Vieni e vedi

La comunicazione è un’esperienza d’incontro che coinvolge chi la vive, crea relazioni, cambia la vita. «Per poter raccontare la verità della vita è necessario uscire dalla comoda presunzione del “già saputo” e mettersi in movimento, andare a vedere, stare con le persone, ascoltarle, raccogliere le suggestioni della realtà, che sempre ci sorprenderà in qualche suo aspetto». Queste parole di papa Francesco, all’inizio del suo messaggio «Vieni e vedi» per la 55ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali che celebriamo il 16 maggio, domenica dell’Ascensione, ci provocano. Il papa invita noi comunicatori a «consumare le suole delle scarpe» per non «fare dei giornali fotocopia» e a «incontrare persone per cercare storie o verificare de visu certe situazioni».

Mi ha intrigato il fatto che per parlare del complesso mondo della comunicazione il papa abbia usato le parole che Filippo ha rivolto a Natanaele per portarlo a incontrare Gesù (Gv 1,46). «Vieni e vedi» è «l’invito che accompagna i primi emozionanti incontri di Gesù con i discepoli, è anche il metodo di ogni autentica comunicazione umana». L’invito a «vedere» non è casuale, dato che nel linguaggio biblico ci sono molti modi di vedere: da quello fisico e basilare con gli occhi, al vedere con la mente, quindi approfondire e teorizzare, al vedere intenso che diventa contemplazione e adesione di fede e quindi relazione viva, per arrivare, infine, alla visione mistica.

Oggi la comunicazione è molto centrata sul vedere: grazie a un complesso e diffuso sistema multimediale, possiamo vedere gioie e dolori, bellezze e orrori di ogni angolo del mondo, uno spettacolo senza fine che accompagna i nostri pasti, riempie la nostra noia, rende lieve la nostra solitudine, allarga illusoriamente gli orizzonti della nostra stanza. Vediamo fisicamente, spesso senza coinvolgimento, se non superficiale. Inoltre, sovente, vediamo solo quelle cose che ci confermano nelle nostre idee, senza metterci in discussione. I mezzi che usiamo, poi, ci travolgono come un fiume in piena: da un’immagine a un video a un post a una pubblicità, in modo martellante. Così che non pensiamo, ma, appena ne abbiamo la possibilità, compriamo anche se non abbiamo davvero bisogno. Vedere sì, tanto e in fretta, come dai finestrini di un treno.

Certo, non mancano i contenuti eccellenti che permettono di passare dal vedere al pensare e dal pensare all’agire, ma quanta fatica e determinazione richiedono.

Il «vedere» di cui parla papa Francesco ha un altro spessore. È il vedere che diventa coinvolgimento, immedesimazione, incontro. È un vedere che ti fa uscire verso una realtà che ti interpella. Che domanda il tuo tempo, la tua mente, il tuo cuore. Un vedere che stimola ad approfondire per capire. Se poi capisci, non puoi restare neutrale e indifferente. Il vedere diventa allora «conversione» e azione, il «consumare le scarpe». «Vedere, giudicare e agire», un trinomio inseparabile.

A servizio di questo modo di «vedere» si pone MC, insieme a tutte le altre riviste missionarie che, ostinatamente, continuano a presentare una visione del mondo non conforme alle logiche della comunicazione dominante. Nella povertà dei nostri mezzi, abbiamo un vantaggio: quello di avere tanti «giornalisti» su terreno, persone che si «consumano le scarpe e sporcano le mani» e condividono «l’odore delle pecore». Corrispondenti sui generis, naturalmente, perché non sono iscritti all’ordine dei giornalisti, ma che vivono di comunicazione e che spingono noi, che invece cerchiamo di metterci la nostra professionalità, a scrivere con amore e verità dei popoli del mondo, con rispetto e partecipazione, soprattutto verso i poveri, i perseguitati, gli emarginati, esiliati e profughi. Per dare voce a chi non ha voce.

Ringraziamo tutti coloro che con noi condividono queste scelte sia continuando a sostenerci e a leggere queste nostre pagine fitte fitte che vanno digerite pian piano, sia continuando ad aiutare, spiritualmente e materialmente, i nostri missionari sul campo.

«Venite e vedete», vogliamo portarvi a incontrare i volti dei grandi e dei piccoli del mondo, nella realtà bella e dura della vita. La nostra, è una scelta di parte. Lo ammettiamo, abbiamo una preferenza: i poveri e gli ultimi.

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Un pugno nello stomaco

 

Tempo fa ero rimasto tra lo sconcertato e il divertito quando, facendo il test online «Quanti schiavi hai», avevo scoperto di avere almeno nove schiavi. Ragione: cellulare, macchina fotografica, jeans, computer e cose simili. Per mia fortuna non ho l’automobile, altrimenti di schiavi ne avrei avuti almeno quindici. Ho pensato a quel test nei giorni tra fine febbraio e inizio marzo, quando è esplosa la notizia del massacro del nostro ambasciatore, Luca
Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista Mustapha Milambo nella Repubblica democratica del Congo. Mi sono reso conto che molti dei «miei schiavi» vivono proprio là e, che lo voglia o no, anch’io ho delle responsabilità in quell’uccisione compiuta da soldataglia che, in fondo, è al soldo diretto o indiretto di chi sfrutta quella schiavitù per garantirmi – e garantirci – il livello di vita al quale siamo abituati e che riteniamo essere nostro diritto.

Questa presa di coscienza è stata quasi un pugno nello stomaco. Non è facile da accettare, soprattutto per me che – per scelta e professione – mi ritengo un difensore dei diritti dei poveri, degli oppressi, degli schiavizzati. Su questa rivista da anni scriviamo della situazione del Congo e di realtà simili. L’ultimo pezzo è uscito solo lo scorso dicembre. Mitico è il numero monografico di MC, «Giù le mani dal Congo», del 2004.

