EJJP: cosìè e cosa fa

Nata ad Amsterdam nel 1992, la Ejjp (European Jews for a just peace, ebrei europei per una pace giusta), è una federazione di gruppi ebraici di vari paesi europei che si oppongono con azioni nonviolente all’occupazione dei Territori palestinesi. La fine di tale occupazione rappresenta, a loro avviso, la prima e più importante pre-condizione per la pace.
La Ejjp ha partecipato insieme alla popolazione palestinese di Bi’lin alle proteste contro il muro di separazione; ha organizzato la riunione del proprio comitato esecutivo durante la conferenza internazionale indetta per l’anniversario della lotta nonviolenta intrapresa dal villaggio; ha incontrato i membri del neoeletto parlamento palestinese, Hamas compresa, e ha aiutato la gente a ripiantare gli alberi di ulivo sradicati dagli israeliani.

La Dichiarazione di Amsterdam
«Noi, rappresentanti di 18 organizzazioni pacifiste ebraiche di 9 paesi europei, ci siamo riuniti per la Conferenza “Non dire che non lo sapevi” in Amsterdam, il 19 e il 20 settembre 2002, chiamati a discutere su: a) il governo israeliano deve cambiare la sua attuale politica e dar seguito alle proposte contenute nella presente dichiarazione; b) tutti i governi, Onu e l’Ue, devono esercitare pressioni sul governo israeliano affinché porti avanti tali proposte.
Crediamo che l’unica strada per uscire dall’attuale situazione sia attraverso un accordo basato sulla creazione di uno stato palestinese indipendente e vivibile e la garanzia di sicurezza per Israele e per la Palestina. Condanniamo tutte le forme di violenza contro i civili, da chiunque siano perpetrate.
Chiediamo: la fine dell’occupazione israeliana dei Territori palestinesi e il riconoscimento dei confini del 4 giugno 1967; il ritiro totale di tutti gli insediamenti ebraici dai Territori occupati; Il riconoscimento del diritto di entrambi gli stati ad avere Gerusalemme come loro capitale; il riconoscimento da parte di Israele della sua parte di responsabilità nel problema dei profughi palestinesi. Rivolgiamo un appello alla comunità internazionale, specialmente all’Europa, affinché offra un sostegno politico ed economico».

Boicottaggio dell’occupazione
Durante l’incontro di Londra, nel settembre 2005, la Ejjp ha deciso di aggiungere alla sua dichiarazione di intenti le seguenti clausole: a) la Ejjp sostiene azioni nonviolente che hanno lo scopo di porre fine all’occupazione israeliana della terra palestinese e alla violazione delle leggi inteazionali; b) la Ejjp richiama tutti gli stati ad assicurare che le loro relazioni con Israele siano in accordo con le leggi inteazionali e con la Dichiarazione universale dei diritti umani.
«Per 38 anni nei Territori hanno avuto luogo confische di massa della terra, blocchi stradali, uccisioni extragiudiziarie, chiusure, coprifuochi, punizioni collettive. Il governo israeliano, attraverso gli anni di occupazione, si è sentito autorizzato a violare le leggi inteazionali… Le Nazioni Unite e la comunità internazionale hanno fallito nel portare a compimento ogni concreta sanzione contro la violazione israeliana del diritto internazionale. La nostra azione di cittadini attraverso l’Europa è rivolta ai governi affinché smettano di usare due pesi e due misure e di assecondare Israele».

Angela Lano




Non dimenticare i malati cronici

L’Organizzazione mondiale della sanità propone un nuovo obiettivo: ridurre la mortalità per malattie croniche, causa di morte in paesi ricchi e poveri.

Malattie cardiovascolari, ictus cerebrale, cancro, diabete, patologie che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) definisce responsabili di un’epidemia globale, per la quale non vi sono confini fra Nord e Sud del mondo. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, sono infatti diffuse anche nei paesi poveri, con il loro carico di morte e disabilità, ostacolo alla vita e allo sviluppo economico di famiglie e stati.

IL NONO OBIETTIVO
Le malattie croniche, secondo un rapporto pubblicato dall’Oms all’inizio di ottobre del 2005, sono responsabili della morte prematura di 17 milioni di persone ogni anno. L’80% di questi decessi si verifica nei paesi a basso e medio reddito, dove fra l’altro le persone (sia donne sia uomini) si ammalano in età più giovane, con conseguenze maggiori sul lavoro e l’economia: il 41% di morti per malattie croniche in Sudafrica e il 35% in India hanno un’età fra i 35 e i 64 anni.
I dati presentati dall’Oms sono stati ricavati da 9 paesi (Brasile, Canada, Cina, Gran Bretagna, India, Nigeria, Pakistan, Russia, Tanzania), molti dei quali non considerabili ad alto reddito, ed è stimato anche l’impatto economico: le perdite collegate a queste morti premature e ai malati cronici dal 2005 al 2015 sarebbero intorno ai 558 miliardi di dollari in Cina, 236 in India e 303 in Russia.
L’Oms quindi, a 5 anni dalla dichiarazione degli Obiettivi di sviluppo del millennio, ha proposto di aggiungee uno nuovo, da ottenere entro il 2015: ridurre ogni anno del 2% il numero di morti per malattie croniche. Il raggiungimento di questa meta salverà la vita a 36 milioni di persone, metà delle quali non ancora settantenni.
L’Oms afferma anche che le conoscenze per arrivare al risultato sono a portata di mano: la strada della prevenzione e del trattamento è possibile perché le conoscenze scientifiche attualmente disponibili mettono a disposizione soluzioni efficaci e accessibili. Nel rapporto sono foiti anche consigli pratici sulla strada da seguire per ridurre la mortalità e migliorare la vita di milioni di persone: ogni paese, indipendentemente dal suo livello di risorse, ha la possibilità di ottenere miglioramenti significativi nella prevenzione e nel controllo delle malattie croniche.

RIDURRE IL RISCHIO
La maggior parte delle malattie croniche è causata da pochi fattori di rischio, conosciuti e prevenibili, su cui intervenire per bloccare questa epidemia «globale». I più importanti sono: una dieta poco sana, la mancanza di attività fisica e l’uso di tabacco, accanto anche a ipertensione e alta concentrazione di zuccheri e di colesterolo nel sangue.
L’Oms riporta come circa l’80% delle malattie cardiache, ictus cerebrale e diabete a insorgenza precoce e il 40% dei cancri possano essere prevenuti attraverso una dieta sana, un’attività fisica regolare ed evitando i prodotti del tabacco. È proprio sulla prevenzione che l’Oms chiama a raccolta gli sforzi delle nazioni: bastano alcune iniziative semplici ed economiche per arrivare a rapidi risultati.
Tutti sono coinvolti: governi, industria privata, società civile e comunità. Catherine le Galès-Camus, assistente alla direzione del settore dell’Oms che si occupa di malattie non trasmissibili e salute mentale (Noncommunicable Diseases and Mental Health), ha sottolineato che si conoscono i passi da fare di fronte a un numero crescente di persone che muoiono e soffrono molto a lungo per malattie croniche, ed è necessario agire, subito.

I NUMERI DELL’ASIA
Considerando solo i paesi del Sud-Est dell’Asia, questo nuovo obiettivo del millennio salverebbe otto milioni di vite nel decennio a venire. In questa parte del mondo, infatti, oltre la metà delle cause di morte rientra fra le patologie croniche e, secondo le previsioni, da qui al 2015 uccideranno 89 milioni di persone, di cui 60 nella sola India.
Ricerche pubblicate sulla rivista medica Lancet, che all’argomento ha dedicato una serie di articoli, riportano come in India le malattie croniche siano responsabili di oltre la metà dei decessi: le malattie cardiovascolari e il diabete sono diffuse in particolare nei centri urbani e il tabacco è la causa di una grande fetta di tutti i tumori. Nel paese, il consumo di tabacco, sia fumato sia da masticare, è comune soprattutto fra le persone povere e nelle regioni rurali; ancora, fattori di rischio quali l’ipertensione e i livelli alti di grassi nel sangue non vengono adeguatamente riconosciuti e trattati.
In Cina, i morti per malattie croniche raggiungono addirittura l’80% del totale e i maggiori protagonisti sono le patologie cardiovascolari e i cancri. I fattori di rischio sono diffusi: sono oltre 300 milioni gli uomini che fumano sigarette e 160 milioni gli ipertesi, la maggioranza dei quali senza terapia. Si pensa poi che sul suolo cinese sia prossima un’epidemia di obesità: nelle grandi città, oltre 2 bambini su dieci fra i 7 e i 17 anni sono già sovrappeso od obesi.
L’obesità, presente anche in paesi poveri, è il fattore di rischio maggiore per le malattie croniche e si stima sia collegata a due milioni e mezzo di morti ogni anno.

NON SI PUO’ ASPETTARE
Il carico di morte e malattia di queste patologie appare in salita. Gli Obiettivi di sviluppo del millennio stabiliti nel 2000 si sono occupati esplicitamente di tematiche sanitarie in tre settori: ridurre la mortalità infantile, migliorare la salute matea e ridue la mortalità, prevenire la diffusione di malattie infettive, come Hiv/Aids, malaria e altre.
Ora l’attenzione viene portata anche sulle malattie croniche, che sempre su Lancet, in un editoriale di accompagnamento alla serie di articoli dedicati al tema, vengono definite come una «epidemia dimenticata», nonostante rappresentino una consistente percentuale delle patologie che minacciano la salute dell’uomo.
Sempre l’editoriale, riporta infatti come, secondo le previsioni del 2005, il 30% dei morti previsti nel mondo sarebbero appannaggio di malattie cardiovascolari, il 13% di cancro, il 7% di malattie respiratorie croniche e il 2% di diabete. Se non si inizia subito a fare qualcosa, viene sottolineato sulla rivista, si rischia di perdere il guadagno ottenuto dagli interventi sulle malattie infettive, perché queste patologie prevenibili travolgeranno, ancora una volta, le persone meno in grado di proteggersi.
Non ci sono dunque scuse, secondo il mondo medico, per continuare a permettere che le malattie croniche uccidano milioni di persone ogni anno, quando ci sono a disposizione le conoscenze scientifiche per impedirlo.

Valeria Confalonieri

Valeria Confalonieri




L’innocenza violentata

Questa è un’intervista «forte»: gli argomenti sono da brividi. Di più, sono dei pugni allo stomaco. Ma fanno pensare a un dramma sul quale è delittuoso chiudere gli occhi. Come ci dice don Fortunato Di Noto, la «strage degli innocenti» non ammette coscienze dormienti.

Lisa chiede alla maestra: «Chi è il pedofilo?». «Il pedofilo – risponde l’insegnante – è un uomo che sembra buono, un uomo che fa finta di essere un vostro amico, perché si mostra affettuoso e perché non vi fa sentire soli, ma che poi vi chiede di fare giochi strani insieme a lui». Entusiasta come tutti i bambini, Lisa replica: «Ma è bello giocare!». Paziente, la maestra riprende a spiegare: «Certamente. Quello dei pedofili, però, non è un gioco, è un modo diverso di cercarvi, di incontrarvi, di accarezzarvi, di toccarvi, di stare insieme, anche quando voi non volete, anche quando a voi non piace, è qualcosa che dopo tempo vi fa stare male. Il pedofilo non vuole che raccontate a nessuno cosa fate insieme e dice che deve essere un segreto».
Questo dialogo tra Lisa e la maestra è riportato in uno splendido libretto dal titolo Raccontarsi. Mamma, papà, maestra: cos’è la pedofilia?.
È una pubblicazione di «Meter», l’associazione fondata e diretta da don Fortunato Di Noto, il sacerdote conosciuto come «il prete anti-pedofilia». Con il padre siciliano, parroco ad Avola, cittadina della provincia di Siracusa, abbiamo lungamente conversato, proprio in coincidenza con un periodo che vede la pedofilia sulle pagine dei giornali e nei discorsi della gente comune.

NUMERI INCREDIBILI

Don Di Noto, potrebbe dare delle stime in merito al fenomeno degli abusi sui minori?
«La difficoltà è avere stime che rispecchino concretamente la realtà dell’abuso (inteso in senso lato); per non citare i bambini scomparsi, trafficati, venduti, “i bambini fantasma” (quelli nati ma che non hanno una identità anagrafica); i bambini del lavoro minorile; i bambini soldato o quelli vittime del traffico di organi. Questa condizione ci inquieta, ci vergogna, ci indigna ma soprattutto ci deve impegnare.
Comunque, se dovessimo definire la condizione dell’infanzia e della adolescenza in Italia e nel mondo attraverso i numeri, allora potremmo dire che “la strage degli innocenti continua”, un vero e proprio “rosario della sofferenza e del dolore”, un “olocausto silenzioso”, così silenzioso che imbavagliamo le grida assordanti di bambini e bambine che interpellano le nostre coscienze dormienti.
Se guardiamo – ad esempio – al dossier di Fides e al rapporto Unicef, possiamo scoprire numeri da brivido:
• 860 milioni di bambini nel mondo hanno un futuro drammatico con 211milioni di “bambini operai”; alla radice di molte forme di sfruttamento c’è il fatto che nei più poveri tra i paesi in via di sviluppo oltre 50 milioni di bambini non vengono nemmeno registrati alla nascita;
• in Asia, l’ultimo rapporto Unicef parla di 24 milioni di piccoli “clandestini” nella loro stessa terra, e per l’Africa subsahariana si sale a 28 milioni di nascite non registrate;
• ogni 9 ore un bambino di strada muore di fame, di stenti, di freddo: sono 120 milioni i bambini di strada, incontrati tra le fogne di Bucarest o ai margini delle strade del Brasile, o nella vasta distesa della terra Russa, o iraniana e irakena;
• sono almeno 300 mila i “piccoli soldati”;
• 11milioni di bambini muoiono di fame prima di aver compiuto 5 anni;
• il traffico di esseri umani è un problema su scala mondiale che coinvolge ogni anno almeno 1.200.000 minori al di sotto dei 18 anni;
• 4 milioni di bambine vengono comprate e vendute per matrimoni, prostituzione e schiavitù;
• 2 milioni di bambine hanno gli organi genitali mutilati;
• in Asia i due terzi dei bambini che non ricevono un’educazione sono bambine e la conseguenza è che poi saranno donne analfabete: oggi oltre 600 milioni;
• nella nostra civile Italia, circa 20 mila sono i baby accattoni di cui 8.000 solo nel Lazio, come ha messo in luce l’inchiesta parlamentare italiana presentata nella Giornata dell’infanzia.
E con numeri e statistiche potremmo continuare all’infinito».

