ha marcato profondamente le relazioni sociali di questo Paese durante decenni, e non è facile essere fermento di cambiamento neanche per la Chiesa. Ci si aspetterebbe, infatti, che la Chiesa fosse una comunità di fede che sia lievito per la massa. Anche Gesù, in un momento di frustrazione, aveva raccomandato ai discepoli di guardarsi dal lievito dei farisei.

Ecco, anche la comunità cristiana, piccola e fragile, vive le sue contraddizioni che sono spesso le stesse della gente: la fatica nel dialogo e nella comunione, specie quando ci sono interessi di gruppo in conflitto con altri; l’accettazione supina dell’idea che “vince il più forte”, alla quale tutti si accodano, la paura di programmare il futuro preferendo vivere alla giornata.

In particolare, la Chiesa in Sud Sudan vive la sfida della nuova evangelizzazione, nel senso che, pur avendo sentito parlare di Gesù Cristo, in verità molta gente non ne conosce l’insegnamento, o lo conosce solo superficialmente, senza aver fatto esperienza concreta di Lui e di vita cristiana.

Oltre ad alcune idee, c’è bisogno di più prassi insomma. Mentre invece la gente rimane prevalentemente legata alle proprie categorie culturali e non si lascia facilmente interrogare dal Vangelo.

La Chiesa viene spesso vista più come un’agenzia umanitaria che parla di Dio, piuttosto che come una comuità di fede che propone una trasformazione della società dal suo interno.

L’aspetto più positivo è che la Chiesa in Sud Sudan, come nel resto dell’Africa, non è ferma, ma in cammino. È in divenire. E il futuro appare molto più luminoso del passato.

C’è speranza insomma. Una speranza riposta in comunità cristiane formate in gran parte da giovani. Le nostre assemblee domenicali sono frequentate per il 90% da giovani sotto i vent’anni. Si capisce allora che le comunità cristiane non possono essere molto stabili, non sono poggiate sulle forti fondamenta dell’esperienza e saggezza della vita adulta. Allo stesso tempo, però, la presenza di tanti giovani che cercano nella Chiesa identità, dignità e opportunità, ci fa scommettere nel futuro».

monsignor Christian Carlassare in Sud Sudan durante la visita del papa. Archivio C. Carlassare

Missione istruzione

«La popolazione della nostra diocesi arriva a un milione e duecentomila persone. Calcoliamo che solo duecentomila sono cattoliche. Il territorio è grande quanto il Nord Italia, ma le missioni-parrocchie sono solo sedici. Ogni parrocchia copre un territorio vastissimo con molte cappelle (fino a quaranta), e queste sono tutte seguite da agenti pastorali laici e catechisti.

La diocesi conta quasi trecento catechisti, che non sono semplici insegnanti di catechismo, ma vere e proprie guide delle comunità cristiane.  Abbiamo nove preti diocesani, venti preti religiosi e sette fratelli di sei istituti missionari, oltre a trentadue suore di nove istituti religiosi. C’è molta ricchezza di carismi e creatività, e di questo sono molto contento e orgoglioso.

Tra le altre cose, la diocesi è molto impegnata nel campo dell’istruzione a partire dalle scuole dell’infanzia e primarie fino alle scuole secondarie e università. È da ricordare che in Sud Sudan solo il 20% dei bambini in età scolastica ha accesso a una scuola primaria. E solo il 6% a una scuola secondaria.

L’analfabetismo regna ancora sovrano. Inoltre, le bambine non godono delle stesse opportunità dei loro coetanei maschi. Molte bambine non riescono a finire la scuola primaria, spesso anche a causa di matrimoni combinati, e solo l’1% accede alle scuole superiori. Quindi, oltre ai programmi di istruzione ordinari, abbiamo anche centri di apprendimento accelerato per adulti, con lo scopo principale di valorizzare la donna e chi non ha potuto frequentare la scuola in età scolastica.

Ultimamente stiamo cercando di introdurre anche scuole dedicate all’insegnamento di arti e mestieri, sia con corsi professionali che tecnici. Abbiamo anche centri di formazione per maestri e un corso all’università per preparare insegnanti per le scuole superiori.

C’è il desiderio forte di favorire la formazione integrale delle persone perché attraverso l’istruzione possano esprimere la propria identità e dignità».

In sintesi, qual è la situazione attuale del Paese? Secondo lei, la visita di papa Francesco con il moderatore generale della Chiesa presbiteriana scozzese Greenshields e l’arcivescovo anglicano Welby, ha dato un reale impulso al processo di pace?

«In generale direi che ci troviamo davanti a un Paese non solo povero, ma profondamente impoverito dal conflitto interno che si è protratto dal 2013 al 2019, e dallo stato di continua insicurezza e instabilità in cui versa. Un Paese dove le istituzioni sono fragili e non sempre dalla parte della popolazione, soprattutto la più vulnerabile.

La visita a inizio febbraio è stata un momento di grande gioia per tutto il Paese. Secondo la cultura tradizionale, l’arrivo di una persona così importante porta sempre una benedizione. È difficile dire se porterà frutti duraturi di riconciliazione e pace in Sud Sudan, ma di certo papa Francesco ha fatto la sua parte e ha contribuito rendendo tutti più consapevoli che il dono della pace prende forma laddove si è camminato insieme su una via di pace, con passi concreti di ascolto e non violenza.

L’effetto immediato della visita è apparso nelle parole del presidente che ha annunciato la ripresa del dialogo con quelle opposizioni che non sono al governo, dialogo facilitato dalla Comunità di sant’Egidio.

Le speranze però sono più grandi: poter testimoniare il ritorno di rifugiati e sfollati nei loro territori, il disarmo e la fine di ingiustizie e violenze in tutto il Paese, l’unificazione e limitazione dell’esercito, la fine della corruzione e del nepotismo, l’accesso ai servizi (istruzione, sanità), l’uso appropriato delle risorse per una ripresa economica, il processo di unificazione del Paese che superi divisioni etniche, il processo democratico e le elezioni».

monsignor Christian Carlassare in Sud Sudan durante la visita del papa. Archivio C. Carlassare

C’è qualche aspetto della visita del Papa che l’ha colpita in modo particolare?

«Direi la grande semplicità di papa Francesco e, allo stesso tempo, la fermezza delle sue parole: basta violenze, basta sangue. Basta promesse, è il tempo dei fatti. E poi le parole di solidarietà verso i piccoli e i deboli: pensiamo agli sfollati e rifugiati, soprattutto donne e bambini, vittime di violenza e abusi.

Papa Francesco ha spesso detto la parola “insieme”. Insieme si è più forti.

Ma il ricordo personale più bello è quello dell’incontro di papa Francesco con i giovani del pellegrinaggio (si veda domanda successiva, ndr). Un fuori programma: è uscito dall’incontro con i preti e i religiosi e ci ha incontrati sulla gradinata davanti la cattedrale. Lì ci ha detto: “Grazie della vostra testimonianza, continuate a camminare sulla via della pace, contribuirete a chiudere il capitolo dello scontro e scrivere un nuovo capitolo nella storia del Sud Sudan, quello dell’incontro”».

Ci parli del pellegrinaggio tra Rumbek e Juba: come è venuta l’idea, con quali obiettivi e a che cosa è servito?

«Eravamo un gruppo di 84 persone, tra cui una sessantina di giovani. L’idea è nata dal desiderio di dare la possibilità di incontrare il Papa a quante più persone possibile. Da Rumbek solo un piccolo numero avrebbe potuto partecipare viaggiando con i mezzi. Perciò abbiamo pensato di andare a piedi.

Poi ci siamo scoperti in comunione con papa Francesco che veniva da pellegrino di pace: un cammino che, prima di tutto, dovremo essere capaci di fare noi. E chi meglio dei giovani può fare appello alla pace, visto che proprio loro che sono stati spietatamente manipolati e strumentalizzati per combattere in nome di altri che, invece, hanno guadagnato poltrone e potere sulla loro pelle.

Il pellegrinaggio è stato un’esperienza molto bella di comunione e solidarietà che ha poi anche ispirato l’assemblea diocesana intitolata: “Camminando insieme come famiglia di Dio”. Lungo il cammino abbiamo incontrato nove comunità locali che ci hanno accolto.

Oltre alla preghiera, i giovani avevano preparato un teatro della pace nel quale raccontare storie di conflitto concluse in fraternità. Ogni comunità locale ci ha sorpreso con la sua accoglienza e comunione, tanto che ci siamo accorti che non marciavamo per noi stessi, ma per tutti i costruttori di pace presenti nel Paese.

All’arrivo a Juba ci siamo trovati immersi in un bagno di folla che era uscita per strada ad accoglierci. Lì abbiamo capito che con il nostro semplice gesto e impegno, avevamo ispirato tutta la nazione».

Marco Bello


Il viaggio di una studentessa di ingegneria

Ero partita per fare la tesi…

Monica ha fatto un’esperienza importante. È stata un mese nel paese più povero del mondo, scoprendovi una grande ricchezza. È stata accolta, ha insegnato e ha molto imparato. In queste pagine ci racconta quei giorni.

Monica Moser in Sud Sudan. Archvio M. Moser.

Sono una studentessa di ingegneria matematica al Politecnico di Torino. A gennaio sono partita per il Sud Sudan per scrivere la mia tesi sulla didattica della matematica in Africa subsahariana, con il sostegno del Politecnico e della Fondazione Cesar (fondazionecesar.org).

Dopo alcune esperienze di insegnamento in Italia, volevo scoprire come coinvolgere ragazze e ragazzi nello studio di materie scientifiche in un Paese che,  dal punto di vista educativo, soffre a causa dei conflitti. Il Sud Sudan è da decenni uno dei Paesi più poveri al mondo, segnato da conflitti armati e disordini politici che hanno avuto un impatto devastante sull’istruzione e sulla formazione delle future generazioni, creando un circolo vizioso di povertà e mancanza di opportunità.

Nonostante ciò, il popolo sudsudanese ha dimostrato una grande resilienza e determinazione, cercando di costruire un futuro migliore per sé stesso e per le proprie comunità.

Sono partita dall’Italia con uno zaino carico di vestiti e di emozione, consapevole che sarebbe stata un’esperienza di vita. Una volta arrivata a Rumbek, ho incontrato padre Christian, Vescovo della diocesi e testimone di una Chiesa a servizio del popolo sudsudanese. Assieme a lui ho visitato la Mazzolari secondary school, dove sono rimasta particolarmente colpita dal numero di bambini e ragazzi presenti in una sola classe, e la Catholic university of South Sudan, a Rumbek.

Successivamente, mi sono spostata alla Loreto girls secondary school dove ho iniziato la mia esperienza di insegnamento.

Ho notato immediatamente la gioia delle persone incontrate nel dare il benvenuto a un nuovo arrivato: dopo pochi giorni di scuola, tutte le ragazze conoscevano il mio nome e correvano a salutarmi appena mi vedevano uscire dalla stanza. È impressionante vedere la forza e il coraggio che queste giovani donne dimostrano quotidianamente, poiché per loro continuare gli studi a 16 anni nel Sud Sudan significa lottare contro la tradizione e spesso anche contro la propria famiglia. Tuttavia, queste ragazze persistono nel loro desiderio di istruzione e, nonostante le difficoltà che incontrano, sono determinate a costruire un futuro migliore per se stesse e per la loro comunità.

Un pellegrinaggio unico

Dopo aver trascorso dieci giorni con le studentesse, ho avuto l’onore di essere invitata a partecipare a un pellegrinaggio di pace dalla città di Rumbek a Juba, la capitale. Si trattava di camminare 20 km al giorno per accogliere l’arrivo del Papa in Sud Sudan. Questa esperienza mi ha permesso di parlare con le ragazze dell’importanza della matematica nella vita di tutti i giorni.

In un gruppo di sessanta giovani, abbiamo affrontato ogni momento insieme: i risvegli alle 5 del mattino, il caldo soffocante dei 40 gradi a mezzogiorno e l’entusiasmo dei giovani delle parrocchie nelle quali passavamo, che ci accoglievano correndo. Non è stato sempre facile, soprattutto dormire per terra dopo ore di cammino, ma la forza e la gioia di fare qualcosa di unico per il Sud Sudan mi hanno fatto superare le difficoltà.

Durante il pellegrinaggio di pace, ho avuto l’opportunità di discutere con le giovani studentesse del sistema scolastico del Sud Sudan, dove la mancanza di infrastrutture e di insegnanti qualificati rappresenta una sfida costante per l’accesso all’istruzione.

Nonostante queste difficoltà, ho potuto sperimentare in prima persona la determinazione dei giovani a perseguire i loro sogni e a costruire un futuro migliore per se stessi e per la loro comunità.

