Libertà fuori le mura

Reportage da Cartagena e dintorni

Il fascino e la vitalità di Cartagena non riescono a nascondere le sue contraddizioni. A pochi chilometri dalle sue storiche mura, la comunità di Arjona non si rassegna al destino dettato dalla violenza delle armi, che da 40 anni insanguinano la Colombia, ma è impegnata a costruire il proprio futuro, lottando contro la prepotenza e riscoprendo le proprie radici culturali, con l’aiuto dei missionari carmelitani.

Vista dall’alto, Bogotà sembra una città svizzera, distesa su una valle circondata da rilievi brulli e regolari; si scorgono serre, fattorie, mucche al pascolo e abitazioni basse, sul cui tetto è installato il contenitore dell’acqua. Le nuvole formano un coperchio viola sopra il verde della distesa; la temperatura è di 17 gradi e un’atmosfera placida intorno ai quartieri mitiga la fatiscenza delle palazzine di periferia.
Entrati in aeroporto, si incontra la tipica confusione sudamericana, alla quale si aggiunge la sensazione di essere atterrati nello scalo di una città di provincia e non in quello della capitale. Al check-in per imbarcarmi sul volo diretto a Cartagena de Indias, due giovanissimi poliziotti mi fanno mille storie per un tagliaunghie, frugano dentro il mio bagaglio: sono interminabili minuti di confusione e, da parte mia, di nervosismo dovuto alla stanchezza del viaggio.
Alla fine della discussione con i poliziotti sono costretto a lasciare a terra il tagliaunghie; li saluto e cerco di dare una sistemata al bagaglio, visto che mi hanno fatto tirare fuori tutto quanto, e mi avvio verso la porta d’imbarco. Dopo aver riposto il passaporto e il biglietto al sicuro, mi accorgo che mi manca la cintura dei pantaloni che avevo dovuto deporre sul banco del check-in.
Nella sala d’attesa una buffa signora sulla sessantina, vestita da infermiera, si intrufola tra i viaggiatori domandando se vogliono farsi misurare la pressione. La mia attenzione è attratta da due indios, due facce arrostite dal sole e da un passato antichissimo: sguardo fiero e mento pronunciato, zigomi accentuati e guance solcate da due rughe come segni di coltelli. Portano capelli lunghi che si adagiano su una tunica bianca; indossano cappelli a forma di feluca e mostrano a tracolla l’immancabile borsa di lana.
Dall’altra parte della sala alcuni professionisti stanno lavorando al loro computer portatile parlando d’affari al cellulare; vestono informali e lanciano sguardi circoscritti, come se non vedessero l’ora di essere su un aereo per la prossima destinazione.
Ancora alquanto disorientato, mi guardo intorno e scruto la buffa infermiera che si dilegua in tutta fretta e scompare nel fiume indistinto di giacche e bagagli. Finalmente arriva il momento dell’imbarco per la mia finale destinazione: Cartagena.

VECCHI E NUOVI PIRATI

È già notte quando l’aereo atterra a Cartagena, che appare in tutta la sua suggestiva bellezza, carica di storia secolare.
Cartagena venne fondata nel 1533 dallo spagnolo Pedro de Heredia, sulla costa del Mar dei Caraibi, nella zona settentrionale del paese. Nel luogo in cui ora sorge la città, viveva una popolazione chiamata calamarì, descritta dalle cronache dell’epoca come gente feroce e amante della guerra, al punto che anche le donne combattevano al pari degli uomini.
Sin dalle sue origini, Cartagena fu un attivissimo porto dedito al commercio degli schiavi: vi operavano, tra gli altri, gli agenti della compagnia portoghese Cacheu, la quale distribuiva i carichi umani provenienti dall’Africa per tutta l’America del sud.
Per preservare la città dagli attacchi dei pirati inglesi, olandesi e francesi, la corona spagnola assoldò abili ingegneri militari europei, i quali dotarono Cartagena di quelle strutture difensive che ancora oggi la rendono unica. Il centro storico, infatti, è stato dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco nel 1984, proprio per l’imponente e storica bellezza delle mura che circondano la città vecchia, la ciudad amurallada. Più in alto, su una collina si erge il castello di San Filipe, un’altra costruzione militare a protezione della città. Mura e castello sono splendidamente illuminati.
Sulla medesima collina, nell’oscurità del cielo si staglia, fisso e sospeso, il convento della Popa, antica residenza dei gesuiti, che ancora oggi emana un forte senso di autorità, come se sorvegliasse la città distesa ai suoi piedi.
Le luci inondano di polvere d’oro l’aria densa di calore; la salsedine attacca l’antica pietra di questa città eroica, accarezzata dalle onde placide dei Caraibi. Ma se ora, come quella notte di quasi cinque secoli fa, spuntasse un’altra volta con la sua flotta il corsaro inglese Francis Drake, che gli spagnoli soprannominarono «el draque» (il dragone), non ci sarebbero più a fronteggiarlo il sangue degli schiavi, né gli aggressivi calamarì e neppure i cannoni del governatore spagnolo. Troverebbe, al contrario, una straripante gioia di vivere, una innata cultura fatta di balli e musica, e poi donne bellissime e dai vestiti sgargianti; tutte cose che allontanano per il momento dalla mente del visitatore l’immagine reale del paese, cioè, l’idea dominante nelle cronache inteazionali di una nazione martoriata da una guerra civile che perdura da quarant’anni.
Malgrado queste suggestioni, condivisibili ma parziali, al posto degli spagnoli Drake troverebbe la polizia locale, impegnata ogni giorno a infondere sicurezza ai turisti, uomini d’affari e politici che affollano la città custodita all’interno delle mura: oggi come allora il pericolo si trova all’esterno: in passato i nemici venivano dal mare, adesso ciò che fa paura e che non deve interferire con la vita di coloro che godono della bellezza imperitura di Cartagena è la miseria, la violenza e il degrado sociale e umano che regnano nei quartieri periferici.

L’ECONOMIA DEL SUCCO

Nelle strade di una domenica mattina, a Cartagena, non trovo tracce né di poliziotti né di malviventi, solo pochi passanti lenti e addormentati che percorrono le vie del centro storico, costeggiate dalle tipiche abitazioni in stile coloniale, con i muri azzurri, verdi e arancione; vie che si aprono in piccole piazze accoglienti, con comode panchine, dove siedono alcuni signori silenziosi.
Agli angoli delle piazzette e sui balconi si vedono tanti fiori, orchidee rosse e celesti. Con il passare delle ore, la città si sveglia e già sulla spiaggia di Bocagrande, dove si concentrano gli alberghi e i sollazzi dei turisti, i bagnanti si crogiolano al sole e i venditori ambulanti fanno la spola a destra e a manca per racimolare qualche pesos. Offrono ogni sorta di mercanzia: bibite, frutta, collanine, schede telefoniche o mettono a disposizione addirittura il proprio cellulare per chiamare direttamente. Ci si imbatte pure con massaggiatrici ambulanti, misteriose cartomanti e furbi ometti, impegnati a piazzare i loro intrugli spacciati come soluzioni più potenti del viagra.
E poi si incontra il tipico taxista, l’abile conoscitore dei vizi insiti nella natura umana, nonché di tutti i postriboli della città, che offre piaceri e cocaina in paradisi artificiali. 
Ma sul molo del porticciolo turistico della Bodeguita, da dove si salpa per raggiungere le isole da favola antistanti la città, la vita non appare paradisiaca; eppure si percepisce una certa effervescenza nell’aria; dal ponte del battello si può ammirare tutta la baia che si dischiude come un fiore dai petali cristallini e marini; sullo sfondo la cupola della cattedrale e altre strutture di rilevanza architettonica sembrano formare gli elementi di un arazzo; in mezzo ai flutti spunta la statua della Madonna che protegge la città, guarda le navi ancorate, le eroiche fortificazioni spagnole e i grattacieli dei nuovi ricchi, costruiti dalla speculazione selvaggia su una striscia della baia.
Ma lontano dalla brezza inebriante dell’oceano, nella periferia della città, dove si trova la zona industriale, tira tutta un’altra aria. Qui la mano d’opera arriva dalle depresse cittadine dell’interno e dai quartieri come quello chiamato Daniel Lemaitre: qui scorrazzano agguerrite bande di ragazzini che, oltre a rappresentare una seria emergenza delinquenziale, sono il coltello nella piaga di un sistema scolastico con molte falle e di un tessuto familiare sfibrato da disoccupazione e violenza domestica.
Malgrado il futuro sia macchiato da molte incognite, la notte si distende noncurante sui mendicanti, che sonnecchiano sotto i cartelloni pubblicitari con le facce dei candidati alle prossime elezioni amministrative; al tempo stesso, un fremito di vita, come una lunga scossa elettrica, pervade tutta la città, dai bassifondi al centro storico fino ai viali del benessere, dove fluisce una coda di auto costosissime.
Sul pullman che mi riporta alla mia abitazione sale un giovanotto che, con abilità da giocoliere, versa da una caraffa succo di frutta a un gruppo di studenti festanti e seminudi che hanno trascorso la domenica al mare. In una danza di sobbalzi e strategie da equilibrista, l’uomo del succo non ne lascia cadere neppure una goccia. Sembra posseduto da un fantasma, da uno spirito temerario e ghignante, quasi fosse la reincarnazione di qualche pirata, nuovamente alla conquista di Cartagena de Indias, spirito di un corsaro il cui eroismo oggi si dibatte tra l’immondizia lasciata ai bordi delle strade e il divertimento che si acquista nelle sfrenate notti sotto la Luna dei Caraibi.

SOGNI DI LIBERTÀ

Una volta svincolatomi dai movimenti esuberanti di Cartagena, mi dirigo verso Arjona, una cittadina nell’interno del dipartimento di Bolivar, per incontrare la comunità dei carmelitani in cui padre Lauro Negri, in Colombia da un trentennio, opera insieme a sacerdoti, laici e postulanti: una quindicina di giovani, tutti colombiani, che frequentano i corsi di filosofia nel seminario di Turbaco, in vista di continuare la loro preparazione al sacerdozio frequentando gli studi teologici a Roma.
Oltre a gobbare sui libri di filosofia, i giovani aspiranti carmelitani sono impegnati nell’animare la comunità parrocchiale e nelle sue varie attività pastorali indirizzate ai giovani, agli anziani, alle donne e agli indigenti, che ogni giorno si presentano nelle varie mense della città allestite da padre Lauro con l’aiuto del Piano mondiale dell’alimentazione.
Tutti i venerdì pomeriggio si recano nei quartieri che circondano la parrocchia, visitano le case di alcune famiglie dove si riuniscono con altre persone per leggere e commentare passi scelti del vangelo. Un pomeriggio accompagno due postulanti nel quartiere Limonal; l’appuntamento è nella casa di una famiglia originaria di una regione del sud della Colombia, trasferitasi ad Arjona per motivi di salute della signora, malata di cuore e bisognosa di un clima meno rigido. L’abitazione è semplice, con pochissime suppellettili, qualche elettrodomestico scassato e un tetto di lamiera che moltiplica minacciosamente il rumore prodotto da un forte e prolungato acquazzone.
La signora ha un’espressione dolente; mi racconta che va e viene dall’ospedale per sottoporsi a varie visite cardiologiche. Il marito mostra un misto di rassegnazione e di ironia, forse si tratta semplicemente di devozione per il proprio mestiere. Infatti tutte le notti lavora e impasta la farina per fare i panini, che al mattino presto inizia a consegnare nelle varie panetterie della città, spostandosi sempre in bicicletta.
I tre figli della coppia, finiti i compiti, un po’ al buio e un po’ con la luce – poiché l’elettricità a volte manca – contemplano seduti la superficie del tavolo completamente coperta dai panini del padre e forse i loro sogni non andranno più in là di quei pezzi affusolati di pane. Per tirare avanti in queste condizioni e mantenere alta la dignità e viva l’umanità ci vuole davvero un massiccio slancio di fede e di speranza nel futuro.
Si trova sempre la speranza nel fardello che appesantisce le spalle di coloro che lasciano la terra, come la famiglia del pane e come le tante famiglie che hanno raggiunto Arjona per sfuggire dalle nefandezze del conflitto armato. Li chiamano desplazados (sfollati), perché scappano dalle zone meridionali del paese dove le unità dell’esercito regolare, le squadre dei paramilitari e i guerriglieri si contendono il dominio del territorio e a farci le spese sono sempre e solo i civili, che in massa sono costretti ad abbandonare le loro case.
Nel giugno del 1995, 215 famiglie di sfollati giunsero ad Arjona, impaurite e, bisognose di tutto, presero possesso di un terreno incolto; da quel momento iniziò un duro contenzioso legale tra gli occupanti, supportati dalla comunità carmelitana, e il proprietario del latifondo, che lottò con ogni mezzo per conservare intatta la sua proprietà. La battaglia si risolse a favore della gente, che vide così la nascita di un nuovo quartiere con il nome Sueños de Libertad (sogni di libertà).
Da quei giorni incandescenti sono passati più di 12 anni; grazie a quel riconoscimento giuridico sono state costruite molte casupole di mattoni, lamiere e terriccio; ma l’amministrazione comunale non interviene per umanizzare e organizzare il quartiere. Qui la disoccupazione è cronica, la delinquenza morde soprattutto al calar del sole, la violenza familiare produce irreparabili disagi ai soggetti più deboli come i bambini e le donne, molti non possono usufruire dell’acqua e della luce; altre famiglie continuano ad arrivare, generando nuovi problemi che inevitabilmente si intrecciano con quelli ancora da affrontare.
Due signore arrivate da pochi mesi nel quartiere, mi raccontano dei loro figli uccisi dalla polizia, perché sospettati di collusione con la guerriglia, e dei loro villaggi saccheggiati sia dai paramilitari che dai ribelli. È gente che si è trovata tra l’incudine e il martello, cioè, tra lo stato che cerca di imporre la sua legge in tutti i modi e i rivoluzionari che tentano di rovesciare un ordine costituito, considerato illegittimo; gente che in Sueños de Libertad trovano almeno un po’ di pace per riprendere fiato; anche se si tratta di un respiro sempre affannato, a causa delle precarie condizioni socio-economiche.

A SCUOLA DI UMANITÀ

In tale contesto scoraggiante, l’unica possibilità di riscatto per questa comunità, nata dalla guerra e risorta dalle ceneri della lotta per la terra, è la scuola voluta e fondata dai carmelitani, a partire dalle classi dell’asilo fino a quelle superiori. Si chiama Centro educativo «Maria Eugenia Velandia», in memoria di una suora francescana venuta a mancare qualche anno fa, il cui impegno per gli altri rappresenta il fondamento dell’istituzione scolastica.
Da quando ha aperto i battenti nel 2001, la scuola ha visto crescere costantemente il numero degli alunni, passando dai 120 dell’inizio ai quasi 600 di oggi. Il Centro educativo è veramente il cuore pulsante della comunità: i genitori partecipano attivamente agli incontri in cui si illustrano e rinnovano i progetti didattici e alle feste organizzate per rafforzare l’identità della scuola.
Agli studenti più grandi, oltre alle materie tradizionali il Centro propone programmi concreti di educazione al rispetto reciproco, al riconoscimento dei valori delle diversità e presa di coscienza delle proprie capacità. Inoltre, è attiva la cattedra di cultura afro, al fine di riscoprire le antiche radici culturali di molti di questi ragazzi e valorizzae le attuali potenzialità.
Nonostante i problemi materiali e finanziari che ogni giorno i carmelitani devono affrontare, rimane altissima l’attenzione verso questi ragazzi, che soffrono le condizioni di precarietà in cui versano molte famiglie e le terribili conseguenze del conflitto interno: una guerra che nessuno riesce a spiegare e che nelle parole degli sfollati appare sempre di più come un’insensata lotta per il potere.
Ai margini di tale cinico gioco al massacro, perpetrato sulla pelle dei più indifesi, la scuola si fa carico dei loro problemi e con amore cerca di rendere meno dure e amare le difficoltà della crescita e della maturità. Un amore rivolto soprattutto ai più piccoli che frequentano l’asilo. Sono questi, infatti, le vittime più vulnerabili, che assorbono come spugne la violenza che incontrano in famiglia e nelle strade. Al loro fianco, come scudo per ripararli dalla crudeltà dei giochi dei potenti, ci sono le maestre che sotto un sole terribile o in mezzo al fango lavorano quotidianamente con dignità insuperabile, inflessibile e bella. 

RADICI

Ad Arjona manca il lavoro, non esistono né una vera e propria imprenditoria né la cosiddetta classe media dei colletti bianchi. I commerci e gli affari girano intorno alla «bomba de gasolina», la pompa di benzina, situata sulla strada per Cartagena battuta incessantemente da auto, moto e pullman stracarichi di gente.
Chi resta in città si arrangia attraverso piccole attività commerciali, lavoretti saltuari e non specializzati; oppure si ingegna per aggraziarsi le simpatie di qualche politico locale, specialmente nel periodo elettorale: affidarsi a un potente potrebbe risultare un’azione vincente per conseguire un’occupazione.
Altre persone invece si riversano su Cartagena; pochi, però, riescono a usufruire di uno stipendio fisso. Di conseguenza solo un gruppo ristretto si può permettere l’automobile o il computer a casa. La maggior parte si ritiene fortunata se riesce a tornare dalla grande città portando a casa il ricavato di un lavoro saltuario, che non si trova tutti i giorni. La fame, invece, non va a corrente alternata.
Ad Arjona gli spazi di aggregazioni sono un miraggio. Oltre alla bomba de gasolina, unico punto d’incontro è il piazzale che circonda la chiesa. I giovani soprattutto, vi passeggiano il sabato sera e per divertirsi si accontentano di poco: basta un po’ di musica che da queste parti spopola da sempre.
Mentre i ragazzi intessono le loro storie d’amore in questo ampio e lento girotondo, all’interno della chiesa si prega e, alla fine di ogni celebrazione, mi sembra quasi di percepire un sospiro di sollievo e di liberazione, come se la preghiera, carica di aspettative e di speranze, colmasse uno spazio irrazionale, ancestrale, legato al passato e all’anima africana di questa gente.
Tutto questo non è casuale. A pochi chilometri da Arjona, infatti, si può visitare un pezzo di continente nero: un villaggio interamente abitato da discendenti degli schiavi che orgogliosamente difendono le loro origini africane; vivono un po’ isolati, fuori dal mondo, anche se la televisione domina in quasi tutte le case; in una di queste abitazioni sorprendo una signora anziana mentre guarda distrattamente i Simpson, in una stanza piena di fotografie degli antenati. Sono prevalentemente agricoltori: ciò che riescono a produrre, lo vanno a vendere a Cartagena.
Il villaggio si chiama Palenque e gli abitanti parlano il palenquero, un idioma nato dall’innesto dello spagnolo su una base di dialetti africani mescolati tra loro. Attraverso la biblioteca della scuola, lo sport e attività artigianali, sono impegnati tutti i giorni a conservare con fierezza le radici del grande albero della cultura africana. Durante la dominazione spagnola, un gruppo di ribelli trovò la forza e il coraggio di fuggire trovando rifugio in una zona ben protetta, dove continuarono a lottare contro i loro aguzzini che ovviamente cercavano di rimetterli in catena. La resistenza fu così difficile da sedare, che gli spagnoli dovettero cedere, concedendo la libertà ai fuggiaschi che fondarono il nuovo villaggio. Era il 1603, così recita il monumento celebrativo davanti alla chiesetta del villaggio, sotto un cielo di enormi e rapide nuvole nere. 

