vita da rifugiati AFGHANI IN IRAN

E ORA A KABUL, COSTI QUEL CHE COSTI!
Sono 37 milioni i rifugiati nel mondo: per calamità naturali,
per conflitti armati…
E se le prime sono ineluttabili (non sempre),
i secondi denunciano l’uomo. Che però sembra non voler capire…
L’Iran ospita 2 milioni e 360 mila profughi dell’Afghanistan.
Da qualche tempo è iniziato il rimpatrio. Ma…

Qual è la situazione dei rifugiati
afghani in Iran? È certamente
migliore di quella
dei loro conterranei fuggiti in Pakistan.
Però sono soltanto alcune decine
di migliaia gli afghani che vivono nei
27 campi profughi dell’Iran, «insolitamente
decorosi e bene organizzati,
tra i migliori al mondo», come
li ha definiti Laura O’Mahony, una
delle responsabili dell’Alto Commissariato
delle Nazioni Unite per i
rifugiati a Teheran. Gli altri afghani
(la maggioranza) si sono insediati un
po’ ovunque: si trovano in quasi tutti
i grandi centri.
Alcuni, soprattutto quelli arrivati
da vecchia data, hanno anche impiantato
una propria attività. C’è
chi ha moglie o marito iraniani.
Lo ammettono essi stessi: a loro è
andata meglio che ad altri. Ma non
è stato facile. Per un profugo non lo
è mai.

UNA LUNGA ODISSEA
Gli afghani sono incominciati ad
arrivare in Iran circa 30 anni fa, ai
tempi della cacciata del loro re Zahir.
Da allora non hanno mai smesso di
attraversare la frontiera. Durante
l’invasione sovietica dell’Afghanistan
(1979-89), il loro numero arrivò
a 6 milioni. Molti sono tornati quando
i russi hanno abbandonato il paese.
Poi è incominciata la guerra civile,
poi sono arrivati i talebani, poi
questi sono stati cacciati, poi…
Secondo l’ultimo censimento, gli
afghani in Iran sono 2 milioni e 360
mila. Ma pochi hanno lo status di rifugiati;
un discreto numero possiede
la «carta blu» (corrisponde al permesso
di soggiorno); i più hanno solo
un numero di registrazione; però
si calcola che ci siano ancora 200 mila
profughi che non hanno risposto
all’appello e che, quindi, rimangono
fuori dei conti.
«L’Iran è stato generoso nei loro
confronti – ha confermato la signo-

ra O’Mahony -. Ha garantito istruzione
ai loro figli, assistenza medica
a tutti, sussidi per i più vulnerabili».
Bisogna, però, aggiungere che questo
vale per chi ha la carta blu; per
gli altri le cose sono più difficili. Ad
esempio: non possono mandare i figli
nelle scuole iraniane. Per tali ragazzi
gli stessi afghani hanno organizzato
scuole proprie, con l’aiuto
dei membri più danarosi della comunità.
Rimane per tutti il grosso scoglio
del lavoro. Se lo è per i profughi in
occidente (economicamente forte),
a maggior ragione lo è in Iran, dove
l’indice di disoccupazione è molto
alto. Perfino chi è in possesso di regolari
documenti può svolgere legalmente
solo lavori manuali. L’afghano
viene per lo più impiegato come
spazzino, giardiniere, manovale.
Il settore delle costruzioni si avvale
molto di lui, perché è un bravo lavoratore,
tenace e affidabile.

COMPLICE LA DIFFIDENZA
In Iran (con non pochi problemi
socio-economici) la presenza di numerosi
profughi suscita malcontento.
Negli ultimi anni le autorità
locali, pressate anche dall’opinione
pubblica, hanno tentato di rimandare
a casa qualcuno.
Un articolo del piano quinquennale
di sviluppo, approvato nel 2000,
prevedeva l’espulsione dal paese dei
lavoratori illegali: leggasi «afghani».
Ma poco è stato fatto per garantie
l’applicazione. Qualcuno è stato accompagnato
alla frontiera, ma non si
è andati molto più in là.
Va ricordato che, negli ultimi anni,
l’Iran ha dovuto fronteggiare il
problema dei profughi quasi completamente
da solo. La diffidenza
che nutre verso l’occidente (ampiamente
ricambiata) ha reso difficoltosa
la presenza delle organizzazioni
inteazionali: quindi anche l’arrivo
di aiuti.
Ora però, con la caduta del regime
dei talebani in Afghanistan e l’insediamento
di un governo riconosciuto
dalla comunità internazionale,
le autorità iraniane ritengono non
esserci più i presupposti perché gli
afghani rimangano nel loro paese.
Il 4 aprile 2002 l’Alto Commissariato
delle Nazioni Unite per i rifugiati,
il governo iraniano e l’autorità
afghana hanno sottoscritto un programma,
per favorire il rimpatrio
volontario dei profughi. Un analogo
programma, sempre promosso e
finanziato dall’Onu, prevedeva altrettanti
rientri dal Pakistan e dalle
repubbliche centroasiatiche. In totale,
1 milione e 200 mila persone.
Però la realtà ha di gran lunga superato
le aspettative. A fine agosto
2002 erano già 1 milione e 600 mila
i rientrati, di cui oltre 1 milione dal
Pakistan e 200 mila dall’Iran. La diversità
delle cifre può dare un’idea
delle diverse condizioni in cui i profughi
vivono nei due paesi.

AD UN CENTRO PROFUGHI
Ho visitato uno dei 10 centri aperti
in Iran per consentire il rimpatrio
dei profughi. È il «Suleiman
Khani», nei sobborghi di Teheran,
che registra il maggiore concentramento
di persone, perché nella capitale
e provincia abita un terzo degli
afghani residenti nel paese.
Le modalità per il rimpatrio sono
semplici. Chi desidera partire si presenta
al centro con i documenti; ognuno
(compresi i bambini di pochi
mesi) viene fotografato e riceve il foglio
di via.
Terminata questa prima fase a cura
delle autorità iraniane, i profughi
vengono ricevuti dagli operatori dell’Alto
Commissariato delle Nazioni
Unite, i quali li intervistano per stabilire
la volontarietà del rimpatrio,
la località in cui intendono rientrare,
le condizioni in cui presumibilmente
si verranno a trovare: se hanno
casa, se possiedono terra. Compito
degli operatori è anche fornire
informazioni sui pericoli in cui i profughi
possono incorrere durante il
viaggio in territorio afghano.
L’Onu, infatti, provvede alle loro
necessità e sicurezza solo fino a
Herat. Poi ognuno prosegue per
conto proprio, dopo aver ricevuto
un po’ di denaro per il viaggio e generi
alimentari sufficienti per i primi
giorni.
Le persone anziane e quelle non
in buone condizioni di salute devono
sottoporsi ad una visita medica,
per stabilire se sono in grado di affrontare
il viaggio o per ricevere le
cure di cui hanno bisogno.
A conclusione delle procedure, i
profughi ricevono il biglietto per il
convoglio, che parte il giorno successivo.
Ogni convoglio è formato
da un numero di pullman, variabile
secondo i viaggiatori previsti per
quel giorno, e da un numero doppio
di camion per il trasporto dei
bagagli. Gli afghani possono portare
via tutti i loro beni, senza alcun
limite: suppellettili, oggetti personali,
denaro.
Dal centro «Suleiman Khani» ogni
giorno parte un convoglio alla
volta di Mashad e della frontiera. La
mattina del mio arrivo si stava avviando
il centesimo viaggio di ritorno
a casa: 425 profughi su 12 pullman.
Era un numero modesto, se si
pensa che nei giorni precedenti le
persone erano state da 800 a 1.000.
I dati mostrano che il numero dei
rientri è in rapida crescita.

E DOVE VIVRETE?
Dopo la partenza dei pullman, al
centro «Suleiman Khani» rimasero
ancora tante persone: erano quelle
che sarebbero partite il giorno successivo
o che dovevano ultimare le
formalità richieste: chi era in attesa
di fare la fotografia, chi di essere intervistato.
Un folto gruppo, soprattutto
donne e bambini, faceva la fila
davanti all’infermeria.
Che speranza ha questa gente?
Me lo sono chiesta girando per l’ampio
spazio del centro. Vedevo le facce
tirate degli adulti; solo i bambini
piccoli avevano voglia di fare chiasso,
di giocare; i padri, le madri e i fratelli
più grandi rimanevano seri. Avrei
voluto attaccare discorso. Ma
come?
Notando che la mia macchina fotografica
appesa al collo suscitava una
certa curiosità, ne ho approfittato:
ho puntato l’obiettivo su alcune
fanciulle e le ho viste sorridere. Poi
sono accorsi dei ragazzini a mettersi
in posa, come pure qualche altro
membro della famiglia.
Il ghiaccio era rotto.
– Dove andate?
– A Kabul.
– Avete una casa là?
– No.
– Avete parenti che vi possono ospitare?
– No.
– Allora dove vivrete?
– In tenda, da principio. Poi ci costruiremo
una casa.
– È molto duro però… (non ho trovato
di meglio per commentare).
Non pensate che sia pericoloso?
– No, adesso non c’è pericolo…
Le altre persone con cui ho parlato
mi hanno detto pressappoco le
stesse cose. Tutti andavano a Kabul;
qualcuno non aveva la casa, però aveva
dei parenti; qualcuno aveva la
casa, ma non sapeva se fosse ancora
in piedi. Dagli occhi di tutti traspariva
affanno, ma nelle parole risuonava
la determinazione di ritornare
a casa, più forte di tutto. Con la speranza
di farcela.
Come non capire il desiderio di ritrovare
la propria gente e la propria
terra? Li ho ascoltati in silenzio, ma
in cuor mio non sono riuscita a condividere
il loro disperato ottimismo.

TANTO DENARO,
MA NON PER LORO

Durante la nostra conversazione,
Laura O’Mahony è stata molto cauta
nel valutare le reali possibilità che
i profughi hanno di rientrare in Afghanistan.
«Noi tentiamo di facilitare il rimpatrio,
ma non lo incoraggiamo; non
si può parlare di rimpatrio, se non si
pensa contemporaneamente a ricostruire
le infrastrutture. Lo sanno gli
stessi afghani; è per questo che molti
rimangono qui. Se uno ha dei figli,
come fa a ritornare in un paese senza
scuole? La maggioranza non ha
più la casa, essendo stata distrutta o
danneggiata dai bombardamenti anglo-
americani, in seguito all’11 settembre
2001; oppure non ha più la
terra, perché occupata da altri o, addirittura,
venduta a terzi.
Inoltre, se è vero che alcune regioni
dell’Afghanistan sono abbastanza
sicure, altre rimangono pericolose…
Perché a ritornare sono più
numerosi i tagiki rispetto agli hazara?
Perché il territorio degli hazara
ha subìto maggiori devastazioni e
non offre nessuna sicurezza».
Il vero problema non è far partire
la gente, ma assicurarle una condizione
dignitosa al rientro. Muoversi
in Iran è facile; ma in Afghanistan
cornordinare gli interventi è molto difficile
per le condizioni in cui si è costretti
a lavorare. Anche la cosa più
semplice necessita di un enorme dispendio
d’energia e di un lungo lavoro
preparatorio.
E poi mancano i soldi.
«All’Afghanistan sono state fatte
molte promesse, ma di soldi ne sono
giunti ben pochi – ha constatato
con amarezza la signora O’Mahony
-. In Kosovo, all’indomani dell’intervento
della Nato, è arrivato un
fiume di denaro, però in Afghanistan…
Perfino i fondi stanziati per il
programma di rimpatrio sono insufficienti,
a causa dell’alto numero
di rientri. Per starci dentro, abbiamo
dovuto ridurre gli aiuti in cibo e
coperte che diamo ad ogni profugo.
D’altra parte, noi ci basiamo esclusivamente
su contributi volontari.
A proposito: forse le interesserà
sapere che l’Italia è una delle nazioni
che maggiormente contribuisce
alla nostra opera qui…».
Il fatto mi interessava, tanto che
sono andata alla nostra ambasciata
a Teheran per sapee di più. Ho,
così, appreso che l’Italia è da tempo
impegnata in favore dei rifugiati
afghani in Iran: oltre a sostenere i
programmi delle Nazioni Unite, il
nostro paese partecipa con cospicui
contributi alla costruzione di scuole
e finanzia interventi per migliorare
le condizioni di vita nei campi
profughi. Una volta tanto,
ci si può augurare di
continuare così.

Biancamaria Balestra




IRAQ IL GRANDE IMBROGLIOuna guerra assurda, crudele, illegale

TANTI PERCHÉ, ALCUNE RISPOSTE
Cosa sarà l’Iraq del dopo Saddam?
Perché Bush non ha attaccato la Corea del Nord?
Dopo Baghdad a chi toccherà?
L’analisi dei fatti porta ad una sola conclusione:
questa guerra inventata non produrrà nulla di buono,
forse neppure per i «vincitori».

Una guerra breve, che duri al
massimo 4-6 settimane. Insomma,
una guerra «benigna
», come certi tumori. Questo è
l’aggettivo utilizzato dal Csis (Center
for Strategic and Inteational
Studies), un istituto di ricerca vicino
al governo e al Pentagono, per
descrivere lo scenario ottimale che
dovrebbe garantire all’economia
statunitense di uscire dal ristagno.
Tra le opzioni prese in esame dal
Csis, una situazione di no war (le
parole «pace» e «dialogo» sono state
bandite dal vocabolario diplomatico
Usa) non sarebbe auspicabile,
perché verrebbe considerata
solo temporanea dai mercati, che ne
risentirebbero.
Viceversa, una guerra di lunga
durata, 3 o 6 mesi, potrebbe incidere
altrettanto negativamente sulla
fiducia dei consumatori e delle
borse, senza contare che il prezzo
del petrolio potrebbe schizzare a 80
dollari al barile. E dato che ogni aumento
di 10 dollari brucia 100 miliardi
di dollari nell’economia Usa,
le conseguenze sarebbero catastrofiche.
Nonostante l’embargo, oggi
l’Iraq è il sesto fornitore di petrolio
al mercato Usa, che ogni giorno
spreme 19,5 milioni di barili, pari al
26% del consumo mondiale. Di
questi, più della metà, 9,8 milioni,
provengono dai pozzi petroliferi esteri:
Arabia Saudita, Messico, Canada,
Venezuela, Nigeria, Iraq nell’ordine.
Inoltre, mentre un barile di petrolio
estratto in Texas costa 15 dollari
al produttore, in Iraq il prezzo
scende a soli 5 dollari. È chiaro,
quindi, l’interesse per l’Iraq mostrato
dall’amministrazione Bush,
che ha 41 membri con legami nell’industria
petrolifera Usa e dalla
quale ha ricevuto 1,8 milioni di dollari
per la campagna presidenziale.
Ma il gioco vale la candela?

COME UNA STAZIONE
DI POMPAGGIO

Dopotutto la guerra del Golfo del
1991 non ha portato quella ripresa
economica di cui tanto favoleggiava
Bush senior e gli 80 miliardi di
dollari, spesi durante le 6 settimane
di Desert Storm, sono stati pagati
per la maggior parte dagli alleati Usa,
Arabia Saudita in primo luogo.
William Nordhaus, economista della
Yale University, afferma che, a seconda
del protrarsi delle azioni belliche,
la guerra potrebbe costare da
un minimo di 100 miliardi di dollari
ad un massimo di 1.900 miliardi,
pari al 2% del Pil Usa per 10 anni.
A questi si devono aggiungere i costi
per la ricostruzione (100-600 miliardi
di dollari per i prossimi 10
anni) e i 20 miliardi di dollari di
compenso ai paesi arabi che hanno
ospitato le truppe anglo-americane.
L’Ufficio per la ricostruzione e
l’assistenza umanitaria (un dipartimento
creato ad hoc dal Pentagono
per controllare la fase immediatamente
successiva la guerra) ha già
chiesto a cinque compagnie statunitensi
(la Betchel Group, la Fluor,
la Louis Berger Group, la Parsons e
la Kellog Brown & Root, quest’ultima
controllata dalla Halliburton, ex
società del vicepresidente Dick
Cheney) di presentare costi e piani
logistici per la ricostruzione dell’Iraq
del dopo-Saddam.
Il progetto prevede la riparazione
di 2.800 km di strade, la costruzione
di ospedali per 13 milioni di persone,
la riapertura di scuole, la costruzione
di 3.000 nuove abitazioni
e la riparazione di altre 5.000. Ma,
come azione principale, a cui viene
dedicato il 90% degli sforzi, si punta
alla privatizzazione dell’Iraq Petroleum
Company (Ipc), la compagnia
di stato irachena, nazionalizzata
nel 1973, e del ministero del
petrolio, i cui nuovi funzionari dovrebbero
essere affiancati da consiglieri
Usa.
L’ostilità verso le Nazioni Unite e
gli organismi di sviluppo non governativi
non tenta neppure di essere
celata: «Sarebbe controproduttivo
– si legge – permettere ai burocrati
Onu (…) di governare
l’industria petrolifera». La BP, la
Shell e la Exxon-Mobil, tre delle
quattro compagnie straniere che avevano
partecipazioni nella IPC
prima di essere liquidate con lauti
compensi (la quarta era la Total),
hanno avanzato richieste di risarcimento
chiedendo il monopolio dello
sfruttamento del petrolio iracheno.
Il piano del Pentagono è così sfacciatamente
orientato a foraggiare
l’economia statunitense che alcuni
analisti ed economisti non hanno esitato
a definire l’Iraq del dopo-
Saddam come il Klondike sullo
Shatt al-Arab’. Il greggio iracheno
verrebbe slegato dall’Opec sia in
termini di produttività (non più
quote di estrazione) che in quelli di
vendita (prezzi più bassi del mercato
corrente). In tal modo le immense
riserve nazionali (seconde solo a
quelle saudite) verrebbero spremute
e la produzione, dagli attuali 2,8
milioni di barili al giorno, si innalzerebbe
a 5 milioni entro il 2005. La
ricetta Bush trasformerebbe l’Iraq
in una stazione di pompaggio Usa
nel Vicino Oriente.
Tutto secondo copione.

