Missione a Plati

Cari missionari,
un amico mi ha consegnato Missioni Consolata indicandomi l’articolo «Lamponi a Natale» (dicembre 2003). Con mia grande sorpresa e gioia si afferma: «È giunta l’ora della missione ad gentes anche in Europa»!
Da anni vivo in un campo rom alla periferia della bella e turistica Pisa, mosso dalla convinzione che gli istituti missionari (appartengo ai Saveriani) oggi sono chiamati ad «allargare» ad intra la dimensione ad gentes… Mi rallegra sapere che voi ponete la questione sul tavolo. Vi fa onore. Buona missione.

L’articolo «Lamponi a Natale» riguarda Platì (RC), dove la missione «scotta». Anche per i missionari ad gentes.

p. Agostino Rota




I GRANDI MISSIONARI: Il vangelo gridato con la vita


Annalena Tonelli Missionaria laica, per 33 anni a servizio dei più poveri e disprezzati tra le popolazioni somale, Annalena Tonelli ha testimoniato l’amore di Dio con radicalità evangelica fino alle estreme conseguenze.  È salita alla ribalta solo dopo la sua morte, assassinata nel suo ospedale, a 60 anni.

Piccola ed esile come una canna, viso magro circondato dal velo, occhi azzurri di bambina, sorriso disarmante e volontà di ferro: il ritratto di Annalena Tonelli è presto fatto. Ha speso oltre metà della vita tra le popolazioni somale musulmane, con un solo scopo: amare Cristo nei più poveri dei poveri, fino alla morte, 5 ottobre 2003, assassinata alla fine del servizio ordinario ai suoi malati.
Ha sempre aborrito riflettori e pubblicità. In rare occasioni ha parlato di sé e del suo lavoro, per poi rammaricarsi. Nel dicembre 2001, in un convegno per la Pastorale della salute tenuto in Vaticano, costretta dagli amici, accettò di mettere in pubblico la sua storia straordinaria: è il suo «testamento missionario».


IL PRIMO AMORE
«Sono nata a Forlì, il 2 aprile del 1943. Scelsi di essere per gli altri che ero ancora bambina» cominciava così le sue testimonianze.
Mentre frequentava l’Università di Bologna, ferquentò movimenti giovanili «terzomondisti»: si appassionò alla vita di Albert Schweitzer e all’opera dei missionari.
Laureata in giurisprudenza, per sei anni prestò servizio ai poveri della città natale, ai bambini e bambine orfani e disabili.
«Credevo di non potermi donare totalmente rimanendo nel mio paese: i confini della mia azione mi sembravano così stretti, asfittici». Sognava l’India; scelse l’Africa, nonostante i familiari la sconsigliassero. «Partii decisa a gridare il vangelo con la vita, sulla scia di Charles de Foucauld, che aveva infiammato la mia esistenza. Volevo seguire solo Gesù Cristo. Null’altro mi interessava così fortemente: Lui e i poveri in Lui».
All’inizio del 1969 era a Chinga, in Kenya, insegnante nella scuola secondaria della missione di Karima; l’anno seguente in quella governativa di Wajir, dove un altro romagnolo, Salvatore Baldazzi, missionario della Consolata, aveva avviato una Girl’s Town, per bambine orfane di guerre e carestie. Lo stesso anno fu raggiunta da Maria Teresa e insieme iniziarono una comunità.
Gli inizi non furono facili in quella regione desertica del nord-est del Kenya, tra popolazioni somale poverissime, rigidamente musulmane. Quando si seppe dell’arrivo di una maestrina bianca, gli studenti, quasi suoi coetanei o di poco più giovani, giurarono al preside che le avrebbero impedito di entrare in classe: vi insegnò fino al 1974 e fu pure preside della scuola secondaria di Mandera. Oggi molti di essi occupano posizioni importanti nella vita politica ed economica del Kenya e si vantano di averla avuta come insegnante.
«Quasi subito m’innamorai di un bimbo ammalato di sickle cell (anemia falciforme) e fame – racconta Annalena -. Gli donai il sangue e supplicai gli studenti di fare altrettanto. Uno di loro lo donò e dopo di lui tanti altri, vincendo così la resistenza dei pregiudizi. Fu la mia prima esperienza in cui, in un contesto islamico, l’amore generò amore».
Nel frattempo aprì un Centro di riabilitazione per bambini poliomielitici, ciechi, sordi, epilettici. Altre amiche romagnole si unirono a loro, diventando mamme a tempo pieno dei disabili.
«Eravamo una comunità di sette donne, tutte, in maniera e misura diverse, assetate di Dio. Quando capivamo che stavamo per perdere il senso del nostro servizio e la capacità di amare, ci ritiravamo in un eremo, per uno o più giorni di silenzio, ai piedi di Dio: là ritrovavamo equilibrio, saggezza, speranza e forza per combattere la battaglia di ogni giorno, prima di tutto con ciò che ci tiene schiavi dentro».
Mentre le compagne portavano avanti il Centro, Annalena frequentava il reparto dei tubercolosi dell’ospedale di Wajir. «M’innamorai di loro e fu amore per la vita. Erano in un reparto da disperati: li servivo sulle ginocchia; stavo loro accanto quando si aggravavano e non avevano nessuno che si occupasse di loro. Non sapevo nulla di medicina. Cominciai a studiare e osservare, poi a supervisionare la cura dei pazienti dopo la dimissione dall’ospedale».

UN PROGETTO PILOTA
La scoperta di una nuova medicina rendeva possibile curare la Tbc in 6 mesi, anziché i 12-18 richiesti fino allora, purché la cura fosse continua e regolare: condizioni impossibili per i nomadi che, al primo segno di miglioramento, ritornavano alla vita randagia.
Nel 1976 il governo del Kenya le affidò la direzione di un progetto pilota per il controllo e cura della tubercolosi a Wajir. Annalena inventò un sistema per garantire le terapie giornaliere per i sei mesi necessari, senza cambiare le abitudini dei pazienti: organizzò centri di cura a cielo aperto, chiamati T.B. Manyatta (villaggio). I nomadi arrivavano con le loro capanne legate sulla groppa dei cammelli, le smontavano e ricostruivano la loro abitazione. Fatte le diagnosi con l’esame dello sputo al microscopio, per sei mesi le foiture dei farmaci erano assolutamente regolari e l’ingestione rigorosamente supervisionata. Quando il malato era guarito, veniva sparsa la voce e la famiglia del paziente appariva magicamente in una settimana o poco più per riportarlo nel deserto.
«La T.B. Manyatta fu una grande avventura d’amore, un dono di Dio» confessa Annalena. Nel 1978, a Nairobi, tale esperienza fu presentata al Congresso mondiale sulla tubercolosi: il metodo venne subito adottato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e, col nome Dots (acronimo inglese per «breve terapia sotto diretta osservazione»), è ora applicato in tutto il mondo.

GENOCIDIO SCONGIURATO

Nel febbraio del 1984, alcuni camion di militari irruppero in alcuni quartieri di Wajir, incendiando case e arrestando i somali del gruppo degodia, accusati di essere shifta (predoni) o legati alla guerriglia: 5-6 mila uomini furono presi e rinchiusi nell’aeroporto Wagalla; per quattro giorni vennero sottoposti a torture e angherie. Cosparsi di benzina e incendiati, la maggior parte riuscirono a salvarsi togliendosi i vestiti. I sopravvissuti furono caricati sui camion e abbandonati nel deserto.
Quando si sparse la notizia della liberazione, la gente corse alla ricerca dei loro uomini, portando cibo e acqua. Annalena fece altrettanto. Così testimonia Barbara Lefkow, moglie di un diplomatico americano, fisioterapista che spesso si recava al Centro di riabilitazione: «Dipinse una croce rossa sulla Toyota, portò acqua ai sopravvissuti, li raccolse e li curò nel suo Centro; riuscì a salvae molti. Compilò e mi consegnò una lista di morti, perché la portassi a Nairobi di nascosto».
Sorpresa dai miliziani a seppellire i morti, Annalena fu picchiata. La difese un vecchio capo musulmano, confessando che lui non aveva fatto nulla per salvare la sua gente, mentre quella «straniera» aveva rischiato la vita; e gridò forte, perché tutti lo sentissero: «Nel nome di Allah, io ti dico che, se noi seguiremo le tue orme, noi andremo in paradiso».
Gioali e Bbc parlarono a lungo dell’intervento di Annalena; la lista dei morti e poi le fotografie arrivarono nelle ambasciate di vari paesi occidentali: il governo kenyano dovette porre fine al genocidio. «Avrebbero dovuto sterminare 50 mila persone. Ne uccisero mille» racconta Annalena.
Sfuggita miracolosamente a due imboscate, la missionaria fu arrestata e, portata davanti alla corte marziale, fu bandita dal Kenya nel 1985.

L’AMORE FA MIRACOLI

Dopo qualche mese in Italia, Annalena andò in Spagna per seguire un corso di specializzazione sulla lebbra, poi in Inghilterra, dove conseguì il diploma in medicina tropicale. Nel 1987 partì per la Somalia e prestò servizio volontario a Belet Weyne, in una struttura medica che faceva capo al ministero degli Affari esteri italiano e diventò responsabile del controllo della tubercolosi della regione del nord-est.
Intanto nel paese dilagava la guerriglia: nell’agosto del 1990, insieme al suo team di medici e infermieri, fu aggredita, derubata e sequestrata da un gruppo di ribelli. Le truppe governative riuscirono a liberarli. Per la seconda volta Annalena era miracolosamente viva, ma strappata ai suoi poveri e malati. Da Mogadiscio continuò a spedire loro aiuti e medicinali.
Costretta a lasciare temporaneamente la Somalia, Annalena vi fece ritorno nel marzo del 1991, a Merca, 50 km a sud di Mogadiscio. Vi regnavano anarchia totale e fame nera, come nel resto del paese, privo di tutto: ospedali, dispensari, scuole.
Con grinta da manager e il coinvolgimento della Caritas italiana, prima in denaro e poi con l’invio di volontari, Annalena fece fronte alle varie emergenze: carestia, rifugiati, bambini soli e affamati, bisognosi d’ogni genere e costruì un complesso sanitario e scolastico che ha del miracoloso.
«Cercò di creare speranza, incoraggiando la gente a muoversi, a ricostruire, specialmente se stessi – scriveva in una lettera del 1993 -. Siamo 8 europei, con 131 collaboratori somali: prepariamo 5 mila pasti al giorno; curiamo l’ospedale per Tbc con 148 pazienti, il day hospital con 250 bambini, più di 400 pazienti in terapia antitubercolare, piccoli gruppi di lebbrosi ed epilettici». Organizzò classi elementari e artigianato per i bambini, scuole coraniche per piccoli e grandi, di alfabetizzazione per adulti.
Al tempo stesso Annalena doveva lottare contro l’ambiente culturale. «La tubercolosi – racconta nel suo testamento – è stigma e maledizione: segno di una punizione di Dio per un peccato commesso, aperto o nascosto; per cui si incontra gente che si rifiuta di essere diagnosticata, curata e guarita, per non ammettere di essee affetta».
Furono anni drammatici, che la missionaria sintetizza così: «Sono stata tra guerre e conflitti, testimone di devastanti carestie, violazioni di diritti umani e genocidio: credevo che in vita mia non avrei mai più sorriso, se fossi sopravvissuta a quelle catastrofi».
Tenerissima con i poveri e malati, Annalena era rocciosa e inflessibile con i potenti e prepotenti. Negli ultimi due anni dovette affrontare estenuanti beghe, ricatti, ripetute minacce, un’aggressione e qualche percossa da parte di predoni, capi clan, signori della guerra, fondamentalisti islamici: tutti attirati dall’odore dei dollari che arrivavano per le opere di Merca. Finché passò il testimone a una dottoressa inviata dalla Caritas italiana, Graziella Fumagalli, assassinata tre mesi dopo, con tre colpi d’arma da fuoco alla testa, mentre stava curando un ammalato: era la domenica del 22 ottobre 1995, giornata missionaria mondiale.

«PRINCIPESSA DI BORAMA»
L’Oms le affidò l’ospedale di Borama, cittadina di 100 mila abitanti nel Somaliland, regione relativamente tranquilla nel nord-ovest del paese. Vi arrivò nel 1996. L’accoglienza non fu cordiale: i bambini tiravano i sassi contro la sua casa, gridando: «Allah, tieni lontano quel diavolo bianco!». Ma poi, col passare del tempo, governatore, sindaco, anziani, capi clan e tutto il villaggio era con lei, fino a darle il nome di «Sara Borama» (principessa di Borama). Gli adulti la chiamavano mamma, i bambini nonna.
Cominciò da zero. Con l’aiuto di organismi mondiali (Oms, Unhcr, Undp) e nazionali (Caritas, Comitato contro la fame nel mondo di Forlì) l’ospedale passò da 30 a 250 posti letto, più un centinaio di capanne; uno staff di oltre 50 persone tra medici, infermieri e tecnici di laboratorio; 118 pazienti curati il primo anno; 1.300 il secondo.
Due volte all’anno organizzava campagne per i ciechi: in quattro giorni, un gruppo di amici specialisti operavano di cataratta oltre 330 pazienti: più di 3.700 persone hanno riacquistato la vista.
Al tempo stesso fu avviata la scuola per i figli dei tubercolosi e disabili (la prima in tutta la Somalia e Djibuti), poi ampliata per accogliere i «normali», diventando una fucina di integrazione, tra alunni «normali» e bambini poliomielitici, mutilati di guerra, ciechi, sordi, rifiuti della società (figli di fabbri, conciatori, barbieri, etnie disprezzate). Per vivere e giocare con i sordomuti, i «normali» hanno imparato l’alfabeto muto.
«È una delle esperienze più consolanti e incoraggianti, più capaci di dare speranza in un mondo in cui gli uomini vorranno essere e saranno una cosa sola» racconta Annalena.
Nell’aprile 2003 l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), le assegnò il Nansen Refugee Award, il più importante premio assegnato a chi si occupa di profughi. Oltre a riconoscere la sua opera e i valori a cui si ispira, disse l’alto commissario Ruud Lubbers, il premio voleva «dimostrare che con mezzi limitati, ma con passione ed energia senza limiti, molte vite possono essere salvate e riaccendere la speranza in molti disperati».
Schiva da ogni visibilità, Annalena avrebbe voluto rinunciare; ma gli amici la convinsero a ritirare il premio (una medaglia e 100 mila dollari), anche perché quella era un’occasione per attirare l’attenzione sulla sua «amata Somalia».