Di Paolo Brunacci

Paolo Brunacci




Quando gli elefanti lottano (è l’erba a essere calpestata)

C’era una volta … un paese ricco di gente povera

La locomotiva dell’Africa orientale è in ginocchio. Le elezioni (tranquille) del 27 dicembre 2007 hanno scatenato un conflitto fratricida. Politica, economia e tribalismo: tre ingredienti micidiali che hanno dato fuoco alle polveri. Tutta la regione sta facendo un balzo indietro. Mentre la comunità internazionale tenta una timida mediazione.

«Non è una lotta tribale. Si tratta di mancanza di giustizia e di vendette» ne è convinto padre Quattrocchio, missionario della Consolata, 44 anni di Kenya, conoscitore delle etnie. Eppure il «tribalismo» (meglio l’«etnicismo») è uno degli ingredienti della profonda crisi che sta attraversando il paese. Ma, come ricorda il sociologo Fabrizio Floris (autore di un saggio sulle baraccopoli di Nairobi), una legge della sociologia recita che a forza di parlare di qualcosa le conseguenze possono diventare reali. Cosa ha portato il gigante dell’economia dell’Africa orientale a crollare? Con un tasso di crescita del Pil superiore al 6% il Kenya è (o meglio era, perché oggi le previsioni sono al 3 – 4%) il motore economico della regione, nonché il principale porto per Uganda, Rwanda, Burundi, Nord Congo e Sud Sudan. Un paese politicamente stabile da molti anni, che consuma in poche settimane quasi 1.000 vite umane e produce 260.000 sfollati (secondo le stime del momento in cui si scrive). È la maggiore crisi della sua storia, dicono gli esperti.
«I segnali erano nell’aria» ricorda un altro missionario italiano «ma non abbiamo saputo leggerli. Abbiamo voluto essere ottimisti. Sembrava che la gente avesse raggiunto un certo grado di maturità democratica». E invece, tutto è precipitato dopo le elezioni del 27 dicembre scorso. Ordinate e con grande affluenza (80%), la gente faceva lunghe code alle ue. E poi la Commissione elettorale che farfuglia nel conteggio dei voti, dando vincente prima l’opposizione, poi un improbabile sorpasso e la vittoria di misura (230.000 voti su un elettorato di 4 milioni) del presidente uscente Mwai Kibaki. Questi si affretta, quasi di nascosto, a prestare giuramento e a costituire un governo con i suoi. Anche se in parlamento è l’opposizione di Raila Odinga a vincere, con 99 seggi su 210 (solo 43 al partito di Kibaki). E infatti è Kenneth Marende fedele a Odinga a essere eletto presidente dell’assemblea.

Blocchi contrapposti

Due blocchi che si arroccano sulle loro posizioni e mettono a ferro e fuoco il paese. Dalle baraccopoli di Nairobi alla città costiera (e importante porto) di Mombasa, alle città dell’Ovest: Kisumi, Eldoret, Nukuru. Case bruciate, gente cacciata dalla propria terra, ammazzata a colpi di machete o arsa viva.
Da un lato il presidente Kibaki e il suo partito Pnu (Partito di unità nazionale), assieme a un’élite economica di privilegiati che lo circonda. Raila Odinga e il suo Odm (Orange democratic muvement) dall’altro. Raila è anche figlio di Oginga Odinga, già primo vicepresidente della storia ai tempi di Kenyatta, poi oppositore durante il «regno», durato 24 anni, di Daniel Arap Moi.
Alleati nelle elezioni 2002, per cacciare Moi dal potere, Odinga e altri si dissociano dopo il referendum del 2004 e il fallimento della riforma costituzionale promessa da Kibaki. Riforma con la quale ci sarebbe stato un trasferimento di poteri dal presidente al primo ministro.
Due leader associati a due gruppi etnici. I kikuyu, a cui appartiene Kibaki, etnia maggioritaria delle oltre 50 (circa il 20%). Da sempre favoriti, fin dal tempo della colonia inglese (ad esempio nella distribuzione delle terre), e poi dal primo presidente e padre della patria Jomo Kenyatta (al potere dal ’64 al ’78). E i luo (circa 13%), a cui appartiene Odinga.

Pasticcio elettorale

«I brogli ci sono stati da entrambe le parti» assicura un testimone «voti sono stati rubati, oltre che comprati, naturalmente».
Già durante la campagna elettorale, non solo folle di giovani venivano pagate dai due campi per manifestare, ma un mercato del voto soprattutto a livello locale, era diffusissimo. «Molti si sono buttati a capofitto nella gara di spillare soldi ai candidati nazionali e locali, perché tutti erano nello spirito di dare. Alcuni hanno pensato che sarebbe stato da stupidi non approfittare» spiega un missionario italiano. «La miopia del volere tutto e subito senza una visione a lungo termine, senza preoccuparsi per il futuro. È impossibile per un politico onesto e senza soldi fare una campagna elettorale in Kenya».
Ma non basta. Una volta capito che Kibaki non arretrava davanti alle proteste sono cominciate le violenze. Luo (appoggiati da kalenjin) ad ammazzare kikuyu, a cacciarli e bruciare le loro case. E viceversa. La polizia a reprimere duramente. E così gli scontri sono diventati «etnici», prima per i mass media e poi per la gente. Esiste anche un macabro tariffario, denuncia padre Quattrocchio: «10-15 euro per bruciare una casa e 15-20 euro per uccidere un kikuyu».
«La questione etnica non è la ragione principale. Il tribalismo è usato, alimentato, fomentato, manipolato senza scrupoli come strumento politico. È vero, esistono antichissimi pregiudizi e diffidenze tra le varie tribù, soprattutto tra allevatori e agricoltori». Spiega Gigi Anataloni, missionario della Consolata e direttore della rivista «The Seed» a Nairobi.

Profonde disuguaglianze

«È un conflitto economico – sociale, mascherato da quello etnico» sostiene il sociologo Floris. Le sue radici stanno nelle profonde disuguaglianze che regnano in Kenya. Nella sola Nairobi, città modea dove si trova di tutto, due milioni di persone sono accatastate nelle baraccopoli, occupando solo il 5% della terra. «È facile assoldare giovani degli slum – continua Floris – per loro il futuro è una minaccia, non una prospettiva». Così sono migliaia i giovani pagati e armati per seminare disordini.
Della stessa idea è Gigi Anataloni: «Questi diseredati sono strumenti micidiali nelle mani di politici assetati di potere». E continua: «Alcune fonti parlano di 5.000 giovani pagati regolarmente ogni mese dal 2005 nella sola Kibera (la più grande baraccopoli di Nairobi, ndr). Le bande di vigilantes o di cosiddetti guerrieri, gli “eserciti privati”, armati e finanziati da pezzi grossi, che tante uccisioni fecero nel 1992 e più tardi, praticamente non sono mai state smantellate».
«Molti giovani degli slum volevano il cambiamento e subito», ricorda padre Bartolomeu, prete diocesano del Meru «e sono rimasti delusi. Da qui la rabbia e la violenza».

Difficili mediazioni

«La situazione si stabilizzerà perché ci sono troppi interessi economici estei – ricorda Floris – non faranno sprofondare il Kenya». Ma la mediazione internazionale ha mosso piccoli passi.
Luis Michel, commissario europeo alla cooperazione e il premio Nobel per la pace Desmond Tutu, sono stati tra i primi a intervenire, ma senza effetto. Così anche John Kufur, presidente del Ghana e presidente di tuo dell’Unione Africana. L’Ua ha quindi inviato l’ex segretario generale dell’Onu, Koffi Annan, che è riuscito a far incontrare per la prima volta i due contendenti, il 24 gennaio e a fare revocare le manifestazioni indette dall’Odm e proibite dal governo. Ma i disordini sono continuati, soprattutto nelle città dell’ovest Nakuru, Naivasha, Eldoret nella provincia Rift Valley, dove circa 140 civili sono stati vittime di massacri tra il 25 e il 27 gennaio. Alcune decine arse vive nelle proprie abitazioni. Annan denuncia «gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani».
«La polizia ha ricevuto ordini di sparare sui manifestanti» dichiara un testimone che chiede l’anonimato «chi brucia case, attacca persone o crea blocchi stradali può essere abbattuto».
La violenza è tale che il presidente della commissione dell’Ua, Alpha Oumar Konaré, all’apertura del summit di Addis Abeba (31 gennaio), parla di rischio genocidio e di «nuovo Rwanda». E chiama tutti i leader africani a intervenire per la pace.

Chi appoggia chi

Kibaki gode del sostegno dell’Uganda, infatti Yoweri Museveni è tra i pochi capi di stato a essersi complimentati con lui per la rielezione e subito a incontrarlo. Testimoni dalle province occidentali dichiarano che «soldati ugandesi attraversano il lago Vittoria di notte per venire in Kenya e dare man forte ai governativi» contro i dimostranti dell’opposizione.  Veicoli per il trasporto merci dal porto di Mombasa all’Uganda sono bloccati e distrutti dai giovani dell’Odm.
Kibaki è invece malvisto dalla Gran Bretagna per aver interrotto cospicui contratti di foiture di automezzi Land Rover all’esercito ed essersi orientato al Giappone. Peggio ancora, il presidente ha rifiutato agli Usa di installare una base militare a Mombasa, sull’Oceano Indiano, strategica per il Golfo Persico. Questo ha scatenato reazioni come sconsigliare ai cittadini statunitensi di recarsi in Kenya.
Oltre Usa e Gran Bretagna ad appoggiare Odinga ci sono anche molti keniani (influenti) della diaspora. Raila avrebbe promesso di istituire la doppia nazionalità (attualmente non prevista) che favorirebbe interessi economici degli emigrati che hanno fatto fortuna all’estero. Odinga avrebbe inoltre potuto contare sul sostegno dei musulmani del Kenya. Il National muslim leaders council avrebbe ricevuto promesse dal candidato dell’opposizione sull’istituzione di leggi che favoriscono l’Islam.

Quali prospettive?

Mentre scriviamo le posizioni dei due leader keniani sono molto ferme. L’Odm chiede l’annullamento delle elezioni e un nuovo scrutinio. Cosa piuttosto difficile, sia perché i brogli non sono stati riconosciuti ufficialmente, sia per lo stato di caos che regna e rende impossibile organizzare alcunché. Kibaki, dal canto suo non vuole sentire dire che non è lui il presidente legittimo.
Anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon arriva a Nairobi il 2 febbraio. Il lavoro della mediazione è estremamente delicato, ma anche urgente. Le violenze, che ormai hanno assunto una chiara connotazione etnica, rischiano di andare lontano. 

Di Marco Bello

Marco Bello




A scuola di dialogo interreligioso

«La religione è come il mago e la sibilla… Essa affronta le rovine del mondo e predice la restaurazione; di fronte al rosso-sangue del cielo, con i colori del tramonto che sprofondano nell’oscurità, profetizza l’aurora. Affronta la morte e annuncia la vita» (Felix Adler).
Mahatma Gandhi diceva che «uno studio amichevole delle religioni è un dovere sacro». Sono quindi contento di potermi dedicare allo studio comparato delle religioni, di avere l’opportunità non solo di assolvere a questo sacro dovere, ma di gustare, seppure come un semplice novizio, le ricchezze delle esperienze religiose del mondo al di fuori della sfera del cristianesimo. La realtà religiosa del mondo sta diventando sempre più pluralistica; perciò, qualsiasi religione venga professata, deve essere vissuta in un atteggiamento di incontro e dialogo con la fede del vicino.
«È arrivato il tempo in cui i contatti interreligiosi basati sulla cortesia e una conoscenza generica non sono più sufficienti. È indispensabile conoscere in profondità la religione di colui con cui si vuole dialogare» (card. Arinze). Lo studio del mondo delle religioni non consiste puramente nel cercare possibili vie di armoniosa coesistenza o pacifica interazione, ma è molto di più: è un arricchimento reciproco.
Quando lo studio delle religioni è fatto avendo in mente il dialogo interreligioso, è importante accettare che la maggioranza di tali religioni sono «i modi di vita di immense porzioni di umanità… l’espressione viva dell’anima di vasti gruppi umani. Esse portano in sé l’eco di millenni di ricerca di Dio, ricerca incompleta, ma realizzata spesso con sincerità e rettitudine di cuore. Posseggono un patrimonio impressionante di testi profondamente religiosi, di saggezza assimilata da popoli e culture. Sono tutte cosparse di innumerevoli “germi del Verbo”. Hanno insegnato a generazioni di persone a pregare, come vivere e morire, come custodire i propri defunti» (cfr Evangelii nuntiandi 53).

Infatti, il nocciolo della questione nello studio delle religioni è proprio qui: al di là dei contenuti di fede che vengono professati, esiste una realtà vissuta che è stata espressa in molti e differenti termini, come «esperienza religiosa», «esperienza spirituale», «esperienza divina», «esperienza del sacro, del trascendente, delle potenze divine» ecc. Nella tradizione abramitica possiamo chiamarla «esperienza di Dio».
Questa vasta gamma di «esperienze religiose», senza ignorare la realtà dell’errore umano, è una profonda, autentica e onesta avventura spirituale, che costituisce il cuore della storia umana di tutte le generazioni che si sono succedute nel tempo e nelle differenti situazioni geografiche. E poiché nessuno può pretendere di avere una completa e perfetta esperienza di Dio, lo studio delle differenti tradizioni religiose non può che arricchire la nostra limitata esperienza.
Noi non comprendiamo a pieno l’universo; non possiamo parlare della morte senza conoscere la vita. Almeno finché esistiamo, c’è una ragione per cui siamo al mondo. E la nostra volontà di credere in questa ragione più ampia ci aiuta ad agire in compagnia delle «potenze divine». E per affrontare la morte bisogna diventare collaboratori di cielo e terra nella creazione di un universo migliore: un traguardo raggiungibile se siamo aperti alle esperienze religiose altrui.
Lo studio delle religioni è di grande importanza anche nella stessa teologia cristiana. Senza raggiungere una prospettiva comparativa mondiale, la teologia cristiana non può né conoscere totalmente le proprie forze, né corroborare le sue debolezze. Per questo, la teologia cristiana ha bisogno di essere fondata sullo studio comparato delle religioni.

Il dialogo interreligioso è uno dei principali traguardi dello studio delle religioni. È importante nel nostro tempo inculcare nella mente della gente la «cultura del dialogo». «Il dialogo come attività umana e umanizzante – afferma il gesuita Raimond Panikkar, uno dei più grandi filosofi e teologi viventi – non è mai stato così indispensabile in tutti gli ambiti della vita quanto nel nostro tempo di individualismo accademico. Tutto il nostro loquace parlare di “villaggio globale” si effettua su paraventi artificiali sotto chiave».
Pace e coesistenza armoniosa della gente sono minacciate da estremismo e terrorismo. Per questo in tutto il mondo c’è un risveglio tra le persone di buona volontà, impegnate in uno sforzo di creare un’atmosfera di  amicizia e cordialità verso le religioni altrui.
Il traguardo da raggiungere nel dialogo interreligioso è, a sua volta, quello di rimuovere le nostre maschere religiose, che non hanno nulla a che fare con la vera esperienza religiosa. Il vero dialogo religioso ha luogo solo quando raggiunge le profondità delle intime credenze religiose e affronta gli interrogativi fondamentali sul senso della vita. Quando le maschere sono rimosse una ad una e siamo immersi nel dialogo con tutta la nostra persona, allora emerge qualcosa dal di dentro e comincia il «dialogo interreligioso».
A conclusione, riporto un poetico sermone di Panikkar, che contiene alcune linee-guida fondamentali per il dialogo interreligioso:
«Quando intraprendi un dialogo interreligioso, non pensare in anticipo ciò che devi credere.  Quando testimoni la tua fede, non difendere te stesso o i tuoi interessi acquisiti, per quanto ti possano apparire sacri. Fai come gli uccelli del cielo: essi cantano e volano, e non difendono la loro musica o la loro bellezza. Quando dialoghi con qualcuno, guarda il tuo interlocutore come un’esperienza rivelatrice, come tu vorresti (e dovresti) guardare il giglio nei campi. Quando prendi parte a un dialogo interreligioso, cerca di rimuovere la trave dal tuo occhio prima di togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo prossimo. Beato te, quando non ti senti autosufficiente mentre stai dialogando. Beato te, quando hai fiducia dell’altro, perché confidi in Dio. Beato te, quando affronti incomprensioni dalla tua stessa comunità o da altri per amore della tua fedeltà alla verità. Beato te, quando non abbandoni le tue convinzioni e tuttavia non le poni come norme assolute». 

di Peter Njoroge Githaiga

Peter Njoroge Githaiga




In paradiso si gioca a rugby

All Blacks: quando il rugby diventa una fede. Tra business, spettacolo e tradizione

Gioco di squadra, agonismo, disciplina, rispetto delle regole e degli avversari… sono valori fondamentali del rugby,
fino a diventare un modello educativo e stile di vita.
In Nuova Zelanda, famosa anche per la sua prestigiosa squadra nazionale, gli All Blacks, tale sport
rispecchia storia, tradizioni, fede e cultura della composita popolazione del paese; ma i suoi riti e slogan vengono
banalizzati negli spot pubblicitari del mondo occidentale.

Sono stati gli attori indiscussi di uno degli spot pubblicitari di maggiore effetto. «Built the same way» (costruiti nello stesso modo) come recita il costoso slogan che Iveco, la casa italiana costruttrice di veicoli commerciali e pesanti, ha scelto per celebrare la partnership con gli All Blacks, i temutissimi nazionali neozelandesi di rugby. Un sodalizio di «peso» che, al di là di ogni connotazione commerciale, rafforza di riflesso anche l’immagine «d.o.c.», già insita nel corredo cromosomico di questi talentuosi campioni.
E se di cromosomi o di «dna sportivo» si vuole parlare certamente non è passata inosservata la nuova, più recente, trovata mediatica che ha visto come sempre protagonisti i campioni di rugby dell’emisfero australe. «Bonded by blod» (legati col sangue), questo è il titolo di una discutibile campagna pubblicitaria di abbigliamento sportivo, che Craig Waugh, marketing manager dell’Adidas in Nuova Zelanda, ha lanciato insieme alla nazionale di rugby del suo paese lo scorso 31 maggio. In vendita la maglietta degli All Blacks con in dono il poster, a tiratura limitata, realizzato con il sangue di 39 campioni della palla ovale. Sì, proprio così, perché il dna dei temutissimi All Blacks, è stato aggiunto all’inchiostro che è servito a stampare i manifesti pubblicitari della multinazionale tedesca. 
Un autentico «patto di sangue» per questo discutibile sodalizio: «Una firma è personale – spiega Mark Cochrane, della Tbwa-Whybin, la società pubblicitaria che ha curato la campagna della multinazionale tedesca – ma con il dna della squadra la rende ancora più personale».
Ma al di là di ogni connotazione morale, il rugby è effettivamente il dna della Nuova Zelanda, lo sport per eccellenza praticato tra gli atolli del Pacifico, dove i valori etici e spirituali di questa disciplina sono forse già connaturati nella «struttura biologica» dei grandi campioni.