DA KABUL A BAGHDAD,
PROSSIMA TAPPA A…

Prima Kabul, ora Baghdad e già
ci si chiede quale sarà la prossima
capitale nelle mire di Bush. Dall’11
settembre 2001, nel giro di soli 18
mesi, gli Stati Uniti sono riusciti a
riportare truppe in paesi e territori
da dove erano assenti da decenni o
addirittura dove non avevano mai
messo piede. Oltre in Turchia, Arabia
Saudita, Emirati Arabi, Bahrain,
Qatar, Kuwait, tradizionali alleati
degli Usa, il Pentagono ora ha uomini,
consiglieri e mezzi militari dislocati in Pakistan, Afghanistan,
Tajikistan, Uzbekistan, Georgia.
Con il controllo dell’Iraq, Washington
riuscirà a realizzare la strategia
di recupero del Vicino Oriente
e Centro Asia inaugurata da Ronald
Reagan prima, e continuata da
Bush senior poi. Basta guardare una
normalissima cartina geografica
per accorgersi quale sia l’obiettivo
finale di questa lunga marcia di accerchiamento:
l’Iran. La dinastia
Bush ha sempre mostrato interesse
per Teheran. Più che il suo petrolio,
pur abbondante e di buona qualità,
alle compagnie petrolifere statunitensi
e europee fa gola l’ottima rete
di oleodotti di cui dispone il paese.
A differenza dell’Iraq, gli impianti
petroliferi e le pipeline iraniani sono
modei e in ottimo stato di manutenzione;
riuscire a sfruttare questa
risorsa per trasferire il greggio
del Mar Caspio sino ai porti del
Golfo Persico, non solo farebbe risparmiare
miliardi di dollari, ma garantirebbe
agli Stati Uniti il definitivo
controllo del principale bacino
petrolifero del mondo.
Naturalmente l’Iran non è l’Iraq.
Il suo esercito, provato dalla guerra
con il vicino negli anni Ottanta, è
stato in gran parte ricostruito e rimodeato
e da allora non ha dovuto
affrontare nessun altro conflitto
esterno che lo abbia decimato.
Al suo interno gli ayatollah
devono combattere una guerriglia
curda e una comunista, abbandonate
a se stesse e dimenticate dai
mass media e dall’opinione pubblica
occidentali, permettendo ai generali
iraniani di testare sul campo
le nuove armi e tattiche di guerra. Inoltre
Teheran ha sviluppato nuove
tecnologie militari ed avviato programmi
di sviluppo nucleare attirando
con lauti stipendi gli scienziati
sovietici licenziati dopo il crollo
dell’Unione Sovietica. Il missile
balistico Shihab-3, derivato dalla
tecnologia nordcoreana Nodong e
lanciato il 1° maggio 2002 dalla regione
di Semmai, può raggiungere
un raggio di 1.300 chilometri. Anche
se la Cia non crede che i generali
iraniani abbiano già pronte armi
a testate atomiche, il generale
russo Yuri Baluyevsky, ha confermato
che «l’Iran possiede armi nucleari.
Non sono armi strategiche,
nel senso che non sono Icbm (Inter
Continental Ballistic Missiles), che
raggiungono un raggio d’azione di
più di 5.500 chilometri, ma sono
certamente in grado di colpire Israele».
È sicuro che Teheran sta sviluppando
un veicolo di lancio spaziale,
lo Slv (Space Launch Vehicle), in grado
di spedire missili in orbita per
colpire paesi extracontinentali. Le
agenzie strategiche affermano però
che questo nuovo vettore non sarà
pronto prima del 2015. Nel frattempo
Washington sta affilando le
armi: appena conquistata la Casa
Bianca, Bush ha ribadito l’appartenenza
dell’Iran all’Asse del Male,
l’ha riaffermato all’indomani
dell’11 settembre e lo ha riconfermato
poco prima dell’inizio di Iraqi
Freedom. E dato che nelle diplomazie
più accorte e autorevoli, ogni
parola viene soppesata con attenzione,
gli ayatollah sono avvisati.
L’Iraq deve esser
ancora ingurgitato
e digerito
dagli americani
e dalla loro
economia, ma una
volta espulso la
Casa Bianca lavorerà
per tendere
l’agguato alla prossima
preda. Kabul
e Baghdad sono solo
delle tappe. L’arrivo
è Teheran. Almeno
nel Vicino Oriente.

E LA COREA DEL
NORD?

Saddam Hussein deve andarsene
perché ha trasformato l’Iraq in uno
stato canaglia. Questa, tra le tante,
è la giustificazione addotta dal presidente
Bush e dalla sua amministrazione
mentre, nello stesso periodo,
si apriva in Estremo Oriente
un altro fronte caldo, quello della
Corea del Nord.
Come è logico, sono stati in molti
a chiedersi come mai gli Usa adottassero
due atteggiamenti apparentemente
così differenti tra due
stati classificati entrambi come pericolosi
sostenitori del terrorismo
internazionale. L’abbondanza di
petrolio presente nel sottosuolo iracheno
può essere una motivazione
e forse la più preponderante, ma
certamente non è la sola che giustifichi
le differenti prese di posizione.
Appare, invece, più importante
rafforzare a breve termine il nuovo
assetto geopolitico regionale che si
è venuto a creare nel Vicino Oriente
dopo Enduring Freedom. Difatti,
mentre nella regione estremo orientale
dell’Asia, Washington può
contare su basi militari la cui esistenza
e giurisdizione sono oramai
consolidate, nell’area centroasiatica
e del Golfo Persico la stabilità politica
e militare statunitense è ancora
precaria.
In Afghanistan, i marines hanno
dovuto chiamare gli alpini italiani
per liberare un fronte a loro carico
e trasferire le forze in Iraq, mentre
lo stesso governo di Kabul ha fatto
più volte sapere di non essere disposto
ad accettare la presenza straniera
(spesso identificata con gli
Stati Uniti) oltre il necessario. La
nazione, lungi dall’essere pacificata,
si sta mostrando per quello che
è stata per gli inglesi nell’800 e per
i sovietici negli anni Settanta-Ottanta:
un micidiale terreno adatto
alle imboscate, dove la conoscenza
degli anfratti, delle vallate, delle lingue,
delle usanze, la parentela, le amicizie
valgono molto più della sofisticata
tecnologia. I militanti di al-
Qaeda possono contare su una fitta
rete di conoscenze sparse su tutto il
paese; i militari stranieri, invece, solo
sui loro armamenti che non sono
mai persuasivi alla maniera delle parole.
E se in Estremo Oriente il Pentagono
ha alleati fidati come Giappone,
Sud Corea, Taiwan, Filippine,
Thailandia, nel Vicino Oriente
persino alleati storici come l’Arabia
Saudita sono visti sempre più con
scetticismo da Washington.
Il figlio e successore di re Fahd è
stato intimo amico di Osama bin
Laden e sembra che continui ad avere
rapporti con lui. Questa ambiguità
fa parte della politica mercantilistica
utilizzata per secoli dalle popolazioni
locali (situate lungo le
principali rotte commerciali tra Europa
e Asia; si pensi alle vie della seta,
dell’oxiana, delle spezie, del
caucciù, del tè). In base ad essa, anche
il nemico può divenire fonte di
vantaggio: basta dialogare. Gli Stati
Uniti, nati da una rivoluzione e
cresciuti con lo sterminio di milioni
di aborigeni, sono rimasti incapaci
al dialogo. Da qui la necessità
di interventi frequenti e, il più delle
volte, cruenti.
Il vuoto di potere, creatosi nella
regione tra il Mediterraneo e la Cina
dopo la scomparsa dell’Urss,
non si è verificato in Oriente, dove
Pechino ha mantenuto, anzi a volte
incrementato, le alleanze con i vari
paesi dell’area. Questo implica che,
se un intervento militare Usa nel Vicino
Oriente (Iraq) e in Centro Asia
(Afghanistan) non trova apparati
in grado di contrastarlo, in Estremo
Oriente (Corea del Nord) la
Cina non gradirebbe certo la politica
aggressiva della Casa Bianca e
reagirebbe di conseguenza.
È anche per questo che Seoul e
Tokyo hanno guardato con preoccupazione
l’acuirsi della tensione
tra Washington e Pyongyang, adoperandosi
per aprire un dialogo con
la Corea del Nord.

Piergiorgio Pescali




IRAQ IL GRANDE IMBROGLIOuna guerra assurda, crudele, illegale

QUALI SENTIMENTI AI TEMPI DELL’IMPERO?
La pietà per i morti. Il dolore per le distruzioni.
La preoccupazione per le macerie
che hanno sepolto il diritto internazionale.
La rabbia per l’ingiustizia
eretta a verità assoluta e incontestabile.
Ma anche la speranza suscitata in molti
da un movimento planetario
che non ha paura di opporsi all’arroganza
dei «liberatori».

«Una guerra che non doveva
aver luogo – ha detto
monsignor Michel Sabbah,
patriarca di Gerusalemme – (1).
Perché niente giustifica che un paese,
qualunque esso sia, invada un altro
paese. Se ogni nazione si permette
di invadee un’altra perché
più debole o perché si dice che è cattiva,
allora è la fine del mondo. Chi
può stabilire i criteri di cattivo o
buono? Questa guerra non doveva
aver luogo e ora deve cessare quanto
prima, perché continuare vuol solo
dire continuare ad ammazzare e a
riempire i cuori di odio».
«Ferite profonde – ha scritto L’Osservatore
romano, il quotidiano della
Santa Sede (2) – segnano il volto
dell’umanità del Terzo millennio.
Sono i segni indelebili del dolore impresso
sui volti innocenti dei bambini
colpiti dalla guerra. Sono le cicatrici
difficilmente rimarginabili
nei cuori dei familiari delle vittime.
Sono i fossati di odio scavati tra i popoli.
(…) In città sventrate dai bombardamenti,
e nelle cui strade si spara
senza pietà, uomini, donne, bambini
cercano disperatamente la fuga,
verso mete ignote e non meno insidiose(…)».

IL PAPA AMICO
DI TERRORISTI E DITTATORI?

I sostenitori di questa guerra (una
minoranza assoluta in ogni paese,
eccetto che negli Stati Uniti) pensavano
di poter aver facilmente il sopravvento
sul movimento pacifista
mondiale (3). Invece, così non è stato.
A spiazzarli ha contribuito in maniera
sostanziale il papa in persona
che, fin dall’inizio della crisi, non ha
mai smesso di gridare contro la follia
della guerra.
«Di fronte a questa testimonianza
cristiana contro la guerra – ha
scritto padre Enzo Bianchi,
priore del monastero di Bose
(4) -, quanti avevano ritenuto
che la chiesa si fosse ormai
rappacificata con il potere
del libero mercato e omologata
all’ideologia
occidentale si sentono frustrati
e delusi (5). Ogni
giorno intervengono sui
mass media o per criticare
il papa (…) o per fornire
distinguo e interpretazioni
riduttive al suo magistero:
il papa non è
pacifista, la papa contrasta
ma non condanna questa guerra
contro l’Iraq, il papa si distanzia dal
pacifismo di vasti settori del mondo
cattolico… Salvo essere puntualmente
smentiti da ulteriori interventi(…)» (6).

DOVE SCOVARE
LA «VERITÀ»?

La verità, com’è noto, è la prima
vittima della guerra. Vengono i brividi
a pensare cosa sarebbe accaduto
se l’informazione fosse stata limitata
ai reportages dei networks televisivi
statunitensi, come la Cnn o la
Fox News (non a caso la televisione
preferita dal segretario alla difesa
Donald Rumsfeld, uno dei superfalchi
dell’amministrazione Bush), o
agli editoriali del Washington Post o
ancora ai resoconti dei giornalisti arruolati
(«embedded») insieme alle
truppe anglostatunitensi. I bombardamenti
sarebbero diventati operazioni
chirurgiche; i morti civili spiacevoli
effetti collaterali; la resistenza
all’invasione terrorismo; gli scud iracheni
armi di distruzione di massa;
gli aiuti umanitari vero scopo della
guerra. Invece, per fortuna il monopolio
informativo statunitense è
stato rotto, soprattutto dalla televisione
panaraba al-Jazeera, invisa ad
ambo i contendenti (buon segno,
questo) e che ha pagato con il sangue
il suo essere sul campo. Non è
stata l’unica.
L’8 aprile un carro armato statunitense
ha ucciso
due reporters dell’agenzia
Reuters, che
stavano lavorando all’Hotel
Palestine, dove
alloggiava la maggior
parte dei giornalisti
non «embedded».
«Siamo indignati – ha
detto Reporters sans
frontiers (la più importante
organizzazione internazionale
per la libertà
di stampa) – dall’atteggiamento
dell’esercito americano,
il cui comportamento
nei confronti dei
giornalisti non ha smesso
di deteriorarsi, soprattutto
nei confronti di quelli non
incorporati».
«In tempo di guerra – ha scrito
padre Giulio Albanese,
direttore della Misna (7) -,
l’informazione rischia di sortire
effetti devastanti sulle coscienze
di tanta gente. (…) Il gergo,
in certi salotti dell’etere, è quello dei
fumetti di guerra, dove muoiono i
cattivi e vincono i buoni».
Certo fa male al cuore e all’intelligenza
vedere come nei salotti televisivi
nostrani si è discusso della guerra,
con le mappe dell’Iraq su cui
muovere le pedine e gli ospiti (generali
in pensione, direttori di giornale,
attori, politici) a disquisire sull’avanzata
degli «alleati».
Salotti dove 500 morti iracheni
non meritavano che un cenno perché
tanto erano soldati del dittatore
(e dunque «cattivi»), mentre alcuni
morti dell’altra parte erano subito
assurti al rango di eroi. Era così pericoloso
l’esercito di
Saddam? Quasi tutte le
vittime anglo-americane
sono state uccise dal
cosiddetto «fuoco amico
» o da incidenti. In
settimane di guerra non
si è alzato in cielo un solo
aereo iracheno, mentre
un esercito di poveri
diavoli con i sandali o
addirittura scalzi ha affrontato
un esercito iper-
tecnologico. Sono
girate foto in cui gli iracheni
fatti prigionieri
apparivano con la testa
in un sacchetto nero
(proprio come i talebani imprigionati
nella base statunitense di Guantanamo)
e un numero segnato sulla
spalla. Morti o prigionieri che fossero,
nessuno di loro ha avuto l’onore
della prima pagina, come la
soldatessa Jessica.
E poi dove saranno finite le fantomatiche
«armi di distruzione di massa
» (chimiche, batteriologiche e
quant’altro) di Saddam? Se c’erano,
come mai non sono state utilizzate?
Forse, a questo punto, la speranza è
che vengano trovate quanto prima
altrimenti i «vincitori» potrebbero
andare a cercarle in altri paesi… (8).

LA GUERRA COME STRUMENTO
DI «LIBERAZIONE»?