Certo non sono io personalmente a sparare, violentare, intimidire, razziare. Non sono io a corrompere i politici con mazzette e privilegi perché chiudano gli occhi su ciò che succede. Non siedo nei consigli di amministrazione delle grandi multinazionali che si spartiscono le risorse del mondo e trovano più conveniente pagare le milizie che le tasse o investire nelle infrastrutture necessarie a garantire la dignità e sicurezza dei lavoratori e il rispetto dell’ambiente. Non produco, né traffico la montagna di armi che destabilizza quelle regioni. Nonostante questo, non posso dire «non c’entro».

La triste realtà è che alla radice di quella, come di altre situazioni di conflitto, c’è il nostro stile di vita. Un modo di vivere che ci autocentra e che raramente ci offre la possibilità di aprire gli occhi sulla realtà del mondo. Siamo presi da troppe preoccupazioni, alcune futili, come i festival canori o la squadra del cuore, altre più serie come la politica, il Covid, i disastri climatici. Ma sono sempre problemi che vediamo come se toccassero solo noi. Quelli che toccano gli altri è come se non esistessero. E come la soluzione dei nostri piccoli e grandi problemi sia, in realtà, pagata da altri, poco ci interessa. Tutto questo alimenta il consumo e lo spreco come base necessaria per la sopravvivenza del nostro sistema economico. Anche la nostra politica nazionale e internazionale è drogata da eserciti di lobbisti al soldo delle grandi centrali economiche nei luoghi chiave delle istituzioni internazionali.

Ogni tanto, tragedie come quella del massacro dell’ambasciatore e della sua scorta nel Congo, o il coraggioso viaggio di papa Francesco in Iraq, ci obbligano ad aprire gli occhi sul mondo e sul fatto che tutto è interconnesso: la ricchezza di una minoranza si alimenta del sangue e delle lacrime di una maggioranza schiavizzata.

Anche la pandemia del Covid-19 e gli accelerati cambiamenti climatici, sono altri segnali d’allarme importanti. Allarmi che possono diventare un’opportunità: per guardare in faccia la realtà, per farci smettere di cercare capri espiatori o crogiolarci in teorie complottiste, e, infine, perché ciascuno assuma le proprie responsabilità.

È tempo di smettere di essere solo consumatori, fruitori e spettatori, per diventare soggetti responsabili della nostra storia, pronti per una «conversione» del nostro stile di vita, a cominciare dal nostro modo di consumare, di gestire l’ambiente, di partecipare alla vita politica, di mettere in discussione lo strapotere dei super ricchi.

Lo dobbiamo ai milioni di morti del Congo, a quelli di tanti altri paesi del mondo e a noi stessi.




Martirio, Vangelo vivo


Aveva 10 anni Blanca, 12 sua sorella Lilliam e 17 Bryan José. Tre ragazzi del Nicaragua, i più giovani tra i venti «martiri» del 2020 che ricorderemo durante la 29a giornata dei missionari martiri il 24 marzo, anniversario dell’uccisione di San Oscar Arnulfo Romero. Otto
sacerdoti, un religioso, tre suore, due seminaristi e sei laici. Le due sorelline, gioiose testimoni della loro fede, facevano parte dell’Infanzia missionaria.

Venti nomi, otto dall’America, sette dall’Africa, tre dall’Asia e due dall’Europa, che non esauriscono certo la lista di chi ha dato la propria vita per il Vangelo nel 2020. «All’elenco se ne deve aggiungere un altro […] che comprende operatori pastorali o semplici cattolici aggrediti, malmenati, derubati, minacciati, sequestrati, uccisi, come anche quello delle strutture cattoliche a servizio dell’intera popolazione, assalite, vandalizzate o saccheggiate. Di molti di questi […] non si avrà mai notizia, ma è certo che in ogni angolo del pianeta tanti ancora oggi soffrono e pagano con la vita la loro fede in Gesù Cristo» (Agenzia Fides).

Oggi si parla di oltre 300 milioni di cristiani che vivono negli oltre 50 paesi nei quali è più facile essere perseguitati, ostacolati nell’esercizio della fede, emarginati, discriminati e imprigionati. Sono quasi tremila quelli uccisi ogni anno (più di otto al giorno). È alto il numero delle donne, dei giovani e giovanissimi cristiani che subiscono violenza.

Le storie che arrivano da Nigeria, Siria, Pakistan, Libia, India, e ora anche Cabo Delgado in Mozambico, e da molti altri paesi, lasciano l’amaro in bocca. E non è solo l’integralismo islamico, segno della crisi interna allo stesso Islam, che preoccupa. L’intolleranza religiosa e il suo uso politico si manifestano anche, ad esempio, in un paese induista come l’India, o in uno buddhista come il Myanmar, dove vengono perseguitati sia cristiani che musulmani, come pure in quei paesi nei quali gruppi settari e ultra tradizionalisti di cristiani si legano a leader più o meno populisti e antiliberali (come sta accadendo nelle Americhe e anche in alcuni paesi europei).

Pure la cosiddetta cultura laica della nostra Europa, ufficialmente paladina della libertà, non è immune da tale virus, quando promuove idee verso le quali non è ammessa nessuna critica, mettendo a rischio la libertà di pensiero e quindi anche la libertà religiosa.

Un’altra forma di esclusione e ostracismo nei confronti dei cristiani è praticata attraverso i social e i media, con la promozione di modelli di vita centrati sull’io, sull’autorealizzazione della persona tramite denaro, divertimento, consumi, gioco, rischio, sesso. L’attacco a valori cristiani come la sobrietà, la castità, l’altruismo, il perdono, la famiglia, la vita, anche quando non è esplicito, è pervasivo e potente, soprattutto su chi lo subisce, più in modo emotivo che razionale, durante il delicato processo di formazione della sua personalità.