«SONO NESSUNO»
A chi le domandava come facesse a gestire una struttura ospedaliera per mille malati, spendendo appena 1.000 dollari al mese, rispondeva: «Nessun segreto: non ho due basi a Nairobi e in Europa o in America; non ho da pagare stipendi da capogiro al personale espatriato; non compro nulla all’estero».
Essa stessa viveva nella più dignitosa e radicale povertà: due tuniche, due scialli e qualche libro era tutto il suo corredo. «Io sono “nobody”, nessuno – diceva di se stessa -. Vivo a servizio senza un nome, senza la sicurezza di un ordine religioso, senza appartenere a nessuna organizzazione, senza stipendio, senza versamento di contributi per la vecchiaia. Sono una cristiana, con una fede incrollabile, rocciosa, che non conosce crisi dai tempi della giovinezza… che mi manda avanti in condizioni di grande difficoltà».
Ed era felice. «Io impazzisco, perdo la testa per i brandelli di umanità ferita – si legge nel suo testamento -; più sono feriti, maltrattati, disprezzati, senza voce e di nessun conto agli occhi del mondo, più li amo. Non è merito, ma un’esigenza della mia natura. Rido di chi pensa che la mia sia una vita di rinuncia e sacrifici. La mia è pura felicità; chi altro al mondo ha una vita così bella?».
Unica «sofferenza indicibile» era la povertà spirituale: non aveva nessuno che condividesse la sua fede rocciosa e con cui condividere ciò che provava e sentiva dentro, eccetto il vescovo di Djibuti che, due volte l’anno, attorno a natale e pasqua, andava a Borama per celebrare la messa solo per lei e con lei.
A Borama, come era capitato a Wajir, la gente pregava per la sua «salvezza», cioè, perché diventasse musulmana. Gliene parlavano spesso, con discrezione. Ma, dopo che un imam aveva predicato che in tutta la sua vita non aveva mai visto fare quello che faceva quella «infedele» e che anch’essa sarebbe andata in paradiso, la lasciarono in pace.
Integrata profondamente nella vita della gente, Annalena poteva dire: «Ai somali molto ho dato. Dai somali molto ho ricevuto». Tre doni soprattutto: il valore della famiglia allargata, in cui tutto è condiviso, almeno all’interno del clan; l’esempio di preghiera, cinque volte al giorno, con l’interruzione di qualsiasi cosa per dare tempo e spazio a Dio; l’esempio di fede rocciosa, specie dei nomadi del deserto, l’abbandono incondizionato e la resa a Dio.
E continua: «Poi la vita mi ha insegnato che la mia fede senza l’amore è inutile… che l’eucaristia racchiude un messaggio rivoluzionario: “Questo è il mio corpo, fatto pane, perché anche tu ti faccia pane sulla mensa degli uomini”».

L’ULTIMA BEATITUDINE
Ma agli occhi dei musulmani più fanatici Annalena aveva tre vizi capitali: era bianca, per cui considerata di razza inferiore a quella somala; era donna, per ciò di nessun peso in una società maschilista; era cristiana, quindi temuta, disprezzata, rifiutata; non era sposata, un assurdo in un mondo in cui il celibato non esiste ed è un non valore.
Inoltre, tubercolosi, Aids, disabilità, epilessia, malattie mentali… per gli integralisti sono sinonimi di castigo di Dio: Annalena aveva fatto di Borama un paese maledetto, screditato in varie parti del mondo dove era giunta la fama della sua opera.
Negli ultimi due anni, poi, Annalena aveva lottato contro certe aberrazioni culturali: con due infermiere ostetriche e due capi locali, portava avanti una grossa campagna per eradicare l’infibulazione e altre mutilazioni femminili. A qualcuno non andava a genio che una donna, bianca, infedele, cercasse di cambiare la loro cultura.
Un imam predicò che quella «infedele» se ne doveva andare: un gruppo di persone presero a sassate il centro ospedaliero, che dovette essere chiuso per tre mesi. Seguirono altre intimidazioni, finché la sera di domenica 5 ottobre 2003, appena rincasata dal solito giro in ospedale, Annalena fu assassinata con due colpi di pistola alla testa.
Si è parlato di un pazzo, di banditi, di vendetta, di fondamentalisti… Serve a poco scoprire il colpevole. Rimane la verità e la logica di tutta la sua esistenza: Annalena ha predicato il vangelo con la vita, vivendolo fino all’ultima beatitudine: «Vi perseguiteranno per causa mia; mentendo, diranno ogni male contro di voi; vi metteranno a morte, credendo di dare gloria a Dio».

Benedetto Bellesi




CAPO VERDE – Baciate dal sole, sferzate dai venti

Una dozzina di isole, di cui solo nove abitate.
Non arrivano brutte notizie: non vi è televisione
e il telefono funziona male. Gente amabile e allegra,
povera, ma dignitosa, in lotta contro le carestie,
sostenuta dai cappuccini piemontesi.

I l volo dura quasi sei ore. Sorvoliamo il deserto tra Marocco e Mauritania, poi un largo tratto di oceano, prima di atterrare su un lembo di terra arida, scura e inospitale. Poco più di una piattaforma che consente di atterrare in mezzo all’oceano. E siamo a Sal, una delle 9 isole abitate dell’arcipelago di Capo Verde. L’aeroporto fu costruito dagli italiani durante il fascismo, quando gli aerei dovevano sostare per i rifoimenti di carburante, prima di raggiungere il Brasile.
I volontari che hanno viaggiato con me proseguono per l’isola di Fogo, dove devono montare la sala operatoria dell’ospedale del centro San Francesco dei cappuccini piemontesi. Siamo partiti con un piccolo bagaglio a mano, per lasciar posto alle attrezzature da trasportare.
Per molti di essi questo non è il primo viaggio a Fogo. Maria Teresa Monte, moglie di un medico di Buttigliera, è da anni impegnata nel cornordinare la raccolta di materiale e apparecchiature ospedaliere. Artigiani, medici, architetti, vengono a passare nella missione parte delle loro vacanze con grande entusiasmo.
TRA ELISEI A ANTIELISEI
I primi a raggiungere l’arcipelago di Capo Verde furono forse navigatori arabi. I portoghesi arrivarono qualche anno prima della scoperta dell’America, insieme a un genovese, Antonio da Noli. Situate nel cuore del mondo, nel crocevia fra Europa, Africa e Americhe, le isole divennero poi la base per i traffici col Nuovo Mondo, compreso il mercato degli schiavi africani.
Durante i secoli della conquista coloniale arrivarono olandesi e francesi, inglesi e italiani. Le isole si popolarono così di gente di diverse lingue e tradizioni.
Il vento ha sempre avuto un ruolo importante. Gli alisei, che soffiano per 6 mesi verso ovest, aiutavano i navigatori nella traversata. Per altri sei mesi riportavano in Europa le navi, sospingendole però verso una rotta più a nord. In inverno arriva anche l’harmattan, un forte vento sahariano, che rende aride e polverose le campagne.
Nei secoli scorsi vi sono stati terribili periodi di carestia, che provocavano la morte per inedia di un’alta percentuale di abitanti.
Oggi ci sono molti più capoverdiani all’estero che in patria; le loro rimesse contribuiscono in modo determinante al benessere delle isole. L’area di Boston (Usa) e i paesi europei sono i preferiti. Tra questi il Portogallo, che ha dovuto concedere l’indipendenza nel 1975, dopo secoli di dominio coloniale.
Capo Verde ora è una repubblica democratica indipendente, che ha migliorato le condizioni di vita dei suoi abitanti e ha stretti rapporti con la comunità internazionale.
I cappuccini arrivarono nel 1945 a Mindelo, città portuale dell’isola di São Vicente, al seguito dell’esercito inglese, che li aveva inteati dopo la conquista dell’Eritrea. Ritornati in Italia, avevano descritto ai superiori la situazione drammatica trovata nell’isola. Le carestie sono sempre state una costante nell’arcipelago; il cui clima estremamente arido non consente coltivazioni redditizie.
DAL SALE AL SURF
L’isola di Sal deve il suo nome all’unica risorsa: una salina dalle strutture abbandonate, nel centro di un cratere. Oggi, i suoi abitanti cercano di fare conoscere il loro mare e le spiagge a un turismo di sportivi. Gli amanti del surf vi trovano le condizioni ideali per praticarlo.
Il paesaggio è lunare, segnato da strade diritte e incroci con strade inesistenti. Qualche gruppo di nuovi edifici lungo la costa non migliora l’ambiente. Solo i colori vivaci delle vecchie case riescono a rompere una monotonia deprimente.
Un breve volo ci porta a Praia, capitale dell’arcipelago, situata sull’isola di Santiago. La sera scende improvvisa. Le luci e il traffico fanno apparire Praia vivace e attiva.
La mattina una bruma grigia pesa sull’orizzonte. Il nucleo di edifici coloniali è situato su uno sperone alto sul porto, dove arrugginiscono le carcasse di due navi abbandonate. Troverò colore e suoni nel mercato degli alimentari accanto alla cattedrale. La gente è bella e fiera, risultato di incroci tra arabi e africani, portoghesi e altri europei. La cultura è particolare, la musica sicuramente è la parte più interessante.
A Praia i cappuccini hanno un’amica, Tetè, cantante magnifica, che ama il nostro paese e si è anche esibita a Torino, al Piccolo Regio, per far conoscere le opere di padre Ottavio. La sera la trascorriamo nella sua casa in riva all’oceano, insieme ai tre figli e al marito, un dentista messicano conosciuto durante gli studi fatti a Cuba.
Dopo l’indipendenza (1975), Capo Verde è stata a lungo nell’orbita sovietica, con stretti rapporti di collaborazione con Cuba. I medici nelle isole sono in gran parte cubani.
ALL’OMBRA DEL VULCANO
Fogo, l’isola scelta da padre Ottavio Fasano per il centro socio sanitario di «San Francesco», è un vulcano tuttora in attività. L’ultima eruzione risale al 1996: gli abitanti dovettero essere evacuati.
Questo cappuccino, nato a Racconigi, entusiasta e testardo, dopo aver realizzato molte opere nell’arcipelago a favore della popolazione (asili, ristrutturazioni e costruzioni, cistee), con l’aiuto del torinese Mario Bollito, nel 1992 ha fondato Radio Nova, che trasmette tutti i giorni e copre tutte le isole, e un settimanale Terranova.
Convinto che anche i cappuccini dovessero entrare nel mondo dei media con professionalità e competenza, nel 1982 aveva fondato a Torino la Nova T, casa di produzione televisiva, che vende in tutto il mondo. Recentemente ha fatto scalpore il fatto che uno dei loro filmati sulle guerre dimenticate sia stato acquistato da una televisione araba.
Arriviamo sull’isola di Fogo mentre è in programma l’inaugurazione della centrale elettrica, che darà la luce a un villaggio. I generatori vengono dall’Italia, donati ai cappuccini. Arriviamo sul posto nell’oscurità totale. Due ministri di Capo Verde sono presenti, insieme al sindaco di São Felipe e a padre Ottavio, che da anni mantiene cordiali rapporti con il governo. Dopo lunghi discorsi, finalmente si effettua il collegamento: i lampioni si illuminano tra l’emozione generale.
Padre Ottavio ora sta per realizzare un sogno: dotare l’isola di una struttura medica modea e attrezzata anche per le urgenze chirurgiche. Il centro San Francesco sorge in una magnifica posizione sull’oceano, a poca distanza dal capoluogo dell’isola, São Felipe. Gli ambulatori, divisi per specialità e perfettamente attrezzati, sono già operativi. La piccola chiesa, al centro del complesso, e la foresteria devono ancora essere completati, ma la comunità è attiva e impegnata.
Tra i numerosi volontari incontro Attilio, impegnato tutto il giorno come dentista. Anacleto è neurologo psichiatra: ha girato il mondo ed è approdato qui, dove pare vi sia molto bisogno delle sue cure. Il dott. Durando è chirurgo alle Molinette di Torino, appassionato velista, da anni coinvolto nei progetti dei cappuccini. Questa è la quarta volta che trascorre le ferie lavorando al centro.
Iolanda è la veterana del gruppo: analista di laboratorio, da quando è andata in pensione, due anni fa, si è trasferita a Fogo. Oramai conosce tutta l’isola e, con il suo carattere espansivo, tiene i contatti tra il centro e la gente del posto.
Grazie all’appoggio dei cappuccini, alcuni giovani capoverdiani hanno trascorso un periodo di studio in Italia, presso l’istituto alberghiero di Mondovì, ospiti di famiglie piemontesi. Mentre i suoi compagni hanno trovato lavoro nei villaggi turistici di Sal, Edna è rimasta a São Felipe, per lavorare nel centro.
Padre Ottavio ha in mente un nuovo progetto: costruire sui terreni donati dalla comunità capoverdiana un complesso residenziale, da affittare ai turisti: il ricavato contribuirà a mantenere il Centro che, data la sua importanza, avrà bisogno di notevoli risorse.
Dobbiamo far conoscere l’incanto di queste isole, fortunatamente ancora lontane dal turismo di massa. I paesaggi qui possono provocare sensazioni forti, ma il sorriso e l’amabilità della gente rende il soggiorno piacevole.
Per chi ha la forza di affrontare tre ore di fatica, l’ascesa al vulcano è un’esperienza da non perdere. Una giovane guida ci indica i punti in cui è meglio passare, perché il sentirnero non è segnato. Guardando dal basso le pareti lisce del vulcano, non avrei creduto di poter arrivare fin sul ciglio del cratere, un sottile orlo di rocce che riesco a raggiungere aiutandomi a forza di braccia. Lo spettacolo è grandioso, con l’oceano ricoperto da una coltre di nubi.
L’ULTIMO LEBBROSO
Casa Betania è un complesso di case bianche, circondate da oleandri, costruito in epoca coloniale in un luogo isolato e suggestivo, a pochi passi dal mare. Era un lebbrosario; ora ospita l’ultimo lebbroso, un anziano che soffre molto, a causa di un arto incurabile, che dovrà essere amputato.
Suor Teodora, una delle tre suore francescane del centro di San Francesco, ha deciso di portarlo a Praia, dove sarà accudito. «Se potessi restare accanto a lui, non soffrirebbe così» mi confida la suorina dal sorriso dolcissimo.
Nell’arcipelago ci sono diverse congregazioni di suore, tutte capoverdiane. Teodora è nata a Fogo, dove ha studiato in una scuola cattolica. Quando a tredici anni espresse il desiderio di farsi suora, trovò l’opposizione dei genitori. I sette fratelli maggiori di lei erano già emigrati a Boston, dove avevano trovato lavoro. Suor Teodora aveva le idee molto chiare. Sarebbe rimasta nell’isola, per aiutare la sua gente.
Ora, a distanza di anni, i genitori sono molto contenti di averla vicina. L’estate ricevono le visite di figli e nipoti americani. Quasi tutti gli emigrati ritornano, dopo una vita di lavoro all’estero. Intanto restaurano le vecchie abitazioni o ne costruiscono di nuove, dove trascorrono le vacanze.
«MANDATEMI… TURISTI»
Tutta l’isola di Fogo è magnifica, dominata dal cono perfetto del suo vulcano. Le spiagge hanno la sabbia fine, lucente e nerissima. L’oceano fa paura, con le onde gigantesche e la risacca. Ma si possono trovare cale tranquille, tra le rocce vulcaniche.
Le strade sono belle, pavimentate con piccole tessere di pietra, un lavoro fatto durante l’epoca coloniale dalle maestranze locali. Nel capoluogo, il nucleo di case coloniali ha colori pastello e comprende un vivace mercato, la chiesa, un piccolo museo delle tradizioni, tenuto da una signora svizzera, che ha deciso di passarvi il resto dei suoi anni.
Padre Orfeo, battagliero e deciso, abita a Mosterios, villaggio sulla costa nord di Fogo. Un luogo isolato, povero, umido, con qualche casa sparsa, tra campi coltivati. Strane piante succulente ricoprono le rocce vulcaniche a strapiombo sullo stretto litorale.
Qui la vita è molto semplice: si sopravvive lavorando la poca terra, che sembra molto fertile. Orfeo alleva galline, cura un asilo e la chiesa, che avrebbe urgente bisogno di restauro. «Mandatemi turisti, non volontari – dice con gli occhi lampeggianti -. Qui devo far lavorare la gente, stimolare i giovani: abbiamo bisogno di denaro».
Con le offerte che riceve, Orfeo aiuta gli studenti più bravi a proseguire negli studi. Quando i ragazzi si inseriscono nel mondo del lavoro, restituiscono quanto hanno ricevuto; così vengono finanziati altri giovani.
Originario di Bassano del Grappa, Orfeo partì giovane missionario per l’Angola, colonia portoghese. Restano i ricordi della foresta dove si trovava la missione, un «paradiso» a 600 metri sul mare, circondata da miniere di rame e piantagioni di caffè.
Arrivato a Capo Verde 25 anni fa, dopo essere stato a São Vicente, Sal e São Nicolão, Orfeo ha trascorso a Mosterios gli ultimi 12 anni. Una sua frase mi rimarrà impressa. «Più si diventa vecchi, più la vita diventa bella». Tutte le mattine, 80 bimbi affollano la mensa dell’asilo, mangiano uova e carne di pollo. «La soia che mi mandano fa i vermi e la do ai maiali» precisa.
Poi si parla di turismo, ma quale? Forse quello consapevole, che cerca di scoprire le realtà dei paesi, non solo sfruttae le bellezze e il clima. Le isole non sono una meta facile, la natura pare ostile, forse più di quello che è in realtà. Sarà anche per via delle rocce vulcaniche, drammatiche nelle forme e nel colore. Ma per chi è alla ricerca di luoghi lontani da traffico, mondanità e rumori, questo è un posto giusto.