IL RUOLO DI INTERNET:
BUSINESS E PERVERSIONI IN VETRINA

A parte il Sud Est asiatico, dove il fenomeno del mercato del sesso è particolarmente sviluppato, in Europa com’è la situazione?
«Non credo che il Sud Est asiatico abbia il primato del mercato del sesso. Ci sono anche la Russia, l’Ucraina, la Polonia, la Repubblica Ceca, la Romania, la Moldavia; le strade delle nostre grandi città europee sono piene di minori indotti alla prostituzione. L’uomo ridotto a merce. E il concetto di merce racchiude, evidentemente, anche la scadenza, il deperimento. Merce scaduta che deve essere sempre sostituita: i bambini sono il prodotto nuovo di questa nuova, strategica, lucrosa forma di schiavitù. Merce in Europa e nel mondo che si può acquistare nelle grandi vetrine virtuali di internet, esposta come prodotto da megastore, ipermercati del sesso per tutti i tipi di perversione umana. Non dimenticherò mai, da un ultimo viaggio in un paese dell’est europeo, la proposta di acquisto che mi fecero di una bambina di meno di 10 anni!».

Le cause prime della situazione nascono dalla miseria?
«Ovviamente. Lo sfruttamento dell’infanzia ha le sue radici nell’estrema povertà, nell’ingiustizia sociale e nelle condizioni disumane in cui versano le famiglie, famiglie frantumate e “impazzite” per la fame e la totale precarietà di vita e di sussistenza primaria. I bambini sono spesso considerati come una possibile fonte di reddito supplementare per una famiglia: questa concezione incentiva lo sfruttamento sessuale e la pedofilia».

Lei ha accennato alle «vetrine» di internet. È indubbio che il mondo sia stato rivoluzionato dall’avvento di questo strumento. Ma è altrettanto vero che esso ha fatto da moltiplicatore di alcune problematiche, tra queste proprio lo sfruttamento dei minori. È così, padre?
«Inteet ha una sua valenza positiva per la comunicazione, ma permette di “accedere” con grande facilità a questo enorme mercato di sfruttamento sessuale sui minori (oltre che sugli adulti)».

Quanti minori, all’anno, diventano vittime dei pedofili?
«È vittima del pedofilo chi non è amato da nessuno. Possiamo stimare che ogni anno circa 2 milioni di bambini nel mondo sono adescati e indotti ad avere rapporti sessuali con adulti. Minori tra 0 (zero anni!) e 12 anni, è questa l’età preferita dai pedofili. Ma la stima è sempre per difetto e non rispecchia la realtà».

E quale sarebbe questa realtà?
«Dall’attento monitoraggio e dallo studio sociale dell’associazione Meter riguardo la pedofilia online risulta che milioni di pedofoto circolano ogni anno su internet; si stima che 700 mila filmini pedopoo siano stati prodotti negli ultimi 12 anni; 2 milioni di bambini sono coinvolti ogni anno, nel mondo, per produzione di materiale pedofilo; l’età varia da pochi mesi a 12 anni (uno studio di Max Taylor su 50 mila foto ha stabilito che l’età media è tra i 4 e gli 11 anni) (1); 70% sono di razza bianca; 20% (asiatici e africani); 10% (paesi arabi e mediorientali); il 78% femmine e il 22% maschi. Il data base dell’Interpol ha raccolto già 300 mila volti di bambini tratti dal materiale sequestrato nelle operazioni di polizia in Europa, soltanto poche centinaia sono stati individuati.
Il Rapporto 2005 dell’Associazione Meter offre un’ulteriore lettura sociale del fenomeno da cui emergono alcuni dati nuovi ed impressionanti:
• aumento di pedofili a viso aperto che abusano di bambini; anche di donne pedofile;
• l‘infantofilia – in gergo, bambini con il pannolino – che si riferisce alla preferenza di bambini in tenerissima età (da pochi giorni a 2 anni);
• aumento di bambini seviziati (in alcuni casi rapporti necrofili);
• violenze a bambini disabili;
• calendari e riviste edite e bollettini settimanali della comunità pedofila;
• aumento dei blog come canali di promozione e contatti pedofili.
Dall’attività di monitoraggio e segnalazione di siti pedofili e pedopoografici per l’anno 2005 risultano n. 9.044 segnalazioni di siti pedofili e pedopoografici. Nel dettaglio sono 3.672 i siti formalmente denunciati al compartimento della Polizia postale e delle comunicazioni di Catania (di cui 21 con riferimenti italiani e in particolare 4 community pedofile, con iscrizione obbligatoria e password segreta), che hanno coinvolto 17 regioni italiane e circa 1.000 indagati tra l’Italia e i paesi esteri (anche medio-orientali, arabi e africani).
Altri 5.342 sono i siti segnalati alle polizie europee e inteazionali (Fbi, Interpol, polizia spagnola, portoghese, australiana, gendarmeria francese…).
Le nazioni dove sono allocati i siti sono, per ordine d’importanza: Usa, Russia, Brasile, Spagna, Australia, Francia, Polonia, Iran, Iraq, Giappone, Italia, Germania, Inghilterra, Rep. Ceca, Romania, Nigeria, Israele».

In Italia, vi è differenza, a livello di stime, tra i minori vittime della pedofilia in ambito familiare e coloro che sono venduti e sfruttati dalle organizzazioni criminali etniche?
«I minori stranieri non accompagnati censiti (provenienti soprattutto da Romania, Albania, Marocco, come emerso durante il Convegno Internazionale “Contro ogni schiavitù” del 4 novembre 2005) sarebbero 20.000. Mentre ci sarebbero circa 7.000 minori stranieri sfruttati e a quanto pare resi schiavi dalle organizzazioni criminali.
Le Nazioni Unite dichiarano che milioni di esseri umani ogni anno sono vittime della tratta e il 30% sono bambini e bambine. Non ci sono dati certi della tratta e lo sfruttamento dalle organizzazioni nei paesi di origine (2). In questa direzione, in Europa sono state condotte diverse operazioni di repressione nei riguardi di organizzazioni che sfruttavano minori producendo materiale pedopoografico e rivendendo il prodotto (video, foto e in alcuni casi anche bambini) sull’asse tra Russia-Europa, Italia-Svizzera-Brasile, e oggi anche Africa-Europa-Paesi dell’Est».

In Italia, si dice che il 90% degli abusi avviene in famiglia. Lei concorda con questa affermazione, oppure il minore può essere vittima di persone estranee con la stessa probabilità?
«Non concordo affatto nella percentuale (90%) degli abusi in famiglia; un dato fuorviante della realtà stando ai dati in nostro possesso. Bisogna parlare di “ambito familiare”, intra ed extra. I dati ufficiali concordano nel dire che gli abusi sessuali, pur avvenendo nell’ambito familiare nel 30% dei casi, sono compiuti da conoscenti o partner occasionali, o da conviventi non stabili. Solo nel 19% circa (comunque non poco) le offese e i reati sono compiuti dal padre, dal nonno, dal cugino. Non dimentichiamo, anche se in percentuale minima, ma crescente, il 4-7% delle violenze o della detenzione di materiale pedopoografico è compiuto da donne.
Secondo i dati del Dac (Direzione anticrimine centrale della polizia), nella prima metà del 2005 le segnalazioni di reati sessuali nei confronti dei minori sono state 410 (407 delle quali risolte). Sul totale di 410, 334 segnalazioni hanno riguardato violenze sessuali, 45 atti sessuali con minorenni, 17 violenze sessuali di gruppo e 14 di corruzione di minorenne. Le bambine sono le più colpite. Nel 77,4% dei casi sono loro le vittime degli abusi, fin da piccolissime – dichiarano ancora i dati del Dac – a conferma di quanto detto precedentemente in merito alla produzione di materiale pedopoografico. La fascia di età più colpita è quella compresa tra 0 e 10 anni. Sul totale di 471 vittime di abusi sessuali sotto i 18 anni, 165 (il 35%) aveva da 0 a 10 anni, 164 (il 34,8%) tra gli 11 e i 14 anni il resto (142) tra i 15 e i 17 anni. Vittime italiane e straniere».

PEDOFILI ED
ORGANIZZAZIONI CRIMINALI

Toiamo alla domanda di partenza, chi sono i pedofili?
«Chi compie abuso sessuale nell’82,4% dei casi conosce la vittima. Il pedofilo infatti non desidera una relazione occasionale, ma duratura e continuativa; vuole riempire il vuoto d’amore del bambino, condizionandolo con i ricatti, le minacce e i sensi di colpa. Un fenomeno che vive nel sommerso e di forti coperture culturali, sociali e di normalizzazione».

Dietro al singolo pedofilo si nascondono organizzazioni criminali…
«Partiamo da un concreto esempio di proposta di vendita di prodotto finito pedofilo. Una denuncia di Meter riguardava un sito internet (costantemente aggiornato) chiamato Pedoland (la terra dei pedofili). La home-page iniziale dichiara: “Vendiamo soltanto materiale esclusivo – 800 immagini ‘hard core’ con adolescenti di 7-14 anni e in più 250 ore di video domestici di bambini poo, video di violenze e di giovanottini seducenti”.
Il costo dell’abbonamento mensile è di 10 dollari, l’abbonamento, all’atto della denuncia, era già stato accordato a 3.550 utenti, con un incremento nell’ultimo mese dell’88% degli utenti. Il guadagno in un solo mese era di 33.550 euro (65 milioni delle vecchie lire, che moltiplicati per 12 mesi equivalgono a circa 800 milioni). E questo per un solo portale, definibile di “pedo-businnes”.
Concretamente ciò evidenzia che la pedocriminalità, negli ultimi anni, si è strategicamente strutturata con diramazioni che potremmo così sintetizzare: al primo livello c’è una sorta di “cupola pedocriminale” che organizza, decide, investe per il procacciamento di bambini; al secondo, c’è invece una rete “intra ed extra familiare” (pedofilia artigianale) per la produzione e vendita al migliore offerente del materiale privato. In questo vasto contesto, esistono i “pedo-free” (i liberi procacciatori di materiale da offrire ai pedofili online) e per finire il “pedo-businnes” (piccole organizzazioni criminali composte da 3-10 persone) che sfruttano, producono e vendono prodotto».

Pedo-business, pedo-free, pedofilia artigianale: padre, è proprio un incredibile catalogo dell’orrore…
«Che debbo dirvi… Alla vasta comunità pedofila (criminale) appartengono una varietà di soggetti per preferenza di bambini (età, contesto sociale e razza) e altri per scelte o orientamenti di perversione: pseudo normali; benpensanti; acculturati e snob; amanti estatici; cultori bellezza infantile; amanti biancheria intima di bambini; amanti orge tra bambini; amanti della pornografia su bambini disabili; amanti dei piedi e gambe dei bambini; foto neonati e feticisti; sadici; necrofili… Ma ci sono anche gli stupidi occasionali (la maggior parte degli indagati online) che alimentano un mercato trasversale e criminale a danno dei bambini».

Utenti ignobili, ma pur sempre utenti. Come arrivare a chi tira le fila del business?
«È arrivato il momento di investire in risorse e uomini affinché si risalga alla fonte ovvero rintracciare i “produttori”, gli “smistatori”, gli “schiavisti” a livello transnazionale.
Una visione generale consentirebbe di seguire le tracce del denaro, e quindi verosimilmente i dirigenti, la “cupola” di questo “mercato”, che non è solo nel mondo virtuale. Pedopoografi che non sono pedofili, e sfruttatori che lucrano con i clienti che cercano “merce e carne bambina”».

Sembra incredibile, ma esistono anche organizzazioni di pedofilia… «culturale». Che sono?
«La pedofilia culturale è invece il tentativo di singole e “congreghe” (meglio definirle lobby) che propongono la normalizzazione del fenomeno dichiarando la liceità della pedofilia come orientamento, stato, categoria della scelta individuale, consapevole e determinata di un uomo o donna.
I pedofili si presentano come “amici e benefattori dei bambini”, dato che, secondo le loro convinzioni, i bambini consensualmente desiderano vivere relazioni affettive e sessuali con i “boylover” (gli amanti dei bambini). Una crescita, negli ultimi 10 anni che ha raggiunto una presenza massiccia e di potere di opinione che mette in difficoltà la più acuta delle menti razionali e anche del buon senso».