I cristiani, oggi, sono perseguitati come e più di quanto non lo fossero nei primi secoli dopo Cristo. Non è un dato felice. Eppure, paradossalmente, è un bel segno, un segno di grande vitalità. Nonostante la crisi di fede, molto forte soprattutto in Europa e nelle Americhe, il Vangelo non ha perso sapore. I cristiani continuano a imitare il loro Maestro, abitando le periferie del mondo, in mezzo ai poveri, agli esclusi, ai marginali. Il Vangelo continua a dar fastidio agli Erodi e ai grandi sacerdoti del nostro tempo. Continua a contestare una logica politica ed economica che dimentica la dignità della persona, indipendentemente dalla sua cultura o stato sociale, una politica che preferisce investire in armi invece che su pace, salute ed educazione, un’economia che depreda il pianeta a vantaggio di pochi. «Fratelli tutti», ha scritto papa Francesco. Parole semplicissime, ovvie forse, ma non per tutti. Parole che portano al martirio.

Se da una parte la conta delle vittime, le terribili violenze, le umiliazioni sistematiche, gli imprigionamenti ingiustificati, la distruzione di chiese, il bavaglio all’informazione, spezzano il cuore, dall’altra lo rinvigoriscono, perché sono segni di quanto sia ancora viva e forte la buona notizia di Gesù. Se milioni di cristiani, ancora oggi, sono disponibili a pagare di persona per la fede, una fede che non chiama alla vendetta, che promuove il perdono, che ama i nemici, che fa crescere la vita, possiamo avere speranza.

 




Viene la primavera

testo di Gigi Anataloni, direttore MC |


Duemilaventuno. «Anno nuovo, vita nuova». Quattro parole: un augurio, una speranza, una preghiera. Una preghiera che, di questi tempi, diventa un grido. Ci stiamo dicendo in tutte le maniere: pazienza, resilienza, speranza! Non perdiamo la speranza. Camminiamo nella speranza. Restiamo umani. Sui giornali e sui social troviamo tutti i tipi di analisi di questa situazione. Articoli e libri si stanno moltiplicando. Papa Francesco ritorna continuamente sullo spirito necessario per navigare in questo mare in tempesta senza perdere la rotta e cogliere il tempo di grazia. Un suggerimento arrivato il giorno dell’Immacolata è quello di imparare da san Giuseppe e diventare suoi compagni di viaggio.

Anche i superiori dei missionari della Consolata tengono gli occhi puntati sulla nostra tenuta per i rischi di scoraggiamento e chiusura, perché «viviamo tempi difficili, d’incertezza, preoccupazione e anche di ansia per un futuro carico di tanti problemi».

L’invito che viene da coloro che hanno a cuore il bene comune e dei singoli, è quello di prepararsi a vivere il «dopo Covid-19» evitando la rimozione di questi mesi, assumendo invece la pandemia come opportunità per il cambiamento, senza l’ansia di tornare a essere e a vivere come prima.

Durante l’Avvento, san Pietro ci ha ricordato che i tempi duri sono i tempi della pazienza di Dio, che ci dà tempo per capire e cambiare, senza fretta. «Un giorno come mille anni, mille anni come un giorno». Questo mi ha fatto pensare al lungo e durissimo esilio di Israele in Babilonia. Cinquant’anni di lacrime e di dolore, tempo di impotenza e frustrazione. Eppure anche il tempo più fecondo della vita di Israele. È proprio in quegli anni che alcune delle parti più importanti dell’Antico Testamento prendono la forma che ora conosciamo, e che Israele approfondisce la sua spiritualità e capisce a fondo la sua identità. Cinquanta lunghi anni, dieci in più dei famosi quaranta nel deserto, per rigenerare un popolo che aveva perso le sue radici nell’ansia di essere come tutti gli altri. Cinquant’anni per dare tempo al «letame» del dolore, dell’impotenza, dell’esilio, dell’umiliazione e schiavitù, di fertilizzare la rinascita dei campi fertili di un popolo nuovo, un rinato e rinnovato popolo di Dio.

Sono sempre vivi in quelli della mia generazione i ricordi di un tempo a misura del guareschiano «Mondo piccolo», quando non c’erano ancora i bagni in casa e i bisogni si facevano sulla concimaia – e non si parlava ancora di progresso, ma di civiltà -. Il letame poi, che di plastica non aveva tracce, era sparso sui campi d’inverno per poter fertilizzare la terra, garantendo una rigogliosa e profumatissima primavera. Il problema oggi è che non produciamo più letame, ma rifiuti, troppi rifiuti.

Guardando al travaglio planetario che stiamo vivendo e alla durezza di cuore e di testa di tanti dei grandi della terra che continuano a ragionare solo in termini di potere e avere, viene da domandarsi: fino a quando? Di quanto tempo avremo bisogno per far rinascere un mondo secondo il progetto di Dio, dove gli uomini vivano da fratelli e sorelle e siano davvero giardinieri della terra, non predatori?