Rugby e fede: sport come lezione di stile e di vita

Di recente, in Italia, sull’entusiasmo dell’ultima fortunata partecipazione della nostra nazionale al toeo delle Sei nazioni, la più importante competizione internazionale di rugby giocata in Europa, questo sport torna più che mai alla ribalta. Anche e soprattutto come modello educativo e sociale, che sottolinea i valori cristiani dello sport, anche agli occhi dell’opinione pubblica, dopo i vergognosi esempi di «calciopoli» e gli inconsulti atti di delinquenza che hanno infangato il miliardario passatempo delle folle del bel paese.
Lealtà sportiva e rispetto dentro e fuori dal campo di gioco: sono questi i soli modelli di comportamento che trovano nella palla ovale forse il più onesto esempio di educazione alla socialità da insegnare ai giovani, non solo quelli che si avviano all’attività sportiva. Proprio come avviene da almeno due secoli in Nuova Zelanda, il paese dove il rugby resta il gioco più praticato a livello scolastico, e che riveste altresì un ruolo di formazione al pari delle altre discipline d’insegnamento.
Anche per questa sua importantissima funzione il rugby è seguito con sguardo consenziente dalla congregazione anglicana del paese, perché diviene un veicolo di spiritualità, che si esprime come scuola di autocontrollo, di autodisciplina, di rispetto per sé e per gli avversari. Una «dimensione» cristiana dello sport che, al di là dei differenti costumi, usanze, riti, razze e schemi di gioco, è capace di mettere tutti d’accordo dentro e fuori dal campo.
Sono queste le prime norme di chi pratica ad altissimo livello agonistico il sano, vecchio rugby, lo «sport giocato in paradiso», come recita in modo provocatorio e un po’ irriverente un antico proverbio anglosassone. La violenza, l’offesa e l’esasperazione esacerbata degli animi non fanno parte dell’etica di questa disciplina, che impedisce di trasformare gli avversari in nemici, il proprio vigore fisico in una scorrettezza, l’abilità in una frode.
Il primo dei tanti perché è senza dubbio legato allo sviluppo della socialità: da sempre, il rugby nell’emisfero australe è inteso come massima espressione di un collettivo perfettamente integrato, dove è cristianamente del tutto assente l’egoismo individualista.
Dunque rugby anche come una confrateita, una religione, forse un modo di vivere, una battaglia sociale, un fatto educativo. Secondo Davis Storey, scrittore britannico di Wakefield, in una delle sue celebri novelle, This Sporting Life, a proposito del rugby scrive : «… è il solo sport per uomini che sia rimasto». Fuori dell’enfasi, il rugby neozelandese non è tutto questo, ma è certo paradossalmente un po’ di tutto ciò. Una disciplina diversa, romantica, genuina, ancora legata come nessun altro sport alla tradizione, alla storia, alla fede e alla cultura in cui è nata.

La Haka: tradizione e spettacolo

Per tradizione e poi sul campo sono i più bravi. Divisa tutta nera, maglietta della salute compresa, la felce argentea sul petto: ecco gli All Blacks, il dream team della palla ovale. Per loro il rugby è un modo di concepire la vita, ma anche una forma di arte e di spettacolo. Il resto poi lo fanno i media, con grande arguzia e dedizione, che sottolineano spesso le suggestioni che la dimensione religiosa  gioca in questo sport.
Sull’isola, dove convivono il passato e il presente etnico di un paese meticcio, il rugby assume maggiormente i connotati della disciplina romantica, ancora legata, come nessun altro sport, alla tradizione antropologica e alla cultura religiosa da cui trae origine la storia di un popolo. Significati riconducibili alle origini dei miti maori, al retaggio sacrale dei defunti, al rispetto dei riti e della religione a cui si affidano gli atleti prima di ogni match.
Dietro a ogni gesto preparatorio c’è una ritualità, una tradizione ancestrale che affonda le sue radici proprio nel valore più intimo e spirituale dell’uomo: la religione degli antenati. Tipica degli All Blacks è la Ka mate, un modello di Haka, la danza propiziatoria di guerra, che ha lo scopo di intimorire gli avversari prima di ogni partita, ma anche una manifestazione di gioia, di dolore, una libera via di espressione. Il rituale è ormai divenuto celebre in tutto il mondo e fa parte dello show offerto dalla squadra neozelandese prima ancora del calcio d’inizio. Una cerimonia a dire il vero impressionante: si roteano e si spalancano gli occhi, si digrignano i denti, si mostra la lingua, ci si batte violentemente il petto e gli avambracci, si dà quindi un saggio di potenza e coraggio, che si ricollega allo spirito guerriero. Dal punto di vista agonistico-sportivo, si può anche identificare nella danza tradizionale maori una vera tecnica di attivazione mentale che anticipa la psicologia dello sport e scava dentro rituali ancestrali. Un metodo che oltre a sottintendere passione, vigore e identità della razza, consente di arrivare alla gara in uno stato psico-fisico ottimale, dimostrando sicurezza di sé e nella squadra.
La fede dunque che rende nobile lo sport. Tutto questo è l’haka: comunicazione non verbale, mediante gesti rituali e guardi di sfida all’avversario, e comunicazione verbale per confermare le proprie origini, l’orgoglio di appartenenza a un popolo e la certezza nell’obiettivo.
Ma poi in campo, 15 campioni di eleganza, di stile, di disciplina, gli attori indiscussi di uno spettacolo dell’anima, quella bella. Gesti semplici che racchiudono la tradizione e il professionismo di chi è «ricco» anche di valori. Da Joe Rokocoko a Rodney So’oialo, da Neemia Tialata a Jonah Lomu, la leggenda maori continua. E l’ovale passa ai nuovi testimonial di una fede sportiva, quella in cui attraverso i media si concretizzano, come all’ultima meta, i modelli di sviluppo sociale e i più elevati ideali di educazione alla convivenza civile.

Copyright culturale a rischio

Certamente la danza rituale è l’aspetto che sembra penetrare, seppur superficialmente, più di tutti gli altri complessi elementi che compongono la cultura maori, nell’immaginario collettivo dei media occidentali. Molti sono gli spot che negli ultimi mesi si sono serviti, forse in modo un po’ troppo disinvolto e irriverente, dell’immagine della cultura dei nativi maori a fini promozionali. In Italia, ad esempio, non è passato inosservato il lancio commerciale di un modello di auto Fiat che ha suscitato accese polemiche in Nuova Zelanda. Creato dalla Leo Buett Italia, nella pubblicità alcune donne si esibiscono nella haka, accompagnata dalle tipiche sonorità, mentre alla fine dello spot, una donna sale sull’auto pubblicizzata, dove un neonato mostra la lingua: azione che conclude, anche nella realtà, il rituale di danza.
Secondo i diplomatici neozelandesi lo spot è «culturalmente insensibile» e, nonostante le proteste ufficiali, è stato comunque prodotto e mandato in onda da diverse emittenti televisive. Brad Tattersfield, portavoce del New Zealand Ministry of Foreign Affairs and Trade (Mfat, Ministero degli esteri e del commercio), ha dichiarato che il Ministero era stato avvertito dall’ufficio del New Zealand Trade and Enterprise (Nzte) di Milano dell’utilizzo della haka in uno spot pubblicitario. In alternativa, era possibile utilizzare un gruppo maori che avrebbe danzato un altro tipo di haka composto appositamente per il gruppo di donne; ma l’agenzia di pubblicità ha ignorato la proposta.
Tuttavia, secondo Garry Nicholas, general manager della Te Toi Aoteroa, associazione che promuove e protegge l’arte e la cultura maori, nello spot non viene danzato propriamente una haka, sebbene ne sia evidente la radice culturale. Il contesto dello spot è alquanto giocoso e il bambino che mostra la lingua alla fine della pubblicità sottolinea l’approccio ironico, sebbene abbia riconosciuto un’insensibilità di fondo verso la cultura maori.
Ma la Fiat non è l’unica realtà industriale ad aver utilizzato riferimenti della cultura maori. La pubblicità di una famosa marca di whisky, la William Lawson, apparsa in Belgio (dove una squadra di rugby si esibisce in un haka davanti a una squadra scozzese i cui componenti, per tutta risposta, sollevano il kilt) è stato oggetto della protesta ufficiale dell’ambasciatore neozelandese. La Philip Morris si è invece dovuta scusare con i maori, nell’aprile scorso, per aver stampato le loro immagini sui pacchetti di sigarette in vendita in Israele, mentre sei anni fa la Lego ha perso una causa legale contro il popolo maori per aver «plagiato» la loro cultura nelle storie legate a una sua popolarissima linea di giocattoli.

All Blacks oggi: sindrome da mondiale

Nello sport, diceva il barone De Coubertin, l’importante è «partecipare». Ma questo spirito pionieristico e dilettantistico che ha fatto del rugby la disciplina dilettantistica per eccellenza, oggi non va più bene. Gli All Blacks invece a vincere sono condannati. Ai mondiali però, dopo il mitico ‘87, anno della prima e unica vittoria, hanno sempre fallito per sfortuna, presunzione e orgoglio dei paesi ospitanti o, soprattutto, per l’enorme «pressione» non solo della stampa amica e avversaria e tifosi, ma di un’intera nazione, che provoca brutti scherzi a livello mentale e condiziona forse troppo le prestazioni sportive di questi grandi campioni.
La sesta edizione della Webb Ellis Cup, la coppa del Mondo 2007, conclusasi in Francia lo scorso ottobre, ha visto per la seconda volta il trionfo degli Springboks, le gazzelle sudafricane. Eppure anche in questo mondiale gli All Blacks, guidati dal c.t. Graham Henry, sembravano aver finalmente acquisito quel cinismo tipicamente «europeo», che, affiancato alle loro enormi abilità individuali e tattiche, avrebbe potuto portarli alla vittoria mondiale.
Quest’ultima eliminazione – conferma la stampa neozelandese – è forse stata la più incredibile della serie, perché negli ultimi quattro anni la Nuova Zelanda aveva dominato contro tutte le squadre, perfino sui Lions, la selezione che raccoglie i migliori giocatori delle isole britanniche, perdendo solo 5 test match sui 41 disputati prima del quarto di finale contro i padroni di casa della Francia.

E la storia delle sconfitte neozelandesi, però, ha sempre riservato particolari conseguenze con singolari ricadute anche a livello sociale. Ma se nel lontano 1991, eliminati dagli odiatissimi australiani, molti giocatori non tornarono nemmeno in patria, nel 1999 (ancora la Francia sul cammino degli All Blacks) appena atterrati si trovarono di fronte un’enorme scritta: «Loser» (perdenti).

Diverso fu il destino del capitano vincitore David Kirk, che fece però parte nel ruolo di consigliere del premier nell’esecutivo guidato da Jim Bolger e fu vicino ad essere eletto deputato. Questa volta i giocatori non hanno subito particolari «trattamenti»; l’intera nazione è precipitata, però, nel totale sconforto: un intero popolo sull’orlo di una crisi di nervi, con psicologi invitati a sollevare il morale della popolazione; il capo degli arbitri della federazione rugbistica internazionale Paddy O’Brien, neozelandese per ironia della sorte, minacciato per aver preso le difese «istituzionali» dell’arbitro inglese, il debuttante Wayne Baes, che ha diretto la sconfitta contro i transalpini, finito per alcune sue decisioni discutibili sotto il tiro incrociato dei tabloid neozelandesi. Ma ancora borse che crollano e governo sull’orlo della crisi istituzionale. Addirittura alla vigilia della coppa del mondo, l’equivalente del nostro ministro delle Attività produttive neozelandese aveva espresso timori per via del fuso orario che obbligava i lavoratori a stare svegli di notte, limitandone quindi presenze e produttività.
Due giorni dopo la sconfitta della nazionale kiwi di rugby, il lunedì mattina, in apertura di contrattazioni, la seduta della Borsa di Wellington ha risentito del verdetto del campo di gioco. Oltre ai tifosi anche gli investitori non sembrano aver preso bene la sconfitta. Pur seguendo l’andamento positivo di Wall Street, l’attività del mercato è stata giudicata assolutamente piatta. Il lunedì è tradizionalmente una giornata tranquilla per il mercato neozelandese, ma la calma per l’occasione era apparsa eccessiva: da stato di shock hanno detto i brokers.
Che il rugby in Nuova Zelanda non sia solo un gioco lo dimostra anche il fatto che dopo l’incontro, i giornalisti hanno chiesto al primo ministro Helen Clark, allo stadio vicino al presidente francese, Nicolas Sarkozy, se la sconfitta avrebbe avuto ripercussioni negative sul governo. «Ne sarei sorpresa» ha risposto la Clark, cercando forse di scongiurare con astuta diplomazia su una possibile, annunciata crisi istituzionale.
Nel 2011 i mondiali si giocheranno in casa e molti, fin d’ora, sono pronti a scommettere che sarà la volta buona. 
Di Massimo Ruggero

Massimo Ruggero




Perù. Ollanta e Nadine

Incontro con Ollanta Humala Tasso, fondatore del Partito nazionalista

Ollanta Humala Tasso è un personaggio che suscita sentimenti opposti. Presidente del «Partito nazionalista peruviano»,  nel 2006 ha vinto il primo tuo delle elezioni presidenziali, per essere poi sconfitto da Alan García, l’attuale presidente. Ollanta, che ha soltanto 45 anni, gode di un forte seguito tra la popolazione povera, soprattutto fuori Lima. Idealmente vicino a Hugo Chávez ed Evo Morales,  è inviso a molti avversari politici e ai media, dentro e fuori il Perú. In questa lunga intervista abbiamo cercato di scoprie i veri motivi.


Lima. «Ma scendete qui?», il taxista è sorpreso. «Allora andate dal comandante!», aggiunge sempre più incuriosito.   
Sì, andiamo dal comandante Ollanta Humala Tasso, fondatore e presidente del «Partito nazionalista peruviano» (Partido nacionalista peruano, Pnp). Vorremmo cercare di capire se egli sia un astro o una meternora della politica peruviana, nonché per cercare di comprendere da cosa nasca tanta ostilità (politica e mediatica) nei suoi confronti.
La sede del Pnp è una sobria casetta di colore verde davanti ad un bel parco di San Isidro. L’unico elemento che la distingue da una normale abitazione è un grande cartellone elettorale posto sul tetto che riproduce un Ollanta Humala sorridente.  «La gran transformacion sigue en marcha…», recita lo slogan.
Oltre la porta d’ingresso c’è un piccolo giardino dove, appoggiato al muro, sta un altro cartellone dell’ultima campagna elettorale. In esso Ollanta è ritratto con la giovane e bella consorte, Nadine Heredia: «El verdadero cambio sin mentiras, corrupción ni falsas promesas».
Cynthya, la segretaria di fiducia, ci introduce in un ufficio al primo piano, moderno e luminoso. Sulla lavagna bianca dietro la scrivania sono ancora visibili le scritte di una discussione sull’argomento, sempre spinoso, della produzione di foglie di coca.
Il nostro interlocutore arriva in maglietta estiva e blu-jeans. Giovanile e sorridente.

Il nazionalismo per «de-privatizzare»

La stampa italiana ed europea parla molto male di lei… Chi è realmente Ollanta Humala?

 «Sono un padre di famiglia. Ho due figlie piccole. Oggi sono un militare in congedo. Nell’anno 2000 (leggere la cronologia, ndr) ho guidato una sollevazione militare contro il governo dittatoriale di Fujimori e Montesinos».

Lei è fondatore e presidente del «Partito nazionalista peruviano». Il problema è che l’aggettivo «nazionalista» viene guardato con molto sospetto…
«Il concetto nazionalista è diverso da quello che avete voi in Europa. Noi non parliamo di un nazionalismo imperialista, che tanti danni fece nella storia europea. Stiamo parlando di uno stato nazionale. A differenza dell’Italia, il Perú è un paese sottosviluppato e semi-coloniale. Siamo stati per 300 anni sotto una dominazione spagnola che ha lasciato il segno. Una minoranza, legata ai poteri economici transnazionali, si è appropriata dello stato peruviano e lo ha privatizzato.
Un paese ricchissimo di ricchezze naturali come il nostro ha 7 milioni di abitanti su 28 che vivono nell’esclusione economica, sociale e politica.  Ci sono milioni di persone che vivono senza i servizi minimi. Che abitano in case di esteras (stuoie di bambù intrecciate, ndr). Che non possono dare ai loro figli una vita degna».

In concreto, che cosa proponete?
«Il nostro nazionalismo vuole recuperare lo stato nazionale per risolvere questi problemi.  Siamo nazionalisti proprio per questo: per poter “de-privatizzare lo stato”.  Soltanto così è possibile portare educazione e salute a tutti coloro che oggi non li hanno».

Toiamo alle elezioni presidenziali del 2006. Lei vinse nettamente al primo tuo, poi perse nel ballottaggio con Alan García. Fu tutto regolare?
«Il secondo tuo è un artifizio tecnico per costruire delle maggioranze. Si sono alleati tutti – politici, detentori del potere economico – per impedire il cambiamento che con noi sarebbe avvenuto. Lo stesso presidente Toledo fece campagna contro di me, commettendo una grave violazione costituzionale.
 I mezzi di comunicazione mi hanno fatto una guerra incredibile. Che ero antigiudeo. Che con me saremmo andati alla guerra con il Cile. Mi accusarono di essere un assassino. Che con me si sarebbe instaurato un regime comunista. Che con me non si sarebbe rispettata la proprietà privata. Si disse di tutto. Addirittura che io avrei fatto fucilare gli omosessuali! La mia famiglia venne dipinta come la peggiore famiglia del Perú».

Quando un candidato  è «anti-sistema»

È vero. Provo imbarazzo a dirlo, ma anche in Italia si sono sentite cose incredibili su di lei. Per esempio, i due principali quotidiani italiani – il “Corriere della sera” e “la Repubblica” (1) – l’hanno descritta o come un populista o come una macchietta…
«Quando una persona vuole cambiare le cose, tutto diventa più difficile. Se io fossi stato un candidato pro-sistema, che parla di neoliberismo, che non andrà ad intaccare i privilegi dei ricchi e a risolvere i problemi della grande maggioranza, non sarei stato tanto stigmatizzato, ma anzi mi avrebbero descritto come un perfetto democratico.
Come lei sa, qui a Lima può incontrare quartieri molto belli, ma appena passa alle barriadas trova gente che vive con meno di un dollaro al giorno. Quella del Perú non è una democrazia, ma una dittatura dei poteri economici nazionali ed inteazionali».

Mario Vargas Llosa,  il  più famoso scrittore peruviano, molto conosciuto in Europa, ha fatto una propaganda feroce (2) contro di lei…
«Uno scrittore celebrato come Mario Vargas Llosa, nemico dell’attuale presidente, chiese di votare Alan García (pur tappandosi il naso), piuttosto che dare il voto a me.
Il cambio è possibile in Perú, ma è una sfida molto difficile. Io perdo molto tempo ad affrontare i giudizi intentati contro di me, ma non mi pento. Andrò avanti.
Noi nazionalisti andremo al potere. Stiamo instaurando rapporti di fratellanza con gli altri partiti progressisti latinoamericani, che possono chiamarsi socialisti (in Venezuela), indigenisti (in Bolivia) o altro, ma che hanno tutti un obiettivo comune: cambiare il modello economico neoliberista. Con loro dobbiamo allearci.
Anche perché oggi i principali problemi sono sovrannazionali: quello della fame, della salute. Sono problemi che oltrepassano le frontiere».

Come i Trattati di libero commercio (Tlc)…
«Certo. Noi, come molti altri paesi latinoamericani, siamo contrari al Tlc con gli Stati Uniti».

I media e i politici occidentali la criticano anche per le sue relazioni con Hugo Chávez ed Evo Morales. Che rapporti ha con i presidenti di Venezuela e Bolivia?
«Ho un’amicizia con loro, che si basa su un’affinità ideologica, su un cammino comune, anche se ogni paese ha le sue particolarità.
Credo che Hugo Chávez ed Evo Morales (3) siano il nuovo volto dell’America Latina. Dopo che negli anni precedenti, il popolo ha cacciato presidenti in Argentina, Ecuador e qui in Perú per Fujimori».