È stata una guerra di liberazione
per scacciare il dittatore Saddam e
imporre la democrazia (occidentale)
ai popoli dell’Iraq?
«Che i responsabili – ha scritto
monsignor Shlemon Warduni, vescovo
ausiliare di Baghdad (9) – di
quest’aggressione al popolo iracheno
ascoltino il pianto dei bambini, il
grido delle madri e dei padri sofferenti
e la disperazione delle ragazze
e delle donne, che sentano la sofferenza
di tutti gli iracheni (…), che
cessino di mandare missili e bombe
(…). Noi responsabili delle chiese
cristiane, insieme ai nostri fratelli
musulmani in Iraq (…), ringraziamo
tutti quelli che lavorano per fermare
l’aggressione contro di noi, e specialmente
il santo padre Giovanni
Paolo II. Chiediamo di continuare
la preghiera e l’opera assidua per influenzare
quelli nelle cui mani sta la
decisione della cessazione di quest’aggressione
ingiusta sul nostro
martoriato popolo, causa della morte
di bambini, vecchi, donne, malati,
mentre i nostri giovani al fronte
devono difendere con lealtà la loro
patria».
Ora vedremo come gli anglo-
statunitensi si comporteranno,
come gestiranno la
transizione verso la «democrazia
». Vedremo quale ruolo
assegneranno alle Nazioni Unite,
umiliate come mai nella
loro storia.
Dicono: avete visto come gli
iracheni festeggiavano le nostre
truppe che entravano a Bassora,
Baghdad e nelle altre città? A
parte i legittimi dubbi sull’entità
numerica della folla festante, dopo
12 anni di embargo e settimane
di bombardamenti martellanti,
paura, morte, distruzione, chi
mai non festeggerebbe la fine di un
siffatto incubo? La foto della statua
di Saddam abbattuta ha fatto il giro
del mondo. Il timore è che ci si ricordi
di quella e si dimentichino le
migliaia di morti (quasi tutti iracheni),
le immense distruzioni, il concetto
perverso di «guerra preventiva
», la pericolosità dell’«unilateralismo
statunitense».
Forse vale la pena ricordare quanto
successo in Afghanistan. Quanto
tempo è durata la felicità della gente
per la cacciata dei talebani?

QUALE BOTTINO
PER I «VINCITORI»?

Un vincitore trova sempre ragioni
per esaltare il proprio successo e
per attirare schiere di adulatori. Chi
salirà sul carro dei «vincitori»? Vi
sono già salite da tempo (per essere
precisi, da prima che la guerra cominciasse)
le compagnie statunitensi
che ricostruiranno l’Iraq (10).
«Per dare un’idea di come lavorano
gli americani- ha scritto il settimanale
Famiglia cristiana (11) -: Usaid
(United States agency for inteational
development, agenzia del dipartimento
di stato Usa) ha appaltato i
lavori di ricostruzione del porto iracheno
di Um Qasr molti giorni prima
che le truppe americane potessero
dire di averlo conquistato».
Ma forse anche gli europei avranno
delle briciole, magari in forma di
una diminuzione del prezzo della
benzina. «Il glorioso esercito – ha
scritto con amara ironia un lettore –
di 8 milioni di autovetture guardi
con attenzione mentre il rumeno di
tuo gli riempie il serbatornio: forse
vedrà che la benzina verde avrà una
strana dominante rossa, non dovuta
al ritorno
dell’odiato piombo, ma al colore
del sangue versato da tutti in
questa assurda guerra in cui tutti
stiamo perdendo» (12).
E gli aiuti per l’emergenza? «Il popolo
iracheno ha già sofferto troppo
per dover patire – ha scritto padre
Albanese – l’ennesima umiliazione
di presunti datori che lesinano offerte
come se fossero elemosine per
tenere a bada la coscienza. Chi è sopravvissuto
alle bombe intelligenti
non mendica le briciole di noi ricchi
Epuloni».
Dicono: questa guerra ha eliminato
un dittatore che favoriva il terrorismo
internazionale. A parte che
questa accusa non è mai stata provata,
ci sarà veramente meno terrorismo
con un protettorato statunitense
insediato in un paese islamico
al centro del Medio Oriente e a pochi
passi dalla polveriera israelo-palestinese?
«Tutte le nazioni ricche – ha spiegato
monsignor Sabbah -, se vogliono
veramente combattere il terrorismo,
devono fare un esame di coscienza,
chiedendosi che ruolo
hanno nel far nascere i terroristi.
L’ingiustizia, l’oppressione imposta
ai popoli più poveri, l’iniqua distribuzione
dei beni, tutto questo fa nascere
il terrorismo. E chi ne è responsabile?
Certamente il terrorista,
ma lo è ancora di più chi è causa della
nascita del terrorista».

DURERÀ
LA «PAX AMERICANA»?

«Gli Stati Uniti – ha scritto nel
2000 il professor Chalmers Johnson
dell’Università della Califoia (13)
– dovrebbero cercare di espletare la
loro leadership attraverso la diplomazia
e l’esempio, anziché la forza
militare e i soprusi economici. (…)
Molti leader americani sembrano
convinti che, qualora venisse smantellata
anche una sola base americana
oltreoceano o si permettesse anche
a un solo paese di gestire liberamente
la propria economia, il
mondo crollerebbe all’istante. Meglio
farebbero a ponderare invece
quale potenziale di creatività e di
crescita verrebbe liberato se solo gli
Stati Uniti allentassero il proprio
soffocante abbraccio. Dovrebbero
inoltre capire che i loro sforzi di
preservare l’egemonia imperiale finiscono
inevitabilmente col generare
molteplici forme di ritorno di
fiamma».
L’obiettivo di costruire un mondo
«conforme agli interessi e agli ideali
americani» è in elaborazione da
tempo (14). «La guerra – si legge su
Rocca, rivista della Pro Civitate Christiana
di Assisi (15) – senza legalità,
senza ragione, senza verità e senza onore,
si profila come un nuovo delitto
fondatore dal quale dovrebbe
nascere la nuova identità americana
come Impero e il mondo come epitome
dell’America».
«Una piccola pietra si staccò dalla
montagna e colpì i piedi della statua
e l’Impero si frantumò» (Daniele
2, 34). Ma, anche senza andare a
sfogliare il libro del profeta Daniele,
la storia insegna che gli imperi sono
sempre caduti. Alcuni rovinosamente,
altri meno.

RIPORRE NEL CASSETTO
LE BANDIERE DELLA PACE?

Che fare dunque? «Sarebbe auspicabile
– ha scritto padre Albanese
(16) – che nel gregge dei “bassotti”
della diplomazia qualche spirito
illuminato invocasse un tribunale
per i crimini perpetrati dal feroce regime
di Baghdad, ma anche dai presunti
liberatori che, violando la convenzione
di Ginevra, bombardano
presidi civili e gettano
dal cielo le
micidiali bombe
a grappolo
che solo menti
perverse avrebbero
potuto
concepire.
Questa
guerra, ammettiamolo,
è
una vergogna
per tutti!».
E noi, gente comune? Ritirare le
bandiere della pace dai nostri balconi
e riporle nel cassetto in attesa
della prossima guerra preventiva?
Farsi prendere dallo scoramento
perché, nonostante l’ampiezza straordinaria
del fronte pacifista hanno
vinto George W. Bush e amici?
«Bisogna – ha scritto padre Umberto
Guidotti, missionario a Manaus
(Brasile) – sporcarsi le mani
dietro questa storia che è veramente
sporca. Si tratta cioè di lavorare,
perché se non si lavora non accade
nulla. Passare all’azione, partecipare,
frequentare, militare, sostenere
sindacati, banche etiche, bilanci
di giustizia, obiezione fiscale.
Bisogna lavorare alla costruzione
dell’uomo nuovo: lavorare
al cambiamento del
cuore».

NOTE:
(1) Dichiarazione fatta durante un incontro
con la stampa avvenuto a Torino il 1 aprile.
(2) Sabato 29 marzo 2003.
(3) «Ci sono persone che dicono: il 72 per cento
degli americani appoggia questa guerra.
Quindi chi è contro la guerra è anche contro
gli americani, non solo contro Bush. Risultato:
i pacifisti sono antiamericani. Peccato che
chi cita quel sondaggio si scordi di citae altri
due. Il 51 per cento degli americani è convinto
che dietro l’11 settembre ci sia l’Iraq. E
il 65 per cento degli americani non è capace di
individuare l’Iraq su una carta geografica»
(Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale,
4 aprile).
Sul supporto degli statunitensi alla guerra di
Bush si legga l’impressionante articolo di Vittorio
Zucconi su «il Venerdì» dell’11 aprile.
(4) Su «la Stampa» del 28 marzo.
(5) Si legga ad esempio Angelo Panebianco sul
«Corriere della sera» del 29 marzo: «Per la seconda
volta in un decennio, l’Iraq di Saddam è
stato causa di un equivoco. Oggi, come all’epoca
della guerra del 1991, l’opposizione del
Papa all’intervento americano alimenta la leggenda
di un Vaticano “pacifista” (…)».
«Se i pacifisti – si domanda Curzio Maltese (il
Venerdì, 11 aprile) – sono “oggettivamente dalla
parte di Saddam”, allora chi è contrario alla
pena di morte sarà oggettivamente dalla parte
degli assassini?».
(6) «Si capiscono allora l’uso da parte di Bush
di una propaganda religiosa, dei discorsi sul
Bene e sul Male, i continui appelli a Dio per
giustificare l’assurdo. Il più potente capo politico
della Terra parla come un capo religioso,
come i papi delle crociate, mentre l’ultimo
grande politico rimasto sulla scena mondiale
appare Giovanni Paolo II. Il papa polacco è
l’uomo che ha visto prima e con più lucidità il
crollo dell’impero sovietico, forse è oggi quello
che intravede la caduta dell’impero americano,
i rischi di una guerra permanente, globale,
definitiva» (Curzio Maltese, il Venerdì, 4
aprile).
(7) Nota apparsa sul sito della Misna, l’agenzia
di notizie degli istituti missionari italiani, il
31 marzo.
(8) Non teme, ha chiesto un giornalista durante
una conferenza al centro stampa del commando
anglostatunitense di Doha, che questa
guerra diventi «la prima guerra della storia che
sarà finita prima di aver trovato la propria causa?
» (la Repubblica, 6 aprile).
(9) La dichiarazione, trasmessa da Teleradiopace
di Chiavari, è stata ripresa dalla Misna il
27 marzo.
(10) Ecco qualche nome: Halliburton, Betchel
Group, Fluor, Berger Group.
(11) Fulvio Scaglione su «Famiglia cristiana»
del 30 marzo.
(12) Lettera del signor Marco Masolin su «la
Repubblica» del 6 aprile.
(13) Si veda: Chalmers Johnson, Gli ultimi
giorni dell’impero americano, Garzanti 2001.
(14) A cominciare dal «New american century
project» (si veda: www.newamericancentury.
org) e «Rebuilding America’s Defenses»
per arrivare ai piani di alcuni potenti istituti di
ricerca di Washington (l’American Enterprise
Institute, l’Heritage Foundation, il Center for
Strategic and Inteational Studies) dove lavorano
o hanno lavorato molti uomini vicini all’amministrazione
Bush.
(15) Raniero La Valle su «Rocca» del 1 aprile.
(16) Misna del 7 aprile.

Paolo Moiola




MATIRI (KENYA): progetto «Acqua per la vita»

STREGATI DA UN SOGNO
È quello di padre Orazio
Mazzucchi, parroco di Matiri
(Kenya): dare elettricità,
acqua potabile e irrigua
alle popolazioni assetate
della sua missione.
Il progetto ha contagiato
numerose persone
e organismi, fino a tradurre
il sogno in realtà.

Indimenticabile Matiri! Vi arrivai
una sera dell’ottobre 1998, dopo
un paio d’ore di viaggio, fendendo
la polvere sollevata dall’auto
che ci precedeva. Nonostante i finestrini
chiusi, penetrava implacabile e
si amalgamava al sudore provocato
dal calore crescente a mano a mano
che dall’altopiano del Meru si scendeva
verso la regione del Tharaka.
Una bella doccia era in testa a tutti
i desideri; ma dovetti mettermi in
fila e attendere un paio d’ore prima
che il serbatornio dell’acqua si riempisse
nuovamente.
Il giorno dopo compresi le cause
dell’inghippo, quando padre Orazio
Mazzucchi mi portò sul ciglio della
collina dove sorgono le numerose
strutture della missione, mi indicò il
fiume Mutonga, sotto uno strapiombo
di un centinaio di metri, e una
pompa asmatica che rifoiva l’acqua
a tante opere.
«Presto un grande acquedotto foirà
acqua in abbondanza per le attività
della missione e le coltivazioni
agricole della gente della zona» disse
padre Orazio. E cominciò a spiegare
il progetto che aveva in mente e
i contatti già avviati con alcune associazioni
di sostegno.
In verità, quelle spiegazioni furono
subito cancellate dalla memoria,
sia dal sole canicolare che mi annubilava
la mente, sia perché mi sembravano
un progetto faraonico.
A quattro anni di distanza il sogno
si è materializzato: un tubo di 5 pollici
rifornisce in continuazione acqua
potabile a tutta la missione.

SAVANA INFUOCATA
Matiri è la prima missione fondata
nel cuore del Tharaka, una regione
dove il termometro sfonda spesso
i 40° gradi all’ombra e che i missionari
hanno sempre descritto
come un «foo», per non dire «inferno
». Anche il paesaggio, disseminato
di colline e neri massi vulcanici,
per la maggior parte dell’anno
non ha nulla di paradisiaco, ma solo
erba bruciata dal sole, cespugli spinosi
e serpenti velenosi.
Per questo il Tharaka e i suoi abitanti
furono sempre ignorati dall’amministrazione
coloniale, ma non
dai missionari che, stabilitisi negli altipiani
del Meru, cominciarono ad esplorare
la zona già nel 1911, vi costruirono
le prime scuole e, nel 1957,
si stabilirono definitivamente a Matiri,
dando poi origine ad altre due
missioni in quella landa infuocata.
Il Tharaka rimane ancora una delle
zone più povere del Kenya a causa
di diversi fattori: isolamento geografico,
mancanza d’acqua, scarsità di
strade e mezzi di comunicazione, disoccupazione
e malanni vari, come
alcolismo e presenza endemica di varie
malattie (malaria, tubercolosi, lebbra,
parassitosi, tracoma…).
La regione, dal tipico paesaggio
della savana, ha scarso potenziale agricolo;
ma esistono, lungo i pendii
delle colline e negli avvallamenti, aree
fertili, dove la gente cerca di trarre
il sostentamento per una vita grama,
coltivando miglio, sorgo, legumi
e fazzoletti di granoturco. Nel resto
pascolano alcune capre, pecore e pochi
bovini, allevati per avere un po’
di latte e carne, ma solo in occasioni
di feste e celebrazioni: il bestiame,
secondo il costume tradizionale, serve
per «comperare» la sposa.
Ma la sopravvivenza di uomini e
bestie è alla mercé del cielo: se un anno
non piove, è fame nera.
Le strade sono sterrate e impraticabili
durante la stagione delle piogge
e polverose nel periodo asciutto.
Manca lavoro e futuro, per cui si assiste
a una continua emorragia di
giovani, che cercano fortuna a Nairobi
o nelle città della costa.
Non esistono ospedali nella zona;
quei pochi sono lontani e proibitivi e
qualche volta si rifiutano di attendere
ai pazienti del Tharaka, sapendo
che non hanno un soldo in tasca.
Per rispondere alle esigenze della
popolazione della parrocchia, 46 mila
abitanti su un territorio di 600
kmq, Matiri si è sviluppata enormemente
e offre servizi d’importanza vitale:
un dispensario, dove ogni giorno
vengono curate circa 300 persone
e che sta diventando un piccolo ospedale,
grazie alla presenza continua
di una infermiera professionale, Rita
Drago, e alla presenza periodica di
medici volontari; una mateità con
20 posti letto, dove nascono circa 50
bambini al mese; una scuola matea
con 50 allievi, una scuola elementare
con 300 alunni, una scuola secondaria
maschile con 80 allievi; il Village
Politechnic (scuola professionale)
con 90 studenti.