C’è di che rimanere scoraggiati. Questo, però, non è tempo di scoraggiamento e passività, tempo per restare incollati ai social a vedere come va a finire senza fare niente e sperare che le cose diventino migliori. Non è questo il tempo di lasciare che siano i potenti, gli influencer, i mafiosi, i guru, i santoni e i divi di turno a guidare la nostra vita. È invece il tempo dei santi, cioè delle persone normali che sanno di essere amate da Dio e si amano, e credono in se stesse. È il tempo di coloro che sanno di non essere più grandi di un seme, ma che come un seme, si consumano per tirar fuori le radici, dialogare con la terra, bucare la superficie, uscire verso il sole e crescere come un albero o uno stelo d’erba, un fungo o un fiore,  un cedro del Libano, e diventare una foresta, un prato verdeggiante, un raccolto di grano, un frutteto generoso. Non domani, ma oggi, preparandosi in questo inverno, assorbendo il fertilizzante dal letame (il dolore dell’umanità), per cambiare il mondo quando inizierà la primavera.

Ora. Questo è il tempo della più vera umanità. L’umanità dei poveri, dei miti, degli operatori di pace, degli innamorati della giustizia, dei puri di cuore. Uomini e donne vere che non si misurano con i like, gli applausi o gli zeri del conto in banca, ma con l’Amore di Dio che li riempie.




Una luce nella notte

Dovrei iniziare con «un gemito nella notte», pensando al bimbo di Ragusa che, a inizio novembre, è stato trovato in un sacchetto della spazzatura e salvato da un passante che, come il samaritano, non è andato oltre e si è fermato, trasformando quello che era il «rifiuto» di chissà quale dramma personale in un dono d’amore. Una storia a lieto fine che ha perfino trovato spazio nei giornali, nonostante in questo tempo ci si preoccupi (e con ragione) più dei visoni danesi da eliminare perché possibili portatori di coronavirus.

Ringrazio quel passante per il suo gesto di umanità e per l’emozione che ha suscitato in me ricordandomi che io stesso esisto grazie a un atto come il suo. Un secolo e mezzo fa, infatti, mio nonno paterno venne salvato più o meno così. Non si sa se da un mucchio di immondizie o da una ruota della vita. Lui visse, e io sono qui a scrivere, perché qualcuno udì il suo gemito e si prese cura di lui senza paura di sporcarsi le mani.

Non succede così purtroppo per i troppi bimbi rifiutati oggi nel mondo, tra cui quei 36 milioni che sono già stati abortiti nei primi dieci mesi di quest’anno.

Stiamo vivendo giorni molto difficili: i dati sul Covid-19 ci stanno travolgendo come un uragano. Il rischio è quello di diventare vittime non solo della pandemia, ma anche della paura e di quelli che la cavalcano, producendo menzogna e diffidenza, complottismo, indifferenza ed egoismo, e rabbia che porta alla violenza e alla chiusura del cuore. Perfino l’assurda storia di un presidente che non accetta la sconfitta elettorale diventa motivo di amare risate. È per questo che è urgente un rigurgito di umanità.

Papa Francesco ci ha invitati a «camminare nella speranza», a uscire dal guscio della paura, ad ascoltare il gemito che viene dai «nostri rifiuti», e diventare operatori di un «riciclaggio» d’amore. Rompere il buio di questi giorni con una miriade di piccole luci, deboli ma ostinate, che non si lasciano spegnere dal vento del «non tocca a me». È bello e incoraggiante rendersi conto di quante ce ne siano già oggi.

Per noi missionari, che abbiamo occhi, orecchie e cuore nelle periferie del mondo, ma che siamo anche radicati nella nostra terra di origine, è motivo di consolazione vedere tanti amici italiani che, pur nelle difficoltà, non hanno smesso di guardare lontano e, con il loro aiuto e sacrificio, continuano il sostegno a distanza di studenti poveri, raccolgono fondi per chi, già povero, è ancor più penalizzato dalla pandemia, permettono ai nostri confratelli sul campo di continuare a testimoniare il Vangelo non a parole ma con azioni concrete di amore, vicinanza e solidarietà.

Purtroppo a volte sembra di vedere che il male, la violenza, la menzogna, l’arroganza e la rapacità di chi guarda solo ai propri interessi, siano più forti di tutto il resto, travolgendo popoli e paesi in ogni parte del mondo. Ci sarebbe di che scoraggiarsi. Per questo i nostri missionari, dovunque si trovino ad annunciare la buona notizia di Gesù, hanno bisogno della vostra vicinanza, oltre che della fede, della speranza e dell’amore, senza i quali non avrebbero ragioni per restare dove sono. Essi condividono le sofferenze delle persone che incontrano, e il dolore condiviso unisce più di ogni altra cosa, certo più di una festa. Ma hanno bisogno di essere accompagnati anche da lontano, dai tanti fratelli e sorelle, come gran parte dei lettori di questa rivista, che sono loro vicini, non perché senza problemi, ma perché credono che l’amore è più forte di tutto, e che nel buio, anche una candelina fa la differenza.

Una notte di tanti anni fa, nella stalla di un villaggio di periferia ai margini del mondo che contava, una giovane donna diede alla luce un bimbo: una candelina davvero piccola piccola, che però ha «incendiato il mondo».

Dai missionari della Consolata in Italia e altrove, dal team della rivista, gli auguri più luminosi e riconoscenti per questo Natale che ci chiama a «camminare nella speranza».

 

 

 

Con il grazie di una bimba dall’Africa…




Camminiamo la speranza

Testo di Gigi Anataloni, direttore MC |


Papa Francesco conclude il primo capitolo della nuova enciclica «Fratelli tutti» con un invito: «Camminiamo nella speranza» (Ft 55). È un invito coraggioso e bello in questi tempi duri, sofferti e contraddittori in cui la tentazione è quella di gettare la spugna e prendere quel che si può senza preoccuparsi del futuro e degli altri.