Insomma, la pedofilia culturale, pur poco conosciuta dall’opinione pubblica, è subdola e molto pericolosa. Lei ritiene che i pedofili che ne sostengono i contenuti siano diventati, nel corso degli ultimi anni, sempre più abili a proporre la relazione adulto-minore ad un bambino? Potrebbe fare qualche esempio?
«La lobby pedofila culturale ha adottato la strategia della “promozione dei loro diritti e della loro naturale tendenza di attrazione e affettiva e sessuale nei confronti dei bambini” come l’ultimo tassello della rivoluzione sessuale, come l’ultimo tabù da sconfiggere: “perché i bambini hanno il diritto a vivere la propria sessualità e possono decidere di viverla con chi vogliono”. Il corsivo è tratto dai siti di promozione e difesa della pedofilia.
E per fare tutto questo le strategie propagandistiche sono innumerevoli e subdole. Un libro prodotto dalle organizzazioni pedofile, intitolato Pedophilies, rivolgendosi ai genitori dice: “Cari genitori, se vi accorgete che vostro figlio ha una relazione con un pedofilo, prima di denunciare, chiedete se a vostro figlio o figlia gli è piaciuto”. Il sovvertimento e la provocazione raggiunge livelli “culturalmente e strategicamente elaborati” per sovvertire il concetto di “consenso” da parte dei minori. Evidentemente è bene che qualcuno dica, se ne ha il coraggio, se una relazione di un pedofilo con una bambina di 10 giorni (E non è una provocazione da parte mia) o anche di 5,6,7 anni ha la ragione della consapevolezza e della volontà da parte dei minori.
Una inedita analisi di un “portale madre” BL (boylovers), per dare concreti elementi, ha contato ben 1.071 portali suddivisi in n. 391 siti specificamente indirizzati alla pedocultura con riferimenti espliciti al pedosoft (amanti del nudo infantile) e n. 146 indirizzati alle “risorse di rete” (newsgroups, community, siti personali) per scambio informazioni e localizzazioni di situazioni “piacevolmente pedofile”, il restante sono una collezione di links che parlano di bambini (movie, letteratura, arte).
In sintesi le lobby pedofile promuovono:
• un senso di orgoglio;
• il sesso non è dannoso ai bambini;
• la campagna contro i pedofili deriva dalla preoccupazione dei genitori di perdere potere sui figli;
• i pedofili assicurano benessere e la crescita dei bambini; non bisogna criminalizzare un orientamento, una inclinazione, una preferenza sessuale, uno stato, una categoria; numerosi sono gli appelli alle istituzioni, ai governi, con la proposta di verosimili candidature alle elezioni politiche (anche se per provocazione).
La presenza di siti di “rivendicazione sociale del diritto dei pedofili” ha raggiunto livelli estremamente raffinati (non esiste nazione che non ha un gruppo di sostenitori della liceità della pedofilia e dei rapporti tra adulti e minori), una vera e propria rete di lobby stratificata e organizzata anche economicamente. Rivendicazioni che sono sfociate anche in comportamenti criminosi e bracci armati come la “Brigata pretoriana del Fronte di liberazione dei pedofili”, che aveva in progetto la eliminazione fisica degli oppositori della pedofilia, quali sacerdoti, magistrati, esponenti delle forze dell’ordine».

E rispetto al turismo sessuale che cosa ci dice, padre?
«Dopo la tragedia dello tsunami, si leggeva tra le agenzie di stampa che i fruitori del turismo sessuale dichiaravano che “dopo lo tsunami non ci resta che la bella terra del Brasile”».

Questo significa che si fa poco per contrastarlo?
«Il turismo sessuale è un turismo da vergogna e certamente si fa ancora poco, molto poco per debellarlo con determinazione e forza. Nonostante innovative leggi contro il turismo sessuale è un fenomeno conosciuto, studiato, analizzato nei minimi dettagli, ma non contrastato alla radice. Il turismo sessuale è alimentato dalla povertà e dalla condizione sociale disastrata di milioni di uomini che non hanno “pane, carne e cibo”, così le bambine e i bambini di quelle nazioni diventano “carne fresca da assimilare e mangiare”. Chi fa turismo sessuale esprime tutta la miseria e la malvagità degli uomini; il turista sessuale è il non senso della vita.
Il turismo sessuale è la più becera risorsa economica per un paese povero. Un fenomeno che purtroppo cresce a dismisura: in alcune aree del mondo sta assumendo caratteristiche di massa. Un fenomeno difficilmente circoscrivibile per la sua continua trasformazione e perché dietro ad esso si concentrano enormi interessi economici».

Don Di Noto, lei crede che esistano forti interessi, e di che tipo, alla base della rete mondiale che alimenta il mercato dei minori e il loro sfruttamento?
«L’interesse più grande è, se posso dirlo in questi termini, il relativismo applicato all’uomo, considerato cosa e non persona. È un terrorismo culturale di involuzione della specie. È il più forte che domina sul piccolo e debole. È una cultura della violenza, del potere e del dominio, con una sola regia “il lupo” (non me ne voglia questo splendido animale) che mangia e divora».

Al di là delle metafore, si tratta sempre di domanda ed offerta…
«Il sistema economico ha delle regole: quando la domanda chiede al mercato di offrire la carne innocente dei bambini e l’offerta arriva, è il segnale di una umanità che ha un grosso bubbone e numerosi virus invasivi che distruggono la visione antropologica cui si dovrebbe guardare: quella di un’umanità legata alla conquista del bene per tutti, nessuno escluso».

La nostra società è sempre più dominata dalla cultura mercantilista, in cui l’avere conta più dell’essere, il profitto personale più del bene collettivo. Secondo lei, questo modo di pensare e vivere quanto è responsabile di fronte all’infanzia sfruttata?
«Totalmente responsabile. I numeri dell’infanzia abusata, violata, sfruttata, dimenticata dimostrano e confermano che della vita dei bambini non si può, non si deve fare mercato. I bambini e l’uomo in generale non è in vendita al migliore offerente».

CHIESA E PRETI PEDOFILI:
FERITE PROFONDE

Che cosa ne pensa degli scandali di pedofilia nell’ambito della chiesa cattolica, in particolare negli Stati Uniti?
«Vicende dolorose, ferite profonde che generano dolore e invocano misericordia da Dio per la chiesa e la società intera. Le parole di Giovanni Paolo II racchiudono il mio pensiero e pertanto la determinazione a continuare l’impegno per l’infanzia nella chiesa e nel mondo. Mi dispiace soltanto per l’anticlericalismo che ha generato nelle persone; un accanimento che non rende merito e giusto onore ai sacerdoti che svolgono in grazia e santità il loro ministero.
“In questo momento […] – scriveva Giovanni Paolo II -, in quanto sacerdoti, noi siamo personalmente scossi nel profondo dai peccati di alcuni nostri fratelli che hanno tradito la grazia ricevuta con l’Ordinazione, cedendo anche alle peggiori manifestazioni del mysterium iniquitatis che opera nel mondo. Sorgono così scandali gravi, con la conseguenza di gettare una pesante ombra di sospetto su tutti gli altri benemeriti sacerdoti, che svolgono il loro ministero con onestà e coerenza, e talora con eroica carità. Mentre la chiesa esprime la propria sollecitudine per le vittime e si sforza di rispondere secondo verità e giustizia ad ogni penosa situazione, noi tutti – coscienti dell’umana debolezza, ma fidando nella potenza sanatrice della grazia divina – siamo chiamati ad abbracciare il mysterium Crucis e ad impegnarci ulteriormente nella ricerca della santità"».

Quando ha iniziato ad occuparsi di questo fenomeno? C’è stato un motivo particolare che ha influito sulla sua scelta?
«Quindici anni fa, all’inizio del mio ministero sacerdotale, raccolsi i primi racconti di abusi di bambini. La passione per le nuove forme di tecnologia (internet) nel 1989 mi permisero di imbattermi per la prima volta in immagini pedopoografiche. Durante una meditazione di un passo dell’Esodo in cui si dice che “Dio vide la sofferenza del suo popolo e se ne prese cura”, ebbi l’intuizione, parafrasando il contenuto di quella straordinaria parola di Dio: anch’io “vedevo” le immagini e sentivo i racconti e il dolore dei bambini, per cui dovevo prendermene cura. E così feci, e continuo a fare con Meter. Non salverò tutti i bambini del mondo, ma so che qualcuno lo salverò. È già accaduto e vorrei che accadesse sempre e di frequente».

La «strage degli innocenti», ordinata a Betlemme da Erode, è un episodio biblico narrato nel vangelo secondo Matteo. Prendendo il governatore della Giudea a modello negativo, secondo lei Erode sta vincendo?
«Erode non vincerà mai. Erode sarà schiacciato dagli stessi bambini».

La sua è una certezza o una speranza?
«La mia vuole essere una profezia carica di speranza».

Nicoletta Bressan e Paolo Moiola




Contro il silenzio

Come lavora l’associazione «METER»
fondata da don Fortunato Di Noto.

L’associazione «Meter» nasce nel settembre 2002 ad Avola (Siracusa), per volontà del suo fondatore, don Fortunato Di Noto, che già in precedenza aveva lavorato in ambito associativo al fine di promuovere e difendere l’infanzia, diventando un nome noto in Italia e all’estero.
La parola «meter» è di origine greca e significa «accoglienza, grembo» e, in senso più lato, «protezione e accompagnamento». Meter prende vita dall’esigenza di intervenire nelle realtà ecclesiali e non ecclesiali per radicare e promuovere, assieme alla pastorale ordinaria delle comunità cristiane, la cultura, i diritti e la tutela dell’infanzia. Meter vuole essere un significativo punto di riferimento in Italia e all’estero, per educare alla cultura dell’infanzia, per prevenire abusi e maltrattamenti, e progettare interventi mirati di aiuto concreto alle vittime degli abusi sessuali, attuando la «Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza» del 1989. In tal senso, l’associazione si erge sulla convinzione che non basta la repressione, demandata alle sole forze di polizia, per stroncare il turpe commercio di minori nel mondo. Ci vuole anche una rete capillare di persone competenti e motivate, capaci di collegarsi con la società in cui vivono, perché si crei una mentalità di vigilanza, di sostegno e protezione dell’infanzia come tale, rendendo l´abuso, e l´omertà che lo copre con i suoi paludosi silenzi, un crimine insopportabile per la coscienza collettiva.
Le finalità dell’associazione sono molteplici e tutte incentrate sulla tutela del minore:
• migliorare la qualità della vita dei bambini e degli adolescenti per assicurare un sano sviluppo psico-fisico;
• svolgere iniziative contro lo sfruttamento sessuale sui minori e contro ogni altra forma di aggressione fisica, culturale, psicologica e spirituale perpetrata sugli stessi;
• promuovere e sostenere iniziative che agevolino proposte educative della famiglia rivolte alla tutela dei bambini, attraverso un percorso di formazione nel rispetto della loro identità culturale, politica, sociale e religiosa;
• sostenere e realizzare progetti di leggi volti a migliorare la normativa esistente a tutela dei diritti inviolabili della persona umana e, conseguentemente, del fanciullo.
Gli obiettivi di Meter sono realmente seguiti da azioni concrete, grazie alla collaborazione di professionisti, anche all’estero (Romania, Belgio, Portogallo) che, in modo volontario, danno il loro apporto all’associazione.
Nel sito dell’associazione si può accedere alla consulenza psicologica, sociologica, giuridica, medica ed informatica. Il sito inoltre permette a chiunque di segnalare siti sospetti. In tal senso, l’attività di monitoraggio e di denuncia di siti a contenuto pedofilo, viene portata avanti, da anni, da don Di Noto e dai suoi collaboratori. I siti pedofili e pedopoografici, infatti, rilevati vengono in seguito segnalati, grazie a protocolli d’intesa, alla polizia postale e delle comunicazioni italiana, all’Fbi, all’Interpol, alla gendarmeria francese, alla polizia spagnola, svizzera, tedesca e brasiliana.
Moltissimi, poi, sono i progetti che Meter sostiene nelle scuole e a livello provinciale e regionale in collaborazione con le Istituzioni, in cui vengono coinvolti anche esperti di noto calibro nazionale. In particolare, un progetto che si sta diffondendo sul territorio con un entusiasmo considerevole, è il «Progetto infanzia».
Uno sportello Meter in ogni parrocchia (e nelle realtà anche laiche)». Esso consiste nell’apertura, in ogni parrocchia o realtà ecclesiale assimilabile, di un ufficio Meter, che faccia capo ad un referente e ad uno staff scelto di operatori, e il cui fine sia quello di fornire supporto ogni qualvolta, sul territorio, accada un abuso a danno di minori, ma non solo. Lo sportello ha anche il compito di promuovere l’infanzia organizzando corsi, attuando progetti nelle scuole, diventando insomma un punto di riferimento importante nella realtà dove sorge.

Accanto a queste attività, Meter sostiene altre forme di promozione dell’infanzia. Nella sede centrale di Avola è operativo il «Centro di primo ascolto alle vittime di abuso sessuale e disagio infantile» al quale, chiunque, si può rivolgere, anche attraverso il numero verde 800-455270. Le chiamate e le consulenze sono a totale carico dell’associazione. Recentemente, è stato realizzato uno spot contro gli abusi e i silenzi – «Il silenzio che parla» – lanciato alle radio, ai siti internet, alle Tv e alle agenzie di stampa. Esso affianca altri due importanti momenti promossi da Meter: la Giornata della memoria dei bambini (25 aprile); e la Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia (20 novembre).

Nicoletta Bressan

DI NOTO, UN SACERDOTE INVESTIGATORE

Don Fortunato Di Noto nasce ad Avola (Siracusa) il 18 febbraio 1963. Nel settembre del 1984 entra in Seminario, nella diocesi di Noto ed inizia gli studi filosofici e teologici presso la facoltà teologica «S. Paolo» di Catania. Prosegue, poi, la sua formazione presso l’«Università Pontificia Gregoriana», conseguendo la licenza in «Storia della chiesa». Il 3 settembre 1991 viene ordinato sacerdote. Dal 1995 è parroco della parrocchia Madonna del Carmine di Avola.
Insegna in diversi istituti siciliani e, dal 1991, è professore ordinario di storia della chiesa alla Pontificia Università Teologica di Santa Croce di Roma, sede periferica di Noto. In ambito di tutela dei minori e di lotta alla pedofilia, oltre che fondatore dell’associazione Meter nel 2002, è stato consulente tecnico in varie procure italiane per delicate indagini sul fronte della criminalità pedopoografica e dello sfruttamento sessuale dei bambini.
A livello istituzionale ha rivestito importanti incarichi. Attualmente, è membro dell’Osservatorio nazionale dell’infanzia e dell’adolescenza; dal 2002, è consulente del ministero delle Comunicazioni per le politiche dell’infanzia, membro effettivo del Comitato di garanzia e tutela Inteet@Minori che fa capo a tale ministero e membro del comitato scientifico «Ciclope» della presidenza del consiglio dei ministri. Dal 2004, è membro del comitato scientifico della polizia postale e delle comunicazioni, contro il fenomeno della pedofilia e della pedopornografia; e, nello stesso anno, è diventato membro del comitato scientifico dell’ICAA (Inteational Crime Analysis Association).
Numerosi sono i riconoscimenti nazionali ed inteazionali che sono stati consegnati a don Di Noto, fra cui l’alta onorificenza di «Cavaliere della repubblica italiana» per l’impegno profuso nei confronti dell’infanzia. Al suo attivo ha numerosi articoli e saggi in riviste nazionali e inteazionali sul tema dello sfruttamento sessuale dei minori, nonché è autore di importanti testi, tra cui «La pedofilia. I mille volti di un olocausto silenzioso», edito nel 2002 dalle Edizioni Paoline, tradotto in più lingue.