Claudia Caramanti




COSTA D’AVORIO – Vangelo in bicicletta

L’autore dell’articolo, consigliere generale,
ha accompagnato il superiore generale nella visita canonica in Costa d’Avorio, paese martoriato
dalla guerra civile, dove i missionari continuano a condividere rischi, privazioni e speranze della gente.

Tutto è iniziato a Roma, attorno a due tabeacoli. Uno nuovo di zecca, con raggiera dorata; l’altro di seconda mano; il primo pieno di rosari; il secondo di vestitini per bambini. Ambedue imbottiti in soffici vestiti nuovi e adagiati in due scatoloni di cartone. Tutto ubbidiva ai più esigenti requisiti dell’arte dell’imballaggio.
A Fiumicino il primo intoppo: «Quelle cose lì non sono ammesse nei nostri aerei! Sono ingombranti!». Mi venne un brivido istantaneo, come quando a Mepanhira (Mozambico), gli iconoclasti marxisti mi dissero che, oltre alla chiesa, era nazionalizzato anche il Cristo dentro il tabeacolo. All’aeroporto la cosa era meno grave: il tabeacolo destinato a Cristo, «segno della presenza di Dio» era solo «ingombrante»; in entrambi i casi, però, le parole mi suonarono irriverenti e dissacranti. Ma, spiegato il contenuto degli scatoloni e identificati i portatori, i tabeacoli sono partiti.
Secondo intoppo ad Abidjan: solo un tabeacolo comparve sul tapis roulant; dell’altro abbiamo dato i connotati, con la vaga speranza di recuperarlo chissà quando.
Fuori ci aspettavano i padri Zachariah King’aru, superiore dei missionari della Consolata in Costa d’Avorio, e Pietro Villa, preoccupati per il ritardo prolungato. «Non diteci che avete ritardato tanto a causa dei tabeacoli» ci salutarono: una battuta che coglieva tutto il senso della situazione.
Così la storia dei tabeacoli ci ha accompagnato per tutta la durata della visita. È normale smarrire un bagaglio viaggiando in aereo; ma il nostro non era un bagaglio comune!

A San Pedro passammo quasi due settimane di fratea comunione e condivisione con tutti i confratelli presenti in Costa d’Avorio. I primi 4 giorni furono dedicati alla «formazione permanente», trattando vari argomenti di attualità: il cammino missionario fatto in Costa d’Avorio dal 1995 al presente, la situazione politica e sociale del paese, ancora dilaniato da tensioni, le sfide ecclesiali e missionarie. Da tale lettura e confronto sono state aggiornate le linee operative di evangelizzazione per il futuro.
Poi iniziò la visita canonica vera e propria alle missioni del nord, nella diocesi di Odienné, a più di 500 km da San Pedro: Dianra dove lavorano i padri Ramón Lázaro e Michael Wamunyu, e Marandallah, dove sono da poco arrivati i padri Flavio Pante e José Martín Sea.
Ma è stata una visita «virtuale»: abbiamo potuto «visitare» solo i quattro confratelli, senza poter mettere piede nelle missioni, perché situate nel territorio controllato dai ribelli e quindi per noi irraggiungibile. Il paese, infatti, continua a essere diviso in due. I quattro missionari sono forzatamente abituati a vivere per mesi isolati da quelli che lavorano nella regione sud-occidentale.
Lavorano tra i senoufo, in maggioranza di religione tradizionale. Cristiani e musulmani sono pochi e le relazioni che intercorrono tra di loro sono buone. La loro è pure una presenza di solidarietà: corrono gli stessi rischi e condividono i medesimi stenti della gente, poiché comincia a mancare tutto e niente più funziona (telefono, posta e altri servizi).
E anche sotto l’aspetto ecclesiale la situazione non è rosea: il vescovo della diocesi, per il momento, si trovava ad Abidjan per motivi di salute e di sicurezza; il clero è ridotto a mezza dozzina di preti o poco più. E non si sa fino a quando durerà tale situazione.
Nonostante tutto, i quattro missionari hanno trasfuso a tutti noi tanta allegria e serenità. A Dianra e a Marandallah il lavoro non si ferma. Le strutture sono ridotte all’osso. Bicicletta e motoretta (prendendo in affitto veicolo e conduttore) da tempo sostituiscono le auto, per sottrarle alla cupidigia dei ribelli o da chi per essi. È capitato a padre Zachariah: tornava da una visita a questi confratelli del nord, fu fermato, l’auto requisita, la sua persona condannata a morte; ma si è salvato miracolosamente, grazie a un diverbio, scoppiato in estremis, tra alcuni componenti della banda.

L a visita continua, reale questa volta, alla missione di Grand Béréby, a circa 50 km da San Pedro, in una posizione incantevole, affacciata sull’oceano. I padri Pietro Villa e Jean Willy Ipan e fratel Rombaut Ngaba vi lavorano da quasi quattro anni e già si parla di consegnarla alla diocesi, secondo la convenzione fatta a suo tempo. Ma il vescovo ha fatto capire che è ancora presto, perché sia la diocesi che i suoi sacerdoti sono giovani.
A Grand Béréby, lavoro religioso e promozione umana vanno a braccetto. Fratel Rombaut ha organizzato un dispensario che, oltre ad attendere i malati vicini, ha tessuto una rete di assistenza a tutti i villaggi della parrocchia e prepara infermieri non qualificati, ma capaci di prestare i rimedi più immediati alle comunità della foresta.
Queste iniziative, assieme al dispensario «Consolata» di San Pedro, sono finanziate dai confratelli del Canada e costituiscono la pupilla degli occhi del vescovo. L’impegno nel migliorae i servizi tende a infondere in queste opere una vera e propria dimensione religiosa, perché diventi «ministero degli infermi».
Se si eccettua qualche infiltrazione di banditi, provenienti dalla Liberia, a Grand Béréby non ci sono problemi di guerriglia, anche perché le truppe francesi giocano di anticipo.

D a Grand Béréby siamo passati alla grande missione di Sago, 140 km oltre San Pedro. A farla «grande» sono i fabbricati in muratura, unici in tutto il villaggio: la bella casa costruita da fratel Pietro Menegon, l’imponente chiesa iniziata da padre Flavio e finita da padre Zachariah, l’asilo e il bel convento delle suore di Santa Gemma Galgani. Grandezza riconosciuta anche dal sindaco del posto; ci ha detto: «Prima del vostro arrivo, Sago non era niente; ora, invece, tutti la conoscono e la invidiano».
Attualmente Sago è la comunità più numerosa, vi operano i padri Zachariah King’aru, Victor Kota, Joseph Omondi e Killian Wambua. Due di essi erano da tempo destinati a una missione nuova, che la guerra ha impedito di aprire.
La parrocchia è divisa in settori pastorali, ciascuno con a capo uno dei missionari. Nella zona c’è una forte presenza di stranieri, soprattutto immigrati dal Burkina Faso. Le lingue sono molte: in chiesa, oltre al francese, tutto è tradotto almeno in altre due lingue.
È questo uno dei grandi problemi, non solo religiosi, di tutta la Costa d’Avorio: gli stranieri sono circa il 35% della popolazione e per lo più sono discriminati in tutti i sensi.
La visita si è conclusa di domenica, con una bella celebrazione eucaristica e grande partecipazione di fedeli, fino a riempire la chiesa. E sono tornati in ballo i tabeacoli. Quello nuovo, che non si era perso, era destinato a questa chiesa. Portato all’altare nella bella processione di offertorio, fu solennemente benedetto da padre Trabucco e collocato in un luogo provvisorio. Pareva tanto grande; invece sembra scomparire nella grande chiesa. Ora è «abitato». Attirerà certamente tanta gente, stimolata dall’esempio di missionari e missionarie.
T oati a San Pedro, abbiamo nuovamente incontrato tutti i confratelli in assemblea finale, per prendere visione della relazione dei visitatori, discutere e rispondere a due importanti interrogativi: che fine farà l’esperienza di «inserzione», iniziata in mezzo ai baraccati del Bardot e ora interrotta? Ce ne sarà un’altra per sostituirla? Dove e quando?
Si è discusso molto sulla spiritualità dell’«inserzione»: essa consiste nel vivere in «mezzo ai poveri con mezzi poveri». È un ideale su cui tutti i confratelli sono d’accordo e tutti vogliono perseguire nel proprio lavoro missionario; ma le iniziative concrete di inserzione nelle varie comunità devono essere studiate bene e abbinate alle parrocchie. Casi di «inserzione pura», cioè progetti staccati da una parrocchia, come voleva essere quella del Bardot, in futuro devono essere ponderati e assunti da tutti i componenti del gruppo operante nel paese.
Anche la seconda domanda ha ricevuto una risposta definitiva: la nuova apertura avverrà nei primi mesi del 2004 e sarà a Grand Zattry, quasi a metà strada tra le comunità del nord e quelle del sud.

Che fine ha fatto l’altro tabeacolo? Curiosità legittima! Ebbene, tra una discussione e l’altra, padre Flavio è riuscito ad aggiustae la porticina, lo ha lucidato fino a farlo apparire quasi nuovo; poi lo ha rimesso nello scatolone per portarlo nelle missioni del nord.
Sembra che, nell’ultimo tragitto, il tabeacolo non abbia incontrato intoppi. E quando sarà abitato dal Signore, diventerà un’altra sorgente di forza e coraggio per i missionari, di consolazione e speranza per i fedeli di quella terra tanto martoriata.

Norberto Louro




BOLIVIA – “Che fatica essere boliviani”

Con l’Argentina e Venezuela, la Bolivia è nell’occhio del «ciclone latinoamericano»; ma con differenze sostanziali: per esempio, non ha un accesso al mare.
La povertà si tocca con mano. Povero anche democraticamente, specialmente se si vive sotto tutela. E si muta governo ad ogni batter di ciglio.

All’inizio del nuovo millennio le nazioni che possono essere definite «democrazie» sono 86 su 193. Se un sistema politico è democratico allorché garantisce partecipazione alle decisioni e pluralismo politico, la Bolivia è un paese che può e vuole definirsi tale. Ma ha sofferto a lungo (e ancora soffre) per tale conquista.
Della Bolivia ci ha parlato Mauro Bertero Gutiérrez (*), stimolato da alcune domande e considerazioni.
STORIA POLITICA TORMENTATA
«Con il presidente Heán Siles Zuazo, 20 anni fa – ricorda il dottor Bertero -, siamo tornati alla democrazia. In una lunga storia repubblicana, caratterizzata da frequenti golpe di stato (oltre 170 presidenti in circa 150 anni), la Bolivia ha subìto gravi perdite territoriali nelle guerre coi vicini. Nella guerra contro il Cile (1879) la perdita vitale dell’accesso al mare: il Litoral marítimo, ancora oggi rivendicato (per questo le relazioni diplomatiche tra Bolivia e Cile si limitano a rappresentanze consolari e non di ambasciata); nel 1904 la cessione al Brasile dell’Acre, ricco di caucciù; nel 1933 il Chaco nel conflitto con il Paraguay. Complessivamente i territori perduti ammontano a circa 1 milione di kmq».
La mancanza di una via diretta al mare ha segnato i destini della Bolivia sia in senso commerciale, sia limitando l’immigrazione, specie verso l’Europa. La Bolivia annovera una numerosa popolazione indigena, che supera il 57% degli abitanti.
Dottor Bertero, che cosa è successo nella struttura politica boliviana dal 1982 ad oggi?
«Per capire, bisogna risalire alla rivoluzione nazionale del 1952, paragonabile a quella del 1900 in Messico e a quella cubana alla fine degli anni ’50. La rivoluzione boliviana poggiava su tre pilastri: voto universale (prima del 1952 indigeni e donne non votavano: ndr), riforma agraria e nazionalizzazioni.
Sono seguiti 12 anni di governo rivoluzionario con il cambiamento della Costituzione nel 1964 e un colpo di stato».
«Nel 1969-70 si sono avuti vari governi, sino al colpo di stato che ha portato al potere il generale Juan José Torres, di sinistra, ma che ha governato pochi mesi, perché destituito dal colonnello Hugo Banzer Suárez. Questi ha stretto forti legami con gli Stati Uniti e ha instaurato una rigida dittatura, tentando di rilanciare lo sviluppo economico, a spese però delle masse popolari, sollevando un’ondata di agitazioni che ne hanno determinato l’isolamento del paese».
E dopo questo evento?
«Nel 1978 c’è stata la pressione statunitense di Jimmy Carter e, sino al 1982, si sono succeduti sei governi di transizione, in seguito ai quali è ritornata la democrazia con Heán Siles Zuazo, che sosteneva: È necessario che questa terra continui ad essere la terra di uomini liberi! Il suo governo ha tentato invano di varare misure anticrisi, suscitando il malcontento delle masse popolari; ha rinunciato al suo mandato un anno prima della scadenza, per consentire nuove elezioni e stabilizzare l’economia con un nuovo governo».
«Nel 1985 è tornato al potere Victor Paz Estenssoro, leader del Mnr, che ha affrontato con qualche successo il riordino della finanza statale; più difficile si è rivelata la lotta alla corruzione e narcotraffico, divenuto una piaga nazionale».
Fino al 1982 in Bolivia i partiti politici sono stati un segno di speranza, mentre oggi sono forse la sommatoria di tutti i mali. Fino al 1982 c’è stata la possibilità di costruire una vera democrazia; ma in questi ultimi anni la situazione è diventata cruciale a causa di una politica «tradizionalista», per molti versi mal gestita e ingannevole. Dal 1952 al 1985 la Bolivia è passata dal capitalismo di stato a un’economia neoliberista.
È così, dottor Bertero?
«Dissento da tale modello, perché l’unica cosa che si è fatta nel 1985 è stata la stabilizzazione economica, con un modello rispondente alla disciplina fiscale: limitare le uscite rispetto alle entrate. Oggi ci ripetiamo le stesse domande: qual è il mezzo migliore per generare più crescita economica? Come trovare una più razionale ed equa distribuzione delle entrate? Come proteggere l’economia nazionale nei cicli critici dell’economia mondiale?».
Oggi in Bolivia l’indice di povertà è del 70% (34% in città): 7 individui su 10 non si alimentano a sufficienza. Sorge spontanea la domanda:
si può essere così «conservatori», senza recare insulto alla dignità di un essere umano?
«Ciò dipende da una falsa democrazia, che è solo rappresentativa e non partecipativa. Bisogna cambiare. Occorre rimpiazzare un modello economico che, finora, ha creato opportunità solo per pochi e ha lasciato ai margini una grandissima parte della popolazione. La società civile non si accontenta di essere rappresentata; vuole partecipare attivamente a proposte e soluzioni, rigettando ogni intermediazione».
FUGA DEL PRESIDENTE