Questa pandemia, con cui volenti o nolenti siamo costretti a fare i conti, se da una parte può essere l’occasione per tirar fuori il meglio di sé (come molti ci stanno dimostrando pagando anche con la vita), dall’altra fa emergere modi di essere e agire perlomeno discutibili e decisamente dannosi per tutti. Alcuni di questi atteggiamenti negativi sono cronici e fanno parte da sempre della nostra stessa fragilità umana. Altri invece sono nuovi, alimentati ad arte dalla concezione idolatrica e materialistica del mondo che oggi sembra dominare quasi ovunque.

La nuova enciclica elenca un numero impressionante di situazioni negative («Le ombre di un mondo chiuso») che abbracciano sia la dimensione personale che sociale. Partendo dai sogni andati in frantumi e dalla mancanza di progettualità, evidenzia tutte le «ombre» analizzando la «logica dello scarto» (che esclude bambini e anziani, alimenta il razzismo e specula sul costo del lavoro) ai «diritti umani non uguali per tutti» (la dignità  calpestata dei poveri e delle donne, la schiavitù e il traffico di persone), i «conflitti e paure» e la «globalizzazione del progresso fine a se stesso»; le «pandemie e flagelli» della storia e le «frontiere discriminanti», «l’illusione di una vera comunicazione» e le «sottomissioni culturali ed economiche», arrivando a sottolineare il «disprezzo e disistima dei poveri e dei marginali della storia e dell’economia».

È una lista di «ombre» dettagliata che non vi presento nella sua completezza perché riempirebbe da sola tutta questa pagina, ma che vale la pena di affrontare per svegliarci dal torpore e riconquistare la libertà di essere autenticamente uomini. Benché papa Francesco presenti un quadro duro e impietoso, non cede al pessimismo o alla rassegnazione, e reagisce invitando a camminare insieme nella speranza. Perché «la speranza è audace, sa guardare oltre la comodità personale […] per aprirsi a grandi ideali che rendono la vita più bella e dignitosa».

Parole che mi hanno aperto il cuore, perché la speranza è l’anima della missione e ogni missionario (ogni discepolo) è un «camminatore di speranza».

 

E  la speranza non delude. È bello vedere in questi giorni persone audaci che continuano a non arrendersi alle «ombre», ma vivono fino in fondo la loro umanità, anche pagando di persona. Il nostro presidente Mattarella ha riconosciuto la bella testimonianza di Willy e don Roberto, ma accanto a loro ci sono le migliaia di infermieri e medici, insegnanti e volontari, sacerdoti e religiosi che si sono dedicati a servire gli altri e continuano a farlo con generosa dedizione anche a costo della propria vita. La loro testimonianza ci incoraggia ad andare avanti, anche se a piccoli passi. Noi oggi vinciamo «le ombre» non con azioni dirompenti, ma con la forza di innumerevoli piccole candele che brillano nel buio. Piccole candele di amore che ci permettono di guardare in faccia al nostro vicino («prossimo») per quello che è, chiamandolo per nome, creando relazione, scoprendolo come sorella o fratello, persona umana al di là degli stereotipi e degli slogan.

Camminare (nel)la speranza è scegliere e difendere la vita, soprattutto dei più indifesi e fragili come i bimbi non ancora nati e indesiderati e gli anziani. È accogliere ogni persona come persona, senza discriminazioni ed etichette (di «razza», di genere, di provenienza, di condizione sociale). È «gentilezza» e attenzione all’altro, passando dall’io al noi, senza mettere il «mio» diritto al primo posto sempre e a ogni costo. È fermarsi e staccare la spina dalla frenesia delle cose da fare e avere per essere all’altezza delle aspettative del mondo. È reagire all’informazione martellante, veloce, ossessiva, che gioca con i tuoi sentimenti e le tue paure invece di farti usare la testa.

È dare tempo al silenzio e alla preghiera, all’ascolto della Parola di Dio, contro il rumore che ci assorda. È andare a messa la domenica come atto di amore agli altri e dichiarazione di libertà contro la dipendenza dai riti idolatrici del divertimento e consumismo che svuotano le tasche ma non riempiono il cuore. Forti della speranza che non delude, camminiamo insieme per costruire un mondo secondo il sogno di Dio.

 




Eccomi, manda me

testo di Gigi Anataloni – direttore MC |


«Eccomi, manda me»(*)

Questa è la risposta, forse perfino troppo confidente, del profeta Isaia quando Dio ha bisogno di qualcuno da mandare a dire cose scomode e impopolari, tipo «fidatevi di Dio» e non degli intrighi politici, praticate la giustizia e la misericordia e non l’accumulo di denaro e il risentimento. Sembra una risposta da pazzi, quella di Isaia, perché solo uno pazzo d’amore può accettare di giocare la sua vita per l’amante/amato.

Isaia accetta di essere «voce di Dio» in tempi disastrati molto simili al nostro, tempi nei quali ciascuno dava una sua risposta individuale ai problemi, riferendosi al proprio idolo casalingo, fatto a propria immagine e somiglianza, utile solo per i propri bisogni. Un idolo che se anche chiedeva prezzi alti in offerte e sacrifici (anche umani), non disturbava certo la coscienza e garantiva sicurezza e prosperità.

Allo stesso modo, anche gli idoli di oggi anestetizzano la coscienza e si nascondono dietro le fake news, gli estremismi, gli uomini forti, i muri e i porti chiusi, i like e gli influencer. L’idolatria dei nostri tempi, come quella dei tempi di Isaia, stordisce, appesantisce, disumanizza, e impedisce di prestare attenzione e ascoltare l’unica Parola che dona libertà e restituisce la bellezza dell’umanità, quella incarnata nel Cristo crocefisso e risorto.

E anche i nostri idoli, come quelli di un tempo, sono appagati dai sacrifici umani.