Il viaggio mi ha anche permesso di conoscere meglio la realtà quotidiana della popolazione locale e di vedere come la sua grande forza di volontà e resilienza l’aiuti a superare le difficoltà. Ogni piccolo successo rappresenta un passo avanti nella costruzione di un futuro migliore per l’intera comunità.

Inoltre, ho avuto modo di apprezzare la grande ospitalità del popolo sudsudanese, che non ha esitato ad accogliermi a braccia aperte e a condividere con me la propria cultura e tradizioni.

Giovani per la pace

Tramite il pellegrinaggio abbiamo voluto dare una testimonianza di pace e di dialogo a tutte le comunità che incontravamo, una pace tanto desiderata e attesa da tutti i giovani sudsudanesi, indispensabile per migliorare il sistema educativo e le prospettive del Paese.

I giovani per primi sono stati portatori di un messaggio di comunione grazie a una novena di preghiera e riflessione sul camminare insieme.

In ogni parrocchia abbiamo partecipato alla messa con l’intera comunità, e i ragazzi hanno messo in scena una recita sulla pace concreta che può nascere anche tra tribù diverse.

Una volta arrivati a Juba, siamo stati sorpresi dalla notizia che papa Francesco avrebbe incontrato il nostro gruppo. Questo incontro è stato un’esperienza indimenticabile per tutti noi, e ci ha regalato una grande emozione, ma, soprattutto, ha trasmesso un messaggio di speranza e fiducia, dimostrando ai ragazzi che tutto è possibile nella vita.

La matematica è divertente

Monica Moser in Sud Sudan. Archvio M. Moser.

Dopo l’esperienza del pellegrinaggio di pace, sono tornata a Rumbek e ho avuto l’opportunità di insegnare ai professori della primaria di Loreto e di trascorrere una settimana presso la All Saints Alp school di Cueibet.

Sapevo che la matematica non era la materia preferita degli studenti, ma ho cercato di trasmettere loro l’idea che può essere divertente e affascinante. È stato gratificante vedere i ragazzi interessati ed entusiasti, e mi sono divertita a mettermi in gioco con loro e con i loro insegnanti.

Durante il mio mese in Sud Sudan, ho visto la realtà di un Paese che lotta per l’istruzione e il progresso, e allo stesso tempo ho visto la forza e la determinazione della sua gente. Questa esperienza mi ha insegnato molto, soprattutto sull’importanza dell’educazione e sulla sua capacità di cambiare la vita delle persone.

I miei sforzi per promuovere la matematica e le materie scientifiche hanno anche avuto un impatto sulle attitudini degli studenti riguardo i ruoli di genere nei campi Stem (sigla in inglese: scienza, tecnologia, ingegneria, matematica, ndr). Essere una giovane donna impegnata nel campo scientifico ha ispirato molte ragazze con cui ho lavorato, inclusa una studentessa del secondo anno alla Loreto girls secondary school che mi ha scritto una lettera per esprimere la sua gratitudine: «Ho il sogno di diventare un’ingegnera civile. È stato così sorprendente per me quando ti ho sentita parlare di questo, perché non avevo mai visto una donna che fa l’ingegnere».

Inoltre, questa esperienza mi ha mostrato l’importanza del dialogo interculturale e della cooperazione tra diverse comunità. L’incontro con il Papa e il pellegrinaggio di pace sono stati momenti intensi di condivisione e unione tra persone di culture e religioni diverse, dimostrando che la pace è possibile se si lavora insieme.

In conclusione, il mio viaggio in Sud Sudan è stata un’esperienza unica e indimenticabile, che mi ha arricchito a livello personale e professionale.

Ringrazio il Politecnico di Torino e la Fondazione Cesar per avermi dato questa opportunità, e tutte le persone che ho incontrato in Sud Sudan per avermi accolto a braccia aperte e per aver condiviso con me la loro cultura e la loro vita quotidiana.

Monica Moser

Monica Moser in Sud Sudan. Archvio M. Moser.


IL SUD SUDAN SU MC

Marco Bello, Quasi amici… (in nome del petrolio), ottobre 2018.
Marco Bello, Sud Sudan: la speranza sottile, maggio 2017.
Marco Bello, Guardandosi in cagnesco, agosto-settembre 2016.




Colombia. Mai fare tabula rasa


Un missionario racconta come è cambiata la propria percezione delle popolazioni autoctone. Un nuovo atteggiamento che ha dato buoni frutti. Per esempio, con il popolo dei Nasa, in Colombia, nella regione del Cauca, dove l’Imc è presente da quasi quarant’anni.

Quando, nel novembre del 1986, arrivai nel seminario internazionale dei Missionari della Consolata a Bogotá, in Colombia, il formatore era padre Antonio Bonanomi. Prima di conoscere questo paese multietnico, con una grande biodiversità ecologica, visitandone i luoghi, attraversandone le strade, padre Bonanomi fece a me e ai miei cinque compagni un’introduzione sulla complessa realtà latinoamericana e colombiana a livello sociale, politico, religioso, storico e culturale. Padre Bonanomi fu la mia guida nei primi quattro anni colombiani durante gli studi di teologia, terminati con l’ordinazione diaconale (poi, nel dicembre 1990, rientrai in Italia per un periodo di animazione missionaria).

Quei giorni sono rimasti nel mio cuore perché mi aprirono gli occhi su un nuovo mondo. C’è una frase, in particolare, che mi è rimasta nel cuore e nella testa come un tarlo: «Il futuro d’America è nei popoli originari».

Per anni ho cercato di capire cosa volesse dire. Oggi quell’affermazione ha trovato delle risposte nelle esperienze con i popoli indigeni e nel lavoro realizzato dai nostri missionari in tutti paesi dove siamo presenti. Non posso non ricordare la bella e difficile esperienza Imc in Brasile, a Catrimani o tra gli indigeni delle pianure amazzoniche di Roraima per il recupero della loro terra.

Penso anche a Licto Riobamba, nelle Ande dell’Ecuador, dove le comunità indigene sono impegnate nelle attività e i missionari le accompagnano nella formazione e nelle celebrazioni. Qui, padre Giuseppe Ramponi ha lavorato per molti anni imparando la lingua e apportando alle comunità molti elementi di formazione umana e recupero della loro cultura.

In Colombia, con i popoli dell’Amazzonia, condividiamo un dialogo interreligioso molto profondo: la nostra esperienza di fede cristiana e cattolica si è incontrata con la loro spiritualità che ha molti punti d’incontro con la fede in Cristo. E abbiamo anche conosciuto il loro amore e rispetto per la Madre Terra che noi bianchi finora abbiamo concepito soltanto come un luogo di sfruttamento senza limiti.

Nel 1991 la nuova Costituzione colombiana ha rivalutato i popoli indigeni. Prima di essa, essere indigeno era sinonimo di inferiorità. Per questo motivo molti hanno abbandonato la propria identità e si sono uniformati alla cultura occidentale.

Toribío e il progetto Nasa

Lo scorso settembre sono stato alcuni giorni a Toribío, nella regione andina del Cauca, per un incontro con i rappresentanti dei Nasa. È stata l’occasione per toccare con mano come un popolo originario che recupera la propria identità e ne è fiero, può contribuire a dare uno stile alternativo al nostro modo di vivere.

In quei giorni ho compreso il grande accompagnamento realizzato da oltre cinquanta missionari che, in 38 anni di presenza dell’Istituto della Consolata, hanno vissuto con il popolo nasa. È stata realizzata un’evangelizzazione che non partiva dal principio della «tabula rasa» per imporre la «nostra religione», ma dall’identità di questo popolo, nel recupero della sua storia, della sua cultura, spiritualità, organizzazione politica, venendo a creare così un interscambio molto interessante tra i Nasa e gli altri soggetti (lo Stato, la Chiesa, il mondo).

A Toribío noi Missionari della Consolata siamo arrivati dopo la morte violenta (nel 1984) di padre Alvaro Ulcué Chocué, primo sacerdote indigeno di questa etnia, ordinato nella Chiesa dell’arcidiocesi di Popayan. Per venti anni i padri Antonio Bonanomi ed Ezio Roattino, assieme a un’équipe missionaria e all’associazione Nasa hanno animato il territorio.

Come missionari e missionarie che vivono attualmente con le comunità indigene, il motivo dell’incontro dello scorso settembre è stato quello di una verifica critica e propositiva, per poi riprendere alcuni elementi che potrebbero essere utili per l’accompagnamento del cammino dei popoli originari non solo in Colombia, ma anche in Perù ed Ecuador.

Ci siamo trovati con un nutrito gruppo di indigeni «mayores» (capi, anziani del popolo nasa) catechisti e coordinatori di diverse aree del progetto Nasa. La grande maggioranza delle persone presenti sono state formate dall’équipe missionaria e hanno condiviso il significato della presenza dei Missionari della Consolata nel territorio, che è stata una grande ricchezza per tutti.

Abbiamo realizzato il primo giorno dell’incontro nella scuola agroecologica del Cecidic, un Centro di studio e formazione in difesa della cultura del territorio, fondato da padre Antonio Bonanomi.

Il secondo giorno è stato scandito da tre momenti: il refresco, la limpieza e il trueque. Ai piedi di una meravigliosa cascata, i vari capi anziani delle comunità Nasa hanno voluto pregare per noi. «Voi – hanno spiegato – avete pregato molte volte per noi, adesso noi vogliamo pregare per voi», e ci hanno coinvolti in un rito di purificazione con canti, benedizioni e offerte di frutta alla madre terra.

Dopo la «limpieza», abbiamo avuto la gioia di partecipare a un evento annuale noto come «trueque», lo scambio di sementi e di prodotti agricoli che ha coinciso con i 42 anni del progetto Nasa e i 38 della nostra presenza come Consolata nel territorio nasa.

L’attività si è svolta proprio nel luogo dove è nato questo progetto promosso e animato da padre Alvaro Ulcué per recuperare l’identità del suo popolo che rischiava di perdere le proprie origini. Hanno partecipato circa tremila indigeni. È stata una festa, con cibo per tutti, come espressione di un popolo che è cresciuto in comunione, in organizzazione e partecipazione.

L’incontro di settembre è servito per scoprire che la vita «offerta» in équipe trasforma l’ambiente, le persone con la presenza del Signore che motiva, dà forza, sostiene e si fa consolazione.

In quei giorni, i Nasa ci hanno fatto sentire parte di loro e ci hanno chiesto di continuare ad accompagnarli.

Ci hanno hanno anche proposto di collaborare nella missione verso altri popoli indigeni dove siamo presenti perché tutti possano sperimentare il processo realizzato nel Cauca. Oggi, qui operano due missionari Imc: padre John Wafula Wamalwa del Kenya e Francis Gerard Shau del Tanzania.

Ci siamo lasciati con l’impegno di continuare il dialogo e di realizzare, in futuro, un nuovo incontro con il popolo nasa e altri popoli indigeni che vogliono continuare ad approfondire e conservare la propria identità.

Dopo i giorni dell’incontro, siamo tornati ai nostri rispettivi luoghi di fede, comunione e vita. Siamo rientrati «a casa», con la soddisfazione di essere stati testimoni dei frutti di un’evangelizzazione che parte da un’équipe di vita, dove si sperimenta la spiritualità, la fraternità e si lavora in comunione.

Angelo Casadei


L’esperienza Imc nel Cauca sulla strada di padre Alvaro

Al centro di tutto c’è il popolo dei Nasa, un insieme di famiglie indigene in lotta fra di loro ma che, per difendersi dai nuovi invasori, si unisce per non perdere le proprie terre e tradizioni.

Fondamentale diventa la figura del padre Alvaro Ulcué Chocué, sacerdote diocesano di origine nasa che presta il servizio pastorale in mezzo alla sua gente e, al tempo stesso, elabora con la comunità il progetto Nasa per il recupero dell’identità indigena. Questa nuova consapevolezza porta la gente a lottare per la propria cultura, spiritualità e recupero del territorio.

I potenti della zona non ci stanno: sono loro i mandanti dell’assassinio di padre Alvaro, che viene ucciso da sicari il 10 novembre del 1984. Il Progetto però non muore. Anzi, prende più forza perché la popolazione ha ormai preso coscienza.

Il padre Ezio Roattino (oggi residente ad Alpignano, Torino, ndr), a quel tempo a Bogotà come provinciale dei Missionari della Consolata ed amico del padre Alvaro, appena appresa la notizia della sua morte si precipita a Toribío e accompagna il popolo Nasa in lutto.

Quando rientra A Bogotà, fa la proposta ai Missionari della Consolata di continuare il progetto di padre Alvaro. Padre Armando Olaya risponde «A la orden» (sono disponibile) e, con alle spalle un solo anno di sacerdozio, parte per il Cauca. Senza sapere più di tanto della realtà di quel popolo, si mette in cammino con loro. Anche padre Ezio Roattino, terminato il suo mandato come superiore, partirà per questa terra ed è l’unico missionario che imparerà la lingua «Nasa Yuwe».