Nell’ottobre 2003 si è dimesso il presidente Gonzalo Sanchez de Lozada. Aveva già governato dal 1993 al 1997, instaurando la capitalizzazione dello stato e facendo regredire tutto ciò che si era ottenuto dal 1952. Ritornato al potere nel 2002, non ha dato alcuna risposta positiva alle istanze del popolo, che chiedeva: Assemblea nazionale costituente, referendum sulla politica energetica di esportazione del gas (contro la legge sugli idrocarburi), l’annullamento della legge sul mercato della terra e la fine della libera contrattazione, la ridistribuzione della terra, il rispetto dei diritti sociali dei lavoratori e della proprietà comune originaria, la riattivazione dell’apparato produttivo nazionale, rigettando il libero commercio dell’Alca (Area di libero commercio delle Americhe), voluto dagli Stati Uniti.
Sanchez de Lozada è fuggito sottraendosi al giudizio-accusa di genocidio: 140 sono stati i morti durante le sommosse popolari di ottobre 2003. La gente è insorta in difesa della democrazia e delle risorse naturali del paese.
E commenta Bertero: «Noi crediamo molto nel governo, presieduto oggi da Carlos Mesa Gisbert, noto scrittore e profondo conoscitore della storia e cultura del paese. Egli è deciso a riportare l’ordine attraverso due strade: un referendum vincolante per l’Assemblea nazionale costituente e un governo senza partiti politici».
Poche risorse
molte necessità
Dottor Bertero, Washington non vede bene il nuovo presidente, e questo potrebbe far ritornare, come ai tempi della dittatura, la legge marziale. Cosa ne pensa?
«Certo, il governo di Washington ha avuto un ruolo nella crisi. Ma vi hanno contribuito anche alcuni nostri interventi, in quanto si prevedeva il rischio che a Sanchez de Lozada subentrasse Evo Morales, un leader dell’opposizione (rappresenta i coltivatori di coca nel Chapare, ndr). Secondo la Costituzione boliviana, se si dimette il presidente, gli subentra il vice presidente, evento che si è appunto verificato».
Il nuovo presidente ha riconosciuto la gravità della crisi, definendola strutturale, fonte di ribellioni, perché esclude i popoli indigeni. Sarà possibile riscrivere il contratto sociale e rifondare la nazione?
«La rifondazione è urgente. Carlos Mesa ha già dimostrato la sua sensibilità nella crisi politica che la Bolivia sta vivendo: per questo ha chiesto al Congresso di fare un governo senza partiti politici, riducendo la notevole pressione. Inoltre ha lanciato importanti messaggi, dimostrando di essere vincolato ad una società che domanda di partecipare alla vita democratica reale».
Ciò che preoccupa maggiormente Washington è l’Assemblea costituente, che potrebbe portare la Bolivia a una soluzione «alla venezuelana». È un timore fondato?
«Tutti i boliviani devono capire che bisogna favorire il cambio e non essere “conservatori”: non si può continuare a vivere in una democrazia basata sulla povertà. Abbiamo bisogno di cambiamenti strutturali: chi ha troppi privilegi deve rinunciarvi in parte, per una più equa ridistribuzione di beni e servizi».
Però, è impossibile un passo avanti, senza incidere nella politica latifondista in mano a poche famiglie? È possibile un’apertura in favore della collettività meno abbiente?
«Al riguardo c’è già un processo, iniziato qualche anno fa. Se un latifondista ha 100 mila ettari e li fa produrre, creando 2 mila impieghi, egli compie una funzione sociale ed economica. Invece preoccupa chi ha molte terre e non produce per il bene comune. Credo che sia possibile ridistribuire le risorse e, nel contempo, far capire alla gente che la terra bisogna lavorarla: con la riforma agraria del 1952, a ogni contadino si sono distribuite terre, ma non assistenza tecnica, credito agricolo… È indispensabile, per così dire, democratizzare lo sviluppo sia politico che economico».
Sarà possibile, con una democrazia più partecipata, la rifondazione istituzionale per un nuovo patto sociale?
«I partiti politici tradizionali vogliono che Carlos Mesa finisca il mandato nel 2007; capi dell’opposizione, invece, Evo Morales e Felipe Quispe, vogliono elezioni immediate, perché credono di vincerle. Mesa ha parlato di governo di transizione di almeno un anno. Ma i problemi non sono stati risolti con il cambio del presidente, a partire da quelli strutturali dell’intera economia».
Forse la Bolivia non sarà più la stessa, soprattutto per le troppe ferite subite in passato e di recente: lei è più ottimista?
«Il fallimento del processo rivoluzionario è dipeso dal non avere creato le condizioni per una identità nazionale: la vera sfida della Bolivia è «cominciare a essere Bolivia». Al nostro interno ci sono regioni che credono di avere la prevalenza sull’unità nazionale; per questo si teme la federazione. La sfida, quindi, è credere in uno stato in cui potersi identificare e che non può escludere lo sviluppo umano.
Personalmente sono ottimista: si può e si deve cambiare la pseudo democrazia in vera democrazia. Un cambiamento che deve avvenire attraverso l’istituzione di un governo capace di amministrare bene poche risorse per molte necessità. Ossia: privilegiare lo sviluppo umano e le necessità di chi ha meno». •

(*) Mauro Bertero Gutiérrez, 45 anni, boliviano di origine piemontese.
Dal 1985 al 1989 presidente della Banca Nazionale di Agricoltura e, dal 1989 al 1992, ministro dell’Agricoltura. Portavoce del presidente nel 1997 e poi ministro dell’Informazione. Oggi è segretario del partito «Azione democratica nazionalista». Si è laureato in Economia in Brasile e ha conseguito il «Ph.D.» in Scienze economiche alla Coell University di Ithaca, New York.

L’articolista ringrazia Domenico Bertero Gutiérrez, Console generale di Bolivia a Torino dal 1991, per avergli dato l’occasione di intervistare il fratello Mauro.

Eesto Bodini




GUATEMALA – L’ingiustizia non è un mondo divino

… ma dipende dall’uomo. Nel paese centroamericano poche famiglie detengono l’intero potere economico; poche famiglie posseggono quasi tutte le terre fertili; la corruzione e il crimine organizzato imperversano. Il ruolo delle sètte
evangeliche statunitensi è rilevante. Riuscirà il neo-presidente Oscar Berger
a portare un minimo di giustizia a sette anni dalla firma della pace?
Ne abbiamo parlato con padre Rigoberto Pérez Garrido, un prete di frontiera,
che per contribuire a portare pace e giustizia nel suo paese da anni rischia la vita.

Stringe il registratore tra le mani, quasi per «inchiodarvi» i pensieri. Parla a voce bassa, ma le sue parole sono pesanti e lasciano poco spazio all’immaginazione. Folti capelli neri e baffetti, Rigoberto Pérez Garrido è un sacerdote guatemalteco di 37 anni.
Ordinato sacerdote nel 1994, da cinque anni Rigoberto è parroco a Santa Maria de Nebaj, nel Quiché, una provincia ad altissima presenza maya. «Sono parroco in una parrocchia di gente maya – ci spiega -, ma io non sono un indigeno. Questo però non è mai stato un problema: con la gente ho un rapporto straordinario».

TRA FOSSE COMUNI
E CIMITERI CLANDESTINI
Rigoberto è una figura conosciuta, perché ha collaborato moltissimo con monsignor Gerardi. È stato il responsabile per la diocesi del Quiché del progetto Remhi per il recupero della memoria storica ed ha cornordinato l’azione degli agenti della pastorale, religiosi e laici, che dovevano raccogliere le testimonianze delle persone. Quando, nel gennaio del 2000, arrivò a Nebaj, padre Rigoberto iniziò ad aiutare le persone che volevano recuperare i resti dei desaparecidos, che i militari avevano buttato in fosse comuni o in cimiteri clandestini. La gente del luogo sapeva, ma non aveva mai osato fare qualcosa. Fu aiutata da padre Rigoberto, che per questo suo attivismo si attirò addosso attenzioni molto pericolose.
Una notte del febbraio 2002 gli incendiarono la casa parrocchiale, sperando di eliminarlo. Per sua fortuna, si trovava a Santa Cruz del Quiché. «Mi fu offerta una protezione – racconta il sacerdote -, ma io la rifiutai dicendo che la cosa migliore era continuare a fare quello che stavo facendo. Ho potuto contare sull’affetto di tutti, sulle loro preghiere, sul loro esempio, sulle loro testimonianze. Questo mi ha molto rallegrato».
Le minacce di morte continuarono e continuano tuttora tanto che il suo caso è stato preso in carico anche da Amnesty Inteational.
«Con l’assassinio di monsignor Gerardi – continua il sacerdote -, il paese è ripiombato in quelle tenebre che si credevano superate a partire dalla firma degli accordi di pace. Si sono riattivate tutte le strutture che, per 36 anni, avevano generato morte e sofferenze indicibili, strutture collegate agli ambienti politici ed economici. Con il governo del Fronte repubblicano guatemalteco (Frg) si è intensificato l’accanimento contro i difensori dei diritti umani e le persone impegnate nel processo di trasformazione. Per sostenere il potere, sono riapparsi anche i gruppi paramilitari che, in Guatemala, si chiamano Pattuglie di autodifesa civile (Pac). La scorsa estate, poco prima delle elezioni, migliaia di ex patrulleros sono calati in capitale per intimidire gli avversari di Rios Montt».

IL PERDONO,
MA ANCHE LA GIUSTIZIA
Il Guatemala ha una percentuale di popolazione indigena del 60% o più. E gli indigeni furono la popolazione più colpita durante il conflitto armato.
Perché? Che successe in quei 36 anni di conflitto? Chi furono i responsabili? Chi le vittime?
Presto ci si accorse che, per costruire un paese diverso, occorreva dar vita ad un processo di chiarimento storico. Era un’operazione ad alto rischio. Monsignor Gerardi sosteneva che era doloroso affrontare la realtà, ma che, d’altra parte, era un’azione necessaria e liberatrice: per poter superare il passato, era necessario conoscere e da questa conoscenza si poteva partire per costruire il futuro.
I collaboratori del progetto Remhi hanno potuto documentare 422 massacri, di questi 263 (ben 234 ad opera dell’esercito e dei paramilitari) vennero commessi nel Quiché e di questi decine a Nebaj, la zona dove opera anche padre Rigoberto.
«Nella regione del Quiché – spiega il sacerdote – il piano diocesano ha avuto come prioritaria la riconciliazione, che però può scaturire soltanto dalla verità, dal perdono e dalla giustizia. Posso testimoniare che il perdono c’è stato. Io stesso ho celebrato messe di commemorazione di massacri e i familiari (gente che perse i propri cari o che venne torturata) sono riusciti a perdonare: è una grande qualità della popolazione guatemalteca, incredibile ed impressionante».
«Purtroppo, sulle responsabilità e quindi sulla giustizia, il problema rimane aperto: ci sono casi di pentimento ai livelli più bassi, ma non a quelli più alti. Qui la porta è rimasta chiusa; mi riferisco ai livelli intellettuali e di comando, da dove cioè partirono gli ordini per distruggere la popolazione del Guatemala».
«Ciò che la società guatemalteca ad alta voce ha chiesto e chiede non è vendetta (ché altrimenti il paese sarebbe precipitato nuovamente in una spirale di violenza incontrollabile). Le vittime chiedono però che i responsabili riconoscano le loro colpe e diano segni concreti di pentimento, contribuendo anche a risarcire i danni causati. Su questa linea si muovono alcune associazioni per la difesa dei diritti umani, che stanno promuovendo processi contro i responsabili dei crimini. La società guatemalteca valuta positivamente queste iniziative, sebbene sia molto scettica a causa dell’alto grado di impunità che c’è nel paese».
La conclusione di padre Rigoberto è in perfetta coerenza con il suo ragionamento: «Noi speriamo che, alla fine di tutto questo, possa sorgere una nuova società, un nuovo Guatemala con più vita per tutti, compresi coloro che hanno commesso i crimini: anche loro hanno diritto a vivere la grazia di Dio».
Milioni di esistenze sono state segnate dalle vicende della guerra: per loro ricominciare una vita normale è un’impresa.
Padre Rigoberto lo sa: «Il dopoguerra presenta nuove sfide considerando tutte le indelebili sofferenze patite dalla popolazione. Perché, dopo un conflitto, restano gli scomparsi, gli orfani, le vedove, le comunità distrutte e disarticolate; restano i cimiteri clandestini e i genitori che cercano i propri figli; restano il dolore, la paura, i traumi. Nel dopoguerra bisogna occuparsi di tutte queste realtà, delle loro cause e delle loro possibili soluzioni».