N.B.

Nicoletta Bressan




Non basta il silenzio delle armi

Incontro con mons. Celestino Migliore, nunzio apostolico presso l’Onu

L’ambasciatore del Vaticano non nega la crisi del Palazzo di vetro, ma allo stesso tempo vede segnali importanti di rinnovamento. Perché le Nazioni Unite non siano una «Torre di Babele» al servizio del potere.

New York. Nella metropoli statunitense ha sede il segretariato delle Nazioni Unite dove sono prese alcune delle principali decisioni politiche a livello intea-
zionale. Le trattative e negoziazioni sono discusse durante l’Assemblea generale dai rappresentanti permanenti, ovvero dagli ambasciatori dei 191 stati membri.
Anche la Santa Sede è presente all’Onu, però solo come «osservatore», ovvero, come altre organizzazioni inteazionali ivi presenti (per esempio, la Lega degli stati arabi, il Comitato internazionale della Croce Rossa, etc.), pur partecipando ai dibattiti, non ha diritto di voto in Assemblea generale.
Il rappresentante della Santa Sede (altrimenti detto «nunzio apostolico») presso le Nazioni Unite è un diplomatico di carriera: mons. Celestino Migliore, arcivescovo di Canosa. Mons. Migliore, piemontese di Cuneo, oltre a godere di un’eccellente reputazione a livello internazionale, ha un importante curriculum professionale e una preparazione accademica unica.

Monsignore, cosa significa essere un diplomatico della Santa Sede?
«Rappresentare il papa. Tra i suoi titoli c’è quello di Sommo pontefice, che, nonostante l’aulicità dei termini, significa una gran bella cosa e cioè: colui che più di tutti cerca di costruire ponti. In questo senso, la diplomazia della Santa Sede è anzitutto uno strumento pastorale a disposizione del papa per cercare di realizzare l’ideale della coesistenza dei popoli nella pace, nella solidarietà, nella cura reciproca e nel senso della comune dipendenza da Dio».

Come concilia l’attività diplomatica con quella di sacerdote?
«Ogni mattino nella messa la preghiera eucaristica mi fa ringraziare il Signore“ per averci ammessi alla sua presenza a compiere il servizio sacerdotale”. Il mio servizio sacerdotale comincia subito all’inizio di ogni funzione, quando si riconosce il nostro stato di peccato: in quel momento porto davanti al Signore i peccati miei e quelli della famiglia Onu che possono essere lentezze che penalizzano i poveri, verbosità e fumosità di certi discorsi che tradiscono inazione, egoismi nazionali o regionali a scapito del bene comune, impertinenze di chi vuole sostituirsi a Dio in tante maniere. La meditazione quotidiana sulla parola di Dio getta luce sulle questioni all’ordine del giorno. Le parole “questo è il mio corpo” voglio pronunciarle con la fede che il miracolo operato da Gesù non si fermi alla trasformazione del pane in corpo suo, ma si estende al corpo mistico della chiesa, della società umana. Una lezione di umiltà e di tenacia allo stesso tempo, perché i conflitti li avremo sempre tra noi, ma l’unità la crea lui.
Negli incontri quotidiani con funzionari e diplomatici, non è infrequente sentirmi dire: “preghi per me”, “dia una benedizione perché l’iniziativa vada in porto”, “ho bisogno della sua preghiera” … intenzioni che amo tener presenti nella preghiera dei salmi o nel rosario, perché esse manifestano la convinzione di molti che tutti viviamo nella dipendenza da Dio».

Il suo incarico di rappresentante della Santa Sede presso l’Onu cosa comporta concretamente? Quali sono i suoi compiti?
«Nell’ambito dell’Onu, la Santa Sede ha scelto di essere non un membro a pieno titolo, ma osservatore. Il che significa che esercita tutte le funzioni normali dei membri ad eccezione del voto e della partecipazione nella gestione istituzionale e amministrativa dell’organismo. Essa contribuisce al dibattito sulle grandi questioni come la pace, la sicurezza, lo sviluppo, l’ambiente; i diritti del bambino, della donna, dell’anziano; questioni sociali e altre riguardanti il diritto alla vita; l’informazione, la cultura e la collaborazione delle religioni alla costruzione della pace. Segue da vicino i vari negoziati che si intavolano sulle questioni appena accennate ed altre ancora».

Perché è importante partecipare nei negoziati dei testi adottati dall’Onu?
«Perché quelli giuridicamente vincolanti – anche se vincolano solo i paesi che li ratificano – entrano a far parte della normativa internazionale. Anche i testi con valenza politica creano quella che viene comunemente detta soft law, ma la tendenza di ogni parlamento nel mondo è quella di legiferare tenendo un occhio su tali indicazioni e pertanto quello che oggi si dichiara all’Onu domani molto facilmente entrerà nelle legislazioni nazionali. Infine, c’è un altro compito della mia attività dell’Onu che forse è quello che maggiormente assorbe tempo e forze ma che offre anche una certa gratificazione. Con un po’ di presunzione, la chiamerei “dar voce a chi non ha voce”. Ma è proprio così. Quante volte dalle comunità cattoliche, e non solo, sparse nel mondo qualcuno scrive al papa o va ad incontrarlo ed espone situazioni di guerra o di fame o di violazione dei diritti umani che sembrano non aver né fine né soluzione. A volte si tratta di parlare in nome loro, ma spesso è invece il caso di aiutarli ad incontrare chi può far qualcosa, ad esporre essi stessi, perorare la loro causa con le loro proprie parole e il loro carico di speranza».

Quali sono i più grandi ostacoli che vede in questo momento nel processo di riforma dell’Onu? Perché l’Onu è in crisi?
«È forse questione della bottiglia mezzo piena o mezzo vuota. Ciò che vedo in questo momento e mi pare giusto sottolineare è la parte mezzo piena. Nonostante un evidente clima di crisi, il processo di riforma sta producendo misure importanti. È stata adottata la commissione per il consolidamento della pace, che segna un importante passo avanti: e cioè, si è riconosciuto che la pace non è il solo silenzio delle armi, ma va preparata e costruita con strutture nuove o riformate a livello politico, giuridico e sociale; essa va consolidata con processi di accertamento della verità storica e di riconciliazione; essa va coltivata con modalità che coinvolgono i singoli vincitori e vinti. È in dirittura d’arrivo la riforma del meccanismo di monitoraggio e implementazione internazionale dei diritti dell’uomo (1). Ne sono in cantiere altre, intese a rendere il Palazzo di vetro sempre più dimora della trasparenza e del servizio alle popolazioni, più che non all’equilibrio del potere. Evidentemente, si registrano problemi, ritardi, ostacoli, resistenze. Nell’Onu, dove si trovano ogni giorno, gomito a gomito, rappresentanti di tutti i paesi del mondo, si riflette in modo evidente la grande frammentazione culturale di oggi che a volte rischia di rendere questa istituzione una Torre di Babele. La globalizzazione unifica il mondo su tanti livelli, non su quello culturale, anzi sembra accentuae le differenze. Essa va avanti con una sua logica ferrea, ma le manca un’etica comune».

Barbara Mina da New York

(1) Il 15 marzo 2006 l’Onu ha deliberato la fine della «Commissione dei diritti umani» e la nascita del «Consiglio dei diritti umani», anch’esso con sede a Ginevra

Barbara Mina




La croce sotto la camicia

Per quasi 2 mila anni i ladini hanno sviluppato la propria cultura nelle valli dolomitiche, un’area geografica che dovrebbe chiamarsi Ladinia.
Le vicende storiche dell’ultimo secolo hanno frantumato la loro coesione sociale e culturale, per assimilarli ai dominatori di tuo. Lingua e religione cementano ancora la loro identità. Il frutto illustre di tale identità cristiana è san Giuseppe Freinademetz, per 30 anni missionario in Cina.

Siamo atterrati a Gibuti il 15 settembre 2004: tre missionari e quattro suore della Consolata. Dopo un’accoglienza calorosa, il vescovo mons. Giorgio Bertin ci ha accompagnato alla nostra sistemazione: i missionari nella casa una volta appartenuta ai fratelli delle Scuole Cristiane con annessa scuola «La Salle»; le suore nell’abitazione che fu dei cappuccini, nel quartiere Boulaos.
Per meglio acclimatarci e guardarci attorno, il vescovo ci affidò al suo vicario episcopale, che per alcuni giorni ci fece conoscere la città e ci introdusse nella nuova realtà della nostra missione tra i musulmani. A 15 giorni dal nostro arrivo eravamo già al lavoro: fratel Maurizio Emanueli destinato a diventare direttore della scuola La Salle; padre Mathieu Kasinzi incaricato di seguire la comunità etiopica, oltre a intraprendere lo studio dell’arabo, per approfondire la conoscenza dell’islam e prepararsi a un compito futuro più specifico di dialogo con i musulmani; il sottoscritto è stato incaricato di dirigere la Caritas diocesana.
Alle suore il vescovo chiese la disponibilità nel campo sociale e sanitario. Due di esse, Dorota e Redenta, furono subito assunte dal ministero della Sanità come infermiere in un ospedale della cooperazione italiana, nella periferia della città. Suor Anna iniziò la sua collaborazione nella Caritas e suor Celia fu destinata a prestare il suo servizio in una struttura statale per ragazze orfane.
A dire il vero, il primo impatto non è stato facile. A parte il vescovo e i pochi sacerdoti che operano in questo paese, a Gibuti non abbiamo trovato una comunità cristiana ad attenderci. Anche se la presenza dei francesi è rilevante, si tratta di persone di passaggio, che rimangono un anno o due e poi se ne vanno. E questo ci ha fatti sentire un po’ soli.
La gente, poi, all’inizio non era molto affabile: sembrava distante e non dava confidenza. Bisogna mettere nel conto anche il problema della lingua: la maggioranza della popolazione non parla il francese, ma solo il somalo e un poco l’arabo.

CON LA CROCE… NASCOSTA

A un anno di distanza ci siamo inseriti a pieno nel nostro ambiente di lavoro e non ci sentiamo più tanto soli. Fratel Maurizio, dopo un anno di tirocinio sotto la guida della preside, ha fatto amicizia con gli insegnanti, con i genitori degli studenti e sta assumendo la piena responsabilità della scuola; padre Mathieu continua a studiare l’arabo e segue la comunità etiope; il sottoscritto ha tessuto relazioni con quelli che lavorano alla Caritas, che sono musulmani, e con i responsabili delle associazioni locali che vengono a chiederci aiuti.
Sono nate delle belle relazioni personali, non so ancora se per vera amicizia o per interesse; tuttavia ho avuto l’opportunità di entrare nelle loro case e di prendere il tè o una bibita con loro, godendo di un’ospitalità semplice, ma genuina.
Succede anche questo: un signore molto gentile mi invitò a conoscere il porto, suo posto di lavoro. Mentre ci recavamo sul luogo, con molto rispetto mi chiese di nascondere sotto la camicia la croce che portavo al petto. Discorrendo mi spiegò il perché: tutti sapevano che lui era musulmano, mentre io, con il mio crocifisso, mi dichiaravo pubblicamente cristiano; al vedermi in mia compagnia, i suoi amici avrebbero pensato male di lui, cioè, che volesse convertirsi al cristianesimo. Lo stesso fatto mi capitò con un giovane che lavora alla Caritas: accompagnandomi un giorno a cercare dei ragazzi di strada, mi chiese di nascondere il crocifisso sotto la camicia, altrimenti la gente l’avrebbe criticato.
Di solito vado in giro con la croce ben visibile sul petto, ma nessuno fino ad ora mi ha detto nulla, per il fatto che sono un europeo. Ma un prete africano che, in passato, portava pure lui la croce sul petto, ricevette le rimostranze della gente, perché, nell’immaginario comune, essendo africano, doveva essere anche musulmano.
Alla Caritas vengono molte persone per chiedere aiuti di vario genere; persone che poi ritornano e con le quali cerco di attaccare bottone. Ne nasce così un dialogo amichevole, che riprende ogni volta che tornano. Una di queste, che viene con una certa frequenza, un giorno mi disse: «Mi piace davvero venire a chiacchierare con te; però mi sento tanto triste al sapere che tu non andrai in paradiso». «Ma come – dico io -, perché non andrò in paradiso?». «Sì, – risponde – perché tu non sei credente».
Sono parole che esprimono sincero apprezzamento. Il giorno in cui sono partito da Gibuti per venire in Italia, mi salutò secondo il costume del luogo: mi baciò la mano, quindi mi offrì la sua da baciare e portare al petto. Fui sorpreso da tale saluto, perché è riservato solo alle persone considerate vicine e amiche. Ciò significa che mi sente vicino, mi considera amico e, da vero amico, desidera che anch’io vada in paradiso come lui.