UN LAVORO A OPERA D’ARTE
Con tante opere e persone, l’acqua
è questione di vita o di morte. Stufo
dei grattacapi causati dalla pompa asmatica, tre anni fa padre Orazio lanciò
una duplice sfida, riassunta nel
motto «Acqua per la vita»: portare
acqua potabile alla missione e quella
del fiume nei campi della popolazione
circostante.
Nel 2001 il guanto fu raccolto dal
gruppo missionario «La sola verità è
amarsi» di Barzanò, da decenni legato
al missionario, e dall’associazione
non governativa «Mondo giusto
» di Lecco, che stesero il progetto
e cominciarono ad attuarlo.
Un gruppo di volontari brianzoli
raggiunse Matiri e spianò la strada
per il passaggio dei macchinari dalla
missione al fiume. Altri membri delle
due associazioni avviarono la raccolta
di fondi, coinvolgendo in una
catena di Sant’Antonio persone, organismi
e istituzioni varie, compreso
il comune di Mairago, paese natale di
padre Orazio, sindaco in testa.
Proprio a Mairago, in una giornata
di raccolta, era intervenuto per caso
Osvaldo Felissari, presidente del
Consorzio acque potabili di Milano
(Cap), che fu contagiato dal progetto
e lo presentò al consiglio di amministrazione:
seduta stante fu deciso di
fornire tubature e assistenza tecnica.
Prima, però, bisognava studiare
bene la fattibilità del piano. Mappe,
elementi tecnici e indicazioni verbali
non erano sufficienti per un’impresa
così seria. Il Cap decise di inviare
un tecnico per studiae meglio
la fattibilità sul luogo. Si offrì volontario
un ex dipendente in pensione,
Marino Anselmi, che il 20 maggio
2002 raggiunse Matiri. Per un mese
e mezzo egli studiò il terreno e, via telefono,
chiedeva gioalmente aiuto
all’ingegnere capo del Cap per risolvere
i problemi che incontrava.
Quindi, da Milano furono spediti
vari container con tubi, pompa, filtri,
generatore e materiale di consumo;
da Barzanò furono inviati una ruspa,
martello pneumatico e ricambi; dalla
Malpensa partirono idraulici ed elettricisti
che, arrivati a Matiri, si misero
subito al lavoro, attorniati da un
nugolo di ragazzini e altri curiosi.
Si cominciò a riattivare un pozzo,
trivellato da tecnici svedesi a poche
decine di metri dal fiume Mutonga e
mai usato. Con l’impiego di 60 operai
locali, ne fu ampliata la bocca fino
a 37 metri di profondità e posta
la pompa: dopo una settimana il
pozzo era riattivato.
Ma il diavolo ci mise subito la coda:
la pompa si rivelò inadeguata e si
guastò irrimediabilmente. Nel giro
di pochi giorni, il Cap spedì per via
aerea altre due pompe (una di riserva)
di potenza superiore alla prima.
Ma i funzionari della dogana di Nairobi,
con scuse cavillose, fermarono
la cassa con i macchinari per una decina
di giorni, mettendo a dura prova
la pazienza dei tecnici milanesi.
Le nuove pompe erano perfette
per il pozzo africano: potevano erogare
1.000 litri di acqua in 8 minuti,
il tempo necessario per svuotare il
pozzo, che ritorna al livello primitivo
dopo 40 minuti. Una scelta tecnica
azzeccata: consentiva di risparmiare
carburante e non si rischiava il cedimento
delle pareti del pozzo, essendo
questo circondato dalla roccia.
A questo punto iniziò la seconda
fase dell’intervento: la posa delle tubature,
per una lunghezza complessiva
di 1.200 metri e con un dislivello
di 200.
Con la ruspa venne scavata la trincea
e disposta una duplice linea di
tubi: l’una in plastica (Pvc), destinata
all’acqua potabile; l’altra, molto
più grande, in acciaio, per il futuro
impianto di irrigazione. La saldatura
di questi ultimi richiese un lavoro
acrobatico, data la natura rocciosa e
il dislivello della collina.
Mentre si ponevano i tubi, i volontari
di Barzanò cornordinarono il
lavoro dei muratori nella costruzione
di una cabina per il pozzo riattivato
e un locale per la stazione di
pompaggio, a fianco del quale Anselmi
istallò un filtro a sabbia, per
depurare l’acqua dall’argilla, e un
bypass per il contro lavaggio, per facilitare
la manutenzione dell’impianto.

BRINDISI CON ACQUA GELATA
Il 2 giugno 2002 è un giorno storico
per Matiri: da un tubo di 5 esce la
prima acqua potabile, tra il tripudio
della gente. La sera, missionari, volontari
e tecnici brindano con bottiglie
di acqua refrigerata, quella che,
con ironia e malcelato orgoglio, Anselmi
battezza col suo nome: «Acqua
Marino: ha un sapore gradevole, incomparabilmente
migliore di quella
del fiume, da cui attinge la gente del
posto, mettendo a rischio la salute».
Le analisi successive ne confermeranno
la bontà.
Il signor Anselmi è tornato a casa
entusiasta dell’esperienza africana,
non solo per la riuscita del progetto,
ma per le tante cose imparate dalla
gente. «Da quando sono in pensione,
ho fatto tanti viaggi all’estero, in
Cina, Nepal, Africa, Messico; ma
tutti insieme non valgono questa esperienza».
Ciò che maggiormente lo ha sorpreso
è la preparazione tecnica di alcuni
collaboratori, usciti dalla scuola
professionale di Matiri. «Tutti eccellenti
– precisa Anselmi -, uno lo
era in modo particolare, Joseph: si è
dimostrato un bravissimo saldatore,
operaio affidabile e molto intelligente.
A qualcuno ho dovuto insegnare
come tenere il badile: lo imbracciava
all’apice del ferro, facendo fatica
doppia; ma una volta imparato, lavorava
con lena e ammirevole efficienza».

IL SOGNO CONTINUA
Terminato il primo acquedotto, i
tecnici del Cap hanno lasciato Matiri,
ma non è detto che non possano
tornare a dare gli ultimi ritocchi al lavoro
compiuto fino a oggi e a quello
ancora in corso e provvedere all’addestramento
di personale locale per
la manutenzione dei vari impianti idraulici.
Nella missione, infatti, è rimasto un
volontario di Barzanò per chiudere il
cerchio del progetto «Acqua per la
vita»; un sogno non meno ambizioso
di quello già portato a termine.
Superati gli intoppi provocati dalle
rivalità dei clan, è già stato scavato
un canale di 2,5 km per prelevare
l’acqua a monte del fiume e, con una
caduta di 15 metri, alimentare una
turbina elettrica, per poi essere convogliata
nei tubi di acciaio e irrorare
alcune aree agricole attorno alla missione.
Tale acquedotto permetterà alla
popolazione di rendersi economicamente
autonoma, coltivando prodotti
non solo per il sostentamento
familiare, ma destinati anche alla
commercializzazione.
La centrale idroelettrica, invece,
foirà la corrente necessaria alle numerose
strutture della missione. Il
surplus energetico diuo e notturno
sarà utilizzato per il pompaggio
dell’acqua potabile e irrigua.
Si prevede che per la seconda metà
di quest’anno l’opera sarà in funzione.
«Avremmo potuto ingaggiare
una compagnia di Nairobi, che avrebbe
fatto il lavoro in pochi mesi –
spiega Franco Godina, presidente
del gruppo “La sola verità è amarsi”
e sindaco di Barzanò -, ma abbiamo
preferito coinvolgere la gente, dando
lavoro e facendo in modo che
sentano il progetto come cosa propria,
anche se la realizzazione definitiva
richiederà un paio d’anni. Al
tempo stesso si prepara il personale
che possa curare la manutenzione
e gestione ordinaria
della struttura».

Benedetto Bellesi




IRAN: paese in evoluzione

RIFORMISMO AL CONTAGOCCE
Dopo 20 anni
di regime islamico,
l’Iran sta cambiando,
la gente
più velocemente
delle istituzioni.
I giovani, soprattutto,
vogliono più libertà.

Può sembrare strano: tra i principali
fautori delle riforme in
Iran, oggi, ci sono alcuni degli
ex-studenti che nel novembre 1979
assalirono l’ambasciata americana a
Teheran e la tennero in ostaggio per
444 giorni. Facciamo qualche nome.
Massumeh Ebtekar: interprete e
portavoce degli studenti, è stata vice
presidente per l’ambiente nel primo
governo del riformista Khatami e
prima donna a ricoprire una carica
politica tanto prestigiosa.
Ibrahim Asgharzadeh: con la rivoluzione
ha iniziato la sua carriera
politica: è stato eletto in parlamento;
poi ha perso il posto per avere criticato
il dispotismo dei religiosi.
Abbas Abdi: guidò l’assalto all’ambasciata;
scontò otto mesi d’isolamento
nel 1993 per avere criticato
il regime. Noto editorialista del quotidiano
Salaam, chiuso nel 1999 perché
troppo liberale, oggi è uno degli
strateghi dei riformisti. Sostiene la
necessità di un avvicinamento con
l’Occidente.
Akbar Ganji: diventato giornalista,
ha avuto il coraggio, durante un
processo che lo vedeva imputato per
aver preso parte a un convegno sull’Iran
a Berlino, di denunciare i mandanti
di una serie d’assassini di stato
commessi negli anni ’90.
Mohsen Mirdamadi: diventato
professore di scienze politiche, è uno
dei fondatori del partito riformista.

ERRORE DI GIOVENTÙ
Tale trasformazione può sembrare
strana, ma forse non lo è. È, piuttosto,
il segno di un fallimento e di una
nuova consapevolezza. Abbas Abdi
lo ammette apertamente: la rivoluzione
è stato un errore di gioventù.
Quei ragazzi non sono passati illesi
attraverso i 20 anni di regime islamico;
sono cambiati e sono giunti alla
conclusione che il loro clamoroso
gesto di un tempo non ha dato i risultati
che si aspettavano. È un’esperienza
comune a molti ex-rivoluzionari.
Coloro che mal tolleravano
il dispotismo dello scià hanno finito
per trovarsi a disagio anche col nuovo
ordinamento e subire analoghi
trattamenti, se tentavano di dare voce
al proprio dissenso. A molti è capitato
di sperimentare, dopo le prigioni
dello scià, quelle non meno dure
della Repubblica islamica.
Comunque lo si giudichi, questo
fatto la dice lunga sull’Iran d’oggi,
che, nel nostro immaginario collettivo,
continuiamo ad associare agli eccessi
del primo periodo rivoluzionario,
processi sommari, roghi di libri
nelle strade, folle fanatiche.
Sebbene il rituale di bruciare la
bandiera americana e gridare «morte
agli Usa» sia tuttora praticato, a tenere
viva questa triste tradizione è
una parte fortemente minoritaria della
popolazione: sono gli integralisti,
le fanatiche «guardie della rivoluzione
». La gente normale non prova odio
per l’America. Semmai indifferenza.
Non fosse altro perché moltissime
famiglie hanno almeno un
parente negli Stati Uniti o in Europa.

NUOVI SPAZI DI LIBERTÀ
Tutti i regimi rivoluzionari, una
volta consumatosi il movimento che
ne ha favorito l’ascesa, costringono i
cittadini a un doublethink, una doppia
vita: netta scissione tra comportamento
pubblico e privato. Il regime
khomeinista non fa eccezione.
In Iran si sta verificando, però, un
fenomeno nuovo: da un po’ di tempo
gli iraniani non si sforzano più di
nascondere quello che pensano. Per
strada e in luoghi pubblici ho assistito
a veri e propri sfoghi contro
l’oppressiva etichetta islamica e lo
strapotere dei mullah (clero). Nel
2001, occasioni per esprimere la voglia
di libertà e gridare slogan contro
i capi islamici sono diventate le celebrazioni
dopo le vittorie della nazionale
di calcio. L’incomprensibile
sconfitta contro la debole squadra
del Bahrein, con la conseguente
mancata qualifica degli iraniani ai
mondiali, si dice sia stata architettata
dal regime, stufo di quelle spontanee
manifestazioni di piazza.
Centimetro dopo centimetro gli iraniani
si conquistano nuovi spazi di
libertà. A Teheran, senz’altro la città
più spregiudicata, gli abiti delle donne
diventano ogni anno più succinti:
i pantaloni si accorciano (qualcuna
mostra addirittura le caviglie); le
maniche sono arrivate a metà avambraccio;
gli spolverini alle ginocchia;
eppure la polizia religiosa, i famigerati
sepah, non osa intervenire. Le
antenne satellitari sono proibite, ma
molti ce l’hanno lo stesso.

GIOVENTÙ FRUSTRATA
L’Iran è un paese anagraficamente
giovane: più di metà della popolazione
è sotto i 20 anni. Nel 1979
Khomeini invitò la gente a procreare,
senza prevedere quale minaccia
stesse preparando alla sua repubblica
islamica. Fu ascoltato. Adesso in
Iran ci sono 65 milioni di abitanti,
contro i 35 milioni di allora, e sono
in maggioranza giovani, per cui egli
non è che un’icona, tollerata, ma
vuota, un po’ come lo era Lenin nell’ex
Unione Sovietica.
Il mito di Khomeini è cominciato
a sfumare già negli anni ’90, subito
dopo la sua morte. Le nuove generazioni
non hanno vissuto l’epopea
della sua lotta contro lo scià. L’hanno
studiata sui libri, è vero, ma essa
rimane pur sempre remota. Ben più
concreti per loro sono i limiti e i sacrifici
che impone lo stato islamico.
Tra i giovani è molto diffuso il sentimento
che in Iran non ci sia futuro,
che per esprimere al meglio i propri
talenti sia necessario espatriare; e il
senso di frustrazione per non poterlo
fare.
I giovani sono dunque arcistufi
della tutela dei religiosi; ma non hanno
lo spirito rivoluzionario dei padri;
non vogliono fare la rivoluzione, ma
chiedono cambiamenti e, in più occasioni,
hanno dimostrato notevole
dose di coraggio e determinazione.
Nel luglio del 1999 l’Iran, stranamente,
tenne per qualche giorno le
prime pagine dei nostri giornali. Fu
quando a Teheran scoppiò una violenta rivolta studentesca, presto allargatasi
ad altri grossi centri universitari
del paese: all’università di
Teheran, l’8 luglio, si tenne una dimostrazione
di massa contro la chiusura
del giornale progressista Salaam
e contro un progetto di legge sulla
stampa, che avrebbe reso più vulnerabili
i giornalisti.
La giornata si concluse in modo
relativamente pacifico. Le violenze
vere e proprie si verificarono dopo
che, nella notte, truppe antisommossa
e vigilantes attaccarono i dormitori
degli studenti, picchiando i
presenti e distruggendo ogni cosa.
Tale invasione galvanizzò la protesta,
che si trasformò in vera e propria
guerriglia urbana.
Quell’estate avevo deciso di visitare
per la prima volta il paese e temevo
di dover rinunciare al viaggio. Poi,
d’improvviso tutto si chetò. Si ebbe
paura che la cosa potesse degenerare;
ci furono arresti, ma la repressione
fu relativamente poco cruenta.
Da allora ogni anno, il 10 luglio,
viene ricordato quell’episodio, ma
proteste così violente non ce ne sono
più state; gli studenti, per il momento,
hanno capito la lezione e sono
più attenti a non offrire il fianco
a provocazioni. Uno dei modi per esprimere la protesta è quello di partecipare
in massa ai discorsi pubblici
dei leader riformatori, in primis il
presidente Mohammed Khatami.

EPOCA KHATAMI
Quando si parla della storia recente
in Iran, il riferimento cronologico
è sempre uno: prima o dopo la rivoluzione.
Da qualche anno, però, è diventato
comune un altro termine di
riferimento: prima o dopo Khatami.
Il suo avvento ha segnato un’epoca.
Correva l’anno cristiano 1997; l’Iran
si apprestava a scegliere un nuovo
presidente. Quello uscente, Ali
Akbar Hashemi Rafsangiani, già al
secondo mandato, non poteva più
essere rieletto. C’era qualcosa di
nuovo nell’aria: la gente capì che
questa volta l’esito non era così scontato.
Sebbene il Consiglio dei guardiani
– organo formato da sei religiosi
e sei esperti legali laici, cui spetta, tra
l’altro, vagliare le leggi alla luce della
dottrina islamica e controllare l’affidabilità
morale dei candidati alle elezioni
– avesse approvato solo quattro
dei 238 candidati alla presidenza;
sebbene Nateq Nuri, il candidato sostenuto
dal clero conservatore, fosse
dato abbondantemente per favorito,
il 23 maggio la gente si riversò nei
seggi, facendo registrare la più alta
affluenza alle ue dai tempi della rivoluzione.
Khatami ottenne un vero
e proprio plebiscito.
Nella sua breve campagna elettorale
(era entrato in lizza relativamente
tardi) si era presentato con
uno stile ben diverso da quello degli
altri contendenti. Aveva parlato di
sé, della sua famiglia, dei suoi interessi,
dell’esigenza di creare una società
civile tollerante e libera. E, cosa
non da poco, aveva manifestato
un discreto senso dello humour.
Bisogna riconoscere che molte cose
sono cambiate negli anni della sua
presidenza: ci sono meno interferenze
nella vita privata dei cittadini,
sono cessati gli assassini politici di
stato, che fino al ’98 hanno colpito
l’intelligenzia dissidente, ci sono stati
maggiori riconoscimenti dei diritti
delle minoranze.
Anche i cristiani sono stati oggetto
dell’attenzione del presidente. Egli è
stato il primo capo islamico a visitare,
nel settembre del 2000, una chiesa
cristiana: Santa Maria a Urmiah.
Khatami è diventato il punto di riferimento
degli studenti e del movimento
riformista. Tuttavia, la sua politica
di democratizzazione delle istituzioni
e moderata apertura verso
l’occidente ha subito ripetuti contraccolpi,
perché il potere di cui gode
è molto relativo.