IL MIRAGGIO
DELLA RIDISTRIBUZIONE
Da gennaio di quest’anno in Guatemala c’è un nuovo presidente e un nuovo partito di maggioranza. Cambierà qualcosa? «L’importante – spiega il padre – è stata la sconfitta di Rios Montt e del Frg, responsabili dei maggiori crimini nei 36 anni della guerra civile e di un governo fondato sulla corruzione».
Il partito del neo-presidente (Gran alianza nacional, Gana) è nato dalla nomenclatura economica del paese, cioè dagli industriali, nonché da politici e da militari che sono riusciti a darsi una patina di rispettabilità. Ma anche tra le sue fila si celano responsabili di crimini, come ammette amaramente padre Rigoberto: «I partiti credono che senza gli espertos en matar nessun governo potrà stare a lungo al potere».
Dicevamo che Gana ha avuto l’appoggio degli imprenditori. Questo potrebbe essere un piccolo vantaggio, se si considera che il problema economico è un’assoluta priorità. La povertà raggiunge livelli elevatissimi, in particolare nelle aree rurali e nelle periferie delle città.
La disoccupazione è molto alta e lo stato non svolge i propri compiti, soprattutto nei servizi primari. «È vergognoso – sbotta il sacerdote – che si spendano più soldi per il bilancio militare che per quello della salute e dell’educazione».
In quanto a capo di una coalizione di destra, difficilmente il presidente Berger intraprenderà una politica di ridistribuzione del reddito. L’analisi del padre guatemalteco è lucida e rigorosa.
«Il problema economico – spiega – ha radice in un sistema che concentra la ricchezza in poche, anzi in pochissime mani (en muy, pero muy pocos manos), creando diseguaglianze abissali. Il potere è detenuto da un ristretto gruppo di famiglie guatemalteche e alcune straniere residenti nel paese. Un’altra fetta dell’economia è appannaggio delle multinazionali. A queste si debbono, ad esempio, gli altissimi prezzi dei combustibili e dei medicinali».
Insomma, anche a guerra finita, la maggioranza dei guatemaltechi continua a vivere in condizioni disumane. E, come sempre accade, questa povertà colpisce soprattutto la parte più debole (ancorché maggioritaria) della società, gli indigeni.
La discriminazione risalta in tutta la sua evidenza nell’agricoltura, che è il settore economico a cui fa riferimento la maggioranza della popolazione guatemalteca.

LA TERRA,
UN PROBLEMA TABÙ
A partire dal 1800 si diffusero in Guatemala le monocolture da esportazione: prima il caffè, poi il banano. Con le banane arrivò in Guatemala la multinazionale «United Fruit Company», oggi nota come Chiquita. La compagnia nordamericana divenne talmente potente da condizionare la vita del paese. L’esempio più clamoroso si verificò nel periodo 1951-’54. All’epoca, il governo del presidente Jacobo Arbenz varò la prima riforma agraria nella storia del Guatemala. La United, sentendosi colpita nei propri interessi, informò del problema la Cia e l’amministrazione di Washington. Venne così organizzato un esercito, che entrò nel paese e rovesciò il legittimo governo di Arbenz.
Oggi le multinazionali nordamericane continuano a monopolizzare (come in tutti i paesi dell’area) il mercato delle banane, con comportamenti e politiche certamente poco rispettosi dei lavoratori, dell’ambiente e dell’etica.
L’altro pilastro dell’agricoltura del Guatemala è il caffè. Negli ultimi anni, il settore ha sofferto enormemente, a causa del crollo del prezzo sul mercato internazionale. Molti latifondisti hanno scaricato la riduzione degli introiti sugli stagionali, già ampiamente sfruttati. Alcuni proprietari hanno addirittura deciso di non fare la raccolta.
Tuttavia, per i contadini guatemaltechi, come per gran parte dei contadini dell’America Latina (e del mondo), il problema fondamentale è un altro: la proprietà della terra.
Secondo dati attendibili, in Guatemala l’85% della terra è in mano al 10% della popolazione. «È tremendo, lo so», ammette con sconforto padre Rigoberto.
Dopo gli accordi di pace, si è tentato qualcosa, ma i latifondisti hanno attaccato chi lottava per avere un pezzo di terra e coloro che appoggiavano queste rivendicazioni. Ci sono state molte minacce di morte, anche al vescovo Ramazzini, che si occupa di queste problematiche.
Si è tentata anche la strada dell’acquisto della terra per i contadini. Ma il risultato è stato l’incremento dei prezzi fino a 10 volte.
«Purtroppo, nel mio paese – conclude amaro Rigoberto – la questione della terra continua ad essere un tabù».
Difficile che la soluzione del problema sia nell’agenda di Oscar Berger, l’uomo che dallo scorso gennaio ha in mano le sorti del Guatemala. A sette anni dalla «pace».

(Fine – la prima parte
è stata pubblicata su MC di febbraio)

La chiesa cattolica e le sette evangeliche
Durante gli anni della guerra civile, la chiesa cattolica fu duramente perseguitata: migliaia di catechisti, dirigenti delle comunità cristiane, agenti pastorali, sacerdoti furono assassinati. Nonostante l’altissimo prezzo pagato, le diocesi continuarono ad emanare documenti che denunciavano le vessazioni contro la popolazione. Così come faceva la Conferenza episcopale.
Chiediamo a padre Rigoberto se l’attuale gerarchia della chiesa cattolica guatemalteca abbia proseguito sulla strada segnata da monsignor Gerardi, anche dopo il suo assassinio.
«Io vivo tra la gente e non nei palazzi – si scheisce -. Certo, la chiesa si è fatta dei nemici, soprattutto nel potere economico e in quello militare. Tuttavia, mi sembra che in questo ultimo periodo sia diventata un po’ silenziosa rispetto a prima, quando era guidata da Prospero Penados del Barrio, che fu praticamente annientato. Oggi è in pensione, perché molto malato; io lo definirei un martire vivente, che continua ad essere molto amato dalla gente».
Attualmente, la carica di arcivescovo primate e quella di presidente della Conferenza episcopale sono concentrate in una sola persona, l’arcivescovo Rodolfo Quezada Toruño. «Forse – chiosa il sacerdote – c’è troppo potere concentrato in una persona sola».
Abbiamo già spiegato (si veda MC di febbraio) in che modo il generale Rios Montt abbia utilizzato le sètte evangeliche. «Le sètte – racconta Rigoberto – entrarono nel paese nel 1891, quando governava il generale Justo Rufino Barrios. Venivano dagli Stati Uniti su impulso delle famiglie più potenti, interessate a trasformare i paesi dell’America Latina in luoghi ideali per lo sfruttamento. Il loro imperativo era: dividi e vincerai. Si moltiplicarono enormemente durante gli anni di maggiore violenza politica, cioè a partire dal 1980. È inutile fare nomi, dato che esistono più di 4.000 denominazioni differenti».
È durissimo il giudizio di padre Rigoberto. «Le sètte – dice – utilizzano la religione per contrastare la forza profetica della chiesa cattolica e per giustificare i crimini commessi durante il conflitto armato; oggi, invece, vorrebbero perpetuare quel sistema che tanti danni ha prodotto nel passato. Io credo che il compito fondamentale delle sètte sia di produrre inganno e confusione tra la gente e, soprattutto, anestetizzarla davanti alla realtà. Purtroppo, la religione mal utilizzata può diventare uno strumento molto utile per il dominio delle coscienze e quindi delle persone».
Pa.Mo.

Rigoberta Menchú Tum: aiutare Berger?

Il Guatemala è conosciuto in Italia soprattutto per merito di Rigoberta Menchú Tum (*). L’india maya riuscì a rompere il muro di silenzio che gravava sul suo paese grazie al libro Mi chiamo Rigoberta Menchú e poi alla campagna per assegnarle il Nobel per la pace. Il conferimento del prestigioso premio certamente diede la possibilità al suo paese di essere conosciuto in tutto il mondo. Tuttavia, come spesso capita, nemo propheta in patria: Rigoberta, in Guatemala, non è amata.
Spiega Maria Rosa Padovani del «Comitato di solidarietà» di Torino: «Periodicamente, si lanciano contro Rigoberta campagne denigratorie, accusandola di vivere nel lusso, di essere sempre in giro per il mondo, campagne orchestrate dai poteri che continuano ad essere presenti e operanti in Guatemala. Tra il popolo c’è chi la ama, c’è chi non la conosce e c’è chi si lascia influenzare dalle campagne».
Rigoberta da alcuni anni vive in Messico per le minacce che continuamente riceve». Ma nel suo paese ha messo in piedi la «Fondazione Rigoberta Menchú», che lavora soprattutto nel campo dei diritti umani e nella promozione dei diritti degli indigeni. C’è una sede della fondazione anche in Messico ed una più piccola a New York per via della sua collaborazione con l’Onu. Rigoberta lavora molto a livello di istituzioni inteazionali, soprattutto per le popolazioni indigene ed è tuttora ambasciatrice di buona volontà dell’Unesco. Va sempre in giro per il mondo, partecipando a moltissime iniziative. «Noi – spiega convinta Maria Rosa – la conosciamo bene. Abbiamo visto la semplicità con cui vive in Messico in una piccolissima casa dietro la Fondazione, con suo marito e con il figlio adottivo. Sappiamo che Rigoberta è sempre Rigoberta. Certo, il suo ruolo è cambiato: non può più venire quando un gruppo di solidarietà la chiama, perché ha un’agenda pienissima e ha anche bisogno di ricercare finanziamenti per i progetti della sua Fondazione. Quindi, il suo ruolo è cambiato. Forse in Guatemala c’erano più aspettative nel senso che si pensava che lei avrebbe lavorato solo a favore del suo paese, ma Rigoberta, come premio Nobel, si considera un po’ al servizio delle cause di tutte le popolazioni indigene del mondo, non soltanto di quelle del Guatemala».
Nel paese centroamericano la percentuale dei votanti è molto bassa, attorno al 30-35%. Questo avviene anche perché bisogna iscriversi alle liste elettorali e l’iscrizione si fa nel luogo dove si è nati. «Tutto ciò – spiega padre Rigoberto – costa: troppo, per gente già poverissima. Senza dimenticare che bisogna avere i documenti di identità che moltissimi, anzi la maggior parte, non hanno, soprattutto nelle zone rurali. E allora una delle campagne promosse dalla Fondazione Menchú è proprio questa: aiutare la gente a partecipare alla vita pubblica e civile del paese».

A fine dicembre, appena eletto presidente, Oscar Berger ha offerto un posto nel suo governo a Rigoberta Menchú. Tra conferme e smentite, la premio Nobel ha tentennato a lungo, accettando alla fine il ruolo di «ambasciatrice di buona volontà degli accordi di pace».
Un ruolo aleatorio per una scommessa comunque rischiosa: potrà Rigoberta aiutare il suo popolo attraverso il governo del conservatore Berger senza rimanee «bruciata»?
Pa.Mo.

(*) Si veda: «Incontro con Rigoberta Menchú Tum», di Marco Bello e Paolo Moiola, su Missioni Consolata n.5 del maggio 1996.

Paolo Moiola




IRAQ – Quelle pesantissime stellette

È giusto, opportuno e coerente il ruolo della chiesa nel mondo militare?
È compatibile con gli insegnamenti di Gesù Cristo la presenza di cappellani (con tanto di gradi) sui fronti di guerra?
Con l’accurata analisi di un sacerdote di Pax Christi e un’intervista a don Mariano, cappellano militare italiano a Nassiriya, continuiamo il nostro viaggio critico all’interno della guerra irachena.

UN RUOLO DA DISCUTERE
«“Senza far uso strumentale della storia, senza intenti di polemica fine a se stessa, Pax Christi chiede, nuovamente, che si ritorni a discutere sul ruolo dei cappellani militari, non per togliere valore alla presenza e all’annuncio cristiano tra quanti, soprattutto giovani, stanno vivendo la vita militare, ma per essere più liberi, senza privilegi e senza stellette”.
Sono parole che si leggevano nel comunicato di Pax Christi distribuito a Barbiana il 26 giugno ’97 in occasione del 30° anniversario della morte di don Milani. Parole che non hanno smarrito lo smalto dell’attualità nell’anno del giubileo».
Iniziava così l’editoriale dell’ottobre 2000 di Mosaico di pace, la rivista promossa da Pax Christi e voluta da don Tonino Bello, presidente del movimento fino al 20 aprile 1993, giorno della sua morte. Queste riflessioni mi sono ritornate alla mente nel mio ultimo viaggio in Iraq lo scorso novembre 2003.
Con una piccola delegazione di Pax Christi siamo stati più volte in quella terra segnata da troppe guerre, passate e presenti, che hanno sempre visto un ruolo attivo anche dell’Italia: vendita a Saddam Hussein di armi, mine, gas e, ora, coinvolti – di fatto – in una presenza militare che si può anche chiamare operazione di pace, ma è, a tutti gli effetti, una presenza in zona di guerra.
E se in Iraq la guerra non è finita, come sostengono anche alcuni autorevoli generali italiani, allora anche l’Italia è in guerra e i nostri militari sono andati… in guerra. Certo, con tutti i buoni propositi del caso, con scopi di pace, si dice. Ma, come afferma il papa nel messaggio per la Giornata mondiale della pace: «… i governi democratici ben sanno che l’uso della forza contro i terroristi non può giustificare la rinuncia ai prìncipi di uno stato di diritto. Sarebbero scelte politiche inaccettabili quelle che ricercassero il successo senza tener conto dei fondamentali diritti dell’uomo: il fine non giustifica mai i mezzi!».

A IMMAGINE DI… BUSH
In questo ultimo viaggio, e anche nello scorso maggio 2003, a Mosul, nel Nord Iraq, dopo aver partecipato alla consacrazione episcopale di padre Louis Sako, vescovo di Kirkuk, ho avuto modo di incontrare alcuni cappellani militari Usa. Il loro ragionamento è lineare, semplice: sembra di sentire parlare Bush in persona. E dire che un cappellano dovrebbe fare riferimento quantomeno al vangelo e al magistero della chiesa. Non c’è dubbio che le posizioni del papa siano abbastanza lontane da quelle di Bush: la guerra è avvertita come avventura senza ritorno, sconfitta dell’umanità. Anche il papa è un pacifista, disfattista e amico di Saddam o degli integralisti islamici?
«Siamo venuti in Iraq perché Saddam doveva essere fermato in quanto troppo pericoloso – mi dice Chester Egert, cappellano militare dell’esercito Usa – perché l’Iraq era collegato ad Al Qaeda e preparava attentati terroristici in tutto il mondo. Siamo qui non per fare la guerra ma per portare pace. In alcuni casi, la pace va imposta».
Sono senza parole. Cerco di dire qualcosa, ma don Chester è determinato: «Sì, la pace si impone, come stiamo facendo noi».
E lo scorso mese di maggio, chiedevo ad un altro cappellano Usa, come conciliasse il vangelo o il testo di Isaia «forgeranno le loro spade in vomeri», con la guerra, con i bombardamenti e l’uccisione di tanti innocenti. Lui mi rispondeva di aver avuto una visione (e anche qui siamo sulla linea religiosa-illuminata di Bush) in cui il Signore lo chiamava a questo ruolo di difensore e portatore di pace.
Ci si rende conto di come il ruolo di militari, arruoli anche il vangelo e Gesù Cristo. Sembra fuori da ogni logica la vita e l’insegnamento di Gesù, le sue parole «rimetti la spada nel fodero…».