Da questi sommovimenti nascono le proposte nazionaliste?

«Voglio insistere ancora: il concetto nazionalista in Europa è diverso da quello in Perú, anche se il nome è lo stesso. Come quando in Europa è giorno e qui è notte, quando là fa caldo, qui fa freddo.
Come la Francia durante l’occupazione tedesca, anche qui vogliamo liberarci dall’oppressione straniera».

La Guerra del Pacifico, pur lontana nel tempo (1879-1884), riesce ancora ad avvelenare i rapporti tra Bolivia e Perú da una parte, Cile dall’altra. Come sono le relazioni con Santiago?
 «L’economia del Cile si basa molto sul rame (cobre), che proviene da Arica e Tarapacá, territori che appartennero al Perú fino alla Guerra del Pacifico. Oltre a questo, il Cile sta occupando 65mila chilometri quadrati di mare e 37mila di terra ferma, che corrisponde alla nostra Costa Sud.
Fissiamo una volta per tutte la questione delle frontiere e poi parliamo di integrazione economica».

Le questioni con il Cile devono essere risolte sempre per via diplomatica?
«Certamente! Mai abbiamo parlato di soluzioni diverse da quella diplomatica. I due popoli sono popoli fratelli. Il problema è a livello politico».

E che può dire delle relazioni con gli Usa di George W. Bush?
«La politica nordamericana in America Latina è sempre stata molto questionata. È stata caratterizzata da interventi diretti o indiretti. In Perú l’ambasciatore Usa è un uomo molto potente, più dello stesso presidente peruviano. Noi non abbiamo ragione per litigare con il paese più forte del mondo. In più, dal loro popolo possiamo imparare molto.  È una nazione che è nata su valori importanti come la libertà e la democrazia. Detto questo, credo che si dovrebbe stabilire una relazione equa e di mutuo rispetto.
Ci sono questioni importanti come la politica antidroga, in particolare quella contro la foglia di coca che in Perú è stata fallimentare. Come dimostra il fatto che in 20 anni la quantità prodotta di foglie di coca si è moltiplicata.
Normalmente i governi affrontano il problema dal lato più debole, colpendo piccoli coltivatori di foglie di coca. Invece di prendersela con le vere mafie che sono coloro che vendono il cloridrato, che esportano la coca, eccetera».

Un aggettivo per Alberto Fujimori, Alejandro Toledo e Alan García…
«Fujimori: un delinquente.  Toledo: un pusillanime. Alan García: un traditore».

In che senso il presidente García è un traditore?
«Perché in campagna elettorale disse alcune cose, ma giunto al potere le dimenticò. Ad esempio, sul “Trattato di libero commercio” prima disse no e poi sì.  Anche per frenare l’asse Caracas- La Paz.
Ha detto di tornare alla vecchia costituzione, perché quella del dittatore Fujimori è una costituzione delinquenziale. Neppure questo ha fatto. Non ha messo imposte sugli extraprofitti delle compagnie minerarie, facendo perdere milioni al Perú. E poi la questione del Cile e le forze armate senza soldi. Per tutto questo dico che lui è un traditore».

Alan García goveò molto male durante la sua prima presidenza. Eppure, è stato di nuovo votato dai peruviani. Possiamo dire che l’hanno votato perché avevano paura di una sua vittoria?
«Possiamo dirlo. In Perú i mezzi di comunicazione sono una forza poderosa. Possono distruggere o portare alle stelle chiunque, allo scopo di difendere interessi specifici, come quelli delle imprese minerarie».

La interrompo: la maggioranza delle imprese minerarie sono straniere, giusto?
 «Sono tutte straniere».

Stava parlando dei mezzi di comunicazione…
«Hanno dipinto il sottoscritto come un mostro: fascista, nazionalsocialista, hitleriano, di tutto insomma. È una parte della prostituzione dei mezzi di comunicazione o comunque del cattivo uso che si fa della libertà di espressione. A chi mi insulta viene subito dato credito, anche ora».

Alan García starà al potere fino al 2011. Come goveerà?
«Sta facendo quello che sa fare meglio: aprire la strada alla corruzione, far arricchire chi è già ricco, tenere nella povertà la maggioranza dei peruviani. È una tappa penosa, ma credo che sarà l’ultima. Dal 2012 si potrà costruire una nuova società».

Guerra e diritti:  le colpe dello Stato

Qualche considerazione sulla storia del Perú, quella caratterizzata dalla guerra sporca e sulla quale ha indagato la Commissione per la verità.
«È stata una guerra intea tra movimenti sovversivi  e stato. Quest’ultimo altro non fece che inviare l’esercito, senza un confronto ideologico e politico. La guerra terminò con circa 60.000 morti ed 8.000 scomparsi. Si formò una “Commissione per la verità e la riconciliazione” (4). Secondo la sua relazione, il principale colpevole fu Sendero Luminoso, ma ciascun protagonista tiene la sua quota di responsabilità.
In ciascun lato, sono stati identificati i responsabili che stanno pagando per le loro colpe (5). Per Sendero Luminoso c’è Guzmán, per l’Mrta c’è Campos, ma per lo Stato non c’è nessuno…
I primi due movimenti hanno pagato con i loro leader in carcere, ma nessuno ha pagato per lo Stato. Anzi, i responsabili di allora sono quelli oggi al potere. Guardiamo ad Alan García. Durante la sua prima presidenza ci furono numerosi massacri, sparizioni, assassini nelle carceri. Che ha fatto lo Stato? Ha accusato i soldati che parteciparono nella guerra e non i politici. Insomma, manca un giudizio politico sullo stato peruviano per la partecipazione alla guerra».

Come giudica il lavoro della Commissione?

«È stato lo studio più serio e completo sulla guerra intea del Perú. Io non sono stato accusato di nulla. E il nostro partito è stato l’unico a mettere nel programma il compimento delle raccomandazioni della Commissione».   

Cosa sono per lei i diritti umani?
«Significa dare tutte le sicurezze e le libertà perché una persona sia non solamente una persona ma anche un cittadino.
Essere cittadino significa avere obblighi, ma anche diritti. Non solo diritti alla vita ma anche al lavoro, alla salute, all’educazione. In questo contesto, il più grande violatore di diritti umani è lo Stato, che nega un’educazione di qualità ai bambini, che nega una sanità accessibile e di qualità alla maggioranza dei peruviani, che nega sicurezza e stabilità economica agli anziani che hanno lavorato per 30-40 anni. Non hanno una pensione degna. Ebbene, in tutto ciò io credo stiano i diritti umani».

Il futuro che cosa potrebbe riservarvi?
«Siamo un partito giovane, un partito del Siglo XXI. Credo che siamo nati per contribuire a migliorare la società, per cambiare questo sistema che si chiama “democrazia rappresentativa”, ma che in questo momento non rappresenta la maggioranza dei peruviani. Occorre una “democrazia partecipativa”.
Abbiamo ridato speranza a questo popolo. La nostra sfida per il futuro è di riuscire ad organizzare questa speranza».

Con metodi pacifici?

«Sempre. Mai abbiamo parlato di uscire dai limiti dello stato di diritto. Se cammina per le nostre strade, vede molta fame, molta disperazione, molto scontento. In questa situazione, si trova sempre qualcuno disposto a cambiare attraverso la violenza. Noi, i nazionalisti, siamo contrari a soluzioni violente. Anche se ci hanno accusato di ogni nefandezza, mai abbiamo parlato di abbandonare lo stato di diritto. In Perú tutti siamo stanchi della violenza. Io so cos’è la guerra e la violenza. E so che non è quello che chiede la famiglia peruviana».

Lei è ancora un militare?
«Sono un militare in pensione».

Cosa le ha lasciato la carriera militare?
«Provengo dalla classe media e pertanto avevo una certa idea del Perú. Nell’esercito entrano invece persone di ogni provenienza così ho potuto conoscere veramente il mio paese.
Ho capito che lo Stato non rappresentava la grande maggioranza. Da quando sono in pensione mi sento in dovere di ricostruire questo paese. Ho 2 bambine e non voglio che vivano in un Perú con questa classe dirigente».

La famiglia   

In Italia e in Europa i media hanno dato rilievo a dichiarazioni discutibili da parte di suo padre Isaac, sua madre Elena, suo fratello Antauro. Che può dire al riguardo?
«Nell’ultima campagna elettorale ci sono state differenze con la mia famiglia. Riconosco che alcune posizioni di mio padre e di mio fratello sono piuttosto estremiste e per questo io non le condivido. Durante la campagna elettorale avversari politici e media unirono le nostre posizioni come fossero un tutt’uno. Certamente noi non siamo un partito razzista perché non si fa politica in base al colore della pelle. Noi chiediamo soltanto di riscattare la cultura e i valori ancestrali. Io rifiuto qualsiasi divisione in bianco, nero, giallo».

Abbiamo iniziato questo incontro con la famiglia. Vorremmo concludere allo stesso modo:  sua moglie e le sue figlie sono con lei?
«Siamo una squadra. Per fortuna, le mie due figlie non sanno ancora leggere. Altrimenti quante cose mi avrebbero domandato…
L’appoggio di mia moglie Nadine è importante perché in Perú la politica è una cosa molto difficile. Quando una persona vuole cambiare le cose, la prima mossa che le forze al potere fanno è di attaccare la sua credibilità. In questa situazione, se non stai bene in famiglia, è facile arrivare al divorzio». 

Di Paolo Moiola

Cronologia essenziale 1963-2008
LA POPOLARITA’ DI OLLANTA METTE PAURA

27 giugno 1963: la nascita
Ollanta Humala Tasso nasce a Lima da Isaac Humala ed Elena Tasso, discendente di Termilio Tasso, un italiano arrivato in Perú nel 1850 (assieme al naturalista Antonio Raimondi). Ollanta sarà il secondo di 8 figli.

1982- decennio ‘90: guerra e sospetti
Dopo aver frequentato il collegio peruviano-giapponese di Lima, Ollanta inizia la carriera militare. Negli anni Novanta combatte Sendero Luminoso. In seguito, i suoi avversari e i media diranno che proprio in questo periodo il comandante Ollanta si rese colpevole di violazione dei diritti umani (Huallaga, 1992). Accuse peraltro mai comprovate.

29 ottobre 2000: la sollevazione
Ollanta Humala, con il fratello Antauro ed altri ufficiali dell’esercito capeggiano una sollevazione a Locumba (Tacna, vicino alla frontiera con il Cile) per esigere la rinuncia del governo guidato da Alberto Fujimori. Vengono amnistiati qualche mese dal governo transitorio di Valentín Paniagua.

2002-2003: all’estero
Sotto il governo di Alejandro Toledo, Ollanta Humala viene inviato come funzionario militare alle ambasciate peruviane di Francia e Corea del Sud. A Parigi, frequenta corsi di diritto internazionale alla Sorbona.

1-3 gennaio 2005: il fratello Antauro
Antauro Humala con un gruppo di 160 militari assalta un commissariato a Andahuaylas (Apurímac) per suscitare una sollevazione popolare contro Toledo. Il gruppo si arrende dopo 2 giorni. Ollanta Humala condanna l’azione del fratello. Le loro strade si dividono.

aprile 2005: il partito nazionalista
Ollanta Humala, Nadine Heredia Alarcón ed altri fondano il «Partito nazionalista peruviano».

28 giugno 2006: commercio
Il parlamento peruviano uscente approva il Trattato di libero commercio (Tlc) con gli Stati Uniti.

9 aprile 2006: vince Humala
Al primo tuo delle elezioni presidenziali si impone  Ollanta Humala con il 30,6% dei voti validi. Al ballottaggio con lui andrà Alan García Pérez, che ottiene il 24,3% dei consensi.

4 giugno 2006: vince García
Al secondo tuo, vince Alan García con il 52,62% dei voti contro il 47,37% di Ollanta Humala. Quest’ultimo vince in 14 province.

14 dicembre 2007: il gradimento
Secondo un’inchiesta dell’Università cattolica l’approvazione per l’operato del presidente García è al 29 per cento. Con punte del 15-13 per cento fuori di Lima.

gennaio 2008: intanto…
Il governo peruviano presenta un’istanza alla Corte Internazionale di giustizia di La Haya, perché delimiti i confini marittimi con il Cile. Nel frattempo, la congressista Keiko Fujimori annuncia la nascita di «Fuerza 2011», il partito fujimorista che si presenterà alle prossime elezioni presidenziali.

gennaio 2008:  lotta senza esclusione
La magistratura peruviana chiede 15 anni di carcere e l’espulsione dal paese per Ollanta Humala per i fatti accaduti ad Andahuaylas nel 2005. Il leader nazionalista viene difeso da Chávez e Ortega durante la riunione dell’Alca a Caracas. Il governo di García protesta per l’ingerenza negli affari peruviani.

30 gennaio 2008:  manifestazione
A Lima c’è una grande manifestazione in favore di Ollanta Humala e contro le manovre per allontanarlo dal paese.

Paolo Moiola

Nadine Heredia, consorte di Ollanta
UN SORRISO E UNA PENNA: LA CAMPAGNA DI NADINE

Eliane Karp, moglie dell’ex presidente Alejandro Toledo,  era spesso sui media peruviani. Antropologa ebrea di nazionalità belga, la Karp si fece conoscere a causa di dichiarazioni avventate, liti familiari e da ultimo anche per scandali finanziari. Anche Nadine Heredia, moglie di Ollanta Humala, è spesso sui media del paese, ma non come oggetto di scandalo, bensì come giornalista ed opinionista. Scrive sul quotidiano La República, uno dei più importanti del paese, che da gennaio 2007 le ha concesso una rubrica settimanale.  Siamo andati a spulciare tra i suoi articoli.

Sulla democrazia e il Tlc – «Viviamo un paradosso: poche volte come ora si parla tanto di democrazia e poche volte, come ora, le istituzioni appaiono tanto lontane dai cittadini, dai loro problemi, dalle loro aspettative.  (…) Buon esempio è il Tlc che il governo applica per beneficiare alcuni senza preoccuparsi dei danni: questo Tlc consente il disboscamento indiscriminato nella nostra Amazzonia e l’inquinamento dell’ambiente. Nello stesso tempo, permette l’entrata di prodotti agricoli sussidiati (i prodotti Usa, ndr) e prolunga il monopolio delle multinazionali farmaceutiche impedendo la concorrenza dei farmaci generici. Il Tlc, inoltre, aggrava la situazione e i diritti del lavoro e censura le organizzazioni sindacali attraverso la pressione del licenziamento. Infine, con questo trattato si accentua la frattura sociale che in Perú va unita alle altre di carattere etnico e geografico» (30/04/07).

Sull’Amazzonia e le multinazionali minerarie – «Da tempo i media lanciano l’allarme sulle mafie che operano nel settore del taglio illegale del legno.  (…) I grandi trafficanti hanno addirittura invaso riserve naturali e terre riservate a comunità native allo scopo di estrarre e commercializzare, con documenti falsi, il ricercatissimo mogano (…). Come per il narcotraffico, il profitto ottenibile è in media 170 volte più del costo di estrazione, profitto condiviso con funzionari statali corrotti»  (21/05/07). «Per consolidare lo sviluppo del settore minerario non solo si aprì il mercato, ma si offrirono incentivi per dare impulso agli investimenti (…). Questi benefici hanno fatto in modo che le imprese minerarie godano di privilegi e guadagnino molto denaro a fronte dello sfruttamento delle nostre risorse non rinnovabili e di una manodopera poco costosa, oltre agli alti prezzi delle materie prime sul mercato internazionale. Il Perú di oggi non è quello di prima, con un contesto politico violento e in recessione. Perché dunque si mantengono  le agevolazioni fiscali per le grandi imprese generando perdite di entrate per le casse statali? (…) Occorre riequilibrare la relazione tra i sovraprofitti del settore minerario e i tributi che esso genera. (…) Il governo deve cambiare questa situazione. In un contesto stabile, non è necessario che un’attività con una redditività tanto alta mantenga le agevolazioni fiscali e con ciò danneggi l’economia del paese che la ospita» (12/11/07).

Sulle foglie di coca e la politica antinarcotica – «Lontani da ogni sciovinismo, la foglia di coca non ha però incontrato alcuna difesa da parte dei nostri governi anche se costituisce elemento della nostra identità originaria (…). Questa mancanza di identificazione ha permesso la proscrizione della foglia all’Onu, frenando la ricerca sulle sue proprietà.  (…) Se si vuole agire senza ipocrisia, occorre impegnarsi nell’investigare e penalizzare i commercianti di prodotti chimici (con i quali si trasforma la foglia di coca in cacaina, ndr) e gli organizzatori  del business della droga, prima di attaccare i coltivatori di coca. La realtà dimostra che la eradicazione non funziona;  insistere su quella potrebbe sollevare ancora di più il sospetto di una pressione statunitense per giustificare certe loro presenze periferiche (le basi).  La proposta di coltivazioni alternative, accettata dai cocaleros, deve essere redditizia  e lo può essere se gli Stati Uniti reindirizzeranno i loro fondi per la commercializzazione di questi prodotti alternativi sul proprio mercato. Non esiste un problema della foglia di coca, esiste un problema di narcotraffico»  (19/03/07).

Paolo Moiola

Paolo Moiola




Le «travolgenti» olimpiadi cinesi

Reportage/ La capitale cinese attende le Olimpiadi

Quando si prepara il massimo evento sportivo mondiale, non si guarda in faccia alcuno.  
È avvenuto e sta avvenendo anche per le imminenti Olimpiadi organizzate dalla Cina. Pechino ha l’opportunità di mostrarsi al mondo come una nazione modea e felice e non soltanto come una potenza economica che cresce il 10 per cento all’anno. O come un paese che avrebbe molto da spiegare nel campo dei diritti umani (se qualcuno avesse il coraggio di chiederglielo…). Storie
di ordinaria ingiustizia dalla capitale che attende atleti da ogni parte del globo.

Pechino. Il cuore pulsante di Pechino, gli spazi urbani più vivaci e intimi della megalopoli si chiamano hutong, termine che ci riporta indietro nel tempo: da hottog, che in mongolo significa «pozzo d’acqua», ricordano la «città del khan», Khanbaliq, e le prime aggregazioni urbane in prossimità dei pozzi. La traduzione «vicoli» ne riduce l’importanza: gli hutong sono luogo di incontro, comunicazione e socialità. Costituiscono una rete labirintica di stradine su cui si affacciano gli siheyuan, tradizionali complessi residenziali costituiti da quattro edifici disposti intorno a un cortile, di cui dal vicolo si vede solo l’alto muro grigio che li racchiude e i portali lignei d’ingresso finemente intagliati, decorati con scritte augurali e lantee di un colore rosso acceso. I chioschi e le bancarelle fanno da sfondo agli anziani che mangiano jiaozi, i ravioli ripieni, e giocano a mahjong, seduti su bassi sgabelli, mentre i bambini giocano e uomini in pigiama e vestaglia discutono sulle novità del quartiere. Il chiacchiericcio delle donne, le grida dei bambini e il parlottare degli anziani, il fruscio delle foglie degli alberi che abbelliscono e proteggono le corti, vengono interrotti solo dallo sferragliare dei risciò a pedali, gli unici a turbare la quiete di luoghi in cui la vita familiare, sociale, amministrativa e religiosa si svolge prevalentemente nello spazio comune che è la strada o il cortile. Oggi negli hutong il nemico temuto non è più lo sfrecciante risciò a pedali guidato da un affaticato ciclista, ma la ruspa. Le Olimpiadi del 2008 rappresentano la fine di questi antichi distretti e infliggono alla città ferite permanenti.