Dopo tre anni di permanenza a Toribío padre Armando viene richiamato a Bogotá come formatore del Seminario filosofico Imc, ma è subito pronto a sostituirlo padre Antonio Bonanomi che realizza così il sogno della sua vita: vivere la missione con un popolo autoctono. Rimarrà a Toribío per 16 anni.

In questo tempo, grazie all’équipe missionaria formata da missionari, sacerdoti, laici locali delle varie parrocchie affidate ai Missionari della Consolata e presa a cuore da padre Antonio Bonanomi, le comunità autoctone del Cauca crescono moltissimo mediante una formazione che è, a un tempo, spirituale, sociale, politica e culturale. Sempre senza forzare ma scoprendo i valori del Vangelo dentro la cultura locale, attraverso la conoscenza della Parola di Dio, con l’eucaristia e partecipando ai riti di purificazione («limpieza») proprie della cultura nasa.

In questo impegno missionario s’inserisce anche la presenza silenziosa di padre Rinaldo Cogliati che, oltre ad accompagnare le comunità, è di grande aiuto come amministratore dei progetti di padre Antonio, che lo riconosce come suo braccio destro.

In seguito, molti altri missionari arrivano nel Cauca: colombiani, latinoamericani, nord americani e africani. L’impegno è apprezzato dalle comunità indigene, che lo vedono come un’apertura verso di loro e un’opportunità di raccontare se stessi.

An.Ca.

 


La Colombia e il riscatto indigeno, dalla fuga al ritorno alle origini

Per trovare i popoli ancestrali della Colombia occorre salire sulle alte catene montuose o giù verso il bacino amazzonico. Questa posizione è in parte spiegabile con il fatto che gli invasori spagnoli si appropriarono delle terre migliori, quelle delle valli e delle colline pedemontane.

Per i popoli invasi, una delle forme di resistenza è stata quella di occupare i luoghi geografici di difficile accesso: le montagne e la foresta.

L’indipendenza dall’oppressione della Spagna, a cui parteciparono i popoli nativi, i popoli afro e i meticci, non portò loro grandi guadagni. In verità, non c’è stata una vera indipendenza. Piuttosto, essa ha lasciato il posto a nuove modalità di oppressione, esilio, esclusione ed emarginazione.

La storia però non si ferma. La mente si illumina ed esce dal letargo. Ed è così che, da qualche anno, si è generata un’altra dinamica: il ritorno alle origini, alle sorgenti d’acqua ancora fresche, ma nascoste.

Non è un ritorno anacronistico. Tiene conto di tutte le implicazioni sociali, politiche, economiche e culturali del mondo di oggi. Il ritorno alle fonti è una discesa verso i tesori più preziosi che gli invasori non potevano portare via o distruggere:  «Hanno raccolto i nostri frutti, tagliato i nostri rami, bruciato i nostri tronchi, ma non hanno potuto uccidere le nostre radici» (Popol Vuh, libro sacro dei Maya).

È necessario scendere in profondità per ascoltare gli spiriti degli antenati, ascoltare la Madre Terra, il canto degli uccelli, il mormorio del vento, la voce dei più grandi viventi, le voci degli alleati delle cause liberatrici.

Così come l’uscita è stata un volo doloroso, il rientro di questi ultimi anni è piena di speranza: scendere per liberare la spiritualità, la terra usurpata, i luoghi sacri, le voci degli anziani, dei giovani e dei bambini, e unirsi alle voci e al canto di tutti i popoli: neri, contadini, tutti gli esclusi.

È una discesa per una liberazione totale, tra musica, canti, danze, mingas…, con il fertilizzante del sangue dei martiri. In questo andare su e giù c’è la conquista della fraternità, lo stare insieme.

La montagna non sarà più un luogo nel quale fuggire; le valli non saranno più i territori dei grandi proprietari terrieri. La terra liberata sarà il luogo dell’incontro fraterno, del baratto dove brulica la vita, dove il bambino potrà scambiare il suo bel cavolo per un delizioso gelato e la nonna potrà scambiare la sua jigra (tipica borsa indigena portata al collo, ndr) per qualche chilo di riso…

È il Sumak Kawsay, è il buon vivere, il sogno possibile della terra senza mali. È un’utopia. È il sogno di un Dio, manifestatosi in Gesù Cristo.

È il sogno che i Missionari della Consolata hanno accompagnato e continueranno ad accompagnare scalando le montagne e entrando nella bellissima e oltraggiata Amazzonia. Essi hanno raccolto alleati e continuano a essere alleati del Regno del Padre buono, Padre di tutti, del Regno in cammino insieme ai discepoli di Gesù.

Questo è qualcosa che abbiamo visto e sentito nel nostro incontro con alcuni dei sognatori combattenti del popolo nasa-páez a Toribío. Queso è ciò che ci incoraggia a continuare a condividere con loro le lotte per la costruzione di un’umanità autentica.

Armando Olaya
(formatore nel Centro alternativo per la formazione di missionari – Caf a Medellín)


La Colombia su Mc

Joaquín H. Pinzón Gũiza con Angelo Casadei, Dieci anni di sogni e sognatori, gennaio-febbraio 2023.

 




Daadab. La città dei tendoni


Da 32 anni è una città fatta di ripari di fortuna, in mezzo al deserto. Ci abitano 350mila persone, e gli arrivi continuano. Intanto la guerra in Europa ha dirottato in Ucraina parte delle risorse. Alcune Ong e agenzie Onu continuano a dare assistenza a una popolazione (di rifugiati) che non può farcela da sola.

Immaginate una città grande come Firenze. Senza però monumenti e strade asfaltate. Senza case in muratura. Senza un fiume che l’attraversa. Una distesa infinita di rifugi improvvisati, capanne, tende, circondata da un deserto arido dove a farla da padrona è una terra rossa che impregna l’aria e riempie i polmoni.

Di fronte a voi, ecco Dadaab, il più grande campo profughi dell’Africa che sorge nel Nord del Kenya, nell’Africa orientale.

Fondato nel 1991 dalla Croce rossa internazionale e gestito dal governo keniano e dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), da allora ha continuato a ospitare un flusso imponente di somali in cerca di rifugio, inizialmente dagli scontri tra le milizie claniche seguiti alla deposizione del presidente somalo Mohamed Siad Barre, poi dalla violenza delle milizie fondamentaliste di al-Shabaab (cfr. MC maggio 2018) e dalla siccità.

Sono trascorsi 32 anni e, nonostante Dadaab fosse stato concepito come un’infrastruttura temporanea, la maggior parte dei rifugiati che vivono nell’insediamento è nata qui e qui ha sempre abitato. Dadaab è la loro città e, spesso, è l’unico posto che conoscono.

Refugees stand in line at Kenya’s sprawling Dadaab refugee complex during a visit of Pakistani activist for female education and the youngest-ever Nobel Prize laureate Malala Yousafzai organised by the UN High Commissioner for Refugees, in Garissa on July 12, 2016. (Photo by TONY KARUMBA / AFP)

I quartieri della «città»

Il campo si compone di cinque insediamenti principali, noti come Ifo, Dagahaley, Hagadera, Kambioos e Ifo 2. Ciascuno di essi ha il proprio centro sanitario, scuola e servizi di base. Negli anni scorsi, il campo ha ospitato fino a 500mila persone, scese poi a 250mila e risalite a 350mila negli ultimi sei mesi. Tanto è vero che il governo keniano ha ordinato la riapertura di due quartieri di Dadaab che erano stati chiusi nel 2019 a seguito della riduzione dei rifugiati per effetto di un programma di rimpatrio volontario in Somalia.

Il rapporto tra Kenya e Daadab è controverso. A più riprese i politici keniani hanno annunciato, anche a scopo di consenso elettorale, l’intenzione di chiudere il campo e rimpatriare i rifugiati in Somalia, ma l’Unhcr e altre organizzazioni umanitarie hanno sollevato preoccupazioni per la sicurezza dei rifugiati e per la situazione umanitaria in Somalia. Il campo di Dadaab è quindi rimasto aperto e, nel tempo, è diventato sempre più una questione urgente e complessa da gestire per la comunità internazionale.

Nel rapporto Emergency watchlist che ogni anno la Croce rossa internazionale stila per individuare quali sono i paesi a maggiore rischio di crisi umanitarie, la Somalia è al primo posto. Oltre duecentomila persone nel Paese stanno soffrendo le conseguenze di un aspro conflitto civile contro la milizia fondamentalista al-Shabaab, e questo numero, si prevede, triplicherà entro novembre 2023.

Al conflitto, che interessa soprattutto le regioni centrali e meridionali, si sta aggiungendo una forte siccità causata dalla quinta stagione consecutiva di scarse o nulle precipitazioni atmosferiche (le previsioni annunciano che anche il 2023 sarà asciutto). Ciò ha provocato una diffusa insicurezza alimentare e una forte dipendenza dalle importazioni di cibo dall’estero. Anche queste, però, si sono ridotte per l’instabilità causata prima dalla pandemia di Coronavirus e poi dalla guerra tra Russia e Ucraina (tra i maggiori esportatori mondiali di cereali).

Di fronte a questa situazione drammatica, migliaia di famiglie abbandonano le loro case cercando rifugio in altre zone del Paese o all’estero.

Fuga dalla Somalia

Le storie di chi arriva a Dadaab sono drammatiche. Dekow Derow Ali, padre di quattro figli, faceva affidamento sui suoi raccolti e sul suo bestiame per sostenere la famiglia. Ma tre anni senza pioggia hanno distrutto i suoi mezzi di sostentamento. «Si piantano i semi, ma poi non c’è nulla da raccogliere – ha detto in un colloquio con i responsabili dell’Unhcr, agenzia Onu per i rifugiati -. Le mie mucche sono morte all’inizio della siccità. Ho perso anche alcune capre». Allora Dekow ha venduto le capre rimaste e, con i soldi ricavati, ha pagato il trasporto per sé e la famiglia fino a Dadaab. «Sono venuto senza nulla, tranne i miei figli», ha detto.

Come lui, almeno 80mila somali hanno deciso di attraversare il confine e rifugiarsi a Dadaab negli ultimi due anni, di cui circa 45mila sono arrivati nel solo 2022. Molti di essi non hanno niente. Sopravvivono grazie agli aiuti internazionali e sono costretti ad abitare in sistemazioni di fortuna in attesa di ricevere lo status di rifugiato.

«Nelle grandi tende che li ospitano – spiega Andrea Bianchessi di Avsi, Ong italiana che da anni lavora nel campo – le condizioni di vita non sono ottimali. Una volta che hanno ottenuto il riconoscimento di rifugiati, viene loro assegnato uno spazio all’interno del campo e vengono dati loro strumenti e materiali per costruire abitazioni più confortevoli.

Young Somali refugees sit with their families, who have volunteered to be repatriated back to Somalia from the Dadaab refugee camp in northern Kenya, prior to a visit by the Canadian Minister for Immigration, Refugees and Citizenship and the UN High Commissioner for Refugees in Dadaab on December 19, 2017. (Photo by TONY KARUMBA / AFP)

Nutrire Dadaab

Per il cibo, i rifugiati possono far conto su quello distribuito dal Programma alimentare mondell’diale, un’agenzia Onu. «Ricordo le lunghe code per la distribuzione delle razioni sotto il sole, in mezzo alla polvere – osserva Angelo Pittaluga, ex direttore del Jrs Kenya (Jesuit refugee service, Ong di emergenza dei gesuiti, ndr) e ora responsabile dell’advocacy del Jrs -. Sono distribuzioni mensili che, nel tempo, si sono ridotte a causa della contrazione dei fondi a disposizione delle organizzazioni internazionali. La nuova emergenza umanitaria in Europa ha drenato fondi per l’Africa e a pagarne le spese sono state le popolazioni più svantaggiate come quelle che vivono nei campi profughi».

Hussein Ibrahim Mohamed è stato tra i primi ad arrivare nel 1992. Ora, in qualità di operatore comunitario, sta aiutando i nuovi arrivati ad ambientarsi. «Queste persone si trovano in una situazione difficile – ha detto in un colloquio con i responsabili dell’Unhcr -. Hanno viaggiato molto lontano. Così ho deciso di chiedere in giro dei contributi, in denaro o in vestiti. Ho una parte del denaro donato e ho intenzione di comprare delle lenzuola di plastica per loro».

Aiuti «distratti»

A Dadaab, l’Unhcr fornisce alle famiglie assistenza in denaro, acqua potabile e strutture igieniche, oltre a servizi mirati per i più vulnerabili, come i bambini malnutriti. Le risorse sono però limitate. «Per rispondere a questa situazione stiamo utilizzando solo le scarse risorse che abbiamo per i nostri programmi regolari – ha dichiarato Martha Kow Donkor, responsabile dell’Unhcr per la protezione delle comunità -. I bisogni sono molto elevati e stiamo facendo appello ai donatori affinché forniscano maggiori finanziamenti».