CARITAS PER TUTTI

In linea di massima la Caritas si impegna nella realizzazione di progetti a favore di situazioni umane di povertà nel senso più ampio della parola. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le associazioni locali con scopi culturali, sanitari e di sviluppo della donna, ecc. Molte di esse sono riconosciute dallo stato e, anche se sono realtà interamente musulmane, vengono a chiedere aiuto alla chiesa cattolica tramite la Caritas. Mi presentano dei progetti e discutiamo insieme sulla loro fattibilità.
Ultimamente, per esempio, abbiamo preso in considerazione la formazione di una cornoperativa di pesca, la costituzione di una biblioteca di quartiere, l’alfabetizzazione di ragazzi che hanno abbandonato la scuola. Questi progetti, poi, vengono sottomessi al comitato direttivo della Caritas, presieduto dal vescovo, che decide l’approvazione o meno del progetto.
Di queste associazioni ce ne sono circa 2 mila nella capitale e tutte conoscono e apprezzano la Caritas perché sanno che aiuta e finanzia i loro progetti.
In passato la Caritas ha svolto un programma di formazione per i rappresentanti delle associazioni, per insegnare alcuni elementi base per il loro funzionamento: spirito associativo, come pianificare un progetto, come mantenere la contabilità, ecc. Una iniziativa che intendiamo riprendere. Per questo ho organizzato un incontro con esponenti delle associazioni sorte negli ultimi tempi, a cui hanno risposto una sessantina di persone: tutte si sono dichiarate interessate a continuare tale programma.
Tale assenso sottintende il loro vero interesse, cioè, che la Caritas sostenga i loro progetti; sanno, infatti, che non otterranno il nostro appoggio se i loro progetti non garantiscono un certo grado di successo. Il mio compito, quindi, è di esaminare e disceere quali sono le situazioni di povertà in cui la Caritas può intervenire, studiae i contorni, la fattibilità e il processo di ogni progetto.
Ogni giorno c’è la processione di persone che vengono a chiedere aiuti: vestiti, medicine, soldi per pagare l’affitto… Per questi casi, la Caritas non ha un fondo apposito; ma, dietro mia insistenza, da qualche mese il vescovo ha stabilito una piccola riserva a cui posso attingere per venire incontro a queste richieste spicciole di aiuto.
La maggior parte di queste persone parlano solo amarico, oromo e altri idiomi, per cui è difficile intendersi: dobbiamo cercare qualcuno di passaggio che parli la loro lingua e faccia da interprete. Il fattore linguistico è ancora uno dei problemi più sentiti nel nostro lavoro, perché impedisce il dialogo diretto, limita la possibilità di creare relazioni con le persone.

I BAMBINI DI STRADA

Uno dei programmi della Caritas diocesana si occupa dell’assistenza ai bambini di strada, quasi tutti etiopici. Arrivano a Gibuti illegalmente; cercano di sopravvivere chiedendo l’elemosina o facendo qualche lavoretto. Spesso la polizia li arresta, li picchia, li mette in prigione per qualche giorno; poi li espellono portandoli alla frontiera; ma pochi giorni dopo sono di nuovo in città.
In passato la Caritas si era molto impegnata per farli studiare in Etiopia e per trovare qualche lavoretto nel proprio paese, nella speranza che non tornassero a Gibuti. Ma l’iniziativa ha dato scarsi risultati. Ora questi ragazzi vengono a cercare aiuto alla Caritas. Ce ne sono sempre una ventina che mangiano e dormono nella nostra sede; soprattutto diamo loro assistenza sanitaria nella nostra sede o portandoli all’ospedale se ne hanno bisogno. Se sono presentati dalla Caritas, l’ospedale li accoglie e cura gratuitamente.
Suor Anna, che presta il suo servizio tutti i pomeriggi nella sede della Caritas, si occupa dell’aspetto sanitario e lo svolge molto bene. Ha preso contatto con un ospedale militare, riservato ai soli francesi: la suora può entrare liberamente per chiedere di ricoverare qualcuno e cercare medicine per il nostro ambulatorio.

LA NOSTRA MISSIONE

Le forze pastorali della diocesi sono composte da sei sacerdoti, due fratelli, quattro laici e una ventina di suore di varie congregazioni. Per tutti l’attività principale consiste nella testimonianza della carità.
Non avendo una comunità cristiana da accudire, ci manca l’aspetto pastorale e ci domandiamo come vivere la nostra realtà di preti in un paese musulmano. Ma anche a questo ci stiamo adattando, cambiando il nostro modo di esprimerci.
È chiaro che non possiamo usare lo stesso linguaggio con cui si parla a un cattolico; dobbiamo tenere sempre presente che stiamo parlando con un musulmano. Un credente in ogni caso. Questo si nota molto nel linguaggio inframmezzato continuamente da espressioni tipo «inshallà, inshallà» (se Dio lo vuole) e «grazie a Dio».
Oltre che con il linguaggio, sempre infarcito di espressioni religiose, la gente manifesta la loro religiosità nella vita pratica: le cinque chiamate alla preghiera che il muezzin lancia dal minareto ogni giorno, a cominciare dalle 3,30 del mattino, ci ricordano che ci troviamo fra un popolo religioso. E questo significa che non siamo caduti in un mondo secolarizzato in cui non si può parlare di Dio. Magari nel mondo cristiano si può parlare di Dio solo in chiesa; qui lo si può fare in qualsiasi occasione.
Con un po’ di fantasia si può fare anche animazione missionaria. Nel mese di gennaio, per esempio, abbiamo celebrato due giornate dell’«infanzia missionaria»: l’una per i ragazzi nella scuola La Salle, l’altra per le ragazze in quella di Boulaos. Naturalmente, essendo in un paese musulmano, abbiamo cambiato i termini, chiamandola «giornata dell’infanzia solidale».
Abbiamo spiegato il significato di solidarietà e uguaglianza, dicendo loro che tutti i bambini e bambine del mondo sono amati da Dio, per cui sono uguali, hanno gli stessi diritti e doveri, soprattutto, hanno diritto a un’infanzia felice. Ciò diventa possibile quando ognuno di loro condivide il poco che ha per creare la «grande amicizia» di tutti i bambini. La risposta di alunni e genitori è stata commovente: tanti sono venuti alla celebrazione portando cibo, soldi, vestiti e materiale scolastico, che poi abbiamo distribuito ai bambini più poveri di Gibuti.
Per il resto, viviamo il nostro sacerdozio celebrando ogni mattina la messa per le suore. E poi solennizziamo il fine settimana. Il venerdì a Gibuti è come la domenica per noi: non si lavora e anche la Caritas è chiusa. Il giovedì pomeriggio e il venerdì sono il nostro fine settimana. Questo, a dire il vero, non l’ho ancora assimilato.
Nella città di Gibuti ci sono solo due luoghi di culto cattolico: la cattedrale e una cappella. Il venerdì, alle 8 del mattino, celebriamo nella cappella la messa a cui partecipano una cinquantina di fedeli: di solito sono etiopi, indiani, qualche cattolico francese. La domenica è giorno di lavoro; ma alle 7 di sera, in cattedrale, concelebriamo la messa con il vescovo, a cui partecipano circa 200 persone.
Fuori della capitale ci sono tre paesini in cui operano delle comunità missionarie e dove, a tuo, si celebra il sabato o la domenica.

LE NOSTRE GIOIE

Un giorno una mamma portò alla Caritas la sua bambina paralizzata, a causa di una brutta caduta, diceva lei. Ma all’ospedale scoprimmo che la madre ci aveva mentito: la bambina era paralizzata dalla nascita. Vera, però, era la sofferenza di quella mamma nel vedere la sua bambina in quello stato. Si era messa in testa che certamente qualcuno avrebbe potuto fare qualcosa per guarirla. Cercammo di aiutarla come ci era possibile: le feci qualche visita, portando dei vestiti per la bambina e altre cose utili.
Alcuni mesi fa, quando dovetti ricoverarmi per qualche giorno all’ospedale militare, la donna venne a visitarmi, ma non la lasciarono passare, essendo il controllo molto severo, specie per la gente del luogo.
Quando tornai a casa, trovai una bottiglia di succo di frutta, una di latte, frutta di vario tipo e altre cibarie: non avendo potuto portarle all’ospedale, la signora me le ha fatte trovare nella nostra abitazione. E fu una gradita sorpresa: non mi aspettavo tanta riconoscenza e gentilezza da una donna musulmana, per di più povera.
A volte i musulmani mantengono le distanze verso di noi; altre volte siamo noi a tenerle nei loro confronti. Ma episodi come questo mi fanno capire che è possibile stabilire una relazione di amicizia che va al di là della razza, nazionalità e religione. Questo è un piccolo fatto che mi aiuta ad avere fiducia nella missione che stiamo facendo.
Naturalmente le motivazioni più profonde per la nostra presenza in un ambiente musulmano hanno radici più profonde, che sono l’eucaristia e la vita comunitaria. Consorelle e confratelli della Consolata abitiamo a quindici minuti di distanza. Ci troviamo insieme tutti i giorni per la messa. Abbiamo stabilito un piccolo programma di vita comune, anche se non abbiamo, per il momento, un vero lavoro d’insieme, tranne quello nella sede della Caritas, che è molto limitato. Oltre a fare insieme il ritiro mensile, ci ritroviamo ogni 15 giorni per scambiarci impressioni, esperienze e aggioare eventuali momenti di collaborazione.
Personalmente ho un altro sbocco per esercitare il mio ministero sacerdotale. Ogni sabato vado a celebrare l’eucaristia in un centro a 130 km da Gibuti, per una piccola comunità formata da quattro fratelli delle Scuole Cristiane e due laiche consacrate, che gestiscono un centro di formazione. Dovendo lavorare la domenica, celebriamo la messa il sabato sera.
È scomodo dovere uscire alle due del pomeriggio, con un sole che spacca le pietre, attraversare in auto un deserto interminabile di pietre nere per essere da loro alle sei, ma lo faccio volentieri, perché è una celebrazione ben preparata e partecipata. La preparazione è fatta a tuo da un fratello, che pensa a tutto: letture, canti, preghiere dei fedeli… come se fosse una grande comunità parrocchiale. Si sente che l’eucaristia è davvero sentita e vissuta in profondità.
Queste sono le piccole giornie della vita apostolica in un paese musulmano. In questo senso dobbiamo proprio ringraziare il vescovo che ha saputo fare dell’eucaristia il centro della missione, celebrandola con solennità e il massimo della partecipazione nella cattedrale. Egli ci tiene molto alla vita liturgica della nostra diocesi e la anima con l’adorazione, la via crucis e tutte quelle pratiche che contribuiscono alla vita spirituale dei fedeli.

PER IL FUTURO

La nostra presenza in ambiente islamico vuole essere pure un laboratorio di esperienze da condividere con le altre regioni dell’Africa in cui i missionari della Consolata sono a contatto con il mondo musulmano.
Per ora gli scambi e contatti si sono limitati all’invio di qualche breve relazione sulle nostre esperienze; in cambio abbiamo ricevuto tanti incoraggiamenti. Ma è tempo di dare nuovo impulso alla nostra presenza a Gibuti e ad approfondie il significato. Il vescovo mons. Bertin è pienamente d’accordo con il nostro progetto di dialogo con l’islam; anzi, ci ha esortati ad estenderlo anche alle confessioni cristiane, cioè agli ortodossi e protestanti presenti nel paese.
A un anno e mezzo dal nostro arrivo, abbiamo messo tanta carne al fuoco, insieme a tante speranze per il futuro.

Armando Olaya




CHIAMATEMI LADINIA

Per quasi 2 mila anni i ladini hanno sviluppato la propria cultura nelle valli dolomitiche, un’area geografica che dovrebbe chiamarsi Ladinia.
Le vicende storiche dell’ultimo secolo hanno frantumato la loro coesione sociale e culturale, per assimilarli ai dominatori di tuo. Lingua e religione cementano ancora la loro identità. Il frutto illustre di tale identità cristiana è san Giuseppe Freinademetz, per 30 anni missionario in Cina.

Grande cultura, quella ladina, che si incunea tra le cinque vallate della Val Gardena, Badia, Fassa, Livinallongo e del cadorino, raggruppando 30 mila persone.
Grande cultura se si tiene presente che è riuscita a sopravvivere nonostante sia sempre più stritolata tra il ceppo italiano e quello germanico; nonostante la storia, tra cui si insinuano due guerre mondiali, l’abbia sempre vista sconfitta; nonostante Austria, Germania e Italia abbiano cercato in tutti i modi di scaificare il tessuto culturale, per utilizzarlo come cuscinetto che oliasse le frizioni tra le etnie principali: quella tedesca del Tirolo a nord e quella italiana del Trentino a sud.

Lingua e religione:
identità della Ladinia

La cultura ladina si è mantenuta viva grazie alla lingua, derivata dalla trasformazione del latino volgare, portato da Tiberio nel 15 a.C., mischiandosi con la parlata dei reti, prendendo corpo tra l’viii e il ix secolo d.C., apparentandosi con l’occitano e il catalano.
«Lingua ladina, dunque, non dialetto alpino» scrisse il regista Pierpaolo Pasolini, ladino friulano anch’egli.
«Essendo ladino, ci tengo a parlare ladino, anche se le mie radici sono inserite in un contesto che mi impone di parlare altre lingue, che imparo comunque volentieri» dice Leander Moroder, direttore dell’Istituto ladino di San Martino in Badia, interpretando il pensiero aperto e accogliente della maggioranza dei ladini.
Ma la sopravvivenza della ladinità, si esplica anche attraverso un secondo elemento fondamentale: la religione. Fu il sacerdote badiota Micurà de Ru a elaborare la prima grammatica ladina. E la religiosità cattolica ladina, da sempre cemento di coesione tra le diverse vallate, si è sempre contraddistinta per un forte senso comunitario tipico delle vallate montane.
«La tradizione religiosa accomuna i ladini di tutte le cinque valli e non è un caso che, per separare il nostro popolo, si è pensato di dividere le cinque vallate tra le diocesi di Bressanone, Trento e Belluno» afferma Hilda Pizzinini, figura storica per tutto il popolo ladino e, fino al 2004, presidente dell’Union Generela di Ladins dles Dolomites.
Le feste cristiane diventano così eventi di comunione e di incontro tra le popolazioni, ma sprizzano anche di influssi germanici, più che italiani. La festa di San Nicola, la predilezione per i santi e gli ordini monastici nordici si riconducono a uno stretto legame tra le popolazioni ladine e quelle tirolesi; legame non sempre pacifico e rispettoso.
Se nel xii secolo il ladino era parlato in quasi tutto l’arco alpino centro orientale, nel xvii secolo, con la germanizzazione dell’Alta Val Venosta, la lingua e le tradizioni ladine vennero prima vietate e poi represse con violenza.