Dazhalan,
morte di un distretto

Sono proprio queste ferite che preoccupano Ma Lian: «I bulldozer stanno cancellando centinaia di anni di storia. Tutta la mia famiglia ha sempre abitato nello stesso hutong, qui a Dazhalan. Anche io sto aspettando che la mia casa venga demolita». Circondato da cumuli di macerie e case sventrate, ogni mattina il 60enne Lian continua ad alzare la saracinesca del chiosco dove vende sigarette, bevande fresche e semi di zucca. Gli occhi vispi, in bocca solo due denti, dalla sua voce trapela rabbia: «Il turista dovrebbe rimanere colpito dalla ricchezza artistica di Pechino, ma ciò che vi troverà per le Olimpiadi sarà solo una città rifatta e priva di carattere».
Nessuno sa cosa sorgerà al posto di Dazhalan, un distretto popolare a cinque minuti da piazza Tiananmen, intreccio di hutong a sud della Città Proibita. La sua storia testimonia la peculiarità dell’area: il suo nome, in pechinese Dashilar, «grandi cancelli», risale al 1670, quando per editto dell’imperatore fu ordinata la chiusura nottua dei vicoli. Mentre l’intero complesso della «Città Proibita» era circondato da alte e spesse mura e sottoposto al ferreo controllo del potere, a Dazhalan si garantiva la libertà di commerciare e divertirsi. Inoltre, in epoca Qing, quando l’imperatore vietò l’apertura di attività artistiche e commerciali all’interno delle mura della sua residenza, Dazhalan divenne il luogo che meglio di tutti gli altri accolse il fermento culturale e imprenditoriale degli abitanti di Pechino. Teatri, case da tè, antiche farmacie, cappellerie, templi, negozi di giada e seta, e «case dei fiori», i tradizionali luoghi di divertimento notturno, resero Dazhalan un’attrattiva per mercanti, pellegrini e viaggiatori. Ancora oggi vi si trovano antiche librerie e antiquari, ristoranti dove si degustano le specialità di Pechino come l’anatra alla pechinese, attività artigianali di ogni tipo e teatri tradizionali. Ancora per poco.
Lo sguardo dell’anziano Feng si perde tra alti coicioni di legno finemente intagliati, ormai scoloriti e rovinati dal tempo e dall’incuria. Barba bianca e canottiera nell’afa dei vicoli, così ricorda il passato del quartiere. «Questi erano tutti palazzi di artigiani della giada. Dopo le riforme di Deng Xiaoping, negli anni ’80, sono cominciate ad apparire piccole attività commerciali, ristorantini e negozietti. Ho più di 70 anni e questo è sempre stato il mio mondo». La giada arriva nella capitale dal lontano Xinjiang, la provincia nord occidentale a maggioranza musulmana. Minerale considerato quasi sacro per le sue presunte proprietà medicamentose e taumaturgiche, era il preferito alla corte dell’imperatore.
«Non so quando me ne dovrò andare – continua Feng -, le ruspe arriveranno sicuramente nei prossimi mesi, prima delle Olimpiadi: tutto deve essere rinnovato. C’è altra soluzione? Noi laobaixing (gente comune, vedi glossario a pag. 63) possiamo solo obbedire».
A Dazhalan ci sono edifici che risalgono al XVI secolo, palazzi che portano con sé la storia di due dinastie imperiali, quella dei Ming e quella dei Qing.

Per le ruspe
il lavoro non finisce mai

L’agenda politica della «Commissione per la pianificazione e lo sviluppo» della Municipalità di Pechino dedica un capitolo a parte alla tutela della città storica: le aree coinvolte sono 25, il 17% della Pechino antica, ma, dietro la retorica, sono in agguato speculazione edilizia e perdita di identità culturali.
Zhao Lianmiao è un artista che vive nel suo studio-abitazione di meno di 10 metri quadrati, ancora per poco di sua proprietà. Alle pareti sono appesi i suoi dipinti, davanti a una tazza di tè al gelsomino racconta la sua vita a Dazhalan, le persecuzioni subite durante la «Rivoluzione culturale», e quanto gli piacerebbe comprare una nuova casa in quella zona. «Stanno distruggendo tutto, è un vero peccato, io vivo qui da sempre e sono molto affezionato a questo quartiere. A un certo punto appare un foglio appeso a un muro nei vicoli che ci intima a sgomberare nel giro di un mese». Anche Fu Zheqing, giovane donna che conduce un’attività commerciale per i cui locali paga l’affitto, non sa quale sarà il suo destino: «Io e la mia famiglia viviamo nel retro del negozio, ma non essendo proprietari le cose sono un po’ diverse. Dovrò semplicemente cercare un altro locale ma di certo non a Dazhalan: dopo il rinnovamento del quartiere i prezzi saliranno alle stelle, sicuramente non riuscirò più a trovare nulla per i 150 yuan che pago qui!».
Secondo Hu Xinyu, responsabile del gruppo «Friends of Old Beijing» (Amici della vecchia Pechino), già nel 2003 la metà dei 3.000 hutong della città storica era stata demolita, e migliaia di persone trasferite in sobborghi anonimi, mentre un alto rappresentante del governo – citato in forma anonima dal Financial Times – ha paragonato i danni causati dalle odiee politiche urbanistiche alle distruzioni della «Rivoluzione culturale».  
Nel 2005 più di 800 edifici giudicati vecchi e pericolosi sono stati demoliti nella caratteristica via del Carbone, e centinaia di siheyuan risalenti al XIV sec. hanno lasciato il posto a nuovi palazzi. Ma le ruspe non hanno ancora finito il loro lavoro. Il piano del governo prevede un dislocamento di 5 milioni di residenti dal centro di Pechino alle periferie nell’arco di 15 anni, motivazione ufficiale: traffico urbano e alta densità di popolazione.
Dietro al progetto di ristrutturazione e modeizzazione delle aree storiche e fatiscenti fanno capolino dinamiche di discriminazione sociale.
«Ci stanno rubando i nostri soldi! – grida Li Wu -. Per andarmene mi daranno 10.000 yuan al metro quadro, ma i nuovi edifici saranno rivenduti a 50.000! Il governo ci sta ingannando: ha potuto attuare le sue politiche senza incontrare resistenze, qui la gente è povera, quel poco che ci danno per andarcene è sufficiente per ottenere il silenzio. Ci trasferiamo in quartieri dormitorio in nuovi appartamenti al ventesimo piano e ci illudiamo che la nostra vita migliorerà». Wu vive e lavora in uno hutong tra i più vivaci e trafficati, dove in un piccolo spazio ripara di tutto, dai vestiti agli orologi. Il rumore delle ruspe che demoliscono la casa vicina è assordante. Di fronte alla sua officina i resti di un ristorante musulmano, una vecchia targhetta in caratteri arabi a ricordare la presenza nel quartiere della minoranza islamica degli hui.

Il coraggio
della protesta

Ou Ning, che ha dedicato particolare attenzione e impegno al caso di Dazhalan, è un affermato regista e videomaker originario di Canton, ma che da anni vive e lavora a Pechino. Il giovane artista non giudica direttamente l’operato del governo, ma preferisce porre l’accento sul concetto di scelta: tutti dovrebbero avere il diritto di decidere dove e come vivere, non è giusto imporre dall’alto modelli di vita, né di città.
L’artista è uno dei promotori di Dazhalan Project, organizzato assieme a «Kulturstiftung des Bundes», fondazione tedesca che si occupa dei processi di allargamento e sviluppo dei centri urbani. Zhang Jinli è una figura chiave di questo esperimento che monitorerà l’esito delle Olimpiadi e si chiuderà nel 2008. «Abbiamo conosciuto Zhang mentre stavamo filmando la situazione a Dazhalan – ricorda Ou Ning seduto sul divano al ventesimo piano di un edificio moderno e colorato che fa parte del complesso residenziale Xiandai Soho, vicino alla city pechinese -. Stava affiggendo cartelli di protesta. Un mese dopo aveva in mano una telecamera, per riprendere la sua vita nel quartiere alla vigilia dello sgombero». Jinli conduceva una osteria frequentatissima in uno hutong chiamato Meishi jie: la sua forza è stata quella di mettere in atto forme di resistenza pubblica per difendere i suoi diritti in quanto residente in attesa di essere rimosso. «Il governo gli aveva imposto di lasciare la casa e l’attività, ma lui riteneva che la compensazione offerta fosse inadeguata – racconta ancora Ou Ning -, che sarebbe stato giusto ottenere l’assegnazione di un altro ristorante nel nuovo quartiere». La telecamera è stata usata come arma per criticare le politiche governative: l’esperimento di Zhang Jinli ha dato vita a un video (Meishi street) e a una pubblicazione (The Story of Zhang Jinli). Il prezzo pagato per aver attuato queste forme di protesta è alto: Jinli è stato sottoposto a una fortissima pressione psicologica. Inoltre, nonostante le numerose richieste, le autorità non hanno mai concesso un incontro ai responsabili di Dazhalan Project.  
«Jinli ha avuto il coraggio di denunciare l’ingiustizia delle compensazioni e ha contribuito a far nascere una certa consapevolezza nel vicinato». Uno degli obiettivi principali di Dazhalan Project (www.dazhalan-project.org) è analizzare l’influenza delle politiche governative sulle diverse realtà urbane, fino ad arrivare a quelle più piccole, all’individuo. «Nel marzo 2006, dopo mesi di protesta e sensibilizzazione della comunità, le ruspe hanno distrutto la casa e il ristorante di Jinli». Ou Ning non è contrario alla modeizzazione: «Le città devono migliorare, ma noi ci preoccupiamo di quale influenza abbia questo sviluppo sulle persone, di quali siano gli spazi per la gente nel contesto di una città nuova. La storia di Zhang Jinli rappresenta la rottura dell’equilibrio tra tradizione e sviluppo», prosegue l’artista. Secondo Ou Ning, «a Dazhalan ogni proprietario avrebbe ristrutturato le case gradualmente, lasciando invariata la zona. Invece il cittadino non ha possibilità di scelta, né sa come si trasformerà il quartiere, davanti agli occhi ha solo quelle fotografie sulle transenne che lasciano immaginare un ricco distretto commerciale». Politiche urbanistiche che distruggono il senso di comunità, cancellando la vita di strada e la vivacità delle città cinesi. «Per la Costituzione cinese la terra appartiene al popolo, ma in realtà è del governo, che si muove solo in base a valutazioni di tipo politico-economico – conclude il videomaker -. Studenti, ricercatori, studiosi e gente comune in Europa e in America si sono interessati al nostro progetto, ma le autorità non ascoltano, a meno che non ci siano scontri e dei morti. Il nostro obiettivo è far conoscere questa situazione sensibilizzando e coinvolgendo il maggior numero di persone, solo così il futuro potrà essere diverso».
Il traffico e lo smog di Pechino ricoprono di suoni e polvere una città in continuo mutamento, come mutevoli e incerte sono le vite degli abitanti di queste aree. Un tempo ricche e fiorenti, si sono impoverite con l’ingresso del Paese nel mercato globale: le  manifatture artigianali sono state soppiantate da quelle delle fabbriche della Cina sud orientale, teatri e «case dei fiori» sono stati sostituiti da night club e da centri per massaggi. 

Di Alessandra Cappelletti

Alessandra Cappelletti




Si placheranno i «tamburi di morte»?

Viaggio nella Repubblica islamica

In attesa di capire chi sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca, per Washington l’Iran rimane uno «stato canaglia» da tenere sotto stretta osservazione. Nel paese, la gente ha paura, perché ogni momento ed ogni scusa sono buoni per scatenare una nuova guerra. Ancora Oriente versus Occidente. Follia contro ragione. Ipotesi troppo pessimistiche? No, tutto è già avvenuto con il confinante Iraq.

480 a.C. Il re persiano Serse decide di invadere la Grecia riprendendo la guerra iniziata da suo padre Dario I. Per bloccare l’avanzata dell’esercito persiano, le città greche formano un’alleanza guidata dal re spartano Leonida. L’intera guardia del corpo del re, composta da 300 opliti, viene inviata a difendere il passo montuoso delle Termopili per permettere al resto dell’esercito greco di organizzarsi per il confronto con il nemico. La loro resistenza, eroica, fino al totale sacrificio, è annientata da mostri assetati di sangue, feroci soldati-schiavi al servizio di un sovrano semi-dio, scellerato e capriccioso. Serse, appunto.
Domenica 6 gennaio 2008. «Stretto di Hormuz. È stata una danza di guerra, è durata venti minuti ed è sembrata l’alba del nuovo conflitto. Succede alle cinque di domenica mattina nel mezzo dello stretto di Hormuz, in quel budello di mare tra Repubblica islamica e Oman, dove transita il 20 per cento della produzione mondiale di greggio. In quel budello strategico cinque motovedette iraniane costringono tre navi statunitensi a ballare sull’orlo dell’abisso. Una danza di venti minuti, un balletto che, per poco, non trascina marinai e nazioni allo scontro irreparabile. Prima il lancio di misteriosi galleggianti bianchi, poi l’affondo di un barchino puntato come una torpedo suicida, infine – mentre gli americani son pronti al fuoco – l’ultima, provvidenziale virata».
Il primo racconto è la trama di «300», un colossal cinematografico, adattamento dell’omonimo graphic-novel di Frank Miller (tratto da un episodio storico della guerra tra greci e persiani), piuttosto applaudito, intriso di sangue e stereotipi, che esalta i valori del coraggio, della libertà, della razionalità, della nobiltà d’animo, dell’amor patrio e familiare quale retaggio tutto occidentale, e li contrappone alla forza bruta, alla follia cieca, alla schiavitù dell’Oriente, rappresentato dall’impero persiano. Uno scontro di civiltà pre-moderno, anticipatore di quello (o quelli, i nemici della nostra civiltà, sembra, sono tanti) attuale.
Il secondo è la cronaca narrata da Il Gioale, quotidiano della famiglia Berlusconi, sull’incidente che avrebbe potuto scatenare l’ennesimo conflitto. Ancora, Oriente versus Occidente. Follia contro ragione.
Spiega ancora Il Gioale: «In quella strozzatura, larga nel punto più angusto meno di cinquanta chilometri (…) transitano le navi americane e le portaerei che da un anno battono il Golfo Persico. Lì nell’aprile del 1988 la marina statunitense affondò due navi e sei motoscafi iraniani. Due mesi dopo, sempre lì, abbatté un volo di linea di Teheran uccidendo 290 civili» (1).
A gennaio di quest’anno, George W. Bush, presidente Usa uscente, ha ribadito che l’Iran costituisce un grave pericolo per gli Stati Uniti e per l’Occidente.
I tamburi di morte battono forte: Hollywood, media mondiali, Pentagono, governi, ci stanno prospettando un nuovo scenario di guerra. Il copione è ormai collaudato ed è stato distribuito. Gli attori stanno provando le scene. A noi tocca il ruolo di spettatori. E, forse, di vittime. Non è un film già visto?

Vediamo cosa ne pensa Scott Ritter (2), capo delle ispezioni Onu sugli armamenti dal ‘91 al ‘98, in «Obiettivo Iran. Perché la Casa Bianca vuole una nuova guerra in Medio Oriente» (Fazi Editore, 2007):
« (…) sul tema Iran, stiamo assistendo a una replica della storia. Sono colpito dalla somiglianza tra il modo in cui gli Stati Uniti, Israele, l’Europa, la Russia e le Nazioni Unite hanno continuato a percorrere un passo falso dopo l’altro, la strada che portava alla guerra all’Iraq sulla base di una premessa fasulla (cioè l’esistenza di ADM, armi di distruzione di massa, in Iraq), e quel che oggi trapela per quanto riguarda l’Iran: sembra proprio che stiamo procedendo, lungo lo stesso percorso che porta al conflitto, inseguendo i fantasmi di un programma di armamenti nucleari che non si è mai manifestato in alcun modo, se non nelle esagerazioni e nella retorica delle congetture di quanti vogliono un cambio di regime a Teheran, assai più che l’autentica non proliferazione e il disarmo» (pag. 20-21).
«Parlare della nascita di questa crisi e riportare la storia degli individui e delle organizzazioni coinvolte vuol dire raccontare una vicenda fatta di hybris, pathos, integrità e inganno. Una storia di perspicacia e indifferenza, e di paura nata dall’ignoranza. (…) È una storia dominata da un nauseante senso di deja vù, come se avessimo già passato tutto questo, quando il dito accusatore era puntato in direzione dell’Iraq, invece che dell’Iran. Siccome questa storia l’abbiamo già vista svolgersi, stavolta, mentre la raccontiamo, siamo in grado di scorgere un percorso diverso da quello che conduce all’abisso di un conflitto con l’Iran (…)» (pag. 22-23).
Forse proprio quei valori e quella razionalità, retaggio della civiltà occidentale, dovrebbero aiutarci a non cadere, ancora una volta, nella trappola dei guerrafondai, dei mestieranti di morte e rapina.

Teheran. Redazione di Al-Vefagh, in strada Khoramshahr. È un quotidiano nazionale iraniano in lingua araba. Nel palazzo c’è la sede di altri quattro giornali: in farsi, in inglese (The Iran Daily), in breille, e un giornale sportivo. Appartengono tutti e cinque allo stesso gruppo editoriale, Al-Iran, vicino al governo.
Incontriamo il dott. Mosayeb Naimi, direttore del gruppo di redazioni, nel suo ufficio, al fondo di una grande stanza dove numerosi giornalisti stanno lavorando.
Nonostante la propaganda mediatica anti-iraniana ci spieghi che le donne vivono in condizione di grave subalteità e disparità, balza subito agli occhi che in quest’ufficio maschi e femmine condividono spazi e discussioni, apparentemente piuttosto alla pari e in un clima amichevole. Alcune giornaliste sono in chador, altre hanno un semplice foulard colorato poggiato sul capo e indossano completi eleganti e alla moda.
Naimi è un tipo simpatico, dallo humor mediterraneo. Il discorso cade subito sul potere delle donne in Iran, forse perché la traduttrice è una donna, un medico e docente universitario, che ha a lungo soggiornato in Italia, o forse perché, nella redazione ce ne sono parecchie.
«Qui in Iran – racconta divertito – sono le donne che comandano gli uomini. I mariti cercano di non perdere l’amore delle loro mogli. Molte sono quelle che raggiungono alti gradi di carriera. La famiglia, comunque, rimane sempre al centro dell’attenzione nella nostra società».

Tra le cinque testate che lei dirige, c’è un quotidiano in arabo e uno in breille. Come mai questa scelta?
«Sono stato per 11 anni responsabile dell’Ia, l’agenzia stampa iraniana, in Libano. Poi ho lavorato in Quwayt. Conosco bene, quindi, sia la lingua sia le varie realtà del mondo arabo. Per questa ragione, abbiamo ritenuto importante creare un giornale in lingua araba. Inoltre, abbiamo scelto questo nome, “Amicizia” (al-Vefagh), perché sono molti gli aspetti che condividiamo con gli arabi. Quanto all’edizione per non-vedenti, è nata 10 anni fa. È il primo giornale in breille in Iran e nel resto del Medio Oriente, e viene distribuito in abbonamento. Tutti i redattori sono ciechi, tranne il capo della redazione. Abbiamo constatato che ha molto successo presso la popolazione di non-vedenti (attualmente, circa 300 mila): i lettori ci inviano messaggi, interagiscono con noi. È un buon mezzo di comunicazione».