Attualmente i principali donatori sono gli Stati Uniti, l’Unione europea e i paesi del Golfo Persico, che garantiscono abitualmente il 40% circa degli 80-100 milioni di dollari necessari per gestire Dadaab ogni anno.

«I contributi sono però precipitati drasticamente nell’ultimo anno, con il mondo distratto dalla guerra in Ucraina – ha detto Guy Avognon, capo delle operazioni dell’agenzia per Dadaab in un’intervista al Wall street journal -. Quest’anno, si prevede che le donazioni copriranno solo il 27% dei 102 milioni di dollari necessari».

Di fronte alla mancanza di tutto scatta, però, una gara di solidarietà. Khadija ha raccontato di essere stata accolta a braccia aperte dai rifugiati che già vivono a Dadaab, compreso un parente che le ha costruito un rifugio. «Ma non abbiamo cibo, né un riparo, né latrine», ha detto. Lo scorso anno il sovraffollamento e la mancanza di strutture igieniche nel campo hanno contribuito a un’epidemia di colera, con quasi 500 casi identificati dalla fine di ottobre, molti dei quali bambini.

Tra i minori è molto diffusa anche la malnutrizione. In una nota diffusa a gennaio, Medici senza frontiere (Msf) ha affermato che la sua struttura sanitaria a Dagahaley, un campo nel complesso profughi di Dadaab, ha curato il 33% in più di pazienti – principalmente bambini – per mancanza o scarsità di cibo nell’ultimo anno, mentre il tasso di malnutrizione nei campi è cresciuto del 45% negli ultimi sei mesi del 2022. «Abbiamo dovuto estendere il reparto per ospitare questo numero di bambini – ha dichiarato Kelly Khabala, vice coordinatore medico di Msf -. Le condizioni di vita nel campo ora non sono accettabili».

Su Dadaab grava anche lo spettro di al-Shabaab. La milizia jihadista somala affiliata ad al-Qaeda effettua continui attacchi sul lato keniano del confine, che dista circa 45 miglia dal campo, piazzando bombe lungo la strada e sparando alle stazioni di polizia. Gli operatori umanitari si muovono a Dadaab scortati dalla polizia armata di fucili militari, anche se le stesse forze di sicurezza sono spesso bersaglio di attacchi fuori dai campi.

Dadaab è anche un luogo in cui i miliziani fondamentalisti arruolano ragazzi per ingrossare le loro fila.

A Somali refugee walks along a dirt road in nothern Kenya’s Dadaab refugee camp near a rehabilitation centre for refugee women-survivors of Gender-based violence (GBV) on December 19, 2017. – The sprawling Dadaab complex 100 kilometres (60 miles) from Kenya’s border with Somalia has housed Somali refugees for around 26 years. There were about 239,500 people in Dadaab at the end of September, according to UN figures. The population peaked at around 485,000 in 2012 following a new influx after famine in Somalia. (Photo by TONY KARUMBA / AFP)

Istruzione, arma di riscatto

A lanciare segnali di speranza sono le Ong che lavorano all’interno del campo. Avsi e Jrs da anni ormai seguono programmi formativi a Dadaab, ma anche nel campo «gemello» di Kakuma (che si trova più a nord, verso il confine con il Sud Sudan, in condizioni non dissimili rispetto a quelle di Dadaab).

L’educazione dei più piccoli e la formazione degli insegnanti sono una scommessa sul futuro. «Lavoriamo a Dadaab dal 2009 – osserva Andrea Bianchessi -. In questi anni ci siamo occupati della scuola primaria. Abbiamo seguito almeno 30mila ragazzi e ragazze e abbiamo formato 3.500 insegnanti. L’educazione di base è fondamentale per garantire un futuro meno duro a questi giovani. È per questo motivo che abbiamo offerto questi stessi servizi formativi anche alle popolazioni keniane che vivono nei dintorni del campo, per non creare disparità tra chi vive dentro e chi vive fuori».

Un progetto complesso quello di Avsi che prevede programmi scolastici elaborati in coordinamento con le autorità keniane e somale, in modo che i ragazzi e le ragazze somale che dovessero rientrare in patria possano comunque vedere i loro studi riconosciuti. Un progetto che prevede anche la nascita di gruppi scout che impegnano i più piccoli e gli adolescenti in attività extrascolastiche ricreative. «Gli scout impegnano utilmente il tempo libero, ma non solo – continua Bianchessi -. Si pensi che, grazie alle loro attività, sono riusciti a entrare in contatto con 5mila coetanei e a convincerli a tornare a scuola. Un lavoro preziosissimo».

Il Jrs invece si è concentrato sulla scuola secondaria, soprattutto a Kakuma. «La nostra organizzazione si è presa in carico la formazione superiore – osserva Pittaluga -. Sono servizi che dovrebbero essere garantiti a tutti. Ma, anche in questo caso, i finanziamenti delle organizzazioni internazionali non sempre sono sufficienti. Per pagare gli insegnanti e il materiale didattico stiamo quindi lavorando per raccogliere fondi e coprire le necessità di base delle scuole. Un compito non sempre semplice».

Il futuro per decine di migliaia di persone che vivono nel Corno d’Africa è ancora precario.

Il Kenya settentrionale e la Somalia sono stati duramente colpiti dalla peggiore siccità che abbia interessato l’Africa orientale negli ultimi 40 anni. La regione si sta preparando alla sua sesta stagione delle piogge con scarse o nulle precipitazioni. La guerra in Somalia non sembra essere alle battute finali. Difficilmente il campo sarà smantellato. Anzi. Dadaab, nella sua drammatica precarietà, sembra tuttora essere un’ancora di salvezza per molte famiglie.

Enrico Casale




Donne che scrivono la storia


Cosa accade quando le vicende della gente commune si incontrano con la grande Storia? Ce lo illustrano le autrici de «Le storie siamo noi». Una preziosa operazione di riscatto della memoria e della tradizione orale, in cui emerge il ruolo di avanguardia delle donne, protagoniste spesso dimenticate.

«Ognuno di noi lascia una traccia. Quando si cammina scalzi sulla spiaggia, sul prato bagnato, nel fango, i piedi imprimono un’orma. Dentro c’è la nostra biografia rara, anzi unica».

Così scrive Anna Grieco ne La notte uterina, uno dei 59 racconti contenuti nel volume «Le storie siamo noi», pubblicato nel febbraio scorso dall’editore Fernandel di Ravenna.

La raccolta, realizzata da diciotto autrici di età compresa tra i 45 e gli 80 anni, ci guida attraverso un inedito viaggio nel tempo: dal 1908 ai giorni nostri la «Storia» con la S maiuscola incrocia le vicende della gente comune, vissute in prima persona da chi scrive o sentite narrare dai propri famigliari e da testimoni ormai scomparsi.

Si tratta di una preziosa operazione di riscatto della memoria e della tradizione orale, che permette di salvare dall’oblio persone, avvenimenti, territori altrimenti destinati a essere cancellati per sempre dallo scorrere del tempo.

Centrodonna della cascina Marchesa (torino) evento per l’8 marzo, con copertina del libro. Massimo Maiorino.

Donne resilienti

L’idea di realizzare questa raccolta è nata all’interno delle «Donne di parola», un gruppo di scrittura attivo dal 1997 nella periferia nord di Torino, coordinato da Claudia Manselli.

«All’epoca il Centrodonna della VI Circoscrizione, nel quartiere popolare Barriera di Milano, propose un corso di avvicinamento alla scrittura pensato per le donne, cui si chiedeva il coraggio di mettersi in gioco, di cercare la propria voce, vincendo insicurezze e tabù», ricorda Claudia. «Ci s’incontrava e si scriveva una volta alla settimana, dalle cinque alle sette. Molte donne erano sorprese dalle loro capacità, sperimentate prima solo nella costrizione dei temi scolastici.

Leggere ad alta voce un proprio testo risultava sconcertante anche quando apparivano doti inaspettate.

Alcune cercavano di schermirsi, quasi sempre svalutandosi».

Da quella prima esperienza è scaturito il desiderio di continuare l’avventura, grazie anche alla disponibilità di Claudia che a un certo punto ha scelto di offrire i suoi insegnamenti a titolo gratuito, «perché i rapporti tra noi fossero liberi da secondi fini».

Per oltre vent’anni le Donne di parola hanno perseverato nella loro ricerca di una scrittura personale, capace di rompere il silenzio dettato dalle convenzioni e dalle convenienze sociali, rivendicando il diritto, la libertà e la gioia di esprimersi.

La musa ispiratrice del gruppo  – formato oggi da casalinghe, impiegate, docenti, assistenti sociali, pensionate, ecc. – è stata da sempre Professioni per le donne di Virginia Woolf, in cui la scrittrice inglese uccide simbolicamente l’angelo del focolare colpevole di inibire la creatività femminile.

Con l’arrivo della pandemia la potenza della parola, fino a quel momento impiegata per ripensare le proprie esistenze e le proprie identità creando condivisione e scambi culturali, si è trasformata anche in uno strumento di resilienza e di rivincita contro l’isolamento.

«Durante il lockdown, quand’eravamo rinchiusi in casa, impossibilitati a portare avanti le nostre attività e a incontrare le persone care, ero piuttosto abbattuta, perciò ho accolto con piacere l’invito di un’amica, “veterana” del gruppo, a cimentarmi anch’io negli esercizi di scrittura che Claudia proponeva ogni settimana e su cui ci confrontavamo in videoconferenza», racconta Stefania Garini. «Ero abituata a scrivere per lavoro ma non mi ero mai dedicata alla scrittura creativa, ed ero convinta di non avere fantasia; grazie a questa esperienza ho scoperto di possedere qualità che ignoravo. Sono grata alle Donne di parola che mi hanno accolta tra loro e mi hanno insegnato tanto.

Nei due anni più gravi della pandemia, l’esperienza nel gruppo è stata per me una sorta di prevenzione dal disagio psichico, che mi ha permesso di sentirmi meno sola, occupare il tempo e trovare un senso nuovo a giornate in tono minore».

Proprio durante la pandemia Claudia Manselli ha avuto un’idea: perché non creare una raccolta di fatti originali, facendo emergere i momenti in cui le storie individuali – quelle di cui magari rimane solo un oggetto, una foto, un ricordo personale che altrimenti andrebbe perduto – si sono imbattute nella storia collettiva?

Alcune autrici del libro, in occasione della presentazione l’8 marzo 2023. Massimo Maiorino.

Rapporti di forza

Ecco dunque fissate sulla carta vicende che si intersecano con le due guerre mondiali, il fascismo, le migrazioni, il ’68, la legge Basaglia, il terrorismo, i referendum su divorzio e aborto, le stragi di mafia. E ancora l’incendio al cinema Statuto, i mondiali di calcio, le vittime dell’Eternit, fino alla pandemia da Covid-19.

In alcuni casi «Le storie siamo noi» racconta fatti direttamente legati agli eventi della grande storia: il bambino che a cinque anni conosce per la prima volta il padre, reduce di guerra; la piccola sfollata in seguito all’alluvione del ‘66, costretta ad andare a servizio da una famiglia che la relega nello sgabuzzino; gli studenti che manifestano contro la guerra del Vietnam; il giovane obbligato a sposarsi con rito civile perché il Sant’Uffizio ha lanciato una scomunica contro gli aderenti al partito comunista; il malato di mente torturato nel manicomio dove l’elettrochoc è ancora la norma.

In altri racconti gli avvenimenti storici restano sullo sfondo e a emergere sono i dettagli della vita quotidiana e del folclore: il lavoro nei campi, i chilometri a piedi per raggiungere la scuola, le vacanze in colonia, il festival di Sanremo visto in tv al bar del paese, l’ascensore che funziona inserendo monete da dieci lire.

A volte bastano poche, semplici pennellate per ricostruire un’intera epoca, con i suoi processi produttivi e le sue gerarchie sociali. Scrive Pierisa Cavallero in Nascite e prodigi: «Nelle stanze di sopra si allestivano i graticci per i futuri bachi da seta. Si sceglievano i locali più luminosi e meno umidi, quelli che si potevano aerare. […] La famiglia dormiva nelle stanzette accanto alla stalla. Si mettevano diversi materassi di foglie di granturco a terra e ci si accampava lì. Solo gli anziani suoceri avevano il privilegio di riposare su un pagliericcio coperto da un piumino d’oca».

Nel racconto Oro, Maria Muresan ricorda l’infanzia in Romania, quando i contadini dei collettivi dovevano cedere allo Stato tre quarti del raccolto: «Per poter vivere, di notte si andava a rubare quello che si lavorava di giorno, cioè il mais, le barbabietole, il grano. Una sera io, che avrò avuto nove anni, e mia sorella Violeta, che aveva un anno e mezzo di più, siamo andate a rubare le nostre patate. Nello stesso campo abbiamo incontrato i figli dei vicini, bambini come noi. Ci siamo spaventati tutti, ma una volta capito chi eravamo, abbiamo iniziato a giocare a nascondino».