Il mare nostrum, il Mediterraneo, dal 2013 al 2019, ha ingoiato oltre 19mila migranti, cifra che continua a crescere in questo 2020, senza contare i migranti morti ai confini dell’Europa dell’Est, e nel Medio Oriente, o nel Myanmar e nelle savane, fiumi e deserti dell’Africa o sulle piste che dal Centro America vanno a sbattere contro il muro di Trump.

Aggiungiamo al numero delle vittime sacrificali, i 30 milioni di bambini abortiti nel mondo; i quasi 750mila suicidi; i 940mila morti per incidenti d’auto; 1,2 milione di vittime dell’Aids; i 3,5 milioni falciati dal fumo; quasi 8 milioni di morti per fame; 1,8 milioni quelli uccisi dall’alcol, senza contare gli oltre 900mila portati via dal Covid-19 (**).

Quanto alle grasse offerte richieste dai nostri idoli odierni, basti ricordare, come esempio, i 280 miliardi (cifre in dollari) spesi per la droga; i 4 trilioni di sigarette fumate; i 200 miliardi per curare obesità e sovrappeso solo negli Usa; i 120 e più miliardi per fruire di prostituzione e pornografia; gli otto milioni di ettari di desertificazione e i quasi quattro di deforestazione, senza dimenticare l’oblazione più oscena: i due trilioni spesi dagli stati per gli armamenti.

Purtroppo spesso noi viviamo in questa realtà accettandola acriticamente, reagendo solo quando il nostro interesse personale è toccato. Per questo forse la pandemia che sta scombussolando il mondo può diventare un’occasione: può svegliarci dal nostro torpore e farci tornare a vivere la nostra vita con più coinvolgimento e responsabilità.

È triste vedere come tanti, invece di reagire positivamente, si lascino manipolare da politici senza scrupoli e da potentati economici e malavitosi che stanno approfittando della pandemia per arricchirsi e rafforzare il loro potere.

Come sempre, in tutto questo, il prezzo più alto viene fatto pagare ai poveri.

Rispondere «eccomi, manda me» è, oggi come ai tempi di Isaia, un atto di coraggio e di indipendenza. È smettere di stare a guardare. È avere come punto di riferimento Dio che sveglia la nostra coscienza con la sua Parola, ascoltata e mangiata nella preghiera, confrontata e verificata con coraggio e umiltà con i fratelli e le sorelle nella fede.

Per «essere misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso» e mettere in pratica il «come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro» (Lc 6, 36 e 31), parole che il Vangelo non si stanca mai di ripeterci.

 

(*) Questo è il titolo del messaggio di papa Francesco per la Giornata missionaria mondiale di
quest’anno (testo a pag. 74, in Amico).

(**) Dati da gennaio a settembre 2020, vedi www.worldometers.




Vedo, non vedo

testo di Gigi Anataloni, direttore di MC |


Oramai ci siamo abituati: l’osservazione astronomica e gli schermi sempre accesi che ci circondano, rendono i segreti dell’universo a portata di sguardo. Nella quotidianità. Basta un computer o un’app sul cellulare per avere splendide immagini della Terra vista dalla Luna, emozionanti vedute della profondità delle galassie e degli intriganti misteri dei buchi neri, e per provare a «contare» le stelle.
Vediamo davvero lontano.

Vedere è un verbo complesso, con molte sfumature di significato: parte dal guardare o immaginare qualcosa, diventa assistere e osservare per notare e constatare, passa poi al giudicare e verificare, controllare e provare, per arrivare infine a valutare e decidere, e molto altro ancora. Tutte queste cose le esprimiamo con «vedere». E poi ci sono il «vedo nero», il «vedo rosso», le «rosee vedute» e le «larghe vedute», c’è il «vedersi» come incontro, il «ci vediamo» come promessa, ma anche il «te la faccio vedere io» come minaccia, il «farsi vedere» come esibizione e rivalsa.

In più, la tecnologia del «vedere», oggi, senza rendercene conto, può procurarci un senso di onnipresenza e di onnipotenza. Con la pressione di un dito su uno schermo possiamo ritrovarci (o avere l’illusione di trovarci) sulla cima dell’Everest, nelle profondità dell’oceano o ai confini dell’universo. Posso vedere di tutto e di tutti, e pensare di essere informato, di conoscere, di sapere.

 

Vedo tanto, vedo tutto, vedo lontano.
Ma rischio di non vedere la donna che rovista nei cassonetti sotto casa, l’anziano «del 6° piano» che vive nell’abbandono, i miei figli che vedono anche loro tutto in uno schermo, ma nella solitudine. Vedo le coperte e i giacigli dei senzatetto negli angoli della mia città, scocciato dalla sozzura e dal disordine, senza vedere però la persona che lì vive il suo disagio, la sua solitudine e la sua emarginazione. Vedo il migrante dalla pelle scura davanti al supermercato, sento risuonare in me le parole sentite, e magari dette, mille volte su «quelli come lui»: ci rubano il lavoro, vendono la droga, portano delinquenza, approfittano delle nostre case popolari, dei nostri sussidi, ma non riesco a vedere il giovane ferito nel corpo e nel cuore da guerre e fame che l’hanno fatto migrare nonostante il terrore dei trafficanti di uomini.

Vedo il prezzo dei pomodori, quello delle pesche, dei peperoni, del cellulare, della camicia, della benzina. Ma non vedo chi ha raccolto quei pomodori per una paga da fame, schiavizzato dai caporali, sgherri di proprietari terrieri ricattati dalla grande distribuzione che non paga il giusto. Invisibili sono i bambini chi escono dai buchi della terra con il coltan così essenziale per la tecnologia che mi circonda. Lontanissime le donne curve a cucire i miei indumenti. Irreali le cannonate di chi lotta per il controllo del nostro gas e petrolio.