Come vi mantenete?
«Con la pubblicità. Ogni spazio pubblicitario può costare anche 1.700 dollari. In questo modo possiamo mantenere 500 tra redattori e personale vario. L’edizione in farsi tira 400.000 copie giornaliere. Le altre sono più ridotte».

Il suo gruppo non è «di stato», ma nel consiglio di amministrazione c’è anche un rappresentante della Repubblica islamica. Idee e pensieri, in Iran, hanno libertà di espressione e circolazione?
«Ci sono molte testate giornalistiche. Inoltre, la risposta a questa domanda dipende da chi le sta davanti. Chi appartiene alla classe alta, con l’abitudine al lusso dell’epoca dello Shah (dove c’era una enorme disparità fra il povero e il ricco), le dirà che ora non c’è libertà. Questi sono molto arrabbiati con il governo. Per i ceti medi e bassi (3), è diverso. In questi anni c’è stato un cambiamento profondo e il divario sociale si è ridotto, anche se la povertà esiste ancora, così come la ricchezza. Ma la cultura e la scolarizzazione si sono diffuse».

L’attenzione internazionale sull’Iran è crescente, in particolar modo nei media. Come vive questa pressione il popolo iraniano?
«La propaganda negativa è percepita molto chiaramente. I media occidentali stanno cercando di dimostrare che l’Iran è un paese pericoloso, nemico, raccontando tutto fuorché la realtà. Bush lo ha definito “l’asse del male”. Per fortuna, sappiamo che non tutti gli occidentali abboccano e prestano fede alle bugie veicolate dai mezzi di informazione. Noi stiamo lavorando per far arrivare notizie veritiere anche in Occidente, attraverso il nostro giornale in lingua inglese. L’Iran ha una storia millenaria, che la “pubblicità negativa” vorrebbe cancellare o manipolare. Per raggiungere questo obiettivo, sono stati prodotti di recente anche Colossal cinematografici che raccontano dei persiani come violenti e miserabili. La propaganda lavora su tutti i fronti, non solo quello politico ed economico, ma anche mediatico».

Prendete sul serio le minacce belliche statunitensi? Temete di essere attaccati?
«Pensiamo si tratti solo di minacce. L’uso del nucleare per scopi pacifici è un nostro diritto, che ad altri Paesi è garantito. Gli Usa hanno interessi che esulano dalla tutela dei diritti umani: in Iraq è sotto gli occhi di tutti. L’Iran non ha intenzione di dotarsi di bomba atomica: lo ha dimostrato rendendosi disponibile alle ispezioni dell’Aiea (Inteational Atomic Energy Agency, ndr), che ha piazzato telecamere nei siti dove sono situate le centrifughe. L’Iran, comunque, è disponibile a lavorare per la produzione di energia nucleare sotto il controllo internazionale.
Non crediamo che gli Stati Uniti ci attaccheranno: sanno che non abbiamo le bombe nucleari. La propaganda di guerra serve per spaventarci, ma noi non abbiamo paura. Siamo tranquilli. Se dovessero attaccare, risponderemo. E il peggio toccherà all’Europa: da noi sono impiegati numerosi operai e tecnici europei. In caso di conflitto, saranno mandati via e questo inciderà pesantemente sulle aziende e sulle famiglie.
Durante la guerra tra Iran e Iraq, Saddam era protetto con armi e soldi da Francia, Germania e Stati Uniti. Ma nessuno di loro ha ottenuto da noi ciò che voleva. Cosa dovrebbero ottenere ora? Noi iraniani siamo intelligenti e pazienti: sappiamo aspettare e ascoltare. Non inizieremo a sparare per primi. Reagiremo se verremo attaccati».

E la popolazione come reagirà?
«Si compatterà a fianco del governo, dello stato. La storia dell’Iran lo dimostra: nessuno può averla vinta con noi». 

Di Angela Lano

(*) La prima puntata di questo reportage è stata pubblicata su MC nel settembre 2007.

(1) È il 3 luglio 1988: siamo alle battute finali della guerra tra Iran e Iraq. Il Golfo Persico è pattugliato da diverse navi militari statunitensi che difendono le petroliere del Kuwait (Quwayt). L’incrociatore USA Vincennes abbatte il volo di linea 655 dell’Iran Air, decollato da Bandar Abbas e diretto a Dubai. A bordo ci sono 290 civili, tra cui 66 bambini. L’aereo viene colpito da due missili e precipita. Non ci saranno superstiti.
(2) L’autore Scott Ritter fu il capo delle ispezioni Onu sugli armamenti iracheni dal ‘91 al ‘98. Già nel 2002 aveva negato – come racconta nel libro «Guerra all’Iraq» (Fazi editore) – l’esistenza di armi di distruzione di massa nel paese di Saddam. Nonostante i continui tentativi di discredito da parte dei media statunitensi, la sua attendibilità è rimasta intatta.
(3) In realtà, l’opposizione al regime iraniano è presente anche nei ceti medi intellettuali, laici e di sinistra, che criticano sia la retorica del loro presidente, Ahmedinejad (ritenendola pericolosa per la sicurezza del paese, laddove, in particolare, lancia strali provocatori contro Israele e gli Usa), sia l’«islamizzazione» della politica e del governo. Tuttavia, più d’un iraniano «oppositore» ha sottolineato come, in caso di attacco Usa, tutta la popolazione si unirebbe di fronte al nemico esterno, dimenticando, forse, i problemi interni, come sottolinea Naimi alla fine dell’intervista.

Angela Lano




MUKIRI: Uomo dell’acqua e costruttore di chiese

Fratel Giuseppe Argese, detto Mukiri: 50 anni a servizio della chiesa e degli africani

Lo scorso settembre ha celebrato senza rumore 50 anni di lavoro in Kenya: non per nulla la gente
lo chiama «Mukiri» (il silenzioso). Al suo posto parlano tante chiese costruite nella diocesi di Meru e, soprattutto, l’acquedotto di Tuuru, un’opera d’ingegneria idraulica che non cessa di stupire. Ma il più bello deve ancora venire, a Dio piacendo.

Porto di Mombasa, 27 settembre 1957. Un uomo scruta i volti di tutti i passeggeri che sbarcano dalla nave appena attraccata. «Tre preti e una suora» grida. Li trova finalmente: due preti, un fratello laico e una suora. «Haraka!» (sbrigatevi). Non c’è tempo per il benvenuto; il treno sta aspettando. Il tempo di arrivare alla stazione, prendere il biglietto del treno notturno per Nairobi e… benvenuti in Kenya!
Il giorno dopo, un missionario veterano li attende alla stazione di Nairobi. Rapidi saluti, una sbrigativa sosta all’ufficio immigrazione per le formalità, un cambio di macchina alla procura a Muthaiga, un «arrivederci» ai tre compagni di viaggio in mare e il giovane fratello, appena 25enne, comincia a prendere confidenza con le polverose strade verso il nord, destinazione: la città di Meru. Ci arriva il 29 settembre, dopo una nottata a Kyeni e un interminabile viaggio, serpeggiando su e giù per le colline nella rovente calura della stagione secca.
Giuseppe Argese, nato nel 1932, missionario della Consolata, è arrivato nella diocesi che segnerà per sempre la sua vita. Il vescovo mons. Lorenzo Bessone è in Italia; a dargli il benvenuto è fratel Francesco Costardi, non ancora 33enne, arrivato in Kenya all’inizio dello stesso anno, con l’incarico di costruire la cattedrale di Meru, che spunta appena dalle fondamenta. Per dicembre è previsto l’arrivo di altri tre fratelli: Giovanni Comaron, Dino Bottaro e Bruno Bessani; ma saranno destinati a costruire un santuario dedicato alla Consolata a Karatina, per ringraziarla del ritorno in Kenya dei missionari che, durante la seconda guerra mondiale, erano stati portati in campo di concentramento in Sudafrica. Progetto mai decollato e poi costruito a Nairobi.
Il giorno dopo, 30 settembre, fratel Costardi si ammala ed è portato all’ospedale. Fratel Argese si trova solo a dirigere la costruzione della cattedrale: 80 lavoratori aspettano pazientemente le sue direttive.
È troppo! Due settimane prima era ancora in Italia e, all’improvviso, eccolo là, con una cattedrale tutta da costruire. Si rifugia nella sua camera e si siede sconsolato sul baule. Dopo pranzo prende la decisione: se una cosa va fatta, è meglio affrontarla subito. Esce e comincia a lavorare con gli 80 uomini.
La cattedrale cresce; artigiani e muratori si abituano al nuovo capo che non sa una parola della loro lingua (il kemeru), ma migliora di giorno in giorno nella comunicazione non verbale.?Tre anni dopo, il 10 settembre 1960, la cattedrale viene ufficialmente inaugurata.

COSTRUTTORE DI CHIESE

Quando mons. Bessone si stabilì a Meru, gli unici edifici in pietra nella diocesi erano l’abitazione dei missionari e la chiesa a Kyeni. La casa era stata costruita in pietra per motivi di sicurezza durante il periodo dell’emergenza mau-mau; ma la chiesa era in condizioni tali che poteva crollare da un momento all’altro.
A quei tempi, i fratelli abitavano a Meru, insieme al vescovo, ma operavano su tutto l’immenso territorio della diocesi, oggi suddiviso nelle diocesi di Meru, Embu, Garissa, parte di Malindi e vicariato di Isiolo.
La cattedrale di Meru è una delle tante chiese costruite dal gruppo dei missionari fratelli. Ma quasi tutte le chiese della diocesi di Meru portano l’impronta di fratel Argese: quella di Chuka, costruita nello stesso periodo della cattedrale, quella di Muthambe con colonne in calcestruzzo, e poi Egoji, Mkabone, Kianjai e Mujwa.
Anche a Isiolo la prima chiesa fu opera sua, provvisoria anch’essa, perché mancava l’autorizzazione per costruire strutture permanenti.
Correva l’anno 1963. Don Luigi Locati era giunto a Meru per aprire una missione affidata ai preti fidei donum della diocesi di Vercelli. Fratel Argese, su incarico del vescovo, portò il prete vercellese in lungo e in largo attraverso la diocesi, dal Tharaka a Garissa, da Wajir a Chuka, da Embu a Isiolo: qui don Luigi decise di fondare la nuova missione e il fratello gli costruì la prima chiesa e prima casa.
Quante volte fratel Argese, da solo, si recò a Merti, per portare acqua e viveri ai costruttori di una scuola-cappella. Sono quasi 300 km da Isiolo, in una regione desertica in cui incontrava solo la pattuglia della polizia, che si recava da quelle parti una volta la settimana.
Dopo 11 anni, nel 1968, fratel Argese toò in Italia. Fece appena in tempo a godersi le vacanze, che fu chiamato a risolvere i problemi della costruzione del santuario della Consolata a Nairobi: le fondamenta erano state fatte male, mettendo a rischio la stabilità di tutta la struttura in cemento armato.?Vi restò per sei mesi, quindi toò a Meru, ma si ammalò e dovette stare per qualche mese in ospedale.
Intanto crescevano altre chiese a Tuuru, Laare, Maua, Kirwa, Adero… L’ultima la sta costruendo con pazienza nel campo base dell’acquedotto di Mukululu.

ACQUA, PER FAVORE!

La passione di costruire chiese non lo ha mai lasciato, ma ciò che accadde nel 1967 cambiò per sempre la sua vita. Padre Franco Soldati aveva aperto, nella missione di Tuuru, un centro per bambini colpiti da poliomielite, una malattia epidemica nella zona di Igembe per la scarsità di acqua e igiene. La missione di Tuuru, come tutta l’area dell’Igembe, si stende su uno spesso strato di detriti vulcanici, privo di acqua potabile, fiumi o sorgenti. Il centro si trovò quasi subito a dovere affrontare il problema dell’acqua. Padre Franco lanciò la sfida a fratel Argese: «Hai trovato acqua per altri, trovala anche per noi!».
In altre località, come Chuka, Mujwa, Egoji, Mikinduri, grazie all’abbondanza di acqua, erano state costruite scuole, chiese e altre opere sociali. Nell’Igembe, invece, per la scarsità di acqua, era tutto in situazione di stallo, evangelizzazione compresa.
«Dateci l’acqua, per favore!». Più facile a dirsi che a farsi. Gli anziani del luogo avevano rivelato con riluttanza a padre Franco che nel profondo della foresta del monte Nyambene c’era una sorgente perenne, dove erano soliti recarsi per fare i loro sacrifici e celebrazioni. La foresta era a 25 km di distanza. Come fare per portare l’acqua fino a Tuuru?
Per fratel Argese era un grande rompicapo, finché entrò nella foresta, fece misurazioni varie, tracciò schizzi, disegnò mappe, studiò testi che trattavano di tubature, dighe, cistee, pressione… ed ecco scaturire il progetto da presentare al vescovo.
– Monsignore, sfruttando la legge di gravità, è possibile portare l’acqua dalla montagna fino a Tuuru.
– Va bene, ma dove troviamo i soldi?
– Monsignore, lei mi ha chiesto se fosse possibile ottenere l’acqua; ora, l’acqua è là, il progetto è qui; ci sono problemi, certo, ma se la cosa deve essere fatta, i soldi arriveranno.
«Non ho soldi» era un ritornello sentito tante volte, quando si trattava di costruire le chiese. «Mi faceva innervosire che monsignore buttasse tutto all’aria per questione di soldi -racconta fratel Argese -. Ci furono anche momenti di tensione. A volte, a Meru, quando ci incontravamo, facevamo percorsi diversi nella casa. Però, non smettemmo mai di cornoperare lealmente, alla ricerca di ciò che era meglio per la gente e la diocesi. Non lo adulavo mai; ma quando morì, piansi e piansi molto! E poi, il denaro necessario arrivava sempre».

Zappe Sì, caterpillar no

Uscito dall’ospedale, nel 1969, fratel Argese ebbe una bella notizia: Misereor, l’organizzazione della Conferenza episcopale tedesca, aveva approvato la prima fase del progetto idrico: 700 mila marchi. E si mise subito all’opera per allestire il campo base a Mukululu, vicino a una cappella fatta di pali, fango e tetto di paglia.
Dalla Germania, i sostenitori del progetto volevano che si comprasse un caterpillar per accelerare lo spostamento della terra e completare l’opera in pochi mesi. Ma fratel Argese non ne volle sapere. Un caterpillar avrebbe distrutto le piccole shambas (campi coltivati) dove doveva passare la conduttura principale. Inoltre, con il costo di una tale macchina avrebbe potuto pagare per più di tre anni il salario di 100 lavoratori, armati di zappe, pale e carriole. Il progetto risultò essere una gran benedizione per la popolazione locale: lavoro e acqua, oltre alla riduzione al minimo dell’impatto ambientale.
Nel gennaio del 1970 si iniziò a scavare. Il tempo non costituiva un problema. Per gente abituata da secoli a disporre di poca acqua, un giorno o un anno in più non avrebbero fatto tanta differenza. Il fattore tempo, però, una differenza l’ha fatta, e grossa pure: il fatto che nell’arco di quasi 40 anni siano state impegnate centinaia, anzi, migliaia di persone, ha fatto sì che il progetto arrivasse nel profondo del cuore della popolazione locale: non era un’opera calata dall’alto da un’efficiente Ong straniera, che arriva e se ne va; ma un progetto fatto con la gente, dalla gente e per la gente.

Goccia a goccia

Nonostante i timori di monsignore, il denaro arrivò fin dall’inizio del Tuuru Water Scheme (Progetto acquedotto di Tuuru) da donatori stranieri e harambee locali. Sono stati investiti milioni di dollari provenienti da vari paesi. Fratel Argese rimane sbalordito quando pensa al sostegno straordinario proveniente da ogni parte.
Come avviene nella foresta, dove l’acqua è raccolta goccia a goccia, formando milioni di litri per rispondere al fabbisogno quotidiano della gente, allo stesso modo, il danaro necessario è stillato goccia a goccia: un marco sull’altro, una peseta sull’altra, una lira sull’altra, un fiorino sull’altro, un euro sull’altro, un dollaro sull’altro… e persino uno scellino sull’altro!
Ed ecco i risultati. Un progetto nato su scala ridotta, è diventato una rete di oltre 250 km di condutture, decine di cistee e migliaia di punti di distribuzione: ogni giorno vengono distribuiti quasi 4 milioni di litri d’acqua a oltre 250 mila persone, più di 40 mila capi di bestiame, 20 mila pecore e capre. E il progetto continua, per rispondere alle necessità della gente nelle zone più remote.
L’acqua ha cambiato la vita alla regione: la poliomielite è quasi scomparsa, villaggi e commerci sono spuntati come funghi intorno ai punti di erogazione, le scuole sono progredite, la popolazione è cresciuta, le donne sono state liberate dalla schiavitù di dover attingere acqua in luoghi lontani e pericolosi, l’igiene personale è diventata più agevole, tanti uomini possono avere un lavoro fisso, molti hanno imparato nuovi mestieri, i problemi di salute si sono ridotti (anche se ne sono sorti altri, come quelli legati al consumo delle foglie narcotiche della miraa).
Si dice che una goccia fa traboccare il vaso; ma in questo caso le gocce d’acqua raccolte con pazienza nella foresta del Nyambene hanno messo in moto un lento ma solido processo di cambiamenti di un distretto che, negli anni ’60, era uno dei più poveri ed emarginati del Kenya.

Mukiri

Dietro a tutto ciò, ecco il nostro uomo, il costruttore di chiese, l’uomo dell’acqua, come è chiamato dalla gente del posto. Il Tuuru Water Scheme ha impegnato gli anni migliori della sua vita. A 75 anni (compiuti il giorno di san Martino), l’uomo ha perduto l’agilità e vigore fisico che aveva quel pomeriggio del 30 settembre 1957, quando iniziò a lavorare alla cattedrale di Meru; la sua mente, però, è più lucida che mai, non solo nel seguire la miriade di progetti intrapresi, ma anche nel pensare a qualcosa di nuovo e imprevedibile.
Per conoscere quest’uomo un po’ più da vicino, curiosiamo fra i suoi libri! Entrando nella sua casetta di tronchi d’albero, a sinistra troviamo scaffali zeppi di libri messi alla rinfusa. Ci sono, naturalmente, libri relativi all’acqua: prese, pompe, dighe, depurazione, tubature, foreste pluviali e così via.?Testi su arte muraria, edilizia e architettura, carpenteria e falegnameria, disegno tecnico e di rilevamento. C’è una nutrita selezione di testi religiosi, sulla sua famiglia, i missionari della Consolata, sulla chiesa in Kenya, spiritualità, vite di santi, sacra scrittura, storia della chiesa.
La storia dell’evangelizzazione lo appassiona: conosce a memoria gli episodi più significativi dell’evangelizzazione dell’Africa e del Kenya in particolare. E poi libri su geografia, popoli e culture del paese di adozione. Infine, e non ci sorprende conoscendo l’uomo, libri su agricoltura, frutteti, fiori, insetti e uccelli, colture resistenti alla siccità e una sezione speciale su ulivi e vigneti. In più, libri su cure con erbe medicinali e metodi naturali.
Su un altro scaffale, libri scelti di cucina, su come preparare marmellate e, perché no, su come fare del buon formaggio. Ci sono pure libri fotografici, sulla sua bella città natale, Martina Franca, sull’Africa, il Kenya e il suo acquedotto… Anch’esso è stato fotografato dentro e fuori, descritto in libri e in video. Non troviamo molti romanzi; quei pochi, si può arguire, sono regali di amici che hanno goduto della sua squisita ospitalità.
Prima di arrivare in Africa, fratel Argese aveva frequentato un corso di edilizia per corrispondenza presso un istituto professionale di Luino, ma non lo aveva terminato. Lo ha completato sul campo, con la costruzione della cattedrale di Meru, fino a diventare, a livello mondiale, un esperto nel raccogliere l’acqua nella foresta equatoriale e un grande ambientalista. Le due realtà, infatti, sono strettamente connesse: la foresta può fornire acqua solo se rimane nelle condizioni originarie.
Difendere la foresta del Nyambene da disboscamento e speculazione edilizia è stata una priorità, portata avanti dalla gestione dell’acquedotto di Tuuru da parte della diocesi di Meru.?Tale impresa, però, è aperta a molte iniziative: dalla cooperazione con università locali e straniere al coinvolgimento di entomologi, botanici, oitologi, zoologi per scoprire biodiversità e peculiarità di una foresta speciale come quella del Nyambene; da campagne educative nelle scuole a dibattiti con le comunità circostanti; da attività di promozione agro-turistica a istruttive visite guidate; da documentari filmati a pubblicazioni.
La gente del luogo lo chiama «mukiri», il silenzioso. Fratel Argese è, infatti, un uomo di azione più che di parole; la sua comunicazione, essenziale, misurata e diretta, è scevra di inutili giri di parole. I suoi operai hanno imparato ad ascoltarlo attentamente, perché non ama ripetere le cose. Insegnamento di base, comunicazione chiara e fiducia sono il fondamento su cui ha costruito il rapporto con i suoi lavoratori.
È questo il segreto delle molte attività che porta avanti da Mukululu. Un lavoro su quattro fronti: progetto idrico, fattoria e vigneto di Liliaba, costruzione del santuario della Consolata, attività di consulenza in tutti i progetti di sviluppo diocesani.