«EMBEDDED»: CAPPELLANI
COME GIORNALISTI
Si è usata molto la parola embedded (arruolati) per i giornalisti. Credo che a maggiore ragione si possa e si debba usare per i cappellani militari, anche perché hanno pure le stellette! Per questo può essere interessante ripercorrere la riflessione che, in questi anni, Pax Christi ha cercato di fare sul ruolo della chiesa e dei cappellani militari all’interno dell’esercito.
«Il 19 novembre prossimo – continuava l’editoriale di Mosaico di pace – piazza S. Pietro ospiterà il giubileo dei militari e francamente, consideriamo quest’appuntamento un “segno dei tempi” che rattrista e inquieta. Un altro dei segnali che ci preoccupano perché vediamo crescere una cultura di guerra e di morte nella politica, nell’economia, nella società, e nella chiesa. Non dimentichiamo che soltanto il 6 maggio 1999 si è concluso il «Primo sinodo della chiesa ordinariato militare in Italia» evento assolutamente inedito, destinato a rafforzare l’attuale modalità di presenza di sacerdoti e vescovi nel mondo militare. Mentre cresce il numero delle guerre, aumenta vertiginosamente l’export di armi (in Italia +40%), si studiano e si sperimentano nuovi sistemi d’arma per realizzare guerre umanitarie con bombe intelligenti, ci sembra davvero anacronistico e incomprensibile alla luce del vangelo, parlare di chiesa militare e di giubileo dei militari.
Ai nn .572-573 del documento finale del Sinodo citato, nel capitolo intitolato La via militare alle Beatitudini si legge: «Consapevole che Dio ha affidato la costruzione di un mondo nuovo ai poveri di spirito, ai miti, ai misericordiosi, ai puri di cuore, agli assetati di giustizia, il militare cristiano che porta le armi e sa di poter essere costretto ad usarle, sappia che la sua vita è inserita nello spirito delle Beatitudini che gli conferisce il ruolo di “operatore di pace”».
Risulta davvero interessante leggere queste affermazioni alla luce di quanto è scritto nei «Lineamenti di sviluppo delle forze armate negli anni ’90», documento presentato in Parlamento nell’ottobre ’91. Lì si parla di «concetti strategici di difesa degli interessi vitali ovunque minacciati o compromessi»; e questi interessi vitali da difendere riguardano «le materie prime necessarie alle economie dei paesi industrializzati». Onestamente non ci sembra che questa prospettiva possa portare a definire i militari cristiani «operatori di pace».
«In occasione del giubileo dei militari – continua Mosaico di pace – diventa auspicabile all’interno della chiesa italiana una riflessione aperta, serena ma ferma sul ruolo dei cappellani militari e sulla loro completa integrazione all’interno dell’apparato militare. Ma l’appuntamento giubilare è anche l’occasione per alcune domande.
Non potrebbe essere questo il momento significativo, in cui i cappellani scelgano di rinunciare alle stellette e ai privilegi che esse comportano? Perché, infine, non cogliere questo momento propizio per chiedere perdono a don Milani e a tutti coloro che hanno scelto l’obiezione di coscienza? Ci spiace ricordare che la sentenza di condanna non è stata mai cancellata e pesa ancora nei registri penali ai danni del priore di Barbiana».
Mi sembra che questo editoriale, riportato quasi integralmente, ponga bene la questione. Oggi più che mai urgente perché la guerra è una tragica realtà che ci vede coinvolti.
Pax Christi aveva già posto il problema con un appello ai vertici ecclesiali e ai politici, senza molto successo, in occasione del Convegno della chiesa italiana a Palermo, nel 1995. E ancora in occasione del 30° anniversario della morte di don Lorenzo Milani, come si ricordava nell’editoriale di Mosaico già citato.
Anche per il Congresso eucaristico a Bologna, dove è prevista una celebrazione eucaristica presieduta dall’ordinario militare, Pax Christi interviene chiedendo di «aprire un dialogo sul ruolo dei cappellani militari: la loro smilitarizzazione potrebbe essere un gesto significativo e concreto di conversione, proprio in occasione del Congresso eucaristico, anche alla luce del giubileo del 2000, per iniziare il terzo millennio più fedeli al vangelo di Cristo nostra pace» (20 settembre ’97).
L’appuntamento più importante su questo tema dei cappellani militari è stato senza dubbio il seminario di studio che si è tenuto alla Casa per la pace di Firenze nel novembre ’97, promosso in collaborazione con il Centro studi economici e sociali per la pace: «Cappellani militari oggi e… domani», con relazioni di giuristi, di un rappresentante autorevole dell’Ordinariato militare e di Pax Christi.
«Si è ribadita pertanto la necessità – si legge nel comunicato finale – di un sempre maggiore impegno non solo della chiesa presente tra le forze armate, di cui s’è riscontrata la disponibilità al dialogo, ma di tutta la chiesa italiana per un cammino sempre più determinato sulla via della nonviolenza e della pace».
È stata la prima e per ora l’unica occasione di confronto ufficiale tra un rappresentante dell’ordinariato militare e Pax Christi. C’è da augurarsi che il dialogo possa continuare, alla luce delle nuove situazioni di guerra in atto.
Per concludere, vanno rilanciate alcune domande.

PARLIAMO DI GRADI
E DI… SOLDI
Perché non scegliere anche per i cappellani nell’esercito un ruolo di presenza sul modello della polizia di stato o degli istituti penitenziali, dove ci sono dei cappellani, con accordi ma senza essere inquadrati nella struttura? Insomma, senza stellette e senza (so di toccare un tasto delicato…) stipendio. Lo stipendio di un cappellano militare è quasi il triplo di quanto percepisce un normale prete dall’Istituto di sostentamento del clero. E, oltre alla tredicesima, sono coperte anche tutte le spese per ufficio, telefono, macchina e autista. Questo mi diceva tempo fa un amico cappellano-capitano. Stipendi, quindi, in rapporto ai gradi militari. E l’ordinario militare è equiparato ad un generale. Perché allora non tornare ad essere, preti come gli altri, inseriti in una diocesi come gli altri e non in una diocesi castrense come avviene oggi?
Questo sicuramente aiuterebbe ad essere più liberi. A non rispondere come mons. Marra, già ordinario militare negli anni passati, che parlando della situazione balcanica (non c’era stato ancora l’intervento militare della Nato) ebbe a dire al settimanale diocesano di Udine, La vita cattolica: «Monsignor Bettazzi e il compianto monsignor Bello scrivevano che era urgente operare per risolvere il problema della Bosnia- Erzegovina, ma imploravano che non si usasse la forza: una posizione troppo idealistica e, a mio avviso, inoperosa e inconcludente».

IL RIPENSAMENTO
DI MONS. SUDAR
Due citazioni, autorevoli, possono essere la conclusione di quanto fin qui esposto, con la speranza che il tema della guerra e della pace, della violenza e nonviolenza possa essere di nuovo affrontato anche con chi crede che l’unica strada sia quella delle armi.
La prima citazione è di mons. Luigi Bettazzi, già presidente di Pax Christi che, subito dopo la tragedia di Nassiriya del novembre 2003, scrive: «È tardi, ma non troppo tardi, per ridare all’Onu non una funzione di servile copertura, ma un’autentica autorità per aiutare il popolo iracheno a realizzare la democrazia e lo sviluppo, con un governo non sospetto e una ricostruzione non interessata. Lo chiede la volontà di pace della maggioranza dell’umanità, lo esige il sangue di questi nostri giovani morti nell’illusione di poter diventare operatori di pace».
La seconda, che ci riporta in Bosnia, è del vescovo ausiliare di Sarajevo, mons. Pero Sudar, che sulla rivista dell’Azione cattolica italiana Segno nel mondo, n. 4 del 16 marzo 2003, scrive:
«La guerra nella mia patria e le sue tragiche conseguenze mi hanno costretto ad immaginare il corso della storia senza le guerre, con cui si intendeva combattere le ingiustizie ed abbattere i sistemi ingiusti. Riconosco di essere stato convinto anch’io che l’uso della violenza sia utile e necessario quando si tratta della libertà dei popoli. Dopo aver visto e vissuto da vicino che cosa vuol dire la guerra di oggi, non la penso più così. Sono profondamente convinto, e lo potrei provare, che l’uso della violenza ha portato sempre un peggioramento».
«(…) tutto questo obbliga la chiesa – continua Sudar – a farsi segno di contraddizione e ad unire la sua voce a tutte quelle che gridano la pace anche nelle condizioni che, a prima vista, postulerebbero la guerra… Occorre applicare letteralmente il monito di Cristo rivolto a Pietro che con la spada voleva proteggere la vita del giusto e dell’innocente: … basta così! (Lc.22,5). Oggi l’unica scelta della chiesa è la nonviolenza, perché questa è l’unica strada, magari lunga e sofferente, alla pace che viene garantita dalla giustizia».

COMANDI, DON MARIANO!

Nassiriya, natale 2003. Nella base italiana di Nassiriya (An Nassiryiah, nella dizione locale) l’inverno picchia duro ed al freddo si sommano la paura e la nostalgia per una casa lontana. Molti soldati cercano conforto in Cristo, in quella chiesa che non abbandona nessuno e che, in questo sperduto angolo di deserto iracheno, è rappresentata da don Mariano.
Don Mariano è un bell’uomo dallo sguardo fiero ed il fisico scattante. Appuntata sul petto ha una croce al posto del grado da capitano che potrebbe mettere. Forse fra tutti quelli che ho conosciuto è l’ufficiale più ruvido e netto.
È il cappellano militare della Brigata Sassari ovvero il fulcro del contingente militare italiano che da diversi mesi opera a Nassiriya, nel sud dell’Iraq.

«Noi siamo qui per difendere e non per offendere», mi dice un giorno durante un’intervista.
«E la pace va difesa anche con le armi in pugno come stanno facendo questi soldati. Perché dovremmo andare via? Ci sono stati dei morti che hanno versato il sangue per la patria e noi cosa dovremmo fare per onorarli? Scappare? Andare via?».
Domando: cosa risponde a quei settori della chiesa cattolica che si oppongono a questa guerra e alla conseguente occupazione militare? Non l’avessi mai chiesto, don Mariano mi fulmina con le parole e con lo sguardo: «Noi italiani non siamo in guerra con nessuno e soprattutto non siamo una forza di occupazione, questo deve essere ben chiaro. Noi siamo operatori di pace. A quei settori della chiesa che vogliono la pace a tutti i costi non so cosa dire, forse che sono lontani dal mondo reale quello che c’è qui a Nassiriya…».
Cosa pensa dei pacifisti?, insisto. «Ho un senso di nausea quando vedo certe manifestazioni… Ognuno poi è libero di pensare un po’ quello che vuole, anche mio fratello è un pacifista ed io non posso certo impedirglielo. Ma quando vedo certi personaggi… Ho sentito che ultimamente alcune Ong che avevano tanto criticato l’intervento armato hanno chiesto una scorta armata per entrare nel paese. E io non gli avrei dato un bel nulla! Vi siete opposti alle armi? Siete pacifisti? Allora dovete rifiutare le armi sempre non solo quando vi fa comodo, quando siete a casa vostra comodi comodi. E poi come si chiama quel medico…. milanese?».
Gino Strada?, domando incuriosito. «Ecco quello non lo posso proprio sopportare, da lui non prenderei nemmeno una medicina perché è un assassino!».
Come un assassino? Gino Strada? E perché?, chiedo allibito. «Perché lui con il suo pacifismo voleva tenere in piedi Saddam che era un killer, un dittatore spietato e quindi ne era complice!».
Meglio cambiare discorso… E per natale, don Mariano, cosa farete a mezzanotte? «Faremo la messa nella piazza della base, i carri armati verranno disposti per sembrare una piccola grotta e lì celebreremo il rito della nascita di Gesù».
Vorrei tanto dirgli: «Ma come Gesù, l’uomo della fratellanza e del perdono, lo fate nascere in mezzo a dei carri armati?», ma fedele al mio ruolo non dico nulla, anzi faccio il solito sorrisetto di circostanza e gli auguri di buon natale.
La tenda che funge da chiesa per tutto il campo è accogliente e ben riscaldata anche se piccolina (può contenere al massimo un centinaio di persone).
Conclude don Mariano: «Molti ragazzi stanno riscoprendo la fede proprio in questo frangente, in questa situazione di pericolo e lontananza dagli affetti di casa. Io sono qui per questo, per aiutare le anime di questi uomini che sono disposti a sacrificarsi per il bene comune».

Fuori dalla tenda è buio assoluto. La base, oscurata nella notte per motivi di sicurezza, è situata in mezzo al deserto iracheno.
Alcuni soldati, finita la messa di mezzanotte, imbracciano il fucile ed escono di pattuglia. Don Mariano li ha appena benedetti. Don Mariano ha appena detto loro che quel fucile è uno strumento di pace.