Vedo con orrore e preoccupazione l’Amazzonia in fiamme, ma faccio fatica a vedere il legame tra quegli incendi e l’espansione dei pascoli e la cacciata dei popoli indigeni dalle loro terre per l’insaziabile domanda di carne dei nostri mercati.

Vedo i soliti politici gridare contro i migranti, li vedo, e magari li applaudo (e li voto) anche… ma rischio di non vedere le vite spezzate delle persone trafficate, schiavizzate, abusate sessualmente, costrette in condizioni disumane nei campi di detenzione della Libia, nell’isola di Lesbo, nei campi profughi del Libano; rischio di non vedere gli occhi dei bambini ingabbiati negli Usa, di quelli cacciati come animali ai confini della Bulgaria, dei siriani usati dalla Turchia per ricattare l’Europa, di quelli annegati nel Mediterraneo per l’ignavia di quella stessa Europa, e dei morti sotto i troppi muri e barriere.

Vedo e non vedo e, soprattutto, spesso non voglio vedere.
Perché se davvero vedessi bene, dovrei cambiare il mio modo di agire, di spendere, di informarmi. Perché Qualcuno ci ha insegnato che c’è anche un vedere che diventa conoscere, e un conoscere che è lo stesso che amare. Se vedessi bene, con il cuore, mettendo al centro la persona, correrei il rischio di ritrovarmi meno onnipotente, ma più presente e, magari, più umano.




Restiamo umani

testo di Gigi Anataloni, direttore MC |


Un virus diecimila volte più piccolo di un millimetro, capace di replicarsi a velocità folle, da mesi sta tenendo il mondo in scacco, buttando all’aria l’economia, sfidando la politica, mettendo a nudo la nostra fragilità e i nostri errori, obbligandoci a rivoluzionare il nostro modo di vivere e offrendoci l’opportunità di revisionare le nostre scelte nel campo della salute, dell’ambiente, del trasporto, del divertimento, e persino il nostro modo di vivere la dimensione religiosa.

Fin dai primi giorni ci siamo ripetuti come un mantra «ce la faremo», «andrà tutto bene», per trovarci oggi, in realtà, in una crisi a cui non eravamo preparati. Una crisi che non solo aumenta il disagio sociale nelle nostre nazioni ricche, ma rischia di far crescere esponenzialmente le situazioni di povertà e le diseguaglianze in gran parte del mondo.

Una crisi che da una parte ha fatto emergere valori bellissimi di solidarietà, fraternità, gratuità e buon vicinato, ma dall’altra ha aperto nuovi spazi di manovra per gli sciacalli delle mafie – sia quelle tradizionali che quelle in doppiopetto delle multinazionali e della finanza -, gli assetati di potere e i nuovi profeti che hanno le soluzioni magice in tasca.

Le bandiere, gli arcobaleni e gli striscioni con le scritte «ce la faremo» o «andrà tutto bene» ci sono ancora, sempre più sbiaditi però. La voglia che tutto finisca presto è grande. Aumenta la stanchezza per un modo di vivere che non è naturale. Si guarda con scetticismo a chi promette sicurezza, ma allo stesso tempo chiude la vita, gli affetti, le relazioni, la gestualità e la libertà in gabbia.

Pur con grande incertezza, stiamo muovendo i primi passi fuori dal tunnel. Il rischio è quello di ritornare alla vita di prima ignorando quello che dalla pandemia potremmo imparare. In questa voglia di recupero, corriamo anche il pericolo di dimenticarci il resto del mondo, già normalmente poco ricordato, per curarci solo di noi stessi e delle nostre ferite.

Le notizie che arrivano da altri paesi del mondo sono tutt’altro che incoraggianti. L’Africa, che sembra resistere al virus meglio di quanto ci si aspettasse, è ancora lontana dal picco della pandemia, e questo è preoccupante, conoscendo lo stato deficitario del suo sistema sanitario che favorisce solo chi può pagare, mentre i poveri non hanno alcuna protezione, a parte quella offerta con grande sforzo dalle Chiese e dalle Ong.

I poveri, cioè la stragrande maggioranza della popolazione, stanno pagando la pandemia in due modi: non possono «lavorare», e quindi non mangiano, e se si ammalano (e non solo del coronavirus) sono fatti loro. Che poi abbiano più paura della fame (che conoscono) che del virus (di cui sentono tanto parlare), è normale. E questo è vero in tutto il mondo: dal Messico con i suoi 100 morti al giorno per violenza, all’India con milioni di persone buttate sulla strada; dal Brasile dove le autorità negano il problema e sacrificano i popoli indigeni nella dissennata corsa all’oro e alle altre risorse dell’Amazzonia, al Venezuela che aveva un sistema sanitario collassato già prima della pandemia.

La sfida è grande, e per questo occorre pensare in grande e in modo nuovo e creativo. È tempo di mettere al centro la qualità della vita e non solo la «sicurezza». Soprattutto occorre restare umani e accettare e valorizzare fino in fondo la nostra umanità, senza cedere alla logica della paura e della diffidenza. Distanze, mascherine e quant’altro, funzionano se ci permettono di «stare insieme nel rispetto reciproco, trasmettendo l’idea che le attenzioni che abbiamo sono un modo per prenderci cura dell’altro e di noi stessi e non lo specchio di una paura dell’altro*». Questo nelle relazioni interpersonali, in casa o con il vicinato, ma anche nei rapporti tra nazione e nazione. È la grande sfida, ad esempio, dell’Europa di oggi, se non vuole restare un puro agglomerato economico. È l’occasione per reinventare le relazioni tra paesi poveri e paesi ricchi, nella coscienza che o ci salviamo e salviamo questo nostro mondo insieme, o è la rovina per tutti.