Un antidoto al «presentismo»

Come scrive nell’introduzione al volume Valentina Pazè, docente di filosofia politica all’Università di Torino: «Grande è l’attenzione per i dettagli, a partire dalla descrizione degli ambienti e degli oggetti della vita quotidiana: le case di ringhiera della Torino di inizio secolo, le battane e le fiocine usate dai ladri di anguille, l’acqua di rose per farsi belle il giorno del matrimonio, lo sciaraball (carretto, nda) per muoversi nelle campagne, il lume a petrolio che rischiara le stanze degli anni Sessanta ancora prive di elettricità. Le vicende rimandano in parte a un mondo che non c’è più (i maestri che bacchettano sulle mani gli scolari, le lenzuola d’inverno intiepidite con un mattone caldo, l’olio di fegato di merluzzo, i peccati mortali e veniali da studiare a memoria al catechismo, il Carosello prima di andare a dormire), in parte a eventi e sentimenti perenni: la nascita, la morte, l’amicizia, l’abbandono, lo sconforto, la paura, la ribellione. E lo spaesamento di chi vive diviso tra due mondi, come testimoniano le molte storie dedicate al tema dell’emigrazione».

Le vicende narrate permettono di spostarsi non solo nel tempo ma anche nello spazio, attraverso il nostro Paese e oltre:
dal Piemonte alla Campania, dal Veneto alla Puglia fino alla Transilvania, al Burkina Faso, a Cuba, agli Stati Uniti e nelle terre dell’emigrazione italiana, in un viaggio storico-geografico ma soprattutto antropologico.
I lettori più anziani possono ritrovare pezzi e ricordi della propria giovinezza, rivivere momenti che sono stati importanti per la loro emancipazione, mentre i più giovani possono trarne una migliore comprensione del passato e confrontarsi pure con memorie più recenti che coinvolgono anche loro.

In questo senso, secondo Pazè, il libro costituisce un «antidoto alle amnesie e al “presentismo” (considerare solo il presente, dimenticando il passato, ndr) di cui è malato il nostro tempo».

Spinte in avanti

A differenza di quello che molti si aspettano dalla letteratura femminile, in «Le storie siamo noi» l’argomento sentimentale viene solo sfiorato dalle varie autrici, interessate piuttosto a dinamiche di solidarietà sociale, riconoscimento dei diritti umani e civili, impegno politico. In linea con José Saramago, quando afferma che «la storia è spuma che arriva alla spiaggia del presente, mare che muove quell’onda e ci spinge avanti».

In particolare, quel che emerge ai margini della storia è il ruolo delle donne, depositarie da sempre di drammi, gioie, scelte eroiche, cambiamenti epocali. «Insieme abbiamo scoperto che la verità, quella profonda, deve essere faticosamente cercata, anche con dolore», ci dicono le Donne di Parola. E può accadere che il prezzo da pagare sia troppo alto. Questo spiega perché, dei sessanta racconti originari, uno sia stato escluso dalla pubblicazione per scelta dell’autrice: avrebbe causato troppo dolore ad alcuni dei discendenti, ancora in vita, della protagonista del racconto, una donna che nel ’46 ha compiuto atti coraggiosi, ma anche scabrosi per i suoi tempi. Una donna le cui tracce sulla sabbia verranno cancellate dalla spuma del mare.

Nel libro un’attenzione importante è dedicata alla natura, presenza costante che emerge a tratti con il suo volto più duro (quando si presenta come siccità, grandinate, alluvioni), ma più spesso si mostra quale fonte di vita, rigenerazione fisica e morale, energia spirituale.

È qui, come leggiamo nel racconto Bosco del Vaj, di Elena Leonelli, che «troviamo la quiete e la forza di reagire alla barbarie dei nostri tempi». Ed è sempre nella natura – come anche nella scrittura – «che cresce il desiderio di un mondo migliore, la speranza nelle nuove generazioni, la necessità di un contatto più stretto con le radici del bene e con la parte più vera di noi».

Stefania Maiorino




Idrogeno in Amazzonia


Una centrale elettrica a idrogeno nel cuore della foresta pluviale guianese. In nome della transizione energetica si rischia di devastare l’ambiente e uccidere l’identità originaria dei popoli indigeni.

Transizione energetica, crisi climatica, green new deal e nuovi patti per il clima. Ne abbiamo sentite tante di possibili «soluzioni» e «politiche rivoluzionarie» da parte di governi e imprese per affrontare i problemi ambientali.

Una di queste è l’idrogeno, considerato una fonte energetica pulita e abbondante. Soprattutto se si tratta di idrogeno «verde», prodotto a partire da fonti rinnovabili. Ma è proprio così?

L’opposizione indigena

Nel momento in cui scriviamo, dall’altra parte dell’Oceano, presso il villaggio Prospérité, nella zona nord ovest della Guyana francese, quasi al confine con il Suriname, si stanno preparando azioni di protesta per fermare la distruzione di una vasta area di foresta pluviale destinata alla più grande centrale solare a idrogeno del mondo, la Centrale électrique de l’Ouest Guyanais (Ceog).

La popolazione indigena locale e molte organizzazioni della società civile hanno espresso a più riprese la loro opposizione al progetto, o almeno la loro perplessità sulla sua sostenibilità, ma le autorità lo hanno approvato ugualmente, e persino adoperato metodi repressivi per eseguire la deforestazione.

Un pezzo di Unione europea

La Guyana francese è un dipartimento d’oltremare della Francia, situato sulla costa settentrionale del Sud America.

Confinante con il Suriname a ovest e con il Brasile a est e a sud, la Guyana francese ha una popolazione di circa 300mila abitanti, la metà della quale vive nella capitale Caienna.

È la seconda regione più grande della Francia e la più grande regione ultraperiferica dell’Unione europea. Il 98,9% del suo territorio è coperto da foreste.

Il parco amazzonico presente sul suo territorio, che rappresenta il più grande parco nazionale dell’Unione europea, copre il 41% della superficie del Paese.

La centrale solare a idrogeno

Il progetto prevede la costruzione di una centrale solare collegata a un elettrolizzatore alcalino ad alta pressione da 16 Mw (megawatt) che divide l’acqua per produrre idrogeno. L’accumulo di energia avverrebbe durante il giorno e il suo sfruttamento durante la notte.

La capacità di stoccaggio, sotto forma di serbatoi di idrogeno, sarà di 128 Mwh (megawattora), che sarà convertita in elettricità da una cella a combustibile.

Secondo il progetto, la centrale potrà consegnare alla rete 10 Mw di giorno e 3 Mw di notte. Dovrebbe entrare in funzione nel 2024, e durerà 25 anni.

Il progetto fu presentato nel 2020 nei pressi del villaggio Prospérité da Meridiam, fondo d’investimenti vicino a Macron, Sara e Hydrogène de France.

La Ceog promette di ridurre le emissioni di CO2 e di porre fine alle frequenti interruzioni di elettricità nella zona con una fornitura stabile per 70mila persone, soprattutto alla vicina città di Saint Laurent du Maroni.

Perché le proteste?

Sembrerebbe un progetto buono e poco contaminante, ma i leader indigeni locali, conosciuti come yapoto, appartenenti alla popolazione dei Kali’na, l’hanno rifiutato fin dall’inizio.

La comunità di Prospérité che abita la terra interessata ha lottato per più di 30 anni per ottenere la tutela consuetudinaria del proprio territorio e la delimitazione di una Zona protetta a uso collettivo (Zduc, Zone de droit d’usage collectifs). Essa denuncia che la Ceog ha impiegato meno di un anno per ottenere i permessi necessari a disboscare 76 ettari di foresta per impiantare i pannelli solari.

Gli abitanti del villaggio temono che la costruzione del parco solare impedirà loro l’accesso a un vicino torrente, loro fonte d’acqua, e ai loro tradizionali territori di caccia e coltivazione.

Se questo dovesse accadere, il loro rapporto con la terra e la trasmissione delle pratiche tradizionali alle generazioni future verrebbero compromessi.

In sintesi, i Kali’na considerano il progetto come un attacco alla loro identità di popolo originario e al loro modo di vivere.

Distruggere la foresta significa per loro affermare l’oppressione della cultura occidentale sulle culture indigene.

Ascoltare la Terra

Nel dicembre scorso, «Reporterre», sito d’informazione indipendente sui temi ecologici con sede a Parigi, ha intervistato Roland Sjabere, lo yapoto di Prospérité, e il portavoce della Jeunesses autochtones de Guyane (Gioventù indigena della Guyana), Christophe Yanuwana Pierre, in occasione di una loro visita di denuncia in Francia.

Sjabere ha affermato di non volersi opporre allo «sviluppo» in quanto tale, ma di criticare piuttosto uno sviluppo frettoloso e orientato al profitto, «l’écolonialisme», l’ecocolonialismo, basato su infrastrutture giganti che non tengono conto della presenza dell’altro nei territori destinati alla loro costruzione.

Il popolo kali’na chiede che la centrale venga trasferita lontano dai loro insediamenti, o quantomeno che le autorità chiedano il consenso alla comunità indigena; ma l’azienda sostiene che i fondi sono già stati impegnati e che andrebbero persi se si dovesse sviluppare un nuovo progetto.

In sostanza, le decisioni sono già state prese senza le consultazioni che le convenzioni internazionali prevedono per i territori indigeni (ad esempio la 169 dell’Organizzazione mondiale del lavoro).

Nelle parole dei due leader intervistati da «Reporterre», il popolo kali’na ha «stretto un’alleanza con la foresta. Se essa è minacciata, noi dobbiamo aiutarla. Questa è la nostra missione in cambio della felicità che la foresta ci offre.

È una necessità per l’equilibrio della nostra comunità e della nostra civiltà. Non possiamo vivere senza la foresta. Le apparteniamo. Attaccandola, le autorità ci danneggiano. […] Sentiamo come una minaccia che aleggia perché i nostri territori spirituali sono colpiti.

Certo, abbiamo anche molti argomenti legali e razionali per lottare contro questi progetti aberranti, ma la nostra lotta è alimentata da molte altre cose, radicate nella nostra cultura. La Terra ci parla e noi dobbiamo imparare ad ascoltarla».

Associazioni in campo

La posizione delle popolazioni indigene viene sostenuta anche da gruppi di ambientalisti. Questi ultimi denunciano in particolare l’impatto sugli habitat di specie rare e in via di estinzione, come l’opossum d’acqua.

Nel febbraio 2022, le associazioni Maiouri nature guyane, Village Prospérité Atopo WePe, Kulalasi e l’Association pour la protection des animaux sauvages hanno intentato una causa contro le autorità della Guyana francese chiedendo la revoca della licenza ambientale per il progetto della Ceog, a causa della scarsa valutazione di impatti sulle specie minacciate.

Tuttavia, a luglio, il tribunale amministrativo del Paese ha confermato l’autorizzazione.

Una seconda causa, tuttora in esame, è stata intentata dagli abitanti del villaggio insieme all’Association nationale pour la biodiversité nel novembre 2022.

Dal canto loro, i promotori del progetto affermano che esso non minaccia la biodiversità o le pratiche tradizionali della popolazione locale e aggiungono che gli abitanti del villaggio sono stati debitamente consultati fin dall’inizio, e che è stato loro offerto il passaggio gratuito alle loro terre abituali e un progetto di sviluppo comunitario.

Tuttavia, esiste una forte asimmetria di potere tra i soggetti in causa che si esprime, ad esempio, nel fatto che tali consulte e i materiali informativi sono stati fatti in lingua francese, ignorando che essa non è la lingua madre degli abitanti locali.

Il riconoscimento della specificità dei gruppi umani e delle loro culture è un principio chiave della giustizia ambientale. La sua mancanza è una strategia molto diffusa nello sviluppo di infrastrutture e progetti estrattivi.

Nel caso della Ceog, l’impossibilità da parte delle comunità locali di comprendere i documenti disponibili ha portato alla firma di accordi indesiderati.

Ancora colonialismo

Oltre ai documenti non tradotti, le forti e ripetute pressioni sullo yapoto affinché accetti il progetto in cambio di una compensazione economica, sono metodi collaudati che fanno parte della lunga storia coloniale, non ancora finita, della Guyana francese: un territorio che subisce da secoli la spoliazione delle sue terre, lo sterminio dei suoi abitanti originari, la deportazione di schiavi, le piantagioni intensive, l’uso del suo territorio come colonia penitenziaria, le miniere, gli impianti industriali nel cuore della foresta.

Sui libri di storia si studia il colonialismo come una forma di dominazione oramai passata. Per gli abitanti della Guyana francese il colonialismo non è mai finito, lo vivono in un continuum storico nel quale cambia le sue vesti e il suo linguaggio, ma applica drammaticamente gli stessi meccanismi.