Renato Sacco




Noi, i figli dei marziani

Gli esperti di marketing, quelli che attraverso le giuste tecniche di lavaggio del cervello riescono a creare il bisogno per qualsiasi baggianata nell’indifeso consumatore occidentale, hanno come cardine del loro sapere un assunto: «Spàrala grossa, inventa, non avere limiti e non temere mai di essere ridicolo. Qualcuno riderà, ma qualcun altro ti seguirà e comprerà il tuo prodotto».
Claude Vorilhon, fondatore del culto raeliano, quando smise di fare il giornalista sportivo di scarso successo, divenne il profeta di questa «nuova religione» o, a seconda dei punti di vista, uno dei più grandi strateghi di marketing che la storia recente ricordi.
Il 13 dicembre del 1973, mentre girovagava nei pressi di una formazione vulcanica a Clermont Ferrand, nel cuore della Francia, venne rapito da alcuni alieni, alti come bambini; portatolo sulla loro astronave spaziale, essi gli impongono il nome di Rael (il messaggero) e gli comunicano una serie di consigli e rivelazioni sulle verità sull’Antico e sul Nuovo Testamento. Almeno questo è quello che lui racconta.
In un remoto passato, gli extraterrestri riuscirono a creare la vita artificialmente attraverso complesse tecniche di ingegneria genetica. Questo provocò una sollevazione popolare sul loro pianeta e gli scienziati, o elohim, ovvero «coloro che sono venuti dal cielo», vennero costretti a proseguire i loro esperimenti sulla terra, luogo sul quale nacque l’uomo attuale. Una storia un po’ complessa, ma comunque interessante.
L’uomo si ribellò e venne cacciato dal paradiso terrestre; successivamente, accoppiatosi con delle terrestri originarie, diede vita al popolo ebraico. Il resto ricalca più o meno le vicende principali della bibbia, dal diluvio universale, a Mosè, a Gesù… con l’aggiunta di qualche tocco di colore etnico, ad esempio l’inclusione di Maometto e Buddha tra i profeti.
Ma nel 1945, con lo scoppio della bomba atomica a Hiroscima, è iniziata l’epoca dell’apocalisse: la «rivelazione», l’era in cui la verità può essere presentata in termini scientifici e non più allegorici e simbolici.
Le sparate non mancano e l’unione della tecnologia con il sacro è un campo ancora abbastanza inesplorato. Rael racconta inoltre che, dopo la prima rivelazione, venne rapito ancora dagli ufo, che gli spiegarono chi fossero i suoi genitori: Jahvé, capo degli elohim, il babbo, e una donna rapita e inseminata artificialmente, la mamma.
Altre rivelazioni furono: l’inesistenza di Dio, del paradiso e dell’inferno; la presenza di un partito politico il cui capo è Satana, che vuole la distruzione degli uomini; l’inesistenza dell’anima e la ri-creazione post mortem di tutti i meritevoli sul pianeta degli elohim.

T utto questo, molto probabilmente, non bastava. Ci voleva il botto per avere un successo planetario e vendere il proprio brand (marchio) in tutto il mondo; e doveva essere davvero storico: tale da lasciare tutti senza fiato (o almeno coloro che hanno accesso ai mezzi di comunicazione).
Il botto è arrivato nel febbraio del 2003 e ha preso il nome di clonazione del primo essere umano nella storia. Nome della sventurata: Eva… Che fantasia! La notizia fece il giro del globo e, in poco tempo, la notorietà dei raeliani è diventata universale.
Mai nessuno aveva osato clonare un essere umano; ci avevano provato con le pecore, tori, topi, scarafaggi… ma con l’uomo mai. Troppe difficoltà tecniche, alti i rischi di creare mostri infelici, calpestata la morale, che, fino a prova contraria è quella che divide ancora il bene dal male.
Subito scattò lo scetticismo della comunità scientifica e l’anatema della chiesa, che duramente condannò l’avvenuto esperimento genetico. La prima venne rassicurata con vaghe promesse di test scientifici per provare l’avvenuta clonazione; mentre la seconda fu derisa e tacciata di oscurantismo.
Ovviamente, mai nessuno scienziato indipendente ha potuto confutare la veridicità delle affermazioni dei raeliani; il che fa capire che, fortunatamente, l’obbrobrio della creazione della vita in laboratorio è ancora lontano dall’essere concretizzato. Si capisce, soprattutto, che l’annuncio della clonazione era una pagliacciata per attirare l’attenzione e, quindi, denari da convogliare all’interno della comunità raeliana per il finanziamento delle varie attività, anche scientifiche, che portano avanti.
L a comunità raeliana conta circa 44 mila adepti in tutto il mondo, con la particolarità che essi, più o meno, credono nelle sparate teologiche di Rael, ma sono interessati soprattutto al finanziamento della ricerca scientifica, riguardante la clonazione umana. E chissà che un giorno, magari, i primi ad essere riprodotti saranno i soci. Infatti, la religione atea dei raeliani si è divisa in due branche: una spirituale e una scientifico finanziaria.
Nella prima, chiamata «struttura», ristrettissima e dove vivono solamente 1.500 persone, è presente una rigida gerarchia, con a capo Rael. E proprio perché è capo, egli gode anche di vantaggi pratici; quello più vistoso è costituito dall’«ordine degli angeli di Rael», cioè le sei donne che si prendono cura di lui. All’interno della comunità non esiste il matrimonio e la sessualità è molto disinvolta.
La seconda branca, invece, può vantare addirittura una società per azioni, la Clonaid, dove lavorano decine di scienziati, proiettati totalmente verso il raggiungimento della clonazione umana. Il laboratorio per gli esperimenti sarebbe alle Bahamas, dove pare che la clonazione sia legale.
Fenomeno marginale in fatto di proselitismo, il culto dei raeliani ha avuto un impatto mediatico senza precedenti nella storia delle religioni: nel giro di una settimana sono ascesi alla notorietà planetaria e hanno ottenuto lo scopo che si prefissavano, ovvero che si parlasse di loro, nel bene come nel male.
In Italia i raeliani sono circa 500, presenti in molte città e formano comunità piccole, ma ben organizzate, che propongono serate di dibattito e studio. Frequenti anche gli inviti nei vari talk show sulle più importanti emittenti nazionali, dove ovviamente amano stupire, sparandole grosse.
Da notare, però, che dopo la madre di tutte le sparate (la clonazione della bimba Eva), la loro smania di protagonismo è scemata e, da marzo, quasi non si hanno più notizie di loro e, soprattutto, della bimba. «Vi daremo tutte le risposte quando lo riterremo opportuno» sono soliti rispondere a chi fa notare che è passato un po’ di tempo dall’annuncio in mondovisione.
Concludiamo con il dire che il ritorno degli elohim è previsto per il 2035 e, per questo, è prevista la costruzione di Ufoland, una città religiosa tecnologica, che ospiterà gli illustri ospiti; il tutto, in Canada, che è anche la patria di Claude Vorilhon e paese dove hanno avuto maggiore successo i raeliani.

La prima puntata, dedicata alla televisione Tbne, è stata pubblicata su Missioni di settembre 2003.

Maurizio Pagliassotti




Una scintilla nell’incendio

Abbè Pierre, fondatore di Emmaus

Già partigiano e deputato all’Assemblea nazionale francese, l’Abbé Pierre resta l’anima carismatica di Emmaus, movimento
da lui fondato per dare speranza ai disperati
e lottare contro la miseria e le sue cause.
In questo incontro privilegiato con i lettori
di Missioni Consolata, egli rivela la sua visione sull’Africa e sul mondo, proiettata nel futuro.

Ouagadougou. Piccolo, con una lunga barba bianca e gli occhi azzurri vivissimi. Si sposta con l’aiuto di una sedia a rotelle o di un bastone. Eppure la sua presenza è costante, importante. Ha superato i 91 anni, ma è venuto in Africa per partecipare alla decima assemblea del movimento da lui fondato nel 1949. Sempre disponibile all’ascolto, ci accoglie nella sua stanza d’albergo il giorno della partenza, dopo una settimana passata tra riunioni plenarie, visite a gruppi e una marcia contro la miseria. Prima di tutto ci chiede di noi, ci fa raccontare. Capiamo di essere al cospetto di un grande…

Abbé Pierre, i conflitti nel mondo e in Africa sono in aumento, perché?

«In Africa essi derivano da gravi fattori specifici. All’epoca della colonizzazione furono tracciate le frontiere, senza tenere conto del passato e delle relazioni tra i diversi gruppi. Tale divisione, nella prima fase post coloniale, non provocava particolari rischi, perché gli eroi dell’indipendenza godevano di tale prestigio da disinnescare eventuali tensioni e mantenere i rispettivi paesi nella pace. Ma con la graduale sparizione di questa generazione di leaders, le aspirazioni separatiste si sono riaccese diventando motivi di conflitto.
Altre cause di guerra sono i problemi d’interesse e dominio, di potere economico e politico: molte guerre in Africa sono dovute alle ambizioni di personaggi che vogliono appropriarsi delle risorse del continente, materie prime, petrolio e minerali.
A tutto ciò si aggiungono le legittime proteste di popoli che si sentono sfruttati, impediti di sviluppare le potenzialità del proprio paese. Ne è un esempio la coltura del cotone in Burkina Faso: il paese è in ginocchio perché altri paesi produttori, come gli Stati Uniti, sovvenzionano i loro agricoltori, che possono vendere i loro prodotti a un prezzo inferiore al costo reale. Allo stesso modo milioni di tonnellate di cotone prodotto da vari paesi africani non trovano uno sbocco sul mercato mondiale. Questo può arrivare a essere un motivo d’insurrezione.
Se allarghiamo lo sguardo sul resto del mondo, vediamo che non ci sono solo le grandi guerre. C’è anche il terrorismo. Un gruppo di fanatici può mettere in ginocchio la più grande potenza del mondo, nonostante la sua impressionante forza tecnica e militare. Purtroppo stiamo constatando che le guerre di questo secolo appena cominciato non saranno solo quelle tradizionali, ma tendono a evolversi forme e manifestazioni di terrorismo».

Alcune grandi potenze occidentali hanno scelto una strategia di lotta al terrorismo…

«Non sarà facile né breve superarlo. Non dimentichiamo che in Europa abbiamo vissuto analoghi problemi e tensioni, con la differenza che non ci si combatteva con bombardieri ed elicotteri, ma a colpi di frecce e lance. Il terrore è stato superato in Occidente grazie all’impegno di personaggi eccezionali, con una vita evangelica diffusa a tutti gli strati della popolazione, facendo forza sul sentimento espresso nel Padre nostro, insegnando a ogni popolo a riconoscere la frateità con gli altri popoli.
È certo che, se non ci fosse stata questa predicazione del vangelo, le cose non si sarebbero potute evolvere come le vediamo oggi. Al tempo stesso, è evidente che, per fermare il terrorismo occorre un instancabile lavoro al fine di ottenere una diversa ripartizione delle ricchezze della terra; un’opera che si protrarrà per generazioni.
Sono due fattori della stessa importanza, benché su livelli diversi: uno è morale e interiore, l’altro politico e materiale».

Che consiglio darebbe a George Bush?

«Da un lato suggerirei di applicarsi a vivere i valori del vangelo nella vita personale; dall’altro di diventare competente nei problemi economici, politici del mondo, sempre più complessi, per potere poi sostenere quei governi che sono determinati di imboccare la strada della pace. Si tratta, al tempo stesso, di un problema intimo, di testimonianza di vita, e l’essere qualificato per esercitare una pressione positiva sugli stati».

Secondo lei, è possibile un vero sviluppo senza esclusione, ovvero la ridistribuzione di risorse a livello mondiale?

«Bisogna che i paesi poveri, come hanno dimostrato con determinazione nella recente conferenza di Cancun, si uniscano e si esprimano con un’unica voce sui problemi che hanno in comune. Questa conferenza, da tutti giudicata un fallimento, lascerà il segno nella storia: abbiamo visto tutti che le vittime dell’ingiustizia, in maniera inedita e inattesa, hanno fatto blocco e detto «no!». Questa presa di posizione degli stati del terzo mondo, uniti, è un avvenimento.
Bisogna incoraggiare ognuno di loro a continuare queste alleanze. Noi lavoriamo per fare una unione europea, ma c’è la necessità di un’unione africana forte e allo stesso tempo solidale con l’Asia e l’America Latina».

Quest’unità è stata fatta dai governanti dei paesi, ma la società civile che ruolo ha?

«I governi sono stati spinti a prendere tali posizioni perché sentivano che era quello che voleva la loro opinione pubblica. C’è stata una pressione, e questo li ha incoraggiati ad agire, per una vera democrazia, nella quale si è realizzato quello che voleva la gente».

La marcia che avete fatto come movimento Emmaus, a Ouagadougou, cosa voleva dire?

«Un piccolo segno. Ma è moltiplicando tali partecipazioni e prese di posizione che, nonostante la loro piccolezza, da un lato potremo diffondere e radicare la condivisione nello spirito evangelico, dall’altro rafforzare la resistenza alle grandi potenze.
Queste ultime non sono solo perversione e cupidigia, che rifiuta la condivisione; sono soprattutto causa di cecità. Se interroghiamo dei semplici cittadini negli Stati Uniti, ci rendiamo conto che non sono coscienti di quello che il loro governo sta facendo. Vuol dire che c’è un’educazione da fare «da popolo a popolo». E il vostro lavoro nella stampa è uno dei più validi strumenti».

Qual è il ruolo del movimento Emmaus nella società civile mondiale?

«È una scintilla in un incendio. Ognuno è molto piccolo, ne siamo coscienti. Qualsiasi partecipazione, in un qualsiasi movimento, è poco, ma è con tutte queste scintille che il fuoco diventa una forza capace di trasformare la materia!».

Emmaus dichiara «guerra alla povertà». Cosa vuol dire?

«Chiediamo che ogni famiglia abbia l’indispensabile, per dare ai bambini quello di cui hanno bisogno. Per questo è necessario trasformare noi stessi, per poi contagiare gli altri. San Francesco d’Assisi, per esempio, ha contribuito a stimolare queste evoluzioni interiori durante i secoli.
Allo stesso tempo ritorniamo sulla necessità di diventare competenti. I problemi mondiali attuali non hanno nulla a che fare con i dilettanti. Spesso, anche con le migliori buone intenzioni, facciamo delle stupidaggini e otteniamo risultati contrari a quello che volevamo. Come sacerdote, so di essere poco competente. Il mio ruolo è piuttosto quello di provocare il risveglio psicologico di ognuno: lavorare, studiare, essere ben informati per sapere disceere tra i programmi politici degli uni e degli altri, e appoggiare quelli positivi, mobilitando energie.
Ho 91 anni, si ricordi. È una follia».

Ma lei è sempre molto dinamico. Come lo spiega?

«Non ho spiegazioni; bisogna assolutamente farlo e anche voi dovete farlo. Dio mi ha lasciato la voce, ma ognuno di questi giorni di assemblea, di incontri personali, mi lascia sfinito. Quando mi vedono in forma arrivano tante chiamate, tutte valide, che mi chiedono di andare da una parte e dall’altra. Ma io non posso».

Come vede il futuro del movimento Emmaus?

«Non ho alcuna inquietudine, il movimento ha i suoi fondamenti, che si basano sul «Manifesto universale d’Emmaus», fatto 45 anni fa. In questi decenni il movimento ha conosciuto azioni di grande efficacia in determinati momenti storici; quotidianamente e ha portato avanti azioni minime, ma tutto ha contribuito al risveglio delle coscienze. Quando accolsi un uomo disperato, se mi avessero detto: «Un giorno ci saranno 400 persone di 47 paesi che si riuniranno nel centro dell’Africa per riprodurre le stesse azioni», io avrei detto: «Sognate!».
Certo, in ogni tappa e in ogni luogo del mondo è stato necessario trovare delle persone capaci e responsabili. Ma non ho inquietudini, a condizione che rinnoviamo periodicamente il nome e il fuoco di ciascuno, perché si rimetta a bruciare».