* Sara De Carli, Ma la scuola non può ignorare il «non detto» del plexiglass, dal sito: www.vita.it




Apocalypse now?

testo di Gigi Anataloni, direttore di MC |


Nel tempo dopo Pasqua il breviario offre a chi prega l’ufficio delle letture un testo estremamente intrigante: l’Apocalisse, con i suoi angeli, cavalieri e dragoni che riversano sulla terra pestilenze, terremoti e altri terrificanti disastri che falcidiano il mondo. Il tutto accompagnato da una constatazione ripetuta più volte: invece di ravvedersi, gli uomini «bestemmiarono il Dio del cielo».

Con questo non voglio avvallare le interpretazioni punitive di questi nostri giorni sostenute da visionari, predicatori e «influenzatori» più o meno credenti. Un dio che manda disastri per punire gli uomini, non è il mio Dio, perché non è quello di Gesù Cristo. Però Gesù ci ha ammoniti più volte e ci ha invitati a «leggere i segni dei tempi» (cfr. Mt 16,1-4) almeno quanto sappiamo interpretare le previsioni meteorologiche.

E di segni, in questi ultimi anni, ne abbiamo avuti molti. Due i più evidenti: il cambiamento climatico e, ora, questa pandemia che ha trovato tutti impreparati, anche i grandi «re nudi» della politica, dell’economia e della scienza.

In questi mesi molte voci, a cominciare da quella di papa Francesco, hanno incoraggiato con parole e gesti significativi a vivere questo tempo come tempo di grazia, come opportunità per ripensare il nostro modo di vivere e le nostre relazioni con noi stessi, con gli altri e con il creato. Creato che da tempo aspetta con impazienza che ci svegliamo e ritroviamo la nostra vera umanità (cfr. Rm 8,19).

Molti hanno colto questa opportunità e ovunque troviamo persone che hanno tirato fuori il meglio di sé mettendosi al servizio degli altri, a volte fino a sacrificare la vita.

Ma le notizie quotidiane ci hanno fatto vedere anche la faccia degli uomini che «bestemmiano». Dall’indifferenza e ostilità verso i migranti, ai traffici loschi su mascherine e forniture sanitarie; dalle speculazioni finanziarie al prospero traffico di armi; dalla violenza fanatica dei jihadisti a quella senza scrupoli dei mafiosi e dei narcos; dall’ininterroto traffico di persone allo sfruttamento dei poveri e degli impoveriti; dall’alienazione spirituale offerta dai moderni santoni all’uso massiccio dei social per alimentare sfiducia, menzogne e odio… una lista che potrebbe riempire tutta la pagina.

«Niente di nuovo sotto il sole», ma che tristezza vedere tante «bestemmie». Soprattutto ora che la situazione ci domanda una rinascita di autentica umanità, una nuova solidarietà, un «I care» che prediliga i più poveri e vulnerabili e tutto il creato.

Dall’Apocalisse di Giovanni, scritta per rivelare l’infinito amore di Dio alla comunità cristiana di fine I secolo perseguitata soprattutto a Roma, non ricaviamo un messaggio di paura, ma di speranza: la vittoria non è della «morte», ma della Vita, il futuro è di coloro che scelgono di vivere secondo lo stile dell’Agnello, Gesù, che ha «consegnato» la sua vita per noi, «servo per Amore».


Per i nostri cari, vittime del Covid-19

Carissimi missionari, parenti, amici e benefattori tutti,

in questi giorni di quarantena forzata, […]  mi fermo con l’immaginazione davanti alle bacheche delle nostre case dove sono esposti i necrologi dei nostri missionari morti qui in Italia a causa del coronavirus.

Un numero considerevole, un mistero doloroso, mai successo prima, un primato che ci spezza il cuore. Ci conforta il ricordo di questi missionari pienamente identificati con il carisma ad gentes, autori di pagine straordinarie di amore per la gente e di dedizione alla missione e all’Istituto. […]

Voglio ricordare anche tanti amici e benefattori che sono morti a causa della pandemia, uomini e donne che, con la preghiera e il sacrificio, hanno accompagnato e sostenuto l’Istituto nelle varie attività di evangelizzazione.

In questi giorni difficili, nel dolore per la perdita dei nostri cari, dobbiamo sostenerci a vicenda e trovare consolazione nella certezza della fede e nello spirito di famiglia che tanto voleva il nostro Fondatore.

Allora, in risposta al dolore per questi numerosi lutti e nello spirito di famiglia che ci caratterizza, voglio invitare tutte le nostre comunità a celebrare il 16 giugno 2020 (giorno in cui facciamo memoria del nostro amato padre Fondatore) una messa straordinaria con l’intenzione speciale di ricordare tutti i nostri cari […] vittime del coronavirus: missionari, missionarie, famigliari, amici e benefattori.
(sarà possibile seguire le celebrazione in streaming connettendosi a www.consolata.org)

La Consolata ci aiuti a vivere l’insegnamento del beato Allamano che diceva: «La comunità sarà sempre formata dai vivi e dai defunti, né questo vincolo si scioglierà più, neppure in paradiso».

A tutti e a ciascuno: coraggio e avanti in Domino!

padre Stefano Camerlengo
superiore generale Imc / Roma, 05/05/2020

1ª fila da sinistra: Mons Silas Njiru | p. Antonio Roberti | p. Fedele Crippa | p. Francesco Pavese | p. Gabriele Goletto
2ª fila: Giovanni Medri | p. Giovanni Viscardi | p. Lorenzo Cometto | p. Mario Baseggio | p. Silvestro Bettinsoli
3ª fila: p. Virgilio Panero | Suor Pier Giacomina Bagnati | Suor Giulia Vanzetto