AmaZone a Défendre

La costruzione della centrale è iniziata nel settembre 2021. A gennaio 2023, sedici ettari erano già stati disboscati, con il taglio di numerosi alberi di valore spirituale per il popolo kali’na.

Nell’ultimo anno, a fronte della sordità delle autorità, la mobilitazione si è radicalizzata e ha adottato la nozione della zone autochtone à défendre (Zad), «zona indigena da difendere», coniata in Francia da comunità di agricoltori e attivisti in opposizione all’aeroporto di Notre-Dame-des-Landes nel 2010.

Il concetto di zone autochtone à défendre è stato, dunque, adattato al contesto guianese e modificato in AmaZone a Défendre.

Nell’intervista ai due leader, il sito «Reporterre» riporta: «Usiamo un linguaggio comprensibile in Francia per dimostrare che siamo determinati a difendere le nostre terre e a condurre una forte resistenza […]. I promotori del progetto della centrale si aspettavano che ci saremmo indignati solo con la bocca e con la parola. Credevano che noi indigeni fossimo deboli, incapaci di sollevarci. Noi dimostriamo loro il contrario. Ci opponiamo fisicamente con le nostre braccia, i nostri corpi, i nostri figli, le nostre famiglie e riusciamo a respingere le macchine. Le autorità hanno la polizia e l’amministrazione, noi abbiamo la nostra conoscenza ancestrale, il legame con la Terra e l’amore per i vivi. Sono forze da non sottovalutare».

Proteste e repressione

Nell’ottobre 2022 la protesta ha alzato i toni, spinta dalla mancanza di volontà politica per una negoziazione giusta.

Gli abitanti mobilitati contro il progetto hanno cercato di sabotare il magazzino delle attrezzature di costruzione con bombe molotov, e hanno costruito capanne nell’area destinata alla centrale.

I rifugi, alla stessa maniera di quelli impiantati dalle tante famiglie e attivisti francesi nella zona dell’aeroporto, vogliono ribadire il messaggio che la foresta è la loro casa e che sono determinati a non cederla.

La protesta ovviamente si è scontrata con l’apparato repressivo dello Stato. La polizia ha usato gas lacrimogeni sui manifestanti e ha arrestato due abitanti del villaggio, un ambientalista e persino Roland Sjabere, lo yapoto di Prospérité, prelevato dal villaggio all’alba e portato in custodia a 150 km di distanza, senza rispettare il suo diritto di parlare con la famiglia.

In risposta agli arresti, le famiglie hanno organizzato una mobilitazione molto più ampia per l’11 novembre 2022, invitando i sostenitori di tutta la Guyana francese ad «andare fino alle ultime conseguenze» per difendere Prospérité.

Con tristezza, ma determinazione, lo yapoto ha dichiarato di «non essere più per il dialogo» e ha ribadito la richiesta di uno spostamento equo del progetto.

Anche il presidente della Jeunesses autochtones de Guyane, ha risposto alla repressione della polizia: «Le persone chiedono rispetto, fanno valere i loro diritti millenari, ma sono considerate criminali. Abbiamo fatto il gioco dello Stato per un po’, ma se vogliono affrontare la resistenza, ci solleveremo. Siamo pronti a combattere».

La montagna d’oro

Oltre che con la Ceog, il popolo kali’na deve fare i conti anche con altri progetti industriali: enormi centrali a biomassa, siti di estrazione dell’oro, miniere come la Montagne d’Or, promossa dal consorzio russo-canadese della Columbus Gold e Nordgold. Riguardo quest’ultima, dopo forti opposizioni, nel 2019 il governo ha annunciato l’abbandono del progetto a causa della sua incompatibilità con i requisiti ambientali. Tuttavia, una miniera d’oro fa gola a troppi, e finché la Francia non tornerà a negoziare il codice minerario e non porrà dei limiti chiari su che cosa e dove può essere estratto, ogni progetto sarà soggetto a possibili riattivazioni.

La protesta arriva in Francia

La mobilitazione ha fatto appello anche alla Francia metropolitana. Il presidente del Ceog e fondatore di Meridiam è un uomo vicino a Macron. Una sua donazione alla prima campagna elettorale del presidente ha alimentato la preoccupazione per un possibile trattamento di favore nei suoi confronti da parte delle autorità francesi.

Per quanto riguarda Macron, recentemente è stato criticato per aver permesso la deforestazione dell’Amazzonia in Guyana mentre stigmatizzava sulla scena mondiale quella brasiliana con toni severi contro Bolsonaro.

Lo yapoto di Prospérité aveva già visitato Parigi ed era intervenuto alla manifestazione per la giustizia climatica durante la Cop 26 nel novembre 2021.

Una delegazione di Kali’na è stata invitata a presentare il proprio caso all’Assemblée nationale – il parlamento francese – lo scorso dicembre 2022.

Nel gennaio 2023, Jean-Luc Melenchon, leader del partito di sinistra La France insoumise, ha visitato il cantiere della Ceog in Guyana e ha dato il suo sostegno alla lotta per fermarne la costruzione.

In una tribuna di «Le Monde» indirizzata a Macron, una rete di associazioni indigene della Guyana e i loro sostenitori hanno chiesto che il progetto venga delocalizzato: «Questo progetto viola il nostro diritto a dare un consenso libero, preventivo e informato, protetto anche dal diritto costituzionale, all’informazione e alla partecipazione pubblica».

E hanno avvisato ulteriormente: «Vi ricordiamo che un fondo di investimento, prima di produrre elettricità, cerca di ottenere un profitto. Corriamo il rischio che quella che chiamate “transizione energetica” diventi solo una nuova schiavitù dei popoli e degli ambienti naturali».

Daniela Del Bene


ATLANTE DELLA GIUSTIZIA AMBIENTALE

Questo articolo fa parte di una collaborazione fra Missioni Consolata e l’Ejatlas (Environmental Justice Atlas) nell’ambito della quale portiamo a conoscenza dei nostri lettori storie e analisi riguardanti alcuni dei conflitti ambientali presenti nell’Atlante.
Per tutti i casi menzionati nell’articolo sono disponibili nell’Atlas le relative schede informative.
www.ejatlas.org
www.envjustice.org
http://cdca.it (atlante conflitti ambientali italia).




Nord Kivu senza pace


Nell’est del secondo paese africano per superficie, tra i più ricchi di risorse, imperversano gruppi armati sostenuti da paesi confinanti. Gli stessi sono alleati della Rdc a livello regionale. Le contraddizioni sono forti. Come pure non si spiega la presenza della missione Onu per la pace che in 23 anni non ha dato risultati. Ce ne parla un attivista per i diritti umani di Goma.

Nell’est della Repubblica democratica del Congo, da circa un anno la milizia M23, sostenuta dal Rwanda, sta causando grandi spostamenti di popolazione. Secondo il sito umanitario Reliefweb, al 31 gennaio 2023, gli attori umanitari e statali hanno stimato in almeno 602mila unità il numero di persone sfollate a causa della guerra nei territori di Rutshuru, Nyiragongo, Masisi, Walikale, Lubero e nella città di Goma (capitale del Nord Kivu). Nel marzo 2023, il numero di sfollati solo intorno alla città di Goma è stimato in circa 200mila.

Julienne, residente a Goma nel quartiere di Ndosho, descrive la loro situazione: «Abbiamo sofferto nella Rdc orientale per molto tempo. Ho visitato alcuni campi di sfollati. Non hanno riparo dalla pioggia, né servizi igienici, né bidoni della spazzatura, né cibo o vestiti. Alcuni hanno preso il colera. Una volta arrivati a Goma, alcuni vengono accolti in famiglie allargate, ma non hanno mezzi per sopravvivere sul lungo termine. Sperano di tornare nel loro territorio dove hanno lasciato tutto. A Goma sono aumentati i prezzi dei prodotti alimentari al mercato. Le strade sono chiuse, la guerra ha bloccato tutte le aree da cui proviene il cibo. I negozi non hanno più nulla da vendere».

Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni di Kanyaruchinya. Pascal Martin 2022.

M23 alla ribalta

Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, i ribelli dell’M23 hanno paralizzato le strade principali che collegano Goma al resto della provincia.

In quella zona, a una trentina di chilometri dalla città, sono stati dispiegati i soldati burundesi presenti nella Rdc come membri della forza militare della Comunità dell’Africa orientale (Eac). Con base a Mubambiro, le truppe burundesi si sono unite a un contingente dell’esercito keniano, di circa mille uomini, schierati a Goma e dintorni dal novembre 2022.

Sempre a marzo, molto più a nord, nel territorio di Beni, anch’esso nella provincia del Nord Kivu, più di quaranta persone sono morte in un nuovo attacco attribuito ai ribelli dell’Adf (Allied democratic forces), affiliati al gruppo Stato islamico. L’Adf ha origine da ribelli ugandesi, in prevalenza musulmani, che sono arrivati nell’est della Rdc a metà degli anni ‘90 e sono accusati del massacro di migliaia di civili.

Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni Don Bosco. Pascal Martin 2023.

La voce dei diritti

Abbiamo intervistato Christophe Mutaka, attivista per i diritti umani e direttore del gruppo Martin Luther King a Goma.

Signor Mutaka, può riassumere il lavoro del gruppo Martin Luther King?

«Organizziamo le nostre attività con pochi mezzi. Realizziamo un lavoro di monitoraggio, che ci aiuta a sapere cosa avviene sul campo in modo che, in futuro, coloro che compiono gravi e massicce violazioni dei diritti umani, compresi crimini di guerra e crimini contro l’umanità, e persino atti di genocidio, non sfuggano alla giustizia internazionale.

Negli ultimi mesi, il gruppo Martin Luther King, al fine di evitare che la situazione degenerasse in atti di violenza etnica, ha fatto sensibilizzazione affinché le persone distinguano chiaramente e non confondano coloro che sono al fronte o sul campo di battaglia con le popolazioni civili che non sono responsabili di ciò che accade, indipendentemente dalla loro origine etnica.

Ma continuiamo anche a monitorare ciò che avviene in prima linea affinché gli autori di crimini di guerra, massacri e atti di genocidio siano identificati.

Sono un esempio i massacri di Kishishe e Bambu nel territorio di Rutshuru. Atti che non potranno rimanere impuniti perché i loro autori sono noti e identificati. La documentazione raccolta consentirà alle generazioni future di chiederne conto. Nella parte settentrionale della provincia del Kivu, le persone sono state massacrate per più di un decennio. Molte di esse appartengono alla comunità nande nel territorio di Beni.

Per quanto riguarda gli sfollati, ovvero persone che hanno lasciato i loro villaggi d’origine temendo per la propria vita e che si sono trovate in pericolo a causa dei disordini, anche nel loro caso gli autori delle violazioni dei diritti umani che hanno subito potrebbero essere perseguiti».

Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni a Mugunga. Pascal Martin 2022.

Perché e quando l’M23 ha ripreso i suoi attacchi nella parte orientale della Rdc?

«La ripresa degli attacchi, in particolare quelli dell’M23, risale al marzo 2022. Affermano di averli ripresi perché la comunità tutsi (etnia presente in Congo, Rwanda e Burundi, ndr) è minacciata. Ma non è vero: essi si trovano nel governo a livello nazionale, sono presenti nell’Assemblea nazionale, nel Senato, nelle aziende statali e parastatali, nelle aziende private strategiche, nell’esercito e nei servizi di sicurezza. È quindi inaccettabile che si descrivano come una minoranza minacciata o schiacciata del paese. I tutsi hanno tra i membri della loro comunità ministri, generali, alti ufficiali dell’esercito.

L’argomento della minaccia non regge. Come prova, i banyamulenge (tutsi congolesi, ndr) che l’M23 dovrebbe difendere, hanno dichiarato che preferiscono risolvere le loro questioni da soli, con gli altri congolesi.

Il secondo argomento è il rientro nelle loro terre dei rifugiati tutsi che sono ancora nei campi in Rwanda e Congo. Qui nessuno è contrario al loro ritorno, ma sarebbe necessario identificarli in anticipo, conoscere il loro luogo di origine e sapere da quale villaggio provengono. La contraddizione è che quando l’M23 attacca il Congo, crea insicurezza nelle loro zone di origine. Inoltre, c’è il timore che, nella confusione, approfittino del ritorno dei rifugiati per fare arrivare ruandesi non di origine congolese, che quindi non possono indicare il loro villaggio di provenienza.

Infine, questi gruppi richiedono di essere integrati nell’esercito. Anche questo non sta in piedi. Molti ufficiali tutsi, maggiori, colonnelli e caporali sono già nell’esercito, mentre la legge congolese proibisce il reclutamento collettivo di ribelli. Ognuno si fa arruolare individualmente.