Lavaggi… linguistici

Da parte italiana la colonizzazione non fu meno feroce e brutale. Il fascista Ettore Tolomei, definito da Gaetano Salvemini «l’uomo che escogitò gli strumenti più raffinati per tormentare le minoranze nazionali in Italia», gettò le basi politiche e ideologiche per la creazione della regione Trentino Alto Adige, scatenando l’irredentismo sudtirolese.
La data che fa da spartiacque di questa colonizzazione è il 10 ottobre 1920, quando l’annessione del Trentino e dell’Alto Adige al regno d’Italia venne sancita in sede diplomatica. La violenza e la determinazione con cui fu attuata l’italianizzazione, può essere evidenziata con un solo dato: in soli due anni, gli italiani residenti nelle valli sudtirolesi quintuplicarono, passando da 8.000 a 37.000.
La tesi ufficiale che diede inizio alla nazionalizzazione tricolore, il 29 settembre 1923, fu che «la maggior parte della popolazione del Tirolo meridionale è costituita da latini, i quali hanno dimenticato la loro origine e sono diventati tedeschi. Bisogna quindi “recuperarli”, riscoprendo il “sostrato” latino più antico e genuino per ogni nome locale tedesco e ladino». Brixen divenne Bressanone, La Ila si trasformò in La Villa, Cianacei in Canazei, Gherdeina in Gardena…
Per i ladini non fu il primo «lavacro dei cognomi», dato che già dal 1700, sotto il dominio tedesco e asburgico, molte famiglie furono costrette ad adottare cognomi tedeschi. Qualche esempio? Zanon in Senoner, Ruac in Rubatscher, Murena in Moroder (Giorgio Moroder, il famoso compositore di musica per film è ladino di Ortisei).

Identità disgregata

Ma il fascismo, con l’intento di debellare ogni forma di ribellione politica e culturale, attuò una ben più profonda cesura: la tripartizione della comunità ladina, prendendo spunto dalla precedente divisione napoleonica del 1810. Tra il 1923 e il 1927 i ladini vennero divisi in tre province: l’Ampezzo, Livinallongo e Colle Santa Lucia passarono alla provincia di Belluno, la Val di Fassa a quella di Trento e la Val Badia e Gardena a quella di Bolzano. Una disgregazione dittatoriale che dura tuttora e nell’estate scorsa i comuni cadorini di Cortina, Livinallongo e Colle Santa Lucia hanno tentato di annullare chiedendo l’unione con la provincia di Trento. Quella fascista non fu solo una mossa amministrativa, ma un tentativo, in parte perfettamente riuscito, di dividere politicamente l’identità ladina.
Ancora nel 1939, con l’accordo italo-tedesco sull’opzione, si lasciò ai sudtirolesi la possibilità di scegliere tra restare in Sud Tirolo, diventando italiani a tutti gli effetti, o emigrare nella Germania nazista. Per i ladini, la cui identità è differente sia da quella tedesca che da quella italiana, non venne concessa una terza opzione: o si era Dableiber, sudtirolesi italiani fascisti o Auswanderer, sudtirolesi tedeschi nazisti.
Neppure la fine della Seconda guerra mondiale, con l’appoggio di Stati Uniti e Francia all’autodeterminazione tirolese e, in separata sede, anche a quella ladina, per creare una potenziale nazione che avrebbe dovuto fungere da stato cuscinetto tra Italia e Germania, fu liberatoria per il popolo ladino. In questo caso fu Alcide De Gasperi a vanificare tutte le speranze di autodeterminazione. Con il pugno di ferro ritirò le promesse fatte a Parigi di un’autonomia ladina e, anzi, suggellò definitivamente lo status quo fascista: tripartizione e istituzione della regione Trentino Alto Adige.
Secondo De Gasperi il movimento politico ladino, Zent ladina, fondato nel 1946 al passo Gardena con l’obiettivo di riunificare le cinque vallate ladine, era un’accozzaglia di «austricanti». I mezzi per sconfiggere questa «marmaglia» anti italiana furono subdoli e infidi: le Olimpiadi invernali del 1956 a Cortina servirono da pretesto a Roma per ridurre del 40% la presenza ladina sul territorio, favorendo l’immigrazione di italiani.
E se i sudtirolesi di lingua tedesca reagirono alla colonizzazione italiana, dando vita a un movimento separatista, i ladini scelsero la strada della politica, con la fondazione dell’Union Generela di Ladins dles Dolomites e del Movimento politico ladino.
La risposta italiana non si fece attendere. Sul fronte religioso, nel dicembre 1964, Livinallongo, Colle Santa Lucia e Ampezzo vennero staccate dalle diocesi di Bressanone; su quello politico, per non aprire un terzo fronte in Sud Tirolo, Roma lasciò che a giocare la questione ladina fosse la Sud Tiroler Volkspartei.

Senza voce in capitolo

La mossa fu azzeccata, tanto è vero che il gruppo tedesco ancora oggi soggioga quello ladino, escludendolo da ogni decisione politica. «Se voi avete Berlusconi, noi abbiamo la Svp – dice Giovanni Mischi, presidente del Movimento Ladins -. Subiamo forti repressioni derivanti dagli accordi tra la vecchia Dc e la Svp e che vengono mantenuti ancora oggi. Non abbiamo potere decisionale».
«Il Movimento politico ladino in Val Gardena e Val Badia ha retto per 10 anni – spiega Hilda Pizzinini -; poi la pressione della Svp ha schiacciato il partito e ora, nonostante i ladini rappresentino demograficamente il 4,8% della popolazione sudtirolese, abbiamo solo un rappresentante in provincia. E la gente si chiede quale contributo può dare alla causa ladina».
Neppure l’indotto economico che le valli ladine garantiscono alla regione Trentino Alto Adige, di gran lunga superiore al loro peso demografico, è riuscito a dare una svolta alla politica regionale. «Noi ladini non siamo riusciti a metterci d’accordo e questo è uno dei motivi per cui noi non contiamo nulla a livello amministrativo provinciale e regionale – lamenta Leander Morder -. Val Badia e Val Gardena, anziché creare un comprensorio unico ladino, hanno preferito aggregarsi a due entità economiche diverse: quelle dello Sciliar e della Pusteria».
Come spesso avviene, il successo economico, se da una parte ha giocato un ruolo positivo nel limitare l’emigrazione verso i centri più sviluppati, dall’altro ha sradicato la cultura. Dagli anni ‘70 la cementificazione ha imperato, snaturando (in senso letterale) la regione, in particolare la Val Gardena, Val di Fassa e Ampezzano. Non occorre essere un ambientalista per inorridire di fronte agli enormi complessi alberghieri costruiti per soddisfare le esigenze di un turismo d’élite, che una classe speculativa, formata da amministratori e impresari, ha voluto trascinare in queste valli. Un turismo d’élite che non ha nulla a che fare con la cultura contadina, che per secoli ha abitato masi e villaggi. Un turismo d’élite che ben poco conosce della cultura che li ospita e che, quando parla di cavalli, il pensiero viene rivolto allo stilista e non ai quadrupedi che un tempo popolavano le verdi vallate ladine.

Piergiorgio Pescali




Sarò cinese anche in paradiso

San Giuseppe Freinandemetz (1852 – 1908)

«Ecco, trovato quel paese che già da anni pregavo Iddio di voler mostrarmi; trovato la mia patria nuova, che da tanto tempo sospiravo di vedere, arrivato io sono finalmente nella chiesa». Queste poche righe, scritte il 28 aprile 1879 e ricevute dalla famiglia a Oies, in Val Badia, qualche mese dopo, annunciavano l’arrivo del ventisettenne padre verbita Giuseppe Freinademetz in terra di missione: la Cina.
Era una Cina, quella che accolse il sacerdote badiota, umiliata dalle potenze europee, vincitrici delle guerre dell’oppio (1840-42). I governi occidentali, consci dell’odio creato attorno a loro nell’animo dei cinesi con l’imposizione di trattati iniqui, si fecero precedere nell’espansione nel Paese di Mezzo da avanguardie di evangelizzatori. Armati di crocifisso e vangelo, questi missionari, preparavano il terreno all’arrivo di eserciti ben più cruenti e violenti, composti non solo da soldati, ma da amministratori corrotti e impresari senza scrupoli.
Per i cinesi tutti gli europei sono i «nasi lunghi». Non sorprende, quindi, che i primi passi di Giuseppe in terra cinese furono ben poco conciliatori: «L’adulto cinese ci deride in pubblico, i bambini ci gridano alle spalle. Sembra che perfino i cani provino un gusto particolare a rincorrerci e abbaiarci contro. Il missionario è odiato da molti, tollerato da pochi, amato da nessuno» scriveva in una delle sue prime lettere.
Un atteggiamento di ostilità e incomprensione dapprima contraccambiato da molti sacerdoti, a cui neppure Freinademetz seppe venir meno. Nelle sue prime lettere l’ardore e il fuoco del giovane missionario è, a dir poco, militaresco. Giuseppe arriva in Cina «per menar guerra contro il diavolo e l’inferno, per gettar a terra i templi dei falsi dèi, per impiantar al loro luogo il legno della croce».

Questo ostracismo dura però solo una stagione. Nonostante tutto, già nei primi anni, Giuseppe confessa: «Essere missionario in Cina è un onore che non cambierei colla corona d’oro dell’imperatore d’Austria» (a quell’epoca la sua terra natale apparteneva alla monarchia austro-ungarica).
Ben presto Giuseppe Freinademetz si accorge di quanto male facciano gli europei all’Asia e, in particolare alla sua missione nello Shantung del sud, cui la Santa Sede aveva affidato alla congregazione dei Verbiti l’evangelizzazione. «Beh, non c’è da meravigliarsi sullo scetticismo nei confronti degli europei e sul loro comportamento, in quel tempo. Penso inoltre che lui stesso, conoscendo le persone più a fondo, abbia mutato anche il suo giudizio sui cinesi» afferma il vescovo di Bressanone, mons. Wilhelm Egger.
Già nel 1884 Freinademetz inizia a vestire come i suoi parrocchiani, parla il mandarino, porta la treccia e, soprattutto, adotta un nome cinese: Fu Shen-Fu (padre della fortuna). Scrivendo a un familiare in Sud Tirolo afferma: «Sono ormai più cinese che tirolese. E non ho altro desiderio che morire con loro e essere sepolto tra di loro. Desidero essere cinese anche nel cielo».
La politica dei paesi europei incomincia a nausearlo; alla madre scrive: «Il maggior flagello per noi e per i poveri cinesi cominciano a essere tanti europei senza fede e perfettamente corrotti, che adesso cominciano a inondare tutta la Cina. Sono bensì cristiani, ma sono peggiori dei pagani, non si curano d’altro che di far denaro e di andare dietro a tutti i piaceri mondani».
All’opposto, rivaluta completamente le sue idee iniziali sui locali, giungendo a rivelare che «in molti punti sorpassano gli europei. Lo sanno anche loro stessi, perciò odiano tutti gli stranieri… Sono veramente la prima nazione al mondo, solo manca loro il cristianesimo».
Eppure, Giuseppe in Cina non ebbe vita facile: la rivolta dei Boxer nel 1900, la persecuzione cristiana, le malattie resero la sua opera di evangelizzazione, dura e pericolosa. Fino al 1908, anno in cui morì stroncato dal tifo a Taikia, dove fu sepolto, continuò a scrivere alla madre e agli amici nel suo italiano stentato o in tedesco, non dimenticando, però, la sua cultura natale: il ladino. «Chi non è chiamato dal Signore non abbandoni la bella Badia», scrisse in uno dei tanti momenti di nostalgia, in cui ricordava con piacere i tre anni trascorsi come parroco a San Martino in Badia (1875-78) o la sua infanzia felice con i 12 fratelli all’ombra delle vette dolomitiche.
Ed è forse proprio questo il miracolo di san Giuseppe Freinademetz: conosciuto da pochi, è entrato nel cuore di tutti i tirolesi. «Già quando era ancora parroco le persone locali si sono accorte che lui era una figura eccezionale. Le uniche reliquie che abbiamo di san Giuseppe sono i capelli, che la perpetua ha tagliato prima che partisse per l’Olanda (1878), dove era la sede dell’ordine dei Verbiti e li ha tenuti con sé quasi presagendo la santità che era in lui. Quando era parroco a San Martino in Badia la gente faceva anche 6-7 ore di cammino per ascoltare le sue omelie» spiega mons. Egger.

Oggi quasi ogni casa badiota mostra l’effigie di Giuseppe Freinademetz, beatificato nel 1975 da Paolo vi e proclamato santo il 5 ottobre 2003 da Giovanni Paolo II. Anche se in 30 anni di missione in Cina non è mai tornato in patria, Giuseppe ha conservato intatto, attraverso le sue lettere, il rapporto con gli amici, la famiglia, la sua gente e la sua valle; questo rapporto non si è mai interrotto; egli ha continuato a vivere, anche dopo la sua morte, non solo nella Val Badia, ma in tutto il Sud Tirolo.
«Mio padre, nato nel 1900, mi raccontava che si ricordava ancora quando in valle arrivò la notizia della morte del missionario – racconta padre Pietro Irsara, custode della casa natale del santo -. Nella nostra famiglia, come in molte altre della valle, si pregava per la beatificazione e poi per la canonizzazione di Giuseppe. Si notava già un’aria di santità in questa persona. Pochi anni dopo la sua morte scoppiò la Prima guerra mondiale e la gente si rivolgeva al missionario per chiedee l’intercessione. Quando, durante il fascismo c’è stato il problema dell’Opzione, molti, ancora indecisi, si rivolgevano a lui per chiedere consiglio sulla scelta da compiere».
Oggi la casa di san Giuseppe Freinademetz è meta di pellegrinaggi che vengono dal Sud Tirolo, dall’Austria e dalle città d’Italia dove sono presenti i missionari del Verbo Divino. «Alla gente che viene qui in pellegrinaggio – continua padre Pietro – ricordo la fede eroica che egli ci ha lasciato in eredità. Una fede che occorre vivere, non nascondere. Mi piace anche ricordare il rapporto di san Giuseppe con il dolore e la sofferenza. Lui ha sofferto molto, per questo poteva incoraggiare la famiglia, spiegare come il dolore non sia un castigo di Dio, ma un segno di Dio, una prova che Dio ci manda».