RIFORMISMO TIRA E MOLLA
Anche se la gente non vuole più sapee
dei mullah, considerati la
quintessenza dell’ipocrisia, e dei loro
turbanti, neri o bianchi che siano,
le istituzioni nate con la rivoluzione
consegnano il potere reale totalmente
nelle loro mani.
L’ordinamento della repubblica islamica
funziona secondo principi
contraddittori. Da una parte ci sono
un parlamento e un capo dello stato,
democraticamente eletti. Il primo esercita
il potere legislativo e il secondo
quello esecutivo, insieme al consiglio
dei ministri; dall’altra c’è la guida
suprema, un tempo Khomeini e
dal 1989 il suo successore Ali Khamenei,
che è la maggiore autorità
spirituale e politica della repubblica,
in carica a tempo illimitato.
Queste sono le sue prerogative:
designa il capo dell’esercito, il capo
delle guardie rivoluzionarie, nomina
i giudici della corte suprema, direttori
delle reti radio-televisive, può
bloccare le leggi del parlamento e le
iniziative dell’esecutivo. È, quindi,
molto più potente di presidente e
parlamento messi insieme.
Finché alla presidenza ci fu un
conservatore come Rafsangiani e in
parlamento i conservatori erano la
maggioranza, questa contraddizione
non fu così palese, ma dall’arrivo di
Khatami e, soprattutto, da quando,
con le elezioni del febbraio 2000, la
maggioranza parlamentare ha bruscamente
cambiato indirizzo, i conflitti
istituzionali sono esplosi. Clamoroso
è stato il fatto che Khamenei
abbia bloccato la legge sulla libertà
di stampa, promessa e voluta dal
nuovo parlamento riformista.
Khatami ha sempre tentato di evitare
lo scontro diretto, piegandosi,
quando non poteva fare diversamente,
all’autorità di Khamenei.
Non lo si può biasimare. Si rende
perfettamente conto che un conflitto
con la guida suprema potrebbe
innescare una miccia pericolosa.
Quest’atteggiamento conciliante
ha suscitato tra i suoi elettori un senso
di frustrazione; contrariamente
alle aspettative, tuttavia, essi si sono
ripresentati compatti alle elezioni
presidenziali del 2001 e gli hanno affidato
un secondo mandato. D’altra
parte, non avevano alternative e
hanno preferito esprimere così, anziché
con l’astensionismo, la loro
scelta per le riforme.
Naturalmente, con la rivoluzione i
religiosi hanno provveduto ad assumere,
oltre al potere politico, anche
quello economico. Imprese e banche
sono state nazionalizzate e sono stati
creati i boniad, fondazioni benefiche
che amministrano i beni confiscati
alla monarchia nel ’79.
I boniad operano sopra la legge:
non pagano le tasse, non hanno l’obbligo
di bilanci pubblici e rispondono
direttamente alla guida suprema.
Con il tempo essi sono diventati giganteschi
trust, che inglobano centinaia
di aziende, con interessi nei più
diversi campi economici. Non se ne
conosce la ricchezza effettiva, ma si
calcola che gestiscano circa un quinto
del bilancio dello stato.
Il nuovo parlamento ha tentato di
sottoporli a meccanismi di controllo,
ma il provvedimento è stato bloccato
dal Consiglio dei guardiani.
Il settore privato, invece, è penalizzato
da leggi limitanti e protezionistiche.
Di conseguenza il 40% dell’economia
si basa sul mercato nero,
dove fiorisce, tra l’altro, il contrabbando
di beni ufficialmente proibiti,
come cosmetici, cassette di musica,
film, alcolici.

RIPENSAMENTI DEI MULLAH
I leader religiosi non possono non
avvertire che il paese sta sfuggendo
loro di mano e la gente ha preso una
strada diversa dalla loro; tuttavia,
non intendendo cedere il potere,
stanno usando ogni mezzo per arrestare
un movimento che si fa sempre
più ampio. E di frecce al loro arco ne
hanno parecchie: ricorrono ai servizi
di sicurezza e mezzi d’informazione;
chiudono giornali e riviste liberali
con l’accusa di pubblicare materiale
ingiurioso dell’islam; arrestano
giornalisti, scrittori, attivisti politici.
Possono contare sulla totale acquiescenza
del sistema giudiziario. Essi
controllano i giudici e tanto basta,
perché nei tribunali non c’è obbligo
di processi pubblici e non è prevista
la giuria popolare.
Il parlamento non ha potuto far
nulla neanche in questo campo. Un
suo progetto di riforma della giustizia
è stato bloccato nel luglio 2001
dal Consiglio dei guardiani.
Tuttavia, la comunità dei religiosi
non è più compatta come una volta;
anche tra di loro si è da tempo manifestata
una certa dissidenza. Alcuni
mettono in dubbio il diritto del
clero al potere assoluto e condannano
la svolta autoritaria assunta dalla
dottrina khomeinista. È significativo
che Khatami abbia riscosso ampi
consensi perfino a Qhom, il maggiore
centro religioso del paese, insieme
a Mashad, e sede di prestigiose scuole
coraniche.
C’è un buon numero di religiosi
impegnati nel campo riformista, a
cominciare dallo stesso presidente
Khatami, che è stato discepolo di
Khomeini a Qhom e porta il turbante
nero dei discendenti di Maometto,
e da Hadi Khamenei, fratello della
guida suprema.
Tra i riformatori troviamo anche
alcuni religiosi che hanno svolto un
ruolo importante durante la rivoluzione,
come Mohammed Musavi
Khoeniha, consigliere spirituale degli
studenti che hanno assalito l’ambasciata
americana; o Abdollah Nuri,
un tempo guida religiosa delle
guardie della rivoluzione. Per le sue
idee liberali, nel novembre del 1999
è stato condannato a cinque anni di
carcere e altrettanti d’interdizione da
pubblici uffici. Gode di una così
grande popolarità che il suo discorso
di difesa al processo, pubblicato
col titolo di La cicuta
delle riforme, è andato esaurito
in poche ore.

IDENTITÀ IRANIANA
L’Iran sta cambiando
in fretta, la
gente più velocemente delle istituzioni,
ma anche quest’ultime dovranno
prima o poi adattarsi ai nuovi
tempi.
Non si deve, tuttavia, credere che
cambiamento per gli iraniani voglia
dire tornare nell’abbraccio del mondo
occidentale. Said Hagiarian, ideologo
delle riforme, coautore del
programma di Khatami per la campagna
elettorale del ’97, sostiene l’idea
di una società civile, democratica,
sì, ma basata sui valori dell’islam,
quindi non di tipo occidentale.
In questo sistema, però, la libertà
è considerata un valore primario. Lo
ha detto chiaramente Khatami in un
discorso tenuto davanti a migliaia di
studenti: «Nessuno può attentare alla
libertà con la scusa della religione».
La libertà è proprio ciò cui aspirano
i giovani innanzitutto. Essi ritengono
che, una volta tornati padroni
del proprio talento e delle
proprie risorse, troveranno la loro
strada, senza doversi rifare ad altri
modelli. Sono convinti di non dovere
imparare da nessuno né invidiare
alcuno: non sono forse i discendenti
degli achemenidi e sasanidi?
L’orgoglio di appartenere a una
civiltà millenaria viene, oggi, coltivato
con cura. Ci tengono ai loro
«sassi», li visitano, li restaurano, li
studiano. Ovunque nei siti archeologici,
grandi e piccoli, vicini e remoti,
si incontrano famiglie iraniane.
La valorizzazione del passato preislamico
è pure un modo per prendere
le distanze dagli arabi conquistatori,
con cui non vogliono essere
confusi e rispetto ai quali si sentono
superiori. Non è un caso che la festa
più popolare del calendario iraniano
sia il no ruz (capodanno), celebrato
il 21 marzo, e non una ricorrenza islamica.
Per questa celebrazione, nonostante
lo scontento delle autorità
islamiche, è stato recentemente ripristinato
anche il «salto del fuoco»,
una tradizione legata a Zoroastro.
L’Iran che cambia chiede anche a
noi di fare la nostra parte: uno sforzo
di conoscenza che permetta di
andare oltre i vecchi cliché con cui
troppo spesso lo etichettiamo, senza
sapere quanto diversa, ricca e feconda
sia la realtà di quel
paese.

Mariachiara B.




Chiese… calpestate

Secondo una tradizione fu l’apostolo Tommaso, negli anni
42-49, a evangelizzare i parti, medi, ircani, battriani,
margiani: tutti popoli dell’antica Persia, molto più estesa
dell’attuale Iran. Altre tradizioni attribuiscono la prima evangelizzazione
in Iran agli apostoli Bartolomeo e Taddeo.
È lecito supporre che a portare tra quei popoli i primi semi
del vangelo siano stati gli ebrei della diaspora: «Parti,
medi, elamiti e abitanti della Mesopotamia» (Atti 2,9), che
il giorno di pentecoste, a Gerusalemme, ascoltarono il primo
discorso di Pietro.
È certo che, tra il I e IV secolo, comunità cristiane e monasteri
si svilupparono a oriente dei confini dell’impero romano.
Prima del 313, il cristianesimo era già religione di
stato nei regni di Edessa e Armenia, evangelizzata nel II secolo
da Gregorio l’Illuminatore. A Urmia, Salamas (Khosrova),
Tabriz, Julfa… si svilupparono fiorenti comunità armene,
come testimoniano ancora oggi antiche chiese e monasteri.
Ne è un esempio Santa Maria a Urmia.
All’inizio i cristiani poterono espandersi e vivere in pace
sotto la dinastia sasanide (224-636). Ma quando re Sapòre
II (310-379) entrò in guerra con gli imperatori Costantino
e Costanzo, i cristiani furono considerati nemici della
Persia: le cronache parlano di 16 mila martiri.
Quando la dottrina di Nestorio sulla duplice personalità
di Cristo fu condannata dal concilio di Efeso (431),
molti suoi seguaci si rifugiarono in Persia e, nel terzo sinodo
di Seleucia (486) i vescovi proclamarono la «Chiesa
assira d’oriente», con patriarca proprio (catholicos), senza
mai rinnegare la sua comunione con Roma e la chiesa
universale.
Legate allo stato, isolate dal resto della cristianità, fuori
dai movimenti teologici e decisioni dei concili, la chiesa
armena rimase monofisita, quella di Edessa nestoriana; entrambe
diventarono quasi indipendenti, senza mai rinnegare
il legame con la sede di Pietro.
Nei secoli VIII e IX la chiesa assira ebbe grande vitalità ed
espansione, fino a contare 20 diocesi, 200 monasteri e 80
milioni di fedeli: i suoi missionari si spinsero in Cina, Mongolia,
Manchuria, Giappone. Con l’invasione islamica incominciò
la decadenza, peggiorata sotto il dominio dei mongoli.
Nel XIV secolo la loro vita cristiana era praticamente
concentrata nei monasteri.
Tale declino fu dovuto anche a fatti interni: nel 1450 il
catholicos Simon IV Denkha (1437-1497) stabilì che la carica
di patriarca fosse ereditaria: la chiesa era dominata da
un’unica famiglia, fino a eleggere minori poco istruiti. Alla
morte di Simon VII (1551), alcuni vescovi nestoriani rifiutarono
la successione del nipote e scelsero Giovanni Sulaka.
I francescani, che dal XIII secolo erano arrivati in Persia,
insieme ai domenicani, per riportare i cristiani alla comunione
con Roma, oltre che per convertire musulmani e mongoli,
suggerirono a Sulaka di chiedere la conferma del papa.
Nel 1553 Giulio III lo consacrò vescovo in San Pietro e
lo nominò patriarca di tutti i nestoriani che si sarebbero uniti
alla chiesa di Roma: nasceva la «chiesa caldea».
Sulaka si stabilì a Dyarbekir in Turchia; ma due anni dopo
fu imprigionato, torturato e giustiziato. Per oltre 200
anni vi furono tensioni fra comunità favorevoli o contrarie
a riconoscere l’unione con Roma. La situazione si stabilizzò
nel 1830, quando Pio VIII confermò il metropolita Giovanni
Hormizdas come capo di tutti i cattolici caldei, con il titolo
di «Patriarca di Babilonia dei caldei», con sede a Mossul,
nel nord dell’Iraq, poi trasferita a Baghdad (1950).
Nel secolo XVI salì al trono persiano una dinastia veramente
iranica: i safavidi, che riportò il regno all’antico
splendore. Lo scià Abbas (1588-1629) chiese aiuto al papa
e ai paesi d’occidente contro i turchi, in cambio aprì le
porte del regno ai missionari cristiani.
In pochi decenni gli agostiniani portoghesi, carmelitani,
gesuiti e cappuccini francesi si stabilirono nella capitale
Isfahan, Shiraz e altre città importanti, costruirono
scuole e chiese, promossero lo sviluppo del paese e riportarono
varie comunità armene e assire nell’alveo romano.
Fu il periodo d’oro delle missioni cattoliche. Lo stesso
scià partecipò a varie funzioni religiose di cattolici e armeni,
dicendo di essere cristiano nel cuore. Nel 1621 organizzò
pubbliche discussioni su argomenti religiosi tra cattolici,
anglicani e musulmani: un periodo di dialogo che la
Persia non sperimentò mai più.
Ma poiché nella lotta contro i turchi dall’occidente arrivarono
solo promesse, allo scià saltarono i nervi; a pagare
il conto fu l’agostiniano De Melo: inviato come ambasciatore
in Europa e Russia, accusato dai compagni di delegazione
come spia, nel 1614 fu arso vivo ad Astrakan.
Più sfortunati furono i cristiani armeni. Per fiaccare la
potenza turca, nel 1604 Abbas I distrusse le città di Erevan,
Julfa e Nakhchivan, ne deportò gli abitanti e li ricollocò
a Nuova Julfa, una città vicino a Isfahan. Ammirato
delle loro capacità industriali e commerciali, il re usò gli armeni
per avviare le industrie tessili, in concorrenza con
quelle turche.
Per avere più collaborazione degli armeni, lo scià finanziò
la costruzione di 13 chiese, ma non esitò a tartassarli.
Ogni volta che aveva bisogno di soldi, inventava una persecuzione
e il gioco era fatto: la borsa o la fede, cioè pagare
o diventare musulmani. Stesso trattamento era riservato
a caldei e assiri.
Nel 1708 la Persia firmò un trattato di amicizia con la
Francia e toò la pace, ma per poco. I turchi invasero l’Armenia, depredarono la popolazione e cominciarono lo sterminio;
ragazzi e ragazze andarono ad aumentare gli harem
dei padroni. Poi gli afghani occuparono il resto del paese.
I missionari dovettero fuggire e le missioni cattoliche andarono
in rovina: nel 1789 la capitale contava 7 cattolici;
chi non riuscì a scappare venne ucciso.
Così finivano 200 anni intessuti di sacrifici e umiliazioni,
persecuzioni e coraggio, illusione e speranza, fede e carità.
Nel 1808 Napoleone rinnovò il trattato di amicizia con
la Persia. I missionari lazzaristi poterono aprire missioni
a Khosrova; vi costruirono la cattedrale di San Givargis,
orgoglio dei cattolici; quindi un seminario. Tra i primi
11 preti c’era Paolo Bedjan, diventato famoso per gli studi
sulla lingua e letteratura siriaca: pubblicò 36 volumi, che
distribuì gratuitamente alle comunità caldee.
Da un viaggio in Francia, padre Bedjan toò con un harmonium:
la gente ne fu impressionata, perché «cantava con
la bocca, con le mani e con i piedi».
Dal XIX secolo missionari cattolici e protestanti tornarono
tra le comunità assire e caldee con scuole e assistenza
medica, elevandone cultura e condizioni di vita e promuovendone
l’identità linguistica e religiosa.
Anche le comunità armene poterono riappropriarsi della
loro identità, con scuole, giornali, stazioni radio, finché
scoppiò la prima guerra mondiale.
A cominciare dal 1914, i cristiani di Urmia e Salamas furono
oggetto di barbarità da parte di turchi e kurdi: chiese
e conventi saccheggiati; decine di migliaia di caldei e
armeni in fuga verso il Caucaso, decimati da fame e freddo.
Inutili furono i tentativi di resistenza degli armeni, di
cattolici e non-cattolici, comandati da Agha Petros Ellof, e
dei nestoriani, guidati dal patriarca Mar Shimun. Mentre
nelle città si consumava il genocidio, i cristiani della campagna,
60-80 mila, fuggirono verso il sud.
Nei decenni seguenti i cristiani furono più tollerati. Delegazioni
della Santa Sede e dello scià avevano appena
concordato alcuni punti di convivenza e dialogo tra islam e
cristiani, quando la rivoluzione di Khomeini (1978) azzerò
tutto. Anzi, le 14 scuole cattoliche, orgoglio della nazione,
furono chiuse; preti e suore espulsi e i dispensari confiscati.
Discriminati per motivi religiosi ed etnici, i cristiani furono
cacciati dall’amministrazione e insegnamento, esclusi
da attività commerciali e sottoposti a restrizioni d’ogni genere.
La fuga dall’oppressione islamica ha costretto i cristiani
a emigrare: in pochi anni sono passati da 320 mila a 120
mila (12 mila cattolici), riducendo la loro presenza allo
0,1% della popolazione iraniana.
Oggi la chiesa cattolica in Iran è organizzata in 3 riti (caldeo,
armeno e latino) e 5 diocesi, tre territoriali per i caldei
(Teheran, Urmia, Ahwaz) e due personali, per armenocattolici
e latini.
L’assassinio di alcuni leaders religiosi ha fatto temere una
nuova persecuzione. Con l’avvento al potere del presidente
Khatami, la situazione sembra migliorata, ma rimane ancora
molto buia.