Queste argomentazioni ci sembrano quindi infondate e noi pensiamo che le ragioni della ripresa delle ostilità siano altre.

In Rdc vivono circa 450 gruppi etnici che sono ciascuno una minoranza rispetto al resto. La minoranza tutsi non è la più piccola comunità del Paese. Ci sono gruppi etnici più piccoli dei tutsi che non usano questi argomenti di discriminazione. La tutela delle minoranze è garantita dalla Costituzione. Inoltre, non è corretto usare le armi per rivendicare diritti.

Occorre dunque operare una netta distinzione tra coloro che hanno preso le armi contro la Repubblica democratica del Congo (ad esempio l’M23) e i civili che non hanno nulla a che fare con il conflitto armato».

Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni a Mugunga. Pascal Martin 2022.

La Rdc fa parte della Comunità dell’Africa dell’Est (sigla inglese, Eac), come il Rwanda che però sostiene l’M23. Questa posizione non è contraddittoria?

«Rispetto all’impegno dell’Eac, ci sono cose che non si comprendono. Ad esempio, come sia possibile che la Rdc rimanga suo membro mentre un altro la attacca, e come mai gli altri membri non prendano posizione. Come società civile, avremmo trovato normale che la Rdc si ritirasse dall’Eac, perché non possiamo rimanere membri di una unione che mantiene un silenzio colpevole di fronte all’aggressione di uno dei suoi membri. Anche l’impegno delle truppe Eac a fianco delle Fardc (Forze armate della Rdc) è difficile da capire. Come le truppe burundesi abbiano attraversato il Rwanda per venire a combattere l’M23 in Congo è qualcosa che non possiamo comprendere. Tuttavia, il Rwanda è membro dell’Eac.

Quindi c’è un gioco di menzogne in questa alleanza, e questo spiega perché ci sono state manifestazioni qui a Goma per chiedere alla Rdc di lasciare l’Eac. Una volta fatto questo, il nostro Paese sarà in grado di cercare sostegno militare o di altro tipo da qualsiasi altro paese del mondo».

Alcuni capi di stato hanno recentemente visitato la Rdc. Possiamo ricordare la visita del sovrano belga, re Filippo, del presidente francese, Emmanuel Macron e del presidente dell’Angola, João Lourenço. Ma anche la visita di papa Francesco. Questo balletto diplomatico ha cambiato qualcosa sul terreno?

«A parte il Papa, le altre autorità che ha citato hanno un’agenda nascosta, che include interessi sulla guerra che si svolge nella Rdc. È quindi normale che il loro passaggio non possa cambiare molto sul terreno.

La Francia, ad esempio, in quanto membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dovrebbe essere in grado di influenzare i suoi membri per fermare la guerra in Congo. Ma, poiché ci sono altri interessi, le visite non hanno cambiato la situazione.

Neppure la popolazione congolese ha capito il significato di queste visite.

Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni di Kanyaruchinya. Pascal Martin 2022.

La visita del Papa, invece, è ben diversa. È stata un campanello d’allarme per la popolazione congolese in generale. Nel suo messaggio, Francesco ha detto ad alta voce ciò che tutti stanno sussurrando: ha parlato del coinvolgimento occidentale nella crisi che ha lacerato la Rdc per più di due decenni. Quando il Papa chiede di “togliere le mani dalla Rdc e dall’Africa”, denuncia queste ingerenze esterne.

Come in Burkina Faso, che non ha avuto una guerra prima che i suoi minerali fossero scoperti, o il Nord del Mali, dove sono state scoperte risorse naturali. Tutte risorse di interesse per l’Occidente, e quindi portatrici di guerre. Il commercio di armi è anch’esso un grande business.

Nessuno combatterà per la Rdc, a parte noi congolesi. Le autorità devono capire che gli unici amici del Congo sono i congolesi stessi. Tutte queste missioni esterne vengono nel Paese per interessi personali e non per quelli della Rdc e del suo popolo.

Ad esempio, la missione delle Nazioni Unite è qui da più di 20 anni, la più grande missione di pace delle Nazioni Unite nel mondo. Ma la pace è arrivata? C’è la guerra con scontri continui a soli 30 km da Goma. E i caschi blu dell’Onu sono sul posto.

Capiamo quindi, che tutte queste missioni, che si tratti dell’Eac o delle Nazioni Unite, non sono venute per il Congo, ma per qualcos’altro.

Dobbiamo identificare chi, nel nostro Paese, sostiene la guerra e chi la sostiene al di fuori del Paese. Sarà quindi necessario attaccare gli interessi di coloro che fomentano la guerra, in modo che capiscano che non vale la pena avere le risorse della Rdc passando dalla finestra, ma devono passare dalla porta. Ovvero ottenere le risorse dai congolesi stessi.

Se i paesi occidentali, le multinazionali vogliono sfruttare le risorse naturali del nostro territorio, stabiliscano una partnership alla pari con il Congo, invece di massacrare l’intera popolazione solo perché abbiamo minerali».

In questo anno elettorale, quali sono le correnti di opposizione che possono presentare un’alternativa e canalizzare le aspirazioni del popolo?

«In quest’anno elettorale la posta in gioco è alta. Non dimentichiamo che alcuni politici a caccia di poltrone vogliono approfittare di questa situazione di guerra per posizionarsi e ottenere il sostegno di alcuni Stati occidentali.

Abbiamo anche le nostre responsabilità come congolesi. Siamo in parte responsabili delle nostre disgrazie perché siamo noi che votiamo per le persone che governano il paese. Accettiamo cose inaccettabili e quindi dobbiamo anche lavorare molto sulla governance. Il buon governo consentirà di evitare ingiustizie e di organizzare un’equa redistribuzione delle risorse a livello della popolazione. Se le risorse andranno a beneficio del paese e saranno ben gestite, le persone vivranno in condizioni soddisfacenti.

L’anno elettorale viene osservato con molto interesse anche fuori del paese».

Quali leader democratici emergono per proporre alternative alla popolazione?

«Ci sono leader che hanno una visione diversa della Rdc e un’idea affinché la popolazione possa beneficiare delle risorse del Paese. Ma chi li sostiene? Dovremo sostenere questi leader in modo che possano cambiare qualcosa nel Paese. Sfortunatamente non hanno ancora mobilitato la massa. I congolesi si stanno mobilitando e combattendo per la loro patria, attraverso marce pacifiche, scioperi, giorni di blocco delle città, nonostante tutti i rischi che corrono durante questi eventi.

La popolazione congolese non si lascia abbattere. Resiste in maniera nonviolenta.

Chi sogna la balcanizzazione del Congo si sbaglia: se noi siamo umiliati oggi, domani non umilieranno i nostri figli e nipoti. Perché sono essi che stanno vivendo le disgrazie del popolo congolese: rimanere senza acqua, cibo, elettricità in un paese così ricco è una contraddizione. Un giorno tireremo fuori questo paese da questa vergogna a livello globale».

Quale segno di speranza vede in tutto ciò che il Congo sta attraversando oggi?

«I congolesi stanno combattendo contro diversi paesi contemporaneamente: Rwanda, Uganda e diversi paesi occidentali (Francia, Gran Bretagna e altri).

C’è un barlume di speranza se a livello di società civile continuiamo a sensibilizzare la popolazione affinché tutti capiscano che il futuro del Congo è nelle mani dei congolesi e soprattutto dei giovani. Il futuro dell’Africa è nelle mani degli africani. Non possiamo svendere la nostra dignità e la nostra sovranità. È una consapevolezza che deve aumentare.

Inoltre, è necessario esercitare pressioni sui nostri leader per una sana gestione degli affari pubblici. La liberazione del popolo passa anche attraverso questo. Altrimenti, continueremo a cadere nella miseria e a essere considerati come subumani usati da coloro che ne hanno bisogno. Dobbiamo anche lavorare sull’educazione civica degli elettori, in modo che le autorità che gestiranno questo paese possano essere degne di questo compito. Che lavorino per il benessere della popolazione.

C’è anche l’advocacy. Non lavoreremo da soli. Ci sono persone che vogliono sostenere il Congo, che si chiedono perché il popolo congolese sia schiacciato. Dobbiamo andare da queste persone per spiegare cosa sta succedendo e attivare una diplomazia che possa far capire la causa congolese al mondo.

Perché abbiamo visto paesi mobilitarsi per i terremoti mentre poco o per nulla è stato fatto a favore del nostro Paese? La causa congolese deve essere resa nota all’estero. Il popolo congolese non ha solo bisogno di aiuti umanitari, ma soprattutto di porre fine alle ostilità. In modo che tutti possano tornare a casa, nel loro territorio, e riprendere le loro attività».

Pascal Martin*

*Nato e cresciuto a Goma in una famiglia di volontari, ha poi lavorato per oltre 20 anni come cooperante in Africa, tra Congo Rd, Burundi, Madagascar e altri paesi. Ha già scritto per MC.

Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni di Rusayo. Pascal Martin 2023.

 




Gocce di speranza


I Missionari della Consolata sono arrivati nel 2018 a Luacano, diocesi di Luena nella provincia di Moxico. Proprio nella regione dove, sedici anni prima, aveva avuto i suoi momenti conclusivi la guerra civile che ha stravolto la vita del paese dal 1975 al 2002 lasciando pesanti distruzioni e numerosi campi minati.

Luacano si trova 220 km a est di Luena (anche Lwena, ndr), capoluogo della provincia di Moxico, a 1.300 km da Luanda, capitale dell’Angola, e ad appena 100 km dai confini con il Congo Rd. La cittadina è stata fondata nel 1931. Moxico, con i suoi nove comuni, compreso Luacano, ha un’estensione territoriale di 223.023 km2 (circa dieci volte la Lombardia, con un decimo della sua popolazione, ndr). È la provincia dove si sono combattute le ultime fasi della guerra civile. Nel comune di Luacano, dove i Missionari della Consolata sono arrivati nel 2018, oltre a provocare innumerevoli morti, la guerra ha portato la distruzione di infrastrutture, scuole, case e chiese, e ha causato un massiccio esodo di popolazione che ha lasciato il territorio senza insegnanti, infermieri, medici, artigiani e tecnici.

Secondo l’ultimo censimento, nel 2014 Luacano aveva 21.447 abitanti. Considerando un tasso di natalità annuo intorno al 7%, e le difficoltà di registrazione e le incertezze dei documenti, oggi si stima ci siano circa 40mila abitanti. Le principali attività economiche sono la pesca e la coltivazione della manioca. La popolazione è composta da due gruppi etnolinguistici: i Tchokwe e i Luvale, che hanno un profondo patrimonio culturale. Di particolare rilievo sono i «mukanda», i riti di circoncisione per l’iniziazione dei «wali» (giovani), riti che però non comportano la mutilazione genitale femminile.

Le nostre comunità

La parrocchia santa Maria Mãe de Deus di Luacano è nella diocesi di Luena. A servirla siamo in due Missionari della Consolata: insieme a me, lavora padre Bernard Maina Wambui. Ha sette centri sparsi su un’area di 13.573 km2 (grande come la Campania, ndr). Il primo centro è Calomba dove c’è una piccola comunità di cattolici. Sono in tre, tra i quali l’unica donna catechista, la signora Victorina Tumba (Soba), che non sa né leggere né scrivere.

Il secondo è la comunità di Caifuche che vede crescere il numero di fedeli di giorno in giorno. Lì, non c’è ancora un responsabile della comunità che, per ora, è guidata da una piccola commissione di fedeli. Gli incontri di preghiera o la celebrazione della messa avvengono sotto un albero di mango.

Il terzo è la comunità di Lituta. Questa soffre per il fatto che la maggior parte dei suoi membri è analfabeta e molto attaccata alla religione tradizionale.

Il quarto centro è la comunità di Cazanguissa. È quella meglio organizzata di tutta la parrocchia, perché le responsabilità sono condivise, e così riesce anche ad aiutare due comunità vicine (Sambololo e Cualendende). I pochi giovani collaborano nelle attività pratiche e animano il coro. Esiste un gruppo di 48 catecumeni di diverse età che, con il nostro aiuto, è attualmente suddiviso secondo le varie tappe del cammino di iniziazione cristiana. La comunità però non è in grado di autofinanziarsi, in quanto i suoi membri non hanno risorse economiche da condividere, possono offrire solo servizi e lavori concreti.

Il quinto è quello del Lago Dilolo che è stata senza la messa per dieci anni fino all’anno scorso. La vita della comunità è guidata da un piccolo consiglio locale. La maggior parte dei fedeli non è battezzata e per questo abbiamo organizzato insieme un piano di formazione e catechesi.

Il sesto centro è la comunità di Caxita che è quella più lontana da Luacano (200 km). È una comunità vivace guidata da tre catechisti che hanno costruito una cappella in legno ed erba. Questa comunità ha il potenziale per diventare una chiesa forte, ma la sua distanza e le strade dissestate costituiscono una grande sfida per noi.