«Un’altra eredità lasciata da san Giuseppe è l’amore per i cinesi – conclude padre Irsara -. Si è fatto cinese tra i cinesi. È riuscito ad amarli sinceramente, nonostante le difficoltà e sofferenze che ha provato. Le firme per la sua canonizzazione sono arrivate dalla Cina, dalla regione dove ha lavorato: ciò significa che la sua persona e il suo lavoro è ancora oggi riconosciuto e vivo tra la gente per cui ha dato la vita».
La sua apertura all’altro ha precorso i tempi: Freinademetz aveva appreso che per capire e convivere con le altre culture e religioni, occorre convertire anzitutto se stessi. E in questo contesto risultano «provocatorie» anche le parole più semplici. In un’Italia dove i media continuano a propinarci stereotipi triti e ritriti, cercando di convincerci che viviamo nel «paese più bello del mondo», parliamo la «lingua più bella del mondo», abbiamo la «cucina più buona del mondo», è sconvolgente che più di 200 anni fa, un umile contadinotto di un’oscura valle dolomitica, scriveva: «Mi credete se vi dico che la Cina non è più brutta della bella Badia?».

Piergiorgio Pescali




ASINO vs CAVALLO

Oltre al fatto storico, l’entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme è un evento «teologico»: rivela la sua natura messianica. Egli ha voluto cavalcare un asino, simbolo di umiltà, di servizio e di pace, anziché un cavallo, simbolo di superbia, di guerra e di potenza militare. In tale gesto Gesù si rivela e propone come modello da imitare: «Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore».

La domenica delle palme, o domenica di passione, è tra le più sentite dai cristiani che affollano le chiese per la benedizione dei rami di ulivo e delle palme intrecciate, vissuti più come strumenti innocui di magia, che segni di una straordinaria rivelazione.
Il racconto è riportato da tutti e tre i sinottici (Mt 21,1-11; Mc 11,1-11; Lc 19,29-40) che dimostrano il profondo significato che i primi cristiani attribuivano a questo avvenimento.
La partenza dal villaggio di Betfage e l’arrivo trionfale di Gesù a Gerusalemme a dorso di un’asina non è solo un evento storico, ma un fatto «teologico» con cui gli evangelisti ci vogliono dire qualcosa della personalità di Gesù.
Per questo tragitto di un chilometro e mezzo, che si rivela un trionfo di popolo, Gesù cavalca un’asina e non un cavallo. Cavalcando l’asina, Gesù realizza la profezia del profeta messianico Zaccaria, citato espressamente nel racconto di Matteo: «Dite alla figlia di Sion: Ecco, il tuo re viene a te mite, seduto su un’asina, con un puledro figlio di bestia da soma» (Mt 21,5; cf Gv 12,15; citazione di Zc 9,9).
Secondo sant’ Ambrogio l’asino è simbolo dell’uomo umile che impara a offrire se stesso a Cristo per portarlo nel mondo.
Il messia è «il principe della pace» (Is 9,5) e può entrare in Gerusalemme solo cavalcando un’asina, perché uno dei suoi compiti sarà quello di fare sparire i cavalli e i carri da guerra (cf Zc 9,9-10). Secondo Luca Gesù cavalca un asinello sul quale nessuno è mai salito prima (cf Lc 19,30): è la novità inaugurata dall’èra messianica.
Quando vogliono farlo re alla maniera del mondo (Gv 6,44) Gesù fugge perché la logica delle «beatitudini» (Mt 5,1-10) è in contrasto con i criteri del potere mondano (Gv 1,10; 15,18-19; 17,9-11; 1Cor 2,6; Mc 10, 40-45; ecc.). Cavalcando un’asina per il suo ingresso nella città di «Davide, suo padre» (Lc 1,32) che lo riconosce «figlio di Davide» (Mt 21,9), Gesù fa una scelta di campo e di metodo: sceglie i poveri e i bambini come cittadini privilegiati del suo regno messianico, le cui relazioni saranno guidate dal metodo della nonviolenza contro ogni forma di sopraffazione e ogni forma di guerra, simboleggiate nel «cavallo». La tradizione biblica oppone i due animali.

L’asino è simbolo del lavoro e della pace, è bestia da lavoro (Gen 22,3.5; 42,27; 44,13; Es 4,20; 23,4-5; Nm 22,22-23; Dt 22,10; Gs 15,18; Gdc 1,14; 1Sam 25,20.23; 2Sam 17, 23; Lc 10,34), fa girare le macine dei mulini (cf Is 30,24; 32,20; Mt 18,6) e in Egitto le ruote dei pozzi. L’asino non è mai usato come «arma» di guerra.
Il cavallo, animale superbo e solenne, non è mai usato per i lavori dei campi, ma è utilizzato solo per i combattimenti come una vera macchina da guerra (Sal 20,8; 33,17; 76,7; 147,10; Pr 21,31; Is 31,3; Os 1,7). È considerato arma pesante, specialmente se unito al «carro», ed esprime la «potenza» di chi li possiede. L’espressione «cavallo e cavaliere» diventa espressione tecnica per indicare una perfetta macchina da guerra inarrestabile, che solo Dio sa affrontare e distruggere (Es 15,1.21; Gb 39,18; Ger 51,21).
Carri e cavalli rivelano una supremazia bellica, un forte deterrente contro eventuali attacchi. L’uomo che ostenta la sicurezza dei suoi cavalli armati di carri è il faraone, simbolo stesso del nemico di Dio, emblema del persecutore e oppressore (Es 14,9.23). Oggi corrisponderebbe a un carro armato missilistico.
Il profeta Zaccaria (citato da Mt 215) prosegue così: «Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l’arco della guerra sarà spezzato, annunzierà pace alle genti» (Zc 9,10). Carri e cavalli cioè l’ignominia della guerra (cf Is 2,1-5).

Di norma i figli d’Israele combattono a piedi, risultando così molto lenti di fronte a chi è più forte e potente, ma è proprio questa la loro specificità. Non è Israele che combatte e vince o perde, ma è Dio che combatte per Israele, se essi non confidano nella potenza esteriore o nel numero, ma hanno fede in Yhwh che li protegge da ogni pericolo e sopruso.
Mosè prima di morire aveva messo in guardia: «Quando andrai in guerra contro i tuoi nemici e vedrai cavalli, carri e un popolo più numeroso di te, non ne avere paura: perché il Signore tuo Dio è con te, lui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto» (Dt 20,1-4, qui v. 1), cioè ti ha liberato dalla pre-potenza del faraone nonostante i suoi carri e i suoi cavalli.
Mosè può dire queste parole perché aveva già sperimentato che la vittoria sul feroce Amalek non è dovuta alla forza del suo esercito, ma alla sua preghiera: «Quando Mosè alzava le mani, Israele era il più forte, ma quando le lasciava cadere, era più forte Amalek» (Es 17,9-15).
La preghiera è lo scudo del credente in ogni avversità della vita, fisica o spirituale. I martiri di tutti i tempi hanno sempre vinto i loro aggressori non con le spade, ma con la preghiera fino al dono della vita.

Nel 703/702 a. C., il re Ezechia invia un’ambasciata in Egitto, la potenza mondiale dell’epoca, per chiedere aiuto contro l’Assiria di Sennacherib: una piccola e insignificante nazione vuole schierarsi accanto alla «grande potenza», per non essere schiacciata e avee un tornaconto.
Contro questa politica di alleanze di comodo si schiera il profeta Isaia, che profetizza: «Guai a quanti scendono in Egitto per cercare aiuto, e pongono la speranza nei cavalli, confidano nei carri perché numerosi e sulla cavalleria perché molto potente, senza guardare al Santo d’Israele e senza cercare il Signore» (Is 31,1).
Il profeta pensa a quanto è avvenuto in un altro viaggio, dall’Egitto alla terra promessa, nell’esodo, quando il faraone si credeva forte perché aveva un potente esercito, che nulla ha potuto contro gli ebrei inermi, privi di armi, ma guidati dal Signore che camminava alla testa della colonna durante il passaggio del Mar Rosso: «Ha gettato in mare cavallo e cavaliere. Mia forza e mio canto è il Signore, egli mi ha salvato… I carri del faraone e il suo esercito ha gettato nel mare e i suoi combattenti scelti furono sommersi nel Mar Rosso. Gli abissi li ricoprirono, sprofondarono come pietra» (Es 15,1-5).
In Israele, il re Salomone costruisce il suo regno sui carri e i cavalli: «Salomone aveva 4 mila scuderie per i cavalli dei suoi carri e 12 mila cavalli» (1Re 5,6), eppure il suo regno dura poco, perché alla sua morte si disintegrerà per sempre e non si ricostruirà mai più.

La riforma deuteronomistica del sec. vii a. C. aveva profetizzato che il futuro re d’Israele, antenato del Messia, sarebbe stato colui che «non dovrà procurarsi un gran numero di cavalli, né far tornare il popolo in Egitto per procurarsi gran numero di cavalli» (Dt 17,16), perché il potere del re d’Israele deve essere un potere opposto a quello del faraone: «Chi si vanta dei carri e chi dei cavalli; noi siamo forti nel nome del Signore nostro Dio» (Sal 21/20,8).
In questo contesto, il profeta Zaccaria annuncia il re-messia, che cavalca un asino, anzi un puledro di asina, cioè un animale mite, ma anche fragile e debole come un puledro. Cavalcando un’asina per entrare in Gerusalemme, si presenta come l’erede messianico del re Davide che viaggiava sulla mula e non sul cavallo (cf 1Re 1,38) e come colui che ha del potere un concetto di servizio e non di sopraffazione: «Voi sapete come coloro i quali sono ritenuti capi delle nazioni le tiranneggiano, e come i loro prìncipi le opprimono. Non così dev’essere tra voi; ma piuttosto, se uno tra voi vuole essere grande, sia vostro servo, e chi tra voi vuole essere primo, sia schiavo di tutti. Infatti il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,42-45).
Il suo regno veramente non è di questo mondo (cf Gv 18,36)! Un re che viene su un asino non incute terrore, ma ispira mitezza, perché si presenta sulla cavalcatura usuale che i contadini utilizzano ogni giorno. Il re-messia è uno di noi che sta dalla nostra parte. Non viene per estorcere o per occupare, ma per servire il suo popolo e guidarlo con una politica di pacifico governo: «Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza» (Sal 23/22, 2-4).

L’asino si oppone anche all’uomo ottuso che non comprende la parola di Dio. L’episodio dell’asina di Balaam (cf Nm 22,23-35) mostra che, a differenza dell’uomo, questo animale sa scorgere la presenza dell’angelo di Dio, riconoscendolo, mentre il suo padrone pretendeva di essere un «veggente» e parlare in nome di Dio. L’asina vede ciò che il «veggente» non ascolta.
Nella domenica delle palme la folla acclama Gesù come messia e lo accompagna nel suo ingresso in Gerusalemme, la «Figlia di Sion» (Zc 9,9); ma dopo tre giorni, davanti a Pilato che lo mostra e lo propone come loro messia (Cristo), la stessa folla griderà di crocifiggerlo: «Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo (unto/messia)?… Che farò di Gesù chiamato il Cristo? Tutti gli risposero: Sia crocifisso!… Che male ha fatto?… Essi allora urlarono: Sia crocifisso!» (Mt 27,17-23).
Colui che si è presentato a dorso di un’asina, re pacifico e nonviolento, anche se crocifisso non può difendersi con gli eserciti all’uso del mondo: «Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei; ma il mio regno non è di quaggiù» (Gv 18,36).
Al contrario, egli è capace di dare la sua vita in cambio di un brigante. In aramaico «Barabba» significa «figlio di papà (bar-abbà), mentre Gesù di Nazareth è «il Figlio del Padre» (in aramaico: Bar-Abbà), anzi «l’Unigenito» (Gv 1,14.18; 3,16.18; 1Gv 4,9), che è venuto per salvare tutti i «figli di papà» smarriti nelle strade del mondo, anche gli assassini, i terroristi, coloro che sono giudicati come feccia e rifiuto dell’umanità, quelli che butteremmo tra le fiamme dell’inferno, perché abbiamo un senso della giustizia lontanissima da quella di Dio. In Dio, infatti, la giustizia è sinonimo di misericordia.
Se il re-messia crocifisso fosse stato «giusto» alla maniera degli uomini, avrebbe dovuto invocare da Dio la vendetta contro i suoi carnefici e non avrebbe infranto la toràh: sarebbe dentro la logica legale dell’«occhio per occhio» (Es 21,24).
Il Figlio dell’uomo, però, cavalca un’asina e, quando è crocifisso, prima di abbandonarsi totalmente nelle mani del suo «Abbà», egli invoca il perdono di Dio sui suoi carnefici, come atto supremo di giustizia, perché soltanto nel perdono avviene il superamento della colpa: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).
Se fosse venuto sul cavallo avrebbe impugnato la spada, ma poi non avrebbe potuto imporre a Pietro di riporla nel fodero, perché la spada è l’emblema della violenza che chiama violenza (Mt 26,52) e non avrebbe potuto perdonare i suoi uccisori, ma avrebbe dovuto massacrarli.
Egli al contrario sconvolge ogni sistema di ragionamento, capovolge la logica del «buon senso» e si presenta a dorso di un’asina, mite e pacifico, ponendosi come modello e come pietra di paragone: «Imparate da me che sono mite ed umile di cuore» (Mt 11,29). In questo modo s’identifica con tutti i poveri che lo avevano preceduto (cf Sof 2,3; Dn 3,87) e con tutti i poveri «figli di papà/barabba», disperati, che sarebbero venuti dopo di lui.
La discriminante della verità di Gesù è un’asina, la cui presenza ci rivela molto di più della personalità di Gesù di quanto non possiamo immaginare. Non ci resta che andare anche noi nel villaggio vicino a cercare un’asina con un puledro e fae un simbolo di credenti nel nostro re che viene «mite, seduto su un’asina» (Zc 9, 9; Mt 21, 5)