Mukiri tagli la torta della festa con padre Aquileo Fiorentini, allora superiore generale

Il Missionario

Quando aprì il campo di Mukululu, Mukiri poteva condividere la sua fede con una manciata di cattolici nella cappella di fango. Non ha avuto tempo di fare catechesi o altre attività di evangelizzazione diretta; eppure oggi la comunità conta più di 2.500 fedeli. La capanna originaria è rimpiazzata da una bellissima chiesa, consacrata nel 1986, 75º anniversario dell’evangelizzazione del Meru, dal vescovo Silas Njiru, che l’ha dichiarata santuario diocesano dedicato alla Madonna Consolata. E la chiesa è diventata troppo piccola per accogliere tutti la domenica. Così, dal 1996, ha iniziato ad ampliarla.
Il santuario è cresciuto insieme alla comunità e in base ai ritmi di lavoro imposti dalla costruzione dell’acquedotto; si è innalzato pietra su pietra, in un’armoniosa combinazione di colori diversi: pietre marroni, rosse, rosa, gialle, nere, bianche… tagliate dagli scalpellini, come nella costruzione delle cattedrali medievali, ciascuna con la sua forma particolare, secondo la posizione specifica da occupare nell’edificio: eloquente immagine della chiesa vivente, dove ogni singola persona è una pietra viva, posta sulle fondamenta della pietra angolare che è Gesù Cristo.
Il santuario è la sintesi dello stile di evangelizzazione di Mukiri: costruisci la persona nella sua pienezza e ne farai un cristiano che dà gloria a Dio; e potrebbe essere il paradigma della relazione tra evangelizzazione e promozione umana: due facce della stessa azione salvifica di Dio. È lo stile dell’Allamano, che ai suoi missionari partenti per la missione tra gli africani raccomandava: «Fateli prima uomini e poi cristiani».

SOGNI SENZA Tramonto

A 75 anni, Mukiri è consapevole che non può essere attivo come ai vecchi tempi, ma va avanti, riposando un po’ di più e spronando altri ad assumere le responsabilità. Nel luglio scorso si è realizzato un altro sogno: dopo 7 anni di duro lavoro, ha visto riempirsi la seconda diga sul fiume Ura, che ha una capacità di 55 mila metri cubi. Ad agosto l’ha vista tracimare, così pure all’inizio di ottobre: ormai l’acquedotto di Tuuru può affrontare le siccità più spaventose.
E Mukiri può dedicare più tempo alla costruzione del santuario, alla vigna piantata a Liliaba, dove una volta c’era un campo di prigionia mau-mau. Gli amici lo aiutano a piantare nuovi vitigni e migliorare la qualità del vino. I vescovi lo incoraggiano a produrre vino da messa di qualità. Ma la sua più grande soddisfazione è vedere che circa 200 famiglie hanno piantato le viti nelle proprie shambas e sono in grado di vendere 20-50-100 kg di uva. Non è molto, ma aiuta i magri introiti familiari.
Eppure, di fronte alla crescente domanda d’acqua in altre aree del Nyambene, Mukiri ha un ultimo grande sogno: una terza diga nella foresta, capace di quasi 1 milione di metri cubi! Un’impresa ciclopica, che solo un uomo di fede come lui è in grado di sognare. Costerà milioni di ore di lavoro e miliardi di scellini… La gente lo vuole e ha bisogno di lavorare; di tempo ce n’è in abbondanza; il progetto è quasi pronto e i donatori sono interessati; presto sarà contattato il governo per le necessarie autorizzazioni. Riuscirà a vedere anche questa diga tracimare? Mukiri non lo sa e non gli importa di saperlo. Se deve essere fatta (cioè, se Dio lo vuole), sarà fatta, perché Dio provvederà!

Luigi Anataloni




ELOGIO DELLA TENEREZZA

Bambini disabili e comunità indigene andine

Llaqui causaimanta cushicui causaicama: in lingua quechua significa:
«Dalla sofferenza alla felicità». È il cammino sperimentato da alcuni bambini fisicamente o psicologicamente svantaggiati di varie comunità indigene della diocesi di Riobamba, in Ecuador. Grazie alla tenerezza e all’amorevole caparbietà di un missionario di lungo corso.

Il racconto di Gesù che predica nella sinagoga di Nazaret, secondo la versione che ce ne dà l’evangelista Matteo, illustra lo stupore manifestato dalla gente per lo stile del discorso del messia. La gente, infatti, rimaneva meravigliata e diceva: «Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli?… E si scandalizzavano per colpa sua» (Mt 13, 54.57).
Non è il contenuto dell’insegnamento di Gesù ciò che causa scandalo, bensì il modo e il metodo di insegnare, le opzioni e le intenzioni che lasciano intravedere il punto di partenza di un cammino nuovo. Sappiamo bene che il vangelo è una storia emergente, una «contro-storia» vissuta tra gli ultimi del mondo, in cui si scorge perfino la prospettiva di un avvenire inaudito «dove gli ultimi diventano i primi».
Partendo da questo presupposto e volendo testimoniare coerentemente la nostra fede cristiana abbiamo l’impegno di dar vita a eventi educativi che servano da premessa obbligata a futuri pedagogici impensati e inauditi.
Tale impegno ci sfida quando ci addentriamo nel difficile contesto delle persone disabili all’interno del mondo indigeno andino, contesto nel quale dobbiamo osare domande scomode. In altre parole, bisogna chiederci seriamente se dobbiamo accettare a braccia incrociate i vari fallimenti riguardo ai bambini disabili nel mondo culturale e sociale delle tradizioni indigene attuali. Cosa facciamo quando ci troviamo al cospetto di una persona, in modo particolare di un bambino «speciale» e portatore di difficoltà personali e comunitarie, lo abbandoniamo? Ci dichiariamo incapaci di soluzione? Il disabile è da considerarsi solamente come soggetto di terapie straordinarie o può entrare anche lui in una quotidianità educativa vissuta e alla portata degli altri bambini del suo clan, nella sua zona di residenza? Dobbiamo aspettare di raggiungere nuovi orizzonti attraverso percorsi idonei e già previsti o diventiamo artigiani di una pratica possibile oggi, qui, adesso?

Doppiamente svantaggiati

Nella mentalità culturale indigena conta colui che vale e che sa farsi valere. Chi, al contrario, ha bisogno di una mano, di un aiuto, di un appoggio che non sia vincolato a una scadenza da onorare non ha posto a sedere neanche nella compassione. Nel mondo indigeno un bambino disabile vale poco, per non dire nulla; anzi, è un prestito da rimborsare. Nessuno pensa che con il tempo possa rendere. Un tempo le famiglie se ne sbarazzavano immediatamente; poi, grazie all’evolversi sociale e all’incontro con  il cristianesimo non l’hanno più fatto, ma il disagio nei confronti di un membro della comunità fisicamente o psicologicamente svantaggiato non è diminuito. Alla mamma un figlio disabile costa troppo, è una creatura alla quale bisogna dare il minimo indispensabile perché possa vivere, ma essendo un caso «extra-ordinario» è anche fonte di inevitabili spese extra… Questo incide molto sulla vita di tutti i giorni, visto tutto il tempo che si deve dedicare all’accompagnamento del bambino con disabilità, a discapito del lavoro e a detrimento dell’appoggio che si potrebbe offrire agli altri figli sani.
Nel contesto indigeno tradizionale le famiglie non possono neppure aspettarsi un grande aiuto dalle proprie autorità comunitarie. Un bimbo con handicap è un evento straordinario e ha bisogno di sostegni straordinari. In questi anni abbiamo cercato di portare avanti un lavoro di educazione dei dirigenti indigeni, orientato al rispetto per la persona, soprattutto per i bambini, spingendo affinché la comunità sentisse l’importanza di dare ai giovani sussidi e sostegni per la loro formazione. Ma il cammino è ancora lungo; nel mondo indigeno non esiste ancora uno spirito di gratuità: aiutano perché sono aiutati. L’idea di sacrificare qualche cosa di personale a titolo gratuito e a beneficio altrui non appartiene ancora a una cultura che fonda la propria etica della relazione sulla reciprocità e, quindi, sul do ut des: ti do se mi dai, oppure mi aspetto qualcosa da te in cambio di quanto ti ho dato. Al contrario, il gesto verso un bambino disabile è pura solidarietà, perché un bambino del genere non può darti nulla in cambio.
Con pazienza abbiamo insinuato l’idea che la situazione delle persone in difficoltà deve diventare una priorità dell’organizzazione e della progettazione comunitaria. La famiglia fa parte di una comunità, ne rappresenta la sua porzione più piccola; i suoi problemi e le sue priorità sono di interesse comune e non si limitano ai membri della famiglia stessa. Ne consegue che una buona progettazione comunitaria non deve pensare esclusivamente alla strada, all’acquedotto, ma puntare al benessere della gente inteso in un senso complessivo. Lo stesso discorso vale anche per gli anziani. Diventando vecchie e malate le persone iniziano a rimanere al margine della società e cominciano ad aver paura, paura, persino, che si dia loro qualcosa per andarsene da questo mondo il più in fretta possibile. Finché una persona serve, lavora e produce si guadagna il rispetto; quando invece la stessa persona non riesce più a contribuire alla vita della comunità diventa un peso, un valore passivo nel bilancio che deve essere limitato al massimo in attesa di venire eliminato del tutto. Chiaramente generalizzare non è possibile, ma nello stesso tempo bisogna riconoscere che questa mentalità è ancora viva. È una degenerazione del concetto di reciprocità che diventa un assoluto soffocante e schiavizzante.

Medicina «del cuore»

È dunque possibile che a tali sfide si possa rispondere con la tenerezza? La tenerezza non è solo una capacità affettiva, ma un trattamento che la pedagogia educativa deve cominciare a stimare e considerare come prezioso alleato. Diventare umani nelle relazioni reciproche e vincolanti per vari motivi di vicinanza e di mutuo riconoscimento è compito di tutti i giorni e di ogni giorno in particolare. Per questo parliamo di quotidianità educativa nella costruzione dell’elemento umano, cercando e avvicinandoci al più concreto, più conosciuto e più prossimo. Lì, di fronte alla persona reale e vicina, suggeriamo gli accorgimenti della sopravvivenza, come resistenza agli sconforti e come speranza di un modo di vivere nuovo, adatto a divenire parte ordinaria della vita.
Vogliamo educare esseri umani a diventare più umani e «meglio» umani, ben consapevoli che l’umanità in sé comporta una condizione non conclusa e incompiuta.
Nella cosmovisione andina l’armonia tra le creature è essenziale per la convivenza. Ognuno deve stare al proprio posto senza invasioni o abusi spaziali. Se uno, invece, non occupa il proprio posto per insufficienza o provvisorietà di qualsiasi genere bisogna aiutarlo ad arrivare ad assumere una posizione propria nel contesto comunitario.
Sorge allora incontrastato il diritto alla tenerezza: amorosa, sensibile, affettiva. La tenerezza è la qualità che rende possibile la convivenza umana rispettando la singolarità e la diversità di ognuno, che fa volgere lo sguardo e prestare attenzione verso il più debole, la persona svantaggiata che non ha una posizione definita e conclusa nell’armonia del cosmo.
Più che attribuzione, la tenerezza è un paradigma di convivenza che deve realizzarsi nel terreno familiare, sociale e comunitario, conquistando progressivamente il diritto ad esistere nei territori che, per varie ragioni, si sentono autorizzati ad escludere i differenti, i «non conclusi», coloro che non hanno posizione, come nel caso dei portatori di disabilità.
A Nazaret, Gesù si stupì della incredulità dei suoi compaesani. La sua pedagogia aveva indicato come realtà prioritarie momenti umani non conclusi:  poveri, ciechi, prigionieri, sordomuti, ecc. che aspettavano attenzione e considerazione. Aveva anche lasciato capire che i loro affetti e le loro cosmovisioni senza tenerezza per la povera gente erano progetti lontani da Dio.
Sarà un messaggio valido anche per noi, oggi? Nel nostro mondo c’è la tenerezza? Nella chiesa, nelle nostre comunità religiose c’è la tenerezza? Domande scomode, ma che è urgente farsi. Nella lettera ai Romani (10, 10), San Paolo parla di: parola e cuore. Con la parola proclami e con il cuore credi. È difficile far entrare la tenerezza in un determinato contesto perché oltre alle parole bisogna saper mettere il cuore.
In questo oggi latinoamericano, così pieno di sfide e così scao di incoraggiamenti e speranze, irrompe una riflessione nuova e promettente che, senza permesso, avvicina e articola campi teorici e pratici nella pedagogia e nella scienza dell’educazione. Il progetto di Gesù conserva tutta la sua forza e la sua attualità.
In un mondo senza tenerezza abbiamo provato a porci la domanda: «La tenerezza fa bene o no? Anche a coloro che sembrano escluderla dalle loro relazioni interpersonali?». Quando si è iniziata la nostra attività con i bambini disabili delle nostre comunità indigene, si è agito su un piano di scommessa: «Scommettiamo che la tenerezza piace?». È piaciuta ed è stata la prima medicina, che ha letteralmente trasformato bambini rifiutati, marginalizzati, senza possibilità e che adesso si sentono stupendi. Solo poco tempo fa mi è giunta la notizia che due bambine della nostra comunità hanno partecipato alle paraolimpiadi, organizzate in Ecuador dall’esercito, e una di esse ha vinto una medaglia. La tenerezza ha fatto effetto, è entrata in piccole dosi, ma ora non se ne può più fare a meno. Ricordo la «battaglia delle scarpe», combattuta tempo fa: cosa non c’è voluto per inculcare l’importanza di usare scarpe in un ambiente come quello montano della provincia del Chimborazo in Ecuador, dove si vive a circa tremila metri d’altezza! Adesso tutti mettono le scarpe e non possono fae a meno. Quando si comincia ad usare una cosa e si fa esperienza della sua utilità, poi non se ne può più fare a meno! Se mettiamo tenerezza nelle nostre relazioni con i bambini, questa viene da loro assimilata con naturalezza e altrettanto spontaneamente trasmessa ad altri.
Sono solamente 5 anni che si lavora in questo campo, ma già si vedono piccoli risultati che confortano e fanno ben sperare per il futuro; bisogna assolutamente confidare nel tempo. In particolare lo si nota fra le ragazze del posto che abbiamo iniziato a formare come educatrici: che bello vedere con che tenerezza trattano questi bambini. Un’indigena che si preoccupa di un’altra indigena è un bel segno! Ragazzi che si preoccupano di altri indigeni che non appartengono direttamente alla loro comunità rappresentano un bel passo avanti, si creano delle trasformazioni che produrranno del bene non soltanto ai bambini più svantaggiati, ma alle famiglie e, attraverso di loro, a tutta la comunità.  

di Giuseppe Ramponi

    QUANDO LA TENEREZZA PAGA

Una goccia d’ acqua fresca nell’oceano della solitudine: questa è l’esperienza di Bucapne (Buscar casa para niños especiales), un progetto che si propone di cercare casa per bambini diversamente abili.
Il progetto è nato cinque anni fa, al rientro dalle mie vacanze in Italia. Avevo fresca nella memoria la triste visione di bambini emarginati da qualsiasi contesto sociale ed educativo perché indigeni e disabili. Nelle comunità indigene il «problema disabili» esiste, anche se molte volte in modo nascosto, ed è generalmente avvertito come una disgrazia. Nessuno però, si sente di dare a questa «disgrazia» una risposta concreta; chi, del resto, investirebbe con coscienza un solo dollaro su una scommessa già persa in partenza? In una cultura dove neanche una moglie merita sostegno economico quando si ammala e non può più essere fonte di guadagno, come ci si potrebbe aspettare di veder finanziate opere per bambini che sono e saranno sempre problemi costosi senza soluzione?
Nelle città esistono istituzioni adeguate all’assistenza di persone disabili, ma accettano soltanto i bambini le cui famiglie presentano determinati requisiti come una certa possibilità economica e la disponibilità di tempo per accompagnare e seguire la persona nel cammino di riabilitazione.
Quando ho deciso di occuparmi di questi  bambini, ho cercato di fare una diagnosi della situazione reale. Era infatti importante avere un quadro generale dei possibili fruitori del programma. I miei collaboratori si sono messi all’opera e alla fine delle loro ricerche hanno presentato una lista di ben ottanta casi da prendere in considerazione. Davanti a tale numero ho deciso che se proprio dovevo pensare ad un’opera conclusiva della mia carriera missionaria, non poteva essere che quella.
Amici generosi mi hanno animato e concesso l’appoggio di cui avevo bisogno. Alcuni di essi dovranno andare in cielo a «furor di poveri» per l’incoraggiamento e la mano che hanno saputo darmi.
Comprai un pulmino perché la prima cosa da fare era accompagnare i bambini presso specialisti che ci aiutassero a selezionare bene i casi su cui intervenire. Il risultato di questo lavoro iniziale fu positivo: grazie ai primi interventi molti bambini migliorarono la vista, l’udito, il modo di parlare. Altri bambini vennero inseriti in vari centri educativi della zona. Rimasero quelli che avevano bisogno di trattamento speciale, i cosiddetti «formula 3A»: Amore, Attenzione e Alimentazione. Tra di essi vi erano bambini ciechi, denutriti, con gravi problemi motori, di espressione, epilettici, ecc. Tutte creature da «rifare» nei cinque sensi.
Oggi come oggi, anno 2008, posso dire che si sono conseguiti dei buoni risultati. L’azione continua, anche se essendo dovuto rientrare in Italia agisco a distanza e mi appoggio a preziosi collaboratori del posto che continuano a setacciare le comunità nella ricerca di casi non ancora individuati. Ora le mamme non si vergognano più nel portare sulla schiena i loro bambini disabili e si avvicinano al progetto (un tempo guardato con sospetto) con fiducia e speranza.
I punti positivi si sommano in titoli di «missione compiuta». Ecco i principali.
✔ Bambini che si pensava essere inguaribili sono stati invece ricuperati con successo.
✔ Bambini sono stati iscritti in scuole speciali per sordi, ciechi e down.
✔ Bambini con disabilità cronica e irrimediabile hanno trovato casa permanente in istituzioni governative specializzate.
✔ Una dozzina di bambini con gravi problemi di denutrizione sono stati ricuperati e avviati a frequentare centri educativi normali.
✔ Varie ragazze indigene hanno ricevuto una formazione specializzata, diretta a migliorare l’assistenza dei bambini affetti da disabilità fisica e mentale nelle comunità locali.
✔ Sono stati formati e abilitati anche alcuni animatori comunitari in grado di aiutare le famiglie che vivono il problema di un figlio disabile a conoscersi e a crescere in modo da creare intorno al bambino un ambiente sereno e idoneo alla crescita. Tali animatori si occupano anche di avviare relazioni con i dirigenti locali, così da creare un fronte comune e organizzare iniziative mirate e comuni in favore dei bambini svantaggiati.
Rimane il problema di finanziare un progetto che ha solo uscite economiche e nessuna entrata sicura. Il progetto dei bambini speciali è cominciato nel dicembre 2002. Da allora siamo diventati tutti evangelici perché, come dice il vangelo: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i sordi ascoltano;  tutti ricevono molta tenerezza e molto amore e sono felici. Le entrate sicure non esistono. Di sicuro ci sono solo la Provvidenza e la tenerezza di Dio. Se il Signore vorrà continuare a servirsi del nostro ministero non ci farà mancare i mezzi economici necessari e sufficienti a dare a un bambino disabile un po’ di felicità.