Benedetto Bellesi




SENEGAL: viaggio tra le aspirazioni della gente

CAMARÀ O MARABOUT?
Islam, calcio, telenovelas
e tradizione del Senegal.
Come nasce l’antipatia per l’occidente?
Anche da una rovesciata volante.

Camarà e Marabout: chi sono?
Il primo è l’unico vero idolo
nazionale del Senegal, autore
del goal più importante della storia
dei «leoni» contro la Francia nell’ultima
coppa del mondo.
Se c’è una data che un senegalese
mai dimenticherà, questa è il 2 luglio
2002. A distanza di mesi, l’intero
paese freme ancora dalla gioia per la
vittoria sull’ex colonizzatore. Gli articoli
di giornale si sprecano, cartelloni
megagiganti, piazze commemorative,
ricordi da raccontare ai nipotini,
che accrescono il mito.
Non è da escludere che fra qualche
anno il risultato della partita sarà
lievitato dal reale uno a zero a un più
leggendario cinque a uno, gol della
bandiera generosamente concesso ai
francesi.
Il secondo, il marabout, un marabout
qualsiasi, è una figura tipicamente
maliana e senegalese dell’islam:
capo della scuola coranica della
città o villaggio, mezzo muezzino,
mezzo santone, mezzo autorità religiosa,
mezzo chissà cos’altro. Un ibrido,
un biohazard religioso quasi.
Lui, l’ibrido, sta combattendo una
guerra che non gli dispiace perdere;
anzi, più che una guerra, un derby.
Dall’alto dei minareti le nenie continuano
assordanti; la faccia del leader
spirituale della confrateita più
importante del Senegal, Mustafà
Cheick Mouhamadou Bamba, è
stampata in ogni dove; gli adesivi di
Osama Bin Laden sono in bella mostra
su tutti gli autobus… Nonostante
tutto, il marabout (ossia l’islam radicale
e oppressivo) perde d’interesse
soprattutto tra i giovani.
Isani valori dello sport: fatica, sacrificio
e anche la vittoria finale,
gettano nel cestino le cantilene
spacca-cervelli degli invasati, le varie
jihad, l’islam peloso che ingrassa sulle
spalle dei più deboli.
Dove non arriva la guerra del «bene
» contro il «male», di bushiana ideologia,
arrivano gli ubriacanti dribbling
di Henry Camarà e compagni.
Già, così potrebbe essere; ma così
non è: i giovani senegalesi si trovano
in un bel guaio, schiacciati tra il furore
islamico e la nuova religione laica,
spargisogni di plastica.
Parlando con questi ragazzi che
detestano ideologicamente l’occidente,
ma sbavano per tutto ciò che
questo gli propina, la situazione diventa
terribilmente complicata e pericolosa,
quanto un’illusione troppo
inseguita.
L’illusione della ricchezza materiale
trova il suo apice nel calcio e deborda
oltre i limiti della passione, per
diventare ossessione.
E non già tra i giovani poveri o poco
scolarizzati, bensì tra gli studenti
liceali: come prima cosa sognano il
pallone in una squadra italiana; poi,
in successione, il tecnico informatico
in Francia, il designer a Berlino, per
arrivare giù giù in fondo: qualsiasi lavoro,
purché fuori dal Senegal.
Coloro che potenzialmente potranno
guidare questo paese hanno
tutti, letteralmente, il desiderio di andare
via: in Italia soprattutto, ma anche
Francia, Spagna, Germania.
Il calcio, con i suoi stereotipi inossidabili
ricevuti in tutte le case
del Senegal, grazie alle paraboliche
che captano i segnali europei,
diventa una punta diamantata
nel processo di rimbambimento di
una generazione.
Quale può essere il futuro di un
paese dove il padre desidera che almeno
un figlio vada via dal Senegal e
tutti i figli desiderano scappare?
Fuggire non da qualcosa (la situazione
economico-politica senegalese
non è il paradiso, ma neppure l’inferno),
ma verso i peggiori cliché che
l’occidente esporta all’estero a palate:
soldi facili, sesso, dissolutezza,
mancanza di valori, ateismo.
Basta accendere il televisore e
guardare la telenovela più seguita del
Senegal: la storia di una ragazza che
s’innamora di uno spasimante telefonico,
che finge di essere un ricco
emigrato in Italia; è invece uno studente
squattrinato che, svenandosi,
la ricopre di regali e gingilli vari.
Calcio e televisione: episodi di costume,
si dirà. No! Anche il nuovo
presidente, Wade, spinge sui tasti
della religione e del progresso, a noi
tanto caro. Il suo credo si riassume
in due parole: Allah e sviluppo economico.
Progresso che comincia ad avere
aspetti inquietanti: esso potrebbe
essere rappresentato
dalle foreste vergini abbattute a colpi
di bulldozer per fare tamburi da
vendere ai turisti che, a casa, faranno
poi bong bong due volte; oppure dalla
totale sudditanza alimentare dalle
importazioni, a caro prezzo, di qualsiasi
prodotto, dimenticando gli alimenti
senegalesi tradizionali, perché
ormai troppo vecchi, non modei.
E ancora i mari depredati dalle meganavi
giapponesi, che in cambio donano
ai villaggi di pescatori qualche
scuola o fatiscente punto sanitario.
Anche i villaggi turistici per bianchi
sono chicche imperdibili. È particolarmente
istruttivo, ad esempio,
godersi la piscina in riva all’oceano,
oppure l’erbetta all’inglese, innaffiata
tutto il giorno, o ancora le fontanelle
a getto continuo. Però, fuori
dei muraglioni di cinta stile gulag sovietico
dei centri-vacanze, i senegalesi
fanno chilometri per attingere
qualche secchio d’acqua, poiché la
falda è scesa troppo nel sottosuolo.
Certo, tutto questo permette a
molte persone, soprattutto sulla costa,
di mettere insieme il pranzo con
la cena, una televisione e, magari, anche
un’auto. Tutto, però, appare precario
in questa economia, basata sul
desiderio consumistico dei «tubab»
(bianchi). Quest’anno, per esempio,
il mancato arrivo del rally Parigi-
Dakar, spostato sulle più danarose
spiagge egiziane di Sharm ash
Chaykh, ha provocato un tracollo di
entrate agli abitanti di Lac Rose.
E il marabout ride sotto la fluente
barba per questo crollo economico…
Così scorre il tempo e il fatalismo
attendista africano appare
addirittura meno pericoloso
di questo continuo indaffararsi dei
nuovi rampanti senegalesi.
Per tutti arriva il momento della caduta
dei miti e capiscono che non ci
sarà mai la possibilità di essere calciatore
della Juventus, tecnico informatico
a Parigi, designer della Volkswagen;
e nemmeno giù giù in fondo,
nei lavori più umili, li vorranno, perché
l’Europa ha chiuso le porte e non
si passa più.
Peccato che anche le foreste stiano
terminando, il mare diventi giorno
dopo giorno meno pescoso e la
gente dei villaggi adiacenti ai centri
turistici risulti sempre più infuriata,
a causa del viavai di ragazze, talvolta
anche bambine, che varcano le porte
carraie la sera per uscie al mattino
dopo…
Indovinate: nelle braccia di chi finisce
questa massa di disillusi, arrabbiati?
Chi gode per questo crollo
dei sogni made in Europe?
Bravi, avete capito.
Ecco come s’ingrossa l’odio verso
l’occidente (e anche contro i cristiani):
prima esso abbaglia con le sue lucine
e rovesciate volanti; poi lascia
tutti a bocca asciutta e li scaraventa
nelle braccia ben tese del radicalismo
musulmano. Così una generazione
si sente rifiutata da quei luoghi
che un tempo adoravano, ma che ora
disprezzano.
Dove risiede la speranza? Nell’interno
del paese; ed è molto
più di una speranza. Nei
villaggi ove sopravvivono ancora forti
tradizioni e culture antiche; dove
sia Camarà che il marabout altro non
sono che due esseri mal sopportati,
entrambi estranei al Senegal.
Villaggi dove si mangia ancora tutti
insieme, con le mani e dallo stesso
piatto; dove l’economia, sostanzialmente
chiusa, fa rima baciata con sobrietà
e, quindi, con felicità.
Qui nessuno ha l’ossessione della
maglietta del Manchester United;
perciò il marabout ha poco da aizzare
contro l’occidente, predone e infedele,
traditore di tante promesse.
Qui una partita a calcio resta ancora
un momento di svago e la preghiera
un attimo di gioia e
riflessione interiore, non
un giuramento di vendetta.

Maurizio Pagliassotti




VILANCULOS (Mozambico): Riflessioni missionarie

IL FUTURO CHE VERRÀ
Uomo
di «due continenti»,
padre Sandro Faedi
riflette sulla sua
esperienza missionaria.
Per tirare anche alcune
conclusioni sul futuro
che si sta delineando…

Dopo aver lavorato per circa
20 anni in America del Sud
(Venezuela), padre Sandro
Faedi si trova ora a Vilanculos, in
Mozambico. Direttore delle pontificie
Opere missionarie venezuelane,
ha dovuto occuparsi sia della pastorale,
che dell’animazione missionaria.
L’esperienza fatta gli può
dunque permettere di stabilire alcune
proiezioni interessanti circa il futuro
della missione.
Nel contesto attuale della chiesa,
molte sono le persone che si chiedono
quale sia il futuro della missione.
La globalizzazione ci ha portato il
mondo in casa e le realtà dei popoli
del Sud ci sono più familiari; il dialogo
interreligioso, l’evangelizzazione
e la promozione umana diventano
più che mai una sfida per la chiesa.
Ma, oggi, dove sono i missionari?
Le partenze sono sempre meno frequenti,
gli istituti missionari diminuiscono
di numero nei loro componenti,
le nuove entrate non riescono
più a sostituire coloro che, per
motivi di età, malattia o morte, sono
costretti a lasciare il proprio posto.
La domanda merita, dunque, di essere
posta. Ed è padre Sandro che
spiega un po’ le cose…

MISSIONE
SENZA MISSIONARI?

La missione, come noi
l’abbiamo pensata da anni
(cioè, una delle attività
della chiesa) avrà ancora un
posto significativo nel futuro?
Io credo che non rivedremo mai
più le spedizioni missionarie del passato!
Lo slancio e il dinamismo della
missione ad gentes sono state spazzate
via dal secolarismo, l’abbandono
della pratica religiosa e l’indifferenza;
d’altra parte, molte comunità
missionarie si sono ripiegate su
se stesse e, sull’esempio dei vari organismi
governativi, investono più
tempo in personale, soldi e problemi
interni, dimenticando lo scopo
per cui sono stati fondati.
Ma la chiesa non «ha una» missione,
perché essa stessa «è» missione!
Proprio come una pietra lanciata
nel mezzo di un lago, che continua
ad espandere le sue onde fino ai bordi.
Mi viene in mente la chiesa primitiva
e il modo con cui i primi discepoli
di Gesù hanno «pubblicizzato
» la nuova fede in tutto il mondo
conosciuto di allora. Penso anche alla
città di Milano, ai tempi di
sant’Ambrogio: metà dei suoi abitanti
erano pagani, l’altra metà divisa
tra cattolici e ariani. Non c’era ancora
la congregazione di Propaganda
fide. La predicazione di Ambrogio e
la testimonianza di vita dei fedeli furono
gli unici mezzi per raggiungere
i non credenti.
Ritoeremo a quei tempi? Probabilmente
no, anche se oggi la chiesa
ha questa nuova coscienza: definirsi
missionaria all’interno e all’esterno.
Ho chiesto ad un giovane che
era appena stato battezzato: «Perché
Dio ci ha creati?». Spontaneamente,
mi ha risposto: «Per conoscerlo, amarlo
e farlo conoscere e amare dai
miei compagni!».
È suonata l’ora di «ridare» la missione
alla chiesa: tutta la chiesa è missionaria,
ad intra e ad gentes. Anche
se sono meno numerosi, i praticanti
hanno una fede più dinamica e contagiosa:
ciò che noi abbiamo visto e
toccato, noi ve lo annunciamo.
«Ringraziamo le chiese d’Europa
che ci hanno portato Cristo; ma non
possiamo ringraziarle per non aver
fatto di noi dei missionari». Mi vengono
in mente queste parole di un
vescovo brasiliano in un congresso
missionario, alla vigilia delle celebrazioni
per i 500 anni di evangelizzazione
del continente latinoamericano. Parole vere: cristiani sì, missionari
no; una chiesa oggetto della
missione, una chiesa che riceve e non
dona. Lo zelo di cui tanti missionari
erano infiammati non è stato trasmesso
nel cuore delle chiese che
hanno fondato. Perché?
Quando un alunno viene bocciato,
ci sono due possibilità: o che sia
pigro, oppure il maestro un incapace.
Occorre cercare di risvegliare
l’interesse dell’alunno e migliorare il
metodo del professore. È ciò che si
cerca di fare in America Latina. Tutto
il lavoro e la riflessione teologicopastorale
di questi anni hanno avuto
di mira la costruzione di un nuovo
modello di chiesa: tutta apostolica,
meno centrata sui sacramenti e più
sul vangelo, meno portata all’interno
e più all’esterno, meno sui vicini
e più sui lontani, meno di parole e
più di testimonianza…
I frutti non sono tardati a venire:
l’entusiasmo missionario ha raggiunto
associazioni, comunità religiose,
preti, famiglie e… ammalati! Nella
chiesa tutti sono chiamati ad annunciare.
In Venezuela, soprattutto, abbiamo
visto rinascere una chiesa cosciente
e dinamica. Manifestazione
speciale e sorprendente di questo risveglio
sono stati i giovani laici missionari,
che hanno accettato di consacrare
un periodo delle loro vacanze
per andare a «fare missione» nei
villaggi, dove la presenza della chiesa
era minima; o ancora giovani laici
che, dopo aver ottenuto il diploma,
hanno deciso di «buttare» qualche
anno della loro vita al servizio degli
ultimi, in un vicariato apostolico o in
una missione fuori della patria.

LO SPIRITO SANTO E… LORO
Certo, per padre Sandro, la realtà
del Mozambico, dove si trova ora, è
ben diversa. La pasqua scorsa sono
stati celebrati 336 battesimi, dopo tre
anni di catecumenato: il 60% di loro
avevano più di 18 anni. Uomini e
donne che cercavano Cristo e hanno
trovato nella chiesa una risposta alla
loro fame e sete di Dio. Il numero è
quasi sempre lo stesso, tutti gli anni.
«Padre, cosa devo fare per essere
cristiano? Per pregare Dio, come
voi, la domenica?». Allora, chiedo
loro: «Perché vuoi essere cattolico?
». Quasi sempre la loro risposta
è: «È un mio vicino, un parente, un
amico che mi ha invitato… Ho visto
come siete uniti e organizzati, come
aiutate i poveri…».
Nel Mozambico di oggi, l’offerta
religiosa è importante: oltre alla nostra
chiesa, si trova una moltitudine
di sètte (cristiane o no) e pure l’islam.
La gente cerca qualcosa che riempia
il cuore e dia senso alla loro esistenza.
Non sono i missionari che chiamano,
non sono stato io ad avvicinare
queste persone, ma lo Spirito Santo,
la comunità cristiana. I veri
missionari sono i nostri cristiani che,
con la parola e l’esempio della loro
vita, condividono la gioia di credere,
trovarsi in comunità e servire i poveri;
per questo richiamano alla vita in
Gesù.
La missione è stata restituita alla
chiesa! Un catechista spiegava ad un
neo battezzato: «Dove è scritto che
tu hai ricevuto il battesimo per venire
a messa la domenica? Non sai che
Dio ti ha fatto battezzare perché aiutassi
i tuoi fratelli?». Questa è la chiesa
nuova che cresce, risposta alla nostra
angoscia e promessa per l’avvenire.
Oggi l’urgenza è «come» essere
missionari. Il missionario «capace di
fare tutto» è morto da tempo. Ora
abbiamo bisogno di missionari «dietro
le quinte», animatori, formatori,
e moltiplicatori di una chiesa nata
per annunciare. L’avvenire della
missione è stato così restituito alla
chiesa, cosciente di essere
inviata ovunque, sino ai
confini della terra!