Il settimo è la comunità parrocchiale di Luacano dove c’è la celebrazione quotidiana della messa, l’adorazione eucaristica settimanale, la disponibilità al sacramento della riconciliazione due volte alla settimana, oltre all’accompagnamento di gruppi e movimenti. Anche il catechismo viene insegnato su base settimanale.

La comunità è divisa in diversi gruppi: bambini, giovani, uomini e donne. Sperimenta anche l’incostanza nella partecipazione a causa del grande movimento di persone verso altre località (Luau e Luena) alla ricerca di pascoli più verdi.

È da notare che i bambini e i giovani sono una parte importante della popolazione e un gran numero di loro non sa né scrivere né leggere, il che rende molto difficile trasmettere qualsiasi formazione religiosa o sociale.

La cappella di Tchinyama a 60 km sud dalla nostra presenza IMC a Luacano Angola

Programma di eradicazione dell’analfabetismo

Per capire meglio la situazione di Luacano, dobbiamo vedere come va in generale il sistema educativo in Angola. Secondo i dati ufficiali del ministero dell’Istruzione per l’anno 2019@, quasi il 25% della popolazione angolana è analfabeta. Tuttavia, la realtà sul campo è molto varia e non corrisponde alle statistiche ufficiali.

Secondo il servizio della televisione pubblica dell’Angola (Tpa) del 26 marzo 2019, nella provincia di Cuanza Norte, che dista solo 211 km dalla capitale, oltre il 90% degli studenti di prima media non sa né leggere né scrivere. Se quella provincia così vicina a Luanda è in queste condizioni, possiamo immaginare la situazione scolastica in comuni remoti come Luacano.

Infatti, il tasso reale di analfabetismo, secondo le organizzazioni non governative, è del 45-55%, ovvero 13 milioni di angolani dai 15 anni in su@.

Il rapporto Undp (Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo) sull’Angola degli anni 2014-2018 mostra un tasso del 47% di angolani tra i 5 e i 23 anni che non frequentano la scuola e, tra questi, il 16% non l’ha mai frequentata.

Va notato che in province come Lunda Norte, oltre l’85% della popolazione adulta è analfabeta.

La causa principale di questa drammatica situazione è la lunga guerra civile durata più di 25 anni fino al 2002. Ma, dopo l’accordo di pace, nel paese è emerso un pessimo sistema educativo: scuole senza strutture, senza materiale didattico, e con insegnanti senza un’adeguata preparazione.

Stando così le così, noi missionari della Consolata abbiamo intrapreso un programma di alfabetizzazione in cui educhiamo la gente del posto a leggere e scrivere. Durante la settimana i nostri giovani si incontrano nel pomeriggio per corsi di alfabetizzazione che coinvolgono anche la sensibilizzazione vocazionale. Infatti, da questa attività sono uscite cinque ragazze che studiano in diverse case di suore e cinque giovani entrati nel seminario minore.

visita pastorale alla cappella di san Paolo in Lituta alla distanza di 67km dalla sede parrocchiale

Maternità precoce

Purtroppo è frequente incontrare ragazze di appena 12 anni incinte o sposate. La maggior parte viene da noi chiedendo aiuto, ma con i mezzi limitati che abbiamo possiamo solo incoraggiarle a rimanere positive, mentre nel profondo di noi siamo turbati.

Un pomeriggio, mentre stavo camminando nel villaggio di nome bairro Morango, le nuvole hanno iniziato ad addensarsi e presto ho sentito le prime gocce di pioggia sulla fronte. Mi sono riparato velocemente nella casa più vicina, una capanna dal tetto di erba secca. Entrando, mi sono stupito che nella sua semplicità quella casa fosse in grado di ospitare ben quattordici bambini. Tra di essi c’era una ragazza di 13 anni che allattava un bambino nato da appena due settimane. Il resto dei suoi fratelli non era mai entrato in una scuola. Nessuno sapeva pronunciare una parola portoghese, tutti parlavano solo luvale. Non c’era niente da offrire allo sconosciuto appena entrato in casa: nessuna sedia, niente acqua e, con sorpresa, non c’era nemmeno un piccolo segno dell’imminente pasto per l’intera famiglia.

Più avanti, nella settimana, li abbiamo inclusi nel programma alimentare, ma ancora una volta la sfida principale è l’incapacità di finanziare un programma umanitario così nobile.

Salute

Nel comune di Luacano c’è una struttura sanitaria, ma purtroppo mancano i medici, e il loro laboratorio non ha le attrezzature per far fronte al crescente numero di malattie.

Qui la malaria è comune a causa dei prolungati periodi di piogge e della mancanza di un buon sistema di drenaggio e di fognature. La mancanza di conoscenza dell’igiene di base contribuisce anche a diverse malattie. La maggior parte dei cittadini soffre costantemente di diarrea e vomito. L’assenza di acqua potabile è la causa della maggior parte delle malattie. Per questo, nonostante le nostre ristrettezze economiche, abbiamo contribuito a scavare numerosi pozzi per migliorare il benessere della nostra gente.

In questa situazione ci sono persone che hanno optato per l’assistenza domiciliare, cioè le cure tradizionali.

Il comune di Luacano non ha obitori. All’ospedale comunale e al centro di maternità infantile non c’è mai stata una camera mortuaria, così, quando qualcuno muore, il funerale si fa entro il giorno seguente, prima che il corpo inizi la decomposizione.

Trasporti

La distanza tra Luena, sede della diocesi e capitale della provincia, e Luacano, è un’altra delle difficoltà che tutti hanno. L’unica via di comunicazione esistente è la ferrovia, mentre la strada è in condizioni impossibili. Sono solo 220 km, ma con il treno ci vogliono cinque ore. I treni sono disponibili cinque giorni alla settimana (lunedì, martedì, mercoledì, giovedì e sabato).

Se invece si decide di utilizzare la strada, uno lo fa a suo rischio e pericolo. Le strade hanno due caratteristiche principali: sono molto sabbiose durante il periodo secco e diventano un pantano durante la stagione delle piogge.

Tornando al treno, vale la pena sottolineare alcune sue caratteristiche che lo rendono unico: è un treno con motore alimentato a diesel; c’è un continuo movimento di persone da una carrozza all’altra; ogni stazione in cui si ferma diventa un mercato all’aperto dove si comprano prodotti alimentari (principalmente limoni, pesce ecc.) e dove un gran numero di bambini cercano di venderti di tutto, anche quando ci sono condizioni meteorologiche avverse.

Questa unicità è enfatizzata anche da una natura bellissima e lussureggiante lungo la linea ferroviaria.

Stando così le cose continuiamo a dialogare con le autorità locali affinché intervengano sul mantenimento delle poche infrastrutture di questo meraviglioso paese. Abbiamo con loro ottime relazioni che ci permettono anche di godere di una buona sicurezza, specialmente in previsione di offrire ai nostri amici la possibilità di visitare la missione.

La nostra casa

La nostra casa si trova in un quartiere costruito dal governo locale dopo la guerra. Era stata donata al vescovo di Luena, dom Tirso Blanco (defunto il 22/02/2022).

È una casa semplice con i servizi essenziali e dotata di pannelli solari. A poca distanza c’è un’altra casa conosciuta localmente come la «casa del vescovo», che gli era stata donata dallo stesso comune come sua dimora per le sue le visite pastorali. Questa casa è più ampia ed è a disposizione degli ospiti. Per l’acqua è stato scavato un pozzo che serve egregiamente per le nostre necessità e per quelle dei fedeli quando vengono alla chiesa.

Siamo in un rapporto molto positivo e cordiale con i nostri vicini, bella gente che ha un cuore grande nella propria semplicità e che fa anche buona guardia alla casa quando noi siamo lontani per visitare i centri.

Manioca, cibo di base

La popolazione locale è sempre vissuta dipendendo dalle piogge stagionali e, nella stagione secca, dalle acque raccolte negli stagni naturali. I continui drastici cambiamenti climatici hanno rotto questo equilibrio ed è stato necessario scavare nuovi pozzi per rispondere ai bisogni della gente.

L’alimentazione dipende per il 90% dalla manioca. Foglie di manioca come verdure, steli di manioca come legna da ardere e tuberi di manioca come pasto principale. Con una dieta così limitata, ci sono molti casi di sindrome da insufficienza alimentare soprattutto nei bambini piccoli. L’unica volta che c’è un cambiamento di menù è quando viene cucinato un pesce essiccato della stagione precedente.

Per cambiare questa realtà stiamo iniziando a introdurre altre colture stagionali intercambiabili, come il mais e i fagioli che maturano in un tempo più breve della manioca, la quale impiega un anno intero prima di essere pronta per il consumo.

Sfide

A Luacano bisogna imparare a vivere senza internet, visto che la rete mobile è debole e instabile. In compenso il contatto con la gente del posto è sempre pieno, a ogni ora del giorno.

Anche la nostra mobilità è limitata perché durante la stagione delle piogge (da settembre a marzo) siamo costretti a fermarci nella sede centrale a causa dell’acqua che rende le «strade» impossibili anche con un potente fuoristrada.

Per fare le spese poi, non possiamo contare sull’unico negozio locale. Esso vende i prodotti a un prezzo tre o quattro volte più alto che in città, così bisogna percorrere i 220 km che ci separano da Luena con il treno che parte il pomeriggio alle tre, pernottare in città, comprare il necessario e poi prendere un altro treno per ritornare a casa il giorno dopo alle quattro del mattino. Sono qui a Luacano da meno di un anno. Non era certo nelle mie previsioni essere inviato in un posto così remoto e impegnativo. Ma è una bella sfida per la mia passione missionaria. Ringrazio di cuore tutti quelli che ci sono vicini con la loro preghiera e il loro sostegno.

Martin Mbai Ndumia


Angola

  • 1.246.700 km² di superfice (23° del mondo per estensione)
  • 25.789.024 abitanti nel 2014
  • 35.928.000 abitanti al 23/03/2023, h 15, secondo l’United nations world population prospect.

Paese situato nell’Africa sudoccidentale. Sotto influenza portoghese dal XV secolo, colonia fino al 1951, poi provincia d’oltremare e infine indipendente dal Portogallo l’11 novembre 1975 dopo un’aspra guerra.
Al momento dell’indipendenza il Paese era diviso, da una parte il Movimento popolare di liberazione dell’Angola (Mpla), fondato nel 1956 e appoggiato dall’Urss, dall’altra l’Unione Nazionale per l’Indipendenza totale dell’Angola (Unita) e il Fronte di liberazione nazionale dell’Angola (Flna), più vicini agli Stati Uniti. In gioco c’erano non solo contrasti etnici e interni, ma anche il controllo delle ricche risorse (petrolio e diamanti in particolare) del Paese. Iniziò così la guerra civile che sarebbe durata fino al 2002.

La guerra ha devastato le infrastrutture e danneggiato gravemente la pubblica amministrazione, l’economia e le istituzioni religiose.

È importante notare che i 27 anni di guerra civile in Angola hanno lasciato milioni di famiglie alla fame, altre sono state costrette a fuggire dalle loro case nei paesi vicini, Congo e Zambia, e oltre 100mila bambini sono stati separati dalle loro famiglie.

Quando i combattimenti sono terminati nel 2002, mine antiuomo ed esplosivi erano disseminati ovunque in campi,
villaggi e città, e hanno continuato a uccidere e ferire migliaia di persone. Le vittime delle mine antiuomo non ricevono alcun sostegno dal governo.

M.M.N.


LA RELIGIONE

La popolazione dell’Angola è prevalentemente cristiana. Non esistono statistiche accurate sull’argomento. La maggioranza è cattolica, circa il 20% è protestante di varie denominazioni e gli altri aderiscono a credenze tradizionali. Solo una piccola percentuale (forse il 2%) aderisce all’Islam o ad altre religioni. I cattolici sono più numerosi nella regione costiera occidentale densamente popolata. La Chiesa cattolica continua a svolgere un ruolo importante nel fornire istruzione al popolo dell’Angola. Il Paese ha attualmente cinque arcidiocesi e 19 diocesi: Huambo (diocesi di Huambo, Benguela, Kwito-Bié), Luanda (Luanda, Cabinda, Caxito, Mbanza Congo, Sumbe, Viana), Lubango (Lubango, Menongue, Ondjiva, Namibe), Malanje (Malanje, Ndalatando, Uije) e Saurimo (Saurimo, Dundo, Lwena). La nostra diocesi, Lwena, dopo la morte del salesiano dom Tirso Blanco il 22/02/2022, è in attesa della nomina di un nuovo vescovo Si stima che il 47% della popolazione angolana, soprattutto nelle aree rurali, pratichi varie forme di religioni indigene. Anche molte persone che professano il cristianesimo, si trovano ancora attaccate ad aspetti delle pratiche e delle credenze religiose tradizionali.

M.M.N.


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