Giuseppe Ramponi




Tra sogno e realismo

Reportage da un paese dal futuro incerto

Mentre a livello nazionale e internazionale si discute sullo status del Kosovo, la gente è alle prese con i problemi di sempre: tensione tra le varie etnie, disoccupazione, corruzione, mancanza di strutture adeguate. Penalizzati sono soprattutto i giovani, che costituiscono metà della popolazione. Ma non mancano segni di speranza.

All’ufficio postale di Prizren c’è la fila. Almeno 20 persone in coda; e sono tutti giovanissimi. «Si usa così tanto da voi?» domando all’amico Blerim. «No, i ragazzi sono in coda per ricaricare il cellulare. Da qualche mese, quando è iniziato questo servizio, le poste sono prese d’assalto». E io che già gridavo al miracolo delle nuove generazioni, che mantengono la voglia di comunicare via mezzo cartaceo. «Comunicano a modo loro, ma con gli sms, si scambiano foto e musiche. Proprio come in Italia».
Blerim Bobaj, ha 31 anni, ben 7 sopra l’età media dei due milioni di kosovari, il 50% dei quali ha meno di 20 anni. Il suo mestiere è il cornoperante. Dalla fine del conflitto etnico del 1999, «risolto» nei 78 giorni di bombardamenti Nato sulla Serbia, Bobaj ha lavorato con tre organizzazioni non governative, una degli Stati Uniti, una francese e l’ultima italiana: Ipsia, la ong delle Acli, grazie alla quale ha potuto conoscere l’Italia.
«È chiaro che il futuro del Kosovo dipende dai giovani, il problema è che oggi essi non sembrano interessati a quello che li aspetta alla fine degli studi» spiega il mio amico. A gruppi di 5-10 li vedi scorrazzare nel prestigioso centro storico di Prizren, cuore dell’incrocio di civiltà con le sue moschee (tra cui quella di Sinan Pasha, costruita nel 1463, la più antica dei Balcani, con il minareto più alto d’Europa), la cattedrale cattolica, le chiese ortodosse, il bagno e il ponte turco. Tutti giovanissimi, con jeans, occhiali da sole, cellulare alla mano. Ha ragione Bobaj: proprio come da noi.
«Oramai è l’Occidente il modello dei ragazzi di qui – riprende -, non è solo per colpa loro; ma il risultato è che le tradizioni se ne stanno andando». Nelle città kosovare, a Prizren come nella capitale Pristina, le novità degli ultimi anni si chiamano centri commerciali e università private.
«Il consumismo è arrivato anche qui: è come se il Kosovo fosse un’isola europea nel cuore dei Balcani». L’impressione è proprio questa: l’euro è la moneta ufficiale; al momento di entrare nella regione (fino a oggi serba, in base alla risoluzione 1.244 dell’Onu, ma di fatto governata dalle forze inteazionali), sul telefonino compare la scritta: «Benvenuti a Monaco». «Già, perché non abbiamo neanche un prefisso telefonico nostro, e quindi usiamo quello del piccolo principato» aggiunge Bobaj.

Il problema vero, però, è un altro. Questo cambio di valori rischia di far aumentare ulteriormente la disoccupazione, che è oggi al 60% e non si è mai abbassata dalla guerra in poi. «Anche la cooperazione internazionale, a parte alcune eccezioni, oggi non offre più lavoro. Molti progetti han chiuso per mancanza di fondi» dice Bobaj, che da 6 mesi, dopo la fine dell’ultimo progetto con Ipsia, è tornato a fare l’idraulico con suo padre, mestiere che ha sempre fatto per pagarsi gli studi. «Vorrei anche andare all’estero, ma per noi kosovari è impossibile, i visti, quando si ottengono, sono temporanei, per qualche settimana».
In una situazione simile, qualcosa potrebbe cambiare con la decisione sul nuovo status del Kosovo, tornata alla ribalta in questi mesi. «Conosco molta gente qua a Prizren (che ha 171 mila abitanti e si trova a 18 chilometri dal confine con l’Albania, ndr), e ti assicuro che la maggior parte di noi non passa molto tempo a parlare di indipendenza, autonomia o altro». Come dire, «sono gli altri che decidono per noi».
«Il Kosovo è diventato una merce di scambio nei rapporti inteazionali» aggiunge Bobaj. Da una parte Russia e Cina con la Serbia, dall’altra Stati Uniti con l’Albania. In mezzo, come spesso accade, l’Europa (vedi riquadro).
«Non si può più tornare alla pacifica convivenza di un decennio fa, ovvero prima dell’avvento di Milosevic al potere a Belgrado – dice Raitan Dashi, 63enne che ha passato gran parte del post-conflitto in Italia -. L’odio sanguinario che qualche anno fa ha fatto scoppiare il conflitto ha creato una diffidenza enorme».
Dalla fine degli eventi del 1999 ad oggi, sono scomparse 2.047 persone. Dashi e sua moglie tre anni fa sono tornati al loro villaggio a nordest di Prizren, mentre le sue due figlie hanno messo su famiglia nella provincia a nord di Milano.
«So che quello che dico non è positivo, ma non sarei realistico dicendo che un serbo sarebbe ben accolto, perlomeno in campagna». In realtà, nelle città qualche cambiamento c’è stato negli ultimi anni. A parte l’enclave della zona nord di Mitrovica, dove i 20 mila serbi presenti vivono praticamente isolati dagli 80 mila albanesi e la tensione non è mai scesa, nel resto delle città (Peja, Klina, Prizren, Giacova, Pristina) i serbi sono tornati a farsi vedere nei supermercati, negli uffici amministrativi, senza grossi problemi, «come succedeva prima».
Allo stesso modo, le altre minoranze (una decina, tra cui rom, turchi, bosniaci) non sono più oggetto di discriminazione o soprusi, anche se oggi sono più che dimezzate: erano  il 12% prima del conflitto e sono scese al 5% della popolazione.
Dalla primavera 2004, quando c’è stata un’ondata di violenze che ha provocato almeno 40 morti e molte case bruciate (come reazione alla morte proprio a Mitrovica di tre bambini albanesi affogati nel fiume Ibar mentre erano inseguiti da ragazzini serbi), sono stati fatti alcuni passi verso la normalizzazione. «È un lavoro lungo e difficile quello a favore delle minoranze, ancor più arduo di quando c’era l’emergenza umanitaria e bisognava risolvere il problema di centinaia di migliaia di profughi che dovevano tornare a casa» dice Orhan Miftari, 32 anni, responsabile di Caritas Kosovo, ente nato nel 1992 come sezione di Caritas Germania e diventato autonomo dopo i bombardamenti Onu. «Oggi gran parte del nostro operato si rivolge a ripristinare la convivenza tra le varie etnie, con progetti di integrazione e inclusione che non sempre vanno a buon fine – continua Miftari -, però la situazione sta migliorando, in modo lento, ma costante, e questo ci spinge a non gettare la spugna».

Come per Bobaj, anche per il giovane responsabile della Caritas kosovara i discorsi sullo status del Kosovo passano in secondo piano di fronte ai problemi della società civile. «La prima battaglia da vincere oggi è quella contro la perdita delle nostre tradizioni – riprende Miftari -. Se per la convivenza possiamo sperare in risultati positivi nel futuro, per quanto riguarda la salvaguardia del valore della famiglia stiamo facendo notevoli passi indietro».
In che senso? «Si sta consumando una rottura con il passato: le nuove generazioni, spinte da nuovi modelli che non appartengono loro, stanno lasciando a se stessi gli anziani, spesso abbandonandoli al loro destino, andando a vivere in un’altra casa – spiega il responsabile Caritas -. Per la prima volta, in Kosovo si parla di non autosufficienza di persone anziane o disabili. Si stanno cercando soluzioni, che per ora non arrivano».
Dopotutto, un vero stato non c’è e i fondi per aiutare le persone con problemi non ci sono. «Ma anche potenziando il servizio di assistenza, le cose non si risolvono: quasi sempre la presenza di persone non autosufficienti non viene segnalata da nessun familiare; e quando si viene a sapere, spesso è troppo tardi» ammette Miftari.
Nelle centinaia di villaggi kosovari, il capovillaggio (riconoscibile dal copricapo bianco a scodella) rimane ancora una figura autorevole, ma il suo carisma non è più quello di un tempo. «Faccio fatica a farmi rispettare dai più giovani, che hanno in testa l’Europa e non vedono l’ora di andarsene» mi sussurra prima di recarsi a fare una visita medica Haxi (il cognome è incomprensibile, così pure il nome del suo villaggio, tra Prizren e Giacova), capovillaggio 74enne con il quale condivido una corsa in un combi, i taxi collettivi diffusi in tutti i Balcani.

Il miraggio di una vita migliore all’estero è ancora molto diffuso, nonostante la voglia di molti giovani di partecipare alla «ricostruzione» della propria terra. Dopotutto, i problemi cronici del Kosovo post-conflitto sono la prima fonte di scoraggiamento delle nuove generazioni. Disoccupazione a parte, l’altro annoso problema è la carenza di elettricità, dovuta al fatto che l’unica centrale della regione non basta al fabbisogno. Nella capitale e nelle altre città la corrente c’è tre ore sì e tre ore no un giorno, quello successivo quattro ore sì e due no; nelle campagne va peggio, arrivando a un’ora di erogazione ogni cinque. I generatori sono ancora oggi uno dei simboli del Kosovo.
«Come si può lavorare in queste condizioni?» chiede il proprietario di una macelleria di Prizren, al quale si affianca annuendo il responsabile di uno delle decine di internet point della città, tanto diffusi quanto economici.
Poi ci sono le altre questioni aperte della regione: traffici illeciti e corruzione ancora estesa. «Ma qualcosa in questo senso si sta facendo» riprende il cornoperante Bobaj, mostrando un foglietto che viene distribuito da qualche mese in tutti gli edifici pubblici cittadini. «C’è un numero nuovo al quale chiamare per segnalare episodi di corruzione o racket – spiega -, garantendo l’anonimato: la gente si fida e chiama. Nella sola Prizren, una quarantina di persone sono state arrestate grazie alle segnalazioni».
Il servizio è stato messo a punto dalla polizia kosovara con l’appoggio delle forze Unmik, il contingente Onu in Kosovo. Il quale, benché abbia ridotto la sua presenza e stia progressivamente lasciando i poteri in mano alle autorità locali (la vecchia sede Unmik della città è dall’anno scorso sede della polizia municipale), è ancora ben visibile nelle strade kosovare. «Non siamo ancora pronti a cavarcela da soli; la presenza internazionale serve come precauzione, anche se spesso non esercita più un ruolo di controllo».
Un esempio? «Guarda la chiesa lassù sulla collina – dice Bobaj, indicando il monastero ortodosso di San Giorgio, il più grande e bello della città -, tutt’attorno ci sono le forze Unmik, ma mentre negli anni scorsi la loro presenza serviva a evitare danneggiamenti all’edificio, oggi i soldati sono lì solo perché si ha la migliore vista dall’alto della città». 
La conferma alle parole del cornoperante arriva poco dopo. «È un ottimo punto di osservazione e la chiesa è ora riaperta per le visite» spiega un militare tedesco all’uscita da uno dei barbieri più rinomati del centro storico. Nel corso degli anni, la distanza tra popolazione locale e forza internazionale di pace è diminuita notevolmente. «Il contatto non è mai troppo, ma le relazioni si possono sviluppare bene – continua il militare -. Certo non tutti apprezzano la nostra presenza, ma c’è molta più tranquillità che in passato. Il fatto che, poco alla volta, aumentino le esperienze positive di integrazione con le minoranze, è un buon punto di partenza. Non è detto che, indipendenza o meno, non si possa tornare con gli anni alla convivenza di prima». È la speranza di tutti. O quasi. 

Di Daniele Biella

MATASSA SENZA BANDOLO

Il 10 dicembre 2007 si è chiusa con un nulla di fatto la commissione formata dalle delegazioni di kosovari albanesi e serbi, di intermediari di Usa, Ue e Russia, sotto la guida del mediatore Onu Martti Ahtisaari, per la ricerca di un compromesso sullo status del Kosovo. La proposta di «indipendenza sotto tutela internazionale» è rifiutata dai kosovari albanesi, che reclamano piena indipendenza, e dai serbi, che non vogliono perdere la sovranità sulla loro provincia, in base al diritto internazionale.
Le due posizioni inconciliabili hanno radici storiche. Nel Kosovo i serbi hanno le radici della propria identità nazionale: vi sono conservate le reliquie dei primi re ortodossi e buona parte del patrimonio culturale e religioso. A partire dal 1389, però, tali radici, cominciarono ad essere sconvolte: gli ottomani annientarono la coalizione serbo-bosniaca nella battaglia della Piana dei merli e avviarono l’occupazione e islamizzazione dei Balcani. Per 520 anni il Kosovo rimase sotto il potere turco. I tentativi di ribellione provocarono repressioni, esodi massicci di serbi, rimpiazzati con trasferimenti di musulmani albanesi.
Nel 1912, in seguito alle guerre balcaniche, la Serbia ristabilì la sua sovranità sul Kosovo e riprese la ricolonizzazione del territorio con famiglie serbe, al posto di quelle turche e albanesi costrette a fuggire o emigrare. Altri esodi e contro esodi di serbi e albanesi si alternarono durante le due guerre mondiali, finché il Kosovo divenne parte della Federazione jugoslava (1945), come provincia autonoma della Serbia, con uno status di grande autonomia, ma inferiore alle sei repubbliche federate (Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia, Macedonia, Montenegro), che avevano il diritto costituzionale di secessione.
Dopo la morte di Tito e la dissoluzione della Federazione jugoslava, il forte incremento demografico dei kosovari albanesi (90% della popolazione totale) mise in allarme il nazionalismo serbo, guidato da Sloboda Milosevic, che revocò gran parte delle autonomie del Kosovo (1989) e avviò una politica di ri-serbazione forzata, proibendo la lingua albanese nelle scuole e sostituendo funzionari amministrativi e insegnanti con personale serbo.
Inizialmente l’etnia albanese reagì con la resistenza non violenta, guidata dalla Lega democratica del Kosovo (Ldk) di Ibrahim Rugova, stabilendo istituzioni e scuole separate, dichiarando l’indipendenza della Repubblica del Kosovo (1990), riconosciuta solo dall’Albania. A partire dal 1995, molti separatisti albanesi scelsero la lotta armata, guidata dall’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck), terrorizzando la popolazione serba, costringendola alla fuga, distruggendo chiese, santuari e monasteri. La repressione delle milizie serbe fu altrettanto violenta, finché l’intervento Nato, con massicci bombardamenti sulla Serbia (1999), costrinse Belgrado ad accettare la presenza nel Kosovo di forze inteazionali di interdizione (Unmik e Nato), che non sempre sono riuscite a impedire i rigurgiti di violenza contro persone, case e chiese nelle enclave in cui erano isolati i gruppi della minoranza serba (2004).
Di fronte al fallimento delle trattative Onu, l’ex capo guerrigliero dell’Uck, Hashim Thaci, uscito vincitore dalle elezioni di novembre 2007 con il suo Partito democratico del Kosovo (Pdk), aveva minacciato la dichiarazione unilaterale di indipendenza per il 10 dicembre 2007, ma tutto è rimandato al 2008.

Dal 1999 il Kosovo è praticamente autosufficiente e la Serbia non vi esercita alcuna sovranità effettiva. Anche se, sul piano legale resta valida la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza, che contempla la sovranità serba sul Kosovo.
Ma il problema, ormai, non è più l’indipendenza, ma il suo riconoscimento in ambito europeo e atlantico. Tale riconoscimento è diventato uno dei temi scottanti nella guerriglia fredda tra Stati Uniti, favorevoli da sempre all’autodeterminazione, e la Russia, che vi si oppone, non tanto per amore dei serbi, ma piuttosto per ripicca antiamericana. L’Unione europea è divisa: Gran Bretagna, Austria e Germania sono a favore (gli ultimi due stati hanno numerose comunità di immigrati kosovari), Grecia e Cipro contrari, gli altri paesi dell’Ue indecisi. All’inizio erano contrarie anche Spagna, Slovacchia e Romania. 
Il riconoscimento di un’eventuale dichiarazione unilaterale d’indipendenza, secondo gli oppositori, costituirebbe un precedente con conseguenze incontrollabili, perché incoraggerebbe altre minoranze etniche a fare altrettanto: baschi e catalani in Spagna, corsi e bretoni in Francia, ungheresi in Slovacchia e Romania, turchi a Cipro, serbi in Bosnia e Croazia, albanesi in Serbia (Presevo), Macedonia e Montenegro, curdi in Turchia, abkhazi e ossezi in Georgia, russi nelle Repubbliche baltiche…
La soluzione della matassa kosovara interessa e coinvolge sempre più l’Unione europea, che continua a trattare con le parti in causa. Al governo kosovaro propone un’indipendenza sotto il protettorato civile dell’Onu, tuttora in funzione, e una più articolata amministrazione europea, con l’impegno di adeguare la macchina governativa agli standard europei in fatto di giustizia, polizia, carceri e altri settori vitali del paese. Alla Serbia, se accetta tale compromesso, vengono aperte le porte dell’Unione europea. L’integrazione di Serbia e Kosovo nell’Ue metterebbe la sordina alle rivendicazioni di sovranità e garantirebbe il rispetto dei diritti delle minoranze serbe nella ex provincia.
A partire da gennaio 2008, la presidenza semestrale dell’Unione europea è affidata alla Slovenia, un fatto di alto valore simbolico: Slovenia e Kosovo costituiscono l’inizio e l’epitome della dissoluzione della Federazione jugoslava. Riuscirà a chiudere per sempre la crisi balcanica? Ha tutte le carte in regola per porsi come esempio di transizione pacifica; inoltre, conosce gli umori delle popolazioni slave come le sue tasche, per cui potrebbe riuscire nell’impresa in cui le grandi potenze hanno fallito.

Benedetto Bellesi

Daniele Biella e Benedetto Bellesi