C’è posto… per tutti
La missione cambia, lentamente, ma decisamente… Prima del concilio Vaticano
II, i missionari erano tutti preti, religiosi e religiose. Ma è lo stesso
concilio ad insegnare che tutti i discepoli di Cristo devono collaborare
alla missione. Visitando il Mozambico ho effettivamente incontrato laici impegnati
in questo senso, giovani e meno giovani.
Alcuni giovani – È a Cuamba che incontro alcuni laici missionari, che hanno
preso la decisione di dedicare un periodo di vita al servizio dei più poveri. È il
caso di Nuno Miguel Reis Prazeres, 28 anni. Pienamente integrato nell’équipe
pastorale della parrocchia di Cuamba, è professore sia nella scuola superiore,
come alla facoltà di agricoltura della nuova università cattolica del Mozambico.
Mi presenta anche tre ragazze, della stessa età, che lavorano tutte nell’insegnamento
o nell’amministrazione. In più, sono impegnate pure in parrocchia:
alla biblioteca, con i giovani e per dei corsi di informatica. Tutti questi giovani
missionari laici hanno un contratto con la diocesi e l’università.
Un pensionato – Titus Pereira risiede nel vescovado di Lichinga. È un portoghese
in pensione; ha lavorato tutta la vita nelle costruzioni. Non è architetto
né geometra, ma ci sa fare; per questo ha messo il suo talento al servizio della
diocesi ed è lui che cornordina la maggior parte delle nuove costruzioni.
Un laico IMC – Ma vi è pure un’altra possibilità: un contratto come laico missionario
della Consolata. Ne ho visto uno, a Vilanculos: Wilfer Javier Ramirez,
uno dei giovani formati in Venezuela da padre Nelson Lachance, con «Joven
Mission». Mentre il padre lavorava nelle pontificie Opere missionarie, aveva
fondato un’associazione di giovani: Javier ne divenne membro e, in seguito,
continuò ad interessarsi alle missioni, collaborando nelle pontificie Opere con
padre Sandro Faedi. Mi racconta come ha maturato la sua vocazione missionaria:
«In tutta la mia formazione e nei vari incontri, ho imparato molte cose
sulla missione. Sempre più volevo mettere in pratica ciò che avevo imparato e
avvertivo che, per rispondere alla chiamata del Signore, dovevo lasciare il Venezuela
e andare in un paese lontano». Era pronto, ma fu molto difficile per
via dei famigliari. Per questo, allo scadere del suo contratto dei tre anni, ritoerà
in Venezuela per sposarsi e occuparsi della famiglia.
Gli chiedo della sua esperienza: «Bella e interessante. Mi sentivo ben preparato.
È stato più duro per i miei genitori e la mia famiglia». Ora, a Vilanculos, aiuta
nel cornordinamento materiale delle tre scuole matee della missione. In ognuna
c’è una sessantina di bambini, è necessario procurare acqua e cibo: ed è proprio
Javier che si interessa di tutto. J. P.

Jean Paré




MESSICO viaggio tra le aspirazioni della gente

L’ERBA DEL VICINO…
Al di là dei monumenti delle varie civiltà
che si sono succedute nel paese, il Messico offre
una umanità palpitante di speranze e sogni,
sempre in attesa che diventino realtà.

Attraversata la frontiera, mi
trovo d’improvviso in un altro
mondo: dal lindore asettico
di San Diego (Stati Uniti) al degrado
ambientale e umano delle vie
intorno alla centrale Avenida de la
Revolucion di Tijuana, in Messico.
Sporcizia, buche nei marciapiedi,
prostitute, mendicanti, povere bancarelle
di donne indie in costume.
Sono disorientata nel vedere numerosissime
e linde farmacie, una accanto
all’altra. Incredibile anche il
numero degli studi medici, che attirano
i clienti nordamericani con co-
loriti cartelloni. In Usa le cure sono
costosissime; qui, invece, gli stessi farmaci
sono più a buon mercato. I medici
sono preparati, coscienziosi e umani
nel trattare i pazienti.
Ampi viali trafficati mi portano al
quartiere Rio, con i suoi centri commerciali
e direzionali: è un altro aspetto
di Tijuana, città che vuole
cambiare e ha già raggiunto importanti
mete nello sviluppo.
La periferia è immensa, ma non
sono solo favelas dei nuovi immigrati
quelle che si arrampicano sulle colline:
sono le «colonie», cioè i quartieri
di chi si è inserito bene nella
nuova economia.
Avrei bisogno di un prete. Uno
che mi racconti le cose come stanno;
che mi faccia capire.

UN PASSO DAL «PARADISO»
È già notte. Dal campanile di una
chiesa un orologio illuminato segna
le 10,15. Entro. La messa è quasi terminata.
I pochi fedeli escono e mi avvicino al prete. Ha una faccia simpatica;
si chiama padre Francisco Javier
Perez; mi invita a seguirlo per le preghiere
e a condividere la cena.
Mi trovo nel seminario maggiore
di Tijuana, un’oasi di tranquillità e
pulizia nel centro caotico della città.
«Vocazioni? Molte – risponde il padre
-. Abbiamo un centinaio di seminaristi;
stiamo progettando un edificio
più ampio, completo di campi
sportivi. La diocesi di Baja Califoia
del nord, sfoa ogni anno una dozzina
di preti, che si trovano subito oberati
di lavoro.
La città è cresciuta enormemente
in pochi anni e sta ancora ricevendo
immigrazione da tutto il Messico,
specialmente dalle zone più povere
e remote, nella speranza di varcare il
confine e stabilirsi negli Usa. I più
fortunati trovano sistemazione presso
parenti o amici. Chi non ce la fa,
bivacca e vive di espedienti».
In effetti oggi ho visto dei poveracci
dormire ai margini dei viadotti,
in mezzo all’immondizia. Parlare
con padre Francisco mi aiuta a capire
meglio la situazione, al di là del disgusto
provato all’arrivo.
Molti immigrati sono arrivati dopo
il terremoto di Città del Messico
del 1985. Un disastro reso più spaventoso
dal crollo di numerosi edifici
statali nuovi, prova di malgoverno
e corruzione negli appalti pubblici.
Tijuana offre ai nuovi arrivati maggiori
possibilità e un clima migliore
di tante città messicane; soprattutto,
siamo vicini agli Stati Uniti, tanto da
attraversare il confine a piedi. Molti
messicani vanno a lavorare oltre confine
e ritornano la sera. I più benestanti
portano i figli a scuola in uno
dei sobborghi di San Diego; i ricchi
vivono negli Usa, anche se gli affari
li hanno a Tijuana.
La Baja Califoia è la regione che
registra il maggior tasso di crescita economica
del Messico e, dal punto
di vista politico e sociale, si dimostra
più avanzata e intraprendente: è il
primo stato messicano a voltare pagina
nelle ultime elezioni, scegliendo
come presidente il leader dell’opposizione
Fox. Da qui è partita la spinta
al cambiamento, mandando a
spasso il potente e corrotto Partito
rivoluzionario istituzionale (Pri), che
per 60 anni ha gestito il potere a suo
esclusivo vantaggio.
Fox deve aver dato fastidio a molti
potenti, se è continuamente oggetto
di critiche e, recentemente, gli
è stato impedito di prendere parte a
conferenze inteazionali in Canada
e Usa: la costituzione prevede l’approvazione
del parlamento per i
viaggi del presidente all’estero.
Fox è un ricco impresario con una
buona volontà di cambiare le cose,
ma poca abilità politica. Comunque
ha avuto il coraggio di iniziare seri
cambiamenti e «pulizia» della società
messicana, cominciando dai poliziotti
legati al cartello della mafia della
droga. A causa della corruzione
della polizia, il controllo del traffico
di droga viene fatto dall’esercito.
Da quando gli Usa sono riusciti a
bloccare il traffico di stupefacenti
nell’area caraibica, quello di Tijuana
è diventato il più potente e pericoloso
cartello dell’America Latina.

MISSIONARI TORINESI
Fratel Luigi, della Sacra Famiglia
di Torino, abita sulla collina Buena
Vista, una «colonia» della periferia
di Tijuana. Non è facile trovare la sua
scuola, nel dedalo di vie senza nome
o senza numero.
I fratelli della Sacra Famiglia, due
italiani e uno spagnolo, per venire incontro
alle esigenze di una popolazione
in continuo aumento, hanno aperto
una scuola elementare e media
con quattro sezioni. Le famiglie sono
di estrazione medio-bassa, che
hanno capito l’importanza di una
buona educazione e cercano di iscrivere
i figli nelle scuole cattoliche,
perché rispondono a tale esigenza.
«Qui siamo fortunati. In Baja Califoia
il 95% dei bimbi va a scuola,
mentre in alcune zone del Messico
la situazione è molto diversa» racconta
fratel Luigi, entusiasta del suo
lavoro. Ma si lamenta delle difficoltà
create dal governo con cieca e assurda
burocrazia: «Si perde molto tempo
nel preparare i ragazzi a parate,
concorsi dell’inno nazionale, picchetti
d’onore… tutte attività che distraggono
i ragazzi dallo studio».

STORIA AMARA
Da Tijuana, l’aereo mi porta a Zacatecas,
antica città mineraria a 2.500
metri sul mare, che detiene tuttora la
più alta produzione d’argento del
Messico. La miniera Eden, chiusa da
qualche anno, un tempo era un vero
inferno per gli indigeni che vi lavoravano,
dovendo risalire per otto
piani con i massi auriferi e argentiferi
portati a spalla.
All’uscita della miniera, una funivia
mi porta sulla cima di un colle dove
sono i ricordi di un’altra storia:
statue in bronzo ritraggono, tra gli altri,
Pancho Villa, il mitico eroe della
rivoluzione messicana del 1914. In
basso si stende la città, magnifica nel
suo caldo color ocra delle costruzioni
antiche.
La cattedrale ha una ricca ed elaborata
facciata, ma l’interno, un tempo
splendido di ori e argenti, è stato
del tutto spogliato durante i periodi
di rivolta che hanno caratterizzato la
storia del paese. È stata coinvolta anche
la chiesa (vedi riquadro).
Di peggio è capitato al tempio secentesco
degli agostiniani, saccheggiato
dall’alticlericalismo di fine ’800
e trasformato in casinò. Ora ospita
una esposizione di arte modea,
mentre continuano i restauri per ricomporre,
almeno in parte, le decorazioni
barocche.
Tale situazione la ritrovo in varie
parti del Messico, testimone di una
storia amara e sconcertante, segnata
da una sequenza di fatti tragici, governi
corrotti, guerre civili, esecuzioni
e voltafaccia politici.
Storia anche recente, in cui l’arroganza
del potere è rimasta indifferente
ai bisogni della gente. Troppe
regioni, nonostante le loro potenzialità,
sono ancora depresse e lontane
da ogni forma di sviluppo; benché ci
siano stati miglioramenti nell’istruzione
popolare e maggiore presa di
coscienza degli strati poveri della popolazione,
rimane forte la sensazione
d’impotenza di fronte ai soprusi
della classe dominante.

CICATRICI IN MANI E CUORI
Salgo sulla corriera che unisce Ciudad
Juarez, al confine col Nuovo
Messico (Usa), alla capitale messicana.
Siedo accanto a un uomo che rimane
a lungo silenzioso. Poi mi mostra
le mani, grandi e segnate da tagli
e profonde cicatrici: «Machete e
canna da zucchero» mi spiega.
Inizia così la conversazione, anzi lo
sfogo di un uomo che, pur faticando
dalle 5 del mattino fino a tarda sera,
non riesce a risparmiare il denaro per
comprarsi la terra dove vive. «In questo
paese le macchine agricole sono
rare e il terreno che lavoro è ripido,
per cui bisogna fare tutto a mano»
continua Manuel Castillo Abrego.
Sta ritornando a casa, dopo un
lungo viaggio per accompagnare la
suocera al confine con gli Stati Uniti.
Due giorni fa si sono incontrati alla
frontiera con due cognati, da alcuni
anni emigrati in Califoia.
«Mia suocera ha pagato 4 mila dollari
per avere i documenti necessari
per espatriare. L’hanno aiutata i figli
a pagare tale somma. Vorrei anch’io
vivere in un paese dove c’è maggiore
speranza per i miei figli».
Manuel mi parla dei suoi quattro
bambini, da due a dodici anni, della
moglie e della sua casetta, circondata
da alberi di mango, in un villaggio
dello stato di Michoacan. Ha ancora
davanti parecchie ore di viaggio per
arrivare a Morelia, dove prenderà un
altro autobus per arrivare a casa.
Intanto indica sulla mappa la città
di Puruaran, dove ogni settimana
trasporta la canna per la lavorazione:
l’85% del ricavato va al proprietario
del terreno. «Lavorando duro, riesco
a guadagnare quanto basta per
sfamare i miei, nulla di più – continua
-. Se riuscissi a risparmiare qualcosa,
cercherei di emigrare con tutta la famiglia.
Non lascerei moglie e figli in
Messico, come fanno molti disperati,
che in Usa si rifanno una vita».
Manuel perse la mamma all’età di
tre anni, morta di parto dando alla
luce il decimo bambino. Trovatosi
con una nidiata da sfamare, il padre
pensò bene di risposarsi e, ben presto,
arrivarono altri 10 figli. La terra
non bastava per tutti, anche se i più
grandi lavoravano già.
Manuel mi consegna un foglio,
firmato dagli allievi della scuola professionale
San Pedro di Zacatecas: reclamano
il diritto a un posto di lavoro
e denunciano favoritismi. «Chi la-

vora per il governo è in una botte di
ferro; gli altri non hanno alcun diritto
– spiega sconsolato, per continuare
con orgoglio -: mia figlia Jasmine
è molto brava a scuola, ha preso diversi
premi. Ma solo i raccomandati
riescono a ottenere una cattedra
d’insegnante; anzi, possono anche avere
più di due scuole e trascurare le
lezioni».

OASI DI BELLEZZA
Dai 2.500 metri di Zacatecas siamo
scesi ai 1.800 di Guanajuato, una
città giorniello, ricchissima di monumenti,
chiese e palazzi, circondata da
monti metalliferi.
Scendiamo ancora e raggiungiamo
Queretaro, un’altra città coloniale,
dichiarata dall’Unesco patrimonio
dell’umanità. Dovrebbero essere così
tutte le città del mondo: linde, coloratissime,
con ampi spazi verdi a
disposizione di tutti. Le case sono
curate, anche in periferia, dove sorgono
modee imprese e industrie.
Il centro è un giorniello: non un edificio
moderno che stoni col tessuto
antico e ben conservato della città.
Ma ciò che incanta è l’atmosfera festosa
delle piazze, di giorno ombreggiate
dai ficus, la sera allietate da
pianisti e orchestrine, con anziani e
giovani che hanno tempo e spazio
per godersi il fresco.
Sontuose le numerose chiese e
conventi, quasi tutti trasformati in
musei e gallerie. Il più famoso e antico
è il convento francescano de la
Cruz. Lo visito in compagnia dell’anziano
frate Jesus Uzman. «Fondato
nel 1683, fu il primo collegio apostolico
di Propaganda fide. I frati
vi dimoravano due anni per prepararsi
alla missione tra gli indigeni nomadi
del Messico del nord. Successivamente
ne sorsero altri: 5 in Sierra
Gorda, 21 in Baja Califoia, 5 in
Texas, 1 a San Antonio. Per 87 anni,
a partire dal 1824, il convento fu occupato
dalle truppe. Quando lo restituirono,
la fuliggine e lo sporco avevano
ricoperto tutte le pitture».

SOGNANDO L’AFRICA
Sterminata metropoli, congestionata
dal traffico e con l’aria fortemente
inquinata: così viene descritta
la capitale, Città del Messico. Ero
preparata al peggio, ma rimango sorpresa.
I problemi sono ancora molti;
uno, almeno, è stato risolto felicemente:
ci si sposta benissimo con
metrò e bus, che passano in continuazione
e senza causare code alle
fermate.
Raggiungo facilmente Avenida Eugenia,
il viale che attraversa un quartiere
borghese, per visitare suor Edelmira.
La trovo nel suo studio di
direttrice della scuola gestita dalle
clarisse del Santo Sacramento.
Sempre uguale, sorridente e attiva,
mi accoglie con un abbraccio e subito
mi parla della Sierra Leone, dove
la conobbi per la prima volta nel
1992. «Le mie consorelle sono ritornate
da pochi giorni da un sopralluogo
a Lunsar, il villaggio della nostra
missione. Pare che presto si potrà
ritornare e dovremo ricominciare
tutto da capo. Spero proprio di poterci
andare anch’io. Il mio cuore è
rimasto laggiù».
Dirigere una scuola borghese della
capitale può dare soddisfazioni,
specialmente ora che le suore hanno
potuto aggiungere un nuovo edificio
per le varie attività delle studentesse.
Ma 30 anni di vita missionaria in Africa
hanno segnato per sempre l’esistenza
di suor Edelmira. La nostalgia
si fa sentire anche quando il paese
è disastrato, pericoloso
e difficile come è ancora
la Sierra Leone.