LA SVOLTA AFRICANA

Ouagadougou. H anno i colori dei quattro continenti, ma tutti con il loro bedge al collo: sono i 400 e più delegati di oltre 300 gruppi Emmaus, provenienti da 47 paesi dei quattro continenti. Per la loro decima assemblea generale (17-22 novembre 2003) hanno scelto Ouagadougou, capitale del Burkina Faso.
Nella sala dei congressi dell’Uemoa, al tavolo di presidenza, spicca un anziano con la barba bianca, vestito di nero: è l’Abbé Pierre, il sacerdote francese che 50 anni fa fondò il movimento. Anima i dibattiti il presidente di Emmaus internazionale, Renzo Fior, responsabile della Comunità di Villafranca (VR), rieletto per altri 4 anni.
Con l’aiuto di esperti africani, discutono sulla situazione del mondo attuale, con le sue speranze e le sue ingiustizie. Quindi rieleggono le cariche, emendano gli statuti, tracciano le linee operative per i prossimi 4 anni.
La base del movimento Emmaus sono le comunità, aperte a quanti vogliono condividere vita, lavoro e solidarietà con i poveri del mondo. Identica rimane la convinzione del fondatore: anche le persone più semplici, o gli esclusi dalla società competitiva, sono capaci di «piccole-grandi cose» e di forti provocazioni. Due sono i pilastri del movimento: servire per primi i più sofferenti; lottare per distruggere le cause della miseria. «Il primo è più facile e immediato – afferma un delegato -; più difficile il secondo: richiede lavoro di riflessione, attività che vanno nel senso dell’autonomia, solidarietà di lunga durata».

E mmaus non impianta progetti nei paesi del Sud. Persone e gruppi che, conosciuta la filosofia del movimento, chiedono di entrarvi, prima si mettono in contatto con i rappresentanti nazionali o regionali; quindi seguono visite per stabilire legami di conoscenza e amicizia reciproca; infine prende forma la comunità.
«È importante che ogni gruppo faccia un’attività economica per raggiungere l’autosufficienza – spiega il presidente Renzo Fior -. Fin dall’inizio deve esserci questa preoccupazione, altrimenti si crea una relazione di assistenza e dipendenza, dove chi dona, vuole poi controllare e giudicare i progetti. Gli africani ci dicono: siamo noi che viviamo qui, conosciamo realtà, abitudini, tradizioni e difficoltà; quindi spetta a noi valutare; l’aiuto deve essere uno scambio e la verifica fatta insieme. Dobbiamo stare attenti a non sostituire un colonialismo economico politico con “colonialismo solidale” degli aiuti».
S e si eccettua quella iniziale di Montreal, l’Assemblea generale di Ouagadougou è la prima tenuta fuori dall’Europa. L’evento è stato possibile solo ora, perché, secondo gli statuti, tocca ai gruppi locali a organizzarla.
La scelta del Burkina Faso è stata motivata da vari fattori. Prima di tutto è proprio qui che, 10 anni fa, è sorto il primo gruppo Emmaus. Il secondo fattore deriva dalla posizione che il continente occupa, oggi, nel panorama mondiale: l’Africa è il continente dimenticato. «Tenendo il momento più alto della vita del nostro movimento in Burkina, uno dei paesi più poveri del mondo – continua il presidente – vogliamo dare un messaggio forte all’opinione pubblica. Inoltre abbiamo voluto dare alla gente del movimento la possibilità di conoscere l’Africa e di rendersi conto delle difficoltà in cui vivono gli africani».

È soddisfatto il presidente di Emmaus internazionale per i risultati? «Più che all’interno del movimento, l’Assemblea ha guardato all’esterno, al suo ruolo nella società civile mondiale, all’insegna dello slogan: “Insieme, agire, denunciare”. Insieme: perché crediamo nel valore del movimento. Agire: perché operiamo in situazioni di miseria e mancanza di diritti, cercando di ristabilire una certa giustizia. A partire da tale situazione abbiamo il diritto e dovere di denunciare.
Abbiamo sempre avuto questo ruolo, ma dopo quest’incontro la denuncia diventa pane l’agire quotidiano. Ma non è la denuncia del teorico, ma di gente semplice, che per tutta la settimana raccatta cose che gli altri buttano via, dà loro un valore e vi ricava quanto serve a realizzare tante attività. Se viene da un gruppo che agisce, la denuncia diventa più credibile. Se una realtà tanto piccola riesce a risolvere certi problemi, vuol dire che chi ha più possibilità e capacità potrebbe farlo in maniera definitiva.
I nuovi statuti di Emmaus non hanno niente di rivoluzionario, ma sono stati codificati vari punti in maniera chiara e sistematica: denunciamo la politica neoliberale e coloniale, le guerre come scelta dei paesi ricchi per continuare a sfruttare le risorse economiche dei paesi del Sud; denunciamo il blocco e la chiusura del nostro mondo sviluppato nei confronti dei prodotti che vengono dal Sud; denunciamo le politiche perverse degli organismi inteazionali che, con le loro proposte di aggiustamenti strutturali, aumentano il numero dei poveri e hanno creato un’altra forma di colonialismo, ammantata di preoccupazione per lo sviluppo».
I delegati hanno elaborato anche un documento con le linee di lavoro per i futuri quattro anni: un manuale operativo centrato su 5 temi: economia di giustizia, coscientizzazione liberatrice, nuovi stili di vita e di consumo, finanza etica, pace e nonviolenza, lotta al terrorismo.
«Sono cose molto concrete. E il fatto che i gruppi si sentono impegnati a metterle in pratica provoca una riflessione all’interno delle realtà locali e importanti conseguenze concrete. Circa la finanza etica, per esempio, la comunità deve verificare se esiste sul proprio territorio, mettersi in contatto e depositare i propri soldi. Il problema della pace spinge a denunciare la produzione e commercio di armi. Per i nuovi stili di vita si chiede a ogni comunità di fare un’analisi chiara sui consumi e cercare nuove forme di energia. La coscientizzazione liberatrice sprona a creare una coscienza critica nei confronti dei meccanismi di potere, insegnando le varie materie».

D all’Assemblea sono emerse anche le due anime del movimento Emmaus. Quella maggioritaria pensa a un’organizzazione forte, capace di rispondere alle sfide di oggi; quella minoritaria rivendica l’autonomia di gruppo. «Una parte di noi ha paura che tutto, attività e politica, venga deciso dall’alto. Nessuno vuole che succeda, poiché la vita di Emmaus nasce dai gruppi locali, non è decisa a tavolino, nelle discussioni fatte a Parigi o altrove. Tuttavia un movimento internazionale è un sostegno per il gruppo e amplificazione del problema – rincara il presidente e porta un esempio: «Alcuni gruppi indiani fanno un lavoro di difesa dei diritti degli intoccabili nel sud dell’India. Che questa lotta rimanga circoscritta nell’ambito indiano può essere utile; se invece, a partire da questa esperienza, si riesce ad allargae l’eco e il movimento la fa propria, le persone sul posto saranno meno esposte».
«Il risultato politico è positivo – conclude Renzo Fior -. Ma ci sono alcune remore ancora esistenti all’interno. La dichiarazione finale è passata quasi all’unanimità, ma essa non si è tradotta sulla parte politica degli statuti. Leggo comunque la volontà e la possibilità di poter lavorare, perché il movimento è già su questa strada».

Marco Bello




Poveri & isolati

Un missionario, non più giovane, sperduto nella selva colombiana,ma
con la voglia di rimboccarsi le maniche di fronte ai molti problemi
causati da lontananza abbandono, sfruttamento del suolo,guerriglia…
E chiede una mano, soprattutto per i bambini.

Solano, con la sua foresta meravigliosa e, nello stesso tempo, piena di insidie; non esclusi gli scontri tremendi tra guerriglia, paramilitari e narcotrafficanti, che generano solo morte, distruzione, paura e, soprattutto, famiglie distrutte, bambini soli, anziani abbandonati a se stessi e tanta (ma tanta!) povertà.
Mi trovo, ormai alla soglia dei 60 anni, a lavorare in questo paese, dopo un periodo trascorso in Venezuela, tra gli indios guajiros, con la salute traballante (11 operazioni in dieci anni), ma contento di essere missionario della Consolata. Siamo due padri e quattro suore Carmelitas misioneras, tutti colombiani, tranne il sottoscritto.
Qui la vita (se si può chiamare così) è lotta dura; fin da bambini ci si educa all’arte di arrangiarsi come uno meglio può. Un contatto strettissimo con le varie famiglie delle veredas (comunità rurali: ne abbiamo 145), mi ha aiutato a fissare l’attenzione sul problema molto grave e urgente di questi bambini: molti sono disabili; altri con il labbro leporino, a causa della coca; la maggior parte senza genitori, fuggiti a causa della guerriglia, ammazzati, o spariti nel nulla.

Tentazione «della foglia»
Il comune di Solano è situato nel trapezio amazzonico colombiano, sulla sponda sinistra del fiume Caquetá, a 170 chilometri da Florencia, capoluogo della regione. È il comune più esteso della Colombia: 43 mila chilometri quadrati, la maggior parte costituito da foresta vergine.
La zona è solcata da due grandi fiumi: il Caquetá, affluente del Rio delle Amazzoni, e l’Orteguaza che, nelle vicinanze di Solano, confluisce nel primo.
Non esistono strade: uniche vie di comunicazione sono i fiumi. Gli abitanti, circa 20 mila, sono per la maggior parte contadini. Provengono da diverse regioni della Colombia ed è quindi difficile parlare di cultura «caquetegna». Parecchi agglomerati umani nascono, crescono e muoiono in poco tempo. Gli unici mezzi di trasporto sono la canoa e il cavallo; non essendoci strade, sono molto disagiati e costosi. La commercializzazione dei prodotti agricoli diventa quasi impossibile.
Unitamente ai contadini, esistono alcune comunità indigene di witotos, inganos, tamas, karijonas e coreguajes. Quasi tutti questi gruppi si sono in parte integrati col resto della società; altri, più isolati, conservano ancora tradizioni, lingua e abitudini culturali. Solo in questi anni il governo sta favorendo una politica del territorio riservato agli indigeni, ma sia i contadini come gli indigeni vivono la stessa situazione di emarginazione e abbandono.
La popolazione vive di un’agricoltura di sussistenza (che produce manioca, mais, banane) e qualche forma di allevamento di bestiame. La vera sorgente di guadagno, però, a cui la maggioranza dei contadini si dedica, è la coca. Nonostante i rischi connessi all’attività della «foglia», il suo mercato sicuro, il suo facile trasporto e il pagamento in contanti l’hanno convertita nella coltivazione più comune e pratica.
Nel Caquetá è raro che un contadino non coltivi coca, anche se in realtà questa non lo fa ricco, pur aiutandolo a sopravvivere. Il boom della coca ha causato una crescita esorbitante del costo della vita e sta strangolando l’economia familiare. Il prezzo della coca è fluttuante, mentre i beni di prima necessità continuano a rincarare. Inoltre, il cemento e la benzina – prodotti importanti per l’economia della regione – hanno prezzi esorbitanti e continuano a scarseggiare per il fatto che sono pure gli elementi essenziali nella lavorazione della coca.

Privi di (quasi) tutto
La droga ha portato in questa regione la perdita dei valori umani. Dilagano violenza, vendetta, sfiducia verso gli altri, immoralità e corruzione a tutti i livelli. I contadini sono coscienti del degrado che la droga apporta, ma proseguono nella sua coltivazione, perché non ricevono alcun sostegno nel tentativo di coltivazioni alternative.
I problemi economici si riflettono anche sulla scuola. Pochi privilegiati riescono a terminare i cinque anni di scuola elementare; solo 40, delle 145 comunità del comune di Solano, hanno scuola e maestro. Circa il 60% della popolazione in età scolastica non siederà mai su un banco di scuola, a causa delle grandi distanze e difficoltà di trasporto.
Il problema della salute non è meno preoccupante. Nel comune di Solano il servizio medico è disimpegnato da due dottori. La popolazione è affetta dalle tipiche malattie tropicali: malaria, ameba, tifo, infezioni e febbre gialla. Sono frequenti i casi di denutrizione e mortalità infantile, mentre altre malattie potrebbero essere evitate con un minimo di medicina preventiva.
L’alimentazione è basata sul mais, manioca, riso, banane e raramente si consumano altre verdure e frutta; l’acqua è tratta dai fiumi. Le case sono, per la maggior parte, palafitte di legno, disadoe e spesso animali di tutti i generi (serpenti compresi) vi hanno libero accesso.
L’ecosistema di questo territorio ha sofferto gravi alterazioni negli ultimi anni, soprattutto a partire dalle coltivazioni: i coloni hanno abbattuto indiscriminatamente la foresta, per trasformarla in pascoli e campi coltivabili. Anche se la maggior parte del terreno continua ad essere foresta, il danno inferto alla natura già si sta notando nel cambiamento dei ritmi delle precipitazioni.
Le alternative
La parrocchia di Solano si è fatta promotrice di sviluppo e partecipa a un vasto piano di promozione sociale. Da almeno 10 anni, ha iniziato un processo di riflessione, con alcuni contadini, sui problemi che la coltivazione della coca ha portato nella zona. Si è iniziato a proporre la coltivazione di caucciù, cacao, sesamo e arachidi in sostituzione della coca. Si sono aiutati i contadini con corsi di addestramento e la distribuzione di semi e strumenti di lavoro. Coltivazioni nuove stanno già dando i primi frutti.
La sostituzione della coca non è un fatto puramente economico, ma deve essere accompagnato dal risveglio di altri valori umani e cristiani. Si è, allora, favorito il dibattito sulle realtà sociali, alcornolismo, aids, scuola… iniziando pure corsi di alfabetizzazione e avviamento professionale.
La comunità cristiana è intensamente attiva in programmi di salute, assistenza ai poveri e anziani, microimprese e interventi socio-economici di vario tipo; non ultimo, il grave e urgente problema dei bambini abbandonati.
Il nostro è un progetto molto semplice, dato che da noi non ci sono strutture statali. Abbiamo in mente di raggruppare questi bambini e prestare loro aiuto, a secondo delle necessità. Qui, a Solano, vorremmo costruire due saloni con una cucina, per dare la possibilità ai bambini soli ed abbandonati di continuare gli studi. Il terreno lo abbiamo, manca tutto il resto.
Tra i casi più urgenti e gravi, una bambina, che si chiama Maria Yaqueline Anturi Nieves, nata con una malformazione al cervello. Ha solo un anno e ha bisogno di una operazione molto costosa. Ho perfino interpellato il vicepresidente della Colombia, ma, a tuttoggi, niente.
Non perdiamo la speranza, anche se, guardandoci attorno, lo scoraggiamento invade il cuore e viene voglia di mollare tutto. Viviamo con la sfiducia di trovare gente di buona volontà, che in qualche modo ci venga incontro.
Perché noi missionari doniamo sì la vita, ma senza l’aiuto di chi può darci una mano, nulla riusciremo a fare, in favore di chi è davvero nel bisogno.

Renato Riboni