Paolo Farinella




«Vogliamo un’auto e una lavatrice»

Quando milioni di cinesi avranno un’auto e una lavatrice, che sarà del mondo? Se è giusto che anche i cittadini di Pechino abbiano quanto noi abbiamo avuto, è altrettanto certo che le conseguenze su un pianeta già al collasso saranno devastanti. E le soluzioni (ammesso che ci siano) non sono a portata di mano. Nel frattempo, i paesi occidentali sono invasi da prodotti cinesi, spesso fabbricati in condizioni inaccettabili. Concorrenza sleale? Macché, è il sistema neoliberista occidentale che ha introdotto le giustificazioni economiche: deregolamentazione, libera circolazione dei capitali, concorrenza, consumo senza produzione…

L’aspirazione gigantista cinese è ben comprensibile viaggiando lungo la nuova rete autostradale che si sta sviluppando nel paese per migliaia di chilometri: una ragnatela di corsie, arditi viadotti, tangenziali che sembrano voler contenere ipertrofiche megalopoli che ingoiano progressivamente gli anelli d’asfalto appena inaugurati da funzionari di partito con l’elmetto in testa.
Una rete sovradimensionata che sta avvolgendo il paese ma che per il momento vede percorrerla, una volta usciti dalla città, rare automobili, di solito i grossi Suv dei nuovi ricchi che possono permettersi il sacro rito del casello autostradale.
Se oggi le autostrade sono praticamente deserte, fra pochi anni saranno percorse da milioni di automobilisti che, abbandonata la bicicletta, potranno dirsi anch’essi cittadini modei e sviluppati; il boom industriale strappa alla povertà (ma qui bisognerebbe capire cosa si intende con questo termine) milioni di cinesi ogni anno e al momento sono circa 100 milioni coloro che vivono con relativa agiatezza.
Percorrere la nuova autostrada che collega Shanghai con il suo aereoporto è un balzo nel futuro della Cina: quattro corsie che corrono in una giungla suburbana di zone industriali variamente colorate: capannoni gialli, azzurri, grigi (molti quelli delle aziende italiane) si susseguono come tanti mattoncini che compongono un’unica nebulosa urbana su cui incombe un cielo lattiginoso e plumbeo. Questo nastro d’asfalto è una soddisfazione: di giorno le auto riempiono le corsie quasi fossero il sangue delle vene di un organismo, un frenetico fluire di acciaio, gas di scarico, uomini e donne al volante di vecchie carcasse e nuove fuoriserie provenienti da paesi lontani. Ogni tanto, il fluire delle automobili è superato a sinistra dal nuovo treno a levitazione magnetica, una specie di missile simile ad una giostra, forse una dimostrazione di tecnologia per impressionare il turista, o meglio ancora il giornalista o l’uomo d’affari occidentale appena sbarcato nell’«impero di mezzo».

La Cina è tecnicamente pronta all’invasione delle automobili e in generale lo è per qualsiasi altro oggetto di consumo.
La restante parte del mondo lo è in egual misura? La restante parte del mondo è pronta ad accettare (facendo un rapporto all’occidentale tra popolazione e numero di prodotti) seicento milioni di nuove auto, quattrocento milioni di lavatrici, e altre decine di miliardi di pezzi tra computer, cellulari, televisori, condizionatori, lavatrici, nuove case…?
Il mondo è già in overdose di estealità negative legate all’industrializzazione di massa occidentale (vedi «Una sola madre terra», su Missioni Consolata), il premio Nobel James Lovelock, con molti altri scienziati, parla ormai apertamente di estinzione di massa dell’essere umano entro 100 anni a causa di un cocktail ben assortito di cambiamenti climatici, scarsità di risorse e relative guerre.
Un processo non futuribile ma reale, già chiaramente visibile al giorno d’oggi ed in fase avanzata, sostiene lo scienziato inglese ideatore della famosa teoria scientifico-economica che prende il nome di Ipotesi Gaia.
Nonostante questo, che il mondo sia o meno pronto al mortale abbraccio cinese all’american way of life non ha alcuna importanza. L’ingranaggio è partito e fermarlo non sarebbe né giusto né possibile.
«La lavatrice non è un diritto solo per gli occidentali!». Parole sacrosante avute in risposta ad una domanda provocatoria posta a qualche cinese con reazioni emotive che andavano dall’indignato, al furibondo, ovviamente.
Le grandi megalopoli cinesi sono mostri che viaggiano intorno ai venti milioni di abitanti, oltre questa soglia gli urbanisti sostengono che vi sia un collassamento generale delle fognature, dell’ordine pubblico e del trasporto.
In Cina ne esistono almeno quattro ed una di esse, Qongqing è giunta a quota 25 milioni. Girarle non è un’esperienza entusiasmante. La stessa Shanghai è un guazzabuglio di grattacieli, templi del commercio ricoperti di mattonelle bianche, raccordi autostradali su più livelli, un banale tentativo di scimiottare, Parigi, New York, Londra: affoga nell’inquinamento e nel caos. I vecchi quartieri coloniali vengono abbattuti per far posto a grattacieli che dopo dieci anni appaiono già vecchi. Il trionfo del kitch e del cattivo gusto, del grezzo gigantismo assurto a bellezza.
Il tempo della rivoluzione culturale della «banda dei quattro» sembra non essere finito.
Ogni anno 20 milioni di cinesi abbandonano le campagne e si inurbano alla ricerca di lavoro nei cantieri edili, o come camerieri, commessi, manovali nei mercati etc: sono questi uomini e queste donne che provengono dalle sperdute regioni della campagna a carburare la tumultuosa crecita del paese.
La pelle crepata dal sole nei campi, e i lineamenti tradiscono la loro provenienza dalle lontane province cinesi: Inner Mongolia, Sichuan, Tibet…
Sono carne da cannone nel grande balzo moderno cinese: loro non contano nulla nel conteggio del prodotto nazionale lordo, non rientrano in nessuna statistica tanto da non essere nemmeno un costo per le aziende quando si infortunano o muoiono. Chi protesta viene cacciato, tanto il serbatornio di fuggitivi dalle campagne verso la terra promessa vista nella televisione comune di qualche ristorantino sperduto è infinito.
Sono svariati milioni i cinesi utilizzati come schiavi per produrre la merce che poi il consumatore estero, di solito lamentoso «per la scarsa qualità», acquisterà a prezzi stracciati non solo nei nuovi templi pagani (i centri commerciali), ma anche nelle raffinate boutique dei centri storici a prezzi ben più elevati.

Qualche numero. Il 75% dei lavoratori cinesi migranti (milioni di persone, forse 20) non viene pagato, molti di loro come forma estrema di protesta si suicidano.
Ogni anno muoiono 6.000 minatori. Sono decine di migliaia i bambini che lavorano come schiavi nelle fabbriche.
I manifestanti sono spesso considerati rivoltosi che attentano all’ordine sociale del paese, una minaccia da stroncare con qualsiasi mezzo. Ma il vigoroso sviluppo economico non trova sostegno solo nello sfruttamento delle masse ma anche in selvaggio utilizzo dell’ambiente e delle risorse.
Il 90% dei fiumi cinesi è avvelenato, uguale situazione per il 70% delle acque sotterranee.
La Cina brucia un miliardo e settecento milioni di tonnellate di carbone ed è il quinto consumatore mondiale di petrolio (entro pochi anni diventerà il secondo). Sulla Cina grava una cappa di smog solforosa che copre praticamante tutto il paese e che trasportata dai venti arriva fino in Europa e negli Stati Uniti.
In un recente libro scritto dal ministro per l’economia Giulio Tremonti vi è un accorato appello a invertire questa situazione con mezzi drastici, fosse anche con un nuova politica protezionista.
Il ministro però non parte da una visione olistica, ma da un assunto economico nazionalista. In sintesi: il consumatore occidentale nel suo delirio onnivoro a basso prezzo made in China sta distruggendo l’economia europea perché fa sì che gli imprenditori esportino capitali e conoscenza tecnologica in Cina ed importino povertà.
La teoria deregolamentatrice degli anni Novanta che va sotto il nome di globalismo o globalizzazione, ha portato a questi risultati. Gli imprenditori occidentali hanno accolto felicemente questa deregolamentazione transnazionale massiccia, che ha fatto piazza pulita della figura del lavoratore con cui contrattare onerosi aumenti di salario, o peggio il miglioramento delle condizioni di lavoro, o peggio del peggio la diminuzione dell’orario a parità di paga.
Tutti retaggi di stampo comunista non assimilabili da un sistema economico moderno e competitivo, dicevano.
Finito in soffitta il lavoratore, in Europa è assurta la figura del consumatore, ovvero colui che spende il proprio denaro, sempre più spesso facendo ricorso ai debiti, per riempirsi la vita di cose di per sé inutili (come dice il famoso pubblicitario Frederic Beigebeder «chi è felice non consuma») ma che una potente campagna di marketing ci fa vedere come indispensabili.
Il consumo senza produzione è il meccanismo diabolico che sta tenendo in piedi le obese economie occidentali di servizio e finanziarie, totalmente drogate.
Un esempio: tutti i telefonini che avete in casa, il primo, il secondo, il terzo, le macchine fotografiche, i dvd, i televisori etc. etc. sono prodotti in Cina. Nessuno di quei pezzi di plastica e microchip è prodotto da italiani.
La parola magica per questo processo è stata competitività: ovvero il lavoratore dipendente italiano, francese, tedesco, … è entrato in diretta competizione con il cinese che vive nelle condizioni di cui sopra. Non così i proprietari dei mezzi di produzione che hanno invece approfittato delle occasioni date dalla libera circolazione dei capitali: il capitale trova sempre la migliore allocazione possibile, dopo tutto è il suo mestiere.
È evidente che solo il ricorso al debito può sostenere i consumi in questa situazione e infatti paesi come l’Italia navigano a vista in un mare di stagnazione economica.
Grande impulso a queste dinamiche economiche, viste come la panacea di ogni problema, è stato dato dai governi degli anni Novanta partendo dagli Usa (Clinton), passando dalla Francia (De Villepein), Italia (Prodi, D’Alema, Amato), Germania (Schroeder), Inghilterra (Blair)…
Tale politica ha trovato sponda negli imprenditori, giustamente ansiosi di aumentare il saggio di profitto ma soprattutto dai sindacati che da sempre lottano per difendere i lavoratori…
Al tempo, fine anni Novanta, andava di moda dire che «se il mare del capitale si fosse alzato, tutte le barche sarebbero cresciute».
Ma la storia talvolta compie capriole. Chi avrebbe mai pensato che un ministro iperliberista dell’economia come Giulio Tremonti definisse «deliranti» le politiche economiche di Wto, Fmi, World Bank, degli anni Novanta mentre il cosiddetto popolo noglobal si trovasse ad aver ottenuto inaspettatamente quello per cui protestavano a gran voce: la riduzione della povertà nei cosiddetti paesi i via di sviluppo.
Il mondo vive quindi un periodo caratterizzato da una potente «redistribuzione» della ricchezza. Gli italiani, i francesi, e gli altri stanno un pizzico meno bene, mentre sempre più asiatici smettono di coltivare riso e inurbandosi migliorano le loro condizioni di vita. Molti sono usati come schiavi, altri si emancipano: ubi major minor cessat nel 2006?

Il problema, che nessuno vuole guardare perché semplicemente non risolvibile, è che per sostenere il ritmo di crescita cinese siamo di fronte ad un vigoroso affondo contro l’ecosistema planetario, visto solo come capitale naturale con cui alimentare la crescita materiale.
La Cina urbana è un incubo che dovrebbe far tremare i polsi ai governi mondiali che invece se ne rallegrano. Lo stile di vita all’americana è un’ossessione che pervade ormai la vita di centinaia di milioni di cinesi che vivono per poter avere la stessa vita di uno statunitense o europeo.
È bene sottolineare che questo desiderio è sacrosanto, ma diventa un pericolo in funzione della finitezza delle risorse naturali (chi sostiene che il concetto di risorsa non esiste perché è l’ingegno umano a creare le risorse attraverso le tecnologie si scontra inesorabilmente con il primo e secondo principio della termodinamica che, ahinoi, lasciano poco spazio a bislacche fantasie di moti perpetui o energie infinite)
Quante foreste bisognerà abbattere, quanto pesce pescare, petrolio e carbone bruciare, etc per soddisfare un paese di 1,3 miliardi di persone che cresce al ritmo del 10% annuo?
E dato che l’economia è una coperta corta (se tiri da una parte si scopre l’altra) le potenze occidentali saranno veramente disposte a cedere le residue risorse strategiche ai cinesi vogliosi di vivere nel benessere materiale, lo stesso nel quale hanno sguazzato per sessant’ anni statunitensi, francesi, tedeschi, italiani etc?
Qualsiasi cosa accada esistono dei feedback negativi che investiranno il pianeta.
Eppure quello che è un vero disastro per tutti è vissuto come una conquista, come una possibilità di crescita. Un’illusione tipica delle società che collassano, le prove lasciate dagli abitanti dell’isola di Pasqua, dai Maya o dagli abitanti della Groenlandia ne sono un esempio.
La locomotiva Cina ci sta portando tutti su una montagna russa altissima e noi siamo o sull’apice o all’inizio della discesa. Auguri.

3a puntanta. Le precedenti puntate di questo reportage dalla nuova Cina sono state pubblicate a dicembre 2005 e gennaio 2006. Gli articoli sono reperibili su questo sito internet.

Giacomo Mucini