La Chiesa in Messico
Da quando arrivarono i primi missionari
nella Nuova Spagna, insieme
ai conquistatori spagnoli, la
chiesa messicana ha sempre sofferto.
Francescani e domenicani si distinsero
per il coraggio con cui cercarono di
difendere gli indigeni dagli eccessi
dei coloni. In breve tempo riuscirono
a convertire gran parte del paese e
fondarono centinaia di monasteri.
L’intera popolazione faceva parte della
chiesa, unica istituzione che assicurava
servizi sociali e istruzione.
Con l’espulsione dei gesuiti dal continente
americano nel 18° secolo, le relazioni
tra stato e chiesa entrarono in
crisi e i governi tentarono di limitare
il potere della chiesa, intervenendo
sulle proprietà che quest’ultima riusciva
ad accumulare più velocemente
dei corrotti capi di governo.
Per due secoli la chiesa cattolica messicana
ha avuto momenti di grande
turbolenza. Fu un parroco cattolico,
Miguel Hidalgo y Costilla, che nel
1810 lanciò il famoso «grito de dolores
» per esortare la gente a ribellarsi
al malgoverno degli spagnoli. I ribelli
riuscirono a conquistare Zacatecas,
ma un anno dopo furono sconfitti e il
povero prete giustiziato. La stessa fine
fece un suo allievo, prete pure lui,
durante la guerra d’indipendenza; una
vittoria che non riuscirà a portare il
paese a una stabilità politica.
La costituzione del 1917 stabilì che
i religiosi non potevano votare, esprimere
opinioni, possedere beni, né
gestire scuole o mezzi d’informazione.
Negli anni ’20 si arrivò alla guerra civile:
i cristeros bruciavano le scuole
statali e uccidevano gli insegnanti; i
governativi distruggevano o saccheggiavano
le chiese e uccidevano i preti.
Solo nel 1992 furono stabilite relazioni
diplomatiche tra Messico e Santa
Sede.
Non bisogna confondere, però, problemi
e persecuzione della chiesa cattolica
con la fede. I messicani restano
profondamente religiosi e legati
alle tradizioni cristiane.

Claudia Caramanti




DIALOGO il «laboratorio» delle scuole

«MAMMA, IL MIO COMPAGNO DI BANCO È…»
… latinoamericano, marocchino, albanese, cinese, nomade. La convivenza con l’altro è ormai un dato di fatto: sull’autobus, per strada, nei luoghi di lavoro.
Ma come si fa a passare dalla «convivenza» (dettata dalle circostanze) all’«incontro» (dettato dall’essere persona)?
L’esperienza nelle scuole, dove i bambini italiani condividono i banchi con coetanei
provenienti da ogni paese, è fondamentale per costruire la società del futuro, in cui «l’altro» sia accettato nella sua diversità, senza «se» e senza «ma».

Quale significato ha ancora
oggi il nostro essere cristiani?
Se ci analizziamo senza
veli, ci accorgiamo che siamo sempre
più influenzati dal vivere secondo la
nuova fede emergente, l’economia,
il mercato, e sempre meno secondo
il significato più profondo della nostra
fede, l’amore e la fratellanza per
i nostri simili.
Il consumismo sfrenato, il consumismo
ad ogni costo è ciò che detta
legge al nostro agire, anche ora che
da tutti i pori traspira aria di crisi, aria
di recessione.
Consumismo come unico piacere
che ci rimane, che ci illude perché
abbiamo perso il gusto per la gioia di
vivere vera, quella che scaturisce dalle
piccole cose, dall’incontro con gli
altri, dal vivere insieme.
Se siamo persone che hanno ancora
valori saldi in cui credere, dobbiamo
cercare di disinquinarci da
questo mondo, ritornare all’essenza
delle cose, a ciò che vale profondamente,
anziché autornassolverci sempre
perché… «tanto così fan tutti».
Ed è proprio per questo che noi,
come occidentali e specie in quanto
cristiani, abbiamo ancora qualcosa
da imparare e questo qualcosa lo
possiamo scoprire ricercando l’incontro
con l’altro, il diverso da noi,
con il quale conviviamo ormai gomito
a gomito: sull’autobus, per la
strada, nei luoghi di lavoro.
Tuttavia convivere non vuol dire
ancora incontrarsi per davvero; anzi,
spesso è solo un passarsi a fianco
di stranieri e italiani che si guardano
furtivamente, a volte con fastidio.
LA SCUOLA, LUOGO PRIVILEGIATO
La scuola, in particolare, è uno dei
luoghi privilegiati in cui la molteplicità
delle culture è chiamata a convivere.
I nostri istituti scolastici sono
sempre più popolati da bambini di
tutte le nazionalità: albanesi, senegalesi,
marocchini, cinesi, latinoamericani,
nomadi.
Noi insegnanti siamo chiamati ad
accogliere i bambini di queste famiglie
straniere: non avere atteggiamenti
di chiusura o
rifiuto, dettati dal pre-giudizio,
è già un primo passo.
Ma cosa vuol dire accogliere
veramente?
Spesso è, ancora una
volta, qualcosa che sta
sulla carta (il progetto
bello, che produce finanziamenti),
lontano
dalle persone reali.
Così non spostiamo di
una virgola la nostra
progettualità, non mettiamo
in discussione noi
stessi.
Si dice: «La nostra cultura
è quella cui loro si devono
adeguare. Non c’è altro da
aggiungere». Al massimo si
chiede al genitore di fede islamica
di tradurci in arabo
una frase augurale per il nostro
natale. Quale umiliazione
può essere più grande?
Negare la loro fede è negare
la loro identità.
Noi occidentali siamo abituati
da ormai lungo tempo ad esistere
come se fossimo il centro del
mondo e poi, suvvia, «sono loro che
sono venuti qui da noi… a rompere…;
che lavorino e stiano zitti… è già
tanto che li ospitiamo…».
Queste persone popolano i nostri
ambienti, la scuola in modo umile e
silenzioso, non ci si accorge di loro,
a meno che non si voglia aprire gli
occhi.
Se li apriamo e li guardiamo anche
con il «cuore», ci viene voglia di incontrarli
e conoscere la loro vita. Se
poi ti fermi un attimo e fai parlare loro
cominci a… vergognarti di essere
italiana.
Ti vergogni di far parte di una nazione
che ha approvato una legge
razzista com’è, di fatto, la legge Bossi-
Fini.
È capitato così un giorno di novembre.
Dopo aver aderito all’appello
per la giornata del «Dialogo
cristiano-isl-Amico» indetta per il
29/11/02, mi rileggo l’appello (vedere
riquadro) e penso che quanto si sta
organizzando è bellissimo. Occorre
tuttavia che ciascuno di noi concretizzi
questi ideali, calandoli nella
realtà quotidiana in cui opera. Ovvero:
dobbiamo dare risvolti sempre
più concreti alle nostre parole.
A scuola si parla di fare il presepe
perché «non dobbiamo rinnegare le
nostre tradizioni…» (anche se spesso
dentro di noi la fede è qualcosa di
così appiccicaticcio che, per sentirci
cristiani, dobbiamo accendere tutte
le luci e addobbarci come tanti alberi
di natale: non sarà perché siamo
spenti dentro?).
Va bene per il presepe, ma propongo
di dare spazio anche al ramadan.
La proposta inaspettatamente
passa. Così incontro e conosco Yasine,
la madre di Dalal, e le altre.

YASINE: MAMMA E IMMIGRATA
Queste mamme sono tutte persone
timide, umili, silenziose. Non ti rivolgono
la parola se tu non lo fai per
prima; caso mai un timido cenno di
saluto col capo.
Insieme cerchiamo di raccontare
semplicemente cos’è il ramadan: è un
piccolo spiraglio per favorire l’incontro
tra famiglie di culture diverse.
È un’opportunità da sperimentare.
Parlando e dialogando scopro e
ammiro la serenità, la forza, la convinzione
con cui queste persone vivono la loro fede. Penso a quanto abbiamo
da imparare noi cristiani sempre
più tiepidi, sempre meno praticanti
o praticanti per abitudine. Forse,
se c’è una cosa che dobbiamo
temere, è questa: la forza con cui
queste persone sostengono la loro fede
che a sua volta rafforza la volontà
di non perdere le proprie radici e la
propria identità.
E la serenità con cui vivono un periodo
di digiuno e sacrificio com’è il
ramadan fa a pugni con la realtà quotidiana
che sono costretti a vivere.
La mamma di Dalal, per esempio,
colta e istruita, qui in Italia non è nulla.
Il marito e lei hanno perso il lavoro,
perché la cornoperativa ha chiuso;
così da luglio in avanti tirano a campare.
«Come non so – mi dice -, ma
di certo… tutti i risparmi se ne sono
andati».
Hanno 2 figli: il più piccolo quest’estate
l’hanno lasciato in Marocco:
«…perché qui… come faccio a sfamarlo?». Poi il cuore ha battuto più
forte; così papà e mamma si sono fatti
imprestare i soldi da amici e l’hanno
riportato in Italia, con loro.
Ora pensano di vendersi la vecchia
macchina. Se hanno la macchina gli
vengono negati i sussidi, ma senza
come fare se capitasse al marito di
trovare un lavoro anche distante?
Per fortuna hanno il permesso di
soggiorno, ma questa vita quanto
può durare? E quanti sono quelli che
vivono nelle medesime condizioni?
Le insegnanti della vicina scuola elementare
hanno ripreso una vecchia
abitudine da tempo dimenticata:
riempire cartelle e zaini di diversi dei
loro alunni stranieri con i resti delle
merendine avanzate. In silenzio le famiglie
accettano queste offerte che
tamponano i loro enormi bisogni,
ma purtroppo sono ben lungi dal risolverli.
Le difficoltà del vivere tornano ad
essere sempre più presenti. Ce ne
stiamo accorgendo anche noi, o meglio
lo stanno sperimentando con
sempre più angoscia gli operai della
Fiat: di colpo le loro vite sono allo
sbaraglio.
Incertezza e insicurezza si fanno
strada. Forse questo ci dovrebbe far
capire, in questi momenti, che sono
più le cose che ci uniscono che quelle
che ci dividono.
Dobbiamo iniziare ad incontrarci
tra fratelli al di là delle religioni, delle
culture, delle appartenenze, cercare
quanto ci unisce e non quanto
ci divide.
Ed è stato questo l’obiettivo che ha
spinto molti credenti cristiani, in diverse
città d’Italia, ad attivare una
giornata di «Dialogo amico» tra persone
di fede cristiana e islamica.
Il 29 novembre vuole diventare a
tale scopo una ricorrenza per gli anni
a venire.
Le difficoltà della vita ci conducono
ormai a capire che, anziché strapparci
dalle mani una coperta sempre
più stretta, dobbiamo imparare a lottare
e costruire insieme.
Così anche le nostre fedi, in apparenza
così diverse, ci accomunano nei
valori che sono alla loro base: «… la
ricerca e costruzione della pace, della
giustizia, della dignità umana per
tutti, il rifiuto dell’oppressione del
debole, dell’emarginato».

PROVIAMO A PARLARCI
Anche a Torino sono stati organizzati
dal gruppo interreligioso «Insieme
per la pace» e dall’«Istituto islamico
per la pace» due momenti significativi
cui hanno aderito varie
associazioni tra cui: Il Foglio, Pax
Christi, il Centro culturale italo-arabo
Dar al-Hikma, Confrateita sufi
Jerrahi-Kalveti, Centro studi Maitri
Buddha, Meic-Laboratorio islam
«conoscere per dialogare».
Un primo momento a carattere evocativo
e spirituale è stata una preghiera
comune alla moschea di corso
Giulio Cesare che per l’occasione
si è aperta ad accogliere uomini e
donne di fede cristiana. A seguire vi è stata una cena comune
presso il Centro culturale italo-
arabo Dar al-Hikma. Si è così partecipato
alla consueta rottura del digiuno
del ramadan.
In serata vi è stato un vero incontro
e dialogo tra la nostra cultura occidentale
e quella araba, a partire
dalle nostre fedi islamica e cristiana.
La partecipazione è stata notevole,
specie da parte dei musulmani: erano
presenti molti giovani e piccoli
gruppetti di familiari. Si avvertiva un
clima di grande attenzione-interesse
e rispetto per il momento che tutti
i presenti avvertivano come fortemente
significativo.
Hanno preso la parola molti musulmani
ponendo diverse domande
o facendo interventi improntati a capire
noi occidentali e a farsi ascoltare,
raccontando la loro esperienza, le
difficoltà del vivere qui, cercando di
sottolineare i valori di fondo del loro
credo religioso.
Ci sono stati anche interventi rivolti
a comprendere la diversità: tra
questi ampio spazio è stato dato alla
condizione della donna nella loro
cultura. Il dialogo è risultato ricco e
intenso.
Molti giovani hanno proposto agli
organizzatori di dare corso ad altri
momenti analoghi, affinché questa
occasione non rimanga un fatto isolato,
ma possa aprire uno spazio di
vero incontro tra la loro cultura e la
nostra per capirci e incontrarci. E soprattutto
per metterci in atteggiamento
di ascolto. L’unico
che può portare ad un reciproco
rispetto.

(*) SILVANA VERGNANO, insegnante, è
membro di Pax Christi (sito internet:
www.paxchristi.it).

Il dialogo? Forse inizia da qui
Gli avvenimenti politici degli ultimi 16 mesi (l’attacco al World Trade
Center di New York, l’intervento militare in Afghanistan, le minacce di
guerra contro l’Iraq, la drammatica esasperazione della crisi israelo-palestinese
e di quella russo-cecena…) pesano sulle relazioni tra due comunità,
definite cristiano-occidentale e islamica, che ormai da anni convivono nelle
nostre città. Un certo tipo di informazione-spettacolo sta trasformando i
conflitti di interessi economico-politici in una contrapposizione fra due
civiltà e due tradizioni religiose che troppo sbrigativamente vengono presentate
come inevitabilmente contrapposte.
CONDANNIAMO un tale sfruttamento del sentimento religioso e una tale distorsione
delle due espressioni (storicamente e culturalmente differenti) della
fede che ci accomuna nei principi della pace, della giustizia, della dignità
umana per tutti, del rifiuto dell’oppressione del debole e dell’emarginato.
CHIEDIAMO a tutte le parti in causa di trovare soluzioni affinché la città di
Gerusalemme possa esprimere realmente la santità che le attribuiscono tutte
le fedi abramitiche, ma che è stata un punto di riferimento per la religiosità,
secondo l’ordine di Melchisedech, anche per chi si appella a un’immagine
pre-abramitica di Dio.
AFFERMIAMO che in tutte le espressioni religiose – a seconda delle intime scelte
di ciascuno – si possono coltivare i semi della giustizia e della pace che
possono condurre l’umanità a una concorde fratellanza universale, oppure le
radici dell’intolleranza e dell’autoritarismo che si nasconde dietro al nome di
Dio e all’apparente ossequio per le religioni, per provocare divisioni, dominare
e sfruttare i popoli governandoli con la menzogna.
RICONOSCIAMO che nella storia quasi nessuna religione è stata immune da questi
equivoci e ci impegniamo a vigilare affinché, per quanto può dipendere
da ciascuno di noi, non intervengano a guastare la trasparenza delle nostre
intenzioni, nei rapporti con i bambini, con i nostri familiari, con i colleghi
di lavoro, nell’impegno culturale, politico e sindacale.
CHIEDIAMO, soprattutto alle pubbliche amministrazioni (comuni, provincia,
scuola), per quanto di loro competenza, di favorire e promuovere la cultura
del dialogo offrendo spunti, spazi e momenti d’incontro tra coloro che abitano
le nostre città da molto tempo e quelli di più recente immigrazione,
affinché tutti possano meglio conoscersi e meglio conoscere la storia propria
e altrui.
INTENDIAMO impegnarci, inoltre, affinché il dialogo cristiano-islamico porti
effettivamente a un incontro AMICO tra tutte le persone che vivono quotidianamente
le stesse speranze e le stesse angosce, facendoci carico di portare
gli uni i pesi degli altri in una convivenza che sappia dare motivi di serenità
anche nei momenti più difficili.

Pax Christi, Centro culturale italo-arabo Dar al-Hikma, Confrateita sufi
Jerrahi-Kalveti, Meic-Laboratorio islam conoscere per dialogare, Foglio e, inoltre,
Centro studi Maitri Buddha.

Silvana Vergnano